vestigio

[ve-stì-gio]
In sintesi
orma del piede; traccia, segno
← dal lat. vestigĭu(m), deriv. di vestigāre ‘seguire le tracce’.
1
lett. Segno impresso sul terreno camminando; orma, impronta: e son l'istesse / vestigia ricalcate or nel ritorno, / che furon prima nel venire impresse (Tasso) || Piede
2
fig. Segno indicatore, indizio, traccia: non trovando Angelica in Parigi, / si parte, e va cercandone vestigi (Ariosto) || Esempio: seguire le vestigia paterne || Ricordo, memoria, documento di cosa passata: vestigi di un'antica civiltà; le vestigia di una fama cancellata dal tempo
3
spec. al pl. Ruderi: le sacre vestigia della Roma imperiale

Citazioni
certezza qual sarebbe questa risposta; e che intanto nessuna regola proibiva alla badessa e alle suore di manifestare la consolazione che sentivano di quella richiesta. S’alzò allora un frastono confuso di congratulazioni e d’acclamazioni. Vennero subito gran guantiere colme di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti. Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan la madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe che volesse venire alla grata del parlatorio, dove l’attendeva. Era accompagnata da due anziane; e quando lo vide comparire, “signor principe,” disse: “per ubbidire alle regole... per adempire una formalità indispensabile, sebbene in questo caso... pure devo dirle... che, ogni volta che una figlia chiede d’essere ammessa a vestir l’abito,... la superiora, quale io sono indegnamente,... è obbligata d’avvertire i genitori... che se, per caso... forzassero la volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi scuserà...” “Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo giusto... Ma lei non può dubitare...” “Oh! pensi, signor principe,... ho parlato per obbligo preciso,... del resto...” “Certo, certo, madre badessa.” Barattate queste poche parole, i due interlocutori s’inchinarono vicendevolmente, e si separarono, come se a tutt’e due pesasse di rimaner lì testa testa; e andarono a riunirsi ciascuno alla sua compagnia, l’uno fuori, l’altra dentro la soglia claustrale. Dato luogo a un po’ d’altre ciarle, “oh via,” disse il principe: “Gertrude potrà presto godersi a suo bell’agio la compagnia di queste madri. Per ora le abbiamo incomodate abbastanza.” Così detto, fece un inchino; la famiglia si mosse con lui; si rinnovarono i complimenti, e si partì. Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere. Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa della sua dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sé stessa, faceva tristamente il conto dell’occasioni, che le rimanevano ancora di dir di no; e prometteva debolmente e confusamente a sé stessa che, in questa, o in quella, o in quell’altra, sarebbe più destra e più forte. Con tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore di quel cipiglio del padre; talché, quando, con un’occhiata datagli alla sfuggita, poté chiarirsi che sul volto di lui non c’era più alcun vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli; questo è quello che poté il senno d’un uomo, contro la forza de’ tempi, e l’insistenza di molti. In quello stato d’opinioni, con l’idea del pericolo, confusa com’era allora, contrastata, ben lontana dall’evidenza che ci si trova ora, non è difficile a capire come le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse parte un po’ di debolezza della volontà, sono misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto l’errore all’intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti di que’ pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de’ quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Non trovo che il tribunale della sanità, né altri, facessero rimostranza né opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, a fine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d’uno scrittore, e d’uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento. Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, 179 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
ta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. Tra le carte del tempo della peste, che si conservano nell’archivio nominato di sopra, c’è una lettera (senza alcun altro documento relativo) in cui il gran cancelliere informa, sul serio e con gran premura, il governatore d’aver ricevuto un avviso che, in una casa di campagna de’ fratelli Girolamo e Giulio Monti, gentiluomini milanesi, si componeva veleno in tanta quantità, che quaranta uomini erano occupati  en este exercicio, con l’assistenza di quattro cavalieri bresciani, i quali facevano venir materiali dal veneziano, para la fábrica del veneno. Soggiunge che lui aveva preso, in gran segreto, i concerti necessari per mandar là il podestà di Milano e l’auditore della Sanità, con trenta soldati di cavalleria; che pur troppo uno de’ fratelli era stato avvertito a tempo per poter trafugare gl’indizi del delitto, e probabilmente dall’auditor medesimo, suo amico; e che questo trovava delle scuse per non partire; ma che non ostante, il podestà co’ soldati era andato a reconocer la casa, y a ver si hallará algunos vestigios, e prendere informazioni, e arrestar tutti quelli che fossero incolpati. La cosa dovè finire in nulla, giacché gli scritti del tempo che parlano de’ sospetti che c’eran su que’ gentiluomini, non citano alcun fatto. Ma pur troppo, in un’altra occasione, si credé d’aver trovato. I processi che ne vennero in conseguenza, non erano certamente i primi d’un tal genere: e non si può neppur considerarli come una rarità nella storia della giurisprudenza. Ché, per tacere dell’antichità, e accennar solo qualcosa de’ tempi più vicini a quello di cui trattiamo, in Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in  Torino, del 1599, e di nuovo, in quel medesim’anno 1630, furon processati e condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove qualcheduno, dove molti infelici, come rei d’aver propagata la peste, con polveri, o con unguenti, o con malìe, o con tutto ciò insieme. Ma l’affare delle così dette unzioni di Milano, come fu il più celebre, così è fors’anche il più osservabile; o, almeno, c’è più campo di farci sopra osservazione, per esserne rimasti documenti più circostanziati e più autentici. E quantunque uno scrittore lodato poco sopra se ne sia occupato, pure, essendosi lui proposto, non tanto di farne propriamente la storia, quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un assunto di maggiore, o certo di più immediata importanza, c’è parso che la storia potesse esser materia d’un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole; e non è qui il luogo di trattarla
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
frumento non pare, e perdesi lo frutto finalmente; così la mala oppinione ne la mente, non gastigata e corretta, sì cresce e multiplica sì che le spighe de la ragione, cioè la vera oppinione si nasconde e quasi sepulta si perde. Oh  com’è  grande  la  mia  impresa  in  questa  canzone,  a  volere  omai  così trifoglioso campo sarchiare come quello de la comune sentenza, sì lungamente da questa cultura abbandonato! Certo non del tutto questo mondare intendo, ma solo in quelle parti dove le spighe de la ragione non sono del tutto sorprese: cioè coloro dirizzare intendo ne’ quali alcuno lumetto di ragione per buona loro natura vive ancora, ché de li altri tanto è da curare quanto di bruti animali; però che non minore maraviglia mi sembra reducere a ragione [colui in cui è la luce di ragione] del tutto spenta, che reducere in vita colui che quattro dì è stato, nel sepulcro. Poi  che  la  mala  condizione  di  questa  populare  oppinione  è  narrata, subitamente, quasi come cosa orribile, quella percuot[o] fuori di tutto l’ordine de la riprovagione, dicendo: Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, a dare a intendere la sua intollerabile malizia, dicendo costoro mentire massimamente; però che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo: e pongo essemplo del cammino mostrato [e poscia errato]. Dove, a ciò mostrare, far mi conviene una questione, e rispondere a quella, in questo modo. Una pianura è con certi sentieri: campo con siepi, con fossati, con pietre, con legname, con tutti quasi impedimenti, fuori de li suoi stretti sentieri. Nevato è sì, che tutto cuopre la neve e rende una figura in ogni parte, sì che d’alcuno sentiero vestigio non si vede. Viene alcuno da l’una parte de la campagna e vuole andare a una magione che è da l’altra parte; e per sua industria, cioè per accorgimento e per bontade d’ingegno, solo da sé guidato, per lo diritto cammino si va là dove intende, lasciando le vestigie de li suoi passi diretro da sé. Viene un altro appresso costui, e vuole a questa magione andare, e non  li  è  mestiere  se  non  seguire  li  vestigi  lasciati;  e,  per  suo  difetto,  lo cammino che altri sanza scorta ha saputo tenere, questo scorto erra, e tortisce per li pruni e per le ruine, e a la parte dove dee non va. Quale di costoro si dee dicere valente? Rispondo: quegli che andò dinanzi. Questo altro come si chiamerà? Rispondo: vilissimo. Perché non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: perché non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui che,  non  avendo  alcuna  scorta,  non  fosse  ben  camminato;  ma  però  che questi l’ebbe, lo suo errore e lo suo difetto non può salire, e però è da dire non vile, ma vilissimo. E così quelli che dal padre o d’alcuno suo maggiore Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Non era via da vestito di cappa, ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sù montar di chiappa in chiappa. 35 E se non fosse che da quel precinto più che da l’altro era la costa corta, non so di lui, ma io sarei ben vinto. Ma perché Malebolge inver’ la porta del bassissimo pozzo tutta pende, lo sito di ciascuna valle porta 40 che l’una costa surge e l’altra scende; noi pur venimmo al fine in su la punta onde l’ultima pietra si scoscende. La lena m’era del polmon sì munta quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, anzi m’assisi ne la prima giunta. “Omai convien che tu così ti spoltre”, disse ’l maestro; “ché, seggendo in piuma, in fama non si vien, né sotto coltre; 50 sanza la qual chi sua vita consuma, cotal vestigio in terra di sé lascia, qual fummo in aere e in acqua la schiuma. E però leva sù: vinci l’ambascia con l’animo che vince ogne battaglia, se col suo grave corpo non s’accascia. 55 Più lunga scala convien che si saglia; non basta da costoro esser partito. Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia”. Leva’mi allor, mostrandomi fornito meglio di lena ch’i’ non mi sentìa; e dissi: “Va, ch’i’ son forte e ardito”. Su per lo scoglio prendemmo la via, ch’era ronchioso, stretto e malagevole, ed erto più assai che quel di pria.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Poi che di riguardar pasciuto fui, tutto m’offersi pronto al suo servigio 105 con l’affermar che fa credere altrui. Ed elli a me: “Tu lasci tal vestigio, per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, che Letè nol può tòrre né far bigio. Ma se le tue parole or ver giuraro, 110 dimmi che è cagion per che dimostri nel dire e nel guardar d’avermi caro”. E io a lui: “Li dolci detti vostri, che, quanto durerà l’uso moderno, faranno cari ancora i loro incostri”. 115 “O frate”, disse, “questi ch’io ti cerno col dito”, e additò un spirto innanzi, “fu miglior fabbro del parlar materno.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto V “S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore di là dal modo che ’n terra si vede, sì che del viso tuo vinco il valore, 5 non ti maravigliar; ché ciò procede da perfetto veder, che, come apprende, così nel bene appreso move il piede. Io veggio ben sì come già resplende ne l’intelletto tuo l’etterna luce, che, vista, sola e sempre amore accende; 10 e s’altra cosa vostro amor seduce, non è se non di quella alcun vestigio, mal conosciuto, che quivi traluce. Tu vuo’ saper se con altro servigio, per manco voto, si può render tanto che l’anima sicuri di letigio”. Sì cominciò Beatrice questo canto; e sì com’uom che suo parlar non spezza, continüò così ’l processo santo: 20 “Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e a la sua bontate più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, fu de la volontà la libertate; di che le creature intelligenti, e tutte e sole, fuoro e son dotate. 25 Or ti parrà, se tu quinci argomenti, l’alto valor del voto, s’è sì fatto che Dio consenta quando tu consenti; ché, nel fermar tra Dio e l’uomo il patto, vittima fassi di questo tesoro, tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Divina Commedia di Dante Alighieri
XXXIV Apollo, s’anchor vive il bel desio che t’infiammava a le thesaliche onde, et se non ài l’amate chiome bionde, volgendo gli anni, già poste in oblio: 5 dal pigro gielo et dal tempo aspro et rio, che dura quanto ’l tuo viso s’asconde, difendi or l’onorata et sacra fronde, ove tu prima, et poi fu’ invescato io; et per vertù de l’amorosa speme, che ti sostenne ne la vita acerba, di queste impressïon l’aere disgombra; sì vedrem poi per meraviglia inseme seder la donna nostra sopra l’erba, et far de le sue braccia a se stessa ombra. XXXV Solo et pensoso i più d eserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi. 5 Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d’alegrezza spenti di fuor si legge com’io dentro avampi: sì ch’io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch’è celata altrui. Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui.
