zimbello

[ʒim-bèl-lo]
In sintesi
uccello che serve da esca per la caccia; oggetto di derisione e di scherno
← dal provenz. cembel ‘piffero’, poi ‘uccello di richiamo’, che è dal lat. volg. *cymbĕllum, dim. del class. cymbălum ‘cembalo’.
1
Uccello da richiamo che negli appostamenti di caccia o di uccellagione si fa svolazzare legato alla zimbelliera || estens. Nella caccia, ogni uccello prigioniero che serve da richiamo || MAR Tonno che, nella tonnara, funge da richiamo per altri tonni
2
fig. Mezzo, espediente che serve da richiamo, da adescamento SIN. allettamento
3
fig. Persona che sia oggetto di risa e scherno: era diventato lo z. di tutta la compagnia; non voglio essere lo z. di nessuno

Citazioni
XXVII O trionfante sopra ogni altra bella, gentile, onesta e graziosa dama, ascolta el canto con che ti favella colui che sopra ogni altra cosa t’ama: perché tu sei la sua lucente stella e giorno e notte el tuo bel nome chiama. Principalmente a salutar ti manda, poi mille volte ti si raccomanda. E priegati umilmente che tu degni considerar la sua perfetta fede, e che qualche pietà nel tuo cor regni, come a tanta bellezza si richiede. Egli ha veduti mille e mille segni della tuo gentilezza, e ognor vede: or non chiede altro el tuo fedel suggetto se non veder di que’ segni l’effetto. Sa ben che non è degno che tu l’ami, non è degno vedere i tuo begli occhi, maxime avendo tu tanti bei dami, che par che ognun solo el tuo viso adocchi. Ma perché e’ sa che onore e gloria brami e stimi poco altre frasche o finocchi, e lui sempre mai cerca farti onore, spera per questo entrarti un dì nel core. Quel che non si conosce e non si vede chi l’ami o chi l’aprezzi, mai non truova: e di qui nasce che tanta suo fede, non sendo conosciuta, non gli giova; che troverria ne’ begli occhi merzede, se tu facessi di lui qualche pruova. Ognun zimbella, ognun guata e vagheggia, chi sol per fedeltà esce di greggia. E se potessi un dì, solo soletto, trovarsi teco sanza gelosia, sanza paura, sanza gnun sospetto,
Rime di Angelo Poliziano
CXII Già non siàn, perch’e’ ti paia, dama mia, così balocchi; conosciàn che c’infinocchi e da tutti vuoi la baia. Già credetti essere il cucco, so che ’n gongolo i’ ti tenni, ma tu m’hai presto ristucco con tuo ghigni, attucci e cenni. Pur del mal tosto rinvenni e son san com’una lasca: anch’i’ so impaniar la frasca, benché forse a te non paia. Tu solleciti el zimbello, e col fischio ognuno alletti; tireresti ad un fringuello, ma indarno omai ci aspetti. Quanto più, per Dio, civetti, tanto più d’ognun se’ gufo: deh, va’ ficcati in un tufo, cheta, e fa’ che non si paia. Tutti questi nuovi pesci hanno un po’ del dileggino, e pur pregan ch’i’ rovesci del sacchetto il pellicino: ma s’i’ scuoto un pochettino, tanta roba n’uscirebbe, ch’ognun poi se n’avedrebbe, e megli’ è che non si paia. Tant’è, dama, a parlar chiaro, tu vagheggi troppo ognuno, sanza fare alcun divaro s’egli è bianco o verde o bruno; me’ faresti a tortene uno (e sarei proprio buon io), a quest’altri dire addio e saresti fuor di baia.
Rime di Angelo Poliziano