zazzera

[zàz-ze-ra]
In sintesi
capigliatura; capelli lunghi e spettinati
← dal longob. *zazera ‘ciocca di capelli’.
s.f.

Capigliatura maschile portata lunga fino a coprire il collo: si lisciavano come donne, e pettinavansi le zazzere (G. Villani) || estens., scherz. Capigliatura lunga e disordinata: tagliati la z.!dim. zazzerétta; ⇨ zazzerìna; zazzerìno m. || accr. zazzeróna; ⇨ zazzeróne m. || pegg. zazzeràccia

Citazioni
XXVII Quivi non aspettando, messer Bernardo Bibiena disse: “Eccovi che messer Roberto nostro ha pur trovato chi laudarà la foggia del suo danzare, poiché tutti voi altri pare che non ne facciate caso; ché se questa eccellenzia consiste nella sprezzatura e mostrar di non estimare e pensar più ad ogni altra cosa che a quello che si fa, messer Roberto nel danzare non ha pari al mondo; ché per mostrar ben di non pensarvi si lascia cader la robba spesso dalle spalle e le pantoffole de’ piedi, e senza raccôrre né l’uno né l’altro, tuttavia danza.” Rispose allor il Conte: “Poiché voi volete pur ch’io dica, dirò ancor dei vicii nostri. Non v’accorgete che questo, che voi in messer Roberto chiamate sprezzatura, è vera affettazione? perché chiaramente si conosce che esso si sforza con ogni studio mostrar di non pensarvi, e questo è  il  pensarvi  troppo;  e  perché  passa  certi  termini  di  mediocrità,  quella sprezzatura è affettata e sta male; ed è una cosa che a punto riesce al contrario del suo presuposito, cioè di nasconder l’arte. Però non estimo io che minor vicio della affettazion sia nella sprezzatura, la quale in sé è laudevole, lasciarsi cadere i panni da dosso, che nella attillatura, che pur medesimamente da sé è laudevole, il portar il capo così fermo per paura di non guastarsi la zazzera, o tener nel fondo della berretta il specchio e ‘l pettine nella manica, ed aver sempre drieto il paggio per le strade con la sponga e la scopetta; perché questa così fatta attillatura e sprezzatura tendono troppo allo estremo; il che sempre è vicioso, e contrario a quella pura ed amabile simplicità, che tanto è grata agli animi umani.  Vedete come un cavalier sia di mala grazia, quando si sforza d’andare così stirato in su la sella e, come noi sogliam dire, alla veneziana, a comparazion d’un altro, che paia che non vi pensi e stia a cavallo così disciolto e sicuro come se fosse a piedi. Quanto piace più e quanto più è laudato un gentilom che porti arme, modesto, che parli poco e poco si vanti, che un altro, il quale sempre stia in sul laudar se stesso, e biastemando con braveria mostri minacciar al mondo! e niente altro è questo,  che  affettazione  di  voler  parer  gagliardo.  Il  medesimo  accade  in ogni esercizio, anzi in ogni cosa che al mondo fare o dir si possa.” XXVIII Allora il signor Magnifico, “Questo ancor,” disse, “si verifica nella musica, nella quale è vicio grandissimo far due consonanzie perfette l’una dopo l’altra; tal che il medesimo sentimento dell’audito nostro l’aborrisce e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
II Lo  re  Federigo  di  Cicilia  è  trafitto  con  una  bella  storia  da  ser  Mazzeo speziale di Palermo. Di  valoroso  e  gentile  animo  fu  il  re  Federigo  di  Cicilia  nel  cui tempo fu uno speziale in Palermo, chiamato ser Mazzeo, il quale avea per consuetudine ogni anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata  in  cuffia,  mettersi  una  tovagliuola  in  collo  e  portare  allo  re dall’una mano in un piattello cederni e dall’altra mele; e lo re questo dono ricevea graziosamente. Avvenne  che  questo  ser  Mazzeo,  venendo  nel  tempo  della  vecchiezza, cominciò alquanto a vacillare, e non sì però che l’usato presente di fare non seguisse. Fra l’altre volte, essendosi molto ben pettinato, e assettata la chioma sotto la cuffia, tolse la tovagliuola e’ piattelli de’ cederni e delle mele per fare l’usato presente; e messosi in cammino, pervenne alla porta del palazzo del re. Il portinaio, veggendolo, cominciò a fare scherne di lui e a tirargli il bendone della cuffia; e contendendosi da lui, e un altro il tirava d’un’altra parte, però che quasi il tenevano insensato; e così datoli la via, or da uno e ora da un altro fu tanto tirato e rabbuffato che tutto il capo avea avviluppato; e  con  tutto  questo,  s’ingegnò  di  portar  pure  a  salvamento  il  presente, giugnendo  dinanzi  al  re  con  debita  reverenza.  