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  135 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Francesco Petrarca   Canzoniere CLXII Lieti fiori et felici, et ben nate herbe che madonna pensando premer sòle; piaggia ch’ascolti sue dolci parole, et del bel piede alcun vestigio serbe; 5 schietti arboscelli et verdi frondi acerbe, amorosette et pallide vïole; ombrose selve, ove percote il sole che vi fa co’ suoi raggi alte et superbe; o soave contrada, o puro fiume, che bagni il suo bel viso et gli occhi chiari et prendi qualità dal vivo lume; quanto v’invidio gli atti honesti et cari! Non fia in voi scoglio omai che per costume d’arder co la mia fiamma non impari. CLXIII Amor, che vedi ogni pensero aperto e i duri passi onde tu sol mi scorgi, nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi, a te palese, a tutt’altri coverto. 5 Sai quel che per seguirte ò già sofferto: et tu pur via di poggio in poggio sorgi, di giorno in giorno, et di me non t’accorgi che son sì stanco, e ’l sentier m’è troppo erto. Ben veggio io di lontano il dolce lume ove aspre vie mi sproni et giri, ma non ò come tu da volar piume. Assai contenti lasci i miei desiri, pur che ben desïando i’ mi consume, né le dispiaccia che per lei sospiri.
Canzoniere di Francesco Petrarca
danno loro morte, come intervenne a questo lupo. S’e’  tiranni  lupigni  pensassino  alla  presente  novella,  più  tosto porterebbono vestigio e natura di pecorella che di lupo; ma la superbia e l’avarizia vuole che ciascuna città per li suoi peccati sia dilungata da’ giusti pastori e soggiaccia sotto a’ lupi rapaci, li quali sono nimici della justizia e amici della forza.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata prima  � ci  è  forse  alcuno  che  abbia  veduto  corrompersi  un  globo  terrestre  e rigenerarsene un altro? e non è egli ricevuto da tutti i filosofi, che pochissime  stelle  sieno  in  cielo  minori  della  Terra,  ma  bene  assaissime  molto  e molto maggiori? Il corrompersi dunque una stella in cielo non è minor cosa che destruggersi tutto il globo terrestre: però, quando per poter con verità introdur nell’universo la generazione e corruzione sia necessario che si corrompano e rigenerino corpi così vasti come una stella, toglietelo pur via del tutto, perché vi assicuro che mai non si vedrà corrompere il globo terrestre o  altro  corpo  integrale  del  mondo,  sì  che,  essendocisi  veduto  per  molti secoli decorsi, ei si dissolva in maniera, che di sé non lasci vestigio alcuno.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Ma, Dio buono, come, se ella si muove trasversalmente, la veggo io muoversi rettamente e perpendicolarmente? questo è pure un negare il senso manifesto; e se non si deve credere al senso, per qual altra porta si deve entrare a filosofare? Rispetto alla Terra, alla torre e a noi, che tutti di conserva ci moviamo, col moto diurno, insieme con la pietra, il moto diurno è come se non fusse, resta insensibile, resta impercettibile, è senza azione alcuna, e solo ci resta osservabile  quel  moto  del  quale  noi  manchiamo,  che  è  il  venire  a  basso lambendo  la  torre.  Voi  non  sete  il  primo  che  senta  gran  repugnanza  in apprender questo nulla operar il moto tra le cose delle quali egli è comune. Ora mi sovviene di certo mio fantasticamento, che mi passò un giorno per l’immaginativa mentre navigava nel viaggio di Aleppo, dove andava consolo della nostra nazione; e forse potrebb’esser di qualche aiuto, per esplicar questo nulla operare del moto comune ed esser come se non fusse per tutti i participanti di quello: e voglio, se così piace al signor Simplicio, discorrer seco quello che allora fantasticava da me solo. La novità delle cose che sento mi fa curioso, non che tollerante, di ascoltare: però dite pure. Se la punta di una penna da scrivere, che fusse stata in nave per tutta la mia navigazione da Venezia sino in Alessandretta, avesse avuto facultà di lasciar visibil segno di tutto il suo viaggio, che vestigio, che nota, che linea avrebb’ella lasciata? Avrebbe lasciato una linea distesa da Venezia sin là, non perfettamente diritta o, per dir meglio, distesa in perfetto arco di cerchio, ma dove più e dove meno flessuosa, secondo che il vassello fusse andato or più or meno fluttuando; ma questo inflettersi in alcuni luoghi un braccio o due, a destra o a sinistra, in alto o a basso, in una lunghezza di molte centinaia di miglia piccola alterazione arebbe arrecato all’intero tratto della linea, sì che a pena sarebbe stato sensibile, e senza error di momento si sarebbe potuta chiamare una parte d’arco perfetto. Sì che il vero, vero, verissimo moto di quella punta di penna sarebbe anco stato  un  arco  di  cerchio  perfetto,  quando  il  moto  del  vassello,  tolta  la fluttuazion dell’onde, fusse stato placido e tranquillo. E se io avessi tenuta continuamente quella medesima penna in mano, e solamente l’avessi talvolta mossa un dito o due in qua o in là, qual alterazione arei io arrecata a quel suo principale e lunghissimo tratto? Minore di quella che arrecherebbe a una linea retta lunga mille braccia il declinar in varii luoghi dall’assoluta rettitudine quanto è un occhio di pulce. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Quando dunque un pittore nel partirsi dal porto avesse cominciato a disegnar  sopra  una  carta  con  quella  penna,  e  continuato  il  disegno  sino  in Alessandretta, avrebbe potuto cavar dal moto di quella un’intera storia di molte figure perfettamente dintornate e tratteggiate per mille e mille versi, con paesi, fabbriche, animali ed altre cose, se ben tutto il vero, reale ed essenzial movimento segnato dalla punta di quella penna non sarebbe stato altro  che  una  ben  lunga  ma  semplicissima  linea;  e  quanto  all’operazion propria  del  pittore,  l’istesso  a  capello  avrebbe  delineato  quando  la  nave fusse stata ferma. Che poi del moto lunghissimo della penna non resti altro vestigio che quei tratti segnati su la carta, la cagione ne è l’essere stato il gran moto da Venezia in Alessandretta comune della carta e della penna e di tutto  quello  che  era  in  nave;  ma  i  moti  piccolini,  innanzi  e  ‘n  dietro,  a destra ed a sinistra, comunicati dalle dita del pittore alla penna e non al foglio, per esser proprii di quella, potettero lasciar di sé vestigio su la carta, che a tali movimenti restava immobile. Così parimente è vero, che movendosi la Terra, il moto della pietra, nel venire a basso, è stato realmente un lungo tratto di molte centinaia ed anco di molte migliaia di braccia, e se avesse potuto segnare in un’aria stabile o altra superficie il tratto del suo corso, averebbe lasciata una lunghissima linea trasversale; ma quella parte di tutto questo moto che è comune del sasso, della torre e di noi, ci resta insensibile e come se non fusse, e solo rimane osservabile quella parte della quale né la torre né noi siamo partecipi, che è in fine quello con che la pietra, cadendo, misura la torre. Sottilissimo pensiero per esplicar questo punto, assai difficile per esser capito da molti. Or, se il signor Simplicio non vuol replicar altro, possiamo passare all’altre esperienze, lo scioglimento delle quali riceverà non poca agevolezza dalle cose dichiarate sin qui. Io non ho che dir altro, ed era mezo astratto su quel disegno, e sul pensare come quei tratti tirati per tanti versi, di qua, di là, in su, in giù, innanzi, in dietro,  e  ‘ntrecciati  con  centomila  ritortole,  non  sono,  in  essenza  e realissimamente,  altro  che  pezzuoli  di  una  linea  sola  tirata  tutta  per  un verso  medesimo,  senza  verun’altra  alterazione  che  il  declinar  dal  tratto dirittissimo talvolta un pochettino a destra e a sinistra e il muoversi la punta della penna or più veloce ed or più tarda, ma con minima inegualità: e considero che nel medesimo modo si scriverebbe una lettera, e che questi scrittori più leggiadri, che, per mostrar la scioltezza della mano, senza staccar  la  penna  dal  foglio,  in  un  sol  tratto  segnano  con  mille  e  mille ravvolgimenti una vaga intrecciatura, quando fussero in una barca che velocemente scorresse, convertirebbero tuttoil moto della penna, che in es-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � vestigio di simile effetto dovrebbe vedersi nelle stelle dell’eclittica. Sagredo Due quesiti contien questa vostra domanda, a i quali convien ch’io risponda: il primo riguarda l’imputazione, che mi date, di simulatore; l’altro è di quello che possa apparir nelle stelle, etc. Quanto al primo, dirò con vostra pace che non è vero ch’io abbia simulato di non intender la nullità di quella instanza; e per assicurarvi di ciò, vi dic’ora che benissimo capisco tal nullità. Ma non capisco già io come possa essere che voi non parlaste simulatamente, quando dicevi di non intender quella tal fallacia, la quale confessate ora di intender benissimo. La confessione stessa d’intenderla può assicurarvi ch’io non simulavo, mentre dicevo di non l’intendere; perché quando io avessi voluto e volessi simulare, chi potria tenermi ch’io non continuassi nella medesima simulazione, negando tuttavia di intender la fallacia? Dico dunque che non l’intendevo allora,  ma  che  ben  la  capisco  al  presente,  mercé  dell’avermi  voi  destato l’intelletto, prima co ‘l dirmi risolutamente che ella non è nulla, e poi co ‘l cominciare a interrogarmi così alla larga, che cosa fusse quella per la quale io conosceva la stazione e retrogradazione de’ pianeti: e perché questo si conosce dalla conferenza che si fa di essi con le stelle fisse, in relazion delle quali si veggono variare lor movimenti or verso occidente ed or verso oriente e tal ora restar come immobili, e perché sopra la sfera stellata non ve n’è altra immensamente più remota, ed a noi visibile, con la quale possiamo conferir le nostre stelle fisse, però vestigio niuno possiamo noi scorger nelle fisse, che risponda a quello che ci apparisce ne’ pianeti. Questo penso io che sia quel tanto che voi mi volevi cavar di bocca. Questo è, con la giunta da vantaggio della vostra sottilissima arguzia. E se io con un piccol motto vi apersi la mente, voi con un altro fate sovvenire a me, non esser del tutto impossibile che qualche cosa in qualche tempo si trovasse osservabile tra le fisse, per la quale comprender si potesse in chi risegga l’annua conversione, talché esse ancora non men de i pianeti e del Sole  stesso,  volesser  comparire  in  giudizio  a  render  testimonianza  di  tal moto a favor della Terra: perch’io non credo che le stelle siano sparse in una sferica superficie, egualmente distanti da un centro, ma stimo che le loro lontananze da noi siano talmente varie, che alcune ve ne possano esser 2 e 3 volte più remote di alcune altre; talché, quando si trovasse co ‘l telescopio qualche piccolissima stella vicinissima ad alcuna delle maggiori, e che però quella  fusse  altissima,  potrebbe  accadere  che  qualche  sensibil  mutazione succedesse tra di loro, rispondente a quella de i pianeti superiori. E tanto sia detto per ora circa il particolare delle stelle poste nell’eclittica: venghiamo ora alle fisse poste fuora dell’eclittica, ed intendiamo un cerchio massimo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Non so se il ritorno vostro a i soliti ragionamenti sia realmente stato più tardo  del  consueto,  o  pur  se  ‘l  desiderio  di  sentire  i  pensieri  del  signor Salviati intorno a materia tanto curiosa me l’abbia fatto parer tale. Mi sono per una grossa ora trattenuto alla finestra, aspettando di momento in momento di vedere spuntar la gondola, che avevo mandato a levarvi. Credo veramente che l’imaginazion vostra, più che la nostra tardanza, abbia allungato il tempo; e per non lo prolungar più, sarà bene che, senza interporre altre parole, venghiamo al fatto, e mostriamo come la natura ha permesso (o sia che la cosa in rei veritate stia così, o pur per ischerzo e quasi per pigliarsi giuoco de’ nostri ghiribizzi), ha, dico, permesso, che i movimenti, per ogni altro rispetto che per sodisfare al flusso e reflusso del mare attribuiti  gran  tempo  fa  alla  Terra,  si  trovino  ora  tanto  aggiustatamente servire alla causa di quello, e come vicendevolmente il medesimo flusso e reflusso comparisca a confermare la terrestre mobilità: gli indizii della quale sin  ora  si  son  presi  dalle  apparenze  celesti,  essendo  che  delle  cose  che accaggiono in Terra, nessuna era potente a stabilir più questa che quella sentenza, sì come a lungo abbiamo già esaminato, con mostrare che tutti gli accidenti terreni, per i quali comunemente si tiene la stabilità della Terra e mobilità del Sole e del firmamento, devono apparire a noi farsi sotto le medesime sembianze posta la mobilità della Terra e fermezza di quelli; il solo elemento dell’acqua, come quello che è vastissimo e che non è annesso e concatenato al globo terrestre, come sono tutte l’altre sue parti solide, anzi che per la sua fluidezza resta in parte sui iuris e libero, rimane, tra le cose sullunari, nel quale noi possiamo riconoscere qualche vestigio ed indizio di quel che faccia la Terra in quanto al moto o alla quiete. Io, doppo aver più e più volte meco medesimo esaminati gli effetti ed accidenti, parte veduti e parte intesi da altri, che ne i movimenti dell’acque si osservano, e più lette e sentite le gran vanità prodotte da molti per cause di tali accidenti, mi son quasi sentito non leggiermente tirare ad ammettere queste due conclusioni (fatti però i presupposti necessari): che quando il globo terrestre sia immobile, non si possa naturalmente fare il flusso e reflusso del mare; e che quando al medesimo globo si conferiscano i movimenti già assegnatili, è necessario che il mare soggiaccia al flusso e reflusso, conforme a tutto quello che in esso viene osservato. La proposizione è grandissima, sì per se stessa, sì per quello ch’ella si tira in conseguenza; onde io tanto più attentamente ne starò a sentire la dichiarazione e confermazione. Perché nelle questioni naturali, delle quali questa, che abbiamo alle mani, ne è una, la cognizione de gli effetti è quella che ci conduce all’investigazioOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
dalla nostra inclinazione al primitivo. E questa medesima fa che qualora ci abbattiamo in oggetti non tocchi dall’incivilimento, quivi e in ogni reliquia e  in  ogni  ombra  della  prima  naturalezza,  quasi  soprastando, giocondissimamente ci compiacciamo con indistinto desiderio; perché la natura ci chiama e c’invita, e se ricusiamo, ci sforza, la natura vergine e intatta, contro la quale non può sperienza né sapere né scoperte fatte, né costumi cambiati né coltura né artifizi né ornamenti, ma nessuna né splendida né grande né antica né forte opera umana soverchierà mai né pareggerà, non che altro, un vestigio dell’opera di Dio. E che questo che ho detto, sia vero, chi è di noi, non dico poeta non musico non artefice non d’ingegno grande e sublime, dico lettore di poeti e uditore di musici e spettatore d’artefici, dico qualunque non è così guasto e disumanato e snaturato che non senta più la forza di nessuna fuorché lorda o bassa inclinazione umana e naturale, - chi è che non lo sappia e non lo veda e non lo senta e non lo possa confermare col racconto dell’esperienza propria certissima e frequentissima? E se altri mancano, chiamo voi, Lettori, in testimonio, chiamo voi stesso o Cavaliere: non può mancare a voi quell’esperienza ch’io cerco, non può ignorare il cuor vostro quei moti ch’io dico, non può essere che la natura incorrotta, che il primitivo, che la candida semplicità, che la lezione de’ poeti antichi non v’abbia inebbriato mille volte di squisitissimo diletto; voi fatemi fede che come le forme primitive della natura non sono mutate né si muteranno, così l’amore degli uomini verso quelle non è spento né si spegnerà prima della stirpe umana. Ma che vo io cercando cose o minute o scure o poco note, potendo dirne una più chiara della luce, e notissima a chicchessia, della quale ciascuno, ancorché non apra bocca, mi debba essere testimonio? Imperocché quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura de’ nostri alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna; quando ciascun oggetto che vedevamo ci pareva che in certo modo accennando, quasi mostrasse di volerci favellare; quando in nessun luogo soli, interrogavamo le immagini e le pareti e gli alberi e i fiori e le nuvole, e abbracciavamo sassi e legni, e quasi ingiuriati malmenavamo e quasi beneficati carezzavamo cose incapaci d’ingiuria e di benefizio; quando la maraviglia
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.
Operette morali di Giacomo Leopardi
Or  ecco  quello,  ch’ha  varcato  l’aria,  penetrato  il  cielo,  discorse  le  stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiongere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossì al cospetto d’ogni senso e raggione, co’ la chiave di solertissima inquisizione aperti  que’  chiostri  de  la  verità,  che  da  noi  aprir  si  posseano,  nudata  la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l’imagin sua in tanti specchi che da ogni lato gli s’opponeno, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti, risaldati i zoppi che non valean far quel progresso col spirto che non può far l’ignobile e dissolubile composto, le rende non men presenti che si fussero proprii abitatori del sole, de la luna ed altri nomati astri, dimostra quanto siino simili o dissimili, maggiori o peggiori quei corpi che veggiamo lontano a quello che n’è appresso ed a cui siamo uniti, en’apre gli occhi a veder questo nume, questa nostramadre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre lei essere un  corpo  senza  alma  e  vita,  ad  anche  feccia  tra  le  sustanze  corporali.  A questo modo sappiamo che, si noi fussimo ne la luna o in altre stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e forse in peggiore; come possono  esser  altri  corpi  cossì  buoni,  ed  anco  megliori  per  se  stessi,  e  per  la maggior felicità de’ propri animali. Cossì conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti  numi,  che  son  quelle  tante  centenaia  de  migliaia,  ch’assistono  al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più impriggionata la nostra raggione coi ceppi de’ fantastici mobili  e  motori  otto,  nove  e  diece.  Conoscemo,  che  non  è  ch’un  cielo, un’eterea reggione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la participazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scuoprire l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero e vivo vestigio de l’infinito vigore; ed abbiamo dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso e dentro di sé, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna. Cossì si può tirar a certo meglior proposito quel che disse il Tansillo quasi per certo gioco: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
— ed alcuni altri piccoli ceremoni (tra’ quali vi fu questo da ridere, che ad un de’ nostri essendo presentato l’ultimo loco, e lui pensando che là fusse il capo, per umiltà voleva andar a seder dove sedeva il primo; e qua si fu un picciol pezzo di tempo in contrasto tra quelli che per cortesia lo voleano far sedere ultimo, e colui che per umiltà volea seder il primo); in conclusione, messer Florio seddé a viso a viso d’un cavalliero, che sedeva al capo de la tavola; il signor Folco a destra de messer Florio; io e il Nolano a sinistra de messer Florio; il dottor Torquato a sinistra del Nolano; il dottor Nundinio a viso a viso del Nolano. Qua, per grazia di Dio, non viddi il ceremonio di quell’urciuolo o becchieri, che suole passar per la tavola a mano a mano, da alto a basso, da sinistra a destra, ed altri lati, senza altro ordine che di conoscenza e cortesia da montagne; il quale, dopo che quel, che mena il ballo, se l’ha tolto di bocca, e lasciatovi quella impannatura di pinguedine, che può ben servir per colla, appresso beve questo e vi lascia una mica di pane, beve quell’altro e v’affigge all’orlo un frisetto di carne, beve costui e vi scrolla un pelo de la barba; e cossì, con bel disordine, gustandosi da tutti la bevanda, nessuno è tanto malcreato, che non vi lasse qualche cortesia de le reliquie, che tiene circa il mustaccio. Or, se a qualcuno, o perché non abbia stomaco, o perché faccia del grande, non piacesse di bere, basta che solamente se l’accoste tanto a la bocca, che v’imprima un poco di vestigio de le sue labbra ancora. Questo si fa a fine, che sicome tutti son convenuti a farsi un carnivoro lupo col mangiar d’un medesmo corpo d’agnello, di capretto, di montone o di un Grunnio Corocotta; cossì, applicando tutti la bocca ad un medesimo bocale, venghino a farsi una sanguisuga medesima, in segno d’una urbanità, una fratellanza, un morbo, un cuore, un stomaco, una gola e una bocca. E ciò si pone in effetto con certe gentilezze e bagattelle, che è la più bella comedia del mondo a vederlo, e la più cruda e fastidiosa tragedia a trovarvisi un galantuomo in mezzo, quando stima esser ubligato a far, come fan gli altri, temendo esser tenuto incivile e discortese; perché qua consiste tutto  il  termine  della  civilità  e  cortesia.  Ma,  perché  questa  osservanza  è rimasta nelle più basse tavole, e in queste altre non si trova oltre, se non con certa raggione più veniale, per tanto, senza guardare ad altro, lasciamoli cenare; e domani parlaremo di quel ch’occorse dopo cena. A rivederci. A Dio. Valete.
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
si fanno sul muro, quelle che vanno in campo bianco. Non ci essendo il campo di stucco, per non essere bianca la calce, si dà loro per tutto sottilmente il campo di bianco; e fatto ciò, si spolverano e si lavorano in fresco di colori sodi, perché non arebbono mai la grazia ch’hanno quelle che si lavorano su lo stucco. Di questa spezie possono essere grottesche grosse e sottili, le quali vengono fatte nel medesimo modo che si lavorano le figure a fresco o in muro. Capitolo 27 Come si lavorino le grottesche su lo stucco. Le grottesche sono una specie di pittura licenziosa e ridicola molto, fatte dagl’antichi per ornamenti di vani, dove in alcuni luoghi non stava bene altro che cose in aria; per il che facevano in quelle tutte sconciature di monstri per strattezza della natura e per gricciolo e ghiribizzo degli artefici, i quali fanno in quelle cose senza alcuna regola, apiccando a un sottilissimo filo un peso che non si può reggere, a un cavallo le gambe di foglie, a un uomo le gambe di gru et infiniti sciarpelloni e passerotti; e chi più stranamente se gli immaginava, quello era tenuto più valente. Furono poi regolate, e per fregi e spartimenti fatto bellissimi andari; così di stucchi mescolarono quelle con la pittura. E sì inanzi andò questa pratica, che in Roma et in ogni luogo dove i Romani risedevano, ve n’è ancora conservato qualche vestigio. E nel vero che tocche d’oro et intagliate di stucchi, elle sono opera allegra e dilettevole a vedere. Queste si lavorano di quattro maniere: che l’una lavora lo stucco schietto, l’altra fa gli ornamenti soli di stucco e dipigne le storie ne’ vani e le grottesche ne’ fregi; la terza fa le figure parte lavorate di stucco e parte dipinte di bianco e nero, contrafacendo cammei et altre pietre. E di questa spezie grottesche e stucchi se n’è visto e vede tante opere lavorate da’ moderni, i quali con somma grazia e bellezza hanno adornato le fabbriche più notabili di tutta la Italia, che gli antichi rimangono vinti di grande spazio. E la ultima lavora di acquerello in su lo stucco, campando il lume con esso et ombrandolo con diversi colori. Di tutte queste sorti, che si difendono assai da ‘l tempo, se ne veggono delle antiche in infiniti luoghi a Roma et a Pozzuolo vicino a Napoli. Et ancora questa ultima sorte si può benissimo lavorare con colori sodi a fresco, e si lascia lo stucco bianco per campo a tutte queste, che nel vero hanno in sé bella grazia; e fra esse si mescolano paesi, che molto danno
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
sche le pitture che vi si veggono al presente. Finiti gli Ostrogotti, che da Narse furono spenti, abitandosi per le rovine di Roma in qualche maniera pur malamente, venne dopo cento anni Costante secondo Imperatore di Costantinopoli, e ricevuto amorevolmente da i Romani, guastò, spogliò e portossi via tutto ciò che nella misera città di Roma era rimaso più per sorte che per libera volontà di coloro che l’avevono rovinata. Bene è vero che e’ non potette godersi di questa preda, perché, da la tempesta del mare trasportato nella Sicilia, giustamente occiso da i suoi, lasciò le spoglie, il regno e la vita, tutto in preda della fortuna. La quale, non contenta ancora de’ danni di Roma, perché le cose tolte non potessino tornarvi già mai, vi condusse una armata di Saracini, a’ danni dell’isola; i quali e le robe de’ Siciliani e le stesse spoglie di Roma se ne portorono in Alessandria, con grandissima vergogna e danno della Italia e del Cristianesimo. E così tutto quello che non avevono guasto i pontefici, e San Gregorio massimamente, il quale si dice che messe in bando tutto il restante delle statue e delle spoglie degli edificii, per le mani di questo sceleratissimo greco finalmente capitò male. Di maniera che, non trovandosi più né vestigio né indizio di cosa alcuna che avesse del buono, gl’uomini  che  vennono  appresso,  ritrovandosi  rozzi  e  materiali,  e particularmente nelle pitture e nelle scolture, incitati dalla natura et assottigliati dall’aria, si diedero a fare, non secondo le regole dell’arti predette, che non le avevano, ma secondo la qualità degli ingegni loro. E così nacquero da le lor mani quei fantocci e quelle goffezze, che nelle case vecchie ancora oggi appariscono. Il medesimo avvenne de la architettura; perché, bisognando pur fabricare et essendo smarrita in tutto la forma et il modo buono per gl’artefici morti, e per l’opere distrutte e guaste, coloro che si diedero a tale esercizio non edificavano cosa, che per ordine o per misura avesse grazia, né disegno, né ragion alcuna. Onde ne vennero a risorgere nuovi architetti, che delle loro barbare nazioni fecero il modo di quella maniera di edifici ch’oggi da noi son chiamati tedeschi, i quali facevano alcune cose più tosto a noi moderni ridicole, che a loro lodevoli; finché la miglior forma trovarono poi i migliori artefici, come si veggono di quella maniera per tutta Italia le più vecchie chiese, e non antiche, che da essi furono edificate, sì com’in Pisa la pianta del duomo da Buschetto Greco da Dulichio architetto, edificata nel MXVI; a onore del quale furono fatti, per commemorazione del troppo esser valente in quella età rozza, questi versi oggi in duomo di Pisa alla sua sepoltura:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
la facciata di Orvieto e la tavola di marmo del Vescovado di Arezzo, et in Pisa nel Duomo, et a Milano nel Duomo, e per la città in diversi luoghi. Ora mentre che la fama di Iacopo si andava così dilatando, egli venne in Fiorenza, e sopra la porta del fianco di Santa Maria del Fiore, che va a la Nunziata, fece di marmo una Assunta, la quale con tanta grazia e con tanta bontà a fine condusse che oggi quella opera è guardata da gli artefici nostri per cosa maravigliosa; et in ogni età il medesimo sempre è stata tenuta. Veggonsi le movenzie delle sue figure con una grazia e con una bontà espresse, e le pieghe de’ panni suoi con bellissimo andare di falde, e maestrevole circondar d’ignudo a perfetta fine mirabilissimamente condotte. Figurò in tale opra Iacopo un San Tomaso che la cintola piglia, e dall’altra banda fece uno orso che monta su un pero; del significato del quale, perché variamente sentono gli uomini, dirò sicuramente io ancora una mia opinione, lasciandone tuttavolta il giudizio libero a chi sa trarne miglior costrutto. Pare a me che e’ volesse intendere che il diavolo, significato per l’orso ancora che egli salga nelle cime degli alberi, ciò è a la altezza di qualsivoglia santo, perché in ciascuno truova qualche cosa del suo, non riconosce nientedimanco in questa Vergine gloriosissima né vestigio né segno alcuno, dove egli abbia punto che fare, e però ancora che inalberato, si rimane giù basso, dove ella ascende sopra le stelle. E chi di questo non si contenta, contentisi almeno de la risposta che a Luciano già fece Omero de ‘l principio del suo poema, ciò è che gli venne allora a proposito, di fare così. Ècci opinione di molti che questa opera fusse di mano di Nanni d’Antonio di Banco fiorentino; la qual cosa non può essere, prima, perché Nanni non lavorò le cose sue in tanta perfezzione, l’altra, la maniera è da la sua differente et alle cose di Iacopo molto più somiglia. Trovasi nella allogazione delle porte di San Giovanni, Iacopo essere stato di quelle in concorrenza fra i maestri ch’a tal lavoro furono eletti, in far saggio d’una storia et era egli stato in Fiorenza quattro anni, innanzi che tale opera s’allogasse. Dove non si vedendo altra opra di suo, se non questa, è sforzato ognuno a credere che ella sia più condotta da Iacopo che da Nanni. Tornatosene poi a Siena, et in quella dimorando, dalla Signoria di detta città gli fu fatta allogazione della superba fonte di marmo fatta su la piazza publica dirimpetto al palazzo loro; la quale opra fu di prezzo di ducati duo milia e dugento; et in quella usò artificio e bontà che gli diede tanto nome che sempre fu nominato, e vivo e morto, Iacopo de la Fonte Sanese. Intagliò in detta opera le virtù teologiche con dolce e delicata maniera nelle arie loro con istorie del Testamento vecchio: ciò è la creazione d’Adamo e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Lorenzo, non fu finita né quella né l’altre, intervenendo la morte di esso Lorenzo. E poi ancora poco viva in piede rimase tal fabrica, che nel MDXXX per lo assedio di Fiorenza fu rovinata e buttata in terra insieme col borgo, che di fabbriche molto belle aveva piena  tutta la piazza; et al presente alcun vestigio non vi si vede né di casa né di chiesa né di convento. Successe in quel tempo la morte del Re di Napoli, e Giuliano Gondi ricchissimo mercante fiorentino se ne tornò a Fiorenza, e dirimpetto a S. Firenze, di sopra dove stanno i lioni di componimento rustico fece fabricare un palazzo da Giuliano, col quale per la gita di Napoli aveva stretta dimestichezza. Questo palazzo doveva fare la cantonata finita e voltare verso la Mercatanzia Vecchia, ma la morte di Giuliano Gondi la fece fermare. Fece per un viniziano fuor de la porta a’ Pinti in Camerata un palazzo, et ancora a’ privati cittadini molte case, delle quali non accade far menzione. Avvenne che al Magnifico Lorenzo tirato da l’utilità del publico e da l’ornamento del secolo, per lasciar fama e memoria oltre alle infinite che procacciate si aveva, venne il bel pensiero di fare la fortificazione del Poggio Imperiale sopra Poggibonzi su la strada di Roma, per farci una città, la quale non volse disegnare senza il consiglio e disegno di Giuliano; e per lui fu cominciata quella  fabbrica  famosissima,  nella  quale  fece  quel  considerato  ordine  di fortificazione e di bellezza che oggi veggiamo. Le quali opere gli diedero tal fama, che dal Duca di Milano acciò che gli facesse il modello d’un palazzo per lui, fu per il mezzo poi di Lorenzo condotto a Milano, dove non meno fu onorato Giuliano dal duca, che e’ si fusse stato onorato prima dal re quando lo fece chiamare a Napoli. Per che presentando egli il modello per parte del Magnifico Lorenzo riempié quel duca di stupore e di maraviglia nel vedere in esso l’ordine e la distribuzione di tanti begli ornamenti, e con arte tutti e con leggiadria accomodati ne’ luoghi loro. Il che fu cagione, che, procacciate tutte le cose a ciò necessarie, si cominciasse a metterlo in opera. Fu trovato da Giuliano Lionardo da Vinci, che lavorava col duca, e parlarono del getto che far voleva del suo cavallo, disputando de la impossibilità; di che n’ebbe bonissimi documenti. La quale opra fu messa in pezzi per la venuta de’ Francesi, e così il cavallo non si finì, né ancora si poté finire il palazzo. Ritornò a Fiorenza, dove trovò che Antonio suo fratello, che gli serviva ne’ modegli, era divenuto cotanto egregio, che nel suo tempo non c’era chi lavorasse et intagliasse meglio di esso, e massimamente crocifissi di legno
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Battista Guarini   Il Pastor fido   Atto secondo 105 110 115 120 125 130 135 140 e l’arco e la faretra al fianco mi sospende; e m’insegna a mentir parole e sguardi, e sembianti nel volto, in cui non era di lanugine ancora pur un vestigio solo. E, quando ora ne fue, seco là mi condusse, ove solea la bella ninfa diportarsi, e dove trovammo alcune nobili e leggiadre vergini di Megara, e di sangue e d’amor, siccome intesi, a la mia dea congiunte. Tra queste ella si stava sì come suol tra le violette umìli nobilissima rosa; e, poi che ‘n quella guisa state furono alquanto, senz’altro far di più diletto o cura, levossi una donzella di quelle di Megara, e così disse: “Dunque in tempo di giochi e di palme sì chiare e sì famose, starem noi neghittose? Dunque non abbiam noi armi da far tra noi finte contese così ben come gli uomini? Sorelle, se ‘l mio consiglio di seguir v’aggrada, proviam oggi tra noi così da scherzo noi le nostr’armi, come contra gli uomini, allor che ne fie tempo, l’userem da dovero. Bacianne, e si contenda tra noi di baci; e quella, che d’ogni altra baciatrice più scaltra, li saprà dar più saporiti e cari, n’avrà per sua vittoria
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
ch’a me promesso, fu donato altrui; e quando la bellissima ghirlanda, che donata i’ t’avea, donasti a Niso; e quando, a la caverna, al bosco, al fonte facendomi vegghiar le fredde notti, m’hai schernito e beffato, allor ti parvi gentile, ah, scelerata? Or pagherai, credimi, or pagherai di tutto il fio. Tu mi strascini, oimè! come s’i’ fussi una giovenca. Tu ‘l dicesti a punto. Scòtiti pur, se sai; già non tem’io che quinci or tu mi fugga: a questa presa non ti varranno inganni. Un’altra volta ten fuggisti, malvagia; ma se ‘l capo qui non mi lasci, indarno t’affatichi d’uscirmi oggi di man. Deh! non negarmi tanto di tempo almen, che teco i’ possa dir mia ragion comodamente. Parla. Come vuoi tu ch’io parli, essendo presa? Lasciami. Ch’i’ ti lasci? I’ ti prometto la fede mia di non fuggir. Qual fede, perfidissima femmina? ancor osi parlar meco di fede? I’ vo’ condurti ne la più spaventevole caverna di questo monte, ove non giunga mai raggio di sol, non che vestigio umano. Del resto non ti parlo; il sentirai. Farò con mio diletto e con tuo scorno quello strazio di te, che meritasti.
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto sesto Q XXXIX Ciò detto, per incognito sentiero, là dove altrui vestigio il suol non serba, ma serba il prato entro ‘l suo grembo intero intatto il fiore, inviolata l’erba, colà dentro lo scorge, ov’al verziero fa corona il gran muro alta e superba, e di pietre sì lucide la tesse, che tutto il bel giardin, si specchia in esse. Per lungo tratto a guisa di corona da ciascun fianco il bel giardin si spande, dove in ogni stagion Flora e Pomona guidano danze e trecciano ghirlande. Il muro principal che l’imprigiona tetto ricopre a meraviglia grande, sostenuto da un ordine leggiadro d’alte colonne e compartito in quadro. Da quattro galerie per quattro grate, che cancelli han d’or fin, s’esce negli orti, dove prendono ognor schiere beate di ninfe e di pastor vari diporti e, passando in piaceri un’aurea etate, fanno giochi tra lor di tante sorti quante suol forse celebrarne apena nele vigilie sue la bella Siena. Forman parte di lor, sedendo sotto gran tribuna di fronde, un cerchio lieto, e l’un al’altro sussurrando un motto dentro l’orecchie, taciturno e cheto, de’ suoi chiusi pensier non interrotto scopre a chi più gli piace ogni secreto. Con questa invenzion chieste e concesse si patteggian d’amor varie promesse.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Vedi que’ duo, l’un giovinetto adorno, candido e biondo e con serene ciglia; l’altra femina e bruna, e vanno intorno e si tengono in mezzo una lor figlia; son color, se nol sai, la Notte e ‘l Giorno e l’Aurora è tra lor bianca e vermiglia; or mira quelle tre, che tutto han pieno di gomitoli d’accia il lembo e ‘l seno; quelle le Parche son, per cui laggiuso è filata la vita a tutti voi; nel suo volto guardar sempre han per uso, tutte dependon sol da’ cenni suoi; quella tien la conocchia e questa il fuso, l’altra torce lo stame e ‘l tronca poi. Vedi la Verità, figlia del vecchio, ch’innanzi agli occhi gli sostien lo specchio. Quanto in terra si fa, là dentro ei mira e del’altrui follie nota gli essempi; vede l’umana ambizion ch’aspira in mille modi a fargli oltraggi e scempi; crede fiaccargli alcun la forza e l’ira ergendo statue e fabricando tempi; altri contro gli drizza archi e trofei, piramidi, obelischi e mausolei. Ride egli allora e sì se ‘l prende a gioco scorgendo quanto l’uom s’inganna ed erra e, poiché ‘n piedi ha pur tenute un poco quelle machine altere, alfin l’atterra; dalle in preda del’acqua over del foco, or le dona ala peste, or ala guerra; le sparge in fumo in quella guisa o in questa siché vestigio alcun non vene resta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Avealo il gran tiranno di Soria mandato in don pur dianzi al re d’Ormusse perché l’alta beltà che ‘n lui fioria del serraglio real delizia fusse, ma rotti e morti i condottier tra via, lo stormo predator seco il condusse. Tratto ei poi dal’amor del vil guadagno s’era lor di prigion fatto compagno. Vaghezza pueril, sicome è l’uso de’ fanciulli inesperti, in pugna il mena. Non avea questi il quarto spazio chiuso dela stagion più fresca e più serena, peroch’avea del debil filo al fuso Cloto sedici giri attorti apena; né gli segnava ancor poco né molto vestigio pur di nova piuma il volto. Semplicetto credea là tra le schiere, dove l’ira e ‘l furor fere e minaccia quel trastullo trovarsi e quel piacere che per le selve avea trovato in caccia; e che ‘l seguir dele fugaci fere, co’ cani a lato e ‘l dardo in man la traccia non fusse ardir men coraggioso e forte che ‘l girne in campo ad affrontar la morte. Il fianco e ‘l tergo ha senz’altr’armi armati d’una pelle di lince oscura e bianca. Gli è cuffia il teschio e pendon d’ambo i lati con l’unghie intere e l’una e l’altra branca. Duo di fiero cinghial denti lunati, un dala destra parte un dala manca, gli escono innanzi e con due fibbie stretto gli fan vago fermaglio in mezzo al petto.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciottesimo CXCIV Mira e rimira il ciel, la terra e ‘l mare, poiché per tutto Amor l’ali distende, se del fiero fanciul vestigio appare, ma del loco ove sia nulla comprende. Allor da terra inver l’eccelse e chiare region del’Olimpo in alto ascende e ‘l trova alfin colà sovra i superni poggi celesti infra i begli orti eterni. Stavasi Amor delo stellato mondo sotto un mirto fiorito entro i giardini e duo d’aspetto amabile e giocondo coetanei fanciulli avea vicini. L’un che fu dele nozze autor fecondo, di verde persa attorto i biondi crini, d’aureo socco calzato, era Imeneo, vago figlio d’Urania e di Lieo. L’altro era quei ch’al regnator sovrano porge il licor divino in cavo smalto. Facean tra sé costoro un gioco estrano e movean con le dita un strano assalto. Or le palme stringeano, or dela mano gittavan parte e sosteneano in alto e quinci e quindi i numeri per scherzo la sorte a un tempo essercitava in terzo. Era dela contesa arbitro eletto Como, dio de’ conviti e dele feste, Como inventor del riso e del diletto, piacer d’ogni mortal, d’ogni celeste. E s’eran vari premi al suo cospetto proposti già da quelle parti e queste; recata avea di rose una corona l’abitator di Pindo e d’Elicona.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
XXV Solea per boschi il dì fontana o speco cercar cantando, e le mie dolci pene tessendo in rime, e le notti serene vegghiar, quand’eran Febo e Amor meco. 5 Né temea di poggiar, Bernardo, teco nel sacro monte ov’oggi uom rado vène: ma quasi onda di mar, cui nulla affrene, l’uso del vulgo trasse anco me seco, e ‘n pianto mi ripose e ‘n vita acerba, ove non fonti, ove non lauro od ombra, ma falso d’onor segno in pregio è posto. Or con la mente non d’invidia sgombra te giunto miro a giogo erto e riposto, ove non segnò pria vestigio l’erba. XXVI Mentre fra valli paludose e ime ritengon me larve turbate e mostri, che tra le gemme, lasso, e l’auro e gli ostri copron venen che ‘l cor mi roda e lime; 5 ov’orma di virtù raro s’imprime, per sentier novi, a nullo ancor dimostri, qual chi seco d’onor contenda e giostri ten vai tu sciolto a le spedite cime. Onde m’assal vergogna e duol, qualora membrando vo com’a non degna rete col vulgo caddi, e converrà ch’io mora. Felice te, che spento hai la tua sete! Meco non Febo, ma dolor dimora, cui sola pò lavar l’onda di Lete.
Rime di Giovanni Della Casa
ma poi che a partorir in Bettelemme Maria venne il figliuol del Re superno; quivi regnare non poté, o non volse, e di vista degli uomini si tolse. 117 E ne l’antiqua selva, fra la torma de li demoni suoi tornò a celarsi, dove ogni ottavo dì sua bella forma in bruttissima serpe avea a mutarsi. Per questa opinion, vestigio et orma di piede uman nissun potea trovarsi inanzi a questo dì di ch’io vi parlo, che l’aurea fiamma alzò in Boemia Carlo. 118 L’imperador commanda che dal piede taglin le piante a lor bisogno et uso: l’esercito non osa, perché crede, da lunga fama e vano error deluso, che chi ferro alza incontra il bosco, fiede sé stesso e more, e ne l’inferno giuso visibilmente in carne e in ossa è tratto, o resta cieco o spiritato o attratto. 119 Carlo, fatta cantar una solenne messa da l’arcivescovo Turpino, entra nel bosco, et alza una bipenne, e ne percuote un olmo più vicino: l’arbor, che tanta forza non sostenne, ché Carlo un colpo fe’ da paladino, cadde in duo tronchi, come fu percosso; e sette palmi era d’intorno grosso!
I cinque canti di Ludovico Ariosto
45 Se mi domanda alcun chi costui sia, che versa sopra il rio lacrime tante, io dirò ch’egli è il re di Circassia, quel d’amor travagliato Sacripante; io dirò ancor, che di sua pena ria sia prima e sola causa essere amante, e pur un degli amanti di costei: e ben riconosciuto fu da lei. 46 Appresso ove il sol cade, per suo amore venuto era dal capo d’Oriente; che seppe in India con suo gran dolore, come ella Orlando sequitò in Ponente: poi seppe in Francia che l’imperatore sequestrata l’avea da l’altra gente, per darla all’un de’ duo che contra il Moro più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro. 47 Stato era in campo, e inteso avea di quella rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo: cercò vestigio d’Angelica bella, né potuto avea ancora ritrovarlo. Questa è dunque la trista e ria novella che d’amorosa doglia fa penarlo, affligger, lamentare e dir parole che di pietà potrian fermare il sole. 48 Mentre costui così s’affligge e duole, e fa degli occhi suoi tepida fonte, e dice queste e molte altre parole, che non mi par bisogno esser racconte; l’aventurosa sua fortuna vuole ch’alle orecchie d’Angelica sian conte: e così quel ne viene a un’ora, a un punto, ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
69 Parigi intanto avea l’assedio intorno dal famoso figliuol del re Troiano; e venne a tanta estremitade un giorno, che n’andò quasi al suo nimico in mano: e se non che li voti il ciel placorno, che dilagò di pioggia oscura il piano, cadea quel dì per l’africana lancia il santo Imperio e ’l gran nome di Francia. 70 Il sommo Creator gli occhi rivolse al giusto lamentar del vecchio Carlo; e con subita pioggia il fuoco tolse: né forse uman saper potea smorzarlo. Savio chiunque a Dio sempre si volse; ch’altri non poté mai meglio aiutarlo. Ben dal devoto re fu conosciuto, che si salvò per lo divino aiuto. 71 La notte Orlando alle noiose piume del veloce pensier fa parte assai. Or quinci or quindi il volta, or lo rassume tutto in un loco, e non l’afferma mai: qual d’acqua chiara il tremolante lume, dal sol percossa o da’ notturni rai, per gli ampli tetti va con lungo salto a destra et a sinistra, e basso et alto. 72 La donna sua, che gli ritorna a mente, anzi che mai non era indi partita, gli raccende nel core e fa più ardente la fiamma che nel dì parea sopita. Costei venuta seco era in Ponente fin dal Cataio; e qui l’avea smarrita, né ritrovato poi vestigio d’ella che Carlo rotto fu presso a Bordella.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto ventitreesimo 37 Dovunque io vo, sì gran vestigio resta, che non lo lascia il fulmine maggiore. — Così dicendo, avea tornate in testa le redine dorate al corridore: sopra gli salta; e lacrimosa e mesta rimane Ippalca, e spinta dal dolore minaccia Rodomonte e gli dice onta: non l’ascolta egli, e su pel poggio monta. 38 Per quella via dove lo guida il nano per trovar Mandricardo e Doralice, gli viene Ippalca dietro di lontano, e lo bestemmia sempre e maledice. Ciò che di questo avvenne, altrove è piano. Turpin, che tutta questa istoria dice, fa qui digresso, e torna in quel paese dove fu dianzi morto il Maganzese. 39 Dato avea a pena a quel loco le spalle la figliuola d’Amon, ch’in fretta gìa, che v’arrivò Zerbin per altro calle con la fallace vecchia in compagnia: e giacer vide il corpo ne la valle del cavallier, che non sa già chi sia; ma, come quel ch’era cortese e pio, ebbe pietà del caso acerbo e rio. 40 Giaceva Pinabello in terra spento, versando il sangue per tante ferite, ch’esser doveano assai, se più di cento spade in sua morte si fossero unite. Il cavallier di Scozia non fu lento per l’orme che di fresco eran scolpite a porsi in avventura, se potea saper chi l’omicidio fatto avea.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
21 Come dal traditore io fui schernito quando da sé levommi, saper déi; e come poi Corebo fu ferito, ch’a difender s’avea tolto costei. Ma quanto al mio ritorno sia seguito, né veduto né inteso fu da lei, che te l’abbia potuto riferire: di questa parte dunque io ti vo’ dire. 22 Da la cittade al mar ratto io veniva con cavalli ch’in fretta avea trovati, sempre con gli occhi intenti s’io scopriva costor che molto a dietro eran restati. Io vengo inanzi, io vengo in su la riva del mare, al luogo ove io gli avea lasciati; io guardo, né di loro altro ritrovo, che ne l’arena alcun vestigio nuovo. 23 La pésta seguitai, che mi condusse nel bosco fier; né molto adentro fui, che, dove il suon l’orecchie mi percusse, giacere in terra ritrovai costui. Gli domandai che de la donna fusse, che d’Odorico, e chi avea offeso lui. Io me n’andai, poi che la cosa seppi, il traditor cercando per quei greppi. 24 Molto aggirando vommi, e per quel giorno altro vestigio ritrovar non posso. Dove giacea Corebo al fin ritorno, che fatto appresso avea il terren sì rosso, che poco più che vi facea soggiorno, gli saria stato di bisogno il fosso e i preti e i frati più per sotterrarlo, ch’i medici e che ’l letto per sanarlo.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
timento. Diceva ancora Socrate che l’uom dotto non devrebbe esser men savio de l’agricoltore, il quale non sparge que’ semi che gli son carissimi, e da’ quali aspetta preziosissimi frutti negli orti d’Adone, per coglierne fiori caduchi, la cui bellezza dura a pena otto giorni, o se mai è solito di ciò fare, ha risguardo ad alcuna solenne festa: per altro semina in campi fecondissimi, da’ quali ne lo spazio d’otto mese possa raccogliere i suoi frutti. Similmente l’uomo ch’abbia la scienza de le cose giuste e de l’ingiuste, non dee seminar con la penna i suoi concetti ne l’acqua negra, non potendo né darli aiuto contra il gielo o la tempesta né raccoglierne a bastanza la verità, ma dee spargere più tosto i semi de la sua dottrina negli animi gentili de’ ben disposti ascoltatori, i quali contra l’oblivione de la sopravegnente vecchiezza faranno quasi preciosa conserva de’ preziosissimi, nobilissimi tesori. Questa, o signor Danese, è l’opinione del re d’Eggitto, anzi di Socrate medesimo, il quale nulla scrisse, ma molto ragionò e con molti: e ne l’animo di Platone e di Senefonte e degli altri seminò quella dottrina la quale nudrisce ancora i nobilissimi intelletti di Grezia e d’Italia e di tutta l’Europa. T.T. Tuttavolta, se Platone o Senefonte non avessero scritta la sua opinione, noi, quasi  digiuni  e  famelici  del  cibo  intellettuale,  saressimo  privi  del  debito nutrimento. Fu dunque il parlar di Socrate necessario in quel secolo, non utile; ma più necessario lo scrivere di Platone o di Senefonte, perché la voce ha sempre bisogno de la scrittura; ma la scrittura basta a se medesima senza la voce: la voce è mobile imagine del concetto, le lettere sono quasi statue esimolacri saldissimi. Laonde io assomigliarei la voce ad un vento che non lassi alcun vestigio, o ad una nuvola che, portata da’ venti, tosto sparisca, o pure  ad  una  velocissima  nave  in  alto  mare;  ma  le  scritture  sono  a  guisa d’ancora che possa fermarla: e chi edifica con le parole senza lettere, fa uno edificio ruinoso ne l’arena; ma sovra le lettere s’edifica quasi in saldissima pietra. Oltre acciò la voce afferma e niega, e spesse volte è contraria a se medesima e commossa per timore e per amore e per odio e per misericordia, e da tutte le passioni è agitata; ma le lettere, che sogliono esser scritte con animo quieto e vacuo da le perturbazioni, dimostrano non l’animosità ma la verità, e sempre sono conformi a se stesse: quel ch’affermarono una volta affermano continuamente, usano nel negare la medesima costanza, fanno  presenti  i  lontani  e  quasi  vivi  i  morti:  e  questa  vince  ogni  altra maraviglia.  Incerte,  leggiere,  vane,  discordi,  tumultuose,  agitate  sono  le parole; certe, gravi, stabili, concordi a se medesme e vacue d’ogni perturbazione le scritture: amiche de l’opinione, de lo strepito e de l’applauso del volgo sono le parole, e co ‘l favore e quasi con l’aura popolare sono portate in alto e poi caggiono a guisa di foglie levate dal vento o pur di minuta polvere sovra i capi e sovra le corone ancora de gli altissimi re; ma spesso da
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso
Né tante son l’onde del  Tirreno, quante le diversità de l’opinioni che si leggono in que’ libri stessi che trattano de le scienze. G.M. In questo mare ci sono molti porti, laonde né l’Egeo né alcuno degli altri è così portuoso: tal che non pare che sia pericolo che la nave, sdrucita per fiera tempesta, percuota in qualche piaggia. Ma in qual vogliamo entrare? in quell’antico di Platone? In quello, per l’antichità, poche navi e pochi peregrini oggi si riparano: e quelli  per  la  maggior  parte  son  greci,  che  per  l’autorità  del  cardinale Bessarione  posson  farlo  sicuramente,  e  alcuni  de  gli  italici,  più  vaghi  di mercare onore e chiara fama ch’altra merce. Dunque ci ha bello e securo stare? Così stimo; nondimeno ancora è commosso da quelle opinioni ch’ebbero Protagora, Gorgia, Polo, Ippia, Prodico, Trasimaco, Dionisidoro e altri sofisti, quasi da venti tempestosi; né gli argomenti di Parmenide e di Zenone, di Simmia e di Cebete il lasciano ancora acquetare: e vedreste ancora qualche diversità fra l’opinione di Socrate e quella di Platone suo discepolo, che sotto il nome di Forestiero Ateniese diede in Creti le leggi a quelli di Magnesia: le quali non sono in tutto conformi a l’idee de la republica che ‘l suo maestro s’avea formata. Ma non minore agitazione v’è nata dapoi per le dispute d’Ammonio, di Plotino, di Porfirio, di Iamblico, di due Procli, di Olimpiadoro, di Tirio Massimo, di Macrobio, d’Apuleio, del Ficino e del Pico e d’altri nuovi e vecchi Platonici de l’una e de l’altra lingua, i quali stanno in perpetua contesa de l’origine del mondo, de la natura di demoni, de l’idee, de’ numeri, de l’uno e del bene, del passaggio de l’anime in vari corpi e del suo ritorno al padre, e de le republiche e de la beatitudine e de le virtù e de le scienze: e se non fosse stato il sottile avedimento di quel buon cardinale che poco inanzi abbiam nominato, forse il Trapezunzio l’avrebbe distrutto. Ché non ci ricovriamo in quell’altro sì grande e così nobile che s’edifica de la Concordia? Non è fornito ancora: nondimeno magnifica è la fama che di lui s’è divolgata. Ora  dunque  lascerem  questo  e  quel  di  Platone  e  quel  di  Senocrate,  del quale  si  vede  a  pena  vestigio,  e  tutti  gli  altri  a  man  destra,  che  son  de’ Platonici; e prendiam questi a sinistra, che son de’ Peripatetici. Ma qual più vi piace, quel primo che fece Aristotele medesimo, o pur gli altri che sono opera di Plutarco, d’Alessandro, di Filopono, di Simplicio, d’Averroè e di Alberto  e  di  s8  Tommaso,  ch’onora  Aquino  più  che  gli  altri  non  fecero Atena? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Malpiglio secondo overo del fuggir la moltitudine di Torquato Tasso
O imaginativa che ne rube, Chi move te, se ‘l senso non ti scorge? E certo egli non si può negare che non si dia alcuna alienazione di mente, la quale, o sia infirmità di pazzia, come quella d’Oreste e di Penteo, o sia divino furore, come quello di coloro che da Bacco o da l’Amor son rapiti, è tale che può non meno rappresentar le cose false per vere di quel che faccia il sogno; anzi pare che via più possa farlo, perché nel sonno solo i sentimenti son legati, ma nel furore la mente è impedita: ond’io dubiterei forte che, se fosse vero quel che communemente si dice de la mia follia, la mia visione fosse simile a quella di Penteo o d’Oreste. Ma perché di niun fatto  simile  a  quelli  d’Oreste  e  di  Penteo  sono  consapevole  a  me  stesso, come ch’io non nieghi d’esser folle, mi giova almeno di credere che questa nova  pazzia  abbia  altra  cagione.  Forse  è  soverchia  maninconia,  e  i maninconici, come afferma Aristotele, sono stati di chiaro ingegno ne gli studi de la filosofia e nel governo de la republica e nel compor versi; ed Empedocle e Socrate e Platone furono maninconici; e Marato poeta ciciliano allora era più eccelente ch’egli era fuor di sé, anzi quasi lontano da se stesso; e molti anni dapoi Lucrezio s’uccise per maninconia; e Democrito caccia di Parnaso i poeti che sian savi. Né solo i filosofi e i poeti, ma gli eroi, come dice  l’istesso  Aristotele,  sono  infestati  dal  medesimo  vizio:  e  fra  gli  altri Ercole,  dal  quale  il  mal  caduco  fu  detto  erculeo.  Si  possono  anche  tra’ maninconici annoverare Aiace e Belloferonte: l’uno de’ quali divenne pazzo a fatto; l’altro era solito d’andare pe’ luoghi disabitati, laonde poteva dire: Solo e pensoso i più deserti campi Vo misurando a passi tardi e lenti, E porto gli occhi per fuggire intenti Ove vestigio uman l’arena stampi. E per fermo non fu più faticosa operazione il vincer la chimera che ‘l superar la maninconia, la qual più tosto a l’idra ch’a la chimera potrebbe assomigliarsi, perch’a pena il maninconico ha tronco un pensiero che due ne sono subito nati in quella vece, da’ quali con mortiferi morsi è trafitto e lacerato. Comunque sia, coloro che non sono maninconici per infermità ma per natura, sono d’ingegno singolare, e io son per l’una e per l’altra cagione: laonde in parte vo consolando me stesso. E quantunque io non sia pieno  di  soverchia  speranza,  come  si  legge  d’Archelao  re  di  Macedonia, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Messaggiero di Torquato Tasso
fuor d’alta sede, e ‘l tuo favor sospendi, non sdegnar questa parte, perché nato vi sia l’orrido Marte. E quando i suoi destrier percote e sferza sovra l’adamantino e duro smalto, e porta fero assalto, e fa vermigli i monti e ‘l giel sanguigno, tu rendi lui, come sovente ei scherza, più mansueto in fronte e più benigno, d’irato e di maligno, tu che sei prima e non seconda o terza. Tu la discordia pazza e ‘l furor empio, tu lo spavento e tu l’orror discaccia, e si disgombri e taccia ogni atto iniquo, ogni spietato essempio. Tu, peregrina diva, altari e tempio avrai, pregata ove ascoltar ti piaccia. Deh, non voltarne il tergo, che peregrina avesti in Roma albergo; ma inanzi al seggio ove d’eterne stelle ne fa segno tuo padre, e tuoni e lampi sparge in cerulei campi e fulminando irato arde e fiammeggia, placalo, e queta i nembi e le procelle, e seco aspira a questa invitta reggia perch’onorar si deggia, che non siamo a tua gloria alme rubbelle. Noi siam la valorosa antica gente, onde orribil vestigio anco riserba Roma, e quella superba che n’usurpa la sede alta e lucente. Quinci gran pregi ha l’Orto e l’Occidente, gli ha gloriosi più di fronda o d’erba, perché del nostro sangue ivi la fama e la virtù non langue. E ‘n questo clima ov’Aquilon rimbomba e con tre soli impallidisce il giorno, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il re Torrismondo di Torquato Tasso
E ‘n pianto mi ripose e ‘n vita acerba, Ove non fonti, ove non lauro od ombra, Ma falso d’onor segno in pregio è posto. Or con la mente non d’invidia sgombra Te giunto miro a giogo alto e riposto, Ove non segnò pria vestigio l’erba. E quella che risponde co ‘l primo verso del secondo ternario al più vicino del primo e segue quest’ordine diritto, come la seguente: E questa man d’avorio tersa e bianca, E queste braccia e queste bionde chiome Fian per inanzi a te sferza e tormento. Onde parte di duol strugger mi sento, E parte leggo in due begli occhi come Non dee mai riposar quest’alma stanca. La qual non è nuova, ma rinovata, perché si trova fra quelle di Dante: e ‘l suo trapasso è usato da Cino: Laonde di ciò mi struggo, e vo’ morire, Chiamando morte che per mio riposo Mi toglia inanzi ched io mi disperi. Miran là gli occhi miei sì volentieri, Che contra ‘l mio voler mi fanno gire Per veder lei, cui sol guardar non oso. Perché questa forma può acconciamente servirsi così de le testure che son fatte con ordine diretto, come di quelle che son composte con l’obliquo, le quali ho nominate trapassi e trasgressioni; e a l’altre testure, che son convenevoli ne la forma più grave, aggiungeremo quella che in ciascun de’ ternari risponde co ‘l terzo al primo e l’un e l’altro congiunge, quasi legando il secondo del secondo co ‘l secondo del primo: Taccian per l’aere i venti, e caldo e gielo come pria no ‘l distempre, e tutti i lumi che portan pace a noi raccende il cielo; Alti pensieri, care, oneste voglie, Leggiadre arti, cortesi e bei costumi Rivesta il mondo e mai non se ne spoglie.
La Cavaletta overo de la poesia toscana di Torquato Tasso
17 Sia destin ciò ch’io voglio: altri disperso se ’n vada errando, altri rimanga ucciso, altri in cure d’amor lascive immerso idol si faccia un dolce sguardo e un riso. Sia il ferro incontra ’l suo rettor converso da lo stuol ribellante e ’n sé diviso: pèra il campo e ruini, e resti in tutto ogni vestigio suo con lui distrutto. 18 Non aspettàr già l’alme a Dio rubelle che fosser queste voci al fin condotte; ma fuor volando a riveder le stelle già se n’uscian da la profonda notte, come sonanti e torbide procelle che vengan fuor de le natie lor grotte ad oscurar il cielo, a portar guerra a i gran regni del mar e de la terra. 19 Tosto, spiegando in vari lati i vanni, si furon questi per lo mondo sparti, e ’ncominciaro a fabricar inganni diversi e novi, e ad usar lor arti. Ma di’ tu, Musa, come i primi danni mandassero a i cristiani e di quai parti; tu ’l sai, e di tant’opra a noi sì lunge debil aura di fama a pena giunge. 20 Reggea Damasco e le città vicine Idraote, famoso e nobil mago, che fin da’ suoi prim’anni a l’indovine arti si diede, e ne fu ognor più vago. Ma che giovàr, se non poté del fine di quella incerta guerra esser presago? Ned aspetto di stelle erranti o fisse, né risposta d’inferno il ver predisse.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
1 Così dicendo ancor vicino scorse un destrier ch’a lui volse errante il passo; tosto al libero fren la mano ei porse e su vi salse, ancorch’afflitto e lasso. Già caduto è il cimier ch’orribil sorse, lasciando l’elmo inonorato e basso; rotta è la sopravesta, e di superba pompa regal vestigio alcun non serba. 2 Come dal chiuso ovil cacciato viene lupo talor che fugge e si nasconde, che, se ben del gran ventre omai ripiene ha l’ingorde voragini profonde, avido pur di sangue anco fuor tiene la lingua e ’l sugge da le labra immonde, tale ei se ’n gìa dopo il sanguigno strazio, de la sua cupa fame anco non sazio. 3 E come è sua ventura, a le sonanti quadrella, ond’a lui intorno un nembo vola, a tante spade, a tante lancie, a tanti instrumenti di morte alfin s’invola, e sconosciuto pur camina inanti per quella via ch’è più deserta e sola; e rivolgendo in sé quel che far deggia, in gran tempesta di pensieri ondeggia. 4 Disponsi alfin di girne ove raguna oste sì poderosa il re d’Egitto, e giunger seco l’arme, e la fortuna ritentar anco di novel conflitto. Ciò prefisso tra sé, dimora alcuna non pone in mezzo e prende il camin dritto, ché sa le vie, né d’uopo ha di chi il guidi di Gaza antica a gli arenosi lidi.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
5 Né perché senta inacerbir le doglie de le sue piaghe, e grave il corpo ed egro, vien però che si posi e l’arme spoglie, ma travagliando il dì ne passa integro Poi quando l’ombra oscura al mondo toglie i vari aspetti e i color tinge in negro, smonta e fascia le piaghe, e come pote meglio, d’un’alta palma i frutti scote; 6 e cibato di lor, su ’l terren nudo cerca adagiare il travagliato fianco, e la testa appoggiando al duro scudo quetar i moti del pensier suo stanco. Ma d’ora in ora a lui si fa più crudo sentire il duol de le ferite, ed anco roso gli è il petto e lacerato il core da gli interni avoltoi, sdegno e dolore. 7 Alfin, quando già tutto intorno chete ne la più alta notte eran le cose, vinto egli pur da la stanchezza, in Lete sopì le cure sue gravi e noiose, e in una breve e languida quiete l’afflitte membra e gli occhi egri compose; e mentre ancor dormia, voce severa gli intonò su l’orecchie in tal maniera: 8 — Soliman, Solimano, i tuoi sì lenti riposi a miglior tempo omai riserva, ché sotto il giogo di straniere genti la patria ove regnasti ancor è serva. In questa terra dormi, e non rammenti ch’insepolte de’ tuoi l’ossa conserva? ove sì gran vestigio è del tuo scorno, tu neghittoso aspetti il novo giorno? — 227 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
22 Al signor conte Ercole Tassone, dicendo che per la lontananza de la sua donna è mancata la sua luce ma non il suo ardore. Tasson, qui dove il Medoaco scende a dar tributo d’acque dolci al mare, al crud’Amor d’onde turbate e amare da me tributo non minor si rende; 5 e tra queste ombre, ove non luce e splende raggio che le mie notti apra e rischiare, cerco il mio Sol, né suo vestigio appare se non l’ardore onde mill’alme accende: ché scorgo appresso il foco, ovunque io guarde, che già diffuse sua beltà fra noi, e descritto si legge in mille carte. Lasso! ei ben volle in sua memoria parte di quel lasciarne ond’uom si strugge ed arde, ma tutti portò seco i raggi suoi. 23 Ne la lontananza de la sua donna dice di non poter avere alcun piacer lontano da lei se non quello ch’egli sente nel patir per lei. Io non posso gioire lunge da voi, che siete il mio desire; ma ‘l mio pensier fallace
Rime d amore di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Rime d'occasione o d'encomio   Libro terzo - Parte prima 5 degna a cui nutra più leggiadri fiori Ibla, e Parnaso più odorate fronde, ed apra più bei fonti e più chiar’onde ove un tuo bel vestigio in lui s’onori; quei che col piede apriro e con la verga l’Ebreo famoso e ‘l corridor volante fian di men pregio e men illustri e conti; ma, perché d’amaror io non li asperga, chiudi i duo del mio duolo e fia ch’io cante ch’aprire e serrar puoi mirabil fonti.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
1193 Gentilezza di sangue e fama antica giunge vago splendore e cari fregi, anzi antica virtù di tanti egregi a cui fu duce e la fortuna amica; 5 ma vostra luce di viltà nemica assai rende più chiari i nomi e i pregi, e gli avi illustra, quasi invitti regi, il raggio de’ begli occhi, alma pudica. Dunque altro lume e sì amoroso e piano non ricerchi giammai stirpe gentile, né brami altra sì bella e bianca mano, od altro così puro e dolce stile; non altro canto, o ‘n bel sembiante umano tanta dolcezza ad armonia simile. 1194 Se costà viene il nobil peregrino de la cui stirpe il fondator primiero già se ‘n portò ben sane leggi e ‘l vero ne’ freddi campi al buon seme latino, 5 il bel regno de gli avi e ‘l bel vicino lido rimiri e i lochi ove l’impero rifecero sovente, e s’anco intero vestigio ne vedrà, sospiri Alcino. Ed intenda per ciò la gloria antica de’ già sì illustri or quasi oscuri tomi e di quei forti eroi l’arte e l’usanze, e n’acquisti savere onde s’avanze; e s’a’ popoli riede unqua non domi de l’arme de’ Romani anco ‘l ridica.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
repente apparve ed improvviso assalse? Quei, benché fusse soggiogata e doma la barbarica terra e l’onde salse, ebber premio terren, corona e palma. Tu gloria eterna t’acquistasti a l’alma. E di mille trofei memoria appena riman senza vestigio in piaggia o ‘n monte o ‘n qualche solitaria inculta arena, tal che paventan Lete e Flegetonte; ma in parte più lucente e più serena, in cui non caggia il sole e non sormonte, i tuoi saranno ove il tuo duce avvampa, segnato ancor de la spietata stampa. Perch’ogni voglia a la ragion rubella, in guisa d’uom che miglior parte elegge, tu la rendesti ubbidiente ancella e la frenasti con severa legge: tal che d’ira o di sdegno atra procella non crollò l’alto imperio ov’ella regge, né di pronti desiri avida turba che ‘l seren de la mente anco perturba. Qual fondamenti di mirabil opra loca architetto in parte ima e profonda, poi dove s’erga al ciel, dove si copra di peregrini marmi orna e circonda, e tutto d’or lucente è quel di sopra, né di ricchezze men che d’arte abbonda, tale al tuo contemplare anco facesti sostegni d’opre e di costumi onesti.
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso