venale

[ve-nà-le]
In sintesi
oggetto di lucro contrariamente alla propria natura; agire solo per avidità di denaro, spesso in modo cinico
← dal lat. venāle(m), deriv. di num ‘vendita’, della stessa radice di vendĕre ‘vendere’ e venīre ‘essere venduto’.
1
Che si vende, che è in vendita: tutta la merce esposta è v. || Prezzo venale di un oggetto, prezzo al quale si vende tale oggetto || Valore venale di un oggetto, valore commerciale
2
fig. Che diventa oggetto di scambio e fonte di guadagno, pur non essendo mercificabile: amore v.; testimonianza v.; venali dichiarazioni d'amicizia
3
fig. Di persona molto avida di denaro: è circondato da gente v.; un uomo infido e v. || estens. Che è proprio di una persona venale: animo v.

Citazioni
noti i motivi, dai quali è derivata in me una tale lusinga. Primieramente è rimarcabile essere io allevata in un luogo, ove per ragion del commercio non vi è certa rigorosa distinzione degli ordini, ma tutte le persone oneste e civili si trattano a vicenda, e si conversano senza riserve; onde non è temerità l’aver io sperato, con qualche maggior difficoltà poter essere ammessa fra le dame di questa città. Di ciò per altro mi sarei facilmente disingannata, se da persone illibate, e sincere fossi stata meglio istruita, e delle vostre leggi avvertita. Quello, che dalla legge è proibito, non si può col denaro ottenere; quello che si può ottenere col denaro, non si deve credere direttamente  opposto  alla  legge.  Onde  se  mi  fu  esibito  a  contanti  l’onor  della vostra conversazione, son compatibile, se ho creduto aver anch’io il diritto di potervi aspirare. Parlo senza arcani, mi levo la maschera, e a chi duole suo danno. La Contessa Beatrice con cento doppie mi ha venduta la sua mediazione, e a questo prezzo mi ha assicurato l’accesso alla conversazione delle dame. O ella mi ha ingannato, o voi le avete fatta un’ingiuria. Nel primo caso, siate voi stesse giudici della mia ragione; nel secondo pensi la Contessa Beatrice a risentirsi con voi, e a giustificarsi con me. Io non voglio altro né da lei, né da voi. Bastami avervi fatto noto, che non sono né pazza, né debole, né presontuosa. Il carrozzino mi aspetta, mi sollecita mio consorte, torno alla patria, e porterò colà la memoria delle vostre grazie, e della mia disavventura; anzi in ricompensa della bontà, che ora avete dimostrata per  me,  permettetemi  che  vi  avvertisca,  che  piú  di  quello  avesse  potuto pregiudicare al decoro vostro la mia bassezza, deturpa il vostro carattere, e la vostra società una dama ingannatrice, e venale. Scena 13 Beatrice Eleonora Beatrice Eleonora Beatrice Eleonora Beatrice A me questo? Temeraria, a me questo? Fermatevi, Contessa Beatrice, non inveite contro di essa, senza prima giustificarvi. Avete voi avuto le cento doppie? Le cento doppie le ho vinte per una scommessa. E che cosa avete scommesso? Cadde la scommessa sull’ora del mezzogiorno. Eh, che non si scommettono cento doppie per queste freddure! Se le aveste perse, come le avereste pagate? Se nol credete, chiedetelo al Conte Lelio.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
umori d’un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpetrazioni. Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non è da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che sono la cagione dell’incertezza, ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de’ cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, quando la norma del giusto e dell’ingiusto, che deve dirigere le azioni sì del cittadino ignorante come del cittadino filosofo, non è un affare di controversia, ma di fatto, allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto più crudeli quanto è minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire, più fatali che quelle di un solo, perchè il dispotismo di molti non è correggibile che dal dispotismo di un solo e la crudeltà di un dispotico è proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli. Così acquistano i cittadini quella  sicurezza  di  loro  stessi  che  è  giusta  perchè  è  lo  scopo  per  cui  gli uomini stanno in società, che è utile perchè gli mette nel caso di esattamente calcolare gl’inconvenienti di un misfatto. Egli è vero altresì che acquisteranno  uno  spirito  d’indipendenza,  ma  non  già  scuotitore  delle  leggi  e ricalcitrante a’ supremi magistrati, bensì a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virtù la debolezza di cedere alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si sono fatto un diritto di trasmettere agl’inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito di lettura.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