Lo  re,  veggendolo  così schermigliato, disse: — Ser Mazzeo, che vuol dir questo, che tu sei così avviluppato? Rispose ser Mazzeo: — Monsignore, egli è quello che voi volete. Lo re disse: — Come è? Ser Mazzeo disse: — Sapete voi qual è la più bella storia che sia nella Bibbia? Lo re, che era di ciò intendentissimo, rispose: — Assai ce ne sono, ma il superlativo grado non saprei ben quale. Allora ser Mazzeo disse: — Se mi date licenzia vel dirò io. Rispose lo re: — Di’ sicuramente ciò che tu vuogli.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
VI Marchese Aldobrandino domanda al Basso della Penna qualche nuovo uccello da tenere in gabbia, il Basso fa fare una gabbia, ed entrovi è portato a lui. Marchese Aldobrandino da Esti, nel tempo che ebbe la signoria di Ferrara, gli venne vaghezza, come spesso viene a’ signori, di avere qualche nuovo uccello in gabbia. Di che per questa cagione mandò un dì per uno Fiorentino che tenea albergo in Ferrara, uomo di nuova e di piacevolissima condizione,  che  avea  nome  Basso  della  Penna.  Era  vecchio  e  piccolo  di persona, e sempre pettinato andava in zazzera e in cuffia. Giunto questo Basso dinanzi al marchese, il marchese sì gli dice: — Basso, io vorrei qualche uccello per tenere in gabbia, che cantasse bene, e vorrei che fosse qualche uccello nuovo, che non se ne trovassono
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Somiglia in puro latte immonda mosca, anzi vago arboscello in prato ameno; e quantunque non sia chi non conosca ch’egli non n’è per questo amabil meno, poiché su ‘l bel candor quell’ombra fosca è qual lucida stella in ciel sereno; ch’ella è macchia però convien ch’accetti ch’ancorché belle sien, son pur difetti. Segue Timbrio di Smirna, infra i primieri garzon lodato e d’ogni onor ben degno, a molcir l’aure insu i teatri alteri con la cetra bicorne unico ingegno. Altri non sia di lui che meglio speri i registri toccar del curvo legno; tempra al musico suon versi canori e sciogliendo gli accenti annoda i cori. In virtù di sua voce ei si dà vanto, celeste cigno, angelica sirena, trar dale selci intenerite il pianto, mitigar del’inferno ogni aspra pena. La melodia di quel mirabil canto le fere arresta, anzi le sfere affrena. Pongon le dolci corde ai fiumi il morso, danno le dolci note ai monti il corso. Al’arguto stromento, al vago volto, ala zazzera istessa ei sembra Apollo. Né tutto errante il crin né tutto accolto, quinci pende ala fronte e quindi al collo. Quelche dopo l’orecchie iva disciolto, sparse allor egli ad arte e dilatollo; del’altro, il terso e sottilissim’auro tenero implica un ramoscel di lauro.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Scalza ne vien colei che di Triqueta l’isola regge e quasi è tutta ignuda, senon ch’un drappo d’amariglia seta cela quanto convien che celi e chiuda. In cima al capo e ‘nsu la fronte lieta, ch’ha le luci infocate e sempre suda, serpe un serto di spiche e, in mezzo a loro, fabricato torreggia un castel d’oro. Piante d’argento e fronte ha di zaffiro la dea di quell’umor che manca e cresce. Cinge fregiata di ceruleo giro scagliosa spoglia d’iperboreo pesce. L’ondosa chioma poi d’ostri di Tiro e di ciottoli e conche intreccia e mesce. Il cristallino sen, che stilla gelo, copre di talco un trasparente velo. Non ha di piuma il mento ancor vestito Cinzio e di schietto minio infiamma il volto. Gli circonda il bel crin lauro fiorito, il crine in bionda zazzera disciolto, di fila d’oro il ricco manto ordito, di raggi d’oro un cerchio in fronte accolto. Con la manca sostien gemmata cetra e gli pende dal tergo aurea faretra. Nel viso di Lieo ride dipinto di fresca rosa un giovenil vermiglio. Tien nela destra il tirso e d’edre avinto e d’uve il crin che gli fann’ombra al ciglio. Di caspia tigre attraversato e cinto, che di fin oro ha l’un e l’altro artiglio, porta il bel fianco e l’omero celeste, rancio coturno il bianco piè gli veste.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcun atto spiacevole ad udire o a vedere; e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi. E per questa cagione medesima il drizzarsi, ove gli altri seggano e favellino, e passeggiar per la camera, pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che così si dimenano e scontorconsi e prostendonsi e sbadigliano, rivolgendosi ora  in  su  l’un  lato  e  ora  in  su  l’altro,  che  pare  che  li  pigli  la  febbre  in quell’ora:  segno  evidente  che  quella  brigata  con  cui  sono  rincresce  loro. Male fanno similmente coloro che, ad ora ad ora, si traggono una lettera della scarsella e la leggono. Peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie, quasi che egli abbia quella brigata per nulla e però si procacci d’altro sollazzo per trapassare il tempo. Non si deono anco tenere quei modi che alcuni usano, cioè cantarsi fra’ denti o sonare il tamburino con le dita o dimenar le gambe; perciocché questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d’altrui. Oltre a ciò non si vuol l’uom recare in guisa che egli mostri le spalle altrui, né tenere alto l’una gamba sì che quelle parti che i vestimenti ricuoprono si possano vedere: perciocché cotali atti non si soglion fare se non tra quelle persone che l’uom non riverisce. Vero è che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de’ suoi famigliari, o ancora in presenza d’un amico di minor condizione di lui, mostrerebbe non superbia ma amore e dimestichezza. Dee l’uomo recarsi sopra di sé e non appoggiarsi né aggravarsi addosso altrui. E, quando favella, non dee punzecchiare  altrui  col  gomito,  come  molti  soglion  fare  ad  ogni  parola, dicendo: – Non dissi io vero? Eh voi? Eh messer Tale? – e tuttavia vi frugano col gomito. VII Ben vestito dee andar ciascuno secondo sua condizione e secondo sua età, perciocché altrimenti facendo pare che egli sprezzi la gente. E perciò solevano i cittadini di Padova prendersi ad onta quando alcun gentiluomo viniziano andava per la loro città in saio, quasi gli fosse avviso di essere in contado. E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni, ma si dee l’uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini e lasciarsi volgere alle usanze, comeché forse meno comode o meno leggiadre che le antiche per avventura non erano o non gli parevano a lui. E, se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera; o, dove gli altri cittadini siano con la barba, tagliarlati tu; perciocché questo è un con- 12 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Galateo di Giovanni Della Casa
traddire agli altri; la qual cosa, cioè il contraddire nel costumar con le persone, non si dee fare se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso: imperocché questo innanzi ad ogni altro cattivo vezzo ci rende odiosi al più delle persone. Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente, acciocché tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura: perciocché, come avviene a chi ha il viso forte ricagnato, che altro non è a dire che averlo contra l’usanza, secondo la quale la natura gli fa ne’ più, che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene a coloro che vanno vestiti non secondo l’usanza de’ più, ma secondo l’appetito loro e con belle zazzere lunghe, o che la barba hanno raccorciata o rasa, o che portano le cuffie o certi berrettoni grandi alla tedesca: ché ciascuno si volge a mirarli, e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono. Vogliono essere ancora le veste assettate e che bene stiano alla persona, perché coloro, che hanno le robe ricche e nobili ma in maniera sconce che elle non paiono fatte a lor dosso, fanno segno dell’una delle due cose: o che eglino niuna considerazione abbiano di dover piacere né dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia né grazia né misura alcuna. Costoro adunque co’ loro modi generano sospetto negli animi delle persone, con le quali usano, che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentieri ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi. VIII Sono poi certi altri che più oltra procedono che la sospezione, anzi vengono a’ fatti e alle opere sì che con esso loro non si può durare in guisa alcuna, perciocché eglino sempre sono l’indugio, lo sconcio e il disagio di tutta la compagnia. I quali non sono mai presti, mai sono in assetto né mai a lor senno adagiati; anzi, quando ciascuno è per ire a tavola e sono preste le vivande e l’acqua data alle mani essi chieggono che loro sia portato da scrivere o da orinare, o non hanno fatto essercizio e dicono: – Egli è buon’ora; ben potete indugiare un poco sì: che fretta è questa stamane? – e tengono impacciata tutta la brigata, sì come quelli che hanno risguardo solo a se stessi e all’agio loro e d’altrui niuna considerazione cade loro nell’animo. Oltre a ciò vogliono in ciascuna cosa essere avvantaggiati dagli altri, e cori-
Galateo di Giovanni Della Casa
aveva qualcosa lì! – e si picchiava la fronte dinanzi alla Grazia, fissandole gli occhi addosso come volesse mangiarsela, lei e la sua dote. Si scervellò un mese intero, col capo fra le mani, a cercare un bel titolo pel suo teatrino, qualcosa che pigliasse la gente per gli occhi e pei capelli, lì, nel cartellone dipinto e coi lumi dietro. – Le Marionette parlanti! – Sì, com’è vero ch’io mi appello Candeloro Bracone! parlanti e viventi meglio di voi e di me! Non deve passare un cane che abbia un soldo in tasca dinanzi al mio teatro, senza che dica: – Spendiamo l’osso del collo per andare a vedere cosa sa fare don Candeloro! L’oste veramente non si sarebbe lasciato prendere a quelle spampanate, perché sapeva che gli avventori serii preferiscono andare a bere il buon vino nel solito cantuccio oscuro; e del resto, lui voleva un genero con una professione da cristiano, come la sua, a mo’ d’esempio, e non un commediante con la zazzera inanellata, che parlava come un libro e gli incuteva soggezione. – Quello è un tizio che ci farebbe muovere a suo piacere come i burattini, te e me! – disse alla figliuola. – Bada ai fatti tuoi: le buone parole, qualche risatina anche, con gli avventori. E poi orecchie di mercante. Hai inteso? Ma il tradimento gli venne da un finestrino che dava sul palcoscenico, al quale la ragazza correva spesso di nascosto a mettere un occhio, e dove si scaldava il capo con tutte quelle storie di paladini e di principesse innamorate. Don Candeloro, dacché s’era dichiarato con lei, lasciava socchiusa apposta l’impannata, e le sfuriate di amore, Rinaldo e gli altri personaggi, le rivolgevano lassù; tanto che la ragazza ne andava in solluchero, e aveva a schifo poi di lavare i piatti e imbrattarsi le mani in cucina. “– Non pur me, ma infiniti signori questo amore ha fatto suoi vassalli, principessa adorata!...” – Tu non me la dai a intendere! – brontolava l’oste colla figliuola. – Che diavolo hai in testa? Mi sbagli il conto del vino... Gli avventori si lamentano... Questa storia non può durare. La catastrofe avvenne alla gran scena in cui la bella Antinisca ritorna alla città di Presopoli, e Guerino “quando la vidde” dice la storia “s’accese molto più del suo amore”. Smaniava per la scena, sbalestrando le gambe di qua e di là, alzando tratto tratto le braccia al cielo, squassando il capo quasi colto dal mal nervoso. Diceva, con la bella voce cantante di don Candeloro: “– O Dio, dammi grazia ch’io mi possa difendere da questa fragil carne, tanto ch’io trovi il padre mio, e la mia generazione.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo terzo Io tacqui; e poi strillai ancora un poco per un altro scrollo che la mi diede alla zazzera con quelle sue dita di scimmia; e poi mi rimisi a tacere, ed anco a menare stupidamente lo spiedo, perché alla cuoca era venuto fatto di rificcarmene il manico in una mano. «Le dirò io, signora Contessa, cos’ha fatto questo bel capo» prese allora a dire Fulgenzio. «Io era poco fa in sagristia a pulirvi i vasi e le ampolline per la Pasqua che è vicina, ed essendo uscito fin sulla fossa per prender acqua, ho veduto giungere dalla banda di San Mauro un uomo a cavallo che mise a terra il signorino, e gli tenne anche un discorso che non ho capito punto; e poi colui seguitò col suo cavallo verso Ramuscello, e il signorino girò la fossa per entrare dal portone. Ecco come sta la cosa!» «E chi era quell’uomo a cavallo? eravate voi Marchetto?» richiese la Contessa. «Marchetto passò con me tutto il dopopranzo» rispose il Capitano. «Chi era dunque quell’uomo?» ripeté la Contessa volgendosi a me. «Era... era... non era nessuno» mormorai io ricordando il servigio resomi e la raccomandazione fattami dallo sconosciuto. «Nessuno, nessuno!» brontolò la Contessa «lo sapremo chi era questo nessuno! Faustina,» aggiunse ella, parlando alla donna dei ragazzi, «porterete subito il letto di Carlino nel camerottolo scuro tra la stanza di Martino e la frateria, e menatevelo quando sarà in punto l’arrosto. Di là, carino mio» continuò volgendosi a me «non uscirai più se prima non avrai detto chi era quell’uomo a cavallo col quale sei venuto fin sulla scorciatoia di Ramuscello.» La Faustina aveva acceso il lume, ma non era partita ancora per trasportare il mio covacciolo. «Vuoi dunque dire chi era quell’uomo?» domandò la Contessa. Io volsi uno sguardo alla Faustina; e mi sentii rompere il cuore pensando che prima di coricarmi non avrei più potuto fisar gli occhi ed anche arrischiar un bacio sulle palpebre socchiuse e sul bocchino tondetto e rugiadoso della Pisana. E stava in me forse che la Faustina non partisse! «No! non ho veduto nessuno! non son venuto con nessuno, io» risposi ad un tratto con maggior franchezza che non avessi mai mostrato dapprima. «Ebbene!» soggiunse la Contessa tornando verso il tinello dopo aver fatto alla Faustina un altro gesto che la indusse ad uscire per l’eseguimento degli ordini ricevuti. «Sia fatto come tu vuoi!»
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Allora fu una piccola battaglia di urli di graffiate di morsi; ma la cameriera la vinse e la disperatella fu menata bellamente a dormire. «Cosa  devo  poi  rispondere  alla  Contessa  vecchia  in  quanto  alla contessina Clara?» domandò la donna nell’andarsene colla Pisana che le strepitava fra le braccia... «Ditele che è perduta, che non la si trova, che tornerà domani!» rispose la Contessa. «Sarebbe meglio darle ad intendere che sua zia di Cisterna è venuta a prenderla, se è lecito il consiglio» soggiunse il fattore. «Sì, sì! datele ad intendere qualche fandonia!» sclamò la signora «ché non la pensi di farci disperare ché dei crucci ne abbiamo anche troppi.» La Faustina se n’andò, e s’udirono i pianti della Pisana dileguarsi lungo il corridoio. «Ora a noi, serpentello» mi disse il fattore prendendomi garbatamente per un’orecchia. «Sentiamo cosa sarai buono di farci una volta uscito dal castello!» «Io... io prenderò un giro per la campagna» soggiunsi «e poi, come se nulla fosse, capiterò all’osteria, dove sono quei signori, a piangere e a lagnarmi di non poter rientrare in castello... Dirò che sono uscito nel dopopranzo, che era insieme colla contessina Clara e che poi mi son perduto a correre dietro le farfalle e non ho più potuto raggiungerla. Allora chi ne sa me ne darà notizia ed io tornerò dietro le scuderie a zufolare, e l’ortolano mi allungherà una tavola sulla quale ripasserò il fossato come lo avrò passato nell’uscire.» «A meraviglia: tu sei un paladino!» rispose il fattore. «Di che cosa si tratta?» mi domandò Martino che si sgomentiva di tutti quei discorsi che mi vedeva fare, senza poterne capire gran che. «Vado fuori in cerca della Contessina che non è ancora rientrata» io gli risposi con tutto il fiato dei polmoni. «Sì, sì, fai benissimo» soggiunse il vecchio «ma abbi gran prudenza. «Per non comprometter noi» continuò la Contessa. «Peraltro andrà bene che tu stia un poco origliando i discorsi degli scherani che sono all’osteria per conoscere le loro intenzioni» aggiunse il Conte. «Così potremo regolarci per le pratiche ulteriori.» «Sì, sì! e torna presto, piccino!» riprese la Contessa accarezzandomi quella zazzera disgraziata cui tante volte era toccata una sorte ben diversa.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo