veto

[vè-to]
In sintesi
atto con cui si preclude l'esecuzione di una deliberazione
← dal lat. to, propr. prima pers. sing. dell’indic. pres. di vetāre ‘vietare’.
1
DIR Diritto conferito al capo dello Stato di opporsi alla promulgazione di una legge regolarmente votata dal parlamento || Diritto riconosciuto ai membri di un organismo internazionale di opporsi all'adozione di una deliberazione votata a maggioranza: diritto di v.; mettere, porre, opporre il v. a una disposizione, a una risoluzione; ritirare, togliere il v.
2
estens. Recisa opposizione, proibizione, divieto: il padre ha posto il proprio v. al matrimonio

Citazioni
E tal risposta è guerra. Di Carlo in nome io la v’intimo, a voi Desiderio ed Adelchi, a voi che poste Sul retaggio di Dio le mani avete, E contristato il Santo. A questa illustre Gente nemico il mio signor non viene: Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui Il suo braccio consacra, e suo mal grado Lo spiegherà contra chi voglia a parte Star del vostro peccato. Al tuo re torna Spoglia quel manto che ti rende ardito, Stringi un acciar vieni, e vedrai se Dio Sceglie a campione un traditor. - Fedeli! Rispondete a costui. Guerra! E l’avrete, E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanzi Al destrier di Pipin corse due volte, Il guidator che mai non guarda indietro, Già si rimette in via. Spieghi ogni duca Il suo vessillo; della guerra il bando Ogni giudice intimi, e l’oste aduni; Ogn’uom che nutre un corridor, lo salga, E accorra al grido de’ suoi re. La posta È alle Chiuse dell’alpi. Al re dei Franchi Questo invito riporta. E digli ancora, Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta Che al debole son fatti, e ne malleva L’adempimento o la vendetta, il Dio Di cui talvolta più si vanta amico
Adelchi di Alessandro Manzoni
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi Ripidi, acuti padiglioni al suolo Confitti; altre ferrigne, erette a guisa Di mura, insuperabili. - Cadeva Il terzo sol quando un gran monte io scersi Che sovra gli altri ergea la fronte; ed era Tutto una verde china; e la sua vetta Coronata di piante. A quella parte Tosto il passo io rivolsi. - Era la costa Oriental di questo monte istesso, A cui, di contro al sol cadente, il tuo Campo s’appoggia, o sire. - In su le falde Mi colsero le tenebre: le secche Lubriche spoglie degli abeti, ond’era Il suol gremito, mi fur letto, e sponda Gli antichissimi tronchi. Una ridente Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno Di novello vigor la costa ascesi. Appena il sommo ne toccai, l’orecchio Mi percosse un ronzio che di lontano Parea venir, cupo, incessante: io stetti Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque Rotte fra i sassi in giù; non era il vento Che investia le foreste, e sibilando, D’una in altra scorrea; ma veramente Un romor di viventi, un indistinto Suon di favelle e d’opre e di pedate Brulicanti da lunge, un agitarsi D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo Accelerai. Su questa, o re, che a noi Sembra di qui lunga ed acuta cima Fendere il ciel, quasi affilata scure, Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta, Non mai calcate in pria. Presi di quella Il più breve tragitto: ad ogni istante Si fea il romor più presso: divorai
Adelchi di Alessandro Manzoni
A siffatta proposta, l’indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. “La vostra protezione!” esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: “la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.” “Come parli, frate?... “Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.” “Come! in questa casa...!” “Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno...” Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: “escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato”. Queste  parole  così  chiare  acquietarono  in  un  momento  il  padre Cristoforo. All’idea di strapazzo e di villania era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo, associata l’idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d’ira e d’entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d’udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d’aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluo-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Perché?” domandarono a un tratto i due giovani. “Perché... perché, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che veramente è cosa che non istà bene.” “Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand’è fatta?” disse Renzo. “Che volete ch’io vi dica?” rispose Agnese. “La legge l’hanno fatta loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E poi quante cose... Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene, ma, dato che gliel abbiate, né anche il papa non glielo può levare.” “Se è cosa che non istà bene,” disse Lucia, “non bisogna farla.” “Che!” disse Agnese, “ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio? Se fosse contro la volontà de’ tuoi parenti, per prendere un rompicollo... ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato...” “L’è chiara, che l’intenderebbe ognuno,” disse Renzo. “Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa,” proseguì Agnese: “ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che ti dirà il padre? – Ah figliuola! è una scappata grossa, me l’avete fatta. – I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo, sarà contento anche lui.” Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: “quand’è così, la cosa è fatta.” “Piano,” disse Agnese. “E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? chè, benché sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall’acqua santa.” “L’ho trovato io il verso, l’ho trovato,” disse Renzo, battendo il pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in tutto e per tutto. “Son imbrogli,” disse Lucia: “non son cose lisce. Finora abbiamo operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il padre Cristoforo l’ha detto. Sentiamo il suo parere.” “Lasciati guidare da chi ne sa più di te,” disse Agnese, con volto grave. “Che bisogno c’è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch’io t’aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Birba chi manca.” “Ma bisogna trovare un altro testimonio.” “L’ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?” “E da mangiare,” rispose Renzo. “Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare?” “Gl’insegnerò io: tu sai bene ch’io ho avuta anche la sua parte di cervello.” “Domani...” “Bene.” “Verso sera...” “Benone.” “Ma!...” disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca. “Poh!...” rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto. “Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio...” “Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace.” “Domattina,” disse Renzo, “discorreremo con più comodo, per intenderci bene su tutto.” Con questo, uscirono dall’osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render conto de’ concerti presi. In questo tempo, Agnese s’era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, or l’una, or l’altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al padre Cristoforo? Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili. Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione d’una cosa, e che s’indurrà poi, con le preghiere e con l’autorità, a ciò che si vuol da lui. “Va bene,” disse Agnese: “va bene; ma... non avete pensato a tutto.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Cosa ci manca?” rispose Renzo. “E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li lascerà entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature.” “Come faremo?” disse Renzo, un po’ imbrogliato. “Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non s’accorga di voi altri, e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda... vedrete.” “Benedetta voi!” esclamò Renzo: “l’ho sempre detto che siete nostro aiuto in tutto.” “Ma tutto questo non serve a nulla,” disse Agnese, “se non si persuade costei, che si ostina a dire che è peccato.” Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non si lasciava smovere. “Io non so che rispondere a queste vostre ragioni,” diceva: “ma vedo che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato così. Io voglio esser vostra moglie,” e non c’era verso che potesse proferir quella parola, e spiegar quell’intenzione, senza fare il viso rosso: “io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all’altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d’aiutarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie? E perché far misteri al padre Cristoforo?” La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un calpestìo affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e Agnese ebbe appena tempo di sussurrare all’orecchio di Lucia: “bada bene, ve’ di non dirgli nulla”.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Voi, poverette, non vi perdete d’animo; e tu, Renzo... oh! credi pure, ch’io so mettermi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore. Ma, pazienza! È una magra parola, una parola amara, per chi non crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo è suo; e ce n’ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo; e sappi... sappiate tutti ch’io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. Si fa buio; bisogna ch’io corra al convento. Fede, coraggio; e addio.” Detto questo, uscì in fretta, e se n’andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl’impedisse, il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere il bisogno de’ suoi protetti. “Avete sentito cos’ha detto d’un non so che... d’un filo che ha, per aiutarci?” disse Lucia. “Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci...” “Se non c’è altro...!” interruppe Agnese. “Avrebbe dovuto parlar più chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo...” “Chiacchiere! la finirò io: io la finirò!” interruppe Renzo, questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole. “Oh Renzo!” esclamò Lucia. “Cosa volete dire?” esclamò Agnese. “Che bisogno c’è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli nell’anima, finalmente è di carne e ossa anche lui...” “No, no, per amor del cielo...!” cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce. “Non son discorsi da farsi, neppur per burla,” disse Agnese. “Per burla?” gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta, e piantandole in faccia due occhi stralunati. “Per burla! vedrete se sarà burla.” “Oh Renzo!” disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: “non v’ho mai visto così.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Non dite queste cose, per amor del cielo,” riprese ancora in fretta Agnese, abbassando la voce. “Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand’anche... Dio liberi!... contro i poveri c’è sempre giustizia.” “La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile: lo so anch’io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma non importa. Risoluzione e pazienza... e il momento arriva. Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà...! e poi in tre salti...!” L’orrore che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: “non v’importa più dunque d’avermi per moglie. Io m’era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse... Fosse al sicuro d’ogni giustizia e d’ogni vendetta, foss’anche il figlio del re...” “E bene!” gridò Renzo con un viso più che mai stravolto: “io non v’avrò; ma non v’avrà né anche lui. Io qui senza di voi, e lui a casa del...” “Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non posso vedervi così,” esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome, e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo. Stette egli immobile e pensieroso, qualche tempo, a contemplar quella faccia supplichevole di Lucia; poi, tutt’a un tratto, la guardò torvo, diede addietro, tese il braccio e l’indice verso di essa, e gridò: “questa! sì questa egli vuole. Ha da morire!” “E io che male v’ho fatto, perché mi facciate morire?” disse Lucia, buttandosegli inginocchioni davanti. “Voi!” rispose, con una voce ch’esprimeva un’ira ben diversa, ma un’ira tuttavia: “voi! Che bene mi volete voi? Che prova m’avete data? Non v’ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!” “Sì sì,” rispose precipitosamente Lucia: “verrò dal curato, domani, ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.” “Me lo promettete?” disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto, tutt’a un tratto, più umano. “Ve lo prometto.” “Me l’avete promesso.” “Signore, vi ringrazio!” esclamò Agnese, doppiamente contenta. In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po’ d’artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta ch’era realmente infuriato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia, e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d’un uomo, nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall’altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini. “Ve l’ho promesso,” rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso: “ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al padre...” “Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e farmi fare uno sproposito?” “No no,” disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. “Ho promesso, e non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non voglia...” “Perché volete far de’ cattivi augùri, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno.” “Promettetemi almeno che questa sarà l’ultima.” “Ve lo prometto, da povero figliuolo.” “Ma, questa volta, mantenete poi,” disse Agnese. Qui l’autore confessa di non sapere un’altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta d’essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio. Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel’augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell’ora, si trattenesse più a lungo. La notte però fu a tutt’e tre così buona come può essere quella che succede a un giorno pieno d’agitazione e di guai, e che ne precede uno destinato a un’impresa importante, e d’esito incerto. Renzo si lasciò veder di buon’ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese, la grand’operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l’uno ora l’altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come v’ha detto ier sera?” domandò Agnese a Renzo. “Le zucche!” rispose questo: “sapete che diavoli d’occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c’è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi dell’interrogazioni, non potrei uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per accudire all’affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno.” “Manderò Menico.” “Va bene,” rispose Renzo; e partì, per accudire all’affare, come aveva detto. Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch’era un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a essere un po’ suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, “per un certo servizio”, diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando sarebbe tempo. “Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo...” “Ho capito,” disse Menico: “quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.” “Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de’ compagni, al lago, a veder pescare, né a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, né a far quell’altro tuo giochetto solito...” Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole. “Poh! zia; non son poi un ragazzo.” “Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta... guarda; queste due belle parpagliole nuove son per te.” “Datemele ora, ch’è lo stesso.” “No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n’avrai anche di più.” Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che misero non poco in sospetto l’animo già conturbato delle donne. Un mendico, né rifinito né cencioso come i suoi pari, e con un non so che d’oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità, dando in qua e in là cert’occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di pane, che ricevette e ripose, 89 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come suole ognuno che abbia un’impresa scabrosa alle mani, non fece vista d’accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l’altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l’apertura lasciata da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de’ quali avevan già sentita la voce, cioè que’ due bravacci, che seduti a un canto della tavola, giocavano alla mora, gridando tutt’e due insieme (lì, è il giuoco che lo richiede), e mescendosi or l’uno or l’altro da bere, con un gran fiasco ch’era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova compagnia; e un de’ due specialmente, tenendo una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un gran “sei” che n’era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da capo a piedi; poi diede d’occhio al compagno, poi a quel dell’uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne’ loro aspetti un’interpretazione di tutti que’ segni: ma i loro aspetti non indicavano altro che un buon appetito. L’oste guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sé in una stanza vicina, e ordinò da cena. “Chi sono que’ forestieri?” gli domandò poi a voce bassa, quando quello tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in mano. “Non li conosco,” rispose l’oste, spiegando la tovaglia. “Come? né anche uno?” “Sapete bene,” rispose ancora colui, stirando, con tutt’e due le mani, la tovaglia sulla tavola, “che la prima regola del nostro mestiere, è di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene: è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le avete mai mangiate.” “Come potete sapere...?” ripigliava Renzo; ma l’oste, già avviato alla cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle polpette summentovate, gli s’accostò pian piano quel bravaccio che aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: “Chi sono que’ galantuomini?” “Buona gente qui del paese,” rispose l’oste, scodellando le polpette nel piatto.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Va bene; ma come si chiamano? chi sono?” insistette colui, con voce alquanto sgarbata. “Uno si chiama Renzo,” rispose l’oste, pur sottovoce: “un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L’altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n’abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L’altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con permesso.” E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l’interrogante; e andò a portare il piatto a chi si doveva. “Come potete sapere,” riattaccò Renzo, quando lo vide ricomparire, “che siano galantuomini, se non li conoscete?” “Le azioni, caro mio: l’uomo si conosce all’azioni. Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano dall’osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt’altro in testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto?” Così dicendo, se ne tornò in cucina. Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel soddisfare alle domande, dice ch’era un uomo così fatto, che, in tutti i suoi discorsi, faceva professione d’esser molto amico de’ galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni. Che carattere singolare! eh? La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto godersela con tutto loro comodo; ma l’invitante, preoccupato di ciò che il lettore sa, e infastidito, e anche un po’ inquieto del contegno strano di quegli sconosciuti, non vedeva l’ora d’andarsene. Si parlava sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate. “Che bella cosa,” scappò fuori di punto in bianco Gervaso, “che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno...!” Renzo gli fece un viso brusco. “Vuoi stare zitto, bestia?” gli disse Tonio, accompagnando il titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda fino alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro un po’ di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato il conto da colui che aveva fatto men guasto,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo settimo dovettero tutti e tre passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a Renzo, come quand’era entrato. Questo, fatti ch’ebbe pochi passi fuori dell’osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co’ suoi compagni, come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando s’accorsero d’essere osservati, si fermarono anch’essi, si parlaron sottovoce, e tornarono indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. “Sarebbe però un bell’onore, senza contar la mancia,” diceva uno de’ malandrini, “se, tornando al palazzo, potessimo raccontare d’avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui a regolare.” “E guastare il negozio principale!” rispondeva l’altro. “Ecco: s’è avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi! Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio.” C’era in fatti quel brulichìo, quel ronzìo che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con le zappe sulle spalle. All’aprirsi degli usci, si vedevan luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta, e sulla miseria dell’annata; e più delle parole, si sentivano i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno. Quando Renzo vide che i due indiscreti s’eran ritirati, continuò la sua strada nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un altro, ora all’uno, ora all’altro fratello. Arrivarono alla casetta di Lucia, ch’era già notte. Tra il primo pensiero d’una impresa terribile, e l’esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d’ingegno) l’intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore, nell’angosce d’un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, l’autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento cioè di dar principio all’opera, l’animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro coraggio: l’impresa s’affaccia alla mente, come una nuova apparizione: ciò che prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole tutt’a un
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tratto: talvolta comparisce grande l’ostacolo a cui s’era appena badato; l’immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d’ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piuttosto ch’eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: “son qui, andiamo”; quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo né forza di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera. Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d’attraversarlo: chè s’andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l’angolo di essa; Agnese con loro, ma  un  po’  più  innanzi,  per  accorrere  in  tempo  a  fermar  Perpetua,  e  a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla, s’affacciaron bravamente alla porta, e picchiarono. “Chi è, a quest’ora?” gridò una voce dalla finestra, che s’aprì in quel momento: era la voce di Perpetua. “Ammalati non ce n’è, ch’io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia?” “Son io,” rispose  Tonio, “con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al signor curato.” “È ora da cristiani questa?” disse bruscamente Perpetua. “Che discrezione? Tornate domani.” “Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n’abbia messi insieme degli altri.” “Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perché venire a quest’ora?” “Gli ho ricevuti, anch’io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però, se l’ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi volete, me ne vo.” “No, no, aspettate un momento: torno con la risposta.” Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò dai
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
– Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. – Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? – Tanto il pover’uomo era lontano da preveder che burrasca gli si addensasse sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po’ di libreria, gli prestava un libro dopo l’altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v’era paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c’è bisogno d’un’erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l’oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar la visita di Tonio. “A quest’ora?” disse anche don Abbondio, com’era naturale. “Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...” “Già: se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo venire... Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?” “Diavolo!” rispose Perpetua, e scese; aprì l’uscio, e disse: “dove siete?” Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome. “Buona sera, Agnese,” disse Perpetua: “di dove si viene, a quest’ora?” “Vengo da...” e nominò un paesetto vicino. “E se sapeste...” continuò: “mi son fermata di più appunto in grazia vostra.” “Oh perché?” domandò Perpetua; e voltandosi a’ due fratelli, “entrate,” disse, “che vengo anch’io.” “Perché,” rispose Agnese, “una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? s’ostinava a dire che voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna, perché non v’hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, l’uno e l’altro...”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?” “Non me lo domandate, che non mi piace metter male.” “Me lo direte, me l’avete a dire: oh la bugiarda!” “Basta... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.” “Guardate se si può inventare, a questo modo!” esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: “in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! accostate l’uscio, e salite pure, che vengo.” Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata. In faccia all’uscio di don Abbondio, s’apriva, tra due casipole, una stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s’avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente; e Perpetua dietro. Quand’ebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt’e due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti; arrivarono all’uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron nell’andito, dov’erano i due fratelli, ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo l’uscio pian piano; e tutt’e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s’avvicinarono all’uscio della stanza, ch’era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro. “Deo gratias,” disse Tonio, a voce chiara. “Tonio, eh? Entrate,” rispose la voce di dentro. Il chiamato aprì l’uscio, appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì d’improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l’uscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con l’orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia. Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d’una piccola lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s’era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt’a un tratto, si sentì venir rimbombando dall’alto, nel vano immoto dell’aria, per l’ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: “aiuto! aiuto!” “Misericordia! cos’è stato?” gridò Perpetua, e volle correre. “Cosa c’è? cosa c’è?” disse Agnese, tenendola per la sottana. “Misericordia! non avete sentito?” replicò quella, svincolandosi. “Cosa c’è? cosa c’è?” ripeté Agnese, afferrandola per un braccio. “Diavolo d’una donna!” esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più istantaneo, si sente l’urlo di Menico. “Misericordia!” grida anche Agnese; e di galoppo dietro l’altra. Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell’altra; mentre vuole spinger l’uscio, l’uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala, eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanìo, correvano in furia, a mettersi in salvo. “Cosa c’è? cosa c’è?” domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un urtone, e scantonarono. “E voi! come! che fate qui voi?” domandò poscia all’altra coppia, quando l’ebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell’andito, e corse, come poteva al buio, verso la scala. I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tutt’affannata. “Ah siete qui!” disse questa, cavando fuori la parola a stento: “com’è andata? cos’è la campana? mi par d’aver sentito...” “A casa, a casa,” diceva Renzo, “prima che venga gente.” E s’avviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: “dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento!” “Sei tu che...?” cominciava Agnese. “Cosa c’è d’altro?” domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“C’è il diavolo in casa,” riprese Menico ansante. “Gli ho visti io: m’hanno voluto ammazzare: l’ha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori.” Renzo, ch’era il più in sé di tutti, pensò che, di qua o di là, conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la forza d’uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. “Cammina avanti,” gli disse. “Andiam con lui,” disse alle donne. Voltarono, s’incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza, dove per grazia del cielo, non c’era ancora anima vivente; entrarono in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi. Non s’eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia, cacciò dentro un: “che diavolo c’è?” Quando Ambrogio sentì una voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzìo, ch’era accorso molto popolo, rispose: “vengo ad aprire”. Si mise in fretta l’arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della chiesa, e l’aprì. “Cos’è tutto questo fracasso? – Cos’è? – Dov’è? – Chi è?” “Come, chi è?” disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con l’altra, il lembo di quel tale arnese, che s’era messo così in fretta: “come! non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto.” Si voltan tutti a quella casa, vi s’avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove c’era l’uscio: è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c’è una finestra aperta: non si sente uno zitto. “Chi è là dentro? – Ohe, ohe! – Signor curato! – Signor curato!” Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl’invasori, s’era ritirato dalla finestra, e l’aveva richiusa, e che in questo momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l’aveva lasciato solo in quell’imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si pentì d’averlo chiesto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que’ poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell’autorità del padre, e della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non poté più reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando all’orecchio: “ma padre, padre! di notte... in chiesa... con donne... chiudere... la regola... ma padre!” E tentennava la testa. Mentre diceva  stentatamente  quelle  parole,  –  vedete  un  poco!  –  pensava  il  padre Cristoforo, – se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo... – “Omnia munda mundis,” disse poi, voltandosi tutt’a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d’un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. S’acquietò, e disse: “basta! lei ne sa più di me”. “Fidatevi pure,” rispose il padre Cristoforo; e, all’incerto chiarore della lampada che ardeva davanti all’altare, s’accostò ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: “figliuoli! ringraziate il Signore, che v’ha scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento...!” E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacché non sospettava ch’essi ne sapesser più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò, nemmeno  Lucia,  la  quale  però  sentiva  un  rimorso  segreto  d’una  tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl’imbrogli e de’ sotterfugi. “Dopo di ciò,” continuò egli, “vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi. È il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
voi suoi poveri cari tribolati. Voi,” continuò volgendosi alle due donne, “potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d’ogni per e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo  dalla  rabbia  degli  altri,  e  dalla  tua.  Porta  questa  lettera  al  padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione.” È un torrente a pochi passi da Pescarenico. “Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; rispondete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***.” Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione que’ mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere d’un cappuccino tenuto in concetto di santo. Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese gl’indicarono. Quest’ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c’era stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire! “Prima che partiate,” disse il padre, “preghiamo tutti insieme il Signore, perché sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch’Egli ha voluto.” Così dicendo s’inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso. Dopo ch’ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: “noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui: ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è vostro nemico. Oh disgraziato! compete con  Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.” Alzatosi poi, come in fretta, disse: “via, figliuoli, non c’è tempo da perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v’accompagni: andate”. E mentre s’av-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
più abbondante: ritirò le mani, anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la sua bestia. Dopo una sera quale l’abbiamo descritta, e una notte quale ognuno può immaginarsela, passata in compagnia di que’ pensieri, col sospetto incessante di qualche incontro spiacevole, al soffio d’una brezzolina più che autunnale, e tra le continue scosse della disagiata vettura, che ridestavano sgarbatamente chi di loro cominciasse appena a velar l’occhio, non parve vero a tutt’e tre di sedersi sur una panca che stava ferma, in una stanza, qualunque fosse. Fecero colazione, come permetteva la penuria de’ tempi, e i mezzi scarsi in proporzione de’ contingenti bisogni d’un avvenire incerto, e il poco appetito. A tutt’e tre passò per la mente il banchetto che, due giorni prima, s’aspettavan di fare; e ciascuno mise un gran sospiro. Renzo avrebbe voluto fermarsi lì, almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servizi; ma il padre aveva raccomandato a queste di mandarlo subito per la sua strada. Addussero quindi esse e quegli ordini, e cento altre ragioni, che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, ch’egli potrebbe venir presto a dar nuove e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi, più presto che fosse possibile. Lucia non nascose le lacrime; Renzo trattenne a stento le sue, e, stringendo forte forte la mano a Agnese, disse con voce soffogata: “a rivederci”, e partì. Le donne si sarebber trovate ben impicciate, se non fosse stato quel buon barocciaio, che aveva ordine di guidarle al convento de’ cappuccini, e di dar loro ogn’altro aiuto che potesse bisognare. S’avviaron dunque con lui a quel convento; il quale, come ognun sa, era pochi passi distante da Monza. Arrivati alla porta, il conduttore tirò il campanello, fece chiamare il padre guardiano; questo venne subito, e ricevette la lettera sulla soglia. “Oh! fra Cristoforo!” disse, riconoscendo il carattere. Il tono della voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente che proferiva il nome d’un grand’amico. Convien poi dire che il nostro buon Cristoforo avesse, in quella lettera, raccomandate le donne con molto calore, e riferito il loro caso con molto sentimento, perché il guardiano, faceva, di tanto in tanto, atti di sorpresa e d’indegnazione; e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa espressione di pietà e d’interesse. Finito ch’ebbe di leggere, stette lì alquanto a pensare; poi disse: “non c’è che la signora: se la signora vuol prendersi quest’impegno...”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Cristoforo. Il guardiano fece entrare la madre e la figlia nel primo cortile del monastero, le introdusse nelle camere della fattoressa; e andò solo a chieder la grazia. Dopo qualche tempo, ricomparve giulivo, a dir loro che venissero avanti con lui; ed era ora, perché la figlia e la madre non sapevan più come fare a distrigarsi dall’interrogazioni pressanti della fattoressa. Attraversando un secondo cortile, diede qualche avvertimento alle donne, sul modo di portarsi con la signora. “È ben disposta per voi altre,” disse, “e vi può far del bene quanto vuole. Siate umili e rispettose, rispondete con sincerità alle domande che le piacerà di farvi, e quando non siete interrogate, lasciate fare a me.” Entrarono in una stanza terrena, dalla quale si passava nel parlatorio: prima di mettervi il piede, il guardiano, accennando l’uscio, disse sottovoce alle donne: “è qui”, come per rammentar loro tutti quegli avvertimenti. Lucia, che non aveva mai visto un monastero, quando fu nel parlatorio, guardò in giro dove fosse la signora a cui fare il suo inchino, e, non iscorgendo persona, stava come incantata; quando, visto il padre e Agnese andar verso un angolo, guardò da quella parte, e vide una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
questa signora! – pensava tra sé, per la strada: – curiosa davvero! Ma chi la sa prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole. Il mio Cristoforo non s’aspetterà certamente ch’io l’abbia servito così presto e bene. Quel brav’uomo! non c’è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche impegno; ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha trovato un amico, il quale, senza tanto strepito, senza tanto apparato, senza tante faccende, ha condotto l’affare a buon porto, in un batter d’occhio. Sarà contento quel buon Cristoforo, e s’accorgerà che, anche noi qui, siam buoni a qualche cosa. – La signora, che, alla presenza d’un provetto cappuccino, aveva studiati gli atti e le parole, rimasta poi sola con una giovine contadina inesperta, non pensava più tanto a contenersi; e i suoi discorsi divennero a poco a poco così strani, che, in vece di riferirli, noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione dell’insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo. Era essa l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l’alta opinione che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo, per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de’ figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera. La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che fosse stato portato da una santa d’alti natali, la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: “bello eh?”. Quando il principe, o la principessa o il principino, che solo de’ maschi veniva allevato in casa, volevano lodar l’aspetto prosperoso della fanciullina, pareva che non trovasser modo
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
li in cui questa larva prendeva il primo posto, e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s’immaginava che la sua ripugnanza al chiostro, e la resistenza all’insinuazioni de’ suoi maggiori, nella scelta dello stato, fossero una colpa; e prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi volontariamente nel chiostro. Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima d’essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinché fosse certo che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver luogo, se non un anno dopo ch’ella avesse esposto a quel vicario il suo desiderio, con una supplica in iscritto. Quelle monache che avevan preso il tristo incarico di far che Gertrude s’obbligasse per sempre, con la minor possibile cognizione di ciò che faceva, colsero un de’ momenti che abbiam detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una tal supplica. E a fine d’indurla più facilmente a ciò, non mancaron di dirle e di ripeterle, che finalmente era una mera formalità, la quale (e questo era vero) non poteva avere efficacia, se non da altri atti posteriori, che dipenderebbero dalla sua volontà. Con tutto ciò, la supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s’era già pentita d’averla sottoscritta. Si pentiva poi d’essersi pentita, passando così i giorni e i mesi in un’incessante vicenda di sentimenti contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne quel passo, ora per timore d’esporre alle contraddizioni una buona risoluzione, ora per vergogna di palesare uno sproposito. Vinse finalmente il desiderio di sfogar l’animo, e d’accattar consiglio e coraggio. C’era un’altra legge, che una giovine non fosse ammessa a quell’esame della vocazione, se non dopo aver dimorato almeno un mese fuori del monastero dove era stata in educazione. Era già scorso l’anno da che la supplica era stata mandata; e Gertrude fu avvertita che tra poco verrebbe levata dal monastero, e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese, e far tutti i passi necessari al compimento dell’opera che aveva di fatto cominciata. Il principe e il resto della famiglia tenevano tutto ciò per certo, come se fosse già avvenuto; ma la giovine aveva tutt’altro in testa: in vece di far gli altri passi, pensava alla maniera di tirare indietro il primo. In tali angustie, si risolvette d’aprirsi con una delle sue compagne, la più franca, e pronta sempre a dar consigli risoluti. Questa suggerì a Gertrude d’informar con una lettera il padre della sua nuova risoluzione; giacché non le bastava l’animo di spiattellargli sul viso un
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c’era un mezzo di riacquistar l’affetto della famiglia. Allora Gertrude, che non l’avrebbe voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi indietro, di rifiutar quasi i primi segni di benevolenza che aveva tanto desiderati, di rimettersi da sé al suo posto di scomunicata; e per di più, vi rimaneva con una certa apparenza del torto. Tali sensazioni d’oggetti presenti facevano un contrasto doloroso con quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s’era già tanto occupata, e s’occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato che, nella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere almeno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del tutto ingannata. La clausura era stretta e intera, come nel monastero; d’andare a spasso non si parlava neppure; e un coretto che, dalla casa, guardava in una chiesa contigua, toglieva anche l’unica necessità che ci sarebbe stata d’uscire. La compagnia era più trista, più scarsa, meno variata che nel monastero. A ogni annunzio d’una visita, Gertrude doveva salire all’ultimo piano, per chiudersi con alcune vecchie donne di servizio: e lì anche desinava, quando c’era invito. I servitori s’uniformavano, nelle maniere e ne’ discorsi, all’esempio e all’intenzioni de’ padroni: e Gertrude, che, per sua inclinazione, avrebbe voluto trattarli con una famigliarità signorile, e che, nello stato in cui si trovava, avrebbe avuto di grazia che le facessero qualche dimostrazione d’affetto, come a una loro pari, e scendeva anche a mendicarne, rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi corrisposta con una noncuranza manifesta, benché accompagnata da un leggiero ossequio di formalità. Dovette però accorgersi che un paggio, ben diverso da coloro, le portava un rispetto, e sentiva per lei una compassione d’un genere particolare. Il contegno di quel ragazzotto era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più somigliante a quell’ordine di cose tanto contemplato nella sua immaginativa, al contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si scoprì un non so che di nuovo nelle maniere della giovinetta: una tranquillità e un’inquietudine diversa dalla solita, un fare di chi ha trovato qualche cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni momento, e non lasciar vedere agli altri. Le furon tenuti gli occhi addosso più che mai: che è che non è, una mattina, fu sorpresa da una di quelle cameriere, mentre stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale avrebbe fatto meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira, la carta rimase nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del principe.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Vi son de’ momenti in cui l’animo particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda. Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentr’era caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre, gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire: “perdono!” Egli le fece cenno che s’alzasse; ma, con una voce poco atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava desiderarlo né chiederlo; ch’era cosa troppo agevole e troppo naturale a chiunque sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in somma bisognava meritarlo. Gertrude domandò sommessamente e tremando, che cosa dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma cominciò a parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano sull’animo della poveretta, come lo scorrere d’una mano ruvida sur una ferita. Continuò dicendo che, quand’anche... caso mai... che avesse avuto prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei stessa ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile; giacché a un cavalier d’onore, com’era lui, non sarebbe mai bastato l’animo di regalare a un galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sé. La misera ascoltatrice era annichilata: allora il principe, raddolcendo a grado a grado la voce e le parole, proseguì dicendo che però a ogni fallo c’era rimedio e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio è più chiaramente indicato: ch’essa doveva vedere, in questo tristo accidente, come un avviso che la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei... “Ah sì!” esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna, e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea. “Ah! lo capite anche voi,” riprese incontanente il principe. “Ebbene, non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perché l’avete preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo riuscir gradito in tutto e 135 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
per tutto: tocca a me a farne tornare tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la cura.” Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al servitore che entrò, disse: “la principessa e il principino subito”. E seguitò poi con Gertrude: “voglio metterli subito a parte della mia consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come si conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui innanzi proverete tutto il padre amoroso.” A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come mai quel sì che le era scappato, avesse potuto significar tanto, ora cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il senso; ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire una parola che potesse turbarle menomamente. Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude, la guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con un contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante, “ecco,” disse, “la pecora smarrita: e sia questa l’ultima parola che richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude non ha più bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene, l’ha voluto lei spontaneamente. È risoluta, m’ha fatto intendere che è risoluta...” A questo passo, alzò essa verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma egli proseguì francamente: “che è risoluta di prendere il velo”. “Brava! bene!” esclamarono, a una voce, la madre e il figlio, e l’uno dopo l’altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette queste accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di consolazione. Allora il principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe per render lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle distinzioni di cui goderebbe nel monastero e nel paese; che, là sarebbe come una principessa, come la rappresentante della famiglia; che, appena l’età l’avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima dignità; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa e il principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli applausi: Gertrude era come dominata da un sogno. “Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far la richiesta alla badessa,” disse il principe. “Come sarà contenta! Vi so dire che tutto il monastero saprà valutar l’onore che Gertrude gli fa. Anzi... perché non ci andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po’ d’aria.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
trovarci così poco sugo, in paragone del desiderio che n’aveva avuto. Ciò che, anche suo malgrado, s’impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de’ gran progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada del chiostro, il pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta più forza e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima, e che pure non s’era sentita d’avere. La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa, stata già governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito dalle fasce, e tirato su fino all’adolescenza, e nel quale aveva riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era essa contenta della decisione fatta in quel giorno, come d’una sua propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, dovette succiarsi le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia, e sentir parlare di certe sue zie e prozie, le quali s’eran trovate ben contente d’esser monache, perché, essendo di quella casa, avevan sempre goduto i primi onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal loro parlatorio, avevano ottenuto cose che le più gran dame, nelle loro sale, non c’eran potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe ricevute: un giorno poi, verrebbe il signor principino con la sua sposa, la quale doveva esser certamente una gran signorona; e allora, non solo il monastero, ma tutto il paese sarebbe in moto. La vecchia aveva parlato mentre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a letto; parlava ancora, che Gertrude dormiva. La giovinezza e la fatica erano state più forti de’ pensieri. Il sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce strillante della vecchia, che venne a svegliarla, perché si preparasse per la gita di Monza. “Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che sia vestita e pettinata, ci vorrà un’ora almeno. La signora principessa si sta vestendo; e l’hanno svegliata quattr’ore prima del solito. Il signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, ed è all’ordine per partire quando si sia. Vispo come una lepre, quel diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io posso dirlo, che l’ho portato in collo. Ma quand’è pronto, non bisogna farlo aspettare, perché, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora s’impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo naturale; e poi questa volta avrebbe anche un po’ di ragione, perché s’incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que’ momenti! non ha riguardo per nessuno, fuorché per il signor principe. Ma finalmente non ha sopra di sé che il signor princi-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
pe, e un giorno, il signor principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perché mi guarda così incantata? A quest’ora dovrebbe esser fuor della cuccia.” All’immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che s’erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere all’apparir del nibbio. Ubbidì, si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que’ tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile. Quando vennero a avvertir ch’era attaccato, il principe tirò la figlia in disparte, e le disse: “orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima figura. V’aspettano...” È inutile dire che il principe aveva spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. “V’aspettano, e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole con un fare sciolto: che non s’avesse a dire che v’hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non sanno nulla dell’accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.” Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in carrozza. Gl’impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il principe rinnovò l’istruzioni alla figlia, e le ripeté più volte la formola della risposta. All’entrare in Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non so qual complimento. Ripreso il cammino, s’andò quasi di passo al monastero, tra gli sguardi de’ curiosi, che accorrevano da tutte le parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura, davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si smontò tra due ale di popolo, che i servitori
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
farlo suo genero: quindi riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale che s’interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de’ suoi parenti più prossimi. Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell’esaminatore che doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere quella occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera, il principe la fece chiamare. “Orsù, figliuola,” le disse: “finora vi siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l’opera. Tutto quel che s’è fatto finora, s’è fatto di vostro consenso.  Se  in  questo  tempo  vi  fosse  nato  qualche  dubbio,  qualche pentimentuccio, grilli di gioventù, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le cose, non è più tempo di far ragazzate. Quell’uomo dabbene che deve venire stamattina, vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se vi fate monaca di vostra volontà, e il perché e il per come, e che so io? Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa quanto. Sarebbe un’uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche venire un altro guaio più serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche che si son fatte, ogni più piccola esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a repentaglio il mio onore, potrebbe far credere ch’io avessi presa una vostra leggerezza per una ferma risoluzione, che avessi precipitato la cosa, che avessi... che so io? In questo caso, mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti dolorosi: o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia condotta: partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. O svelare il vero motivo della vostra risoluzione e...” Ma qui, vedendo che Gertrude era diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e il viso si contraeva, come le foglie d’un fiore, nell’afa che precede la burrasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: “via, via, tutto dipende da voi, dal vostro buon giudizio. So che n’avete molto, e non siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d’accordo che voi risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi nella testa di quell’uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori più presto.” E qui, dopo aver suggerita qualche risposta all’interrogazioni più probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e de’ godimenti ch’eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello, fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe rinnovò in fretta gli avvertimenti più importanti, e lasciò la figlia sola con lui, com’era prescritto. L’uomo dabbene veniva con un po’ d’opinione già fatta che Gertrude
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
donna honesta, per giunta di quelle che hai già addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! così pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circostanza, che qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima, arriva, o presto o tardi anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno avrai forse a somministrarcene un’altra prova, e più notabile di questa. La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando don Rodrigo s’alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale, vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò: “san Martino!” “Non so cosa vi dire,” rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto: “pagherò la scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non v’avevo detto nulla, perché, lo confesso, pensavo di farvi rimanere stamattina. Ma... basta, ora vi racconterò tutto.” “Ci ha messo uno zampino quel frate in quest’affare,” disse il cugino, dopo aver sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato da un cervello così balzano. “Quel frate,” continuò, “con quel suo fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche, io l’ho per un dirittone, e per un impiccione. E voi non vi siete fidato di me, non m’avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi l’altro giorno.” Don Rodrigo riferì il dialogo. “E voi avete avuto tanta sofferenza?” esclamò il conte Attilio: “e l’avete lasciato andare com’era venuto?” “Che volevate ch’io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d’Italia?” “Non so,” disse il conte Attilio, “se, in quel momento, mi sarei ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca la maniera di prendersi soddisfazione anche d’un cappuccino? Bisogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro. Basta; ha scansato la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d’insegnargli come si parla co’ pari nostri.” “Non mi fate peggio.” “Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.” “Cosa pensate di fare?” “Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò, e... il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
me, un politicone di quel calibro! Doman l’altro sarò a Milano, e, in una maniera o in un’altra, il frate sarà servito.” Venne intanto la colazione, la quale non interruppe il discorso d’un affare di quell’importanza. Il conte Attilio ne parlava con disinvoltura; e, sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la sua amicizia per il cugino, e l’onore del nome comune, secondo le idee che aveva d’amicizia e d’onore, pure ogni tanto non poteva tenersi di non ridere sotto i baffi, di quella bella riuscita. Ma don Rodrigo, ch’era in causa propria, e che, credendo di far quietamente un gran colpo, gli era andato fallito con fracasso, era agitato da passioni più gravi, e distratto da pensieri più fastidiosi. “Di belle ciarle,” diceva, “faranno questi mascalzoni, in tutto il contorno. Ma che m’importa? In quanto alla giustizia, me ne rido: prove non ce n’è; quando ce ne fosse, me ne riderei ugualmente: a buon conto, ho fatto stamattina avvertire il console che guardi bene di non far deposizione dell’avvenuto. Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, quando vanno in lungo, mi seccano. È anche troppo ch’io sia stato burlato così barbaramente.” “Avete fatto benissimo,” rispondeva il conte Attilio. “Codesto vostro podestà... gran caparbio, gran testa vota, gran seccatore d’un podestà... è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere; e appunto quando s’ha che fare con persone tali, bisogna aver più riguardo di non metterle in impicci. Se un mascalzone di console fa una deposizione, il podestà, per quanto sia ben intenzionato, bisogna pure che...” “Ma voi,” interruppe, con un po’ di stizza, don Rodrigo, “voi guastate le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto, e dargli sulla voce, e canzonarlo anche, all’occorrenza. Che diavolo, che un podestà non possa esser bestia e ostinato, quando nel rimanente è un galantuomo!” “Sapete, cugino,” disse guardandolo, maravigliato, il conte Attilio, “sapete che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete sul serio anche il podestà...” “Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di conto?” “L’ho detto: e quando si tratta d’un affare serio, vi farò vedere che non sono un ragazzo. Sapete cosa mi basta l’animo di far per voi? Son uomo da andare in persona a far visita al signor podestà. Ah! sarà contento dell’onore? E son uomo da lasciarlo parlare per mezz’ora del conte duca, e del nostro signor castellano spagnolo, e da dargli ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce. Butterò poi là qualche parolina sul conte zio del
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
in ora insolita, tornandovi, con un passo e con un sembiante insolito, e con un’agitazion d’animo che lo disponeva alla sincerità, non poté dissimulare il fatto a sua moglie; la quale non era muta. Chi parlò meno, fu Menico; perché, appena ebbe raccontata ai genitori la storia e il motivo della sua spedizione, parve a questi una cosa così terribile che un loro figliuolo avesse avuto parte a buttare all’aria un’impresa di don Rodrigo, che quasi quasi non lasciaron finire al ragazzo il suo racconto. Gli fecero poi subito i più forti e minacciosi comandi che guardasse bene di non far neppure un cenno di nulla: e la mattina seguente, non parendo loro d’essersi abbastanza assicurati, risolvettero di tenerlo chiuso in casa, per quel giorno, e per qualche altro ancora. Ma che? essi medesimi poi, chiacchierando con la gente del paese, e senza voler mostrar di saperne più di loro, quando si veniva a quel punto oscuro della fuga de’ nostri tre poveretti, e del come, e del perché, e del dove, aggiungevano, come cosa conosciuta, che s’eran rifugiati a Pescarenico. Così anche questa circostanza entrò ne’ discorsi comuni. Con tutti questi brani di notizie, messi poi insieme e cuciti come s’usa, e con la frangia che ci s’attacca naturalmente nel cucire, c’era da fare una storia d’una certezza e d’una chiarezza tale, da esserne pago ogni intelletto più critico. Ma quella invasion de’ bravi, accidente troppo grave e troppo rumoroso per esser lasciato fuori, e del quale nessuno aveva una conoscenza un po’ positiva, quell’accidente era ciò che imbrogliava tutta la storia. Si mormorava il nome di don Rodrigo: in questo andavan tutti d’accordo; nel resto tutto era oscurità e congetture diverse. Si parlava molto de’ due bravacci ch’erano stati veduti nella strada, sul far della sera, e dell’altro che stava sull’uscio dell’osteria; ma che lume si poteva ricavare da questo fatto così asciutto? Si domandava bene all’oste chi era stato da lui la sera avanti; ma l’oste, a dargli retta, non si rammentava neppure se avesse veduto gente quella sera; e badava a dire che l’osteria è un porto di mare. Sopra tutto, confondeva le teste, e disordinava le congetture quel pellegrino veduto da Stefano e da Carlandrea, quel pellegrino che i malandrini volevano ammazzare, e che se n’era andato con loro, o che essi avevan portato via. Cos’era venuto a fare? Era un’anima del purgatorio, comparsa per aiutar le donne; era un’anima dannata d’un pellegrino birbante e impostore, che veniva sempre di notte a unirsi con chi facesse di quelle che lui aveva fatte vivendo; era un pellegrino vivo e vero, che coloro avevan voluto ammazzare, per timor che gridasse, e destasse il paese; era (vedete un po’ cosa si va a pensare!) uno di quegli stessi
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Renzo non potesse più tornar con Lucia, né metter piede in paese; e a questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d’insidie, che, venendogli all’orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po’ di colore al tentativo fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un’aggressione, un atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà ch’era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d’aprirsi col dottor Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo desiderio. – Le gride son tante! – pensava: – e il dottore non è un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome. – Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al dottore, come all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodoché, dopo essersi un po’ impazientito, s’adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch’eran più vicini all’uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co’ nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano, in quello stato d’animo che ognuno può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch’era più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone! Quando si tratteneva
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
sopra. All’intorno era un batter di mani e di piedi, un frastono di mille grida di trionfo e d’imprecazione. L’uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, con un mozzicone di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il fumo cresce e s’addensa; la fiamma si ridesta; con essa le grida sorgon più forti. “Viva l’abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!” Veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderle. A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto, come abbiam visto, da principio, e gli tornava, ogni momento. Lo tenne per altro in sé; perché, di tanti visi, non ce n’era uno che sembrasse dire: fratello, se fallo, correggimi che l’avrò caro. Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio d’una cosa la fa essere. Insieme con quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: “io vo; tu, vai? vengo; andiamo,” si sentiva per tutto: la calca si rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi, se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento, in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest’altra. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s’avviò alla coda dell’esercito tumultuoso. Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell’arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de’ dottori, non dessero un’occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbe-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
irritata e procellosa. Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi l’avesse preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con quell’osso in bocca, s’acquietava un poco, e dava luogo agli altri opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi. I partigiani della pace, ripreso fiato, secondavano Ferrer in cento maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitando col loro il pubblico applauso, e cercando insieme di far ritirare la gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo, ripetendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro parevano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi ostinati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile adunanza. “Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer?  Tu non vorresti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son birboni che non vogliono una giustizia da cristiani: e c’è di quelli che schiamazzano più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario! Viva Ferrer! Largo a Ferrer!” E crescendo sempre più quelli che parlavan così, s’andava a proporzione abbassando la baldanza della parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero anche a dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro, a levar loro dall’unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano anche, cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po’ di dibattimento, coloro furon respinti: gli altri s’impadroniron della porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l’adito a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa (fessure non ne mancava), gli avvisò che arrivava soccorso, e che facessero star pronto il vicario, “per andar subito... in prigione: ehm, avete inteso?” “È quel Ferrer che aiuta a far le gride?” domandò a un nuovo vicino il nostro Renzo, che si rammentò del vidit Ferrer che il dottore gli aveva gridato all’orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella tale. “Già: il gran cancelliere,” gli fu risposto. “È un galantuomo, n’è vero?” “Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste.” Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
buone parole, con un mettere le mani sui petti, con certe spinte soavi: “in là, via, un po’ di luogo, signori”; alcuni facevan lo stesso dalle due parti della carrozza, perché potesse passare senza arrotar piedi, né ammaccar mostacci; che, oltre il male delle persone, sarebbe stato porre a un gran repentaglio l’auge d’Antonio Ferrer. Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella decorosa vecchiezza, conturbata un po’ dall’angustia, aggravata dalla fatica, ma animata dalla sollecitudine, abbellita, per dir così, dalla speranza di togliere un uomo all’angosce mortali, Renzo, dico, mise da parte ogni pensiero d’andarsene; e si risolvette d’aiutare Ferrer, e di non abbandonarlo, fin che non fosse ottenuto l’intento. Detto fatto, si mise con gli altri a far far largo; e non era certo de’ meno attivi. Il largo si fece; “venite pure avanti”, diceva più d’uno al cocchiere, ritirandosi o andando a fargli un po’ di strada più innanzi. “Adelante, presto, con juicio”, gli disse anche il padrone; e la carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con un sorriso d’intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e di questi sorrisi ne toccò più d’uno a Renzo, il quale per verità se li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che non avrebbe potuto fare il più bravo de’ suoi segretari. Al giovane montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d’aver fatto amicizia con Antonio Ferrer. La carrozza, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno adagio, e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era forse più che un tiro di schioppo;  ma  riguardo  al  tempo  impiegatovi,  avrebbe  potuto  parere  un viaggetto, anche a chi non avesse avuto la santa fretta di Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra e a sinistra della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a una nave che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scordato, più assordante di quello della tempesta era il frastono. Ferrer, guardando ora da una parte, ora dall’altra; atteggiandosi e gestendo insieme, cercava d’intender qualche cosa, per accomodar le risposte al bisogno; voleva far alla meglio un po’ di dialogo con quella brigata d’amici; ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli fosse ancora capitata, in tant’anni di gran-.cancellierato. Ogni tanto però, qualche parola, anche qualche frase, ripetuta da un crocchio nel suo passaggio, gli si faceva sentire, come lo scoppio d’un razzo più forte si fa sentire nell’immenso scoppiettìo d’un fuoco artifiziale. E lui, ora ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
no, avevano cooperato a mandare in pace un po’ di gente, e a tenere il passo libero all’ultima uscita. All’arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l’arme al gran cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto a sinistra; e all’ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo, disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: “beso a usted las manos”: parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto! In risposta, fece un altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perché l’ufiziale non intendeva il latino. A Pedro, nel passar tra quelle due file di micheletti, tra que’ moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, e chi conduceva; e gridando: “ohe! ohe!” senz’aggiunta d’altre cerimonie, alla gente ormai rada abbastanza per poter esser trattata così, e sferzando i cavalli, fece loro prender la rincorsa verso il castello. “Levantese, levantese; estàmos ya fuera”, disse Ferrer al vicario; il quale, rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s’alzò; e riavutosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo liberatore. Questo, dopo essersi condoluto con lui del pericolo e rallegrato della salvezza: “ah!” esclamò, battendo la mano sulla sua zucca monda, “que dirà de esto su excelencia, che ha già tanto la luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi? Que dirà el conde duque, che piglia ombra se una foglia fa più rumore del solito? Que dirà el rey nuestro señor, che pur qualche cosa bisognerà che venga a risapere d’un fracasso così? E sarà poi finito? Dios lo sabe.” “Ah! per me, non voglio più impicciarmene,” diceva il vicario: “me ne chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza, e vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita, lontano, lontano da questa gente bestiale.” “Usted  farà  quello  che  sarà  più  conveniente  por  el  servicio  de  su magestad”, rispose gravemente il gran cancelliere. “Sua maestà non vorrà la mia morte,” replicava il vicario: “in una grotta, in una grotta; lontano da costoro.” Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il nostro autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover’uomo in castello, non fa più menzione de’ fatti suoi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Cosa?” disse Renzo: “cosa c’entrano codeste storie col letto?” “Io fo il mio dovere,” disse l’oste, guardando in viso alla guida: “noi siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a alloggiar da noi:  nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio viene, se ha seco armi... quanto tempo ha di fermarsi in questa città... Son parole della grida.” Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo; e d’ora in poi ho paura che non li potremo più contare. Poi disse: “ah ah! avete la grida! E io fo conto d’esser dottor di legge; e allora so subito che caso si fa delle gride.” “Dico davvero,” disse l’oste, sempre guardando il muto compagno di Renzo; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla cassetta un gran foglio, un proprio esemplare della grida; e venne a spiegarlo davanti agli occhi di Renzo. “Ah! ecco!” esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere riempito di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l’altra mano, con un dito teso, verso la grida: “ecco quel bel foglio di messale. Me ne rallegro moltissimo. La conosco quell’arme; so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo.” (In cima alle gride si metteva allora l’arme del governatore; e in quella di don Gonzalo Fernandez de Cordova, spiccava un re moro incatenato per la gola.)“Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole. Quando questa faccia avrà fatto andare in galera il signor don... basta, lo so io; come dice in un altro foglio di messale compagno a questo; quando avrà fatto in maniera che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta che è contenta di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia; le darò anche un bacio per di più. Posso aver delle buone ragioni per non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse al suo comando una mano d’altri furfanti: perché se fosse solo...” e qui finì la frase con un gesto: “se un furfantone volesse saper dov’io sono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si moverebbe per aiutarmi. Devo dire i fatti miei! Anche questa è nuova. Son venuto a Milano per confessarmi, supponiamo; ma voglio confessarmi da un padre cappuccino, per modo di dire, e non da un oste.” L’oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non faceva dimostrazione di sorta veruna. Renzo, ci dispiace il dirlo, tracannò un altro bicchiere, e proseguì: “ti porterò una ragione, il mio caro oste, che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in favore de’ buoni cristiani, non contano; tanto meno devon contare quelle che parlan male. Dunque leva tutti que-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
brillanti più del dovere, e storcendo un po’ la bocca, come per star più attento. “Come vorrei fare?” disse colui: “vorrei che ci fosse pane per tutti; tanto per i poveri, come per i ricchi.” “Ah! così va bene,” disse Renzo. “Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perché c’è degl’ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente. Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma far le cose giuste, sempre in ragion delle bocche. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto per... il vostro nome?” “Lorenzo Tramaglino,” disse il giovine; il quale, invaghito del progetto, non fece attenzione ch’era tutto fondato su carta, penna e calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di raccogliere i nomi delle persone. “Benissimo,” disse lo sconosciuto; “ma avete moglie e figliuoli?” “Dovrei bene... figliuoli no... troppo presto... ma la moglie... se il mondo andasse come dovrebbe andare...” “Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione più piccola.” “È giusto; ma se presto, come spero... e con l’aiuto di Dio... Basta; quando avessi moglie anch’io?” “Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v’ho detto; sempre in ragion delle bocche,” disse lo sconosciuto, alzandosi. “Così va bene,” gridò Renzo; e continuò, gridando e battendo il pugno sulla tavola: “e perché non la fanno una legge così?” “Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne vo; perché penso che la moglie e i figliuoli m’aspetteranno da un pezzo.” “Un altro gocciolino, un altro gocciolino,” gridava Renzo, riempiendo in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per una falda del farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo. “Un altro gocciolino: non mi fate quest’affronto.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Ma l’amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un guazzabuglio d’istanze e di rimproveri, disse di nuovo: “buona notte”, e se n’andò. Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era già in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gli occhi su quel bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola il garzone, gli accennò di fermarsi, come se avesse qualche affare da comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con una pronunzia lenta e solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse: “ecco, l’avevo preparato per quel galantuomo: vedete; pieno raso, proprio da amico; ma non l’ha voluto. Alle volte, la gente ha dell’idee curiose. Io non ci ho colpa: il mio buon cuore l’ho fatto vedere. Ora, giacché la cosa è fatta non bisogna lasciarlo andare a male.” Così detto, lo prese, e lo votò in un sorso. “Ho inteso,” disse il garzone, andandosene. “Ah! avete inteso anche voi,” riprese Renzo: “dunque è vero. Quando le ragioni son giuste...!” Qui è necessario tutto l’amore, che portiamo alla verità, per farci proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della nostra storia. Per questa stessa ragione d’imparzialità, dobbiamo però anche avvertire ch’era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile: e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte che il primo gli riuscisse così fatale. Que’ pochi bicchieri che aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un bevitore un po’esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione, che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena se n’allontani, se ne risente subito; dimodoché se ne ricorda poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola. Comunque sia, quando que’ primi fumi furono saliti alla testa di Renzo, vino e parole continuarono a andare, l’uno in giù e l’altre in su, senza misura né regola: e, al punto a cui l’abbiam lasciato, stava già come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non ne mancava; e, per qualche tempo, anche le parole
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
al pari che un oggetto d’amore, e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera fortemente sull’animo nostro, si fermò un momento a contemplare l’ospite così noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi, con la mano stesa, ribatter sopra la luce; in quell’atto a un di presso che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme del consorte sconosciuto. “Pezzo d’asino!” disse nella sua mente al povero addormentato: “sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il prossimo.” Così detto o pensato, ritirò il lume, si mosse, uscì dalla camera, e chiuse l’uscio a chiave. Sul pianerottolo della scala, chiamò l’ostessa; alla quale disse che lasciasse i figliuoli in guardia a una loro servetta, e scendesse in cucina, a far le sue veci. “Bisogna ch’io vada fuori, in grazia d’un forestiero capitato qui, non so come diavolo, per mia disgrazia,” soggiunse; e le raccontò in compendio il noioso accidente. Poi soggiunse ancora: “occhio a tutto; e sopra tutto prudenza, in questa maledetta giornata. Abbiamo laggiù una mano di scapestrati che, tra il bere, e tra che di natura sono sboccati, ne dicon di tutti i colori. Basta, se qualche temerario...” “Oh! non sono una bambina, e so anch’io quel che va fatto. Finora, mi pare che non si possa dire...” “Bene, bene; e badar che paghino; e tutti que’ discorsi che fanno, sul vicario di provvisione e il governatore e Ferrer e i decurioni e i cavalieri e Spagna e Francia e altre simili corbellerie, far vista di non sentire; perché, se si contraddice, la può andar male subito; e se si dà ragione, la può andar male in avvenire: e già sai anche tu che qualche volta quelli che le dicon più grosse... Basta; quando si senton certe proposizioni, girar la testa, e dire: vengo; come se qualcheduno chiamasse da un’altra parte. Io cercherò di tornare più presto che posso.” Ciò detto, scese con lei in cucina, diede un’occhiata in giro, per veder se c’era novità di rilievo; staccò da un cavicchio il cappello e la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitolò, con un’altra occhiata alla moglie, l’istruzioni che le aveva date; e uscì. Ma, già nel far quelle operazioni, aveva ripreso, dentro di sé, il filo dell’apostrofe cominciata al letto del povero Renzo; e la proseguiva, camminando in istrada. – Testardo d’un montanaro! – Chè, per quanto Renzo avesse voluto tener nascosto l’esser suo, questa qualità si manifestava da sé, nelle parole, nella
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nò a tutti i fornai che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette a’ paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a ogni forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mattino, a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gl’inquieti, con l’autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i consigli con un po’ di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di metter le mani addosso a qualche sedizioso: e questa era principalmente la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno può pensare che sentimenti avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una pezzetta d’acqua vulneraria sur uno degli organi della profondità metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal principio del tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l’oste, un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo, e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo. Sentite quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto subito assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il colpo maestro di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda più sicura della città; ma gli andò fallito, come avete visto. Poté però portare a casa la notizia sicura del nome, cognome e patria, oltre cent’altre belle notizie congetturali; dimodoché, quando l’oste capitò lì, a dir ciò che sapeva intorno Renzo, ne sapevan già più di lui. Entrò nella solita stanza, e fece la sua deposizione: come era giunto ad alloggiar da lui un forestiero, che non aveva mai voluto manifestare il suo nome. “Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia;” disse un notaio criminale, mettendo giù la penna, “ma già lo sapevamo.” – Bel segreto! – pensò l’oste: – ci vuole un gran talento! – “E sappiamo anche,” continuò il notaio, “quel riverito nome.” – Diavolo! il nome poi, com’hanno fatto? – pensò l’oste questa volta. “Ma voi,” riprese l’altro, con volto serio, “voi non dite tutto sinceramente.” “Cosa devo dire di più?” “Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione.” “Vien uno con un pane in tasca; so assai dov’è andato a prenderlo.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Perché, a parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli visto che un pane solo.” “Già; sempre scusare, difendere: chi sente voi altri, son tutti galantuomini. Come potete provare che quel pane fosse di buon acquisto?” “Cosa ho da provare io? io non c’entro: io fo l’oste.” “Non potrete però negare che codesto vostro avventore non abbia avuta la temerità di proferir parole ingiuriose contro le gride, e di fare atti mali e indecenti contro l’arme di sua eccellenza.” “Mi faccia grazia, vossignoria: come può mai essere mio avventore, se lo vedo per la prima volta? È il diavolo, con rispetto parlando, che l’ha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede bene che non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome.” “Però, nella vostra osteria, alla vostra presenza, si son dette cose di fuoco: parole temerarie, proposizioni sediziose, mormorazioni, strida, clamori.” “Come vuole vossignoria ch’io badi agli spropositi che posson dire tanti urloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere a’ miei interessi, che sono un pover’uomo. E poi vossignoria sa bene che chi è di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano, tanto più quando sono una brigata, e...” “Sì, sì; lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli sarà passato il ruzzo. Cosa credete?” “Io non credo nulla.” “Che la canaglia sia diventata padrona di Milano?” “Oh giusto!” “Vedrete, vedrete.” “Intendo benissimo: il re sarà sempre il re; ma chi avrà riscosso, avrà riscosso: e naturalmente un povero padre di famiglia non ha voglia di riscotere. Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca.” “Avete ancora molta gente in casa?” “Un visibilio.” “E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su la gente, a preparar tumulti per domani?” “Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto.” “Dunque avete molta gente... Basta; badate a non lasciarlo scappare.” – Che devo fare il birro io? – pensò l’oste; ma non disse né sì né no. “Tornate pure a casa; e abbiate giudizio,” riprese il notaio.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Io ho sempre avuto giudizio. Vossignoria può dire se ho mai dato da fare alla giustizia.” “E non crediate che la giustizia abbia perduta la sua forza.” “Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l’oste.” “La solita canzone: non avete mai altro da dire.” “Che ho da dire altro? La verità è una sola.” “Basta; per ora riteniamo ciò che avete deposto; se verrà poi il caso, informerete più minutamente la giustizia, intorno a ciò che vi potrà venir domandato.” “Cosa ho da informare? io non so nulla; appena appena ho la testa da attendere ai fatti miei.” “Badate a non lasciarlo partire.” “Spero che l’illustrissimo signor capitano saprà che son venuto subito a fare il mio dovere. Bacio le mani a vossignoria.” Allo spuntar del giorno, Renzo russava da circa sett’ore, ed era ancora, poveretto! sul più bello, quando due forti scosse alle braccia, e una voce che dappiè del letto gridava: “Lorenzo Tramaglino!”, lo fecero riscotere. Si risentì, ritirò le braccia, aprì gli occhi a stento; e vide ritto appiè del letto un uomo vestito di nero, e due armati, uno di qua, uno di là del capezzale. E, tra la sorpresa, e il non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase un momento come incantato; e credendo di sognare, e non piacendogli quel sogno, si dimenava, come per isvegliarsi affatto. “Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino?” disse l’uomo dalla cappa nera, quel notaio medesimo della sera avanti. “Animo dunque; levatevi, e venite con noi.” “Lorenzo Tramaglino!” disse Renzo Tramaglino: “cosa vuol dir questo? Cosa volete da me? Chi v’ha detto il mio nome?” “Meno ciarle, e fate presto,” disse uno de’ birri che gli stavano a fianco, prendendogli di nuovo il braccio. “Ohe! che prepotenza è questa?” gridò Renzo, ritirando il braccio. “Oste! o l’oste!” “Lo portiam via in camicia?” disse ancora quel birro, voltandosi al notaio. “Avete inteso?” disse questo a Renzo: “si farà così, se non vi levate subito subito, per venir con noi.” “E perché?” domandò Renzo.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tutto; ma come diamine colui lo sapeva quel nome? E che diamine era accaduto in quella notte, perché la giustizia avesse preso tant’animo, da venire a colpo sicuro, a metter le mani addosso a uno de’ buoni figliuoli che, il giorno avanti, avevan tanta voce in capitolo? e che non dovevano esser tutti addormentati, poiché Renzo s’accorgeva anche lui d’un ronzìo crescente nella strada.  Guardando  poi  in  viso  il  notaio,  vi  scorgeva  in  pelle  in  pelle  la titubazione che costui si sforzava invano di tener nascosta. Onde, così per venire in chiaro delle sue congetture, e scoprir paese, come per tirare in lungo, e anche per tentare un colpo, disse: “vedo bene cos’è l’origine di tutto questo: gli è per amor del nome e del cognome. Ier sera veramente ero un po’allegro: questi osti alle volte hanno certi vini traditori; e alle volte, come dico, si sa, quando il vino è giù, è lui che parla. Ma, se non si tratta d’altro, or son pronto a darle ogni soddisfazione. E poi, già lei lo sa il mio nome. Chi diamine gliel ha detto?” “Bravo, figliuolo, bravo!” rispose il notaio, tutto manieroso: “vedo che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, voi siete più furbo che tant’altri. È la miglior maniera d’uscirne presto e bene: con codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e lasciato in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani legate, non posso rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite pure senza timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò... Lasciate fare a me... Basta; sbrigatevi, figliuolo.” “Ah!  lei  non  può:  intendo,”  disse  Renzo;  e  continuava  a  vestirsi, rispingendo con de’ cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le mani addosso per farlo spicciare. “Passeremo dalla piazza del duomo?” domandò poi al notaio. “Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presto in libertà,” disse quello, rodendosi dentro di sé, di dover lasciar cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che poteva divenire un tema di cento interrogazioni. – Quando uno nasce disgraziato! – pensava. – Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede, non vorrebbe altro che cantare; e, un po’ di respiro che s’avesse, così extra formam, accademicamente, in via di discorso amichevole, gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo da condurlo in prigione già bell’e esaminato, senza che se ne fosse accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l’appunto capitare in un momento così angustiato. Eh! non c’è scampo, – continuava a pensare, tendendo gli orecchi, e piegando la testa all’indietro: – non c’è rimedio; e’ risica d’essere una
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
giornata peggio di ieri. – Ciò che lo fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada: e non poté tenersi di non aprir l’impannata, per dare un’occhiatina. Vide ch’era un crocchio di cittadini, i quali, all’intimazione di sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare; e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà. Chiuse l’impannata e stette un momento in forse, se dovesse condur l’impresa a termine, o lasciar Renzo in guardia de’ due birri, e correr dal capitano di giustizia, a render conto di ciò che accadeva. – Ma, – pensò subito, – mi si dirà che sono un buon a nulla, un pusillanime, e che dovevo eseguir gli ordini. Siamo in ballo; bisogna ballare. Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere! – Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a’ fianchi. Il notaio accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: “da bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi”. Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l’altra nelle tasche. “Ohe!” disse, guardando il notaio, con un viso molto significante: “qui c’era de’ soldi e una lettera. Signor mio!” “Vi sarà dato ogni cosa puntualmente,” disse il notaio, “dopo adempite quelle poche formalità. Andiamo, andiamo.” “No, no, no,” disse Renzo, tentennando il capo: “questa non mi va: voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma voglio la roba mia.” “Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto,” disse il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava tra’ denti: “alla larga! bazzicate tanto co’ ladri, che avete un poco imparato il mestiere”. I birri non potevan più stare alle mosse; ma il notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sé: – se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia, l’hai da pagar con usura, l’hai da pagare. – Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il notaio fece cenno a un de’ birri, che s’avviasse per la scala; gli mandò dietro il prigioniero, poi l’altro amico; poi si mosse anche lui. In cucina che furono, mentre Renzo dice: “e quest’oste benedetto dove s’è cacciato?” il notaio fa un altro cenno a’ birri; i quali afferrano, l’uno la destra, l’altro la sinistra del giovine,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
e in fretta in fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell’ipocrita figura d’eufemismo, chiamati manichini. Consistevano questi (ci dispiace di dover discendere a particolari indegni della gravità storica; ma la chiarezza lo richiede), consistevano in una cordicella lunga un po’ più che il giro d’un polso ordinario, la quale aveva nelle cime due pezzetti di legno, come due piccole stanghette. La cordicella circondava il polso del paziente; i legnetti, passati tra il medio e l’anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di modo che, girandoli, ristringeva la legatura, a volontà; e con ciò aveva mezzo, non solo d’assicurare la presa, ma anche di martirizzare un ricalcitrante: e a questo fine, la cordicella era sparsa di nodi. Renzo si divincola, grida: “che tradimento è questo? A un galantuomo...!” Ma il notaio, che per ogni tristo fatto aveva le sue buone parole, “abbiate pazienza,” diceva: “fanno il loro dovere. Cosa volete? son tutte formalità; e anche noi non possiamo trattar la gente a seconda del nostro cuore. Se non si facesse quello che ci vien comandato, staremmo freschi noi altri, peggio di voi. Abbiate pazienza.” Mentre parlava, i due a cui toccava a fare, diedero una girata a’ legnetti. Renzo s’acquietò, come un cavallo bizzarro che si sente il labbro stretto tra le morse, e esclamò: “pazienza!” “Bravo figliuolo!” disse il notaio: “questa è la vera maniera d’uscirne a bene. Cosa volete? è una seccatura; lo vedo anch’io; ma, portandovi bene, in un momento ne siete fuori. E giacché vedo che siete ben disposto, e io mi sento inclinato a aiutarvi, voglio darvi anche un altro parere, per vostro bene. Credete a me, che son pratico di queste cose: andate via diritto diritto, senza guardare in qua e in là, senza farvi scorgere: così nessuno bada a voi, nessuno s’avvede di quel che è, e voi conservate il vostro onore. Di qui a un’ora voi siete in libertà: c’è tanto da fare, che avranno fretta anche loro di sbrigarvi: e poi parlerò io... Ve n’andate per i fatti vostri; e nessuno saprà che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri,” continuò poi, voltandosi a’ birri, con un viso severo: “guardate bene di non fargli male, perché lo proteggo io: il vostro dovere bisogna che lo facciate; ma ricordatevi che è un galantuomo, un giovine civile, il quale, di qui a poco, sarà in libertà; e che gli deve premere il suo onore. Andate in maniera che nessuno s’avveda di nulla: come se foste tre galantuomini che vanno a spasso.” E, con tono imperativo, e con sopracciglio minaccioso, concluse: “m’avete inteso”. Voltatosi poi a Renzo, col sopracciglio spianato, e col viso divenuto a un tratto ridente, che pareva volesse
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Scappa, scappa, galantuomo: lì c’è un convento, ecco là una chiesa; di qui, di là,” si grida a Renzo da ogni parte. In quanto allo scappare, pensate se aveva bisogno di consigli. Fin dal primo momento che gli era balenato in mente una speranza d’uscir da quell’unghie, aveva cominciato a fare i suoi conti, e stabilito, se questo gli riusciva, d’andare senza fermarsi, fin che non fosse fuori, non solo della città, ma del ducato. – Perché, – aveva pensato, – il mio nome l’hanno su’ loro libracci, in qualunque maniera l’abbiano avuto; e col nome e cognome, mi vengono a prendere quando vogliono. – E in quanto a un asilo, non vi si sarebbe cacciato che quando avesse avuto i birri alle spalle. – Perché, se posso esser uccel di bosco, – aveva anche pensato, – non voglio diventare uccel di gabbia. – Aveva dunque disegnato per suo rifugio quel paese nel territorio di Bergamo, dov’era accasato quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che più volte l’aveva invitato a andar là. Ma trovar la strada, lì stava il male. Lasciato in una parte sconosciuta d’una città si può dire sconosciuta, Renzo non sapeva neppure da che porta s’uscisse per andare a Bergamo; e quando l’avesse saputo, non sapeva poi andare alla porta. Fu lì lì per farsi insegnar la strada da qualcheduno de’ suoi liberatori; ma siccome nel poco tempo che aveva avuto per meditare su’ casi suoi, gli eran passate per la mente certe idee su quello spadaio così obbligante, padre di quattro figliuoli, così, a buon conto, non volle manifestare i suoi disegni a una gran brigata, dove ce ne poteva essere qualche altro di quel conio; e risolvette subito d’allontanarsi in fretta di lì: che la strada se la farebbe poi insegnare, in luogo dove nessuno sapesse chi era, né il perché la domandasse. Disse a’ suoi liberatori: “grazie tante, figliuoli: siate benedetti”, e, uscendo per il largo che gli fu fatto immediatamente, prese la rincorsa, e via; dentro per un vicolo, giù per una stradetta, galoppò un pezzo, senza saper dove. Quando gli parve d’essersi allontanato abbastanza, rallentò il passo, per non dar sospetto; e cominciò a guardare in qua e in là, per isceglier la persona a cui far la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza. Ma anche qui c’era dell’imbroglio. La domanda per sé era sospetta; il tempo stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo, dovevan senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la voce di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette, Renzo dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la figura che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto sulla soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro, colla pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran pappagorgia, e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Ma ben presto, lo studio più penoso fu quello di trovar la strada. Dopo aver camminato un pezzo, si può dire, alla ventura, vide che da sé non ne poteva uscire. Provava bensì una certa ripugnanza a metter fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che di sospetto, di sfacciato; ma non si poteva far di meno. Risolvette dunque di rivolgersi, come aveva fatto in Milano, al primo viandante la cui fisonomia gli andasse a genio; e così fece. “Siete fuor di strada,” gli rispose questo; e, pensatoci un poco, parte con parole, parte co’ cenni, gl’indicò il giro che doveva fare, per rimettersi sulla strada maestra. Renzo lo ringraziò, fece le viste di far come gli era stato detto, prese in fatti da quella parte, con intenzione però d’avvicinarsi bensì a quella benedetta strada maestra, di non perderla di vista, di costeggiarla più che fosse possibile; ma senza mettervi piede. Il disegno era più facile da concepirsi che da eseguirsi. La conclusione fu che, andando così da destra a sinistra, e, come si dice, a zig zag, parte seguendo l’altre indicazioni che si faceva coraggio a pescar qua e là, parte correggendole secondo i suoi lumi, e adattandole al suo intento, parte lasciandosi guidar dalle strade in cui si trovava incamminato, il nostro fuggitivo aveva fatte forse dodici miglia, che non era distante da Milano più di sei; e in quanto a Bergamo, era molto se non se n’era allontanato. Cominciò a persuadersi che, anche in quella maniera, non se n’usciva a bene; e pensò a trovar qualche altro ripiego. Quello che gli venne in mente, fu di scovar, con qualche astuzia, il nome di qualche paese vicino al confine, e al quale si potesse andare per istrade comunali: e domandando di quello, si farebbe insegnar la strada, senza seminar qua e là quella domanda di Bergamo, che gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, di criminale. Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori d’un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c’era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere, e sui gran fatti di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Mi pento di non esser andato a Milano stamattina,” diceva un altro. “Se vai domani, vengo anch’io,” disse un terzo; poi un altro, poi un altro. “Quel che vorrei sapere,” riprese il primo, “è se que’ signori di Milano penseranno anche alla povera gente di campagna, o se faranno far la legge buona solamente per loro. Sapete come sono eh? Cittadini superbi, tutto per loro: gli altri, come se non ci fossero.” “La bocca l’abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la nostra ragione,” disse un altro, con voce tanto più modesta, quanto più la proposizione era avanzata: “e quando la cosa sia incamminata...” Ma credette meglio di non finir la frase. “Del grano nascosto, non ce n’è solamente in Milano,” cominciava un altro, con un’aria cupa e maliziosa; quando sentono avvicinarsi un cavallo. Corron tutti all’uscio: e, riconosciuto colui che arrivava, gli vanno incontro. Era un mercante di Milano, che, andando più volte l’anno a Bergamo, per i suoi traffici, era solito passar la notte in quell’osteria; e siccome ci trovava quasi sempre la stessa compagnia, li conosceva tutti. Gli s’affollano intorno; uno prende la briglia, un altro la staffa. “Ben arrivato, ben arrivato!” “Ben trovati.” “Avete fatto buon viaggio?” “Bonissimo; e voi altri, come state?” “Bene, bene. Che nuove ci portate di Milano?” “Ah! ecco quelli delle novità,” disse il mercante, smontando, e lasciando il cavallo in mano d’un garzone. “E poi, e poi,” continuò, entrando con la compagnia, “a quest’ora le saprete forse meglio di me.” “Non sappiamo nulla, davvero,” disse più d’uno, mettendosi la mano al petto. “Possibile?” disse il mercante. “Dunque ne sentirete delle belle... o delle brutte. Ehi, oste, il mio letto solito è in libertà? Bene: un bicchier di vino, e il mio solito boccone, subito; perché voglio andare a letto presto, per partir presto domattina, e arrivare a Bergamo per l’ora del desinare. E voi altri,” continuò, mettendosi a sedere, dalla parte opposta a quella dove stava Renzo, zitto e attento, “voi altri non sapete di tutte quelle diavolerie di ieri?” “Di ieri sì.” “Vedete dunque,” riprese il mercante, “se le sapete le novità. Lo dicevo io che, stando qui sempre di guardia, per frugar quelli che passano...”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Ma oggi, com’è andata oggi?” “Ah oggi. Non sapete niente d’oggi?” “Niente affatto: non è passato nessuno.” “Dunque lasciatemi bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d’oggi. Sentirete.” Empì il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le prime due dita dell’altra sollevò i baffi, poi si lisciò la barba, bevette, e riprese: “oggi, amici cari, ci mancò poco, che non fosse una giornata brusca come ieri, o peggio. E non mi par quasi vero d’esser qui a chiacchierar con voi altri; perché avevo già messo da parte ogni pensiero di viaggio, per restare a guardar la mia povera bottega.” “Che diavolo c’era?” disse uno degli ascoltanti. “Proprio il diavolo: sentirete.” E trinciando la pietanza che gli era stata messa davanti, e poi mangiando, continuò il suo racconto. I compagni, ritti di qua e di là della tavola, lo stavano a sentire, con la bocca aperta; Renzo, al suo posto, senza che paresse suo fatto, stava attento, forse più di tutti, masticando adagio adagio gli ultimi suoi bocconi. “Stamattina dunque que’ birboni che ieri avevano fatto quel chiasso orrendo, si trovarono a’ posti convenuti (già c’era un’intelligenza: tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella storia di girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente. Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la casa; il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando parve loro d’esser gente abbastanza, s’avviarono verso la casa del signor vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie che gli hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte! oh che birboni! E la roba che dicevan contro di lui! Tutte invenzioni: un signor dabbene, puntuale; e io lo posso dire, che son tutto di casa, e lo servo di panno per le livree della servitù. S’incamminaron dunque verso quella casa: bisognava veder che canaglia, che facce: figuratevi che son passati davanti alla mia bottega: facce che... i giudei della Via Crucis non ci son per nulla. E le cose che uscivan da quelle bocche! da turarsene gli orecchi, se non fosse stato che non tornava conto di farsi scorgere. Andavan dunque con la buona intenzione di dare il sacco; ma...” E qui, alzata in aria, e stesa la mano sinistra, si mise la punta del pollice alla punta del naso. “Ma?” dissero forte tutti gli ascoltatori. “Ma,” continuò il mercante, “trovaron la strada chiusa con travi e con carri, e, dietro quella barricata, una bella fila di micheletti, con gli archibusi
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
spianati, per riceverli come si meritavano. Quando videro questo bell’apparato... Cosa avreste fatto voi altri?” “Tornare indietro.” “Sicuro; e così fecero. Ma vedete un poco se non era il demonio che li portava. Son lì sul Cordusio, vedon lì quel forno che, fin da ieri, avevan voluto saccheggiare; e cosa si faceva in quella bottega? si distribuiva il pane agli avventori; c’era de’ cavalieri, e fior di cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il diavolo addosso vi dico, e poi c’era chi gli aizzava), costoro, dentro come disperati; piglia tu, che piglio anch’io: in un batter d’occhio, cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, panche, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra.” “E i micheletti?” “I micheletti avevan la casa del vicario da guardare: non si può cantare, e portar la croce. Fu in un batter d’occhio, vi dico: piglia piglia; tutto ciò che c’era buono a qualcosa, fu preso. E poi torna in campo quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla piazza, e di farne una fiammata. E già cominciavano, i manigoldi, a tirar fuori roba; quando uno più manigoldo degli altri, indovinate un po’ con che bella proposta venne fuori.” “Con che cosa?” “Di fare un mucchio di tutto nella bottega, e di dar fuoco al mucchio e alla casa insieme. Detto fatto...” “Ci han dato fuoco?” “Aspettate. Un galantuomo del vicinato ebbe un’ispirazione dal cielo. Corse su nelle stanze, cercò d’un Crocifisso, lo trovò, l’attaccò all’archetto d’una finestra, prese da capo d’un letto due candele benedette, le accese, e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra del Crocifisso. La gente guarda in su. In un Milano, bisogna dirla, c’è ancora del timor di Dio; tutti tornarono in sé. La più parte, voglio dire; c’era bensì de’ diavoli che, per rubare, avrebbero dato fuoco anche al paradiso; ma visto che la gente non era del loro parere, dovettero smettere, e star cheti. Indovinate ora chi arrivò all’improvviso. Tutti i monsignori del duomo, in processione, a croce alzata, in abito corale; e  monsignor  Mazenta,  arciprete,  cominciò  a  predicare  da  una  parte,  e monsignor Settala, penitenziere, da un’altra, e gli altri anche loro: ma, brava gente! ma cosa volete fare? ma è questo l’esempio che date a’ vostri figliuoli? ma tornate a casa; ma non sapete che il pane è a buon mercato, più di prima? ma andate a vedere, che c’è l’avviso sulle cantonate.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de’ guai che Renzo portava con sé, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti dolorosi, da’ quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in cui s’inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la strada, e più ancora nelle terre e ne’ borghi, incontrava a ogni passo poveri, che non eran poveri di mestiere, e mostravan la miseria più nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie intere; e un misto ronzìo di preghiere, di lamenti e di vagiti. Quella vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in pensiero de’ casi suoi. – Chi sa, – andava meditando, – se trovo da far bene? se c’è lavoro, come negli anni passati? Basta: Bortolo mi voleva bene, è un buon figliuolo, ha fatto danari, m’ha invitato tante volte; non m’abbandonerà. E poi, la Provvidenza m’ha aiutato finora; m’aiuterà anche per l’avvenire. – Intanto l’appetito, risvegliato già da qualche tempo, andava crescendo di miglio in miglio; e quantunque Renzo, quando cominciò a dargli retta, sentisse di poter reggere, senza grand’incomodo, per quelle due o tre che gli potevan rimanere; pensò, da un’altra parte, che non sarebbe una bella cosa di presentarsi al cugino, come un pitocco, e dirgli, per primo complimento: dammi da mangiare. Si levò di tasca tutte le sue ricchezze, le fece scorrere sur una mano, tirò la somma. Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però c’era abbondantemente da fare una mangiatina. Entrò in un’osteria a ristorarsi lo stomaco; e in fatti, pagato che ebbe, gli rimase ancor qualche soldo. Nell’uscire, vide, accanto alla porta, che quasi v’inciampava, sdraiate in terra, più che sedute, due donne, una attempata, un’altra più giovine, con un bambino, che, dopo aver succhiata invano l’una e l’altra mammella, piangeva, piangeva; tutti del color della morte: e ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si potevano ancora vedere i segni d’un’antica robustezza, domata e quasi spenta dal lungo disagio. Tutt’e tre stesero la mano verso colui che usciva con passo franco, e con l’aspetto rianimato: nessuno parlò; che poteva dir di più una preghiera? “La c’è la Provvidenza!” disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca, la votò di que’ pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada. La refezione e l’opera buona (giacché siam composti d’anima e di corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo, dall’essersi
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se n’andò: figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Più d’un giorno, dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale incertezza, a mulinare sul come, sul perché, sulle conseguenze di quel fatto doloroso, a commentare, ognuna tra sé, o sottovoce tra loro, quando potevano, quelle terribili parole. Un giovedì finalmente, capitò al monastero un uomo a cercar d’Agnese. Era un pesciaiolo di Pescarenico, che andava a Milano, secondo l’ordinario, a spacciar la sua mercanzia; e il buon frate Cristoforo l’aveva pregato che, passando per Monza, facesse una scappata al monastero, salutasse le donne da parte sua, raccontasse loro quel che si sapeva del tristo caso di Renzo, raccomandasse loro d’aver pazienza, e confidare in Dio; e che lui povero frate non si dimenticherebbe certamente di loro, e spierebbe l’occasione di poterle aiutare; e intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper le sue nuove, per quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo, il messo non seppe dir altro di nuovo e di certo, se non la visita fattagli in casa, e le ricerche per averlo nelle mani; ma insieme ch’erano andate tutte a voto, e si sapeva di certo che s’era messo in salvo sul bergamasco. Una tale certezza, e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia: d’allora in poi le sue lacrime scorsero più facili e più dolci; provò maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue preghiere, c’era mescolato un ringraziamento. Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell’ingenuità e della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte (la parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar lì a patire: e quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni più che sufficienti a spiegar ciò che c’era d’un po’ strano nelle maniere della sua benefattrice; tanto più con l’aiuto di quella dottrina d’Agnese su’ cervelli de’ signori. Per quanto però si sentisse portata a contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le passò neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non rischiare di spargere una voce così piena di dolore e di scandolo. Si schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose di quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni di prudenza. Era perché alla povera innocente quella storia pareva più spinosa, più difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, Purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian 8 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rapprensentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all’anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell’intenzion dell’artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert’altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi. Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Misericordia!” esclamò con voce fioca don Abbondio. “Lo voglio sapere.” “Chi v’ha detto...” “No, no; non più fandonie. Parli chiaro e subito.” “Mi volete morto?” “Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere.” “Ma se parlo, son morto. Non m’ha da premere la mia vita?” “Dunque parli.” Quel “dunque” fu proferito con una tale energia, l’aspetto di Renzo divenne così minaccioso, che don Abbondio non poté più nemmen supporre la possibilità di disubbidire. “Mi promettete, mi giurate,” disse “di non parlarne con nessuno, di non dir mai...?” “Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il nome di colui.” A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti, proferì: “don...” “Don?” ripeté Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il resto; e stava curvo, con l’orecchio chino sulla bocca di lui, con le braccia tese, e i pugni stretti all’indietro. “Don Rodrigo!” pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il turbamento, parte perché, rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva libera, a fare una transazione tra le due paure, pareva che volesse sottrarre e fare scomparir la parola, nel punto stesso ch’era costretto a metterla fuori. “Ah cane!” urlò Renzo. “E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?” “Come eh? come?” rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il quale, dopo un così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto creditore. “Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata a me, che non c’entro per nulla; che certamente non vi sarebber rimasti tanti grilli in capo.” E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d’una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: “avete fatta una bella azione! M’avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa 29 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo secondo sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch’io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste...! Per amor del cielo! Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un buon parere... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave.” “Posso aver fallato,” rispose Renzo, con voce raddolcita verso don Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro il nemico scoperto: “posso aver fallato; ma si metta la mano al petto, e pensi se nel mio caso...” Così dicendo, s’era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire. Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, alzandogli davanti agli occhi le tre prime dita della destra, come per aiutarlo anche lui dal canto suo, “giurate almeno...” gli disse. “Posso aver fallato; e mi scusi,” rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire. “Giurate...” replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano tremante. “Posso aver fallato,” ripeté Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia, troncando così la questione, che, al pari d’una questione di letteratura o di filosofia o d’altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacché ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio argomento. “Perpetua! Perpetua!” gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che mondo si fosse. È accaduto più d’una volta a personaggi di ben più alto affare che don Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perché gli si offerse da sé. La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa della notte, la paura avuta in quel momento, l’ansietà dell’avvenire, fecero l’effetto. Affannato e balordo, si ripose sul suo seggiolone, cominciò a sentirsi qualche brivido nell’ossa, si guardava le unghie sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce tremolante e stizzosa: “Perpetua!” La venne finalmente, con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio. “Vo un momento, e torno,” disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, “cosa c’è?” disse, non senza un presentimento di terrore. “Lucia!” rispose Renzo, “per oggi tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie.” “Che?” disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, “ah!” esclamò, arrossendo e tremando, “fino a questo segno!” “Dunque voi sapevate...?” disse Renzo. “Pur troppo!” rispose Lucia; “ma a questo segno!” “Che cosa sapevate?” “Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli.” Mentre ella partiva, Renzo susurrò: “non m’avete mai detto niente.” “Ah, Renzo!” rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri? Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all’orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa a veder cosa c’era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l’aspetto e la voce, come poté meglio, disse: “il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla”. Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di nuovo. Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l’accaduto. Due o tre andaron fin all’uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero. “Un febbrone,” rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata all’altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne’ loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne’ loro discorsi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
rimedio; l’altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare, quell’abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò che la prima. “E a voi,” disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol far riconoscere a un amico che ha avuto torto: “e a voi doveva io parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora!” “E che t’ha detto il padre?” domandò Agnese. “M’ha detto che cercassi d’affrettar le nozze il più che potessi, e intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che mi sforzai,” proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, “fu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che s’era stabilito. Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e tenevo per certo... e questa mattina, ero tanto lontana da pensare...” Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto. “Ah birbone! ah dannato! ah assassino!” gridava Renzo, correndo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello. “Oh che imbroglio, per amor di Dio!” esclamava Agnese. Il giovine si fermò d’improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: “questa è l’ultima che fa quell’assassino.” “Ah! no, Renzo, per amor del cielo!” gridò Lucia. “No, no, per amor del cielo! Il Signore c’è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?” “No, no, per amor del cielo!” ripeteva Agnese. “Renzo,” disse Lucia, con un’aria di speranza e di risoluzione più tranquilla: “voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto lontano, che colui non senta più parlar di noi.” “Ah Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo maritati, oh allora...!” Lucia si rimise a piangere: e tutt’e tre rimasero in silenzio, e in un abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de’ loro abiti.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Giunto al borgo, domandò dell’abitazione del dottore; gli fu indicata, e v’andò. All’entrare, si sentì preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d’un signore e d’un dotto, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un’occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva, se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro, perché voleva che il dottore vedesse e sapesse ch’egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva: “date qui, e andate innanzi”. Renzo fece un grande inchino: il dottore l’accolse umanamente, con un “venite, figliuolo”, e lo fece entrar con sé nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de’ dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d’allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all’intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s’alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s’accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d’una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt’anni addietro, per perorare, ne’ giorni d’apparato, quando andava a Milano, per qualche causa d’importanza. Chiuse l’uscio, e fece animo al giovine, con queste parole: “figliuolo, ditemi il vostro caso”. “Vorrei dirle una parola in confidenza.” “Son qui,” rispose il dottore: “parlate.” E s’accomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con l’altra, ricominciò: “vorrei sapere da lei che ha studiato...” “Ditemi il fatto come sta,” interruppe il dottore. “Lei m’ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere...” “Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa.” “Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale.” – Ho capito, – disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito. – Ho capito. – E subito si fece serio, ma d’una serietà mista di compassione e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
di  premura;  strinse  fortemente  le  labbra,  facendone  uscire  un  suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi più chiaramente nelle sue prime parole. “Caso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e... appunto, in una dell’anno scorso, dell’attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano.” Così dicendo, s’alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio. “Dov’è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la dev’esser qui sicuro, perché è una grida d’importanza. Ah! ecco, ecco.” La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso ancor più serio, esclamò: “il 15 d’ottobre 1627! Sicuro; è dell’anno passato: grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere, figliuolo?” “Un pochino, signor dottore.” “Bene, venitemi dietro con l’occhio, e vedrete.” E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con grand’espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno: “Se bene, per la grida pubblicata d’ordine del signor Duca di Feria ai 14 dicembre 1620, et confirmata dall’Illustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contra questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l’Eccell. Sua, eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che si pubblichi la presente. E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l’esperienza che molti, così nelle Città, come nelle Ville... sentite? di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d’affitti... eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh?” “È il mio caso,” disse Renzo. “Sentite, sentite, c’è ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello paghi un debito; quell’altro non lo molesti, quello vada al suo molino: tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che è obbligato per l’uficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh?” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Pare che abbian fatta la grida apposta per me.” “Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S.E, per la presente, non derogando, eccetera,  ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte... una piccola bagattella! all’arbitrio dell’Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n’è  della  roba,  eh?  E  vedete  qui  le  sottoscrizioni:  Gonzalo  Fernandez  de Cordova; e più in giù:  Platonus; e qui ancora:  Vidit Ferrer: non ci manca niente.” Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l’occhio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover esser il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si maravigliava. – Che sia matricolato costui, – pensava tra sé. “Ah! ah!” gli disse poi: “vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l’animo di fare, in un’occasione.” Per intender quest’uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi d’ogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, all’atto d’affrontar qualcheduno, ne’ casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e l’impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso d’inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, all’arbitrio di Sua Eccellenza. Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta. E parimente comanda a’ barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all’arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, né capelli più lunghi dell’ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo era dunque quasi una parte dell’armatura, e un distintivo de’ bravacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de’ nostri lettori milanesi, che non si rammenti d’aver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto. “In verità, da povero figliuolo,” rispose Renzo, “io non ho mai portato ciuffo in vita mia.” “Non facciam niente,” rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. “Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c’è
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
davvero. “Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.” “Ma senta, ma senta,” ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio; e, quando ve l’ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: “restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.” Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l’abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione. Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato de’ grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che bisognava veder d’aiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma da metter l’opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch’era accaduto. “Sicuro”, disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera; giacché andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si sentì un picchietto all’uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto: “Deo gratias”. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l’imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto. “Oh fra Galdino!” dissero le due donne. “Il Signore sia con voi,” disse il frate. “Vengo alla cerca delle noci.” “Va a prender le noci per i padri,” disse Agnese. Lucia s’alzò, e s’avviò all’altra  stanza,  ma,  prima  d’entrarvi,  si  trattenne  dietro  le  spalle  di  fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un’occhiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa autorità.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: “e questo matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci fosse una novità. Cos’è stato?” “Il signor curato è ammalato, e bisogna differire,” rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. “E come va la cerca?” soggiunse poi, per mutar discorso. “Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui.” E, così dicendo, si levò la bisaccia d’addosso, e la fece saltar tra le due mani. “Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte.” “Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s’ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto.” “E per far tornare il buon tempo, che rimedio c’è, la mia donna? L’elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt’anni sono, in quel nostro convento di Romagna?” “No, in verità; raccontatemelo un poco.” “Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c’era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d’inverno, passando per una viottola, in un campo d’un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. – Che fate voi a quella povera pianta? domandò il padre Macario. – Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna. – Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest’anno, la farà più noci che foglie. Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada: – Padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento. – Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav’uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metà ch’era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapes-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
tegno d’umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder l’elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d’esser alle mani tra loro, gl’inzaccherassero la barba di fango. La parola “frate” veniva, in que’ tempi, proferita col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più d’ogni altr’ordine, eran oggetto de’ due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d’umiltà, s’esponevan più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da’ diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini. Partito fra Galdino, “tutte quelle noci!” esclamò Agnese: “in quest’anno!” “Mamma, perdonatemi,” rispose Lucia; “ma, se avessimo fatta un’elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d’aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente...” “Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto,” disse Agnese, la quale, co’ suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell’unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza. In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l’ultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno. “Bel parere che m’avete dato!” disse ad Agnese. “M’avete mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!” E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d’aver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nell’impiccio. “Ma, se il padre”, disse, “non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o nell’altro.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n’andò; e l’imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre d’essere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava, l’aveva pure esercitata per tant’anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de’ tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e d’esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e giovinetto. Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l’avevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere non s’accordava, né con l’educazione, né con la natura di Lodovico. S’allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo  misto  d’inclinazione  e  di  rancore,  non  potendo  frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo, s’era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l’aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch’erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d’un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s’intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un’altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de’ torti. L’impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla. “Com’è andata? – È uno. – Son due. – Gli ha fatto un occhiello nel ventre. – Chi è stato ammazzato? – Quel prepotente. – Oh santa Maria, che sconquasso! – Chi cerca trova. – Una le paga tutte. – Ha finito anche lui. – Che colpo! – Vuol essere una faccenda seria. – E quell’altro disgraziato! – Misericordia! che spettacolo! – Salvatelo, salvatelo. – Sta fresco anche lui. – Vedete com’è concio! butta sangue da tutte le parti. – Scappi, scappi. Non si lasci prendere.” Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche l’aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a’ birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia. L’uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: “è un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l’ha fatto per sua difesa: c’è stato tirato per i capelli”. Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore. Strascinato al convento, non sapeva quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu tornato in sé, si trovò in un letto dell’infermeria, nelle mani del frate chirurgo (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni convento), che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch’egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era d’assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell’infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, “consolatevi,” gli disse: “almeno è morto bene, e m’ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo”. Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto. C’è talvolta, nel volto e nel contegno d’un uomo, un’espressione così immediata, si direbbe quasi un’effusione dell’animo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell’animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s’era fatto frate, né veniva  a  quell’umiliazione  per  timore  umano:  e  questo  cominciò  a concigliarglieli  tutti.  Quando  vide  l’offeso,  affrettò  il  passo,  gli  si  pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: “io sono l’omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio.” Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s’alzò, per tutta la sala, un mormorìo di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d’ira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l’inginocchiato, “alzatevi,” disse, con voce alterata: “l’offesa... il fatto veramente... ma l’abito che portate... non solo questo, ma anche per voi... S’alzi, padre... Mio fratello... non lo posso negare... era un cavaliere... era un uomo... un po’ impetuoso... un po’ vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più... Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura.” E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: “io posso dunque sperare che lei m’abbia concesso il suo perdono! E se l’ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s’io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono!” “Perdono?” disse il gentiluomo. “Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti...” “Tutti! tutti!” gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s’aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un’umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell’aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace. Un “bravo! bene!” scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo quinto Capitolo  V Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena ebbe data un’occhiata alle donne, dovette accorgersi che i suoi presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d’interrogazione che va incontro a una trista risposta, alzando la barba con un moto leggiero della testa all’indietro, disse: “ebbene?” Lucia rispose con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse d’aver osato... ma il frate s’avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: “quietatevi, povera figliuola. E voi,” disse poi ad Agnese, “raccontatemi cosa c’è!” Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi. Terminata la storia, si coprì il volto con le mani, ed esclamò: “o Dio benedetto! fino a quando...!”  Ma,  senza  compir  la  frase,  voltandosi  di  nuovo  alle  donne: “poverette!” disse: “Dio vi ha visitate. Povera Lucia!” “Non ci abbandonerà, padre?” disse questa, singhiozzando. “Abbandonarvi!” rispose. “E con che faccia potrei io chieder a Dio qualcosa per me, quando v’avessi abbandonata? voi in questo stato! voi, ch’Egli mi confida! Non vi perdete d’animo: Egli v’assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi anche d’un uomo da nulla come son io, per confondere un... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare.” Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento, come per tener ferme e unite tutte le potenze dell’animo. Ma la più attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più distintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi. – Mettere un po’ di vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al suo dovere? Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E fargli paura? Che  mezzi  ho  io  mai  di  fargliene  una  che  superi  quella  che  ha  d’una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e invocar la sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand’anche questa povera innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per quell’uomo? Chi sa a qual segno possa arrivare?... E resistergli? Come? Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla mia i miei frati di qui, que’ di Milano! Ma! non è un affare comune; sarei abbandonato. Costui fa l’amico del convento, si spaccia per partigiano de’ cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d’una volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche dell’inquieto, dell’imbroglione, dell’accattabrighe; e, quel ch’è più, potrei fors’anche,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo quinto seccatura non si poteva scansare, si risolvette d’affrontarla subito, e di liberarsene; s’alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s’avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s’era subito alzato con gli altri; gli disse: “eccomi a’ suoi comandi”; e lo condusse in un’altra sala.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“In che posso ubbidirla?” disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente, bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati. Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non c’era mezzo più sicuro e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo, si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò ch’era assai più, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltà: “vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d’una carità. Cert’uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel violenza. Lo può; e potendolo... la coscienza, l’onore...” “Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario che l’offende.” Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e non dargli luogo di venire alle strette, s’impegnò tanto più alla sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all’altro di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: “se ho detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire...” e, così dicendo, aveva preso tra le dita e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il teschietto di legno attaccato alla sua corona, “non s’ostini a negare una giustizia così facile, e così dovuta a de’ poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti sono ascoltati lassù. L’innocenza è potente al suo...” “Eh, padre!” interruppe bruscamente don Rodrigo: “il rispetto ch’io
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assortiti con un intendimento sopraffino. Qualche parente de’ più titolati, di quelli il cui solo casato era un gran titolo; e che, col solo contegno, con una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, parlando di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche senza farlo apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l’idea della superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutte v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no. A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema di Madrid. A Roma si va per più strade; a Madrid egli andava per tutte. Parlò della corte, del conte duca, de’ ministri, della famiglia del governatore, delle cacce del toro, che lui poteva descriver benissimo, perché le aveva godute da un posto distinto, dell’Escuriale di cui poteva render conto a un puntino, perché un creato del conte duca l’aveva condotto per tutti i buchi. Per qualche tempo, tutta la compagnia stette, come un uditorio, attenta a lui solo, poi si divise in colloqui particolari; e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose, come in confidenza, al padre provinciale che gli era accanto, e che lo lasciò dire, dire e dire. Ma a un certo punto, diede una giratina al discorso, lo staccò da Madrid, e di corte in corte, di dignità in dignità, lo tirò sul cardinal Barberini, ch’era cappuccino, e fratello del papa allora sedente, Urbano VIII: niente meno. Il conte zio dovette anche lui lasciar parlare un poco, e stare a sentire, e ricordarsi che finalmente, in questo mondo, non c’era soltanto i personaggi che facevan per lui. Poco dopo alzati da tavola, pregò il padre provinciale di passar con lui in un’altra stanza. Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo, sedette anche lui, e cominciò: “stante l’amicizia che passa tra di noi, ho creduto di far parola a vostra paternità d’un affare di comune interesse, da concluder tra di noi, senz’andar per altre strade, che potrebbero... E perciò, alla buona, col cuore in mano, le dirò di che si tratta; e in due parole son certo che anderemo d’accordo. Mi dica: nel loro convento di Pescarenico c’è un padre Cristoforo da ***?” Il provinciale fece cenno di sì.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
latino, da cui traduciamo come ci riesce, “il caso d’un tale che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse...” Da questo scrittore prenderemo qualche altro passo, che ci venga in taglio per confermare e per dilucidare il racconto del nostro anonimo; col quale tiriamo avanti. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall’adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione, anzi n’andava in cerca, d’aver che dire co’ più famosi di quella professione, d’attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti d’ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti n’ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che  gli  stessero  alla  sinistra.  Nel  fatto  però,  veniva  anche  lui  a  essere  il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano di richiedere ne’ loro impegni l’opera d’un tanto ausiliario; per lui, tirarsene indietro sarebbe stato decadere dalla sua riputazione, mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo, e per conto d’altri, tante ne fece che, non bastando né il nome, né il parentado, né gli amici, né la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosità potenti, dovette dar luogo, e uscir dallo stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto notabile raccontato dal Ripamonti. “Una volta che costui ebbe a sgomberare il paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia un’imbasciata d’impertinenze per il governatore.” Nell’assenza, non ruppe le pratiche, né tralasciò le corrispondenze con que’ suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre letteralmente
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
dal Ripamonti, “in lega occulta di consigli atroci, e di cose funeste”. Pare anzi che allora contraesse con più alte persone, certe nuove terribili pratiche, delle quali lo storico summentovato parla con una brevità misteriosa. “Anche alcuni principi esteri”, dice, “si valsero più volte dell’opera sua, per qualche importante omicidio, e spesso gli ebbero a mandar da lontano rinforzi di gente che servisse sotto i suoi ordini.” Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per qualche potente intercessione, o l’audacia di quell’uomo gli tenesse luogo d’immunità, si risolvette di tornare a casa, e vi tornò difatti; non però in Milano, ma in un castello confinante col territorio bergamasco, che allora era, come ognun sa, stato veneto. “Quella casa,” cito ancora il Ripamonti, “era come un’officina di mandati sanguinosi: servitori la cui testa era messa a taglia, e che avevan per mestiere di troncar teste: né cuoco, né sguattero dispensati dall’omicidio: le mani de’ ragazzi insanguinate.” Oltre questa bella famiglia domestica, n’aveva, come afferma lo stesso storico, un’altra di soggetti simili, dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi de’ due stati sul lembo de’ quali viveva, e pronti sempre a’ suoi ordini. Tutti i tiranni, per un bel tratto di paese all’intorno, avevan dovuto, chi in un’occasione e chi in un’altra, scegliere tra l’amicizia e l’inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma ai primi che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata così male, che nessuno si sentiva più di mettersi a quella prova. E neppur col badare a’ fatti suoi, con lo stare a sé, uno non poteva rimanere indipendente da lui. Capitava un suo messo a intimargli che abbandonasse la tale impresa, che cessasse di molestare il tal debitore, o cose simili: bisognava rispondere sì o no. Quando una parte, con un omaggio vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qualunque, l’altra parte si trovava a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico; il che equivaleva a esser, come si diceva altre volte, tisico in terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare un così gran patrocinio, e chiuderne l’adito all’avversario: gli uni e gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Accadde qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più terribile fio. E in quei casi,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
le ragioni che la signora doveva intendere, che avrebbe dovute prevedere: senza la madre, senza nessuno, per una strada solitaria, in un paese sconosciuto... Ma Gertrude, ammaestrata a una scola infernale, mostrò tanta maraviglia anche lei, e tanto dispiacere di trovare una tal ritrosia nella persona di cui credeva poter far più conto, figurò di trovar così vane quelle scuse! di giorno chiaro, quattro passi, una strada che Lucia aveva fatta pochi giorni prima, e che, quand’anche non l’avesse mai veduta, a insegnargliela, non la poteva sbagliare!... Tanto disse, che la poverina, commossa e punta a un tempo, si lasciò sfuggir di bocca: “e bene; cosa devo fare?” “Andate al convento de’ cappuccini:” e le descrisse la strada di nuovo: “fate chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, che venga da me subito subito; ma che non dica a nessuno che son io che lo mando a chiamare.” “Ma cosa dirò alla fattoressa, che non m’ha mai vista uscire, e mi domanderà dove vo?” “Cercate di passare senz’esser vista; e se non vi riesce, ditele che andate alla chiesa tale, dove avete promesso di fare orazione.” Nuova difficoltà per la povera giovine: dire una bugia; ma la signora si mostrò  di  nuovo  così  afflitta  delle  ripulse,  le  fece  parer  così  brutta  cosa l’anteporre un vano scrupolo alla riconoscenza, che Lucia, sbalordita più che convinta, e soprattutto commossa più che mai, rispose: “e bene; anderò. Dio m’aiuti!” E si mosse. Quando Gertrude, che dalla grata la seguiva con l’occhio fisso e torbido, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un sentimento irresistibile, aprì la bocca, e disse: “sentite, Lucia!” Questa si voltò, e tornò verso la grata. Ma già un altro pensiero, un pensiero avvezzo a predominare, aveva vinto di nuovo nella mente sciagurata di Gertrude. Facendo le viste di non esser contenta dell’istruzioni già date, spiegò di nuovo a Lucia la strada che doveva tenere, e la licenziò dicendo: “fate ogni cosa come v’ho detto, e tornate presto”. Lucia partì. Passò inosservata la porta del chiostro, prese la strada, con gli occhi bassi,  rasente  al  muro;  trovò,  con  l’indicazioni  avute  e  con  le  proprie rimembranze, la porta del borgo, n’uscì, andò tutta raccolta e un po’ tremante, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti a quella che conduceva al convento; e la riconobbe. Quella strada era, ed è tutt’ora, affondata, a guisa d’un letto di fiume, tra due alte rive orlate di macchie, che vi forman sopra
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
confondersi e ondeggiare insieme in un mescuglio mostruoso: le fuggì il colore dal viso; un sudor freddo glielo coprì; s’abbandonò, e svenne. “Su, su, coraggio,” diceva il Nibbio. “Coraggio, coraggio,” ripetevan gli altri due birboni; ma lo smarrimento d’ogni senso preservava in quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci. “Diavolo! par morta,” disse uno di coloro: “se fosse morta davvero?” “Oh! morta!” disse l’altro: “è uno di quegli svenimenti che vengono alle donne. Io so che, quando ho voluto mandare all’altro mondo qualcheduno, uomo o donna che fosse, c’è voluto altro.” “Via!” disse il Nibbio: “attenti al vostro dovere, e non andate a cercar altro. Tirate fuori dalla cassetta i tromboni, e teneteli pronti; ché in questo bosco dove s’entra ora, c’è sempre de’ birboni annidati. Non così in mano, diavolo! riponeteli dietro le spalle, lì stesi: non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla? Se vede armi, è capace di morir davvero. E quando sarà rinvenuta, badate bene di non farle paura; non la toccate, se non vi fo segno; a tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me.” Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s’era inoltrata nel bosco. Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi, come da un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a distinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere i suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione. Il primo uso che fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e non poté che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo per cui passava. Cacciò di nuovo un urlo; ma il Nibbio, alzando la manaccia col fazzoletto, “via,” le disse, più dolcemente che poté; “state zitta, che sarà meglio per voi: non vogliamo farvi male; ma se non istate zitta, vi faremo star noi”. “Lasciatemi andare! Chi siete voi? Dove mi conducete? Perché m’avete presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!” “Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete capire che noi non vogliamo farvi male. Non vedete che avremmo potuto ammazzarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni? Dunque state quieta.” “No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco.” “Vi conosciamo noi.” “Oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi andare, per carità. Chi siete voi? Perché m’avete presa?”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Perché c’è stato comandato.” “Chi? chi? chi ve lo può aver comandato?” “Zitta!” disse con un visaccio severo il Nibbio: “a noi non si fa di codeste domande.” Lucia tentò un’altra volta di buttarsi d’improvviso allo sportello; ma vedendo ch’era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, “oh!” diceva: “per l’amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare! Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà trovar la mia strada.” “Non possiamo.” “Non potete? Oh Signore! perché non potete? Dove volete condurmi? Perché...?” “Non possiamo: è inutile: non abbiate paura, che non vogliamo farvi male: state quieta, e nessuno vi toccherà.” Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse il più che poté, nel canto della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e con più affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr’ore; e dopo il quale avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al castello dove l’infelice era aspettata. Era aspettata dall’innominato, con un’inquietudine, con una sospension d’animo insolita. Cosa strana! quell’uomo, che aveva disposto a sangue freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per nulla i dolori da
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
quella voce segreta, “no: va a riposarti; e domattina... farai quello che ti dirò!” – Un qualche demonio ha costei dalla sua, – pensava poi, rimasto solo, ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate. Un qualche demonio, o... un qualche angelo che la protegge... Compassione al Nibbio!... Domattina, domattina di buon’ora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne parli più, e, – proseguiva tra sé, con quell’animo con cui si comanda a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirà, – e non ci si pensi più. Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti; che... non voglio più sentir parlar di costei. L’ho servito perché... perché ho promesso: e ho promesso perché... è il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui. Vediamo un poco... – E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso, per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! – Come può aver fatto costei? – continuava, strascinato da quel pensiero. – Voglio vederla... Eh! no... Sì, voglio vederla. – E d’una stanza in un’altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò alla camera della vecchia, e picchiò all’uscio con un calcio. “Chi è?” “Apri.” A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere il paletto negli anelli, e l’uscio si spalancò. L’innominato, dalla soglia, diede un’occhiata in giro; e, al lume d’una lucerna che ardeva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più lontano dall’uscio. “Chi t’ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci, sciagurata?” disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo. “S’è messa dove le è piaciuto,” rispose umilmente colei: “io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non c’è stato verso.” “Alzatevi,” disse l’innominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a cui il picchiare, l’aprire, il comparir di quell’uomo, le sue parole, avevan messo un nuovo spavento nell’animo spaventato, stava più che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Non iscacci una buona ispirazione!” proseguiva fervidamente Lucia, rianimata dal vedere una cert’aria d’esitazione nel viso e nel contegno del suo tiranno. “Se lei non mi fa questa carità, me la farà il Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!... Forse un giorno anche lei... Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a patir queste pene...!” “Via, fatevi coraggio,” interruppe l’innominato, con una dolcezza che fece strasecolar la vecchia. “V’ho fatto nessun male? V’ho minacciata?” “Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha... un po’allargato il cuore. Dio gliene renderà merito. Compisca l’opera di misericordia: mi liberi, mi liberi.” “Domattina...” “Oh mi liberi ora, subito...” “Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio. Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno.” “No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in chiesa... que’ passi Dio glieli conterà.” “Verrà una donna a portarvi da mangiare,” disse l’innominato; e dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per rassicurare una donnicciola. “E tu,” riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, “falle coraggio che mangi; mettila a dormire in questo letto: e se ti vuole in compagnia, bene; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra. Falle coraggio, ti dico; tienla allegra. E che non abbia a lamentarsi di te!” Così detto, si mosse rapidamente verso l’uscio. Lucia s’alzò e corse per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparito. “Oh povera me! Chiudete, chiudete subito.” E sentito ch’ebbe accostare i battenti e scorrere il paletto, tornò a rannicchiarsi nel suo cantuccio. “Oh povera me!” esclamò di nuovo singhiozzando: “chi pregherò ora? Dove sono? Ditemi voi, ditemi per carità, chi è quel signore... quello che m’ha parlato?” “Chi è, eh? chi è?  Volete ch’io ve lo dica. Aspetta ch’io te lo dica. Perché vi protegge, avete messo su superbia; e volete esser soddisfatta voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. S’io vi contentassi anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole che avete sentite voi.” –
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Mangerò io; e ne resterà più che abbastanza per voi, per quando metterete giudizio, e vorrete ubbidire.” Così detto, si mise a mangiare avidamente. Saziata che fu, s’alzò, andò verso il cantuccio, e, chinandosi sopra Lucia, l’invitò di nuovo a mangiare, per andar poi a letto. “No, no, non voglio nulla,” rispose questa, con voce fiacca e come sonnolenta. Poi, con più risolutezza, riprese: “è serrato l’uscio? è serrato bene?” E dopo aver guardato in giro per la camera, s’alzò, e, con le mani avanti, con passo sospettoso, andava verso quella parte. La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo scosse, e disse: “sentite? vedete? è serrato bene? siete contenta ora?” “Oh contenta! contenta io qui!” disse Lucia, rimettendosi di nuovo nel suo cantuccio. “Ma il Signore lo sa che ci sono!” “Venite a letto: cosa volete far lì, accucciata come un cane? S’è mai visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?” “No, no; lasciatemi stare.” “Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto sulla sponda; starò incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete come avete a fare. Ricordatevi che v’ho pregata più volte.” Così dicendo, si cacciò sotto vestita; e tutto tacque. Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col viso nascosto nelle mani. Non era il suo né sonno né veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a sé stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest’angoscia; alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più somigliante a un sonno vero. Ma tutt’a un tratto si risentì, come a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come, perché. Tese l’orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir così, indietro, come è il venire e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
l’andare dell’onda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero; che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: “o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.” Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri: e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
non finite, in vece d’animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina. – La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare... E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo? – A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo “lui”, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d’esser pregato, s’era potuto risolvere a prender l’impegno di far tanto patire, senz’odio, senza timore, un’infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a sé stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di sé stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Il signore uscì, riprese la sua carabina, mandò Marta a fare anticamera, mandò il primo bravo che incontrò a far la guardia, perché nessun altro che quella donna mettesse piede nella camera; e poi uscì dal castello, e prese la scesa, di corsa. Il manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese dov’era il cardinale; ma dai fatti che siam per raccontare, risulta che non doveva esser più che una lunga passeggiata. Dal solo accorrere de’ valligiani, e anche di gente più lontana, a quel paese, questo non si potrebbe argomentare; giacché nelle memorie di quel tempo troviamo che da venti e più miglia veniva gente in folla, per veder Federigo. I bravi che s’abbattevano sulla salita, si fermavano rispettosamente al passar del signore, aspettando se mai avesse ordini da dar loro, o se volesse prenderli seco, per qualche spedizione; e non sapevan che si pensare della sua aria, e dell’occhiate che dava in risposta a’ loro inchini. Quando  fu  nella  strada  pubblica,  quello  che  faceva  maravigliare  i passeggieri, era di vederlo senza seguito. Del resto, ognuno gli faceva luogo, prendendola larga, quanto sarebbe bastato anche per il seguito, e levandosi rispettosamente il cappello. Arrivato al paese, trovò una gran folla; ma il suo nome passò subito di bocca in bocca; e la folla s’apriva. S’accostò a uno, e gli domandò dove fosse il cardinale. “In casa del curato,” rispose quello, inchinandosi, e gl’indicò dov’era. Il signore andò là, entrò in un cortiletto dove c’eran molti preti, che tutti lo guardarono con un’attenzione maravigliata e sospettosa. Vide dirimpetto un uscio spalancato, che metteva in un salottino, dove molti altri preti eran congregati. Si levò la carabina, e l’appoggiò in un canto del cortile; poi entrò nel salottino: e anche lì, occhiate, bisbigli, un nome ripetuto, e silenzio. Lui, voltatosi a uno di quelli, gli domandò dove fosse il cardinale; e che voleva parlargli. “Io son forestiero,” rispose l’interrogato, e data un’occhiata intorno, chiamò il cappellano crocifero, che in un canto del salottino, stava appunto dicendo sotto voce a un suo compagno: “colui? quel famoso? che ha a far qui colui? alla larga!” Però, a quella chiamata che risonò nel silenzio generale, dovette venire; inchinò l’innominato, stette a sentir quel che voleva, e alzando con una curiosità inquieta gli occhi su quel viso, e riabbassandoli subito, rimase lì un poco, poi disse o balbettò: “non saprei se monsignore illustrissimo... in questo momento... si trovi... sia... possa... Basta, vado a vedere”. E andò a malincorpo a far l’imbasciata nella stanza vicina, dove si trovava il cardinale. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Rimprovero!” esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. “Certo, m’è un rimprovero,” riprese questo, “ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.” “Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?” “E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi, de’ miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi.” L’innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, né era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava in silenzio. “E che?” riprese, ancor più affettuosamente, Federigo: “voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?” “Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio.” “Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,” rispose pacatamente il cardinale. “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?” “Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?” “Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?” Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: “cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
chiesa, si levò il cappello, e chinò quella fronte tanto temuta, fin sulla criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio la benedica! Don Abbondio si levò anche lui il cappello, si chinò, si raccomandò al cielo; ma sentendo il concerto solenne de’ suoi confratelli che cantavano a distesa, provò un’invidia, una mesta tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime. Fuori poi dell’abitato, nell’aperta campagna, negli andirivieni talvolta affatto deserti della strada, un velo più nero si stese sui suoi pensieri. Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia lo sguardo, che il lettighiero, il quale, essendo al servizio del cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene,  e  insieme  non  aveva  aria  d’imbelle.  Ogni  tanto,  comparivano viandanti, anche a comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; ed era un ristoro per don Abbondio; ma passeggiero, ma s’andava verso quella valle tremenda, dove non s’incontrerebbe che sudditi dell’amico: e che sudditi! Con l’amico avrebbe desiderato ora più che mai d’entrare in discorso, tanto per tastarlo sempre più, come per tenerlo in buona; ma vedendolo così soprappensiero, gliene passava la voglia. Dovette dunque parlar con sé stesso; ed ecco una parte di ciò che il pover’uomo si disse in quel tragitto: ché, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un libro. – È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e non si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian  tirare  in  ballo,  se  potessero,  tutto  il  genere  umano;  e  che  i  più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’esser lasciato vivere! Quel matto birbone di don Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l’uomo il più felice di questo mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovine, lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare; e bisogna che vada accattando guai per sé e per gli altri. Potrebbe far l’arte di Michelaccio; no signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine: il più pazzo, il più ladro, il più arrabbiato mestiere di questo mondo; potrebbe andar in paradiso in carrozza, e vuol andare a casa del diavolo a piè zoppo. E costui!... – E qui lo guardava, come se avesse sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri, – costui, dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra con la conversione... se sarà vero. Intanto tocca a me a farne l’esperienza!... È finita: quando son nati con quella smania in corpo, bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Lucia s’era risentita da poco tempo; e di quel tempo una parte aveva penato a svegliarsi affatto, a separar le torbide visioni del sonno dalle memorie e dall’immagini di quella realtà troppo somigliante a una funesta visione d’infermo. La vecchia le si era subito avvicinata, e, con quella voce forzatamente umile, le aveva detto: “ah! avete dormito? Avreste potuto dormire in letto: ve l’ho pur detto tante volte ier sera”. E non ricevendo risposta, aveva continuato, sempre con un tono di supplicazione stizzosa: “mangiate una volta: abbiate giudizio. Uh come siete brutta! Avete bisogno di mangiare. E poi se, quando torna, la piglia con me?” “No, no; voglio andar via, voglio andar da mia madre. Il padrone me l’ha promesso, ha detto: domattina. Dov’è il padrone?” “È uscito; m’ha detto che tornerà presto, e che farà tutto quel che volete.” “Ha detto così? ha detto così? Ebbene; io voglio andar da mia madre; subito, subito.” Ed ecco si sente un calpestìo nella stanza vicina; poi un picchio all’uscio. La vecchia accorre, domanda: “chi è?” “Apri,” risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il paletto; l’innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po’ di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l’uscio, si ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del castellaccio; come aveva già mandata via anche l’altra donna che stava fuori, di guardia. Tutto questo movimento, quel punto d’aspetto, il primo apparire di persone nuove, cagionarono un soprassalto d’agitazione a Lucia, alla quale, se lo stato presente era intollerabile, ogni cambiamento però era motivo di sospetto e di nuovo spavento. Guardò, vide un prete, una donna; si rincorò alquanto: guarda più attenta: è lui, o non è lui? Riconosce don Abbondio, e rimane con gli occhi fissi, come incantata. La donna, andatale vicino, si chinò sopra di lei, e, guardandola pietosamente, prendendole le mani, come per accarezzarla e alzarla a un tempo, le disse: “oh poverina! venite, venite con noi”. “Chi siete?” le domandò Lucia; ma, senza aspettar la risposta, si voltò ancora a don Abbondio, che s’era trattenuto discosto due passi, con un viso, anche lui, tutto compassionevole; lo fissò di nuovo, e esclamò: “lei! è lei? il signor curato? Dove siamo?... Oh povera me! son fuori di sentimento!”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!” “Che dite mai, la mia povera giovine? E m’ha detto il signor curato, che vi facessi coraggio, e cercassi di sollevarvi subito, e farvi intendere come il Signore v’ha salvata miracolosamente...” “Ah sì! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna.” “Dunque, che stiate di buon animo, e perdonare a chi v’ha fatto del male, e esser contenta che Dio gli abbia usata misericordia, anzi pregare per lui; ché, oltre all’acquistarne merito, vi sentirete anche allargare il cuore.” Lucia rispose con uno sguardo che diceva di sì, tanto chiaro come avrebbero potuto far le parole, e con una dolcezza che le parole non avrebbero saputa esprimere. “Brava giovine!” riprese la donna: “e trovandosi al nostro paese anche il vostro curato (che ce n’è tanti tanti, di tutto il contorno, da mettere insieme quattro ufizi generali), ha pensato il signor cardinale di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito dire ch’era un uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa.” “E questo...” domandò Lucia, “questo che è diventato buono... chi è?” “Come! non lo sapete?” disse la buona donna, e lo nominò. “Oh misericordia!” esclamò Lucia. Quel nome, quante volte l’aveva sentito ripetere con orrore in più d’una storia, in cui figurava sempre come in altre storie quello dell’orco! E ora, al pensiero d’essere stata nel suo terribil potere, e d’essere sotto la sua guardia pietosa; al pensiero d’una così orrenda sciagura, e d’una così improvvisa redenzione; a considerare di chi era quel viso che aveva veduto burbero, poi commosso, poi umiliato, rimaneva come estatica, dicendo solo, ogni poco: “oh misericordia!” “È una gran misericordia davvero!” diceva la buona donna: “dev’essere un gran sollievo per mezzo mondo. A pensare quanta gente teneva sottosopra; e ora, come m’ha detto il nostro curato... e poi, solo a guardarlo in viso, è diventato un santo! E poi si vedon subito le opere.” Dire che questa buona donna non provasse molta curiosità di conoscere un po’ più distintamente la grand’avventura nella quale si trovava a fare una parte, non sarebbe la verità. Ma bisogna dire a sua gloria che, compresa d’una pietà rispettosa per Lucia, sentendo in certo modo la gravità e la dignità dell’incarico che le era stato affidato, non pensò neppure a farle una domanda indiscreta, né oziosa: tutte le sue parole, in quel tragitto, furono di conforto e di premura per la povera giovine. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 68 Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo ventiquattresimo “Dio sa quant’è che non avete mangiato!” “Non me ne ricordo più... Da un pezzo.” “Poverina! Avrete bisogno di ristorarvi.” “Sì,” rispose Lucia con voce fioca. “A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qualcosa. Fatevi coraggio, che ormai c’è poco.” Lucia si lasciava poi cader languida sul fondo della lettiga, come assopita; e allora la buona donna la lasciava in riposo. Per don Abbondio questo ritorno non era certo così angoscioso come l’andata di poco prima; ma non fu neppur esso un viaggio di piacere. Al cessar di quella pauraccia, s’era da principio sentito tutto scarico, ma ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent’altri dispiaceri; come, quand’è stato sbarbato un grand’albero, il terreno rimane sgombro per qualche tempo, ma poi si copre tutto d’erbacce. Era diventato più sensibile a tutto il resto: e tanto nel presente, quanto ne’ pensieri dell’avvenire, non gli mancava pur troppo materia di tormentarsi. Sentiva ora, molto più che nell’andare, l’incomodo di quel modo di viaggiare, al quale non era molto avvezzo; e specialmente sul principio, nella scesa dal castello al fondo della valle. Il lettighiero, stimolato da’ cenni dell’innominato, faceva andar di buon passo le sue bestie; le due cavalcature andavan dietro dietro, con lo stesso passo; onde seguiva che, a certi luoghi più ripidi, il povero don Abbondio, come se fosse messo a leva per di dietro, tracollava sul davanti, e, per reggersi, doveva appuntellarsi con la mano all’arcione; e non osava però pregare che s’andasse più adagio, e dall’altra parte avrebbe voluto esser fuori di quel paese più presto che fosse possibile. Oltre di ciò, dove la strada era sur un rialto, sur un ciglione, la mula, secondo l’uso de’ pari suoi, pareva che facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori, e a metter proprio le zampe sull’orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sé, quasi a perpendicolo, un salto, o come pensava lui, un precipizio. – Anche tu, – diceva tra sé alla bestia, – hai quel maledetto gusto d’andare a cercare i pericoli, quando c’è tanto sentiero! – E tirava la briglia dall’altra parte; ma inutilmente. Sicché, al solito, rodendosi di stizza e di paura, si lasciava condurre a piacere altrui. I bravi non gli facevan più tanto spavento, ora che sapeva più di certo come la pensava il padrone. – Ma, – rifletteva però, – se la notizia di questa gran conversione si sparge qua dentro, intanto che ci siamo ancora, chi sa come l’intenderanno costoro! Chi sa cosa nasce! Che s’andassero a immaginare che sia venuto io a fare il missio-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
le aveva anch’essa una parte che non si curava di far sapere, specialmente a un tal personaggio. Trovò però il verso d’accomodarla con un piccolo stralcio: raccontò del matrimonio concertato, del rifiuto di don Abbondio, non lasciò fuori il pretesto de’ superiori che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!); e saltò all’attentato di don Rodrigo, e come, essendo stati avvertiti, avevano potuto scappare. “Ma sì,” soggiunse e concluse: “scappare per inciamparci di nuovo. Se in vece il signor curato ci avesse detto sinceramente la cosa, e avesse subito maritati i miei poveri giovani, noi ce n’andavamo via subito, tutti insieme, di nascosto, lontano, in luogo che né anche l’aria non l’avrebbe saputo. Così s’è perduto tempo; ed è nato quel che è nato.” “Il signor curato mi renderà conto di questo fatto,” disse il cardinale. “No, signore, no, signore,” disse subito Agnese: “non ho parlato per questo: non lo gridi, perché già quel che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso.” Ma  Lucia,  non  contenta  di  quella  maniera  di  raccontar  la  storia, soggiunse: “anche noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la volontà del Signore che la cosa dovesse riuscire”. “Che male avete potuto far voi, povera giovine?” disse Federigo. Lucia, malgrado gli occhiacci che la madre cercava di farle alla sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto in casa di don Abbondio; e concluse dicendo: “abbiam fatto male; e Dio ci ha gastigati”. “Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sofferti, e state di buon animo,” disse Federigo: “perché, chi avrà ragione di rallegrarsi e di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar sé medesimo?” Domandò allora dove fosse il promesso sposo, e sentendo da Agnese (Lucia stava zitta, con la testa e gli occhi bassi) ch’era scappato dal suo paese, ne provò e ne mostrò maraviglia e dispiacere; e volle sapere il perché. Agnese raccontò alla meglio tutto quel poco che sapeva della storia di Renzo. “Ho sentito parlare di questo giovine,” disse il cardinale: “ma come mai uno che si trovò involto in affari di quella sorte, poteva essere in trattato di matrimonio con una ragazza così?” “Era un giovine dabbene,” disse Lucia, facendo il viso rosso, ma con voce sicura. “Era un giovine quieto, fin troppo,” soggiunse Agnese: “e questo lo può domandare a chi si sia, anche al signor curato. Chi sa che imbroglio
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tutti, e nessuno parli, se non è interrogato. Figliuoli! la strada per la quale siamo andati finora, conduce nel fondo dell’inferno. Non è un rimprovero ch’io voglia farvi, io che sono avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v’ho da dire. Dio misericordioso m’ha chiamato a mutar vita; e io la muterò, l’ho già mutata: così faccia con tutti voi. Sappiate dunque, e tenete per fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che avete da me; voi m’intendete; anzi vi comando di non far nulla di ciò che v’era comandato. E tenete per fermo ugualmente, che nessuno, da qui avanti potrà far del male con la mia protezione, al mio servizio. Chi vuol restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e mi troverei contento alla fine di quel giorno, in cui non avessi mangiato per satollar l’ultimo di voi, con l’ultimo pane che mi rimanesse in casa. Chi non vuole, gli sarà dato quello che gli è dovuto di salario, e un regalo di più: potrà andarsene; ma non metta più piede qui: quando non fosse per mutar vita; che per questo sarà sempre ricevuto a braccia aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamerò, a uno a uno, a darmi la risposta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora, ritiratevi, ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi mandi il buon pensiero.” Qui finì, e tutto rimase in silenzio. Per quanto vari e tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que’ cervellacci, non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce del loro signore come la manifestazione d’una volontà con la quale non c’era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro passò neppur per la mente che, per esser lui convertito, si potesse prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr’uomo. Vedevano in lui un santo, ma un di que’ santi che si dipingono con la testa alta, e con la spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui (principalmente quelli ch’eran nati sul suo, ed erano una gran parte) un’affezione come d’uomini ligi; avevan poi tutti una benevolenza d’ammirazione; e alla sua presenza sentivano una specie di quella, dirò pur così, verecondia, che anche gli animi più zotici e più petulanti provano davanti a una superiorità che hanno già riconosciuta. Le cose poi che allora avevan sentite da quella bocca, erano bensì odiose a’ loro orecchi, ma non false né affatto estranee ai loro intelletti: se mille volte se n’eran fatti beffe, non era già perché non le credessero, ma per prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, a
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
teste, un pezzo della croce portata dal cappellano che cavalcava una mula. La gente che andava con don Abbondio, s’affrettò alla rinfusa, a raggiunger quell’altra: e lui, dopo aver detto, tre e quattro volte: “adagio; in fila; cosa fate?” si  voltò  indispettito;  e  seguitando  a  borbottare:  “è  una  babilonia,  è  una babilonia”, entrò in chiesa, intanto ch’era vota; e stette lì ad aspettare. Il cardinale veniva avanti, dando benedizioni con la mano, e ricevendone dalle bocche della gente, che quelli del seguito avevano un bel da fare a tenere un po’ indietro. Per esser del paese di Lucia, avrebbe voluto quella gente fare all’arcivescovo dimostrazioni straordinarie; ma la cosa non era facile, perché era uso che, per tutto dove arrivava, tutti facevano più che potevano. Già sul principio stesso del suo pontificato, nel primo solenne ingresso in duomo, la calca e l’impeto della gente addosso a lui era stato tale, da far temere della sua vita; e alcuni gentiluomini che gli eran più vicini, avevano sfoderate le spade, per atterrire e respinger la folla. Tanto c’era in que’ costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle, si dovesse andar vicino all’ammazzare.  E  quella  difesa  non  sarebbe  forse  bastata,  se  il  maestro  e  il sottomaestro delle cerimonie, un Clerici e un Picozzi, giovani preti che stavan bene di corpo e d’animo, non l’avessero alzato sulle braccia, e portato di peso,  dalla  porta  fino  all’altar  maggiore.  D’allora  in  poi,  in  tante  visite episcopali ch’ebbe a fare, il primo entrar nella chiesa si può senza scherzo contarlo tra le sue pastorali fatiche, e qualche volta, tra i pericoli passati da lui. Entrò anche in questa come poté; andò all’altare e, dopo essere stato alquanto in orazione, fece, secondo il suo solito, un piccol discorso al popolo, sul suo amore per loro, sul suo desiderio della loro salvezza, e come dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo. Ritiratosi poi nella casa del parroco, tra gli altri discorsi, gli domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch’era un giovine un po’ vivo, un po’ testardo, un po’ collerico. Ma, a più particolari e precise domande, dovette rispondere ch’era un galantuomo, e che anche lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle diavolerie che avevan detto. “In quanto alla giovine,” riprese il cardinale, “pare anche a voi che possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?” “Per ora,” rispose don Abbondio, “può venire e stare, come vuole: dico, per ora; ma,” soggiunse poi con un sospiro, “bisognerebbe che vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro”. Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore. Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perché, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Terminate le funzioni, don Abbondio, ch’era corso a vedere se Perpetua aveva ben disposto ogni cosa per il desinare, fu chiamato dal cardinale. Andò subito dal grand’ospite, il quale, lasciatolo venir vicino, “signor curato,” cominciò; e quelle parole furon dette in maniera, da dover capire, ch’erano il principio d’un discorso lungo e serio: “signor curato; perché non avete voi unita in matrimonio quella povera Lucia col suo promesso sposo?” – Hanno votato il sacco stamattina coloro, – pensò don Abbondio; e rispose borbottando: “monsignore illustrissimo avrà ben sentito parlare degli scompigli che son nati in quell’affare: è stata una confusione tale, da non poter, neppure al giorno d’oggi, vederci chiaro: come anche vossignoria illustrissima può argomentare da questo, che la giovine è qui, dopo tanti accidenti, come per miracolo; e il giovine, dopo altri accidenti, non si sa dove sia.” “Domando,” riprese il cardinale, “se è vero che, prima di tutti codesti casi, abbiate rifiutato di celebrare il matrimonio, quando n’eravate richiesto, nel giorno fissato; e il perché.” “Veramente... se vossignoria illustrissima sapesse... che intimazioni... che comandi terribili ho avuti di non parlare...” E restò lì, senza concludere, in un cert’atto, da far rispettosamente intendere che sarebbe indiscrezione il voler saperne di più. “Ma!” disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto: “è il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione, vuol saper da voi il perché non abbiate fatto ciò che, nella via regolare, era obbligo vostro di fare.” “Monsignore,” disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, “non ho già voluto dire... Ma m’è parso che, essendo cose intralciate, cose vecchie e  senza  rimedio,  fosse  inutile  di  rimestare...  Però,  però,  dico...  so  che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo povero parroco. Perché vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima non può esser per tutto; e io resto qui esposto... Però, quando Lei me lo comanda, dirò, dirò tutto.” “Dite: io non vorrei altro che trovarvi senza colpa.” Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia; ma tacque il nome principale, e vi sostituì: un gran signore; dando così alla prudenza tutto quel poco che si poteva, in una tale stretta. “E non avete avuto altro motivo?” domandò il cardinale, quando don Abbondio ebbe finito.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“E non sapete voi che il soffrire per la giunstizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo.” – Anche questi santi son curiosi, – pensava intanto don Abbondio: – in sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due giovani, che la vita d’un povero sacerdote. – E, in quant’a lui, si sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse lì; ma vedeva il cardinale, a ogni pausa, restare in atto di chi aspetti una risposta: una confessione, o un’apologia, qualcosa in somma. “Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può dare.” “E perché dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v’impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come, vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero, comunque vi ci siate messo, v’è necessario il coraggio, per adempir le vostre obbligazioni, c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio? che non facessero naturalmente nessun conto della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina a finire, tante donzelle, tante spose, tante madri? Tutti hanno avuto coraggio; perché il coraggio era necessario, ed essi confidavano. Conoscendo la vostra debolezza e i vostri doveri, avete voi pensato a prepararvi ai passi difficili a cui potevate trovarvi, a cui vi siete trovato in effetto? Ah! se per tant’anni d’ufizio pastorale, avete (e come non avreste?) amato il vostro gregge, se avete riposto in esso il vostro cuore, le vostre cure, le vostre delizie, il coraggio non doveva mancarvi al bisogno: l’amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli che sono affidati alle vostre cure spirituali, quelli che voi chiamate figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi, ah certo! come la debolezza della carne v’ha fatto tremar per voi, così la carità v’avrà fatto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primo timore, perché era un effetto della vostra miseria; avrete implorato la forza per vincerlo, per discacciarlo, perché era una tentazione: ma il timor santo e nobile per gli altri, per i vostri
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
figliuoli, quello l’avrete ascoltato, quello non v’avrà dato pace, quello v’avrà eccitato, costretto, a pensare, a fare ciò che si potesse, per riparare al pericolo che lor sovrastava... Cosa v’ha ispirato il timore, l’amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato?” E tacque in atto di chi aspetta.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, né altro da temere che le critiche de’ nostri lettori; anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica, tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di sacrifizio illimitato di sé. Ma pensando che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio. “Voi non rispondete?” riprese il cardinale. “Ah, se aveste fatto, dalla parte vostra, ciò che la carità, ciò che il dovere richiedeva; in qualunque maniera poi le cose fossero andate, non vi mancherebbe ora una risposta. Vedete dunque voi stesso cosa avete fatto. Avete ubbidito all’iniquità, non curando ciò che il dovere vi prescriveva. L’avete ubbidita puntualmente: s’era fatta vedere a voi, per intimarvi il suo desiderio; ma voleva rimanere occulta a chi avrebbe potuto ripararsi da essa, e mettersi in guardia; non voleva che si facesse rumore, voleva il segreto, per maturare a suo bell’agio i suoi disegni d’insidie o di forza; vi comandò la trasgressione e il silenzio: voi avete trasgredito, e non parlavate. Domando ora a voi se non avete fatto di più; voi mi direte se è vero che abbiate mendicati de’ pretesti al vostro rifiuto, per non rivelarne il motivo.” E stette lì alquanto, aspettando di nuovo una risposta. – Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone, – pensava don Abbondio; ma non dava segno d’aver nulla da dire; onde il cardinale riprese: “se è vero, che abbiate detto a que’ poverini ciò che non era, per tenerli nell’ignoranza, nell’oscurità, in cui l’iniquità li voleva... Dunque lo devo credere; dunque non mi resta che d’arrossirne con voi, e di sperare che voi ne piangerete con me. Vedete a che v’ha condotto (Dio buono! e pur ora voi la adducevate per iscusa) quella premura per la vita che deve finire. V’ha condotto... ribattete liberamente queste parole, se vi paiono ingiuste, prendetele in umiliazione salutare, se non lo sono... v’ha condotto a ingannare i deboli, a mentire ai vostri figliuoli.” – Ecco come vanno le cose, – diceva ancora tra sé don Abbondio: – a quel satanasso, – e pensava all’innominato, – le braccia al collo; e con me, per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione. È il mio pianeta, che tutti m’abbiano a dare addosso; anche i santi. – E ad alta voce, disse: “ho mancato; capisco che ho mancato; ma cosa dovevo fare, in un frangente di quella sorte?” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“E ancor lo domandate? E non ve l’ho detto? E dovevo dirvelo? Amare, figliuolo; amare e pregare. Allora avreste sentito che l’iniquità può aver bensì delle minacce da fare, de’ colpi da dare, ma non de’ comandi; avreste unito, secondo la legge di Dio, ciò che l’uomo voleva separare; avreste prestato a quegl’innocenti infelici il ministero che avevan ragione di richieder da voi: delle conseguenze sarebbe restato mallevadore Iddio, perché si sarebbe andati per la sua strada: avendone presa un’altra, ne restate mallevadore voi; e di quali conseguenze! Ma forse che tutti i ripari umani vi mancavano? forse che non era aperta alcuna via di scampo, quand’aveste voluto guardarvi d’intorno, pensarci, cercare? Ora voi potete sapere che que’ vostri poverini, quando fossero stati maritati, avrebbero pensato da sé al loro scampo, eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s’eran già disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, non vi venne in mente che alla fine avevate un superiore? Il quale, come mai avrebbe quest’autorità di riprendervi d’aver mancato al vostro ufizio, se non avesse anche l’obbligo d’aiutarvi ad adempirlo? Perché non avete pensato a informare il vostro vescovo dell’impedimento che un’infame violenza metteva all’esercizio del vostro ministero?” – I pareri di Perpetua! – pensava stizzosamente don Abbondio, a cui, in mezzo a que’ discorsi, ciò che stava più vivamente davanti, era l’immagine di que’ bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e sano, e, un giorno o l’altro, tornerebbe glorioso e trionfante, e arrabbiato. E benché quella dignità presente, quell’aspetto e quel linguaggio, lo facessero star confuso, e gl’incutessero un certo timore, era però un timore che non lo soggiogava affatto, né impediva al pensiero di ricalcitrare: perché c’era in quel pensiero, che, alla fin delle fini, il cardinale non adoprava né schioppo, né spada, né bravi. “Come non avete pensato,” proseguiva questo, “che, se a quegl’innocenti insidiati non fosse stato aperto altro rifugio, c’ero io, per accoglierli, per metterli in salvo quando voi me gli aveste indirizzati, indirizzati dei derelitti a un vescovo, come cosa sua, come parte preziosa, non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze? E in quanto a voi, io, sarei divenuto inquieto per voi; io, avrei dovuto non dormire, fin che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto un capello. Ch’io non avessi come, dove, mettere in sicuro la vostra vita? Ma quell’uomo che fu tanto ardito, credete voi che non gli si sarebbe scemato punto l’ardire, quando avesse saputo che le sue trame eran note fuor di qui, note a me, ch’io vegliavo, ed ero risoluto d’usare in vostra difesa tutti i mezzi che fossero in mia mano? Non sapevate che, se l’uomo promette
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
troppo spesso più che non sia per mantenere, minaccia anche non di rado, più che non s’attenti poi di commettere? Non sapevate che l’iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e sullo spavento altrui?” – Proprio le ragioni di Perpetua, – pensò anche qui don Abbondio, senza riflettere che quel trovarsi d’accordo la sua serva e Federigo Borromeo su ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto contro di lui. “Ma voi,” proseguì e concluse il cardinale, “non avete visto, non avete voluto veder altro che il vostro pericolo temporale; qual maraviglia che vi sia parso tale, da trascurar per esso ogni altra cosa?” “Gli è perché le ho viste io quelle facce,” scappò detto a don Abbondio; “le ho sentite io quelle parole. Vossignoria illustrissima parla bene; ma bisognerebbe esser ne’ panni d’un povero prete, e essersi trovato al punto.” Appena ebbe proferite queste parole, si morse la lingua; s’accorse d’essersi lasciato troppo vincere dalla stizza, e disse tra sé: – ora vien la grandine – . Ma alzando dubbiosamente lo sguardo, fu tutto maravigliato, nel veder l’aspetto di quell’uomo, che non gli riusciva mai d’indovinare né di capire, nel vederlo, dico, passare, da quella gravità autorevole e correttrice, a una gravità compunta e pensierosa. “Pur troppo!” disse Federigo, “tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s’io dovessi prender la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo dare agli altri l’esempio, non rendermi simile al dottor della legge, che carica gli altri di pesi che non posson portare, e che lui non toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e fratello; poiché gli errori di quelli che presiedono, sono spesso più noti agli altri che a loro; se voi sapete ch’io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinché, dov’è mancato l’esempio, supplisca almeno la confessione. Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le parole acquisteranno più valore nella mia bocca, perché sentirete più vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza necessaria per far ciò che prescrivono.” – Oh che sant’uomo! ma che tormento! – pensava don Abbondio: –
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
anche sopra di sé: purché frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra di sé. – Disse poi ad alta voce: “oh monsignore! che mi fa celia? Chi non conosce il petto forte, lo zelo imperterrito di vossignoria illustrissima?” E tra sé soggiunse: – anche troppo –. “Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare,” disse Federigo, “perché Dio conosce i miei mancamenti, e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi. Ma avrei voluto, vorrei che ci confondessimo insieme davanti a Lui, per confidare insieme. Vorrei, per amor vostro, che intendeste quanto la vostra condotta sia stata opposta, quanto sia opposto il vostro linguaggio alla legge che pur predicate, e secondo la quale sarete giudicato.” “Tutto casca addosso a me,” disse don Abbondio: “ma queste persone che son venute a rapportare, non le hanno poi detto d’essersi introdotte in casa mia, a tradimento, per sorprendermi, e per fare un matrimonio contro le regole.” “Me l’hanno detto, figliuolo: ma questo m’accora, questo m’atterra, che voi desideriate ancora di scusarvi; che pensiate di scusarvi, accusando; che prendiate materia d’accusa da ciò che dovrebb’esser parte della vostra confessione. Chi gli ha messi, non dico nella necessità, ma nella tentazione di far ciò che hanno fatto? Avrebbero essi cercata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti nelle sue braccia, aiutati, consigliati da lui? a sorprenderlo, se non si fosse nascosto? E a questi voi date carico? e vi sdegnate perché, dopo tante sventure, che dico? nel mezzo della sventura, abbian detto una parola di sfogo al loro, al vostro pastore? Che il ricorso dell’oppresso, la querela dell’afflitto siano odiosi al mondo, il mondo è tale; ma noi! E che pro sarebbe stato per voi, se avessero taciuto? Vi tornava conto che la loro causa andasse intera al giudizio di Dio? Non è per voi una nuova ragione d’amar queste persone (e già tante ragioni n’avete), che v’abbian dato occasione di sentir la voce sincera del vostro vescovo, che v’abbian dato un mezzo di conoscer meglio, e di scontare in parte il gran debito che avete con loro? Ah! se v’avessero provocato, offeso, tormentato, vi direi (e dovrei io dirvelo?) d’amarli, appunto per questo. Amateli perché hanno patito, perché patiscono, perché son vostri, perché son deboli, perché avete bisogno d’un perdono, a ottenervi il quale, pensate di qual forza possa essere la loro preghiera.” Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente: stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le parole
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d’una dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata. Il male degli altri, dalla considerazion del quale l’aveva sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora un’impressione nuova. E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (ché quella stessa paura era sempre lì a far l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sé, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia. Si sarebbe apertamente accusato, avrebbe pianto, se non fosse stato il pensiero di don Rodrigo; ma tuttavia si mostrava abbastanza commosso, perché il cardinale dovesse accorgersi che le sue parole non erano state senza effetto. “Ora,” proseguì questo, “uno fuggitivo da casa sua, l’altra in procinto d’abbandonarla, tutt’e due con troppo forti motivi di starne lontani, senza probabilità di riunirsi mai qui, e contenti di sperare che Dio li riunisca altrove; ora, pur troppo, non hanno bisogno di voi; pur troppo, voi non avete occasione di far loro del bene; né il corto nostro prevedere può scoprirne alcuna nell’avvenire. Ma chi sa se Dio misericordioso non ve ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire! cercatele, state alle velette, pregatelo che le faccia nascere.” “Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero,” rispose don Abbondio, con una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore. “Ah sì, figliuolo, sì!” esclamò Federigo; e con una dignità piena d’affetto, concluse: “lo sa il cielo se avrei desiderato di tener con voi tutt’altri discorsi. Tutt’e due abbiamo già vissuto molto: lo sa il cielo se m’è stato duro di dover contristar con rimproveri codesta vostra canizie, e quanto sarei stato più contento di consolarci insieme delle nostre cure comuni, de’ nostri guai, parlando della beata speranza, alla quale siamo arrivati così vicino. Piaccia a Dio che le parole le quali ho pur dovuto usar con voi, servano a voi e a me. Non fate che m’abbia a chieder conto, in quel giorno, d’avervi mantenuto in un ufizio, al quale avete così infelicemente mancato. Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare; teniamo accese le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vòti, perché Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
attraversato dal partito della regina madre, Maria de’ Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan moversi, e nemmeno dichiararsi, se prima un esercito francese non fosse calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano, con la corte di Madrid e col governatore di Milano, stavano sulle proteste, sulle proposte, sull’esortazioni, placide o minacciose, secondo i momenti. Il papa raccomandava il Nevers agli amici, intercedeva in suo favore presso gli avversari, faceva progetti d’accomodamento; di metter gente in campo non ne voleva saper nulla. Così i due alleati alle offese poterono, tanto più sicuramente, cominciar l’impresa concertata. Il duca di Savoia era entrato, dalla sua parte, nel Monferrato; don Gonzalo aveva messo, con gran voglia, l’assedio a Casale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che s’era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La corte non l’aiutava a seconda de’ suoi desidèri, anzi gli lasciava mancare i mezzi più necessari; l’alleato l’aiutava troppo: voglio dire che, dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella assegnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si possa dire; ma temendo, se faceva appena un po’ di rumore, che quel Carlo Emanuele, così attivo ne’ maneggi e mobile ne’ trattati, come prode nell’armi, si voltasse alla Francia, doveva chiudere un occhio, mandarla giù, e stare zitto. L’assedio poi andava male, in lungo, ogni tanto all’indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto degli assediati, e per aver lui poca gente, e, al dire di qualche storico, per i molti spropositi che faceva. Su questo noi lasciamo la verità a suo luogo, disposti anche, quando la cosa fosse realmente così, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quell’impresa sia restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno, e, ceteris paribus, anche soltanto un po’ meno danneggiati i tegoli di Casale. In questi frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci accorse in persona. Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche menzione della fuga ribelle e clamorosa di Renzo, de’ fatti veri e supposti ch’erano stati cagione del suo arresto; e gli si seppe anche dire che questo tale s’era rifugiato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza fermò l’attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt’altra parte, che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l’assedio da Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran pensiero: tanto più che, subito dopo quell’avvenimento, era arriva-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
zione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto. Ora,  il  caso  de’  nostri  due  corrispondenti  era  appunto  quello  che abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto più conciso, ma anche più arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio delle sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il suo turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e intero: avviso segreto, cambiamento di  nome,  esser  sicuro,  ma  dovere  star  nascosto;  cose  per  sé  non  troppo famigliari a’ loro intelletti, e nella lettera dette anche un po’ in cifra. C’era poi delle domande affannose, appassionate, su’ casi di Lucia, con de’ cenni oscuri e dolenti, intorno alle voci che n’erano arrivate fino a Renzo. C’erano finalmente speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell’avvenire, e intanto promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder la pazienza né il coraggio, d’aspettar migliori circostanze. Dopo un po’ di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire nelle mani di Renzo una risposta, co’ cinquanta scudi assegnatigli da Lucia. Al veder tant’oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e con l’animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi interpretar la lettera, e aver la chiave d’un così strano mistero. Nella lettera, il segretario d’Agnese, dopo qualche lamento sulla poca chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e qui rendeva ragione de’ cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto, ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole più dirette e aperte, il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci più. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete: tremava, inorridiva, s’infuriava, di quel che aveva capito, e di quel che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il terribile scritto, ora parendogli d’intender meglio, ora divenendogli buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e rispondesse. Dopo l’espressioni più forti che si possano immaginare di pietà e di terrore per i casi di Lucia, “scrivete,” proseguiva dettando, “che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito, per la dote della giovine; che già la giovine dev’esser mia; che io non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna c’entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far dispetto e per mancar di parola, non l’ho sentito mai; e che codesto non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui; e che, se ora sono un po’ imbrogliato, l’è una burrasca che passerà presto”; e cose simili. Agnese ricevé poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio continuò, nella maniera che abbiam detto. Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo, farle sapere che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sentì un gran sollievo, e non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla. Dal canto suo, faceva cento volte al giorno una risoluzione simile riguardo a lui; e adoprava anche ogni mezzo, per mandarla ad effetto. Stava assidua al lavoro, cercava d’occuparsi tutta in quello: quando l’immagine di Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare orazioni a mente. Ma quell’immagine, proprio come se avesse avuto malizia, non veniva per lo più, così alla scoperta; s’introduceva di soppiatto dietro all’altre, in modo che la mente non s’accorgesse d’averla ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c’era. Il pensiero di Lucia stava spesso con la madre: come non ci sarebbe stato? e il Renzo ideale veniva pian piano a mettersi in terzo, come il reale aveva fatto tante volte. Così con tutte le persone, in tutti i luoghi, in tutte le memorie del passato, colui si veniva a ficcare. E se la poverina si lasciava andar qualche volta a fantasticar sul suo avvenire, anche lì compariva colui, per dire, se non altro: io a buon conto non ci sarò. Però, se il non pensare a lui era impresa disperata, a pensarci meno, e meno intensamente che il cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo ventisettesimo Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime l’avrebbero, tocca e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava avanti, senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme d’un nemico, ma non il ferro d’un chirurgo. Fatto però bene il suo dovere per quella volta, dalle stoccate e da’ rabbuffi veniva all’esortazioni, ai consigli, conditi anche di qualche lode, per temperar così l’agro col dolce, e ottener meglio l’effetto, operando sull’animo in tutti i versi. Certo, di quelle baruffe (che avevan sempre a un di presso lo stesso principio, mezzo e fine), non rimaneva alla buona Lucia propriamente astio contro l’acerba predicatrice, la quale poi nel resto la trattava con gran dolcezza; e anche in questo, si vedeva una buona intenzione. Le rimaneva bensì un ribollimento, una sollevazione di pensieri e d’affetti tale, che ci voleva molto tempo e molta fatica per tornare a quella qualunque calma di prima. Buon per lei, che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d’esser raddirizzati e guidati; oltre tutte l’altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s’offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que’ luoghi un’attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l’adito a’ suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d’ogni affare. Non parlo de’ contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d’altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza. Dove il suo zelo poteva esercitarsi liberamente, era in casa: lì ogni persona era soggetta, in tutto e per tutto, alla sua autorità, fuorché don Ferrante, col quale le cose andavano in un modo affatto particolare. Uomo di studio, non gli piaceva né di comandare né d’ubbidire. Che, in tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla buon’ora; ma
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
La milizia, a que’ tempi, era ancor composta in gran parte di soldati di ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto, e per vendersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano gli uomini attirati a quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da tutti gli allettamenti della licenza. Disciplina stabile e generale non ce n’era; né avrebbe potuto accordarsi così facilmente con l’autorità in parte indipendente de’ vari condottieri. Questi poi in particolare, né erano molto raffinatori in fatto di disciplina, né, anche volendo, si vede come avrebbero potuto riuscire a stabilirla e a mantenerla; ché soldati di quella razza, o si sarebbero rivoltati contro un condottiere novatore che si fosse messo in testa d’abolire il saccheggio; o per lo meno, l’avrebbero lasciato solo a guardar le bandiere. Oltre di ciò, siccome i principi, nel prendere, per dir così, ad affitto quelle bande, guardavan più ad aver gente in quantità, per assicurar l’imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di pagare, per il solito molto scarsa; così le paghe venivano per lo più tarde, a conto, a spizzico; e le spoglie de’ paesi a cui la toccava, ne divenivano come un supplimento tacitamente convenuto. È celebre, poco meno del nome di Wallenstein, quella sua sentenza: esser più facile mantenere un esercito di cento mila uomini, che uno di dodici mila. E questo di cui parliamo era in gran parte composto della gente che, sotto il suo comando, aveva desolata la Germania, in quella guerra celebre tra le guerre, e per sé e per i suoi effetti, che ricevette poi il nome da’ trent’anni della sua durata: e allora ne correva l’undecimo. C’era anzi, condotto da un suo luogotenente, il suo proprio reggimento; degli altri condottieri, la più parte avevan comandato sotto di lui, e ci si trovava più d’uno di quelli che, quattr’anni dopo, dovevano aiutare a fargli far quella cattiva fine che ognun sa. Eran  vent’otto  mila  fanti,  e  sette  mila  cavalli;  e,  scendendo  dalla Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po, e dopo avevano un buon tratto di questo da costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano. Una gran parte degli abitanti si rifugiavano su per i monti, portandovi quel che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le bestie; altri rimanevano, o per non abbandonar qualche ammalato, o per preservar la casa dall’incendio, o per tener d’occhio cose preziose nascoste, sotterrate; altri perché non avean nulla da perdere, o anche facevan conto d’acquistare. Quando la prima squa-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
da bocca, e con una piccola gerla vota; e si mise in fretta a collocarvi nel fondo un po’ di biancheria sua e del padrone, dicendo intanto: “il breviario almeno lo porterà lei”. “Ma dove andiamo?” “Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e là sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare.” In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle spalle, e in aria di chi viene a fare una proposta importante. Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di quella sorte, sola in casa, com’era, e con ancora un po’ di quell’oro dell’innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne’ mesi della fame le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia e della irresoluzione, per aver essa sentito che, ne’ paesi già invasi, quelli che avevan danari, s’eran trovati a più terribil condizione, esposti insieme alla violenza degli stranieri, e all’insidie de’ paesani. Era vero che, del bene piovutole, come si dice, dal cielo, non aveva fatta la confidenza a nessuno, fuorché a don Abbondio; dal quale andava, volta per volta, a farsi spicciolare uno scudo, lasciandogli sempre qualcosa da dare a qualcheduno più povero di lei. Ma i danari nascosti, specialmente chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre andava anch’essa rimpiattando qua e là alla meglio ciò che non poteva portar con sé, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, si rammentò che, insieme con essi, l’innominato, le aveva mandate le più larghe offerte di servizi; si rammentò le cose che aveva sentito raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a dispetto del padrone, non potevano arrivar se non gli uccelli; e si risolvette d’andare a chiedere un asilo lassù. Pensò come potrebbe farsi conoscere da quel signore, e le venne subito in mente don Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto con l’arcivescovo, le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, che lo poteva senza compromettersi con nessuno, e che, essendo lontani i due giovani, era anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta, la quale avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un tal parapiglia, il pover’uomo doveva esser ancor più impicciato e più sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta a tutt’e due. “Che ne dite, Perpetua?” domandò don Abbondio.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Dico che è un’ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e mettersi la strada tra le gambe.” “E poi...” “E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben contenti. Quel signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo; e sarà ben contento anche lui di ricoverarci. Là, sul confine, e così per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci troveremo anche da mangiare; ché, su per i monti, finita questa poca grazia di Dio,” e così dicendo, l’accomodava nella gerla, sopra la biancheria, “ci saremmo trovati a mal partito.” “Convertito, è convertito davvero, eh?” “Che c’è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello che anche lei ha veduto?” “E se andassimo a metterci in gabbia?” “Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi, non si verrebbe mai a una conclusione. Brava Agnese! v’è proprio venuto un buon pensiero.” E messa la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e la prese sulle spalle. “Non si potrebbe,” disse don Abbondio, “trovar qualche uomo che venisse con noi, per far la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche birbone, che pur troppo ce n’è in giro parecchi, che aiuto m’avete a dar voi altre?” “Un’altra, per perder tempo!” esclamò Perpetua. “Andarlo a cercare ora l’uomo, che ognuno ha da pensare a’ fatti suoi. Animo! vada a prendere il breviario e il cappello; e andiamo.” Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono tutt’e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse in quella toppa e in que’ battenti, e mise la chiave in tasca. Don Abbondio diede, nel passare, un’occhiata alla chiesa, e disse tra i denti: “al popolo tocca a custodirla, che serve a lui. Se hanno un po’ di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal sia di loro.” Presero per i campi, zitti, zitti, pensando ognuno a’ casi suoi, e guardandosi intorno, specialmente don Abbondio, se apparisse qualche figura sospetta, qualcosa di straordinario. Non s’incontrava nessuno: la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o per le strade che conducevan direttamente all’alture. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappar qualche interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più di seguito. Se la prendeva col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a dispetto del mondo; con l’imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio per gli altri, lasciar correr l’acqua all’ingiù, non istar su tutti i puntigli: ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. L’aveva principalmente col governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i flagelli dal paese ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto di far la guerra. “Bisognerebbe”, diceva, “che fossero qui que’ signori a vedere, a provare, che gusto è. Hanno da rendere un bel conto! Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa.” “Lasci un po’ star codesta gente; che già non son quelli che ci verranno a aiutare,” diceva Perpetua. “Codeste, mi scusi, sono di quelle sue solite chiacchiere che non concludon nulla. Piuttosto, quel che mi dà noia...” “Cosa c’è?” Perpetua, la quale, in quel pezzo di strada, aveva pensato con comodo al nascondimento fatto in furia, cominciò a lamentarsi d’aver dimenticata la tal cosa, d’aver mal riposta la tal altra; qui, d’aver lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, là... “Brava!” disse don Abbondio, ormai sicuro della vita, quanto bastava per poter angustiarsi della roba: “brava! così avete fatto? Dove avevate la testa?” “Come!” esclamò Perpetua, fermandosi un momento su due piedi, e mettendo i pugni su’ fianchi, in quella maniera che la gerla glielo permetteva: “come! verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand’era lei che me la faceva andar via, la testa, in vece d’aiutarmi e farmi coraggio! Ho pensato forse più alla roba di casa che alla mia; non ho avuto chi mi desse una mano; ho dovuto far da Marta e Maddalena; se qualcosa anderà a male, non so cosa mi dire: ho fatto anche più del mio dovere.” Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche lei a parlare de’ suoi guai: e non si rammaricava tanto dell’incomodo e del danno, quanto di vedere svanita la speranza di riabbracciar presto la sua Lucia; ché, se vi rammentate, era appunto quell’autunno sul quale avevan fatto assegnamento: né era da supporre che donna Prassede volesse venire a villeggiare da quelle parti, in tali circostanze: piuttosto ne sarebbe partita, se ci si fosse trovata, come facevan tutti gli altri villeggianti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
plare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e rinascenti,  poteva  trovarsi  abbastanza  contento  d’esser  liberato  dalla  più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più, che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a dovere un facinoroso: e l’esempio che si fosse dato col punirlo, non avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a quello del convertito, servivano a questo come d’uno scudo sacro. E in quello stato di cose e d’idee, in quelle singolari relazioni dell’autorità spirituale e del poter civile, ch’eran così spesso alle prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che, spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace, poté parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima portasse con sé l’oblivione, se non l’assoluzione del secondo, quando quella s’era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt’e due. Così quell’uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti. È vero ch’eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette far tutt’altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti, tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse che aspettavano la nuova dell’esecuzione. Ma già abbiam veduto quali diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po’ di tutto, fuorché disprezzo né odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva sparsi in diversi posti, lo stesso a’ complici di più alto affare, quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime. Molt’odio, come trovo nel luogo, altrove  citato,  del  Ripamonti,  ne  venne  piuttosto  al  cardinal  Federigo.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
uomini a esplorare; e, se faceva bisogno, prendeva con sé della gente che teneva sempre pronta a ciò, e andava con essa fuor della valle, dalla parte dov’era indicato il pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera d’uomini armati da capo a piedi, e schierati come una truppa, condotti da un uomo senz’armi. Le più volte non erano che foraggieri e saccheggiatori sbandati, che se n’andavano prima d’esser sorpresi. Ma una volta, cacciando alcuni di costoro, per insegnar loro a non venir più da quelle parti, l’innominato ricevette  avviso  che  un  paesetto  vicino  era  invaso  e  messo  a  sacco.  Erano lanzichenecchi di vari corpi che, rimasti indietro per rubare, s’eran riuniti, e andavano a gettarsi all’improvviso sulle terre vicine a quelle dove alloggiava l’esercito;  spogliavano  gli  abitanti,  e  gliene  facevan  di  tutte  le  sorte. L’innominato fece un breve discorso a’ suoi uomini, e li condusse al paesetto. Arrivarono inaspettati. I ribaldi che avevan creduto di non andar che alla preda, vedendosi venire addosso gente schierata e pronta a combattere, lasciarono il saccheggio a mezzo, e se n’andarono in fretta, senz’aspettarsi l’uno con l’altro, dalla parte dond’eran venuti. L’innominato gl’inseguì per un pezzo di strada; poi, fatto far alto, stette qualche tempo aspettando, se vedesse qualche novità; e finalmente se ne ritornò. E ripassando nel paesetto salvato, non si potrebbe dire con quali applausi e benedizioni fosse accompagnato il drappello liberatore e il condottiero. Nel castello, tra quella moltitudine, formata a caso, di persone, varie di condizione, di costumi, di sesso e d’età, non nacque mai alcun disordine d’importanza. L’innominato aveva messe guardie in diversi luoghi, le quali tutte invigilavano che non seguisse nessun inconveniente, con quella premura che ognuno metteva nelle cose di cui s’avesse a rendergli conto. Aveva poi pregati gli ecclesiastici, e gli uomini più autorevoli che si trovavan tra i ricoverati, d’andare in giro e d’invigilare anche loro. E più spesso che poteva, girava anche lui, e si faceva veder per tutto; ma, anche in sua assenza, il ricordarsi di chi s’era in casa, serviva di freno a chi ne potesse aver bisogno. E, del resto, era tutta gente scappata, e quindi inclinata in generale alla quiete: i pensieri della casa e della roba, per alcuni anche di congiunti o d’amici rimasti nel pericolo, le nuove che venivan di fuori, abbattendo gli animi, mantenevano e accrescevano sempre più quella disposizione. C’era però anche de’ capi scarichi, degli uomini d’una tempra più salda e d’un coraggio più verde, che cercavano di passar que’ giorni in allegria. Avevano abbandonate le loro case, per non esser forti abbastanza da difender-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
nulla d’intero; ma avanzi e frammenti di quel che c’era stato, lì e altrove, se ne vedeva in ogni canto: piume e penne delle galline di Perpetua, pezzi di biancheria, fogli de’ calendari di don Abbondio, cocci di pentole e di piatti; tutto insieme o sparpagliato. Solo nel focolare si potevan vedere i segni d’un vasto saccheggio accozzati insieme, come molte idee sottintese, in un periodo steso da un uomo di garbo. C’era, dico, un rimasuglio di tizzi e tizzoni spenti, i quali mostravano d’essere stati, un bracciolo di seggiola, un piede di tavola, uno sportello d’armadio, una panca di letto, una doga della botticina, dove ci stava il vino che rimetteva lo stomaco a don Abbondio. Il resto era cenere e carboni; e con que’ carboni stessi, i guastatori, per ristoro, avevano scarabocchiati i muri di figuracce, ingegnandosi, con certe berrettine o con certe cheriche, e con certe larghe facciole, di farne de’ preti, e mettendo studio a farli orribili e ridicoli: intento che, per verità, non poteva andar fallito a tali artisti. “Ah porci!” esclamò Perpetua. “Ah baroni!” esclamò don Abbondio; e, come scappando, andaron fuori, per un altr’uscio che metteva nell’orto. Respirarono; andaron diviato al fico; ma già prima d’arrivarci, videro la terra smossa, e misero un grido tutt’e due insieme; arrivati, trovarono effettivamente, in vece del morto, la buca aperta. Qui nacquero de’ guai: don Abbondio cominciò a prendersela con Perpetua, che non avesse nascosto bene: pensate se questa rimase zitta: dopo ch’ebbero ben gridato, tutt’e due col braccio teso, e con l’indice appuntato verso la buca, se ne tornarono insieme, brontolando. E fate conto che per tutto trovarono a un di presso la medesima cosa. Penarono non so quanto, a far ripulire e smorbare la casa, tanto più che, in que’ giorni, era difficile trovar aiuto; e non so quanto dovettero stare come accampati, accomodandosi alla meglio, o alla peggio, e rifacendo a poco a poco usci, mobili, utensili, con danari prestati da Agnese. Per giunta poi, quel disastro fu una semenza d’altre questioni molto noiose; perché Perpetua, a forza di chiedere e domandare, di spiare e fiutare, venne a saper di certo che alcune masserizie del suo padrone, credute preda o strazio de’ soldati, erano in vece sane e salve in casa di gente del paese; e tempestava il padrone che si facesse sentire, e richiedesse il suo. Tasto più odioso non si poteva toccare per don Abbondio; giacché la sua roba era in mano di birboni, cioè di quella specie di persone con cui gli premeva più di stare in pace. “Ma se non ne voglio saper nulla di queste cose,” diceva. “Quante
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
(in ragione del poco che ne rimane) documenti, come dicono, ufiziali, abbiam cercato di farne non già quel che si vorrebbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fatto. Non intendiamo di riferire tutti gli atti pubblici, e nemmeno tutti gli avvenimenti degni, in qualche modo, di memoria. Molto meno pretendiamo di rendere inutile a chi voglia farsi un’idea più compita della cosa, la lettura delle relazioni originali: sentiamo troppo che forza viva, propria e, per dir così, incomunicabile, ci sia sempre nell’opere di quel genere, comunque concepite e condotte. Solamente abbiam tentato di distinguere e di verificare i fatti più generali e più importanti, di disporli nell’ordine reale della loro successione, per quanto lo comporti la ragione e la natura d’essi, d’osservare la loro efficienza reciproca, e di dar così, per ora e finché qualchedun altro non faccia meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro. Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potesesero ricordarsi della peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, far per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta. Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella peste,  ma  n’era  stato  uno  de’  più  attivi  e  intrepidi,  e,  quantunque  allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino. Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, 163 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
va poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano. Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi d’una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile. L’uno e l’altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna; nel resto non sono ben d’accordo, neppur sul nome. Fu, secondo il Tadino, un Pietro Antonio Lovato, di quartiere nel territorio di Lecco; secondo il Ripamonti, un Pier Paolo Locati, di quartiere a Chiavenna. Differiscono anche nel giorno della sua entrata in Milano: il primo la mette al 22 d’ottobre, il secondo ad altrettanti del mese seguente: e non si può stare né all’uno né all’altro. Tutt’e due l’epoche sono in contraddizione con altre ben più verificate. Eppure il Ripamonti, scrivendo per ordine del Consiglio generale de’ decurioni, doveva avere al suo comando molti mezzi di prender l’informazioni necessarie; e il Tadino, per ragione del suo impiego, poteva, meglio d’ogn’altro, essere informato d’un fatto di questo genere. Del resto, dal riscontro d’altre date che ci paiono, come abbiam detto, più esatte, risulta che fu, prima della pubblicazione della grida sulle bullette; e, se ne mettesse conto, si potrebbe anche provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di quel mese; ma certo, il lettore ce ne dispensa. Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d’amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei, allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito. Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni intanto che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio. Ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore, ch’era andato di nuovo a metter l’assedio a quel povero Casale; faceva istanza il senato, perché pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura il contagio, le venisse negato pratica dagli altri paesi; perché trovassero il mezzo di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia, seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in un’attitudine d’insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch’era venuto per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosegli avvicinato, dovette accertarsi ch’era in vece quel Tonio così sveglio che ce l’aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l’incantato fratello. “Oh Tonio!” gli disse Renzo, fermandosegli davanti: “sei tu?” Tonio alzò gli occhi, senza mover la testa. “Tonio! non mi riconosci?” “A chi la tocca, la tocca,” rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca aperta. “L’hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci più?” “A chi la tocca, la tocca,” replicò quello, con un certo sorriso sciocco. Renzo,  vedendo  che  non  ne  caverebbe  altro,  seguitò  la  sua  strada,  più contristato. Ed ecco spuntar da una cantonata, e venire avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava adagio adagio, portando il bastone come chi n’è portato a vicenda; e di mano in mano che s’avvicinava, sempre più si poteva conoscere nel suo volto pallido e smunto, e in ogni atto, che anche lui doveva aver passata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e non gli pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario; ma era appunto forestiero di quel di Bergamo. – È lui senz’altro! – disse tra sé, e alzò le mani al cielo, con un movimento di maraviglia scontenta, restandogli sospeso in aria il bastone che teneva nella destra; e si vedevano quelle povere braccia ballar nelle maniche, dove altre volte stavano appena per l’appunto. Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece una riverenza; ché, sebbene si fossero lasciati come sapete, era però sempre il suo curato. “Siete qui, voi?” esclamò don Abbondio. “Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?” “Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. È a Milano, se pure è ancora in questo mondo. Ma voi...” “E Agnese, è viva?”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Ma dunque! ma dunque! non sono avvisi questi? Quando se n’è scampata una di questa sorte, mi pare che si dovrebbe ringraziare il cielo, e...” “Lo ringrazio bene.” “E non andarne a cercar dell’altre, dico. Fate a modo mio...” “L’ha avuta anche lei, signor curato, se non m’inganno.” “Se l’ho avuta! Perfida e infame è stata: son qui per miracolo: basta dire che m’ha conciato in questa maniera che vedete. Ora avevo proprio bisogno d’un po’ di quiete, per rimettermi in tono: via, cominciavo a stare un po’ meglio... In nome del cielo, cosa venite a far qui? Tornate...” “Sempre l’ha con questo tornare, lei. Per tornare, tanto n’avevo a non movermi. Dice: cosa venite? cosa venite? Oh bella! vengo, anch’io, a casa mia.” “Casa vostra...” “Mi dica; ne son morti molti qui?...” “Eh eh!” esclamò don Abbondio; e, cominciando da Perpetua, nominò una filastrocca di persone e di famiglie intere. Renzo s’aspettava purtroppo qualcosa di simile; ma al sentir tanti nomi di persone che conosceva, d’amici, di parenti, stava addolorato, col capo basso, esclamando ogni momento: “poverino! poverina! poverini!” “Vedete!” continuò don Abbondio: “e non è finita. Se quelli che restano non metton giudizio questa volta, e scacciar tutti i grilli dalla testa, non c’è più altro che la fine del mondo.” “Non dubiti; che già non fo conto di fermarmi qui.” “Ah! sia ringraziato il cielo, che la v’è entrata! E, già s’intende, fate ben conto di ritornar sul bergamasco.” “Di questo non si prenda pensiero.” “Che! non vorreste già farmi qualche sproposito peggio di questo?” “Lei non ci pensi, dico; tocca a me: non son più un bambino: ho l’uso della ragione. Spero che, a buon conto, non dirà a nessuno d’avermi visto. È sacerdote; sono una sua pecora: non mi vorrà tradire.” “Ho inteso,” disse don Abbondio, sospirando stizzosamente: “ho inteso. Volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io. Ho inteso, ho inteso.” E, continuando a borbottar tra i denti quest’ultime parole, riprese per la sua strada. Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c’era una famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un giovinotto, dell’età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d’andar lì. E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d’albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S’affacciò all’apertura (del cancello non c’eran più neppure i gangheri); diede un’occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna “nel luogo di quel poverino”, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne,  di  farinelli,  d’avene  salvatiche,  d’amaranti  verdi,  di  radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
gli mise l’animo sottosopra. Vide, a un cento passi di distanza, passare e perdersi subito tra le baracche un cappuccino, un cappuccino che, anche così da lontano e così di fuga, aveva tutto l’andare, tutto il fare, tutta la forma del padre Cristoforo. Con la smania che potete pensare, corse verso quella parte; e lì, a girare, a cercare, innanzi, indietro, dentro e fuori, per quegli andirivieni, tanto che rivide, con altrettanta gioia, quella forma, quel frate medesimo; lo vide poco lontano, che, scostandosi da una caldaia, andava, con una scodella in mano, verso una capanna; poi lo vide sedersi sull’uscio di quella, fare un segno di croce sulla scodella che teneva dinanzi; e, guardando intorno, come uno che stia sempre all’erta, mettersi a mangiare. Era proprio il padre Cristoforo. La storia del quale, dal punto che l’abbiam perduto di vista, fino a quest’incontro, sarà raccontata in due parole. Non s’era mai mosso da Rimini, né aveva pensato a moversene, se non quando la peste scoppiata in Milano gli offrì occasione di ciò che aveva sempre tanto desiderato, di dar la sua vita per il prossimo. Pregò, con grand’istanza, d’esserci richiamato, per assistere e servire gli appestati. Il conte zio era morto; e del resto c’era più bisogno d’infermieri che di politici: sicché fu esaudito senza difficoltà. Venne subito a Milano; entrò nel lazzeretto; e c’era da circa tre mesi. Ma la consolazione di Renzo nel ritrovare il suo buon frate, non fu intera neppure un momento: nell’atto stesso d’accertarsi ch’era lui, dovette vedere quant’era mutato. Il portamento curvo e stentato; il viso scarno e smorto; e in tutto si vedeva una natura esausta, una carne rotta e cadente, che s’aiutava e si sorreggeva, ogni momento, con uno sforzo dell’animo. Andava anche lui fissando lo sguardo nel giovine che veniva verso di lui, e che, col gesto, non osando con la voce, cercava di farsi distinguere e riconoscere. “Oh padre Cristoforo!” disse poi, quando gli fu vicino da poter esser sentito senza alzar la voce. “Tu qui!” disse il frate, posando in terra la scodella, e alzandosi da sedere. “Come sta, padre? come sta?” “Meglio di tanti poverini che tu vedi qui,” rispose il frate: e la sua voce era fioca, cupa, mutata come tutto il resto. L’occhio soltanto era quello di prima, e un non so che più vivo e più splendido; quasi la carità, sublimata nell’estremo dell’opera, ed esultante di sentirsi vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro di quello che l’infermità ci andava a poco a poco spegnendo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Oh Signor benedetto!” replicò, ancor più tremante, Lucia: “voi? che cosa è questa! in che maniera? perché? La peste!” “L’ho avuta. E voi...?” “Ah!... anch’io. E di mia madre...?” “Non l’ho vista, perché è a Pasturo; credo però che stia bene. Ma voi... come siete ancora pallida! come parete debole! Guarita però, siete guarita?” “Il Signore m’ha voluto lasciare ancora quaggiù. Ah Renzo! perché siete voi qui?” “Perché?” disse Renzo avvicinandosele sempre più: “mi domandate perché? Perché ci dovevo venire? Avete bisogno che ve lo dica? Chi ho io a cui pensi? Non mi chiamo più Renzo, io? Non siete più Lucia, voi?” “Ah cosa dite! cosa dite! Ma non v’ha fatto scrivere mia madre...?” “Sì: pur troppo m’ha fatto scrivere. Belle cose da fare scrivere a un povero disgraziato, tribolato, ramingo, a un giovine che, dispetti almeno, non ve n’aveva mai fatti!” “Ma, Renzo! Renzo! giacché sapevate... perché venire? perché?” “Perché venire? Oh Lucia! perché venire, mi dite? Dopo tante promesse! Non siam più noi? Non vi ricordate più? Che cosa ci mancava?” “Oh Signore!” esclamò dolorosamente Lucia, giungendo le mani, e alzando gli occhi al cielo: “perché non m’avete fatta la grazia di tirarmi a Voi...! Oh Renzo! cos’avete mai fatto? Ecco; cominciavo a sperare che... col tempo... mi sarei dimenticata...” “Bella speranza! belle cose da dirmele proprio sul viso!” “Ah, cos’avete fatto! E in questo luogo! tra queste miserie, tra questi spettacoli! qui dove non si fa altro che morire, avete potuto...!” “Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro, e sperare che anderanno in un buon luogo; ma non è giusto, né anche per questo, che quelli che vivono abbiano a viver disperati...” “Ma, Renzo! Renzo! voi non pensate a quel che dite. Una promessa alla Madonna!... Un voto!” “E io vi dico che son promesse che non contan nulla.” “Oh Signore! Cosa dite? Dove siete stato in questo tempo? Con chi avete trattato? Come parlate?” “Parlo da buon cristiano; e della Madonna penso meglio io che voi; perché credo che non vuol promesse in danno del prossimo. Se la Madonna avesse parlato, oh, allora! Ma cos’è stato? una vostra idea. Sapete cosa dovete
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
promettere alla Madonna? Promettetele che la prima figlia che avremo, le metteremo nome Maria: ché questo son qui anch’io a prometterlo: queste son cose che fanno ben più onore alla Madonna: queste son divozioni che hanno più costrutto, e non portan danno a nessuno.” “No no; non dite così: non sapete quello che vi dite: non lo sapete voi cosa sia fare un voto: non ci siete stato voi in quel caso: non avete provato. Andate, andate, per amor del cielo!” E si scostò impetuosamente da lui, tornando verso il lettuccio. “Lucia!” disse Renzo, senza moversi: “ditemi almeno, ditemi: se non fosse questa ragione... sareste la stessa per me?” “Uomo senza cuore!” rispose Lucia, voltandosi, e rattenendo a stento le lacrime: “quando m’aveste fatte dir delle parole inutili, delle parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati, sareste contento? Andate, oh andate! dimenticatevi di me: si vede che non eravamo destinati! Ci rivedremo lassù: già non ci si deve star molto in questo mondo. Andate; cercate di far sapere a mia madre che son guarita, che anche qui Dio m’ha sempre assistita, che ho trovato un’anima buona, questa brava donna, che mi fa da madre; ditele che spero che lei sarà preservata da questo male, e che ci rivedremo quando Dio vorrà, e come vorrà... Andate, per amor del cielo, e non pensate a me... se non quando pregherete il Signore.” E, come chi non ha più altro da dire, né vuol sentir altro, come chi vuol sottrarsi a un pericolo, si ritirò ancor più vicino al lettuccio, dov’era la donna di cui aveva parlato. “Sentite, Lucia, sentite!” disse Renzo, senza però accostarsele di più. “No, no; andate per carità!” “Sentite: il padre Cristoforo...” “Che?” “È qui.” “Qui? dove? Come lo sapete?” “Gli ho parlato poco fa; sono stato un pezzo con lui: e un religioso della sua qualità, mi pare...” “È qui! per assistere i poveri appestati, sicuro. Ma lui? l’ha avuta la peste?” “Ah Lucia! ho paura, ho paura pur troppo...” e mentre Renzo esitava così a proferir la parola dolorosa per lui, e che doveva esserlo tanto a Lucia, questa s’era staccata di nuovo dal lettuccio, e si ravvicinava a lui: “ho paura che l’abbia adesso!” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Oh povero sant’uomo! Ma cosa dico, pover’uomo? Poveri noi! Com’è? è a letto? è assistito?” “È levato, gira, assiste gli altri; ma se lo vedeste, che colore che ha, come si regge! Se n’è visti tanti e tanti, che pur troppo... non si sbaglia!” “Oh poveri noi! E è proprio qui!” “Qui, e poco lontano: poco più che da casa vostra a casa mia... se vi ricordate...!” “Oh Vergine santissima!” “Bene, poco più. E pensate se abbiam parlato di voi! M’ha detto delle cose... E se sapeste cosa m’ha fatto vedere! Sentirete; ma ora voglio cominciare a dirvi quel che m’ha detto prima, lui, con la sua propria bocca. M’ha detto che facevo bene a venirvi a cercare, e che al Signore gli piace che un giovine tratti così, e m’avrebbe aiutato a far che vi trovassi; come è proprio stato la verità: ma già è un santo. Sicché, vedete!” “Ma, se ha parlato così, è perché lui non sa...” “Che volete che sappia lui delle cose che avete fatte voi di vostra testa, senza regola e senza il parere di nessuno? Un brav’uomo, un uomo di giudizio, come è lui, non va a pensar cose di questa sorte. Ma quel che m’ha fatto vedere!” E qui raccontò la visita fatta a quella capanna: Lucia, quantunque i suoi sensi e il suo animo, avessero, in quel soggiorno, dovuto avvezzarsi alle più forti impressioni, stava tutta compresa d’orrore e di compassione. “E anche lì,” proseguì Renzo “ha parlato da santo: ha detto che il Signore forse ha destinato di far la grazia a quel meschino... (ora non potrei proprio dargli un altro nome)... che aspetta di prenderlo in un buon punto; ma vuole che noi preghiamo insieme per lui... Insieme! avete inteso?” “Sì, sì; lo pregheremo, ognuno dove il Signore ci terrà: le orazioni le sa mettere insieme Lui.” “Ma se vi dico le sue parole...!” “Ma Renzo, lui non sa...” “Ma non capite che, quando è un santo che parla, è il Signore che lo fa parlare? e che non avrebbe parlato così, se non dovesse esser proprio così...? E l’anima di quel poverino? Io ho bensì pregato, e pregherò per lui: di cuore ho pregato, proprio come se fosse stato per un mio fratello. Ma come volete che stia nel mondo di là, il poverino, se di qua non s’accomoda questa cosa, se non è disfatto il male che ha fatto lui? Che se voi intendete la ragione, allora tutto è come prima: quel che è stato è stato: lui ha fatto la sua penitenza di qua...” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“No, Renzo, no. Il Signore non vuole che facciamo del male, per far Lui misericordia. Lasciate fare a Lui, per questo: noi, il nostro dovere è di pregarlo. S’io fossi morta quella notte, non gli avrebbe dunque potuto perdonare? E se non son morta, se sono stata liberata...” “E vostra madre, quella povera Agnese, che m’ha sempre voluto tanto bene, e che si struggeva tanto di vederci marito e moglie, non ve l’ha detto anche lei che l’è un’idea storta? Lei, che v’ha fatto intender la ragione anche dell’altre volte, perché, in certe cose, pensa più giusto di voi...” “Mia madre! volete che mia madre mi desse il parere di mancare a un voto! Ma, Renzo! non siete in voi.” “Oh! volete che ve lo dica? Voi altre donne, queste cose non le potete sapere. Il padre Cristoforo m’ha detto che tornassi da lui a raccontargli se v’avevo trovata. Vo: lo sentiremo: quel che dirà lui...” “Sì, sì; andate da quel sant’uomo; ditegli che prego per lui, e che preghi per me, che n’ho bisogno tanto tanto! Ma, per amor del cielo, per l’anima vostra, per l’anima mia, non venite più qui, a farmi del male, a... tentarmi. Il padre Cristoforo, lui saprà spiegarvi le cose, e farvi tornare in voi; lui vi farà mettere il cuore in pace.” “Il cuore in pace! Oh! questo, levatevelo dalla testa. Già me l’avete fatta scrivere questa parolaccia; e so io quel che m’ha fatto patire; e ora avete anche il cuore di dirmela. E io in vece vi dico chiaro e tondo che il cuore in pace non lo metterò mai. Voi volete dimenticarvi di me; e io non voglio dimenticarmi di voi. E vi prometto, vedete, che, se mi fate perdere il giudizio, non lo racquisto più. Al diavolo il mestiere, al diavolo la buona condotta! Volete condannarmi a essere arrabbiato per tutta la vita; e da arrabbiato viverò... E quel disgraziato! Lo sa il Signore se gli ho perdonato di cuore; ma voi...  Volete dunque farmi pensare per tutta la vita che se non era lui...? Lucia! avete detto ch’io vi dimentichi: ch’io vi dimentichi! Come devo fare? A chi credete ch’io pensassi in tutto questo tempo?... E dopo tante cose! dopo tante promesse! Cosa v’ho fatto io, dopo che ci siamo lasciati? Perché ho patito, mi trattate così? perché ho avuto delle disgrazie? perché la gente del mondo m’ha perseguitato? perché ho passato tanto tempo fuori di casa, tristo, lontano da voi? perché, al primo momento che ho potuto, son venuto a cercarvi?” Lucia, quando il pianto le permise di formar parole, esclamò, giungendo di nuovo le mani, e alzando al cielo gli occhi pregni di lacrime: “o
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Vergine santissima, aiutatemi voi!  Voi sapete che, dopo quella notte, un momento come questo non l’ho mai passato. M’avete soccorsa allora; soccorretemi anche adesso!” “Sì, Lucia; fate bene d’invocar la Madonna; ma perché volete credere che Lei che è tanto buona, la madre delle misericordie, possa aver piacere di farci patire... me almeno... per una parola scappata in un momento che non sapevate quello che vi dicevate? Volete credere che v’abbia aiutata allora, per lasciarci imbrogliati dopo?... Se poi questa fosse una scusa; se è ch’io vi sia venuto in odio... ditemelo... parlate chiaro.” “Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela, finitela; non mi fate morire... Non sarebbe un buon momento. Andate dal padre Cristoforo, raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non tornate più qui.” “Vo; ma pensate se non voglio tornare! Tornerei se fosse in capo al mondo, tornerei.” E disparve. Lucia andò a sedere, o piuttosto si lasciò cadere in terra, accanto al lettuccio; e, appoggiata a quello la testa, continuò a piangere dirottamente. La donna, che fin allora era stata a occhi e orecchi aperti, senza fiatare, domandò cosa fosse quell’apparizione, quella contesa, questo pianto. Ma forse il lettore domanda dal canto suo chi fosse costei; e, per soddisfarlo, non ci vorranno, né anche qui, troppe parole. Era un’agiata mercantessa, di forse trent’anni. Nello spazio di pochi giorni, s’era visto morire in casa il marito e tutti i figliuoli: di lì a poco, venutale la peste anche a lei, era stata trasportata al lazzeretto, e messa in quella capannuccia, nel tempo che Lucia, dopo aver superata, senza avvedersene, la furia del male, e cambiate, ugualmente senza avvedersene, più compagne, cominciava a riaversi, e a tornare in sé; ché, fin dal principio della malattia, trovandosi ancora in casa di don Ferrante, era rimasta come insensata. La capanna non poteva contenere che due persone: e tra queste due, afflitte, derelitte, sbigottite, sole in tanta moltitudine, era presto nata un’intrinsichezza, un’affezione, che appena sarebbe potuta venire da un lungo vivere insieme. In poco tempo, Lucia era stata in grado di potere aiutar l’altra, che s’era trovata aggravatissima. Ora che questa pure era fuori di pericolo, si facevano compagnia e coraggio e guardia a vicenda; s’eran promesse di non uscir dal lazzeretto, se non insieme; e avevan presi altri concerti per non separarsi neppur dopo. La mercantessa che, avendo lasciata in custodia d’un suo fratello commissario della Sanità, la casa e il fondaco e la cassa, tutto ben fornito, era per
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Vuol dire che lei le farà intendere...” “Non so nulla, figliuolo; bisogna ch’io senta lei.” “Capisco,” disse Renzo, e stette con gli occhi fissi a terra, e con le braccia incrociate sul petto, a masticarsi la sua incertezza, rimasta intera. Il frate andò di nuovo in cerca di quel padre Vittore, lo pregò di supplire ancora per lui, entrò nella sua capanna, n’uscì con la sporta in braccio, tornò da Renzo, gli disse: “andiamo”; e andò innanzi, avviandosi a quella tal capanna, dove, qualche tempo prima, erano entrati insieme. Questa volta, entrò solo, e dopo un momento ricomparve, e disse: “niente! Preghiamo; preghiamo.” Poi riprese: “ora, conducimi tu”. E senza dir altro, s’avviarono. Il tempo s’era andato sempre più rabbuiando, e annunziava ormai certa e poco lontana la burrasca. De’ lampi fitti rompevano l’oscurità cresciuta, e lumeggiavano d’un chiarore istantaneo i lunghissimi tetti e gli archi de’ portici, la cupola della cappella, i bassi comignoli delle capanne; e i tuoni scoppiati con istrepito repentino, scorrevano rumoreggiando dall’una all’altra regione del cielo. Andava innanzi il giovine, attento alla strada, con una grand’impazienza d’arrivare, e rallentando però il passo, per misurarlo alle forze del compagno; il quale, stanco dalle fatiche, aggravato dal male, oppresso dall’afa, camminava stentatamente, alzando ogni tanto al cielo la faccia smunta, come per cercare un respiro più libero. Renzo, quando vide la capanna, si fermò, si voltò indietro, disse con voce tremante: “è qui”. Entrano... “Eccoli!” grida la donna del lettuccio. Lucia si volta, s’alza precipitosamente, va incontro al vecchio, gridando: “oh chi vedo! O padre Cristoforo!” “Ebbene, Lucia! da quante angustie v’ha liberata il Signore! Dovete esser ben contenta d’aver sempre sperato in Lui.” “Oh sì! Ma lei, padre? Povera me, come è cambiato! Come sta? dica: come sta?” “Come Dio vuole, e come, per sua grazia, voglio anch’io,” rispose, con volto sereno, il frate. E, tiratala in un canto, soggiunse: “sentite: io non posso rimaner qui che pochi momenti. Siete voi disposta a confidarvi in me, come altre volte?” “Oh! non è lei sempre il mio padre?” “Figliuola, dunque; cos’è codesto voto che m’ha detto Renzo?”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“È un voto che ho fatto alla Madonna... oh! in una gran tribolazione!... di non maritarmi.” “Poverina! Ma avete pensato allora, ch’eravate legata da una promessa?” “Trattandosi del Signore e della Madonna!... non ci ho pensato.” “Il Signore, figliuola, gradisce i sagrifizi, l’offerte, quando le facciamo del nostro. È il cuore che vuole, è la volontà: ma voi non potevate offrirgli la volontà d’un altro, al quale v’eravate già obbligata.” “Ho fatto male?” “No, poverina, non pensate a questo: io credo anzi che la Vergine santa avrà gradita l’intenzione del vostro cuore afflitto, e l’avrà offerta a Dio per voi. Ma ditemi; non vi siete mai consigliata con nessuno su questa cosa?” “Io non pensavo che fosse male, da dovermene confessare: e quel poco bene che si può fare, si sa che non bisogna raccontarlo.” “Non avete nessun altro motivo che vi trattenga dal mantener la promessa che avete fatta a Renzo?” “In quanto a questo... per me... che motivo...? Non potrei proprio dire...” rispose Lucia, con un’esitazione che indicava tutt’altro che un’incertezza del pensiero; e il suo viso ancora scolorito dalla malattia, fiorì tutt’a un tratto del più vivo rossore. “Credete voi,” riprese il vecchio, abbassando gli occhi, “che Dio ha data alla sua Chiesa l’autorità di rimettere e di ritenere, secondo che torni in maggior bene, i debiti e gli obblighi che gli uomini possono aver contratti con Lui?” “Sì, che lo credo.” “Ora sappiate che noi, deputati alla cura dell’anime in questo luogo, abbiamo, per tutti quelli che ricorrono a noi, le più ampie facoltà della Chiesa; e che per conseguenza, io posso, quando voi lo chiediate, sciogliervi dall’obbligo, qualunque sia, che possiate aver contratto a cagion di codesto voto.” “Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d’una promessa fatta alla Madonna? Io allora l’ho fatta proprio di cuore...” disse Lucia, violentemente agitata dall’assalto d’una tale inaspettata, bisogna pur dire speranza, e dall’insorgere opposto d’un terrore fortificato da tutti i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occupazione dell’animo suo. “Peccato, figliuola?” disse il padre: “peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell’autorità che ha ricevuto da essa, e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
te!... Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate.” E qui levò dalla sporta una scatola d’un legno ordinario, ma tornita e lustrata con una certa finitezza cappuccinesca; e proseguì: “qui dentro c’è il resto di quel pane... il primo che ho chiesto per carità; quel pane, di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino, anche loro, per il povero frate!” E porse la scatola a Lucia, che la prese con rispetto, come si farebbe d’una reliquia. Poi, con voce più tranquilla, riprese: “ora ditemi; che appoggi avete qui in Milano? Dove pensate d’andare a alloggiare, appena uscita di qui? E chi vi condurrà da vostra madre, che Dio voglia aver conservata in salute?” “Questa buona signora mi fa lei intanto da madre: noi due usciremo di qui insieme, e poi essa penserà a tutto.” “Dio la benedica,” disse il frate, accostandosi al lettuccio. “La ringrazio anch’io,” disse la vedova, “della consolazione che ha data a queste povere creature; sebbene io avessi fatto conto di tenerla sempre con me, questa cara Lucia. Ma la terrò intanto; l’accompagnerò io al suo paese, la consegnerò a sua madre; e”, soggiunse poi sottovoce, “voglio farle io il corredo. N’ho troppa della roba; e di quelli che dovevan goderla con me, non ho più nessuno!” “Così,” rispose il frate, “lei può fare un gran sacrifizio al Signore, e del bene al prossimo. Non le raccomando questa giovine: già vedo che è come sua: non c’è che da lodare il Signore, il quale sa mostrarsi padre anche ne’ flagelli, e che, col farle trovare insieme, ha dato un così chiaro segno d’amore all’una e all’altra. Orsù,” riprese poi, voltandosi a Renzo, e prendendolo per una mano: “noi due non abbiam più nulla da far qui: e ci siamo stati anche troppo. Andiamo.” “Oh padre!” disse Lucia: “la vedrò ancora? Io sono guarita, io che non fo nulla di bene a questo mondo; e lei...!” “È già molto tempo,” rispose con tono serio e dolce il vecchio, “che chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire i miei giorni in servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere, ho bisogno che tutti quelli che hanno carità per me, m’aiutino a ringraziarlo. Via; date a Renzo le vostre commissioni per vostra madre.”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo trentaseiesimo “Raccontatele quel che avete veduto,” disse Lucia al promesso sposo: “che ho trovata qui un’altra madre, che verrò con questa più presto che potrò, e che spero, spero di trovarla sana.” “Se avete bisogno di danari,” disse Renzo, “ho qui tutti quelli che m’avete mandati, e...” “No, no,” interruppe la vedova: “ne ho io anche troppi.” “Andiamo,” replicò il frate. “A rivederci, Lucia...! e anche lei, dunque, quella buona signora,” disse Renzo, non trovando parole che significassero quello che sentiva. “Chi sa che il Signore ci faccia la grazia di rivederci ancora tutti!” esclamò Lucia. “Sia Egli sempre con voi, e vi benedica,” disse alle due compagne fra Cristoforo; e uscì con Renzo dalla capanna. Mancava poco alla sera, ed il tempo pareva sempre più vicino a risolversi. Il cappuccino esibì di nuovo al giovine di ricoverarlo per quella notte nella sua baracca. “Compagnia, non te ne potrò fare,” soggiunse: “ma avrai da stare al coperto.” Renzo però si sentiva una smania d’andare; e non si curava di rimaner più a lungo in un luogo simile, quando non poteva profittarne per veder Lucia, e non avrebbe neppur potuto starsene un po’ col buon frate. In quanto all’ora e al tempo si può dire che notte e giorno, sole e pioggia, zeffiro e tramontano, eran tutt’uno per lui in quel momento. Ringraziò dunque il frate, dicendo che voleva andar più presto che fosse possibile in cerca d’Agnese. Quando furono nella strada di mezzo, il frate gli strinse la mano, e disse: “se la trovi, che Dio voglia! quella buona Agnese, salutala anche in mio nome; e a lei, e a tutti quelli che rimangono, e si ricordano di fra Cristoforo, dì che preghin per lui. Dio t’accompagni, e ti benedica per sempre.” “Oh caro padre...! ci rivedremo? ci rivedremo?” “Lassù, spero.” E con queste parole, si staccò da Renzo; il quale, stato lì a guardarlo fin che non l’ebbe perso di vista, prese in fretta verso la porta, dando a destra e a sinistra l’ultime occhiate di compassione a quel luogo di dolori. C’era un movimento straordinario, un correr di monatti, un trasportar di roba, un accomodar le tende delle baracche, uno strascicarsi di convalescenti a queste e ai portici, per ripararsi dalla burrasca imminente.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
in faccende intorno a un suo piccolo tino, e a una botticina, e ad altri lavori, in preparazione della vendemmia; ne’ quali Renzo non lasciò di dargli una mano; ché, come soleva dire, era di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare. Non poté però tenersi di non fare una scappatina alla casa d’Agnese, per rivedere una certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di mani. Tornò senza essere stato visto da nessuno; e andò subito a letto. S’alzò prima che facesse giorno; e, vedendo cessata l’acqua, se non ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo. Era ancor presto quando ci arrivò: ché non aveva meno fretta e voglia di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d’Agnese; sentì che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava. Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s’affacciò di corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: “Lucia è guarita: l’ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle cose da dirvi.” Tra la sorpresa dell’apparizione, e la contentezza della notizia, e la smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un’esclamazione, ora una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch’era solita a prendere da molto tempo, disse: “vengo ad aprirvi”. “Aspettate: e la peste?” disse Renzo: “voi non l’avete avuta, credo.” “Io no: e voi?” “Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e, sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero che mi son mutato tutto da capo a piedi; ma l’è una porcheria che s’attacca alle volte come un malefizio. E giacché il Signore v’ha preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito quest’influsso; perché siete la nostra mamma: e voglio che campiamo insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che abbiam fatto, almeno io.” “Ma...” cominciava Agnese. “Eh!” interruppe Renzo: “non c’è ma che tenga. So quel che volete dire; ma sentirete, sentirete, che de’ ma non ce n’è più. Andiamo in qualche luogo all’aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e sentirete.” Agnese gl’indicò un orto ch’era dietro alla casa; e soggiunse: “entrate lì, e vedrete che c’è due panche, l’una in faccia all’altra, che paion messe apposta. Io vengo subito.”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Renzo andò a mettersi a sedere sur una: un momento dopo, Agnese si trovò lì sull’altra: e son certo che, se il lettore, informato come è delle cose antecedenti, avesse potuto trovarsi lì in terzo, a veder con gli occhi quella conversazione così animata, a sentir con gli orecchi que’ racconti, quelle domande, quelle spiegazioni, quell’esclamare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e il padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descrizioni dell’avvenire, chiare e positive come quelle del passato, son certo, dico, che ci avrebbe preso gusto, e sarebbe stato l’ultimo a venir via. Ma d’averla sulla carta tutta quella conversazione, con parole mute, fatte d’inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di parere che non se ne curi molto, e che gli piaccia più d’indovinarla da sé. La conclusione fu che s’anderebbe a metter su casa tutti insieme in quel paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in quanto al tempo, non si poteva decider nulla, perché dipendeva dalla peste, e da altre circostanze: appena cessato il pericolo, Agnese tornerebbe a casa, ad aspettarvi Lucia, o Lucia ve l’aspetterebbe: intanto Renzo farebbe spesso qualche altra corsa a Pasturo, a veder la sua mamma, e a tenerla informata di quel che potesse accadere. Prima di partire, offrì anche a lei danari, dicendo: “gli ho qui tutti, vedete, que’ tali: avevo fatto voto anch’io di non toccarli, fin che la cosa non fosse venuta in chiaro. Ora, se n’avete bisogno, portate qui una scodella d’acqua e aceto: vi butto dentro i cinquanta scudi belli e lampanti.” “No, no,” disse Agnese: “ne ho ancora più del bisogno per me: i vostri, serbateli, che saran buoni per metter su casa.” Renzo tornò al paese con questa consolazione di più d’aver trovata sana e salva una persona tanto cara. Stette il rimanente di quella giornata, e la notte, in casa dell’amico; il giorno dopo, in viaggio di nuovo, ma da un’altra parte, cioè verso il paese adottivo. Trovò Bortolo, in buona salute anche lui, e in minor timore di perderla; ché, in que’ pochi giorni, le cose, anche là, avevan preso rapidamente una bonissima piega. Pochi eran quelli che s’ammalavano; e il male non era più quello;  non  più  que’  lividi  mortali,  né  quella  violenza  di  sintomi;  ma febbriciattole,  intermittenti  la  maggior  parte,  con  al  più  qualche  piccol bubbone scolorito, che si curava come un fignolo ordinario. Già l’aspetto del paese compariva mutato; i rimasti vivi cominciavano a uscir fuori, a contarsi tra loro, a farsi a vicenda condoglianze e congratulazioni. Si parlava già di ravviare i lavori: i padroni pensavano già a cercare e a caparrare operai, e in
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     I Promessi sposi    Capitolo trentasettesimo Lucia n’uscì con la buona vedova; che, essendo stata ordinata una quarantina generale, la fecero insieme, rinchiuse nella casa di quest’ultima; che una parte del tempo fu spesa in allestire il corredo di Lucia, al quale, dopo aver fatto un po’ di cerimonie, dovette lavorare anche lei; e che, terminata che fu la quarantina, la vedova lasciò in consegna il fondaco e la casa a quel suo fratello commissario;  e  si  fecero  i  preparativi  per  il  viaggio.  Potremmo  anche soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con tutta la volontà che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son tre cose appartenenti a quell’intervallo di tempo, che non vorremmo passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore stesso dirà che avremmo fatto male. La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse potuto in quell’agitazione della prima confidenza, e fece menzione più espressa della signora che l’aveva ricoverata nel monastero di Monza, venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri, le riempirono insieme l’animo d’una dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla vedova che la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più severo. Chi volesse conoscere un po’ più in particolare questa trista storia, la troverà nel libro e al luogo che abbiamo citato altrove, a proposito della stessa persona. L’altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i cappuccini che poté vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che maraviglia, ch’era morto di peste. Finalmente, prima di partire, avrebbe anche desiderato di saper qualcosa de’ suoi antichi padroni, e di fare, come diceva, un atto del suo dovere, se alcuno ne rimaneva. La vedova l’accompagnò alla casa, dove seppero che l’uno e l’altra erano andati tra que’ più. Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch’era stato dotto, l’anonimo ha creduto d’estendersi un po’ più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto. Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragiona-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
oggi è giovedì... domenica vi dico in chiesa; perché quel che s’è fatto l’altra volta, non conta più niente, dopo tanto tempo; e poi ho la consolazione di maritarvi io.” “Lei sa bene ch’eravamo venuti appunto per questo,” disse Renzo. “Benissimo; e io vi servirò: e voglio darne parte subito a sua eminenza.” “Chi è sua eminenza?” domandò Agnese. “Sua eminenza,” rispose don Abbondio, “è il nostro cardinale arcivescovo, che Dio conservi.” “Oh! in quanto a questo mi scusi,” replicò Agnese: “ché, sebbene io sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così; perché, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo a lei, uno di que’ signori preti mi tirò da parte, e m’insegnò come si doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore.” “E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato dell’eminenza: avete inteso? Perché il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo. E sapete perché sarà venuto a questa risoluzione? Perché l’illustrissimo, ch’era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos’è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà a dar dell’eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i proposti: perché gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici...” “Poi i curati,” disse la vedova. “No no,” riprese don Abbondio: “i curati a tirar la carretta: non abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla fin del mondo. Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell’illustrissimo, a esser trattati come i cardinali, un giorno volessero dell’eminenza anche loro. E se la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali. Orsù, ritorniamo alle nostre cose: domenica vi dirò in chiesa; e intanto, sapete cos’ho pensato per servirvi meglio? Intanto chiederemo la dispensa per l’altre due denunzie. Hanno a avere un bel da fare laggiù in curia, a dar dispense, se la va per tutto come qui. Per domenica ne ho già...
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
uno... due... tre; senza contarvi voi altri: e ne può capitare ancora. E poi vedrete, andando avanti, che affare vuol essere: non ne deve rimanere uno scompagnato. Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei. E a Milano, signora, mi figuro che sarà lo stesso.” “Eccome! si figuri che, solamente nella mia cura, domenica passata, cinquanta denunzie.” “Se lo dico; il mondo non vuol finire. E lei, signora, non hanno principiato a ronzarle intorno de’ mosconi?” “No, no; io non ci penso, né ci voglio pensare.” “Sì, sì, che vorrà esser lei sola. Anche Agnese, veda; anche Agnese...” “Uh! ha voglia di scherzare, lei,” disse questa. “Sicuro che ho voglia di scherzare: e mi pare che sia ora finalmente. Ne abbiam passate delle brutte, n’è vero, i miei giovani? delle brutte n’abbiam passate: questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo mondo, si può sperare che vogliano essere un po’ meglio. Ma! fortunati voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da parlare de’ guai passati: io in vece, sono alle ventitrè e tre quarti, e... i birboni posson morire; della peste si può guarire; ma agli anni non c’è rimedio: e, come dice,  senectus ipsa est morbus.” “Ora,”  disse  Renzo:  “parli  pur  latino  quanto  vuole;  che  non  me n’importa nulla.” “Tu l’hai ancora col latino, tu: bene bene, t’accomoderò io: quando mi verrai davanti, con questa creatura, per sentirvi dire appunto certe paroline in latino, ti dirò: latino tu non ne vuoi: vattene in pace. Ti piacerà?” “Eh! so io quel che dico,” riprese Renzo; “non è quel latino lì che mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quel della messa: anche loro, lì, bisogna che leggano quel che c’è sul libro. Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a tradimento, nel buono d’un discorso. Per esempio, ora che siam qui, che tutto è finito; quel latino che andava cavando fuori, lì proprio, in quel canto, per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva dell’altre cose, e che so io? me lo volti un po’ in volgare ora.” “Sta zitto, buffone, sta zitto: non rimestar queste cose; ché, se dovessimo ora fare i conti, non so chi avanzerebbe. Io ho perdonato tutto: non ne parliam più: ma me n’avete fatti dei tiri. Di te non mi fa specie, che sei un
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
così non c’era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali che gliele rapportarono: e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo. Cominciò a ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene parlava, e più a lungo tra sé. – E cosa v’importa a voi altri? E chi v’ha detto d’aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? e a dirvi che la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v’ho mai risposto altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V’ho detto mai che v’avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N’avete delle belle donne: guardate quelle. – E vedete un poco come alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese, secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una vita poco allegra. A forza d’esser disgustato, era ormai diventato disgustoso. Era sgarbato con tutti, perché ognuno poteva essere uno de’ critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della buona creanza: fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che, se faceva cattivo tempo due giorni di seguito, subito diceva: “eh già, in questo paese!” Vi dico che non eran pochi quelli che l’avevan già preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo, d’una cosa nell’altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con quasi tutta la popolazione, senza poter forse né anche lui conoscer la prima cagione d’un così gran male. Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grossi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perché quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Scena VI Conte Compagni, udiste La lieta nuova: l’inimico ha fatto Ciò ch’io volea; così voi pur farete. E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro, Il più bel dì di nostra vita apporta. Non è tra voi chi una battaglia aspetti Per farsi un nome, il so; ma questa sera L’avrem più glorioso; e la parola Che al nostro orecchio sonerà più grata, Omai fia quella di Maclodio. Orsini, Son pronti i tuoi? Sì. Corri all’imboscate Sulla destra dell’argine; raggiungi Quei che vi stanno, e prendine il comando. E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi Non vi movete, che non sia lo scontro Incominciato; quando ei fia, correte Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Allora, Dissimular nol vuo’, tutte sentii Le potenze dell’alma sollevarsi Contro un consiglio... ah fu seguìto! ... un solo Pensier non fu; fu della patria mia L’onor ch’io vedo vilipeso, il grido Dei nemici e dei posteri; fu il primo Senso d’orror che un tradimento inspira All’uom che dee stornarlo, o starne a parte. E se pietà d’un prode a tanti affetti Pur si mischiò, dovea, poteva io forse Farla tacer? Son reo d’aver creduto Che util puote a Venezia esser soltanto Ciò che l’onora, e che si può salvarla Senza farsi... Non più: se tanto udii Fu perché ai Capi del Consiglio importa Di conoscervi appien. Piacque aspettarvi Ai secondi pensier; veder si volle Se un più maturo ponderar v’avea Tratto a più saggio e più civil consiglio. Or, poiché indarno si sperò, credete Voi che un decreto del Senato io voglia Difender ora innanzi a voi? Si tratta La vostra causa qui. Pensate a voi, Non alla patria: ad altre, e forti, e pure Mani è commessa la sua sorte; e nulla A cor le sta che il suo voler vi piaccia, Ma che s’adempia, e che non sia sofferto Pure il pensier di porvi impedimento. A questo vegliam noi. Quindi io non voglio Altro da voi che una risposta. Espresso Sovra quest’uomo è del Senato il voto; Compir si dèe. - Voi, che pensieri avete? Quale inchiesta, Signor! Marino Marco 54 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Voi siete a parte D’un gran disegno; e in vostro cor bramate Che a vòto ei vada - non è ver? Che importa Ciò ch’io brami, allo Stato? A prova ormai Sa che dell’opre mie non è misura Il desiderio, ma il dover. Qual pegno Abbiam da voi che lo farete? In nome Del Tribunale un ve ne chiedo: e questi, Se lo negate, un traditor vi tiene. Quel che si serba ai traditor, v’è noto. Io... Che si vuol da me? Riconoscete Che patria è questa a cui bastovvi il core Di preferire uno stranier. Sui figli A stento e tardi essa la mano aggrava; E a perderne soltanto ella consente Quei che salvar non puote. Ogni error vostro È pronta ad obbliar; v’apre ella stessa La strada al pentimento. Al pentimento! Ebben, che strada? Il Musulman disegna D’assalir Tessalonica: voi siete Colà mandato. A quale ufficio, quivi Noto vi fia: pronta è la nave; ed oggi Voi partirete. Ubbidirò. Ma un’arra Si vuol di vostra fé: giurar dovete Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Per quanto è sacro, che in parole o in cenni Nulla per voi traspirerà di quanto Oggi s’è fisso. Il giuramento è questo: Sottoscrivete. Marco Marino E che, signor? Non basta? ... E per ultimo, udite. Il messo è in via Che porta al Conte il suo richiamo. Ov’egli Pronto ubbidisca, ed in Venezia arrivi, Giustizia troverà, forse clemenza. Ma se ricusa, se sta in forse, e segno Dà di sospetto, un gran segreto udite, E serbatelo in voi; l’ordine è dato Che dalle nostre man vivo ei non esca. Il traditor che dargli un cenno ardisce, Quei l’uccide, e si perde. - Io più non odo Nulla da voi: scrivete; ovvero... Io scrivo. Tutto è posto in obblio. La vostra fede Ha fatto il più; vinto ha il dover: l’impresa Compirsi or dee dalla prudenza; e questa Non può mancarvi, sol che in mente abbiate Che ormai due vite in vostra man son poste.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Ei non gli sono amici! ... Io non doveva Essergli amico: io lo cercai; fui preso Dall’alta indole sua, dal suo gran nome. Perché dapprima non pensai che incarco È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra? Perché allor correr solo io nol lasciai La sua splendida via, s’io non potea Seguire i passi suoi? La man gli stesi; Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme, E il nemico gli è sopra - io la ritiro Ei si desta, e mi cerca - io son fuggito! Ei mi dispregia - e muore! Io non sostengo Questo pensier... Che feci! ... Ebben, che feci? Nulla finora: ho sottoscritto un foglio, E nulla più. Se fu delitto il Giuro, Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono Che all’orlo ancor del precipizio; il veggio, E ritrarmi poss’io... - Non posso un mezzo Trovar? ... Ma s’io l’uccido? - Oh! forse il disse Per atterrirmi - E se davvero il disse? Oh empj, in quale abbominevol rete Stretto m’avete! Un nobile consiglio Per me non v’ha; qualunque io scelga, è colpa. Oh dubbio atroce! - Io li ringrazio; ei m’hanno Statuito un destino; ei m’hanno spinto Per una via - vi corro: - almen mi giova Ch’io non la scelsi - io nulla scelgo; e tutto Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui. Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero Che ti morrò lontano, e pria che nulla Sappia di te, lo spero: in fra i perigli Certo per sua pietade il ciel m’invia. Io non morro per te. Che tu sii grande E gloriosa, che m’importa? Anch’io Due gran tesori avea, la mia virtude, Ed un amico - e tu m’hai tolto entrambi.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Più risoluta non si fea per questo, Né certa più. Duce e Signor nel campo, Forse concesso non l’avreste. Conte Avrei Fatto di più: sotto alle mie bandiere Venian quei prodi; e di Filippo il soglio Vòto or sarebbe, o sederiavi un altro. Vasti disegni avete. E l’adempirli Sta in voi: se ancor nol son, n’è ragion sola Che la man che il dovea sciolta non era. A noi si disse altra cagion: che il Duca Vi commosse a pietà, che l’odio atroce Che già portaste al signor vostro antico Sovra i presenti il rovesciaste intero. Questo vi fu riferto? Ella è sventura Di chi regge gli Stati udir con pace La impudente menzogna, i turpi sogni D’un vil di cui non degneria privato Le parole ascoltar. Sventura è vostra Che a tal riferto il vostro oprar s’accordi, Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca. Il vostro grado io riverisco in voi, E questi generosi in mezzo a cui V’ha posto il caso: e mi conforta almeno Che il non mertato onor di che lor piacque Cingere il loro capitan, lo stesso Udirvi io qui, mostra ch’essi han di lui Altro pensiero. Uno è il pensier di tutti.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Rimove Apollo, ove i gran fatti ei cela. E m’accenna col dito il ferreo Marte Che in remota selvetta il santo rito 75 D’Ilia rinnova, e l’atterrita virgo Che per fuggir s’affanna, rispingendo L’istante nume, e fassi invano usbergo Le inviolate bende, e scoter tenta Il futuro Quirin, che il destinato 80 Alvo ricerca, e il puro seggio occupa; E Amor, che sorridendo i rami affolta, Ed intricando i pronubi virgulti Fa siepe intorno, e la facella ammorza, Perché maligno non penetri il guardo. 85 Tanta a gli Dei di sì gran gente è cura! Né il sangue avito ed il natal divino Smentì il marzio fanciullo; anzi l’antico Padre emulando dei rettor del mondo Sparse il fraterno sangue, e quanti e quali 90 Entro il solco fatal Romolo accolse Volle compagni al fianco. Oh! qual s’avanza D’amore esemplo, e di gentili studi Nobilissima coppia? Io vi saluto Chiari gemelli, onde la fama è vinta 95 Del prisco ovo di Leda: e te cui piacque Impor cavalli al cocchio: e te che amasti Nei fori, e ne le vie sacre a Diana Scagliar pietre volanti, ed incombente Corpo atterrar di poderoso atleta. 100 Che più vi resta? Alti nel ciel locarvi Fra il Cancro ardente, e il rapitor d’Europa, Raggio invocato ai pallidi nocchieri, E accoglier miti con sereno volto Da le salvate prore inni votivi. 105 Spesso Saturnio e il popol suo degnaro, Velato intorno di mortal sembianza L’inostensibil Dio, scender dal cielo
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Amore a Delia. A te non noto ancora, Se non di nome, io vengo, io quel di Cipri Fra gli uomini, e gli Dei fanciul famoso; Dubbio innoltrando il piè, che già due lustri Da queste stanze ad altre sedi io trassi, Quando la madre tua savia divenne, E cessò d’esser bella. Or riconosco De’ miei trionfi i monumenti; or veggio Il fido letto, ch’io nel dì lucente, La notte il sonno coniugal calcava, E or sola, dopo il sibilar di molte Preci, e molto sbadiglio, in su la sera L’accoglie. Imen vuol, che dapprima i suoi Seguaci il sonno abbian comune, e il cibo; Indi, fuor che la mensa, a parte il tutto. Qui gli sdegni, le tregue, indi le paci, Indi novelli sdegni, e nove paci Lungo tempo alternati ad arte usai. Su questa sedia or per età vetusta Cader lasciossi da gelosa rabbia Oppressa a un tratto, i languidi chiudendo Occhi, scomposta il crin, madido il fronte Di sudor freddo; il natural rossore Abbandonolle il volto, e sol restovvi L’imposta rosa; l’innocente lino Provò le ingiurie de l’acuto dente. Qui l’immaturo giovane inesperto Modesta accolse in pria, che dopo lungo Conversar con Minerva, e con le Muse A me pur venne alfin, pieno la mente Di sermon lazio, e di raccolti dommi. Qui si sdegnò de l’ardir suo, qui ruppe Un nascente sorriso, qui compose A matronal severitade il guardo; E con la dotta man compose il velo In modo tal che ne apparisse il seno.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Placossi alfin: più debolmente alfine L’audace man respinse; l’ostinata Garrula voce infievolissi, e tacque; E con guardo di sdegno e d’amore Parea dicesse: “A te do in sacrificio Mia virtù novilustre”; e stanca ormai Di sonanti virili ispidi nei, Anco sentì sollicitarsi il volto Da la molle lanugine cedente Che ancor la mano del tonsor non seppe. Ma quali veggio a le pareti appese Nove imagini, tetri simulacri D’occhi incavati, e di compunti visi? Oh strano cangiamento! or finta in tela La penitente grotta di Marsiglia Sostiene il chiodo, onde pendea dipinto Il latmio bosco e la vulcania rete. Addio pertanto, o meste stanze! A voi Ritornerò quando novella nuora Venga a mutar le imagini, e gli arredi; E dato esiglio a le canute chierche, I bei tumulti, e i giochi, e me richiami E la letizia, di giocondi amici Popolando la casa del marito. Già i parenti, e i congiunti, e i fidi amici Van disegnando ne lo stuol crescente Di te degno, e di lor genero, cui Nuova cura di pubbliche faccende E veste di pretorio oro insignita Faccia illustre, o i non ben dimenticati Con l’arse pergamene, o con le rase Da l’alte porte, e dai lucenti cocchi, Mistiche insegne, titoli vetusti. Ben nel mio regno inviolata io serbo Equalitade; io spesso anche al sublime Talamo esalto del signor beato
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
cattiva istituzione non s’applica da sé. Certo, non era un effetto necessario del credere all’efficacia dell’unzioni pestifere, il credere che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera; come dell’esser la tortura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta soffrire a tutti gli accusati, né che tutti quelli a cui si faceva soffrire, fossero sentenziati colpevoli. Verità che può parere sciocca per troppa evidenza; ma non di rado le verità troppo evidenti, e che dovrebbero esser sottintese, sono in vece dimenticate; e dal non dimenticar questa dipende il giudicar rettamente quell’atroce giudizio. Noi  abbiam  cercato  di  metterla  in  luce,  di  far  vedere  che  que’  giudici condannaron degl’innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell’efficacia dell’unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti; e che anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com’ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia. Non vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all’ignoranza e alla tortura la parte loro in quell’orribile fatto: ne furono, la prima un’occasion deplorabile, l’altra un mezzo crudele e attivo, quantunque non l’unico certamente, né il principale. Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse? Dio solo ha potuto distinguere qual più, qual meno tra queste abbia dominato nel cuor di que’ giudici, e soggiogate le loro volontà: se la rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti; che aveva ricevuto una notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa; aveva detto: finalmente! e non voleva dire: siam da capo; la rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degl’innocenti, di voltar contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non men miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commetter l’ingiustizia. Dio solo ha potuto vedere se que’ magistrati, trovando i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva, furon più complici o ministri d’una moltitudine che, accecata, non
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    Storia della colonna infame    Capitolo primo Capitolo I La  mattina  del  21  di  giugno  1630,  verso  le  quattro  e  mezzo,  una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteva su le mani, che pareva che scrivesse. Le diede nell’occhio che, entrando nella strada, si fece appresso alla muraglia delle case, che è subito dopo voltato il cantone, e che a luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro. All’hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli che, a’ giorni passati, andavano ongendo le muraglie. Presa da un tal sospetto, passò in un’altra stanza, che guardava lungo la strada, per tener d’occhio lo sconosciuto, che s’avanzava in quella; et viddi, dice, che teneva toccato la detta muraglia con le mani. C’era alla finestra d’una casa della strada medesima un’altra spettatrice, chiamata Ottavia Bono; la quale, non si saprebbe dire se concepisse lo stesso pazzo sospetto alla prima e da sé, o solamente quando l’altra ebbe messo il campo a rumore. Interrogata anch’essa, depone d’averlo veduto fin dal momento ch’entrò nella strada; ma non fa menzione di muri toccati nel camminare. Viddi, dice, che si fermò qui in fine della muraglia del giardino della casa delli Crivelli... et viddi che costui haveva una carta in mano, sopra la quale misse la mano dritta, che mi pareva che volesse scrivere; et poi viddi che, levata la mano dalla carta, la fregò sopra la muraglia del detto giardino, dove era un poco di bianco. Fu probabilmente per pulirsi le dita macchiate d’inchiostro, giacché pare che scrivesse davvero. Infatti, nell’esame che gli fu fatto il giorno dopo, interrogato, se l’attioni che fece quella mattina, ricercorno scrittura, risponde: signor sì. E in quanto all’andar rasente al muro, se a una cosa simile ci fosse bisogno d’un perché, era perché pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma per cavarne una induzione di questa sorte: è ben una gran cosa: hieri, mentre costui faceva questi atti di ongere, pioveva, et bisogna mo che havesse pigliato quel tempo piovoso, perché più persone potessero imbrattarsi li panni nell’andar in volta, per andar al coperto. Dopo quella fermata, costui tornò indietro, rifece la medesima strada, arrivò alla cantonata, ed era per isparire; quando, per un’altra disgrazia, fu rintoppato da uno ch’entrava nella strada, e che lo salutò. Quella Caterina, che, per tener dietro all’untore, fin che poteva, era tornata alla finestra di
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
simo, e sono in effetto, qualche volta, cagionati da malizia umana; e il sospetto e l’esasperazione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla carità, hanno la trista virtù di far prender per colpevoli degli sventurati, sui più vani indizi e sulle più avventate affermazioni. Per citarne un esempio anch’esso non lontano, anteriore di poco al colera; quando gl’incendi eran divenuti così frequenti nella Normandia, cosa ci voleva perché un uomo ne fosse subito subito creduto autore da una moltitudine? L’essere il primo che trovavan lì, o nelle vicinanze; l’essere sconosciuto, e non dar di sé un conto soddisfacente: cosa doppiamente difficile quando chi risponde è spaventato, e furiosi quelli che interrogano; l’essere indicato da una donna che poteva essere una Caterina Rosa, da un ragazzo che, preso in sospetto esso medesimo per uno strumento della malvagità altrui, e messo alle strette di dire chi l’avesse mandato a dar fuoco, diceva un nome a caso. Felici que’ giurati davanti a cui tali imputati comparvero (ché più d’una volta la moltitudine eseguì da sé la sua propria sentenza); felici que’ giurati, se entrarono nella loro sala ben persuasi che non sapevano ancor nulla, se non rimase loro nella mente alcun rimbombo di quel rumore di fuori, se pensarono, non che essi erano il paese, come si dice spesso con un traslato di quelli che fanno perder di vista il carattere proprio e essenziale della cosa, con un traslato sinistro e crudele nei casi in cui il paese si sia già formato un giudizio senza averne i mezzi; ma ch’eran uomini esclusivamente investiti della sacra, necessaria, terribile autorità di decidere se altri uomini siano colpevoli o innocenti. La persona ch’era stata indicata al capitano di giustizia, per averne informazioni, non poteva dir altro che d’aver visto, il giorno prima, passando per via della Vetra, abbruciacchiar le muraglie, e sentito dire ch’erano state unte quella mattina da un genero della comar Paola. Il capitano di giustizia e il notaio si portarono a quella strada; e videro infatti muri affumicati, e uno, quello del barbiere Mora, imbiancato di fresco. E anche a loro fu detto da diversi che si sono trovati ivi, che ciò era stato fatto per averli veduti unti; come anco dal detto Signor Capitano, et da me notaro, scrive costui, si sono visti ne’ luoghi abbrugiati alcuni segni di materia ontuosa tirante al giallo, sparsavi come con le deta. Quale riconoscimento d’un corpo di delitto! Fu esaminata una donna di quella casa de’ Tradati, la quale disse che avevan trovati i muri dell’andito imbrattati di una certa cosa gialla, et in grande quantità. Furono esaminate le due donne, delle quali abbiam riferita la deposizione; qualche altra persona, che non aggiunse nulla, per ciò che ri-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
sono anche legittimamente provati”; frase che farebbe ai cozzi con l’antecedente, se questa avesse un senso affermativo. E soggiunge subito: “ho detto che non basta (dixi quoque non sufficere) che ci siano indizi, e che siano legittimamente provati, se non sono anche sufficienti alla tortura. Ed è una cosa che i giudici timorati di Dio devono aver sempre davanti agli occhi, per non sottoporre ingiustamente alcuno alla tortura: cosa del resto che li sottopone essi medesimi a un giudizio di revisione. E racconta l’Afflitto d’aver risposto al re Federigo, che nemmen lui, con l’autorità regia, poteva comandare a un giudice di mettere alla tortura un uomo, contro il quale non ci fossero indizi sufficienti”. Così il Claro; e basterebbe questo per esser come certi, che dovette intender tutt’altro che di rendere assoluto l’arbitrio con quell’altra proposizione che il Verri traduce così: “in materia di tortura e d’indizi, non potendosi prescrivere una norma certa, tutto si rimette all’arbitrio del giudice”. La contradizione sarebbe troppo strana; e lo sarebbe di più, se è possibile, con quello che l’autor medesimo dice altrove: “benché il giudice abbia l’arbitrio, deve però stare al diritto comune... e badino bene gli ufiziali della giustizia, di non andar avanti tanto allegramente (ne nimis animose procedant), con questo pretesto dell’arbitrio”. Cosa intese dunque, con quelle parole: remittitur arbitrio judicis che il Verri traduce: “tutto si rimette all’arbitrio del giudice”? Intese... Ma che dico? e perché cercare in questo un’opinion particolare del Claro? Quella proposizione, egli non faceva altro che ripeterla, giacché era, per dir così, proverbiale tra gl’interpreti; e già due secoli prima, Bartolo la ripeteva anche lui, come sentenza comune: Doctores communiter dicunt quod in hoc (quali siano gl’indizi sufficienti alla tortura) non potest dari certa doctrina, sed relinquitur arbitrio judicis. E con questo non intendevan già di proporre un principio, di stabilire una teoria, ma d’enunciar semplicemente un fatto; cioè che la legge, non avendo determinato gl’indizi, gli aveva per ciò stesso lasciati all’arbitrio del giudice. Guido da Suzara, anteriore a Bartolo d’un secolo circa, dopo aver detto o ripetuto anche lui, che gl’indizi son rimessi all’arbitrio del giudice, soggiunge: “come, in generale, tutto ciò che non è determinato dalla legge”. E per citarne qualcheduno de’ meno antichi, Paride dal Pozzo, ripetendo quella comune sentenza, la commenta così: “a ciò che non è determinato dalla legge, né dalla consuetudine, deve supplire la religion del giudice; e perciò la legge sugl’indizi mette un gran carico sulla sua
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
certezza col dubbio, per evitare il pericolo di tormentare innocenti, e d’estorcere false confessioni, volendo però la tortura come un mezzo appunto di scoprire se uno fosse innocente o reo, e di fargli confessare una data cosa. La conseguenza logica sarebbe stata di dichiarare assurda e ingiusta la tortura; ma a questo ostava l’ossequio cieco all’antichità e al diritto romano. Quel libriccino Dei delitti e delle pene, che promosse, non solo l’abolizion della tortura, ma la riforma di tutta la legislazion criminale, cominciò con le parole: “Alcuni avanzi di leggi d’un antico popolo conquistatore.” E parve, com’era, ardire d’un grand’ingegno: un secolo prima sarebbe parsa stravaganza. Né c’è da maravigliarsene: non s’è egli visto un ossequio dello stesso genere mantenersi più a lungo, anzi diventar più forte nella politica, più tardi nella letteratura, più tardi ancora in qualche ramo delle Belle Arti? Viene, nelle cose grandi, come nelle piccole, un momento in cui ciò che, essendo accidentale e fattizio, vuol perpetuarsi come naturale e necessario, è costretto a cedere all’esperienza, al ragionamento, alla sazietà, alla moda, a qualcosa di meno, se è possibile, secondo la qualità e l’importanza delle cose medesime; ma questo momento dev’esser preparato. Ed è già un merito non piccolo degl’interpreti, se, come ci pare, furon essi che lo prepararono, benché lentamente, benché senz’avvedersene, per la giurisprudenza. Ma le regole che pure avevano stabilite, bastano in questo caso a convincere i giudici, anche di positiva prevaricazione. Vollero appunto costoro cominciar dalla tortura. Senza entrare in nulla che toccasse circostanze, né sostanziali né accidentali, del presunto delitto, moltiplicarono interrogazioni inconcludenti, per farne uscir de’ pretesti di dire alla vittima destinata: non è verisimile; e, dando insieme a inverisimiglianze asserite la forza di bugie legalmente provate, intimar la tortura. È che non cercavano una verità, ma volevano una confessione: non sapendo quanto vantaggio avrebbero avuto nell’esame del fatto supposto, volevano venir presto al dolore, che dava loro un vantaggio pronto e sicuro: avevan furia. Tutto Milano sapeva (è il vocabolo usato in casi simili) che Guglielmo Piazza aveva unti i muri, gli usci, gli anditi di via della Vetra; e loro che l’avevan nelle mani, non l’avrebbero fatto confessar subito a lui! Si dirà forse che, in faccia alla giurisprudenza, se non alla coscienza, tutto era giustificato dalla massima detestabile, ma allora ricevuta, che ne’ delitti più atroci fosse lecito oltrepassare il diritto? Lasciamo da parte che l’opinion più comune, anzi quasi universale, de’ giureconsulti, era (e se al ciel 30 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
piace, doveva essere) che una tal massima non potesse applicarsi alla procedura, ma soltanto alla pena; “giacché,” per citarne uno, “benché si tratti d’un delitto enorme, non consta però che l’uomo l’abbia commesso; e fin che non consti, è dovere che si serbino le solennità del diritto”. E solo per farne memoria, e come un di que’ tratti notabili con cui l’eterna ragione si manifesta in tutti i tempi, citeremo anche la sentenza d’un uomo che scrisse sul principio del secolo decimoquinto, e fu, per lungo tempo dopo, chiamato il Bartolo del diritto ecclesiastico, Nicolò Tedeschi, arcivescovo di Palermo, più celebre, fin che fu celebre, sotto il nome d’Abate Palermitano: “Quanto il delitto è più grave,” dice quest’uomo, “tanto più le presunzioni devono esser forti; perché, dove il pericolo è maggiore, bisogna anche andar più cauti”. Ma questo, dico, non fa al nostro caso (sempre riguardo alla sola giurisprudenza), poiché il Claro attesta che nel foro di Milano prevaleva la consuetudine contraria; cioè era, in que’ casi, permesso al giudice d’oltrepassare il diritto, anche nell’inquisizione. “Regola”, dice il Riminaldi, altro già celebre giureconsulto, “da non riceversi negli altri paesi”; e il Farinacci soggiunge: “ha ragione”. Ma vediamo come il Claro medesimo interpreti una tal regola: “si viene alla tortura, quantunque gl’indizi non siano in tutto sufficienti (in totum sufficientia), né provati da testimoni maggiori d’ogni eccezione, e spesse volte anche senza aver data al reo copia del processo informativo”. E dove tratta in particolare degl’indizi legittimi alla tortura, li dichiara espressamente necessari “non solo ne’ delitti minori, ma anche ne’ maggiori e negli atrocissimi, anzi nel delitto stesso di lesa maestà”. Si contentava dunque d’indizi meno rigorosamente provati, ma li voleva provati in qualche maniera; di testimoni meno autorevoli, ma voleva testimoni; d’indizi più leggieri, ma voleva indizi reali, relativi al fatto; voleva insomma render più facile al giudice la scoperta del delitto, non dargli la facoltà di tormentare, sotto qualunque pretesto, chiunque gli venisse nelle mani. Son cose che una teoria astratta non riceve, non inventa, non sogna neppure; bensì la passione le fa. Intimò dunque l’iniquo esaminatore al Piazza: che dica la verità per qual causa nega di sapere che siano state onte le muraglie, et di sapere come si chiamino li deputati, che altrimente, come cose  inverisimili, si metterà alla corda,  per  haver  la  verità  di  queste  inuerisimilitudini.  -  Se  me  la  vogliono anche far attaccar al collo, lo faccino; che di queste cose che mi hanno interrogato non ne so niente, rispose l’infelice, con quella specie di coraggio disperato, con cui la ragione sfida alle volte la forza, come per farle sentire che, a qualunque segno arrivi, non arriverà mai a diventar ragione. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 31 Q Alessandro Manzoni     Storia della colonna infame    Capitolo terzo E si veda a che miserabile astuzia dovettero ricorrer que’ signori, per dare un po’ più di colore al pretesto. Andarono, come abbiam detto, a caccia d’una seconda bugia, per poter parlarne con la formola del plurale; cercarono un altro zero, per ingrossare un conto in cui non avevan potuto fare entrar nessun numero. È messo alla tortura; gli s’intima che si risolva di dire la verità; risponde, tra gli urli e i gemiti e l’invocazioni e le supplicazioni: l’ho detta, signore. Insistono. Ah per amor di Dio! grida l’infelice: V.S. mi facci lasciar giù, che dirò quello che so; mi facci dare un po’ d’aqua. È lasciato giù, messo a sedere, interrogato di nuovo; risponde: io non so niente; V.S. mi facci dare un poco d’aqua. Quanto è cieco il furore! Non veniva loro in mente che quello che volevan cavargli di bocca per forza, avrebbe potuto addurlo lui come un argomento fortissimo della sua innocenza, se fosse stato la verità, come, con atroce sicurezza, ripetevano. - Sì, signore, - avrebbe potuto rispondere: - avevo sentito dire che s’eran trovati unti i muri di via della  Vetra; e stavo a baloccarmi sulla porta di casa vostra, signor presidente della Sanità! - E l’argomento sarebbe stato tanto più forte, in quanto, essendosi sparsa insieme la voce del fatto, e la voce che il Piazza ne fosse l’autore, questo avrebbe, insieme con la notizia, dovuto risapere il suo pericolo. Ma questa osservazion così ovvia, e che il furore non lasciava venire in mente a coloro, non poteva nemmeno venire in mente all’infelice, perché non gli era stato detto di cosa fosse imputato. Volevan prima domarlo co’ tormenti; questi eran per loro gli argomenti verosimili e probabili, richiesti dalla legge; volevan fargli sentire quale terribile, immediata conseguenza veniva dal risponder loro di no; volevano che si confessasse bugiardo una volta, per acquistare il diritto di non credergli, quando avrebbe detto: sono innocente. Ma non ottennero l’iniquo intento. Il Piazza, rimesso alla tortura, alzato da terra, intimatogli che verrebbe alzato di più, eseguita la minaccia, e sempre incalzato a dir la verità, rispose sempre: l’ho detta; prima urlando, poi a voce bassa; finché i giudici, vedendo che ormai non avrebbe più potuto rispondere in nessuna maniera, lo fecero lasciar giù, e ricondurre in carcere. Riferito l’esame in senato, il giorno 23, dal presidente della Sanità, che n’era membro, e dal capitano di giustizia, che ci sedeva quando fosse chiamato, quel tribunale supremo decretò che: “il Piazza, dopo essere stato raso, rivestito con gli abiti della curia, e purgato, fosse sottoposto alla tortura gra-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
certezza. E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino. Non paia strano il veder uomini i quali non dovevan essere, anzi non eran certamente di quelli che vogliono il male per il male, vederli, dico, violare così apertamente e crudelmente ogni diritto; giacché il credere ingiustamente, è strada a ingiustamente operare, fin dove l’ingiusta persuasione possa condurre; e se la coscienza esita, s’inquieta, avverte, le grida d’un pubblico hanno la funesta forza (in chi dimentica d’avere un altro giudice) di soffogare i rimorsi; anche d’impedirli. Il motivo di quelle odiose, se non crudeli prescrizioni, di tosare, rivestire, purgare, lo diremo con le parole del Verri. “In quei tempi credevasi che o ne’ capelli e peli, ovvero nel vestito, o persino negli intestini trangugiandolo, potesse avere un amuleto o patto col demonio, onde rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse disarmato”. E questo era veramente de’ tempi; la violenza era un fatto (con diverse forme) di tutti i tempi, ma una dottrina di nessun tempo. Quel secondo esame non fu che una ugualmente assurda e più atroce ripetizione del primo, e con lo stesso effetto. L’infelice Piazza, interrogato prima, e contradetto con cavilli, che si direbbero puerili, se a nulla d’un tal fatto potesse convenire un tal vocabolo, e sempre su circostanze indifferenti al supposto delitto, e senza mai accennarlo nemmeno, fu messo a quella più crudele tortura che il senato aveva prescritta. N’ebbero parole di dolor disperato, parole di dolor supplichevole, nessuna di quelle che desideravano, e per ottener le quali avevano il coraggio di sentire, di far dire quell’altre. Ah Dio mio! ah che assassinamento è questo! ah Signor fiscale!... Fatemi almeno appiccar presto... Fatemi tagliar via la mano... Ammazzatemi; lasciatemi almeno riposar un poco. Ah! signor Presidente! ... Per amor di Dio, fatemi dar da bere; ma insieme: non so niente, la verità l’ho detta. Dopo molte e molte risposte tali, a quella freddamente e freneticamente ripetuta istanza di dir la verità, gli mancò la voce, ammutolì; per quattro volte non rispose; finalmente poté dire ancora una volta, con voce fioca; non so niente; la verità l’ho già detta. Si dovette finire, e ricondurlo di nuovo, non confesso, in carcere. E non c’eran più nemmen pretesti, né motivo di ricominciare: quella che avevan presa per una scorciatoia, gli aveva condotti fuor di strada. Se la tortura avesse prodotto il suo effetto, estorta la confession della bugia, tenevan l’uomo; e, cosa orribile! quanto più il soggetto della bugia era per sé indiffe-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     Storia della colonna infame    Capitolo terzo alli 21 su l’aurora, havesse unto i muri di una contrada posta in Porta  icinese, T chiamata la Vetra de’ Cittadini.” E l’uomo degno di fede, messo lì subito per corroborar l’autorità delle donne, aveva detto d’aver rintoppato il Piazza, il quale io salutai, et lui mi rese il saluto. Questo era stato aggravarlo! come se il delitto imputatogli fosse stato d’essere entrato in via della Vetra. Non parla poi il capitano di giustizia della visita fatta da lui per riconoscere il corpo del delitto; come non se ne parla più nel processo. “Fu dunque”, prosegue, “incontinente preso costui.” E non parla della visita fattagli in casa, dove non si trovò nulla di sospetto. “Et essendosi maggiormente nel suo esame aggravato,” (s’è visto!) “fu messo ad una graue tortura, ma non confessò il delitto.” Se qualcheduno avesse detto allo Spinola, che il Piazza non era stato interrogato punto intorno al delitto, lo Spinola avrebbe risposto: - Sono positivamente informato del contrario: il capitano di giustizia mi scrive, non questa cosa appunto, ch’era inutile; ma un’altra che la sottintende, che la suppone necessariamente; mi scrive che, messo ad una grave tortura, non lo confessò. - Se l’altro avesse insistito, - come! - avrebbe potuto dire l’uomo celebre e potente, - volete voi che il capitano di giustizia si faccia beffe di me, a segno di raccontarmi, come una notizia importante, che non è accaduto quello che non poteva accadere? - Eppure era proprio così: cioè, non era che il capitano di giustizia volesse farsi beffe del governatore; era che avevan fatta una cosa da non potersi raccontare nella maniera appunto che l’avevan fatta; era, ed è, che la falsa coscienza trova più facilmente pretesti per operare, che formole per render conto di quello che ha fatto. Ma sul punto dell’impunità, c’è in quella lettera un altro inganno che lo Spinola avrebbe potuto, anzi dovuto conoscer da sé, almeno per una parte, se avesse pensato ad altro che a prender Casale, che non prese. Prosegue essa così: “finché d’ordine del Senato (anco per esecutione della grida ultimamente fatta in questo particolare pubblicare da V.E.), promessa dal Presidente della Sanità a costui l’impunità, confessò finalmente, etc.”. Nel capitolo XXXI dello scritto antecedente, s’è fatto menzione d’una grida, con la quale il tribunale della Sanità prometteva premio e impunità a chi rivelasse gli autori degl’imbrattamenti trovati sulle porte e sui muri delle case, la mattina del 18 di maggio; e s’è anche accennata una lettera del tribunale suddetto al governatore, su quel fatto. In essa, dopo aver protestato che
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
zogne di qualche interessato, racconta in vece che il Piazza, subito dopo la tortura, e mentre lo slegavano per ricondurlo in carcere, uscì fuori con una rivelazione spontanea, che nessuno s’aspettava. La bugiarda rivelazione fu fatta bensì, ma il giorno seguente, dopo l’abboccamento con l’auditore, e a gente che se l’aspettava benissimo. Sicché, se non fossero rimasti que’ pochi documenti, se il senato avesse avuto che fare soltanto col pubblico e con la storia, avrebbe ottenuto l’intento d’abbuiar quel fatto così essenziale al processo, e che diede le mosse a tutti gli altri che venner dopo. Quello che passò in quell’abboccamento, nessuno lo sa, ognuno se l’immagina a un di presso. “È assai verosimile”, dice il Verri, “che nel carcere istesso si sia persuaso a quest’infelice, che persistendo egli nel negare, ogni giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e altro spediente non esservi per lui fuorché l’accusarsene e nominare i complici; così avrebbe salvata la vita, e si sarebbe sottratto alle torture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque chiese, ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto.” Non pare però punto probabile che il Piazza abbia chiesto lui l’impunità. L’infelice, come vedremo nel seguito del processo, non andava avanti se non in quanto era strascinato; ed è ben più credibile, che, per fargli fare quel primo, così strano e orribile passo, per tirarlo a calunniar sé e altri, l’auditore gliel’abbia offerta. E di più, i giudici, quando gliene parlaron poi, non avrebbero omessa una circostanza così importante, e che dava tanto maggior peso alla confessione; né l’avrebbe omessa il capitano di giustizia nella lettera allo Spinola. Ma chi può immaginarsi i combattimenti di quell’animo, a cui la memoria così recente de’ tormenti avrà fatto sentire a vicenda il terror di soffrirli di nuovo, e l’orrore di farli soffrire! a cui la speranza di fuggire una morte spaventosa, non si presentava che accompagnata con lo spavento di cagionarla a un altro innocente! giacché non poteva credere che fossero per abbandonare una preda, senza averne acquistata un’altra almeno, che volessero finire senza una condanna. Cedette, abbracciò quella speranza, per quanto fosse orribile e incerta; assunse l’impresa, per quanto fosse mostruosa e difficile; deliberò di mettere una vittima in suo luogo. Ma come trovarla? a che filo attaccarsi? come scegliere tra nessuno? Lui, era stato un fatto reale, che aveva servito d’occasione e di pretesto per accusarlo. Era entrato in via della Vetra,  era  andato  rasente  al  muro,  l’aveva  toccato;  una  sciagurata  aveva 39 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
traveduto, ma qualche cosa. Un fatto altrettanto innocente, e altrettanto indifferente fu, si vede, quello che gli suggerì la persona e la favola. Il barbiere Giangiacomo Mora componeva e spacciava un unguento contro la peste; uno de’ mille specifici che avevano e dovevano aver credito, mentre faceva tanta strage un male di cui non si conosce il rimedio, e in un secolo in cui la medicina aveva ancor così poco imparato a non affermare, e insegnato a non credere. Pochi giorni prima d’essere arrestato, il Piazza aveva chiesto di quell’unguento al barbiere; questo aveva promesso di preparargliene; e avendolo poi incontrato sul Carrobio, la mattina stessa del giorno che seguì l’arresto, gli aveva detto che il vasetto era pronto, e venisse a prenderlo. Volevan dal Piazza una storia d’unguento, di concerti, di via della  Vetra: quelle circostanze così recenti gli serviron di materia per comporne una: se si può chiamar comporre l’attaccare a molte circostanze reali un’invenzione incompatibile con esse. Il giorno seguente, 26 di giugno, il Piazza è condotto davanti agli esaminatori,  e  l’auditore  gl’intima:  che  dica  conforme  a  quello  che estraiudicialmente confessò a me, alla presenza anco del Notaro Balbiano, se sa chi è il fabricatore degli unguenti, con quali tante volte si sono trovate ontate le porte et mura delle case et cadenazzi di questa città. Ma il disgraziato, che, mentendo a suo dispetto, cercava di scostarsi il possibile meno dalla verità, rispose soltanto: a me l’ha dato lui l’unguento, il Barbiero. Son le parole tradotte letteralmente, ma messe così fuor di luogo dal Ripamonti: dedit unguenta mihi tonsor. Gli si dice che nomini il detto Barbiero; e il suo complice, il suo ministro in un tale attentato, risponde: credo habbi nome Gio. Jacomo, la cui parentela (il cognome) non so. Non sapeva di certo, che dove stesse di casa, anzi di bottega; e, a un’altra interrogazione, lo disse. Gli domandano se da detto Barbiero lui Constituto ne ha havuto o poco o assai di detto unguento. Risponde: me ne ha dato tanta quantità come potrebbe capire questo calamaro che è qua sopra la tavola. Se avesse ricevuto dal Mora il vasetto del preservativo che gli aveva chiesto, avrebbe descritto quello; ma non potendo cavar nulla dalla sua memoria, s’attacca a un oggetto presente, per attaccarsi a qualcosa di reale. Gli domandano se detto Barbiero è amico di lui Constituto. E qui, non accorgendosi come la verità che gli si presenta alla memoria, faccia ai cozzi con l’invenzione, risponde: è amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico, signor sì; val a dire che lo conosceva appena di saluto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
dannato un uomo come avvelenatore? C’è pure ancora la pena di morte; e cosa si risponderebbe a uno che pretendesse con questo di giustificar tutte le sentenze di morte? No; non c’era la tortura per il caso di Guglielmo Piazza: furono i giudici che la vollero, che, per dir così, l’inventarono in quel caso. Se gli avesse ingannati, sarebbe stata loro colpa, perché era opera loro; ma abbiam visto che non gl’ingannò. Mettiam pure che siano stati ingannati dalle parole del Piazza nell’ultimo esame, che abbian potuto credere un fatto, esposto, spiegato, circostanziato in quella maniera. Da che eran mosse quelle parole? come l’avevano avute? Con un mezzo, sull’illegittimità del quale non dovevano ingannarsi, e non s’ingannarono infatti, poiché cercarono di nasconderlo e di travisarlo. Se, per impossibile, tutto quello che venne dopo fosse stato un concorso accidentale di cose le più atte a confermar l’inganno, la colpa rimarrebbe ancora a coloro che gli avevano aperta la strada. Ma vedremo in vece che tutto fu condotto da quella medesima loro volontà, la quale, per mantener l’inganno fino alla fine, dovette ancora eluder le leggi, come resistere all’evidenza, farsi gioco della probità, come indurirsi alla compassione.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Ma allora non avevan nelle mani nessun uomo sul quale potessero fare l’esperimento della tortura, e contro il quale le turbe gridassero: tolle! Prima però di mettere alle strette il Mora, vollero aver dal commissario più chiare e precise notizie; e il lettore dirà che ce n’era bisogno. Lo fecero dunque venire, e gli domandarono se ciò che aveva deposto era vero, e se non si rammentava d’altro. Confermò il primo detto, ma non trovò nulla da aggiungerci. Allora gli dissero che ha molto dell’inverisimile che tra lui et detto barbiero non sia passata altra negotiatione di quella che ha deposto, trattandosi di negotio tanto grave, il quale non si commette a persone per eseguirlo, se non con grande et confidente negotiatione, et non alla fugita, come lui depone. L’osservazione era giusta, ma veniva tardi. Perché non farla alla prima, quando il Piazza depose la cosa in que’ termini? Perché una cosa tale chiamarla verità? Che avessero il senso del verisimile così ottuso, così lento, da volerci un giorno intero per accorgersi che lì non c’era? Essi?  utt’altro. L’avevan T delicatissimo, anzi troppo delicato. Non eran que’ medesimi che avevan trovato, e immediatamente, cose inverisimili che il Piazza non avesse sentito parlare dell’imbrattamento di via della Vetra, e non sapesse il nome de’ deputati d’una parrocchia? E perché in un caso così sofistici, in un altro così correnti? Il perché lo sapevan loro, e Chi sa tutto; quello che possiamo vedere anche noi è che trovaron l’inverisimiglianza, quando poteva essere un pretesto alla tortura del Piazza; non la trovarono quando sarebbe stata un ostacolo troppo manifesto alla cattura del Mora. Abbiam visto, è vero, che la deposizion del primo, come radicalmente nulla, non poteva dar loro alcun diritto di venire a ciò. Ma poiché volevano a ogni modo servirsene, bisognava almeno conservarla intatta. Se gli avessero dette la prima volta quelle parole: ha molto dell’inverisimile; se lui non avesse  sciolta  la  difficoltà,  mettendo  il  fatto  in  forma  meno  strana,  e  senza contradire al già detto (cosa da sperarsi poco); si sarebbero trovati al bivio, o di dover lasciare stare il Mora, o di carcerarlo dopo avere essi medesimi protestato, per dir così, anticipatamente contro un tal atto. L’osservazione fu accompagnata da un avvertimento terribile. Et perciò se non si risolverà di dire interamente la verità, come ha promesso, se gli protesta che non se gli servarà l’impunità promessa, ogni volta che si trovi
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
diminuta la suddetta sua confessione, et non intiera di tutto quello è passato tra di lui et il suddetto Barbiero, et per il contrario, dicendo la verità se gli servarà l’impunità promessa. E qui si vede, come avevamo accennato sopra, cosa poté servire ai giudici il non ricorrere al governatore per quell’impunità. Concessa da questo, con autorità regia e riservata, con un atto solenne, e da inserirsi nel processo, non si poteva ritirarla con quella disinvoltura. Le parole dette da un auditore si potevano annullare con altre parole. Si noti che l’impunità per il Baruello fu chiesta al governatore il 5 di settembre, cioè dopo il supplizio del Piazza, del Mora, e di qualche altro infelice. Si poteva allora mettersi al rischio di lasciarne scappar qualcheduno: la fiera aveva mangiato, e i suoi ruggiti non dovevan più esser così impazienti e imperiosi. A quell’avvertimento, il commissario dovette, poiché stava fermo nel suo sciagurato proposito, aguzzar l’ingegno quanto poteva, ma non seppe far altro che ripeter la storia di prima. Dirò a V.S.: due dì avanti che mi dasse l’onto, era il detto Barbiero sul corso di Porta  Ticinese, con tre d’altri in compagnia; et vedendomi passare, mi disse: Commissario, ho un onto da darvi; io gli dissi: volete darmelo adesso? lui mi disse di no, et all’hora non mi disse l’effetto che doveva fare il detto onto; ma quando me lo diede poi, mi disse ch’era onto da ongere le muraglie, per far morire la gente; né io gli dimandai se lo haveva provato. Se non che la prima volta aveva detto: lui non mi disse niente; m’imagino bene che detto onto fosse velenato; la seconda: mi disse ch’era per far morire la gente. Ma senza farsi caso d’una tal contradizione, gli domandano chi erano quelli che erano con detto Barbiero, et come erano vestiti. Chi fossero, non lo sa; sospetta che dovessero essere vicini del Mora; come fossero vestiti, non se ne rammenta; solo mantiene che è vero tutto ciò che ha deposto contro di lui. Interrogato se è pronto a sostenerglielo in faccia, risponde di sì. È messo alla tortura, per purgar l’infamia, e perché possa fare indizio contro quell’infelice. I tempi della tortura sono, grazie al cielo, abbastanza lontani, perché queste formole richiedano spiegazione. Una legge romana prescriveva che “la testimonianza d’un gladiatore o di persona simile, non valesse senza i tormenti”. La giurisprudenza aveva poi determinate, sotto il titolo d’infami, le persone alle quali questa regola dovesse applicarsi; e il reo, confesso o convin-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
to, entrava in quella categoria. Ecco dunque in che maniera intendevano che la tortura purgasse l’infamia. Come infame, dicevano, il complice non merita fede; ma quando affermi una cosa contro un suo interesse forte, vivo, presente, si può credere che la verità sia quella che lo sforzi ad affermare. Se dunque, dopo che un reo s’è fatto accusatore d’altri, gli s’intima, o di ritrattar l’accusa, o di sottoporsi ai tormenti, e lui persiste nell’accusa; se, ridotta la minaccia ad effetto, persiste anche ne’ tormenti, il suo detto diventa credibile: la tortura ha purgato l’infamia, restituendo a quel detto l’autorità che non poteva avere dal carattere della persona. E perché dunque non avevan fatta confermare al Piazza ne’ tormenti la prima deposizione? Fu anche questo per non mettere a cimento quella deposizione, così insufficiente, ma così necessaria alla cattura del Mora? Certo una tale omissione rendeva questa ancor più illegale: giacché era bensì ammesso che l’accusa dell’infame, non confermata ne’ tormenti, potesse dar luogo, come qualunque altro più difettoso indizio, a prendere informazioni, ma non a procedere contro la persona. E riguardo alla consuetudine del foro milanese, ecco quel che attesta il Claro in forma generalissima: “Affinché il detto del complice faccia fede, è necessario che sia confermato ne’ tormenti, perché, essendo lui infame a cagion del suo proprio delitto, non può essere ammesso come testimonio, senza tortura; e così si pratica da noi: et ita apud nos servatur”. Era dunque legale almeno la tortura data al commissario in quest’ultimo costituto? No, certamente: era iniqua, anche secondo le leggi, poiché gliela davano per convalidare un’accusa che non poteva diventar valida con nessun mezzo, a cagion dell’impunità da cui era stata promossa. E si veda come gli avesse avvertiti a proposito il loro Bossi. “Essendo la tortura un male irreparabile, si badi bene di non farla soffrire in vano a un reo in casi simili, cioè quando non ci siano altre presunzioni o indizi del delitto.” Ma che? facevan dunque contro la legge, a dargliela, e a non dargliela? Sicuro; e qual maraviglia che chi s’è messo in una strada falsa, arrivi a due che non son buone, né l’una né l’altra? Del resto, è facile indovinare che la tortura datagli per fargli ritrattare un’accusa, non dovette esser così efficace come quella datagli per isforzarlo ad accusarsi. Infatti, non ebbero questa volta a scrivere esclamazioni, a registrare urli né gemiti: sostenne tranquillamente la sua deposizione. Gli domandaron due volte perché non l’avesse fatta ne’ primi costituti.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
tole che aveva fatto prender da de’ ragazzi, per comporne un medicamento di que’ tempi (domande alle quali soddisfece come un uomo che non ha nulla da nascondere né da inventare), gli metton lì i pezzi di quella carta che aveva stracciata nell’atto della visita. La riconosco, disse, per quella scrittura che io strazziai inavertentamente; et si potranno li pezzetti congregar insieme, per veder la continenza, et mi verrà ancora a memoria da chi mi sij stata data. Passaron poi a fargli un’interrogazione di questa sorte: in che modo, non havendo più che tanta amicitia con il detto Commissario chiamato Gulielmo Piazza, come ha detto nel precedente suo esame, esso Commissario  con  tanta  libertà  gli  ricercò  il  suddetto  vaso  di  preservativo;  et  lui Constituto, con tanta libertà et prestezza, si offerse di darglielo, et l’interpellò di andarlo a pigliare, come nell’altro suo esame ha deposto. Ecco che torna in campo la misura stretta della verisimiglianza. Quando il Piazza asserì per la prima volta, che il barbiere, suo amico di bon dì e bon anno, con quella medesima libertà e prestezza, gli aveva offerto un vasetto per far morire la gente, non gli fecero difficoltà; la fanno a chi asserisce che si trattava d’un rimedio. Eppure, si devono naturalmente usar meno riguardi nel cercare un complice necessario a una contravvenzion leggiera, e per una cosa in sé onestissima, che a cercarlo, senza necessità, per un attentato pericoloso quanto esecrabile: e non è questa una scoperta che si sia fatta in questi due ultimi secoli. Non era l’uomo del secento che ragionava così alla rovescia: era l’uomo della passione. Il Mora rispose: io lo feci per l’interesse. Gli domandano poi se conosce quelli che il Piazza aveva nominati; risponde che li conosce, ma non è loro amico, perché son certa gente da lasciarli  fare  il  fatto  suo.  Gli  domandano  se  sa  chi  avesse  fatto quell’imbrattamento di tutta la città; risponde di no. Se sa da chi il commissario abbia avuto l’unguento per unger le muraglie: risponde ancora di no. Gli domandan finalmente: se sa che persona alcuna, con offerta de danari, habbi ricercato il detto Commissario ad ontar le muraglie della Vedra de’ Cittadini, et che per così fare, li habbi poi dato un vasetto di vetro con dentro tal onto. Rispose, chinando la testa, e abbassando la voce (flectens caput, et submissa voce): non so niente. Forse soltanto allora cominciava a vedere a che strano e orribil fine potesse riuscire quel rigirìo di domande. E chi sa in che maniera sarà stata fatta questa da coloro, che, incerti, volere o non volere, della loro scoperta,
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
tanto più dovevano accennar di saperne, e mostrarsi anticipatamente forti contro le negative che prevedevano. I visi e gli atti che facevan loro, non li notavano.  Andaron  dunque  avanti  a  domandargli  direttamente:  se  lui Constituto ha ricercato il suddetto Gulielmo Piazza Commissario della Sanità ad ongere le muraglie lì a torno alla Vedra de’ Cittadini, et per così fare se gli ha dato un vasetto di vetro con dentro l’onto che doveva adoperare; con promessa di dargli ancora una quantità de danari. Esclamò, più che non rispose: Signor no! maidè no! no in eterno! far io queste cose? Son parole che può dire un colpevole, quanto un innocente; ma non nella stessa maniera. Gli fu replicato, che cosa dirà poi quando dal suddetto Gulielmo Piazza Commissario della Sanità, gli sarà questa verità sostenuta in faccia. Di nuovo questa verità! Non conoscevan la cosa che per la deposizione d’un  supposto  complice;  a  questo  avevan  detto  essi  medesimi,  il  giorno medesimo, che, come la raccontava lui, haveva molto dell’inverisimile; lui non ci aveva saputo aggiungere neppure un’ombra di verisimiglianza, se la contradizione non ne dà; e al Mora dicevano francamente: questa verità! Era, ripeto, rozzezza de’ tempi? era barbarie delle leggi? era ignoranza? era superstizione? O era una di quelle volte che l’iniquità si smentisce da sé? Il Mora rispose: quando mi dirà questo in faccia, dirò che è un infame, et che non può dire questo, perché non ha mai parlato con me di tal cosa, et guardimi Dio! Si fa venire il Piazza, e, alla presenza del Mora, gli si domanda, tutto di seguito, se è vero questo e questo e questo; tutto ciò che ha deposto. Risponde: Signor sì, che è vero. Il povero Mora grida: ah Dio misericordia! non si trovarà mai questo. Il commissario: io sono a questi termini, per sostentarvi voi. Il Mora: non si trovarà mai, non provarete mai d’esser stato a casa mia. Il commissario: non fossi mai stato in casa vostra, come vi son stato; che sono a questi termini per voi. Il Mora: non si trovarà mai che siate stato a casa mia. Dopo di ciò, furon rimandati, ognuno nel suo carcere. Il capitano di giustizia, nella lettera al governatore, più volte citata, rende conto di quel confronto in questi termini: “Il Piazza animosamente gli ha sostenuto in faccia, esser vero ch’egli ricevè da lui tale unguento, con le circostanze del luogo e del tempo.” Lo Spinola dovette credere che il Piazza
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
nodo; qui adopravan tutta l’arte, tutta l’insistenza, tutti i rigiri dell’interrogazioni; qui ricorrevano ai confronti; non facevano un passo prima d’aver trovato (ed era forse cosa difficile?) qual de’ due mentisse, o se forse mentissero tutt’e due. I nostri esaminatori, avuta quella risposta del Mora: perché lui haverebbe guadagnato assai, poiché si sarian ammalate delle persone assai, et io haverei guadagnato assai con il mio elettuario, passarono ad altro. Dopo ciò, basterà, se non è anche troppo, il toccar di fuga, e in parte, il rimanente di quel costituto. Interrogato, se vi sono altri complici di questo negotio, risponde: vi saranno li suoi compagni del Piazza, i quali non so chi siano. Gli si protesta che non è verisimile che non lo sappi. Al suono di quella parola, terribile foriera della tortura, l’infelice afferma subito, nella forma più positiva: sono li Foresari et il Baruello: quelli che gli erano stati nominati e così indicati, nel costituto antecedente. Dice che il veleno lo teneva nel fornello, cioè dove loro s’erano immaginati che potesse essere; dice come lo componeva, e conclude: buttavo via il resto nella Vedra. Non possiam tenerci qui di non trascrivere una postilla del Verri. “E non avrebbe gettato nella Vetra il resto, dopo la prigionia del Piazza!” Risponde a caso ad altre domande che gli fanno su circostanze di luogo, di tempo e di cose simili, come se si trattasse d’un fatto chiaro e provato in sostanza, e non ci mancassero che delle particolarità; e finalmente, è messo di nuovo alla tortura, affinché la sua deposizione potesse valer contro i nominati, e segnatamente contro il commissario. Al quale avevan data la tortura per convalidare una deposizione opposta a questa in punti essenziali! Qui non potremmo allegar testi di leggi, né opinioni di dottori; perché in verità la giurisprudenza non aveva preveduto un caso simile. La confessione fatta nella tortura non valeva, se non era ratificata senza tortura, e in un altro luogo, di dove non si potesse vedere l’orribile strumento, e non nello stesso giorno. Eran ritrovati della scienza, per rendere, se fosse stato possibile, spontanea una confessione forzata, e soddisfare insieme al buon senso, il quale diceva troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può meritar fede, e alla legge romana che consacrava la tortura. Anzi la ragione di quelle precauzioni, la ricavavano gl’interpreti dalla legge medesima, cioè da quelle strane parole: “La tortura è cosa fragile e pericolosa e soggetta a ingannare; giacché molti, per forza d’animo o di corpo, curan così poco i
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
tormenti, che non si può, con un tal mezzo, aver da loro la verità; altri sono così intolleranti del dolore, che dicon qualunque falsità, piuttosto che sopportare i tormenti”. Dico: strane parole, in una legge che manteneva la tortura; e per intendere come non ne cavasse altra conseguenza, se non che “ai tormenti non si deve creder sempre”, bisogna rammentarsi che quella legge era fatta in origine per gli schiavi, i quali, nell’abiezione e nella perversità del gentilesimo, poterono esser considerati come cose e non persone, e sui quali si credeva quindi lecito qualunque esperimento, a segno che si tormentavano per iscoprire i delitti degli altri. De’ nuovi interessi di nuovi legislatori la fecero poi applicare anche alle persone libere; e la forza dell’autorità la fece durar tanti secoli più del gentilesimo: esempio non raro, ma notabile, di quanto una legge, avviata che sia, possa estendersi al di là del suo principio, e sopravvivergli. Per adempir dunque una tale formalità, chiamarono il Mora a un nuovo esame, il giorno seguente. Ma siccome in tutto dovevan metter qualcosa d’insidioso, d’avvantaggioso, di suggestivo, così, in vece di domandargli se intendeva di ratificar la sua confessione, gli domandarono se ha cosa alcuna d’aggiongere  all’esame  et  confessione  sua,  che  fece  hieri,  doppo  che  fu ommesso di tormentare. Escludevano il dubbio: la giurisprudenza voleva che la confessione della tortura fosse rimessa in questione; essi la davan per ferma, e chiedevan soltanto che fosse accresciuta. Ma in quell’ore (direm noi di riposo?) il sentimento dell’innocenza, l’orror del supplizio, il pensiero della moglie, de’ figli, avevan forse data al povero Mora la speranza d’esser più forte contro nuovi tormenti; e rispose: Signor no, che non ho cosa d’aggiongervi, et ho più presto cosa da sminuire. Dovettero pure domandargli, che cosa ha da sminuire. Rispose più apertamente, e come prendendo coraggio: quell’unguento che ho detto, non ne ho fatto minga (mica), et quello che ho detto, l’ho detto per i tormenti. Gli minacciaron subito la rinnovazion della tortura; e ciò (lasciando da parte tutte l’altre violente irregolarità) senza aver messe in chiaro le contradizioni tra lui e il commissario, cioè senza poter dire essi medesimi se quella nuova tortura gliel’avrebbero data sulla sua confessione, o sulla deposizion dell’altro; se come a complice, o come a reo principale; se per un delitto commesso ad istigazione altrui, o del quale era stato l’istigatore; se per un delitto che lui aveva voluto pagar generosamente, o dal quale aveva sperato un miserabile guadagno.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Milano fosse mai tornato in quell’intervallo: una volta sola, e c’era rimasto un giorno solo, che specificò ugualmente. Non concordava con nessuna dell’epoche inventate dai due disgraziati. Allora gli dicono, senza minacce, con buona maniera, che si metta a memoria se non si trovò in Milano nel tal tempo, nel tal altro: risponde ogni volta di no, rapportandosi sempre alla sua prima risposta. Vengono alle persone, e ai luoghi. Se aveva conosciuto un Fontana bombardiere: era il suocero del Vedano, e il Baruello l’aveva nominato come uno di quelli che s’eran trovati al primo abboccamento. Risponde di sì. Se conosceva il Vedano: di sì ugualmente. Se sa dove sia la Vetra de’ Cittadini e l’osteria de’ sei ladri: era lì che il Mora aveva detto esser venuto il Padilla, condotto da don Pietro di Saragozza, a fargli la proposta d’avvelenar Milano. Rispose che non conosceva né la strada, né l’osteria, neppur di nome. Gli domandano di don Pietro di Saragozza: questo non solo non lo conosceva, ma era impossibile che lo conoscesse. Gli domandano di certi due, vestiti alla francese; d’un cert’altro, vestito da prete: gente che il Baruello aveva detto esser venuti col Padilla all’abboccamento sulla piazza del castello. Non sa di chi gli si parli. Nel secondo esame, che fu l’ultimo di gennaio, gli domandan del Mora, del Migliavacca, del Baruello, d’abboccamenti avuti con loro, di danari dati, di promesse fatte; ma senza parlargli ancora della trama a cui tutto questo si riferiva. Risponde che non ha mai avuto che far con costoro, che non gli ha mai nemmen sentiti nominare; replica che non era a Milano in que’ diversi tempi. Dopo più di tre mesi, consumati in ricerche dalle quali, come doveva essere, non si cavò il minimo costrutto, il senato decretò che il Padilla fosse costituito reo con la narrativa del fatto, pubblicatogli il processo, e datogli un termine alle difese. In esecuzione di quest’ordine, fu chiamato ad un nuovo ed ultimo esame, il 22 di maggio. Dopo varie domande espresse, su tutti i capi d’accusa, alle quali rispose sempre un no, e per lo più asciutto, vennero alla narrativa del fatto, cioè gli spiattellarono quella pazza novella, anzi quelle due.  La  prima,  che  lui  costituto  aveva  detto  al  barbiere  Mora,  vicino all’hostaria detta delli sei ladri, che facesse un ontione... et che dovesse prender la detta ontione, et andar a bordegare (impiastrare); e che, in ricompensa, gli aveva dato molte doppie; e don Pietro di Saragozza, per suo ordine, aveva poi mandato il detto barbiere a riscotere altri danari dai tali e tali banchieri. Ma questa è ragionevole in paragon dell’altra: che esso Sig. Constituto aveva
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Personaggi Mercurio Un Pastore schiavone Mopso, pastor vecchio Aristeo, pastor giovane Tyrsi, servo Orpheo Pluto Proserpina Euridice Una Furia Una Baccante Coro delle Baccanti Dedica Angelo Poliziano a messer Carlo Canale suo salute. Solevano i Lacedemonii, humanissimo messer Carlo mio, quando alcuno loro figliuolo nasceva o di qualche membro impedito o delle forze debile, quello exponere subitamente, né permettere che in vita fussi riservato, giudicando tale stirpa indegna di Lacedemonia. Così desideravo ancora  io  che  la  fabula  di  Orpheo,  la  quale  a  requisizione  del  nostro reverendissimo Cardinale Mantuano, in tempo di dua giorni, intra continui tumulti, in stilo vulgare perché dagli spectatori meglio fusse intesa havevo composta,  fussi  di  subito,  non  altrimenti  che  esso  Orpheo,  lacerata: cognoscendo questa mia figliuola essere qualità da far più tosto al suo padre vergogna che honore, e più tosto apta dargli maninconia che allegrezza. Ma vedendo che e voi e alcuni altri troppo di me amanti, contro alla mia volontà in vita la ritenete, conviene ancora a me havere più rispetto allo amor paterno e alla voluntà vostra che al mio ragionevole instituto. Havete però una giusta excusazione della voluntà vostra, perché essendo così nata sotto lo auspizio di sì clemente Signore, merita essere exempta da la comun legge.  Viva adunque, poi che a voi così piace; ma bene vi protesto che tale pietà è una expressa crudelità, e di questo mio iudizio desidero ne sia questa epistola testimonio. E voi che sapete la necessità della mia obedienza e l’angustia del tempo, vi priego che con la vostra autorità resistiate a qualunche volessi la imperfezione di tale figliuola al padre attribuire. Vale. Fabula Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
Tyrsi risponde: O Mopso, al servo sta bene ubidire, 125 e matto è chi comanda al suo signore. Io so che gli è più saggio assai che noi: a me basta guardar le vacche e ’ buoi. Aristeo ad Euridice: Non mi fuggire, donzella, ch’i’ ti son tanto amico 130 e che più t’amo che la vita e ’l core. Ascolta, o nympha bella, ascolta quel ch’i’ dico; non fuggir, nympha, chi ti porta amore. Non son qui lupo o orso, 135 ma son tuo amatore: dunque rafrena il tuo volante corso. Poi che el pregar non vale e tu via ti dilegui, e’ convien ch’io ti segui. 140 Porgimi, Amor, porgimi hor le tue ale! Orfeo, cantando sopra il monte in su la lira è seguenti versi latini, li quali a proposito di messer Baccio Ugolino attore de ditta persona d’Orfeo sono in onore del Cardinale Mantuano, fu interrotto da uno pastore nunciatore della morte di Euridice: O meos longum modulata lusus quos amor primam docuit inventam, flecte nunc mecum numeros novumque dic, lyra, carmen. 145 Non quod hirsutos agat huc leones, sed quod et frontem domini serenet, et levet curas penitusque doctas mulceat aures. Vindicat nostros sibi iure cantus 150 qui colit vates citharamque princeps, ille cui sacro rutilus refulget crine galerus; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Angelo Poliziano   Rime XXIX Voi vedete ch’io guardo questa e quella, e forse ancor n’avete un po’ disdegno, ma non possa io veder mai sole o stella, s’io non ho tutte l’altre donne a sdegno. Voi sola agli occhi miei parete bella, piena di grazia, piena d’alto ingegno: abbiatene di questo mille carte, ma per coprire el vero uso questa arte.
Rime di Angelo Poliziano
LXII Non arà forza mai tuo crudeltade, donna, che sempre i’ non ti sia suggetto; già mai non mancherà mie fedeltade mentre che l’alma fia nel miser petto. Forse che ancor ti moverà piatade di tuo bellezze e di me poveretto: del mie fedel servire invan perduto, e del tuo fior ch’allor sarà caduto. 5 LXIII Occhi leggiadri, o grazioso sguardo, che fusti e primi che m’innamoraro, occhi sereni, donde uscì quel dardo che passò il core e non valse riparo, occhi, cagion del foco in qual sempre ardo, senza li quali el viver non m’è caro, a voi ne vengo a dimandar se mai sperar debbo merzé di tanti guai! 5 LXIV Occhi che sanza lingua mi parlate l’oneste voglie di quel santo core, e sanza ferro in pezzi mi tagliate, e sanza man mi tenete in dolore, e sanza piedi a morte mi guidate lieto sperando e cieco per amore: se voi siate occhi e l’altre forze avete, perché del foco mio non v’avedete? 5 29 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime di Angelo Poliziano
CIV Questo mostrarsi adirata di fore, donna, non mi dispiace purch’io stie ’n pace poi col vostro core. Ma perch’i’ son del vostro amore incerto, cogli occhi mi consiglio: quivi veggio ’l mio bene e ’l mio mal certo. Ché, se movete un ciglio, subito piglio speranza d’amore. Se poi vi veggio in atto disdegnosa, par che ’l cor si disfaccia; e credo allor di non poter far cosa, donna, che mai vi piaccia, così s’adiaccia e arde a tutte l’ore. Ma se talor qualche pietà mostrassi negli occhi, o viva stella, voi faresti d’amore ardere e sassi: pietà fa donna bella, pietà è quella onde amor nasce e more.
Rime di Angelo Poliziano
CV Io ti ringrazio, Amore, d’ogni pena e tormento, e son contento omai d’ogni dolore. Contento son di quanto ho mai soferto, signor, nel tuo bel regno, poi che per tua merzé, sanza mio merto, m’hai dato sì gran pegno, poi che m’hai fatto degno d’un sì beato riso, che in paradiso n’ha portato il core. In paradiso el cor n’hanno portato que’ begli occhi ridenti, ov’io ti vidi, Amore, star celato colle tue fiamme ardenti. O vaghi occhi lucenti che ’l cor tolto m’avete, onde traete sì dolce valore? I’ ero già della mia vita in forse: madonna in bianca vesta con un riso amoroso mi socorse, lieta, bella e onesta; dipinta avea la testa di rosa e di viole, gli occhi che ’l sole avanzon di splendore.
Rime di Angelo Poliziano
CX Donne, di nuovo el mie cor s’è smarrito, e non posso pensar dove sie ito. Era tanto gentil questo mio core, ch’ad un cenno solea tornar volando, perch’i’ ’l pascevo d’un disio d’amore: ma una donna l’allettò cantando, pur poi lo venne tanto tribolando, che s’è sdegnato e da lei s’è fuggito. Questo mio core ave’ sommo diletto di star sempre tra voi, donne leggiadre: però, fanciulle, io ho di voi sospetto, ch’i’ non dubito già di vostre madre. Ma voi solete de’ cori esser ladre, per quanto i’ n’ho, fanciulle mie, sentito. Se pur voi lo sapessi governare, i’ direi, donne, “fra voi si rimanga”; ma voi lo fate di fame stentare sì che e’ s’impicca e dibatte alla stanga, onde convien poi che tutto s’infranga e, s’egli stride, mai non è udito. Poi di parole e sguardi lo pascete, ch’a dire ’l vero, è un cattivo pasto; di fatti a beccatelle lo tenete, tanto che mezzo me l’avete guasto. Datel qua, ladre; e se ci fia contasto, alla corte d’Amor tutte vi cito.
Rime di Angelo Poliziano
CXII Già non siàn, perch’e’ ti paia, dama mia, così balocchi; conosciàn che c’infinocchi e da tutti vuoi la baia. Già credetti essere il cucco, so che ’n gongolo i’ ti tenni, ma tu m’hai presto ristucco con tuo ghigni, attucci e cenni. Pur del mal tosto rinvenni e son san com’una lasca: anch’i’ so impaniar la frasca, benché forse a te non paia. Tu solleciti el zimbello, e col fischio ognuno alletti; tireresti ad un fringuello, ma indarno omai ci aspetti. Quanto più, per Dio, civetti, tanto più d’ognun se’ gufo: deh, va’ ficcati in un tufo, cheta, e fa’ che non si paia. Tutti questi nuovi pesci hanno un po’ del dileggino, e pur pregan ch’i’ rovesci del sacchetto il pellicino: ma s’i’ scuoto un pochettino, tanta roba n’uscirebbe, ch’ognun poi se n’avedrebbe, e megli’ è che non si paia. Tant’è, dama, a parlar chiaro, tu vagheggi troppo ognuno, sanza fare alcun divaro s’egli è bianco o verde o bruno; me’ faresti a tortene uno (e sarei proprio buon io), a quest’altri dire addio e saresti fuor di baia.
Rime di Angelo Poliziano
CXV I’ vi vo’ pur raccontare —  deh udite, donne mie — certe vostre gran pazzie, ma pur vaglia a perdonare. Se voi fussi più discrete circa ’l fatto dello amore, ne saresti assai più liete, pur salvando el vostro onore. Non si vuole un amadore sempre mai tenere in gogna, ch’al meschin alfin bisogna le suo pene apalesare. Quando e’ vede che tu impeci pur gli orecchi, e’ grida forte, ché non può coprire e ceci chi fa ’l dì ben mille morte. Vo’ dovresti essere acorte a stalciare e sciorre el nodo, a mostrare el tempo e ’l modo che vi possa un po’ parlare. Quando poi siete alle strette, ordinate el come e ’l quando, sanza far tante civette, sanza avere a metter bando. Non bisogna ir poi toccando fra le genti o piedi o mano: la campana a mano a mano in un gitto si può fare. Sonci mezzi ancor da mettere, se voi fussi sospettose: chi sa legger, colle lettere potre’ far dimolte cose, ma ci son certe leziose c’han paur della fantasima, ch’a vederle mi vien l’asima,
Rime di Angelo Poliziano
CXVII I’ son, dama, el porcellino che dimena pur la coda tutto ’l giorno e mai l’annoda: ma tu sarai l’asinino. Ché la coda par conosca l’asinin, quando e’ non l’ha; se lo morde qualche mosca, gran lamento allor ne fa. Questo uccello impanierà, ch’or dileggia la civetta; spesse volte el fico in vetta giù si tira con l’uncino. Tu se’ alta, e non scorgi un mio par quaggiù fra’ ciottoli, e la mano a me non porgi ch’i’ non caggia più cimbottoli. Orsù, diànla pe’ viottoli a cercar d’un’altra dama, perché un oste è che mi chiama, ch’ancor lui mesce buon vino. Del tuo vino i’ non vo’ bere, va’ ripon la metadella, perché all’orlo del bicchiere sempre freghi la biondella. Non intingo in tuo scodella, che v’è drento l’aloè: ma qualcun, per la mia fé, farà più d’un pentolino. Tu mi dicevi: —  Apri bocchi — , poi m’hai fatta la cilecca; or mi gufi e fa’mi bocchi: ma ci è una che m’imbecca d’un sapor, che chi ne becca se ne succia poi le dita. Con costei fo buona vita
Rime di Angelo Poliziano
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � Libro primo A messer Alfonso Ariosto I Fra  me  stesso  lungamente  ho  dubitato,  messer  Alfonso  carissimo, qual di due cose più difficil mi fusse; o il negarvi quel che con tanta instanzia più volte m’avete richiesto, o il farlo: perché da un canto mi parea durissimo  negar  alcuna  cosa,  e  massimamente  laudevole,  a  persona  ch’io  amo sommamente e da cui sommamente mi sento esser amato; dall’altro ancor pigliar impresa, la quale io non conoscessi non poter condur a fine, pareami disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si debbano. In ultimo, dopo molti pensieri, ho deliberato esperimentare in questo quanto aiuto porger possa alla diligenzia mia quella affezione e desiderio intenso di compiacere, che nell’altre cose tanto sòle accrescere la industria degli omini. Voi adunque mi richiedete ch’io scriva qual sia, al parer mio, la forma di cortegiania più conveniente a gentilomo che viva in corte de’ prìncipi, per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servire in ogni cosa ragionevole, acquistandone da essi grazia e dagli altri laude; in somma, di che sorte debba esser colui, che meriti chiamarsi perfetto cortegiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi. Onde io, considerando tal richiesta, dico che, se a me stesso non paresse maggior biasimo l’esser da voi reputato poco amorevole che da tutti gli altri poco prudente, arei fuggito questa fatica, per dubbio di non esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono come difficil cosa sia, tra tante varietà di costumi che s’usano nelle corti di Cristianità, eleggere la più perfetta forma e quasi il fior di questa cortegiania, perché la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere; onde talor procede che i costumi, gli abiti, i riti e i modi, che un tempo son stati in pregio, divengono vili, e per contrario i vili divengon pregiati. Però si vede chiaramente che l’uso più che la ragione ha forza d’introdur cose nove tra noi e cancellar l’antiche; delle quali chi cerca giudicar la perfezione, spesso s’inganna. Per il che, conoscendo io questa e molte altre difficultà nella materia propostami a scrivere, son sforzato a fare un poco di escusazione e render testimonio che questo errore, se pur si po dir errore, a me è commune con voi, acciò che, se biasmo a venir me ne ha, quello sia ancor diviso con voi; perché non minor colpa si dee estimar la vostra avermi imposto carico alle mie forze disequale, che a me averlo accettato.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XIII Allor la signora Emilia, ridendo, disse al conte Ludovico da Canossa: “Adunque, per non perder più tempo, voi, Conte, sarete quello che averà questa impresa nel modo che ha detto messer Federico; non già perché ci paia che voi siate così bon cortegiano, che sappiate quel che si gli convenga, ma  perché,  dicendo  ogni  cosa  al  contrario,  come  speramo  che  farete,  il gioco sarà più bello, ché ognun averà che respondervi, onde se un altro che sapesse più di voi avesse questo carico, non si gli potrebbe contradir cosa alcuna perché diria la verità, e così il gioco saria freddo.” Sùbito rispose il Conte: “Signora, non ci saria pericolo che mancasse contradizione a chi dicesse la verità, stando voi qui presente;” ed essendosi di questa risposta alquanto riso, seguitò: “Ma io veramente, Signora, molto volontier fuggirei questa fatica, parendomi troppo difficile e conoscendo in me ciò che voi avete per burla detto esser verissimo, cioè ch’io non sappia quello che a bon cortegian si conviene; e questo con altro testimonio non cerco di provare, perché, non facendo l’opere, si po estimar ch’io nol sappia; ed io credo che sia minor biasmo mio, perché senza dubbio peggio è non voler far bene, che non saperlo fare. Pur, essendo così che a voi piaccia che io abbia questo carico,  non  posso  né  voglio  rifiutarlo,  per  non  contravenir  all’ordine  e giudicio vostro, il quale estimo più assai che ‘l mio.” Allor messer Cesare Gonzaga, “Perché già,” disse, “è passata bon’ora di notte e qui son apparecchiate molte altre sorti di piaceri, forse bon sarà differir questo ragionamento a domani e darassi tempo al Conte di pensar ciò ch’egli s’abbia a dire; ché in vero di tal subietto parlare improviso è difficil cosa.” Rispose il Conte: “Io non voglio far come colui, che spogliatosi in giuppone saltò meno che non avea fatto col saio; e perciò parmi gran ventura che l’ora sia tarda, perché per la brevità del tempo sarò sforzato a parlar poco e ‘l non avervi pensato mi escuserà, talmente che mi sarà licito dir senza biasimo tutte le cose che prima mi verranno alla bocca. Per non tener adunque più lungamente questo carico di obligazione sopra le spalle, dico che in ogni cosa tanto è difficil il conoscer la vera perfezion, che quasi è impossibile; e questo per la varietà de’ giudici. Però si ritrovano molti, ai quali sarà grato un omo che parli assai, e quello chiameranno piacevole; alcuni si diletteranno più della modestia; alcun’altri d’un omo attivo ed inquieto; altri di chi in ogni cosa mostri riposo e considerazione; e così ciascuno lauda e vitupera  secondo  il  parer  suo,  sempre  coprendo  il  vicio  col  nome  della
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
saremmo in una medesima condicione per aver avuto un medesimo principio, né più un che l’altro sarebbe nobile. Ma delle diversità nostre e gradi d’altezza  e  di  bassezza  credo  io  che  siano  molte  altre  cause:  tra  le  quali estimo la fortuna esser precipua, perché in tutte le cose mondane la veggiamo dominare e quasi pigliarsi a gioco d’alzar spesso fin al cielo chi par a lei senza merito alcuno, e sepellir nell’abisso i più degni d’esser esaltati. Confermo ben ciò che voi dite della felicità di quelli che nascon dotati dei beni dell’animo e del corpo; ma questo così si vede negli ignobili come nei nobili, perché la natura non ha queste così sottili distinzioni; anzi, come ho detto, spesso si veggono in persone bassissime altissimi doni di natura. Però non acquistandosi questa nobilità né per ingegno né per forza né per arte, ed essendo più tosto laude dei nostri antecessori che nostra propria, a me par  troppo  strano  voler  che,  se  i  parenti  del  nostro  cortegiano  son  stati ignobili,  tutte  le  sue  bone  qualità  siano  guaste,  e  che  non  bastino  assai quell’altre condizioni che voi avete nominate, per ridurlo al colmo della perfezione: cioè ingegno, bellezza di volto, disposizion di persona e quella grazia, che al primo aspetto sempre lo faccia a ciascun gratissimo. XVI Allor il conte Ludovico, “Non nego io,” rispose, “che ancora negli omini bassi non possano regnar quelle medesime virtù che nei nobili; ma per non replicar quello che già avemo detto con molte altre ragioni che si poriano addurre in laude della nobiltà, la qual sempre ed appresso ognuno è onorata, perché ragionevole cosa è che de’ boni nascano i boni, avendo noi a formare un cortegiano senza diffetto alcuno e cumulato d’ogni laude, mi par necessario farlo nobile, si per molte altre cause, come ancor per la opinion universale, la qual sùbito accompagna la nobiltà. Ché se saranno dui omini di palazzo, i quali non abbiano per prima dato impression alcuna di se stessi con l’opere o bone o male, sùbito che s’intenda l’un esser nato gentilomo  e  l’altro  no,  appresso  ciascuno  lo  ignobile  sarà  molto  meno estimato che ‘l nobile, e bisognerà che con molte fatiche e con tempo nella mente degli omini imprima la bona opinion di sé, che l’altro in un momento, e solamente con l’esser gentilom, averà acquistata. E di quanta importanzia siano queste impressioni, ognun po facilmente comprendere; ché, parlando di noi, abbiam veduto capitare in questa casa omini, i quali, essendo sciocchi e goffissimi, per tutta Italia hanno però avuto fama di grandissimi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
esser per l’opere dagli ignoranti conosciuto, si sdegna che ‘l valor suo stia sepulto e forza è che a qualche modo lo scopra, per non essere defraudato dell’onore, che è il vero premio delle virtuose fatiche. Però tra gli antichi scrittori, chi molto vale rare volte si astien da laudar se stesso. Quelli ben sono  intollerabili  che,  essendo  di  niun  merito,  si  laudano;  ma  tal  non presumiam noi che sia il nostro cortegiano.” Allor il Conte, “Se voi,” disse, “avete inteso, io ho biasmato il laudare se stesso impudentemente e senza rispetto; e certo, come voi dite, non si dee pigliar mala opinion d’un omo valoroso, che modestamente si laudi; anzi tôr quello per testimonio più certo che se venisse di bocca altrui. Dico ben che chi, laudando se stesso, non incorre in errore, né a sé genera fastidio o invidia da chi ode, quello è discretissimo ed, oltre alle laudi che esso si dà, ne merita ancor dagli altri; perché è cosa difficil assai.” Allora il signor Gaspar, “Questo,” disse, “ci avete da insegnar voi.” Rispose il Conte: “Tra gli antichi scrittori non è ancor mancato chi l’abbia insegnato; ma, al parer mio, il tutto consiste in dir le cose di modo, che paia che non si dicano a quel fine, ma che caggiano talmente a proposito, che non si possa restar di dirle, e sempre mostrando fuggir  le  proprie  laudi,  dirle  pure;  ma  non  di  quella  maniera  che  fanno questi bravi, che aprono la bocca e lascian venir le parole alla ventura; come pochi dì fa disse un de’ nostri che, essendogli a Pisa stato passata una coscia con una picca da una banda all’altra, pensò che fosse una mosca che l’avesse punto; ed un altro disse che non teneva specchio in camera perché quando si crucciava diveniva tanto terribile nell’aspetto, che veggendosi arìa fatto troppo gran paura a se stesso.” Rise qui ognuno; ma messer Cesare Gonzaga suggiunse: “Di che ridete voi? Non sapete che Alessandro Magno, sentendo che opinion d’un filosofo era che fussino infiniti mondi, cominciò a piangere, ed essendoli domandato perché piangeva, rispose, “Perch’io non ne ho ancor preso un solo;’ come se avesse avuto animo di pigliarli tutti? Non vi par che questa fosse maggior braveria che il dir della puntura della mosca?” Disse allor il Conte: “Anco Alessandro era maggior uom che non era colui che disse quella. Ma agli omini eccellenti in vero si ha da perdonare quando presumono assai di sé; perché chi ha da far gran cose, bisogna che abbia ardir di farle e confidenzia di se stesso e non sia d’animo abbietto o vile, ma sì ben modesto in parole, mostrando di presumer meno di se stesso che non fa, pur che quella presunzione non passi alla temerità.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
di bona grazia, fa, al parer mio, più bel spettaculo che alcun degli altri. Essendo adunque il nostro cortegiano in questi esercizi più che mediocremente esperto, penso che debba lasciar gli altri da canto; come volteggiar in terra, andar in su la corda e tai cose, che quasi hanno del giocolare e poco sono a gentilomo convenienti. Ma perché sempre non si po versar tra queste così faticose operazioni, oltra che ancor la assiduità sazia molto e leva quella ammirazione che si piglia delle cose rare, bisogna sempre variar con diverse azioni la vita nostra. Però voglio che ‘l cortegiano descenda qualche volta a più riposati e placidi esercizi, e per schivar la invidia e per intertenersi piacevolmente con ognuno faccia tutto quello che gli altri fanno, non s’allontanando però mai dai laudevoli atti e governandosi con quel bon giudicio che non lo lassi incorrere in alcuna sciocchezza; ma rida, scherzi, motteggi, balli  e  danzi,  nientedimeno  con  tal  maniera,  che  sempre  mostri  esser ingenioso e discreto ed in ogni cosa che faccia o dica sia aggraziato.” XXIII “Certo,” disse allor messer Cesare Gonzaga, “non si dovria già impedir il corso di questo ragionamento; ma, se io tacessi, non satisfarei alla libertà ch’io ho di parlare, né al desiderio di saper una cosa; e siami perdonato s’io, avendo a contradire, dimanderò; perché questo credo che mi sia licito, per esempio del nostro messer Bernardo, il quale per troppo voglia d’esser tenuto bell’omo, ha contrafatto alle leggi del nostro gioco, domandando e non contradicendo.” “Vedete,” disse allora la signora Duchessa, “come da un error solo molti ne procedono. Però chi falla e dà mal esempio, come messer Bernardo, non solamente merita esser punito del suo fallo, ma ancor dell’altrui.” Rispose allora messer Cesare: “Dunque io, Signora, sarò esente di pena, avendo messer Bernardo ad esser punito del suo e del mio errore.” “Anzi,” disse la signora Duchessa, “tutti dui devete aver doppio castigo: esso del suo fallo e dello aver indutto voi a fallire; voi del vostro fallo e dello aver imitato chi falliva.” “Signora,” rispose messer Cesare, “io fin  qui  non  ho  fallito;  però,  per  lasciar  tutta  questa  punizione  a  messer Bernardo solo, tacerommi.” E già si taceva; quando la signora Emilia ridendo, “Dite ciò che vi piace,” rispose, “ché, con licenzia però della signora Duchessa, io perdono a chi ha fallito e a chi fallirà in così piccol fallo.” Suggiunse la signora Duchessa: “Io son contenta; ma abbiate cura che non
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
v’inganniate, pensando forse meritar più con l’esser clemente che con l’esser giusta; perché perdonando troppo a chi falla si fa ingiuria a chi non falla. Pur non voglio che la mia austerità per ora, accusando la indulgenzia vostra, sia causa che noi perdiamo d’udir questa domanda di messer Cesare.” Così esso, essendogli fatto segno dalla signora Duchessa e dalla signora Emilia, sùbito disse: XXIV “Se ben tengo a memoria, parmi, signor Conte, che voi questa sera più volte abbiate replicato che ‘l cortegiano ha da compagnare l’operazion sue, i gesti, gli abiti, in somma ogni suo movimento con la grazia; e questo mi par che mettiate per un condimento d’ogni cosa, senza il quale tutte l’altre proprietà e bone condicioni sian di poco valore. E veramente credo io che ognun facilmente in ciò si lasciarebbe persuadere, perché per la forza del vocabulo si po dir che chi ha grazia quello è grato. Ma perché voi diceste, questo spesse volte esser don della natura e de’ cieli, ed ancor quando non è così perfetto potersi con studio e fatica far molto maggiore, quegli che nascono così avventurosi e tanto ricchi di tal tesoro, come alcuni che ne veggiamo, a me par che in ciò abbiano poco bisogno d’altro maestro; perché quel benigno favor del cielo quasi al suo dispetto guida più alto che essi non desiderano, e fagli non solamente grati, ma ammirabili a tutto il mondo. Però di questo non ragiono, non essendo in poter nostro per noi medesimi l’acquistarlo. Ma quelli che da natura hanno tanto solamente, che son atti a poter esser aggraziati aggiungendovi fatica, industria e studio, desidero io di saper con qual arte, con qual disciplina e con qual modo possono acquistar questa grazia, così negli esercizi del corpo, nei quali voi estimate che sia tanto necessaria, come ancor in ogni altra cosa che si faccia o dica. Però, secondo che col laudarci molto questa qualità a tutti avete, credo, generato una ardente sete di conseguirla, per lo carico dalla signora Emilia impostovi siete ancor con lo insegnarci obligato ad estinguerla.” XXV “Obligato non son io,” disse il Conte, “ad insegnarvi a diventar aggraziati, né altro, ma solamente a dimostrarvi qual abbia ad essere un perfetto cortegiano. Né io già pigliarei impresa di insegnarvi questa perfezioOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
posta la bontà e forza d’una lingua, come ben disse Demostene ad Eschine, che lo mordeva, domandandogli d’alcune parole le quali egli aveva usate, e pur non erano attiche, se erano monstri o portenti; e Demostene se ne rise, e risposegli che in questo non consistevano le fortune di Grecia. Così io ancora poco mi curarei, se da un toscano fossi ripreso d’aver detto più tosto satisfatto che sodisfatto, ed onorevole che orrevole, e causa che cagione, e populo che popolo, ed altre tai cose.” Allor messer Federico si levò in piè e disse: “Ascoltatemi, prego, queste poche parole.” Rispose ridendo la signora Emilia:  “Pena  la  disgrazia  mia  a  qual  di  voi  per  ora  parla  più  di  questa materia, perché voglio che la rimettiamo ad un’altra sera. Ma voi, Conte, seguitate  il  ragionamento  del  cortegiano;  e  mostrateci  come  avete  bona memoria, ché, credo, se saprete ritaccarlo ove lo lassaste, non farete poco.” XL “Signora,” rispose il Conte, “il filo mi par tronco: pur, s’io non m’inganno, credo che dicevamo che somma disgrazia a tutte le cose dà sempre la pestifera  affettazione  e  per  contrario  grazia  estrema  la  simplicità  e  la sprezzatura; a laude della quale e biasmo della affettazione molte altre cose ragionar si potrebbono; ma io una sola ancor dir ne voglio, e non più. Gran desiderio universalmente tengon tutte le donne di essere e, quando esser non possono, almen di parer belle; però, dove la natura in qualche parte in questo è mancata, esse si sforzano di supplir con l’artificio. Quindi nasce l’acconciarsi  la  faccia  con  tanto  studio  e  talor  pena,  pelarsi  le  ciglia  e  la fronte, ed usar  tutti  que’ modi  e  patire  que’  fastidi,  che  voi  altre  donne credete che agli omini siano molto secreti, e pur tutti si sanno.” Rise quivi Madonna Costanza Fregosa e disse: “Voi fareste assai più cortesemente seguitar il ragionamento vostro e dir onde nasca la bona grazia e parlar della cortegiania, che voler scoprir i diffetti delle donne senza proposito.” “Anzi molto a proposito,” rispose il Conte; “perché questi vostri diffetti di che io parlo vi levano la grazia, perché d’altro non nascono che da affettazione, per  la  qual  fate  conoscere  ad  ognuno  scopertamente  il  troppo  desiderio vostro d’esser belle. Non vi accorgete voi, quanto più di grazia tenga una donna, la qual, se pur si acconcia, lo fa così parcamente e così poco, che chi la vede sta in dubbio s’ella è concia o no, che un’altra, empiastrata tanto, che paia aversi posto alla faccia una maschera, e non osi ridere per non farsela crepare, né si muti mai di colore se non quando la mattina si veste; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
e poi tutto il remanente del giorno stia come statua di legno immobile, comparendo solamente a lume di torze o, come mostrano i cauti mercatanti i lor panni, in loco oscuro? Quanto più poi di tutte piace una, dico, non brutta, che si  conosca  chiaramente  non  aver  cosa  alcuna  in  su  la  faccia, benché non sia così bianca né così rossa, ma col suo color nativo pallidetta e talor per vergogna o per altro accidente tinta d’un ingenuo rossore, coi capelli a caso inornati e mal composti e coi gesti semplici e naturali, senza mostrar industria né studio d’esser bella? Questa è quella sprezzata purità gratissima agli occhi ed agli animi umani, i quali sempre temono essere dall’arte ingannati. Piacciono molto in una donna i bei denti, perché non essendo così scoperti come la faccia, ma per lo più del tempo stando nascosi, creder si po che non vi si ponga tanta cura per fargli belli, come nel volto; pur chi ridesse senza proposito e solamente per mostrargli, scopriria l’arte  e,  benché  belli  gli  avesse,  a  tutti  pareria  disgraziatissimo,  come  lo Egnazio catulliano. Il medesimo è delle mani; le quali, se delicate e belle sono, mostrate ignude a tempo, secondo che occorre operarle, e non per far veder la lor bellezza, lasciano di sé grandissimo desiderio e massimamente revestite  di  guanti;  perché  par  che  chi  le  ricopre  non  curi  e  non  estimi molto che siano vedute o no, ma così belle le abbia più per natura che per studio  o  diligenzia  alcuna.  Avete  voi  posto  cura  talor,  quando,  o  per  le strade andando alle chiese o ad altro loco, o giocando o per altra causa, accade che una donna tanto della robba si leva, che il piede e spesso un poco di gambetta senza pensarvi mostra? non vi pare che grandissima grazia tenga, se ivi si vede con una certa donnesca disposizione leggiadra ed attillata  nei  suoi  chiapinetti  di  velluto,  e  calze  polite?  Certo  a  me  piace  egli molto e credo a tutti voi altri, perché ognun estima che la attillatura in parte così nascosa e rare volte veduta, sia a quella donna più tosto naturale e propria che sforzata, e che ella di ciò non pensi acquistar laude alcuna. XLI In tal modo si fugge e nasconde l’affettazione, la qual or potete comprender quanto sia contraria, e levi la grazia d’ogni operazion così del corpo come dell’animo; del quale per ancor poco avemo parlato, né bisogna però lasciarlo; ché sì come l’animo più degno è assai che ‘l corpo, così ancor merita  esser  più  culto  e  più  ornato.  E  ciò  come  far  si  debba  nel  nostro cortegiano, lasciando li precetti di tanti savi filosofi, che di questa materia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
giorni per acquistar quella famosa quasi perpetua, la quale, a dispetto della morte, viver lo fa più chiaro assai che prima. Ma chi non sente la dolcezza delle lettere, saper ancor non po quanta sia la grandezza della gloria così lungamente da esse conservata, e solamente quella misura con la età d’un omo, o di dui, perché di più oltre non tien memoria; però questa breve tanto estimar non po, quanto faria quella quasi perpetua, se per sua desgrazia non gli fosse vetato il conoscerla; e non estimandola tanto, ragionevol cosa è ancor credere che tanto non si metta a periculo per conseguirla come chi la conosce. Non vorrei già che qualche avversario mi adducesse gli effetti contrari per rifiutar la mia opinione, allegandomi gli Italiani col lor saper lettere aver mostrato poco valor nell’arme da un tempo in qua, il che pur troppo è più che vero; ma certo ben si poria dir la colpa d’alcuni pochi aver dato, oltre al grave danno, perpetuo biasmo a tutti gli altri, e la vera causa delle nostre ruine e della virtù prostrata, se non morta, negli animi nostri, esser da quelli proceduta; ma assai più a noi saria vergognoso il publicarla, che a’ Franzesi il non saper lettere. Però meglio è passar con silenzio quello che senza dolor ricordar non si po; e, fuggendo questo proposito, nel quale contra mia voglia entrato sono, tornar al nostro cortegiano. XLIV Il qual voglio che nelle lettre (?) sia più che mediocremente erudito, almeno  in  questi  studi  che  chiamano  d’umanità;  e  non  solamente  della lingua latina, ma ancor della greca abbia cognizione, per le molte e varie cose  che  in  quella  divinamente  scritte  sono.  Sia  versato  nei  poeti  e  non meno negli oratori ed istorici ed ancor esercitato nel scriver versi e prosa, massimamente in questa nostra lingua vulgare; ché, oltre al contento che egli  stesso  pigliarà,  per  questo  mezzo  non  gli  mancheran  mai  piacevoli intertenimenti con donne, le quali per ordinario amano tali cose. E se, o per altre facende o per poco studio, non giungerà a tal perfezione che i suoi scritti siano degni di molta laude, sia cauto in supprimergli per non far ridere altrui di sé, e solamente i mostri ad amico di chi fidar si possa; perché almeno in tanto li giovaranno, che per quella esercitazion saprà giudicar le cose altrui; ché invero rare volte interviene che chi non è assueto a scrivere, per  erudito  che  egli  sia,  possa  mai  conoscer  perfettamente  le  fatiche  ed industrie de’ scrittori, né gustar la dolcezza ed eccellenzia de’ stili, e quelle intrinseche avvertenzie che spesso si trovano negli antichi. Ed oltre a ciò, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
farannolo questi studi copioso e, come rispose Aristippo a quel tiranno, ardito  in  parlar  sicuramente  con  ognuno.  Voglio  ben  però  che  ‘l  nostro cortegiano fisso si tenga nell’animo un precetto: cioè che in questo ed in ogni altra cosa sia sempre avvertito e timido più presto che audace, e guardi di non persuadersi falsamente di saper quello che non sa: perché da natura tutti siamo avidi troppo più che non si devria di laude, e più amano le orecchie nostre la melodia delle parole che ci laudano, che qualunque altro soavissimo canto o suono; e però spesso, come voci di sirene, sono causa di sommergere chi a tal fallace armonia bene non se le ottura. Conoscendo questo pericolo, si è ritrovato tra gli antichi sapienti chi ha scritto libri, in qual modo possa l’omo conoscere il vero amico dall’adulatore. Ma questo che giova, se molti, anzi infiniti son quelli che manifestamente comprendono esser adulati, e pur amano chi gli adula ed hanno in odio chi dice lor il  vero?  e  spesso,  parendogli  che  chi  lauda  sia  troppo  parco  in  dire,  essi medesimi lo aiutano e di se stessi dicono tali cose, che lo impudentissimo adulator se ne vergogna? Lasciamo questi ciechi nel lor errore e facciamo che ‘l nostro cortegiano sia di così bon giudicio, che non si lasci dar ad intendere il nero per lo bianco, né presuma di sé, se non quanto ben chiaramente conosce esser vero; e massimamente in quelle cose, che nel suo gioco,  se  ben  avete  a  memoria,  messer  Cesare  ricordò  che  noi  più  volte avevamo usate per instrumento di far impazzir molti. Anzi, per non errar, se ben conosce le laudi che date gli sono esser vere, non le consenta così apertamente, né così senza contradizione le confermi; ma più tosto modestamente quasi le nieghi, mostrando sempre e tenendo in effetto per sua principal professione l’arme e l’altre bone condizioni tutte per ornamento di quelle; e massimamente tra i soldati, per non far come coloro che ne’ studi voglion parere omini di guerra e tra gli omini di guerra litterati. In questo modo, per le ragioni che avemo dette, fuggirà l’affettazione e le cose mediocri che farà parranno grandissime.” XLV Rispose quivi messer Pietro  Bembo: “Io non so, Conte, come voi vogliate che questo cortegiano, essendo litterato e con tante altre virtuose qualità, tenga ogni cosa per ornamento dell’arme, e non l’arme e ‘l resto per ornamento delle lettere; le quali senza altra compagnia tanto son di dignità
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
all’arme superiori, quanto l’animo al corpo, per appartenere propriamente la operazion d’esse all’animo, così come quella delle arme al corpo.” Rispose  allor  il  Conte:  “Anzi  all’animo  ed  al  corpo  appartiene  la  operazion dell’arme. Ma non voglio, messer Pietro, che voi di tal causa siate giudice, perché sareste troppo suspetto ad una delle parti; ed essendo già stata questa disputazione lungamente agitata da omini sapientissimi, non è bisogno rinovarla; ma io la tengo per diffinita in favore dell’arme e voglio che ‘l nostro cortegiano, poich’io posso ad arbitrio mio formarlo, esso ancor così la estimi. E se voi sete di contrario parer, aspettate d’udirne una disputazion, nella qual così sia licito a chi diffende la ragion dell’arme operar l’arme, come quelli che diffendon le lettre operano in tal diffesa le medesime lettre; ché se ognuno si valerà de’ suoi instrumenti, vedrete che i litterati perderanno.” “Ah,” disse messer Pietro, “voi dianzi avete dannati i Franzesi che poco apprezzan le lettre e detto quanto lume di gloria esse mostrano agli omini e come gli facciano immortali; ed or pare che abbiate mutata sentenzia. Non vi ricorda che 1 Giunto Alessandro alla famosa tomba 2 del fero Achille, sospirando disse: 3 “O fortunato, che sì chiara tromba 4 trovasti e chi di te sì alto scrisse!’ E se Alessandro ebbe invidia ad Achille non de’ suoi fatti, ma della fortuna che prestato gli avea tanta felicità che le cose sue fosseno celebrate da Omero, comprender si po che estimasse più le lettre d’Omero, che l’arme d’Achille. Qual altro giudice adunque, o qual altra sentenzia aspettate voi della dignità dell’arme e delle lettre, che quella che fu data da un de’ più gran capitani che mai sia stato?” XLVI Rispose allora il Conte: “Io biasmo i Franzesi che estiman le lettre nuocere alla profession dell’arme e tengo che a niun più si convenga l’esser litterato che ad un om di guerra; e queste due condizioni concatenate e l’una dall’altra aiutate, il che è convenientissimo, voglio che siano nel nostro cortegiano; né per questo parmi esser mutato d’opinione. Ma, come ho detto, disputar non voglio qual d’esse sia più degna di laude. Basta che i litterati quasi mai non pigliano a laudare se non omini grandi e fatti gloriosi, i quali da sé meritano laude per la propria essenzial virtute donde nascono; oltre a ciò sono nobilissima materia dei scrittori; il che è grande ornamento ed in parte causa di perpetuare i scritti, li quali forse non sariano
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tanto letti né apprezzati se mancasse loro il nobile suggetto, ma vani e di poco momento. E se Alessandro ebbe invidia ad Achille per esser laudato da chi fu, non conchiude però questo che estimasse più le lettre che l’arme; nelle quali se tanto si fosse conosciuto lontano da Achille, come nel scrivere estimava che dovessero esser da Omero tutti quelli che di lui fossero per scrivere, son certo che molto prima averia desiderato il ben fare in sé che il ben dire in altri. Però questa credo io che fosse una tacita laude di se stesso ed un desiderar quello che aver non gli pareva, cioè la suprema eccellenzia d’un scrittore, e non quello che già si prosumeva aver conseguito, cioè la virtù dell’arme, nella quale non estimava che Achille punto gli fosse superiore; onde chiamollo fortunato, quasi accennando che, se la fama sua per lo inanzi non fosse tanto celebrata al mondo come quella, che era per così divin poema chiara ed illustre, non procedesse perché il valore ed i meriti non fossero tanti e di tanta laude degni, ma nascesse dalla fortuna, la quale avea parato inanti ad Achille quel miraculo di natura per gloriosa tromba dell’opere sue; e forse ancor volse eccitar qualche nobile ingegno a scrivere di  sé,  mostrando  per  questo  dovergli  esser  tanto  grato,  quanto  amava  e venerava i sacri monumenti delle lettre, circa le quali omai si è parlato a bastanza.” “Anzi troppo,” rispose il signor Ludovico Pio; “perché credo che al mondo non sia possibile ritrovar un vaso tanto grande, che fosse capace di tutte le cose, che voi  volete che stiano in questo cortegiano.” Allor il Conte, “Aspettate un poco,” disse, “che molte altre ancor ve ne hanno da essere.” Rispose Pietro da Napoli: “A questo modo il Grasso de’ Medici averà gran vantaggio da messer Pietro Bembo.” XLVII Rise quivi ognuno; e ricominciando il Conte, “Signori,” disse, “avete a sapere ch’io non mi contento del cortegiano s’egli non è ancor musico e se, oltre allo intendere ed esser sicuro a libro, non sa di varii instrumenti; perché, se ben pensiamo, niuno riposo de fatiche e medicina d’animi infermi ritrovar si po più onesta e laudevole nell’ocio, che questa; e massimamente nelle corti, dove, oltre al refrigerio de’ fastidi che ad ognuno la musica presta, molte cose si fanno per satisfar alle donne, gli animi delle quali, teneri e molli, facilmente sono dall’armonia penetrati e di dolcezza ripieni. Però non è maraviglia se nei tempi antichi e nei presenti sempre esse state
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
sono a’ musici inclinate ed hanno avuto questo per gratissimo cibo d’animo.” Allor il signor Gaspar, “La musica penso,” disse, “che insieme con molte altre vanità sia alle donne conveniente sì, e forse ancor ad alcuni che hanno similitudine d’omini, ma non a quelli che veramente sono; i quali non deono con delicie effeminare gli animi ed indurgli in tal modo a temer la morte.” “Non dite,” rispose il Conte; “perch’io v’entrarò in un gran pelago di laude della musica; e ricordarò quanto sempre appresso gli antichi sia stata celebrata e tenuta per cosa sacra, e sia stato opinione di sapientissimi filosofi il mondo esser composto di musica e i cieli nel moversi far armonia, e l’anima nostra pur con la medesima ragion esser formata, e però destarsi e quasi vivificar le sue virtù per la musica. Per il che se scrive Alessandro alcuna volta esser stato da quella così ardentemente incitato, che quasi contra sua voglia gli bisognava levarsi dai convivii e correre all’arme; poi, mutando il  musico  la  sorte  del  suono,  mitigarsi  e  tornar  dall’arme  ai  convivii.  E dirovvi il severo Socrate, già vecchissimo, aver imparato a sonare la citara. E ricordomi aver già inteso che Platone ed Aristotele vogliono che l’om bene instituito sia ancor musico, e con infinite ragioni mostrano la forza della musica in noi essere grandissima, e per molte cause, che or saria lungo a dir, doversi necessariamente imparar da puerizia; non tanto per quella superficial melodia che si sente, ma per esser sufficiente ad indur in noi un novo abito bono ed un costume tendente alla virtù, il qual fa l’animo più capace di felicità, secondo che lo esercizio corporale fa il corpo più gagliardo; e non solamente non nocere alle cose civili e della guerra, ma loro giovar sommamente. Licurgo ancora nelle severe sue leggi la musica approvò. E leggesi i Lacedemonii bellicosissimi ed i Cretensi aver usato nelle battaglie citare ed altri  instrumenti  molli;  e  molti  eccellentissimi  capitani  antichi,  come Epaminonda,  aver  dato  opera  alla  musica;  e  quelli che  non  ne  sapeano, come  emistocle, esser stati molto meno apprezzati. Non avete voi letto che T delle prime discipline che insegnò il bon vecchio Chirone nella tenera età ad Achille, il quale egli nutrì dallo latte e dalla culla, fu la musica; e volse il savio maestro che le mani, che aveano a sparger tanto sangue troiano, fossero spesso occupate nel suono della citara? Qual soldato adunque sarà che si vergogni d’imitar Achille, lasciando molti altri famosi capitani ch’io potrei addurre. Però non vogliate voi privar il nostro cortegiano della musica, la qual non solamente gli animi umani indolcisce, ma spesso le fiere fa diventar  mansuete;  e  chi  non  la  gusta  si  po  tener  per  certo  ch’abbia  i  spiriti
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
discordanti l’un dall’altro. Eccovi quanto essa po, che già trasse un pesce a lassarsi cavalcar da un omo per mezzo il procelloso mare. Questa veggiamo operarsi ne’ sacri tempii nello rendere laude e grazie a Dio; e credibil cosa è che ella grata a lui sia ed egli a noi data l’abbia per dolcissimo alleviamento delle fatiche e fastidi nostri. Onde spesso i duri lavoratori de’ campi sotto l’ardente sole ingannano la lor noia col rozzo ed agreste cantare. Con questo la inculta contadinella, che inanzi al giorno a filare o a tessere si lieva, dal  sonno  si  diffende  e  la  sua  fatica  fa  piacevole;  questo  è  iocundissimo trastullo dopo le piogge, i venti e le tempeste ai miseri marinari; con questo consolansi i stanchi peregrini dei noiosi e lunghi viaggi e spesso gli afflitti prigionieri delle catene e ceppi. Così, per maggiore argumento che d’ogni fatica e molestia umana la modulazione, benché inculta, sia grandissimo refrigerio, pare che la natura alle nutrici insegnata l’abbia per rimedio precipuo del pianto continuo de’ teneri fanciulli; i quali al suon di tal voce s’inducono a riposato e placido sonno, scordandosi le lacrime così proprie, ed a noi per presagio del rimanente della nostra vita in quella età da natura date.” XLVIII Or quivi tacendo un poco il Conte, disse il Magnifico Iuliano: “Io non son già di parer conforme al signor Gaspar; anzi estimo per le ragioni che voi dite e per molte altre esser la musica non solamente ornamento, ma necessaria al cortegiano. Vorrei ben che dechiaraste in qual modo questa e l’altre qualità che voi gli assignate siano da esser operate, ed a che tempo e con che maniera; perché molte cose che da sé meritano laude, spesso con l’operarle fuor di tempo diventano inettissime e, per contrario, alcune che paion di poco momento, usandole bene, sono pregiate assai.” XLIX Allora il Conte, “Prima che a questo proposito entriamo, voglio,” disse, “ragionar d’un’altra cosa, la quale io, perciò che di molta importanza la estimo, penso che dal nostro cortegiano per alcun modo non debba esser lasciata addietro: e questo è il saper disegnare ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere. Né vi maravigliate s’io desidero questa parte, la qual oggidì forsi par mecanica e poco conveniente a gentilomo; ché ricordomi aver letto che gli antichi, massimamente per tutta Grecia, voleano che i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 62 Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � fanciulli nobili nelle scole alla pittura dessero opera come a cosa onesta e necessaria, e fu questa ricevuta nel primo grado dell’arti liberali; poi per publico editto vetato che ai servi non s’insegnasse. Presso ai Romani ancor s’ebbe in onor grandissimo; e da questa trasse il cognome la casa nobilissima de’ Fabii, ché il primo Fabio fu cognominato Pittore, per esser in effetto eccellentissimo pittore e tanto dedito alla pittura, che avendo dipinto le mura  del  tempio  della  Salute,  gli  inscrisse  il  nome  suo;  parendogli  che, benché fosse nato in una famiglia così chiara ed onorata di tanti tituli di consulati, di triunfi e d’altre dignità e fosse litterato e perito nelle leggi e numerato tra gli oratori, potesse ancor accrescere splendore ed ornamento alla fama sua lassando memoria d’essere stato pittore. Non mancarono ancor molti altri di chiare famiglie celebrati in quest’arte; della qual, oltra che in sé nobilissima e degna sia, si traggono molte utilità, e massimamente nella guerra, per disegnar paesi, siti, fiumi, ponti, ròcche, fortezze e tai cose; le quali, se ben nella memoria si servassero, il che però è assai difficile, altrui mostrar non si possono. E veramente chi non estima questa arte parmi che molto sia dalla ragione alieno; ché la machina del mondo, che noi veggiamo coll’amplo cielo di chiare stelle tanto splendido e nel mezzo la terra dai mari cinta,  di  monti,  valli  e  fiumi  variata  e  di  sì  diversi  alberi  e  vaghi  fiori  e d’erbe ornata, dir si po che una nobile e gran pittura sia, per man della natura e di Dio composta; la qual chi po imitare parmi esser di gran laude degno; né a questo pervenir si po senza la cognizion di molte cose, come ben sa chi lo prova. Però gli antichi e l’arte e gli artifici aveano in grandissimo pregio, onde pervenne in colmo di summa eccellenzia; e di ciò assai certo argomento pigliar si po dalle statue antiche di marmo e di bronzo, che ancor si veggono. E benché diversa sia la pittura dalla statuaria, la pur l’una e l’altra da un medesimo fonte, che è il bon disegno, nasce. Però, come le statue sono divine, così ancor creder si po che le pitture fossero; e tanto più, quanto che di maggior artificio capaci sono.” L Allor la signora Emilia, rivolta a Ioan Cristoforo Romano, che ivi con gli altri sedeva, “Che vi par,” disse, “di questa sentenzia? confermarete voi, che la pittura sia capace di maggior artificio che la statuaria?” Rispose Ioan Cristoforo: “Io, Signora, estimo che la statuaria sia di più fatica, di più arte e di più dignità, che non è la pittura.” Suggiunse il Conte: “Per esser le Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
statue  più  durabili,  si  poria  forse  dir  che  fossero  di  più  dignità;  perché, essendo fatte per memoria, satisfanno più a quello effetto per che son fatte, che la pittura. Ma oltre alla memoria, sono ancor e la pittura e la statuaria fatte per ornare ed in questo la pittura è molto superiore; la quale se non è tanto diuturna, per dir così, come la statuaria, è però molto longeva, e tanto che dura è assai più vaga.” Rispose allor Ioan Cristoforo: “Credo io veramente che voi parliate contra quello che avete nell’animo e ciò tutto fate in grazia  del  vostro  Rafaello,  e  forse  ancor  parvi  che  la  eccellenzia  che  voi conoscete in lui della pittura sia tanto suprema, che la marmoraria non possa giungere a quel grado: ma considerate che questa è laude d’un artifice, e non dell’arte.” Poi soggiunse: “Ed a me par bene, che l’una e l’altra sia una artificiosa imitazion di natura, ma non so già come possiate dir che più non sia imitato il vero, e quello proprio che fa la natura, in una figura di marmo o  di  bronzo,  nella  qual  sono  le  membra  tutte  tonde  formate  e  misurate come la natura le fa, che in una tavola, nella qual non si vede altro che la superficie e que’ colori che ingannano gli occhi; né mi direte già, che più propinquo al vero non sia l’essere che ‘l parere. Estimo poi che la marmoraria sia più difficile, perché se un error vi vien fatto, non si po più correggere, ché ‘l marmo non si ritacca, ma bisogna rifar un’altra figura; il che nella pittura non accade, ché mille volte si po mutar, giongervi e sminuirvi, migliorandola sempre. LI Disse il Conte ridendo: “Io non parlo in grazia de Rafaello; né mi dovete già riputar per tanto ignorante, che non conosca la eccellenzia di Michel Angelo e vostra e degli altri nella marmoraria; ma io parlo dell’arte, e non degli artifici. E voi ben dite vero che e l’una e l’altra è imitazion della natura;  ma  non  è  già  così,  che  la  pittura  appaia  e  la  statuaria  sia.  Ché, avvenga che le statue siano tutte tonde come il vivo e la pittura solamente si veda nella superficie, alle statue mancano molte cose che non mancano alle pitture, e massimamente i lumi e l’ombre; perché altro lume fa la carne ed altro fa il marmo; e questo naturalmente imita il pittore col chiaro e scuro, più e meno, secondo il bisogno; il che non po far il marmorario. E se ben il pittore  non  fa  la  figura  tonda,  fa  que’  musculi  e  membri  tondeggiati  di sorte che vanno a ritrovar quelle parti che non si veggono con tal maniera,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
maraviglia quasi del mondo; potrei dirvi con quanta solennità gli imperadori antichi ornavano di pitture i lor triunfi e ne’ lochi publici le dedicavano, e come care le comparavano; e che siansi già trovati alcuni pittori che donavano l’opere sue, parendo loro che non bastasse oro ne argento per pagarle; e come tanto pregiata fusse una tavola di Protogene che, essendo Demetrio a campo a Rodi, e possendo intrar dentro appiccandole il foco dalla banda dove  sapeva  che  era  quella  tavola,  per  non  abbrusciarla  restò  di  darle  la battaglia  e  così  non  prese  la  terra;  e  Metrodoro,  filosofo  e  pittore eccellentissimo, esser stato da’ Ateniesi mandato a Lucio Paulo per ammaestrargli i figlioli ed ornargli il triunfo che a far avea. E molti nobili scrittori hanno ancora di questa arte scritto; il che è assai gran segno per dimostrare in quanta estimazione ella fosse; ma non voglio che in questo ragionamento più ci estendiamo. Però basti solamente dire che al nostro cortegiano conviensi ancor della pittura aver notizia, essendo onesta ed utile ed apprezzata in que’ tempi che gli omini erano di molto maggior valore, che ora non sono, e quando mai altra utilità o piacer non se ne traesse, oltre che giovi a saper giudicar la eccellenzia delle statue antiche e moderne, di vasi, d’edifici, di medaglie, di camei, d’entagli e tai cose, fa conoscere ancor la bellezza dei corpi vivi, non solamente nella delicatura de’ volti, ma nella proporzion di tutto il resto, così degli omini come di ogni altro animale. Vedete adunque come lo avere cognizione della pittura sia causa di grandissimo piacere. E questo pensino quei che tanto godono contemplando le bellezze d’una donna che par lor essere in paradiso, e pur non sanno dipingere; il che se sapessero, arian molto maggior contento, perché più perfettamente  conosceriano  quella  bellezza,  che  nel  cor  genera  lor  tanta satisfazione.” LIII Rise quivi messer Cesare Gonzaga e disse: “Io già non son pittore; pur certo so aver molto maggior piacere di vedere alcuna donna, che non arìa, se or tornasse vivo, quello eccellentissimo Apelle che voi poco fa avete nominato.” Rispose il Conte: “Questo piacer vostro non deriva interamente da quella bellezza, ma dalla affezion che voi forse a quella donna portate; e, se volete dir il vero, la prima volta che voi a quella donna miraste, non sentiste la millesima parte del piacere che poi fatto avete, benché le bellezze
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
fossero  quelle  medesime;  però  potete  comprender  quanto  più  parte  nel piacer vostro abbia l’affezion che la bellezza. “Non nego questo,” disse messer Cesare; “ma secondo che ‘l piacer nasce dalla affezione, così l’affezion nasce dalla bellezza; però dir si po che la bellezza sia pur causa del piacere.” Rispose il Conte: “Molte altre cause ancor spesso infiammano gli animi nostri, oltre alla bellezza: come i costumi, il sapere, il parlare, i gesti e mill’altre cose, le quali però a qualche modo forse esse ancor si potriano chiamar bellezze; ma sopra tutto il sentirsi essere amato; di modo che si po ancor senza quella bellezza, di che voi ragionate, amare ardentissimamente; ma quegli  amori  che  solamente  nascono  dalla  bellezza  che  superficialmente vedemo nei corpi, senza dubbio daranno molto maggior piacere a chi più la conoscerà, che a chi meno. Però, tornando al nostro proposito, penso che molto più godesse Apelle contemplando la bellezza di Campaspe, che non faceva  Alessandro;  perché  facilmente  si  po  creder  che  l’amor  dell’uno  e dell’altro derivasse solamente da quella bellezza; e che deliberasse forse ancor Alessandro per questo rispetto donarla a chi gli parve che più perfettamente conoscer la potesse. Non avete voi letto che quelle cinque fanciulle da Crotone, le quali tra l’altre di quel populo elesse Zeusi pittore per far de tutte cinque una sola figura eccellentissima di bellezza, furono celebrate da molti poeti, come quelle che per belle erano state approvate da colui, che perfettissimo giudicio di bellezza aver dovea?” LIV Quivi, mostrando messer Cesare non restar satisfatto, né voler consentir per modo alcuno che altri che esso medesimo potesse gustare quel piacere ch’egli sentiva di contemplar la bellezza d’una donna, ricominciò a dire; ma in quello s’udì un gran calpestare di piedi con strepito di parlar alto; e così rivolgendosi ognuno, si vide alla porta della stanza comparire un splendor di torchi e sùbito drieto giunse con molta e nobil compagnia il signor Prefetto, il qual ritornava, avendo accompagnato il Papa una parte del camino; e già allo entrar del palazzo, dimandando ciò che facesse la signora Duchessa, aveva inteso di che sorte era il gioco di quella sera e ‘l carico imposto al conte Ludovico di parlar della cortegiania; però quanto più gli era possibile studiava il passo, per giungere a tempo d’udir qualche cosa. Così, sùbito fatto reverenzia alla signora Duchessa e fatto seder gli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
altri, che tutti in piedi per la venuta sua s’erano levati, si pose ancor esso a seder nel cerchio con alcuni de’ suoi gentilomini; tra i quali erano il marchese Febus e Ghirardino fratelli da Ceva, messer Ettor Romano, Vincenzio Calmeta, Orazio Florido e molti altri; e stando ognun senza parlare, il signor Prefetto disse: “Signori, troppo nociva sarebbe stata la venuta mia qui, s’io avessi impedito così bei ragionamenti, come estimo che sian quelli che ora tra voi passavano; però non mi fate questa ingiuria di privar voi stessi e me di tal piacere.” Rispose allor il conte Ludovico: “Anzi, signor mio, penso che ‘l tacer a tutti debba esser molto più grato che ‘l parlare; perché, essendo tal fatica a me più che agli altri questa sera toccata, oramai m’ha stanco di dire, e credo tutti gli altri d’ascoltare, per non esser stato il ragionamento mio degno di questa compagnia, né bastante alla grandezza della materia di che io aveva carico; nella quale avendo io poco satisfatto a me stesso, penso molto meno aver satisfatto ad altrui. Però a voi, Signore, è stato ventura il giungere al fine; e bon sarà mo dar la impresa di quello che resta ad un altro che succeda nel mio loco, perciò che, qualunque egli si sia, so che si porterà molto meglio ch’io non farei se pur seguitar volessi, essendo oramai stanco come sono.” LV “Non sopportarò io,” respose il Magnifico Iuliano, “per modo alcuno esser defraudato della promessa che fatta m’avete; e certo so che al signor Prefetto ancor non despiacerà lo intender questa parte.” “E qual promessa?”  disse  il  Conte.  Rispose  il  Magnifico:  “Di  dechiararci  in  qual  modo abbia il cortegiano da usare quelle bone condizioni, che voi avete detto che convenienti gli sono.” Era il signor Prefetto, benché di età puerile, saputo e discreto più che non parea che s’appartenesse agli anni teneri, ed in ogni suo movimento mostrava con la grandezza dell’animo una certa vivacità dello ingegno, vero pronostico dello eccellente grado di virtù dove pervenir doveva. Onde sùbito disse: “Se tutto questo a dir resta, parmi esser assai a tempo venuto; perché intendendo in che modo dee il cortegiano usar quelle bone condizioni, intenderò ancora quali esse siano e così verrò a saper tutto quello che infin qui è stato detto. Però non rifiutate, Conte, di pagar questo debito d’una parte del quale già sete uscito.” “Non arei da pagar tanto debito,” rispose il Conte, “se le fatiche fossero più egualmente divise,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i pagnia,  e  più  per  tempo  che  consueto  non  era,  disse:  “Gran  peso  parmi, messer Federico, che sia quello che posto è sopra le spalle vostre, e grande aspettazione quella a cui corrisponder dovete.” Quivi non aspettando che messer Federico rispondesse: “E che gran peso è però questo?” disse l’Unico Aretino: “Chi è tanto sciocco, che quando sa fare una cosa non la faccia a tempo conveniente?” Così di questo parlandosi, ognuno si pose a sedere nel loco e modo usato, con attentissima aspettazion del proposto ragionamento. VI Allora messer Federico, rivolto all’Unico, “A voi adunque non par,” disse, “signor Unico, che faticosa parte e gran carico mi sia imposto questa sera, avendo a dimostrare in qual modo e maniera e tempo debba il cortegiano usar  le  sue  bone  condicioni,  ed  operar  quelle  cose  che  già  s’è  detto convenirsegli?” “A me non par gran cosa,” rispose l’Unico; “e credo che basti in tutto questo dir che ‘l cortegiano sia di bon giudicio, come iersera ben disse il Conte esser necessario; ed essendo così, penso che senza altri precetti debba poter usar quello che egli sa a tempo e con bona maniera; il che volere più minutamente ridurre in regola, saria troppo difficile e forse superfluo; perché non so qual sia tanto inetto, che volesse venire a maneggiar l’arme quando gli altri fossero nella musica, o vero andasse per le strade ballando la moresca, avvenga che ottimamente far lo sapesse; o vero andando a confortar una madre, a cui fosse morto il figliolo, cominciasse a dir piacevolezze e far l’arguto. Certo questo a niun gentilomo, credo, interverria, che non fosse in tutto pazzo.” “A me par, signor Unico,” disse quivi messer Federico, “che voi andiate troppo in su le estremità; perché intervien qualche volta esser inetto di modo che non così facilmente si conosce, e gli errori  non  son  tutti  pari;  e  potrà  occorrer  che  l’omo  si  astenerà  da  una sciocchezza publica e troppo chiara, come saria quel che voi dite d’andar ballando la moresca in piazza, e non saprà poi astenersi di laudare se stesso fuor di proposito, d’usar una prosunzion fastidiosa, di dir talor una parola pensando di far ridere, la qual, per esser detta fuor di tempo, riuscirà fredda e senza grazia alcuna. E spesso questi errori son coperti d’un certo velo, che scorger non gli lascia da chi gli fa, se con diligenzia non vi si mira; e benché per molte cause la vista nostra poco discerna, pur sopra tutto per l’ambizione divien tenebrosa: ché ognun volentier si mostra in quello che si persuade
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Morello.” Rise quivi la signora Emilia e disse: “Voi fuggite troppo la fatica, messer Federico: ma non vi verrà fatto, ché pur avete da dire fin che l’ora sia d’andare a letto.” “E s’io Signora, non avessi che dire?” rispose messer Federico. Disse la signora Emilia: “Qui si vederà il vostro ingegno; e se è vero quello ch’io già ho inteso, essersi trovato omo tanto ingenioso ed eloquente, che non gli sia mancato subietto per comporre un libro in laude d’una mosca, altri in laude della febre quartana, un altro in laude del calvizio, non dà il core a voi ancor di saper trovar che dire per una sera sopra la cortegiania?” “Ormai,” rispose messer Federico, “tanto ne avemo ragionato, che ne sariano fatti doi libri, ma poiché non mi vale escusazione, dirò pur fin che a voi paia ch’io abbia satisfatto, se non all’obligo, almeno al poter mio. XVIII Io estimo che la conversazione, alla quale dee principalmente attendere il cortegiano con ogni suo studio per farla grata, sia quella che averà col suo principe; e benché questo nome di conversare importi una certa parità, che pare che non possa cader tra ‘l signore e ‘l servitore, pur noi per ora  la  chiamaremo  così.  Voglio  adunque  che  ‘l  cortegiano,  oltre  lo  aver fatto ed ogni dì far conoscere ad ognuno sé esser di quel valore che già avemo detto, si volti con tutti i pensieri e forze dell’animo suo ad amare e quasi adorare il principe a chi serve sopra ogni altra cosa; e le voglie sue e costumi e modi tutti indrizzi a compiacerlo.” Quivi non aspettando più, disse Pietro da Napoli: “Di questi cortegiani oggidì trovarannosi assai, perché mi pare che in poche parole ci abbiate dipinto un nobile adulatore.” “Voi vi ingannate assai,” rispose messer Federico; “perché gli adulatori non amano i signori né gli amici, il che io vi dico che voglio che sia principalmente nel nostro cortegiano; e ‘l compiacere e secondar le voglie di quello a chi si serve si po far senza adulare, perché io intendo delle voglie che siano ragionevoli ed oneste, o vero di quelle che in sé non sono ne bone né male, come saria il giocare, darsi più ad uno esercizio che ad un altro; ed a questo voglio che il cortegiano si accommodi, se ben da natura sua vi fosse alieno, di modo che, sempre che ‘l signore lo vegga, pensi che a parlar gli abbia di cosa che gli sia grata; il che interverrà, se in costui sarà il bon giudicio per conoscere ciò che piace al principe, e lo ingegno e la prudenzia per sapersegli accommodare, e la deliberata voluntà per farsi piacer quello che forse da natura gli despiacesse; ed avendo queste avvertenze, inanzi al principe non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Calmeta: “Io v’assicuro che tutte l’altre vie son molto più dubbiose e più lunghe, che non è questa che voi biasimate; perché oggidì, per replicarlo un’altra volta, i signori non amano se non que’ che son volti a tal camino.” “Non dite così,” rispose allor messer Federico, “perché questo sarebbe troppo chiaro argumento che i signori de’ nostri tempi fossero tutti viciosi e mali; il che non è, perché pur se ne trovano alcuni di boni. Ma se ‘l nostro cortegiano per sorte sua si troverà essere a servicio d’un che sia vicioso e maligno, sùbito che lo conosca, se ne levi, per non provar quello estremo affanno che senton tutti i boni che serveno ai mali.” “Bisogna pregar Dio,” rispose  il  Calmeta,  “che  ce  gli  dia  boni,  perché  quando  s’hanno  è  forza patirgli tali, quali sono; perché infiniti rispetti astringono chi è gentilomo, poi che ha cominciato a servire ad un patrone, a non lasciarlo; ma la disgrazia consiste nel principio; e sono i cortegiani in questo caso alla condizion di que’ mal avventurati uccelli, che nascono in trista valle.” “A me pare,” disse messer Federico, “che ‘l debito debba valer più che tutti i rispetti; e purché un gentilomo non lassi il patrone quando fosse in su la guerra o in qualche avversità, di sorte che si potesse credere che ciò facesse per secondar la  fortuna,  o  per  parergli  che  gli  mancasse  quel  mezzo  del  qual  potesse trarre utilità, da ogni altro tempo credo che possa con ragion e debba levarsi da quella servitù, che tra i boni sia per dargli vergogna; perché ognun presume che chi serve ai boni sia bono e chi serve ai mali sia malo.” XXIII “Vorrei,” disse allor il signor Ludovico Pio, “che voi mi chiariste un dubbio ch’io ho nella mente; il qual è, se un gentilomo, mentre che serve ad un  principe,  è  obligato  ad  ubidirgli  in  tutte  le  cose  che  gli  commanda, ancor che fossero disoneste e vituperose.” “In cose disoneste non siamo noi obligati ad ubedire a persona alcuna,” respose messer Federico. “E come,” replicò il signor Ludovico, “s’io sarò al servizio d’un principe il qual mi tratti  bene,  e  si  confidi  ch’io  debba  far  per  lui  ciò  che  far  si  po, commandandomi ch’io vada ad ammazzare un omo, o far qualsivoglia altra cosa,  debbo  io  rifutar  di  farla?”  “Voi  dovete,”  rispose  messer  Federico, “ubidire al signor vostro in tutte le cose che a lui sono utili ed onorevoli, non in quelle che gli sono di danno e di vergogna; però se esso vi comandasse che faceste un tradimento, non solamente non sete obligato a farlo, ma sete obligato a non farlo, e per voi stesso, e per non esser ministro della Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
un meglio vestito, sùbito a quel si attaccano; se poi gli ne occorre un altro meglio, fanno pur il medesimo. E quando poi il principe passa per le piazze, chiese, o altri lochi publici, a forza di cubiti si fanno far strada a tutti, tanto che se gli metteno al costato; e se ben non hanno che dirgli, pur lor voglion parlare e tengono lunga la diceria, e rideno, e batteno le mani e ‘l capo, per mostrar ben aver facende di importanzia, acciò che ‘l populo gli vegga in favore. Ma poiché questi tali non si degnano di parlare se non coi signori, io non voglio che noi degnamo parlar d’essi.” XXVI Allora il Magnifico Iuliano, “Vorrei,” disse, “messer Federico, poiché avete fatto menzion di questi che s’accompagnano così voluntieri coi ben vestiti, che ci mostraste di qual manera si debba vestire il cortegiano e che abito più se gli convenga, e circa tutto l’ornamento del corpo in che modo debba governarsi; perché in questo veggiamo infinite varietà; e chi si veste alla franzese, chi alla spagnola, chi vol parer tedesco; né ci mancano ancor di quelli che si vestono alla foggia de’ Turchi; chi porta la barba, chi no. Saria  adunque  ben  fatto  saper  in  questa  confusione  eleggere  il  meglio.” Disse messer Federico: “Io in vero non saprei dar regula determinata circa il vestire, se non che l’uom s’accommodasse alla consuetudine dei più; e poiché, come voi dite, questa consuetudine è tanto varia e che gli Italiani tanto son vaghi d’abbigliarsi alle altrui fogge, credo che ad ognuno sia licito vestirsi a modo suo. Ma io non so per qual fato intervenga che la Italia non abbia, come soleva avere, abito che sia conosciuto per italiano; ché, benché lo aver posto in usanza questi novi faccia parer quelli primi goffissimi, pur quelli forse erano segno di libertà, come questi son stati augurio di servitù; il quale ormai parmi assai chiaramente adempiuto. E come si scrive che, avendo Dario l’anno prima che combattesse con Alessandro fatto acconciar la spada che egli portava a canto, la quale era persiana, alla foggia di Macedonia,  fu  interpretato  dagli  indovini  che  questo  significava,  che  coloro, nella foggia de’ quali Dario avea tramutato la forma della spada persiana, verriano  a  dominar  la  Persia;  così  l’aver  noi  mutato  gli  abiti  italiani  nei stranieri  parmi  che  significasse,  tutti  quelli,  negli  abiti  de’  quali  i  nostri erano traformati, dever venire a subiugarci; il che è stato troppo più che vero, ché ormai non resta nazione che di noi non abbia fatto preda, tanto che poco più resta che predare e pur ancor di predar non si resta. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
nostra; e però io per alcun modo non voglio consentirvi che ragionevol sia, anzi mi daria il core di concludervi, e con ragioni evidentissime, che senza questa perfetta amicizia gli omini sariano molto più infelici che tutti gli altri animali; e se alcuni guastano, come profani, questo santo nome d’amicizia, non è però da estirparla così degli animi nostri e per colpa dei mali privar i boni di tanta felicità. Ed io per me estimo che qui tra noi sia più di un par di amici, l’amor de’ quali sia indissolubile e senza inganno alcuno, e per durar fin alla morte con le voglie conformi, non meno che se fossero quegli antichi che voi dianzi avete nominati; e così interviene quando, oltre alla inclinazion che nasce dalle stelle, l’omo s’elegge amico a sé simile di costumi; e ‘l tutto intendo che sia tra boni e virtuosi, perché l’amicizia de’ mali non è amicizia. Laudo ben che questo nodo così stretto non comprenda o leghi più che dui, ché altramente forse saria pericoloso; perché, come sapete,  più  difficilmente  s’accordano  tre  instromenti  di  musica  insieme, che dui. Vorrei adunque che ‘l nostro cortegiano avesse un precipuo e cordial amico, se possibil fosse, di quella sorte che detto avemo; poi, secondo ‘l valore e meriti, amasse, onorasse ed osservasse tutti gli altri, e sempre procurasse d’intertenersi più con gli estimati e nobili e conosciuti per boni, che con gli ignobili e di poco pregio; di manera che esso ancor da loro fosse amato ed onorato; e questo gli verrà fatto se sarà cortese, umano, liberale, affabile e dolce in compagnia, officioso e diligente nel servire e nell’aver cura dell’utile ed onor degli amici così assenti come presenti, supportando i lor diffetti naturali e supportabili, senza rompersi con essi per piccol causa, e correggendo in se stesso quelli che amorevolmente gli saranno ricordati; non si anteponendo mai agli altri con cercar i primi e i più onorati lochi, né con fare come alcuni che par che sprezzino il mondo e vogliano con una certa austerità molesta dar legge ad ognuno; ed oltre allo essere contenziosi in ogni minima cosa e fuor di tempo, riprender ciò che essi non fanno e sempre cercar causa di lamentarsi degli amici; il che è cosa odiosissima.” XXXI Quivi essendosi fermato di parlare messer Federico, “Vorrei,” disse il signor Gasparo Pallavicino, “che voi ragionaste un poco più minutamente di questo conversar con gli amici che non fate; ché in vero vi tenete molto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito.” “Come per transito?” rispose messer Federico. “Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XL Rispose allor il signor Gaspar Pallavicino: “Questa a me non par arte, ma vero inganno; né credo che si convenga, a chi vol esser omo da bene, mai lo ingannare.” “Questo,” disse messer Federico, “è più presto un ornamento, il quale accompagna quella cosa che colui fa, che inganno; e se pur è  inganno,  non  è  da  biasimare.  Non  direte  voi  ancora,  che  di  dui  che maneggian l’arme quel che batte il compagno lo inganna e questo è perché ha più arte che l’altro. E se voi avete una gioia, la qual dislegata mostri esser bella, venendo poi alle mani d’un bon orefice, che col legarla bene la faccia parer molto più bella, non direte voi che quello orefice inganna gli occhi di chi la vede! E pur di quello inganno merita laude, perché col bon giudicio e con l’arte le maestrevoli mani spesso aggiungon grazia ed ornamento allo avorio o vero allo argento, o vero ad una bella pietra circondandola di fin oro. Non diciamo adunque che l’arte o tal inganno, se pur voi lo volete così chiamare, meriti biasimo alcuno. Non è ancor disconveniente che un omo che si senta valere in una cosa, cerchi destramente occasion di mostrarsi in quella, e medesimamente nasconda le parti che gli paian poco laudevoli, il tutto però con una certa avvertita dissimulazione. Non vi ricorda come, senza mostrar di cercarle, ben pigliava l’occasioni il re Ferrando di spogliarsi talor in giuppone, e questo perché si sentiva dispositissimo? e perché non avea troppo bone mani, rare volte o quasi mai non si cavava i guanti? e pochi erano che di questa sua avvertenza s’accorgessero. Parmi ancor aver letto che Iulio Cesare portasse volentieri la laurea per nascondere il calvizio. Ma circa questi modi bisogna esser molto prudente e dì bon giudicio, per non uscire de’ termini; perché molte volte l’omo per fuggir un errore incorre nell’altro e per voler acquistar laude acquista biasimo. XLI È  adunque  securissima  cosa  nel  modo  del  vivere  e  nel  conversare governarsi sempre con una certa onesta mediocrità, che nel vero è grandissimo e fermissimo scudo contra la invidia, la qual si dee fuggir quanto più si po. Voglio ancor che ‘l nostro cortegiano si guardi di non acquistar nome di  bugiardo,  né  di  vano;  il  che  talor  interviene  a  quegli  ancora  che  nol meritano; però ne’ suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir della verisimilitudine e di non dir ancor troppo spesso quelle verità che hanno
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
faccia di menzogna, come molti che non parlan mai se non di miracoli e voglion esser di tanta autorità, che ogni incredibil cosa a loro sia creduta. Altri nel principio d’una amicizia, per acquistar grazia col novo amico, il primo dì che gli parlano giurano non aver persona al mondo che più amino che lui, e che vorrebben voluntier morir per fargli servizio e tai cose for di ragione; e quando da lui si partono, fanno le viste di piangere e di non poter dir parola per dolore; così, per volere esser tenuti troppo amorevoli, si fanno estimar bugiardi e sciocchi adulatori. Ma troppo lungo e faticoso saria voler discorrer tutti i vicii che possono occorrere nel modo del conversare; però per quello ch’io desidero nel cortegiano basti dire, oltre alle cose già  dette,  che  ‘l  sia  tale,  che  mai  non  gli  manchin  ragionamenti  boni  e commodati a quelli co’ quali parla, e sappia con una certa dolcezza recrear gli animi degli auditori e con motti piacevoli e facezie discretamente indurgli a festa e riso, di sorte che, senza venir mai a fastidio o pur a saziare, continuamente diletti. XLII Io penso che ormai la signora Emilia mi darà licenzia di tacere; la qual cosa s’ella mi negarà, io per le parole mie medesime sarò convinto non esser quel bon cortegiano di cui ho parlato; ché non solamente i boni ragionamenti, i quali né mo né forsi mai da me avete uditi, ma ancor questi mei, come voglia che si siano, in tutto mi mancono.” Allor disse ridendo il signor Prefetto: “Io non voglio che questa falsa opinion resti nell’animo d’alcun di noi, che voi non siate bonissimo cortegiano; ché certo il desiderio vostro di tacere più presto procede dal voler fuggir fatica, che da mancarvi ragionamenti. Però, acciò che non paia che in compagnia così degna, come è questa, e ragionamento tanto eccellente, si sia lassato a drieto parte alcuna, siate contento d’insegnarci come abbiamo ad usar le facezie delle quali avete or fatta menzione, e mostrarci l’arte che s’appartiene a tutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa con gentil modo, perché in vero a me pare che importi assai e molto si convenga al cortegiano.” “Signor  mio,”  rispose  allor  messer  Federico,  “le  facezie  e  i  motti  sono  più presto dono e grazia di natura che d’arte; ma bene in questo si trovano alcune nazioni pronte più l’una che l’altra come i Toscani, che in vero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai proprio il motteggiare. Trovansi
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
cosa  è  beffare  e  ridersi  dei  vizi  collocati  in  persone  né  misere  tanto  che movano  compassione,  né  tanto  scelerate  che  paia  che  meritino  esser condennate a pena capitale, né tanto grandi che un loro piccol sdegno possa far gran danno. XLVII Avete ancor a sapere che dai lochi donde si cavano motti da ridere, si posson medesimamente cavare sentenzie gravi per laudare e per biasimare, e talor con le medesime parole; come, per laudar un om liberale, che metta la robba sua in commune con gli amici, suolsi dire che ciò ch’egli ha non è suo; il medesimo si po dir per biasimo d’uno che abbia rubato, o per altre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor: “Colei è una donna d’assai’, volendola laudar di prudenzia e bontà; il medesimo poria dir chi volesse biasimarla, accennando che fosse donna di molti. Ma più spesso occorre servirsi dei medesimi lochi a questo, proposito, che delle medesime parole; come a questi dì, stando a messa in una chiesa tre cavalieri ed una signora, alla  quale  serviva d’amore  uno  dei  tre,  comparve  un  povero  mendico,  e postosi avanti alla signora, cominciolle a dimandare elemosina; e così con molta importunità  e  voce  lamentevole  gemendo  replicò  più  volte  la  sua domanda: pur, con tutto questo essa non gli diede mai elimosina, né ancor gliela negò con fargli segno che s’andasse con Dio, ma stette sempre sopra di  sé,  come  se  pensasse  in  altro.  Disse  allor  il  cavalier  inamorato  ai  dui compagni: “Vedete ciò ch’io posso sperare dalla mia signora, che è tanto crudele, che non solamente non dà elemosina a quel poveretto ignudo morto di fame, che con tanta passion e tante volte a lei la domanda, ma non gli dà pur licenzia; tanto gode di vedersi inanzi una persona che languisca in miseria  e  in  van  le  domandi  mercede’.  Rispose  un  dei  dui:  “Questa  non  è crudeltà, ma un tacito ammaestramento di questa signora a voi, per farvi conoscere che essa non compiace mai a chi le dimanda con molta importunità’. Rispose l’altro: “Anzi è un avvertirlo che, ancor ch’ella non dia quello che se gli domanda, pur le piace d’esserne pregata’. Eccovi, dal non aver quella signora dato licenzia al povero, nacque un detto di severo biasimo, uno di modesta laude ed un altro di gioco mordace.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XLIX Or vedete come questa sorte di facezie ha dello elegante e del bono, come si conviene ad uom di corte, o vero o finto che sia quello che si narra; perché in tal caso è licito fingere quanto all’uom piace, senza colpa; e dicendo la verità, adornarla con qualche bugietta, crescendo o diminuendo secondo ‘l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virtù di questo è il dimostrar tanto bene e senza fatica, così coi gesti come con le parole, quello che l’omo vole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che si narrano. E tanta forza ha questo modo così espresso, che talor adorna e fa piacer sommamente una cosa, che in se stessa non sarà molto faceta  né  ingeniosa.  E  benché  a  queste  narrazioni  si  ricerchino  i  gesti  e quella efficacia che ha la voce viva, pur ancor in scritto qualche volta si conosce la lor virtù. Chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novelle narra Giovan Boccaccio come ben si sforzava di cantare un Chirie ed un Sanctus il prete di  Varlungo quando sentia la Belcolore in chiesa? Piacevoli narrazioni sono ancora in quelle di Calandrino ed in molte  altre.  Della  medesima  sorte  pare  che  sia  il  far  ridere  contrafacendo  o imitando, come noi vogliam dire; nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno più eccellente di messer Roberto nostro da Bari.” L “Questa non saria poca laude,” disse messer Roberto, “se fosse vera, perch’io certo m’ingegnerei d’imitare più presto il ben che ‘l male, e s’io potessi assimigliarmi ad alcuni ch’io conosco, mi terrei per molto felice; ma dubito non saper imitare altro che le cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vicio.” Rispose messer Bernardo: “In vicio sì, ma che non sta male. E saper dovete che questa imitazione di che noi  parliamo  non  po  essere  senza  ingegno;  perché,  oltre  alla  manera d’accommodar le parole e i gesti, e mettere innanzi agli occhi degli auditori il volto e i costumi di colui di cui si parla, bisogna esser prudente ed aver molto rispetto al loco, al tempo ed alle persone con le quai si parla e non descendere alla buffoneria, né uscire de’ termini; le quai cose voi mirabilmente osservate, e però estimo che tutte le conosciate. Ché in vero ad un gentilomo non si converria fare i volti, piangere e ridere, far le voci, lottare da sé a sé, come fa Berto, vestirsi da contadino in presenzia d’ognuno, come
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
intendendo il signore, amorevolmente si dolse col padre, dicendo che gli pesava molto perché in avergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli e discreti figlioli. Il padre gli rispose: “Signor mio, voi non avete veduto nulla; ché da pochi giorni in qua erano riusciti molto più belli e virtuosi ch’io non arei mai potuto credere e già cantavano insieme come dui sparvieri’. E stando a questi dì un dottor de’ nostri a vedere uno, che per giustizia  era  frustato  intorno  alla  piazza,  ed  avendone  compassione,  perché  ‘l meschino, benché le spalle fieramente gli sanguinassero, andava così lentamente  come  se  avesse  passeggiato  a  piacere  per  passar  tempo,  gli  disse: “Camina, poveretto, ed esci presto di questo affanno’. Allor il bon omo rivolto, guardandolo quasi con maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse: “Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo; ch’io adesso voglio andar  al  mio’.  Dovete  ancora  ricordarvi  quella  sciocchezza,  che  poco  fa raccontò il signor Duca di quell’abbate; il quale, essendo presente un dì che ‘l duca Federico ragionava di ciò che si dovesse far di così gran quantità di terreno, come s’era cavata per far i fondamenti di questo palazzo, che tuttavia si lavorava, disse: “Signor mio, io ho pensato benissimo dove e’ s’abbia a mettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivi reponere si potrà, senza altro impedimento’. Rispose il duca Federico, non senza risa: “E dove metteremo noi quel terreno che si caverà di questa fossa?’ Suggiunse l’abbate: “Fatela far tanto grande, che l’uno e l’altro vi stia’. Così, benché il Duca più volte replicasse, che quanto la fossa si facea maggiore, tanto più terren si cavava, mai non gli poté caper nel cervello ch’ella non si potesse far tanto grande, che l’uno e l’altro metter non vi si potesse, né mai rispose altro se non: “Fatela tanto maggiore’. Or vedete che bona estimativa avea questo abbate.” LII Disse allora messer Pietro Bembo: “E perché non dite voi quella del vostro commissario fiorentino? il quale era assediato nella Castellina dal duca di Calavria, e dentro essendosi trovato un giorno certi passatori avvelenati,  che  erano  stati  tirati  dal  campo,  scrisse  al  Duca  che,  se  la  guerra s’aveva da far così crudele, esso ancor farebbe porre il medicame in su le pallotte dell’artiglieria e poi chi n’avesse il peggio, suo danno.” Rise messer Bernardo e disse: “Messer Pietro, se voi non state cheto, io dirò tutte quelle
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
scaccata; la qual sùbito saltò la banda, lamentandosi forte, e parea che domandasse ragione al Re del torto che le era fatto. Il gentilomo poi la reinvitò a giocare; essa avendo alquanto ricusato con cenni; pur si pose a giocar di novo e, come l’altra volta avea fatto, così questa ancora lo ridusse a mal termine; in ultimo, vedendo la simia poter dar scaccomatto al gentilom, con una nova malizia volse assicurarsi di non esser più battuta; e chetamente, senza mostrar che fosse suo fatto, pose la man destra sotto ‘l cubito sinistro del gentilomo, il quale esso per delicatura riposava sopra un guancialetto di taffetà, e prestamente levatoglielo, in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e con la destra si pose il guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece un salto inanti al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Or vedete se questa simia era savia, avveduta e prudente.” Allora messer Cesare Gonzaga, “Questa è forza,” disse, “che tra l’altre simie fosse dottore, e di molta autorità; e penso che la Republica delle simie indiane la mandasse in Portogallo per acquistar riputazione in paese incognito.” Allora ognun rise e della bugia e della aggiunta fattagli per messer Cesare. LVII Così,  seguitando  il  ragionamento,  disse  messer  Bernardo:  “Avete adunque inteso delle facezie che sono nell’effetto e parlar continuato, ciò che m’occorre; perciò ora è ben dire di quelle che consistono in un detto solo ed hanno quella pronta acutezza posta brevemente nella sentenzia o nella parola; e sì come in quella prima sorte di parlar festivo ha da fuggir, narrando ed imitando, di rassimigliarsi ai buffoni e parassiti ed a quelli che inducono altrui a ridere per le lor sciocchezze; così in questo breve devesi guardare il cortegiano di non parer maligno e velenoso, e dir motti ed arguzie solamente per far dispetto e dar nel core; perché tali omini spesso per diffetto della lingua meritamente hanno castigo in tutto ‘l corpo. LVIII Delle facezie adunque pronte, che stanno in un breve detto, quelle sono acutissime, che nascono dalla ambiguità, benché non sempre inducano a ridere, perché più presto sono laudate per ingeniose che per ridicule: come pochi dì sono disse il nostro messer Annibal Paleotto ad uno che gli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
assai si ride, perché portan seco risposte contrarie a quello che l’omo aspetta d’udire, e naturalmente dilettaci in tai cose il nostro errore medesimo; dal quale quando ci trovamo ingannati di quello che aspettiamo, ridemo. LXIV Ma i modi del parlare e le figure che hanno grazia nei ragionamenti gravi e severi, quasi sempre ancor stanno ben nelle facezie e giochi. Vedete che le parole contraposte danno ornamento assai, quando una clausula contraria s’oppone all’altra. Il medesimo modo spesso è facetissimo. Come un Genoese, il quale era molto prodigo nello spendere, essendo ripreso da un usuraio avarissimo che gli disse: “E quando cessarai tu mai di gittar via le tue facultà?’, “Allor’, rispose, “che tu di robar quelle d’altri’. E perché, come già avemo detto, dai lochi donde si cavano facezie che mordono, dai medesimi spesso si possono cavar detti gravi che laudino, per l’uno e l’altro effetto è molto grazioso e gentil modo quando l’omo consente o conferma quello che dice colui che parla, ma lo interpreta altramente di quello che esso intende. Come a questi giorni, dicendo un prete di villa la messa ai suoi populani, dopo l’aver publicato le feste di quella settimana, cominciò in nome del populo la confession generale; e dicendo: “Io ho peccato in mal fare, in mal dire, in mal pensare’, e quel che séguita, facendo menzion de tutti i peccati mortali un compare, e molto domestico del prete, per burlarlo disse ai circunstanti: “Siate testimonii tutti di quello che per sua bocca confessa aver fatto perch’io intendo notificarlo al vescovo’. Questo medesimo modo usò Sallaza dalla Pedrada per onorar una signora, con la quale parlando, poi che l’ebbe laudata, oltre le virtuose condizioni, ancor di bellezza, ed essa rispostogli che non meritava tal laude, per esser già vecchia, le disse: “Signora, quello che di vecchio avete, non è altro che lo assimigliarvi agli angeli, che furono le prime e più antiche creature che mai formasse Dio’. LXV Molto serveno ancor così i detti giocosi per pungere, come i detti gravi per laudare, le metafore bene accomodate, e massimamente se son risposte e se colui che risponde persiste nella medesima metafora detta dall’altro. E di questo modo fu risposto a messer Palla de’ Strozzi, il quale, essendo forauscito di Fiorenza e mandandovi un suo per altri negozi, gli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
disse quasi minacciando: “Dirai da mia parte a Cosimo de’ Medici che la gallina cova’. Il messo fece l’ambasciata impostagli; e Cosimo, senza pensarvi, sùbito gli rispose: “E tu da mia parte dirai a messer Palla che le galline mal possono covar fuor del nido’. Con una metafora laudò ancor messer Camillo  Porcaro  gentilmente  il  signor  Marc’Antonio  Colonna;  il  quale, avendo inteso che messer Camillo in una sua orazione aveva celebrato alcuni  signori  italiani  famosi  nell’arme  e,  tra  gli  altri,  d’esso  aveva  fatto onoratissima menzione, dopo l’averlo ringraziato, gli disse: “Voi, messer Camillo, avete fatto degli amici vostri quello che de’ suoi denari talor fanno alcuni mercatanti, li quali quando si ritrovano aver qualche ducato falso, per spazzarlo pongon quel solo tra molti boni ed in tal modo lo spendeno; così voi, per onorarmi, bench’io poco vaglia, m’avete posto in compagnia di così virtuosi ed eccellenti signori, ch’io col merito loro forsi passerò per buono’. Rispose allor messer Camillo: “Quelli che falsifican li ducati sogliono così ben dorarli, che all’occhio paiono molto più belli che i boni; però se così  si  trovassero  alchimisti  d’omini,  come  si  trovano  de’  ducati,  ragion sarebbe suspettar che voi foste falso, essendo, come sete, di molto più bello e lucido metallo, che alcun degli altri’. Eccovi che questo loco è commune all’una e l’altra sorte de’ motti; e così sono molt’altri, dei quali si potrebbon dare infiniti esempi, e massimamente in detti gravi; come quello che disse il Gran Capitano, il quale, essendosi posto a tavola ed essendo già occupati tutti i lochi, vide che in piedi erano restati dui gentilomini italiani i quali avean servito nella guerra molto bene; e sùbito esso medesimo si levò e fece levar tutti gli altri e far loco a que’ doi e disse: “Lassate sentare a mangiar questi signori, che se essi non fossero stati, noi altri non aremmo ora che mangiare’. Disse ancor a Diego Garzia, che lo confortava a levarsi d’un loco pericoloso, dove batteva l’artigliaria: “Dapoi che Dio non ha messo paura nell’animo vostro, non la vogliate voi metter nel mio’. E ‘l re Luigi, che oggi è re di Francia, essendogli, poco dapoi che fu creato re, detto che allor era il tempo di castigar i suoi nemici, che lo aveano tanto offeso mentre era duca d’Orliens, rispose che non toccava al re di Francia vendicar l’ingiurie fatte al duca d’Orliens. LXVI Si morde ancora spesso facetamente con una certa gravità senza indur  riso:  come  disse  Gein  Ottomanni,  fratello  del  Gran  Turco,  essendo pregione  in  Roma,  che  ‘l  giostrare,  come  noi  usiamo  in  Italia,  gli  parea Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i “Io a quest’ora son stato in Mercato Novo e Vecchio, poi fuor della Porta a san Gallo, intorno alle mura a far esercizio ed ho fatto mill’altre cose; e voi ancor dormite?’ Disse allora Lorenzo: “Più vale quello che ho sognato in un’ora io, che quello che avete fatto in quattro voi’. LXXI È ancor bello, quando con una risposta l’omo riprende quello che par che riprendere non voglia. Come il marchese Federico di Mantua, padre della signora Duchessa nostra, essendo a tavola con molti gentilomini, un d’essi, dapoi che ebbe mangiato tutto un minestro, disse: “Signor Marchese, perdonatimi’; e così detto, cominciò a sorbire quel brodo che gli era avanzato. Allora il Marchese sùbito disse: “Domanda pur perdono ai porci, ché a me non fai tu ingiuria alcuna’. Disse ancora messer Nicolò Leonico per tassar un tiranno ch’avea falsamente fama di liberale: “Pensate quanta liberalità regna in costui, che non solamente dona la robba sua, ma ancor l’altrui’. LXXII Assai gentil modo di facezie è ancor quello che consiste in una certa dissimulazione, quando si dice una cosa e tacitamente se ne intende un’altra;  non  dico  già  di  quella  manera  totalmente  contraria,  come  se  ad  un nano si dicesse gigante, e ad un negro, bianco; o vero, ad un bruttissimo, bellissimo, perché son troppo manifeste contrarietà, benché queste ancor alcuna volta fanno ridere; ma quando con un parlar severo e grave giocando si dice piacevolmente quello che non s’ha in animo. Come dicendo un gentilomo una espressa bugia a messer Augustin Foglietta ed affermandola con efficacia, perché gli parea pur che esso assai difficilmente la credesse, disse in ultimo messer Augustino: “Gentilomo, se mai spero aver piacer da voi, fatemi tanta grazia che siate contento, ch’io non creda cosa che voi dicate’.  Replicando  pur  costui,  e  con  sacramento,  esser  la  verità,  in  fine disse: “Poiché voi pur così volete, io lo crederò per amor vostro, perché in vero io farei ancor maggior cosa per voi’. Quasi di questa sorte disse don Giovanni di Cardona d’uno che si voleva partir di Roma: “Al parer mio costui pensa male; perché è tanto scelerato, che stando in Roma ancor col
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXXVII Sono  ancor  arguti  quei  motti  che  hanno  in  sé  una  certa  nascosa suspizion di ridere, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s’era ad un fico impiccata, un altro se gli accostò, tiratolo per la veste, disse: “Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto  de  quel  fico,  per  inserire  in  qualche  albero  dell’orto  mio?’  Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravità; come, portando un contadino una cassa in spalla, urtò Catone con essa, poi disse: “Guarda’. Rispose Catone: “Hai tu altro in spalla che quella cassa?’ Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa  a  sommo  studio,  che  par  sciocca,  e  pur  tende  a  quel  fine  che  esso disegna, e con quella s’aiuta per non restar impedito. Come a questi dì, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l’uno d’essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, benché ‘l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse né avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegliò e disse: “Non odi tu ciò che il tale dice? rispondi, ché gli Signori dimandano del parer tuo’. Allora l’Altoviti, tutto sonnacchioso e senza pensar altro, si levò in piedi e disse: “Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l’Alamanni’. Rispose l’Alamanni: “Oh, io non ho detto nulla’. Sùbito disse l’Altoviti: “Di quello che tu dirai’. Disse ancor di questo modo maestro  Serafino,  medico  vostro  urbinate,  ad  un  contadino,  il  qual,  avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d’andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, benché conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l’occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e così ogni dì gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei dì cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominciò a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, né discernea con quello occhio più che se non l’avesse aùto in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco più potea trargli di mano, disse: “Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l’occhio, né più v’è rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell’altro’. Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: “Maestro, voi m’avete assassinato e rubato i miei denari: io mi lamentarò al signor Duca’; e facea 136 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXXXIII Potrei forsi ancor, signori, raccôrre molti altri lochi, donde si cavano motti ridiculi; come le cose dette con timidità, con maraviglia, con minacce  for  d’ordine,  con  troppo  collera;  oltra  di  questo,  certi  casi  novi,  che intervenuti inducono il riso; talor la taciturnità, con una certa maraviglia; talor il medesimo ridere senza proposito; ma a me pare ormai aver detto a bastanza, perché le facezie che consistono nelle parole credo che non escano di que’ termini di che noi avemo ragionato. Quelle poi che sono nell’effetto, avvenga che abbian infinite parti, pur si riducono a pochi capi; ma nell’una e nell’altra sorte la principal cosa è lo ingannar la opinione e rispondere altramente che quello che aspetta l’auditore; ed è forza, se la facezia ha d’aver grazia, sia condita di quello inganno, o dissimulare o beffare o riprendere o comparare, o qual altro modo voglia usar l’omo. E benché le facezie inducano tutte a ridere, fanno però ancor in questo ridere diversi effetti; perché alcune hanno in sé una certa eleganzia e piacevolezza modesta,  altre  pungono  talor  copertamente,  talor  publico,  altre  hanno  del lascivetto, altre fanno ridere sùbito che s’odono, altre quanto più vi si pensa, altre col riso fanno ancor arrossire, altre inducono un poco d’ira; ma in tutti i modi s’ha da considerar la disposizion degli animi degli auditori, perché agli afflitti spesso i giochi danno maggior afflizione; e sono alcune infirmità che, quanto più vi si adopra medicina, tanto più si incrudiscono. Avendo adunque il cortegiano nel motteggiare e dir piacevolezze rispetto al tempo, alle persone, al grado suo e di non esser in ciò troppo frequente (ché in vero dà fastidio, tutto il giorno, in tutti i ragionamenti e senza proposito, star sempre su questo), potrà esser chiamato faceto; guardando ancor di non esser tanto acerbo e mordace, che si faccia conoscer per maligno, pungendo senza causa o ver con odio manifesto; o ver persone troppo potenti, che è imprudenzia; o ver troppo misere, che è crudeltà; o ver troppo scelerate, che è vanità; o ver dicendo cose che offendan quelli che esso non vorria offendere, che è ignoranzia; perché si trovano alcuni che si credono esser obligati a dir e punger senza rispetto ogni volta che possono, vada pur poi la cosa come vole. E tra questi tali son quelli, che per dire una parola argutamente, non guardan di macular l’onor d’una nobil donna; il che è malissima cosa e degna di gravissimo castigo, perché in questo caso le donne sono nel numero dei miseri, e però non meritano in ciò essere mordute, ché non hanno arme da diffendersi. Ma, oltre a questi rispetti, bisogna che colui che
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ha da esser piacevole e faceto, sia formato d’una certa natura atta a tutte le sorti di piacevolezze ed a quelle accommodi li costumi, i gesti e ‘l volto; il quale quant’è più grave e severo e saldo, tanto più fa le cose che son dette parer salse ed argute. LXXXIV Ma voi, messer Federico, che pensaste di riposarvi sotto questo sfogliato albero e nei mei secchi ragionamenti, credo che ne siate pentito e vi paia esser entrato nell’ostaria di Montefiore; però ben sarà che, a guisa di pratico  corrieri,  per  fuggir  un  tristo  albergo,  vi  leviate  un  poco  più  per tempo che l’ordinario e seguitiate il camin vostro.” “Anzi,” rispose messer Federico, “a così bon albergo sono io venuto, che penso di starvi più che prima non aveva deliberato; però riposerommi pur ancor fin a tanto che voi diate fine a tutto ‘l ragionamento proposto, del quale avete lasciato una parte che al principio nominaste, che son le “burle’; e di ciò non è bono che questa compagnia sia defraudata da voi. Ma sì come circa le facezie ci avete insegnato molte belle cose e fattoci audaci nello usarle, per esempio di tanti singulari ingegni e grandi omini, e prìncipi e re e papi, credo medesimamente che nelle burle ci darete tanto ardimento, che pigliaremo segurtà di metterne in opera qualcuna ancor contra di voi.” Allor messer Bernardo ridendo, “Voi non sarete,” disse, “i primi; ma forse non vi verrà fatto, perché omai tante n’ho ricevute, che mi guardo da ogni cosa, come i cani che, scottati dall’acqua  calda,  hanno  paura  della  fredda.  Pur,  poiché  di  questo  ancor volete ch’io dica, penso potermene espedir con poche parole. LXXXV È parmi che la burla non sia altro che un inganno amichevole di cose che  non  offendano,  o  almen  poco;  e  sì  come  nelle  facezie  il  dir  contra l’aspettazione, così nelle burle il far contra l’aspettazione induce il riso. E queste tanto più piacciono e sono laudate quanto più hanno dello ingenioso e  modesto;  perché  chi  vol  burlar  senza  rispetto  spesso  offende  e  poi  ne nascono disordini e gravi inimicizie. Ma i lochi donde cavar si posson le burle  son  quasi  i  medesimi  delle  facezie.  Però,  per  non  replicargli,  dico solamente che di due sorti burle si trovano, ciascuna delle quali in più parti
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
poca onestà, che non possono gli omini mordere esse; e questo perché noi stessi avemo fatta una legge, che in noi non sia vicio né mancamento né infamia alcuna la vita dissoluta e nelle donne sia tanto estremo obbrobrio e vergogna, che quella di chi una volta si parla male, o falsa o vera che sia la calunnia che se le dà, sia per sempre vituperata. Però essendo il parlar dell’onestà delle donne tanto pericolosa cosa d’offenderle gravemente, dico che dovemo morderle in altro ed astenerci da questo; perché pungendo la facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che già avemo detto convenirsi a gentilomo.” XCI Quivi,  facendo  un  poco  di  pausa  messer  Bernardo,  disse  il  signor Ottavian Fregoso ridendo: “Il signor Gaspar potrebbe rispondervi che questa legge, che voi allegate che noi stessi avemo fatta, non è forse così fuor di ragione come a voi pare; perché essendo le donne animali imperfettissimi e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini, bisognava, poiché da sé non erano capaci di far atto alcun virtuoso, che con la vergogna e timor d’infamia si ponesse loro un freno, che quasi per forza in esse introducesse qualche bona qualità; e parve che più necessaria loro fosse la continenzia che alcuna altra, per aver certezza dei figlioli; onde è stato forza con tutti gl’ingegni ed arti e vie possibili far le donne continenti, e quasi conceder loro che in tutte l’altre cose siano di poco valore, e che sempre facciano il contrario di ciò che devriano. Però essendo lor licito far tutti gli altri errori senza  biasimo,  se  noi  le  vorremo  mordere  di  quei  diffetti  i  quali,  come avemo  detto,  tutti  ad  esse  sono  conceduti  e  però  a  loro  non  sono disconvenienti, né esse se ne curano, non moveremo mai il riso; perché già voi avete detto che ‘l riso si move con alcune cose che son disconvenienti. XCII Allor la signora Duchessa, “In questo modo,” disse, “signor Ottaviano, parlate delle donne; e poi vi dolete che esse non v’amino?” “Di questo non mi dolgo io,” rispose il signor Ottaviano, “anzi le ringrazio, poiché con lo amarmi non m’obligano ad amar loro; né parlo di mia opinione, ma dico che  ‘l  signor  Gasparo  potrebbe  allegar  queste  ragioni.”  Disse  messer
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
risposta, ché il rispondere ha molto più del cortese, perché par che l’omo sia provocato; e forza è che sia all’improviso. Ma tornando a proposito delle burle delle donne, non dico io che faccian bene ad ingannare i mariti, ma dico che alcuni di quegli inganni che recita Giovan Boccaccio delle donne son belli ed ingeniosi assai, e massimamente quelli che voi proprio avete detti. Ma, secondo me, la burla di Riciardo Minutoli passa il termine ed è più acerba assai che quella di Beatrice, ché molto più tolse Riciardo Minutoli alla moglie di Filippello, che non tolse Beatrice ad Egano suo marito; perché Riciardo con quello inganno sforzò colei e fecela far di se stessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingannò suo marito per far essa di se stessa quello che le piaceva.” XCIV Allor il signor Gasparo, “Per niuna altra causa,” disse, “si po escusar Beatrice eccetto che per amore; il che si deve così ammettere negli omini, come  nelle  donne.”  Allora  messer  Bernardo,  “In  vero,”  rispose,  grande escusazione d’ogni fallo portan seco le passioni d’amore; nientedimeno io per  me  giudico  che  un  gentilomo  di  valore  il  quale  ami,  debba,  così  in questo come in tutte l’altre cose, esser sincero e veridico; e se è vero che sia viltà e mancamento tanto abominevole l’esser traditore ancora contra un nemico, considerate quanto più si deve estimar grave tal errore contra persona che s’ami; ed io credo che ogni gentil innamorato tolleri tante fatiche, tante vigilie, si sottoponga a tanti pericoli, sparga tante lacrime, usi tanti modi e vie di compiacere l’amata donna, non per acquistarne principalmente il corpo, ma per vincer la ròcca di quell’animo, spezzare quei durissimi diamanti, scaldar que’ freddi ghiacci, che spesso ne’ delicati petti stanno di queste donne; e questo credo sia il vero e sodo piacere e ‘l fine dove tende la intenzione d’un nobil core; e certo io per me amerei meglio, essendo  innamorato,  conoscer  chiaramente  che  quella  a  cui  io  servissi  mi redamasse  di  core  e  m’avesse  donato  l’animo,  senza  averne  mai  altra satisfazione, che goderla ed averne ogni copia contra sua voglia; ché in tal caso a me pareria esser patrone d’un corpo morto. Però quelli che consegueno e suoi desidèri per mezzo di queste burle, che forse più tosto tradimenti che burle chiamar si poriano, fanno ingiuria ad altri; né con tutto ciò han quella satisfazione che in amor desiderar si deve, possedendo il corpo senza la voluntà. Il medesimo dico d’alcun’altri, che in amore usano incantesmi, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
impresa così difficile, come sarebbe il diffender le donne contra voi, che sete grandissimo guerriero; però darò fine a questo mio ragionamento, il qual forse è stato molto più lungo che non bisognava, ma certo men piacevole che voi non aspettavate. E poich’io veggio le donne starsi così chete e supportar le ingiurie da voi così pazientemente come fanno, estimarò da mo innanzi esser vera una parte di quello che ha detto el signor Ottaviano, cioè che esse non si curano che di lor sia detto male in ogni altra cosa, pur che non siano mordute di poca onestà.” Allora una gran parte di quelle donne, ben per averle la signora Duchessa fatto così cenno, si levarono in piedi e ridendo tutte corsero verso il signor Gasparo, come per dargli delle busse, e farne come le Baccanti d’Orfeo, tuttavia dicendo: “Ora vedrete, se ci curiamo che di noi si dica male.” XCVII Così, tra per le risa, tra per lo levarsi ognun in piedi, parve che ‘l sonno, il quale omai occupava gli occhi e l’animo d’alcuni, si partisse; ma il signor Gasparo cominciò a dire: “Eccovi che per non aver ragione voglion valersi della forza ed a questo modo finire il ragionamento, dandoci, come si sol dire, una licenzia braccesca.” Allor, “Non vi verrà fatto,” rispose la signora Emilia; “ché, poiché avete veduto messer Bernardo stanco del lungo ragionare, avete cominciato a dir tanto mal delle donne, con opinione di non aver chi vi contradica; ma noi metteremo in campo un cavalier più fresco, che combatterà con voi, acciò che l’error vostro non sia così lungamente impunito.”  Così  rivoltandosi  al  Magnifico  Iuliano,  il qual  fin  allora  poco parlato avea, disse: “Voi sete estimato protettor dell’onor delle donne; però adesso è tempo che dimostriate non aver acquistato questo nome falsamente; e se per lo addietro di tal professione avete mai avuto remunerazione alcuna, ora pensar dovete, reprimendo così acerbo nemico nostro, d’obligarvi molto più tutte le donne, e tanto che, avvegna che mai non si faccia altro che pagarvi, pur l’obligo debba sempre restar vivo, né mai si possa finir di pagare.” XCVIII Allora il Magnifico Iuliano, “Signora mia,” rispose, “parmi che voi facciate molto onore al vostro nemico e pochissimo al vostro diffensore; perché certo insin a qui niuna cosa ha detta il signor Gasparo contra le
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
abbia notizia di molte cose; e sappia parlando elegger quelle che sono a proposito della condizion di colui con cui parla e sia cauta in non dir talor non volendo parole che lo offendano. Si guardi, laudando se stessa indiscretamente, o vero con l’esser troppo prolissa, non gli generar fastidio. Non vada mescolando nei ragionamenti piacevoli e da ridere cose di gravità, né meno nei gravi facezie e burle. Non mostri inettamente di saper quello che non sa, ma con modestia cerchi d’onorarsi di quello che sa, fuggendo, come s’è detto, l’affettazione in ogni cosa. In questo modo sarà ella ornata de boni costumi e gli esercizi del corpo convenienti a donna farà con suprema grazia e i ragionamenti soi saranno copiosi e pieni di prudenzia, onestà e piacevolezza;  e  così  sarà  essa  non  solamente  amata,  ma  reverita  da  tutto  ‘l mondo e forse degna d’esser agguagliata a questo gran cortegiano, così delle condizioni dell’animo come di quelle del corpo.” VII Avendo insin qui detto, il Magnifico si tacque e stette sopra di sé, quasi  come  avesse  posto  fine  al  suo  ragionamento.  Disse  allor  il  signor Gasparo: “Voi avete veramente, signor Magnifico, molto adornata questa donna e fattola di eccellente condizione; nientedimeno parmi che vi siate tenuto  assai  al  generale  e  nominato  in  lei  alcune  cose  tanto  grandi,  che credo  vi  siate  vergognato  di  chiarirle;  e  più  presto  le  avete  desiderate,  a guisa di quelli che bramano talor cose impossibili e sopranaturali, che insegnate. Però vorrei che ci dichiariste un poco meglio quai siano gli esercizi del  corpo  convenienti  a  donna  di  palazzo,  e  di  che  modo  ella  debba intertenere, e quai sian queste molte cose di che voi dite che le si conviene aver notizia; e se la prudenzia, la magnanimità, la continenzia e quelle molte altre  virtù  che  avete  detto,  intendete  che  abbiano  ad  aiutarla  solamente circa il governo della casa, dei figlioli e della famiglia (il che però voi non volete che sia la sua prima professione), o veramente allo intertenere e far aggraziatamente questi esercizi del corpo; e per vostra fé guardate a non mettere queste povere virtù a così vile officio, che abbiano da vergognarsene.” Rise  il  Magnifico  e  disse: “Pur  non  potete  far,  signor  Gasparo,  che  non mostriate mai animo verso le donne; ma in vero a me pareva aver detto assai, e massimamente presso a tali auditori; ché non penso già che sia alcun qui  che  non  conosca  che,  circa  gli  esercizi  del  corpo,  alla  donna  non  si convien armeggiare, cavalcare, giocare alla palla, lottare e molte altre cose
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
simi e non capaci di far atto alcun virtuoso, e di pochissimo valore e di niuna dignità a rispetto degli omini; ma in vero ed esso e voi sareste in grandissimo errore, se pensaste questo.” XI Disse allora il signor Gaspar: “Io non voglio rinovar le cose già dette, ma voi ben vorreste indurmi a dir qualche parola che offendesse l’animo di queste signore, per farmele nemiche, così come voi col lusingarle falsamente volete guadagnar la loro grazia. Ma esse sono tanto discrete sopra le altre, che amano più la verità, ancora che non sia tanto in suo favore, che le laudi false; né hanno a male, che altri dica che gli omini siano di maggior dignità, e confessaranno che voi avete detto gran miraculi ed attribuito alla donna di palazzo alcune impossibilità ridicule e tante virtù, che Socrate e Catone e  tutti  i  filosofi  del  mondo  vi  sono  per  niente;  ché,  a  dir  pur  il  vero, maravigliomi che non abbiate avuto vergogna a passar i termini di tanto. Ché ben bastar vi dovea far questa donna di palazzo bella, discreta, onesta, affabile  e  che  sapesse  intertenere  senza  incorrere  in  infamia  con  danze, musiche, giochi, risi, motti e l’altre cose che ogni dì vedemo che s’usano in corte; ma il volerle dar cognizion di tutte le cose del mondo ed attribuirle quelle virtù che così rare volte si son vedute negli omini, ancora nei seculi passati, è una cosa che né supportare né a pena ascoltare si po. Che le donne siano  mo  animali  imperfetti  e  per  conseguente  di  minor  dignità  che  gli omini e non capaci di quelle virtù che sono essi, non voglio io altrimenti affirmare, perché il valor di queste signore bastaria a farmi mentire; dico ben che omini sapientissimi hanno lassato scritto che la natura, perciò che sempre intende e disegna far le cose più perfette, se potesse, produria continuamente omini; e quando nasce una donna, è diffetto o error della natura e contra quello che essa vorrebbe fare. Come si vede ancor d’uno che nasce cieco, zoppo, o con qualche altro mancamento e negli arbori molti frutti che non maturano mai, così la donna si po dire animal produtto a sorte e per caso; e che questo sia, vedete l’operazion dell’omo e della donna e da quelle pigliate argumento della perfezion dell’uno e dell’altro. Nientedimeno essendo questi diffetti delle donne colpa di natura che l’ha produtte tali, non devemo per questo odiarle, né mancar di aver loro quel rispetto che vi si conviene; ma estimarle da più di quello che elle si siano, parmi error manifesto.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
si guardan poi da falsar testamenti, mettere inimicizie mortali tra marito e moglie e talor veneno, usar malie, incanti ed ogni sorte de ribalderia; e poi allegano una certa autorità di suo capo che dice “Si non caste, tamen caute’; e par loro con questa medicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non è ben cauto che tutti i peccati, per gravi che siano, facilmente perdona Idio, purché stiano secreti e non ne nasca il mal esempio. Così, con un velo di santità e con questa secretezza, spesso tutti i lor pensieri volgono a contaminare il casto animo di qualche donna; spesso a seminare odii tra fratelli, a governar stati, estollere l’uno e deprimer l’altro, far decapitare, incarcerare e proscrivere omini, esser ministri delle scelerità e quasi depositari delle rubbarie che fanno molti prìncipi. Altri senza vergogna si dilettano d’apparer morbidi e freschi, con la cotica ben rasa e ben vestiti; ed alzano nel passeggiar la tonica per mostrar le calze tirate e la disposizion della persona nel far le riverenzie. Altri usano certi sguardi e movimenti ancor nel celebrar la messa, per i quali presumeno essere aggraziati e farsi mirare. Malvagi e scelerati omini, alienissimi non solamente dalla religione, ma d’ogni bon costume; e quando la lor vita dissoluta è lor rimproverata, si fanno beffe e ridonsi di chi lor ne parla e quasi si ascrivono i vicii a laude.” Allora la signora Emilia: “Tanto piacer,” disse, “avete di dir mal de’ frati, che for d’ogni proposito siete entrato in questo ragionamento. Ma voi fate grandissimo male a mormorar dei religiosi e senza utilità alcuna vi caricate la coscienzia, ché, se non fossero quelli che pregan Dio per noi altri, aremmo ancor molto maggior flagelli che non avemo.” Rise allora il Magnifico Iuliano e  disse:  “Come  avete  voi,  Signora,  così  ben  indovinato  ch’io  parlava  de’ frati, non avendo io loro fatto il nome? ma in vero il mio non si chiama mormorare, anzi parlo io ben aperto e chiaramente; né dico dei boni, ma dei malvagi e rei, de’ quali ancor non parlo la millesima parte di ciò ch’io so.” “Or non parlate de’ frati,” rispose la signora Emilia; “ch’io per me estimo grave peccato l’ascoltarvi e però io, per non ascoltarvi, levarommi di qui.” XXI “Son contento,” disse il Magnifico Iuliano, “non parlar più di questo; ma tornando alle laudi delle donne, dico che ‘l signor Gasparo non mi troverà omo alcun singulare, ch’io non vi trovi la moglie, o figliola, o sorella di merito eguale e talor superiore; oltra che molte son state causa d’infiniti beni ai loro omini e talor hanno corretto di molti loro errori. Però essendo,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
signor Gaspar, “che quel poco che talor fanno di bene procede da timore, perché poche ne sono al mondo che nel secreto dell’animo suo non abbiano in odio il marito.” “Anzi in contrario,” rispose il Magnifico; “e se ben vi ricorda quanto avete letto, in tutte le istorie si conosce che quasi sempre le mogli amano i mariti più che essi le mogli. Quando vedeste voi o leggeste mai che un marito facesse verso la moglie un tal segno d’amore, quale fece quella Camma verso suo marito?” “Io non so,” rispose il signor Gaspar, “chi si fosse costei, né che segno la si facesse.” “Né io,” disse il Frigio. Rispose il Magnifico: “Uditelo; e voi, madonna Margherita, mettete cura di tenerlo a memoria. XXVI Questa Camma fu una bellissima giovane, ornata di tanta modestia e gentil costumi, che non men per questo che per la bellezza era maravigliosa; e sopra l’altre cose con tutto il core amava suo marito, il quale si chiamava Sinatto. Intervenne che un altro gentilomo, il quale era di molto maggior stato che Sinatto e quasi tiranno di quella città dove abitavano, s’innamorò di questa giovane; e dopo l’aver lungamente tentato per ogni via e modo d’acquistarla, e tutto in vano, persuadendosi che lo amor che essa portava al marito fosse la sola cagione che ostasse a’ suoi desidèri, fece ammazzar questo Sinatto. Così poi sollicitando continuamente, non ne poté mai trar altro frutto che quello che prima avea fatto; onde, crescendo ogni dì più questo amore, deliberò tôrla per moglie, benché essa di stato gli fosse molto inferiore. Così richiesti li parenti di lei da Sinorige (ché così si chiamava lo innamorato), cominciarono a persuaderla a contentarsi di questo, mostrandole il consentir essere utile assai e ‘l negarlo pericoloso per lei e per tutti loro. Essa, poi che loro ebbe alquanto contradetto, rispose in ultimo esser contenta. I parenti fecero intendere la nova a Sinorige; il qual allegro sopra modo procurò che sùbito si celebrassero le nozze. Venuto adunque l’uno e l’altro  a  questo  effetto  solennemente  nel  tempio  di  Diana,  Camma  fece portar una certa bevanda dolce, la quale essa avea composta; e così davanti al simulacro di Diana in presenzia di Sinorige ne bevé la metà; poi di sua mano, perché questo nelle nozze usava di fare, diede il rimanente allo sposo; il qual tutto lo bevé. Camma, come vide il disegno suo riuscito, tutta lieta  a  piè  della  imagine  di  Diana  s’inginochiò,  e  disse:  “O  Dea,  tu  che conosci lo intrinseco del cor mio, siami bon testimonio, come difficilmente
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tello, volse costui per suo prigioniero; e battendolo e straziandolo ogni giorno, lo condusse in Barbaria, dove in gran miseria aveva deliberato tenerlo in vita sua cattivo e con gran pena. Gli altri tutti, chi per una e chi per un’altra via, furono in capo d’un tempo liberi e ritornarono a casa; e riportarono alla moglie, che madonna Argentina avea nome, ed ai figlioli la dura vita e ‘l  gran  affanno  in  che  messer  Tomaso  viveva  ed  era  continuamente  per vivere senza speranza, se Dio miraculosamente non l’aiutava. Della qual cosa poi che essa e loro furono chiariti, tentati alcun altri modi di liberarlo, e dove esso medesimo già s’era acquetato di morire, intervenne che una solerte pietà svegliò tanto l’ingegno e l’ardir dell’altro figliolo, che si chiamava Paulo, che non ebbe riguardo a niuna sorte di pericolo e deliberò o morir o liberar il padre; la qual cosa gli venne fatta, di modo che lo condusse così cautamente che prima fu in Ligorno, che si risapesse in Barberia ch’e’ fusse di là partito. Di quivi messer Tomaso sicuro scrisse alla moglie e le fece intendere la liberazion sua, e dove era, e come il dì seguente sperava di  vederla.  La  bona  e  gentil  donna,  sopragiunta  da  tanta  e  non  pensata allegrezza di dover così presto, e per pietà e per virtù del figliolo, vedere il marito, il quale amava tanto e già credea fermamente non dover mai più vedere, letta la lettera, alzò gli occhi al cielo e, chiamato il nome del marito, cadde morta in terra; né mai con rimedi che se le facessero, la fuggita anima più ritornò nel corpo. Crudel spettaculo, e bastante a temperar le voluntà umane e ritrarle dal desiderar troppo efficacemente le soverchie allegrezze!” XXVIII Disse allora ridendo il Frigio: “Che sapete voi ch’ella non morisse di dispiacere, intendendo che ‘l marito tornava a casa?” Rispose il Magnifico: “Perché il resto della vita sua non si accordava con questo; anzi penso che quell’anima, non potendo tollerare lo indugio di vederlo con gli occhi del corpo, quello abbandonasse, e tratta dal desiderio volasse sùbito dove, leggendo quella lettera, era volato il pensiero.” Disse il signor Gasparo: “Po esser che questa donna fosse troppo amorevole, perché le donne in ogni cosa sempre s’attaccano allo estremo, che è male; e vedete che per essere troppo amorevole fece male a se stessa ed al marito ed ai figlioli, ai quali converse in amaritudine il piacere di quella pericolosa e desiderata liberazione. Però non dovete già allegar questa per una di quelle donne, che sono state causa di tanti beni.” Rispose il Magnifico: “Io la allego per una di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
donne non possano a bastanza esser castigati se non con una vituperosa morte, o almen perpetua infamia. Però, poiché questa opinion è invalsa, parmi che  conveniente  cosa  sia  castigar  ancor  acerbamente  quelli  che  con  bugie dànno infamia alle donne; ed estimo ch’ogni nobil cavaliero sia obligato a diffender sempre con l’arme, dove bisogna, la verità, e massimamente quando conosce qualche donna esser falsamente calunniata di poca onestà.” XXXIX “Ed io,” rispose ridendo il signor Gasparo, “non solamente affermo esser debito d’ogni nobil cavaliero quello che voi dite, ma estimo gran cortesia e gentilezza coprir qualche errore, ove per disgrazia, o troppo amore, una donna sia incorsa; e così veder potete ch’io tengo più la parte delle donne, dove la ragion me lo comporta, che non fate voi. Non nego già che gli omini non si abbiano preso un poco di libertà; e questo perché sanno che per la opinion universale ad essi la vita dissoluta non porta così infamia come alle donne; le quali, per la imbecillità del sesso, sono molto più inclinate agli appetiti che gli omini, e se talor si astengono dal satisfare ai suoi desidèri, lo fanno per vergogna, non perché la voluntà non sia loro prontissima; e però gli omini hanno posto loro il timor d’infamia per un freno che le  tenga  quasi  per  forza  in  questa  virtù,  senza  la  quale,  per  dir  il  vero, sariano poco d’apprezzare; perché il mondo non ha utilità dalle donne, se non per lo generare dei figlioli. Ma ciò non intervien degli omini, i quali governano le città, gli eserciti e fanno tante altre cose d’importanzia: il che, poiché voi volete così, non voglio disputar come sapessero far le donne; basta che non lo fanno; e quando è occorso agli omini far paragon della continenzia,  così  hanno  superato  le  donne  in  questa  virtù  come  ancora nell’altre,  benché  voi  non  lo  consentiate.  Ed  io  circa  questo  non  voglio recitarvi  tante  istorie  o  fabule  quante  avete  fatto  voi,  e  rimettovi  alla continenzia solamente di dui grandissimi signori giovani, e su la vittoria, la quale suol far insolenti ancora gli omini bassissimi; e dell’uno è quella d’Alessandro Magno verso le donne bellissime di Dario, nemico e vinto; l’altra di Scipione, a cui, essendo di ventiquattro anni ed avendo in Ispagna vinto per forza una città, fu condutta una bellissima e nobilissima giovane, presa tra molt’altre; ed intendendo Scipione questa esser sposa d’un signor del paese,  non  solamente  s’astenne  da  ogni  atto  disonesto  verso  di  lei,  ma immaculata la rese al marito, facendole di sopra un ricco dono. Potrei dirvi
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro terzo C i i di  Senocrate,  il  quale  fu  tanto  continente,  che  una  bellissima  donna, essendosegli colcata accanto ignuda e facendogli tutte le carezze ed usando tutti i modi che sapea, delle quai cose era bonissima maestra, non ebbe forza mai di far che mostrasse pur un minimo segno d’impudicizia, avvenga che ella in questo dispensasse tutta una notte; e di Pericle, che udendo solamente uno che laudava con troppo efficacia la bellezza d’un fanciullo, lo riprese agramente, e di molt’altri continentissimi di lor propria voluntà, e non per vergogna o paura di castigo, da che sono indutte la maggior parte di quelle donne che in tal virtù si mantengono; le quali però ancor con tutto questo meritano esser laudate assai, e chi falsamente dà loro infamia d’impudicizia è degno, come avete detto, di gravissima punizione.” XL Allora messer Cesare, il qual per bon spacio tacciuto avea, “Pensate,” disse, “di che modo parla il signor Gasparo a biasimo delle donne, quando queste son quelle cose ch’ei dice in laude loro. Ma se ‘l signor Magnifico mi concede ch’io possa in loco suo respondergli alcune poche cose circa quanto egli, al parer mio, falsamente ha detto contra le donne, sarà bene per l’uno e per l’altro: perché esso si riposerà un poco e meglio poi potrà seguitare in dir qualche altra eccellenzia della donna di palazzo; ed io mi terrò per molta grazia l’aver occasione di far insieme con lui questo officio di bon cavaliero,  cioè  diffender  la  verità.”  “Anzi  ve  ne  priego,”  rispose  il  signor Magnifico; “ché già a me parea aver satisfatto, secondo le forze mie, a quanto  io  doveva  e  che  questo  ragionamento  fosse  ormai  fuor  del  proposito mio.” Soggiunse messer Cesare: “Non voglio già parlare della utilità che ha il mondo dalle donne, oltre al generar i figlioli, perché a bastanza s’è dimostrato quanto esse siano necessarie non solamente all’esser ma ancor al ben esser nostro; ma dico, signor Gaspar, che se esse sono, come voi dite, più inclinate agli appetiti che gli omini, e con tutto questo se ne astengano più che gli omini, il che voi stesso consentite, sono tanto più degne di laude, quanto il sesso loro è men forte per resistere agli appetiti naturali; e se dite che lo fanno per vergogna, parmi che in loco d’una virtù sola ne diate lor due; ché se in esse più po la vergogna che l’appetito e perciò si astengono dalle cose mal fatte, estimo che questa vergogna, che in fine non è altro che timor d’infamia, sia una rarissima virtù e da pochissimi omini posseduta. E s’io potessi senza infinito vituperio degli omini dire come molti d’essi siano immersi  nella  impudenzia,  che  è  il  vicio  contrario  a  questa  virtù,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
questi tali, che di qualche donna di prezzo villanamente si dànno vanto, o vero o falso, meritano castigo e supplicio gravissimo; e se talor loro vien dato, non si po dir quanto siano da laudar quelli che tale officio fanno. Ché se dicon bugie, qual scelerità po esser maggiore, che privar con inganno una valorosa donna di quello che essa più che la vita estima? e non per altra causa, che per quella che la devria fare d’infinite laudi celebrata? Se ancora dicon vero, qual pena poria bastare a chi è così perfido, che renda tanta ingratitudine per premio ad una donna, la qual, vinta dalle false lusinghe, dalle  lacrime  finte,  dai  preghi  continui,  dai  lamenti,  dalle  arti,  insidie  e periuri,  s’ha  lassato  indurre  ad  amar  troppo;  poi,  senza  riservo,  s’è  data incautamente in preda a così maligno spirto? Ma per respondervi ancor a questa inaudita continenzia d’Alessandro e di Scipione, che avete allegata, dico ch’io non voglio negare che e l’uno e l’altro non facesse atto degno di molta laude; nientedimeno, aciò che non possiate dire che per raccontarvi cose antiche io vi narri fabule, voglio allegarvi una donna de’ nostri tempi di bassa condizione, la quale mostrò molto maggior continenzia che questi dui grand’omini. XLIII Dico  adunque  che  io  già  conobbi  una  bella  e  delicata  giovane,  il nome della quale non vi dico per non dar materia di dir male a molti ignoranti, i quali sùbito che intendono una donna esser innamorata, ne fan mal concetto. Questa adunque, essendo lungamente amata da un nobile e ben condicionato giovane, si volse con tutto l’animo e cor suo ad amar lui; e di questo  non  solamente  io,  al  quale  essa  di  sua  voluntà  ogni  cosa confidentemente dicea, non altrimenti che s’io non dirò fratello, ma una sua intima sorella fussi stato, ma tutti quelli che la vedeano in presenzia dell’amato giovane erano ben chiari della sua passione. Così, amando essa ferventissimamente  quanto  amar  possa  un  amorevolissimo  animo,  durò dui  anni  in  tanta  continenzia,  che  mai  non  fece  segno  alcuno  a  questo giovane d’amarlo, se non quelli che nasconder non potea; né mai parlare gli volse, né da lui accettar lettere, né presenti, che dell’uno e dell’altro non passava mai giorno che non fosse sollicitata, e quanto lo desiderasse, io ben lo so; ché se talor nascosamente potea aver cosa che del giovane fosse stata, la tenea in tante delizie, che parea che da quella le nascesse la vita ed ogni suo bene; né pur mai in tanto tempo d’altro compiacer gli volse che di vederlo e di lassarsi vedere, e qualche volta intervenendo alle feste publiche Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
la propria vita sprezzava per acquistar nome sopra tutti gli omini; e noi ci maravigliamo che con tai pensieri nel core s’astenesse da una cosa la qual molto non desiderava? Ché, per non aver mai più vedute quelle donne, non è possibile che in un punto l’amasse, ma ben forse l’aborriva, per rispetto di Dario suo nemico; ed in tal caso ogni suo atto lascivo verso di quelle saria stato ingiuria e non amore; e però non è gran cosa che Alessandro, il quale non meno con la magnanimità che con l’arme vinse il mondo, s’astenesse  da  far  ingiuria  a  femine.  La  continenzia  ancor  di  Scipione  è veramente  da  laudar  assai;  nientedimeno,  se  ben  considerate,  non  è  da agguagliare a quella di queste due donne; perché esso ancora medesimamente s’astenne da cosa non desiderata, essendo in paese nemico, capitano novo, nel principio d’una impresa importantissima; avendo nella patria lassato tanta aspettazion di sé ed avendo ancor a rendere cunto a giudici severissimi,  i  quali  spesso  castigavano  non  solamente  i  grandi  ma  i  piccolissimi errori; e tra essi sapea averne de’ nemici; conoscendo ancor che, s’altramente avesse fatto, per esser quella donna nobilissima e ad un nobilissimo signor maritata, potea concitarsi tanti nemici e talmente, che molto gli arian prolungata  e  forse  in  tutto  tolta  la  vittoria.  Così  per  tante  cause  e  di  tanta importanzia  s’astenne  da  un  leggero  e  dannoso  appetito,  mostrando continenzia ed una liberale integrità; la quale, come si scrive, gli diede tutti gli  animi  di  que’  populi  e  gli  valse  un  altro  esercito  ad  espugnar  con benivolenzia i cori, che forse per forza d’arme sariano stati inespugnabili; sicché  questo  più  tosto  un  stratogema  militare  dir  si  poria,  che  pura continenzia: avvegna ancora che la fama di questo non sia molto sincera, perché alcuni scrittori d’autorità affermano questa giovane esser stata da Scipion  goduta  in  amorose  delizie;  ma  di  quello  che  vi  dico  io,  dubbio alcuno non è.” XLV Disse  il  Frigio:  “Dovete  averlo  trovato  negli  Evangelii.”  “Io  stesso l’ho veduto,” rispose messer Cesare, “e però n’ho molto maggior certezza che  non  potete  aver  né  voi  né  altri,  che  Alcibiade  si  levasse  dal  letto  di Socrate non altrimenti che si facciano i figlioli dal letto dei padri; ché pur strano loco e tempo era il letto e la notte per contemplar quella pura bellezza, la qual si dice che amava Socrate senza alcun desiderio disonesto; massimamente amando più la bellezza dell’animo che del corpo, ma nei fanciulli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro terzo C i i persona del mondo, ma essendo dai suoi proprii stimulata ad uscir di questa viduità, elesse più presto patir esilio, povertà ed ogn’altra sorte d’infelicità, che accettar quello che a tutti gli altri parea gran grazia e prosperità di fortuna;”  e  seguitando  pur  messer  Cesare  circa  questo,  disse  la  signora Duchessa: “Parlate d’altro e non intrate più in tal proposito, ché assai dell’altre cose avete che dire.” Suggiunse messer Cesare: “So pur che questo non mi negherete, signor Gasparo, né voi, Frigio.” “Non già,” rispose il Frigio; “ma una non fa numero.” L Disse allora messer Cesare: “Vero è che questi così grandi effetti occorrono in poche donne; pur ancora quelle che resistono alle battaglie d’amore, tutte sono miracolose; e quelle che talor restano vinte sono degne di molta compassione; ché certo i stimuli degli amanti, le arti che usano, i lacci che tendono son tanti e così continui, che troppa maraviglia è che una tenera fanciulla fuggir gli possa. Qual giorno, qual ora passa mai, che quella combattuta giovane non sia dallo amante sollicitata con denari, con presenti e con tutte quelle cose che imaginar sa che le abbiano a piacere? A qual tempo affacciar mai si po alla finestra, che sempre non veda passar l’ostinato amante con silenzio di parole ma con gli occhi che parlano, col viso afflitto e languido, con quegli accesi sospiri, spesso con abundantissime lacrime? Quando mai si parte di casa per andar a chiesa o ad altro loco, che questo  sempre  non  le  sia  innanzi  e  ad  ogni  voltar  di  contrata  non  se  le affronti con quella trista passion dipinta negli occhi, che par che allor allora aspetti la morte? Lasso tante attillature, invenzioni, motti, imprese, feste, balli, giochi, maschere, giostre, torniamenti, le quai cose essa conosce tutte esser fatte per sé. La notte poi mai risvegliarsi non sa, che non oda musica, o almen quello inquieto spirito intorno alle mura della casa gittar sospiri e voci lamentevoli. Se per avventura parlar vole con una delle sue fanti, quella, già corrotta per denari, sùbito ha apparecchiato un presentuzzo, una lettera, un sonetto, o tal cosa, da darle per parte dello amante; e quivi entrando a proposito, le fa intendere quanto arde questo meschino, come non cura la propria vita per servirla; e come da lei niuna cosa ricerca men che onesta e che solamente desidera parlarle. Quivi a tutte le difficultà si trovano rimedi, chiavi contrafatte, scale di corde, sonniferi; la cosa si dipinge di poco momento; dànnosi esempi di molt’altre che fanno assai peggio; di modo che ogni cosa tanto si fa facile, che essa niuna altra fatica ha che di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
intende nella dolcezza della musica per altra causa, che per questa? Chi a compor versi, almen nella lingua vulgare, se non per esprimere quegli affetti che dalle donne sono causati? Pensate di quanti nobilissimi poemi saremmo privi, e nella lingua greca e nella latina, se le donne fossero state da’ poeti poco estimate. Ma lassando tutti gli altri, non saria grandissima perdita se messer Francesco Petrarca, il qual così divinamente scrisse in questa nostra lingua gli amor suoi, avesse volto l’animo solamente alle cose latine, come arìa fatto se l’amor di madonna Laura da ciò non l’avesse talor desviato? Non vi nomino i chiari ingegni che sono ora al mondo e qui presenti, che ogni dì parturiscono qualche nobil frutto e pur pigliano subietto solamente dalle bellezze e virtù delle donne. Vedete che Salomone, volendo scrivere misticamente cose altissime e divine, per coprirle d’un grazioso velo finse un ardente ed affettuoso dialogo d’uno innamorato con la sua donna, parendogli non poter trovar qua giù tra noi similitudine alcuna più conveniente  e  conforme  alle  cose  divine,  che  l’amor  verso  le  donne;  ed  in  tal modo volse darci un poco d’odor di quella divinità, che esso e per scienzia e per grazia più che gli altri conoscea. Però non bisognava, signor Gasparo, disputar di questo, o almen con tante parole; ma voi col contradire alla verità avete impedito che non si siano intese mill’altre cose belle ed importanti circa la perfezion della donna di palazzo.” Rispose il signor Gasparo: “Io  credo  che  altro  non  vi  si  possa  dire;  pur  se  a  voi  pare  che  il  signor Magnifico non l’abbia adornata a bastanza di bone condicioni, il diffetto non è stato il suo, ma di chi ha fatto che più virtù non siano al mondo, perché esso le ha date tutte quelle che vi sono.” Disse la signora Duchessa ridendo: “Or vedrete che ‘l signor Magnifico pur ancor ne ritroverà qualche altra.” Rispose il Magnifico: “In vero, Signora, a me par d’aver detto assai e, quanto per me, contentomi di questa mia donna; e se questi signori non la voglion così fatta, lassinla a me.” LIII Quivi tacendo ognuno, disse messer Federico: “Signor Magnifico, per stimularvi a dir qualche altra cosa, voglio pur farvi una domanda circa quello che avete voluto che sia la principal professione della donna di palazzo, ed è questa; ch’io desidero intendere come ella debba intertenersi circa una  particularità  che  mi  pare  importantissima;  ché,  benché  le  eccellenti condicioni da voi attribuitele includino ingegno, sapere, giudicio, desterità,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LX Messer Roberto pur contradicea, ma la signora Duchessa gli diede il torto, confirmando  la  ragion  del  signor  Magnifico;  poi  suggiunse:  “Noi non abbiam causa di dolersi del signor Magnifico, perché in vero estimo che la donna di palazzo da lui formata possa star al paragon del cortegiano ed ancor con qualche vantaggio; perché le ha insegnato ad amare, il che non  han  fatto  questi  signori  al  suo  cortegiano.”  Allora  l’Unico  Aretino, “Ben è conveniente,” disse, “insegnar alle donne lo amare, perché rare volte ho io veduto alcuna che far lo sappia; ché quasi sempre tutte accompagnano  la  lor  bellezza  con  la  crudeltà  ed  ingratitudine  verso  quelli  che  più fidelmente le serveno e che per nobilità, gentilezza e virtù meritariano premio de’ loro amori; e spesso poi si danno in preda ad omini sciocchissimi e vili e da poco, e che non solamente non le amano, ma le odiano. Però, per schifar questi così enormi errori, forsi era ben insegnare loro prima il far elezione di chi meritasse essere amato, e poi lo amarlo; il che degli omini non è necessario, ché pur troppo per se stessi lo sanno; ed io ne posso esser bon testimonio, perché lo amare a me non fu mai insegnato, se non dalla divina bellezza e divinissimi costumi d’una Signora, talmente che nell’arbitrio mio non è stato il non adorarla, non che ch’io in ciò abbia avuto bisogno d’arte o maestro alcuno; e credo che ‘l medesimo intervenga a tutti quelli che amano veramente; però più tosto si converria insegnar al cortegiano il farsi amare che lo amare.” LXI Allora la signora Emilia, “Or di questo adunque ragionate,” disse, “signor  Unico.”  Rispose  l’Unico:  “Parmi  che  la  ragion  vorrebbe  che  col servire e compiacer le donne s’acquistasse la lor grazia; ma quello di che esse  si  tengon  servite  e  compiacciute,  credo  che  bisogni  impararlo  dalle medesime donne, le quali spesso desideran cose tanto strane, che non è omo che le imaginasse, e talor esse medesime non sanno ciò che si desiderino;  perciò  è  bene  che  voi,  Signora,  che  sete  donna  e  ragionevolmente dovete sapere quello che piace alle donne, pigliate questa fatica per far al mondo una tanta utilità.” Allor disse la signora Emilia: “Lo esser voi gratissimo universalmente alle donne è bono argumento che sappiate tutti e modi per li quali s’acquista la lor grazia; però è pur conveniente che voi l’insegnate.” “Signora,” rispose l’Unico, “io non saprei dar ricordo più utile ad uno
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
amante che ‘l procurar che voi non aveste autorità con quella donna, la grazia della quale esso cercasse; perché qualche bona condicione, che pur è paruto al mondo talor che in me sia, col più sincero amore che fosse mai, non hanno avuto tanta forza di far ch’io fussi amato, quanta voi di far che fussi odiato.” LXII Rispose allor la signora Emilia: “Signor Unico, guardimi Dio pur di pensar, non che operar mai cosa perché foste odiato; ché oltre ch’io farei quello che non debbo, sarei estimata di poco giudicio, tentando lo impossibile; ma io, poiché voi mi stimulate con questo modo a parlare di quello che piace alle donne, parlerò; e se vi dispiacerà, datene la colpa a voi stesso. Estimo io adunque che chi ha da esser amato debba amare ed esser amabile e che queste due cose bastino per acquistar la grazia delle donne. Ora, per rispondere a quello di che voi m’accusate, dico che ognun sa e vede che voi siete amabilissimo; ma che amiate così sinceramente come dite sto io assai dubbiosa, e forse ancora gli altri; perché l’esser voi troppo amabile ha causato che siete stato amato da molte donne, ed i gran fiumi divisi in più parti divengono piccoli rivi; così ancora l’amor diviso in più che in un obietto, ha poca forza; ma questi vostri continui lamenti ed accusare in quelle donne che avete servite la ingratitudine, la qual non è verisimile, atteso tanti vostri meriti, è una certa sorte di secretezza per nasconder le grazie, i contenti e i piaceri da voi conseguiti in amore, ed assicurar quelle donne che v’amano e che vi si son date in preda, che non le publichiate; e però esse ancora si contentano che voi così apertamente con altre mostriate amori falsi per coprire i lor veri; onde se quelle donne, che voi ora mostrate d’amare, non son così facili a crederlo come vorreste, interviene perché questa vostra arte in amore comincia ad esser conosciuta, non perch’io vi faccia odiare.” LXIII Allor  il  signor  Unico,  “Io,”  disse,  “non  voglio  altrimenti  tentar  di confutar le parole vostre, perché ormai parmi così fatale il non esser creduto a me la verità, come l’esser creduto a voi la bugia.” “Dite pur, signor Unico,” rispose la signora Emilia, “che voi non amate così come vorreste che fosse creduto; ché se amaste, tutti i desidèri vostri sariano di compiacer la donna amata e voler quel medesimo che essa vole, ché questa è la legge
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
d’amore; ma il vostro tanto dolervi di lei denota qualche inganno, come ho detto, o veramente fa testimonio che voi volete quello che essa non vole.” “Anzi,”  disse  il  signor  Unico,  “voglio  io  ben  quello  che  essa  vole,  che  è argumento ch’io l’amo; ma dolgomi perché essa non vol quello che voglio io, che è segno che non mi ama, secondo la medesima legge che voi avete allegata.” Rispose la signora Emilia: “Quello che comincia ad amare deve ancora cominciare a compiacere ed accommodarsi totalmente alle voglie della cosa amata e con quelle governar le sue; e far che i proprii desidèri siano servi e che l’anima sua istessa sia come obediente ancella, né pensi mai ad altro che a transformarsi, se possibil fosse, in quella della cosa amata, e questo reputar per sua somma felicità; perché così fan quelli che amano  veramente.”  “A  punto  la  mia  somma  felicità,”  disse  il  signor  Unico, “sarebbe se una voglia sola governasse la sua e la mia anima.” “A voi sta di farlo,” rispose la signora Emilia. LXIV Allora messer Bernardo, interrompendo, “Certo è,” disse, “che chi ama veramente, tutti i suoi pensieri, senza che d’altri gli sia mostrato, indrizza a servire e compiacere la donna amata; ma perché talor queste amorevoli servitù  non  son  ben  conosciute,  credo  che  oltre  allo  amare  e  servire  sia necessario fare ancor qualche altra dimostrazione di questo amore tanto chiara, che la donna non possa dissimular di conoscere d’essere amata; ma con tanta modestia però, che non paia che se le abbia poca riverenzia. E perciò voi, Signora, che avete cominciato a dir come l’anima dello amante dee essere obediente ancella alla amata, insegnate ancor, di grazia, questo secreto, il quale mi pare importantissimo.” Rise messer Cesare e disse: “Se lo amante è tanto modesto che abbia vergogna di dirgliene, scrivaglielo.” Suggiunse la signora Emilia: “Anzi, se è tanto discreto come conviene, prima che lo faccia intendere alla donna devesi assecurar di non offenderla.” Disse allor il signor Gasparo: “A tutte le donne piace l’esser pregate d’amore, ancor che avessero intenzione di negar quello che loro si domanda.” Rispose il Magnifico Iuliano: “Voi v’ingannate molto; né io consigliarei il cortegiano che usasse mai questo termine, se non fusse ben certo di non aver repulsa.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
essendo solo è sforzato a far molte più dimostrazioni e più efficaci, che se da qualche amorevole e fidele amico fosse aiutato; perché le dimostrazioni che lo amante istesso fa dànno molto maggior suspetto, che quelle che fa per internunci, e perché gli animi umani sono naturalmente curiosi di sapere, sùbito che uno alieno comincia a sospettare, mette tanta diligenzia, che conosce il vero, e conosciutolo non ha rispetto di publicarlo, anzi talor gli piace; il che non interviene dell’amico il qual, oltre che aiuti di favore e di consiglio, spesso rimedia a quegli errori che fa il cieco innamorato, e sempre procura la secretezza e provede a molte cose alle quali esso proveder non po; oltre che grandissimo refrigerio si sente dicendo le passioni e sfocandole con amico cordiale, e medesimamente accresce molto i piaceri il poter comunicargli.” LXXIV Disse allor il signor Gasparo: “Un’altra causa publica molto più gli amori  che  questa.”  “E  quale?”  rispose  il  Magnifico.  Suggiunse  il  signor Gaspar: “La vana ambizione congiunta con pazzia e crudeltà delle donne, le quali come voi stesso avete detto, procurano quanto più possono d’aver gran numero d’innamorati e tutti, se possibil fosse, vorriano che ardessero e, fatti cenere, dopo morte tornassero vivi per morir un’altra volta; e benché  esse  ancor  amino,  pur  godeno  del  tormento  degli  amanti,  perché estimano che ‘l dolore, le afflizioni e ‘l chiamar ognor la morte, sia il vero testimonio che esse siano amate, e possano con la loro bellezza far gli omini miseri e beati e dargli morte e vita come lor piace; onde di questo solo cibo se  pascono  e  tanto  avide  ne  sono,  che  acciò  che  non  manchi  loro,  non contentano né disperano mai gli amanti del tutto; ma per mantenergli continuamente nelli affanni e nel desiderio usano una certa imperiosa austerità di minacce mescolate con speranza, e vogliono che una loro parola, uno sguardo, un cenno sia da essi riputato per somma felicità; e per farsi tener pudiche e caste non solamente dagli amanti, ma ancor da tutti gli altri, procurano che questi loro modi asperi e discortesi siano publichi acciò che ognun pesi che, poiché così maltrattano quelli che son degni d’essere amati, molto peggio debbano trattar gl’indegni; e spesso sotto questa credenza pensandosi essere sicure con tal arte dall’infamia, si giaceno tutte le notti con omini vilissimi e da esse a pena conosciuti, di modo che per godere delle calamità e continui lamenti di qualche nobil cavaliero e da esse amato, 215 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
d’amor gli sia ancor meno grato e ad esse abbia minor obligazione, per far ben ogni cosa al contrario. Ed essendo già tal amore notissimo, sono ancor in  que’  tempi  poi  notissimi  tutti  gli  effetti  che  da  quel  procedono;  così restano  esse  disonorate,  e  lo  amante  si  trova  aver  perduto  il  tempo  e  le fatiche ed abbreviatosi la vita negli affanni senza frutto o piacere alcuno, per aver conseguito i suoi desidèri, non quando gli seriano stati tanto grati che l’arian fatto felicissimo, ma quando poco o niente gli apprezzava, per esser il cor già tanto da quelle amare passioni mortificato, che non tenea sentimento più per gustar diletto o contentezza che se gli offerisse.” LXXVI Allor il signor Ottaviano ridendo, “Voi,” disse, “siete stato cheto un pezzo e retirato dal dir mal delle donne; poi le avete così ben tocche, che par che abbiate aspettato per ripigliar forza, come quei che si tirano a drieto per dar maggior incontro; e veramente avete torto ed oramai dovreste esser mitigato.” Rise la signora Emilia e rivolta alla signora Duchessa, “Eccovi,” disse, “Signora, che i nostri avversari cominciano a rompersi e dissentir l’un dall’altro.” “Non mi date questo nome,” rispose il signor Ottaviano, “perch’io non son vostro avversario; èmmi ben dispiaciuta questa contenzione, non perché m’increscesse vederne la vittoria in favor delle donne, ma perché ha indutto il signor Gasparo a calunniarle più che non dovea, e ‘l signor Magnifico e messer Cesare a laudarle forse un poco più che ‘l debito; oltre che per la lunghezza del ragionamento avemo perduto d’intender molt’altre belle cose, che restavano a dirsi del cortegiano.” “Eccovi,” disse la signora Emilia, “che pur siete nostro avversario; e perciò vi dispiace il ragionamento passato, né vorreste che si fosse formato questa così eccellente donna di palazzo; non perché vi fosse altro che dire sopra il cortegiano, perché già questi signori han detto quanto sapeano, né voi, credo, né altri potrebbe aggiungervi più cosa alcuna; ma per la invidia che avete all’onor delle donne.” LXXVII “Certo è,” rispose il signor Ottaviano, “che oltre alle cose dette sopra il cortegiano io ne desiderarei molte altre; pur, poiché ognun si contenta ch’ei sia tale, io ancora me ne contento, né in altra cosa lo mutarei, se non in farlo un poco più amico delle donne che non è il signor Gaspar, ma forse non tanto quanto è alcuno di questi altri signori.” Allora la signora Du-
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
chessa, “Bisogna,” disse, “in ogni modo che noi veggiamo se l’ingegno vostro è tanto che basti a dar maggior perfezione al cortegiano, che non han dato questi signori.  Però  siate  contento  di  dir  ciò  che  n’avete  in  animo; altrimenti noi pensaremo che né voi ancora sappiate aggiungergli più di quello che s’è detto, ma che abbiate voluto detraere alle laudi della donna di palazzo, parendovi ch’ella sia eguale al cortegiano, il quale perciò voi vorreste che si credesse che potesse esser molto più perfetto, che quello che hanno formato questi signori.” Rise il signor Ottaviano e disse: “Le laudi e biasimi dati alle donne più del debito hanno tanto piene l’orecchie e l’animo di chi ode, che non han lassato loco che altra cosa star vi possa; oltra di questo, secondo me, l’ora è molto tarda.” “Adunque,” disse la signora Duchessa,  “aspettando  insino  a  domani  aremo  più  tempo;  e  quelle  laudi  e biasimi che voi dite esser stati dati alle donne dall’una parte e l’altra troppo eccessivamente, fra tanto usciranno dell’animo di questi signori, di modo che pur saranno capaci di quella verità che voi direte.” Così parlando la signora Duchessa levossi in piedi, e cortesemente donando licenzia a tutti si ritrasse nella stanza sua più secreta; e ognuno si fu a dormire.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ben acconcio, che al gusto lor pare delicatissimo; poi risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore e fastidio nell’animo, ma ‘l corpo, accordandosi col giudicio della mente, per forza vomita quel cibo.” XVII Seguitava ancor il signor Ottaviano il suo ragionamento; ma il Magnifico Iuliano interrompendolo, “Signor Ottaviano,” disse, “se bene ho inteso, voi avete detto che la continenzia è virtù imperfetta, perché ha in sé parte d’affetto; ed a me pare che quella virtù la quale, essendo nell’animo nostro discordia tra la ragione e l’appetito, combatte e dà la vittoria alla ragione,  si  debba  estimar  più  perfetta  che  quella  che  vince  non  avendo cupidità né affetto alcuno che le contrasti; perché pare che quell’animo non si astenga dal male per virtù, ma resti di farlo perché non ne abbia voluntà.” Allor il signor Ottaviano, “Qual,” disse, “estimareste voi capitano di più valore, o quello che combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gli nemici, o quello che per virtù e saper suo lor toglie le forze, riducendogli a termine che non possano combattere, e così senza battaglia o pericolo alcuno gli vince?” “Quello,” disse il Magnifico Iuliano, “che più sicuramente vince, senza dubbio è più da lodare, pur che questa vittoria così  certa  non  proceda  dalla  dapocagine  degl’inimici.”  Rispose  il  signor Ottaviano: “Ben avete giudicato; e però dicovi che la continenzia comparare si po ad un capitano che combatte virilmente e, benché gli inimici sian forti e potenti, pur gli vince, non però senza gran difficultà e pericolo; ma la temperanzia libera da ogni perturbazione è simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed avendo in quell’animo dove si ritrova non solamente sedato, ma in tutto estinto il foco delle cupidità, come bon principe in guerra civile, distrugge i sediziosi nemici intrinsechi e dona lo scettro e dominio intiero alla ragione. Così questa virtù non sforzando l’animo, ma infundendogli per vie placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onestà, lo rende quieto e pien di riposo, in tutto equale e ben misurato, e da ogni canto composto d’una certa concordia con se stesso, che lo adorna di così serena tranquillità che mai non si turba, ed in tutto diviene obedientissimo alla ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento e seguirla ovunque condur lo voglia, senza repugnanzia alcuna; come tenero agnello, che corre, sta e va sempre presso alla madre e solamente  secondo  quella  si  move.  Questa  virtù  adunque  è  perfettissima  e conviensi massimamente ai prìncipi, perché da lei ne nascono molte altre.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
se ‘l nostro cortegiano farà quello che avemo detto tutte le ritroverà nell’animo  del  suo  principe,  ed  ogni  dì  ne  vedrà  nascer  tanti  vaghi  fiori  e frutti, quanti non hanno tutti i deliciosi giardini del mondo; e tra se stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi, che è oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi le dona n’ha grandissima carestia e chi le riceve grandissima abundanzia, ma quella virtù che forse tra tutte le cose umane è la maggiore e la più rara, cioè la manera e ‘l modo di governar e di regnare come si dee; il che solo basteria per far gli omini felici e ridur un’altra volta al mondo quella età d’oro, che si scrive esser stata quando già Saturno regnava.” XIX Quivi avendo fatto il signor Ottaviano un poco di pausa come per riposarsi, disse il signor Gaspare: “Qual estimate voi, signor Ottaviano, più felice dominio e più bastante a ridur al mondo quella età d’oro di che avete fatto menzione, o ‘l regno d’un così bon principe, o ‘l governo d’una bona republica?” Rispose il signor Ottaviano: “Io preporrei sempre il regno del bon principe, perché è dominio più secondo la natura e, se è licito comparar le cose piccole alle infinite, più simile a quello di Dio, il qual uno e solo governa l’universo. Ma lassando questo, vedete che in ciò che si fa con arte umana, come gli eserciti, i gran navigi, gli edifici ed altre cose simili, il tutto si referisce ad un solo, che a modo suo governa; medesimamente nel corpo nostro tutte le membra s’affaticano e adopransi ad arbitrio del core. Oltre di questo, par conveniente che i populi siano così governati da un principe, come ancora molti animali, ai quali la natura insegna questa obedienzia come  cosa  saluberrima.  Eccovi  che  i  cervi,  le  grue  e  molti  altri  uccelli, quando fanno passaggio, sempre si prepongono un principe, il qual segueno ed obediscono, e le api quasi con discorso di ragione e con tanta riverenzia osservano il loro re, con quanta i più osservanti populi del mondo; e però tutto questo è grandissimo argumento che ‘l dominio dei prìncipi sia più secondo la natura che quello delle republiche.” XX Allora messer Pietro Bembo, “Ed a me par,” disse, “che essendoci la libertà data da Dio per supremo dono, non sia ragionevole che ella ci sia levata, né che un omo più dell’altro ne sia participe; il che interviene sotto
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
il dominio de’ prìncipi, li quali tengono per il più li sudditi in strettissima servitù. Ma nelle republiche bene instituite si serva pur questa libertà; oltra che e nei giudici e nelle deliberazioni più spesso interviene che ‘l parer d’un solo sia falso, che quel di molti; perché la perturbazione, o per ira o per sdegno o per cupidità, più facilmente entra nell’animo d’un solo che della moltitudine, la quale, quasi come una gran quantità d’acqua, meno è subietta alla corruzione che la piccola. Dico ancora che lo esempio degli animali non mi par che si confaccia; perché e li cervi e le grue e gli altri non sempre si prepongono a seguitare ed obidir un medesimo, anzi mutano e variano, dando questo dominio or ad uno or ad un altro, ed in tal modo viene ad esser più presto forma di republica che di regno; e questa si po chiamare vera ed equale libertà, quando quelli che talor comandano, obediscono poi ancora. L’esempio medesimamente delle api non mi par simile, perché quel loro re non è della loro medesima specie; e però chi volesse dar agli omini un veramente degno signore, bisognaria trovarlo d’un’altra specie e di più eccellente natura che umana, se gli omini ragionevolmente l’avessero da obedire, come gli armenti che obediscono non ad uno animale suo simile, ma ad un pastore, il quale è omo e d’una specie più degna che la loro. Per queste cose estimo io, signor Ottaviano, che ‘l governo della republica sia più desiderabile che quello del re.” XXI Allor il signor Ottaviano, “Contra la opinione vostra, messer Pietro,” disse, “voglio solamente addurre una ragione; la quale è che dei modi di governar bene i populi tre sorti solamente si ritrovano: l’una è il regno; l’altra il governo dei boni, che chiamavano gli antichi ottimati; l’altra l’amministrazione populare; e la transgressione e vicio contrario, per dir così, dove  ciascuno  di  questi  governi  incorre  guastandosi  e  corrumpendosi,  è quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei boni si muta in quello di pochi potenti e non boni, e quando l’amministrazion populare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo è che la tirannide è il pessimo di tutti, come per molte ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre boni il regno sia l’ottimo, perché è contrario al pessimo; ché, come sapete, gli effetti delle cause contrarie sono essi ancor tra sé contrari. Ora, circa quello che avete detto della libertà, rispondo che la vera 234 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
libertà non si deve dire che sia il vivere come l’omo vole, ma il vivere secondo le bone leggi; né meno naturale ed utile e necessario è l’obedire, che si sia il commandare; ed alcune cose sono nate, e così distinte ed ordinate da natura al commandare, come alcune altre all’obedire. Vero è che sono due modi di signoreggiare: l’uno imperioso e violento, come quello dei patroni ai schiavi, e di questo commanda l’anima al corpo; l’altro più mite e placido, come quello dei boni prìncipi per via delle leggi ai cittadini, e di questo commanda la ragione allo appetito; e l’uno e l’altro di questi due modi è utile,  perché  il  corpo  è  nato  da  natura  atto  ad  obedire  all’anima,  e  così l’appetito alla ragione. Sono ancora molti omini, l’operazion de’ quali versano solamente circa l’uso del corpo; e questi tali tanto son differenti dai virtuosi, quanto l’anima dal corpo e pur, per essere animali razionali, tanto participano della ragione, quanto che solamente la conoscono, ma non la posseggono né fruiscono. Questi adunque sono naturalmente servi e meglio è ad essi e più utile l’obedire che ‘l commandare.” XXII Disse allor il signor Gaspar: “Ai discreti e virtuosi e che non sono da natura servi, di che modo si ha adunque a commandare?” Rispose il signor Ottaviano: “Di quel placido commandamento regio e civile, ed a tali è ben fatto dar talor l’amministrazione di que’ magistrati di che sono capaci, acciò che possano essi ancora commandare e governare i men savi di sé, di modo però che ‘l principal governo dependa tutto dal supremo principe. E perché avete detto che più facil cosa è che la mente  d’un solo si corrompa che quella di molti, dico che è ancora più facil cosa trovar un bono e savio che molti; e bono e savio si deve estimare che possa esser un re di nobil stirpe, inclinato alle virtù dal suo natural instinto e dalla famosa memoria dei suoi antecessori ed instituito di boni costumi; e se non sarà d’un’altra specie più che umana, come voi avete detto di quello delle api, essendo aiutato dagli ammaestramenti e dalla educazione ed arte del cortegiano, formato da questi  signori  tanto  prudente  e  bono,  sarà  giustissimo,  continentissimo, temperatissimo, fortissimo e sapientissimo, pien di liberalità, magnificenzia, religione e clemenzia; in somma sarà gloriosissimo e carissimo agli omini ed a Dio, per la cui grazia acquisterà quella virtù eroica, che lo farà eccedere i termini della umanità e dir si potrà più presto semideo che uom mortale; perché Dio si diletta ed è protettor di que’ prìncipi che vogliono imitarlo 235 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
rosi e savi; e nella pace e quete, che è bona, mostrarsi ignoranti e tanto da poco, che non sappiano godere il bene. Come adunque nella guerra debbano intender i populi nelle virtù utili e necessarie per conseguirne il fine, che è la pace, così nella pace, per conseguirne ancor il suo fine, che è la tranquillità, debbono intendere nelle oneste, le quali sono il fine delle utili; ed in tal modo li sudditi saranno boni, e ‘l principe arà molto più da laudare e premiare che da castigare; e ‘l dominio per li sudditi e per lo principe sarà felicissimo, non imperioso come di patrone al servo, ma dolce e placido, come di bon padre a bon figliolo.” XXVIII Allor il signar Gaspar, “Volentieri,” disse, “saprei quali sona queste virtù utili e necessarie nella guerra; e quali le oneste nella pace.” Rispose il signor Ottaviano: “Tutte son bone e giovevoli, perché tendono a bon fine; pur nella guerra precipuamente val quella vera fortezza, che fa l’animo esento dalle passioni, talmente che non solo non teme li pericoli, ma pur non li cura; medesimamente la constanzia e quella pazienzia tollerante, con l’animo saldo ed imperturbato a tutte le percosse di fortuna. Conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virtù che tendono all’onesto, come la giustizia, la continenzia, la temperanzia; ma molto più nella pace e nell’ocio, perché spesso gli omini posti nella prosperità e nell’ocio, quando la fortuna seconda loro arride, divengono ingiusti, intemperati e lassansi corrumpere dai piaceri; però quelli che sono in tale stato hanno grandissimo bisogno di queste  virtù,  perché  l’ocio  troppo  facilmente  induce  mali  costumi  negli animi umani. Onde anticamente si diceva in proverbio che ai servi non si debbe dar ocio; e credesi che le piramide d’Egitto fossero fatte per tenere i populi in esercizio, perché ad ognuno lo essere assueto a tollerar fatiche è utilissimo.  Sono  ancor  molte  altre  virtù  tutte  giovevoli,  ma  basti  per  or l’aver detto insin qui; ché s’io sapessi insegnar al mio principe ed instituirlo di tale e così virtuosa educazione come avemo disegnata, facendolo, senza più mi crederei assai bene aver conseguito il fine del bon cortegiano.” XXIX Allor il signor Gaspar, “Signor Ottaviano,” disse, “perché molto avete laudato la bona educazione e mostrato quasi di credere che questa sia principal  causa  di  far  l’omo  virtuoso  e  bono,  vorrei  sapere  se  quella 240 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
instituzione che ha da far il cortegiano nel suo principe deve esser cominciata dalla consuetudine e quasi dai costumi cottidiani, li quali, senza che essa se ne avvegga,  lo  assuefacciano  al  ben  fare,  o  se  pur  se  gli  deve  dar principio col mostrargli con ragione la qualità del bene e del male e con fargli  conoscere  prima  che  si  metta  in  camino  qual  sia  la  bona  via  e  da seguitare, e quale la mala e da fuggire: in somma, se in quell’animo si deve prima introdurre e fondar le virtù con la ragione ed intelligenzia, o vero con la consuetudine.” Disse il signor Ottaviano: “Voi mi mettete in troppo lungo ragionamento; pur, acciò che non vi paia ch’io manchi per non voler rispondere alle dimande vostre, dico che secondo che l’anima e ‘l corpo in noi sono due cose, così ancora l’anima è divisa in due parti, delle quali l’una ha in sé la ragione, l’altra l’appetito. Come adunque nella generazione il corpo precede l’anima, così la parte irrazionale dell’anima precede la razionale; il che si comprende chiaramente nei fanciulli, ne’ quali quasi sùbito che son nati si vedeno l’ira e la concupiscenzia, ma poi con spacio di tempo appare la ragione. Però devesi prima pigliare cura del corpo che dell’anima, poi prima dell’appetito che della ragione; ma la cura del corpo per rispetto dell’animo, e dell’appetito per rispetto della ragione; ché secondo che la virtù intellettiva si fa perfetta con la dottrina, così la morale si fa con la consuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione con la consuetudine, la qual po governare gli appetiti non ancora capaci di ragione e con quel bon  uso  indrizzargli  al  bene;  poi  stabilirli  con  la  intelligenzia,  la  quale, benché più tardi mostri il suo lume, pur dà modo di fruir più perfettamente le virtù a chi ha bene instituito l’anima dai costumi, nei quali, al parer mio, consiste il tutto.” XXX Disse il signor Gaspar: “Prima che passiate più avanti vorrei saper che cura si deve aver del corpo, perché avete detto che prima devemo averla di quello, che dell’anima.” “Dimandatene,” rispose il signor Ottaviano ridendo, “a questi, che lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che ‘l mio, come vedete, non è troppo ben curata. Pur ancora di questo si poria dir largamente, come del tempo conveniente del maritarsi, acciò che i figlioli non fossero troppo vicini né troppo lontani alla età paterna; degli esercizi e della educazione sùbito che sono nati e nel resto della età, per fargli ben disposti, prosperosi e gagliardi.” Rispose il signor Gaspar: “Quello che più
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XXXVII Rispose allor il signor Ottaviano ridendo: “Quelli che non ebbero questi risguardi, arebbono fatto meglio avendogli, benché, se considerate, trovarete che molti gli ebbero, e massimamente que’ primi antichi, come Teseo ed Ercule: né crediate che altri fossero Procuste e Scirone, Cacco, Diomede, Anteo, Gerione, che tiranni crudeli ed impii, contra i quali aveano perpetua e mortal guerra questi magnanimi eroi; e però per aver liberato il mondo da così intollerabili mostri (ché altramente non si debbon nominare i tiranni), ad Ercule furon fatti i tempii e i sacrifici e dati gli onori divini; perché il beneficio di estirpare i tiranni è tanto giovevole al mondo, che chi la fa merita molto maggior premio, che tutto quello che si conviene ad un mortale. E di coloro che voi avete nominati, non vi par che Alessandro giovasse con le sue vittorie ai vinti, avendo instituite di tanti boni costumi quelle barbare genti che superò, che di fiere gli fece omini? edificò tante belle città in paesi mal abitati, introducendovi il viver morale; e quasi congiungendo l’Asia e l’Europa col vinculo dell’amicizia e delle sante leggi, di modo  che  più  felici  furno  i  vinti  da  lui,  che  gli  altri;  perché  ad  alcuni mostrò i matrimoni, ad altri l’agricoltura, ad altri la religione, ad altri il non uccidere, ma il nutrir i padri già vecchi, ad altri lo astenersi dal congiungersi con le madri e mille altre cose che si porian dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie. XXXVIII Ma  lassando  gli  antichi,  qual  più  nobile  e  gloriosa  impresa  e  più giovevole potrebbe essere, che se i Cristiani voltasser le forze loro a subiugare gli infideli? non vi parrebbe che questa guerra, succedendo prosperamente ed essendo causa di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume della verità cristiana  tante  migliaia  di  omini,  fosse  per  giovare  così  ai  vinti  come  ai vincitori? E veramente, come già Temistocle, essendo discacciato dalla patria sua e raccolto dal re di Persia e da lui accarezzato ed onorato con infiniti e  ricchissimi  doni,  ai  suoi  disse:  “Amici,  ruinati  eravamo  noi,  se  non ruinavamo’; così bene poriano allor con ragion dire il medesimo ancora i Turchi e i Mori, perché nella perdita loro saria la lor salute. Questa felicità adunque  spera  che  ancor  vedremo,  se  da  Dio  ne  fia  conceduto  il  viver tanto, che alla corona di Francia pervenga Monsignore d’Angolem, il quale tanta speranza mostra di sé, quanta mo quarta sera disse il signor Magnifico; ed a quella d’Inghilterra il signor don Enrico, principe di Vuaglia, che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
or cresce sotto il magno padre in ogni sorte di virtù, come tenero rampollo sotto l’ombra d’arbore eccellente e carico di frutti, per rinovarlo molto più bello  e  più  fecundo  quando  fia  tempo;  ché,  come  di  là  scrive  il  nostro Castiglione e più largamente promette di dire al suo ritorno, pare che la natura in questo signore abbia voluto far prova di se stessa, collocando in un corpo solo tante eccellenzie, quante basteriano per adornarne infiniti.” Disse allora messer Bernardo Bibiena: “Grandissima speranza ancor di sé promette don Carlo, principe di Spagna, il quale, non essendo ancor giunta al decimo anno della sua età, dimostra già tanto ingegno e così certi indici di bontà, di prudenzia, di modestia, di magnanimità e d’ogni virtù, che se l’imperio di Cristianità sarà, come s’estima, nelle sue mani, creder si po che debba oscurare il nome di molti imperatori antichi ed agguagliarsi di fama ai più famosi che mai siano stati al mondo.” XXXIX Suggiunse il signor Ottaviano: “Credo adunque che tali e così divini prìncipi siano da Dio mandati in terra e da lui fatti simili della età giovenile, della potenzia dell’arme, del stato, della bellezza e disposizion del corpo, affin che siano ancor a questo bon voler concordi; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essi, sia solamente in voler ciascuno esser il primo e più fervente ed animato a così gloriosa impresa. Ma lassiamo questo ragionamento  e  torniamo  al  nostro.  Dico  adunque,  messer  Cesare,  che  le cose che voi volete che faccia il principe son grandissime e degne di molta laude; ma dovete intendere, che se esso non sa quello ch’io ho detto che ha da sapere, e non ha formato l’animo di quel modo ed indrizzato al camino della virtù, difficilmente saprà esser magnanimo, liberale, giusto, animoso, prudente, o avere alcuna altra qualità di quelle che se gli aspettano; né per altro vorrei che fosse tale, che per saper esercitar queste condizioni; ché sì come  quegli  che  edificano  non  son  tutti  boni  architetti,  così  quegli  che donano non son tutti liberali; perché la virtù non nòce mai ad alcuno e molti sono che robbano per donare e così son liberali della robba d’altri; alcuni dànno a cui non debbono e lassano in calamità e miseria quegli a’ quali sono obligati; altri dànno con una certa mala grazia e quasi dispetto, tal che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma chiamano i testimonii e quasi fanno bandire le sue liberalità; altri pazzamente vuotano in un tratto quel fonte della liberalità, tanto che poi non si po usar più. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ‘l governo; perché non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de’ signori che dalla incredulità, la qual non solamente talor non nòce, ma spesso summamente giova; pur in questa è necessario il bon giudicio del principe, per conoscer chi merita esser creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviar le liti tra i sudditi; di far far pace tra essi, e legargli insieme di parentati; di far che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia, come una casa privata; populosa, non povera,  quieta,  piena  di  boni  artifici;  di  favorir  i  mercatanti  ed  aiutarli ancora con denari; d’esser liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperar tutte le superfluità; perché spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benché paiano piccoli, le città vanno in ruina; però è ragionevole che ‘l principe ponga mèta ai troppo suntuosi edifici dei privati, ai convivii, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioie e vestimenti, che non è altro che uno augumento della lor  pazzia;  ché,  oltre  che  spesso,  per  quella  ambizione  ed  invidia  che  si portano l’una all’altra, dissipano le facultà e la sustanzia dei mariti, talor per una gioietta a qualche altra frascheria tale vendono la pudicizia loro a chi la vol comperare.” XLII Allora messer Bernardo Bibiena ridendo, “Signor Ottaviano,” disse, “voi entrate nella parte del signor Gaspare e del Frigio.” Rispose il signor Ottaviano pur ridendo: “La lite è finita, ed io non voglio già rinovarla; però non dirò più delle donne, ma ritornerò al mio principe.” Rispose il Frigio: “Ben potete oramai lassarlo e contentarvi che egli sia tale come l’avete formato; ché senza dubbio più facil cosa sarebbe trovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnifico, che un principe con le condizioni dette da voi; però dubito che sia come la republica di Platone e che non siamo  per  vederne  mai  un  tale,  se  non  forse  in  cielo.”  Rispose  il  signor Ottaviano: “Le cose possibili, benché siano difficili, pur si po sperar che abbiano da essere; perciò forse vedremolo ancor a’ nostri tempi in terra; ché, benché i cieli siano tanto avari in produr prìncipi eccellenti, che a pena in molti seculi se ne vede uno, potrebbe questa bona fortuna toccare a noi.” Disse allor il conte Ludovico: “Io ne sto con assai bona speranza; perché,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
oltra quelli tre grandi che avemo nominati, de’ quali sperar si po ciò che s’è detta convenirsi al supremo grado di perfetto principe, ancora in Italia se ritrovano oggidì alcuni figlioli de signori, li quali, benché non siano per aver tanta potenzia, forse suppliranno con la virtù; e quello che tra tutti si mostra di meglior indole e di sé promette maggior speranza che alcun degli altri, parmi che sia il signor Federico Gonzaga, primogenito del marchese di Mantua, nepote della signora Duchessa nostra qui; ché, oltra la gentilezza de’ costumi e la discrezione che in così tenera età dimostra, coloro che lo governano di lui dicono cose di maraviglia circa l’essere ingenioso, cupido d’onore, magnanimo, cortese, liberale, amico della giusticia; di modo che di così bon principio non si po se non aspettar ottima fine.” Allor il Frigio, “Or non più,” disse, “pregaremo Dio di vedere adempita questa vostra speranza.” XLIII Quivi il signor Ottaviano, rivolto alla signora Duchessa con maniera d’aver dato fine al suo ragionamento, “Eccovi, Signora,” disse, “quello che a dir m’accorre del fin del cortegiano; nella qual cosa s’io non arò satisfatto in tutto, basterammi almen aver dimostrato che qualche perfezion ancora dar si gli potea oltra le cose dette da questi signori; li quali io estimo che abbiano pretermesso e questo e tutto quello ch’io potrei dire, non perché non lo sapessero meglio di me, ma per fuggir fatica; però lasserò che essi vadano continuando, se a dir gli avanza cosa alcuna.” Allora disse la signora Duchessa: “Oltra che l’ora è tanta tarda, che tosto sarà tempo di dar fine per questa sera, a me non par che noi debbiam mescolare altro ragionamento con questo; nel quale voi avete raccolto tante varie e belle cose, che circa il fine della cortegiania si po dir che non solamente siate quel perfetto cortegiano che noi cerchiamo, e bastante per instituir bene il vostro principe, ma, se la fortuna vi sarà propizia, che debbiate ancor essere ottimo principe, il che saria con molta utilità della patria vostra.” Rise il signor Ottaviano e disse: “Forse, Signora, s’io fussi in tal grado, a me ancor interverria quello che sòle intervenire a molti altri, li quali san meglio dire che fare.” XLIV Quivi essendosi replicato un poco di ragionamento tra tutta la compagnia confusamente, con alcune contradizioni, pur a laude di quello che s’era  parlato,  e  dettosi  che  ancor  non  era  l’ora  d’andar  a  dormire,  disse
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ridendo il Magnifico Iuliano: “Signora, io son tanto nemico degli inganni, che m’è forza contradir al signor Ottaviano, il qual per esser, come io dubito, congiurato secretamente col signor Gaspar contro le donne, è incorso in dui  errori,  secondo  me,  grandissimi:  dei  quali  l’uno  è,  che  per  preporre questo cortegiano alla donna di palazzo e farla eccedere quei termini a che essa po giungere, l’ha preposta ancor al principe, il che è inconvenientissimo; l’altro, che gli ha dato un tal fine, che sempre è difficile e talor impossibile che lo conseguisca, e quando pur lo consegue, non si deve nominar per cortegiano.” “Io non intendo,” disse la signora Emilia, “come sia così difficile  o  impossibile  che  ‘l  cortegiano  conseguisca  questo  suo  fine,  né meno come il signor Ottaviano lo abbia preposto al principe.” “Non gli consentite queste cose,” rispose il signor Ottaviano, “perch’io non ho preposto il cortegiano al principe; e circa il fine della cortegiania non mi presumo esser incorso in errore alcuno.” Rispose allor il Magnifico Iuliano: “Dir non potete, signor Ottaviano che sempre la causa per la quale lo effetto è tale come egli è, non sia più tale che non è quello effetto; però bisogna che ‘l cortegiano, per la instituzion del quale il principe ha da esser di tanta eccellenzia, sia più eccellente che quel principe; ed in questo modo sarà ancora di più dignità che ‘l principe istesso, il che è inconvenientissimo. Circa il fine poi della cortegiania, quello che voi avete detto po seguitare quando l’età del principe è poco differente da quella del cortegiano, ma non però senza difficultà, perché dove è poca differenzia d’età, ragionevol è che ancor poca ve ne sia di sapere; ma se ‘l principe è vecchio e ‘l cortegian giovane, conveniente è che ‘l principe vecchio sappia più che ‘l cortegian giovane, e se questa non intervien sempre, intervien qualche volta; ed allor il fine che voi avete attribuito al cortegiano è impossibile. Se ancora il principe è giovane e ‘l cortegian vecchio, difficilmente il cortegian po guadagnarsi la mente del principe con quelle condizioni che voi gli avete attribuite; ché, per dir il vero, l’armeggiare e gli altri esercizi della persona s’appartengono a’ giovani e non riescono ne’ vecchi, e la musica e le danze e feste e giochi e gli amori in quella età son cose ridicule; e parmi che ad uno institutor della vita e costumi del principe, il qual deve esser persona tanto grave e d’autorità, maturo negli anni e nella esperienzia e, se possibil fosse, bon filosofo, bon capitano, e quasi saper ogni cosa, siano disconvenientissime. Però  chi  instituisce  il  principe  estimo  io  che  non  s’abbia  da  chiamar cortegiano, ma meriti molto maggiore e più onorato nome. Sì che, signor
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro quarto dovete saper che la cote che non taglia punto, pur fa acuto il ferro; però parmi che ancora che ‘l cortegiano instituisca il principe, non per questo s’abbia a dir che egli sia di più dignità che ‘l principe. Che ‘l fin di questa cortegiania sia difficile e talor impossibile, e che quando pur il cortegian lo consegue non si debba nominar per cortegiano, ma meriti maggior nome, dico ch’io non nego questa difficultà, perché non meno è difficile trovar un così eccellente cortegiano, che conseguir un tal fine; parmi ben che la impossibilità non sia né anco in quel caso che voi avete allegato, perché se ‘l cortegian è tanto giovane, che non sappia quello che s’è detto che egli ha da sapere,  non  accade  parlarne,  perché  non  è  quel  cortegiano  che  noi presuponemo, né possibil è che chi ha da saper tante cose sia molto giovane. E se pur occorrerà che ‘l principe sia così savio e bono da se stesso, che non abbia bisogno di ricordi né consigli d’altri (benché questo è tanto difficile quanto ognun sa), al cortegian basterà esser tale che, se ‘l principe n’avesse bisogno, potesse farlo virtuoso; e con lo effetto poi potrà satisfare a quell’altra parte, di non lassarlo ingannare e di far che sempre sappia la verità d’ogni cosa, e d’opporsi agli adulatori, ai malèdici ed a tutti coloro che machinassero di corromper l’animo di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguirà pur il suo fine in gran parte, ancora che non lo metta totalmente in opera; il che non sarà ragion d’imputargli per diffetto, restando di farlo per così bona causa; ché se uno eccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli omini fossero sani, non per questo si devria dir che quel medico, se ben non sanasse gli infermi, mancasse del suo fine; però, sì come del medico deve essere intenzione la sanità degli omini, così del cortegiano la virtù del suo principe; ed all’uno e l’altro basta aver questo fine intrinseco in potenzia, quando il non produrlo estrinsicamente in atto procede dal subietto, al quale è indrizzato questo fine. Ma se ‘l cortegian fosse tanto vecchio, che non se gli convenissi esercitar la musica, le feste, i giochi, l’arme e l’altre prodezze della persona, non si po però ancor dire che impossibile gli sia per quella via entrare in grazia al suo principe; perché se la età leva l’operar quelle cose, non leva l’intenderle, ed avendole operate in gioventù, lo fa averne tanto più perfetto giudicio e più perfettamente saperle insegnar al suo principe, quanto più notizia d’ogni cosa portan seco gli anni e la esperienzia; ed in questo modo il cortegian vecchio, ancora che non eserciti le condicioni attribuitegli, conseguirà pur il suo fine d’instituir bene il principe.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
tante città nobilissime in paesi lontani di modo che infiniti omini per quelle leggi furono ridutti dalla vita ferina alla umana; e di queste cose in Alessandro fu autore Aristotile, usando i modi di bon cortegiano; il che non seppe far Calistene, ancorché Aristotile glielo mostrasse; ché, per voler esser puro filosofo e così austero ministro della nuda verità, senza mescolarvi la cortegiania, perdé la vita e non giovò, anzi diede infamia ad Alessandro. Per lo medesimo modo della cortegiania Platone formò Dione Siracusano; ed avendo  poi  trovato  quel  Dionisio  tiranno  come  un  libro  tutto  pieno  di mende e d’errori e più presto bisognoso d’una universal litura che di mutazione  o  correzione  alcuna,  per  non  esser  possibile  levargli  quella  tintura della tirannide, della qual tanto tempo già era macchiato, non volse operarvi i modi della cortegiania, parendogli che dovessero esser tutti indarno. Il che ancora deve fare il nostro cortegiano, se per sorte si ritrova a servizio di principe di così mala natura, che sia inveterato nei vicii, come li ftisici nella infirmità; perché in tal caso deve levarsi da quella servitù, per non portar biasimo delle male opere del suo signore, e per non sentir quella noia che senton tutti i boni che servono ai mali.” XLVIII Quivi essendosi fermato il signor Ottaviano di parlare, disse il signor Gaspar: “Io non aspettava già che ‘l nostro cortegiano avesse tanto d’onore; ma  poiché  Aristotile  e  Platone  son  suoi  compagni,  penso  che  niun  più debba sdegnarsi di questo nome. Non so già però s’io mi creda che Aristotile e Platone mai danzassero o fossero musici in sua vita, o facessero altre opere di cavalleria.” Rispose il signor Ottaviano: “Non è quasi licito imaginar che questi dui spiriti divini non sapessero ogni cosa, e però creder si po che operassero ciò che s’appartiene alla cortegiania, perché dove lor occorre ne scrivono di tal modo, che gli artifici medesimi delle cose da loro scritte conoscono che le intendevano insino alle medulle ed alle più intime radici. Onde  non  è  da  dir  che  al  cortegiano  o  institutor  del  principe,  come  lo vogliate chiamare, il qual tenda a quel bon fine che avemo detto, non si convengan tutte le condicioni attribuitegli da questi signori, ancora che fosse severissimo filosofo e di costumi santissimo, perché non repugnano alla bontà, alla discrezione, al sapere, al valore, in ogni età ed in ogni tempo e loco.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro quarto XLIX Allora il signor Gaspar, “Ricordomi,” disse, “che questi signori iersera, ragionando delle condicioni del cortegiano, volsero ch’egli fusse inamorato; e perché, reassumendo quello che s’è detto insin qui, si poria cavar una conclusione che ‘l cortegiano, il quale col valore ed autorità sua ha da indur il principe alla virtù, quasi necessariamente bisogna che sia vecchio, perché rarissime volte il saper viene innanzi agli anni, e massimamente in quelle cose che si imparano con la esperienzia, non so come, essendo di età provetto, se gli convenga l’essere inamorato; atteso che, come questa sera s’è detto, l’amor ne’ vecchi non riesce e quelle cose che ne’ giovani sono delicie e cortesie, attillature tanto grate alle donne, in essi sono pazzie ed inezie ridicule ed a chi le usa parturiscono odio dalle donne e beffe dagli altri. Però se questo vostro Aristotile, cortegian vecchio, fosse inamorato e facesse quelle cose che fanno i giovani inamorati, come alcuni che n’avemo veduti a’ dì nostri, dubito che si scorderia d’insegnar al suo principe, e forse i fanciulli gli farebbon drieto la baia e le donne ne trarebbon poco altro piacere che di burlarlo.” Allora il signor Ottaviano, “Poiché tutte l’altre condicioni,” disse, “attribuite al cortegiano se gli confanno ancora che egli sia vecchio, non mi par già che debbiamo privarlo di questa felicità d’amare.” “Anzi,” disse il signor Gaspar, “levargli questo amare è una perfezion di più ed un farlo vivere felicemente fuor di miseria e calamità.” L Disse messer Pietro Bembo: “Non vi ricorda, signor Gaspar, che ‘l signor Ottaviano, ancora che egli sia male esperto in amore, pur l’altra sera mostrò nel suo gioco di saper che alcuni inamorati sono, li quali chiamano per dolci li sdegni e l’ire e le guerre e i tormenti che hanno dalle lor donne; onde domandò che insegnato gli fosse la causa di questa dolcezza? Però se il nostro cortegiano, ancora che vecchio, s’accendesse di quegli amori che son dolci senza amaritudine, non ne sentirebbe calamità o miseria alcuna; ed essendo savio, come noi presuponiamo, non s’ingannaria pensando che a lui si convenisse tutto quello che si convien ai giovani; ma, amando, ameria forse d’un modo, che non solamente non gli portaria biasimo alcuno, ma molta laude e somma felicità non compagnata da fastidio alcuno, il che rare volte e quasi non mai interviene ai giovani; e così non lasseria d’insegnare al suo principe, né farebbe cosa che meritasse la baia da’ fanciulli.” Allor la
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
signora Duchessa, “Piacemi,” disse, “messer Pietro, che voi questa sera abbiate avuto poca fatica nei nostri ragionamenti, perché ora con più securtà v’imporremo il carico di parlare ed insegnar al cortegiano questo così felice amore, che non ha seco né biasimo né dispiacere alcuno; ché forse sarà una delle più importanti ed utili condicioni che per ancora gli siano attribuite. Però dite, per vostra fé, tutto quello che ne sapete. Rise messer Pietro e disse: “Io non vorrei, Signora, che ‘l mio dir che ai vecchi sia licito lo amare, fosse  cagion  di  farmi  tener  per  vecchio  da  queste  donne;  però  date  pur questa  impresa  ad  un  altro.”  Rispose  la  signora  Duchessa:  “Non  dovete fuggir d’esser riputato vecchio di sapere, se ben foste giovane d’anni; però dite e non v’escusate più.” Disse messer Pietro: “Veramente, Signora, avendo io da parlar di questa materia, bisognariami andar a domandar consiglio allo Eremita del mio Lavinello.” Allor la signora Emilia, quasi turbata, “Messer Pietro,” disse, “non è alcuno nella compagnia che sia più disobidiente di voi; però sarà ben che la signora Duchessa vi dia qualche castigo.” Disse messer Pietro pur ridendo: “Non vi adirate meco, Signora, per amor di Dio; ché io dirò ciò che vorrete.” “Or dite adunque,” rispose la signora Emilia. LI Allora messer Pietro, avendo prima alquanto tacciuto, poi rasettatosi un poco, come per parlar di cosa importante, così disse: “Signori, per dimostrar che i vecchi possano non solamente amar senza biasimo, ma talor più felicemente che i giovani, sarammi necessario far un poco di discorso, per dichiarir che cosa è amore ed in che consiste la felicità che possono avere gl’inamorati; però pregovi ad ascoltarmi con attenzione, perché spero farvi  vedere  che  qui  non  è  omo  a  cui  si  disconvenga  l’esser  inamorato, ancor che egli avesse quindici o venti anni più che ‘l signor Morello.” E quivi essendosi alquanto riso, suggiunse messer Pietro: “Dico adunque che, secondo che dagli antichi savi è diffinito, amor non è altro che un certo desiderio di fruir la bellezza; e perché il desiderio non appetisce se non le cose conosciute, bisogna sempre che la cognizion preceda il desiderio; il quale per sua natura vuole il bene, ma da sé è cieco e non lo conosce. Però ha così ordinato la natura che ad ogni virtù conoscente sia congiunta una virtù appetitiva; e perché nell’anima nostra son tre modi di conoscere, cioè per lo senso, per la ragione e per l’intelletto, dal senso nasce l’appetito, il qual a noi è commune con gli animali bruti; dalla ragione nasce la elezione,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
di fruire veramente la bellezza; ed esso in ultimo, “A me par,” disse, “assai chiaramente aver dimostrato che più felicemente possan amar i vecchi, che i  giovani;  il  che  fu  mio  presuposto;  però  non  mi  si  conviene  entrar  più avanti.” Rispose il conte Ludovico: “Meglio avete dimostrato la infelicità de’ giovani che la felicità de’ vecchi, ai quali per ancor non avete insegnato che camin abbian da seguitare in questo loro amore, ma solamente detto che si lassin guidare alla ragione; e da molti è riputato impossibile che amor stia con la ragione.” LXI Il  Bembo  pur  cercava  di  por  fine  al  ragionamento,  ma  la  signora Duchessa lo pregò che dicesse; ed esso così ricominciò: “Troppo infelice sarebbe la natura umana, se l’anima nostra, nella qual facilmente po nascere questo così ardente desiderio, fosse sforzata a nutrirlo sol di quello che le è commune con le bestie, e non potesse volgerlo a quella altra nobil parte che a lei è propria; però, poiché a voi pur così piace, non voglio fuggir di ragionar di questo nobil suggetto. E perché mi conosco indegno di parlar dei santissimi misterii d’Amore, prego lui che mova il pensiero e la lingua mia,  tanto  ch’io  possa  mostrar  a  questo  eccellente  cortegiano  amar  fuor della consuetudine del profano vulgo; e così com’io insin da puerizia tutta la mia vita gli ho dedicata, siano or ancor le mie parole conformi a questa intenzione ed a laude di lui. Dico adunque che, poiché la natura umana nella età giovenile tanto è inclinata al senso, conceder si po al cortegiano, mentre che è giovane, l’amar sensualmente; ma se poi ancor negli anni più maturi per sorte s’accende di questo amoroso desiderio, deve esser ben cauto e guardarsi di non ingannar se stesso, lassandosi indur in quelle calamità che ne’ giovani meritano più compassione che biasimo, e per contrario ne’ vecchi più biasmo che compassione. LXII Però quando qualche grazioso aspetto di bella donna lor s’appresenta, compagnato da leggiadri costumi e gentil maniere, tale che esso, come esperto in  amore,  conosca  il  sangue  suo  aver  conformità  con  quello,  sùbito  che s’accorge che gli occhi suoi rapiscano quella imagine e la portano al core, e che l’anima comincia con piacer a contemplarla e sentir in sé quello influsso che la commove ed a poco a poco la riscalda, e che quei vivi spiriti che
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
chiama pur esso ancor anima; e perciò si diletta d’unir la sua bocca con quella della donna amata col bascio, non per moversi a desiderio alcuno disonesto, ma perché sente che quello legame è un aprir l’adito alle anime, che tratte dal desiderio l’una dell’altra si transfundano alternamente ancor l’una nel corpo dell’altra e talmente si mescolino insieme, che ognun di loro abbia due anime, ed una sola di quelle due così composta regga quasi dui corpi; onde il bascio si po più presto dir congiungimento d’anima che di corpo, perché in quella ha tanta forza che la tira a sé e quasi la separa dal corpo;  per  questo  tutti  gli  inamorati  casti  desiderano  il  bascio,  come congiungimento d’anima; e però il divinamente inamorato Platone dice che  basciando  vennegli  l’anima  ai  labri  per  uscir  del  corpo.  E  perché  il separarsi l’anima dalle cose sensibili e totalmente unirsi alle intelligibili, si po denotar per lo bascio, dice Salomone nel suo divino libro della Cantica: “Bascimi col bascio della sua bocca’, per dimostrar desiderio che l’anima sua sia rapita dall’amor divino alla contemplazion della bellezza celeste di tal modo, che unendosi intimamente a quella abbandoni il corpo.” LXV Stavano tutti attentissimi al ragionamento del Bembo; ed esso, avendo fatto un poco di pausa e vedendo che altri non parlava, disse: “Poiché m’avete fatto cominciare a mostrar l’amore felice al nostro cortegiano non giovane,  voglio  pur  condurlo  un  poco  più  avanti;  perché  star  in  questo termine è pericoloso assai, atteso che, come più volte s’è detto, l’anima è inclinatissima ai sensi; e benché la ragion col discorso elegga bene e conosca quella bellezza non nascer dal corpo e però ponga freno ai desidèri non onesti,  pur  il  contemplarla  sempre  in  quel  corpo  spesso  preverte  il  vero giudicio; e quando altro male non ne avvenisse, il star assente dalla cosa amata porta seco molta passione, perché lo influsso di quella bellezza, quando è presente, dona mirabil diletto all’amante e riscaldandogli il core risveglia e  liquefà  alcune  virtù  sopite  e  congelate  nell’anima,  le  quali  nutrite  dal calore amoroso si diffundeno e van pullulando intorno al core, e mandano fuor per gli occhi quei spirti, che son vapori sottilissimi, fatti della più pura e  lucida  parte  del  sangue,  i  quali  ricevono  la  imagine  della  bellezza  e  la formano con mille varii ornamenti; onde l’anima si diletta e con una certa maraviglia si spaventa e pur gode e, quasi stupefatta, insieme col piacere sente quel timore e riverenzia che alle cose sacre aver si sòle e parle d’esser nel suo paradiso. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Scena 1 Eugenia e Flaminia. Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Che cosa avete, signora sorella, che mi guardate cosí di mal occhio? Eugenia mia, compatitemi. Mi fate tanto venir la bile, che oramai non vi posso piú guardar con amore. Bella davvero! che cosa vi ho fatto, che non mi potete vedere? Non posso soffrire quella maniera aspra, liticosa, indiscreta, con cui solete trattare il signor Fulgenzio. Egli è innamorato di voi perdutamente; si vede, si conosce, che spasima, che vi adora, e voi non cercate, che d’inquietarlo, e corrispondergli con mala grazia. In verità mi fareste ridere. Avete tanta compassione per il signor Fulgenzio? Ho per lui quella carità, ch’egli merita, e che voi dovreste usargli per giustizia, e per gratitudine. È un uomo civile, è un uomo ricco, è di buonissimo core. Considerate che voi avete pochissima dote; che nostro zio a forza di spendere in corbellerie ha precipitata la casa; che io mi sono maritata, come il Cielo ha voluto, e ho penato tre anni in povertà col marito, e quand’è morto,  ho  avuto  scarsa  occasione  di  piangere.  Cosí,  e  peggio,  potrebbe accadere di voi, che non siete in migliore stato del mio. Il signor Fulgenzio, che vi ama tanto, e che ha detto di volervi sposare è l’unico forse che possa fare la vostra fortuna. Ma voi, sorella cara, lo perderete; lo perderete senz’altro; e ci scommetto, che ieri sera si è piú del solito disgustato, e starete un pezzo a vederlo. Ed  io  scommetto,  che  non  passano  due  ore,  che  Fulgenzio  è  qui,  e  mi prega; e se voglio, mi domanda ancora perdono. Voi l’avete ingiuriato, ed egli vi chiederà il perdono? Eh! non sarebbe la prima volta. Vi fidate troppo della sua bontà. E anch’egli si può compromettere dell’amor mio. L’amate dunque, e lo trattate sí male? E che cosa finalmente gli ho fatto? Niente! In tutto il tempo, che viene qui è mai passato un giorno, o una sera senza, che voi lo abbiate fatto inquietare?
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Tognino e dette. Tognino Eugenia Tognino Flamminia Tognino Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Servo di lor signore. Addio, Tognino. Che fa il padrone? Sta bene. La riverisce, e le manda questo viglietto. E qui, che ci avete? Un po’ di frutta. Poverino! Sentite, come mi scrive (a Flamminia). È sdegnato? Vorrebbe far lo sdegnato, ma non lo sa fare. Sentite, come principia: Crudelaccia! Via, via è parola d’amore. Mi prendo la libertà di mandarvi due frutta, perché possiate raddolcirvi la bocca, che avete per solito amareggiata di fele. È amore, è amore. Sarei venuto in persona, se non avessi temuto di accrescere i vostri sdegni..
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Sentite? (ad Eugenia) Ma ci verrà (a Flamminia).  Vi amo teneramente, e appunto per questo, stando da voi lontano, intendo unicamente di compiacervi.. Sentite? (con piú forza). Ma ci verrà. Bramerei due righe di vostra mano per assicurarmi, se vi è rimasta nel cuore qualche scintilla d’amore per me.. Via; rispondetegli; e usategli un poco di carità. Siete molto compassionevole. Oh io non posso vedere a penar nessuno. Con questi uomini non bisogna poi essere tanto corrive; e non è sempre ben fatto far loro conoscere, che si amano tanto. Io non l’ho mai usata questa politica, e non la saprei usare. Scrivetegli voi per me. Volete, che lo faccia davvero? Sí,  fatelo,  che  mi  farete  piacere.  Io  ci  metto  assai  tempo  a  scrivere;  voi scriverete meglio, e piú presto. Avvertite, ch’io voglio scrivere a modo mio. Sí, scrivete come vi pare. Voglio scrivere per placarlo, e non per irritarlo di piú. Credete, ch’io abbia piacere di disgustarlo? Signora no. Fate anzi una bella lettera, che lo consoli il mio caro coruccio bello. In nome vostro. In nome mio; ci s’intende. Aspettate, quel giovane, che or ora vengo colla risposta (a Tognino). Dove vuole, ch’io posi questo canestro? Date qui, date qui. Guardate, Eugenia, che belle frutta! Sa, che vi piacciono, e ve le manda. In vece di star sulle sue vi manda le frutta. Un uomo come questo non lo trovate piú. Io so, che se avessi un amante simile lo vorrei propriamente adorare (parte coi frutti).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Ci fo la rima. Mi  fareste  dir  delle  brutte  rime.  Finiamola.  Vedrete  ch’io  non  sono  la crudelaccia; ma la vostra fedele, sincera amante. Eugenia Pandolfi. Vi pare, che non abbia scritto a dovere? Ottimamente. Date qui, che la voglio sigillar io. Eh, la so sigillare da me. La voglio consegnar io a Tognino, acciò possa dire che l’ha ricevuta da me. Fin qui non avete il torto. Eccola (dà la lettera ad Eugenia). Venite qui, Tognino. Eccomi. Dite al vostro padrone che mia sorella Flamminia in nome mio gli ha scritto una bella lettera, e che io medesima, colle mie mani l’ho lacerata (straccia la lettera). Che! siete impazzita davvero? Mi fate di queste scene? E ditegli, che venga da me, che gli darò la risposta in voce (a Tognino). Come comanda. Non glielo dite, che ha stracciata la lettera. Anzi, glielo deve dire. Tognino, se glielo dite, vi do un testone di mancia. Sarà per sua grazia. Non mancherò di servirla. Dico, che non gli dite niente (a Tognino). Perdoni. La sua signora sorella ha delle maniere obbliganti. Un testone vale a Milano quarantacinque soldi di buona moneta (parte).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 5 Flamminia ed Eugenia. Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia E perché avete fatto questa baggianata? L’avete mai letto il libro del Perché? Leggetelo, e lo saprete. Sguaiaterie, vi dico; e ne sono stucca, e ristucca. Gran premura aveva ieri sera il signor Fulgenzio d’andare a casa!
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Certamente, me ne diletto assaissimo. Eh, gli uomini grandi, gli uomini di talento sublime, come quello del signor Conte non possono fare a meno di non intendersi d’ogni cosa. Vedrà nella mia miserabile casa, nel povero mio tugurio, nella mia capannuccia dei tesori, in materia di quadri delle cose stupende. Cose, che non le ha il Re di Francia. Originali dei primi maestri dell’arte. Signore nipoti, conducete questo cavaliere a vedere la mia miserabile galleria. Fategli vedere quel quadro maraviglioso, quell’opera insigne del pittor de’ pittori.  Vedrà, signor Cavaliere, un quadro spaventosissimo del  Tiziani, di cui mi hanno offerto due mila doppie ed io l’ho avuto per cento zecchini! Che diceeh? per cento zecchini un quadro, che vale due miladoppie; cosa vuol dire intendersi delle cose! Oh io poi per conoscere non la cedo ai primi conoscitori del mondo. (Poveri danari gettati! Ha tutte copie, e gliele fanno pagar per originali). Si vede, che siete assai di buon gusto. Avrò occasion d’ammirare. Eh picciole cose. Comparirà la miseria. Ehi fategli vedere quei quattro pezzi stupendi del Wandich, quelle due cene singolarissime insigni del Veronese, quella meraviglia del Guercino, quell’aurora inimitabile di Michel’Angelo Buonarotti, quella notte inestimabile del Correggio. Tesori, signor Conte, tesori. Voi, a quel, che sento avete una galleria da monarca. Picciole  cosarelle  da  pover’uomo.  Si  serva,  favorisca  di  andare  colle  mie nipoti. Ma noi non ce n’intendiamo di quadri, e non li sapremo distinguere come voi... (a Fabrizio). Che serve? Se non ve n’intendete voi; se ne intende il signor Cavaliere. Ho un affare per ora, che mi trattiene. Servitelo intanto, che poi verrò io pure, e gli farò vedere di quelle cose, che non avrà mai vedute. Mi sarà carissima la vostra compagnia (ma piú quella delle sue nipoti) (da sé). (Anderò io, sorella, non v’è bisogno che voi venghiate) (ad Eugenia). (Anzi ci voglio venire) (a Flamminia). (Se arriva il signor Fulgenzio... ) (ad Eugenia). (Che importa a me, che mi trovi col forastiere? (a Flamminia). (Oh questa è bella! Va egli a spasso con sua cognata? Voglio ancor io trattare con chi mi aggrada) (da sé, e parte). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Fulgenzio e detti. Fulgenzio Ridolfo Fulgenzio Ridolfo Fulgenzio Ridolfo Fulgenzio (Una parola) (a Ridolfo, chiamandolo a parte, con ansietà). (Non l’ho ancora potuta vedere) (piano a Fulgenzio). (Non le avete parlato?) (No, vi dico). (Non sa niente la signora Eugenia di quello, che vi avevo raccomandato?) (Ma se non ho veduto, né lei, né la sorella!) (Lisetta è informata di nulla?)
Gl innamorati di Carlo Goldoni
(Sí, qualche cosa le ho detto). Caro amico, compatitemi per carità. Dopo, che da me partiste mi sono sentito gelare il sangue; sarei caduto per terra, se il servitore non mi sosteneva. Ah, quell’indegno del servidore è stato causa di tutto. La povera Eugenia è  gelosa,  e  l’eccesso  della  sua  gelosia  è  partorito  da  un  eccesso  d’amore. Buon per me, che non avete parlato. Lisetta, per amor del Cielo non dite niente alla vostra padrona. Tenete queste poche monete, godetele per amor mio. E voi, Ridolfo, amatissimo perdonate le mie debolezze, e ricevete le mie scuse in questo tenero sincero abbraccio. (Mi pareva impossibile, che non avesse ad esser cosí) (da sé). Amico, vi compatisco, ma non mi mettete piú in tali impegni. Avete  ragione.  Ringraziamo  il  cielo,  che  è  andata  bene.  Lisetta,  dov’è  la signora Eugenia? È di là, che si veste. (Non gli dico niente del forastiere) (da sé). Se volesse favorir di venire... Glielo dirò, signore (in atto di partire). Ehi; è in collera? Non mi pare. Via, chiamatela. (Oh, questi si amano daddovero!) (da sé, e parte).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
specialmente la donna merita di essere un poco piú compatita. Se poi vi sembra aver giusto motivo di dolervi di lei, pensateci prima di risolvere, ma quando avete pensato, ma quando avete risolto, non fate che la ragion vi abbandoni, e che l’affetto vi acciechi, vi trasporti, e vi avvilisca a tal segno (parte). Scena 11 Fulgenzio Dice bene l’amico, dice benissimo. Dalle donne qualche cosa convien soffrire, quando si sa specialmente, che una donna vuol bene, non serve il sofisticare, non conviene pesar le parole colla bilancia dell’oro, e guardare i moscherini col microscopio per ingrandirli. Son troppo caldo, lo conosco da me; ma in avvenire voglio assolutamente correggermi, vuo’ moderarmi. Già so che mi vuol bene. Se vuol dire, lasciarla dire. Eccola. Voglia il Cielo, ch’ella sia di buon umore. Mi pare ilare in volto. Ma qualche volta sa fingere. Non vorrei, che dissimulasse. Orsú non principiamo a sofisticare. Serva umilissima, signor Fulgenzio (affettando allegria). Quest’umilissima si poteva lasciar nella penna. Mi scappò, non volendo. La riverisco. Che fa? Sta bene? Eh! sto bene io. Ed ella come sta? (intorbidandosi un poco). Benissimo. Ottimamente. Me ne consolo. È molto allegra questa mattina. Quando sono in grazia sua, sono sempre allegrissima. (C’è del torbido: non mi vorrei inquietare, ma ho paura non potermi tenere) (da sé). Che dice ella di queste belle giornate? Con questo “ella”, con questo “ella” mi ha un pochino sturbato, signora mia. Questa  mattina  sono  stata  in  complimenti,  e  mi  è  restato  il  “lei”  fra  le labbra. In complimenti con chi? Con certe amiche, che sono venute a favorirmi. Anzi mi hanno detto, che vogliono venir questa sera, per condurmi a spasso con loro. E che cosa avete risposto?
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Che ci anderò volentieri. Senza di me? Sicuro. Mi piace. S’accomodi. Oh bella! Mi avete mai condotta voi una sera a spasso? Non vi ho condotta, perché non mi avete comandato di farlo. Eh dite, perché avete degli altri impegni. Io? che impegni? Eh via, che serve? Se avete in casa qualche mazzo di carte, che vi avvanzi, favorite portarmelo, che mi divertirò un poco dopo cena, a giocare una partita con mia sorella. Che novità è questa? che discorso è questo? cosa c’è sotto a questo vostro ragionamento? Niente, signore. Faccio per non andare a letto sí presto. Voi avete fretta di partire la sera, e vi compatisco, perché avete i vostri interessi, avete degli affari importanti, ed io starò a divertirmi con mia sorella, o anderò a spasso colle mie amiche. Eh signora Eugenia, ci conoschiamo. Prenderete anche ciò in mala parte? Ci conoschiamo, vi dico, ci conoschiamo. Sí, ci conoschiamo, e ci conoschiamo. Ma il mio servidore in casa vostra non ci verrà piú. Che importa a me, che ci venga né il servitor, né il padrone? Eh già; queste sono le solite sue buone grazie. Ha tabacco? Se sono andato a far due passi con mia cognata... Che cosa c’entra vostra cognata? che importa a me di vostra cognata? So quel, che dico; e non avrete piú il divertimento di tirar giú quel balordo del mio servitore. Mi maraviglio di voi, che parliate cosí. Vi torno a dire, non m’importa né di lui, né di voi.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Né di me? non v’importa di me? né di lui né di me? non ve n’importa? (passeggiando in giro con isdegno). Fermatevi, che mi fate girar il capo. Né di lui, né di me? (si dà un pugno nella testa). Facciamo scene? Né di lui, né di me? (si batte il capo a due mani). Animo; finiamo queste sguaiaterie (fra lo sdegno e l’amore). Non posso piú (si abbandona sopra una sedia). Avvertite, che siete pazzo davvero. Son pazzo, son pazzo? (seguita a battersi). Non la volete finire? (con un poco di tenerezza). Cagna! crudele! Bell’amore! a ogni menoma cosa subito si sdegna, va in bestia, non può soffrir niente il signor delicato. Finalmente chi vuol bene ha da compatire; e ad una donna le si deve donar qualche cosa. Bella maniera da farsi amare! Sí, avete ragione (placato). Ogni giorno siamo alle medesime. Compatitemi, non farò piú. Non mi fate di queste ragazzate, che non ne voglio. Andrete a spasso questa sera? (ridente amoroso). Se mi parerà (scherzando con amore). Con chi anderete? Eh! (come sopra). Con me anderete. Sicuro! (ironica). Non volete venir con me? (un poco sdegnato). Se ci veniste volentieri. Ma cara Eugenia, possibile, che ancora non siate certa dell’amor mio? In un anno in circa, che ho la consolazione della vostra cara amicizia, vi ho dato scarse prove d’amore? Ancora mi volete fare il torto di dubitarne? So che vi
Gl innamorati di Carlo Goldoni
sta sul core quella povera mia cognata. Ma sapete il debito, che mi corre. Mio fratello, che l’ama teneramente, me l’ha con calore raccomandata. Sono un  galantuomo,  sono  un  uomo  d’onore.  Non  posso  abbandonarla,  non posso trattarla con inciviltà; se siete una donna ragionevole appagatevi dell’onesto, compatite le mie circostanze, e per amor del Cielo, Eugenia mia, non mi tormentate. Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Via avete ragione. Non vi tormenterò piú. Compatitemi; conosco, che ho fatto male... Basta cosí, che mi si spezza il core per la tenerezza. Mi vorrete sempre bene? Credetemi, che domandandomi questa cosa voi mi offendete. Ve la domando, perché vorrei sentirmelo repplicare ogn’ora, ogni momento. Sí, cara, ve ne vorrò in eterno; e se il Cielo vuole, non passerà gran tempo, che sarete mia. E che cosa aspettate? Il ritorno il mio fratello. Non potete maritarvi senza di lui? La convenienza vuol ch’io l’aspetti. Io lo so perché diferite. E perché? Perché avete paura di disgustare vostra cognata. Maladetta sia mia cognata; maladetto sia quando parlo. Eccolo qui, non si può parlare. Ma se sempre mi provocate. Mi voglio mettere a non dir piú una parola. Non potete parlare senza dire delle sciocchezze? Le sciocchezze le dite voi, signor insolente. Or ora vi faccio vedere qualche spettacolo. Ehi, chi è di là? Non chiamate (arrabbiato).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 1 Flamminia e Ridolfo Flamminia Ridolfo Flamminia Ridolfo Flamminia Scusate, signor Ridolfo, la libertà che mi sono presa. Perdonatemi, se vi ho incomodato. Anzi è onor mio il potervi obbedire. Quant’è che non avete veduto il signor Fulgenzio? L’ho veduto qui, non sono ancora due ore. Mi figuro, che si saranno pacificati colla signora Eugenia. Oh caro signor Ridolfo, sono cose da non credere, e da non dire. Si erano pacificati, e tutto ad un tratto, sono andati giú di bel nuovo, e il signor Fulgenzio è partito gridando, chiamando il diavolo, che pareva un’anima disperata. Possibile che abbiano sempre a far questa vita? Si amano o non si amano? Sono innamoratissimi, ma sono tutti e due puntigliosi. Mia sorella è sofistica. Fulgenzio è caldo, intollerante, subitaneo. In somma si potrebbe fare sopra di loro la piú bella commedia di questo mondo. E che cosa posso far io, per servire la signora Flamminia? Vi dirò, signore. Io sono naturalmente di buon core, portata a far del bene a tutti, se posso. Specialmente per mia sorella, che l’amo, come mio sangue, e che fuori di certe picciole debolezze prodotte da questo suo amore è la piú buona ragazza di questo mondo. Mi dispiace vederla afflitta. Dopo, che è partito  il  signor  Fulgenzio  con  quella  manieraccia,  come  vi  ho  detto,  è andata nella sua camera, si è messa a piangere dirottamente, e non vi è stato caso di poterla quietare. Supplico per tanto il signor Ridolfo, volersi prender l’incomodo di ricercar Fulgenzio, e con bel modo persuaderlo di tornar qui, per consolare questa povera figlia; e gli dica pure che piange, che si dispera, e lo persuada ad essere un poco piú umano, un poco piú tollerante, e sopra tutto, vi supplico, per amor del Cielo, insinuargli di ommettere ogni riguardo, di superare ogni difficoltà, e di concludere queste nozze; e vi prego dirgli altresí, che mia sorella ha promesso a me, che sarà piú cauta per l’avvenire, che non gli darà piú disgusti, che non parlerà piú di quella tal persona, che egli sa; anzi fatemi il piacer di dirgli... Adagio, signora mia, che di tante cose non me ne ricorderò piú nessuna. Torniamo da capo.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Fabrizio, Succianespole colla sporta, e detti. Fabrizio Flamminia Fabrizio Ridolfo Fabrizio Flamminia, preparatemi una camiscia, che son tutto sudato. Ditelo a Lisetta, signore. Ella è appunto nella vostra camera. Riverisco il signor Ridolfo. Ho fatto già il mio dovere. Compatitemi. Ho tanto camminato, ho tanto faticato che mi gira la testa. Ma ho fatto poi una spesa, che né anche il governatore. Succianespole, è vero? Gnor sí. Andate a mutarvi (a Fabrizio). Ch’io vada? (a Fabrizio). Aspetta. Con questo peso... (a Fabrizio). Aspetta. Lasciami veder quel cappone. Osservate. Si è mai veduto da che mondo è mondo un cappone compagno? Lasciami vedere quella vitella. Ah? che dite? È da dipingere? È cosa rara? Eh la vitella che ho io in questo paese non l’ha nessuno. Signor Ridolfo, questa vitella è un butirro, è un balsamo. Resti a mangiarne un pezzetto con noi. Vi ringrazio, signore... No, no, assolutamente. Guardate queste animelle; che roba! che piatto! che esquisitezza! Ne avete da mangiar una anche voi. Vi supplico dispensarmi... Non mi fate andar in collera. Io poi... io poi... Ah? che piccioni! Avete mai veduti piccioni simili? Signor no, e signor no. Questi sono piccioni, che li salvano solamente per me. E sentirete, che salsa ch’io ci farò. Io, io, colle mie mani. E il signor Ridolfo resterà a favorire con noi. Siete tanto obbligante, che non si può dire di no.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 3 Roberto e detti, poi Lisetta. Roberto Fabrizio Flamminia Fabrizio Lisetta Fabrizio Lisetta Fabrizio Lisetta Flamminia Ridolfo Fabrizio Ridolfo Fabrizio Queste signore si sono annoiate di me; le compatisco hanno pensato meglio lasciarmi solo. Dov’è Eugenia? Presto chiamatela (a Flamminia). Voglio far altro io, che chiamarla. Uh! siete pure svenevole. Lisetta (chiama). Che comanda? Di’ subito ad Eugenia che venga qui. Se mi domanda il perché? Dille, che venga qui, che una persona la vuol vedere, e le vuol parlare. (Può essere, che il signor Ridolfo le abbia a dir qualche cosa per parte del signor Fulgenzio. Con questa speranza la farò venire) (da sé, e parte). (Andate, signor Ridolfo a ritrovare il signor Fulgenzio, e fatelo venir qui, e ditegli tutto quel, che vi ho detto) (piano a Ridolfo). (Sí, se me ne ricorderò) (piano a Flamminia). Con sua licenza signor Fabrizio. Come? Andate via? Non mi avete dato parola di restar con noi? Tornerò verso l’ora del pranzo. Vi aspetto. Non si dà in tavola senza di voi. Signor Conte, questi è il primo causidico di Milano, il primo curiale del mondo, il piú bravo legale di tutto il regno della Giurisprudenza. Me ne rallegro infinitamente. L’amicizia, che ha per me il signor Fabrizio, lo fa trascendere in soverchie lodi. Ha qualche causa in Milano il signor Conte? Ne avevo una, per dirla, ma siamo per convenire cogli avversari, e terminarla amichevolmente. No, non la termini amichevolmente. Si lasci servire dal signor Ridolfo, dal principe dei curiali; gliela farà guadagnare senz’altro. Ma se già ho i miei legali.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Sono tenuta alla vostra bontà; e mi rincresce, che inutilmente impiegate il vostro amore, e la vostra stima (con serietà). Non per questo cesserò di sperare. E in che volete sperare? Nelle vicende della fortuna, nei casi, che possono impensatamente accadere; in qualche esempio di mutazioni accadute. Chi sa? Anche i grandi amori sono soggetti alle loro peripezie. Anzi quando le cose sono giunte all’eccesso, per lo piú sono forzate a retrocedere, a diminuire. Caso mai, che il vostro amante non fosse fido, quanto voi siete, avrò sempre anticipata la mia onesta dichiarazione. Non dice male il signor Conte. Il suo amore non pregiudica né voi, né il signor Fulgenzio, e non si possono prevedere i casi. (Io non vorrei veder nessuno scontento) (da sé). Per me non vi hanno da essere altri casi. O di Fulgenzio, o di nessun altro. Cosí dovete dire, e mi compiaccio, che lo diciate; ma dei casi ne potriano succedere. Non vorrei, che foste l’augello del mal augurio. No, signora, non mi prendete in cattiva parte. È un cavalier di garbo, il signor Conte  (ad Eugenia). Convien compatirla. Parla cosí, perch’è innamorata (a Roberto). Siatelo, che il Cielo vi benedica. Ma state allegra. Io non vi darò molestia su questo punto. Divertiamoci; parliamo di cose liete (ad Eugenia). È impossibile, signore; ho il core troppo angustiato.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Gl'Innamorati   Atto secondo  � Eugenia Lisetta Eugenia Roberto Flamminia Eugenia Flamminia Eugenia Roberto Flamminia Eugenia Lisetta Eugenia Roberto Scena 8 (Parveti che fosse sdegnato?) (Anzi mi parve allegro, e l’ho veduto venire saltellando verso la casa). (Sia ringraziato il Cielo. Ridolfo lo avrà placato. Ha fatto bene mia sorella a servirsi di lui) (da sé). (Ha degl’interessi la signora Eugenia) (piano a Flamminia). (Credo sia venuto l’amico) (piano a Roberto). Flamminia (con bocca ridente). È venuto? (ad Eugenia). Sí (come sopra). Lode al Cielo, vi vedo pure colla bocca ridente (ad Eugenia). Chi sa, se ha veduto il signor Ridolfo (ad Eugenia). Sí l’ha veduto. È allegro. Non è egli vero, Lisetta? Verissimo. Eccolo, eccolo (ridente). (Fa invidia un sí bell’amore) (da sé).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Ben volentieri (prende una sedia, e la porta presso a Flamminia). Poni qui una sedia, Lisetta. Favorisca presso di me (a Fulgenzio). Grazie. Sto ben dove sono. Venite qui, con licenza di questo signore, vi ho da dir una cosa (con allegria a Fulgenzio). Non mancherà tempo (fingendo allegria). Chi ha tempo non aspetti tempo (con allegria). È molto allegra la signora Eugenia. (Questa è la pena, che si prende, quando parto da lei sdegnato) (da sé). La sua allegrezza è frutto della vostra venuta, signore. Della mia venuta? (con serietà). Sí, mi consolo con voi, che avete la sorte di possedere il piú bel cuore del mondo. Il  signor  forastiere venuto  in  questo  momento,  è  stato  di  già  informato dalla signora Eugenia? Vi dispiace, che si sappia, che noi ci vogliamo bene? Non signora; non mi dispiacerebbe, se si dicesse la verità. Per parte mia non v’è dubbio; se voi poi non vi sentite in istato di confermarlo...
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Ella interpreta i miei sentimenti, a misura delle sue inclinazioni. Il signor Conte non è capace di interrompere il corso dei vostri amori. Sí: è arrivato in questo momento, e parte prestissimo di Milano. Io ho parlato cosí... Eh lasciatelo dire. Non sapete com’è fatto? Ha voglia di taroccare. E voi avete voglia di vedermi fare delle pazzie. Ma questo gusto non ve lo darò piú. Ho fissato di non volermi piú scaldare il sangue per voi. Signor Conte, da dove viene ora, se è lecito? Da Roma, signore. Che dice di quella gran città? Bella, magnifica, piena di meraviglie. A noi non importa di Roma. Lasciatelo dire; lasciate, che si diverta. Mi dicono, che a Roma ci sono delle belle donne, è egli vero? Sí, certo, ed hanno una galanteria sorprendente. Sono cosí ostinate, come le milanesi? Questa poi compatitemi... (a Fulgenzio). A Roma, signore, degli uomini incivil ve ne sono? (a Roberto). Via via, non vi lasciate trasportar dalla collera. Andrei a Roma pur volentieri. Andate, che sarete la consolazione di Pasquino. Fa caldo oggi, mi pare (si alza affettando indifferenza, ma si vede che freme). (Signor Conte, vorrei pregarvi di una finezza) (al Conte). (Comandatemi) (a Flamminia). (Fate mostra di aver da fare qualche cosa. Andate di là per un poco) (al Conte). (Sí, è giusto, lasciamoli in libertà) (a Flamminia). Signora Eugenia si ricordi dei casi, che ponno nascere. Con licenza di lor signori (parte).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
(Lo vedrebbe un cieco, che ha piú premura per la cognata, che per me) (da sé). (Penerò un poco, ma lo supererò questo indegnissimo amore) (come sopra). (Se ora mi tratta cosí, guai a me se fosse mio sposo) (da sé). (Farò un viaggio; me ne scorderò) (come sopra). (Ha una faccia, che pare il vero demonio) (da sé). (E stimo, che non mi dice niente) (come sopra). (Che ho da fare io con questo girandolone? È meglio che me ne vada) (in atto di partire). Buon viaggio (forte). Felice ritorno (si volta). Vada, vada, che il signor Conte l’aspetta. Perché non va a dire alla signora cognata, che resta a pranzo fuori di casa? (Maladetta!) (si va sdegnando a poco a poco) Perché non le va a chieder licenza di restar qui? (Le si possano seccar le labbra) (come sopra). Ma ora, che ci penso; non vorrà, che lo sappia la sua signora cognata, che resta qui, avrà paura, avrà soggezione. (Possa parlare per l’ultima volta) (come sopra). Mi spiacerebbe, che avesse da disgustare la sua signora cognata. Lasciate star mia cognata (acceso di collera). Oh oh quel bravo signore, che non va piú in bestia! (Non posso resistere) (da sé, e tira fuori il fazzoletto). Non dubiti, che avrà finito di arrabbiarsi per me (Fulgenzio straccia il fazzoletto coi denti). Mi duole del tempo, che ha gettato con una pazza (Fulgenzio segue  a  stracciare  il  fazzoletto).  Ma  si  consoli,  che  dormirà  i  suoi  sonni (Fulgenzio tira fuori nascostamente un coltello). (Povera me!) Eh dico, signor Fulgenzio (timorosa, vedendo il coltello). Che vuol da me? Cos’avete in mano? Niente.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Placatevi, se volete ch’io parli. Ah! (sospira con isdegno). Datemi quel coltello. Signora no. Ve lo domando, se non per l’amore, che mi portate, per quello almeno, che mi avete portato. Ah! (si lascia cadere il coletto di mano). (Maladetto coltello!) (lo prende velocemente e lo getta via). (Mi sento morire) (da sé). Vi sono io cosí odiosa, che volete morire piuttosto che volermi bene? Sí, voglio morire piuttosto, che vedervi in braccio ad un altro. Ma come è possile mai, che vi passino per mente pensieri cosí indegni di voi, e di me? Io amar altri, che il mio Fulgenzio? Io darmi ad altri, fuori che al mio bene, all’anima mia, al mio tesoro? Non sarà mai, non sarà mai. Morirei prima di farlo. Lo posso credere? Se non lo dico di core, il Cielo mi fulmini. Ma perché addomesticarvi col signor Conte? Perché trattarlo subito con confidenza? e palesargli l’impegno che avete meco? E perché darmi ad intendere  vostra  sorella,  ch’ei  parte  presto,  ch’era  venuto  poc’anzi?  perché dirmi delle bugie? perché darmi occasione di sospettare? Ah Fulgenzio, non sono io, che vi dà occasione di sospettare, ma la poca fede, che avete di me, fa inquietar voi, ed insulta la mia onoratezza: quali domestichezze ho io praticate col Conte, oltre l’onesta convenienza di sedere in conversazione, unicamente per compiacere a mio zio? M’imputate a delitto l’avergli palesato l’amor che ho per voi? Lodatemi anzi d’averlo fatto. Segno, che vi amo davvero, e che la mia sincera dichiarazione tende a disingannare chi per avventura si lusingasse di me. La povera mia sorella conosce il vostro temperamento. Le sarà parso vedervi entrare burbero, e sospettoso. Amore l’indusse al desio di acchetarvi, e la debolezza le diè il cattivo consiglio. Tutto ciò non sarebbe niente, se voi non foste mal prevenuto. E qual motivo avete di sospettare di me? V’ho date io scarse prove dell’amor mio? Vi pare, che sia di voi poco accesa? Non vi bastano le mie lacrime, i miei sospiri? Sono inquieta è vero; ma le mie inquietudini sono
Gl innamorati di Carlo Goldoni
partorite da amore.  Vi tormento, sí, qualche volta, ma chi ama davvero soffre un leggier travaglio, in grazia di quell’oggetto, che piace. Fulgenzio mio, non vi tormenterò piú. Voi mi abbandonerete, ed io vi amerò in eterno. Troverete un’amante di me piú amabile, piú ricca, piú meritevole, ma non  piú  tenera,  né  piú  fedele.  Se  vi  dà  pena  il  vedermi,  privatemi  della vostra vista, ma conservatemi i giorni vostri. Vivete, o caro, se non per me, almeno per voi medesimo. Ancor che mio non siate, sí, ve lo giuro, io sarò sempre vostra, e lo sarò fin che viva, e lo sarò colla maggior tenerezza del cuore. Fulgenzio Anima mia dolcissima, cuor mio caro, vi domando perdono, compatitemi per carità (s’inginocchia a’ piedi di Eugenia, e restano tutti e due senza parlare).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 14 Fabrizio, Clorinda e detti. Fabrizio Fulgenzio Oh, ecco qui la signora Clorinda. Oimè! che dirà il signor Fabrizio, se mi ha veduto in quest’atto? Fabrizio e Clorinda restano un poco indietro ammirati. Eugenia Clorinda (Ah trema della cognata. Gli duole, che lo abbia veduto ai miei piedi) (da sé). (Povero signor Fulgenzio! mi dispiace che rimasto sia sconcertato. Compatisco l’amore, e mi sovviene, che il mio caro sposo faceva meco lo stesso) (da sé). Eugenia, che cos’è stato? è venuto male al signor Fulgenzio? Mi par di sí, domandatelo a lui. Vi è venuto qualche male, signore? (a Fulgenzio). Sí, certo, mi è venuto un giramento di capo; non avete osservato, ch’io era caduto in terra? (Non sappia, ch’io mi gettava ai piedi della nipote) (da sé). (Si scusa per cagione della cognata) (da sé). Ora, come vi sentite? Un poco meglio. Aspettate, che vi voglio guarir del tutto. Vado a prender un maraviglioso, stupendo arcano del famosissimo, magnificentissimo Cosmopolita (parte).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 15 Eugenia, Clorinda e Fulgenzio. Clorinda Eugenia Fulgenzio Clorinda Eugenia Clorinda Eugenia Clorinda Eugenia Fulgenzio Eugenia Clorinda Eugenia Fulgenzio Eugenia Clorinda Eugenia Clorinda Eugenia Clorinda Fulgenzio Eugenia Scusate, signora Eugenia, se son venuta a recarvi incomodo. Il signor Fabrizio a forza di buone grazie, mi ha, posso dir, violentata. In fatti, senza una violenza non si potevano sperar queste grazie. (Oh Cieli! prevedo qualche nuovo disastro) (da sé). Voi  mi  mortificate,  signora.  Sapete  che  ho  per  voi  quella  stima,  e  quel rispetto, che meritate, ma daché partí mio marito, non sono uscita di casa. Né anche la sera? Ah sí, una sera con mio cognato, ve l’ha egli detto? Oh non mi ha detto niente. Egli non mi usa simili confidenze. Male, signor cognato, quando si ama si dice tutto. Che ha il signor Fulgenzio che è ammutolito? Niente signora. (Cielo, aiutami) (da sé). Fa cosí in casa, signora Clorinda? No, per dirla; è piuttosto gioviale. Sí, non è accigliato, se non quando viene da me. Qui è dove gli si promove la malinconia. Signora, non potete dire, che sia stato sempre cosí. È vero, è da poco tempo; da che vi sono diventata noiosa. Eppure mi parla sempre di voi con un amore grandissimo (ad Eugenia). Gioca in casa il signor Fulgenzio? (a Clorinda). Sí, qualche volta. E da me grida, bestemmia; tira fuori i coltelli. (Dove è andato quel maladetto coltello, che glielo voglio rendere or ora) (mostra di cercar il coltello). (Perché le fate di queste scene?) (piano a Fulgenzio). Perché, perché... Ora non posso parlare (guardandosi da Eugenia). Che cosa sono questi segreti? Se avete dei segreti non avete tempo di comunicarveli in casa? Anche qui venite a fare ci ci? Questo è un volere pro- 46 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Aspettate domani, e vedrete. Se è bile, o cos’è. E che cosa volete fare domani? Voglio ritirarmi dal mondo. Sí, sí, dormiteci sopra, e non sarà altro. Sorella, voi ancora non mi conoscete. Vi conosco pur troppo (un poco alterata). Sono irragionevole, è vero? (sdegnata). Avete delle ore buone, ma altresí delle ore molto cattive. Ora sono nelle ore pessime. Lasciatemi stare (come sopra). Nostro zio è fuori di sé. Che gli ho fatto io? Che cosa avete fatto alla signora Clorinda? Già tutti proteggono quella gran dama. Io sono il cane del macellaio: ossa, e busse. Dovevate portar rispetto al padrone di casa, che l’ha invitata. Ma che cosa le ho fatto? Che lo so io? È venuta a tavola colle lagrime agli occhi. Oh! sapete perché è venuta colle lagrime agli occhi? Perché ha trovato qui suo cognato. Io so, che si è doluta molto di lui, e dice, che le ha perduto il rispetto. Sí, ha ragione; pretende, che non si parta da lei, che stia seco a pranzo, a farle fresco su la minestra, se scotta, e se non lo fa, dice, che le perde il rispetto. Questa finalmente è una cosa, che dee durar poco. Come poco? Se vien suo consorte, il signor Fulgenzio ha finito. E quando verrà questo suo consorte? Ho inteso dire, che l’aspettano oggi . Oggi? (un poco placata)
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Che? sono una bestia io? non merito l’assistenza del Cielo? L’ingratitudine è odiosa agli uomini, e ai numi. Voi trattate male con chi vi ama; cercate di affliggere le persone innocenti; odiate chi vi consiglia al bene; tradite voi stessa; calpestate i doni del Cielo: e non arrossite di voi medesima? Via, signora Flamminia, non l’affliggete d’avvantaggio. Io non ho cuore di vederla mortificata. Eugenia è assai ragionevole per conoscere da se stessa i trasporti della passione. Sono stato io piú debole, e piú mentecatto di lei, doveva  conoscere  il  peso  delle  sue  parole,  compatirla,  e  dissimulare.  La collera mi ha trasportato. Ella non mi ha sforzato a insultar mia cognata; sono stato io l’incauto, il mal accorto, il furente. Eugenia mi ama, ed è per amore gelosa. Io non sono gelosa di vostra cognata. Lo so; è uno sdegno da voi concepito per timore di non essere preferita; ma cara Eugenia, disingannatevi; vi amo, e vi stimo sopra tutte le cose di questo mondo. (Parla, in una maniera, che farebbe intenerire i sassi. Possibile, ch’ella voglia essere cosí caparbia?) (da sé). Se conoscete dunque il motivo delle mie inquietudini, perché non cercate la via di rendermi consolata? (a Fulgenzio). Sí,  cara,  vi  chiedo  scusa  della  poca  attenzione,  che  avessi  avuta  per  voi; cercherò in avvenire di meglio meritarmi l’affetto vostro; e spero vicino il tempo di potervi dare la piú vera testimonianza dell’amor mio. Sarebbe tempo, che il mio cuor respirasse. Abbiate giudizio. Se siete in pace sappiateci stare. Eugenia carissima, voi mi avete da accordare una grazia. Non siete voi padrone di comandarmi? Me l’avete da far con buon animo. Se non desidero, che compiacervi! Mi avete a permettere, ch’io possa ricondurre mia cognata alla propria casa. Se qui l’ha condotta il signore zio, perché non può egli restituirla dove l’ha presa? Il signor Fabrizio è sdegnato; non si lascia vedere; e poi aspettasi mio fratello, e non ho piacere che trovi in casa degli sconcerti. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Flamminia Eugenia Fulgenzio Eugenia Flamminia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio 55 Carlo Goldoni   Gl'Innamorati   Atto terzo � Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Flamminia Sí, sí, avete ragione. Accompagnatela pure (dissimulando). Me lo dite di cuore? Anzi. Ho paura, che vogliate dissimulare, e che dentro di voi non siate contenta. Che volete voi sottilizzar d’avvantaggio? È una cosa giusta; lo conosce, e l’accorda. Fate quest’atto di onestà, di dovere, e poi subito tornate qui (a Fulgenzio). No, no, che non s’incomodi a ritornare. La sentite, signora Flamminia? Ho sentito tanto, che basta, e non ne voglio sentire di piú. (Le caccierei la testa nel muro) (da sé, e parte).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 6 Fulgenzio ed Eugenia. Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Questa è la grazia, che avete promesso accordarmi? Io non v’impedisco, che la conduciate. Ma con mal animo. Non dovete badare all’animo mio; basta, che soddisfacciate al vostro. Io non sono portato per altro, che per l’adempimento del mio dovere. Adempitelo. Sí, in ogni maniera l’adempirò. Posso tutto sagrificarvi fuor che l’onore di me, e della mia famiglia. Se quest’atto del mio dovere mi ha da costare la perdita dell’amor vostro, ne verrà in conseguenza il fine della mia vita, ma non per questo un uomo d’onore dee preferire al decoro la sua passione. Fatemi almeno un piacere. Oh Cielo! comandatemi. Andate, finitela, e non tormentate di piú. E ho da lasciarvi qui in questo stato? Un uomo d’onore non ha da preferire la passione al decoro. Ma che dico io di passione? Andate, andate, che mi sono abbastanza disingannata.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 9 Fabrizio, Roberto e detta. Fabrizio Eugenia Fabrizio Eugenia Fabrizio Cospetto  di  bacco!  chi  sono  io  in  questa  casa?  Sono  il  padrone,  o  sono qualche stivale? Con chi l’avete, signore zio? L’ho con voi, sciocca. Con me? Sí, con voi; io sono il padrone; e non ci sono in questa casa altri padroni, che io; e una nipote, che dipende da me, non dee far all’amore, senza che io lo sappia; e molto meno parlare di maritarsi: insolente! (Or ora mi sente con queste sue baggianate) (da sé). Signore, non la mortificate cosí (a Fabrizio). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
La vede, signor Conte? Questa è la piú stolida ragazza di questo mondo. Non sa, che si faccia, non sa che si dica; non è buona da nulla; e parla di maritarsi. (Non vorrei, che mi tirasse a cimento) (da sé). Ma voi, signore, me l’avete pure lodata, avete pur detto che non c’è in tutto il mondo una giovane, come lei. Mi disdico di quel, che ho detto. È una sciocca, è una frasca, è un’impertinente. Signor Conte, siccome non avrete dato fede all’elogio, spero non crederete al biasimo, con cui vorrebbe discreditarmi. Tant’è vero, ch’io non lo credo; che se mai per avventura accadesser di que’ casi da me previsti, non avrei alcuna difficoltà ad offerirvi la mano. Come? il signor Conte si degnerebbe di sposar mia nipote? Sí, certo, e mi chiamerei felice, se avessi la sorte di conseguirla. Ah nipote, questa sarebbe per voi una gran fortuna, e per me una gloria immortale. Il signor conte d’Otricoli, cavaliere sublime, illibato, celebre, dovizioso, rampollo illustre di eccelsi progenitori, il fiore della nobiltà, l’esempio della onoratezza, il prototipo della vera cavalleria. Felice voi, felice me, felice la nostra casa! Dice davvero? (al Conte). Io non ho tutti i pregi, dei quali mi caricate; ma vanto quello della sincerità; e ve lo dico di core. Senta, signore, la collera fa dire delle pazzie, per altro Eugenia è un portento; fa invidia a tutte le donne, è una gioia, è un incanto. Sa di tutto, sa far di tutto, ha una mente chiarissima, ha un cuor bellissimo; saggia, morigerata, obbediente: ha tutte le buone parti immaginabili della bontà. Credo tutto, ma ella ha il cuor prevenuto per altro amante. Siete voi impazzita per il signor Fulgenzio? per quello stolido? per quell’ignorante? uomo vile, indegno della mia casa, spiantato, vagabondo, plebeo? Signore, non vi ricordate voi d’averlo lodato? Che lodare! che lodare! io non fo conto di quella sorta di gente. In casa mia non ci verrà piú. E se voi ardirete d’amarlo... Acchetatevi; che già è finita. Fulgenzio è da me licenziato. Oh brava! Sente, signor Conte? Queste si chiamano donne. Questo è pensar giusto, pensar con prudenza. Signora Eugenia, sarebbe per avventura venuto il caso? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
(Ah una vendetta sarebbe pure opportuna) (da sé). Via, risolvete. In un momento potete diventare una gran dama, una gran signora, una principessa. Non tanto, signora. Ma uno stato comodo non vi mancherà (ad Eugenia). (Quand’è fatta, è fatta. Può essere che quell’ingrato frema, e si disperi, e si penta, quando mi avrà perduta) (da sé). Via. Cuor mio, risolvete (ad Eugenia). Signore disponete di me (a Fabrizio). Oh bocca d’oro! l’avete sentita? (al Conte). Tocca a voi a terminare di consolarmi (a Fabrizio). Per me ve l’accordo subito, in questo momento. (Signore, vostra nipote vale un tesoro; ma le convenienze della mia casa esigono qualche dote) (piano a Fabrizio). (Dote!) (a Roberto, con maraviglia). La volete maritar senza dote? (Ho sempre che fare con degli spiantati) (da sé). Signore, la mia dote ci deve essere. Me l’ha lasciata mio padre, e lo zio non la può negare. Bisogna vedere, se il signor Conte la può assicurare. Un cavalier cosí ricco? (a Fabrizio). Ricco! ricco! che so io, se sia ricco? Fareste meglio, signore, a esaltar meno le persone non conosciute, e a risparmiare gl’insulti ai cavalieri onorati. Voi mi avete promesso vostra nipote; ella v’ha acconsentito: penserò io a farmi render giustizia (parte).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 10 Fabrizio ed Eugenia. Fabrizio Eugenia Fabrizio Orsú, io non voglio impegni. Ho data la parola, converrà mantenerla (ad Eugenia). Ma signore... Non c’è altro signore, converrà, ch’io trovi la dote, e voi lo dovete sposare (parte). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Scena 12 Fulgenzio e detta. Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Eugenia Fulgenzio Fermatevi, signora Eugenia. Che pretendete da me? (con isdegno). Ascoltatemi per carità. L’avete servita la signora Clorinda? (con ironia). No, non è ancora partita. E che fa in casa mia? Perché non l’accompagnate? (con isdegno). Finito ho l’obbligo di servirla, terminato ho l’incarico d’accompagnarla. E perché? (sostenuta). Perché è giunto in Milano il di lei consorte. È arrivato il signor Anselmo? (meno sostenuta). Sí, è arrivato poc’anzi. Non ritrovò in casa la sposa. Seppe dov’era; è venuto egli stesso a vederla, ad abbracciarla. Fa ora i suoi convenevoli col signor Fabrizio, e colla signora Flamminia. Chiese di voi, le fu risposto che siete in camera ritirata, e parte a momenti accompagnata dal caro sposo. E voi? (patetica).
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Resterò qui, se mel concedete. Non volete essere col fratello a discorrere degli affari vostri? In  due  parole  ho  seco  lui  trattato,  e  concluso  il  maggior  affare,  che  mi premesse. Cioè gli avrete reso conto della custodia, in cui gli teneste la sposa. No, ingrata. Gli palesai l’amor mio; gli spiegai la brama di avervi in moglie; il mio caro fratello me l’accorda placidamente; mi esibisce poter condurre la moglie in casa. È pronto dividere, s’io lo voglio, l’abitazione, e le facoltà. Mi ama tanto, che nulla seppe negarmi, e permettetemi, ch’io lo dica, se il zio non vi può dar dote, brama ch’io sia contento, e non avrà per voi meno stima, e meno rispetto. (Ah incauta! ah ingrata! perché impegnarmi col Conte?) (smaniosa e piangente). Oh stelle! cosí accogliete una nuova che mi lusingai dovesse rendervi consolata? Ardireste voi paventare, ch’io frequentassi con passione mia cognata? Non fate a lei, non fate a me un sí gran torto. Pure se l’impressione nell’animo vostro non può per ora scancellarsi, vi prometto, vi giuro di non trattarla, di non vederla mai piú. Povera me! son morta (si abbandona sopra una sedia). Eugenia, che cosa è questa? Ah sí, Fulgenzio, maltrattatemi, disprezzatemi, che avete giusta ragion di farlo. No, cara, voglio amarvi teneramente. Non merito l’amor vostro. Voi sarete la mia cara sposa. No, non deggio esserlo; abbandonatemi. Non dovete esserlo? Anima mia, perché mai? Perché ad altri ho data la mia parola. E a chi? (tremante). Al conte Roberto. Quando? Poc’anzi.
Gl innamorati di Carlo Goldoni
E perché? Per vendetta. Contro di chi vendetta? Contro di me medesima; contro il mio cuore, contro la mia colpevole debolezza. Oimè, mi sento morire (si copre col fazzoletto e resta cosí). Ah perfida! ah disleale! quest’è l’amore? questa è la fedeltà? No, che non aveste amore per me. Furono sempre finti i vostri sospiri. Mendaci sono ora le vostre smanie. Me ne sono avveduto della vostra inclinazione pel mio rivale. Erano pretesti per istancarmi, le gelosie mal fondate, i sospetti ingiuriosi, le invettive, e gl’insulti. Godi, o barbara, della mia disperazione, trionfa della mia buona fede, deridi un misero, che per te more, ma trema della giustizia del Cielo. Ti lascio in preda del tuo rossore; parlino per me i tuoi rimorsi; e per ultimo dono di chi tu sprezzi, assicurati di non vedermi piú (in atto di partire. Eugenia svenuta cade sopra una sedia vicina. Fulgenzio sentendo strepito si volta) Oimè; che èquesto? Eugenia Eugenia, aiuto, soccorso!
Gl innamorati di Carlo Goldoni
(Gh’ho gusto in verità, che el ghe diga roba). Come credeu, che vegnirà vestìe quelle altre? Co una scarpa, e un zoccolo? Lassè, che le vegna come che le vol. In casa mia no s’ha mai praticà de ste cargadure, e no vòi scomenzar, e no me vòi far meter sui ventoli. M’aveu capìo? Dasseno, sior padre, ghe l’ho dito anca mi. Senti sa, no tòr esempio da éla... Coss’è quela roba? Cossa xè quei diavolezzi, che ti gh’ha al colo? (a Lucietta). Eh gnente, sior padre. Una strazzaria, un’antigaggia. Càvete quele perle. Dasseno, sior Lunardo, che ghe l’ho dito anca mi. Via, caro élo, semo de carneval. Cossa s’intende? che siè in maschera? No voggio sti putelezzi. Ancuo vien zente; se i ve vede, no voggio, che i diga, che la fia xè mata, e che el pare no gh’ha giudizio. Dà qua quele perle (va per levarle, ella si difende). Cossa xè quei sbrindoli. Cascate, patrona? cascate? Chi v’ha dà quei sporchezzi? Me l’ha dae siora madre. Dona mata! cusì pulito arlevè mia fia? (a Margareta). Se no la contento, la dise, che la odio, che no ghe vòi ben. Da quando in qua ve xè vegnù in testa sti grili? (a Lucietta). L’ho vista éla vestìa, me xè vegnù voggia anca a mi. Sentìu? Questa xè la rason del cativo esempio (a Margarita). Ela xè pura, e mi son maridada. Le maridae ha da dar bon esempio a le pute. Mi no m’ho maridà, figurarse, per vegnir a deventar mata co i vostri fioi. Né mi v’ho tolto, vegnimo a dir el merito, acciò, che vegnì a discreditar la mia casa. Ve fazzo onor più de quelo, che meritè. Anemo, andève subito a despoggiar (a Margarita). No ve dago sto gusto gnanca se me copè. E vu no vegnirè a tola. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Rusteghi di Carlo Goldoni
No ghe penso né bezzo, né bagatin. E mi, sior padre, vegniroggio a tola? Càvete quelle strazzarie. Sior sì, co nol vol altro, che el toga. Mi son ubidiente. La varda che roba: gnanca vergogna, che me le meta (si cava le perle e cascate). Vedeu?  Se  cognosse,  che  la  xè  ben  arlevada.  Eh  la  mia  prima  muggier povereta! quela giera una donna de sesto. No la se meteva un galan senza dirmelo; e co mi no voleva, giera fenìo, no ghe giera altre risposte. Siestu benedeta dove che ti xè. Mato inspirità, che son stà mi a tornarme a maridar. Mi mi ho fato un bon negozio a tòr un satiro per mario. Povera grama! ve manca el vostro bisogno? no gh’avè da magnar? Certo! una dona co la gh’ha da magnar, no ghe manca altro! Cossa ve manca? Caro vu, no me fè parlar. Sior padre. Cossa gh’è? No me meterò più gnente, senza dirghelo sàlo? Ti farà ben. Gnanca se me lo dirà siora madre. Eh mozzina! se cognossemo. Sul so viso, figurarse, tegnì da élo, e po da drio le spale tirè zoso a campane doppie (a Lucietta). Mi, siora? (a Margarita). Tasè là (a Lucietta). La dise delle busie (a Lunardo). Sentìu come che la parla? (a Lunardo). Tasè là ve digo. Co la maregna no se parla cusì. Gh’avè da portar respeto; l’avè da tegnir in conto de mare. De mi no la se pol lamentar (a Lunardo). E mi... (a Lunardo). E vu, vegnimo a dir el merito, despoggiève, che farè meggio (a Margarita).
I Rusteghi di Carlo Goldoni
Io sono un cavaliere, Egli è ver, forastiere; Ma per le donne ho sentimenti onesti. (Oh, che i me piaze tanto zti foresti) (da sé). Bramo, se fia possibile, Di servirvi l’onore, e in me vedrete Esser per voi la servitú onestissima. Aggraditela almen. Zerva umilizzima. Lasciam le cirimonie, favorite. Siete zitella? No lo zo dazzeno. Nol sapete? tal cosa io non comprendo. Zto nome de zitella io non l’intendo. Fanciulla voglio dir. Ze zon puta? Cosí. Per obbedirla. Troppo gentile! Avete genitori? No l’intende n’è vero, Troppo el noztro parlar? Cosí e cosí. Me zaverò zpiegar. Avete genitori? Mio padre zono morto, E la mia genitrice ancora ezza. M’intendela? Bravissima, Voi parlate assai ben. Zerva umilizzima. Ma chi avete con voi? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli No zo capirla.
Il Campiello di Carlo Goldoni
Zerva umilizzima. Voi avete, una grazia, che innamora. Zèlo piú ztà a Venezia? Questa è la prima volta. El vederà Ze ghe zè del bon gusto in zta città. Lo capisco da voi. No fo per dire, Ma pozzo comparire. Me capízzela? Sí che vi capisco. Quando, ch’io voggio, zo parlar toscana, Che no par, che zia gnanca veneziana. Avete una pronuncia, che è dolcissima. Voi parlate assai bene. Obbligatizzima. E quell’aria! A caminar? La diga, m’àlo vizto
Il Campiello di Carlo Goldoni
Mo cossa falo, che nol vien dessú? Ho magnà tanto, che no posso piú. Animo, buona gente, Bevete allegramente. Via bevemo. Sior compare, ghe ‘l femo (col bicchiere in mano). Bevete pure, compagnia giuliva. Alla salute di chi paga. E viva. Zitto, che voggio far Un bel prindese in rima. “Co son in allegria, mi no me instizzo, Alla salute del mio bel novizzo”. E viva, e viva. Anca mi, presto, presto (col bicchiere si fa dar da bevere). Via sto poco de resto (versa col boccale il vino ad Orsola). “Co sto gotto de vin, ch’è dolce, e bon, Fazzo un prindese in rima al piú minchion”. E viva, e viva. Oe a chi ghe la dastu? Oh che gonza! No sastu? (accenna il Cavaliere). Via, bravi, che si rida, e che si beva, Questo brindesi è mio, nessun mel leva. Anca mi, sior compare, “Un prindese ghe fazzo Co sto vin che gh’ho in man, Con patto, che el me staga da lontan”. “Vi rispondo ancor io, compare, amico: Di star con voi non me n’importa un fico”. E viva, e viva.
Il Campiello di Carlo Goldoni
Mi fa stupire il cavaliere Astolfi, Che di simile gente è il protettor. Chi zèlo zto zignor? Quel, che ho veduto Fare a vossignoria piú d’un saluto. Lo cognozzelo? Sí, è d’una famiglia Nobile assai, ma il suo poco giudizio Ha mandata la casa in precipizio. La me conta qualcozza. In su la strada Vi parlerò? Si vede ben che avete Voi pur poca prudenza. Orsú andar voglio A proveder di casa innanzi sera (fa qualche passo). Oh, mandatemi giú la tabacchiera. Zubito (entra). In questo loco Parmi d’esser nel foco. Son dei mesi, Che ogni giorno si sente del fracasso, Ma non si è fatto mai cosí gran chiasso. E poi, e poi, cospetto! Perdere a me il rispetto? Meglio è, ch’io vada via di questa casa. Zon qua (di casa, colla tabacchiera in mano). Ma perché voi? (irato). Mo via, che el taza. El za pur, che la zerva zè amalada. Io non voglio, che voi venghiate in strada. Dal balcon si poteva buttar giú (prende la tabacchiera con collera). No ghe vegnirò piú. La madre vi ha allevata Vil com’ella era nata, e il padre vostro Si è scordato egli pur del sangue nostro. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Campiello di Carlo Goldoni
Florindo, poi Truffaldino. Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Truffaldino Florindo Che razza di umori si dànno! Aspettava proprio che io lo maltrattassi. Oh andiamo un po’ a vedere, che albergo è questo... Signor, l’è restada servida. Che alloggio è codesto? L’è una bona locanda, signor. Boni letti, bei specchi, una cusina bellissima, con un odor, che consola. Ho parlà col camerier. La sarà servida da re. Voi, che mestiere fate? El servitor. Siete veneziano? No son venezian, ma son qua del Stato. Son bergamasco, per servirla. Adesso avete padrone? Adesso... veramente non l’ho. Siete senza padrone? Eccome qua; la vede; son senza padron. (Qua nol gh’è el me padron; mi no digo busie) (da sé). Verreste voi a servirmi? A servirla? Perché no? (Se i patti fusse meggio, me cambieria de camisa) (da sé). Almeno per il tempo, ch’io sto in Venezia. Benissimo. Quanto me vorla dar? Quanto pretendete?
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Ghe dirò: un altro patron, che aveva, e che adesso qua nol gh’ho piú, el me dava un felippo al mese, e le spese. Bene, e tanto vi darò io. Bisognerave, che la me dasse qualcossetta de piú. Che cosa pretendereste di piú? Un soldetto al zorno per el tabacco. Sí, volentieri; ve lo darò. Co l’è cusí, stago con lu. Ma; vi vorrebbe un poco d’informazione dei fatti vostri. Co no la vol altro, che informazion dei fatti mii, la vada a Bergamo, che tutti ghe dirà chi son. Non avete nessuno in Venezia, che vi conosca? Son arrivà stamattina, signor. Orsú; mi parete un uomo da bene. Vi proverò. La me prova, e la vederà. Prima d’ogni altra cosa, mi preme vedere, se alla posta vi siano lettere per me. Eccovi mezzo scudo andate alla posta di Turino, domandate, se vi sono lettere di Florindo Aretusi; se ve ne sono, prendetele, e portatele subito, che vi aspetto. Intanto la fazza parecchiar da disnar. Sí, bravo; farò preparare. (È faceto; non mi dispiace. A poco alla volta ne farò la prova) (entra nella locanda!)
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
(Voglio chiarirmi della verità) (da sé). Signore, siete voi, che mi avete domandato? (a Silvio) Io? Non ho nemmeno l’onor di conoscevi. Eppure quel servitore, che ora di qui è partito, mi ha detto, che con voce imperiosa, e con minaccie avete preteso di provocarmi. Colui m’intese male, dissi, che parlar volevo al di lui padrone. Bene; io sono il di lui padrone. Voi, il suo padrone? Senz’altro. Egli sta al mio servizio. Perdonate dunque; o il vostro servitore è simile ad un altro, che ho veduto stamane, o egli serve qualche altra persona. Egli serve me; non ci pensate. Quand’è cosí, torno a chiedervi scusa. Non vi è male. Degli equivoci ne nascon sempre. Siete voi forestiere, signore? Turinese, a’ vostri comandi. Turinese appunto era quello, con cui desideravo sfogarmi. Se è mio paesano, può essere, ch’io lo conosca, e s’egli vi ha disgustato, m’impiegherò volentieri per le vostre giuste soddisfazioni. Conoscete voi un certo Federigo Rasponi? Ah! l’ho conosciuto pur troppo. Pretende egli per una parola avuta dal padre togliere a me una sposa, che questa mane mi ha giurato la fede. Non dubitate, amico, Federigo Rasponi non può involarvi la sposa. Egli è morto. Sí, tutti credevano, ch’ei fosse morto; ma stamane giunse vivo, e sano in Venezia per mio malanno, per mia disperazione. Signore, voi mi fate rimaner di sasso. Ma! ci sono rimasto anch’io. Federigo Rasponi vi assicuro, che è morto.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Il servitore di due padroni   Atto primo  Q Clarice Pantalone Clarice Pantalone Smeraldina Pantalone Clarice Smeraldina Silvio è troppo fortemente impresso nell’anima mia; e voi coll’approvazione vostra lo avete ancora piú radicato. (Da una banda la compatisso) (da sé). Bisogna far de necessità vertú. Il mio cuore non è capace di uno sforzo sí grande. Fève animo; bisogna farlo... Signor padrone, è qui il signor Federigo, che vuol riverirla. Ch’el vegna, che el xè patron. Oimè Che tormento! (piange). Che avete, signora padrona? Piangete? In verità avete torto. Non avete veduto com’è bellino il signor Federigo? Se toccasse a me una tal fortuna, non vorrei piangere no; vorrei ridere con tanto di bocca (parte). Via fia mia, no te far veder a pianzer. Ma se mi sento scoppiar il cuore!
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Scena 20 Beatrice e Clarice. Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Clarice Beatrice Deh, signora Clarice... Scostatevi, e non ardite d’importunarmi. Cosí severa con chi vi è destinato in consorte? Se sarò strascinata per forza alle vostre nozze, avrete da me la mano, ma non il cuore. Voi siete sdegnata meco, eppure io spero placarvi. V’aborrirò in eterno. Se mi conosceste, voi non direste cosí. Vi conosco abbastanza per lo sturbatore della mia pace. Ma io ho il modo di consolarvi. V’ingannate; altri che Silvio consolare non mi potrebbe. Certo, che non posso darvi quella consolazione, che darvi potrebbe il vostro Silvio, ma posso contribuire alle vostre felicità. Mi par assai, signore, che parlandovi io in una maniera la piú aspra del mondo, vogliate ancor tormentarmi. (Questa povera giovane mi fa pietà; non ho cuore di vederla penare) (da sé). (La passione mi fa diventare ardita, temeraria, incivile) (da sé). Signora Clarice, vi ho da confidare un segreto. Non vi prometto la segretezza. Tralasciate di confidarmelo. La vostra austerità mi toglie il modo di potervi render felice. Voi non mi potete rendere, che sventurata. V’ingannate; e per convincervi vi parlerò schiettamente. Se voi non volete me, io non saprei, che fare di voi. Se avete ad altri impegnata la destra, anch’io con altri ho impegnato il cuore. Ora cominciate a piacermi. Non vel dissi, che aveva io il modo di consolarvi? Ah temo, che mi deludiate.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
No, signora, non fingo. Parlovi con il cuore sulle labbra; e se mi promettete quella  segretezza,  che  mi  negaste  poc’anzi,  vi  confiderò  un  arcano,  che metterà in sicuro la vostra pace. Giuro di osservare il piú rigoroso silenzio. Io non sono Federigo Rasponi, ma Beatrice di lui sorella. Oh! che mi dite mai! Voi donna? Sí, tale io sono. Pensate, se aspiravo di cuore alle vostre nozze! E di vostro fratello, che nuova ci date? Egli morí purtroppo d’un colpo di spada che lo passò dal petto alle reni. Fu creduto autore della di lui morte un amante mio, di cui sotto di queste spoglie  mi  porto  in  traccia.  Pregovi  per  tutte  le  sacre  leggi  d’amicizia,  e d’amore di non tradirmi. So, che incauta sono io stata confidandovi un tale arcano,  ma  l’ho  fatto  per  piú  motivi;  primieramente,  perché  mi  doleva vedervi afflitta; in secondo luogo, perché mi pare conoscere in voi, che siate una ragazza da potersi compromettere di segretezza; per ultimo, perché il vostro  Silvio  mi  ha  minacciato,  e  non  vorrei,  che  sollecitato  da  voi,  mi ponesse in qualche cimento. A Silvio mi permettete voi, ch’io lo dica? No, anzi ve lo proibisco assolutamente. Bene, non parlerò. Badate, che mi fido di voi. Ve lo giuro di nuovo, non parlerò. Ora non mi guarderete piú di mal occhio. Anzi vi sarò amica; e, se posso giovarvi, disponete di me. Anch’io vi giuro eterna la mia amicizia. Datemi la vostra mano. Eh, non vorrei... Avete paura, ch’io non sia donna? Vi darò evidentiriprove della verità. Credetemi, ancora mi pare un sogno. Infatti la cosa non è ordinaria. È stravagantissima. Orsú, io me ne voglio andare.  Tocchiamoci la mano, in segno di buona amicizia, e di fedeltà. Ecco la mano; non ho nessun dubbio, che m’inganniate. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Schiavo, sior Dottor. Giusto adesso vegniva a cercar de vu, e de vostro fio. Sí? Bravo; m’immagino, che dovevate venire in traccia di noi, per assicurarci, che la signora Clarice sarà moglie di Silvio. Anzi vegniva per dirve... (mostrando difficoltà di parlare). No, non c’è bisogno di altre giustificazioni. Compatisco il caso, in cui vi siete trovato. Tutto vi si passa in grazia della buona amicizia. Siguro, che considerando la promessa fatta a sior Federigo... (titubando, come sopra). E  colto  all’improvviso  da  lui,  non  avete  avuto  tempo  a  riflettere;  e  non avete pensato all’affronto, che si faceva alla nostra casa. No se pol dir affronto, quando con un altro contratto... So che cosa volete dire. Pareva a prima vista, che la promessa col turinese fosse indissolubile, perché stipulata per via di contratto. Ma quello era un contratto seguito fra voi, e lui, e il nostro è confermato dalla fanciulla. Xè vero; ma... E sapete bene, che in materia di matrimoni:  Consensus, et non concubitus facit virum. Mi no so de latin; ma ve digo... E le ragazze non bisogna sacrificarle. Aveu altro da dir? Per me ho detto. Aveu fenio? Ho finito. Poss’io parlar? Parlare. Sior Dottor caro, con tutta la vostra dottrina... Circa alla dote ci aggiusteremo. Poco piú, poco meno, non guarderò. Semo da capo. Voleu lassarme parlar? Parlate. Ve digo, che la vostra dottrina xè bella, e bona, ma in sto caso no la conclude. Sior Federigo el xè dessú in camera co mia fia, e se vu savè tutte le regole
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
dei sposalizi, credo, che a questo no ghe manca gnente. Dottore Pantalone Dottore Pantalone Dottore Pantalone Dottore Pantalone Come! È fatto ogni cosa? Tutto. L’amico è in camera? Ghe l’ho lassà za un poco. E la signora Clarice lo ha sposato, cosí su due piedi, senza la minima difficoltà? No saveu come, che le xè le donne? Le se volta come le bandiere. E voi comporterete, che segua un tal matrimonio? Per mi giera impegnà, che no me podeva cavar. Mia fia xè contenta; che difficoltà poss’io aver? Vegniva a posta a cercar de vu, o de sior Silvio, per dirve sta cossa. La me despiase assae, ma non ghe vedo remedio. Non mi maraviglio della vostra figliuola, mi maraviglio di voi, che trattiate sí malamente con me. Se non eravate sicuro della morte del signor Federigo, non avevate a impegnarvi col mio figliuolo; e se con lui vi siete impegnato, avete a mantenerla parola a costo di tutto. La nuova della morte di Federigo giustificava bastantemente, anche presso di lui, la vostra nova risoluzione, né poteva egli rimproverarvi, né aveva luogo a pretendere veruna soddisfazione. Gli sponsali contratti questa mattina fra la signora Clarice, ed il mio figliuolo coram testibus, non potevano essere sciolti da una semplice parola data da voiad un altro. Mi darebbe l’animo colle ragioni di mio figliuolo render nullo ogni nuovo contratto, e obbligar vostra figlia a prenderlo per marito; ma mi vergognerei d’avere in casa mia una nuora di cosí poca reputazione, una figlia di un uomo senza parola, come voi siete. Signor Pantalone, ricordatevi, che l’avete fatta a me; che l’avete fatta alla casa Lombardi; verrà il tempo, che forse me la dovrete pagare: sí, verrà il tempo: omnia tempus habent (parte).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Non so negarlo. E vi par poco? E pretendete, che io vi creda fedele, quand’altri è ammesso da voi ad una confidenza sí grande? Clarice sa custodir l’onor suo. Clarice non doveva lasciarsi avvicinare un amante, che la pretende in isposa. Mio padre lo lasciò meco. E voi non lo vedeste malvolentieri. Sarei fuggita con molto piacere. Sento, che vi ha impegnato con un giuramento. Il giuramento non mi obbligava di trattenermi. Che cosa dunque giuraste? Caro Silvio, compatitemi, non posso dirlo. Per qual ragione? Perché giurai di tacere. Segno dunque, che siete colpevole. No; sono innocente. Gl’innocenti non tacciono. Eppure questa volta, rea mi farei parlando. Questo silenzio a chi l’avete giurato? A Federigo. E con tanto zelo l’osserverete? L’osserverò per non divenire spergiura. E dite di non amarlo? Semplice chi vi crede. Non vi credo io già, barbara, ingannatrice! Toglietevi dagli occhi miei. Se non vi amassi, non sarei corsa qui a precipizio per difendere la vostra vita. Odio anche la vita, se ho da riconoscerla da un’ingrata. Vi amo con tutto il cuore. Vi abborrisco con tutta l’anima. Morirò, se non vi placate.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Vedrei il vostro sangue piú volentieri della infedeltà vostra. Saprò soddisfarvi (toglie la spada di terra). Ed io vi starò a vedere. (Già so, che non avrà cuore di farlo). Questa spada vi renderà dunque contento. (Vo’ vedere fin dove arriva la sua crudeltà). Quella spada potrebbe vendicare i miei torti. Cosí barbaro colla vostra Clarice? Voi mi avete insegnata la crudeltà. Dunque bramate la morte mia? Io non so dire, che cosa brami. Vi saprò compiacere (volta la punta al proprio seno).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Smeraldina e detti. Smeraldina Fermatevi; che diamine fate? (leva la spada a Clarice). E voi, cane rinnegato, l’avreste lasciata morire? (a Silvio). Che cuore avete di tigre, di leone, di diavolo? Guardate lí, il bel suggettino, per cui le donne s’abbiano a sbudellare! Oh siete pur buona, signora padrona. Non vi vuole piú forse? Chi non vi vuol, non vi merita. Vada all’inferno questo sicario, e voi venite meco, che degli uomini non ne mancano, m’impegno avanti sera trovarvene una dozzina (getta la spada in terra, e Silvio la prende). (piangendo) Ingrato! Possibile, che la mia morte non vi costasse un sospiro? Sí,  mi  ucciderà  il  dolore;  morirò,  sarete  contento.  Però  vi  sarà  nota  un giorno la mia innocenza, e tardi allora pentito di non avermi creduto, piangerete la mia sventura, e la vostra barbara crudeltà (parte).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Pazza che sei! Credi tu, ch’ella si volesse uccider davvero? Non so altro io; so, che se non arrivava a tempo, la poverina sarebbe ita. Vi voleva ancor tanto prima, che la spada giungesse al petto. Sentite, che bugiardo! Se stava lí, lí, per entrare. Tutte finzioni di voi altre donne. Sí, se fossimo, come voi. Dirò come dice il proverbio: noi abbiamo le voci, e voi altri avete le noci. Le donne hanno la fama di essere infedeli, e gli uomini commettono le infedeltà a piú non posso. Delle donne si parla, e degli uomini non si dice nulla. Noi siamo criticate, e a voi altri si passa tutto. Sapete perché? Perché le leggi le hanno fatte gli uomini, che se le avessero fatte le donne, si sentirebbe tutto il contrario. S’io comandassi, vorrei, che tutti gli uomini infedeli portassero un ramo d’albero in mano, e so che tutte le città diventerebbero boschi (parte).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
In sta locanda i xè molto lesti. Brighella è un uomo di garbo. In Turino serviva un gran cavaliere, e porta ancora la sua livrea. Ghe xè anca una certa locanda sora Canal Grando in fazza alle Fabbriche de Rialto,  dove,  che  se  magna  molto  ben;  son  stà  diverse  volte  con  certi galantomeni,  de  quei  della  bona  stampa,  e  son  stà  cusí  ben,  che  co  me l’arrecordo ancora me consolo. Tra le altre cosse me recordo d’un certo vin de Borgogna, che el dava el becco alle stelle, Non vi è maggior piacere al mondo, oltre quello di essere in buona compagnia. Oh se la savesse che compagnia, che xè quella! Se la savesse, che cuori tanto fatti! Che sincerità! Che schietezza! Che belle conversazion, che s’ha fatto, anca alla Zuecca! Siei benedetti! Sette, o otto galantomeni, che no ghe xè i so compagni a sto mondo. I Camerieri escono dalla stanza e tornano verso la cucina. Avete dunque goduto molto con questi? L’è che spero de goder ancora. (col piatto in mano della minestra o della zuppa) La resta servida in camera, che porto in tola (a Beatrice). Va’ innanzi tu; metti giú la zuppa. Eh la resti servida prima lei (fa le cerimonie). El xè curioso sto so servitor. Andemo (entra in camera). Io vorrei meno spirito, e piú attenzione (a Truffaldino, ed entra). Guardè, che bei trattamenti! Un piatto alla volta! I spende i so quattrini, e
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
be a esser lui questo) (da sé). Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina L’è un bell’omo; bassotto, traccagnotto, spiritoso, che parla ben. Maestro de cerimonie... Io non lo conosco assolutamente. E pur lu el ve cognosse; e l’è innamorado de vu. Oh! mi burlate. E se el podesse sperar un tantin de corrispondenza, el se daria da cognosser. Dirò, signore; se lo vedessi, e mi desse nel genio, sarebbe facile, che io gli corrispondessi. Vorla, che ghe lo fazza veder? Lo vederò volentieri. Adesso subito (entra nella locanda). Non  è  lui  dunque  (Truffaldino  esce  dalla  locanda,  fa  delle  riverenze  a Smeraldina, le passa vicino; poi sospira ed entra nella locanda). Quest’istoria non la capisco. L’àla visto? (tornando a uscir fuori). Chi? Quello, che è innamorado delle so bellezze. Io non ho veduto altri, che voi. Mah! (sospirando). Siete voi forse quello, che dice di volermi bene? Son mi (sospirando). Perché non me l’avete detto alla prima? Perché son un poco vergognosetto. (Farebbe innamorate i sassi) (da sé). E cusí, cossa me dísela? Dico che... Via, la diga. Oh anch’io sono vergognosetta.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Se se unissimo insieme, faressimo el matrimonio de do persone vergognose. In verità; voi mi date nel genio. È la putta ela? Oh non si domanda nemmeno. Che vol dir: no, certo. Anzi vuol dir, sí certissimo. Anca mi son putto. Io mi sarei maritata cinquanta volte, ma non ho mai trovato una persona, che mi dia nel genio. Mi possio sperar de urtarghe in tela simpatia? In verità, bisogna, che io lo dica, voi avete un non so che... Basta, non dico altro. Uno, che la volesse per muier, come averielo da far? Io non ho né padre, né madre. Bisognerebbe dirlo al mio padrone, o alla mia padrona. Benissimo, se ghel dirò, cossa dirali? Diranno, che se sono contenta io... E ela cossa dirala? Dirò... che se sono contenti loro... Non occorr’altro. Saremo tutti contenti. Dème la lettera, e co ve porterò la risposta discorreremo. Ecco la lettera. Savíu mo cossa, che la diga sta lettera? Non lo so; e se sapeste che curiosità, che averei di saperlo! No vorria, che la fuss una qualche lettera de sdegno, e che m’avess da far romper el muso. Chi sa? D’amore non dovrebbe essere. Mi no vòi impegni. Se no so cossa, che la diga, mi no ghe la porto. Si potrebbe aprirla... ma poi a serrarla ti voglio. Eh lassé far a mi; per serrar le lettere son fatto a posta; no se cognosserà
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
gnente affatto. Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Smeraldina Truffaldino Scena 18 Beatrice e Pantalone dalla locanda, e detti. Pantalone Smeraldina Cossa feu qua? (a Smeraldina). Niente, signore, venivo in traccia di voi (intimorita). Apriamola dunque. Savíu lezer vu? Un poco. Ma voi saprete legger bene. Anca mi un pochettin. Sentiamo dunque. Averzimola con pulizia (ne straccia una parte). Oh! che avete fatto? Niente. Ho el segreto d’accomodarla. Eccola qua, l’è averta. Via leggetela. Lezila vu. El carattere della vostra padrona l’intenderè meio de mi. Per dirla io non capisco niente (osservando la lettera). E mi gnanca una parola (fa lo stesso). Che serviva dunque aprirla? Aspettè; inzegnémose; qualcossa capisso (tiene egli la lettera). Anch’io intendo qualche lettera. Provèmose un po’ per un. Questo non è lo un emme? Oibò; questo è un erre. Dall’erre all’emme gh’è poca differenza. Ri, ri, a, ria. No, no, state cheto, che credo sia un emme: mi, mi, a, mia. No dirà mia, dirà mio. No, che vi è la codetta. Giusto per questo: mio.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Cossa voleu da mi? (a Smeraldina). La padrona vi cerca (come sopra). Che foglio è quello? (a Truffaldino). Niente, l’è una carta... (intimorito). Lascia vedere (a Truffaldino). Signor sí (gli dà il foglio tremando). Come! Questo è un viglietto, che viene a me. Indegno! Sempre si aprono le mie lettere? Mi no so niente, signor... Osservate, signor Pantalone, un viglietto della signora Clarice, in cui mi avvisa delle pazze gelosie di Silvio; e questo briccone me l’apre. E ti, ti ghe tien terzo? (a Smeraldina). Io non so niente, signore. Chi l’ha aperto questo viglietto? Mi no. Nemmen io. Mo chi l’ha portà? Truffaldino lo portava al suo padrone. E Smeraldina l’ha portà a Truffaldin. (Chiacchierone, non ti voglio piú bene). Ti, pettegola desgraziada, ti ha fatto sta bell’azion? Non so chi me tegna, che no te daga una man in tel muso. Le mani nel viso non me le ha date nessuno; e mi maraviglio di voi. Cusí ti me respondi? (le va da vicino). Eh non mi pigliate. Avete degl’impedimenti, che non potete correre (parte correndo). Desgraziada, te farò veder se posso correr; te chiaperò (parte correndo dietro a Smeraldina).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Scena 1 Sala della locanda con varie porte Truffaldino solo, poi due Camerieri. Truffaldino Con una scorladina ho mandà via tutto el dolor delle bastonade; ma ho magnà ben; ho disnà ben, e sta sera cenerò meio, e fin che posso, vòi servir do patroni, tanto almanco, che podesse tirar do salari. Adess mo coss’òia da far? El primo patron l’è fora de casa, el segondo dorme; poderia giust adesso dar un poco de aria ai abiti; tirarli fora dei bauli, e vardar se i ha bisogno de niente.  Ho  giusto  le  chiavi.  Sta  sala  l’è  giusto  a  proposito.  Tirerò  fora  i bauli, e farò pulito. Bisogna, che me fazza aiutar. Camerieri (chiama). (viene in compagnia d’un garzone) Che volete? Vorria, che me dessi una man a tirar fora certi bauli da quelle camere, per dar un poco de aria ai vestidi. Andate; aiutategli (al garzone). Andemo, che ve darò de bona man una porzion de quel regalo, che m’ha fatto i me patroni (entra in una camera col garzone). Costui pare sia un buon servitore. È lesto, pronto, attentissimo; però qualche difetto anch’egli averà. Ho servito anch’io, e so come la va. Per amore non si fa niente. Tutto si fa, o per pelar il padrone, o per fidarlo. (dalla suddetta camera col garzone, portando fuori un baule) A pian; mettemolo qua (lo posano in mezzo alla sala). Andemo a tòr st’altro. Ma femo a pian, che el padron l’è in quell’altra stanza, che el dorme (entra col garzone nella camera di Florindo). Costui o è un grand’uomo di garbo, o è un gran furbo; servir due persone in questa maniera, non ho piú veduto. Da vero voglio stare un po’ attento; non vorrei, che un giorno, o l’altro col pretesto di servir due padroni, tutti due gli spogliasse. (dalla suddetta camera col garzone con l’altro baule) E questo mettemolo qua (lo posano in poca distanza da quell’altro). Adesso, se volè andar, andè; che no me occorre altro (al garzone). Via, andate in cucina (al garzone che se ne va). Avete bisogno di nulla? (a Truffaldino). Gnente affatto. I fatti mii li fazzo da per mi.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Scena 4 Strada colla locanda Dottore, poi Pantalone dalla locanda. Dottore Pantalone Dottore Pantalone Dottore Pantalone Dottore Pantalone Non mi posso dar pace di questo vecchiaccio di Pantalone. Piú che ci penso, piú mi salta la bile. Dottor caro, ve reverisso (con allegria). Mi maraviglio, che abbiate anche tanto ardire di salutarmi. V’ho da dar una nova. Sappiè... Volete forse dirmi, che avete fatto le nozze? Non me n’importa un fico. No xè vero gnente. Lassème parlar in vostra malora. Parlate, che il canchero vi mangi. (Adessadesso me vien voggia de dottorarlo a pugni) (da sé). Mia fia, se volè, la sarà muggier de vostro fio.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Pantalone e poi Silvio. Pantalone Siestu maledetto. El xè una bestia vestío da omo costú. Gh’òggio mai podesto dir, che quella xè una donna? Mo, sior no, nol vol lassar parlar. Ma xè qua quel spuzzetta de so fio; m’aspetto qualche altra insolenza. (Ecco Pantalone. Mi sento tentato di cacciargli la spada nel petto) (da sé). Sior Silvio, con so bona grazia, averave da darghe una bona niova, se la se degnasse de lassarme parlar, e che no la fusse, come quella masena da molin de so sior pare. Che avete a dirmi? Parlate. La sappia, che el matrimonio de mia fia co sior Federigo xè andà a monte. È vero? Non m’ingannate? Ghe digo la verità, e se la xè piú de quell’umor, mia fia xè pronta a darghe la man. Oh Cielo! Voi mi ritornate da morte a vita. (Via, via, nol xè tanto bestia, come so pare) (da sé).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Tutti due s’avanzano, determinati di volersi uccidere, e vedendosi e riconoscendosi, rimangono istupiditi. Florindo Beatrice Florindo Beatrice Florindo Beatrice Florindo Che vedo! Florindo! Beatrice! Siete in vita? Voi pur vivete? Oh sorte! Oh anima mia! Si lasciano cadere i ferri, e si abbracciano. Brighella Cameriere Tolè su quel sangue, che nol vada de mal (al Cameriere scherzando, e parte). (Almeno voglio avanzare questi coltelli. Non glieli do piú) (prende i coltelli da terra, e parte).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Giustissima curiosità di un amante. Che dirà mai Turino della vostra partenza? Se tornerò colà vostra sposa, ogni discorso sarà finito. Come posso io lusingarmi di ritornarvi sí presto, se di là sono capitalmente bandito? Se della morte di vostro fratello sono io caricato? I capitali, ch’io porterò di  Venezia vi potranno liberare dal bando; finalmente voi non l’avete ucciso. Ma questi servi ancor non si vedono. Che mai li ha indotti a darci sí gran dolore? Per saper tutto non conviene usar con essi il rigore. Convien prenderli colle buone. Mi sforzerò di dissimulare. Eccone uno (vedendo venir Truffaldino). Ha cera di essere il piú briccone. Credo che non diciate male.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
(Ghe vòi ben, come s’el fuss me fradel. Adess vòi andar da quella signora, vòi dirghe, che son stà mi, che ho fate; vòi che i me grida, che i me strapazza, ma che se salva Pasqual) (come sopra, e si scosta da Florindo). (Costui è di un carattere molto amoroso). Son qua da ela. (Che lungo discorso hai tenuto con signor Florindo)? (La sappia, che quel signor el gh’ha un servitor, che gh’ha nome Pasqual; l’è el piú gran mamalucco del mondo; l’è stà lu, che ha fatt quei zavai della robba, e perché el pover omo l’aveva paura, che el so patron lo cazzasse via, ho trovà mi quella scusa del libro, del patron morto, negà, etecetera. E anca adess a sior Florindo gh’ho ditt, che mi son stà causa de tutto) (piano sempre a Beatrice). (Perché accusarti di una colpa, che asserisci di non avere?) (a Truffaldino, come sopra). (Per l’amor che porto a Pasqual) (come sopra). (La cosa va un poco in lungo) (da sé). (Cara ela, la prego, no la lo precipita) (piano a Beatrice). (Chi?) (come sopra). (Pasqual) (come sopra). (Pasquale, e voi siete due bricconi) (come sopra). (Eh, sarò mi solo) (da sé). Non cerchiamo altro, signora Beatrice, i nostri servidori non l’hanno fatto a malizia, meritano essere corretti; ma in grazia delle nostre consolazioni, si può loro perdonare il trascorso. È vero, ma il vostro servitore... (Per amor del Cielo, no la nomina Pasqual) (piano a Beatrice). Orsú, io andar dovrei dal signor Pantalone de’ Bisognosi, vi sentireste voi di venir con me? (a Florindo). Ci verrei volentieri, ma devo attendere un banchiere a casa. Ci verrò piú tardi, se avete premura. Sí, voglio andarvi subito. Vi aspetterò dal signor Pantalone, di là non parto, se non venite.
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Scena 13 Camera in casa di Pantalone Pantalone, il Dottore, Clarice, Silvio, Smeraldina. Pantalone Via, Clarice, non esser cusí ustinada. Ti vedi, che l’è pentio sior Silvio, che el  te  domanda  perdon;  se  l’ha  dà  in  qualche  debolezza,  el  l’ha  fatto  per amor, anca mi gh’ho perdonà i strambezzi; ti ghe li ha da perdonar anca ti. Misurate dalla vostra pena la mia, signora Clarice, e tanto piú assicuratevi, che vi amo davvero, quanto piú il timore di perdervi mi aveva reso furioso. Il  Cielo  ci  vuol  felici,  non  vi  rendete  ingrata  alle  beneficenze  del  Cielo. Coll’immagine della vendetta non funestate il piú bel giorno di nostra vita. Alle preghiere di mio figliuolo aggiungo le mie. Signora Clarice, mia cara nuora, compatitelo il poverino; è stato lí, lí, per diventar pazzo. Via,  signora  padrona,  che  cosa  volete  fare?  Gli  uomini,  poco  piú,  poco meno, con noi sono tutti crudeli. Pretendono un’esattissima fedeltà, e per ogni leggiero sospetto ci strapazzano, ci maltrattano, ci vorrebbero veder morire. Già con uno, o con l’altro avete da maritarvi; dirò, come si dice agli ammalati, giacché avete da prender la medicina, prendetela. Via, sentistu? Smeraldina al matrimonio la ghe dise medicamento. No far che el te para tossego. (Bisogna veder de devertirla) (piano al Dottore). Non è né veleno, né medicamento, no, il matrimonio è una confezione, un giulebbe, un candito. Ma,  cara  Clarice  mia,  possibile  che  un  accento  non  abbia  a  uscire  dalle vostre labbra? So, che merito da voi essere punito, ma per pietà, punitemi colle vostre parole, non con il vostro silenzio. Eccomi a’ vostri piedi; movetevi a compassione di me (s’inginocchia). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Scena 14 Brighella e detti. Brighella Pantalone Brighella Pantalone Brighella Pantalone Clarice Silvio Clarice Silvio Clarice Pantalone Dottore Pantalone Smeraldina Scena 15 Beatrice e detti. Beatrice Clarice Silvio Beatrice Silvio Signori, eccomi qui a chiedervi scusa, a domandarvi perdono, se per cagione mia aveste dei disturbi... Niente, amica, venite qui (l’abbraccia). Ehi? (mostrando dispiacere di quell’abbraccio). Come! Nemmeno una donna? (verso Silvio). (Quegli abiti ancora mi fanno specie) (da sé). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Con bona grazia, se pol vegnir? (entra). Vegní qua mo, sior compare Brighella. Vu sè quello, che m’ha dà da intender ste belle fandonie, che m’ha assicurà, che sior Federigo giera quello, ah? Caro signor, chi non s’averave ingannà? I era do fradelli, che se someggiava come un pomo spartido. Con quei abiti averia zogà la testa, che el giera lu. Basta; la xè passada. Cossa gh’è da niovo? La signora Beatrice l’è qua, che la li vorria reverir. Che la vegna pur, che la xè parona. Povera signora Beatrice, mi consolo, che sia in buono stato. Avete compassione di lei? Sí, moltissima. E di me? Ah briccone! Sentíu, che parole amorose? (al Dottore). Mio figliuolo poi ha maniera (a Pantalone). Mia fia, poverazza, la xè de bon cuor (al Dottore). (Eh, tutti due sanno fare la loro parte) (da sé).
Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  3 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Il Teatro comico Q Personaggi Orazio, primo amoroso, e capo della compagnia dei comici, detto Ottavio in commedia Placida, prima donna, detta Rosaura Beatrice, seconda donna Eugenio, secondo amoroso, detto Florindo Lelio, poeta Eleonora, cantatrice Vittoria, servetta di teatro, detta Colombina *Tonino, veneziano, poi Pantalone in commedia Petronio, che fa il Dottore in commedia *Anselmo, che fa il Brighella *Gianni, che fa l’Arlecchino Il suggeritore Uno staffiere della cantatrice, che parla Servitori di teatro, che non parlano La Scena stabile è il teatro medesimo, in cui si rappresentano le commedie, con scene e prospetto di camera, figurandosi esser di giorno, senza lumi e senza spettatori. I tre Personaggi segnati colla * parlano il linguaggio veneziano, mescolato di qualche voce lombarda.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Scena 2 Rosaura e detti. Rosaura Ottavio Rosaura Florindo Ottavio Ecco qui; io son la prima di tutti. Queste signore donne non favoriscono? Signor Ottavio, se tardano io me ne vado. Cara signora Rosaura, siete venuta in questo momento, e di già v’inquietate? Abiate pazienza; ne ho tanta io; abbiatene un poca voi ancora. Parmi, che a me si potesse mandarne l’avviso, quando tutti stati fossero ragunati. (Sentite? Parla da prima donna) (piano ad Orazio). (Ci vuol politica; convien sofferirla). Signora mia, vi ho pregata a venir per tempo, e ho desiderato, che veniste prima degli altri, per poter discorrere fra voi e me, qualche cosa toccante la direzione delle nostre commedie. Non siete il capo della compagnia? Voi potete disporre senza dipendere. Posso disporre, egli è vero, ma ho piacere, che tutti siano di me contenti; e voi specialmente, per cui ho tutta la stima. (Volete voi dipendere da’ suoi consigli?) (piano ad Orazio). (Questa è la mia massima; ascolto tutti, e poi fo a mio modo) (piano). Ditemi,  signor  Ottavio,  qual’è  la  commedia,  che  avete  destinato  di  fare domani a sera? Rosaura Ottavio Florindo Ottavio Rosaura 7 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Scena 3 Ottavio e Florindo. Florindo Ottavio Florindo Ottavio Florindo Ottavio Florindo Io crepo dalle risa. Voi ridete, e io bestemmierei. Non mi avete detto, che ci vuoi pazienza? Sí, la pazienza ci vuole, ma il veleno mi rode. Ecco il Pantalone. Caro amico, fatemi un piacere, andate a sollecitar coteste donne. Volentieri, anderò. Già preveggo di ritrovarle, o in letto, o alla tavoletta. Queste sono le loro principali incombenze, o riposare, o farsi belle (parte).
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Scena 4 Ottavio, poi Pantalone Ottavio Pantalone Ottavio Pantalone Ottavio Pantalone Ottavio Pantalone Ottavio Pantalone Ben levato signor Pantalone. Patron riverito. Che avete, che mi parete turbato? No so, gnanca mi. Me sento un certo tremazzo a torno, che me par d’aver la freve. Lasciate, ch’io senta il polso. Tolè pur, Compare, sappième dir, se el bate a tempo ordinario, o in tripola. Voi non avete febbre, ma il polso è molto agitato; qualche cosa avete, che vi disturba. Saveu cosa, che gh’ho? Una paura, che non so in che mondo che sia. Avete paura? Di che? Caro sior Ottavio, buttemo le burle da banda, e parlemo sul sodo. Le comOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
medie de carattere le ha butà sottosora el nostro mistier. Un povero commediante, che ha fatto el so studio segondo l’arte, e che ha fatto l’uso de dir all’improvviso ben mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar, e de dover dir el premedità, se el gh’ha reputazion, bisogna, che el ghe pensa, bisogna, che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre ogni volta, che se fa una niova commedia, dubitando, o de no saverla quanto basta, o de no sostegnir el carattere come xè necessario. Ottavio Siamo d’accordo, signor Pantalone, che questa nuova maniera di recitare esige maggior fatica, e maggior attenzione; ma quanto maggior riputazione ai comici acquista? Ditemi di grazia, con tutte le commedie dell’arte, avreste mai riscosso l’applauso, che avete avuto nell’Uomo Prudente, nell’Avvocato, nei  Due  gemelli, nel  Vero  Amico,  nei  Poeti,  nell’Avventuriere,  e  in tante altre, nelle quali il poeta si è compiaciuto di preeleggere il Pantalone? Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre. Me par sempre, che el sbalzo sia troppo grando, e me arecordo quei versi del Tasso: “Mentre ai voli troppo alti e repentini Sogliono i precipizi esser vicini”. Sapete il  Tasso? Si vede, che siete pratico di  Venezia, e del gusto di essa quanto al Tasso, che vi si canta quasi comunemente. Oh in materia de Venezia, so anca mi de barca menar. Vi siete divertito in essa da giovine? Che cade! Ho fatto un poco de tutto. Colle belle donne come ve la siete passata? E porto in me di quelle donne istesse Le onorate memorie ancora impresse. Bravo signor Pantalone; mi piace il vostro brio, la vostra giovialità; spesse volte vi sento cantare. Sior sí; co no gh’ho bezzi canto sempre. Fatemi un piacere, fino a tanto, che i nostri carissimi signori compagni ci favoriscono di venire, cantatemi una canzonetta. Dopo, che ho studià tre ore, volè che canta? Compatime, no ve posso servir. Già siamo soli, nessuno ci sente. In verità, che no posso; un’altra volta ve servirò. Fatimi questo piacere. Bramo di sentire, se state bene di voce. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Scena 5 Ottavio, poi Colombina. Ottavio Colombina Ottavio Colombina Dice cosí, ma è compiacente. Se farà di bisogno, son certo, ch’ei canterà. Riverisco il signor Ottavio. Oh, signora Colombina, vi sono schiavo; voi siete delle piú diligenti. Io faccio sempre volentieri il mio debito, e che ciò sia la verità osservate: siccome  la  parte,  che  mi  è  toccata  nella  commedia, che  oggi  si  prova,  è lunga un dito, ne ho presa un altra in mano, e a vado studiando. Bravissima, cosí mi piace. Di che commedia è la parte, che avete in mano? Questa è la parte di Catte nella Putta onorata. Ah, ah! vi piace quel caratterino di Pelarina? Sulla scena sí, ma fuori della scena no. Eh! o poco, o molto, le donne pelano sempre. Una volta pelavano, ma adesso son finiti i polastri. E pure si vede anche adesso dei giovanotti pelati fino all’osso. Sapete perché? Ve lo dirò io. Prima di tutto perché le penne son poche, poi una penna al giuoco, un’altra a crapola, una ai teatri, una ai festini; per le povere  donne  non  restano,  che  le  picciole  penne  matte,  e  qualche  volta tocca a noi altre a rivestire cotesti poveri spennacchiati. Voi ne avete mai rivestito alcuno? Oh io non son gonza. Certo, che saprete il fatto vostro, siete commediante. So il fatto mio quanto basta per non lasciarmi infinocchiare, per altro circa l’essere commediante, vi sono di quelle, che non girano il mondo; vi sono delle casalinghe, che ne fanno cento volte piú di noi.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Brighella e detti. Brighella Ottavio Brighella Ottavio Brighella Colombina Brighella Colombina Ottavio Colombina Ottavio Colombina Brighella l’è qua per servirla. Oh bravo. Son sta’ fin’adesso a discorrer con un poeta. Poeta? Di qual genere? Poeta comico. È un certo signor Lelio? Giusto el sior Lelio. È stato anche a trovar me, e subito che l’ho veduto, l’ho raffigurato per poeta. Per qual cagione? Perché era miserabile, e allegro. Da questi segni l’avete raffigurato per poeta? Sí, signore. I poeti a fronte delle miserie, si divertiscono colle Muse, e stanno allegri.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Mi hanno detto, ch’io venga allo sconcerto, e non ho mancato, anzi ero in una bottega, che bevevo il caffè, e per far presto, ho rotto la chiccara per servirla... Mi dispace d’essere stato cagione di questo male. Niente, niente, Post factum nullum consilium. (È  un  bell’umore  davvero)  (da  sé).  Mi  dica,  signor  Allecchino,  come  le piace Venezia? Niente affatto. No! Perché? Perché ieri sera son cascado in canale. Povero signore Arlecchino, come ha fatto? Vi dirò: siccome la navicella... Ma ella parla toscano? Sempre a rotta de collo. Il secondo zanni non deve parlar toscano. Caro signor, la me diga, in che linguaggio parla el secondo zane? Dovrebbe parlare bergamasco. Dovrebbe! Lo so anch’io dovrebbe. Ma come parla? Non lo so nemmen io. Vada dunque a imparare come parlano gl’Arlecchini, e poi venga a correggere noi. La lara, la lara (canticchiando con brio). (Fa ridere ancora me) (da sé). Ditemi un poco, come avete fatto a cadere in aqua? In tel smontar da una gondola, ho messo un piede in terra, e l’altro sulla banda della barca. La barca s’ha slontanà dalla riva, e mi de bergamasco son diventà venezian. Signor Arlecchino, domani a sera bisogna andar in scena colla commedia nuova. Son qua, muso duro, fazza tosta, gnente paura. Arriccordatevi, che non si recita piú all’antica. E nu reciteremo alla moderna.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Signor Lelio ancora qui? Sí mia signora, qual invaghita farfalla mi vo raggirando intorno al lume delle vostre pupille. Signore, se voi seguiterete questo stile, vi farete ridicolo. Ma i vostri libri, che chiamate generici non sono tutti pieni di questi concetti? I  miei  libri,  che  contenevano  tali  concetti  gli  ho  tutti  abbruciati,  e  cosí hanno fatto tutte quelle recitanti, che sono dal moderno gusto illuminate. Noi facciamo per lo piú commedie di carattere, premeditate, ma quando ci accade di parlare all’improvviso, ci serviamo dello stil familiare, naturale, e facile, per non distaccarsi dal verisimile. Quand’è cosí, vi darò io delle commedie scritte con uno stile sí dolce, che nell’impararle v’incanteranno. Basta che non sia stile antico, pieno d’antitesi, e di traslati. L’antitesi forse non fa bell’udire? Il contrapposto delle parole non suona bene all’orecchio? Fin che l’antitesi è figura, va bene; ma quando diventa vizio è insoffribile. Gli uomini della mia sorta, sanno dai vizi trar le figure, e mi dà l’animo di rendere una graziosa figura di repetizione la piú ordinaria cacofonia. Sentirò volontieri le belle produzioni dello spirito di lei. Ah, signora Rosaura, voi avete ad essere la mia sovrana, la mia stella, il mio nume. Questa figura mi pare iperbole. Andrò investigando colla mia piú fina retorica tutti i luoghi topici del vostro cuore. (Non vorrei, che la sua retorica intendesse di passare all’umanità) (da sé). Dalla vostra bellezza argomento fiosoficamente la vostra bontà. Piuttosto che filosofo, mi parete un bel matematico. Mi renderò speculativo nelle prerogative del vostro merito. Fallate il conto, siete un cattivo aritmetico. Spero, che colla perfezione dell’optica potrò speculare la vostra bellezza. Anche in questo siete un pessimo astrologo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
colla forza dell’esprimere prendono aria di novità. I nostri Italiani vogliono molto piú. Vogliono, che il carattere principale sia forte, originale, e conosciuto, che quasi tutte le persone, che formano gli episodi siano altrettanti caratteri; che l’intreccio sia mediocremente fecondo d’accidenti, e di novità.  Vogliono la morale mescolata coi sali, e colle facezie.  Vogliono il fine inaspettato, ma bene originato dalla condotta della commedia.  Vogliono tante infinite cose, che troppo lungo sarebbe il dirle, e solamente, coll’uso, colla pratica, e col tempo si può arrivar a conoscerle, e ad eseguirle. Lelio Ottavio Ma  quando  poi  una  commedia  ha  tutte  queste  buone  qualità,  in  Italia, piace a tutti? Oh signor no. Perché, siccome ognuno, che va alla commedia pensa in un modo particolare, cosí fa in lui vario effetto, secondo il modo suo di pensare. Al malinconico non piace la barzeletta; all’allegro non piace la moralità. Questa è la ragione per cui le commedie non hanno mai, e mai non averanno l’applauso universale. Ma la verità però si è, che quando sono buone, alla maggior parte piacciono, quando sono cattive quasi a tutti dispiacciono. Quand’è cosí, io ho una commedia di carattere di mia invenzione, che son sicuro che piacerà alla maggior parte. Mi pare d’avere osservati in essa tutti i precetti, ma quando non li avessi tutti adempiuti, son certo d’avere osservato il piú essenziale, che è quello della scena stabile. Chi vi ha detto, che la scena stabile sia un precetto essenziale? Aristotile. Avete letto Aristotile? Per dirla, non l’ho letto, ma ho sentito a dire cosí. Vi spiegherò io cosa dice Aristotile. Questo buon filosofo intorno alla commedia ha principiato a scrivere, manon ha terminato, e non abbiamo di lui, sopra talmateria, che poche imperfette pagine. Egli ha prescritta nella sua poetica l’osservanza della scena stabile rispetto alla tragedia, e non ha parlato  della  commedia.  Vi  è  chi  dice,  che  quanto  ha  detto  della  tragedia  si debba intendere ancora della commedia, e che se avesse terminato il trattato della commedia, avrebbe prescritta la scena stabile. Ma a ciò rispondesi, che  se  Aristotile  fosse  vivo  presentemente,  cancellerebbe  egli  medesimo quest’arduo  precetto,  perché  da  questo  ne  nascono  mille  assurdi,  mille improprietà,  e  indecenze.  Due  sorti  di  Commedia  distinguo:  commedia semplice, e commedia d’intreccio. La commedia semplice può farsi in iscena stabile.  La  commedia  d’intreccio  cosí  non  può  farsi  senza  durezza,  e improprietà. Gli antichi non hanno avuta la facilità, che abbiamo noi di
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
cambiar le scene, e per questo ne osservano l’unità. Noi avremo osservata l’unità  del  luogo,  semprecché  si  farà  la  commedia  in  una  stessa  città,  e molto piú se si farà in un’istessa casa; basta che non si vada da Napoli in Castiglia come senza difficoltà solevano praticar gli Spagnuoli, i quali oggidí principiano a correggere quest’abuso, e a farsi scrupolo della distanza, e del tempo.  Onde  concludo,  che  se  la  commedia  senza  stiracchiature,  o improprietà può farsi in siscena stabile, si faccia; ma se per l’unità della scena,  si  hanno  a  introdurre  degli  assurdi;  è  meglio  cambiar  la  scena,  e osservare le regole del verisimile. Lelio Ottavio Lelio Ottavio Ed io ho fatto tanta fatica per osservare questo precetto. Può essere, che la scena stabile vada bene. Qual è il titolo della vostra commedia? Il padre mezzano delle proprie figliuole. Oimè! Cattivo argomento. Quando il protagonista della commedia è di cattivo costume, o deve cambiar carattere contro i buoni precetti, o deve riescire la commedia stessa una scelleraggine. Dunque non si hanno a mettere sulla scena i cattivi caratteri per correggerli, e svergognarli? I cattivi caratteri si mettono in iscena, ma non i caratteri scandolosi, come sarebbe questo di un padre, che faccia il mezzano alle proprie figliuole. E poi quando si vuole introdurre un cattivo carattere in una commedia, si mette di fianco, e non in prospetto, che vale a dire, per episodio, in confronto del carattere virtuoso, perché maggiormente si esalti la virtú, e si deprima il vizio. Signor Ottavio, non so piú cosa dire. Io non ho altro da offerirvi. Mi spiace infinitamente, ma quanto mi avete offerito non fa per me. Signor Ottavio, le mie miserie sono grandi. Mi rincresce, ma non so come soccorrervi. Una cosa mi resta a offerirvi, e spero, che non vi darà il cuore di sprezzarla. Ditemi in che consiste? Nella mia stessa persona. Che cosa dovrei fare di voi? Farò il comico, se vi degnate accettarmi.
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Scena 4 Il Suggeritore con fogli in mano e cerino acceso; poi Rosaura ed Florinda. Suggeritore Rosaura Florindo Rosaura Suggeritore Rosaura Suggeritore Animo, signori, che l’ora vien tarda. Vengano a provare le loro scene. Tocca a Rosaura, e a Florindo. Eccomi, io son pronta. Son qui, suggerite (al Suggeritore). Avvertite bene, signor suggeritore: dove so la parte, suggerite piano, dove non la so, suggerite forte. Ma come farò io a conoscere dove la sa, e dove non la sa? Se sapete il vostro mestiere, l’avete a conoscere. Andate, e se mi farete sbagliare, povero voi. (Già, è l’usanza de’ commedianti: quando non sanno la parte, danno la colpa al suggeritore) (entra e va a suggerire).
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
A fare il comico. Ed io dovrò abbassarmi a tal segno? Signora mia, come state d’appetito? Alquanto bene. Ed io benissimo. Andiamo a desinare, che poi ne parleremo. Il capo di compagnia non mi ha mandato l’invito. Non importa: andiamo, che è galantuomo. Non vi rifiuterà. Ho qualche difficoltà. Se avete difficoltà voi, non l’ho io. Vado a sentire l’armonia de’ cucchiai, che è la piú bella musica di questo mondo (parte). Staffiere, che facciamo? Io ho una fame, che non posso piú. Andiamo, o non andiamo? Andiamo per amor del Cielo. Bisognerà superar la vergogna. Ma che farò? Mi lascierò persuadere a far la comica? Mi regolerò secondo la tavola dei commedianti. Già, per dirla, è tutto teatro, e di cattiva musica, può essere, ch’io diventi, mediocre comica. Quante mie compagne farebbero cosí, se potessero! È meglio guadagnarsi il pane colle sue fatiche, che dar occasione di mormorare (parte collo Staffiere).
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Oh questa è piú graziosa! Volete andar a ritrovare la vostra bella al mercato? Sí signore, al mercato. Mi figuro, che la mia bella sia una rivendugliola, e se mi aveste lasciato finire, avreste sentito nell’argomento, chi sono io, chi è colei, come ci siamo innamorati, e come penso di conchiudere le nostre nozze. Tutta questa roba volevate dire da voi solo? Vi serva di regola, che mai non si fanno gli argomenti della commedia da una sola persona in scena, non essendo verisimile, che un uomo, che parla solo, faccia a se stesso l’istoria de’ suoi amori, o dei suoi accidenti. I nostri comici solevano per lo piú nella prima scena far dichiarare l’argomento, o dal Pantalone col Dottore; o dal padrone con il servo, o dalla donna colla cameriera. Ma la vera maniera di far l’argomento delle commedie senza annoiare il popolo, si è dividere l’argomento stesso in piú scene, e a poco, a poco andarlo dilucidando, con piacere, e con sorpresa degli ascoltanti. Orsú,  signor  Ottavio,  all’improvviso  non  voglio  recitare.  Voi  avete  delle regole, che non sono comuni, ed io che sono principiante, le so meno degli altri. Reciterò nelle commedie studiate. Bene; ma vi vuol tempo avanti che impariate una parte, e che io vi possa sentire. Vi reciterò qualche cosa del mio. Benissimo; dite su, che v’ascolto. Vi reciterò un pezzo di commedia in versi. In versi? Mi dispiace. Eppure  le  buone  commedie  italiane  devono  essere  scritte  in  versi.  Cosí hanno fatto i nostri antichi, e cosí vogliono che si faccia alcuni moderni. Venero  gl’antichi,  rispetto  i  moderni,  ma  non  sono  di  ciò  persuaso.  La commedia deve essere in tutto verisimile, e non è verisimile, che le persone parlino in verso. Oh mi direte, il verso non si ha da conoscere, e dee all’orecchio  parer  prosa.  Se  non  si  ha  da  conoscere  il  verso,  se  deve  parer prosa, dunque scrivete in prosa. Non volete, che vi reciti questi versi? Recitateli pure. Ma ditemi in confidenza, sono vostri? Ho paura di no. E di chi sono?
Il Teatro comico di Carlo Goldoni
Orsú, signor Ottavio, io voglio essere comica, e mi raccomando alla vostra assistenza. Raccomandatevi  a  voi  medesima;  che  vale  a  dire,  studiate,  osservate  gli altri,  imparate  bene  le  parti,  e  sopra  tutto,  se  vi  sentite  a  fare  un  poco d’applauso, non v’insuperbite, e non vi date subito a credere di essere una gran donna. Se sentite a battere le mani, non ve ne fidate. Un tale applauso suol essere equivoco. Molti battono per costume, altri per passione, alcuni per genio, altri per impegno, e molti ancora, perché sono pagati dai protettori. Io protettori non ne ho. Siete stata cantatrice, e non avete protettori? Io non ne ho, e mi raccomando a voi. Io sono il capo di compagnia; io amo tutti ugualmente, e desidero, che tutti si facciano onore per il loro, e per il mio interesse: ma non uso parzialità a nessuno, e specialmente