che ne la prima faccia non paiono, ma sotto pretesto di perfezione la imperfezione si nasconde; e possono avere quelli sì, che del tutto sono discoperti, sì che apertamente ne la prima faccia si conosce la imperfezione. E quelle cose che prima non mostrano li loro difetti sono più pericolose, però che di loro molte fiate prendere guardia non si può; sì come vedemo nel traditore, che ne la faccia dinanzi si mostra amico, sì che fa di sé fede avere, e sotto pretesto d’amistade chiude lo difetto de la inimistade. E per questo modo le ricchezze  pericolosamente  nel  loro  accrescimento  sono  imperfette,  che, sommettendo ciò che promettono, apportano lo contrario. Promettono le false traditrici sempre, in certo numero adunate, rendere lo raunatore pieno  d’ogni  appagamento;  e  con  questa  promissione  conducono  l’umana volontade in vizio d’avarizia. E per questo le chiama Boezio, in quello De Consolatione, pericolose, dicendo: “Ohmè! chi fu quel primo che li pesi de l’oro coperto e le pietre che si voleano ascondere, preziosi pericoli, cavoe?”. Promettono le false traditrici, se bene si guarda, di torre ogni sete e ogni mancanza, e apportare ogni saziamento e bastanza; e questo fanno nel principio a ciascuno uomo, questa promissione in certa quantità di loro accrescimento affermando: e poi che quivi sono adunate, in loco di saziamento e di refrigerio danno e recano sete di casso febricante intollerabile; e in loco di bastanza recano nuovo termine, cioè maggiore quantitade a desiderio, e, con questa, paura grande e sollicitudine sopra l’acquisto. Sì che veramente non quietano, ma più danno cura, la qual prima sanza loro non si avea. E però dice Tullio in quello De Paradoxo, abominando le ricchezze: “Io in nullo tempo per fermo né le pecunie di costoro, né le magioni magnifiche, né  le  ricchezze,  né  le  signorie,  né  l’allegrezze  de  le  quali  massimamente sono astretti, tra cose buone o desiderabili esser dissi; con ciò sia cosa che certo  io  vedesse  li  uomini  ne  l’abondanza  di  queste  cose  massimamente desiderare quelle di che abondano. Però che in nullo tempo si compie né si sazia la sete de la cupiditate; né solamente per desiderio d’accrescere quelle cose che hanno si tormentano, ma eziandio tormento hanno ne la paura di perdere quelle”. E queste tutte parole sono di  Tullio, e così giacciono in quello libro che detto è. E a maggiore testimonianza di questa imperfezione, ecco Boezio in quello De Consolatione dicente: “Se quanta rena volve lo mare turbato dal vento, se quante stelle rilucono, la dea de la ricchezza largisca, l’umana generazione non cesserà di piangere”. E perché più testimonianza, a ciò ridurre per pruova, si conviene, lascisi stare quanto contra esse Salomone e suo padre grida; quanto contra esse Seneca, massimamente Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 120 � Dante Alighieri   Convivio   Trattato primo a Lucillo scrivendo; quanto Orazio, quanto Iuvenale e, brievemente, quanto ogni scrittore, ogni poeta; e quanto la verace Scrittura divina chiama contra queste false meretrici, piene di tutti defetti; e pongasi mente, per avere oculata fede, pur a la vita di coloro che dietro a esse vanno, come vivono sicuri quando di quelle hanno raunate, come s’appagano, come si riposano. E che altro cotidianamente pericola e uccide le cittadi, le contrade, le singulari persone, tanto quanto lo nuovo raunamento d’avere appo alcuno? Lo quale raunamento nuovi desiderii discuopre, a lo fine de li quali sanza ingiuria d’alcuno venire non si può. E che altro intende di meditare l’una e l’altra Ragione, Canonica dico e Civile, tanto quanto a riparare a la cupiditade che, raunando ricchezze, cresce? Certo assai lo manifesta e l’una e l’altra Ragione, se li loro cominciamenti, dico de la loro scrittura, si leggono. Oh com’è manifesto, anzi manifestissimo, quelle in accrescendo essere del tutto imperfette, quando di loro altro che imperfezione nascere non può, quanto che accolte siano! E questo è quello che lo testo dice. Veramente qui surge in dubbio una questione, da non trapassare sanza farla e rispondere a quella. Potrebbe dire alcuno calunniatore de la veritade che se, per crescere desiderio acquistando, le ricchezze sono imperfette e però vili, che per questa ragione sia imperfetta e vile la scienza, ne l’acquisto de la quale sempre cresce lo desiderio di quella; onde Seneca dice: “Se l’uno de li piedi avesse nel sepulcro, apprendere vorrei”. Ma non è vero che la  scienza  sia  vile  per  imperfezione:  dunque,  per  la  distruzione  del consequente, lo crescere desiderio non è cagione di viltade a le ricchezze. Che sia perfetta, è manifesto per lo Filosofo nel sesto de l’Etica, che dice la scienza essere perfetta ragione di certe cose. A questa questione brievemente è da rispondere; ma prima è da vedere se ne l’acquisto de la scienza lo desiderio si sciampia come ne la questione si pone, e se sia per ragione. Per che io dico che non solamente ne l’acquisto de la scienza e de le ricchezze, ma in ciascuno acquisto l’umano desiderio si sciampia, avvegna che per altro e altro modo. E la ragione è questa: che lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima da la natura dato, è lo ritornare a lo suo principio. E però che Dio è principio de le nostre anime e fattore di quelle  simili  a  sé  (sì  come  è  scritto:  “Facciamo  l’uomo  ad  imagine  e similitudine nostra”), essa anima massimamente desidera di tornare a quello. E sì come peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni  casa  che  da  lungi  vede  crede  che  sia  l’albergo,  e  non  trovando  ciò essere, dirizza la credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a l’albergo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
della voluta licenza, estendendolo anche a questi nelle feste sagre o pubbliche solennità, coll’avvertenza, che intorno a tali mancanze si riceveranno denunzie segrete con promessa di segretezza e premio di ducati 20 al denunciante. — Come si vede questa faccenda premeva assaissimo al Maggior Consiglio, per cui autorità i signori sindaci buttavano fuori proclami sopra proclami. Ma l’esuberanza appunto era indizio d’effetto mediocre. Infatti non era facile il sindacato delle armi in una provincia divisa e suddivisa da cento giurisdizioni soprapposte e intersecate le une dalle altre; contermine a paesi stranieri come il Tirolo e la Contea di Gorizia; solcata ad ogni passo da torrenti e da fiumane sulle quali scarseggiavano, nonché i ponti, le barche; e fatta dieci volte più vasta che ora non sia da strade distorte, profonde, infamissime, atte più a precipitare che ad aiutare i passeggieri. Da Colloredo a Collalto, che è il tratto di quattro miglia, mi ricorda che fino a vent’anni fa due agili e robusti cavalli  sudavano  tre  ore  per  trascinare  un  cocchio  tanto  ben  saldo  e compaginato da resistere agli strabalzi delle buche e dei macigni che s’incontravano. Più, v’avea un buon miglio pel quale la strada correva in un fosso o torrente; e per sormontare quel passo richiedevasi indispensabile il soccorso d’un paio di buoi. Le vie carrozzabili non erano diverse da quella nel resto della provincia e ognuno si può figurare qual dovesse essere la forza esecutiva delle autorità sopra persone difese d’ogni parte da tanti ostacoli naturali. Fra questi voglio anche tralasciar per ora di metter in conto la pigrizia e la venale complicità dei zaffi, dei cavallanti e perfino dei cancellieri; costretti quasi a cotali compromessi per rimediare alla soverchia modicità delle tariffe e alla proverbiale avarizia dei principali. Fra costoro, per esempio v’avea taluno che, anziché retribuir d’alcuna mercede il proprio cancelliere o nodaro, pretendeva far parte con lui delle tasse percepite, e mi sovviene d’un nodaro costretto a condannar la gente il doppio di quanto avrebbe dovuto, per soddisfare all’ingordigia del giurisdicente e insieme cavarci di che vivere. Un altro castellano, quando era al verde, costumava denunciar egli stesso alla cancelleria un supposto delitto per leccare la sua quota sulla paga dovuta all’officiale pel processo, dalla parte condannata. Certo il giurisdicente e il cancelliere di Fratta non erano di tali sentimenti; ma io peraltro non mi ricordo di aver udito mai levar a cielo la loro giustizia. Invece il Cancelliere, quando era sciolto dal suo ministero di ombra, e non si perdeva a ciaramellare di donnicciuole e di tresche, moveva sempre lunghissime lamentazioni sulla strettezza delle tariffe; le quali, secondo lui, proibivano assolutamente l’en-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
no esser santi come loro, eppur quanti ne trovate che pratichino le eguali astinenze per ottenerne gli uguali effetti? — È segno che tutti si rassegnano a pigliar le cose come stanno; contenti di salvar la decenza colla furberia della gatta che copre di terra le proprie immondizie, come dice e consiglia l’Ariosto. Sì, sì; ve lo dico e ve lo confermo; giovani e vecchi, grandi e piccini, credenti o miscredenti, pochi vivono adesso che attendano e vogliano combattere le proprie passioni; e confinar i sensi nella sentina dell’anima, dove la natura civile ha segnato loro il posto. Nato il male, non è questo il secolo de’ cilici e delle mortificazioni da sperarne il rimedio. Ma la educazione potrebbe far molto coltivando la ragione, la volontà e la forza prima che i sensi prendano il predominio. Io non sono bigotto: e non prèdico pel puro bene delle anime. Prèdico pel bene di tutti e pel vantaggio della società; alla quale la sanità dei costumi è profittevole e necessaria come la sanità degli umori al prosperare d’un corpo. La robustezza fisica, la costanza dei sentimenti, la chiarezza delle idee e la forza dei sacrifizi sono suoi corollari; e queste doti meravigliose, saldate per lunga consuetudine negli individui, e con essi portate a operare nella sfera sociale, tutti conoscono come potrebbero ingerminare proteggere ed affrettare i migliori destini d’un’intera nazione. Invece i costumi sensuali, molli, scapestrati fanno che l’animo non possa mai affidarsi di non essere svagato da qualche altissimo intento per altre basse ed indegne necessità: il suo entusiasmo fittizio si svampa d’un tratto o almeno diventa un’altalena di sforzi e di cadute, di fatiche e di vergogne, di lavoro e di noie. L’incancrenirsi di siffatti costumi sotto l’orpello luccicante della nostra civiltà è la sola causa per cui la volontà è diventata aspirazione, i fatti parole, le parole chiacchiere; e la scienza si è fatta utilitaria, la concordia impossibile, la coscienza venale, la vita vegetativa, noiosa, abbominevole. In qual modo volete far durare uno, due, dieci, vent’anni in uno sforzo virtuoso, altissimo, nazionale, milioni di uomini de’ quali neppur uno è capace di reggere a quello sforzo tre mesi continui? Non è la concordia che manca, è la possibilità della concordia, la quale deriva da forza e da perseveranza. La concordia degli inetti sarebbe buona da farne un boccone, come fece di Venezia il caporalino dArcole. Ora, quando sarà bisogno che le forze si sieno quadruplicate, troverete in quella vece che la maggior parte si è infiacchita, sviata, capovolta: e invece d’aver fatto un passo innanzi l’avrà indietreggiato di due. — Vi parrà qui di esser ben lontani col discorso dalle piccole e ridicole lasciviette fanciullesche; ma guardate bene e vedrete che le si avvicinano ed ingrandiscono, come dietro la lente d’un canocchiale le macchie del sole. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
anche il giudice s’accontentava d’intascar la sua parte sotto la tavola, e firmava un decreto d’innocenza, beato di schivare fatica e pericolo. Ma questa felice abitudine, che colla venalità privata risparmiava almeno la giustizia pubblica, non veniva sofferta che da quei giurisdicenti tagliati alla veneziana, che non erano tanto rapaci da far a metà coi loro ministri della lana tosata ai colpevoli. Il signor Antonio Provedoni era ossequioso alla nobiltà per sentimento, non servile per dappocaggine. La sua famiglia avea camminato sempre per quella via, ed egli non pretendeva di cambiare l’usanza. Però quel suo ossequio, prestato ma non profuso, lo facea guardar dalla gente con occhio di rispetto; e così l’andava allora, che il non far pompa di vigliaccheria era riputato grande valore di animo. Pure con ciò non voglio dire ch’egli resistesse alla smoderatezza dei castellani vicini; solamente non le andava incontro colle offerte, ed era molto. Lamentava poi fra sé quelle soperchierie come un segno secondo lui che la vera nobiltà mista di grandezza e di cortesia precipitava a capitombolo: sorgevano le avarizie e le prepotenze nuove a confonderla colla sbirraglia. Ma mai che uno di questi lamenti sbucasse da quella sua bocca silenziosa e prudente; egli s’accontentava di tacere, e di chinar il capo; come fanno i contadini quando la Provvidenza manda loro la gragnuola. Il sole, la luna e le stelle egli e i suoi vecchi le avevano vedute sempre girare ad un modo, fosse l’anno umido, asciutto, o nevoso. Dopo un anno cattivo ne eran venuti molti di buoni, e dopo un buono molti di cattivi: e l’egual ragionamento egli adoperava nel considerare le cose del mondo. Giravano prospere od avverse sempre pel loro verso: a lui era toccato un brutto giro; ecco tutto. Ma aveva gran fede che le si sarebbero accomodate pei figli o pei nipoti; e bastava a lui averne procreati in buon dato perché la famiglia non andasse frodata nel futuro della sua parte di felicità. Soltanto il secondogenito della sua numerosa figliuolanza, a cui gli era piaciuto imporre il nome di Leopardo, gli dava qualche cagione di amarezza. Ma come si fa ad esser docili e mansueti, con un nome simile? — Il buon decano di Cordovado s’era diportato in tale faccenda con assai poco accorgimento. I nomi de’ suoi figli erano tutti più o meno eroici e bestiali, lontani affatto dal persuadere la pratica di quelle virtù tolleranti, mute e compiacenti che egli sapeva convenir meglio agli uomini del suo ceto. Il primo si chiamava Leone, il secondo, come dissimo, Leopardo: gli altri via via Bruto, Bradamante, Grifone, Mastino ed Aquilina. Insomma un vero serraglio; e non capiva il signor Antonio che con cotali nomi alle spalle la solita dabbenaggine paesana diventava
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Francia aveva decapitato un re e abolito la monarchia: il muggito interno del vulcano annunziava prossima un’eruzione: tutti i vecchi governi si guardavano spaventati, e avventavano a precipizio i loro eserciti per sopire l’incendio nel suo nascere: non combattevano più a vendetta del sangue reale ma a propria salute. Respinti dal furore invincibile delle legioni repubblicane, già Nizza e Savoia, le due porte occidentali d’Italia, sventolavano il vessillo tricolore; già si conosceva la forza degli invasori nella grandezza delle promesse; e l’urgenza maggiore del pericolo negli interni sobbollimenti. Alleanze e trattati si preparavano ovunque. Napoli e il Papa si riscotevano delle vergognose paure; la vecchia Europa, destata nel suo sonno quasi da un fantasma sanguinoso, si dibatteva da un capo all’altro per scongiurarlo. Che faceva intanto la Serenissima Repubblica di Venezia? Lo stupido Collegio de’ suoi Savi avea decretato che la rivoluzione francese altro non dovea essere per loro che un punto accademico di storia; avea rigettato qualunque proposta di alleanza d’Austria, di Torino, di Pietroburgo, di Napoli, e persuaso il Senato di appigliarsi unanimemente al nullo e ruinoso partito della neutralità disarmata. Indarno strepitando l’aulica eloquenza di Francesco Pesaro, il 26 gennaio 1793 Gerolamo Zuliani Savio di settimana, vinse il partito che Giovanni Jacob fosse riconosciuto ambasciatore della Repubblica francese. Libera e ragionata, una tal deliberazione nulla in sé avrebbe racchiuso di sconsigliato o di vile; poiché né legami di famiglia, né comunanza d’interessi, né patti giurati obbligavano la Repubblica a vendicar la prigionia di Luigi XVI; ma la venalità del prepotente e il precipitoso assentimento del Senato impressero a quell’atto un colore di vero e codardo tradimento. La nuova, sparsasi indi a poco, dell’uccisione del Re, mutò nell’opinione dei governi la stolta arrendevolezza veneziana in pagata complicità; dall’una parte lo sprezzo, dall’altra l’odio accumulavano le loro minacce. La Legazione francese di Venezia accentrava in sé tutte le mene e le speranze dei novatori italiani; essa dava mano ad altri emissari che istigavano la Porta ottomana contro l’Impero e la Serenissima, per divertir quinci le forze russe e di Germania. Il Collegio dei Savi, sempre rinnovato e sempre imbecille, taceva al Senato di cotali pericoli: gli usciti trasfondevano negli entranti la
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
vano la stizza alla Pisana, e la allontanavano col pensiero da me: rimaneva però sempre qualche sguardo fuggitivo, qualche subito rossore, che ad osservarlo come andava osservato, mi avrebbe potuto lusingare. Giulio Del Ponte se ne accorgeva e ne diventava giallo di bile; ma cercava un compenso nella vanità, e correva a’ suoi amici che lo incensavano mattina e sera come il Persio e il Giovenale o l’Aristofane del suo tempo. Soltanto il dottor Lucilio, benché simile d’opinioni, gli avea parlato chiaro dimostrandogli il pericolo di infervorarsi a un alto ministero civile non già per salda persuasione e per istudio del pubblico bene, ma per frivolezza e per albagia. «Che ne sapete voi?» gli rispondeva Giulio. «Posso ben avere anch’io come pretendete averla voi la vera virtù del cittadino!... Devo proprio prendere a prestito tutte le idee dall’orgoglio e dall’irrequietudine?...» Lucilio  squassava  il  capo  vedendo  quel  cervellino  gonfio  di  boria sfarfallare in tali gradassate; ma forse impietosiva entro sé a tante belle doti già appassite in una persona esile e diroccata. Il dottore ci vedeva a doppio nell’anima e nel corpo. Là in Giulio egli ebbe tantosto indovinato i segni d’una passione, ed erano segni fatali; di più s’accorgeva che la calma di quella passione non bastava a cancellarli; e perciò guai per lui s’ella risorgesse mai con tutta la sua misera violenza! — Il giovinotto invece non badava a tali paure: omai persuaso di valer qualche cosa, se la Pisana lo disdegnava egli s’arrischiava a punirla con un’ombra d’indifferenza. Poco dopo se ne pentiva, perché la banderuola era pronta a piegar altrove; e raddoppiava allora di premura e di brio per rendersele desiderabile e gradito. E sopratutto in mio confronto egli s’affaccendava a primeggiare, perché nelle maniere usate dalla Pisana verso di me aveva fiutato una vogliuzza non mai sazia, una rimembranza non ancora spenta d’amore. Io non mi rassegnava tanto facilmente a sparir dietro a lui, massime dopo le belle accoglienze ch’era usato a ricevere per tutta Venezia. E a poco a poco ne nacque un astio, una inimicizia scambievole che scoppiò molte volte perfino dinanzi alla Pisana stessa in rimbrotti e in improperi. Giulio cominciò a tacciarmi di aristocratico e di sammarchino; io presi dal canto mio a trascendere nei sentimenti di libertà e d’eguaglianza; la Pisana in tali dispute si scaldava anch’ella, e in breve ella diventò, al pari di noi, la più sfrenata e incorreggibile libertina. Credo che simili contese, nelle quali tutti andavamo d’accordo e ognuno anzi non faceva che correr innanzi al compagno nei disegni e nelle speranze, non possano rinnovarsi così di leggieri. I Francesi erano il tema prediletto de’ nostri discorsi; e senza di essi
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
allora; ma forse ci vidi entro in seguito, per quanto si può veder chiaro in un temperamento così misterioso e confuso come quello della Pisana. Dopo alcuni mesi di questa vita semplice laboriosa tranquilla, gli affari della famiglia di Fratta mi richiamarono a Venezia. Si trattava di ottenere dal conte Rinaldo la facoltà di alienare alcune valli infruttifere affatto verso Caorle e le quali erano richieste da un ricco signore di quelle parti che tentava una vasta bonificazione. Ma il Conte, tanto trascurato ed andante per solito, si mostrava molto restio a quella vendita e non voleva accondiscendere per quanto evidenti fossero i vantaggi che gliene doveano derivare. Egli era di quegli animi indolenti e fantastici che svampavano in sogni in progetti ogni loro attività; e appoggiano le loro speranze ai castelli in aria per esimersi appunto di fabbricare in terra qualche cosa di sodo. Nella futura coltivazione di quelle fondure paludose egli sognava il ristoro della sua famiglia e non voleva per oro al mondo frodare la propria immaginazione di quel larghissimo campo d’esercizio. Arrivato a Venezia trovai le cose mutate d’assai. Le straordinarie giubilazioni per l’aggregazione al Regno Italico aveano dato luogo mano a mano ad un criterio più riposato del bene che ne proveniva al paese. Francia pesava addosso come qualunque altra dominazione; forse le forme erano meno assolute ma la sostanza rimaneva la stessa. Leggi volontà movimento, tutto veniva da Parigi come oggidì i cappellini e le mantiglie delle signore. Le coscrizioni eviravano letteralmente il popolo; le tasse le imposizioni mungevano la ricchezza; l’attività materiale non compensava il paese di quello stagnamento morale che intorpidiva le menti. Gli antichi nobili governanti, o avviliti nell’inerzia, o rincantucciati nei posti più meschini dell’amministrazione pubblica; i cittadini, ceto nuovo e ancora scomposto, inetti per mancanza d’educazione al trattamento degli affari. Il commercio languente, la nessuna cura degli armamenti navali riducevano Venezia una cittaduzza di provincia. La miseria l’umiliazione trapelavano dappertutto, per quanto il Viceré s’ingegnasse di coprir tutto collo sfarzo glorioso del manto imperiale. Gli Ormenta, i Venchieredo duravano ancora al governo; né cacciarli si poteva perché erano i soli che se ne intendessero; ponendo poi sopra loro altri dignitari francesi e forestieri, s’avea ferito l’orgoglio municipale senza raddrizzare l’andamento obbliquo ed oscuro della cosa pubblica. A Milano, dove o bene o male erano sgusciati da una repubblica, lo spirito pubblico fermentava ancora. A Venezia la conquista succedeva alla conquista, i servitori succedevano ai servitori colla venale indifferenza di chi cerca l’interesse del padrone che paga. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
d’Europa stavano contro di noi; la croce alleata della mezzaluna contro la croce! Dio disperda gli infedeli e i rinnegati prima di loro. Demetrio aveva abbrustolita una guancia e mezzo il petto dalla fiamma della pece; ma il mio cuore materno lo riconobbe; egli ebbe fra le mie braccia la ricompensa degli eroi, la gloria di veder insuperbire a diritto la madre. Spiro e Teodoro chiusi in Argo con Ipsilanti attendevano a frenare il torrente dei Turchi mentre Colocotroni e Niceta tagliavano loro la ritirata alle spalle coll’insurrezione dei montanari. Oh Carlo! fu un bel giorno quello in cui tutti quattro ci riabbracciammo là sulle soglie quasi del Peloponneso libero affatto da’ suoi nemici. Si affortificava Missolungi, Napoli di Romania era nostro. La marina aveva un porto, il governo una rocca, e la Grecia trionfa al pari della barbara tirannia di Costantinopoli che della venale inimicizia delle flotte cristiane. Omai qualunque nave porti ai Turchi armi viveri munizioni sarà passata per le armi; la barbarie otterrà forse quello che non ottennero gloria eroismo sventura. Qui ogni interesse privato scomparisce affatto e si confonde al comune. Si possiede quello che non abbisogna alla patria, e lo si serba a lei pei bisogni della domane; si gode de’ suoi trionfi, si soffre de’ suoi dolori. Perciò non ti parlo in particolare di noi. Basterà dirti che ad onta delle fatiche io non peggioro nella salute e che Spiro guarisce delle ferite guadagnate sulle mura di Argo. Teodoro ha combattuto come un leone; tutti lo citano e lo additano per esempio; ma un’egida divina lo protesse e non ebbe la minima scalfittura. Quand’io passeggio per le strade d’Atene ove abitiamo in questo momento di tregua ed ho uno per parte i miei due figliuoli abbronziti dal sole del campo e dal fuoco delle battaglie, mi sembra che il secolo di Leonida non sia ancora passato. Spiro parla sovente di te anch’esso, e mi dice di pregarti che tu mandi in Grecia uno o ambidue i tuoi figli se vuoi farne degli uomini. Qui un ragazzo di sedici anni non è più giovinetto ma un nemico dei Turchi che può avvicinarsi a nuoto ad un loro legno ed incendiarlo. Mandaci, mandaci il tuo Luciano, ed anche se vuoi Donato. Persuadi l’Aquilina che vivere senz’anima non è vivere; e che morire per una causa santa e sublime deve sembrare una sorte invidiabile alle madri cristiane. Ieri fu la seconda radunanza dei deputati della Grecia fra i cedri dell’Astros. Ipsilanti, Ulisse, Maurocordato,  Colocotroni!...  Son  nomi  d’eroi  che  fanno  dimenticare Milziade, Aristide, Cimone e gli altri antichi di cui la memoria rivive qui nelle opere dei pronipoti. Io lo ripeto, Carlo — bada a tua sorella che non
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
per avere invidia alla potenza sua. Possono vivere, adunque, quelle comunità contente del piccolo loro dominio, per non avere cagione, rispetto all’autorità imperiale, di disiderarlo maggiore: possono vivere unite dentro alle mura loro, per avere il nimico propinquo, e che piglierebbe le occasioni di occuparle, qualunque volta le discordassono. Ché, se quella provincia fusse condizionata altrimenti, converrebbe loro cercare di ampliare e rompere quella loro quiete. E perché altrove non sono tali condizioni, non si può prendere questo modo di vivere; e bisogna o ampliare per via di leghe, o ampliare come i Romani. E chi si governa altrimenti, cerca non la sua vita, ma  la  sua  morte  e  rovina:  perché  in  mille  modi  e  per  molte  cagioni  gli acquisti sono dannosi; perché gli sta molto bene, insieme acquistare imperio e non forze; e chi acquista imperio e non forze insieme, conviene che rovini. Non può acquistare forze chi impoverisce nelle guerre, ancora che sia vittorioso, che ei mette più che non trae degli acquisti: come hanno fatto i Viniziani ed i Fiorentini, i quali sono stati molto più deboli, quando l’uno aveva la Lombardia e l’altro la Toscana, che non erano quando l’uno era contento del mare, e l’altro di sei miglia di confini. Perché tutto è nato da avere voluto acquistare e non avere saputo pigliare il modo: e tanto più meritano biasimo, quanto eglino hanno meno scusa, avendo veduto il modo hanno tenuto i Romani, ed avendo potuto seguitare il loro esemplo, quando i Romani, sanza alcuno esemplo, per la prudenza loro, da loro medesimi lo seppono trovare. Fanno, oltra di questo, gli acquisti qualche volta non mediocre danno ad ogni bene ordinata republica, quando e’ si acquista una città o una provincia piena di delizie, dove si può pigliare di quegli costumi per la conversazione che si ha con quegli: come intervenne a Roma, prima, nello acquisto di Capova, e dipoi, a Annibale. E se Capova fusse stata più longinqua dalla città, che lo errore de’ soldati non avesse avuto il rimedio propinquo, o che Roma fusse stata in alcuna parte corrotta, era, sanza dubbio, quello acquisto la rovina della romana Repubblica. E Tito Livio fa fede di questo con queste parole: “Iam tunc minime salubris militari disciplinae Capua, instrumentum omnium voluptatum, delinitos militum animos avertit a memoria patriae”. E veramente, simili città o provincie si vendicano contro al vincitore sanza zuffa e sanza sangue; perché, riempiendogli de’ suoi tristi costumi, gli espongono a essere vinti da qualunque gli assalti. E Iuvenale non potrebbe meglio, nelle sue satire, avere considerata questa parte, dicendo che ne’ petti romani per gli acquisti delle terre peregrine erano entra- 165 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
non potendo più proseguire colle ruote, fui costretto di smontare il legno e adattarlo come ivi s’usa sopra due slitte; e così arrivai a Stockolm. La novità di quello spettacolo, e la greggia maestosa natura di quelle immense selve, laghi, e dirupi, moltissimo mi trasportavano; e benché non avessi mai letto l’Ossian, molte di quelle sue imagini mi si destavano ruvidamente scolpite, e quali le ritrovai poi descritte allorché più anni dopo lo lessi studiando i ben architettati versi del celebre Cesarotti. La Svezia locale, ed anche i suoi abitatori d’ogni classe, mi andavano molto a genio; o sia perché io mi diletto molto più degli estremi, o altro sia ch’io non saprei dire; ma fatto si è, che s’io mi eleggessi di vivere nel settentrione preferirei quella estrema parte a tutte l’altre a me cognite. La forma del governo della Svezia, rimestata ed equilibrata in un certo tal qual modo che pure una semilibertà vi trasparisce, mi destò qualche curiosità di conoscerla a fondo. Ma incapace poi di ogni seria e continuata applicazione, non la studiai che alla grossa. Ne intesi pure abbastanza per formarne nel mio capino un’idea: che stante la povertà delle quattro classi votanti, e l’estrema corruzione della classe dei nobili e di quella dei cittadini, donde nasceano le venali influenze dei due corruttori paganti, la Russia e la Francia, non vi potea allignare né concordia fra gli ordini, né efficacità di determinazioni, né giusta e durevole libertà. Continuai il divertimento della slitta con furore, per quelle cupe selvone, e su quei lagoni crostati, fino oltre ai 20 diaprile; ed allora in soli quattro giorni con una rapidità incredibile seguiva il dimoiare d’ogni qualunque gelo, attesa la lunga permanenza del sole su l’orizzonte, e l’efficacia dei venti marittimi; e allo sparir delle nevi accatastate forse in dieci strati l’una su l’altra, compariva la fresca verdura; spettacolo veramente bizzarro, e che mi sarebbe riuscito poetico se avessi saputo far versi. Capitolo nono Proseguimento di viaggi. Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra. Io sempre incalzato dalla smania dell’andare, benché mi trovassi assai bene in Stockolm, volli partirne verso il mezzo maggio per la Finlandia alla volta di Pietroborgo. Nel fin d’aprile aveva fatto un giretto sino ad Upsala, famosa università, e cammin facendo aveva visitate alcune cave del ferro, dove vidi varie cose curiosissime; ma avendole poco osservate, e molto meno notate,  fu  come  se  non  le  avessi  mai  vedute.  Giunto  a  Grisselhamna, porticello della Svezia su la spiaggia orientale, posto a rimpetto dell’entrata
Vita di Vittorio Alfieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Vittorio Alfieri   Vita   Parte prima - Epoca quarta � f lo studio dei classici latini, tra cui Giovenale, che mi fece gran colpo, e lo rilessi poi sempre in appresso non meno di Orazio. Ma approssimandosi l’inverno, che in Siena non è punto piacevole, e non essendo io ancora ben sanato dalla giovanile impazienza di luogo, mi determinai nell’ottobre di andare a Firenze, non ancora ben certo se vi passerei pur l’inverno, o se me ne tornerei a Torino. Ed ecco, che appena mi vi fui collocato così alla peggio  per  provarmici  un  mese,  nacque  tale  accidente,  che  mi  vi  collocò  e inchiodò per molti anni; accidente, per cui determinatomi per mia buona sorte ad espatriarmi per sempre, io venni fra quelle nuove spontanee ed auree catene ad acquistare davvero la ultima mia letteraria libertà, senza la quale non avrei mai fatto nulla di buono, se pur l’ho fatto.Fin dall’estate innanzi, ch’io avea come dissi passato intero a Firenze, mi era, senza ch’io ‘l volessi, occorsa più volte agli occhi una gentilissima e bella signora, che per esservi  anch’essa  forestiera  e  distinta,  non  era  possibile  di  non  vederla  e osservarla; e più ancora impossibile, che osservata e veduta non piacesse ella sommamente a ciascuno. Con tutto ciò, ancorché gran parte dei signori di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitassero, io immerso negli studi e nella malinconia, ritroso e selvaggio per indole, e tanto più sempre intento a sfuggire tra il bel sesso quelle che più aggradevoli e belle mi pareano, io perciò in quell’estate innanzi non mi feci punto introdurre nella di lei casa;  ma  nei  teatri  e  spasseggi  mi  era  accaduto  di  vederla  spessissimo. L’impression prima me n’era rimasta negli occhi, e nella mente ad un tempo, piacevolissima. Un dolce focoso negli occhi nerissimi accoppiatosi (che raro adiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso. Età di anni venticinque; molta propensione alle bell’arti e alle lettere; indole d’oro; e, malgrado gli agi di cui abondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che poco la lasciavano essere, come il dovea, avventurata e contenta. Troppi pregi eran questi, per affrontarli. In quell’autunno dunque sendomi da un mio conoscente proposto più  volte  d’introdurmivi,  io  credutomi  forte  abbastanza  mi  arrischiai  di accostarmivi; né molto andò ch’io mi trovai quasi senza avvedermene preso. Tuttavia titubando io ancora tra il sì e il no di questa fiamma novella, nel decembre feci una scorsa a Roma per le poste a cavallo; viaggio pazzo e strapazzatissimo, che non mi fruttò altro che d’aver fatto il sonetto di Roma pernottando in una bettolaccia di Baccano, dove non mi riuscì mai di poter
Vita di Vittorio Alfieri
Ma egli, vedendo in me un eroe così sconciamente avvilito e minor di sé stesso; ancorché ben intendesse per prova i nomi e la sostanza di fortezza e virtù, non volle con tutto ciò crudelmente ed inopportunamente opporre ai deliri miei la di lui severa e gelata ragione; bensì seppe egli scemarmi, e non poco, il dolore, col dividerlo meco. Oh rara, oh celeste dote davvero; chi sappia ragionare ad un tempo, e sentire! Ma io frattanto, menomate o sopite in me tutte le mie intellettuali facoltà, altra occupazione, altro pensiero non ammetteva, che lo scrivere lettere; e in questa terza lontananza che fu la più lunga, scrissi veramente dei volumi, né quello ch’io mi scrivessi, il saprei: io sfogava il dolore, l’amicizia, l’amore, l’ira e tutti in somma i cotanti e sì diversi, e sì indomiti affetti d’un cuor traboccante, e d’un animo mortalmente piagato. Ogni cosa letteraria mi si andava ad un tempo stesso estinguendo nella mente, e nel cuore; a tal segno, che varie lettere ch’io avea ricevute di  Toscana nel tempo de’ miei  disturbi  in  Roma,  le  quali  mi  mordeano  non  poco  su  le  stampate tragedie, non mi fecero la minima impressione per allora, non più che se delle tragedie d’un altro mi avessero favellato. Erano queste lettere, qualcuna scritta con sale e gentilezza, le più insulsamente e villanamente; alcune firmate, altre no; e tutte concordavano nel biasimare quasi che esclusivamente il mio stile, tacciandomelo di durissimo, oscurissimo, stravagantissimo, senza però volermi, o sapermi, individuare gran fatto il come, il dove, il perché.  Giunto  poi  in  Toscana,  l’amico  per  divagarmi  dal  mio  unico pensamento, mi lesse nei foglietti di Firenze e di Pisa, chiamati Giornali, il commento delle predette lettere, che mi erano state mandate in Roma. E furono codesti i primi così detti giornali letterari che in qualunque lingua mi fossero capitati mai agli orecchi né agli occhi. E allora soltanto penetrai nei recessi di codesta rispettabile arte, che biasima o loda i diversi libri con eguale discernimento, equità, e dottrina, secondo che il giornalista è stato prima o donato, o vezzeggiato, o ignorato, o sprezzato dai rispettivi autori. Poco  m’importò,  a  dir  vero,  di  codeste  venali  censure,  avendo  io  allora l’animo interamente preoccupato da tutt’altro pensiero. Dopo circa tre settimane di soggiorno in Siena, nel qual tempo non trattai né vidi altri che l’amico, la temenza di rendermi troppo molesto a lui, poiché tanto pur l’era a me stesso; l’impossibilità di occuparmi in nulla, e la solita impazienza di luogo che mi dominava tosto di bel nuovo al riapparire della noia e dell’ozio: tutte queste ragioni mi fecero risolvere di muo-
Vita di Vittorio Alfieri