vello

[vèl-lo]
In sintesi
mantello di lana degli ovini; pelame degli animali da pelliccia
← dal lat. llus, neutro, propr. ‘lana tosata’, connesso con vellĕre ‘strappare’.
1
Manto lanoso degli ovini e dei caprini: v. di pecora, di capra, di agnello || Vello d'oro, nella mitologia greca, il manto dorato del montone alato che trasportò Frisso nella Colchide || Lana che si ottiene con la tosatura
2
estens., lett. Manto di animale peloso: il caldo v. del visone; l'ispido v. del cane spinone; il v. maculato del leopardo
3
lett. Bioccolo, ciuffo lanoso: pecora dai velli lunghi e morbidi; un soffice v. di lana || estens. Ciuffo di peli: di v. in v. giù discese poscia / tra'l folto pelo e le gelate croste (Dante)
4
poet. Chioma, capelli: pettinando al suo vecchio i bianchi velli (Petrarca)

Citazioni
di
O donne, alle sue stanze La mia figlia scorgete; a’ suoi servigi Io vi destino: di regina il nome Abbia e l’onor. D’un re dicesti, Anfrido? Un legato... di Carlo? O re, l’hai detto. Che pretende costui? quali parole Cambiar si ponno fra di noi? qual patto Che di morte non sia? Di gran messaggio Apportator si dice: ai duchi intanto Ai conti, a quanti nella reggia incontra Favella in atto di blandir. Conosco L’arti di Carlo. Al suo stromento il tempo D’esercitarle non si dia. Raguna Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi Ei venga. Il giorno della prova è giunto; Figlio, sei tu con me? Sì dura inchiesta Quando, o padre, mertai? Venuto è il giorno Che un voler solo, un solo cor domanda: Dì, l’abbiam noi? Che pensi far? Risponda Il passato per me: gli ordini tuoi Attender penso, ed eseguirli.
Adelchi di Alessandro Manzoni
Che d’un vepre scemato alla boscaglia. Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede: Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero Imbizzarrì, giù dall’arcion nell’onda Lo scosse; armato egli era, e più non salse Sventurato! diranno; e più di Svarto Non si farà parola. A voi non lice Inosservati andar; ma nel mio volto Chi fisserà lo sguardo? Al calpestìo Del mio ronzin che solo arrivi, appena Qualche Latin fia che si volga; e il passo Tosto mi sgombrerà. Ildechi Svarto - Svarto, io da tanto Non ti credea. Necessità lo zelo Rende operoso; e ad arrecar messaggi Non è mestier che di prontezza. Amici! Ch’ei vada? Ei vada. Al dì novello in pronto Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.
Adelchi di Alessandro Manzoni
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi Ripidi, acuti padiglioni al suolo Confitti; altre ferrigne, erette a guisa Di mura, insuperabili. - Cadeva Il terzo sol quando un gran monte io scersi Che sovra gli altri ergea la fronte; ed era Tutto una verde china; e la sua vetta Coronata di piante. A quella parte Tosto il passo io rivolsi. - Era la costa Oriental di questo monte istesso, A cui, di contro al sol cadente, il tuo Campo s’appoggia, o sire. - In su le falde Mi colsero le tenebre: le secche Lubriche spoglie degli abeti, ond’era Il suol gremito, mi fur letto, e sponda Gli antichissimi tronchi. Una ridente Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno Di novello vigor la costa ascesi. Appena il sommo ne toccai, l’orecchio Mi percosse un ronzio che di lontano Parea venir, cupo, incessante: io stetti Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque Rotte fra i sassi in giù; non era il vento Che investia le foreste, e sibilando, D’una in altra scorrea; ma veramente Un romor di viventi, un indistinto Suon di favelle e d’opre e di pedate Brulicanti da lunge, un agitarsi D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo Accelerai. Su questa, o re, che a noi Sembra di qui lunga ed acuta cima Fendere il ciel, quasi affilata scure, Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta, Non mai calcate in pria. Presi di quella Il più breve tragitto: ad ogni istante Si fea il romor più presso: divorai
Adelchi di Alessandro Manzoni
Da che parte sian giunti? I nostri brandi, Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno! Ei gli han provati: è una battaglia ancora: Non v’è sorpresa pel guerrier: tornate; Via, Longobardi, indietro; ove correte, Per Dio? La via che avete presa, è infame: Il nemico è di là. Seguite Adelchi. Anfrido! Anfrido Adelchi Desiderio O re, son teco. O padre; accorri, Veglia alle Chiuse. Sciagurati! almeno Alle Chiuse con me: se tanto a core Vi sta la vita, ivi son torri e mura Da porla in salvo. O re, tu qui? Deh! fuggi. Infame! al re questo consiglio? E voi, Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse Voi lasciate così? Che fu? Viltade V’ha tolto il senno. Senza cor, se il ferro Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide Come quello dei Franchi. Al re favella: Perché fuggite dalle Chiuse? I Franchi Dall’altra parte hanno sorpreso il campo; Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri Son dispersi. Tu menti. Il figliuol mio Gli ha ragunati; e li conduce incontro A quei pochi nemici. Indietro! O sire, Non è più tempo: e non son pochi; e’ giungono: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Adelchi di Alessandro Manzoni
Inaspettati vi daranno. Il tempo Porterà la salute: il regno è sperso In questo dì, ma non distrutto! Desiderio Adelchi Desiderio Adelchi O figlio! Tu m’hai renduto il mio vigor: partiamo. Padre, io t’affido a questi prodi: or ora Anch’io teco sarò. Che attendi? Anfrido. Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle Seguirmi da lontan; più presso al rischio Star, per guardarmi: io non potei dal duro Voler, da tanta fedeltà distorlo. Seco indugiarmi, di tua vita in forse Io non potea: ma tu sei salvo; e quinci Non partirò, fin ch’ei non giunga. E teco Aspetterò. Padre... Vedesti Anfrido? Re, che mi chiedi? O ciel! favella. Il vidi Morto cader. Giorno d’infamia e d’ira, Tu se’ compiuto! - O mio fratel, tu sei Morto per me! tu combattesti! ... ed io... Crudel! perché volesti ad un periglio Solo andar senza me? Non eran questi I nostri patti. Oh Dio! ... Dio, che mi serbi In vita ancor, che un gran dover mi lasci, Dammi la forza per compirlo - Andiamo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Adelchi di Alessandro Manzoni
Perché è mendico e derelitto? E voi Che l’ammirate, chi vi tien che in folla Non accorriate a consolarlo, a fargli Onor, le ingiurie della sorte iniqua A ristorar? Levatevi dal fianco Di quei felici che spregiate, e dove Sta questo onor fate vedervi: allora Vi crederò. Certo, se a voi consiglio Chieder dovessi, dir m’udrei: rigetta Le offerte indegne; de’ tuoi re dividi, Qual ch’ella sia, la sorte. - E perché tanto A cor questo vi sta? Perché, s’io caggio Io vi farò pietà; ma se fra mezzo Alle rovine altrui ritto io rimango, Se cavalcar voi mi vedrete al fianco Del vincitor che mi sorrida, allora Forse invidia farovvi: e più v’aggrada Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro Questo vostro consiglio. - Oh! Carlo anch’egli In cor ti spregerà. - Chi ve l’ha detto? Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro, Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto Quel potente m’onori, il core a voi Chi ‘l rivela? E che importa? Ah voi volete Sparger di fiele il nappo a cui non puote Giungere il vostro labbro. A voi diletta Veder grandi cadute, ombre d’estinta Fortuna; e favellarne, e nella vostra Oscurità racconsolarvi: è questo Di vostre mire il segno: un più ridente Splende alla mia; né di toccarlo il vostro Vano clamor mi riterrà. Se basta I vostri plausi ad ottener, lo starsi Fermo alle prese col periglio, ebbene, Un tremendo io ne affronto; e un dì saprete Che a questo posto più mestier coraggio
Adelchi di Alessandro Manzoni
Più saggia a questi udir farò: salvezza Del regno; e nostri diverran; già il sono. Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo Ormai nulla sperando... Svarto Guntigi Ebben, prometti; Tutti guadagna. Inutil rischio ei fia. Lascia perir chi vuol perir: senz’essi Tutto compir si può. Guntigi, ascolta. Fedel del Re dei Franchi io qui favello A un suo Fedel; ma Longobardo pure A un Longobardo. I patti suoi, lo credo, Carlo terrà; ma non è forse il meglio Esser cinti d’amici? in una folla Di salvati da noi? Fiducia, o Svarto, Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo Senza sospetto regnerà, che un brando Non resterà, che non gli sia devoto... Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge Un nemico, e respira o, e questo novo Regno minaccia, non temer che sia Posto in non cal chi glielo diede in mano. Saggio tu parli e schietto. - Odi; per noi Sola via di salute era pur quella Su cui corriamo; ma d’inciampi è sparsa E d’insidie: il vedrai. Tristo a chi solo Farla vorrà. - Poi che la sorte in questa Ora solenne qui ci unì, ci elesse All’opera compagni ed al periglio Di questa notte, che obbliata mai Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo
Adelchi di Alessandro Manzoni
Voglion, perché son vili; e minacciosi Li fa il terror; né soffriran che a questo Furor di codardia, s’opponga un solo, Che resti un uom fra loro! - Oh cielo! Il padre Negli artigli di Carlo! I giorni estremi Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno Di quella man, che non avria voluto Come amico serrar; mangiando il pane Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli Rugge tradito e solo, e chiama indarno Chi salvarlo non può! nulla! - Caduta Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto Anch’ei le porte a spalancar da quelli Che non voglion morire. Oh più di tutti Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa Di Desiderio, ove d’invidia è degno Chi d’affanno morì! - Di fuor costui, Che arrogante s’avanza, e or or verrammi Ad intimar che il suo trionfo io compia; Qui la viltà che gli risponde, ed osa Pressarmi; - è troppo in una volta! Almeno Finor, perduta anco la speme, il loco V’era all’opra; ogni giorno il suo domani, Ed ogni stretta il suo partito avea. Ed ora... ed or, se in sen dei vili un core Io piantar non potei, potranno i vili Togliere al forte, che da forte ei pèra? Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno Più d’un compagno io troverò, s’io grido: Usciam costoro ad incontrar, mostriamo Che non è ver che a tutto i Longobardi Antepongon la vita; e... se non altro, Morrem. - Che pensi? Nella tua ruina Perché quei prodi strascinar? Se nulla Ti resta a far qua giù, non puoi tu solo Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 72 Q Alessandro Manzoni     Adelchi    Atto quinto Pensier riposa alfine; ei mi sorride, Come l’amico che sul volto reca Una lieta novella. Uscir di questa Ignobil calca che mi preme; il riso Non veder del nemico; e questo peso D’ira, di dubbio, e di pietà gittarlo! ... Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu secura Mano avvezza a trattarlo... e in un momento Tutto è finito. - Tutto? Ah sciagurato! Perché menti a te stesso? Il mormorio Di questi vermi ti stordisce; il solo Pensier di starti a un vincitor dinanzi Vince ogni tua virtù; ansia di questa Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo! E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo Senza aspettar che tu mi chiami; il posto Che m’assegnasti, era difficil troppo; E l’ho deserto! - Empio! fuggire? e intanto Per compagnia fino alla tomba, al padre Lasciar questa memoria; il tuo supremo Disperato sospir legargli! Al vento, Empio pensier. - L’animo tuo ripiglia, Adelchi, uom sii. Che cerchi? in questo istante D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi, Che in tuo poter non è? - T’offre un asilo Il greco imperador. Sì; per sua bocca Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo Saggio partito, il solo degno è questo. Conserva al padre la sua speme: ei possa Reduce almeno e vincitor sognarti, Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto Del sangue sparso disperando. - E sogno Forse non fia: da più profondo abisso Altri già sorse: tutto cangia: eterni Patti non stringe con alcun fortuna. -Teudi! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Adelchi di Alessandro Manzoni
Scena III Teudi Adelchi Teudi Adelchi Teudi Adelchi Teudi Adelchi Mio re. Restano amici ancora Al re che cade? Sì: color che amici Eran d’Adelchi. E che partito han preso? L’aspettano da te. Dove son essi? Qui nel palazzo tuo, scevri dai tristi A cui sol tarda d’esser vinti appieno. Tristo, o Teudi, il valor disseminato Fra la viltà! - Compagni alla mia fuga Io questi prodi prenderò: null’altro Far ne poss’io: nulla ei per me far ponno, Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno A cui soccorra un più gentil consiglio; Per pietà, me lo dia. - Da te, mio Teudi, Un più coral servigio, un più fidato Attendo ancor: resta per ora; al padre Fa che di me questa novella arrivi: Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo Per liberarlo un dì; che non disperi. Vieni, e m’abbraccia; a dì più lieti. - Al duca Di Verona dirai che non attenda Ordini più da me. - Su la tua fede Riposo, o Teudi. Oh! la secondi il cielo.
Adelchi di Alessandro Manzoni
Voi del mio sangue incontra me! Tornata Or finalmente è, se nol sai, Gerberga A cui fuggir mai non doveva; a questo Tutor tremendo i figli adduce, e fida Le care vite a questa man. Ma voi, Altro che vita, un più superbo dono Destinavate a’ miei nipoti. Al santo Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego, Che su le chiome dei fanciulli, al peso Non pur dell’elmo avvezze, ei da spergiuro L’olio versasse del Signor. Sceglieste Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto Amico mio por lo voleste in pugno, Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando Io tra ‘l Vèsero infido e la selvaggia Elba, i nemici a debellar del cielo Mi sarei travagliato, in Francia voi Correre, insegna contra insegna, e crisma Contra crisma levar, perfidi! e pormi In un letto di spini, il più giocondo De’ vostri sogni era codesto. Al cielo Parve altrimenti. Voi tempraste al mio Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto: Vuotatelo. Di Dio tu mi favelli; S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa Pensi che in Francia il condurrei captivo? Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci: Inesausta di ciance è la sventura; Ma del par sofferente e infaticato Non è d’offeso vincitor l’ orecchio. Scena VI Arvino Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli Calan le insegne; strepitando a terra Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Adelchi di Alessandro Manzoni
E tremo di vederti. Io del tuo corpo Mirerò la ferita? io che dovea Esser pianto da te! Misero! io solo Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti Più bello il soglio, io ti scavai la tomba! Se ancor, tra il canto dei guerrier, caduto Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi Fra il singulto de’ tuoi, fra il riverente Dolor dei fidi, sul real tuo letto, Gli occhi io t’avessi... ah saria stato ancora Ineffabil cordoglio! Ed or morrai Non re, deserto, al tuo nemico in mano, Senza lamenti che del padre, e sparsi Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta. Carlo Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso, Non esultante, d’un gagliardo il fato Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui D’Adelchi; egli era il mio, né tal, che in questo Novello seggio io riposar potessi, Lui vivo e fuor delle mie mani. Or egli Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge La nimistà d’un pio. Dono funesto La tua pietà, s’ella giammai non scende Che sui caduti senza speme in fondo; Se allor soltanto il braccio tuo rattieni Che più loco non trovi alle ferite.
Adelchi di Alessandro Manzoni
vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio. “Vo un momento, e torno,” disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, “cosa c’è?” disse, non senza un presentimento di terrore. “Lucia!” rispose Renzo, “per oggi tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie.” “Che?” disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, “ah!” esclamò, arrossendo e tremando, “fino a questo segno!” “Dunque voi sapevate...?” disse Renzo. “Pur troppo!” rispose Lucia; “ma a questo segno!” “Che cosa sapevate?” “Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli.” Mentre ella partiva, Renzo susurrò: “non m’avete mai detto niente.” “Ah, Renzo!” rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri? Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all’orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa a veder cosa c’era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l’aspetto e la voce, come poté meglio, disse: “il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla”. Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di nuovo. Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l’accaduto. Due o tre andaron fin all’uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero. “Un febbrone,” rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata all’altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne’ loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne’ loro discorsi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Lucia,” disse Renzo, “volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l’ora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po’ d’ingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la risposta.” E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con un’aria d’intelligenza, partì in fretta. Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s’era mai trovato nell’occasione d’assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d’un certo Tonio, ch’era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l’orlo d’un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano  aspettando,  con  gli  occhi  fissi  al  paiolo,  che  venisse  il  momento  di scodellare. Ma non c’era quell’allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l’è meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion dell’annata, e non del numero e della buona voglia de’ commensali: e ognun d’essi, fissando, con uno sguardo bieco d’amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d’appetito che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo: “volete restar servito?”, complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant’altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand’anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all’ultimo boccone. “Vi ringrazio,” rispose Renzo: “venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all’osteria, e lì parleremo.” La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacché, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. L’invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo. Giunti all’osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Birba chi manca.” “Ma bisogna trovare un altro testimonio.” “L’ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?” “E da mangiare,” rispose Renzo. “Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare?” “Gl’insegnerò io: tu sai bene ch’io ho avuta anche la sua parte di cervello.” “Domani...” “Bene.” “Verso sera...” “Benone.” “Ma!...” disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca. “Poh!...” rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto. “Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio...” “Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace.” “Domattina,” disse Renzo, “discorreremo con più comodo, per intenderci bene su tutto.” Con questo, uscirono dall’osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render conto de’ concerti presi. In questo tempo, Agnese s’era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, or l’una, or l’altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al padre Cristoforo? Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili. Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione d’una cosa, e che s’indurrà poi, con le preghiere e con l’autorità, a ciò che si vuol da lui. “Va bene,” disse Agnese: “va bene; ma... non avete pensato a tutto.”
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
con un’indifferenza mal dissimulata. Si trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello stesso tempo, con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s’affrettò di risponder sempre il contrario di quello che era. Movendosi, come per andar via, finse di sbagliar l’uscio, entrò in quello che metteva alla scala, e lì diede un’altra occhiata in fretta, come poté. Gridatogli dietro: “ehi ehi! dove andate, galantuomo? di qua! di qua!” tornò indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con una sommissione, con un’umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi vedere, di tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d’uomini fossero, non si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder neppure che fossero quegli onesti viandanti che volevan parere. Uno entrava col pretesto di farsi insegnar la strada; altri, passando davanti all’uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott’occhio nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuol vedere senza dar sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa processione finì. Agnese s’alzava ogni tanto, attraversava il cortile, s’affacciava all’uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e tornava dicendo: “nessuno”: parola che proferiva con piacere, e che Lucia con piacere sentiva, senza che né l’una né l’altra ne sapessero ben chiaramente il perché. Ma ne rimase a tutt’e due una non so quale inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera. Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a que’ ronzatori misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare un passo indietro, e ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri, solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo. Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de’ nemici e de’ suoi soldati, torvo nella guardatura, co’ capelli corti e ritti, co’ baffi tirati e a punta, che sporgevan  dalle  guance,  col  mento  obliquo:  ritto  in  piedi  l’eroe,  con  le gambiere, co’ cosciali, con la corazza, co’ bracciali, co’ guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de’ litiganti e degli avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un’ampia toga nera; tutto 90 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nero, fuorché un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de’ senatori, e non lo portavan che l’inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d’estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore de’ suoi monaci: tutta gente in somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s’arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta, l’abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare ancora agli orecchi quell’esordio di profezia, si sentiva venir, come si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch’era trattenuto da un affare urgente. Quando quello tornò a riferire che que’ signori erano partiti, lasciando i loro rispetti: “e il conte Attilio?” domandò, sempre camminando, don Rodrigo. “È uscito con que’ signori, illustrissimo.” “Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la cappa, il cappello: subito.” Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, portando la ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò, con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali, fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non rispondeva. Come inferiori, l’inchinavano anche quelli che da questi eran detti signori; chè, in que’ contorni, non ce n’era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome, di ricchezze, d’aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò, per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con una degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva che s’incontrasse col signor castellano spagnolo, l’inchino allora era ugualmente profondo dalle due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per convenienza, fanno onore al grado l’uno
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Tutto ciò non si poté fare, senza che quel vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi, s’accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza di là, commentando tra sé una parola oscura, interpretando un andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la scusa di prendere un po’ d’aria, e s’incamminò in fretta in fretta al convento,  per  dare  al  padre  Cristoforo  l’avviso  promesso.  Poco  dopo,  si mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola, la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro all’osteria del paesetto: uno che si mettesse sull’uscio, a osservar ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere, come dilettanti; e attendessero intanto a spiare se qualche cosa da spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell’agguato ad aspettare. Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse: “Tonio e Gervaso m’aspettan fuori: vo con loro all’osteria, a mangiare un boccone; e, quando sonerà l’ave maria, verremo a prendervi. Su, coraggio, Lucia! tutto dipende da un momento.” Lucia sospirò, e ripeté: “coraggio”, con una voce che smentiva la parola. Quando Renzo e i due compagni giunsero all’osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una parte e dall’altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch’era innanzi agli altri, fu lì per entrare,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Va bene; ma come si chiamano? chi sono?” insistette colui, con voce alquanto sgarbata. “Uno si chiama Renzo,” rispose l’oste, pur sottovoce: “un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L’altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n’abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L’altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con permesso.” E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l’interrogante; e andò a portare il piatto a chi si doveva. “Come potete sapere,” riattaccò Renzo, quando lo vide ricomparire, “che siano galantuomini, se non li conoscete?” “Le azioni, caro mio: l’uomo si conosce all’azioni. Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano dall’osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt’altro in testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto?” Così dicendo, se ne tornò in cucina. Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel soddisfare alle domande, dice ch’era un uomo così fatto, che, in tutti i suoi discorsi, faceva professione d’esser molto amico de’ galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni. Che carattere singolare! eh? La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto godersela con tutto loro comodo; ma l’invitante, preoccupato di ciò che il lettore sa, e infastidito, e anche un po’ inquieto del contegno strano di quegli sconosciuti, non vedeva l’ora d’andarsene. Si parlava sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate. “Che bella cosa,” scappò fuori di punto in bianco Gervaso, “che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno...!” Renzo gli fece un viso brusco. “Vuoi stare zitto, bestia?” gli disse Tonio, accompagnando il titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda fino alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro un po’ di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato il conto da colui che aveva fatto men guasto,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva dire: vedi quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano accennava alla giovine, dandole d’occhio e tentennando il capo, che quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la povera mamma. “Reverenda signora,” disse Lucia, “quanto le ha detto mia madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva,” e qui diventò rossa rossa, “lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacché siam ridotte a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne.” “A voi credo,” disse la signora con voce raddolcita. “Ma avrò piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d’altri schiarimenti, né d’altri motivi, per servire alle premure del padre guardiano,” aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza studiata. “Anzi,” continuò, “ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha maritata, pochi giorni sono, l’ultima sua figliuola. Queste donne potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire a que’ pochi servizi che faceva lei. Veramente...” e qui accennò al guardiano che s’avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce: “veramente, attesa la scarsezza dell’annate, non si pensava di sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e una mia parola... e per una premura del padre guardiano... In somma do la cosa per fatta.” Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l’interruppe: “non occorron cerimonie: anch’io, in un caso, in un bisogno, saprei far capitale dell’assistenza de’ padri cappuccini. Alla fine,” continuò, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d’ironico e d’amaro, “alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?” Così detto, chiamò una conversa (due di queste erano, per una distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato), e le ordinò che avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove istruzioni, e se n’andò a scriver la lettera di ragguaglio all’amico Cristoforo. – Gran cervellino che è 124 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
d’esprimer bene la loro idea, se non con le parole: “che madre badessa!” Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri.  Se  qualche  volta  la  Gertrudina  trascorreva  a  qualche  atto  un po’arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava molto facilmente, “tu sei una ragazzina,” le si diceva: “queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso.” Qualche altra volta il principe, riprendendola di cert’altre maniere troppo libere e famigliari alle quali essa trascorreva con uguale facilità, “ehi! ehi!” le diceva; “non è questo il fare d’una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d’ora a star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perché il sangue si porta per tutto dove si va.” Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della fanciullina l’idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle che venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l’altre insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d’un padrone austero; ma quando si trattava dello stato futuro de’ suoi figli, dal suo volto e da ogni sua parola traspariva un’immobilità di risoluzione, una ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il sentimento d’una necessità fatale. A  sei  anni,  Gertrude  fu  collocata,  per  educazione  e  ancor  più  per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l’abbiamo veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore delle due donne ha detto che il padre della signora era il primo in Monza: e, accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune altre indicazioni che l’anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là, noi potremmo anche asserire che fosse il feudatario di quel paese. Comunque sia, vi godeva d’una grandissima autorità; e pensò che lì, meglio che altrove, la sua figlia sarebbe trattata con quelle distinzioni e con quelle finezze che potesser più allettarla a scegliere quel monastero per sua perpetua dimora. Né s’ingannava: la badessa e alcune altre monache faccendiere, che avevano, come si suol dire, il mestolo in mano, esultarono nel vedersi offerto il pegno d’una protezione tanto utile in ogni occorrenza, tanto gloriosa in ogni momento; accettaron la proposta, con espressioni di riconoscenza, non esagerate, per quanto fossero forti; e corrisposero pienamente all’intenzioni che il principe aveva lasciate trasparire sul collocamento stabile della figliuola: intenzioni che andavan così d’accordo
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
con  le  loro.  Gertrude,  appena  entrata  nel  monastero,  fu  chiamata  per antonomasia la signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all’altre per esemplare: chicche e carezze senza fine, e condite con quella famigliarità un po’ rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno abituale di superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate a tirar la poverina nel laccio: ce n’eran molte delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte non s’accorgevan bene di tutti que’ maneggi, parte non distinguevano quanto vi fosse di cattivo, parte s’astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d’essere stata, con simili arti, condotta a quello di cui s’era pentita poi, sentiva compassione della povera innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d’educazione, ce n’erano alcune che sapevano d’esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de’ suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All’immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichìo che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e l’educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva che, alla fin de’ conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte loro; che lo poteva, pur che l’avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva in fatti. L’idea della
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
essere andata lontano, lontano. E perché scappò detto a una suora: “s’è rifugiata in Olanda di sicuro”, si disse subito, e si ritenne per un pezzo, nel monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare però che la signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non credere, o combattesse l’opinion comune, con sue ragioni particolari: se ne aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; né c’era cosa da cui s’astenesse più volentieri che da rimestar quella storia, cosa di cui si curasse meno che di toccare il fondo di quel mistero. Ma quanto meno ne parlava, tanto più ci pensava. Quante volte al giorno l’immagine di quella donna veniva a cacciarsi d’improvviso nella sua mente, e si piantava lì, e non voleva moversi! Quante volte avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno e notte, in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile! Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre nell’intimo dell’orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa voce, e sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un’insistenza infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai! Era scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col racconto. La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con una intrepidezza, che riuscì e doveva riuscire più che nuova a Lucia, la quale non aveva mai pensato che la curiosità delle monache potesse esercitarsi intorno a simili argomenti. I giudizi poi che quella frammischiava all’interrogazioni, o che lasciava trasparire, non eran meno strani. Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura: pareva quasi che avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza data a Renzo. E su questo pure s’avanzava a domande, che facevano stupire e arrossire l’interrogata.  Avvedendosi  poi  d’aver  troppo  lasciata  correr  la  lingua  dietro  agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e d’interpretare in meglio quelle sue ciarle; ma non poté fare che a Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso spavento. E appena poté trovarsi sola con la madre, se n’aprì con lei; ma Agnese, come più esperta, sciolse, con poche parole, tutti que’ dubbi, e spiegò tutto il mistero. “Non te ne far maraviglia,” disse: “quando avrai conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
donna honesta, per giunta di quelle che hai già addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! così pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circostanza, che qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima, arriva, o presto o tardi anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno avrai forse a somministrarcene un’altra prova, e più notabile di questa. La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando don Rodrigo s’alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale, vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò: “san Martino!” “Non so cosa vi dire,” rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto: “pagherò la scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non v’avevo detto nulla, perché, lo confesso, pensavo di farvi rimanere stamattina. Ma... basta, ora vi racconterò tutto.” “Ci ha messo uno zampino quel frate in quest’affare,” disse il cugino, dopo aver sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato da un cervello così balzano. “Quel frate,” continuò, “con quel suo fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche, io l’ho per un dirittone, e per un impiccione. E voi non vi siete fidato di me, non m’avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi l’altro giorno.” Don Rodrigo riferì il dialogo. “E voi avete avuto tanta sofferenza?” esclamò il conte Attilio: “e l’avete lasciato andare com’era venuto?” “Che volevate ch’io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d’Italia?” “Non so,” disse il conte Attilio, “se, in quel momento, mi sarei ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca la maniera di prendersi soddisfazione anche d’un cappuccino? Bisogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro. Basta; ha scansato la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d’insegnargli come si parla co’ pari nostri.” “Non mi fate peggio.” “Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.” “Cosa pensate di fare?” “Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò, e... il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Renzo non potesse più tornar con Lucia, né metter piede in paese; e a questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d’insidie, che, venendogli all’orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po’ di colore al tentativo fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un’aggressione, un atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà ch’era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d’aprirsi col dottor Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo desiderio. – Le gride son tante! – pensava: – e il dottore non è un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome. – Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al dottore, come all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodoché, dopo essersi un po’ impazientito, s’adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch’eran più vicini all’uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co’ nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano, in quello stato d’animo che ognuno può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch’era più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone! Quando si tratteneva
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
che bel piacere dovesse essere. Ma, da una parte i magistrati che intimavan pene, dall’altra il popolo che voleva esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava e brontolava, con quel suo vocione, e minacciava una di quelle sue giustizie, che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non c’era redenzione, bisognava rimenare, infornare, sfornare e vendere. Però, a farli continuare in quell’impresa, non bastava che fosse lor comandato, né che avessero molta paura; bisognava potere: e un po’ più che la cosa fosse durata, non avrebbero più potuto. Facevan vedere ai magistrati l’iniquità e l’insopportabilità del carico imposto loro, protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto tiravano avanti come potevano, sperando, sperando che, una volta o l’altra, il gran cancelliere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio Ferrer, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere, rispondeva che i fornai s’erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s’avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar dell’abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. O fosse veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o che, anche conoscendo dagli effetti l’impossibilità di mantener quel suo editto, volesse lasciare agli altri l’odiosità di rivocarlo; giacché, chi può ora entrar nel cervello d’Antonio Ferrer? il fatto sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i decurioni (un magistrato municipale composto di nobili, che durò fino al novantasei del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse andare. Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra, fece ciò che il lettore s’immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferì l’autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l’altra. I deputati si radunarono, o come  qui  si  diceva  spagnolescamente  nel  gergo  segretariesco  d’allora,  si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c’era da far altro, conclusero di rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì. La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nelle pance, co’ calcagni sulle punte de’ piedi a quelli che son dietro a loro: si fa un pigìo, una calca, che quelli che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove. Intanto un po’ di vòto s’è fatto davanti alla porta: il capitano picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle finestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli alabardieri, che si ficcan dentro anch’essi l’un dopo l’altro, gli ultimi rattenendo la folla con l’alabarde. Quando sono entrati tutti, si mette tanto di catenaccio, si riappuntella; il capitano sale di corsa, e s’affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio! “Figliuoli,” grida: molti si voltano in su; “figliuoli, andate a casa. Perdono generale a chi torna subito a casa.” “Pane! pane! aprite! aprite!” eran le parole più distinte nell’urlìo orrendo, che la folla mandava in risposta. “Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh! che fate laggiù! Eh! a quella porta! Oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con que’ ferri; giù quelle mani. Vergogna. Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi... Ah canaglia!” Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d’uno di que’ buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. “Canaglia! canaglia!” continuava a gridare, chiudendo presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n’aveva in canna, le sue parole, buone e cattive, s’eran tutte dileguate e disfatte a mezz’aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù. Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada), che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere l’inferriate: e già l’opera era molto avanzata. Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch’erano alle finestre de’ piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù, perché smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle buttare. Visto ch’era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero. Neppur una ne cadeva in fallo; giacché la calca era tale, che un granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
e confuse, sentì un gran bisogno di mangiare e di riposarsi; e cominciò a guardare in su, da una parte e dall’altra, cercando un’insegna d’osteria; giacché, per andare al convento de’ cappuccini, era troppo tardi. Camminando così con la testa per aria, si trovò a ridosso a un crocchio; e fermatosi, sentì che vi discorrevan di congetture, di disegni, per il giorno dopo. Stato un momento a sentire, non poté tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli che potesse senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto tanto. E persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli che giravano per le strade, “signori miei!” gridò, in tono d’esordio: “devo dire anch’io il mio debol parere? Il mio debol parere è questo: che non è solamente nell’affare del pane che si fanno delle bricconerie: e giacché oggi s’è visto chiaro che, a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani. Non è vero, signori miei, che c’è una mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de’ dieci comandamenti, e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni male, e poi hanno sempre ragione? anzi quando n’hanno fatta una più grossa del solito, camminano con la testa più alta, che par che gli s’abbia a rifare il resto? Già anche in Milano ce ne dev’essere la sua parte.” “Pur troppo,” disse una voce. “Lo dicevo io,” riprese Renzo: “già le storie si raccontano anche da noi. E poi la cosa parla da sé. Mettiamo, per esempio, che qualcheduno di costoro che voglio dir io stia un po’ in campagna, un po’ in Milano: se è un diavolo là, non vorrà esser un angiolo qui; mi pare. Dunque mi dicano un poco, signori miei, se hanno mai visto uno di questi col muso all’inferriata. E quel che è peggio (e questo lo posso dir io di sicuro), è che le gride ci sono, stampate, per gastigarli: e non già gride senza costrutto; fatte benissimo, che noi non potremmo trovar niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come succedono; e a ciascheduna, il suo buon gastigo. E dice: sia chi si sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate a dire ai dottori, scribi e farisei, che vi facciano far giustizia, secondo che canta la grida: vi danno retta come il papa ai furfanti: cose da far girare il cervello a qualunque galantuomo. Si vede dunque chiaramente che il re, e quelli che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne fa nulla, perché c’è una lega. Dunque bisogna romperla; bisogna andar domattina da Ferrer, che quello è
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva. “To’” disse Renzo: “è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose... ma quando le cose vanno bene.” Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perché, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano? “Ma la ragione giusta la dirò io,” soggiunse Renzo: “è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo. Hanno poi anche un’altra malizia; che, quando vogliono imbrogliare un povero figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po’ di... so io quel che voglio dire...” e, per farsi intendere, andava picchiando, e come arietando la fronte con la punta dell’indice; “e s’accorgono che comincia a capir l’imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli la testa. Basta; se ne deve smetter dell’usanze! Oggi, a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia.” Intanto alcuni di que’ compagnoni s’eran rimessi a giocare, altri a mangiare, molti a gridare; alcuni se n’andavano; altra gente arrivava; l’oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che fare con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida non vedeva l’ora d’andarsene; non aveva, a quel che paresse, nessun affare in quel luogo; eppure non voleva partire prima d’aver chiacchierato un altro poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, riattaccò il discorso del pane; e dopo alcune di quelle frasi che, da qualche tempo, correvano per tutte le bocche, venne a metter fuori un suo progetto. “Eh! se comandassi io,” disse, “lo troverei il verso di fare andar le cose bene.” “Come vorreste fare?” domandò Renzo, guardandolo con due occhietti
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
eran venute via senza farsi pregare, e s’eran lasciate collocare in un certo qual ordine. Ma a poco a poco, quella faccenda di finir le frasi cominciò a divenirgli fieramente difficile. Il pensiero, che s’era presentato vivo e risoluto alla sua mente, s’annebbiava e svaniva tutt’a un tratto; e la parola, dopo essersi fatta aspettare un pezzo, non era quella che fosse al caso. In queste angustie, per uno di que’ falsi istinti che, in tante cose, rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco. Ma di che aiuto gli potesse essere il fiasco, in una tale circostanza, chi ha fior di senno lo dica. Noi riferiremo soltanto alcune delle moltissime parole che mandò fuori, in quella sciagurata sera: le molte più che tralasciamo, disdirebbero troppo; perché, non solo non hanno senso, ma non fanno vista d’averlo: condizione necessaria in un libro stampato. “Ah oste, oste!” ricominciò, accompagnandolo con l’occhio intorno alla tavola, o sotto la cappa del cammino; talvolta fissandolo dove non era, e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata: “oste che tu sei! Non posso mandarla giù... quel tiro del nome, cognome e negozio. A un figliuolo par mio...! Non ti sei portato bene. Che soddisfazione, che sugo, che gusto... di mettere in carta un povero figliuolo? Parlo bene, signori? Gli osti dovrebbero tenere dalla parte de’ buoni figliuoli... Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone... per la ragione... Ridono eh? Ho un po’ di brio, sì... ma le ragioni le dico giuste. Dimmi un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri figliuoli, n’è vero? dico bene? Guarda un po’ se que’ signori delle gride vengono mai da te a bere un bicchierino.” “Tutta gente che beve acqua,” disse un vicino di Renzo. “Vogliono stare in sé,” soggiunse un altro, “per poter dir le bugie a dovere.” “Ah!” gridò Renzo: “ora è il poeta che ha parlato. Dunque intendete anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che è meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere un becco d’un quattrino? E quel cane assassino di don...? Sto zitto, perché sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr... so io, son due galantuomini; ma ce n’è pochi de’ galantuomini. I vecchi peggio de’ giovani; e i giovani... peggio ancora de’ vecchi. Però, son contento che non si sia fatto sangue: oibò; barbarie, da lasciarle fare al boia. Pane; oh questo sì. Ne ho ricevuti degli urtoni; ma... ne ho anche dati. Largo! abbondanza! viva!... Eppure, anche Ferrer... qualche parolina in latino... siés baraòs trapolorum... Maledetto vizio! Viva!
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
non ci si sarebbe risolto. – Chi è là? – pensava: – cosa volete a quest’ora? Come siete venuto qui? Fatevi conoscere. Non c’è osterie da alloggiare? Ecco, andandomi bene, quel che mi diranno, se picchio: quand’anche non ci dorma qualche pauroso che, a buon conto, si metta a gridare: aiuto! al ladro! Bisogna aver subito qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa ho da rispondere io? Chi sente un rumore la notte, non gli viene in testa altro che ladri, malviventi, trappole: non si pensa mai che un galantuomo possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in carrozza. – Allora serbava quel partito all’estrema necessità, e tirava innanzi, con la speranza di scoprire almeno l’Adda, se non passarla, in quella notte; e di non dover andarne alla cerca di giorno chiaro. Cammina, cammina: arrivò dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. Fatti pochi passi, si fermò ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un gelso, né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava, camminando, dell’orazioni per i morti. A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse d’entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se n’andò: figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Più d’un giorno, dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale incertezza, a mulinare sul come, sul perché, sulle conseguenze di quel fatto doloroso, a commentare, ognuna tra sé, o sottovoce tra loro, quando potevano, quelle terribili parole. Un giovedì finalmente, capitò al monastero un uomo a cercar d’Agnese. Era un pesciaiolo di Pescarenico, che andava a Milano, secondo l’ordinario, a spacciar la sua mercanzia; e il buon frate Cristoforo l’aveva pregato che, passando per Monza, facesse una scappata al monastero, salutasse le donne da parte sua, raccontasse loro quel che si sapeva del tristo caso di Renzo, raccomandasse loro d’aver pazienza, e confidare in Dio; e che lui povero frate non si dimenticherebbe certamente di loro, e spierebbe l’occasione di poterle aiutare; e intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper le sue nuove, per quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo, il messo non seppe dir altro di nuovo e di certo, se non la visita fattagli in casa, e le ricerche per averlo nelle mani; ma insieme ch’erano andate tutte a voto, e si sapeva di certo che s’era messo in salvo sul bergamasco. Una tale certezza, e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia: d’allora in poi le sue lacrime scorsero più facili e più dolci; provò maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue preghiere, c’era mescolato un ringraziamento. Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell’ingenuità e della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte (la parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar lì a patire: e quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni più che sufficienti a spiegar ciò che c’era d’un po’ strano nelle maniere della sua benefattrice; tanto più con l’aiuto di quella dottrina d’Agnese su’ cervelli de’ signori. Per quanto però si sentisse portata a contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le passò neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non rischiare di spargere una voce così piena di dolore e di scandolo. Si schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose di quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni di prudenza. Era perché alla povera innocente quella storia pareva più spinosa, più difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un’erbaccia, per esempio un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione. Così anche noi non sapremmo dire se dal fondo naturale del suo cervello, o dall’insinuazione d’Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di servirsi del padre provinciale per troncare nella miglior maniera quel nodo imbrogliato. Certo è che Attilio non aveva detta a caso quella parola; e quantunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento così scoperto, la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni modo volle fargli balenar dinanzi l’idea di quel ripiego, e metterlo sulla strada, dove desiderava che andasse. Dall’altra parte, il ripiego era talmente adattato all’umore del conte zio, talmente indicato dalle circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può scommettere che l’avrebbe trovato da sé. Si trattava che, in una guerra pur troppo aperta, uno del suo nome, un suo nipote, non rimanesse al di sotto: punto essenzialissimo alla riputazione del potere che gli stava tanto a cuore. La soddisfazione che il nipote poteva prendersi da sé, sarebbe stata un rimedio peggior del male, una sementa di guai; e bisognava impedirla, in qualunque maniera, e senza perder tempo. Comandargli che partisse in quel momento dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e quand’anche avesse, era un cedere il campo, una ritirata della casa dinanzi a un convento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere, non valevano contro un avversario di quella condizione: il clero regolare e secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale; non solo le persone, ma i luoghi ancora abitati da esso: come deve sapere anche chi non avesse letta altra storia che la presente; che starebbe fresco. Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era cercar d’allontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in arbitrio del quale era l’andare e lo stare di quello. Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l’altro vede in un tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti. Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico... questo soggetto... questo padre... Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo... Ma in tutte le famiglie un po’ numerose... c’è sempre qualche individuo, qualche testa... E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo... un po’ amico de’ contrasti... che non ha tutta quella prudenza, tutti que’ riguardi... Scommetterei che ha dovuto dar più d’una volta da pensare a vostra paternità.” – Ho inteso: è un impegno, – pensava intanto il provinciale: – colpa mia; lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna. – “Oh!” disse poi: “mi dispiace davvero di sentire che vostra magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per quanto ne so io, è un religioso... esemplare in convento, e tenuto in molta stima anche di fuori.” “Intendo benissimo; vostra paternità deve... Però, però, da amico sincero, voglio avvertirla d’una cosa che le sarà utile di sapere; e se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare a’ miei doveri, metterle sott’occhio certe conseguenze... possibili: non dico di più. Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle parti, un uomo... vostra paternità n’avrà sentito parlare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose... cose... Lorenzo Tramaglino!” – Ahi! – pensò il provinciale; e disse: “questa circostanza mi riesce nuova; ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro ufizio è appunto d’andare in cerca de’ traviati, per ridurli...” “Va bene; ma la protezione de’ traviati d’una certa specie...! Son cose spinose, affari delicati...” E qui, in vece di gonfiar le gote e di soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant’aria quanta ne soleva mandar fuori, soffiando. E riprese: “ho creduto bene di darle un cenno su questa circostanza, perché se mai sua eccellenza... Potrebbe esser fatto qualche passo a Roma... non so niente... e da Roma venirle...” “Son ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però son certo che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si troverà che il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l’uomo che lei dice, se non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre Cristoforo, lo conosco.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tutti, e nessuno parli, se non è interrogato. Figliuoli! la strada per la quale siamo andati finora, conduce nel fondo dell’inferno. Non è un rimprovero ch’io voglia farvi, io che sono avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v’ho da dire. Dio misericordioso m’ha chiamato a mutar vita; e io la muterò, l’ho già mutata: così faccia con tutti voi. Sappiate dunque, e tenete per fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che avete da me; voi m’intendete; anzi vi comando di non far nulla di ciò che v’era comandato. E tenete per fermo ugualmente, che nessuno, da qui avanti potrà far del male con la mia protezione, al mio servizio. Chi vuol restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e mi troverei contento alla fine di quel giorno, in cui non avessi mangiato per satollar l’ultimo di voi, con l’ultimo pane che mi rimanesse in casa. Chi non vuole, gli sarà dato quello che gli è dovuto di salario, e un regalo di più: potrà andarsene; ma non metta più piede qui: quando non fosse per mutar vita; che per questo sarà sempre ricevuto a braccia aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamerò, a uno a uno, a darmi la risposta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora, ritiratevi, ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi mandi il buon pensiero.” Qui finì, e tutto rimase in silenzio. Per quanto vari e tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que’ cervellacci, non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce del loro signore come la manifestazione d’una volontà con la quale non c’era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro passò neppur per la mente che, per esser lui convertito, si potesse prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr’uomo. Vedevano in lui un santo, ma un di que’ santi che si dipingono con la testa alta, e con la spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui (principalmente quelli ch’eran nati sul suo, ed erano una gran parte) un’affezione come d’uomini ligi; avevan poi tutti una benevolenza d’ammirazione; e alla sua presenza sentivano una specie di quella, dirò pur così, verecondia, che anche gli animi più zotici e più petulanti provano davanti a una superiorità che hanno già riconosciuta. Le cose poi che allora avevan sentite da quella bocca, erano bensì odiose a’ loro orecchi, ma non false né affatto estranee ai loro intelletti: se mille volte se n’eran fatti beffe, non era già perché non le credessero, ma per prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, a
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro”. Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore. Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perché, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
stante questo, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacché, come diceva spesso agli altri e a sé stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. Però, della seconda intenzione che abbiam detto, si guardò bene di darne il minimo indizio. Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a far del bene alla gente, la prima cosa, nella maggior parte de’ casi, è di non metterli a parte del disegno. La madre e la figlia si guardarono in viso. Nella dolorosa necessità di dividersi, l’esibizione parve a tutt’e due da accettarsi, se non altro per esser quella villa così vicina al loro paesetto: per cui, alla peggio de’ peggi, si ravvicinerebbero e potrebbero trovarsi insieme, alla prossima villeggiatura. Visto, l’una negli occhi dell’altra, il consenso, si voltaron tutt’e due a donna Prassede con quel ringraziare che accetta. Essa rinnovò le gentilezze e le promesse, e disse che manderebbe subito una lettera da presentare a monsignore. Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di cui, per esser letterato, come diremo più in particolare, si serviva per segretario, nell’occasioni d’importanza. Trattandosi d’una di questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò caldamente l’ortografia; ch’era una delle molte cose che aveva studiate, e delle poche sulle quali avesse lui il comando in casa. Donna Prassede copiò diligentissimamente, e spedì la lettera alla casa del sarto. Questo fu due o tre giorni prima che il cardinale mandasse la lettiga per ricondur le donne al loro paese. Arrivate, smontarono alla casa parrocchiale, dove si trovava il cardinale. C’era ordine d’introdurle subito: il cappellano, che fu il primo a vederle, l’eseguì, trattenendole solo quant’era necessario per dar loro, in fretta in fretta, un po’ d’istruzione sul cerimoniale da usarsi con monsignore, e sui titoli da dargli; cosa che soleva fare, ogni volta che lo potesse di nascosto a lui. Era per il pover’uomo un tormento continuo il vedere il poco ordine che regnava intorno al cardinale, su quel particolare: “tutto,” diceva con gli altri della famiglia,  “per  la  troppa  bontà  di  quel  benedett’uomo;  per  quella  gran famigliarità”. E raccontava d’aver perfino sentito più d’una volta co’ suoi orecchi, rispondergli: messer sì, e messer no. Stava in quel momento il cardinale discorrendo con don Abbondio, sugli affari della parrocchia: dimodoché questo non ebbe campo di dare anche lui, come avrebbe desiderato, le sue istruzioni alle donne. Solo, nel passar
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime l’avrebbero, tocca e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava avanti, senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme d’un nemico, ma non il ferro d’un chirurgo. Fatto però bene il suo dovere per quella volta, dalle stoccate e da’ rabbuffi veniva all’esortazioni, ai consigli, conditi anche di qualche lode, per temperar così l’agro col dolce, e ottener meglio l’effetto, operando sull’animo in tutti i versi. Certo, di quelle baruffe (che avevan sempre a un di presso lo stesso principio, mezzo e fine), non rimaneva alla buona Lucia propriamente astio contro l’acerba predicatrice, la quale poi nel resto la trattava con gran dolcezza; e anche in questo, si vedeva una buona intenzione. Le rimaneva bensì un ribollimento, una sollevazione di pensieri e d’affetti tale, che ci voleva molto tempo e molta fatica per tornare a quella qualunque calma di prima. Buon per lei, che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d’esser raddirizzati e guidati; oltre tutte l’altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s’offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que’ luoghi un’attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l’adito a’ suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d’ogni affare. Non parlo de’ contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d’altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza. Dove il suo zelo poteva esercitarsi liberamente, era in casa: lì ogni persona era soggetta, in tutto e per tutto, alla sua autorità, fuorché don Ferrante, col quale le cose andavano in un modo affatto particolare. Uomo di studio, non gli piaceva né di comandare né d’ubbidire. Che, in tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla buon’ora; ma
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
o di paese in paese e di bocca in bocca, o portate lassù da qualcheduno, che da principio aveva voluto restarsene a casa, e scappava in ultimo, senza aver potuto salvar nulla, e a un bisogno anche malconcio: e ogni giorno c’era qualche nuova storia di sciagura. Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne davan poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri; d’alcuni si raccontavan l’imprese passate, si specificavano le stazioni e le marce: quel giorno, il tale reggimento si spandeva ne’ tali paesi, domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d’aver informazione, e si teneva il conto de’ reggimenti che passavan di mano in mano il ponte di Lecco, perché quelli si potevano considerar come andati, e fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo. Lo squadron volante de’ veneziani finì d’allontanarsi anche lui; e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò libero. Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime, eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un temporale d’autunno, si vede dai palchi fronzuti d’un grand’albero uscire da ogni parte gli uccelli che ci s’erano riparati. Credo che i nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene; e ciò per volere di don Abbondio, il quale temeva, se si tornasse subito a casa, di trovare ancora in giro lanzichenecchi rimasti indietro sbrancati, in coda all’esercito. Perpetua ebbe un bel dire che, quando più s’indugiava, tanto più si dava agio ai birboni del paese d’entrare in casa a portar via il resto; quando si trattava d’assicurar la pelle, era sempre don Abbondio che la vinceva; meno che l’imminenza del pericolo non gli avesse fatto perdere affatto la testa. Il giorno fissato per la partenza, l’innominato fece trovar pronta alla Malanotte una carrozza, nella quale aveva già fatto mettere un corredo di biancheria per Agnese. E tiratala in disparte, le fece anche accettare un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe in casa; quantunque, battendo la mano sul petto, essa andasse ripetendo che ne aveva lì ancora de’ vecchi. “Quando vedrete quella vostra buona, povera Lucia...” le disse in ultimo: “già son certo che prega per me, poiché le ho fatto tanto male: ditele
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Qual Prence allor dell’alleanza sua Far rifiuto oseria? Beato il primo Ch’ei chiamerebbe amico! Egli sicuro Consulterebbe e come e quando a voi Mover la guerra, a voi rimasti soli. L’ira che addoppia l’ardimento al prode Che si sente percosso, ei non la trova Che nei prosperi casi: impaziente D’ogni dimora ove il guadagno è certo; Ma nei perigli irresoluto: ai suoi Soldati ascoso, del pugnar non vuole Fuor che le prede. Ei nella rocca intanto, O nelle ville rintanato attende A novellar di cacce e di banchetti, A interrogar tremando un indovino. Ora è il tempo di vincerlo: cogliete Questo momento: ardir prudenza or fia. Doge Conte, su questo fedel vostro avviso Tosto il Senato prenderà partito; Ma il segua, o no, vi è grato; e vede in esso, Non men che il senno, il vostro amor per noi.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Ma negli ordini manchi e divisi Mal si regge, già cede una schiera; Già nel volgo che vincer dispera, Della vita rinasce l’amor. Come il grano lanciato dal pieno Ventilabro nell’aria si spande; Tale intorno per l’ampio terreno Si sparpagliano i vinti guerrier. Ma improvvise terribili bande Ai fuggenti s’affaccian sul calle; Ma si senton più presso alle spalle Anelare il temuto destrier. Cadon trepidi a piè de’ nemici, Gettan l’arme, si danno prigioni: Il clamor delle turbe vittrici Copre i lai del tapino che mor. Un corriero è salito in arcioni; Prende un foglio, il ripone, s’avvia, Sferza, sprona, divora la via Ogni villa si desta al rumor. Perché tutti sul pesto cammino Dalle case, dai campi accorrete? Ognun chiede con ansia al vicino, Che gioconda novella recò? Donde ei venga, infelici, il sapete, E sperate che gioia favelli? I fratelli hanno ucciso i fratelli: Questa orrenda novella vi do. Odo intorno festevoli gridi; S’orna il tempio, e risona del canto; Già s’innalzan dai cori omicidi Grazie ed inni che abbomina il ciel. Giù dal cerchio dell’alpi frattanto Lo straniero gli sguardi rivolve; Vede i forti che mordon la polve, E li conta con gioia crudel.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Tenda del Conte. Conte Gonzaga Ebben, che raccogliesti? Io favellai, Come imponesti, ai Commissarj; e chiaro Mostrai che tutta delle vinte navi Riman la colpa e la vergogna a lui Che non le seppe comandar; che infausta La giornata gli fu perché la imprese Senza di te; che tu da lui chiamato Tardi in soccorso, romper non dovevi I tuoi disegni per servirgli altrui; Che l’armi lor, tanto in tua man felici, Sempre il sarian, se questa guerra fosse Commessa al senno ed al voler d’un solo. Che dicon essi? Si mostrar convinti Ai detti miei: dissero in pria, che nulla Dissimular volean; che amaro al certo Dei perduti navigli era il pensiero, E di Cremona la fallita impresa; Ma che son lieti di saper che il fallo Di te non fu; che di chiunque ei sia, Da te l’ammenda aspettano. Tu il vedi, O mio Gonzaga; se dai fede al volgo Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo Con questi uomin di Stato. Io fui con essi Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste Pretese lor, scender li feci alquanto Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo Non è a vedersi altri che schiavi intorno; Io mostrai lor fino a che segno io voglio Che altri signor mi sia: d’allora in poi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi; Ella è così. - Ma via - poiché gettato È il finto volto del sorriso ormai, Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno Che anch’io conosco. - A voi parlare or tocca; E difendermi a me: dite, quai sono I tradimenti miei? Doge Conte Gli udrete or ora Dal Collegio segreto. Io lo ricuso Ciò che feci per voi, tutto lo feci Alla luce del Sol; renderne conto Tra insidiose tenebre non voglio. Giudice del guerrier, solo è il guerriero. Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio Che il mondo ascolti le difese, e veggia... Passato è il tempo di voler. Qui dunque Mi si fa forza? Le mie guardie! Sono Lunge di qui - Soldati! - Eccovi ormai Le vostre guardie. Or son tradito! Un saggio Pensier fu dunque il rimandarle: a torto Non si stimò che, in suo tramar sorpreso, Farsi ribelle un traditor potria. Anche un ribelle, sì: come v’aggrada Omai potete favellar. Sia tratto Al tribunal segreto.
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Questa gara finita, il pio Trojano Avviasi in verde campo, a cui fan cerchio Selvosi colli, e ne la valle è un circo, Dove l’Eroe di molti mila in mezzo S’addusse, ed alto in un sedil si pose. Qui se alcun voglia gareggiar nel corso, Con doni i cori alletta, e i premj pone. Concorron Teucri d’ogni parte e Siculi. Niso ed Eurialo primi; Eurialo insigne Di fresca giovanezza e di beltade Niso di santo amor pel giovanetto. Cui vien dietro Dior, regio rampollo Del Priamide ceppo, e dietro a lui Salio insieme e Patron: l’uno Acarnàne, Arcadio sangue e Tegeate è l’altro. Poi due giovin Trojani, Elimo e Panope, Usi in selve e compagni al vecchio Aceste. Molti di poi che fama oscura involve. In mezzo ai quai così favella Enea: “Nessun di voi senza miei doni andrassi. Duo Gnossj strali di polito ferro E di scolpito argento una bipenne Saran fregio comune; i tre primieri Tra i vincitor più raro premio avranno, E andran di bionda oliva incoronati. Corsier di ricca bardatura al primo: Colma di Tracj dardi una faretra Amazonia al secondo, intorno a cui Larga e cospersa d’or fascia s’avvolge, E levigata gemma ha per fermaglio. D’esto elmo Argivo il terzo s’accontenti.” Ciò detto prendon loco, e il segno udito, Già divoran lo spazio e di repente Fuggon la sbarra tutti, al par di nembo Sparpagliati, e gli sguardi hanno a la meta. Primo si slancia e di gran tratto brilla
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
O giovanetti, il premio suo, né puote L’ordin turbar de la vittoria alcuno. A me concesso or sia de la sventura De l’incolpato amico esser pietoso.” Disse, e un gran tergo di leon Getulo Grave di folta giuba, e d’unghie d’oro A Salio dona. Allor Niso: “Se tanto È il guiderdon de’ vinti, e dei caduti ti duol, qual degno darai premio a Niso, Che l’onor meritai del primo serto, Che sorte avversa, al par che a lui, mi tolse?” E ponea in mostra, favellando, il volto, E la persona d’atro fimo intrisa. Sorrise a lui l’ottimo padre, e fatto Uno scudo venir, greco lavoro, Strappato ai Greci dal Nettunio tempio, Inclito dono al giovin chiaro il diede.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
V’era la non mai doma alma, che ardita Temè la servitù più de la morte, 280 Amò la Libertà più de la vita; Dicendo: “Poi che la nimica sorte Tanto è contraria a Libertate, e invano La terribile armò destra quel forte, Alzisi omai la generosa mano, 285 E l’alma fugga pria che servir l’empio, Ch’io nacqui e vissi e vo’ morir romano.” E seco è lei, che con novello scempio Dietro la fuggitiva Libertate Corse animata dal paterno esempio. 290 Quindi un drappel venia d’ombre onorate Sacre a la Patria, che di sangue diro Ne spruzzar le ruine inonorate.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Questi sono i tuoi Cati, e in sul Tarpeo Dei nostri figli si fan scherno e gioco...” 400 Ma qui si tacque e dir più non poteo, Che tal la carità del natio loco Lo strinse, e sì l’oppresse, che morìo La voce in un sospir languido e fioco. Quindi tra le commosse ombre s’udìo 405 Sorgere un roco ed indistinto gemito, Poscia un cupo e profondo mormorio; Sì come allor che con interno tremito Quassano i venti il suol che ne rimbomba, S’ode sonar da lunge un sordo fremito, 410 Canto terzo I tronchi detti, e il lagrimoso volto Di quella generosa anima bella Avean là tutto il mio pensier raccolto, Quando tutto a sé ‘l trasse una novella 415 Turba, che di rincontro a me venia, D’abito più recente e di favella. Che tra le foglie via mormora e romba.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Canto quarto Tacque ciò detto e su l’enfiate labbia Gorgogliava un suon muto di vendetta, 690 Un fremer sordo d’intestina rabbia. E le affollate intorno ombre, “Vendetta” Gridar, “vendetta”, e la commossa riva Inorridita replicò “vendetta”. I torbid’occhi il crine a lui copriva; 695 Fascio parea di vepri o di gramigna; Onde un’atra erompea luce furtiva; Come veggiamo il sol, se una sanguigna Nugola il raggio ne rinfrange, obbliqua Vibrar l’incerta luce e ferrugigna. 700 Ahi di tiranni ria semenza iniqua, De gli uomini nimica e di natura, Or hai pur spenta l’empia sete antiqua! Gonfia di sangue la corrente e impura Portò l’umil Sebeto, e de la cruda  705 Novella Tebe flagellò le mura. Tigre inumana di pietate ignuda, Tu sopravvivi a’ tuoi delitti? un Bruto Dov’è? chi ‘l ferro a trucidarti snuda? Questi sensi io volgea per entro al muto 710 pensier, che tutto in quell’orror s’affisse, Allor che venne al mio veder veduto D’Insubria il Genio, che le luci fisse In me tenendo, armoniosa e scorta Voce disciolse, e scintillando disse: 715 “Mortal, quello che udrai la giuso porta.” Deh! gli alti detti a la mal ferma e stanca Mente richiama, o Musa, e mi sia scorta.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     Poesie giovanili 35 Né tacerò te, bella Bocca gentil, fonte di riso ingenuo, E di cara favella; E in cui prepara, ahi per chi dunque! Venere I casti baci, e le punture ardite E le dolci ferite. Me con queste possenti Arme assaliva il fanciulletto Idalio Mentre io per le fiorenti Ascree piagge scorrea lungo l’aonie Secrete acque, onde a me l’adito schiuse Il favor delle Muse. Ahi! né valido usbergo Gli aspri precetti di Zenon mi furono; Né dar fuggendo il tergo Al Dio mi valse, che trionfo nobile Me in suo regno ponea, fatto possente Del core e de la mente. Né vuoi ch’io canti rossa Di sangue Italia, onde ancor pochi godano; Né di plebe commossa Le feroci vendette, ed i terribili Brevi furori, e i rovesciati scanni Dei tremanti tiranni. Ma a dir m’insegna come Trasse dai gorghi del paterno Oceano Le ruggiadose chiome, Sul mar girando i rai lucenti Venere, A la mirante di Nereo famiglia
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     Poesie giovanili VII – Autoritratto Capel bruno: alta fronte: occhio loquace: Naso non grande e non soverchio umile: Tonda la gota e di color vivace: Stretto labbro e vermiglio: e bocca esile: 5 Lingua or spedita or tarda, e non mai vile, Che il ver favella apertamente, o tace. Giovin d’anni e di senno; non audace: Duro di modi, ma di cor gentile. La gloria amo e le selve e il biondo iddio: Spregio, non odio mai: m’attristo spesso: Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio. A l’ira presto, e più presto al perdono: Poco noto ad altrui, poco a me stesso: Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Diva di fonte umil, non d’altro ricca Che di pura onda e di minuto gregge, Te, come piacque al ciel, nato a le grandi De l’Eridano sponde, a questi ameni Cheti recessi e a tacit’ombre invito. Non feroci portenti o scogli immani Né pompa io vanto d’infinito flutto O di abitati pin; né imperioso Innalzo il corno, a le città soggette Signoreggiando le torrite fonti; Ma verdi colli e biancheggianti ville, E lieti colti in mio cammin saluto, E tenaci boscaglie a cui commisi Contro i villani d’Aquilone insulti Servar la pace del mio picciol regno e con Febo alternar l’ombre salubri. Né al piangente colono è mio diletto Rapir l’ostello e i lavorati campi, Ad arricchir l’opposta avida sponda, Novo censo al vicin; né udir le preci Inesaudite e gl’imprecanti voti De le madri che seguono da lunge Con l’umid’occhio e con le strida il caro Pan destinato a la fame de’ figli, E la sacra dimora, e il dolce letto. Sol talor godo con l’innocua mano Piegar l’erbe cedenti, e da le rive Sveller fioretti, per ornarmi il seno E le treccie stillanti. Né gelosa Tolgo a gli occhi profani il mio soggiorno, Ma dai tersi cristalli altrui rivelo La monda arena; anzi sovente scesi Dai monti Orobbj i satiri securi Tempran nel fresco mio la siria fiamma, Col piè caprigno intorbidando l’onda. Forse al par d’Aretusa e d’Acheloo
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Ed or di pel già sparso il mento, e quasi Fra i coscritti censito in quella mente Vivo, e quant’ozio il fato e i tempi iniqui A me concederanno, ho stabilito Consecrarlo a le Muse. Or come il mio Furor difenda, o dolce amico, ascolta. Il savio è re libero bello e Giove, Zenon barbato insegna. Or perché pari Temeaci a lui quel buon figliuol di Rea, Temprò di molta insania il foco dio, Onde il deucalioneo selce s’informa. Quindi brama talun che dal suo muro Pendan avi dipinti; altri che a lui Ridan da l’arca impenetrabil molti Cesari fulvi; altri a l’avita Pale Nato in capanna umil vorria la veste Sporcar d’oro pretorio. Odi quest’altro: “Oh! s’io posso il palazzo alzar sul fumo De l’umile vicino, e nel mio tetto Entrar da quattro porte!” E quei che tenta Eccelsi fatti, onde il lontan nipote Di lui favelli, e seminar s’affanna Ciò che raccolga ne la tomba. E sano Direm colui, che di precetti spera Far sano il mondo? A me, più mite forse, Giove impose il far versi. A che la mente Di sì bella follia purgar mi curo, Onde ad altra nocente, o men soave Dare il voto cerèbro e il docil petto? Or ti dirò perché piuttosto io scelga Notar la plebe con sermon pedestre, Che far soggetto ai numeri sonanti Detti e gesta d’eroi. Fatti e costumi Altri da quel ch’io veggio a me ritrosa Nega esprimer Talia. Che se propongo Dir Penelope fida, e il letto intatto
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
De l’aspettato Ulisse, ecco a la mente Lidia m’occorre, che di frutti estrani Feconda l’orto del marito, cui Non Ilio pertinace o il vento avverso, Ma il prego mattutino, o l’affrettata Visita de l’amico, o il diligente Mercurio tiene ad ingrassare il censo De l’erede non suo. Se i fatti egregi Tento di Cincinnato, e il glorioso Ferro alternato a la callosa mano: O i legati di Pirro innanzi al duro Mangiator del magnanimo legume, O i miti fasci..., al fervido pensiero Mi si attraversa Ubaldo, il qual pur jeri Pitocco, oggi pretor, poco si stima Minor di Giove, e spaventar mi crede Con la novella maestà del guardo. Che se dirai che di famose gesta Non men che al tempo di quei sommi antiqui Abbonda il secol nostro; io ti rispondo: Che non ho voce onde a cantare io vaglia Le battaglie, e le paci, e i rinnovati Fra noi Greci e Quiriti, e quella cieca Famosa falce, che trovò l’acuto Gallico ingegno, onde accorciar con arte La troppo lunga in pria strada di Lete
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Gloria del campo: come un tempo è fama Che profugo dal ciel di Giove il padre Col ferro il grembo conjugal fendesse De la gran madre de gli Dei Tellure. Ma il pacifico solco, e le modeste Arti del padre fastidì l’ardente Spirto del figlio; e salutato il tetto, Ed il natal suo regno, andò cercando Novo campo d’onor sott’altro cielo. Quei che da Troja fuggitivo, e spinto Da l’iniqua Giunon tanti anni corse Ver la fuggente Italia, ov’ebbe alfine L’impero, e il tempio, e di Maron la tromba, Taccia innanzi a costui, ch’esule, inerme, Sempre in guerra con Pluto, in terre estrane Portò su le pie spalle i Lari algenti. Taccio Creusa, e l’infelice Elissa. Né a tua gran gente aggiungerò l’immenso Stuol dei piccioli Ascanj, ond’egli accrebbe Le discorse città. Te sol rammento, Vergin bella e pudica, unico frutto Di stabile imeneo; te che sdegnasti Giunger tua destra a mortal destra, e il divo Nome sacro de’ tuoi cedere al nome Di terrestre marito. Ohimè! recisa Dunque è l’augusta pianta! Or dove sono Gli sperati nipoti, ed il promesso Trimalcione? E tu il comporti, o Giove? Ma che favello io stolto? Ecco, oh stupore! Sotto la zona verginal che appesa Al profano sacello Amor non vide, Crescer l’intatto grembo; e viva e vera Uscirne al mondo l’insperata prole. Di qual semenza, di qual gente, assai Fu contesa fra il volgo. A me dal volgo Tratto in disparte, la fatal cortina
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Amore a Delia. A te non noto ancora, Se non di nome, io vengo, io quel di Cipri Fra gli uomini, e gli Dei fanciul famoso; Dubbio innoltrando il piè, che già due lustri Da queste stanze ad altre sedi io trassi, Quando la madre tua savia divenne, E cessò d’esser bella. Or riconosco De’ miei trionfi i monumenti; or veggio Il fido letto, ch’io nel dì lucente, La notte il sonno coniugal calcava, E or sola, dopo il sibilar di molte Preci, e molto sbadiglio, in su la sera L’accoglie. Imen vuol, che dapprima i suoi Seguaci il sonno abbian comune, e il cibo; Indi, fuor che la mensa, a parte il tutto. Qui gli sdegni, le tregue, indi le paci, Indi novelli sdegni, e nove paci Lungo tempo alternati ad arte usai. Su questa sedia or per età vetusta Cader lasciossi da gelosa rabbia Oppressa a un tratto, i languidi chiudendo Occhi, scomposta il crin, madido il fronte Di sudor freddo; il natural rossore Abbandonolle il volto, e sol restovvi L’imposta rosa; l’innocente lino Provò le ingiurie de l’acuto dente. Qui l’immaturo giovane inesperto Modesta accolse in pria, che dopo lungo Conversar con Minerva, e con le Muse A me pur venne alfin, pieno la mente Di sermon lazio, e di raccolti dommi. Qui si sdegnò de l’ardir suo, qui ruppe Un nascente sorriso, qui compose A matronal severitade il guardo; E con la dotta man compose il velo In modo tal che ne apparisse il seno.
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Placossi alfin: più debolmente alfine L’audace man respinse; l’ostinata Garrula voce infievolissi, e tacque; E con guardo di sdegno e d’amore Parea dicesse: “A te do in sacrificio Mia virtù novilustre”; e stanca ormai Di sonanti virili ispidi nei, Anco sentì sollicitarsi il volto Da la molle lanugine cedente Che ancor la mano del tonsor non seppe. Ma quali veggio a le pareti appese Nove imagini, tetri simulacri D’occhi incavati, e di compunti visi? Oh strano cangiamento! or finta in tela La penitente grotta di Marsiglia Sostiene il chiodo, onde pendea dipinto Il latmio bosco e la vulcania rete. Addio pertanto, o meste stanze! A voi Ritornerò quando novella nuora Venga a mutar le imagini, e gli arredi; E dato esiglio a le canute chierche, I bei tumulti, e i giochi, e me richiami E la letizia, di giocondi amici Popolando la casa del marito. Già i parenti, e i congiunti, e i fidi amici Van disegnando ne lo stuol crescente Di te degno, e di lor genero, cui Nuova cura di pubbliche faccende E veste di pretorio oro insignita Faccia illustre, o i non ben dimenticati Con l’arse pergamene, o con le rase Da l’alte porte, e dai lucenti cocchi, Mistiche insegne, titoli vetusti. Ben nel mio regno inviolata io serbo Equalitade; io spesso anche al sublime Talamo esalto del signor beato
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
 “Se mai più che d’Euterpe il furor santo, E d’Erato il sospiro, o dolce madre, L’amaro ghigno di Talia mi piacque, Non è consiglio di maligno petto. Né del mio secol sozzo io già vorrei Rimescolar la fetida belletta, Se un raggio in terra di virtù vedessi, Cui sacrar la mia rima.” A te sovente Così diss’io: ma poi che sospirando, Come si fa di cosa amata e tolta, Narrar t’udia di che virtù fu tempio Il casto petto di colui che piangi; “Sarà”, dicea, “che di tal merto pera Ogni memoria? E da cotanto esemplo Nullo conforto il giusto tragga, e nulla Vergogna il tristo?” Era la notte; e questo Pensiero i sensi m’avea presi; quando, Le ciglia aprendo, mi parea vederlo Dentro limpida luce a me venire, A tacit’orma. Qual mentita in tela Per far con gli occhi a l’egra mente inganno, Quasi a culto, la miri, era la faccia. Come d’infermo, cui feroce e lungo Malor discarna, se dal sonno è vinto Che sotto i solchi del dolor, nel volto Mostra la calma, era l’aspetto. Aperta La fronte, e quale anco gl’ignoti affida: Ma ricetto parea d’alti pensieri. Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso Non difficile il labbro. A me dappresso Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo, Di favellare ardea; ma irrigidita Da timor da stupor da reverenza Stette la lingua; e mi tremò la palma, Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Di retto acuto senno, d’incolpato Costume, e d’alte voglie, ugual, sincero, 75 Non vantator di probità, ma probo: Com’oggi al mondo al par di te nessuno Gusti il sapor del beneficio, e senta Dolor de l’altrui danno.” Egli ascoltava Con volto né superbo né modesto. 80 Io rincorato proseguia: “Se cura, Se pensier di quaggiù vince l’avello Certo so ben che il duol t’aggiunge e il pianto Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto, Te perdendo, ha perduto. E se possanza 85 Di pietoso desio t’avrà condotto Fra i tuoi cari un istante, avrai veduto Grondar la stilla del dolor sul primo Bacio materno.” Io favellava ancora, Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunte 90 Alzando inver lo loco onde a me venne, Mestamente sorrise, e: “Se non fosse Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto Quell’anima gentil fuor de le membra Prendesse il vol, per chiuder l’ali in grembo 95 Di Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia. Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certo Di mai più non lasciarla, esser felice Pienamente non posso.” A questi accenti Chinammo il volto, e taciti ristemmo: 100 Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava. Poi che il pianto e i singulti a le parole Dieder la via, ripresi: “A le sue piaghe Sarà dittamo e latte il raccontarle Che del tuo dolce aspetto io fui beato, 105 E ridirle i tuoi detti. Ora, per lei Ten prego, dammi che d’un dubbio fero Toglierla io possa. Allor che de la vita Fosti al fin presso, o spasimo, o difetto
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
La  mattina  del  21  di  giugno  1630,  verso  le  quattro  e  mezzo,  una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteva su le mani, che pareva che scrivesse. Le diede nell’occhio che, entrando nella strada, si fece appresso alla muraglia delle case, che è subito dopo voltato il cantone, e che a luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro. All’hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli che, a’ giorni passati, andavano ongendo le muraglie. Presa da un tal sospetto, passò in un’altra stanza, che guardava lungo la strada, per tener d’occhio lo sconosciuto, che s’avanzava in quella; et viddi, dice, che teneva toccato la detta muraglia con le mani. C’era alla finestra d’una casa della strada medesima un’altra spettatrice, chiamata Ottavia Bono; la quale, non si saprebbe dire se concepisse lo stesso pazzo sospetto alla prima e da sé, o solamente quando l’altra ebbe messo il campo a rumore. Interrogata anch’essa, depone d’averlo veduto fin dal momento ch’entrò nella strada; ma non fa menzione di muri toccati nel camminare. Viddi, dice, che si fermò qui in fine della muraglia del giardino della casa delli Crivelli... et viddi che costui haveva una carta in mano, sopra la quale misse la mano dritta, che mi pareva che volesse scrivere; et poi viddi che, levata la mano dalla carta, la fregò sopra la muraglia del detto giardino, dove era un poco di bianco. Fu probabilmente per pulirsi le dita macchiate d’inchiostro, giacché pare che scrivesse davvero. Infatti, nell’esame che gli fu fatto il giorno dopo, interrogato, se l’attioni che fece quella mattina, ricercorno scrittura, risponde: signor sì. E in quanto all’andar rasente al muro, se a una cosa simile ci fosse bisogno d’un perché, era perché pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma per cavarne una induzione di questa sorte: è ben una gran cosa: hieri, mentre costui faceva questi atti di ongere, pioveva, et bisogna mo che havesse pigliato quel tempo piovoso, perché più persone potessero imbrattarsi li panni nell’andar in volta, per andar al coperto. Dopo quella fermata, costui tornò indietro, rifece la medesima strada, arrivò alla cantonata, ed era per isparire; quando, per un’altra disgrazia, fu rintoppato da uno ch’entrava nella strada, e che lo salutò. Quella Caterina, che, per tener dietro all’untore, fin che poteva, era tornata alla finestra di
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Ben si cura l’armento del padrone: la nympha non si cura dell’amante, la bella nympha che di sasso ha ’l core, anzi di ferro, anzi l’ha di diamante. Ella fugge da me sempre davante com’agnella dal lupo fuggir suole. Udite, selve, mie dolce parole, poi che la nympha mia udir non vuole. Digli, zampogna mia, come via fugge cogli anni insieme suo bellezza snella e digli come ’l tempo ne distrugge, né l’età persa mai si rinnovella: digli che sappi usar suo forma bella, che sempre mai non son rose e viole. Udite, selve, mie dolce parole, poi che la nympha mia udir non vuole. Portate, venti, questi dolci versi drento all’orecchie della donna mia: dite quante io per lei lacrime versi e la pregate che crudel non sia; dite che la mie vita fugge via e si consuma come brina al sole. Udite, selve, mie dolce parole, poi che la nympha mia udir non vuole. El non è tanto el mormorio piacevole delle fresche acque che d’un saxo piombano, né quanto soffia un ventolino agevole fra le cime de’ pini e quelle trombano, quanto le rime tue son sollazzevole, le rime tue che per tutto rimbombano: s’ella l’ode, verrà com’una cucciola. Ma ecco Tyrsi che del monte sdrucciola. Ch’è del vitello? ha’lo tu ritrovato?
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
Tyrsi servo risponde: Sì ho; così gli avessi el collo mozzo! ché poco men che non m’ha sbudellato, sì corse per volermi dar di cozzo. 100 Pur l’ho poi nella mandria raviato, ma ben so dirti che gli ha pieno il gozzo: i’ ti so dir che gli ha stivata l’epa in un campo di gran, tanto che crepa. Ma io ho vista una gentil donzella 105 che va cogliendo fiori intorno al monte. I’ non credo che Vener sia più bella, più dolce in acto o più superba in fronte: e parla e canta in sì dolce favella che i fiumi isvolgerebbe inverso il fonte; 110 di neve e rose ha ’l volto e d’or la testa, tutta soletta e sotto bianca vesta. Aristeo pastore: Rimanti, Mopso, ch’i’ la vo’ seguire, perché l’è quella di chi io t’ho parlato. Mopso pastore: Guarda, Aristeo, che ’l troppo grande ardire 115 non ti conduca in qualche tristo lato. Aristeo pastore: O mi convien questo giorno morire, o tentar quanta forza habbia ’l mie fato. Rimanti, Mopso, intorno a questo fonte, ch’i’ vogl’ire a trovalla sopra ’l monte. Mopso a Tyrsi 120 O Tyrsi, che ti par del tuo car sire? Vedi tu quanto d’ogni senso è fore! Tu gli potresti pur talvolta dire quanta vergogna gli fa questo amore.
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
Candidas ergo volucres notarat 190 Mantuam condens tiberinus Ocnus, nempe quem Parcae docuit benignae consia mater. Pastore Schiavone a Orfeo: Crudel novella ti rapporto, Orpheo: che tuo nympha bellissima è defunta. 195 Ella fuggiva l’amante Aristeo, ma quando fu sopra la riva giunta, da un serpente venenoso e reo ch’era fra l’herb’e fior, nel piè fu punta: e fu tanto possente e crudo el morso 200 ch’ad un tratto finì la vita e ’l corso. Orpheo si lamenta per la morte di Euridice: Dunque piangiamo, o sconsolata lira, ché più non si convien l’usato canto. Piangiam, mentre che ’l ciel ne’ poli agira e Philomela ceda al nostro pianto. 205 O cielo, o terra, o mare! o sorte dira! Come potrò soffrir mai dolor tanto? Euridice mia bella, o vita mia, senza te non convien che ’n vita stia. Andar convienmi alle tartaree porte 210 e provar se là giù merzé s’empetra. Forse che svolgeren la dura sorte co’ lacrimosi versi, o dolce cetra; forse ne diverrà pietosa Morte ché già cantando abbiam mosso una pietra, 215 la cervia e ’l tigre insieme avemo accolti e tirate le selve, e ’ fiumi svolti. Orfeo cantando giugne all’inferno: Pietà! Pietà! del misero amatore pietà vi prenda, o spiriti infernali. Qua giù m’ha scorto solamente Amore, 220 volato son qua giù colle sue ali. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
né sono ormai più tua; ben tendo a te le braccia, ma non vale 320 che ’ndrieto son tirata. Orfeo mio, vale. Orpheo, seguendo Euridice, dice così: Oimè, se’ mi tu tolta, Euridice mie bella? O mie furore, o duro fato, o ciel nimico, o Morte! O troppo sventurato el nostro amore! 325 Ma pur un’altra volta convien ch’i’ torni alla plutonia corte. Una furia, volendo Orfeo di nuovo tornare a Plutone: Più non venire avanti, anzi ’l piè ferma e di te stesso omai teco ti dole: vane son tuo parole, 330 vano el pianto e ’l dolor. Tuo legge è ferma. Orpheo si duole della sua sorte: Qual sarà mai sì miserabil canto che pareggi il dolor del mie gran danno? O come potrò mai lacrimar tanto ch’i’ sempre pianga el mio mortale affanno? 335 Starommi mesto e sconsolato in pianto per fin ch’e’ cieli in vita mi terranno: e poi che sì crudele è mia fortuna, già mai non voglio amar più donna alcuna. Da qui innanzi vo’ côr e’ fior novelli, 340 la primavera del sexo migliore, quando son tutti leggiadretti e snelli: quest’è più dolce e più soave amore. Non sie chi mai di donna mi favelli, po’ che mort’è colei ch’ebbe ’l mio core; 345 chi vuol commerzio haver co’ mie’ sermoni di feminile amor non mi ragioni. Quant’è misero l’huom che cangia voglia per donna o mai per lei s’allegra o dole, o qual per lei di libertà si spoglia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
XIII Solevon già col canto le sirene fare annegar nel mare e navicanti, ma Ipolita mia cantando tiene sempre nel fuoco e miserelli amanti. Sol un rimedio truovo alle mie pene, ch’un’altra volta Ipolita ricanti: col canto m’ha ferito e poi sanato, col canto morto e poi risucitato. 5 XIV Se non arai a sdegno il nostro amore, Ippolita gentil, fior delle belle, farotti co’ mie versi un tale onore che tutto il mondo n’udirà novelle. Ma sie contenta conservarmi il core, co’ tuo begli occhi, anzi duo vive stelle: contentami del canto e del bel riso, e abbisi chi vuole il paradiso.
Rime di Angelo Poliziano
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Angelo Poliziano   Rime XXVII O trionfante sopra ogni altra bella, gentile, onesta e graziosa dama, ascolta el canto con che ti favella colui che sopra ogni altra cosa t’ama: perché tu sei la sua lucente stella e giorno e notte el tuo bel nome chiama. Principalmente a salutar ti manda, poi mille volte ti si raccomanda. E priegati umilmente che tu degni considerar la sua perfetta fede, e che qualche pietà nel tuo cor regni, come a tanta bellezza si richiede. Egli ha veduti mille e mille segni della tuo gentilezza, e ognor vede: or non chiede altro el tuo fedel suggetto se non veder di que’ segni l’effetto. Sa ben che non è degno che tu l’ami, non è degno vedere i tuo begli occhi, maxime avendo tu tanti bei dami, che par che ognun solo el tuo viso adocchi. Ma perché e’ sa che onore e gloria brami e stimi poco altre frasche o finocchi, e lui sempre mai cerca farti onore, spera per questo entrarti un dì nel core. Quel che non si conosce e non si vede chi l’ami o chi l’aprezzi, mai non truova: e di qui nasce che tanta suo fede, non sendo conosciuta, non gli giova; che troverria ne’ begli occhi merzede, se tu facessi di lui qualche pruova. Ognun zimbella, ognun guata e vagheggia, chi sol per fedeltà esce di greggia. E se potessi un dì, solo soletto, trovarsi teco sanza gelosia, sanza paura, sanza gnun sospetto,
Rime di Angelo Poliziano
prima che afatto questo amor si scuopra. Ch’egli ha diliberato e posto in sodo, se gli dovessi esser cavato il core, 75 di cercare ogni via, ogni arte e modo per côrre e frutti un dì di tanto amore. Scior gli conviene o tagliar questo nodo (pur sempre intende salvarti l’onore), ma convien, dama, ch’anche tu aguzzi, 80 per venire ad effetto, e tuo ferruzzi. E se tu pur restassi per paura di non perder la tua perfetta fama, usa qui l’arte e pon molto ben cura che ingegno o che cervello ha quel che t’ama. 85 S’egli è discreto, non istar più dura, ché più si scuopre, quanto più si brama. Cerca de’ modi, truova qualche mezzo, e non tener troppo el cavallo al rezzo. Se tu guardassi a parole di frati, 90 i’ direi, dama, che tu fussi sciocca: e’ sanno ben riprendere e peccati, ma non si acorda el resto colla bocca, e tutti siàn d’una pece macchiati. Io ho cantato pur: zara a chi tocca! 95 Poi quel proverbio del diavolo è vero, che non è come si dipigne nero. E’ non ti die’ tanta bellezza Iddio, perché la tenga sempre ascosa in seno, ma perché ne contenti, al parer mio, 100 el servo tuo di fede e d’amor pieno. Né creder tu che sia peccato rio, per esser d’altri, uscir un po’ del freno: ché, se ne dai a lui quanto è a bastanza, non si vuol gettar via quel che t’avanza. 105 Egli è pur meglio e più a Dio accetto far qualche bene al povero afamato, che, apresentato nel divin cospetto,
Rime di Angelo Poliziano
LXXV Piangete, occhi dolenti, e non restate, piangete sempre, acompagnate il core, piangete sempre per fin che lasciate li spiriti affannati in gran dolore; e quando il corpo stanco abandonate, piangendo andate bestemiando Amore, e siate essemplo a chi spera merzede di donna in cui non è né fu mai fede. 5 LXXVI Costei ha privo el ciel d’ogni bellezza e tolti e ben di tutto el paradiso; privato ha il sol di lume e di chiarezza e posto l’ha nel suo splendido viso; al mondo ha tolto ogni suo gentilezza, ogni atto e bel costume e dolce riso: Amor l’ha dato sguardo e la favella per farla sopra tutte la più bella.
Rime di Angelo Poliziano
CII I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino. Erano intorno violette e gigli, fra l’erba verde, e vaghi fior novelli, azzurri, gialli, candidi e vermigli: ond’io porsi la mano a côr di quelli per adornare e mie biondi capelli, e cinger di grillanda el vago crino. Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo, vidi le rose, e non pur d’un colore; io colsi allor per empier tutto el grembo, perch’era sì soave el loro odore che tutto mi senti’ destare el core di dolce voglia e d’un piacer divino. I’ posi mente quelle rose allora: mai non vi potrei dir quanto eron belle! Quale scoppiava dalla boccia ancora quale erano un po’ passe e qual novelle. Amor mi disse allor: “Va’ co’ di quelle che più vedi fiorite in sullo spino”. Quando la rosa ogni suo foglia spande, quando è più bella, quando è più gradita, allora è buona a mettere in ghirlande, prima che suo bellezza sia fuggita. Sì che, fanciulle, mentre è più fiorita, cogliàn la bella rosa del giardino.
Rime di Angelo Poliziano
Libro primo 1 – Le gloriose pompe e’ fieri ludi ............................ 5 2 – O bello idio ch’al cor per gli occhi inspiri .......... 5 3 – Sostien tu el fascio ch’a me tanto pesa ................ 5 4 – E tu, ben nato Laur, sotto il cui velo .................. 6 5 – Deh, sarà mai che con più alte note ...................6 6 – Ma fin ch’all’alta impresa tremo e bramo ...........6 7 – E se qua su la fama el ver rimbomba.................. 7 8 – Nel vago tempo di sua verde etate...................... 7 9 – ora a guisa saltar di leopardo .............................. 7 10 – Ah quante ninfe per lui sospirorno!.................. 8 11 – Poi, quando già nel ciel parean le stelle ............ 8 12 – E se talor nel ceco labirinto .............................. 8 13 – Scuoti, meschin, del petto il ceco errore ...........9 14 – Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia .. 9 15 – Giovane donna sembra veramente ...................9 16 – Con essi gli occhi giovenili invesca ................ 10 17 – Quanto è più dolce, quanto è più securo .......10 18 – Quanto giova a mirar pender da un’erta ........ 10 19 – Or delle pecorelle il rozo mastro .....................11 20 – In cotal guisa già l’antiche genti.....................11 21 – Non era ancor la scelerata sete........................ 11 22 – In cotal guisa rimordea sovente ...................... 12 23 – Né fu Cupido sordo al pio lamento ...............12 24 – Io fo cadere al tigre la sua rabbia .................... 12 25 – Zefiro già, di be’ fioretti adorno .....................13 26 – L’ardito Iulio, al giorno ancora acerbo ............ 13 27 – Già circundata avea la lieta schiera .................13 28 – Con tal romor, qualor più l’aer discorda ........ 14 29 – Spargesi tutta la bella compagna .................... 14 30 – Già le setole arriccia e arruota e denti ............ 14 31 – e rinselvato le sagace nare ...............................15 32 – Quale el centaur per la nevosa selva ...............15 33 – Ah quanto a mirar Iulio è fera cosa ................ 15 34 – e con sua man di leve aier compuose.............. 16 35 – Ma poi che ’nvan dal braccio el dardo scosse.. 16 36 – Quanto più segue invan la vana effigie .......... 16 37 – Era già drieto alla sua desianza .......................17 38 – La fera sparve via dalle suo ciglia ...................17 39 – Qual tigre, a cui dalla pietrosa tana ...............17 40 – Tosto Cupido entro a’ begli occhi ascoso ........ 18 41 – Ahi qual divenne! ah come al giovinetto ........ 18 42 – Non s’accorge ch’Amor lì drento è armato .....18 43 – Candida è ella, e candida la vesta ...................19 44 – Folgoron gli occhi d’un dolce sereno .............. 19 45 – Con lei sen va Onestate umile e piana ...........19 46 – Sembra Talia, se in man prende la cetra .........20 47 – Ell’era, assisa sovra la verdura .........................20 48 – Già s’inviava, per quindi partire .....................20 49 – O qual che tu ti sia, vergin sovrana................ 21 50 – Volta la ninfa al suon delle parole ...................21 51 – Io non son qual tua mente invano auguria .... 21 52 – Sovente in questo loco mi diporto.................. 22 53 – Io soglio pur nelli ociosi tempi .......................22 54 – Or poi che ’l sol sue rote in basso cala............ 22 55 – Poi con occhi più lieti e più ridenti ................ 23 56 – Che de’ far Iulio? Ahimè, ch’e’ pur desidera ...23 57 – E’ par che ’l cor del petto se li schianti ...........23 58 – U’ sono or, Iulio, le sentenzie gravi, ...............24 59 – Dianzi eri d’una fera cacciatore ...................... 24 60 – La notte che le cose ci nasconde .....................24 61 – E gioven che restati nel bosco erono...............25 62 – Ma non veggendo il car compagno intorno ...25 63 – Ciascun si sta per la paura incerto.................. 25 64 – Cheti sen vanno e pure alcun col vero ............ 26 65 – Ma ’l gioven, che provato avea già l’arco ........ 26 66 – Ivi ciascun più da vergogna involto................ 26 67 – Ma tosto ognuno allegro alzò le ciglia ............ 27 68 – Ma fatta Amor la sua bella vendetta ...............27 69 – Or canta meco un po’ del dolce regno............ 27 70 – Vagheggia Cipri un dilettoso monte .............. 28 71 – Corona un muro d’or l’estreme sponde .......... 28 72 – Né mai le chiome del giardino eterno ............ 28 73 – Lungo le rive e frati di Cupido .......................29 74 – Dolce Paura e timido Diletto .........................29 75 – Voluttà con Belleza si gavazza ........................ 29 76 – Tacito Inganno e simulato Riso...................... 30 77 – Con tal milizia e tuoi figli accompagna.......... 30 78 – Trema la mammoletta verginella .................... 30 79 – L’alba nutrica d’amoroso nembo .................... 31 80 – Mai rivestì di tante gemme l’erba ...................31 81 – L’acqua da viva pomice zampilla .................... 31 82 – Cresce l’abeto schietto e sanza nocchi ............ 32 83 – Surge robusto el cerro, et alto el faggio .......... 32 84 – Mostronsi adorne le vite novelle .....................32 85 – El chiuso e crespo bosso al vento ondeggia.....33 86 – E mughianti giovenchi a piè del colle ............ 33 87 – Pruovon lor punga e daini paurosi .................33 88 – El cervio appresso alla Massilia fera ................ 34 89 – E muti pesci in frotta van notando ................ 34 90 – Li augelletti dipinti intra le foglie...................34 91 – Al canto della selva Ecco rimbomba ...............35
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
64 Cheti sen vanno e pure alcun col vero la dubia speme alquanto riconforta, ch’el sia rèdito per altro sentiero al loco ove s’invia la loro scorta. Ne’ petti ondeggia or questo or quel pensiero, che fra paura e speme il cor traporta: così raggio, che specchio mobil ferza, per la gran sala or qua or là si scherza. 65 Ma ’l gioven, che provato avea già l’arco ch’ogni altra cura sgombra fuor del petto, d’altre speme e paure e pensier carco, era arrivato alla magion soletto. Ivi pensando al suo novello incarco stava in forti pensier tutto ristretto, quando la compagnia piena di doglia tutta pensosa entrò dentro alla soglia. 66 Ivi ciascun più da vergogna involto per li alti gradi sen va lento lento: quali i pastori a cui il fer lupo ha tolto il più bel toro del cornuto armento, tornonsi a lor signor con basso volto, né s’ardiscon d’entrar all’uscio drento; stan sospirosi e di dolor confusi, e ciascun pensa pur come sé scusi.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
70 Vagheggia Cipri un dilettoso monte, che del gran Nilo e sette corni vede e ’l primo rosseggiar dell’orizonte, ove poggiar non lice al mortal piede. Nel giogo un verde colle alza la fronte, sotto esso aprico un lieto pratel siede, u’ scherzando tra’ fior lascive aurette fan dolcemente tremolar l’erbette. 71 Corona un muro d’or l’estreme sponde con valle ombrosa di schietti arbuscelli, ove in su’ rami fra novelle fronde cantano i loro amor soavi augelli. Sentesi un grato mormorio dell’onde, che fan duo freschi e lucidi ruscelli, versando dolce con amar liquore, ove arma l’oro de’ suoi strali Amore. 72 Né mai le chiome del giardino eterno tenera brina o fresca neve imbianca; ivi non osa entrar ghiacciato verno, non vento o l’erbe o li arbuscelli stanca; ivi non volgon gli anni il lor quaderno, ma lieta Primavera mai non manca, ch’e suoi crin biondi e crespi all’aura spiega, e mille fiori in ghirlandetta lega.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
79 L’alba nutrica d’amoroso nembo, gialle, sanguigne e candide viole; descritto ha ’l suo dolor Iacinto in grembo, Narcisso al rio si specchia come suole; in bianca vesta con purpureo lembo si gira Clizia palidetta al sole; Adon rinfresca a Venere il suo pianto, tre lingue mostra Croco, e ride Acanto. 80 Mai rivestì di tante gemme l’erba la novella stagion che ’l mondo aviva. Sovresso il verde colle alza superba l’ombrosa chioma u’ el sol mai non arriva; e sotto vel di spessi rami serba fresca e gelata una fontana viva, con sì pura, tranquilla e chiara vena, che gli occhi non offesi al fondo mena. 81 L’acqua da viva pomice zampilla, che con suo arco il bel monte sospende; e, per fiorito solco indi tranquilla pingendo ogni sua orma, al fonte scende: dalle cui labra un grato umor distilla, che ’l premio di lor ombre alli arbor rende; ciascun si pasce a mensa non avara, e par che l’un dell’altro cresca a gara.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
82 Cresce l’abeto schietto e sanza nocchi da spander l’ale a Borea in mezo l’onde; l’elce che par di mèl tutta trabocchi, e ’l laur che tanto fa bramar suo fronde; bagna Cipresso ancor pel cervio gli occhi con chiome or aspre, e già distese e bionde; ma l’alber, che già tanto ad Ercol piacque, col platan si trastulla intorno all’acque. 83 Surge robusto el cerro, et alto el faggio, nodoso el cornio, e ’l salcio umido e lento; l’olmo fronzuto, e ’l frassin pur selvaggio; el pino alletta con suoi fischi il vento. L’avorniol tesse ghirlandette al maggio, ma l’acer d’un color non è contento la lenta palma serba pregio a’ forti, l’ellera va carpon co’ piè distorti. 84 Mostronsi adorne le vite novelle d’abiti varie e con diversa faccia: questa gonfiando fa crepar la pelle, questa racquista le già perse braccia, quella tessendo vaghe e liete ombrelle, pur con pampinee fronde Apollo scaccia; quella ancor monca piange a capo chino, spargendo or acqua per versar poi vino.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
meglio ce ne potrem guardare; e se la vena di pazzia che scopriremo sarà tanto abundante che ci paia senza rimedio, l’aiutaremo e, secondo la dottrina di fra Mariano, averemo guadagnato un’anima, che non fia poco guadagno.” Di questo gioco si rise molto, né alcun era che si potesse tener di parlare;  chi  diceva,  “Io  impazzirei  nel  pensare”;  chi,  “Nel  guardare”;  chi dicea, “Io già son impazzito in amare”; e tali cose. IX Allor  fra  Serafino,  a  modo  suo  ridendo:  “Questo,”  disse,  “sarebbe troppo lungo; ma se volete un bel gioco, fate che ognuno dica il parer suo, onde è che le donne quasi tutte hanno in odio i ratti ed aman le serpi; e vederete  che  niuno  s’apporrà,  se  non  io,  che  so  questo  secreto  per  una strana via.” E già cominciava a dir sue novelle; ma la signora Emilia gli impose silenzio, e trapassando la dama che ivi sedeva, fece segno all’Unico Aretino, al qual per l’ordine toccava; ed esso, senza aspettar altro comandamento, “Io,” disse, “vorrei esser giudice con autorità di poter con ogni sorte di tormento investigar di sapere il vero da’ malfattori; e questo per scoprir gl’inganni d’una ingrata, la qual, cogli occhi d’angelo e cor di serpente, mai non  accorda  la  lingua  con  l’animo  e  con  simulata  pietà  ingannatrice  a niun’altra cosa intende, che a far anatomia de’ cori: né se ritrova così velenoso serpe nella Libia arenosa, che tanto di sangue umano sia vago, quanto questa falsa; la qual non solamente con la dolcezza della voce e meliflue parole, ma con gli occhi, coi risi, coi sembianti e con tutti i modi è verissima sirena. Però, poiché non m’è licito, com’io vorrei, usar le catene, la fune o ‘l foco per saper una verità, desidero di saperla con un gioco, il quale è questo: che ognun dica ciò che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in fronte; perché, avvenga che certamente questo ancor sia un artificioso velame per poter ingannare, per avventura si gli dirà qualche interpretazione da lei forse non pensata, e trovarassi che la fortuna, pietosa riguardatrice dei martìri degli omini, l’ha indutta con questo piccol segno a scoprire non volendo l’intimo desiderio suo, di uccidere e sepellir vivo in calamità chi la mira o la serve.” Rise la signora Duchessa, e vedendo l’Unico ch’ella voleva escusarsi di questa imputazione, “Non,” disse, “non parlate, Signora, che non è ora il vostro loco di parlare.” La signora Emilia allor si volse e disse: “Signor Unico, non è alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto più nel conoscer l’animo della signora Duchessa; e
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
convengono; ché per esser questo troppo gran mare, ne contentaremo, come avemo detto, della integrità di fede e dell’animo invitto e che sempre si vegga esser tale: perché molte volte più nelle cose piccole che nelle grandi si conoscono i coraggiosi; e spesso ne’ pericoli d’importanzia, e dove son molti testimonii, si ritrovano alcuni li quali, benché abbiano il core morto nel corpo, pur spinti dalla vergogna o dalla compagnia, quasi ad occhi chiusi vanno inanzi e fanno il debito loro, e Dio sa come; e nelle cose che poco premono e dove par che possano senza esser notati restar di mettersi a pericolo, volentier si lasciano acconciare al sicuro. Ma quelli ché ancor quando pensano non dover esser d’alcuno né mirati, né veduti, né conosciuti, mostrano ardire e non lascian passar cosa, per minima ch’ella sia, che possa loro esser carico, hanno quella virtù d’animo che noi ricerchiamo nel nostro cortegiano. Il quale non volemo però che si mostri tanto fiero, che sempre stia in su le brave parole e dica aver tolto la corazza per moglie, e minacci con quelle fiere guardature che spesso avemo vedute fare a Berto; ché a questi tali meritamente si po dir quello, che una valorosa donna in una nobile compagnia piacevolmente disse ad uno, ch’io per ora nominar non voglio, il quale, essendo da lei, per onorarlo, invitato a danzare, e rifiutando esso e questo e lo udir musica e molti altri intertenimenti offertigli, sempre  con  dir  così  fatte  novelluzze  non  esser  suo  mestiero,  in  ultimo, dicendo la donna, “Qual è adunque il mestier vostro?’, rispose con un mal viso: “Il combattere;’ allora la donna sùbito: “Crederei,’ disse, “che or che non siete alla guerra, né in termine de combattere, fosse bona cosa che vi faceste molto ben untare ed insieme con tutti i vostri arnesi da battaglia riporre in un armario finché bisognasse, per non ruginire più di quello che siate;’ e così, con molte risa de’ circunstanti, scornato lasciollo nella sua sciocca prosunzione. Sia adunque quello che noi cerchiamo, dove si veggon gli inimici, fierissimo, acerbo e sempre tra i primi; in ogni altro loco, umano, modesto e ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostentazione e lo impudente laudar se stesso, per lo quale l’uomo sempre si còncita odio e stomaco da chi ode.” XVIII “Ed io,” rispose allora il signor Gaspar, “ho conosciuti pochi omini eccellenti in qualsivoglia cosa, che non laudino se stessi; e parmi che molto ben comportar lor si possa, perché chi si sente valere, quando si vede non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
avendo da peccare nell’una delle due estremità, men male è l’esser un poco diminuto, che ecceder la ragionevol misura in grandezza; perché gli omini così vasti di corpo, oltra che molte volte di ottuso ingegno si trovano, sono ancor inabili ad ogni esercizio di agilità, la qual cosa io desidero assai nel cortegiano. E perciò voglio che egli sia di bona disposizione e de’ membri ben formato, e mostri forza e leggerezza e discioltura, e sappia de tutti gli esercizi di persona, che ad uom di guerra s’appartengono; e di questo penso il primo dever essere maneggiar ben ogni sorte d’arme a piedi ed a cavallo e conoscere  i  vantaggi  che  in  esse  sono,  e  massimamente  aver  notizia  di quell’arme  che  s’usano  ordinariamente  tra’  gentilomini;  perché,  oltre  all’operarle alla guerra, dove forse non sono necessarie tante sottilità, intervengono spesso differenzie tra un gentilom e l’altro, onde poi nasce il combattere, e molte volte con quell’arme che in quel punto si trovano a canto; però il saperne è cosa securissima. Né son io già di que’ che dicono, che allora l’arte si scorda nel bisogno; perché certamente chi perde l’arte in quel tempo, dà segno che prima ha perduto il core e ‘l cervello di paura. XXI Estimo ancora che sia di momento assai il saper lottare, perché questo accompagna molto tutte l’arme da piedi. Appresso bisogna che e per sé e per gli amici intenda le querele e differenzie che possono occorrere, e sia avvertito ne vantaggi, in tutto mostrando sempre ed animo e prudenzia; né sia facile a questi combattimenti, se non quanto per l’onor fosse sforzato; ché, oltre al gran pericolo che la dubbiosa sorte seco porta, chi in tai cose precipitosamente e senza urgente causa incorre, merita grandissimo biasimo, avvenga che ben gli succeda. Ma quando si trova l’omo esser entrato tanto  avanti,  che  senza  carico  non  si  possa  ritrarre,  dee  e  nelle  cose  che occorrono prima del combattere, e nel combattere, esser deliberatissimo e mostrar sempre prontezza e core; e non far com’alcuni, che passano la cosa in dispute e punti, ed avendo la elezion dell’arme, pigliano arme che non tagliano né pungono e s’armano come s’avessero ad aspettar le cannonate; e parendo lor bastare il non esser vinti, stanno sempre in sul diffendersi e ritirarsi, tanto che mostrano estrema viltà; onde fannosi far la baia da’ fanciulli, come que’ dui Anconitani, che poco fa combatterono a Perugia e fecero  ridere  chi  gli  vide.  “E  quali  furon  questi?”  disse  il  signor  Gaspar
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
e poi tutto il remanente del giorno stia come statua di legno immobile, comparendo solamente a lume di torze o, come mostrano i cauti mercatanti i lor panni, in loco oscuro? Quanto più poi di tutte piace una, dico, non brutta, che si  conosca  chiaramente  non  aver  cosa  alcuna  in  su  la  faccia, benché non sia così bianca né così rossa, ma col suo color nativo pallidetta e talor per vergogna o per altro accidente tinta d’un ingenuo rossore, coi capelli a caso inornati e mal composti e coi gesti semplici e naturali, senza mostrar industria né studio d’esser bella? Questa è quella sprezzata purità gratissima agli occhi ed agli animi umani, i quali sempre temono essere dall’arte ingannati. Piacciono molto in una donna i bei denti, perché non essendo così scoperti come la faccia, ma per lo più del tempo stando nascosi, creder si po che non vi si ponga tanta cura per fargli belli, come nel volto; pur chi ridesse senza proposito e solamente per mostrargli, scopriria l’arte  e,  benché  belli  gli  avesse,  a  tutti  pareria  disgraziatissimo,  come  lo Egnazio catulliano. Il medesimo è delle mani; le quali, se delicate e belle sono, mostrate ignude a tempo, secondo che occorre operarle, e non per far veder la lor bellezza, lasciano di sé grandissimo desiderio e massimamente revestite  di  guanti;  perché  par  che  chi  le  ricopre  non  curi  e  non  estimi molto che siano vedute o no, ma così belle le abbia più per natura che per studio  o  diligenzia  alcuna.  Avete  voi  posto  cura  talor,  quando,  o  per  le strade andando alle chiese o ad altro loco, o giocando o per altra causa, accade che una donna tanto della robba si leva, che il piede e spesso un poco di gambetta senza pensarvi mostra? non vi pare che grandissima grazia tenga, se ivi si vede con una certa donnesca disposizione leggiadra ed attillata  nei  suoi  chiapinetti  di  velluto,  e  calze  polite?  Certo  a  me  piace  egli molto e credo a tutti voi altri, perché ognun estima che la attillatura in parte così nascosa e rare volte veduta, sia a quella donna più tosto naturale e propria che sforzata, e che ella di ciò non pensi acquistar laude alcuna. XLI In tal modo si fugge e nasconde l’affettazione, la qual or potete comprender quanto sia contraria, e levi la grazia d’ogni operazion così del corpo come dell’animo; del quale per ancor poco avemo parlato, né bisogna però lasciarlo; ché sì come l’animo più degno è assai che ‘l corpo, così ancor merita  esser  più  culto  e  più  ornato.  E  ciò  come  far  si  debba  nel  nostro cortegiano, lasciando li precetti di tanti savi filosofi, che di questa materia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XLVIII Tornando adunque a dechiarir le sorti delle facezie appartenenti al proposito nostro, dico che, secondo me, di tre maniere se ne trovano, avvenga che messer Federico solamente di due abbia fatto menzione; cioè di quella  urbana  e  piacevole  narrazion  continuata,  che  consiste  nell’effetto d’una cosa; e della sùbita ed arguta prontezza, che consiste in un detto solo. Però noi ve ne giungeremo la terza sorte, che chiamano “burle’; nelle quali intervengon le narrazioni lunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione. Quelle prime adunque, che consistono nel parlar continuato, son di manera tale, quasi che l’omo racconti una novella. E per darvi uno esempio: “In quei proprii giorni che morì papa Alessandro Sesto e fu creato Pio Terzo,  essendo  in  Roma  e  nel  Palazzo  messer  Antonio  Agnello,  vostro mantuano, signora Duchessa, e ragionando a punto della morte dell’uno e creazion dell’altro, e di ciò facendo varii giudici con certi suoi amici, disse: “Signori,  fin  al  tempo  di  Catullo  cominciarono  le  porte  a  parlare  senza lingua ed udir senza orecchie ed in tal modo scoprir gli adultèri; ora, se ben gli omini non sono di tanto valor com’erano in que’ tempi, forse che le porte, delle quai molte, almen qui in Roma, si fanno de’ marmi antichi, hanno la medesima virtù che aveano allora ed io per me credo che queste due ci saprian chiarir tutti i nostri dubbi, se noi da loro i volessimo sapere”. Allor  quei  gentilomini  stettero  assai  sospesi  ed  aspettavano  dove  la  cosa avesse a riuscire, quando messer Antonio, seguitando pur l’andar inanzi e ‘ndietro, alzò gli occhi, come all’improviso, ad una delle due porte della sala nella qual passeggiavano, e fermatosi un poco mostrò col dito a’ compagni la inscrizion di quella, che era il nome di papa Alessandro, nel fin del quale era un V ed un I, perché significasse, come sapete, Sesto; e disse: “Eccovi che questa porta dice: ALEXANDER PAPA VI, che vol significare, che è stato papa per la forza che egli ha usata e più di quella si è valuto che della ragione. Or veggiamo se da quest’altra poterno intender qualche cosa del novo pontefice”; e voltatosi, come per ventura, a quell’altra porta, mostrò la inscrizione d’un N, dui PP ed un V, che significava NICOLAUS PAPA QUINTUS, e sùbito disse: “Oimè, male nove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet”’.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XLIX Or vedete come questa sorte di facezie ha dello elegante e del bono, come si conviene ad uom di corte, o vero o finto che sia quello che si narra; perché in tal caso è licito fingere quanto all’uom piace, senza colpa; e dicendo la verità, adornarla con qualche bugietta, crescendo o diminuendo secondo ‘l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virtù di questo è il dimostrar tanto bene e senza fatica, così coi gesti come con le parole, quello che l’omo vole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che si narrano. E tanta forza ha questo modo così espresso, che talor adorna e fa piacer sommamente una cosa, che in se stessa non sarà molto faceta  né  ingeniosa.  E  benché  a  queste  narrazioni  si  ricerchino  i  gesti  e quella efficacia che ha la voce viva, pur ancor in scritto qualche volta si conosce la lor virtù. Chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novelle narra Giovan Boccaccio come ben si sforzava di cantare un Chirie ed un Sanctus il prete di  Varlungo quando sentia la Belcolore in chiesa? Piacevoli narrazioni sono ancora in quelle di Calandrino ed in molte  altre.  Della  medesima  sorte  pare  che  sia  il  far  ridere  contrafacendo  o imitando, come noi vogliam dire; nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno più eccellente di messer Roberto nostro da Bari.” L “Questa non saria poca laude,” disse messer Roberto, “se fosse vera, perch’io certo m’ingegnerei d’imitare più presto il ben che ‘l male, e s’io potessi assimigliarmi ad alcuni ch’io conosco, mi terrei per molto felice; ma dubito non saper imitare altro che le cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vicio.” Rispose messer Bernardo: “In vicio sì, ma che non sta male. E saper dovete che questa imitazione di che noi  parliamo  non  po  essere  senza  ingegno;  perché,  oltre  alla  manera d’accommodar le parole e i gesti, e mettere innanzi agli occhi degli auditori il volto e i costumi di colui di cui si parla, bisogna esser prudente ed aver molto rispetto al loco, al tempo ed alle persone con le quai si parla e non descendere alla buffoneria, né uscire de’ termini; le quai cose voi mirabilmente osservate, e però estimo che tutte le conosciate. Ché in vero ad un gentilomo non si converria fare i volti, piangere e ridere, far le voci, lottare da sé a sé, come fa Berto, vestirsi da contadino in presenzia d’ognuno, come
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
intendendo il signore, amorevolmente si dolse col padre, dicendo che gli pesava molto perché in avergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli e discreti figlioli. Il padre gli rispose: “Signor mio, voi non avete veduto nulla; ché da pochi giorni in qua erano riusciti molto più belli e virtuosi ch’io non arei mai potuto credere e già cantavano insieme come dui sparvieri’. E stando a questi dì un dottor de’ nostri a vedere uno, che per giustizia  era  frustato  intorno  alla  piazza,  ed  avendone  compassione,  perché  ‘l meschino, benché le spalle fieramente gli sanguinassero, andava così lentamente  come  se  avesse  passeggiato  a  piacere  per  passar  tempo,  gli  disse: “Camina, poveretto, ed esci presto di questo affanno’. Allor il bon omo rivolto, guardandolo quasi con maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse: “Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo; ch’io adesso voglio andar  al  mio’.  Dovete  ancora  ricordarvi  quella  sciocchezza,  che  poco  fa raccontò il signor Duca di quell’abbate; il quale, essendo presente un dì che ‘l duca Federico ragionava di ciò che si dovesse far di così gran quantità di terreno, come s’era cavata per far i fondamenti di questo palazzo, che tuttavia si lavorava, disse: “Signor mio, io ho pensato benissimo dove e’ s’abbia a mettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivi reponere si potrà, senza altro impedimento’. Rispose il duca Federico, non senza risa: “E dove metteremo noi quel terreno che si caverà di questa fossa?’ Suggiunse l’abbate: “Fatela far tanto grande, che l’uno e l’altro vi stia’. Così, benché il Duca più volte replicasse, che quanto la fossa si facea maggiore, tanto più terren si cavava, mai non gli poté caper nel cervello ch’ella non si potesse far tanto grande, che l’uno e l’altro metter non vi si potesse, né mai rispose altro se non: “Fatela tanto maggiore’. Or vedete che bona estimativa avea questo abbate.” LII Disse allora messer Pietro Bembo: “E perché non dite voi quella del vostro commissario fiorentino? il quale era assediato nella Castellina dal duca di Calavria, e dentro essendosi trovato un giorno certi passatori avvelenati,  che  erano  stati  tirati  dal  campo,  scrisse  al  Duca  che,  se  la  guerra s’aveva da far così crudele, esso ancor farebbe porre il medicame in su le pallotte dell’artiglieria e poi chi n’avesse il peggio, suo danno.” Rise messer Bernardo e disse: “Messer Pietro, se voi non state cheto, io dirò tutte quelle
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
i maggior stridi del mondo. Allora maestro Serafino in collera e per svilupparsi, “Ah villan traditor’, disse, “dunque tu ancor vorresti avere dui occhi, come hanno i cittadini e gli omini da bene? vattene in malora’: e queste parole accompagnò con tanta furia, che quel povero contadino spaventato si tacque e cheto cheto se n’andò con Dio, credendosi d’aver il torto. LXXVIII È ancor bello quando si dechiara una cosa o si interpreta giocosamente. Come alla corte di Spagna comparendo una mattina a palazzo un cavaliero, il quale era bruttissimo, e la moglie, che era bellissima, l’uno e l’altro vestiti di damasco bianco, disse la Reina ad Alonso Carillo: “Che vi par, Alonso, di questi dui?’ “Signora’, rispose Alonso, “parmi che questa sia la dama e questo lo asco’, che vol dir schifo. Vedendo ancor Rafaello de’ Pazzi una lettra del Priore di Messina, che egli scriveva ad una sua signora, il soprascritto della qual dicea: Esta carta s’ha de dar a quien causa mi penar, “Parmi’, disse,  “che  questa  lettera  vada  a  Paolo  Tolosa’.  Pensate  come  risero  i circunstanti, perché ognuno sapea che Paolo Tolosa aveva prestato al Prior dieci mila ducati; ed esso, per esser gran spenditor, non trovava modo di rendergli. A questo è simile quando si dà una ammonizion famigliare in forma di consiglio, pur dissimulatamente. Come disse Cosimo de’ Medici ad  un  suo  amico,  il  qual  era  assai  ricco,  ma  di  non  molto  sapere,  e  per mezzo  pur  di  Cosimo  aveva  ottenuto  un  officio  fuor  di  Firenze;  e dimandando costui nel partir suo a Cosimo, che modo gli parea che egli avesse a tenere per governarsi bene in questo suo officio, Cosimo gli rispose: “Vesti di rosato, e parla poco’. Di questa sorte fu quello che disse il conte Ludovico ad uno che volea passar incognito per un certo loco pericoloso e non sapea come travestirsi; ed essendone il Conte addimandato, rispose: “Véstiti da dottore, o di qualche altro abito da savio’. Disse ancor Giannotto de’ Pazzi ad un che volea far un saio d’arme dei più diversi colori che sapesse trovare: “Piglia parole ed opre del Cardinale di Pavia’. LXXIX Ridesi ancor d’alcune cose discrepanti; come disse uno l’altro giorno a  messer  Antonio  Rizzo  d’un  certo  Forlivese:  “Pensate  s’è  pazzo,  che  ha nome Bartolomeo’. Ed un altro: “Tu cerchi un maestro Stalla, e non hai Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 137 � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i cavalli’; ed, “A costui non manca però altro che la robba e ‘l cervello’. E d’alcun’altre  che  paion  consentanee;  come,  a  questi  dì,  essendo  stato suspizione che uno amico nostro avesse fatto fare una renunzia falsa d’un beneficio, essendo poi malato un altro prete, disse Antonio Torello a quel tale: “Che stai tu a far che non mandi per quel tuo notaro, e vedi di carpir quest’altro beneficio?’ Medesimamente d’alcune che non sono consentanee; come l’altro giorno avendo il Papa mandato per messer Giovan Luca da Pontremolo e per messer Domenico dalla Porta, i quali, come sapete, son tutti dui gobbi, e fattogli Auditori, dicendo voler indrizzare la Rota, disse messer Latin Iuvenale: “Nostro Signore s’inganna, volendo con dui torti indrizzar la Rota’. LXXX Ridesi ancor spesso quando l’omo concede quello che se gli dice, ed ancor più, ma mostra intenderlo altramente. Come, essendo il capitan Peralta già condutto in campo per combattere con Aldana e domandando il capitan Molart, che era patrino d’Aldana, a Peralta il sacramento, s’avea addosso brevi o incanti che lo guardassero da esser ferito, Peralta giurò che non avea addosso né brevi né incanti né reliquie né devozione alcuna in che avesse fede. Allor Molart, per pungerlo che fosse marano, disse: “Non vi affaticate in questo, ché senza giurare credo che non abbiate fede né anco in Cristo’. È  ancor  bello  usar  le  metafore  a  tempo  in  tai  propositi;  come  il  nostro maestro Marco Antonio, che disse a Botton da Cesena, che lo stimulava con parole: “Botton, Bottone, tu sarai un dì il bottone e ‘l capestro sarà la fenestrella’. Ed avendo ancor maestro Marco Antonio composto una molto lunga  comedia  e  di  varii  atti,  disse  il  medesimo  Botton  pur  a  maestro Marc’Antonio:  “A  far  la  vostra  comedia  bisogneranno  per  lo  apparato  a quanti  legni  sono  in  Schiavonia’;  rispose  maestro  Marc’Antonio:  “E  per l’apparato della tua tragedia basteran tre solamente’. LXXXI Spesso  si  dice  ancor  una  parola,  nella  quale  è  una  nascosta significazione lontana da quello che par che dir si voglia. Come il signor Prefetto qui, sentendo ragionar d’un capitano, il quale in vero a’ suoi dì il più delle volte ha perduto, e allor pur per avventura avea vinto; e dicendo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
138 � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i colui che ragionava, che nella entrata che egli avea fatta in quella terra s’era vestito un bellissimo saio di velluto cremosì, il qual portava sempre dopo le vittorie, disse il signor Prefetto: “Dee esser novo’. Non meno induce il riso, quando talor si risponde a quello che non ha detto colui con cui si parla, o ver si mostra creder che abbia fatto quello che non ha fatto, e dovea fare. Come  Andrea  Coscia,  essendo  andato  a  visitare  un  gentilomo,  il  quale discortesemente lo lasciava stare in piedi ed esso sedea, disse: “Poiché vostra Signoria me lo commanda, per obedire io sederò’; e così si pose a sedere. LXXXII Ridesi ancor quando l’omo con bona grazia accusa se stesso di qualche errore; come l’altro giorno. dicendo io al capellan del signor Duca, che Monsignor mio avea un capellano che dicea messa più presto di lui, mi rispose: “Non è possibile’; ed accostatomisi all’orecchio, disse: “Sapiate ch’io non dico un terzo delle secrete’. Biagin Crivello, ancor essendo stato morto un prete a Milano, domandò il beneficio al Duca, il qual pur stava in opinion di darlo ad un altro. Biagin in ultimo, vedendo che altra ragione non gli valea,  “E  come?’  disse;  “s’io  ho  fatto  ammazzar  il  prete,  perché  non  mi volete voi dar il beneficio?’ Ha grazia ancor spesso desiderare quelle cose che non possono essere; come l’altro giorno un de’ nostri, vedendo questi signori  che  tutti  giocavano  d’arme  ed  esso  stava  colcato  sopra  un  letto, disse: “Oh come mi piaceria, che ancor questo fosse esercizio da valente omo e bon soldato!’ E ancor bel modo e salso di parlare, e massimamente in persone gravi e d’autorità, rispondere al contrario di quello che vorria colui con chi si parla, ma lentamente, e quasi con una certa considerazione dubbiosa e suspesa. Come già il re Alfonso primo d’Aragona, avendo donato ad un  suo  servitore  arme,  cavalli  e  vestimenti,  perché  gli  avea  detto  che  la notte avanti sognava che sua Altezza gli dava tutte quelle cose; e non molto poi dicendogli pur il medesimo servitore, che ancor quella notte avea sognato  che  gli  dava  una  bona  quantità  di  fiorin  d’oro,  gli  rispose:  “Non crediate da me inanzi ai sogni, ché non sono veritevoli’. Di questa sorte rispose ancor il Papa al Vescovo di Cervia, il qual, per tentar la voluntà sua gli disse: “Padre Santo, per tutta Roma e per lo palazzo ancora si dice che vostra Santità mi fa governatore’. Allor il Papa, “Lasciategli dire’, rispose, “ché son ribaldi; non dubitate, che non è vero niente’.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
questo perché allor per sorte parea che in su quel ponte non fusse persona; e stando così, sopragiunsero dui Franzesi i quali, vedendo questo nostro debatto, dimandarono che cosa era e fermaronsi per volerci spartire, con opinion che noi facessimo questione da dovero. Allor io tosto, “Aiutatemi’, dissi, “signori, ché questo povero gentilomo a certi tempi di luna ha mancamento  di  cervello;  ed  ecco  che  adesso  si  vorria  pur  gittar  dal  ponte  nel fiume’. Allora quei dui corsero, e meco presero Cesare e tenevanlo strettissimo; ed esso, sempre dicendomi ch’io era pazzo, mettea più forza per svilupparsi  loro  dalle  mani  e  costoro  tanto  più  lo  stringevano;  di  sorte  che  la brigata cominciò a vedere questo tumulto ed ognun corse; e quanto più il bon Cesare battea delle mani e piedi, ché già cominciava entrare in collera, tanto  più  gente  sopragiungeva;  e  per  la  forza  grande  che  esso  metteva, estimavano  fermamente  che  volesse  saltar  nel  fiume,  e  per  questo  lo stringevan più; di modo che una gran brigata d’omini lo portarono di peso all’osteria, tutto scarmigliato e senza berretta, pallido dalla collera e dalla vergogna; ché non gli valse mai cosa che dicesse, tra perché quei Franzesi non lo intendevano, tra perché io ancor conducendogli all’osteria sempre andava dolendomi della disavventura del poveretto, che fosse così impazzito. LXXXIX Or,  come  avemo  detto,  delle  burle  si  poria  parlar  largamente;  ma basti il replicare che i lochi onde si cavano sono i medesimi delle facezie. Degli esempi poi n’avemo infiniti, ché ogni dì ne veggiamo; e tra gli altri, molti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccaccio, come quelle che faceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simone, e molte altre di donne, che veramente sono ingeniose e belle. Molti omini piacevoli di questa  sorte  ricordomi  ancor  aver  conosciuti  a’  mei  dì,  e  tra  gli  altri  in Padoa uno scolar siciliano, chiamato Ponzio, il qual vedendo una volta un contadino che aveva un paro di grossi caponi, fingendo volergli comperare fece mercato con esso e disse che andasse a casa seco, ché, oltre al prezzo, gli darebbe da far colazione; e così lo condusse in parte dove era un campanile, il quale è diviso dalla chiesa, tanto che andar vi si po d’intorno; e proprio ad una delle quattro facce del campanile rispondeva una stradetta piccola. Quivi Ponzio, avendo prima pensato ciò che far intendeva, disse al contadino: “Io ho giocato questi caponi con un mio compagno, il qual dice che questa
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Oh! (come sopra). Qualche bel pezzo di poesia? No (come sopra). E ch’è dunque? Una cosa stupenda, meravigliosa, tratta dal francese: è una novella, detta volgarmente una favola. (Maledetto! Una favola! stupenda! maravigliosa!) (batte forte). È di Esopo? No. È di monsieur de la Fontaine? Non so l’autore, ma non importa... La volete sentire? Mi farà piacere. Aspettate. Oh ch’ho perduto il segno. La troverò... (cerca la carta). Voi che leggete de’ buoni libri amate di sentir delle favole? (a Geltruda). Perché no? Se sono scritte con sale, istruiscono, e divertono infinitamente. Oh, l’ho trovata. Sentite... (Maledetto! legge le favole!) (pesta forte). Oh principiate a battere? (a Crespino). Non vol che li metta li soprattacchi? (al Conte, e batte). Timoteo torna a pestar forte nel mortaio.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Scena 19 Pantalone, poi Doralice. Pantalone Doralice Pantalone Doralice Pantalone Doralice Pantalone Doralice Pantalone Doralice Pantalone Doralice Pantalone Cusí  el  me  ascolta?  A  so  tempo  se  parleremo. Ma  vien  mia  fia;  bisogna regolarse con prudenza. Caro signor padre, venite molto poco a vedermi. Cara fia, savè che gh’ho i mi interessi. E po no vegno tanto spesso, per no sentir pettegolezzi. Quello, che vi ho scritto in quella polizza è purtroppo la verità. Mo za; vu altre donne disè sempre la verità. Dopo, ch’io sono in questa casa, non ho avuto un’ora di bene. Vostro mario come ve trattelo? Di lui non mi posso dolere. È buono, mi vuol bene, e non mi dà mai un disgusto. Cossa voleu de piú? Non ve basta? Mia suocera non mi può vedere. Andè colle bone; procurè de segondarla, dissimulè qualcossa; fè finta de no saver; fè finta de no sentir. Col tempo anca ela la ve vorà ben. In casa tutti si vestono, tutti spendono, tutti godono, ed io niente. Abbiè pazenzia; vegnirà el zorno, che starè ben anca vu. Sè ancora novella 28 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Scena 12 Arlecchino, travestito con altr’abito, e detto. Arlecchino Pantalone Arlecchino Pantalone Arlecchino Pantalone Arlecchino Pantalone Arlecchino (Oh, se trovass sto sior Conte, ghe vorria piantar dell’altre belle antichità, senza spartir l’utile con Brighella) (da sé). (Chi diavolo xè costú?) (da sé). (Sto barbetta mi nol conoss) (da sé). Galantomo chi seu? Chi domandeu? Inanz, che mi responda, l’am favorissa de dirme chi l’è Vussioria. Son un amigo del sior Conte Anselmo. Se dilettela de antichità? Oh assae. Compro tutto. (Sta a veder, che l’è un de quei, che lo tira in trappola) (da sé). Za, che Vussioria se diletta de antichità, la sappia, che mi son un antiquari. Son vegnú per far la fortuna del sior Conte Anselmo, ma se vussioria me obbligherà con qualch bona maniera, ghe darò a lu tutte ste zoggie, che ho portà con mi. (Vòi torme spasso, e scoverzer terren) (da sé). Caro amigo, se me farè a mi sto piaser, oltre al pagamento, ve servirò in quel, che poderò, in quel, che ve occorrerà. Za che ved, che l’è un galantomo, l’osserva, che roba? L’osserva, che antichità, che rarità, che preziosità! Vedel questa? (mostra una pantofola vecchia). Questa la par una pantofola vecchia. Questa l’era la pantofola de Neron, colla qual l’ha dà quel terribil calzo a Poppea, quand el l’ha scazzada del tron. Bravo! Oh che rarità! Gh’aveu altro? (oh che ladro!) (da sé). Vedel questa? (mostra una treccia di capelli). Questa l’è la drezza de cavelli de Lugrezia romana, restada in man a Sesto Tarquini, quando el la voleva sforzar. Bellissima! (ah tocco de furbazzo!) (da sé). La vederà... No vòi veder altro. Baron, ladro, desgrazià! Credistu, che sia un mamalucco?
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Sono sassi un poco lavorati col scalpello per ingannare, chi crede. Ghe sarà anca petrificà, e indurio el cervello de qualche antiquario. E le mummie? Sono cadaveri di piccoli cani, e di gatti, e di sorci sventrati e seccati. Ma il basilisco? È un pesce marino, che i ciarlatani sogliono accomodare in figura di basilisco, e se ne servono per trattenere i contadini in piazza, quando vogliono vendere il loro balsamo. Signor Pancrazio, voi m’uccidete, voi mi cavate il cuore. E i quadri, le pitture, le miniature? Per quel poco, che ho veduto sono cose, che possono valere cento scudi, se vi arrivano. Dubito, o che vi vogliate prender spasso di me, o che lo facciate per indurmi a vendervi queste robbe a buonmercato, ma v’ingannate, se lo credete. Io sono un uomo d’onore. Non son capace d’ingannarvi, ma vi dico bensí, che siete stato tradito. E chi l’ha tradio xè quel baron de Brighella. Brighella è onorato. Brighella xè un furbazzo, e ghe lo proverò. Come le potete dire? Come me lo potete provare? Se  recordela  dell’Armeno,  che  gh’à  vendú  el  lume  eterno  delle  piramidi d’Egitto e tutte quell’altre belle cosse? Me ne ricordo sicuro, e quella pure è stata un’ottima spesa. Con so bona grazia l’aspetta un momento; el xè qua, che el fazzo vegnir (parte). Avrà qualche altra cosa rara da vendere. Caro signor Conte mi dispiace sentire, ch’ella getti malamente i suoi denari. Compatitemi, non ne sono ancor persuaso. Brighella mi ha fatto fare questo negozio. Brighella se ne intende quanto voi, e non è capace d’ingannarmi. Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell’onore. Signor Conte, io son venuto per illuminarla, mosso dall’onestà di galantuomo, ed eccitato a farlo dal signor Pantalone. Vusignoria è attorniato da bricconi, che l’inganOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Scena 1 Tamas, ed Alí. Tamas Non mi annoiare, Alí: son dal dolore oppresso; Odio gli altrui consigli, odio perfin me stesso. L’oppio, che pur sai, quanto suole alterar gli spirti, Nulla giovommi; oh pensa... Vanne; non voglio udirti. Sí, me ne andrò: che importa a me, che voi parliate? Io sarò sempre Alí, ancor quando crepiate; E sarò sempre stato vostro fedele amico, Ancor, che de’ miei detti non ve ne caglia un fico. Come parli? Che stile inusitato, e nuovo? Fra tai sconce parole, Alí piú non ritrovo. Pregio è di noi Persiani il parlar grave, e bene: Ridicolo costume in Ispaan sconviene. Come favelli? Hai d’oppio la dose caricata? Sí, amico; doppia dose per voi ne ho trangugiata: Per voi, che pur vorrei colla letizia mia Scotere da cotesta letal malinconia. L’oppio, quel succo amaro, ch’è agli Europei veleno, Di cui nell’Asia nostra s’empion le genti il seno, Gioia mi desta in petto inusitata, e strana. Tamas, gioite meco. Ogni tua cura è vana: Gioir non mi farebbe né scettro, né corona; Vedi se potrà farlo un ebrio, che ragiona. Ebrio son io, nol niego, pel sonnifero amaro, Non pel vietato vino, dolce al palato, e caro; E pur (ve lo confido) in quattro ier di sera Un orcio ne bevemmo nella caravanzera. Cosa tu mi confidi da me con sdegno udita; Vino non bevvi mai pel corso di mia vita. Ciò, che il pubblico offende, per ragion del divieto, Dee l’anime bennate offendere in segreto.
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Scena 1 Ircana e Curcuma Ircana Curcuma Ircana Curcuma Ah Curcuma, e fia vera la nova dolorosa? Tamas andò egli istesso ad incontrar la sposa? Questi occhi lo han veduto, e, qual da giovinetta Conservo (grazie al cielo) la vista ancor perfetta. Ohimè! Non vi affliggete, di già ci siamo intese; M’impegno, che la sposa viva non dura un mese. Ho tutto preparato, rospi, cicute, e fieli, E d’animali immondi sangue, cervella e peli; Delle spinose piante nutrite in Carmania, Che avvelenano i venti, ne ho sempre in mia balía. Ho l’antimonio, il sale, il solfo e l’orpimento, E mancami soltanto dell’oro, e dell’argento. Eccome, prendi questo (si strappa uno smaniglio). Piano non lo strappate; Spiacemi, che d’un fregio la bella man spogliate. E pur fia necessario scioglierlo in una tazza. (Sciogliere lo smaniglio? Affé, non son sí pazza) (da sé). Ma incontro alla sua sposa è volontario andato Tamas, o da suo padre a forza strascinato? Non so; ma l’ho veduto montar sul suo destriere, Tutto coperto d’oro, che a mirarlo è un piacere, Al lato era del padre, intorno avea parenti, Preceduto da turba di servi, e di stromenti. L’eunuco Bulganzar (quel sozzo eunuco nero, Che se far lo potesse, farebbe altro mestiero) Egli si è ritrovato in mezzo alla brigata, Allor che fu la sposa dal giovine incontrata, Là dove il Sanderut vicin, con l’acque sue Tra Zulfa ed Ispaan parte il terreno in due; Fatima, d’ogn’intorno da schiave circondata,
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Nel momento primiero, che scopromi allo sposo, Veggolo nel mirarmi immobile, e ritroso. Misera, e quand’io spero m’accolga fra le braccia, Volge le luci altrove, e non mi guarda in faccia! Oltre al dover, son prima a scioglier la favella, Non ha rossore a dirmi, che la sua schiava è bella, Che l’ama, e che pretende, per contentar l’audace, Sagrificar la sposa, e rimandarla in pace. Vile non son; de’ corti sento nell’alma il peso, Veggo l’amor di sposa, veggo l’onore offeso. Ma che giovar poteami con un che mi disprezza, Con un che può scacciarmi, lo sdegno, e la fierezza? Quel che non fa la pace, quel che non fa l’amore, Coi sposi monsulmani far non puote il furore. Dissimular conviene, soffrir la crudeltade Per moverlo col tempo a dolcezza, a pietade; E celando nel petto la gelosia cruciosa, Agli occhi del crudele rendermi meno odiosa. Per me di morte istessa piú barbaro è il dolore Di cedere a una schiava del mio diletto il cuore; Ma perché ciò non segua, dir degg’io di volerlo, E guadagnar lo sposo, mostrando compiacerlo. Scena 8 Curcuma, e detta Curcuma Fatima Curcuma Fatima Curcuma Sposa gentil, e vaga, degna d’eterna lode, Curcuma a voi s’inchina, delle donne custode. Sí, cara mia, prendete, d’aggradimento in segno, Questo di vero affetto amichevole pegno (s’abbracciano). Siete gentil davvero; bella siete, e graziosa. (E parmi, che esser debba discreta e generosa) (da sé). Ditemi: quante schiave Tamas ha in suo potere? (Principia dalle schiave). Dieci ne suole avere (Principia dalle schiave lo dice da sé). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Scena 11 Tamas solo Tamas A qual misero stato femina, o ciel, mi pone? Oltre del proprio foco non ode altra ragione. Dunque, per compiacerla, crudo sarò a tal segno; E del mio amore in vece, Fatima avrà il mio sdegno? Ma se d’amor col manto l’odio nel sen coprisse? Fatima è donna... e donna, l’altra è pur che lo disse. E la ragione istessa, che fa temer di quella Può rendermi d’Ircana sospetta la favella.
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Le punta delle dita, le dita or curve, or tese Tanto alternò, che alfine a dir “basta” s’intese; E co la mano aperta, che suol valer per cento, Mostrossi il padre mio del prezzo esser contento. Ibraima Zama Alfine Noi siam Circasse, e siam del piú colto confine. E Ircana non è degna né men di starci a fronte. Ibraima Zama Ibraima Zama E soffrirem da lei busse, minaccie ed onte? Affé se mi ci metto... Se mi ci metto anch’io... Vuo’ svellerle le chiome. Vuo’ fare il dover mio. Ora che vi è la sposa non conta piú niente; Finito avrà l’audace di far l’impertinente. Ma non aperse il pugno, che conta mille.
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
(Chi è costei, che non parte?) (da sé). (Numi, consiglio, aita) (da sé). (Ah sí la veggio; è questa la rivale abborrita. Fuggasi) (da sé). Ircana. A nome chi sei tu, che m’appelli? Di Tamas la consorte questa è, con cui favelli. E ben? che dir vorresti? che io son tua schiava? Invano Temi, che usar io voglia teco il poter sovrano. Non servono con l’altre le schiave, che han l’onore D’aver incatenato del signor loro il cuore.
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Se di vendetta un giorno poteste lusingarvi, Io stessa vi direi: pensate a vendicarvi; Ma se diventa Osmano vostro signor, cospetto! Ha un ciglio rabbuffato, ha un ceffo maledetto! E voi, che di natura siete delicatina, Vi manda all’altro mondo senz’altra medicina. Fuggasi, giacché il fato ha tronca ogni speranza Ecco l’indegno frutto di soverchia baldanza. Era pur meglio in pace, di Tamas mio signore Colla novella sposa goder diviso il cuore. Ah no: lo dissi, il dico, e l’ho fissato in mente, O sola, o abbandonata, o goder tutto, o niente. Ah maledetto il punto, che qui Fatima venne! Fosse spirata almeno allor quando si svenne! Ed io colle mie mani, per onta, e per dispetto Avessi a quell’indegna strappato il cuor dal petto. O sarei morta, e avrei di tormentar finito, O Tamas fia meco per amor mio fuggito. Or la rivale è viva, io fuggo invendicata, Da Tamas, non so bene, se amata, o disamata. Orsú l’ora s’appressa d’andarsene bel bello, Sorella. Ah no, sorella; caro eunuco fratello. Vedete a che m’espongo per compassion di voi. (Curcuma non è pazza, anch’ella ha i fini suoi) (da sé). Tamas creder mi fece, che foste a me nemica. Ecco smentito il falso; ecco, se sono amica; Per voi l’onore arrischio, la vita, ed ogni cosa. (Ma parto, e meco porto le gioie della sposa) (da sé). Ohimè! dimmi qual traccia noi nel fuggir terremo? Fuori dell’uscio appena Bulganzar troveremo; Egli che sa le vie, sa gli usi, e sa il costume, De’ platani fra l’ombre si terrà lungo il fiume; E fatto chetamente un miglio di cammino In Zulfa troveremo per noi miglior destino. Zulfa è città vicina ad Ispaan è vero,
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Scena 1 Camera prima nella locanda, con bauli e robe su’ tavolini Don Florindo, Pantalone e Brighella Florindo Subito, Brighella, ma subito, subito, senza perder tempo, va’ alla posta, fa’ attaccare al mio carrozzino quattro cavalli, e fa’ che il postiglione venga qui col legno immediatamente. Ma volela partir subito? Senza disnar? Non cercar di piú, fa’ quello, che ti ordino, e torna colla risposta. Vado senz’altro. (Oh che matti! Oh che matti! Qualche volta i troppi bezzi i fa dar volta al cervello) (da sé, parte). Donca, la vol andar via? Quando ritorna a casa la mia signora consorte, voglio che trovi il carrozzino pronto, e che ritorni meco a Castell’a Mare. Ma perché sta resoluzion repentina? Non voglio soggiacere a maggiori affronti. Ne ho sofferti abbastanza. Ma, la me perdona, l’esser pontiglioso xè proprio delle donne; vorla esser pontiglioso anca ela? Il mio risentimento non può chiamarsi puntiglio, mentre, come voi m’insegnate,  il  puntiglio  non  è,  che  una  pretensione,  o  ridicola,  o  ingiusta,  o eccedente. Ma io non ho, che a dolermi del trattamento, che qui ricevo, e voglio assolutamente partire. Se la se fusse degnada de accettar le mie esibizion, no ghe sarabe successo sti inconvenienti. Dite bene; quella pazza di mia moglie, col fanatismo della nobiltà in capo, mi vuole esposto agli scherni, e alle derisioni. E ela la xè tanto debole de lassarse guidar da una donna? Da una donna, che gh’à  sta  sorte  de  pregiudizi  in  testa?  Da  una  donna,  che  va  cercando  el precipizio della so casa? Io sono uomo di bon cuore. Amo mia moglie, e cerco di compiacerla. Amar la muggier xè una cossa bona, ma no bisogna amarla a costo della propria rovina. L’amor bisogna misurarlo col merito della persona; e no
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
È bello? Bellissimo. Piú del mio? Piú del vostro non dico; ma è bello assai; e in campagna ha da fare una figura strepitosissima. (Ed io ho da restare col mio bell’abito a spazzar le strade in Livorno?) Quest’anno io credo che si farà a Montenero una bellissima villeggiatura. Per qual ragione? Vi hanno da essere delle signore di piú, delle spose novelle, tutte magnifiche, tutte in gala, e le donne traggono seco gli uomini, e dove vi è della gioventú, tutti corrono. Vi sarà gran gioco, gran feste di ballo. Ci divertiremo infinitamente. (Ed io ho da stare in Livorno?) (Si rode, si macera. Ci ho un gusto pazzo). (No, non ci voglio stare; se credessi cacciarmi per forza con qualche amica). Signora Vittoria, a buon riverirla. La riverisco. A Montenero comanda niente? Eh! può essere che ci vediamo. Se verrà, ci vedremo. Se non verrà, le faremo un brindisi. Non vi è bisogno ch’ella s’incomodi. Viva il bel tempo! Viva l’allegria, viva la villeggiatura! Servitore umilissimo. La riverisco divotamente. (Se non va in campagna, ella crepa prima che termini questo mese) (parte).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
missionario anche lo scellerato, perchè vi trova il proprio interesse. Quindi i  suffragi  degli  uomini  divennero  non  solo  utili,  ma  necessari,  per  non cadere al disotto del comune livello. Quindi se l’ambizioso gli conquista come utili, se il vano va mendicandoli come testimoni del proprio merito, si vede l’uomo d’onore esigerli come necessari. Quest’onore è una condizione  che  moltissimi  uomini  mettono  alla  propria  esistenza.  Nato  dopo  la formazione della società, non potè esser messo nel comune deposito, anzi è un instantaneo ritorno nello stato naturale e una sottrazione momentanea della  propria  persona  da  quelle  leggi  che  in  quel  caso  non  difendono bastantemente un cittadino. Quindi e nell’estrema libertà politica e nella estrema dipendenza spariscono le idee dell’onore, o si confondono perfettamente con altre: perchè nella  prima  il  dispotismo  delle  leggi  rende  inutile  la  ricerca  degli  altrui suffragi; nella seconda, perchè il dispotismo degli uomini, annullando l’esistenza civile, gli riduce ad una precaria e momentanea personalità. L’onore è dunque uno dei principii fondamentali di quelle monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura, ed un ricordo al padrone dell’antica uguaglianza.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Dolcezza delle pene Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento  del  quale  debbo  affrettarmi.  Uno  dei  più  gran  freni  dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benchè moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza  dell’impunità;  perchè  i  mali,  anche  minimi,  quando  son  certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. L’atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto di più per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano più delitti, per fuggir la pena di un solo. I paesi e i tempi dei più atroci supplicii furon sempre quelli delle più sanguinose ed inumane azioni, poichè il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. Sul trono dettava leggi di ferro ad anime atroci di schiavi, che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava ad immolare i tiranni per crearne dei nuovi. A misura che i supplicii diventano più crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello cogli oggetti che gli circondano, s’incalliscono, e la forza sempre viva delle passioni fa che, dopo cent’anni di crudeli supplicii, la ruota spaventi tanto quanto prima la prigionia. Perchè una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev’essere calcolata l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di più è dunque superfluo e perciò tirannico. Gli uomini si regolano per la ripetuta azione dei mali che conoscono, e non su quelli che ignorano. Si facciano due nazioni, in una delle quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala dei delitti, la pena maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell’altra la ruota. Io dico che la prima avrà tanto timore della sua maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione di trasportar nella prima le pene maggiori della seconda, l’istessa ragione servirebbe per accrescere le pene di quest’ultima, passando insensibilmente dalla ruota ai tormenti più lenti e più studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta dai tiranni. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
CVII – O giorno di tristizia e pien di danno ............. 75 CVIII – Sì doloroso, non poria dir quanto ................ 76 CIX – Tutto ciò ch’altrui agrada a me disgrada .......... 76 XC – Come in quelli occhi gentili e in quel viso ........ 77 CXI – La dolce vista e ’l bel guardo soave .................. 78 CXII – Novelle non di veritate ignude ....................... 80 CXIII – Amico, s’egualmente mi ricange................... 80 CXIV – Molte fiate Amor, quando mi desta .............. 81 CXV – Spesso m’avvien ch’i’ non posso far motto ..... 81 CXVI – Serrato è lo meo cor di dolor tanto .............. 82 CXVII – Dante, i’ ho preso l’abito di doglia .............. 82 CXVIII – Lo gran disio, che mi stringe cotanto ........ 83 CXIX – Lasso, pensando a la distrutta valle ............... 85 CXX – Io guardo per li prati ogni fior bianco............ 85 CXXI – Signor, e’ non passò mai peregrino ............... 86 CXXII – Voi che per simiglianza amate’ cani ............. 86 CXXIII – Oimè, lasso, quelle trezze bionde ............... 87 CXXIV – Io fu’ ’n su l’alto e ’n sul beato monte ........ 88 CXXV – Cino a Dante ............................................. 89 CXXVI – Cino a Dante ............................................ 91 CXXVII – Cino a Dante ........................................... 92 CXXVIII – Cino a Dante ......................................... 92 CXXIX – Cino a Moroello Malaspina ....................... 93 CXX – Cino a Dante ................................................ 93 CXXI – Cino a Guido Cavalcanti ............................. 94 CXXII – Cino a Onesto ............................................ 94 CXXIII – Cino a Onesto .......................................... 95 CXXIV – Cino a Onesto .......................................... 95 CXXV – Cino a Onesto ............................................ 96 CXXVI – Cino a Onesto .......................................... 96 CXXVII – Cino a Cacciamonte ................................ 97 CXXVIII – Cino a Picciòlo da Bologna .................... 97 CXXIX – Cino a Mula da Pistoia .............................. 98 CXL – Cino a Bernardo da Bologna ......................... 98 CXLI – Cino a Gherarduccio da Bologna ................. 99 CXLII – Cino a Gherarduccio .................................. 99 CXLIII – Cino a Gherarduccio da Bologna............. 100 CXLIV – Cino a Gherarduccio da Bologna............. 100 CXLV – Cino a Meuccio......................................... 101 CXLVI – Cino a Gherardo da Reggio...................... 101
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
II Tutto mi salva il dolce salutare che vèn da quella ch’è somma salute, in cui le grazie son tutte compiute: con lei va Amor che con lei nato pare. 5 E fa rinovellar la terra e l’âre, e rallegrar lo ciel la sua vertute; giammai non fuor tai novità vedute quali ci face Dio per lei mostrare. Quando va fuor adorna, par che ’l mondo sia tutto pien di spiriti d’amore, sì ch’ogni gentil cor deven giocondo. E lo villan domanda: “Ove m’ascondo?”; per tema di morir vòl fuggir fòre; ch’abbassi li occhi l’omo allor, rispondo.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cino da Pistoia    Canzoni, sonetti e ballate � III Una gentil piacevol giovanella adorna vèn d’angelica vertute, in compagnia di sì dolce salute, che qual la sente poi d’amor favella. 5 Ella m’aparve agli occhi tanto bella, che per entr’un penser al cor venute son parolette, che dal cor vedut’è abbia ’n vertù d’esta gioia novella; la quale ha presa sì la mente nostra e l’ha coverta di sì dolce amore, ch’ella non può pensar se non di lei: “Vedi com’è soave il su’ valore! ch’agli occhi nostri apertamente mostra come tu dèi aver gran gioi da lei”.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
IV Vedete, donne, bella creatura che sta tra voi maravigliosamente! Vedeste mai così nova figura o così savia giovane piacente? 5 Ella per certo l’umana natura e tutte voi adorna similmente; ponete a li atti suoi piacenti cura che fan maravigliar tutta la gente. Quanto si puote, a prova l’onorate, donne gentil, ché tutte voi onora, di cui per ciascun loco si novella. Or si parrà chi ha ’n sé nobilitate, ch’io veggio Amor visibil che l’adora e falle reverenza, sì li abella!
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
VII Sta nel piacer de la mia donna Amore come nel sol lo raggio e in ciel la stella, che nel mover de li occhi ’l porge al core, sì ch’ogni spirito smarrisce in quella. 5 Soffrir non posson li occhi lo splendore, né ’l cor pò stare in loco, sì li abella! Isbatte forte, tal sente dolzore; quivi si prova chi di lei favella. Ridendo par ch’allegri tutto ’l loco, per via passando angelico diporto, nobil ne li atti ed umil ne’ sembianti; tutt’amorosa di sollazzo e gioco, è saggia nel parlar, vita e conforto, gioia e diletto a chi le sta davanti.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
XXXI Chi a falsi sembianti il cor arisca, credendo esser amato, e s’in[n]amora, tanto diletto non sente in quel[l]’ora, ch’apresso più di pena non lang[u]isca, 5 quando per lume di vertà chiarisca ch’el no[n] è dentro quel che par di fòra; e se di ciò seguir più si rancora, co[n]ven che finalmente ne perisca. Onde non chiamo già donna, ma morte, quella ch’altrui per servitor accoglie e poi gab[b]ando e sdegnando l’uccide, a poco a poco la vita gli toglie, e quanto più tormenta più ne ride: caduta vegg’eo lei in simil sorte. 10 XXXII Tu che sei voce che lo cor conforte, e gridi in parte ove non pote stare l’anima nostra cui parole porte, non odi tu il segnore in lei parlare 5 e dir che pur conven che mi dia morte questo novello spirito ch’appare d’una gentil vertù e ch’è sì forte che qual e’ fere non ne può scampare? Tu piangerai con lei, s’ascolti bene, ch’esce per forza di molti martiri d’esto suo loco che sì spesso more; e fòr per gli occhi miei piena ne vene de le lagrime ch’escon de’ sospiri, ch’abondan tanto quanto fa ’l dolore.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
dé’ gire a star, per essere onorata; e quando se’ sguardata, no sbigottir de la tua oppinione, ché ragion t’assicura e cortesia. Dunque ti metti ’n via — a la palese; di ciaschedun cortese, — umil servente liberamente — come vuoi t’appella; e dì che sei novella — d’un che vide quello signor che chi lo guarda uccide.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
XLVI L’alta speranza che mi reca Amore d’una donna gentil ch’i’ ho veduta, l’anima mia dolcemente saluta e falla rallegrar dentro a lo core, onde si face, a quel ch’ell’era, strana; e conta novitate, come venisse di parte lontana; che quella donna piena d’umiltate giugne cortese e piana e posa nelle braccia di Pietate. E son tali sospir d’esta novella, ch’i’ mi sto solo perch’altri non li oda, e intendo Amor come la donna loda, che mi fa viver sotto la sua stella. Dice ’l dolce signor: “Questa salute voglio chiamar laudando per ogni nome di gentil vertute; ché propiamente lei tutte adornando, sono in essa cresciute, ch’a bona invidia si vanno adastando. Non pò dir né saver quel che simiglia se non chi sta nel ciel, ch’è di lassuso; per ch’esser non ne può già core astiuso, che non ha invidia quel ch’è maraviglia; lo qual vizio regna ov’è paraggio; ma questa è senza pare, e non so esemplo dar, quant’ella è maggio. La grazia sua a chi la può mirare
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cino da Pistoia    Canzoni, sonetti e ballate � 55 e ’n far cosa novella prender vi fece condizione umana: tanto siete sovrana e gentil creatura, che lo mondo esser vi dee giocondo, sol che tra noi vostra cera soggiorna. Donna, per Deo, pensate, ched e’ però vi fe’ maravigliosa sovrapiacente cosa, che l’uom laudasse Lui nel vostro aviso; a ciò vi die’ beltate, che voi mostraste sua somma potenza. Dunque, in dispiagenza essere non vi dé, s’i’ sguardo fiso vostro mirabil viso, che m’ha lo cor diviso e che m’alleggia ogni gravosa pena; già non vi fece Deo perché ancidesse alcun vostro bellore. La mia vita si more naturalmente se voi non vegg’eo, sì m’è mortale e reo stare senza veder la vostra cera, mia vigorosa spera ch’a vita e morte sovente mi mena. Ahi me lasso! morto anzi foss’eo che dispiacervi tanto, che voi vedere alquanto non concedeste a me, servo leale! Omo son for conforto; tant’è l’anima mia smarrita omai, che non fina trar guai, sì la tempesta tempo fortunale. Già son venuto a tale, per soverchio di male,
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
LIII Zaffiro che del vostro viso raggia sì fortemente li occhi m’innamora, ch’elli si fanno miei signori allora, ch’i’ aspetto Amor, che di morte m’ingaggia, 5 se tal sorte m’incontra ch’i’ non aggia mercé da voi; onde conven ch’i’ mora, lasso! ché nel cor vostro non dimora pietate che del mio martirio caggia. Siete voi gentile, accorta e saggia ed adorna di ciò che donna onora; ma quest’è quel che più m’ancide ancora, da ch’io vi veggio d’ogni pietà fòra; tanto che guai conven che di voi traggia, come d’una crudel fera selvaggia. 10 LIV Deh! com’ sarebbe dolce compagnia se questa donna e Amore e Pietate fossero insieme in perfetta amistate, secondo la vertù ch’onor disia; 5 e l’un de l’altro avesse segnoria, e ’n sua natura ciascun libertate, sì che ’l core a la vista d’umiltate, simile fosse sol per cortesia! Sed io vedesse ciò, sì che novella ne portassero li occhi a l’alma trista, voi udireste lei nel cor cantare, spogliata del dolor che là conquista; ché, ascoltando un pensier che ne favella, sospirando s’è ita in lui posare.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
XC S’io ismagato sono ed infralito non ve ne fate, genti, maraviglia; ma miracol vi sembri solamente com’io non son già de la mente uscito: in tal maniera la morte mi piglia ed assalisce subitanamente, che l’alma non consente per nulla guisa di voler morire; ma ’l corpo mio per pena disentire la chiede quanto può senza dimora. Di ciò, lasso, ad ogn’ora crescere sento fra me stesso guerra, però che non diserra la Morte di voler ch’i’ testé mora. Così m’avien per non veder l’augella di cui non ebbi, gran tempo è, novella.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
XCII Li vostri occhi gentili e pien’ d’amore feruto m’hanno col dolce sguardare, sì ch’io sento ogni membro accordare e doler forte perch’i’ non ho ’l core; 5 ché volentieri il faria servidore di voi, donna piacente oltra ’l pensare: li atti e i sembianti e la vista d’amare e ciò ch’io veggio in voi mi par bellore. Come poteo d’umana natura nascer nel mondo figura sì bella com’ sète voi? Maravigliar mi fate! Dico, guardando a la vostra beltate: “Questa non è terrena creatura; Dio la mandò da ciel, tant’è novella!”.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
CVIII Sì doloroso, non poria dir quanto, ho pena e schianto, — angoscia e tormento; e ’l martirio ch’io sofferisco è tanto, che mai non canto — ed altra gio’ non sento. 5 E ciascun giorno rinovello in pianto e sono affranto — d’ogni allegramento; di greve pena a dosso porto manto; ben saria santo, — se stessi contento! Ch’i’ non talento — mai altro che morte, perché tort’è — la mia vita, se dura; in tal rancura — l’Amor mi sostene! Perché m’avene — così crudel sorte, che trovo forte — sì la mia natura, che m’assicura: — la morte non vene? 10 CIX Tutto ciò ch’altrui agrada a me disgrada, ed èmmi a noia e spiace tutto ’l mondo. Or dunque che ti piace? I’ ti rispondo: quando l’un l’altra spessamente aghiada, 5 e piacemi veder colpi di spada altrui nel volto, e navi andare a fondo; e piacerebbemi un Neron secondo, e ch’ogne bella donna fosse lada. Molto mi spiace allegrezza e sollazzo, e la malenconia m’agrada forte; e tutto ’l dì vorrei seguire un pazzo. E far mi piaceria di pianto corte, e tutti quelli amazzar ch’io amazzo nel fèr pensier, là dov’io trovo Morte.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cino da Pistoia    Canzoni, sonetti e ballate � CXII Novelle non di veritate ignude, quant’esser può lontane sian da gioco, disio saver, sì ch’i’ non trovo loco, de la beltà che per dolor si chiude. 5 A ciò, ti prego, metti tua virtude, pensando ch’entrerei per te in un foco; ma svariato t’ha forse non poco la nova usanza de le genti crude; sì ch’a me, lasso, il tuo pensier non volte; però m’oblii, ché memoria non perde se non quel che non guarda spesse volte. Ma se del tutto ancor non si disperde, mandami a dir, mercé ti chiamo molte, come si dee mutar lo scuro in verde.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cino da Pistoia    Canzoni, sonetti e ballate � CXXVII Cino a Dante Novellamente Amor mi giura e dice d’una donna gentil, s’i’ la riguardo, che per vertù de lo su’ novo sguardo ella sarà del meo cor beatrice. 5 Io, c’ho provato po’ come disdice, quando vede imbastito lo suo dardo, ciò che promette, a morte mi do tardo, ch’i’ non potrò contraffar la fenice. S’io levo gli occhi, e del suo colpo perde lo core mio quel poco che di vita gli rimase d’un’altra sua ferita. Che farò, Dante? ch’Amor pur m’invita, e d’altra parte il tremor mi disperde che peggio che lo scur non mi sia ’l verde.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
CLIX Chi ha un buono amico e nol tien caro, molt’è leggiero il suo cognoscimento, e qual di lieve male alleggiamento fa gran vendetta, non legge ben chiaro. 5 Però si guardi chi non ha riparo contr’a chi li favella a piacimento; io li faccio assaper che pentimento non fu giamai che non paresse amaro. Prim’hanno li Spagnuol perduto il sole ch’a noi s’avegna di lodare il giorno, acciò che siamo incerti del futuro; e tal si gabba dell’altru’ iscorno, che può venire a tempo ch’elli nole: qual va, di non cader non è sicuro.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
10 CLX Merzé di quel signor ch’è dentro a meve, nessun non dÑtto che favelli ’n rima, e che ciò possa dir meo core stima, poi, quando ’l sente, l’uomo intender deve 5 ch’i’ son quel sol che sua vertù riceve, faccio ed acconcio tutto con sua lima, ed ogni motto con lui movo, prima ch’i’ ’l porga fra le genti chiaro e breve. Dunque di cui dottar degg’io parlando d’Amor? che dal suo spirito procede, che parla in me, ciò ch’io dico rimando. Non temo lingua ch’adastando fiede; ché l’uom che per invidia va biasmando sempre dice ’l contraro a quel che crede.
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
Ben dé la trista accrsescer lo suo duolo, com’è cresciuto il disdegno e l’ardire de la spietata Morte; che perciò tardi si vendiica il suolo del reo che ’l sagna, se schiva venire dentro de le sue porte; ma contra i buoni è sì ardita e forte, che non ridotta di bontate schiera, né valor val contra sua dura forza, sì come vuole, isforza e mena ’l mondo sotto sua bandiera, né da lei campa se non laude altera. L’ardita morte non conobbe Nino, non teméo d’Alessandro né di Iulio, né del buon Carlo antico, e mostrando nel Cesar il domino, di quel piuttosto accresce il suo paculio ch’è di verture amico; sì com’ha fatto del novello Enrico, di cui tremava ogni sfrenata cosa, onde l’esule ben fòra redito, ch’è di vertù smarrito, se Morte stata non fosse sì osa; ma suso in ciel l’abbraccia la sua sposa. Ciò che si vede pinto di valore, ciò che si legge di verture scritto, ciò che di laude suona, tutto si ritrovava in quel signore, Enrica, senza par, Cesare dritto, sol degno di corona. E’ fu forma del ben che si ragiona, il qual castiga gli elementi e regge: né’l mondo, ingrato d’ogni provedenza, ora si volta, senza vigor che renda ’l temor a la legge,
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
contra la fiamma de l’ardenti invegge. Veggiam che Morte uccide ogni vivente, che tenga da quell’organo la vita che porta ogn’animale; ma pregio, ch’è da vertù solamente, non può da Morte ricever ferita, perch’è cosa eternale; lo qual per mente amica vola e sale sempre nel loco del maggio intelletto, che sente l’aere, ove sonando applaude lo spirito di laude, che piove Amor d’ordinato diletto, per cui è ’l gentil animo distretto. Dunque a fin pregio che vertute spande e che diventa spirito nell’are, che sempre piove Amore, solo intendere dé l’animo grande, tanto più con magnifico operare quanto ha stato maggiore. No è omo gentil, non re, no imperadore se non risponde a sua grandezza l’opra, come facea nel magnanimo prince, la cui vertute vince nel cor gentil, sì che vi sta di sopra, con tutto che per parte non si scopra. Messer Guido Novello, io son ben certo che ’l vostro idolo-amor di guelfo stato non vi rimove da l’amor esperto in cui sta sì com’a l’oro intaglio; e tal cor ne sospira, che ben dopo mill’anni Amor lo tira . Amore ch’innamora altrui di pregio, di pura virtù sorge ne l’animo che l’om con Dio pareggia e quegli che s’adorna col suo fregio,
Canzoni sonetti e ballate di Cino da Pistoia
Canzone prima Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, udite il ragionar ch’è nel mio core, ch’io nol so dire altrui, sì mi par novo. El ciel che segue lo vostro valore, gentili creature che voi sete, mi tragge ne lo stato ov’io mi trovo. Onde ’l parlar de la vita ch’io provo, par che si drizzi degnamente a vui: però vi priego che lo mi ’ntendiate. Io vi dirò del cor la novitate, come l’anima trista piange in lui, e come un spirto contra lei favella, che vien pe’ raggi de la vostra stella. Suol esser vita de lo cor dolente un soave penser, che se ne gia  molte fiate a’ pie’ del nostro Sire,  ove una donna gloriar vedia, di cui parlava me sì dolcemente che l’anima dicea: “Io men vo’ gire”. Or apparisce chi lo fa fuggire e segnoreggia me di tal virtute, che ’l cor ne trema che di fuori appare. Questi mi face una donna guardare, e dice: “Chi veder vuol la salute, faccia che li occhi d’esta donna miri, sed e’ non teme angoscia di sospiri”. Trova contraro tal che lo distrugge l’umil pensero, che parlar mi sole d’un’angela che ’n cielo è coronata. L’anima piange, sì ancor len dole, e dice: “Oh lassa a me, come si fugge questo piatoso che m’ha consolata!” De li occhi miei dice questa affannata: “Qual ora fu che tal donna li vide! e perché non credeano a me di lei? Io dicea: “Ben ne li occhi di costei
Convivio di Dante Alighieri
de’ star colui che le mie pari ancide!” E non mi valse ch’io ne fossi accorta che non mirasser tal ch’io ne son morta”. “Tu non se’ morta, ma se’ ismarrita, anima nostra, che sì ti lamenti” dice uno spiritel d’amor gentile; “ché quella bella donna che tu senti, ha transmutata in tanto la tua vita, che n’hai paura, sì se’ fatta vile! Mira quant’ell’è pietosa e umile, saggia e cortese ne la sua grandezza, e pensa di chiamarla donna, omai! Ché se tu non t’inganni, tu vedrai di sì alti miracoli adornezza, che tu dirai: “Amor, segnor verace, ecco l’ancella tua; fa che ti piace””. Canzone, io credo che saranno radi color che tua ragione intendan bene, tanto la parli faticosa e forte. Onde, se per ventura elli addivene che tu dinanzi da persone vadi che non ti paian d’essa bene accorte, allor ti priego che ti riconforte, dicendo lor, diletta mia novella: “Ponete mente almen com’io son bella!” Poi che proemialmente ragionando, me ministro, è lo mio pane ne lo precedente trattato con sufficienza preparato, lo tempo chiama e domanda la mia nave uscir di porto; per che, dirizzato l’artimone de la ragione a l’òra del mio desiderio, entro in pelago con isperanza di dolce cammino e di salutevole  porto  e  laudabile  ne  la  fine  de  la  mia  cena.  Ma  però  che  più profittabile sia questo mio cibo, prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare come mangiare si dee. Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. L’uno si chiama litterale, [e questo è quello che non si stende più Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
sarebbe così da loro intesa come da coloro che ’ntendono li loro effetti ne la loro operazione; e questa ragione tocco quando dico: Ch’io nol so dire altrui, sì mi par novo. L’altra ragione è: quand’uomo riceve beneficio, o vero ingiuria, prima de’ quello retraere a chi liele fa, se può, che ad altri; acciò che se ello è beneficio, esso che lo riceve si mostri conoscente inver lo benefattore; e s’ella è ingiuria, induca lo fattore a buona misericordia con le dolci parole. E questa ragione tocco, quando dico: El ciel che segue lo vostro valore, Gentili creature che voi sete, Mi tragge ne lo stato ov’io mi trovo. Ciò è a dire: l’operazione vostra, cioè la vostra circulazione, è quella che m’ha tratto ne la presente condizione. Però conchiudo e dico che ’l mio parlare a loro dee essere, sì come detto è; e questo dico qui: Onde ’l parlar de la vita ch’io provo, Par che si drizzi degnamente a vui. E dopo queste ragioni assegnate, priego loro de lo ’ntendere quando dico: Però vi priego che lo mi ’ntendiate. Ma però che in ciascuna maniera di sermone lo dicitore massimamente dee intendere a la persuasione, cioè a l’abbellire, de l’audienza, sì come a quella ch’è principio  di  tutte  l’altre  persuasioni,  come  li  rettorici  [s]anno;  e  potentissima persuasione sia, a rendere l’uditore attento, promettere di dire nuove e grandissime cose; seguito io, a la preghiera fatta de l’audienza, questa persuasione, cioè, dico, abbellimento, annunziando loro la mia intenzione, la quale è di dire nuove cose, cioè la divisione ch’è ne la mia anima, e grandi cose, cioè  lo  valore  de  la  loro  stella.  E  questo  dico  in  quelle  ultime  parole  di questa prima parte: Io vi dirò del cor la novitate, Come l’anima trista piange in lui, E come un spirto contra lei favella, Che vien pe’ raggi de la vostra stella. E a pieno intendimento di queste parole, dico che questo [spirito] non è altro che uno frequente pensiero a questa nuova donna commendare e abbellire; e questa anima non è altro che un altro pensiero accompagnato di consentimento, che, repugnando a questo, commenda e abbellisce la memoria di quella gloriosa Beatrice. Ma però che ancora l’ultima sentenza de la mente, cioè lo consentimento, si tenea per questo pensiero che la memoria aiutava, chiamo lui anima e l’altro spirito; sì come chiamare solemo la cittade quelli che la tengono, e non coloro che la combattono, avvegna che l’uno e l’altro sia cittadino. Dico anche che questo spirito viene per li raggi de la stella: per che sapere si vuole che li raggi di ciascuno cielo sono la via per la quale discende la loro vertude in queste cose di qua giù. E però che li raggi non sono altro che uno lume che viene dal principio de la luce per l’aere infino a la cosa illuminata, e luce non sia se non ne la parte de la stella, però che l’altro cielo è diafano, cioè transparente, non dico che vegna queOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Per che a ’ntelletti sani 75 è manifesto i lor diri esser vani, e io così per falsi li riprovo, e da lor mi rimovo; e dicer voglio omai, sì com’io sento, che cosa è gentilezza, e da che vene, 80 e dirò i segni che ’l gentile uom tene. Dico ch’ogni vertù principalmente vien da una radice: vertute, dico, che fa l’uom felice in sua operazione. 85 Questo è, secondo che l’Etica dice, un abito eligente lo qual dimora in mezzo solamente, e tai parole pone. Dico che nobiltate in sua ragione 90 importa sempre ben del suo subietto, come viltate importa sempre male; e vertute cotale dà sempre altrui di sé buono intelletto; 95 per che in medesmo detto convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto. Onde convien da l’altra vegna l’una, o d’un terzo ciascuna; ma se l’una val ciò che l’altra vale, e ancor più, da lei verrà più tosto. 100 E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto. È gentilezza dovunqu’è vertute, ma non vertute ov’ella; sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, ma ciò non e converso. 105 E noi in donna e in età novella vedem questa salute, in quanto vergognose son tenute, ch’è da vertù diverso. Dunque verrà, come dal nero il perso, 110 ciascheduna vertute da costei, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
quel Salmo che comincia: “Segnore nostro Iddio, quanto è ammirabile lo nome tuo ne l’universa terra!”, là dove commenda l’uomo, quasi maravigliandosi del divino affetto in essa umana creatura, dicendo: “Che cosa è l’uomo, che tu, Dio, lo visiti? Tu l’hai fatto poco minore che li angeli, di gloria e d’onore l’hai coronato,  e  posto  lui  sopra  l’opere  de  le  mani  tue”.  Veramente  dunque  bella  e convenevole comparazione fu del cielo a l’umana nobilitade. Poi quando dice: E noi in donna e in età novella, pruova ciò che dico, mostrando che la nobilitade si stenda in parte dove virtù non sia. E dice poi: vedem questa salute: e tocca nobilitade, che bene è vera salute, essere là dove è vergogna, cioè tema di disnoranza, sì come è ne le donne e ne li giovani, dove la vergogna è buona e laudabile; la qual vergogna non è virtù, ma certa passione buona. E dice:  E noi in donna e in età novella, cioè in giovani; però che, secondo che vuole lo Filosofo nel quarto de l’Etica, “vergogna non è laudabile né sta bene ne li vecchi e ne li uomini studiosi”, però che a loro si conviene di guardare da quelle cose che a vergogna li conducano. A li giovani e a le donne non è tanto richesto di c[au]tela, e però in loro è  laudabile  la  paura  del  disnore  ricevere  per  la  colpa;  che  da  nobilitade viene, e nobilitade si puote credere e in loro chiamare, sì come viltade e ignobilitade la sfacciatezza. Onde buono e ottimo segno di nobilitade è ne li pargoli e imperfetti d’etade, quando dopo lo fallo nel viso loro vergogna si dipinge, che è allora frutto di vera nobilitade. XX Quando appresso seguita: Dunque verrà, come dal nero il perso, procede lo testo a la diffinizione di nobilitade, la qual si cerca, e per la quale si potrà vedere che è questa nobilitade di che tanta gente erroneamente parla. Dice dunque, conchiudendo da quello che dinanzi detto è: dunque ogni vertude, o vero il gener loro, cioè l’abito elettivo consistente nel mezzo, verrà da questa, cioè nobilitade. E rende essemplo ne li colori, dicendo: sì come lo perso dal  nero  discende,  così  questa,  cioè  vertude,  discende  da  nobilitade.  Lo perso è uno colore misto di purpureo e di nero, ma vince lo nero, e da lui si dinomina; e così la vertù è una cosa mista di nobilitade e di passione; ma perché la nobilitade vince in quella, è la vertù dinominata da essa, e appellata bontade. Poi appresso argomenta, per quello che detto è, che nessuno, per poter dire: “Io sono di cotale schiatta”, non dee credere essere con essa, se questi frutti non sono in lui. E rende incontanente ragione, dicendo che quelli che hanno questa  grazia, cioè questa divina cosa, sono  quasi come dei, sanza macula di vizio; e ciò dare non può se non Iddio solo, appo cui non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
finitimorum suorum contiguitate, qui Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant;  dicunt  enim: Volzera  che  chiangesse  lo  quatraro.Sed  quamvis terrigene Apuli loquantur obscene comuniter, prefulgentes eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus compilantes, ut manifeste  apparet  eorum  dicta  perspicientibus,  ut  puta  Madonna  dir  vi voglio, et Per fino amore vo si letamente. Quapropter superiora notantibus innotéscere  debet  nec  siculum  nec  apulum  esse  illud  quod  in  Ytalia pulcerrimum est vulgare, cum eloquentes indigenas ostenderimus a proprio divertisse. XIII Post  hec  veniamus ad  Tuscos,  qui,  propter  amentiam  suam  infroniti, titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur. Et in hoc non solum plebe[i]a dementat intentio, sed famosos quamplures viros hoc te nuisse comperimus: puta  Guictonem  Aretinum,  qui  nunquam  se  ad  curiale  vulgare  direxit, Bonagiuntam Lucensem, Gallum Pisanum, Minum Mocatum Senensem, Brunectum Florentinum, quorum dicta si rimari vacaverit, non curialia, sed  municipalia  tantum  invenientur.  Et  quoniam  Tusci  pre  aliis  in  hac ebrietate  baccantur,  dignum  utileque  videtur  municipalia  vulgaris Tuscanorum singillatim in aliquo depompare. Locuntur Florentini et dicunt: Manichiamo introque, | che noi non facciamo altro. Pisani: Bene andonno li fanti | de Fiorensa per Pisa. Lucenses: Fo voto a dio, ke in grassarra lo comuno de Lucca. Senenses: Onche renegata avesse io Siena.Ch’ee chesto? Aretini: Vuo’ tu  venire  ovelle?  De  Perusio,  Urbe  Veteri,  Viterbio,  nec  non  de  Civitate Castellana, propter affinitatem quam habent cum Romanis et Spoletanis, nichil tractare intendimus. Sed quanquam fere omnes Tusci in suo turpiloquio  sint  obtusi,  nonnullos  vulgaris  ex  cellentiam  cognovisse  sentimus, scilicet  Guidonem,  Lapum  et  unum  alium,  Florentinos,  et  Cynum Pistoriensem, quem nunc indigne postponimus, non indigne coacti. Itaque si tuscanas examinemus loquelas et pensemus, qualiter viri prehonorati a propria diverterunt, non restat in dubio quin aliud sit vulgare quod querimus quam quod actingit populus Tuscanorum. Si quis autem quod de Tuscis asserimus de Ianuensibus asserendum non putet, hoc solum in mente premat, quod si per oblivionem Ianuenses ammicterent z licteram, vel mutire totaliter eos, vel novam repanare oporteret loquelam. Est enim z maxima pars eorum locutionis; que quidem lictera non sine multa rigiditate profertur.
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Trasumanar significar per verba non si poria; però l’essemplo basti a cui esperïenza grazia serba. S’i’ era sol di me quel che creasti novellamente, amor che ’l ciel governi, tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. Quando la rota che tu sempiterni desiderato, a sé mi fece atteso con l’armonia che temperi e discerni,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto IV Intra due cibi, distanti e moventi d’un modo, prima si morria di fame, che liber’omo l’un recasse ai denti; 5 sì si starebbe un agno intra due brame di fieri lupi, igualmente temendo; sì si starebbe un cane intra due dame: per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, da li miei dubbi d’un modo sospinto, poi ch’era necessario, né commendo. 10 Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, più caldo assai che per parlar distinto. Fé sì Beatrice qual fé Danïello, Nabuccodonosor levando d’ira, che l’avea fatto ingiustamente fello; e disse: “Io veggio ben come ti tira uno e altro disio, sì che tua cura sé stessa lega sì che fuor non spira. 20 Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, la vïolenza altrui per qual ragione di meritar mi scema la misura?”. Ancor di dubitar ti dà cagione parer tornarsi l’anime a le stelle, secondo la sentenza di Platone. 25 Queste son le question che nel tuo velle pontano igualmente; e però pria tratterò quella che più ha di felle. D’i Serafin colui che più s’india, Moïsè, Samuel, e quel Giovanni che prender vuoli, io dico, non Maria,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Dunque che render puossi per ristoro? Se credi bene usar quel c’hai offerto, di maltolletto vuo’ far buon lavoro. 35 Tu se’ omai del maggior punto certo; ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, convienti ancor sedere un poco a mensa, però che ’l cibo rigido c’hai preso, richiede ancora aiuto a tua dispensa. 40 Apri la mente a quel ch’io ti paleso e fermalvi entro; ché non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso. Due cose si convegnono a l’essenza di questo sacrificio: l’una è quella di che si fa; l’altr’è la convenenza. Quest’ultima già mai non si cancella se non servata; e intorno di lei sì preciso di sopra si favella: 50 però necessitato fu a li Ebrei pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta sì permutasse, come saver dei. L’altra, che per materia t’è aperta, puote ben esser tal, che non si falla se con altra materia si converta. 55 Ma non trasmuti carco a la sua spalla per suo arbitrio alcun, sanza la volta e de la chiave bianca e de la gialla; e ogne permutanza credi stolta, se la cosa dimessa in la sorpresa come ’l quattro nel sei non è raccolta. Però qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne bilancia, sodisfar non si può con altra spesa.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Omai puoi giudicar di quei cotali ch’io accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali. 100 L’uno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e l’altro appropria quello a parte, sì ch’è forte a veder chi più si falli. Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’altro segno; ché mal segue quello 105 sempre chi la giustizia e lui diparte; e non l’abbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli ch’a più alto leon trasser lo vello. Molte fïate già pianser li figli 110 per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli! Questa picciola stella si correda di buoni spirti che son stati attivi perché onore e fama li succeda: 115 e quando li disiri poggian quivi, sì disvïando, pur convien che i raggi del vero amore in sù poggin men vivi.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Io vidi più folgór vivi e vincenti far di noi centro e di sé far corona, più dolci in voce che in vista lucenti: così cinger la figlia di Latona vedem talvolta, quando l’aere è pregno, sì che ritenga il fil che fa la zona. 70 Ne la corte del cielo, ond’io rivegno, si trovan molte gioie care e belle tanto che non si posson trar del regno; e ’l canto di quei lumi era di quelle; chi non s’impenna sì che là sù voli, dal muto aspetti quindi le novelle. Poi, sì cantando, quelli ardenti soli si fuor girati intorno a noi tre volte, come stelle vicine a’ fermi poli,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Quell’altro fiammeggiare esce del riso di Grazïan, che l’uno e l’altro foro 105 aiutò sì che piace in paradiso. L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, quel Pietro fu che con la poverella offerse a Santa Chiesa suo tesoro. La quinta luce, ch’è tra noi più bella, 110 spira di tal amor, che tutto ’l mondo là giù ne gola di saper novella: entro v’è l’alta mente u’ sì profondo saver fu messo, che, se ’l vero è vero a veder tanto non surse il secondo. 115 Appresso vedi il lume di quel cero che giù in carne più a dentro vide l’angelica natura e ’l ministero.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso e cominciò: “L’amor che mi fa bella mi tragge a ragionar de l’altro duca per cui del mio sì ben ci si favella. 35 Degno è che, dov’è l’un, l’altro s’induca: sì che, com’elli ad una militaro, così la gloria loro insieme luca. L’essercito di Cristo, che sì caro costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna si movea tardo, sospeccioso e raro, 40 quando lo ’mperador che sempre regna provide a la milizia, ch’era in forse, per sola grazia, non per esser degna; e, come è detto, a sua sposa soccorse con due campioni, al cui fare, al cui dire lo popol disvïato si raccorse. In quella parte ove surge ad aprire Zefiro dolce le novelle fronde di che si vede Europa rivestire, 50 non molto lungi al percuoter de l’onde dietro a le quali, per la lunga foga, lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, siede la fortunata Calaroga sotto la protezion del grande scudo in che soggiace il leone e soggioga: 55 dentro vi nacque l’amoroso drudo de la fede cristiana, il santo atleta benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; e come fu creata, fu repleta sì la sua mente di viva vertute, che, ne la madre, lei fece profeta. Poi che le sponsalizie fuor compiute al sacro fonte intra lui e la Fede, u’ si dotar di mutüa salute,
Divina Commedia di Dante Alighieri
forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e per li altri che fuor cari anzi che fosser sempiterne fiamme. Ed ecco intorno, di chiarezza pari, nascere un lustro sopra quel che v’era, per guisa d’orizzonte che rischiari. 70 E sì come al salir di prima sera comincian per lo ciel nove parvenze, sì che la vista pare e non par vera, parvemi lì novelle sussistenze cominciare a vedere, e fare un giro di fuor da l’altre due circunferenze. Oh vero sfavillar del Santo Spiro! come si fece sùbito e candente a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
Divina Commedia di Dante Alighieri
Ben m’accors’io ch’io era più levato, per l’affocato riso de la stella, che mi parea più roggio che l’usato. Con tutto ’l core e con quella favella ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, qual conveniesi a la grazia novella. E non er’anco del mio petto essausto l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi esso litare stato accetto e fausto;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso e come a li occhi miei si fé più bella, così con voce più dolce e soave, ma non con questa moderna favella, 35 dissemi: “Da quel dì che fu detto ’Ave’ al parto in che mia madre, ch’è or santa, s’allevïò di me ond’era grave, al suo Leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi sotto la sua pianta. 40 Li antichi miei e io nacqui nel loco dove si truova pria l’ultimo sesto da quei che corre il vostro annüal gioco. Basti d’i miei maggiori udirne questo: chi ei si fosser e onde venner quivi, più è tacer che ragionare onesto. Tutti color ch’a quel tempo eran ivi da poter arme tra Marte e ’l Batista, erano il quinto di quei ch’or son vivi. 50 Ma la cittadinanza, ch’è or mista di Campi, di Certaldo e di Fegghine, pura vediesi ne l’ultimo artista. Oh quanto fora meglio esser vicine quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo e a Trespiano aver vostro confine, 55 che averle dentro e sostener lo puzzo del villan d’Aguglion, di quel da Signa, che già per barattare ha l’occhio aguzzo! Se la gente ch’al mondo più traligna non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna, tal fatto è fiorentino e cambia e merca, che si sarebbe vòlto a Simifonti, là dove andava l’avolo a la cerca;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello sarà la cortesia del gran Lombardo che ’n su la scala porta il santo uccello; ch’in te avrà sì benigno riguardo, che del fare e del chieder, tra voi due, fia primo quel che tra li altri è più tardo. Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte, che notabili fier l’opere sue. 75 80 Non se ne son le genti ancora accorte per la novella età, ché pur nove anni son queste rote intorno di lui torte; ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, parran faville de la sua virtute in non curar d’argento né d’affanni.
Divina Commedia di Dante Alighieri
E qual è ’l trasmutare in picciol varco di tempo in bianca donna, quando ’l volto suo si discarchi di vergogna il carco, tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, per lo candor de la temprata stella sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. 70 Io vidi in quella giovïal facella lo sfavillar de l’amor che lì era segnare a li occhi miei nostra favella. E come augelli surti di rivera, quasi congratulando a lor pasture, fanno di sé or tonda or altra schiera, sì dentro ai lumi sante creature volitando cantavano, e faciensi or D, or I, or L in sue figure.
Divina Commedia di Dante Alighieri
“La parte in me che vede e pate il sole ne l’aguglie mortali”, incominciommi, “or fisamente riguardar si vole, 35 perché d’i fuochi ond’io figura fommi, quelli onde l’occhio in testa mi scintilla, e’ di tutti lor gradi son li sommi. Colui che luce in mezzo per pupilla, fu il cantor de lo Spirito Santo, che l’arca traslatò di villa in villa: 40 ora conosce il merto del suo canto, in quanto effetto fu del suo consiglio, per lo remunerar ch’è altrettanto. Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, colui che più al becco mi s’accosta, la vedovella consolò del figlio: ora conosce quanto caro costa non seguir Cristo, per l’esperïenza di questa dolce vita e de l’opposta. 50 E quel che segue in la circunferenza di che ragiono, per l’arco superno, morte indugiò per vera penitenza: ora conosce che ’l giudicio etterno non si trasmuta, quando degno preco fa crastino là giù de l’odïerno. 55 L’altro che segue, con le leggi e meco, sotto buona intenzion che fé mal frutto, per cedere al pastor si fece greco: ora conosce come il mal dedutto dal suo bene operar non li è nocivo, avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. E quel che vedi ne l’arco declivo, Guiglielmo fu, cui quella terra plora che piagne Carlo e Federigo vivo:
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso Poscia fermato, il foco benedetto a la mia donna dirizzò lo spiro, che favellò così com’i’ ho detto. 35 Ed ella: “O luce etterna del gran viro a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, tenta costui di punti lievi e gravi, come ti piace, intorno de la fede, per la qual tu su per lo mare andavi. 40 S’elli ama bene e bene spera e crede, non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi dov’ogne cosa dipinta si vede; ma perché questo regno ha fatto civi per la verace fede, a glorïarla, di lei parlare è ben ch’a lui arrivi”. Sì come il baccialier s’arma e non parla fin che ’l maestro la question propone, per approvarla, non per terminarla, 50 così m’armava io d’ogne ragione mentre ch’ella dicea, per esser presto a tal querente e a tal professione. “Di’, buon Cristiano, fatti manifesto: fede che è?”. Ond’io levai la fronte in quella luce onde spirava questo; 55 poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte sembianze femmi perch’ïo spandessi l’acqua di fuor del mio interno fonte. “La Grazia che mi dà ch’io mi confessi”, comincia’ io, “da l’alto primipilo, faccia li miei concetti bene espressi”. E seguitai: “Come ’l verace stilo ne scrisse, padre, del tuo caro frate che mise teco Roma nel buon filo,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso Io udi’ poi: “L’antica e la novella proposizion che così ti conchiude, perché l’hai tu per divina favella?”. 100 E io: “La prova che ’l ver mi dischiude, son l’opere seguite, a che natura non scalda ferro mai né batte incude”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
e a tal creder non ho io pur prove fisice e metafisice, ma dalmi 135 anche la verità che quinci piove per Moïsè, per profeti e per salmi, per l’Evangelio e per voi che scriveste poi che l’ardente Spirto vi fé almi; e credo in tre persone etterne, e queste 140 credo una essenza sì una e sì trina, che soffera congiunto ’sono’ ed ’este’. De la profonda condizion divina ch’io tocco mo, la mente mi sigilla più volte l’evangelica dottrina. 145 Quest’è ’l principio, quest’è la favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla”. Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, da indi abbraccia il servo, gratulando 150 per la novella, tosto ch’el si tace; così, benedicendomi cantando, tre volte cinse me, sì com’io tacqui, l’appostolico lume al cui comando io avea detto: sì nel dir li piacqui! 451 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Divina Commedia di Dante Alighieri
� Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso Canto XXV Se mai continga che ’l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, sì che m’ha fatto per molti anni macro, 5 vinca la crudeltà che fuor mi serra del bello ovile ov’io dormi’ agnello, nimico ai lupi che li danno guerra; con altra voce omai, con altro vello ritornerò poeta, e in sul fonte del mio battesmo prenderò ’l cappello; 10 però che ne la fede, che fa conte l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi Pietro per lei sì mi girò la fronte. Indi si mosse un lume verso noi di quella spera ond’uscì la primizia che lasciò Cristo d’i vicari suoi; e la mia donna, piena di letizia, mi disse: “Mira, mira: ecco il barone per cui là giù si vicita Galizia”. 20 Sì come quando il colombo si pone presso al compagno, l’uno a l’altro pande, girando e mormorando, l’affezione; così vid’ïo l’un da l’altro grande principe glorïoso essere accolto, laudando il cibo che là sù li prande. 25 Ma poi che ’l gratular si fu assolto, tacito coram me ciascun s’affisse, ignito sì che vincèa ’l mio volto. Ridendo allora Bèatrice disse: “Inclita vita per cui la larghezza de la nostra basilica si scrisse,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Quindi onde mosse tua donna Virgilio, quattromilia trecento e due volumi 120 di sol desiderai questo concilio; e vidi lui tornare a tutt’i lumi de la sua strada novecento trenta fïate, mentre ch’ïo in terra fu’ mi. La lingua ch’io parlai fu tutta spenta 125 innanzi che a l’ovra inconsummabile fosse la gente di Nembròt attenta: ché nullo effetto mai razïonabile, per lo piacere uman che rinovella seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso 130 Opera naturale è ch’uom favella; ma così o così, natura lascia poi fare a voi secondo che v’abbella.
Divina Commedia di Dante Alighieri
ma or convien che mio seguir desista più dietro a sua bellezza, poetando, come a l’ultimo suo ciascuno artista. 35 Cotal qual io lascio a maggior bando che quel de la mia tuba, che deduce l’ardüa sua matera terminando, con atto e voce di spedito duce ricominciò: “Noi siamo usciti fore del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: 40 luce intellettüal, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore. Qui vederai l’una e l’altra milizia di paradiso, e l’una in quelli aspetti che tu vedrai a l’ultima giustizia”. Come sùbito lampo che discetti li spiriti visivi, sì che priva da l’atto l’occhio di più forti obietti, 50 così mi circunfulse luce viva, e lasciommi fasciato di tal velo del suo fulgor, che nulla m’appariva. “Sempre l’amor che queta questo cielo accoglie in sé con sì fatta salute, per far disposto a sua fiamma il candelo”. 55 Non fur più tosto dentro a me venute queste parole brievi, ch’io compresi me sormontar di sopr’a mia virtute; e di novella vista mi raccesi tale, che nulla luce è tanto mera, che li occhi miei non si fosser difesi; e vidi lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive dipinte di mirabil primavera.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XXXI In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa; 5 ma l’altra, che volando vede e canta la gloria di colui che la ’nnamora e la bontà che la fece cotanta, sì come schiera d’ape, che s’infiora una fïata e una si ritorna là dove suo laboro s’insapora, 10 nel gran fior discendeva che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove ’l süo amor sempre soggiorna. Le facce tutte avean di fiamma viva e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, che nulla neve a quel termine arriva. Quando scendean nel fior, di banco in banco porgevan de la pace e de l’ardore ch’elli acquistavan ventilando il fianco. 20 Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore di tanta moltitudine volante impediva la vista e lo splendore: ché la luce divina è penetrante per l’universo secondo ch’è degno, sì che nulla le puote essere ostante. 25 Questo sicuro e gaudïoso regno, frequente in gente antica e in novella, viso e amore avea tutto ad un segno. O trina luce, che ’n unica stella scintillando a lor vista, sì li appaga! guarda qua giuso a la nostra procella!
Divina Commedia di Dante Alighieri
però che ’l ben, ch’è del volere obietto, tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella 105 è defettivo ciò ch’è lì perfetto. Omai sarà più corta mia favella, pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante che bagni ancor la lingua a la mammella. Non perché più ch’un semplice sembiante 110 fosse nel vivo lume ch’io mirava, che tal è sempre qual s’era davante; ma per la vista che s’avvalorava in me guardando, una sola parvenza, mutandom’io, a me si travagliava. 115 Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Ma io perché venirvi? o chi ’l concede? Io non Enèa, io non Paulo sono: me degno a ciò né io né altri ’l crede. 35 Per che, se del venire io m’abbandono, temo che la venuta non sia folle. Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. E qual è quei che disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta, sì che dal cominciar tutto si tolle, 40 tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa, perché, pensando, consumai la ’mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta. “S’i’ ho ben la parola tua intesa”, rispuose del magnanimo quell’ombra; “l’anima tua è da viltade offesa; la qual molte fïate l’omo ingombra sì che d’onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand’ombra. 50 Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi nel primo punto che di te mi dolve. Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. 55 Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella: “O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’l mondo lontana, l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 45 60 11 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto III ’Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. 5 Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e ’l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. 10 Queste parole di colore oscuro vid’ïo scritte al sommo d’una porta; per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”. Ed elli a me, come persona accorta: “Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta. Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto che tu vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto”. 20 E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose. Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. 25 Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.
Divina Commedia di Dante Alighieri
La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina; voltando e percotendo li molesta. 35 Quando giungon davanti a la ruina, quivi le strida, il compianto, il lamento; bestemmian quivi la virtù divina. Intesi ch’a così fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento. 40 E come li stornei ne portan l’ali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di giù, di sù li mena; nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena. E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid’io venir, traendo guai, 50 ombre portate da la detta briga; per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle genti che l’aura nera sì gastiga?”. “La prima di color di cui novelle tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta, “fu imperadrice di molte favelle. 55 A vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta. Ell’è Semiramìs, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa: tenne la terra che ’l Soldan corregge. L’altra è colei che s’ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo; poi è Cleopatràs lussurïosa.
Divina Commedia di Dante Alighieri
che quella di colui che li è davante; e noi movemmo i piedi inver’ la terra, 105 sicuri appresso le parole sante. Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra; e io, ch’avea di riguardar disio la condizion che tal fortezza serra, com’io fui dentro, l’occhio intorno invio; 110 e veggio ad ogne man grande campagna piena di duolo e di tormento rio. Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna, 115 fanno i sepulcri tutt’il loco varo, così facevan quivi d’ogne parte, salvo che ’l modo v’era più amaro; ché tra gli avelli fiamme erano sparte, per le quali eran sì del tutto accesi, 120 che ferro più non chiede verun’arte. Tutti li lor coperchi eran sospesi, e fuor n’uscivan sì duri lamenti, che ben parean di miseri e d’offesi. E io: “Maestro, quai son quelle genti 125 che, seppellite dentro da quell’arche, si fan sentir coi sospiri dolenti?”. E quelli a me: “Qui son li eresïarche con lor seguaci, d’ogne setta, e molto più che non credi son le tombe carche.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Inferno Canto XI In su l’estremità d’un’alta ripa che facevan gran pietre rotte in cerchio venimmo sopra più crudele stipa; 5 e quivi, per l’orribile soperchio del puzzo che ’l profondo abisso gitta, ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta che dicea: “Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta”. 10 “Lo nostro scender conviene esser tardo, sì che s’ausi un poco in prima il senso al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”. Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”, dissi lui, “trova che ’l tempo non passi perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”. “Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”, cominciò poi a dir, “son tre cerchietti di grado in grado, come que’ che lassi. 20 Tutti son pien di spirti maladetti; ma perché poi ti basti pur la vista, intendi come e perché son costretti. D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale o con forza o con frode altrui contrista. 25 Ma perché frode è de l’uom proprio male, più spiace a Dio; e però stan di sotto li frodolenti, e più dolor li assale. Di vïolenti il primo cerchio è tutto; ma perché si fa forza a tre persone, in tre gironi è distinto e costrutto.
Divina Commedia di Dante Alighieri
A Dio, a sé, al prossimo si pòne far forza, dico in loro e in lor cose, come udirai con aperta ragione. 35 Morte per forza e ferute dogliose nel prossimo si danno, e nel suo avere ruine, incendi e tollette dannose; onde omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo per diverse schiere. 40 Puote omo avere in sé man vïolenta e ne’ suoi beni; e però nel secondo giron convien che sanza pro si penta qualunque priva sé del vostro mondo, biscazza e fonde la sua facultade, e piange là dov’esser de’ giocondo. Puossi far forza nella deïtade, col cor negando e bestemmiando quella, e spregiando natura e sua bontade; 50 e però lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi, spregiando Dio col cor, favella. La frode, ond’ogne coscïenza è morsa, può l’omo usare in colui che ’n lui fida e in quel che fidanza non imborsa. 55 Questo modo di retro par ch’incida pur lo vinco d’amor che fa natura; onde nel cerchio secondo s’annida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura. Per l’altro modo quell’amor s’oblia che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, di che la fede spezïal si cria;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  57 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   �nferno 75 Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue più che sua colpa sortille”. Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: Chirón prese uno strale, e con la cocca fece la barba in dietro a le mascelle.
Divina Commedia di Dante Alighieri
ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole con noi per poco e va là coi compagni, assai ne cruccia con le sue parole”. “La gente nuova e i sùbiti guadagni orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”. Così gridai con la faccia levata; e i tre, che ciò inteser per risposta, guardar l’un l’altro com’al ver si guata. 75 80 “Se l’altre volte sì poco ti costa”, rispuoser tutti “il satisfare altrui, felice te se sì parli a tua posta! Però, se campi d’esti luoghi bui e torni a riveder le belle stelle, quando ti gioverà dicere “I’ fui”, 85 fa che di noi a la gente favelle”. Indi rupper la rota, e a fuggirsi ali sembiar le gambe loro isnelle. Un amen non saria potuto dirsi tosto così com’e’ fuoro spariti; per ch’al maestro parve di partirsi. Io lo seguiva, e poco eravam iti, che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, che per parlar saremmo a pena uditi.
Divina Commedia di Dante Alighieri
che da l’un lato tutti hanno la fronte verso ’l castello e vanno a Santo Pietro, da l’altra sponda vanno verso ’l monte. 35 Di qua, di là, su per lo sasso tetro vidi demon cornuti con gran ferze, che li battien crudelmente di retro. Ahi come facean lor levar le berze a le prime percosse! già nessuno le seconde aspettava né le terze. 40 Mentr’io andava, li occhi miei in uno furo scontrati; e io sì tosto dissi: “Già di veder costui non son digiuno”. Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; e ’l dolce duca meco si ristette, e assentio ch’alquanto in dietro gissi. E quel frustato celar si credette bassando ’l viso; ma poco li valse, ch’io dissi: “O tu che l’occhio a terra gette, 50 se le fazion che porti non son false, Venedico se’ tu Caccianemico. Ma che ti mena a sì pungenti salse?”. Ed elli a me: “Mal volentier lo dico; ma sforzami la tua chiara favella, che mi fa sovvenir del mondo antico. 55 I’ fui colui che la Ghisolabella condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella. E non pur io qui piango bolognese; anzi n’è questo luogo tanto pieno, che tante lingue non son ora apprese a dicer “sipa” tra Sàvena e Reno; e se di ciò vuoi fede o testimonio, rècati a mente il nostro avaro seno”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
onde cessar le sue opere biece sotto la mazza d’Ercule, che forse gliene diè cento, e non sentì le diece”. 35 Mentre che sì parlava, ed el trascorse e tre spiriti venner sotto noi, de’ quali né io né ’l duca mio s’accorse, se non quando gridar: “Chi siete voi?”; per che nostra novella si ristette, e intendemmo pur ad essi poi. 40 Io non li conoscea; ma ei seguette, come suol seguitar per alcun caso, che l’un nomar un altro convenette, dicendo: “Cianfa dove fia rimaso?”; per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, mi puosi ’l dito su dal mento al naso. Se tu se’ or, lettore, a creder lento ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. 50 Com’io tenea levate in lor le ciglia, e un serpente con sei piè si lancia dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia, e con li anterïor le braccia prese; poi li addentò e l’una e l’altra guancia; 55 li diretani a le cosce distese, e miseli la coda tra ’mbedue, e dietro per le ren sù la ritese. Ellera abbarbicata mai non fue ad alber sì, come l’orribil fiera per l’altrui membra avviticchiò le sue. Poi s’appiccar, come di calda cera fossero stati, e mischiar lor colore, né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
Divina Commedia di Dante Alighieri
e la lingua, ch’avèa unita e presta prima a parlar, si fende, e la forcuta 135 ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. L’anima ch’era fiera divenuta, suffolando si fugge per la valle, e l’altro dietro a lui parlando sputa. Poscia li volse le novelle spalle, 140 e disse a l’altro: “I’ vo’ che Buoso corra, com’ho fatt’io, carpon per questo calle”. Così vid’io la settima zavorra mutare e trasmutare; e qui mi scusi la novità se fior la penna abborra. 145 E avvegna che li occhi miei confusi fossero alquanto e l’animo smagato, non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Quel traditor che vede pur con l’uno, e tien la terra che tale qui meco vorrebbe di vedere esser digiuno, farà venirli a parlamento seco; poi farà sì, ch’al vento di Focara non sarà lor mestier voto né preco”. E io a lui: “Dimostrami e dichiara, se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, chi è colui da la veduta amara”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
90 95 Allor puose la mano a la mascella d’un suo compagno e la bocca li aperse, gridando: “Questi è desso, e non favella.
Divina Commedia di Dante Alighieri
che fuoro: “Or vedi la pena molesta tu che, spirando, vai veggendo i morti: vedi s’alcuna è grande come questa. E perché tu di me novella porti, sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli 135 che diedi al re giovane i ma’ conforti. Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli: Achitofèl non fé più d’Absalone e di Davìd coi malvagi punzelli. Perch’io parti’ così giunte persone, 140 partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch’è in questo troncone. Così s’osserva in me lo contrapasso”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Io avea già i capelli in mano avvolti, e tratto glien’avea più d’una ciocca, 105 latrando lui con li occhi in giù raccolti, quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca? non ti basta sonar con le mascelle, se tu non latri? qual diavol ti tocca?”. “Omai”, diss’io, “non vo’ che più favelle, 110 malvagio traditor; ch’a la tua onta io porterò di te vere novelle”. “Va via”, rispuose, “e ciò che tu vuoi conta; ma non tacer, se tu di qua entro eschi, di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. 115 El piange qui l’argento de’ Franceschi: “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera là dove i peccatori stanno freschi”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XXXIII La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto. 5 Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli disperato dolor che ’l cor mi preme già pur pensando, pria ch’io ne favelli. Ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, parlar e lagrimar vedrai insieme. 10 Io non so chi tu se’ né per che modo venuto se’ qua giù; ma fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo. Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino. Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso e poscia morto, dir non è mestieri; 20 però quel che non puoi avere inteso, cioè come la morte mia fu cruda, udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. Breve pertugio dentro da la Muda la qual per me ha ’l titol de la fame, e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, 25 m’avea mostrato per lo suo forame più lune già, quand’io feci ’l mal sonno che del futuro mi squarciò ’l velame. Questi pareva a me maestro e donno, cacciando il lupo e ’ lupicini al monte per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Che se ’l conte Ugolino aveva voce d’aver tradita te de le castella, non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. Innocenti facea l’età novella, novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata e li altri due che ’l canto suso appella. Noi passammo oltre, là ’ve la gelata ruvidamente un’altra gente fascia, non volta in giù, ma tutta riversata.
Divina Commedia di Dante Alighieri
De li altri due c’hanno il capo di sotto, quel che pende dal nero ceffo è Bruto: vedi come si storce, e non fa motto!; e l’altro è Cassio che par sì membruto. Ma la notte risurge, e oramai è da partir, ché tutto avem veduto”. 70 Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai; ed el prese di tempo e loco poste, e quando l’ali fuoro aperte assai, appigliò sé a le vellute coste; di vello in vello giù discese poscia tra ’l folto pelo e le gelate croste. Quando noi fummo là dove la coscia si volge, a punto in sul grosso de l’anche, lo duca, con fatica e con angoscia,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Non era camminata di palagio là ’v’eravam, ma natural burella ch’avea mal suolo e di lume disagio. 100 “Prima ch’io de l’abisso mi divella, maestro mio”, diss’io quando fui dritto, “a trarmi d’erro un poco mi favella: ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto sì sottosopra? e come, in sì poc’ora, 105 da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”. Ed elli a me: “Tu imagini ancora d’esser di là dal centro, ov’io mi presi al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. Di là fosti cotanto quant’io scesi; 110 quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi. E se’ or sotto l’emisperio giunto ch’è contraposto a quel che la gran secca coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto 115 fu l’uom che nacque e visse sanza pecca: tu haï i piedi in su picciola spera che l’altra faccia fa de la Giudecca.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, per altra via, che fu sì aspra e forte, che lo salire omai ne parrà gioco”. L’anime, che si fuor di me accorte, per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, maravigliando diventaro smorte. 70 E come a messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle, e di calcar nessun si mostra schivo, così al viso mio s’affisar quelle anime fortunate tutte quante, quasi oblïando d’ire a farsi belle. Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi con sì grande affetto, che mosse me a far lo somigliante.
Divina Commedia di Dante Alighieri
E ’l mio maestro: “Voi potete andarne e ritrarre a color che vi mandaro che ’l corpo di costui è vera carne. 35 Se per veder la sua ombra restaro, com’io avviso, assai è lor risposto: fàccianli onore, ed essere può lor caro”. Vapori accesi non vid’io sì tosto di prima notte mai fender sereno, né, sol calando, nuvole d’agosto, 40 che color non tornasser suso in meno; e, giunti là, con li altri a noi dier volta, come schiera che scorre sanza freno. “Questa gente che preme a noi è molta, e vegnonti a pregar”, disse ’l poeta: “però pur va, e in andando ascolta”. “O anima che vai per esser lieta con quelle membra con le quai nascesti”, venian gridando, “un poco il passo queta. 50 Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, sì che di lui di là novella porti: deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? Noi fummo tutti già per forza morti, e peccatori infino a l’ultima ora; quivi lume del ciel ne fece accorti, 55 sì che, pentendo e perdonando, fora di vita uscimmo a Dio pacificati, che del disio di sé veder n’accora”. E io: “Perché ne’ vostri visi guati, non riconosco alcun; ma s’a voi piace cosa ch’io possa, spiriti ben nati, voi dite, e io farò per quella pace che, dietro a’ piedi di sì fatta guida di mondo in mondo cercar mi si face”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto VI Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; 5 con l’altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente; el non s’arresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, più non fa pressa; e così da la calca si difende. 10 Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa. Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l’altro ch’annegò correndo in caccia. Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fé parer lo buon Marzucco forte. 20 Vidi conte Orso e l’anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com’e’ dicea, non per colpa commisa; Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr’è di qua, la donna di Brabante, sì che però non sia di peggior greggia. 25 Come libero fui da tutte quante quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi, sì che s’avacci lor divenir sante, io cominciai: “El par che tu mi nieghi, o luce mia, espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Io non vidi, e però dicer non posso, come mosser li astor celestïali; 105 ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. Sentendo fender l’aere a le verdi ali, fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali. L’ombra che s’era al giudice raccolta 110 quando chiamò, per tutto quello assalto punto non fu da me guardare sciolta. “Se la lucerna che ti mena in alto truovi nel tuo arbitrio tanta cera quant’è mestiere infino al sommo smalto”, 115 cominciò ella, “se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era.
Divina Commedia di Dante Alighieri
esser di marmo candido e addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno. 35 L’angel che venne in terra col decreto de la molt’anni lagrimata pace, ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, dinanzi a noi pareva sì verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace. 40 Giurato si saria ch’el dicesse ’Ave!’; perché iv’era imaginata quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; e avea in atto impressa esta favella ’Ecce ancilla Deï’, propriamente come figura in cera si suggella. “Non tener pur ad un loco la mente”, disse ’l dolce maestro, che m’avea da quella parte onde ’l cuore ha la gente. 50 Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde m’era colui che mi movea, un’altra storia ne la roccia imposta; per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, acciò che fosse a li occhi miei disposta. 55 Era intagliato lì nel marmo stesso lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, per che si teme officio non commesso. Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a’ due mie’ sensi faceva dir l’un ’No’, l’altro ’Sì, canta’. Similemente al fummo de li ’ncensi che v’era imaginato, li occhi e ’l naso e al sì e al no discordi fensi.
Divina Commedia di Dante Alighieri
I’ mossi i piè del loco dov’io stava, per avvisar da presso un’altra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava. Quiv’era storïata l’alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore.
Divina Commedia di Dante Alighieri
ed elli a lei rispondere: “Or aspetta tanto ch’i’ torni”; e quella: “Segnor mio”, come persona in cui dolor s’affretta, “se tu non torni?”; ed ei: “Chi fia dov’io, la ti farà”; ed ella: “L’altrui bene a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?”; ond’elli: “Or ti conforta; ch’ei convene ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: giustizia vuole e pietà mi ritene”. 90 95 Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova.
Divina Commedia di Dante Alighieri
L’altra prendea, e dinanzi l’apria fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa. 35 Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: “Almen tre voci t’ho messe!”, dicea. “Surgi e vieni; troviam l’aperta per la qual tu entre”. Sù mi levai, e tutti eran già pieni de l’alto dì i giron del sacro monte, e andavam col sol novo a le reni. 40 Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che l’ha di pensier carca, che fa di sé un mezzo arco di ponte; quand’io udi’ “Venite; qui si varca”, parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca. Con l’ali aperte, che parean di cigno, volseci in sù colui che sì parlonne tra due pareti del duro macigno. 50 Mosse le penne poi e ventilonne, ’Qui lugent’ affermando esser beati, ch’avran di consolar l’anime donne. “Che hai che pur inver’ la terra guati?”, la guida mia incominciò a dirmi, poco amendue da l’angel sormontati. 55 E io: “Con tanta sospeccion fa irmi novella visïon ch’a sé mi piega, sì ch’io non posso dal pensar partirmi”. “Vedesti”, disse, “quell’antica strega che sola sovr’a noi omai si piagne; vedesti come l’uom da lei si slega. Bastiti, e batti a terra le calcagne; li occhi rivolgi al logoro che gira lo rege etterno con le rote magne”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Esso parlava ancor de la larghezza che fece Niccolò a le pulcelle, per condurre ad onor lor giovinezza. 35 “O anima che tanto ben favelle, dimmi chi fosti”, dissi, “e perché sola tu queste degne lode rinovelle. Non fia sanza mercé la tua parola, s’io ritorno a compiér lo cammin corto di quella vita ch’al termine vola”. 40 Ed elli: “Io ti dirò, non per conforto ch’io attenda di là, ma perché tanta grazia in te luce prima che sie morto. Io fui radice de la mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia, sì che buon frutto rado se ne schianta. Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia potesser, tosto ne saria vendetta; e io la cheggio a lui che tutto giuggia. 50 Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; di me son nati i Filippi e i Luigi per cui novellamente è Francia retta. Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: quando li regi antichi venner meno tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, 55 trova’mi stretto ne le mani il freno del governo del regno, e tanta possa di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, ch’a la corona vedova promossa la testa di mio figlio fu, dal quale cominciar di costor le sacrate ossa. Mentre che la gran dota provenzale al sangue mio non tolse la vergogna, poco valea, ma pur non facea male.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto. Veggiolo un’altra volta esser deriso; veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, e tra vivi ladroni esser anciso. Veggio il novo Pilato sì crudele, che ciò nol sazia, ma sanza decreto portar nel Tempio le cupide vele.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Parean l’occhiaie anella sanza gemme: chi nel viso de li uomini legge ’omo’ ben avria quivi conosciuta l’emme. 35 Chi crederebbe che l’odor d’un pomo sì governasse, generando brama, e quel d’un’acqua, non sappiendo como? Già era in ammirar che sì li affama, per la cagione ancor non manifesta di lor magrezza e di lor trista squama, 40 ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?”. Mai non l’avrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese. 50 “Deh, non contendere a l’asciutta scabbia che mi scolora”, pregava, “la pelle, né a difetto di carne ch’io abbia; ma dimmi il ver di te, di’ chi son quelle due anime che là ti fanno scorta; non rimaner che tu non mi favelle!”. 55 “La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, mi dà di pianger mo non minor doglia”, rispuos’io lui, “veggendola sì torta. Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; non mi far dir mentr’io mi maraviglio, ché mal può dir chi è pien d’altra voglia”. Ed elli a me: “De l’etterno consiglio cade vertù ne l’acqua e ne la pianta rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Ond’elli a me: “Sì tosto m’ha condotto a ber lo dolce assenzo d’i martìri la Nella mia con suo pianger dirotto. Con suoi prieghi devoti e con sospiri tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, e liberato m’ha de li altri giri. Tanto è a Dio più cara e più diletta la vedovella mia, che molto amai, quanto in bene operare è più soletta; 90 95 ché la Barbagia di Sardigna assai ne le femmine sue più è pudica che la Barbagia dov’io la lasciai.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Purgatorio e simigliante poi a la fiammella che segue il foco là ’vunque si muta, segue lo spirto sua forma novella. 100 Però che quindi ha poscia sua paruta, è chiamata ombra; e quindi organa poi ciascun sentire infino a la veduta.
Divina Commedia di Dante Alighieri
tali eravamo tutti e tre allotta, io come capra, ed ei come pastori, fasciati quinci e quindi d’alta grotta. Poco parer potea lì del di fori; ma, per quel poco, vedea io le stelle di lor solere e più chiare e maggiori. Sì ruminando e sì mirando in quelle, mi prese il sonno; il sonno che sovente, anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
Divina Commedia di Dante Alighieri
maravigliando tienvi alcun sospetto; ma luce rende il salmo Delectasti, che puote disnebbiar vostro intelletto. E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta ad ogne tua question tanto che basti”. 85 “L’acqua”, diss’io, “e ’l suon de la foresta impugnan dentro a me novella fede di cosa ch’io udi’ contraria a questa”. Ond’ella: “Io dicerò come procede per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, e purgherò la nebbia che ti fiede. Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, fé l’uom buono e a bene, e questo loco diede per arr’a lui d’etterna pace.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Mentr’io m’andava tra tante primizie de l’etterno piacer tutto sospeso, e disïoso ancora a più letizie, 35 dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, ci si fé l’aere sotto i verdi rami; e ’l dolce suon per canti era già inteso. O sacrosante Vergini, se fami, freddi o vigilie mai per voi soffersi, cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. 40 Or convien che Elicona per me versi, e Uranìe m’aiuti col suo coro forti cose a pensar mettere in versi. Poco più oltre, sette alberi d’oro falsava nel parere il lungo tratto del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; ma quand’i’ fui sì presso di lor fatto, che l’obietto comun, che ’l senso inganna, non perdea per distanza alcun suo atto, 50 la virtù ch’a ragion discorso ammanna, sì com’elli eran candelabri apprese, e ne le voci del cantare ’Osanna’. Di sopra fiammeggiava il bello arnese più chiaro assai che luna per sereno di mezza notte nel suo mezzo mese. 55 Io mi rivolsi d’ammirazion pieno al buon Virgilio, ed esso mi rispuose con vista carca di stupor non meno. Indi rendei l’aspetto a l’alte cose che si movieno incontr’a noi sì tardi, che foran vinte da novelle spose. La donna mi sgridò: “Perché pur ardi sì ne l’affetto de le vive luci, e ciò che vien di retro a lor non guardi?”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Sì passeggiando l’alta selva vòta, colpa di quella ch’al serpente crese, temprava i passi un’angelica nota. 35 Forse in tre voli tanto spazio prese disfrenata saetta, quanto eramo rimossi, quando Bèatrice scese. Io senti’ mormorare a tutti “Adamo”; poi cerchiaro una pianta dispogliata di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. 40 La coma sua, che tanto si dilata più quanto più è sù, fora da l’Indi ne’ boschi lor per altezza ammirata. “Beato se’, grifon, che non discindi col becco d’esto legno dolce al gusto, poscia che mal si torce il ventre quindi”. Così dintorno a l’albero robusto gridaron li altri; e l’animal binato: “Sì si conserva il seme d’ogne giusto”. 50 E vòlto al temo ch’elli avea tirato, trasselo al piè de la vedova frasca, e quel di lei a lei lasciò legato. Come le nostre piante, quando casca giù la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca, 55 turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che ’l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella; men che di rose e più che di vïole colore aprendo, s’innovò la pianta, che prima avea le ramora sì sole. Io non lo ’ntesi, né qui non si canta l’inno che quella gente allor cantaro, né la nota soffersi tutta quanta.
Divina Commedia di Dante Alighieri
per tante circostanze solamente la giustizia di Dio, ne l’interdetto, conosceresti a l’arbor moralmente. Ma perch’io veggio te ne lo ’ntelletto fatto di pietra e, impetrato, tinto, sì che t’abbaglia il lume del mio detto, voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, che ’l te ne porti dentro a te per quello che si reca il bordon di palma cinto”. 75 80 E io: “Sì come cera da suggello, che la figura impressa non trasmuta, segnato è or da voi lo mio cervello. Ma perché tanto sovra mia veduta vostra parola disïata vola, che più la perde quanto più s’aiuta?”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
così, poi che da essa preso fui, la bella donna mossesi, e a Stazio 135 donnescamente disse: “Vien con lui”. S’io avessi, lettor, più lungo spazio da scrivere, i’ pur cantere’ in parte lo dolce ber che mai non m’avria sazio; ma perché piene son tutte le carte 140 ordite a questa cantica seconda, non mi lascia più ir lo fren de l’arte. Io ritornai da la santissima onda rifatto sì come piante novelle rinovellate di novella fronda, 145 puro e disposto a salire a le stelle.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Nec seducat alludens cupiditas, more Sirenum nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans. Preoccupetis faciem eius in confessione subiectionis, et in psalterio penitentie iubiletis, considerantes quia “potestati resistens Dei  ordinationi  resistit”;  et  qui  divine  ordinationi  repugnat,  voluntati omnipotentie coequali recalcitrat; et “durum est contra stimulum calcitrare”. [5]. Vos autem qui lugetis oppressi “animum sublevate, quoniam prope est  vestra salus”.  Assumite  rastrum  bone  humilitatis,  atque  glebis  exuste animositatis occatis, agellum sternite mentis vestre, ne forte celestis imber, sementem vestram ante iactum preveniens, in vacuum de altissimo cadat. Non  resiliat  gratia  Dei  ex  vobis  tanquam  ros  quotidianus  ex  lapide;  sed velut fecunda vallis concipite ac viride germinetis, viride dico fructiferum vere  pacis;  qua  quidem  viriditate  vestra  terra  vernante,  novus  agricola Romanorum  consilii  sui  boves  ad  aratrum  affectuosius  et  confidentius coniugabit. Parcite, parcite iam ex nunc, o carissimi, qui mecum iniuriam passi  estis,  ut  Hectoreus  pastor  vos  oves  de  ovili  suo  cognoscat;  cui  etsi animadversio  temporalis  divinitus  est  indulta,  tamen,  ut  eius  bonitatem redoleat  a  quo  velut  a  puncto  biffurcatur  Petri  Cesarisque  potestas, voluptuose familiam suam corrigit, sed ei voluptuosius miseretur. [6]. Itaque, si culpa vetus non obest, que plerunque supinatur ut coluber et vertitur in se ipsam, hinc utrique potestis advertere, pacem unicuique preparari, et insperate letitie iam primitias degustare. Evigilate igitur omnes et assurgite regi vestro, incole Latiales, non solum sibi ad imperium, sed, ut liberi, ad regimen reservati. [7].  Nec  tantum  ut  assurgatis  exhortor  sed  ut  illius  obstupescatis aspectum.  Qui  bibitis  fluenta  eius  eiusque  maria  naviga  tis;  qui  calcatis arenas  littorum  et  Alpium  summitates,  que  sue  sunt;  qui  publicis quibuscunque gaudetis, et res privatas vinculo sue legis, non aliter, possidetis; nolite, velut ignari, decipere vosmetipsos, tanquam sompniantes, in cordibus et dicentes: “Dominum non habemus”. Hortus enim eius et lacus est quod celum circuit; nam “Dei est mare, et ipse fecit illud, et aridam fundaverunt manus  eius”.  Unde  Deum  romanum  Principem  predestinasse  relucet  in miris effectibus; et verbo Verbi confirmasse posterius profitetur Ecclesia. [8]. Nempe si “a creatura mundi invisibilia Dei, per ea que facta sunt, intellecta conspiciuntur”, et si ex notioribus nobis innotiora; si simpliciter interest humane apprehensioni ut per motum celi Motorem intelligamus et eius velle; facile predestinatio hec etiam leviter intuentibus innotescet 10 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri   Rime XIII Non mi poriano già mai fare ammenda del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli non s’accecasser, poi la Garisenda torre miraro co’ risguardi belli, 5 e non conobber quella (mal lor prenda) ch’è la maggior de la qual si favelli: però ciascun di lor voi’ che m’intenda che già mai pace non farò con elli; poi tanto furo, che ciò che sentire 10 doveano a ragion senza veduta, non conobber vedendo; onde dolenti son li miei spirti per lo lor fallire, e dico ben, se ’l voler non mi muta, ch’eo stesso li uccidrò, que’ scanoscenti. XIV Dante a Guido Cavalcanti Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento, e messi in un vasel ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio, 5 sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse ’l disio.
Rime di Dante Alighieri
XVIII Per una ghirlandetta ch’io vidi, mi farà sospirare ogni fiore. I’ vidi a voi, donna, portare ghirlandetta di fior gentile, e sovr’a lei vidi volare un angiolel d’amore umile; e ’n suo cantar sottile dicea: “Chi mi vedrà 10 lauderà ’l mio signore”. 5 Se io sarò là dove sia Fioretta mia bella a sentire, allor dirò la donna mia che port’in testa i miei sospire. 15 Ma per crescer disire mïa donna verrà coronata da Amore. Le parolette mie novelle, che di fiori fatto han ballata, 20 per leggiadria ci hanno tolt’elle una vesta ch’altrui fu data: però siate pregata, qual uom la canterà, che li facciate onore.
Rime di Dante Alighieri
vestito di novo d’un drappo nero, 10 e nel suo capo portava un cappello; e certo lacrimava pur di vero. Ed eo li dissi: “Che hai, cattivello?” Ed el rispose: “Eo ho guai e pensero ché nostra donna mor, dolce fratello”. XXXV A Forese Donati Chi udisse tossir la malfatata moglie di Bicci vocato Forese, potrebbe dir ch’ell’ha forse vernata ove si fa ’l cristallo, in quel paese. 5 Di mezzo agosto la truovi infreddata; or sappi che de’ far d’ogni altro mese...; e non le val perché dorma calzata, merzé del copertoio c’ha cortonese.
Rime di Dante Alighieri
legato a nodo ch’i’ non saccio ’l nome, 10 se fu di Salamone o d’altro saggio. Allora mi segna’ verso ’l levante: e que’ mi disse: «Per amor di Dante, scio’mi». Ed i’ non potti veder come: tornai a dietro, e compie’ mi’ viaggio. XXXVII Dante a Forese Ben ti faranno il nodo Salamone, Bicci novello, e’ petti de le starne, ma peggio fia la lonza del castrone, ché ’l cuoio farà vendetta de la carne; 5 tal che starai più presso a San Simone, se tu non ti procacci de l’andarne: e ’ntendi che ’l fuggire el mal boccone sarebbe oramai tardi a ricomprarne.
Rime di Dante Alighieri
simili beni al cor gentile accosta; ché ’n donar vita è tosta co’ bei sembianti e co’ begli atti novi 110 ch’ognora par che trovi, e vertù per essemplo a chi lei piglia. Oh falsi cavalier, malvagi e rei, nemici di costei, ch’al prenze de le stelle s’assimiglia. 115 Dona e riceve l’om cui questa vole, mai non sen dole; né ’l sole per donar luce a le stelle, né per prender da elle nel suo effetto aiuto; 120 ma l’uno e l’altro in ciò diletto tragge. Già non s’induce a ira per parole, ma quelle sole ricole che son bone, e sue novelle sono leggiadre e belle; 125 per sé caro è tenuto e disïato da persone sagge, ché de l’altre selvagge cotanto laude quanto biasmo prezza; per nessuna grandezza 130 monta in orgoglio, ma quando gl’incontra che sua franchezza li conven mostrare, quivi si fa laudare. Color che vivon fanno tutti contra.
Rime di Dante Alighieri
XLIX Amor, che movi tua vertù da cielo come ’l sol lo splendore, che là s’apprende più lo suo valore dove più nobiltà suo raggio trova; 5 e come el fuga oscuritate e gelo, così, alto segnore, tu cacci la viltate altrui del core, né ira contra te fa lunga prova: da te conven che ciascun ben si mova 10 per lo qual si travaglia il mondo tutto; sanza te è distrutto quanto avemo in potenzia di ben fare, come pintura in tenebrosa parte, che non si può mostrare 15 né dar diletto di color né d’arte. Feremi ne lo cor sempre tua luce, come raggio in la stella, poi che l’anima mia fu fatta ancella de la tua podestà primeramente; 20 onde ha vita un disio che mi conduce con sua dolce favella in rimirar ciascuna cosa bella con più diletto quanto è più piacente. Per questo mio guardar m’è ne la mente 25 una giovane entrata, che m’ha preso, e hagli un foco acceso, com’acqua per chiarezza fiamma accende; perché nel suo venir li raggi tuoi, con li quai mi risplende, 30 saliron tutti su ne gli occhi suoi. Quanto è ne l’esser suo bella, e gentile ne gli atti ed amorosa, tanto lo imaginar, che non si posa, l’adorna ne la mente ov’io la porto;
Rime di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri   Rime LIII Messer Cino da Pistoia a Dante Novellamente Amor mi giura e dice d’una donna gentil, s’i’ la riguardo, che per vertù de lo su’ novo sguardo ella sarà del meo cor beatrice. 5 Io c’ho provato po’ come disdice, quando vede imbastito lo suo dardo, ciò che promette, a morte mi do tardo, ch’i’ non potrò contraffar la fenice.
Rime di Dante Alighieri
35 però che ’l freddo lor spirito ammorta: e ’l mio più d’amor porta; ché li dolzi pensier’ non mi son tolti né mi son dati per volta di tempo, ma donna li mi dà c’ha picciol tempo. Passato hanno lor termine le fronde che trasse fuor la vertù d’Arïete per adornare il mondo, e morta è l’erba; ramo di foglia verde a noi s’asconde se non se in lauro, in pino o in abete 45 o in alcun che sua verdura serba; e tanto è la stagion forte ed acerba, c’ha morti li fioretti per le piagge, li quai non poten tollerar la brina: e la crudele spina 50 però Amor di cor non la mi tragge; per ch’io son fermo di portarla sempre ch’io sarò in vita, s’io vivesse sempre. Versan le vene le fummifere acque per li vapor’ che la terra ha nel ventre, 55 che d’abisso li tira suso in alto; onde cammino al bel giorno mi piacque che ora è fatto rivo, e sarà mentre che durerà del verno il grande assalto; la terra fa un suol che par di smalto, 60 e l’acqua morta si converte in vetro per la freddura che di fuor la serra: e io de la mia guerra non son però tornato un passo a retro, né vo’ tornar; ché, se ’l martiro è dolce, 65 la morte de’ passare ogni altro dolce. Canzone, or che sarà di me ne l’altro dolce tempo novello, quando piove amore in terra da tutti li cieli, quando per questi geli 40 51 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime di Dante Alighieri
Canzone, a’ panni tuoi non ponga uom mano, per veder quel che bella donna chiude: bastin le parti nude; lo dolce pome a tutta gente niega, 95 per cui ciascun man piega. Ma s’elli avvien che tu alcun mai truovi amico di virtù, ed e’ ti priega, fatti di color’ novi poi li ti mostra; e ’l fior, ch’è bel di fori, 100 fa disïar ne li amorosi cori. Canzone, uccella con le bianche penne; canzone, caccia con li neri veltri, che fuggir mi convenne, ma far mi poterian di pace dono. 105 Però nol fan che non san quel che sono: camera di perdon savio uom non serra, ché ’l perdonare è bel vincer di guerra. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 62 � Dante Alighieri   Rime LXIV Se vedi li occhi miei di pianger vaghi per novella pietà che ’l cor mi strugge, per lei ti priego che da te non fugge, Signor, che tu di tal piacere i svaghi; 5 con la tua dritta man, cioè, che paghi chi la giustizia uccide e poi rifugge al gran tiranno, del cui tosco sugge ch’elli ha già sparto e vuol che ’l mondo allaghi, e messo ha di paura tanto gelo 10 nel cor de’ tuo’ fedei, che ciascun tace. Ma tu, foco d’amor, lume del cielo, questa vertù che nuda e fredda giace, levala su vestita del tuo velo, ché sanza lei non è in terra pace.
Rime di Dante Alighieri
Tutti li miei pensier Tutti li miei pensier parlan d’Amore; e hanno in loro sì gran varietate, ch’altro mi fa voler sua potestate, altro folle ragiona il suo valore, altro sperando m’aporta dolzore, 5 altro pianger mi fa spesse fiate; e sol s’accordano in cherer pietate, tremando di paura, che è nel core. Ond’io non so da qual matera prenda; 10 e vorrei dire, e non so ch’io mi dica: così mi trovo in amorosa erranza. E se con tutti vòi far accordanza, convènemi chiamar la mia nemica, madonna la Pietà, che mi difenda. Questo sonetto in quattro parti si può dividere: ne la prima dico e soppongo che tutti li miei pensieri sono d’Amore; ne la seconda dico che sono diversi, e narro la loro diversitade; ne la terza dico in che tutti pare che s’accordino; ne la quarta dico che volendo dire d’Amore, non so da qual parte pigli matera, e se la voglio pigliare da tutti, convene che io chiami la mia inimica, madonna la Pietade; e dico “madonna” quasi per disdegnoso modo di parlare. La seconda parte comincia quivi: e hanno in loro; la terza quivi: e sol s’accordano; la quarta quivi: Ond’io non so. XIV Appresso la battaglia de li diversi pensieri avvenne che questa gentilissima venne in parte ove molte donne gentili erano adunate; a la qual parte io fui condotto per amica persona, credendosi fare a me grande piacere, in quanto mi menava là ove tante donne mostravano le loro bellezze. Onde io, quasi non sappiendo a che io fossi menato, e fidandomi ne la persona, la quale uno suo amico a l’estremitade de la vita condotto avea, dissi a lui: “Perché semo noi venuti a queste donne?”. Allora quelli mi disse: “Per fare sì ch’elle siano degnamente servite”. E lo vero è che adunate quivi erano a la compagnia d’una gentile donna che disposata era lo giorno; e però, secondo l’usanza de la sopradetta cittade, convenia che le facessero compagnia nel primo sedere a la mensa che facea ne la magione del suo novello sposo. Sì  che  io  credendomi  fare  piacere  di  questo  amico,  propuosi  di  stare  al servigio de le donne ne la sua compagnia. E nel fine del mio proponimento, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita nuova di Dante Alighieri
quello ch’i’ hoe  avuto”.  Allora,  cominciandomi  dal principio  infino  a  la fine, dissi loro quello che veduto avea, tacendo lo nome di questa gentilissima. Onde poi sanato di questa infermitade, propuosi di dire parole di questo che m’era addivenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa da udire; e però ne dissi questa canzone: Donna pietosa, e di novella etate, ordinata sì come manifesta la infrascritta divisione. Donna pietosa, e di novella etate Donna pietosa, e di novella etate, adorna assai di gentilezze umane, che era là ’v’io chiamava spesso Morte, veggendo li occhi miei pien di pietate, 5 e ascoltando le parole vane, si mosse con paura a pianger forte; E altre donne, che si fuoro accorte di me per quella che meco piangia, fecer lei partir via, 10 e appressârsi per farmi sentire. Qual dicea: “Non dormire”, e qual dicea: “Perché sì ti sconforte?” Allor lassai la nova fantasia, chiamando il nome de la donna mia. 15 Era la voce mia sì dolorosa e rotta sì da l’angoscia del pianto, ch’io solo intesi il nome nel mio core; e con tutta la vista vergognosa ch’era nel viso mio giunta cotanto, 20 mi fece verso lor volgere Amore. Elli era tale a veder mio colore, che facea ragionar di morte altrui: “Deh, consoliam costui,” pregava l’una l’altra umilemente; 25 e dicevan sovente: “Che vedestù, che tu non hai valore?” E quando un poco confortato fui, io dissi: “Donne, dicerollo a vui. Mentr’io pensava la mia frale vita, 30 e vedea ’l suo durar com’è leggero, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita nuova di Dante Alighieri
piànsemi Amor nel core, ove dimora; per che l’anima mia fu sì smarrita, che sospirando dicea nel pensero: Ben converrà che la mia donna mora! Io presi tanto smarrimento allora, ch’io chiusi li occhi vilmente gravati, e furon sì smagati li spirti miei, che ciascun giva errando; e poscia imaginando, di conoscenza e di verità fora, visi di donne m’apparver crucciati, che mi dicean pur: - Morràti, morràti -. Poi vidi cose dubitose molte, nel vano imaginare ov’io entrai; ed esser mi parea non so in qual loco, e veder donne andar per via disciolte, qual lagrimando, e qual traendo guai, che di tristizia saettavan foco. Poi mi parve vedere a poco a poco turbar lo sole ed apparir la stella, e pianger elli ed ella; cader li augelli volando per l’âre, e la terra tremare; ed omo apparve scolorito e fioco, dicendomi: - Che fai? Non sai novella? morta è la donna tua, ch’era sì bella -. Levava li occhi miei bagnati in pianti, e vedea (che parean pioggia di manna) li angeli che tornavan suso in cielo, ed una nuvoletta avean davanti, dopo la qual gridavan tutti: Osanna; e s’altro avesser detto, a voi dirèlo. Allor diceva Amor: - Più nol ti celo; vieni a veder nostra donna che giace. Lo imaginar fallace mi condusse a veder madonna morta; e quand’io l’avea scorta,
Vita nuova di Dante Alighieri
XIX L’Amante Per Bel-Sembiante e per Dolze-Riguardo Mi mandò la piacente ch’i’ andasse Nel su’ giardin e ch’io il fior bascias[s]e, Né non portasse già lancia né dardo: 5 Ché lo Schifo era fatto sì codardo Ch’e’ [no] mi bisognava ch’i’ ’l dottasse; Ma tuttor non volea ched i’ v’entrasse, Sed e’ non fosse notte ben a tardo. “Perciò che Castità e Gelosia 10 Sì ànno messo Paura e Vergogna In le’ guardar, che non faccia follia; Ed un villan che truov’ogne menzogna La guarda, il qual fu nato i Normandia, Mala-Boc[c]a, que’ c[h]’ogne mal sampogna”. XX L’Amante e Bellacoglienza Udendo quella nobile novella Che que’ genti messag[g]i m’aportaro, Sì fortemente il cuor mi confortaro Che di gioia perdé’ quasi la favella. 5 Nel giardin me n’andà’ tutto ’n gonella, Sanz’armadura, com’e’ comandaro, E sì trovai quella col viso chiaro, Bellacoglienza; tosto a sé m’apella, E disse: “Vien avanti e bascia ’l fiore; 10 Ma guarda di far cosa che mi spiaccia, Ché ttu ne perderesti ogne mio amore”. Sì ch’i’ alor feci croce de le braccia, E sì ’l basciai con molto gran tremore, Sì forte ridottava suo minaccia.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
LXV Amico “Sovr’ogne cosa pensa di lusinghe, Lodando sua maniera e sua faz[z]one, E che di senno passa Salamone: Con questi motti vo’ che lla dipinghe. 5 Ma guarda non s’aveg[g]a che tt’infinghe, Ché non v’andresti mai a processione; Non ti var[r]eb[b]e lo star ginoc[c]hione: Però quel lusingar fa che tu ’l tinghe. Chéd e’ n’è ben alcuna sì viziata 10 Che non crede già mai ta’ favolelle, Perc[h]’altra volta n’è stata beffata; Ma queste giovanette damigelle, Cu’ la lor terra nonn-è stata arata, Ti crederanno ben cotà’ novelle.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
LXVI Amico “Se ttu ài altra amica procacciata, O ver che ttu la guardi a procac[c]iare, E sì non vuo’ per ciò abandonare La prima cu’ à’ lungo tempo amata, 5 Se ttu a la novella à’ gioia donata, Sì dì ch’ella la guardi di recare In luogo ove la prima ravisare No lla potesse, ché seria smembrata. O s’ella ancor ne fosse in sospez[z]one, 10 Fa saramenta ch’ella t’ag[g]ia torto, C[h]’unque ver’ lei non fosti i mesprigione; E s’ella il pruova, convien che sie acorto A dir che forza fu e tradigione: Allor la prendi e sì lle ’nnaffia l’orto.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
XCVII Falsembiante “Chi della pelle del monton fasciasse I lupo, e tra lle pecore il mettesse, Credete voi, perché monton paresse, Che de le pecore e’ non divorasse? 5 Già men lor sangue non desiderasse, Ma vie più tosto inganar le potesse; Po’ che lla pecora no’l conoscesse, Se si fug[g]isse, impresso lui n’andasse. Così vo io mi’ abito divisando 10 Ched i’ per lupo non sia conosciuto, Tutto vad’io le genti divorando; E, Dio merzé, i’ son sì proveduto Ched i’ vo tutto ’l mondo og[g]i truffando, E sì son santo e produomo tenuto. XCVIII Falsembiante “Sed e’ ci à guari di cota’ lupelli, La Santa Chiesa sì è malbalita, Po’ che lla sua città è asalita Per questi apostoli, c[h]’or son, novelli: 5 Ch’i’ son certan, po’ ch’e’ son suo’ rubelli, Ch’ella non potrà essere guarentita; Presa sarà sanza darvi fedita Né di traboc[c]hi né di manganelli. Se Dio non vi vuol metter argomento, 10 La guer[r]a sì fie tosto capitata, Sì ch’ogne cosa andrà a perdimento: Ed a me par ch’È l’à dimenticata, Po’ sòfera cotanto tradimento Da color a cui guardia l’à lasciata.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
CXXV Falsembiante “Que’ che vorrà campar del mi’ furore, Ec[c]o qui preste le mie difensioni: Grosse lamprede, o ver di gran salmoni Aporti, [o] lucci, sanza far sentore. 5 La buona anguilla nonn-è già peg[g]iore; Alose o tinche o buoni storïoni, Torte battute o tartere o fiadoni: Queste son cose d’âquistar mi’ amore, O s’e’ mi manda ancor grossi cavretti 10 O gran cappon’ di muda be nodriti O paperi novelli o coniglietti. Da ch’e’ ci avrà di ta’ morse’ serviti, No gli bisogna di far gran disdetti: Dica che g[i]uoco, e giuoc’a tutti ’nviti.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
CXLV La Vec[c]hia “Figl[i]uola mia cortese ed insegnata, La tua gran gioia sì è ancor a venire. Or me convien me pianger e languire, Ché lla mia sì se n’è tutta passata 5 Né non fie mai per me più ritrovata, Chéd ella mi giurò di non reddire. Or vo’ consigliar te, che dé’ sentire in caldo del brandon, che sie avisata Che non facessi sì come fec’io: 10 De ch’i’ son trista quand’e’ me’n rimembra, Ch’i’ non posso tornare a lavorio. Per ch’i’ te dico ben ched e’ mi sembra: Se ttu creder vor[r]à’ ’l consiglio mio, Tu sì non perderai aver né membra. CXLVI La Vec[c]hia “Se del giuoco d’amor i’ fosse essuta Ben sag[g]ia quand’i’ era giovanella, I’ sare’ ric[c]a più che damigella O donna che ttu ag[g]ie og[g]i veduta: 5 Ch’i’ fu’ sì trapiacente in mia venuta Che per tutto cor[r]èa la novella Com’i’ era cortese e gente e bella; Ma cciò mi pesa, ch’i’ non fu’ saputa. Or sì mi doglio quand’i’ mi rimiro 10 Dentro a lo spec[c]hio, ed i’ veg[g]o invec[c]hiarmi: Molto nel mï[o] cuore me n’adiro. Ver è ched i’ di ciò non posso atarmi, Sì che per molte volte ne sospiro Quand’i’ veg[g]io biltate abandonarmi.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri (attribuito a)   Il Fiore CXCIII La Vec[c]hia “S’i’ fosse stata, per l’anima mia, Ben savia in giovanez[z]a e conos[c]ente, Ch’i’ era allor sì bella e sì piacente Che ’n ogne parte novelle ne gia, 5 I’ sarè’ troppo ric[c]a, in fede mia; Ma i’ sì ’l dava tutto a quel dolente, C[h]’a ben far non fu anche intendente, Ma tutto dispendea in ribalderia. Né no gli pia[c]que nulla risparmiare, 10 Ch’e’ tutto no’l beves[s]e e no’l giucasse, Tant’era temperato a pur mal fare: Sì c[h]’a la fin conven[n]e ch’i’ lasciasse, Quand’i’ non eb[b]i più che gli donare; E me e sé di gran ric[c]hez[z]a trasse”.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri (attribuito a)   Il Fiore CXCIX La Vec[c]hia La Vec[c]hia disse allor: “Amico mio, Queste son le novelle ch’i’ t’aporto: Bellacoglienza salute e conforto Te manda, se m’aiuti l’alto Dio; 5 Sì ch’i’ ti dico ben ched i’ cred’io Che lla tua nave ariverà a tal porto Che ttu sì coglierai il fior dell’orto”. (Questo motto fu quel che mi guerìo). “Or te dirò, amico, che farai: 10 All’uscio c[h]’apre verso del giardino, Ben chetamente tu te ne ver[r]ai; Ed i’ sì me ne vo ’l dritto camino, E sì farò c[h]’aperto il troverai, Sì che ttu avrai il fior in tuo dimino”.
Il Fiore di Dante Alighieri (attribuito a)
modo, che le due parti s’appellorono nimiche per due nuovi nomi, ciò è Guelfi e Ghibellini. E di ciò fu cagione, in Firenze, che uno nobile giovane cittadino, chiamato Buondalmonte de’ Buondalmonti, avea promesso tôrre per sua donna una figliuola di messer Oderigo Giantruffetti. Passando dipoi un giorno da casa i Donati, una gentile donna chiamata madonna Aldruda, donna di messer Forteguerra Donati, che avea due figliuole molto belle, stando a’ balconi del suo palagio, lo vide passare, e chiamollo, e mostrògli una delle dette figliuole, e disseli: “Chi ài tu tolta per moglie? io ti serbavo questa”. La quale guardando molto li piacque, e rispose: “Non posso altro oramai”. A cui madonna Aldruda disse: “Sì, puoi, ché la pena pagherò io per te”. A cui Bondalmonte rispose: “E io la voglio”. E tolsela per moglie, lasciando quella, avea tolta e giurata. Onde messer Oderigo, dolendosene co’  parenti  e  amici  suoi,  diliberarono  di  vendicarsi,  e  di  batterlo  e  farli vergogna. Il che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia e potenti, e suoi parenti, dissono voleano fusse morto: ché così fia grande l’odio della morte come delle ferite; cosa fatta capo à. E ordinorono ucciderlo il dì menasse la donna; e così feciono. Onde di tal morte i cittadini se ne divisono, e trassersi insieme i parentadi e l’amistà d’amendue le parti, per modo che la detta divisione mai non finì: onde nacquero molti scandoli e omicidî e battaglie cittadinesche.  Ma  perché  non  è  mia  intenzione  scrivere  le  cose  antiche, perché alcuna volta il vero non si ritruova, lascerò stare; ma ho fatto questo principio  per  aprire  la  via  a  intendere,  donde  procedette  in  Firenze  le maladette parti de’ Guelfi e Ghibellini: e ritorneremo alle cose furono ne’ nostri tempi. Capitolo III Nell’anno dalla incarnazione di Cristo MCCLXXX, reggendo in Firenze la parte guelfa, essendo scacciati i Ghibellini, uscì d’una piccola fonte uno gran fiume, ciò fu d’una piccola discordia nella parte guelfa una gran concordia con la parte ghibellina. Ché, temendo i Guelfi tra loro, e sdegnando nelle loro raunate e ne’ loro consigli l’uno delle parole dell’altro, e temendo i più savi ciò che ne potea advenire, e vedendone apparire i segni di ciò che temeano (perché uno nobile cittadino cavaliere, chiamato messer Bonaccorso  degli  Adimari,  guelfo  e  potente  per  la  sua  casa,  e  ricco  di possessioni, montò in superbia con altri grandi, che non riguardò a biasimo di  parte,  ché  a  uno  suo  figliuolo  cavaliere,  detto  messer  Forese,  dié  per moglie una figliuola del conte Guido Novello della casa de’ conti Guidi, 7 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Fatta tal diliberazione, i Fiorentini accolsono l’amistà; che furono: i Bolognesi  con  CC  cavalli,  Lucchesi  con  CC;  de’  quali  fu  capitano  messer Corso Donati cavaliere fiorentino: Mainardo da Susinana con XX cavalli e CCC  fanti  a  piè,  messer  Malpiglio  Ciccioni  con  XXV,  e  messer  Barone Mangiadori da San Miniato, li Squarcialupi, i Colligiani, e altre castella di Valdelsa: sí che fu il numero, cavalli MCCC e assai pedoni. Capitolo X Mossono le insegne al giorno ordinato i Fiorentini, per andare in terra di nimici: e passarono per Casentino per male vie; ove, se avessono trovati i nimici, arebbono ricevuto assai danno: ma non volle Dio. E giunsono presso a Bibbiena, a uno luogo si chiama Campaldino, dove erano i nimici: e quivi si fermorono, e feciono una schiera. I capitani della guerra misono i  feditori  alla  fronte  della  schiera;  e  i  palvesi,  col  campo  bianco  e  giglio vermiglio, furono attelati dinanzi. Allora il  Vescovo, che avea corta vista, domandò: “Quelle, che mura sono?” Fugli risposto: “I palvesi de’ nimici”. Messer Barone de’ Mangiadori da San Miniato, franco et esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: “Signori, le guerre di Toscana si soglìano vincere per bene assalire; e non duravano, e pochi uomini vi moriano, ché non era in uso l’ucciderli. Ora è mutato modo, e vinconsi per stare bene fermi. Il perché io vi consiglio, che voi stiate forti, e lasciateli assalire”. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura: cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra. Messer Corso Donati con la brigata de’ Pistolesi fedì i nimici per costa. Le quadrella pioveano: gli Aretini n’aveano poche, et erano fediti per costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri de’ cavalli con le coltella in mano, e sbudellavalli: e de’ loro feditori trascorsono tanto, che nel mezo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì, che erano stimati di grande prodeza, furono vili; e molti, di cui non si parlava, furono stimati. Assai pregio v’ebbe il balio del capitano, e fuvi morto. Fu fedito messer Bindo del Baschiera Tosinghi; e così tornò a Firenze, ma fra pochi dì morì. Della parte de’ nimici fu morto il Vescovo, e messer Guiglielmo de’ Pazi franco cavaliere, Bonconte e Loccio da Montefeltri, e altri valenti uomini. Il conte Guido non aspettò il fine, ma sanza dare colpo di spada si partì. Molto bene provò messer Vieri de’
Cronica di Dino Compagni
né a niente si mossono. I cittadini chiamarono per Podestà uno che era Capitano. E cominciorono ad accusare gli amici di Giano; e furonne condannati alcuni, chi in lire Vc chi in lire M, e alcuni ne furono contumaci. Giano e suo legnaggio si partì del paese: i cittadini rimasono in gran discordia; chi il lodava, e chi il biasimava. Messer  Giovanni  di  Celona,  venuto  a  petizione  de’  Grandi,  volendo fornire ciò che promesso aveva, e aquistare ciò che gli era stato promesso, domandava la paga sua di cavalli 500 che seco avea menati. Fugli dinegata, essendoli  detto  non  avea  atteso  quello  avea  promesso.  Il  cavaliere  era  di grande  animo:  andossene  ad  Arezo  agli  adversari  de’  Fiorentini,  a’  quali disse: “Signori, io sono venuto in Toscana a petizione de’ Guelfi da Firenze: ecco le carte: i patti mi niegano; ond’io e’ miei compagni saremo con voi a dar loro morte come a nimici”. Onde gli Aretini, i Cortonesi, e gli Ubertini, li feron onore. I Fiorentini, sentendo questo, mandarono a papa Bonifazio, pregandolo che si inframmettesse in fare tra loro accordo. E cosí fece: che giudicò i Fiorentini li dessono fiorini XXm; i quali gliel dierono; e rifatti suoi amici, vedendo che gli Aretini si fidavano di lui, ordinorono con lui che, tornando ad Arezo, si mostrasse nostro nimico, e che li conducesse a tôrci Saminiato, che dicea appartenersi a lui per vigore d’Inperio, per lo quale era venuto e aveane mandato. Ma uno, il quale sapea il segreto, il palesò per leggiereza d’animo, e per mostrare sapea le cose segrete; e colui, a cui lo disse, lo fece assapere  a  messer  Ceffo  de’  Lanberti;  onde  gli  Aretini  lo  sentirono,  e  al cavaliere dierono licenzia con tutta la sua gente. Capitolo XVIII I signori che cacciorono Giano della Bella, furono Lippo del  Velluto, Banchino di Giovanni beccaio, Gheri Paganetti, Bartolo Orlandini, messer Andrea  da  Cerreto,  Lotto  del  Migliore  Guadagni,  e  Gherardo  Lupicini gonfaloniere  di  giustizia,  che  entrorono  a  dì  XV  di  febraio  1294. Cominciorono i cittadini accusare l’un l’altro, e a condannarli, e a metterli in esilio; per modo che gli amici di Giano erano impauriti, e stavano suggetti. I loro adversari gli soprastavano con molto rigoglio, infamando Giano e’ suoi seguaci di grande arroganza, dicendo che avea messo scandalo in Pistoia, e arse ville e condannati molti, quando vi fu rettore. Delle quali cose dovea avere corona, perché avea puniti gli sbanditi e’ malfattori, i quali si raunavano sanza temere le leggi. E il fare giustizia, diceano lo facea per tirannia. Molti
Cronica di Dino Compagni
per Parte bianca. E a loro umilmente parlai, con gran tenereza, dello scampo della città, dicendo: “Io voglio fare l’uficio comune, da poi che per gara degli ufici è tanta discordia”. Fumo d’accordo, e eleggemo sei cittadini comuni, tre de’ Neri e tre de’ Bianchi. Il settimo, che dividere non si potea, eleggemo di sì poco valore, che niuno ne dubitava. I quali, scritti, posi su l’altare. E Noffo Guidi parlò, e disse: “Io dirò cosa, che tu mi terrai crudele cittadino”. E io li dissi che tacesse; e pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò, che mi piacesse far la loro parte, nell’ufficio, maggiore che l’altra: che tanto fu a dire, quanto “disfa’ l’altra parte”, e me porre nel luogo di Giuda. E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento, dare’ i miei figliuoli a mangiare a’ cani. E cosí da collegio ci partimmo. Capitolo XIII Messer Carlo di Valos ci facea spesso invitare a mangiare. Rispondavàlli, che per nostro saramento la legge ci constrignea che fare non lo potavamo (e ciò era vero), perché fra noi stimavamo che contro a nostra volontà ci arebbe ritenuti. Ma pure un giorno ci trasse di palazzo, dicendo che a Santa Maria Novella fuori della terra volea parlamentare per bene de’ cittadini; e che piacesse alla signoria esservi. Ma perché troppo sospetto mostrava il negarlo, diliberamo che tre di noi v’andassimo, e gli altri rimanesson in palazo. Messer Carlo fe’ armare la sua gente, e posela alla guardia della città alle porti dentro e di fuori: però che i falsi consiglieri gli dissono che dentro non potrebbe tornare, e che la porta li sarebbe serrata. E sotto questo protesto aveano pensato malvagiamente, che se la signoria vi fusse ita tutta, d’ucciderci fuori della porta, e correre la terra per loro. E ciò non venne loro fatto, perché non ve ne andorono più che tre; a’ quali niente disse, come colui che non volea parlare, ma sì uccidere. Molti cittadini si dolsono di noi per quella andata, parendo loro che andassono al martirio. E quando furono tornati, lodavano Iddio che da morte gli avea scanpati. I signori erano stimolati da ogni parte. I buoni diceano, che guardassono ben loro e la loro città: i rei li contendeano con questioni; e tralle domande e le risposte il dì se ne andava: i baroni di messer Carlo gli occupavano con lunghe parole. E così viveano con affanno. Venne a noi un santo uomo, un giorno, celatamente e chiuso, pregocci che  di  suo  nome  non  parlassimo,  e  disse:  “Signori,  voi  venite  in  gran
Cronica di Dino Compagni
non abiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo, che tiene il popolo a voi e a noi; e saremo maggiori che noi non siamo. Mercè, per Dio; siamo una cosa, come noi dovemo essere”. E così feciono i Buondalmonti a’ Gherardini, e i Bardi a Mozi, e messer Rosso dalla  Tosa al Baschiera suo consorto: e così feciono molti altri. Quelli che riceveano tali parole, s’ammollavano nel cuore per piatà della parte: onde i loro seguaci invilirono; i Ghibellini, credendo con si fatta vista esser ingannati e traditi da coloro in cui si confidavano, tutti rimasono smarriti. Sì che poca gente rimase fuori, altro che alcuni artigiani, a cui commisono la guardia. Capitolo XVII I baroni di messer Carlo e il malvagio cavaliere messer Muciatto Franzesi sempre stavano intorno a’ signori, dicendo che la guardia della terra e delle porti si lasciasse a loro, e spezialmente del sesto d’Oltrarno; e che al loro signore aspettava la guardia di quel sesto: e che volea che de’ mafattori si facesse  aspra  giustizia.  E  sotto  questo  nascondeano  la  loro  malizia;  per aquistare più giuridizione nella terra il faceano. Le chiavi gli furono negate, e le porti d’Oltrarno li furono raccomandate;  e  levati  ne  furono  i  Fiorentini,  e  furonvi  messi  i  Franciosi.  E  messer Guiglielmo cancelliere e ‘l maniscalco di messer Carlo giurorono nelle mani a me Dino, ricevente per lo Comune, e dieronmi la fede del loro signore, che ricevea la guardia della terra sopra sé, e guardarla e tenerla a pitizione della nostra signoria. E mai credetti che uno tanto signore, e della casa reale di Francia, rompesse la sua fede: perché passò piccola parte della seguente notte,  che  per  la  porta,  che  noi  gli  demo  in  guardia,  dié  l’entrata  a Gherarduccio Bondalmonti, che avea bando, accompagnato con molti altri sbanditi. I signori domandati da uno valente popolano, che avea nome Aglione di Giova  Aglioni  e  disse:  “Signori  e’  sarà  bene  a  fare  rifermare  più  forte  la porta a san Brancazio”. Fulli risposto, che la facesse fortificare come li paresse; e mandoronvi i maestri con la loro bandiera. I Tornaquinci, potente schiatta, i quali erano bene guerniti di masnadieri e d’amici, assalirono i detti maestri e fedironli e missonli in rotta; e alcuni fanti, che erano nelle torri, per paura l’abbandonorono. Laonde i priori per l’una novella e per l’altra, vidono che riparare non vi poteano. E questo seppono da uno che fu preso una notte, il quale, in forma d’uno venditore di spezie, andava invitando le case potenti, avisandoli che innanzi giorno si dovessono armare. E
Cronica di Dino Compagni
I priori per piatà della città, vedendo multiplicare il malfare, chiamorono merzè a molti popolani potenti, pregandoli per Dio avessono pietà della loro città; i quali niente ne vollono fare. E però lasciorono il priorato. Entrorono i nuovi priori a dì VIII di novembre 1301: e furono Baldo Ridolfi, Duccio di Gherardino Magalotti, Neri di messer Iacopo Ardinghelli, Ammannato di Rota Beccannugi, messer Andrea da Cerreto, Ricco di ser Compagno degli Albizi, Tedice Manovelli gonfaloniere di giustizia; pessimi popolani,  e  potenti  nella  loro  parte.  Li  quali  feciono  leggi,  che  i  priori vecchi in niuno luogo si potessono raunare, a pena della testa. E compiuti i sei dì utili stabiliti a rubare, elessono per podestà messer Cante Gabrielli d’Agobbio; il quale riparò a molti mali e a molte accuse fatte, e molte ne consentì. Capitolo XX Uno cavaliere della somiglianza di Catellina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile d’ingegno, con l’animo sempre intento a malfare, col quale molti masnadieri si raunavano e gran séguito avea, molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio a’ Cerchi e a’ loro amici; molto avere guadagnò, e in grande alteza salì. Costui fu messer Corso Donato che per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la terra molti gridavano: “Viva il Barone”; e parea la terra sua. La vanagloria il guidava, e molti servigi facea. Messer Carlo di Valos, signore di grande e disordinata spesa, convenne palesasse la sua rea intenzione, e cominciò a volere trarre danari da’ cittadini. Fece richiedere i priori vecchi, i quali tanto avea magnificati, e invitati a mangiare, e a cui avea promesso, per sua fede e per sue lettere bollate, di non abbattere gli onori della città e non offendere le leggi municipali; volea da loro trarre danari, opponendo gli aveano vietato il passo, e preso l’uficio del paciaro, e offeso Parte guelfa, e a Poggi Bonizi aveano cominciato a far bastìa, contro all’onore del re di Francia e suo: e così gli perseguitava, per trarre danari. E Baldo Ridolfi, de’ nuovi priori, era mezano, e dicea: “Vogliate più tosto darli de’ vostri danari, che andarne presi in Puglia”. Non ne dierono alcuno; perché tanto crebbe il biasimo per la città, ch’egli lasciò stare. Era in Firenze un ricco popolano e di gran bontà, chiamato per nome Rinuccio di Senno Rinucci, il quale avea molto onorato messer Carlo a uno
Cronica di Dino Compagni
la parte de’ grandi rimase in gran superbia e baldanza. Accadde in quelli dí che il Testa Tornaquinci, e un figliuolo di Bingieri suo consorto, in Mercato Vecchio fediron e per morto lasciorono uno popolano  loro  vicino;  e  niuno  ardia  a  soccorrerlo,  per  tema  di  loro. Ma  il popolo rassicurato si crucciò, e con la insegna della giustizia armati andarono a casa i Tornaquinci, e misono fuoco nel palagio, e arsollo e disfeciono, per la loro baldanza. Capitolo IV Il cardinale Niccolao da Prato, segretamente domandato da’ Bianchi e Ghibellini  di  Firenze  a  papa  Benedetto  per  legato  in  Toscana,  giunse  in Firenze a dì X di marzo 1303; e grandissimo onore li fu fatto dal popolo di Firenze, con rami d’ulivo e con gran festa. E posato in Firenze alcun dì, trovando  i  cittadini  molto  divisi,  domandò  balìa  dal  popolo  di  potere constrignere  i  cittadini  a  pace;  la  quale  li  fu  concessa  perfino  a  calendi maggio 1304, e poi prolungata per uno anno. E fece più paci tra cittadini dentro: ma dipoi la gente raffreddò, e molte gavillazioni si trovorono. Il vescovo di Firenze favoreggiava la pace, perché con seco recava giustizia e dovizia, e a petizione del Cardinale si pacificò con messer Rosso suo consorto. Rifermò i gonfaloni delle compagnie: gli amici di messer Corso n’ebbono parte, e egli fu chiamato Capitano di Parte. Ciascuno favoreggiava il Cardinale, e elli con speranza tanto gli umiliò con dolci parole, che gli lasciarono  chiamare  sindachi:  che  furono,  per  la  parte  dentro,  messer Ubertino dello Stroza e ser Bono da Ognano; e per la parte di fuori, messer Lapo Ricovero e ser Petracca di ser Parenzo dall’Ancisa. A dì XXVI d’aprile 1304, raunato il popolo sulla piaza di Santa Maria Novella, nella presenzia de’ Signori, fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece; e puosono pene a chi contrafacesse: e con rami d’ulivo in mano pacificorono i Gherardini con gli Amieri. E tanto parea che la pace piacesse a ogni uno, che vegnendo quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissono. I fuochi furono grandi, le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno: ma il palagio de’ Gianfigliazzi, che per le guerre  facea  gran  fuochi,  la  sera  niente  fece;  e  molto  se  ne  parlò  per  li buoni, che diceano  non  era  degno  di  pace.  Andavano  le  compagnie  del popolo,  faccendo  gran  festa  sotto  il  nome  del  Cardinale,  con  le  ‘nsegne avute da lui sulla piaza di Santa Croce. Messer Rosso dalla Tosa rimase con grande sdegno, però che troppo gli
Cronica di Dino Compagni
aveano vittuaglia da vivere, e poi si convenia la morte per fame palesare a’ cittadini. Di ciò sia tu, santissima Maestà, in eterno lodata! ché il pane che mangiavano i buoni cittadini, i porci l’arebbono sdegnato! Fatto l’accordo innanzi la venuta del Cardinale, la porta s’aperse a dì X d’aprile 1306: e tal cittadino vi fu, che per fame patita mangiò tanto ch’egli scoppiò. I Neri di Firenze presono la terra, e non observorono loro i patti: perché tanto li strinse la paura che a loro non convenisse renderla, che subito senza alcuno intervallo gittorono le mura in terra, che eran bellissime. Il Cardinale Legato, udite le novelle di Pistoia, fortemente si turbò; perché si credea esser tale, che rimedio v’arebbe posto. Andossene a Bologna, e quivi fece sua risidenzia. Capitolo XVI Parma, Reggio e Modona s’erano rubellate dal marchese di Ferrara; il quale, per troppa tirannia facea loro, Idio non lo vi volle più sostenere: ché quando fu più inalzato, cadde. Perché avea tolto per moglie la figliuola del re Carlo di Puglia; e perché condiscendesse a dargliele, la comperò, oltre al comune uso, e fecele di dota Modona e Reggio; onde i suoi fratelli e i nobili cittadini sdegnorono entrare in altrui fedeltà: e più vi s’aggiunse la nimistà d’uno potente cavaliere di Parma, chiamato messer Ghiberto, il quale il Marchese cercava cacciare per tradimento; ma il cavaliere dié gran conforto a’ cittadini di quelle due terre di rubellarsi, e con gente e con arme li liberò di servitù. Capitolo XVII Stando il Legato in Bologna, i Bolognesi rivolti cacciorono fuori i loro nimici. Credette pacificarli. I Fiorentini con danari e con conforto feciono tanto, che gli apposono colpa d’uno trattato, e di tradimento; e vilmente e con vergogna lo cacciorono di Bologna, e morto vi fu un suo cappellano. Andò in Romagna per entrare in Furlì: i Fiorentini gliel negorono. Andossene ad Arezo, e con lettere e imbasciate cercò umiliarli, e non poté. Il Cardinale, essendo in Arezo, raunò gente assai e fecevisi forte, perché intese i Neri di Firenze v’andrebbono a oste. Vennevi in suo aiuto il Marchese dalla Marca, e molti gentili uomini di là, e molti Guelfi bianchi e Ghibellini di Firenze, e molti cavalli da Roma e da Pisa e da molti cherici di Lombardia; che in tutto si ragionava che fossono cavalli IImCCCC scelti. Andoronvi  i  Neri  di  Firenze,  ma  con  molto  sospetto;  ma  non  si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Crescendo l’odio per le superbe parole erano tra quelli della congiura e gli  altri,  si  cominciò  per  ogni  parte  a  invitare  gente  e  amici.  I  Bordoni aveano gran séguito da Carmignano, e da Pistoia, e dal Monte di sotto, e da Taio di messer Ridolfo grande uomo di Prato, e dagli uomini di sua casa e di suo animo, tanto che a’ congiurati prestò grande aiuto. Messer Corso avea molto inanimati i Lucchesi, mostrando le rie opere de’ suoi adversarii e i modi ch’eglino usavano, i quali, veri o non veri, lui sapea ben colorare.  Tornato  in  Firenze,  ordinò  che un  giorno  nominato fussono tutti armati, e andassono al palagio de’ Signori, e dicessono che al tutto voleano che Firenze avesse altro reggimento; e con queste parole, venire all’arme. Capitolo XX Messer Rosso e’ suoi seguaci sentirono le invitate, e le parole si diceano, e aparecchiare l’arme: con irato animo, tanto s’accesono col parlare, che non si poterono ritrarre dal furore. E una domenica mattina, andorono a’ Signori; i quali raunorono il Consiglio, e presono l’arme, e feciono richiedere messer Corso e’ figliuoli e i Bordoni. La richiesta e il bando si fece a un tratto; e subito condannati. E il medesimo dì, a furore di popolo, andorono a casa messer Corso. Il quale alla piaza di San Piero Maggiore s’aserragliò e afforzò con molti fanti; e corsonvi i Bordoni, con gran séguito, vigorosamente, e con pennoni di loro arme. Messer Corso era forte di gotti aggravato, e non potea l’arme; ma con la lingua confortava gli amici, lodando e inanimando coloro che valentemente si portavano. Gente avea poca, ché non era il dì ordinato. Gli assalitori erano assai, perché v’erano tutti i gonfaloni del popolo, co’ soldati e con li sgarigli a’ serragli, e con balestra, pietre e fuoco. I pochi fanti di messer Corso si difendeano vigorosamente, con lancie, balestra e pietre, aspettando che quelli della congiura venisson in loro favore: i quali erano i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, e quasi tutto il Sesto d’Oltrarno; i Tornaquinci, i Bondalmonti, salvo messer Gherardo; ma niuno si mosse, né fece vista. Messer Corso, vedendo che difendere non si potea, diliberò partirsi. I serragli si ruppono: gli amici suoi si fuggivano per le case; e molti si mostravano essere degli altri, che eran di loro. Messer Rosso, e messer Pazino, e messer Geri, e Pinaccio, e molti altri, pugnavano vigorosamente a piè e a cavallo. Piero e messer Guiglielmino Spini, giovane cavalier novello, armato alla catalana, e Boccaccio Adimari e’ 73 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana   ACTA   D'Anna   Thèsis  Zanichelli
Cronica di Dino Compagni
Servo 40 Cameriera Segui il resto: che però dice il capitan? Servo Ch’ei stima e ha sentito cose, onde si puote congetturar che rechin ordin seco di liberar la tua reina. O voce soavissima, amata quanto poco sperata! Servo E perché speri, mi manda il capitan a la reina con la cara novella. Cameriera 50 Deh, s’ella fie mai vera, alta mercé n’aspetti il capitano, che con cortese ufficio, anzi pietoso, affretta a la reina quel soave conforto, che nel suo cuor già lungamente è morto! Né tu sarai senza mercé devuta, amato apportatore di novelle amatissime e soavi: il titolo di servo, duro e grave a sentirsi, durissimo a provarsi, ti fie tolto, te ‘l giuro! E serviranno a te forse migliori E son venuti i conti, i’ non so quali, ma quattro o cinque sono...
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
degli avuti signori. È liberal la mia reina e grata, e più ‘l sarà, quanto in se stessa ha appreso come sia grave il peso di sorte sventurata. Io da buon zelo spinto ho affrettato a mio poter il passo, né tanto m’ha spronato la servitù devuta al mio signore, quanto ‘l desio di far che la reina sentisse tal novella; la qual stimo che cara le sarà. E quanto cara!
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
quel ch’egli chiede, in liberar la madre, forse ‘l farà cacciata da la forza. Questo fra noi si dice; ma chi ‘l dice sol fra le labra parla: la paura è maestra al silenzio. Io, pure, a voi tacer non l’ho voluto: il compiacervi so ch’utile mi fie. Così potessi quel che poter devrei, come sarebbe certa la tua credenza!... Coro Cameriera Or io me n’entro 100 con due care novelle, fonti di due speranze. Io me ne vado a lei: tu puoi seguirmi, amico, se ti pare, e tu sarai il nunzio e ‘l relator. Io non ti debbo 105 invidiar il ben ch’aspettar puoi del caro ufficio tuo, benché bastante fôra il mio riferir, per conseguirti la mercé, che n’aspetti. Coro Ei ben la merta! Or tosto vanne, amico, 110 segui la cameriera; ella se n’entra. Entri con ambi voi ne l’infelice albergo, anzi nel sen de l’alta mia reina, quel placido contento, 115 che non v’entrò giamai dal dì che fu rinchiusa la sconsolata donna, ch’è d’ogni nostro ben seggio e colonna. Movi da l’auree stelle
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Federico Della Valle   La reina di Scozia   Atto terzo � Atto terzo Scena prima Servo Felice me, se giunge ad esser vera la portata novella! I’ men ritorno sì carco di speranze e di promesse, che nulla ho da bramar, se non l’effetto a quanto il capitano a dir mi diede. Oh, com’è liberal, com’è cortese, com’è soavemente e grave e saggia la reina ch’io lascio, e quanto indegna di sì misero stato! Ahi, pur è vero ch’ove cresce valor scema ventura, e ch’a l’alme migliori giran sorti peggiori! Mesce le cose il fato in invisibil urna, e versa poscia il ben sparso di male ne lo stato mortale. Così, se porge altrui doni d’alta presenza o d’intelletto, con l’uno e l’altro è mista sorte che l’alma attrista; ad altri accorti meno con felici successi si volge il ciel sereno. Ad un manca l’ardire e soprabonda l’arte; altri forte e audace ha consiglio fallace; così nel vario aspetto de la natura torbida e incostante, nulla è senza sciagura, nulla è senza difetto, e felici coloro, a’ quai con lance eguale
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
si parte il bene e ‘l male. Ma troppo, ahimé, s’avanza ne la reina mia la parte acerba e ria! Troppo, troppo è un affanno giunto al ventesim’anno! Ma tu, come la lasci? Come resta là entro? È consolata, è lieta con la novella lieta? Entrai, come vedeste, e fosca scala solitaria, ahimé quanto, e quanto indegna di regio albergo, a le sovrane stanze mi trasse, dietro a quella debil vecchia, che di qui si partì. Quivi passata la maggior sala e quinci l’altro albergo, mi ferma la mia guida e: — Qui m’aspetta, dice, ch’or qui ritorno. — Indi con una chiave, ch’al lato le pendeva, ha un uscio aperto, ed entrata il riserra: ma sì tosto non l’ha potuto far, che colà entro non mi si sia scoperta la reina, che ginocchion premea lastrico nudo senza coscin, senza tapeto, e gli occhi fissi alti in una croce al muro appesa. Gli occhi tien a l’insegna e ‘l core al capitano, e a pugnar per lui l’anima è accinta, benché debil la mano. La vecchia entrata dentro, sento un alto sospiro, e quinci a poco si riapre quell’uscio e ‘n vista grave
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
e con occhi tranquilli, ancorché cinti di purpureo color e molli ancora de le lagrime scorse, esce, si ferma 70 la reina e mi mira. Io, riverente quanto più so, l’inchino, ed ella: — Amico, a che vieni? — mi dice — o quai novelle mi manda il capitan? — Liete, — rispondo, — alta reina, e nel mio volto il vedi, 75 se così basso mira occhio reale. — Quinci tutto le narro: e come i conti son qui venuti, e a che fin si stimi, e ‘l figlio armato, come ho detto a voi. Ella grave m’ha udito e senza segno 80 d’interno movimento: alfin, veggendo ch’io più nulla dicea, gli occhi ha rivolti in verso ‘l ciel, e: — Gloria — dice — a Dio! Poi seguane che vuol. Ma tu ritorna, amico, al capitan, e a mio nome 85 il saluta cortese e digli ch’io del suo benigno ufficio quelle grazie gli do, che dar gli puote donna di grazie priva. Pur, quanto posso, do con voglia viva 90 di mostrar anco un dì, quanto a sé giovi chi giova altrui, e più quando s’impiega l’opra in sangue real, che per se stesso benignamente è liberale e dona. A te, s’io posso mai, sarà mercede 95 quel che sperar non puoi ne la fortuna angusta, ove ti trovi: alto palagio e larghi campi e selve a tuo diletto ti fien mio dono. Intanto la promessa ti sia mercede, e godi la speranza, 100 se speranza può dar d’opra terrena chi per sé sol l’ha in Cielo. — Con sì soave voce e sì benigne maniere espresse ha queste sue parole, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
ch’io, confuso dal suono e da la vista, 105 poco sapea che dir, poco ho risposto, e nulla forse ho detto. Coro Stupor e riverenza desta nei petti altrui real presenza: ma se l’avessi vista 110 in ricco seggio assisa fra le pompe lucenti, allorché ‘l fior degli anni tocco non era ancor dai duri affanni, ahi, che vista era allor dolce e superba!... 115 Ahi, che memoria acerba! Pur, il nembo dei mali intorbidò, ma non oscura in lei le sembianze reali. Servo Del matutin colore 120 ne la languida sera scopre imagine il fiore. Or io men vo, ché la dimora mia a voi non giova e a me nuocer potrebbe; la servitù richiede 125 prontezza: al suo signor chi tardi arriva, con suo periglio arriva. Coro Ma l’amistà non parta, se ben si parte il piede. Ritorna a rivederci, e quel che senti, 130 rapporta a noi, che sconsolate e sole sol possiamo obliar le cure acerbe col sentir nuove cose. Servo Quel che senza mio rischio in util vostro potrò adoprar, tutto farò. Ma ecco 135 che sen vien la reina: o donne, a Dio! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 29 Federico Della Valle   La reina di Scozia   Atto terzo � Scena seconda Reina Spero, lassa, o non spero? O che creder debb’io de la novella dolcissima bramata, dolce e bramata inseme, quanto fra i duri mali ai miseri mortali dolce e cara è la speme? La qual da lunge or si dimostra al core ed ei voglioso la vagheggia e mira, ma non sa l’arte il petto di darle in sé ricetto. La lunghezza del male toglie la fede al bene, che frettoloso viene! Quasi lieve rugiada matutina, ch’invisibil ci bagna, vien quel ch’il Ciel destina, e più volte ne sentiam gli effetti, pria che vederne i segni. Ma se segno veggiam di bene o male, esser più certo a noi debbe il successo, quanto è più certo il tuono, poi che s’è visto il lampo. Ma sovente balena, e taciturno poi il ciel si rasserena. Così, spesso anco suole apparirci l’aurora, e poi non segue il sole.
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
Reina Cameriera 70 Anzi ‘l vuol la ragione! Né tu potrai negar, o mia rena, ch’a grande alma real non si sconvegna lasciar il cor sì pienamente ai mali, che ‘n sé non abbia loco almeno al bene che da speranza viene. Se la novella è vera, la ragion dice: spera; se sarà falsa poi, l’aver sperato invano, che può nuocer a noi? Ma non vaglia ragion, vagliano i prieghi di queste serve tue: consolaci, ti prego, con la vista bramata di fronte consolata! Tu nostro sol, tu nostra speme sei: se ‘n te la luce e la speranza è sgombra, noi solamente siamo disperazione e ombra. Speri l’alma al voler de l’altrui voglia, s’al mio voler non puote! Io spero, o donne; e vuo’ stimar che la girevol ruota, fissa già lungamente
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
il signoril impero; e già conosci chi venne, chi parlò: fortuna vile inalzata è superba ed insolente. Più dirò, mia reina, e dirò veramente quel che l’anima sente. Queste udite novelle, le quali esser denno in qualche parte vere, il lungo corso dei nostri mali, il variar del cielo, che pur anco per noi debbe girarsi, queste dimande poi, fatte a tal tempo, al tempo, dico, che sappiam ch’armato è ‘l nostro re, e quel di Spagna forse, contro la cruda ria che c’imprigiona, ai miei languidi spirti, a l’egro sangue di questo cor vinto da danni e anni spiran vigor che mi rinforza l’alma. E spero e credo, e imagino soavi e dilettosi tempi; e già mi fingo ne la camera tua, reina mia, chiamar or conti, or duci, ed essi uscirne lieti d’alte speranze e di mercedi. Quinci anco te parmi veder assisa in alto seggio ornato a gemme e oro, cui faccian genti armate ampia corona, e da un lato, vaghissima, la schiera di damigelle e donne in varia mostra, per abito ricchissime e per forma; da l’altra, in grave e maestevol riga, intenti ai cenni tuoi, uomini eccelsi da la fronte spirar senno e consiglio; e te benigna ora ricever liete gratulazioni e offerte da reali messaggier, quinci e quindi a te condotti per lunghissime vie da varii lidi,
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Federico Della Valle   La reina di Scozia   Atto quarto � Reina Pasciamci pur d’imaginate larve! Cameriera 200 Mira, di là sen torna a lunghi passi il servo ch’a noi venne ha poco d’ora: che sarà? Che dirà? Liete novelle già ci ha portato, e or con altre forse lietissime ritorna. La fortuna 205 suol raddoppiar gli effetti, e rare volte si ferma nel primiero, o buono o reo. Scena seconda Servo Reina, a te mi manda il capitano, per dirti com’or qui saranno i conti venuti a trattar teco. Io già gli lascio usciti de l’albergo, e tardar poco potranno a giunger qui. Vengan felici; me n’entro ad aspettarli. Servo Anzi per altro mi manda il capitan, a cui par bene che tu scendessi ad incontrargli, s’eri ne le stanze sovrane. Reina 10 Si conceda questo anco a la mia sorte, e grazie a Dio, cui piace umiliarmi. Io qui li aspetto, poiché qui sono; e se richieggon anco onori da reina prigioniera, riverente vêr lor moverò il passo: accetti il Signor l’opra! Ma che stimi?
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
avendo tanto amore a quello che sanza loro fatica si hanno trovato in casa, allevati  da  ricchi,  e  non  avendo  imparato  le  arte  del  guadagnare,  che maraviglia è che, o per troppo spendere o per poco governo, se le lascino uscire di mano? 34 Tutte le cose che hanno a finire non per impeto di violenza ma di consunzione, hanno più lunga vita assai che l’uomo da principio non si immagina. Vedesi lo essemplo in uno etico che, quando è giudicato essere allo estremo, vive ancora non solo dì, ma talvolta settimane e mesi; in una città che s’ha a vincere per assedio, dove le reliquie delle vettovaglie ingannano sempre la opinione di ognuno. 35 Quanto è diversa la pratica dalla teorica! quanti sono che intendono le cose bene, che o non si ricordono o non sanno metterle in atto! E a chi fa così, questa intelligenza è inutile, perché è come avere uno tesoro in una arca con obligo di non potere mai trarlo fuora. 36 Chi attende a acquistare la grazia degli uomini, avvertisca, quando è richiesto, a non negare mai precisamente, ma dare risposte generale: perché chi richiede, talvolta non gli accade poi l’opera tua, o sopravengono anche impedimenti che fanno la scusa tua capacissima. Sanza che, molti uomini sono grossi e facilmente si lasciano aggirare con le parole, in modo che, etiam non faccendo tu quello che non volevi o non potevi fare, s’ha spesso, con quella finezza di rispondere, occasione di lasciare bene satisfatto colui, al quale se da principio avessi negato, restava in ogni caso mal contento di te. 37 Nega pure sempre quello che tu non vuoi che si sappia, o afferma quello che tu vuoi che si creda, perché, ancora che in contrario siano molti riscontri e quasi certezza, lo affermare o negare gagliardamente mette spesso a partito el cervello di chi ti ode.
Ricordi di Francesco Guicciardini
42 Non fare più conto d’avere grazia che d’avere riputazione, perché, perduta la riputazione, si perde la benivolenza, e in luogo di quella succede lo essere disprezzato; ma a chi mantiene la riputazione non mancano grazia e benivolenza. 43 Ho osservato io ne’ miei governi che molte cose che ho voluto condurre, come pace, accordi civili e cose simili, innanzi che io mi vi introduca, lasciarle bene dibattere e andare a lungo, perché alla fine, per stracchezza, le parte ti pregano che tu le acconci. Così, pregato, con riputazione e sanza nota alcuna di cupidità, conduci quello a che da principio invano saresti corso drieto. 44 Fate ogni cosa per parere buoni, ché serve a infinite cose: ma, perché le opinione false non durano, difficilmente vi riuscirà el parere lungamente buoni, se in verità non sarete. Così mi ricordò già mio padre. 45 El medesimo, lodando la parsimonia, usava dire che più onore ti fa uno ducato che tu hai in borsa che dieci che tu n’hai spesi. 46 Non mi piacque mai ne’ miei governi la crudeltà e le pene eccessive, e anche non sono necessarie, perché da certi casi essemplari in fuora, basta, a mantenere el terrore, el punire e delitti a 15 soldi per lira: pure che si pigli regola di punirgli tutti. 47 La dottrina accompagnata co’ cervelli deboli o non gli megliora o gli guasta;  ma  quando  lo  accidentale  si  riscontra  col  naturale  buono,  fa  gli uomini perfetti e quasi divini.
Ricordi di Francesco Guicciardini
97 Dissemi el marchese di Pescara, quando fu fatto papa Clemente, che forse non mai più vedde riuscire cosa che fussi desiderata universalmente. La ragione di questo detto può essere che e pochi e non e molti danno communemente el moto alle cose del mondo, e e fini di questi sono quasi sempre diversi da’ fini de’ molti, e però partoriscono diversi effetti da quello che molti desiderano. 98 Uno tiranno prudente, benché abbia caro e savî timidi, non gli dispiacciono anche gli animosi, quando gli conosce di cervello quieto, perché gli dà el cuore di contentargli: sono gli animosi e inquieti quelli che sopra tutto gli dispiacciono, perché non può presupporre di potergli contentare; e però è sforzato a pensare di spegnergli. 99 A  presso  a  uno  tiranno  prudente,  quando  non  m’ha  per  inimico, vorrei più presto essere in concetto di animoso  inquieto che di timido, perché cerca di contentarti, e con quell’altro fa più a sicurtà. 100 Sotto uno tiranno è meglio essere amico insino a uno certo termine che participare degli ultimi intrinsechi suoi, perché così, se sei uomo stimato, godi anche tu della sua grandezza, e qualche volta più che quell’altro con chi fa più a sicurtà: e nella ruina sua puoi sperare di salvarti. 101 A salvarsi da uno tiranno bestiale e crudele non è regola o medicina che vaglia, eccetto quella che si dà alla peste: fuggire da lui el più discosto e el più presto che si può. 102 Uno assediato che aspetta soccorso, publica sempre le necessità sue molto maggiore che non sono; quello che non lo aspetta, non gli restando altro disegno che straccare lo inimico e a questo effetto torgli ogni speranza, le cuopre sempre e publica minore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ricordi di Francesco Guicciardini
CCLIII – O dolci sguardi, o parolette accorte .... 188 CCLIV – I’pur ascolto, et non odo novella ........ 189 CCLV – La sera des‹are, odiar l’aurora ................ 189 CCLVI – Far potess’io vendetta di colei .............. 190 CCLVII – In quel bel viso ch’i’ sospiro et bramo ... 190 CCLVIII –  Vive faville uscian de’ duo bei lumi . 191 CCLIX – Cercato ò sempre solitaria vita ............ 191 CCLX – In tale stella duo belli occhi vidi .......... 192 CCLXI – Qual donna attende a glor‹osa fama.... 192 CCLXII – Cara la vita, et dopo lei mi pare ........ 193 CCLXIII  –  Arbor  victor‹osa  trumphale ...............193 CCLXIV – I’ vo pensando, et nel penser m’assale . 194 CCLXV – Aspro core et selvaggio, et cruda voglia . 198 CCLXVI – Signor mio caro, ogni pensier mi tira .. 198 CCLXVII – Oimè il bel viso, oimè il soave ........ 199 CCLXVIII – Che debb’io far? che mi consigli.... 199 CCLXIX – Rotta è l’alta colonna e ’l verde lauro .. 202 CCLXX – Amor, se vuo’ ch’i’torni al giogo ........ 202 CCLXXI – L’ardente nodo ov’io fui d’ora in hora . 206 CCLXXII – La vita fugge, et non s’arresta una ...206 CCLXXIII – Che fai? Che pensi? che pur dietro ...207 CCLXXIV  –  Datemi  pace,  o  duri  miei  pensieri . 207 CCLXXV – Occhi miei, oscurato è ’l nostro sole .. 208 CCLXXVI – Poi che la vista angelica, serena ...... 208 CCLXXVII – S’Amor novo consiglio non n’apporta .. 209 CCLXXVIII – Ne l’età sua più bella et più fiorita 209 CCLXXIX – Se lamentar augelli, o verdi fronde ... 210 CCLXXX – Mai non fui in parte ovesì chiar vedessi .. 210 CCLXXXI – Quante f‹ate, al mio dolce ricetto .. 211 CCLXXXII – Alma felice che sovente torni........ 211 CCLXXXIII – Discolorato ài, Morte, il più bel .... 212 CCLXXXIV – Sì breve è ’l tempo e ’l pensersì .. 212 CCLXXXV – Né mai pietosa madre al caro figlio . 213 CCLXXXVI  –  Se  quell’aura  soave  de’  sospiri .....213 CCLXXXVII  –  Sennuccio  mio,  benché  doglioso .. 214 CCLXXXVIII  –  I’  ò  pien  di  sospir’  quest’aere ...214 CCLXXXIX – L’alma mia fiammma oltra le belle . 215 CCXC – Come va ’l mondo! or mi diletta et piace 215 CCXCI  –  Quand’io  veggio  dal  ciel  scender........ 216 CCXCII – Gli occhi di ch’io parlaisì caldamente .. 216 CCXCIII – S’io avesse pensato chesì care ...........217 CCXCIV – Soleasi nel mio cor star bella et viva. 217
Canzoniere di Francesco Petrarca
XVII Piovonmi amare lagrime dal viso con un vento angoscioso di sospiri, quando in voi adiven che gli occhi giri per cui sola dal mondo i’ son diviso. 5 Vero è che ’l dolce mansüeto riso pur acqueta gli ardenti miei desiri, et mi sottragge al foco de’ martiri, mentr’io son a mirarvi intento et fiso. Ma gli spiriti miei s’aghiaccian poi ch’i’ veggio al departir gli atti soavi torcer da me le mie fatali stelle. Largata alfin co l’amorose chiavi l’anima esce del cor per seguir voi; et con molto pensiero indi si svelle. XVIII Quand’io son tutto vòlto in quella parte ove ’l bel viso di madonna luce, et m’è rimasa nel pensier la luce che m’arde et strugge dentro a parte a parte, 5 i’ che temo del cor che mi si parte, et veggio presso il fin de la mia luce, vommene in guisa d’orbo, senza luce, che non sa ove si vada et pur si parte. Così davanti ai colpi de la morte fuggo: ma non sì ratto che ’l desio meco non venga come venir sòle. Tacito vo, ché le parole morte farian pianger la gente; et i’ desio che le lagrime mie si spargan sole.
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  26 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Francesco Petrarca   Canzoniere XXVIII O aspectata in ciel beata et bella anima che di nostra humanitade vestita vai, non come l’altre carca: perché ti sian men dure omai le strade, a Dio dilecta, obedïente ancella, onde al suo regno di qua giù si varca, ecco novellamente a la tua barca, ch’al cieco mondo ha già volte le spalle per gir al miglior porto, d’un vento occidental dolce conforto; lo qual per mezzo questa oscura valle, ove piangiamo il nostro et l’altrui torto, la condurrà de’ lacci antichi sciolta, per drittissimo calle, al verace orïente ov’ella è volta. Forse i devoti et gli amorosi preghi et le lagrime sancte de’ mortali son giunte inanzi a la pietà superna; et forse non fur mai tante né tali che per merito lor punto si pieghi fuor de suo corso la giustitia eterna; ma quel benigno re che ’l ciel governa al sacro loco ove fo posto in croce gli occhi per gratia gira, onde nel petto al novo Karlo spira la vendetta ch’a noi tardata nòce, sì che molt’anni Europa ne sospira: così soccorre a la sua amata sposa tal che sol de la voce fa tremar Babilonia, et star pensosa. Chïunque alberga tra Garona e ’l monte e ’ntra ’l Rodano e ’l Reno et l’onde salse le ’nsegne cristianissime accompagna; et a cui mai di vero pregio calse,
Canzoniere di Francesco Petrarca
XXIX Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi non vestì donna unquancho né d’or capelli in bionda treccia attorse, sì bella com’è questa che mi spoglia d’arbitrio, et dal camin de libertade seco mi tira, sì ch’io non sostegno alcun giogo men grave. Et se pur s’arma talor a dolersi l’anima a cui vien mancho consiglio, ove ’l martir l’adduce in forse, rappella lei da la sfrenata voglia sùbita vista, ché del cor mi rade ogni delira impresa, et ogni sdegno fa ’l veder lei soave. Di quanto per Amor già mai soffersi, et aggio a soffrir ancho, fin che mi sani ’l cor colei che ’l morse, rubella di mercé, che pur l’envoglia, vendetta fia, sol che contra Humiltade Orgoglio et Ira il bel passo ond’io vegno non chiuda et non inchiave. Ma l’ora e ’l giorno ch’io le luci apersi nel bel nero et nel biancho che mi scacciâr di là dove Amor corse, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  30 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 5 10 15 20 Q Francesco Petrarca   Canzoniere 25 novella d’esta vita che m’ addoglia furon radice, et quella in cui l’etade nostra si mira, la qual piombo o legno vedendo è chi non pave. Lagrima dunque che da gli occhi versi per quelle, che nel mancho lato mi bagna chi primier s’accorse, quadrella, dal voler mio non mi svoglia, ché ’n giusta parte la sententia cade: per lei sospira l’alma, et ella è degno che le sue piaghe lave. Da me son fatti i miei pensier’ diversi: tal già, qual io mi stancho, l’amata spada in se stessa contorse; né quella prego che però mi scioglia, ché men son dritte al ciel tutt’altre strade et non s’aspira al glorïoso regno certo in più salda nave. Benigne stelle che compagne fersi al fortunato fianco quando ’l bel parto giù nel mondo scórse! ch’è stella in terra, et come in lauro foglia conserva verde il pregio d’onestade, ove non spira folgore, né indegno vento mai che l’aggrave. So io ben ch’a voler chiuder in versi suo laudi, fôra stancho chi più degna la mano a scriver porse: qual cella è di memoria in cui s’accoglia quanta vede vertù, quanta beltade, chi gli occhi mira d’ogni valor segno, dolce del mio cor chiave? Quando il sol gira, Amor più caro pegno, donna, di voi non ave.
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  40 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Francesco Petrarca   Canzoniere XL S’Amore o Morte non dà qualche stroppio a la tela novella ch’ora ordisco, et s’io mi svolvo dal tenace visco, mentre che l’un coll’altro vero accoppio, 5 i’ farò forse un mio lavor sì doppio tra lo stil de’ moderni e ’l sermon prisco, che, paventosamente a dirlo ardisco, infin a Roma n’udirai lo scoppio. Ma però che mi mancha a fornir l’opra alquanto de le fila benedette ch’avanzaro a quel mio dilecto padre, perché tien’ verso me le man’ sì strette, contra tua usanza? I’ prego che tu l’opra, e vedrai rïuscir cose leggiadre. XLI Quando dal proprio sito si rimove l’arbor ch’amò già Phebo in corpo humano, sospira et suda a l’opera Vulcano, per rinfrescar l’aspre saette a Giove: 5 il qual or tona, or nevicha et or piove, senza honorar più Cesare che Giano; la terra piange, e ’l sol ci sta lontano, che la sua cara amica ved’altrove. Allor riprende ardir Saturno et Marte, crudeli stelle, et Orïone armato spezza a’ tristi nocchier’ governi et sarte; Eolo a Neptuno et a Giunon turbato fa sentire, et a noi, come si parte il bel viso dagli angeli aspectato.
Canzoniere di Francesco Petrarca
I’ che dì et notte del suo strazio piango, di mia speranza ò in te la maggior parte: che se ’l popol di Marte devesse al proprio honore alzar mai gli occhi, parmi pur ch’a’ tuoi dì la gratia tocchi. L’antiche mura ch’anchor teme et ama et trema ’l mondo, quando si rimembra del tempo andato e ’n dietro si rivolve, e i sassi dove fur chiuse le membra di ta’ che non saranno senza fama, se l’universo pria non si dissolve, et tutto quel ch’una ruina involve, per te spera saldar ogni suo vitio. O grandi Scipïoni, o fedel Bruto, quanto v’aggrada, s’egli è anchor venuto romor là giù del ben locato officio! Come cre’ che Fabritio si faccia lieto, udendo la novella! Et dice: Roma mia sarà anchor bella. Et se cosa di qua nel ciel si cura, l’anime che lassù son citadine, et ànno i corpi abandonati in terra, del lungo odio civil ti pregan fine, per cui la gente ben non s’assecura, onde ’l camin a’ lor tecti si serra: che fur già sì devoti, et ora in guerra quasi spelunca di ladron’ son fatti, tal ch’a’ buon’ solamente uscio si chiude, et tra gli altari et tra le statue ignude ogni impresa crudel par che se tratti. Deh quanto diversi atti! Né senza squille s’incommincia assalto, che per Dio ringraciar fur poste in alto. Le donne lagrimose, e ’l vulgo inerme de la tenera etate, e i vecchi stanchi
Canzoniere di Francesco Petrarca
LXVII Del mar Tirreno a la sinistra riva, dove rotte dal vento piangon l’onde, sùbito vidi quella altera fronde di cui conven che ’n tante carte scriva. 5 Amor, che dentro a l’anima bolliva, per rimembranza de le treccie bionde mi spinse, onde in un rio che l’erba asconde caddi,non già come persona viva. Solo ov’io era tra boschetti et colli vergogna ebbi di me, ch’al cor gentile basta ben tanto, et altro spron non volli. Piacemi almen d’aver cangiato stile da gli occhi a’ pie’, se del lor esser molli gli altri asciugasse un più cortese aprile. LXVIII L’aspetto sacro de la terra vostra mi fa del mal passato tragger guai, gridando: Sta’ su, misero, che fai?; et la via de salir al ciel mi mostra. 5 Ma con questo pensier un altro giostra, et dice a me: Perché fuggendo vai? se ti rimembra, il tempo passa omai di tornar a veder la donna nostra. I’ che ’l suo ragionar intendo, allora m’agghiaccio dentro, in guisa d’uom ch’ascolta novella che di sùbito l’accora. Poi torna il primo, et questo dà la volta: qual vincerà, non so; ma ’nfino ad ora combattuto ànno, et non pur una volta.
Canzoniere di Francesco Petrarca
XCII Piangete, donne, et con voi pianga Amore; piangete, amanti, per ciascun paese, poi ch’è morto collui che tutto intese in farvi, mentre visse, al mondo honore. 5 Io per me prego il mio acerbo dolore, non sian da lui le lagrime contese, et mi sia di sospir’ tanto cortese, quanto bisogna a disfogare il core. Piangan le rime anchor, piangano i versi, perché ’l nostro amoroso messer Cino novellamente s’è da noi partito. Pianga Pistoia, e i citadin perversi che perduto ànno sì dolce vicino; et rallegresi il cielo, ov’ello è gito. XCIII Più volte Amor m’avea già detto: Scrivi, scrivi quel che vedesti in lettre d’oro, sì come i miei seguaci discoloro, e ’n un momento gli fo morti et vivi. 5 Un tempo fu che ’n te stesso ’l sentivi, volgare exemplo a l’amoroso choro; poi di man mi ti tolse altro lavoro; ma già ti raggiuns’io mentre fuggivi. E se ’begli occhi, ond’io me ti mostrai et là dov’era il mio dolce ridutto quando ti ruppi al cor tanta durezza, mi rendon l’arco ch’ogni cosa spezza, forse non avrai sempre il viso asciutto: ch’i’ mi pasco di lagrime, et tu ’l sai.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCVI S’i’ ’l dissi mai, ch’i’ vegna in odio a quella del cui amor vivo, et senza ’l qual morrei; s’i’ ’l dissi, che miei dì sian pochi et rei, et di vil signoria l’anima ancella; s’i’ ’l dissi, contra me s’arme ogni stella, et dal mio lato sia Paura et Gelosia, et la nemica mia più feroce ver ’me sempre et più bella. S’i’ ’l dissi, Amor l’aurate sue quadrella spenda in me tutte, et l’impiombate in lei; s’i’ ’l dissi, cielo et terra, uomini et dèi mi sian contrari, et essa ognor più fella; s’i’ ’l dissi, chi con sua cieca facella dritto a morte m’invia, pur come suol si stia, né mai più dolce o pia ver’ me si mostri, in atto od in favella. S’i’ ’l dissi mai, di quel ch’i’ men vorrei piena trovi quest’aspra et breve via; s’i’ ’l dissi, il fero ardor che mi desvia cresca in me quanto il fier ghiaccio in costei; s’i’ ’l dissi, unqua non veggianli occhi mei sol chiaro, o sua sorella, né donna né donzella, ma terribil procella, qual Pharaone in perseguir li hebrei. S’i’ ’l dissi, coi sospir, quant’io mai fei, sia Pietà per me morta, et Cortesia; s’i’ ’l dissi, il dir s’innaspri, che s’udia sì dolce allor che vinto mi rendei; s’i’ ’l dissi, io spiaccia a quella ch’i’torrei sol, chiuso in fosca cella,
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  158 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Francesco Petrarca   Canzoniere 35 dal dì che la mamella lasciai, finché si svella da me l’alma, adorar: forse e ’l farei. Ma s’io nol dissi, chisì dolce apria meo cor a speme ne l’età novella, regg ’anchor questa stanca navicella col governo di sua pietà natia, né diventi altra, ma pur qual solia quando più non potei, che me stesso perdei (né più perder devrei). Mal fa chi tanta fe’sì tosto oblia. I’nol dissi già mai, né per dir poria per oro o per cittadi o per castella. Vinca ’l ver dunque, et si rimanga in sella, et vinta a terra caggia la bugia. Tu sai in me il tutto, Amor: s’ella ne spia, dinne quel che dir dˆi. I’ beato direi, tre volte et quattro et sei, chi, devendo languir, si morì pria. Per Rachel ò servito, et non per Lia; né con altra saprei viver, et sosterrei, quando ’l ciel ne rappella, girmen con ella in sul carro de Helia.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCXVIII Tra quantunque leggiadre donne et belle giunga costei ch’al mondo non à pare, col suo bel viso suol dell’altre fare quel che fa ’l dì de le minori stelle. 5 Amor par ch’a l’orecchie mi favelle, dicendo: Quanto questa in terra appare, fia ’l viver bello; et poi ’l vedrem turbare, perir vertuti, e ’l mio regno con elle. Come Natura al ciel la luna e ’l sole, a l’aere i vènti, a la terra herbe et fronde, a l’uomo et l’intellecto et le parole, et al mar ritollesse i pesci et l’onde: tanto et più fien le cose oscure et sole, se Morte li occhi suoi chiude et asconde. CCXIX Il cantar novo e ’l pianger delli augelli in sul dì fanno retenir le valli, e ’l mormorar de’ liquidi cristalli 5 gi per lucidi, freschi rivi et snelli. Quella ch’à neve il vòlto, oro i capelli, nel cui amor non fur mai inganni né falli, destami al suon delli amorosi balli, pettinando al suo vecchio i bianchi velli. Così mi sveglio a salutar l’aurora, e ’l sol ch’è seco, et più l’altro ond’io fui ne’ primi anni abagliato, et son anchora. I’ gli ò veduti alcun giorno ambedui levarsi inseme, e ’n un punto e ’n un’ hora quel far le stelle, et questi sparir lui.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCXXIV S’una fede amorosa, un cor non finto, un languir dolce, un des‹ar cortese; s’oneste voglie in gentil foco accese, un lungo error in cieco laberinto; 5 se ne la fronte ogni penser depinto, od in voci interrotte a pena intese, or da paura, or da vergogna offese; s’un pallor di v‹ola et d’amor tinto; s’aver altrui più caro che se stesso; se sospirare et lagrimar mai sempre, pascendosi di duol, d’ira et d’affanno, s’arder da lunge et agghiacciar da presso son le cagion ch’amando i’ mi distempre, vostro, donna, ’l peccato, et mio fia ’l danno. CCXXV Dodici donne honestamente lasse, anzi dodici stelle, e ’n mezzo un sole, vidi in una barchetta allegre et sole, qual non so s’altra mai onde solcasse. 5 Simil non credo che Iason portasse al vello onde oggi ogni uom vestir si vòle, né ’l pastor di ch’anchor Troia si dole; de’ qua’ duo tal romor al mondo fasse. Poi le vidi in un carro tr‹umfale, Laur‰a mia con suoi santi atti schifi sedersi in parte, et cantar dolcemente. Non cose humane, o vis‹on mortale: felice Autumedon, felice Tiphi, che conducestesì leggiadra gente!
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  188 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Francesco Petrarca   Canzoniere CCLIV I’pur ascolto, et non odo novella de la dolce et amata mia nemica, né so ch’i’ me ne pensi o ch’i’ mi dica, sì ’l cor tema et speranza mi puntella. 5 Nocque ad alcuna già l’essersì bella; questa più d’altra è bella et più pudica: forse vuol Dio tal di vertute amica tórre a la terra, e ’n ciel farne una stella; anzi un sole: et se questo è, la mia vita, i miei corti riposi e i lunghi affanni son giunti al fine. O dura dipartita, perché lontan m’ài fatto da’ miei danni? La mia favola breve è già compita, et fornito il mio tempo a mezzo gli anni. CCLV La sera des‹are, odiar l’aurora soglion questi tranquilli et lieti amanti; a me doppia la sera et doglia et pianti, la matina è per me più felice hora: 5 ché spesso in un momento apron allora l’un sole et l’altro quasi duo levanti, di beltade et di lumesì sembianti, ch’anco il ciel de la terra s’innamora; come già fece, allor che’ primi rami verdeggiar, che nel cor radice m’ànno, per cui sempre altrui più che me stesso ami. Così di me due contrarie hore fanno; et chi m’acqueta è ben ragion ch’i’ brami, et tema et odŒ chi m’adduce affanno.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCLXIV I’ vo pensando, et nel penser m’assale una pietàsì forte di me stesso, che mi conduce spesso ad altro lagrimar ch’i’ non soleva: ché, vedendo ogni giorno il fin più presso, mille f‹ate ò chieste a Dio quell’ale co le quai del mortale carcer nostro intelletto al ciel si leva. Ma infin a qui n‹ente mi releva prego o sospiro o lagrimar ch’io faccia: e così per ragion conven che sia, ché chi, possendo star, cadde tra via, degno è che mal suo grado a terra giaccia. Quelle pietose braccia in ch’io mi fido, veggio aperte anchora, ma temenza m’accora per gli altrui exempli, et del mio stato tremo, ch’altri mi sprona, et son forse a l’extremo. L’un penser parla co la mente, et dice: – Che pur agogni? onde soccorso attendi? Misera, non intendi con quanto tuo disnore il tempo passa? Prendi partito accortamente, prendi; e del cor tuo divelli ogni radice del piacer che felice nol pò mai fare, et respirar nol lassa. Se già è gran tempo fastidita et lassa se’ di quel falso dolce fugitivo che ’l mondo traditor può dare altrui, a che ripon’ più la speranza in lui, che d’ogni pace et di fermezza è privo? Mentre che ’l corpo è vivo, ài tu ’l freno in bailia de’ penser’ tuoi: deh stringilo or che pôi,
Canzoniere di Francesco Petrarca
tornare, il mal costume oltre la spigne, et agli occhi depigne quella che sol per farmi morir nacque, perch’a me troppo, et a se stessa, piacque. Né so che spatio mi si desse il cielo quando novellamente io venni in terra a soffrir l’aspra guerra che ’ncontra me medesmo seppi ordire; né posso il giorno che la vita serra antiveder per lo corporeo velo; ma var‹arsi il pelo veggio, et dentro cangiarsi ogni desire. Or ch’i’ mi credo al tempo del partire esser vicino, o non molto da lunge, come chi ’l perder face accorto et saggio, vo ripensando ov’io lassai ’l v‹aggio de la man destra, ch’a buon porto aggiunge: et da l’un lato punge vergogna et duol che ’ndietro mi rivolve; dall’altro non m’assolve un piacer per usanza in mesì forte ch’a patteggiar n’ardisce co la morte. Canzon, qui sono, ed ò ’l cor via più freddo de la paura che gelata neve, sentendomi perir senz’alcun dubbio: ché pur deliberando ò vòlto al subbio gran parte omai de la mia tela breve; né mai peso fu greve quanto quel ch’i’ sostengo in tale stato: ché co la morte a lato cerco del viver mio novo consiglio, et veggio ’l meglio, et al peggior m’appiglio.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCLXXIII Che fai? Che pensi? che pur dietro guardi nel tempo, che tornar non pote omai? Anima sconsolata, che pur vai giungnendo legne al foco ove tu ardi? 5 Le soavi parole e i dolci sguardi ch’ad un ad un descritti et depinti ài, son levati de terra; et è, ben sai, qui ricercarli intempestivo et tardi. Deh non rinovellar quel che n’ancide non seguir più penser vago, fallace, ma saldo et certo, ch’a buon fin ne guide. Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace: ché mal per noi quella beltà si vide, se viva et morta ne devea tôr pace. CCLXXIV Datemi pace, o duri miei pensieri: non basta ben ch’Amor, Fortuna et Morte mi fanno guerra intorno e ’n su le porte, senza trovarmi dentro altri guerreri? 5 Et tu, mio cor, anchor se’ pur qual eri, disleal a me sol, che fere scorte vai ricettando, et se’ fatto consorte de’ miei nemicisì pronti et leggieri? In te i secreti suoi messaggi Amore, in te spiega Fortuna ogni sua pompa, et Morte la memoria di quel colpo che l’avanzo di me conven che rompa; in te i vaghi pensier’ s’arman d’errore: perché d’ogni mio mal te solo incolpo.
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  219 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Francesco Petrarca   Canzoniere CCXCIX Ov’è la fronte, che con picciol cenno volgea il mio core in questa parte e ’n quella? Ov’è ’l bel ciglio, et l’una et l’altra stella ch’al corso del mio viver lume denno? 5 Ov’è ’l valor, la conoscenza e ’l senno? L’accorta, honesta, humil, dolce favella? Ove son le bellezze accolte in ella, che gran tempo di me lor voglia fenno? Ov’è l’ombra gentil del viso humano ch’òra et riposo dava a l’alma stanca, et là ’ve i miei pensier’ scritti eran tutti? Ov’è colei che mia vita ebbe in mano? Quanto al misero mondo, et quanto manca agli occhi miei che mai non fien asciutti! ��� Quanta invidia io ti porto, avara terra, ch’abbracci quella cui veder m’è tolto, et mi contendi l’aria del bel volto, dove pace trovai d’ogni mia guerra! 5 Quanta ne porto al ciel, che chiude et serra etsì cupidamente à in sé raccolto lo spirto da le belle membra sciolto, et per altruisì rado si diserra! Quanta invidia a quell’anime che ’n sorte ànno or sua santa et dolce compagnia la qual io cercai sempre con tal brama! Quant’a la dispietata et dura Morte, ch’avendo spento in lei la vita mia, stassi né suoi begli occhi, et me non chiama! 10 10 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  220 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCCXI Quel rosignol, chesì soave piagne, forse suoi figli, o sua cara consorte, di dolcezza empie il cielo et le campagne con tante notesì pietose et scorte, 5 et tutta notte par che m’accompagne, et mi rammente la mia dura sorte: ch’altri che me non ò di ch’i’ mi lagne, ché ’n dee non credev’io regnasse Morte. O che lieve è inganar chi s’assecura! Que’ duo bei lumi assai più che ’l sol chiari chi pensò mai veder far terra oscura? Or cognosco io che mia fera ventura vuol che vivendo et lagrimando impari come nulla qua gi diletta, et dura. CCCXII Né per sereno ciel ir vaghe stelle, né per tranquillo mar legni spalmati, né per campagne cavalieri armati, né per bei boschi allegre fere et snelle; 5 né d’aspettato ben fresche novelle né dir d’amore in stili alti et ornati né tra chiare fontane et verdi prati dolce cantare honeste donne et belle; né altro sarà mai ch’al cor m’aggiunga, sì seco il seppe quella sepellire che sola agli occhi miei fu lume et speglio. Noia m’è ’l viversì gravosa et lunga ch’i’ chiamo il fine, per lo gran desire di riveder cui non veder fu ’l meglio.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CCCXXXV Vidi fra mille donne una già tale, ch’amorosa paura il cor m’assalse, mirandola in imagini non false a li spirti celesti in vista eguale. 5 Nïente in lei terreno era o mortale, sì come a cui del ciel, non d’altro, calse. L’alma ch’arse per lei sì spesso et alse, vaga d’ir seco, aperse ambedue l’ale. Ma tropp’era alta al mio peso terrestre, et poco poi n’uscì in tutto di vista: di che pensando anchor m’aghiaccio et torpo. O belle et alte et lucide fenestre, onde colei che molta gente attrista trovò la via d’entrare in sì bel corpo! CCCXXXVI Tornami a la mente, anzi v’è dentro, quella ch’indi per Lethe esser non pò sbandita, qual io la vidi in su l’età fiorita, tutta accesa de’ raggi di sua stella. 5 Sì nel mio primo occorso honesta et bella veggiola, in sé raccolta, et sì romita, ch’i’ grido: – Ell’è ben dessa; anchor è in vita –, e ’n don le cheggio sua dolce favella. Talor risponde, et talor non fa motto. I’ come huom ch’erra, et poi più dritto estima, dico a la mente mia: – Tu se’ ’ngannata. Sai che ’n mille trecento quarantotto, il dì sesto d’aprile, in l’ora prima, del corpo uscìo quell’anima beata. –
Canzoniere di Francesco Petrarca
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E toglie uno lume e va cercando ciò che v’era insino a sotto il letto. Dice la moglie: — O che va’ tu cercando? Dice Mino: — Tu ti mostri nuova; tu ’l saprai bene. Dice quella: — Io non so che tu ti di’: sapera’tel pur tu. Andando costui cercando tutta la casa, pervenne nella bottega, dov’erano li crocifissi. Quando il crocifisso incarnato lo sente ivi, pensi ciascuno come gli parea stare; e gli convenìa stare come gli altri che erano di legno; ed egli avea il battito della morte. Aiutollo la fortuna, ché né Mino né altri mai averebbe creduto essere in quella forma colui che era nascoso. Stato che Mino fu nella bottega un poco, e non trovandolo, s’uscì fuori. Era questa bottega con una porta dinanzi, la quale si serrava a chiave di fuori, però che uno giovene che stava col detto Mino, ogni mattina l’apriva come s’aprono l’altre, e dalla parte della casa era uno uscetto là, donde il detto Mino entrava nella bottega; e quando ne uscìa della bottega e andavane in casa,  serrava  il  detto  uscetto  a  chiave,  sì  che  il  vivo  crocifisso  non  se  ne poteva uscire, se avesse voluto. Essendosi combattuto Mino il terzo della notte, e non trovando alcuna cosa, la donna s’andò al letto, e disse al marito: —  Va’  tralunando  quantunche  tu  vuogli;  se  tu  ti  vuogli  andare  al letto, sì ti va’; e se no, va’ per casa come le gatte, quanto ti piace. Dice Mino: — Quand’io arò assai sofferto, io ti darò a divedere che io non sono gatta, sozza troia, che maladetto sia il dì che tu ci venisti. Dice la moglie: — Cotesto potre’ dir’io: è bianco, o vermiglio quello che favella? — Io tel farò bene assapere innanzi che sia molto. Dice quella: — Va’ dormi, va’, e farai il tuo migliore, o tu lascia dormir me. Le cose per istracca si rimasono per quella notte; la donna s’addormentò, e ancora egli andò a dormire. Lo parente, che di fuori aspettava come la cosa dovesse riuscire, standovi insino passata la squilla, se n’andò a casa, dicendo: “Per certo, in tanto che io andai di fuori per Mino, l’amante se ne sarà andato a casa sua”.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � sposo per congiugnere il matrimonio, come hanno per usanza, e poi menando la sposa con la cameriera a Ravenna, arrivorono una sera a Porto Cesenatico all’albergo di Gian Sega. Il quale, avendo ricevuto li giudei e veggendo la giovene judea bellissima, non ricordandosi della passata ventura ma ritornando alle sue scellerate opere, pensò in che forma potesse avere a fare con questa judea. E con una nuova malizia andò alla riva, là dove ordinò con certi marinai che la sera di notte dovessono giugnere alle porte dell’albergo, facendo busso e tumulto e con arme e con bastoni, sì come volessono e rubare e predare e uccidere qualunche dentro v’era; e questo facessono per tre volte, mettendo poco dall’una volta all’altra, e continuo si crescesse l’assalto, gittando maggiore paura a quelli dentro. Come Gian Sega ordinò co’ marinari, così fu fatto. E vegnendo la notte,  essendo  le  porte  dell’albergo  tutte  serrate,  li  marinai,  come  gente scherana o sbandita, giungono, percotendo le porte, dicendo: — Aprite cià. Come li judei sentono questo, ebbono grandissima paura, pregando l’oste che gli debba scampare. E l’oste dice: — State fermi, tanto che io vada a vedere dalla finestra chi e’ sono. E così andò l’oste e tornò, e disse: — Questi sono sbanditi, de’ quali io ho maggiore paura fra la notte che io non ho ora; però statevi pianamente e veggiamo se altro segue. Li  giudei  stavano  ristretti  e  cheti  come  olio.  Stando  per  alquanto spazio, gli marinai giungono la seconda volta e con maggiore furore che la prima. Li giudei dicono all’oste: — Oimè! oste, scampaci la vita. Dice l’oste: — Venite con meco —; e menolli in un’altra camera e stalla molto buia e disse: — Statevi qui. Li giudei stavano, come l’oste dicea. E l’oste va a una finestra e dice, sì che li judei udìano: — Andatevi con Dio, che io non ci ho istasera alcuno forestiero. Ed elli rispondeano: — Aspettera’ ti un poco, ché noi ne vorremo saper altro; — e partironsi. E poco stante tornoronocum fustibus et cum lanternis, facendo sembiante di voler mettere fuoco nell’albergo. Li giudei, sentendo il romore e udendo dire del fuoco, e veggendo per li spiragli delle porte la fiamma,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Levatosi la mattina Mino molto per tempo, e ancora ragguardando per ogni buco, nella fine, avendo assai cercato, aprì l’uscetto e venne nella bottega: e ’l suo garzone aperse la porta di fuori da via della detta bottega. E in  questo,  guardando  Mino  questi  suoi  crocifissi,  ebbe  veduto  due  dita d’uno piede di colui che coperto stava. Dice Mino fra sé stesso: “Per certo che quest’è l’amico”. E guardando fra certi ferramenti, con che digrossava e intagliava quelli crocifissi, non vidde ferro esser a lui più adatto che un’ascia che era tra essi. Presa quest’ascia, e accostatosi per salire verso il crocifisso vivo,  per  tagliargli  la  principal  cosa  che  quivi  l’avea  condotto,  colui, avvedutosi, schizza con un salto, dicendo: — Non ischerzar con l’asce. E levala fuori dell’aperta porta; Mino drietoli parecchi passi, gridava: “Al ladro, al ladro”; colui s’andò per li fatti suoi. Alla donna, che tutto avea sentito, capitò un converso de’ frati predicatori che andava con la sporta per la limosina per lo convento. Andato su per le scale, come talora fanno, disse: — Frate Puccio, mostrate la sporta, e io vi metterò del pane. Quegli la diede. La donna, cavato il pane, vi misse il fardellino che l’amante avea lasciato, e sopra esso gittò suso il pane del frate e quattro pani de’ suoi, e disse: — Frate Puccio, per amor d’una donna che recò qui questo fardellino dalla Stufa, dove pare che il tale ier sera andasse, io l’ho messo sotto il pane nella vostra sporta acciò che nessuno male si potesse pensare; io v’ho dato quattro pani; io vi priego (ché egli sta presso alla vostra chiesa) quando n’andate, che voi glielo diate a lui, che ’l troverrete a casa; e ditegli che la donna della Stufa gli manda i suoi panni. Dice Fra Puccio: — Non più! lasciate far me. E  vassi  con  Dio;  e  giugnendo  all’uscio  dell’amante,  mostrando chieder del pane, domandava: — Ècci il tale? Colui era nella camera terrena; udendosi domandare, si fece all’uscio, e dice: — Chi è là? Il frate va a lui, e dàgli i panni, dicendo: — La donna della Stufa ve li manda.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � dicono all’oste: — Noi siamo morti, se non ci metti in qualche luogo ben occulto. Era in uno canto, là dov’egli erano, uno necessario presso che pieno, con due assi coperto, dove l’oste gli condusse, dicendo: — Entrate qui, che io non credo che vi truovino per fretta. Costoro, volontorosi di fuggire la morte, in calca v’entrorono dentro. E in questo giunse la cameriera, che avea sentito tutto, raccomandando e lei e ancora la sposa judea. A cui l’oste disse: — Entrate anche qui voi: della giovane non abbiate paura; io dirò che sia mia figliuola, o metterolla sotto il letto. La cameriera subito entrò dove gli altri; e ivi chi si trovò nella malta insino a gola e chi insino al mento, e coperchiati dall’assi vi stettono quasi tutta la notte; però che Gian Sega spesso facea romore, come se fossono all’uscio per volere entrar dentro. E avendo serrato col chiavistello l’uscio della camera dove costoro erano, se n’andò dove la giudea era; a cui ella si gittò al collo, morendo di paura; e Gian Sega la condusse verso il letto e disse non avesse paura ella, ma dicesse che fosse sua figliuola, e dormisse con lui in quel letto. La giovene tremante di paura così fece; e Gian Sega in quello subito si coricò, usufruttando la fanciulla e abbracciando la legge giudaica quanto li piacque; e alcun’ora si levava, andando verso la porta, facendo romore come i malandrini vi fossono, acciò che i giudei stessono ben ristretti nel cessame. E così continuò tutta notte, ora al letto con la giudea, ora alla porta con lo falso romore; tanto che, apparendo il giorno, egli acconciò il letto con la judea insieme, non parendo mai che vi si fosse giaciuto; e ammaestrolla entrasse dietro al letto, dicendo che tutta notte per gran timore vi fosse stata; ed ella così fece, e serrossi dentro nella camera. Avendo Gian Sega così ordinato i fatti suoi e della sposa, andò verso la fecciosa tomba per trarre il popolo judaico della conserva, dicendo: — Uscite fuori, che Dio ci ha fatto gran grazia, però ch’egli è giorno e ormai siamo sicuri. Il primo che uscì fu la cameriera, la quale parea che uscisse d’uno brodetto. Come i judei vidono fare la via alla cameriera, subito l’uno dopo l’altro tutti e sei, così infardati come si dee credere, con gran fatica se n’uscirono fuori; e ’l marito della sposa subito domanda di lei; a cui Gian Sega disse: —  Vorrei che così fosse stati voi, però che come ella sia stata con molto spavento, come fanciulla ella si serrò nella camera e là s’è stata tutta
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E colui gli dié duo pani, e ’l frate partissi. E l’amante considera bene ogni cosa, e subito ne va al campo di Siena, e fu quasi de’ primi vi fusse quella  mattina,  e  là  facea  de’  suoi  fatti,  come  se  mai  tal  caso  non  fusse avvenuto. Mino quando ebbe assai soffiato, essendo rimaso scornato del crocifisso, che s’era fuggito, ne va verso la moglie dicendo: — Sozza puttana, che di’ che io sono gatta, e che io ho beùto bianco e vermiglio, e nascondi i bagascioni tuoi in su’ crocifissi; e’ convienne che tua madre il sappia. Dice la donna: — Di’ tu a me? Dice Mino: — Anche dico alla merda dell’asino. — E tu con cotesta ti favella, — disse la donna. Dice Mino: — E anche non hai faccia, e non ti vergogni? che non so ch’io mi tegno che io non ti ficchi un tizzon di fuoco nel tal luogo. Dice la donna: — Non saresti ardito, s’io non ho fatto l’uomperché; ché alla croce di Dio! stu mi mettessi mano addosso non facesti mai cosa sì caro ti costasse. Costui dice: — Deh, troia fastidiosa, che facesti del bagascione uno crocifisso, che così gli avess’io tagliato quello che io volea com’egli s’è fuggito. Dice la donna: — Io non so che tu ti beli: qual crocifisso si poté mai fuggire? non sono egli chiavati con aguti spannali? e se non fusse stato chiavato, e tu te ne abbi il danno, se s’è fuggito però che egli è tua colpa, e non mia. Mino corre addosso alla donna e cominciala a ’ngoffare: — Dunque m’hai tu vituperato e anco m’uccelli? Come la donna si sente dare, che era molto più prosperevole che Mino, comincia a dare a lui; da’ di qua, da’ di là, eccoti Mino in terra e la donna addossoli, e abburattalo per lo modo. Dice la donna: — Che vuoi tu dire? Pigliala comunche tu vuoi, che vai inebbriando di qua e di là, e poi ne vieni in casa e chiamimi puttana; io ti concerò peggio che la Tessa non acconciò Calandrino: che maladetto sia chi mai maritò nessuna femina ad alcuno dipintore, ché siete tutti fantastichi e lunatichi, e sempre andate inebbriando e non vi vergognate.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � notte, e voi sete stati in forma che molto me n’incresce; ma io non credea che questa fossa fosse così piena: ma ogni cosa sia per lo migliore, ché per lo migliore si fece. I  giudei  risposono  che  di  ciò  erano  certi,  ma  che  l’oste  venisse  al rimedio, come lavare si potesseno. L’oste disse: —  Lasciate  fare  a  me,  io  farò  scaldare  tant’acqua,  che  l’uno  dopo l’altro  vi  laverete  in  questa  casa  di  dietro,  e  poi  enterrete  nel  letto,  e  io m’anderò alla marina a lavare i vostri panni; e quando siano asciutti potrete andare al vostro viaggio. A’ giudei parve essere a buon porto, e così presono per partito, aspettando parecchi dì, tanto ch’e’ panni fossono e lavati e rasciutti. E questo non nocque punto a Gian Sega, però che ebbono a pagare molti scotti, e forse qualche altra volta si trastullò con la judea. E dopo alquanti dì co’ panni non troppo ben lavati si tornorono a Ravenna. Che diremo adunque degli avvenimenti della fortuna? ché in poco tempo si trovò Gian Sega nell’ultimo della morte e scampato da quella, solo per combattersi dalla famiglia; ché, se fosse ito senza contesa, serebbe stato morto parecchie ore innanzi. E però dice: “Passa un’ora e passine mille”. Dappoi, diventato albergatore, contentò l’animo suo della judea, forse più che ’l marito, il quale lui con l’altra compagnia judaica mise in una puzzolente conserva di cristiani; ché molto averebbono aùto meno a male d’essere affogati in isterco di judei. Così avvenisse a tutti gli altri che stanno pur pertinaci contro alla fede di Cristo, ché, poiché non si vogliono rivolgere dalla loro incredulità, fossono fatti rivolgere in quel vituperoso fastidio che Gian Sega gli fece attuffare con obbrobio e con vergogna di loro.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Mino, veggendosi mal parato, priega la donna che lui lasci levare, e ch’ella non gridi, acciò che i vicini non sentino, che, traendo al romore, non trovassino la donna a cavallo. Quando la donna udì questo, dice: — Io vorrei volentieri che tutta la vicinanza ci fosse. E levossi suso, e così si levò Mino col viso tutto pesto; e per lo migliore disse alla donna che gli perdonasse, ché le male lingue gli avevano dato a creder quello che non era, e che veramente quello crocifisso s’era fuggito per non essere stato confitto. E andando il detto Mino per Siena, era domandato da quel suo parente che l’avea indotto a questo: — Come fu? come andò? E  Mino  gli  disse  che  tutta  la  casa  avea  cerco  e  che  mai  non  avea trovato alcuno; e che, guatando tra’ crocifissi, l’uno gli era caduto sul viso, e avealo concio come vedea. E così a tutti e’ Sanesi che domandavano: “Che è quello?” dicea che uno crocifisso gli era caduto sul viso. Ora così avvenne, che per lo migliore si stette in pace dicendo fra sé medesimo: “Che bestia son io? io avea sei crocifissi e sei me n’ho: io avea una moglie e una me n’ho; così non l’avess’io! a darmi briga, potrò arrogere al danno, come al presente m’è incontrato; e s’ella vorrà esser trista tutti gli uomini del mondo non la potrebbono far esser buona”; se non intervenisse già come intervenne a uno nella seguente novella.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXCI Buonamico dipintore, essendo chiamato da dormire a vegliare da Tafo suo maestro, ordina di mettere per la camera scarafaggi con lumi addosso, e Tafo crede sieno demoni. Quando un uomo vive in questo mondo, facendo nella sua vita nuove o piacevoli e varie cose, non si puote raccontare in una novella ciò ch’egli ha fatto in tutta la vita sua; e pertanto io ritornerò a uno, di cui a drieto 397 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Io vi fo certi che io so chi costei, che io ho tolto, è stata: e so che, s’ella non mutasse modo, io averei mal fatto; ma con la grazia di Dio io credo far sì che con meco ella non fia com’ella è stata, ma fia tutto il contrario; e però di questo non ne prendete più pensiero che me ne prenda io. La brigata si strignea nelle spalle, e tra loro se ne facean beffe, dicendo: — Dio ti dia bene a fare. E così dopo alquanti dì monna Ermellina ne venne una sera a marito, e avendo cenato, ed essendo l’ora d’andarsene al letto, n’andò alla camera, là dove Gherardo ancora si rappresentò, com’è d’usanza; e serrato, monna Ermellina, accostandosi al leccone, comincia a ragionare amorosamente col detto Gherardo; e Gherardo si comincia a spogliare in farsettino, e monna Ermellina in giubba. Ed essendo le cose tutte ben disposte a tal vicenda dalla parte di monna Ermellina detta, e Gherardo esce dall’uno de’ canti della camera con un bastone in mano, e dà, e dà, e dà alla sposa novella. Costei comincia a gridare, e quanto più gridava e Gherardo più bastonava. Quando ebbe un pezzo così bastonato, e la donna dicendo: — Oimè, fortuna, dove m’hai tu condotto? ché, senza saper perché, la prima sera io sono così acconcia da colui con cui io credea aver sommo piacere; volesse Dio che io mi fosse ancora vedova, ché io era donna di me, e ora sono sottoposta in forma e a cui io non sarò mai più lieta. E Gherardo rifà il giuoco; e bussato insino dove volle, e la donna dicendo pur: “Perché mi fa’ tu questo?”; e Gherardo gli dice: —  Io  non  voglio  che  tu  creda,  Ermellina,  che  io  t’abbia  tolta  per moglie che io non abbia molto ben saputo che femina tu se’ stata; e bene so, e ho udito che costumi sono stati e’ tuoi e quanta onestà è stata nella tua persona; e credo che, se ’l marito che avesti t’avessi gastigata di quello che ora t’ho gastigat’io, queste battiture non bisognavono. E però considerando, ora che se’ mia moglie, gli tuoi passati costumi le tue disonestà e’ tuoi vituperi non essere stati gastigati, io, innanzi ch’io abbia voluto teco consumare il matrimonio, ho voluto purgare ciò che tu hai fatto da quinci addietro con le presenti battiture; acciò che, considerando tu se per li passati falli da te commessi quando non eri mia moglie io t’ho data disciplina, pensa quella che io farò e che battiture serebbono quelle che da me averai, se da quinci innanzi, essendo mia moglie, di quelli non ti rimarrai, e più non ti dico: tu se’ savia e ’l mondo e grande. Brievemente, questa buona donna si lagnò assai, e avea di che, facen-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � alcune novelle sono dette, che ebbe nome Buonamico, dipintore, il quale cercò di dormire, quando venìa la notte, dove Gian Sega nella passata novella cercò il contrario. Costui nella sua giovenezza essendo discepolo d’uno che avea nome Tafo, dipintore, e la notte stando con lui in una medesima casa, e in una camera a muro soprammattone allato alla sua, e com’è d’usanza de’ maestri dipintori chiamare i discepoli, spezialmente di verno, quando sono le gran notti, in sul mattutino a dipignere; ed essendo durata questa consuetudine un mezzo verno che Tafo avea chiamato continuo Buonamico a fare la veglia, a Buonamico cominciò a rincrescere questa faccenda, come a uomo che averebbe voluto più presto dormire che dipignere; e pensò di trovare via e modo che ciò non avesse a seguire; e considerando che Tafo era attempato, s’avvisò con una sottile beffa levarlo da questo chiamare della notte, e che lo lasciasse dormire. Di che un giorno se n’andò in una volta poco spazzata, là dove prese circa a trenta scarafaggi; e trovato modo d’avere certe agora sottile e piccole e ancora certe candeluzze di cera, nella camera sua in una piccola cassettina l’ebbe condotte; e aspettando fra l’altre una notte che Tafo cominciassi a svegliarsi per chiamarlo, come l’ebbe sentito che in sul letto si recava a sedere, ed egli trovava a uno a uno gli scarafaggi, ficcando  li  spilletti  su  le  loro  reni  e  su  quelli  le  candeluzze  acconciando accese, gli mettea fuori della fessura dell’uscio suo, mandandoli per la camera di Tafo. Come Tafo cominciò a vedere il primo, e seguendo gli altri co’ lumi per tutta la camera, cominciò a tremare come verga, e fasciatosi col copertoio il viso, ché quasi poco vedea, se non per l’un occhio, si raccomandava a Dio dicendo la intemerata e’ salmi penitenziali; e così insino a dì stava in timore credendo veramente che questi fossono demoni dell’inferno. Levandosi poi mezzo aombrato, chiamava Buonamico, dicendo: — Hai tu veduto stanotte quel che io? Buonamico rispose: — Io non ho veduto cosa che sia, però che ho dormito e ho tenuto gli occhi chiusi; maravigliomi io che non m’avete chiamato a vegliare come solete. Dice Tafo: — Come a vegliare? ché io ho veduto cento demoni per questa camera, avendo la maggiore paura che io avesse mai; e in questa notte, non che io abbia aùto pensiero al dipignere, ma io non ho saputo dove io mi sia; e per tanto, Buonamico mio, per Dio ti prego truovi modo che noi abbia-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � do scuse di quello che Gherardo dicea. Alla fine s’andò al letto, e non che quella notte, ma durante un mese o più non gli giovò trovarsi col marito, come quella che era tutta pesta. Di tempo in tempo, rabbonacciandosi con Gherardo, queste battiture ebbono tanta virtù che, com’ella era stata per li passati tempi dissoluta e vana, così da indi innanzi fu delle care, delle compiute e delle oneste donne della nostra città. Oh quanti sono li dolorosi mariti che fanno cattive mogli! più ne sono cattive per difetto de’ mariti che per lo loro. Da’ una fanciulla a uno fanciullo e lascia far loro. Che dottrina imprenderà ella dall’ignorante giovane? e quella via ch’ella piglia, per quella corre. E non si truova sempre il bastone di Gherardo né quello che si conterà nella seguente novella.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � mo un’altra casa a pigione: usciamo fuori, però che in questa non intendo di star più, ché io son vecchio, e avendo tre notti fatte come quella che ho avuto nella passata, non giugnerei alla quarta. Udendo Buonamico il suo maestro così dire, dice: — Gran fatto mi pare che di questo fatto, dormendo presso a voi, com’io fo, non abbia né veduto né sentito alcuna cosa: egli interviene spesse volte che di notte pare vedere altrui quello che non è, e ancora molte volte si sogna cosa che pare vera e non è altro che sogno: sì che non correte a mutar casa così tosto, provate alcun’altra notte; io vi sono presso, e starò avvisato, se nulla fosse, di provvedere a ciò che bisogna. Tanto disse Buonamico che Tafo a grandissima pena consentì; e tornato la sera a casa, non facea se non guardare per lo spazio che parea uno aombrato; e andatosi al letto, tutta la notte stette in guato, sanza dormire, levando il capo e riponendolo giù, non avendo alcuno pensiero di chiamare Buonamico per vegliare a dipingere; ma più tosto di chiamarlo al soccorso, se avesse veduto quello che la notte di prima. Buonamico, che ogni cosa comprendea, avendo paura non lo chiamasse a fare la veglia sul mattutino, mandò per la fessura tre scarafaggi con la luminaria usata. Come Tafo gli vide, subito si chiuse nel copertoio, raccomandandosi a Dio, botandosi e dicendo molte orazioni; e non ardì di chiamare Buonamico; il quale, avendo fatto il giuoco, si ritornò a dormire, aspettando quello che Tafo la mattina dovesse dire. Venuta la mattina, e Tafo uscendo del copertoio, sentendo che era dì si levò tutto balordo, con temorosa boce chiamando Buonamico. Buonamico, facendo vista di svegliarsi, dice: — Che ora è? Dice Tafo: — Io l’ho ben sentite tutte l’ore in questa notte, però che mai non ho chiuso occhio. Dice Buonamico: — Come? Dice Tafo: — Per quelli diavoli; benché non fossono tanti quanto la notte passata. Tu non mi ci conducerai più; andianne e usciamo fuori, ché in questa casa non sono per tornare più. Buonamico  gli  poté  dire  assai  cose  che  la  sera  vegnente  ve  lo
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � La Zoanna torce il grifo, e dice: — Va’, co’ tela tu. Il marito dice: — Deh va’ vi. Ella risponde: — Io non vi voglio andare. Fra Michele, veggendo i modi di costei, si rodea tutto di stizza. Ancora, avendo Fra Michele voglia di bere, dice l’albergatore alla moglie: — Deh va’ per lo tal vino. E porgeli l’orciuolo. Dice madonna Zoanna: — Va’ tu, che tornerai più tosto, e hai l’orciuolo in mano, e sai meglio la botte di me. Fra Michele, veggendo la spiacevolezza in moltissime cose di costei, dice all’oste: — Ugolino Castrone, tu se’ ben castrone, anco pecora; per certo, s’io fosse come te, io farei che questa tua moglie farebbe quello ch’io gli dicesse. Disse Ugolino: — Fra Michele, se voi fuste com’io, fareste quel che fo io. Fra Michele si consumava di nequizia, veggendo i modi fecciosi della moglie d’Ugolino, e fra sé stesso dicea: “Signore Iddio, stu mi facessi tanta grazia che morisse la donna mia e morisse Ugolino, per certo e’ converrebbe che io togliessi costei per moglie, per gastigarla della sua follia”. Passossi Fra Michele la sera come poteo, e la mattina se n’andò ad Imola. Avvenne che l’anno seguente in Romagna fu una mortalità, per la quale morì Ugolino Castrone e la donna di Fra Michele. Da ivi a parecchi mesi, cessata la pestilenza, e Fra Michele adoprò tutti gl’ingegni ad avere per moglie madonna Zoanna; e in fine fu adempiuto il suo intendimento. Venuta questa buona donna a marito, e andandosi la sera a letto, dov’ella si credea esser vicitata con quello che sono le novelle spose, e Fra Michele che non avea sgozzato ancor la ’nsalata da Tosignano, la vicita con un bastone, e cominciagli a dare, e sanza restare tanto gli diede che tutta la ruppe; e la donna gridando, egli era nulla, ché costui gliene diede per un pasto, e poi s’andò  a  dormire.  Da  ivi  a  due  sere,  e  Fra  Michele  disse  ch’ella  ponesse dell’acqua a fuoco, che si volea lavare i piedi; e la moglie, che non dicea: “Va’, ponla tu”, così fece; e poi levandola dal fuoco, e messala nel bacino,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � riconducesse, se non con questo: che gli diede a intendere, se uno prete sagrato dormisse con lui ch’e’ demoni non arebbono potenza di stare in quella casa. Di che Tafo andò al suo parrocchiano e pregollo che la notte dormisse e cenasse con lui; e dettagli la cagione e sopra ciò ragionando, s’accozzorono con Buonamico e tutti e tre giunsero in casa. E veggendo il prete Tafo presso che fuor di sé per paura, disse: — Non temere, ché io so tante orazioni, che se questa casa ne fosse piena, io gli caccerò via. Dice Buonamico: — Io ho sempre udito dire ch’e’ maggiori nimici di Dio sono li demoni; e se questo è, e’ debbono essere gran nimici de’ dipintori, che dipingono lui e gli altri Santi, e per questo dipignere se n’accresce la fede cristiana che mancherebbe forte se le dipinture, le quali ci tirano a devozione, non fossono; di che, essendo questo, quando la notte, che’ demoni hanno maggiore potenza, ci sentono levare a vegliare per andare a dipignere quello di che portano grand’ira e dolore, giungono con grand’impeto a turbare questa così fatta faccenda. Io non affermo questo; ma parmi ragione assai evidente che puote essere. Dice il prete: — Se Dio mi dia bene, che cotesta ragione molto mi s’accosta; ma le cose provate sono più certificate —; e voltosi a Tafo, dice: — Voi non avete sì grande il bisogno di guadagnare che, se quello che dice Buonamico fosse, che voi non possiate fare di non dipignere la notte: provate parecchie notti, e io dormirò con voi, di non vegliare e di non dipignere, e veggiamo come il fatto va. Questo fu messo in sodo: che più notti vi dormì il prete, ch’e’ scarafaggi non si mostrorono. Di che tennono per fermo la ragione di Buonamico essere  chiara  e  vera;  e  Tafo  fece  bene  quindici  notti,  senza  chiamare Buonamico per vegliare. Essendo rassicurato  Tafo e costretto dal proprio utile, cominciò una notte di chiamare Buonamico, perché avea di bisogno di compire una tavola allo Abate di Bonsollazzo. Come Buonamico vide ricominciare il giuoco, prese di nuovo de’ scarafaggi e la seguente notte gli mise a campo per la camera su l’ora usata. Veggendo questo Tafo, cacciasi sotto, dolendosi fra sé stesso, dicendo: — Or va’, veglia, Tafo, or non ci è il prete; Vergine Maria, atatemi — ; e molte altre cose, morendo di paura, insino che ’l giorno venne.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Fra Michele si cosse tutti e’ piedi, sì era calda. Com’egli sente questo, non dice: che ci è dato? ; rimette l’acqua nell’orciuolo, e riposela al fuoco, tanto ch’ella levò il bollore. Come questo fu fatto, toglie il bacino, e mettevi l’acqua, e dice alla moglie: — Va’, siedi, che io voglio lavare i piedi a te. Costei non volea; alla fine per paura di peggio le convenne volere. Costui lavala con l’acqua bollente, la donna squittisce: “oimè”; e tira i piedi a sé. Fra Michele gli tira nell’acqua, e dàgli un pugno e dice: — Tieni i piè fermi. La donna dice: — Trista, io mi cuoco tutta. Dice Fra Michele: — E’ si dice: “Togli moglie che ti cuoca”; e io t’ho tolta per cuocer te, innanzi ch’io voglia che tu cuoca me. E brievemente, e’ la cosse sì, che più di quindici dì stette che quasi non potea andare, sì era disolata. E un altro dì gli disse Fra Michele: — Va’ per lo vino. La  donna  che  non  potea  appena  metter  li  piedi  in  terra,  tolse  la ’nghestara, e andava a stento come potea. Com’ella è in capo della scala, e Fra Michele di dietro gli dà un pugno, dicendoli: — Va’ tosto —; e gettala giù per la scala; e poi aggiunge: — Credi tu che io sia Ugolino Castrone, che quando ti disse: “Va’ per lo vino”; e tu rispondesti: “Va’vi tu”? E così questa donna Zoanna, cotta, livida e percossa, convenìa che facesse quello che quando ell’era sana non volea fare. Avvenne che un dì Fra Michele Porcello serrò gli usci della casa per fare l’ottava con lei; questa, avvedendosi, fuggì di sopra, e per una finestra d’in sul tetto se n’andò fuggendo di tetto in tetto, tanto che giunse a una vicina di Fra Michele, alla quale venendognene pietà, se la ritenne in casa; e poi alcuno e vicino e vicina, venendo a pregar Fra Michele che ritogliesse la sua donna, e che stesse con lei come dovesse, egli rispose che com’ella se n’era ita così ritornasse; s’ella se n’era andata su per le tettora, per quella medesima via ritornasse, e non per altra; e se ciò non facesse, non aspettasse mai di ritornare in casa sua. La vicinanza sappiendo chi era Fra Michele, feciono che su per le tetta, come le gatte, la donna ritornò al macello. Co-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E levatosi egli e Buonamico, dicendo Tafo come li demoni erano rappariti; e Buonamico rispose: — Questo si vede chiaro ch’egli è quello che io dissi, quando il prete ci era. Disse Tafo: — Andiamo insino al prete. Andati a lui, gli dissono ciò che era seguito. Di che il prete affermò essere la cagione di Buonamico vera, e per verissima la notificò al populo, in tal maniera che, non che Tafo, ma gli altri dipintori non osorono gran tempo levarsi a vegliare. E così si divolgò la cosa che altro non si dicea; essendo tenuto Buonamico che, come uomo di santa vita, avesse veduto, o per ispirazione divina, o per revelazione, la cagione di que’ demoni essere apparita in quella casa; e da questa ora innanzi da molto più fu tenuto, e di discepolo con questa fama diventò maestro; partendosi da Tafo, non dopo molti dì fece bottega in suo capo, avvisandosi d’essere libero e potere a suo senno dormire; e Tafo rimase per quelli anni che visse trovandosi un’altra casa, là dove tutti e’ dì della vita sua si botò di non fare dipignere la notte, per non venire alle mani delli scarafaggi. Così interviene spesse volte che volendo il maestro guardar pure al suo utile, non curandosi del disagio del discepolo, il discepolo si sforza con ogni ingegno di mantenersi nelle dotte che la natura ha bisogno; e quando non puote altrimenti, s’ingegna con nuova arte d’ingannare il maestro, come fece questo Buonamico, il quale dormì buon tempo poi quanto li piacque; infino a tanto che un’altra volta una che filava a filatoio gli ruppe più volte il sonno, come nella seguente novella si racconterà.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � m’ella fu in casa, e Fra Michele comincia a sonare le nacchere. La donna macera e tormentata, dice al marito: — Io ti priego che innanzi che tu mi tormenti ogni dì a questo modo, senza saper perché, che tu mi dia morte. Dice Fra Michele: — Poiché tu non sai ancora perché io fo questo, e io tel voglio dire. Tu ti ricordi bene quando io venni una sera allo albergo a Tosignano, che tu eri moglie d’Ugolino Castrone; e ricorditi tu quando egli ti disse che tu andassi a cogliere la insalata per mi, e tu dicesti: “Va’ vi tu”? — E su questa, gli diede un grandissimo pugno; e poi dice: — E quando disse: “Va’ per lo tal vino”; e tu dicesti: “Io non vi voglio andare”? — E dàgliene un altro. — Allora me ne venne tanto sdegno che io pregai Iddio che desse la morte a Ugolino Castrone e alla moglie che io avea, acciò che io ti togliesse per moglie. Egli, come pietoso esauditore de’ miei prieghi, gli mandò ad esecuzione; e ha fatto sì che tu se’ mia moglie, acciò che quello gastigamento che ’l tuo Castrone non ti dava, io te lo dea io; sì che ciò che t’ho fatto infino a qui è stato per punirti de’ falli e de’ fastidiosi tuoi modi, quando eri sua moglie. Or pensa che, essendo tu da quinci innanzi mia moglie, se tu vorrai tener quelli modi, quello che io farò; per certo, ciò che io ho fatto fino a qui ti parrà latte e mele; sì che a te stia oggimai, se tu con le prove e io co’ bastoni e con li spuntoni, se bisognerà. La donna disse: — Marito mio, se io ho fatto per li tempi passati cosa che non si convegna, tu m’hai ben data la pena. Dio mi dia grazia che da quinci innanzi io faccia sì che tu ti possa contentare; io me ne ’ngegnerò e Dio me ne dia la grazia. Fra Michele disse: — Messer Batacchio te n’ha fatta chiara; a te stia. Questa buona donna si mutò tutta di costumi, come s’ella rinascesse; e  non  bisognò  che  Fra  Michele  adoperasse,  non  che  le  battiture,  ma  la lingua, ch’ella s’immaginava quello che egli dovesse volere, e non andando, ma volando per la casa, e fu bonissima donna. Io per me, come detto è, credo ch’e’ mariti siano quasi il tutto di fare e buone e cattive mogli. E qui si vede che quello che ’l Castrone non avea saputo fare, fece il Porcello. E come che uno proverbio dica: buona femmi-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � in mezzo uno lavoratore di lana un poco asgiato, il quale avea nome o era chiamato Capodoca assai nuovo squasimodeo; ed era costui quello che nella bottega d’Andrea di Veri gli fece già di nuovi trastulli; avea costui una sua moglie, la quale ogni notte di verno si levava in sul mattutino a vegliare e filare lo stame a filatoio presso al letto di Buonamico, non essendovi altro in mezzo che ’l muro di mattone soprammattone, come detto è. E Buonamico vegliava da dopo cena infino a mattutino, sì che a mattutino andava a dormire,  e  ’l  pennello  si  riposava  quando  il  filatoio  cominciava.  Essendo  il focolare, dove costei cocea, allato al detto muro, pensò Buonamico una nuova astuzia; però che, avendo considerato che questa buona donna, quando cocea, mettea la pentola rasente a quel muro, fece un foro con un succhio in quel muro, rasente a quella pentola, e poi lo turava con un pezzuolo di mattone in forma che la donna non s’accorgesse. E quando pensava o vedea che la donna mettesse a fuoco, avea uno soffionetto di canna assai sottile, e in quello mettendo sale, quando sentìa non esservi la donna, mettendolo per lo foro all’orlo della pentola, vi soffiava entro per forma che nella pentola metteva quanto sale volea. E avendo per così fatta forma salato la pentola che quasi mangiare non si potesse, tornando Capodoca a desinare, la prima volta gridò assai con la donna, e in fine conchiuse, se più cadesse in simile follia, gli farebbe Roma e Toma. Di che Buonamico che ogni cosa sentìa, per adempire il suo proponimento, insalò la seconda volta molto più che la prima. E tornando il marito per desinare e postosi a mensa, venendo la scodella, il primo boccone fu sì insalato che glilo convenne sputare, e sputato e cominciato a dare alla donna fu tutt’uno, dicendo: — O tu se’ impazzata o tu inebbrii, ché tu getti il sale e guasti il cotto per forma che, tornando dalla bottega affaticato, non posso mangiare come fanno gli altri. La  donna  rispondea  a  ritroso;  e  colui  con  le  battiture  si  svelenava tanto che ’l romore andò per la contrada, e Buonamico, come vicino più prossimano trasse, ed entrando in casa, disse: — Che novelle son queste? Dice Capodoca: — Come diavolo, che novelle sono? Questa ria femina m’ha tolto a consumare; e’ pare che qui siano le saliere di Volterra, che io non ho potuto due mattine assaggiare del cotto ch’ell’abbia fatto, tanto sale v’ha messo
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � na e mala femmina vuol bastone; io sono colui che credo che la mala femmina vuole bastone, ma alla buona non è di bisogno; però che se le battiture si danno per far mutare i cattivi costumi in buoni, alla mala femmina si vogliono dare  perch’ella  muti  li  rei  costumi;  ma  non  alla  buona,  perché s’ella mutasse li buoni, potrebbe pigliare li rei, come spesso interviene, quando li buoni cavalli sono battuti ed aspreggiati, diventano restii.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � dentro;  e  io  ho  di  molto  vino  d’avanzo!  ché  n’ho  un  poco,  e  costommi fiorini otto il cogno e più. Dice Buonamico: — Tu la fai forse tanto vegliare che quando ella mette a fuoco, come persona addormentata non sa quello ch’ella si fa. Finito il romore, dopo molte parole, dice Capodoca: — Per certo io vederò se tu se’ il diavolo; io tel dico in presenza di Buonamico: fa’ che domattina tu non vi metta punto di sale. La donna disse di farlo. Buonamico lasciò quella pentola nella sua sciocchezza. E tornato il marito a desinare, e assaggiando la sciocca vivanda, comincia a mormorare dicendo: — Così vanno i fatti miei; egli è peggio questa vivanda che l’altra; va’, recami del sale che vermocan ti nasca, sozza troia, fastidiosa che tu se’, che maladetta sia l’ora che tu c’entrasti; che io non so a che io mi tengo che io non ti getti ciò che c’è nel viso. La donna dicea: — Io fo quello che tu mi di’; io non so che modo mi tenga teco; tu mi dicesti che io non vi mettesse sale punto, e io così feci. Dice il marito: — E’ non s’intendea che tu non ve ne mettessi un poco. La donna dicea: — E se io ve n’avessi messo, e tu m’averesti zombata come ieri, sì che per me io non ti posso intendere; dammelo oggimai per iscritto di quello che  tu  vuoi  che  io  faccia,  e  io  n’avrò  consiglio  sopra  ciò  di  quello  ch’io debbo fare. Dice il marito: — Vedila! ancora non si vergogna; io non so a ch’io mi tengo che io non ti dia una gran ceffata. La donna gonfiata, per non ricorrere il passato dì, si stette cheta per lo migliore. E Capodoca, quando ha mangiato come ha potuto, dice a lei: — Io non ti dirò oggimai, né non insalare né insala; tu mi déi conoscere; quando io troverò che la cosa non facci a mio modo, io so ciò ch’io m’ho fare. La  donna  si  strigne  nelle  spalle,  e  ’l  marito  ne  va  alla  bottega. Buonamico, che ogni cosa avea sentita, si mette in punto col sale, e col soffione per la seguente mattina che venne in giovedì; che sono pochi che
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
LXXXVII Maestro Dino da Olena medico, cenando co’ Priori di Firenze una sera, essendo Dino di Geri Tigliamochi gonfaloniere di justizia, fa tanto che ’l detto Dino non cena, volendo dar poi i confini al detto maestro Dino. Dino di Geri  Tigliamochi fu uno cittadino di Firenze mercatante, uso molto ne’ paesi di Fiandra e d’Inghilterra. Era lunghissimo e maghero, con uno smisurato gorgozzule; ed era molto schifo d’udire o di vedere brutture, e per questo, favellando mezzo la lingua di là, avea un poco del nuovo. Essendo  gonfaloniere  di  justizia,  fece  invitare  maestro  Dino  a  cena,  e  ’l detto maestro Dino era vie più nuovo che ’l detto Dino. Essendosi adunche posti a tavola, il detto gonfaloniere in capo di tavola, e ’l maestro  Dino allatogli, e poi era Ghino di Bernardo d’Anselmo, che era priore, e forse componitore col maestro Dino di quello che seguì della presente novella, posta la tavola, fu recato un ventre di vitella in tavola; e cominciandosi a tagliare, dice il maestro Dino a Dino: — Per quanto mangereste in una scodella, dove fosse stata la merda parecchi mesi? Dino guarda costui, e turbatosi, dice: — È mala mescianza a chi è mal costumato; porta via, porta. Dice il maestro Dino: — Che è questo che è venuto in tavola? è ancor peggio. Dino sconvolge il suo gorgozzule: — E che parole son queste? Dice il maestro Dino: — Sono secondo quello che è venuto in tavola per la prima vivanda: confessatemi il vero; non è questo ventre il vasello dove è stata la feccia di
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � in tal mattina non comprino un poco di carne, stando a lavorare tutta la settimana, come facea costui. Avendo il mercoledì notte assai male dormito Buonamico e a suono di filatoio, come in sul fare del dì el filatoio ebbe posa per mettere la carne in molle la donna e trovare la pentola, e per accendere il fuoco spezzare col coltellaccio alcuno pezzo di legne, così Buonamico col sale e col soffione si misse in guato; e preso tempo, se la seconda volta avea molto più salato che la prima, la terza salò ben tre cotanti; e questo fece passata terza per due cose: la prima, perché questa donna insino a terza non facea altro che assaggiare la pentola, mettendovi il sale a ragione, dicendo: “Ben  vedrò  se  ’l  nimico  di  Dio  serà  ogni  mattina  in  questa  pentola”;  la seconda era, perché la donna ogni mattina, sonando a Signore a una chiesa sua vicina, andava a vedere il Signore, e serrava l’uscio; sì che in quell’ora i saggi erano fatti, ed elli poteva molto bene soprasalare. Fatte tutte queste cose, e venendo l’ora e tornando Capodoca a desinare, postosi a tavola e venendo la vivanda, come l’ebbe cominciata a mangiare, così il romore, le grida e le busse alla moglie in tal maniera furono che tutta la contrada corse; dicendo ciascuno la sua. Costui avea tant’ira sopra la donna, che quasi non si sentìa; se non che Buonamico giunse, e accostandosi a lui, il temperò dicendo: — Io t’ho detto più volte che questo vegliare, che tu fai fare a questa tua donna, è cagione di tutto questo male. E simil cosa intervenne un’altra volta a un mio amico, e se non che levò via il vegliare, mai non averebbe mangiato cosa che buona gli fosse paruta: Santa Maria! hai tu sì gran bisogno che tu non possa fare sanza farla vegliare? Molto fu malagevole a temperare il furore di Capodoca che non volesse uccidere la moglie. Infine gli comandò innanzi a tutti i vicini che, se ella si levasse più a vegliar mai, che le farebbe giuoco ch’ella dormirebbe in sempiterno. La donna per paura non si levò a vegliare più d’un anno, e Buonamico poté dormire a suo senno; in fuor che da ivi ben a quattordici mesi, essendosi la cosa quasi dimenticata, ch’ella ricominciò; e Buonamico, non avendo arso il soffione, seguì il suo artificio; tanto che Capodoca ricominciò anche a risonare le nacchere; e Buonamico con dolci parole il fece molto più certo per lo caso che tanto tempo era stato che, non vegliando la donna, la pentola sempre era stata insalata a ragione; e a Capodoca parve la cagione essere verissima, per tanto che con minacce e con lusinghe trovò modo che la donna non vegliò mai più, ed ebbe buona pace col marito,
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � questa bestia, poi ch’ella nacque? E voi sete il signore che voi sete, e pascetevi di sì lorda vivanda? — È mala mescianza, è mala mescianza; levate via, — dice a’ donzelli, — e ’n fé del Criatore vo’ non ci mangerè plus. Dino infino a qui non mangiò né del ventre, né alcuna cosa. Levata questa vivanda, vennono starne lesse; e maestro Dino dice: — Quest’acqua delle starne pute —; e dice allo spenditore: — Dove le comperasti tu? Dice lo spenditore: — Da Francesco pollaiuolo. E maestro Dino dice: — Egli ne sono venute molte a questi dì, e alcuno mio vicino n’ha comperate, credendo siano buone, poi l’ha trovate tutte verminose; e queste fiano di quelle. E Dino dice: — È mala mescianza, mala mescianza, nell’ora mala a tanto scostume —; e dà la sua scodella al famiglio, e dice: — To’ via. Dice maestro Dino: — E’ mi conviene pur pur mangiare, s’io voglio vivere; lascia stare. E Dino in gote, e non mangia, e parea il Volto santo. Levata questa vivanda, vennono sardelle in tocchetto. Dice il maestro Dino: — Gonfaloniere, e’ mi risovviene quando e’ miei fanciulli erano piccoli, che uscivano loro i bachi da dosso. E Dino levasi: È mala mescianza a chi è mal costumato; per Madonna di Parigi, che non m’avete lasciato mangiar stasera con sì laida maniera di parlare; ma per mie foi non verrete più a questo albergo. Maestro Dino ridea e pregavalo tornasse a tavola, e non ci fu mai modo, ché se ne andò tra le camere, dicendo: — Nostro Signore vi doni ciattiva giornea; un poltroniere venuto in tal magione, e tiensi esser gran maestro di musica, e le sue parlanze sono  più  da  rubaldi  che  votono  li  giardini  che  da  quelli  che  debbon dare esempli e dottrine, come doverrebbe dar elli, che si può dire esser vecchio mal vissuto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � scemando  a  lei  grandissima  fatica  di  levarsi  ogni  notte,  come  facea;  e Buonamico poté dormire senz’essere desto da così grande seccaggine, come gli era il filatoio. E così non è sì malizioso uomo né sì nuovo che non se ne truovi uno più nuovo di lui. Questo Capodoca fu nuovo quanto alcun suo pari;  e  fu  sì  nuovo  che  nelle  botteghe,  dove  lavorò  d’arte  di  lana,  e spezialmente in quella de’ Rondinelli, fece di nuove e di strane cose, come già furono raccontate per Agnolo di ser Gherardo, ancora più nuovo di lui. E questo Buonamico fu ancora via più nuovo, e la pruova della presente novella il manifesta. E così interviene spesso di tutte le cose e massimamente sopra così fatti uomeni che truovono spesso di quelle derrate che danno altrui. E sono questi così fatti uomeni sì ciechi di loro che non credono che piacevolezza sia, se non quella che ciascuno in sé e in altrui adopera. Se io scrittore dico il vero, guardisi l’esemplo: come a uno di questi tali, o a giullari, o a uomeni di corte, che sono quasi simili, apparisce uno che con una cosa che faccia, o con un motto gli morda, o mostri me’ di loro, subito pèrdono che paiono morti. Non è altro a dire, se non che si fidano tanto in loro detti e malizie e trastulli solo perché pensano nessuno sapere né fare né dire, com’eglino. Ed  eglino  così  ne  rimangono  spesso  ingannati,  come  tutto  dì  si  vede;  e hanno spesse volte tal derrate che si rimangono con le beffe e col danno, come fece questo Capodoca e molti altri già stati, come tutto dì si truova nelle cose moderne, e per scritture de’ passati tempi.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Ghino di Bernardo, e gli altri signori, che di ciò avevono grandissimo piacere, si levarono da tavola e andorono dove Dino era, e trovaronlo molto in gran mescianza, e non voler vedere il maestro Dino; pur tanto feciono, che un poco si raumiliò: e maestro Dino con lui a’ versi, tanto che si conciliò con lui. Ma poco duroe, però che stando un pezzo, e maestro Dino volendosi partire, disse Ghino di Bernardo: — Maestro, pigliate commiato da Dino e fategli reverenza. E ’l maestro Dino piglia per la mano Dino, e dice: — Messer lo gonfaloniere, con la grazia vostra, datemi licenzia —; e quel  li  porge  la  mano;  e  ’l  maestro  Dino,  pigliandola,  subito  si  volge,  e mandate giù le brache, a un tratto gli scappuccia il culo e ’l capo. Or non più; Dino si comincia afferrare: — Pigliatelo, pigliatelo. Ghino e gli altri diceano: — O Dino, non gridate; anderemo nell’udienza, e là faremo quello che fia da fare. Maestro Dino dice: — Signori, io mi vi raccomando che per aver fatta debita reverenza io non perisca —; e pur scendendo le scale si va con Dio. Dino,  rimaso  furioso,  la  sera  medesima  va  nell’audienza,  raguna  i compagni, e mette il partito, ché era Proposto, di mandare uno bullettino allo esecutore, e che ’l maestro Dino abbia i confini. Metti il partito, e metti e rimetti, non si poté mai vincere. Veggendo Dino questo, col gorgozzule gonfiato chiama li donzelli che facciano accendere i torchi, ché se ne volea andare a casa. Li compagni scoppiavono delle risa, e diceano: — Doh, Dino, non andare istasera. E Dino, brievemente, non rattemperandosi, n’andò a casa, e la mattina fu mandato per lui; e non c’ebbe mai modo che lo dì seguente tornasse in Palagio; tanto che uno de’ signori, con uno carbone, nella minore audienza ebbe dipinto nel muro proprio Dino con uno gorgozzule grande, e con la gola lunga, che parea proprio desso. Essendo la sera di notte, che Dino non era  voluto  tornare  in  Palagio,  vi  mandorono  li  signori  ser  Piero  delle Riformagioni,  pregandolo  dovesse  tornare  acciò  che  e’  fatti  del  comune non  remanessino  senza  governo;  e  ancora  per  provvedere  che  ’l  maestro Dino fosse punito del fallo commesso. Dopo molte parole, Dino si lasciò vincere e la mattina seguente tornò al Palagio, e come sul dì giunse nel-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXCIII Messer Valore de’ Buondelmonti di Firenze, andando a uno corredo di Piero di Filippo, il morde con nuove parole, e Piero assai bene se ne difende. Ancora ritornerò a un nuovo uomo raccontato a drieto in certe novelle, il quale, come che fusse novissimo e matto sciocco tenuto da gran parte degli ignoranti, dagli intendenti non nuovo, ma vecchio e savio e reo era reputato, e spezialmente in questa novelletta, la quale ebbe forte e del savio e del reo. Fu costui messer  Valore, cavaliere de’ Buondelmonti, fiorentino; il quale, avendo sentito che Piero di Filippo degli Albizi di Firenze, savio e
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � l’udienza minore, ebbe veduto, essendo con Ghino di Bernardo insieme, il viso ch’era stato dipinto nel muro; e guardando quello, cominciò a soffiare: e Ghino dice: — Deh, lasciate andare queste cose, non ve ne combattete più. Dice Dino: — Come diavolo mi di’ tu questo, che m’ha ancora dipinto in questo muro? E se tu non mi credi, vedilo. Ghino, che scoppiava dentro sì gran voglia avea di ridere, dice: — Come, buona ventura, vi recate voi a noia questo viso, e dite che sia dipinto per voi? Questo fu dipinto, già fa più tempo, per lo viso del re Carlo primo, che fu magro e lungo, col naso sgrignuto. E perdonatemi, Dino, che io ho udito dire a molti cittadini che ’l  vostro viso è proprio quello del re Carlo primo. Dino a queste parole diede fede, e ancora si racconsolò, sentendosi assomigliare al re Carlo primo: e stando alquanto, ritornò in sul maestro Dino, e tiratosi nell’audienza, mette a partito el bullettino e’ confini, e non si vince, e disperavasene forte. Alla per fine disse Ghino: — Poiché questo partito non si vince, commettete in due di noi che mandino per lo maestro Dino, e dicangli quello che si conviene, facendogli una gran paura —; e così feciono. E fu Ghino e un altro, che mandorono per lo maestro Dino: e come fu venuto, e Ghino comincia a ridere, e in fine gli disse che Dino il voleva pur per l’uomo morto, e che tutte l’altre cose averebbe dimesse, e datosene pace, salvo che del trarre delle brache. Dice il maestro Dino: — Egli è una parte del mondo che è grandissima, ed èvvi un re che è il maggiore, e ha molti principi sotto sé, e chiamasi il re di Sara: quando uno fa reverenza a uno di quelli principi, si trae il cappuccio; e quando si fa reverenza allo re maggiore, si cava a un tratto il cappuccio e le brache; e io, considerando il gonfaloniere della justizia essere il maggior signore, non che di questa provincia, ma di tutta l’Italia, volendogli far reverenza, feci il simile che s’usa colàe. Udendo li due priori questa ragione, risono ancora vie più, e tornorono a Dino e agli altri, e dissono come aveano vituperato il maestro Dino, e fattogli una gran villania; e che s’era scusato con la tale usanza che è in tal paese; e se così era, non aver elli tanto errato; pregando Dino che non se ne desse  pensiero,  e  che  a  loro  lasciassono  questa  faccenda.  Brievemente,  a
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � notabile  cittadino  e  grande  quanto  mai  avesse  la  sua  città,  avea  invitato molti cittadini e forestieri a un grande convito; la qual cosa sentendo messer Valore sanza essere invitato, la mattina a desinare, come gli altri, andò al detto corredo, e portò seco in mano un grande aguto spannale; il quale giugnendo tra la brigata, e Piero, veggendolo, gli si fece incontro, pigliandolo per la mano, dicendo: — Deh, come avete ben fatto a essere venuto a farmi onore a questo mio convito! Messer Valore, che era in gonnella, che sempre andava senza mantello in cappuccio a foggia, avendo l’aguto in mano, che tutto il cerchio de’ convitati il vedea, disse: — Piero, io vegno per mangiar teco e con questi nobeli uomeni e per ricordarti alcune parole, che come elle ti parranno fatte, io te le dirò, credendo ti siano molto utili; e mise l’aguto sopra uno camino, sì che ciascuno il vedea. Tu déi avere letto per le croniche de’ Romani che quando alcuno consolo tornava con gran vittoria sul carro trionfale, perché non si lasciasse assalire alla superbia, era messo in mezzo di due rubaldi, i quali li diceano villania, sputandoli talora nel viso e facendo altre cose assai vituperose. Fa’ ragione, Piero mio, che io sia uno di quelli rubaldi e tu sia in sul carro del gran trionfo; però che, se io considero bene, tu se’ il maggiore cittadino che mai fosse in questa città, e dentro e di fuori sei il più savio che avesse questa terra per alcun tempo; se’ stato in Puglia e in molti luoghi del mondo: in ogni parte se’ stato reputato savissimo oltre a tutti gli altri. Sì che io non veggio che tu non sie sì alto che più non puoi andare in su; io veggio troppo bene che tu se’ nel colmo della rota e non ti puoi muovere, che tu non scenda e capolevi. Per questa cagione io t’ho recato quello aguto che tu vedi a quel camino, acciò che tu conficchi la rota; e se ciò non fai, volgendosi com’ella fa, e’ ti converrà cominciare a scendere, e forse venire al di sotto. Piero, che intendea bene il tedesco, rispose: — Messer Valore, io mi credea che voi venisse a mangiare con questi valentri  uomini  per  mangiare  delle  vivande  che  io  dava  loro,  e  voi  sete venuto e avetemi dato delle vivande vostre, sì che io posso dire che io desino con voi istamane; ma almeno me l’aveste voi date alle frutte, che serebbono state migliori che quelle di frate Alberigo. Ma, come ch’io non sia a mezza via giunto, là dove voi mi ponete, e’ mi pare che, se la rota si potesse conficcare, la libbra del ferro tornerebbe alla valuta d’oro, però che sono tanti che
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � poco a poco Dino venne dimenticando la ingiuria del maestro Dino, ma non sì che non gli tenesse favella parecchi anni; e ’l maestro Dino di ciò ne godea, e dicea: — Se non mi favellerà, e io non andrò a medicarlo, quando avrà male  —;  e  così  stettono  buon  tempo,  infino  a  tanto  che  ’l  maestro Tommaso del Garbo, dando loro a cena una sera un ventre e delle starne, fe’ loro far pace. Sempre conviene che tra’ signori officiali e brigate sia uno che pe’ suoi modi gli altri ne piglino diletto. Questo Dino fu di quelli: non già per vizio, ma per costume, era biasimevole delle cose lorde, e non volea udire; e perché maestro Dino ebbe piacere, e’ dienne a’ signori. E però è grazia a Dio d’avere sì fatto stomaco che ogni cosa patisca.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � la vorrebbono  conficcare,  che  ’l  ferro  tutto  intrerrebbe  in  quella  rota.  E oltre a ciò, se pur si potesse conficcarla, serebbe fare grandissima ingiustizia a quelli che sono di sotto e nel mezzo e da lato, che vogliono ch’ella volga, per migliorare stato. Disse allora messer Valore: — E per lo dire che tu hai fatto incontro alle mie sciocchezze, costoro che mangiono qui con teco ti possono tenere molto da più che io non ho detto;  e  pertanto  sono  meglio  contento  d’esserci  venuto  per  la  evidente pruova che nel tuo parlare hai dimostrata a tutti costoro. E  così  l’uno  all’altro  dissono  assai  cose  di  sentenzia,  e  puosonsi  a mensa. Dove mangiato che ebbono, messer Valore pigliando comiato, Piero gli disse: — Togliete l’aguto vostro, ché io nol potrei conficcare dove dite; però che Cesare e Alessandro e molti altri nol poterono conficcare, non che io che sono un piccolo uomo: e potendolo fare non voglio, acciò che ’l mondo non perisca. Messer Valore tolse lo aguto e disse: —Et tu es Petrus, et super hanc petram  è edificata la sapienzia; e fatti con Dio. E così finirono e ’l convito e’ ragionamenti. O qual cosa è più certa che questa rota, la cui velocità nel volgere mai non ebbe posa, e quanti re, e quanti signori, e quante sètte de’ populi e de’ comuni l’hanno già provato! Quanto più si vede, meno si crede. Chi è in alto stato non pensa mai al calare; e quanto più va in su, di maggior pericolo è la caduta. Non voglio mettere tempo in allegare le fortune degli antichi signori; guardisi pur una canzonetta che colui che la fece, ve ne mise una gran  parte,  la  qual  comincia:  “Se  la  fortuna  e  ’l  mondo,  Mi  vuol  pur contastare, ec.”. E non dirò come fu in cima della rota Troia, e come Priamo, e come fu grande Tebe, e come fu alta Cartagine, e ’l suo Annibale, e la setta Barchina, e l’altra; e lascerò stare Roma che signoreggiò tutto l’universo, e ora quello ch’ella tiene; e qual furono i cittadini suoi, e qual sono oggi: ogni cosa è volta di sotto e attuffata nella mota. Che vo io cercando le cose antiche che si potrebbe dir: forse non fu così? diciamo di quelle che ieri vedemmo quanto volubilmente la rota mandò  sul  colmo  re  Carlo  terzo,  e  essere  re  di  Puglia  e  d’Ungheria,  e  come subito il mandò in alto, tanto subito o più il volse a basso. Come condusse
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � d’una cosa, e quando d’un’altra. E però, tornando a proposito, dico che contro a quelli non si pote far riparo. Similmente quello di che io al presente vi vo’ pregare per l’amor di Dio, è questo: che s’egli è andazzo di tòr vigne, che il vostro consorto s’abbia la mia vigna segnata e benedetta, però che contro all’andazzo non ne potrei, né non ne voglio far difesa; ma, se non fusse andazzo di tòr vigne, io vi prego caramente che la vigna mia non mi sia tolta. Udendo messer Francesco la piacevolezza di costui, il domandò come avea nome; e quel gliel disse; e poi dice: — Buon uomo, il mio consorto con teco non potrebbe aver ragione, e sie certo che, andazzo o non andazzo che sia, la vigna tua non ti fia tolta —; e disse: — Non t’incresca di aspettare un poco. E mandò per quattro i maggiori della casa; e dice loro questa piacevol novella; e più, che chiama Cenni e dice: — Di’ a costoro ciò che hai detto a me —; e quelli ’l disse a littera. Costoro tutti di concordia mandarono per lo loro consorto che già s’avea messo a entrata la vigna, e riprendonlo del fatto, e brievemente liberarono la vigna dalle mani di Faraone, e dissongli che Cenni avea allegato la ragione degli andazzi, per forma che non potea avere il torto; e che di ciò facesse sì che mai non ne sentissino alcuno richiamo. E così promesse loro, poiché andazzo non era, di liberare la vigna, e di non seguire più la sua impresa. Per certo la legge non arebbe in molto tempo fatta fare quella ragione a Cenni, che l’allegare suo piacevole dell’andazzo fece. E non se ne faccia alcuno beffe; ché chi vi porrà ben cura, da buon tempo in qua, mi pare che ’l mondo sia corso per andazzi, salvo che d’una cosa, cioè d’adoprare bene, ma di tutto il contrario è stato bene andazzo, ed è durato gran tempo.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � questa in superiore stato messer Bernabò signore di Melano, per farlo venire nella inferiore parte, là dove sanza ritegno fu disfatto. I signori della Scala come sono arrivati? I Gambacorti signori di Pisa al tempo di Carlo imperadore esser disfatti, e poi disfatto chi signoreggiò dopo loro; poi ritornare messer Pietro Gambacorti e’ suoi nella signoria; e in fine essere morti e cacciati. Non è questo un fare all’altalena? non è questo un farsi certo che sempre questa rota giri? Quanti sono quelli che l’hanno provato e d’ogni stato e d’ogni condizione! non caperebbe in questo volume a raccontarli; e alcuno non pensa, purché abbia ricchezza stato o signoria. E non considera una cosa essere certa, che la ricchezza corre al suo fine, che è la povertà; lo stato ha spesse volte fine di morte o di suggezione, che gli è tolto da un altro che ’l conduce in miseria; la signoria viene infine in servitute. Adunque chi volesse vedere dirittamente, o miseri mortali, quelli è beato che non è sottoposto alle ricchezze, che non ha mai il dolore d’averle perdute; ché, come dice Dante, non è nel mondo alcun maggior dolore. Colui è beato che non ha paura di perdere grande stato, e similmente chi non ha la signoria, che non istà con sospetto e con paura di perderla, sì come rispose un filosofo a un che ’l domandò chi fosse il più avventurato uomo d’una terra; e quelli rispose: — Colui che tu credi che sia in maggiore miseria. Chi notasse questo detto, e considerassi bene con gli occhi della mente, serebbe molto meglio a nascere e vivere e morire povero che nascere ricco e vivere ricco e in grande stato, con grande sollecitudine e sospetto, e poi forse nella fine vivere in miseria. Affatichisi dunque chi ha voglia di stato, o di ricchezza, che nella fine il mondo paga ciascuno della sua fatica.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � l’altare peggio che in altro luogo era coperto, per tal segnale, che ’l dì della sua festa, piovendo su l’altare, e’ vicini e gli altri diceano: — Doh, prete, perché non cuopri tu che non piova su l’altare? E quelli rispondea: — Tal sia di lui, se vuole che gli piova addosso. E’ dissefiat, e fu fatto il mondo; ben può dir cuopri, e fia coperto, e non gli pioverà addosso. E così era di diversa condizione in ogni cosa. Avvenne per caso che, essendo ammalato a morte un suo populano nel tempo di state, fu mandato per lui acciò che portasse la comunione; ed egli pigliando il corpo di Cristo, andò per comunicare lo infermo; e non essendosi molto dilungato dalla chiesa, guardando per un suo campo, vide su uno fico uno garzone che mangiava e coglieva de’ fichi suoi; e come uomo non cattolico, né che andasse con la comunione nelle mani, ma come uno malandrino disperato, voltosi a quello, disse gridando: — Se il diavol mi dà grazia ch’io ponga giù costui, io ti concerò sì che cotesti saranno i peggiori fichi che tu manicassi mai. Il garzone, che avea del reo, e anco forse avea voglia di farli dir peggio, dice: —  O  Domine,  voi  portate  il  Signore,  et  ego  vado  in  tentatione ficorum. Dice il prete: — Io fo boto a Dio che m’uccella! Che dirai? Scendine, che sie mort’a ghiado. Il garzone, avendo il corpo pieno, disse: — Or ecco, io scendo, e’ fichi tuoi ti rendo. E tirò un peto che parve una bombarda; e ’l prete se n’andò al suo viaggio  tutto  gonfiato;  e  ’l  nostro  Signore  tra  ’l  prete  discreto,  e  ’l ghiottoncello che era sul fico, così fu onorato; e l’infermo dal venerabile prete così ben disposto fu comunicato. Che diremo che fosse quella ostia da sì devoto cherico sacrata e portata? Io per me non credo che cattivo arbore possa fare buon frutto. E tutto il mondo n’è pieno di tali, che Dio il sa tra cui mani è venuto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXCIV Massaleo degli Albizzi da Firenze, con tre belle ragioni, morde l’avarizia d’Antonio Tanaglia suo vicino. Non s’indugiò molto tempo Matteo di Landozzo, vocato Massaleo degli Albizzi, a fare la vendetta di Piero di Filippo suo consorto, in mordere d’avarizia  un  suo  vicino;  e  questo  Matteo  è  raccontato  a  drieto  in  una novelletta per un buono sonatore di vivuola a uno giudice della Grascia nelle carcere del Comune di Firenze. Questo Matteo fu d’una piacevole
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � XC Un calzolaio da San Ginegio tratta di tòrre la terra a messer Ridolfo da Camerino, al quale essendo venuto agli orecchi, con belle parole lo fa ricredente del suo errore, e perdonagli. Ancora mi conviene tornare a una delle novelle di messer Ridolfo da Camerino, la quale sta in questa forma. Uno calzolaio della terra di San Ginegio, la qual tenea il detto messer Ridolfo, fu una volta sì presuntuoso che cominciò a parlare e a trattare per via di stato contro al detto messer Ridolfo; di che gli venne agli orecchi. Essendo il detto messer Ridolfo nella detta terra, e saputo che ebbe il convenente del fatto, non corse a furia, come molti stolti fanno; e non volle che queste cose paressino, se non come da calzolaio. E ancora non volendo mostrare viltà, ma più tosto magnanimità, mostrò d’andare a sollazzo per la terra; e andando dove questo calzolaio stava con la sua stazzone, e messer Ridolfo si ferma e dice: — Perché fa’ tu quest’arte? — E quelli dice: — Signor mio, per poter vivere — . E messer Ridolfo dice: — Non ci puoi vivere con essa, non è tua arte e non è tuo mestiero, e non la sai fare —; e toglie le forme e falle portar via. Il calzolaio  poté  assai  dire, che  non  si  trovasse  senza  le  forme;  e  non sapendo che si fare, e non potendo pensare quello che questo volesse dire, se ne va più volte a messer Ridolfo a richiedere le sue forme. Alla per fine v’andò una volta, e trovò messer Ridolfo con una brigata di valentri uomini; e avvisandosi, se chiedesse le forme dinanzi a tanti, gli verrebbe meglio fatto di riaverle, considerando  il  detto  messer  Ridolfo  per  vergogna  più  tosto  gliene  rendesse;  e fattosi innanzi, in presenza di tutti dice: — Signor mio, io vi priego mi rendiate le mia forme, ché io non posso lavorare, né far l’arte mia. E messer Ridolfo guarda costui, e dice: — Io ci t’ho detto, che non è l’arte tua di cucire ciabatte e fare calzari. E ’l calzolaio disse: — O se questa non è l’arte mia, che sempre ce l’ho fatta qual è la mia? Disse messer Ridolfo: — Ben ci hai domandato; l’arte tua è di stare per questo bello palazzo, e darti alle cose più alte; e io voglio tener quelle forme, per imprender di cucire, e di fare le scarpe e’ calzari, se mi bisognassi. Questo calzolaio, continuando le sue domande, e messer Ridolfo fa-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � condizione; e avendo per vicino uno ricchissimo cittadino di Firenze e molto avaro, chiamato Antonio Tanaglia, e considerato tutte le sue condizioni che erano di pruova a volersi serbare il suo, e non lo partecipare né con lui né con alcun altro, pensatosi una notte, ebbe trovato uno piacevole modo di morderlo la seguente mattina; e trovatosi con lui in presenza di alquanti a sedere disse: — Antonio mio, io ho veduto che io ho e posso avere vie meglio della tua ricchezza che non hai tu stesso. Costui tutto spaventò, credendo forse che Matteo gli avesse o furato o tolto gran parte del suo, e affisossi nel guardarlo per veder quello che costui volesse dire. Massaleo, che vedea gli atti di costui, dice: —  Tu guati: se mi valesse dire: “che vuoi che ti costi, e farottenne chiaro?”, il farei, ma serebbe predicar nel deserto; ma sanza costo alcuno (e se tu me lo volesse dare, io il rifiuto), io ti voglio far chiaro, o vogli tu o no, per farti vivere più malinconoso che tu non vivi. Elle sono tre cose: la prima si è che della tua ricchezza tu non hai bene, né io anche n’ho bene, e qui siamo del pari; la seconda si è che tu guardi la tua ricchezza con gran fatica per non diminuirla, o per non perderla, e questa fatica non ho io, sì che in questa seconda parte io ho vantaggio da te; la terza si è che, se tu la perdessi, o venisseti meno, tu morresti a dolore, o impiccherestiti per la gola; e io n’arei grandissima allegrezza e ballerei e canterei; e in questa terza parte io starei tanto meglio di te, quanto serebbe da essere io nel Cielo Impirio e tu essere nel profondo dello abisso. Sì che vedi, quanto della tua ricchezza io ho meglio di te. Antonio si volgea attorno, come fuori di sé, e volgeasi a quelli d’attorno, li quali tutti diceano: — Antonio, se tu non ti provvedi, il Massaleo dice il vero con molto belle ragioni; che rispondi tu? E quelli dice: — Io voglio per me il mio, se io l’ho. Dice Massaleo: — Ben dicesti, se tu l’hai; e io ti dico che tu non l’hai né tu né io. Costui si leva tutto bizzarro e partesi dalla brigata, brontolando verso Matteo, e andossene in casa; dove, pensando sul detto di Matteo e su le tre cose per lui dette, in sé medesimo contendea e dicea: “E’ par vero ciò che dice, e non è vero nulla, però che io tegno la mia ricchezza, ed elli si tiene la
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � cendo risposte strane e chiuse, e gli omeni che qui erano pareano come smemorati a udire il calzolaio domandare le forme e le risposte che ’l signor facea. Stati per alquanto spazio, e messer Ridolfo dice: — Questo ciabattino che voi vedete qui, ha trattato di tormi la signoria; e io, sappiendo ciò, e veggendo che l’animo suo de’ esser grandissimo, e non da tirare li cuoi con li denti, ma più tosto da esser signore in questi palazzi, gli ho tolto le forme, però che, se cerca questo mestiero e parli che questo debba essere il suo, di quello non ha a fare alcuna cosa, però che non è suo mestiere, ma è molto vile e basso al suo grand’animo. Questo calzolaio si scusava, e cominciorongli a tremare li pippioni: e messer Ridolfo dice: — Nella tua mal’ora, non ti pure scusare, ch’io so ogni cosa, e voglioti condannare in presenza di costoro —; e disse a uno che andasse per le forme. Quando il calzolaio udì questo, s’avvisò che con le dette forme il dovesse fare uccidere. Giunte le forme, dice messer Ridolfo: — Dappoi che ci hai detto innanzi a costoro che questo è il tuo mestiero, e io ti voglio credere, e rendoti le forme; ma lascia stare il mio mestiero che non è da te, né da tuo pari, e torna a tagliare e a cucire le scarpe nella tua mal’ora; e va’ e fammi lo peggio che puoi. Al calzolaio cominciò a tornare lo spirito; e disse: — Signor mio, — inginocchiandosi, — io prego Dio che vi dia lunga e buona vita; e della grazia che mi avete fatta vi dia quel merito che alla vostra virtù e alla vostra misericordia si richiede. Io per me non sono da tanto che mai ve lo potesse meritare; ma bene siate certo d’una cosa che l’animo mio, e ciò che io posso, è tutto dato a voi. E così si partì in quell’ora, che mai non pensò, né in detto né in fatto, se non ad esaltazione del suo signore. E ’l detto messer Ridolfo per questo ne divenne al suo populo sì amato che tutti parve che... con un fervente amore ad ogni suo bisogno. Oh quanto egli è da commendare uno signore quando per uno vile uomo gli è fatto simile offensa, che egli se ne curi come curò costui, mostrando la sua magnanimità e l’animo liberale, il quale il fa grande e montare fino alle stelle, per aver annullate e fatto poca stima di quelle cose le quali molti vili fanno maggiori, temendo che ogni mosca non gli offenda.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � sua povertà; ma per lo corpo di Dio che m’ha fatto vergogna e fammi avaro, dove a me pare esser povero, anzi prodigo vo’ dire. Una cosa gli farò: che una volta gli diedi bere d’un buon raspeo che io avea fatto; se io vivesse mill’anni,  mai  non  gliene  darò  più,  né  agli  altri  di  questa  contrada  che sghignavano per invidia che hanno della mia ricchezza, ma per loro amore io m’ingegnerò da quinci innanzi di spendere meno che io potrò e di crescere il mio a loro dispetto: e ben ne potrà crepare Matteo con tutti loro”. E così fra sé si venne tutto un dì combattendo, e nella fine ristrettosi e dolutosene con l’avarizia, se ne dié pace; e le ragioni dette per Matteo si divulgorono  per  la  terra  per  forma  che,  se  Platone  l’avesse  dette,  non serebbono state più famose. Così è fatta la condizione dell’avaro: che quando è punto da alcuno in simil forma, s’avvisa che quel tale il dica perché vorrebbe che gittasse via il suo, o per invidia, o per empiersene il corpo; di che per avarizia, e per non far contento colui, continuo affina in essa, e mai non si toglie fame.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � XCI Minonna Brunelleschi, essendo cieco, di notte guida altrui ad imbolare pesche; e alcun altro furto per lui piacevolmente fatto. Minonna Brunelleschi da Firenze fu ne’ miei dì, e fu cieco, come che in molte cose passava gli alluminati, per tale che niuno suo vicino era che, se aveva a mettere cannella in botte di vino, non mandasse per lo Minonna che la mettesse; e io più volte il vidi che mai non versava gocciola di vino, giucava a zara e andava solo sanza niuna guida. Avea costui un suo luogo alle Panche, e avea per vicino un Giovanni Manfredi, vocato Giogo. Avea appostato il Minonna nella vigna di questo Giogo certi peschi carichi di bonissime pesche; e una sera di notte ebbe due compagni, e disse: — Volete voi venire meco in tal luogo per le pesche? Dissono costoro, ch’erano capitati a casa sua, ed erano fiorentini: — O noi non sappiamo il luogo noi. Dice il Minonna: — Non ve ne caglia; verrete, come io vi guiderò, e recate questo sacco. Costoro due guardano l’un l’altro, dicendo: — Questa è ben gran cosa, che gli alluminati sogliono guidar e’ ciechi, e questo cieco vuol guidare gli alluminati. Infiammorono via più d’andare, e dissono: — Andiamo, per vedere tanto nuova cosa. Andorono, e troppo bene di campo in campo il Minonna gli ebbe guidati; e giugnendo per entrare nella vigna, dov’erano li peschi, questa era molto bene affossata, e con buona siepe. Dice il Minonna: — Lasciate andare me innanzi; venite in quaggiù, ché ci dee essere una cotale callaietta nascosa —; e coloro dietro. Quando fu alla callaia, dice il Minonna: — Or passate qui, e tenete da man ritta, e vedrete i peschi. Costoro così fanno, e così truovono ciò che dice; e ’l Minonna con tutto ciò fu a’ peschi quand’eglino; e coglievane egli per amendue loro: in fine egli empierono ’l sacco; e ’l Minonna volea che gliel mettessono in collo. Costoro non vollono, e pigliono questo sacco il meglio che possono, e tornansi a casa e vannosi a letto. La mattina il Minonna ed ellino se ne vanno a Firenze, e questi due non potendosi tenere che la detta novella non divolgassino, pervenne la
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � contrario, che egli volò in alto e tanto di lunge che lo perderono di veduta. Onde il re, veggendo questo, mandò circa otto de’ suoi scudieri sergenti e lo  sparveratore  a  seguire  lo  sparviero,  tanto  che  lo  ritrovassino.  E  così andorono  per  diverse  parti,  consumando  otto  giorni  che  mai  niente  ne poterono trovare, e ritornorono a Parigi rapportando ciò al re. Di che il re se ne dié malinconia, come che fosse uno valoroso re, e questo fosse un nobile sparviere... tutto dì incontra. E stando per alcuno spazio, e non essendo appresentato lo sparviero per alcuno che l’avesse preso, fece mettere un bando che chi pigliasse il detto sparviero, e rappresentasselo, averebbe da lui duecento franchi, e chi non lo rappresentasse, anderebbe al giubbetto. E così andò e la grida e la fama, e conseguendo per spazio d’uno mese, questo sparviero capitò nel contado di... là dove essendo su uno arbore, e ’l contadino narrato di sopra, lavorando ne’ campi appiè di quello, ebbe sentito e’ sonagli, e accostandosi quasi per scede, e mostrando la callosa e rozza mano, con uno allettare assai disusato, lo sparviero gli venne in mano. Al contadino, oltre al ghermire degli artigli, parv’essere impacciato; ma veduti i sonagli col segno reale, e avendo due fanciulle da marito, perché avea inteso la fama del bando, come uomo poco sperto a questa faccenda, gli parve essere mezzo impacciato; ma pur, presi i geti e lasciata la zappa, s’avviò verso la sua casa, e tagliata una cordella da un basto d’uno asino, l’attaccò a’ geti e legollo su una stanga. E considerando chi egli era, e come era adatto a portarlo a Parigi innanzi la presenza del re, tutto venìa meno. E com’egli era a questo punto, un mastro usciere del re, per alcuna faccenda passando dalla casa di costui, sentendo li sonagli, disse: — Tu hai preso lo sparviere del re. Quelli rispose: — Io credo di sì. Allora costui gli lo chiede, dicendo: — Tu lo guasteresti, se tu lo portassi, dàllo a me. Il contadino rispose: — Egli è ben vero ciò che voi dite, ma piacciavi non mi tòr quello che la fortuna m’ha dato; io lo porterò il meglio che potrò. Costui si sforzò e con parole e con minacce averlo dal contadino, e mai non vi fu modo; di che gli disse: — Or ecco, se non vuogli far questo, fammi un servigio; io sono
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � detta cosa agli orecchi di Giovanni Manfredi. Non potendosi il detto dar pace, sanza dir alcuna cosa, la seguente notte se ne va con alcuno nell’orto del Minonna, e tagliato molti belli cavoli che v’erano, e colti quelli frutti che poté portare, e fare danno, fece. Arriva la novella al Minonna, e subito si pensa essere stato Giovanni Manfredi; e comincia a soffiare che parea un porco fedito, con un naso sgrignuto e con un leggìo di drieto per ispalle, che parea un dalfino quando sopra il mare si getta soffiando a indovinare tempesta. Subito si mette la via fra gambe, e caccia il capo innanzi con la foggia, come andava, per andare alle Panche; e passando con questo impeto dalla bottega di Caperozzolo, di fuori nella via era uno bariglione su uno desco con non so che cose da fare o lattovari o savori in molle, e davvi si fatta entro che ’l bariglione e ’l desco, con ciò che v’era, andò per terra; e va pur oltre a suo cammino. Caperozzolo, o suo lavoratore, che pestava dentro, vedendo questo, esce fuori e guata dietro al Minonna, gridando: — Morto sie tu a ghiado, o non vedi tu lume? che perdere postù gli occhi. Il Minonna fece vista di non udire, e va pur via, e giugne alle Panche, ed entra nell’orto, e va tastando li cavoli con ciò che v’è, dolendosi forte, e massimamente de’ cavoli de’ quali spesso mangiava gran minestre; e stette alcun dì, mostrando non sapere chi ciò gli avesse fatto. Alla per fine pensò che  la  cosa  non  rimanesse  qui.  Una  sera  ebbe  due  contadini,  e  pregolli fussino con lui, e così fu; ché venuta la notte, con due sacca e con coltellini andorono all’orto di Giovanni Manfredi, dove era un campo d’agli di smisurata bellezza, e de’ quali il detto Giovanni sempre ragionava, e questi agli divegliendo  a  uno  a  uno,  tagliarono  li  capi  e  mettevano  ne’  sacchi,  e  ’l gambo rificcavono nella terra, e così tutti gli ebbono divelti e portati i capi e lasciati i gambi nel luogo loro. Da  ivi  a  due  dì,  essendo  e  Giovanni  e  Minonna  al  Trebbio,  dove usavono, il Minonna si dolea de’ cavoli suoi. Dice Giovanni Manfredi: —  Io  vorrei  che  mi  fussino  stati  innanzi  tolti  gli  agli  miei,  che  si guastassino come pare che si guastino. Dice il Minonna: — Come? egli erano così belli. E quelli dice: — E’ sono tutti appassati da ieri in qua.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � innanzi col re assai, io ti serò buono in ciò che potrò; e tu mi prometti di darmi la metà di quello che ’l re ti darà. Il contadino disse: — Io sono contento —; e così promisse. Vassene costui a Parigi; e ’l contadino, trovato un guanto di panno tutto rotto e mandato a uno d’una terra vicina suo amico, che si dilettava... gli prestò un cappello, e pasciuto lo sparviere e incappellato, si mise la via tra gambe, tanto che con gran fatica, per portare cosa non mai usata, e perché  villano  avea  preso  gentile,  giunse  a  Parigi  dinanzi  al  re.  Il  quale, veggendolo, ebbe allegrezza dello sparviere trovato e risa assai, veggendo quanto stava bene in mano al contadino. Di che il re disse: — Domanda ciò che tu vuoi. Il contadino rispose: — Monsignor le Roi, questo sparviere mi venne a mano come piacque a Dio; hollo recato il meglio che ho potuto, il dono che io voglio da voi è che mi facciate dare cinquanta o bastonate o scoreggiate. Lo re si maravigliò, e domandò la cagione di quello che domandava. Egli  lo  disse:  come  il  tal  suo  mastro  usciere  volle  che  io  gli  promettessi dargli il mezzo di quello che a vostra santa corona mi donasse; fate a lui e le venticinque a me. E come che io sia povero uomo e arei bisogno per due mie figliuole da marito d’avere altro dalla vostra signoria, io me n’andrò molto più contento, avendo quello che io vi domando, per vedere dare a lui quello che merita, benché io l’abbia simile a lui, che se voi mi deste del vostro oro e del vostro argento. Lo re, come savio, intese il dire del materiale contadino, e pensò con la justizia mandarlo contento, dicendo a’ suoi: — Chiamatemi il tale mio mastro usciere. Subito fu chiamato; e giunto dov’era la presenza del re, lo re lo domanda: — Trovastiti tu là, dove costui avea preso questo sparviere? Quelli rispose: — Oì, monsignore le Roi. Disse lo re: — Perché non lo recavi tu? E quelli rispose: — Questo villano non volle mai. Lo re disse:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Dice il Minonna: — Saranno forse bruciolati. Costui se ne va, e comprende troppo bene che ’l Minonna abbia fatto qualche cosa; ed entrato nell’orto, tira uno aglio, tirane due, e’ poté assai tirare che trovasse il capo a niuno. Subito immaginò quel che era; e l’altro dì, essendo al Trebbio, non si poté tenere il Giogo che non dicesse: — Minonna, almeno ne avestù lasciato qualche uno. Disse il Minonna: — Ha’ tu il farnetico? Disse il Giogo: — Io l’ho bene, quando tu m’hai tolto gli agli miei. Dice il Minonna: — Di’ tu de’ cavoli miei? mandastegli tu a vendere alla Ciacca? — Che Ciacca, che sia mort’a ghiado? — Anzi sia tu. — Anzi tu —; e vanno l’un contro all’altro per darsi. Aveano centocinquant’anni tra amendue, e uno era cieco, e l’altro avea gli occhi arrovesciati che pareano foderati di scarlatto. La gente fu su, feciono fare la pace; al Minonna rimasono gli agli, al Giogo i cavoli... e mai non si vollono bene, e sempre borbottavano... niuno per ammendarsi, aveano i piè nella fossa, e imbolavano agli e cavoli: averebbono ben tolto altro, perché cane che lecchi cenere non gli fidar farina.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � —  Più  tosto  fu  la  tua  avarizia,  per  avere  da  lui  mezzo  il  dono ch’egli avesse. E ’l villano, udendo disse: — E così fu, signor mio. — E io, — disse il re — dono a questo contadino cinquanta sferzate a carni nude, delle quali, come tu patteggiasti con lui, n’hai avere venticinque. E  comanda  a  un  suo  giustiziere  che  subito  lo  faccia  spogliare  e mettale ad esecuzione, e così fu fatto. E lo re lo fece venire dinanzi a lui e al villano e disse: —  Io  t’ho  dato  mezzo  il  dono  e  hotti  cavato  d’obbligo  che  l’avei promesso a questo rubaldo; l’avanzo non voglio guire di dare a te. Ma dice a uno suo cameriero: — Va’, fa’ dare dugento franchi a costui, acciò che mariti le sue figliuole; e da ora innanzi vieni a me quando tu hai bisogno, che sempre sovverrò alla tua necessità. E così si partì il contadino con buona ventura; e ’l mastro usciere si fece di scorreggiate un’armadura, per andar più drieto al ben proprio che a quello del suo re. Grande fu la justizia e la discrezione di questo re; ma non fu minore cosa uscire del petto d’uno villano, anzi d’un animo gentile, si potrebbe dire, tanto degna domanda, per pagare la cupidigia di colui che mai non fu in grazia dello re Filippo, come era prima.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — No. — Vuogli sbiadato? — No. — Vuogli cagnazzo? — No. — Vuogli una cappa di cielo? — Sì, sì, sì. Avvisossi al nome, che vi fosse il sole e la luna, e le stelle, e forse gran parte del Paradiso. Fatto venire questo cappa di cielo, furono in concordia del  pregio  per  quattro  canne.  Il  ritagliatore  truova  la  canna,  e  dice  a Soccebonel: — Piglia costì, e comincia a metter su la canna. Il friolano metteva, e tirava il panno più su che la canna, quando uno sommesso, e quando più, e stavasi tanto attento che ad altro non guatava. Il fiorentino, che nel principio subito se ne fu avveduto, quando mettea il panno su la canna lasciava mezzo braccio della canna a drieto, e quando più, sì che ogni quattro braccia tornavano al buon uomo forse tre e mezzo. Misurate le quattro canne, e pagato, il friolano se ne fa portare il panno; e perché lo ’nganno s’occultasse, dice il venditore: — Vuo’ tu far bene? attuffalo in una bigoncia d’acqua e lascialo stare tutta notte, sì che bea bene, e vedrai poi panno ch’el fa. Costui così fece; e la mattina lo scola alquanto dall’acqua, e mandalo al cimatore, che l’asciughi nella soppressa e che lo cimi. Cimato il panno, e Soccebonel va per esso, e dice: — Che de’ tu avere? Dice el cimatore: — E’ mi par nove braccia; da’ nove soldi. Dice costui: — Come nove braccia? oimè! che di’ tu? Il cimatore il truova, e dice: — Vedilo, misuralo tu. Rimisuralo, e non lo truova più; e dice: — Per lo corpo della madre di Jesu Cristo, che mi serà stato furato. E va al ritagliatore, e va di qua, e va di là; l’uno gli dicea: — Questi panni fiorentini non tornano nulla all’acqua. E il ritagliatore dicea:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXCVI Messer  Rubaconte  Podestà  di  Firenze  dà  quattro  belli  e  nuovi  judicii  in favore di Begnai. Perché mi pare esser entrato in certi giusti judicii, e ricordandomi quanto  fu  diritto  il  judicio  di  Salamone  verso  quelle  due  donne  che domandavono il fanciullo; e ancora avendo udito già la novella di colui che avea sognato d’avere avere due buoi dal suo vicino, i quali gli avea tolti, e ’l giusto giudice, veggendo che avea ferma la sua domanda secondo il sogno, fece venire due buoi di mezzo giorno, quando il sole più lucea, e mandatili 413 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Guarda dov’egli stette la notte che ’l mettesti in molle, che chi che sia non l’avesse imbolato. Un altro dicea: — Questi cimatori sono tutti ladri. E un compagno del ritagliatore, che forse sapea il fatto, dicea: — Vuo’ ti dica il vero, gentiluomo? Ché non è molto che io udi’ dire che uno levò un braccio di panno fiorentino, e la sera l’attuffò, come tu facesti questo, in uno bigonciuolo d’acqua, e lasciovvelo stare tutta notte, la mattina quando andava per trarlo dell’acqua, egli lo trovò tanto rientrato che non vi trovò nulla. Dice Soccebonel: — Au, può esser cest? E que’ rispose: — Sì, può esser canestre. Or  così  costui  credendo  ingannare,  rimase  ingannato,  e  fu  per impazzarne; e la cappa di cielo tornò che non arebbe coperto un ciel d’un piccol forno; e la cappa da barons si convertì in un mantellino, che parea un saltamindosso. E così avviene spesse volte che tanto sa altri quant’altri.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � su per uno ponte, menando l’addomandatore con lui, mostrando l’ombre de’ buoi nell’acqua, giudicò quelli essere i buoi suoi, e che quelli pigliasse; così racconterò in brevità quattro judicii dati per uno podestà di Firenze, chiamato messer Rubacone, venendo tutti e quattro in favore d’un semplice e nuovo uomo, chiamato Begnai. Innanzi che questo Podestà fosse stato due mesi in officio, essendo questo Begnai su uno ponte, che allora era di legname, venendo gran fiotto di gente a cavallo dall’altra parte, fu costretto Begnai di salire su la sponda, che era di legno, non molto larga. Di che, passando la gente allato a lui, e’ fu sospinto e cadde in Arno addosso a uno che si lavava le gambe, il quale se ne morì. I parenti del morto fanno pigliare Begnai a furore, e dinanzi a questo Podestà domandono che sia morto, conciossiacosa ch’egli ha morto il tale. Il Podestà, considerando il caso, come che la legge dica: “Chi uccide dee  essere  morto”;  contastava  agli  accusatori.  E  fra  l’altre  cose,  dicendo eglino: “Noi vogliamo il nostro onore”, el Podestà disse: — E io ve lo voglio dare, e voglio che voi vi vendichiate; e ’l modo è questo, e questa sentenzia do: che questo Begnai si vada a lavare i piedi in Arno, là dove il morto se gli lavava, e uno di voi, de’ più distretti al morto, vada su la sponda del ponte, donde cadde costui, e caggia addosso a lui. A costoro parve avere mal piato e non sapere che rispondere, e abbandonarono la questione, e Begnai fu lasciato. La seconda cosa fu che, essendo caduto uno asino a uno lavoratore, e non potendosi levare, il lavoratore l’aiutava dinanzi, pregò Begnai l’aiutasse di drieto; e Begnai, pigliandolo per la coda e tirandolo in su quanto potea, la coda gli rimase in mano. A quel dell’asino parendo essere diserto, ricorse al detto Podestà, e fece richiedere Begnai; e ’l Podestà di questo caso, udendo Begnai allegare che credea che la coda dell’asino fosse meglio appiccata, scoppiava delle risa. E quel di cui era l’asino, dicea: — Io non ti dissi che tu gli divellessi la coda. Il Podestà dice: — Buon uomo, menatene l’asino a casa, ché, perché non abbia coda, e’ porterà bene la salma. Colui rispondea: — O con che s’arrosterà dalle mosche? Onde il Podestà giudicò che ’l buon uomo se ne menasse l’asino suo, e se non volesse, Begnai se lo tenesse tanto elli che rimettesse la coda, e poi glielo rendesse. Begnai rimase libero, e ’l villano se nel menò a casa sua così Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � XCVII ... bocca, facendo: Sciu, u, u, u. Il prete, o frate che vogliamo dire, come la vede con quest’atti, dice in verso la ciovetta: — E tu l’ha’ tue? E scagliando il calice verso lei con tutto il vino disse: — E tu t’abbi or questo al nome del diavolo. Come ebbe scagliato il calice, e quelli vede l’ostia in su l’altare, e non comprendendo ch’ella fosse stata sotto il calice, dice: — Ecco che ci ha aùto paura, e perciò l’ha reportato qui —; e volgendosi al popolo disse per miracolo come la ciovetta avea furata l’ostia, e che per paura della gittata di quel calice verso li suoi occhi strabuzzanti l’avea renduta, e riposta su l’altare, e aveasi ritenuto il vino. La ciovetta parea che intendesse queste cose, guardando ora il prete, ora il cherico, ora il populo, continuo, ora chinando il capo a terra, e ora levandolo in alto, schiacciando col becco, facea: Sciu, u, u, u. Quelli che erano con qualche intendimento ivi alla messa, non poteano tenere le risa. Altri villani croi e grossi diceano: — O nella mal’ora, a che ci tiene frate Sbrilla la ciovetta presso all’altare, s’ella ci fura il corpo di Cristo? E troppo bene lo credeano. Frate Sbrilla, minacciata la ciovetta che non starebbe più in quel luogo, fecesi dare le ampolluzze al cherico, e rifornì il calice col vino, e compieo la messa. E  a  questo  modo,  e  tra  così  fatte  mani,  e  così  discreti  sacerdoti  è condotto il nostro Signore; che spegnere se ne possa il seme!
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
414 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � codimozzo per lo migliore. La terza cosa fu che a Begnai venne trovato una borsa con quattrocento fiorini; e colui che l’avea perduta, andandone cercando, Begnai gli la rendeo: poi fa questione, quelli di cui era la borsa, con Begnai, e dice che vi sono meno fiorini cento. Colui risponde: — Io te la do com’io la trovai. Va la questione dinanzi a questo Podestà, il quale udendo, dice a chi domanda: — Come è da credere, se costui avesse voluto far male, che te gli avesse renduti di sua volontà? — No, — dicea colui, — e’ mia erano fiorini cinquecento. Dice il Podestà: — Or via, io giudico che Begnai tenga questa borsa di fiorini quattrocento, tanto che tu truovi la tua di fiorini cinquecento; salvo che se tu se’ contento pigliarla come te l’ha data, tu l’abbi, sì veramente che tu sodi che, se questa di fiorini quattrocento fosse d’altrui, di restituirla. Costui se la prese e arrose il sodamento, e Begnai fu liberato. La quarta e ultima avvenne quasi nell’ultimo del suo officio; e fu che, andando Begnai a cavallo alla fiera a Prato, quando fu verso Peretola, s’accompagnò, come incontra, con certi che erano a cavallo con donne; di che, avendo Begnai il cavallo un poco spiacevole, cominciò a gittarsi addosso a un altro in su che era una donna gravida, la quale ne cadde in terra per forma che si scipòe. Il marito e’ fratelli vanno con l’accusa dinanzi al Podestà; e richiesto Begnai, comparisce dicendo che elli per sé non fu elli, anzi fu il cavallo, il quale mai non avea conosciuto, né aveali favellato. E ’l Podestà dice: — In fé di Dio, Begnai, che tu se’ un gran malfattore, tante cose ho aùte a finire de’ fatti tuoi! E voltosi a quelli della donna, dice: — Che domandate voi? E quelli dicono: —  Messer  lo  Podestà,  parvi  convenevole  che  costui  abbia  fatto sconciare questa donna? E ’l Podestà dice: — Voi udite che non ha colpa elli: e’ cavalli son pur bestie; che se ne dee fare? E quelli rispondono: — E noi come riabbiamo la donna nostra gravida com’ell’era? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
XCVIII Benci Sacchetti trae ad una brigata un ventre della pentola e mandaselo a casa per il fante, e in iscambio di quello mette nella pentola una cappellina. Nella città di Vinegia furono già certi mercatanti fiorentini, i quali per lunga dimora aveano presa amistà e compagnia insieme, per tale che le più  volte  mangiavano  insieme,  e  spesso  recava  ciascuno  la  parte  sua,  e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 183 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � accozzavano insieme, e faceano tanisca, e per quello che io udisse già io scrittore da mio padre, il quale fu principio della presente novella, egli era uno  Giovanni  Ducci,  Tosco  Ghinazzi,  Piero  di  Lippo  Buonagrazia, Giovannozzo di Bartolo Fede, Noddo d’Andrea, ch’ancora è vivo, e Michel Cini, e Benci del Buon Sacchetti, e certi altri. Avvenne per caso che Giovanni Ducci, el Tosco, e Piero di Lippo, facendosi una vitella grandissima e bella,  feciono  borsa,  e  comperorono  il  ventre  per  mangiarlo  la  seguente domenica a cena, e fra loro puosono che niente se ne dicesse: ché, se gli altri compagni il sapessono, non lo potremmo avere in pace, poco ne toccherebbe per uno. Disse il Tosco: — Così si vuol fare, ché io n’ho aùto voglia un gran pezzo: io intendo farne corpacciata. E così tennono il segreto, e messer Gherardo Ventraia fu portato a casa Giovanni Ducci. Quella medesima mattina, che era sabato, andando, com’è d’usanza, Benci  e  Noddo  a  vedere  la  beccheria,  per  comperare  per  la  domenica, capitorono al desco dove la detta vitella si vendea. Dice l’uno: — O questa è bella carne. — Ben di’ vero. — Quanto la libbra? E comperaronne una pezza. E pesandola il beccaio, dice: — Gnaffe! i compagni vostri ebbono poco fa il ventre. Dice Benci: — O chi? E ’l beccaio dice: — Giovanni Ducci, e tale, e tale. — E a casa cui andò il ventre? Dice il beccaio: —  A  casa  Giovanni  Ducci;  e  là  pare  a  me,  che  lo  mangeranno doman da sera. Dicono costoro: — Or sia con Dio. Tolgono la carne, e partonsi; e tornando a casa, dice l’uno all’altro: — Questa cosa non vuole andare a questo modo.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
415 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E ’l Podestà dice: — E io voglio giudicare questa questione così; che voi mandiate la donna  a  casa  di  questo  Begnai,  e  tanto  la  tenga  che  la  renda  gravida com’ell’era. Udendo ciò costoro, se n’andorono, e non la mandorono a Begnai; di che elli rimase libero. Venuto il tempo del sindacato, ebbe il Podestà assai petizione sopra le faccende di Begnai, allegando che non avea seguìto né la legge, né gli statuti del Comune. Il Podestà dicea: — La migliore legge che si possa usare è quella della verità e della discrezione; però che la legge dice: “Chi uccide dee essere morto”; ma egli è  grandissima  differenza  da  una  morte  a  un’altra;  ché  sono  morti  che potrebbono meritare premio, non che avere pena di morte, e sono morti che meriterebbono mille morti. E pertanto conviene che qui sia uno mezzo che pigli un’altra via che seguire le leggi; e questa via conviene che sia il discreto rettore, come che io non sia di quelli, ma per discrezione e per bene ho giudicato. Li sindachi, udendo li judicii dati per lui, e spezialmente quelli di Begnai, dissono tutti che non meritava pur d’essere prosciolto, ma d’avere uno grandissimo onore dal Comune. E tanto feciono co’ Signori, che con li loro consigli ordinorono che ’l detto Podestà avesse uno pennone e una targa dal popolo di Firenze. E questo fu lo primo che si desse a’ nostri rettori. Volesse Dio che oggi si dessono discretamente, come per li tempi passati si davono. Allora si davano per rimunerare la virtù, oggi per compiacenza o per amistà.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Dice Noddo: — Gnaffe! io piglierò la tenuta doman da sera a buon’otta. Dice Benci: — Noddo, e’ la non vuole andare a cotesto modo; vuo’ tu lasciar fare a me? Dice Noddo: — Sì bene. Dice Benci. —  Non  dir  nulla;  io  credo  far  sì  che  noi  aremo  il  ventre,  ed  egli avranno la broda; sta’ cheto, e non dir nulla: fa’ ch’io ti truovi domane due ore innanzi ora di cena, e farai com’io ti dirò, e vedrai il più bel giuoco che tu vedessi mai —; e così si fermarono. Benci, tornato a casa, va cercando d’uno fodero di cappellina vecchio bianco, e per avventura n’ebbe trovato una cappellina, la quale avea usato già il padre della donna sua che era grandissima e sucida; levonne il panno e tolse il fodero, e apparecchiò una bisaccia, e dentro vi misse il detto fodero; e trovò uno aguto di mezzo braccio, e feceli dalla punta un poco d’oncino, e misse nella bisaccia. Trovate queste masserizie, l’altro dì su l’ora imposta si trovò con Noddo, ed ebbono Michele Cini, che era sensale di mercatanzia, e strettisi insieme, dice Benci: — Io non so, Michele, se tu sai questo fatto; la cosa sta sì e sì. Michele fu tosto accordato. Dice Benci: —  Tu anderai un poco innanzi, e chiamerai la Benvegnuda, che ti rechi  la  chiave  del  fondaco,  e  che  tu  voglia  vedere  qualche  balla  di mercatanzia; Noddo e io intreremo dentro, e tu la tieni a bada quanto puoi; volgi e rivolgi le balle, e digli che t’aiuti; e andremo su alla cucina, e lascia fare a noi. E così ordinorono, menando Benci un suo fante in mantello con la bisaccia e con l’altre masserizie. E Michele Cini giugne, e picchia l’uscio, e chiama la Benvegnuda, che rechi la chiave del fondaco. La Benvegnuda viene subito con le chiavi. Dice Michele: — Va’ apri, ché voglio veder certe balle per farle vendere a Giovanni. Dice la Benvegnuda: — Serrate l’uscio. Dice Michele: — Giovanni è presso, che ne viene co’ mercatanti; lascialo pur stare aperto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXCVII Il  canonaco  de’  Bardi  fiorentino  si  richiama  di  ser  Francesco  da  Entica, perché  non  volle  prestare  il  ronzino  a  Aghinolfo;  e  messer  Bonifazio  da Savignano dà il judicio. Qual fu più nuovo judicio o più piacevole che quello che diede messer Bonifazio da Savignano Podestà di Firenze nella presente novella contro a ser Francesco di ser Giovanni da Entica? il quale era sì trascurato che aven- 416 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E così fece. Andato ella per aprire il fondaco, la brigata della bisaccia entrano dentro, e vanno alla cucina. Quando Michele vede andato su Benci con gli altri, va nel fondaco, che la Benvegnuda avea aperto, e quivi volgi e rivolgi, aiutandogli la fante per buon spazio. Benci e gli altri, ch’erano in cucina, trovorono messer Gherardo che bollia forte, e Benci subito recasi in mano le masserizie, che parea volesse travagliare, e cava fuori l’aguto uncinuto e lo fodero della cappellina; e cacciato nella pentola il detto uncino, piglia messer Gherardo con la sua donna monna Muletta; e traendolo fuori del laveggio, il mise nella bisaccia, e diello al fante, e disse: — Vanne a casa, e non dir nulla. Andato il fante, Benci caccia il fodero della cappellina arrovesciato nella pentola, e pisciovvi entro, e coperta com’ella stava, s’uscirono della cucina, e scendendo la scala, per l’uscio ancora aperto se n’uscirono fuori. Michele, che era con la Benvegnuda nel fondaco, quando crede essere stato assai dice: — Per certo Giovanni Ducci ha aùto qualche storpio; serra il fondaco, e io anderò a saper quello che fa. La Benvegnuda così fece. Michele s’andò con Dio, e sul Rialto trovato Noddo, che scoppiava di risa, dice: — Ov’è Benci? Dice Noddo: — E ito a casa a far trarre il ventre della bisaccia, e metterlo in una pentola a fuoco, perché se avesse manco di cotto, che si cuoca; e dissemi, quando fosse ora, noi andassimo là a cena. E così feciono: ché su l’ora della cena Noddo e Michele con la maggior festa del mondo andarono a manicare il detto ventre, aspettando la gran festa che doveano avere di questa novella. Dall’altra parte la brigata che avea comperato il ventre, s’avviano andare a cena. Dicea Piero per la via: — Io ho aùto voglia d’un ventre ben un anno, e non m’è venuto fatto d’averlo. Dice il Tosco: — Altrettal te la dico. Dice Giovanni: — Istasera ce ne caveremo la voglia —; e così ragionando, giunsono a casa: — O Benvegnuda, fa’ che noi ceniamo.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � do a vedere una carta compiuta dal canonaco de’ Bardi, per consiglio che volea da lui, e ’l detto calonaco ritornando per essa, quelli cercò tutta la casa, e non potendola trovare, dicea: — O tu non me l’arrecasti, o io te l’ho renduta —; e in fine, non potendola avere, e dicendo la novella il canonaco alla piazza con certi  a Ponte Rubaconte, da indi a un mese e’ porci di Santo Antonio passando, l’uno avea una carta in bocca. Coloro udita la novella e passando il porco, dicono: — Quella serà la carta tua —; e seguendolo certi famigli, a gran pena la  riebbono,  la  maggior  parte  morsecchiata  e  rotta,  come  quella  che  un mese era stata in la loro jurisdizione, ed era dessa. E così si gittava ogni cosa a’ piedi, e la sua porta era sempre ròsa o da cani o da porci, sì che v’era sempre l’entrata per lo buco che s’aveano fatto. Di che, essendo costui scorto un poco per pecorino, spezialmente da’ Bardi suo’ vicini, Aghinolfo de’ Bardi gli chiese un dì un suo ronzino da soma per andare o mandare a una sua villa. Quelli disse che non potea, però che l’avea a mandare per suoi fatti; e non disse però il vero. Di che Aghinolfo convenne ricorrere ad altrui, e accattonne uno dal calonaco suo consorto; il qual ronzino, o per soperchia fatica, o per che che si fosse, tornò guasto al detto calonaco; il perché, veggendo avere come perduto il suo ronzino, e pensando che ciò fosse intervenuto perché ser Francesco da Entica non gli avea voluto prestare il suo; e considerando quello che ser Francesco avea fatto della sua carta, e quanto era di materiale condizione, e ancora avendo singulare conoscenza col detto Podestà, pensò di richiamarsi di lui; ma prima da sé a lui gli l’andò a dire: e dicendoglilo, ser Francesco disse: — Motteggi tu? Il calonaco disse: — Io dico dal miglior senno che io ho. Dice ser Francesco: — E qual legge hai tu trovata che dica cotesto? E quelli rispose: — E’ ci è una legge e ordine, e honne aùto buon consiglio. Dice ser Francesco: — Ben veggio che io non ho ancora apparato; ché io per me non la trova’ mai. Dice il calonaco:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Data l’acqua alle mani, si posono a tavola. La Benvegnuda avea subito fatta la suppa, come si fa, con le spezie e tutto; e caccia il manico del romaiolo nella pentola, trae fuori, e mette in uno catino sì subito che avveduta non si fu di quello che era; ma subito porta a tavola quello e la suppa; e costoro cominciano a manomettere la suppa, e manicando truovano i taglieri, e fatto venire dell’aceto, e tutti scoperto il catino, e prese le coltella per tagliare un pezzo del ventre, mena il coltello, partire non si potea, e stettono buon pezzo. Alla per fine dice uno: — O che è cotesto? Dice l’altro: — Non so io, piglialo, e tiralo su. — Buon buono! o che diavolo è questo? a me par’egli una cappellina. — Una cappellina? Chi avea della suppa in bocca, getta fuori: — Alle guagnele, che noi ce n’abbiamo una... Chiama la Benvegnuda; ed ella giugne: — Buon pro vi faccia. — Tu sia la malvenuta, — dice Giovanni Ducci, — o che ci hai tu recato in tavola? Dice quella: — Hovvi recato un ventre che voi mi mandaste. Dice il Tosco, ch’era levato ritto, e stava dal lato di fuori: — Guata se egli è ventre. E levalo suso alto. Dice la Benvegnuda: — Oimè, che vuol dir questo? Dice il Tosco: — Vuol dir panico pesto —; e aperta questa cappellina, essendo la fante volta per tornar nella cucina, gli lo cacciò in capo. La fante gettalo in terra: — Che diavolo è questo che voi fate? Dice Giovanni: — Vie’ qua: dimmi il vero, chi c’è venuto? Ed ella dice: — Venneci Michele Cini. Dicono costoro: — I nostri compagni ce l’hanno calata.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Volete voi dir altro? E quelli dice: — Che altro? deh va’ in buon’ora, va’. E colui risponde: — Sia al nome di Dio —; e volte le spalle, ne va diritto al Podestà, e informalo di questa faccenda, e fallo richiedere per lo primo dì juridico. Come ser Francesco si sente richiesto, dice: — Alle guagnele! che par che dica da dovero! E trovando Aghinolfo gli dice: — O questa è ben bella novella che ’l calonaco si richiami di me: perché io non ti prestai il ronzino mio, dice che io gli debbo mendare il suo che tu gli hai guasto; se menda si venisse, tu gliel’averesti a fare tu. Dice Aghinolfo: — Se voi avete a fare col calonaco, e’ me ne incresce; io non ho a mendare nulla; quando io serò chiamato, io risponderò. Dice ser Francesco fra sé stesso: “L’uno dice male e l’altro peggio; va’ abbi a fare con maggiori di te! Costoro pare che mi vogliono rubare; io venni a stare qui tra le maggioranze, poteva avere nel Canestruccio una casa per un pezzo di pane, ed era presso a’ palagi de’ rettori: or togli ser Francesco, va’, sta’ allato a’ maggiori di te: Dio m’aiuti; io ho la ragione, vedremo che fia”. Venuto il dì della richiesta, e ser Francesco è dinanzi al rettore; là dove il calonaco dice ordinatamente tutta la sua domanda. E ’l Podestà dice all’altra parte: — E tu che di’? Dice ser Francesco: — Che ne pare elli a voi? Dice il Podestà: — Sono io Podestà, o tu o io, ché tu domandi me? A  ser  Francesco  parve  nuovo  introito  questo  per  lui,  e  chiese perdonanza, dicendo: — Io vi prego che voi mi facciate ragione. E  allegando  l’una  parte  e  l’altra,  ser  Francesco  allega  uno  testo  di messer Bartolo da Sassoferrato. Dice il calonaco: — Io non dico che ’l ronzino sia sferrato, anco dico ch’egli è guasto, e non che ’l ronzino, ma tutto il basto è rotto. — Buono buono! — dice ser Francesco di ser Barbagianni, — io
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E sappiendo come Michele era venuto, e ciò che avea fatto e detto, l’ebbono per lo fermo; dicendo Piero: — Io ho ben veduto Noddo molto ridere da dianzi in qua. Dice l’altro: — Come che ci abbiano fatto la più sucida beffa che noi avessimo mai, io credo ci abbiano fatto molto bene; avevamo diviso la compagnia per un ventre. Dice Giovanni: — Truovaci qualche marzolino; e metti questa cappellina in bucato, ché io la vorrò rendere al Benci, che debb’essere stato il principio di tutto questo fatto. Dissono gli altri: — Me’ faremo a mandarlilo ora —; e tolgono uno piattello, e coprono; e dicono: — Va’, di’ a Benci che Giovanni Ducci gli manda del ventre della vitella. E così giugnendo a Benci con l’ambasciata e col presente, dice Benci: — Di’ che gran merzè; ma che ’l tavernaio l’ingannò, ché cotesto è di pecora, e non è di vitella. Ritorna il fante, e dice quello che Benci e gli altri hanno detto, e ch’egli era di pecora. Dice il Tosco: — Ed egli ben ci ha trattato come pecore. E con tutto questo, quelli che l’ebbono, e quelli che ’l doveano mangiare,  furono  troppo  contenti  di  sì  bella  beffa;  e  poi,  trovandosi l’uno con l’altro, tutti rideano a un modo, per tale che tutta  Vinegia otto dì n’ebbe piacere. Oggi  se  ne  ucciderebbono  gli  uomini;  e  nota  che  da  questo  si dice:  “Egli  ha  fatto  una  sucida  beffa”  però  che  quella  cappellina  era sucidissima. E così si davano i mercatanti diletto, e insieme, di ciò che si faceano, erano contenti, e aveanlo a caro. Ma io credo bene che poi sia intervenuto il contrario; però che le risa son quasi per tutto convertite in pianto per li difetti umani, o per li iudicii divini.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � allego uno dottore di legge che ebbe nome messer Bartolo da Sassoferrato, e non dico di ronzino sferrato. Dice il calonaco: — Io vi farò ben mostrare all’avvocato mio il contrario in cotesto medesimo dottore. Brievemente, il Podestà e ’l collaterale suo dissono e allegorono tanto in contrario del detto ser Francesco che quasi egli si credette avere il torto. E quando il Podestà l’ebbe condotto dove volea, disse che per lo migliore accordasse il calonaco o che si compromettessino in avvocati comuni; e così fecero. Li quali avvocati furono anco partecipi di questo piacere, e in fine feciono o di tutto o di gran parte il calonaco contento. E così arrivò ser Smemora, per non rigovernare sì la carta ch’e’ porci di Santo Antonio non gli l’avessin tolta; e ’l calonaco e Aghinolfo se ne goderono di questa novella più mesi, e ’l Podestà non si stette. Ser Francesco ne rimase stordito affatto, ché fra se stesso pensava pure se questo fatto era  sogno  o  se  era  da  dovero;  e  trovato  che  era  pur  vero,  e’  dicea  in  sé medesimo: “O io non ho bene apparato, o io sono smemorato”; e quasi mai non se ne diede pace. Egli allegava al calonaco Sassoferrato, e ’l calonaco sapeva lo ’nforzato, e con quello vinse la questione.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � XCIX Bartolino farsettaio, veggendo la sua donna esser molto nera, con belle parole la morde, come ch’ella non mostrasse intenderle. Bartolino  farsettaio  menò  moglie  una  donna  vedova,  la  quale  era nerissima; e la sera andando al letto, questa donna era tutta spogliata, e sedea sul letto, segnandosi, dicendo sue orazioni. Bartolino era già coricato, e  non  coricandosi  la  donna,  e  quelli  la  guata,  e  pareagli  ch’ella  fosse  in gonnella  monachina,  però  che  le  carne  sua  aveano  quel  colore.  Dice Bartolino: — Spogliati, e vatti al letto. Dice la donna: — Io sono spogliata. Bartolino la tocca; ed ella squittisce. — O di’ tu di vero? entra sotto. Ed ella entrò. Questo ho detto per tanto ch’ella era nerissima, tanto che fra l’altre volte Bartolino desinando una mattina carne di castrone, e oltre disse facesse molto bene della salsa, ché n’era vago. Venneli innanzi piccola scodellina di salsa. Dice Bartolino: — O che vuol dir questo, che io ho sì poca salsa? La donna disse: — E’ non si trovorono dell’erbe. Dice Bartolino: — E’ mi pare bene che se ne trovassino, che tu te l’hai mangiata, per tal segnale che tu hai il viso tutto verde. Dice la donna: — E’ non è quel che tu credi. — O che è? — È che io mi voglio levare questa carne salvatica di sopra, che per lo stare in contado è arrozzita. Dice Bartolino: — Datte ben fatica, che poi che tu foste mia moglie t’ha’ fatto più volte  il  dibuccio,  come  che  tu  creda  che  io  non  me  ne  sia  avveduto;  e quanto più cavi, più mi pare che truovi il nero; e però per lo mio amore, donna mia, non cavare più, però che tu potrai trovare lo ’nferno, tanto
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Avvenne per caso che moltiplicando costui in avanzare, molto più che non facea con le forbicine o col rasoio, gli venne pensiero una mattina, credendo essere rimaso nella chiesa dirieto a tutti gli altri, d’andare dopo la porta e mettere la borsa de’ cento fiorini sotto uno mattone dell’ammattonato; ché già avea veduto come quello spazzo stava. E così come avea pensato, fece, non credendo che alcuno fosse nella chiesa rimaso che ’l vedesse. Era per  avventura  rimaso  nella  chiesa  uno  Juccio  pezzicheruolo  che  adorava dinanzi a santo Giovanni Boccadoro, il quale adorando, vide ciò che Cola razolava, ma non sapea lo ’ntrinseco; onde elli aspettò tanto che Cola si fu partito, e subito andò nel luogo drieto a quella porta, e guardando, vide un mattone fuori di forma mosso dagli altri, e con uno coltello quasi come una lieva levatolo suso, vide il borsello; e subito se lo recò in mano, e racconciò il mattone come prima, e con li detti danari se n’andò a casa sua, per animo di non manifestarli mai. Avvenne  per  caso  che  innanzi  che  passassono  tre  dì  il  cieco  ebbe voglia di sapere se il suo era dove l’avea sotterrato; e colse tempo, e andò al mattone sotto il quale avea nascoso il suo tesoro, e levandolo, e cercando della borsa, e non trovandola, gli parve stare assai male; ma pur ripose il mattone in suo stato, e malinconoso se n’andò a casa. E là pensando come in un punto avea perduto quello che a poco a poco in gran tempo avea acquistato, gli venne in pensiero acuto, come a’ più de’ ciechi interviene, che egli la mattina vegnente chiamò un suo figliuolo di nove anni, e disse: — Vieni, e menami alla chiesa. E ’l fanciullo ubbidì al padre; ma innanzi ch’elli uscissi di casa, l’ebbe nella sua camera, e disse: — Vie’ qua, figliuol mio: tu verrai meco alla chiesa, non ti partire da me; sederai dov’io nell’entrata della porta, e quivi guarderai molto bene tutti uomeni e donne che passeranno, e terrai a mente se niuno vi passa che mi guardi più che gli altri, o che rida, o che faccia alcuno atto verso me, e tieni a mente chi egli è: sapra’ lo tu fare? Dice il fanciullo: — Sì. Informato il fanciullo, il cieco ed ello se n’andorono alla chiesa, e puosonsi alla posta loro. Il fanciullo, stando attento a’ comandamenti del padre, stette tutta quella mattina alla mira di ciascheduno, e in brieve e’ s’accorse che questo Juccio, passando, avea affisato e sorriso inverso il cieco
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � anderai giù. La donna disse: — Deh, ben istà; io voglio pur comparire come l’altre, e non voglio parere una manimorcia. Dice Bartolino: — Or fa’ che ti piace, ch’egli è meglio a mio parere che tu cuopra il tristo, anzi che tu lo scuopra. La donna disse: — Non so che tristo; se io sarò trista, io me n’avrò il danno. E se mai si fece uno dibuccio, da questa volta in là se ne fece quattro, tanto  che  ella  diventò  un’aringa  nera,  e  col  suo  senno  s’andò  sempre  al mercato, parendoli esser bellissima; e Bartolino stette contento, e alla mostarda e alla salsa. Molto è ingannata la donna di sé per lo vizio della vanagloria; e quanto più si vede nello specchio sozza, meno si conosce; ma con nuove arti s’ingegna pur di comparire, non lasciando stare né ’l viso, né alcuno membro come Dio l’ha creato; e non pensa che la più bella che sia, in piccol tempo, come un fiore, vien meno, e diventa secca nell’ultima vecchiezza, e in fine diventa uno testio.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � padre. Ed essendo venuta l’ora di tornare a casa a desinare, prima che salisse il cieco col figliuolo la scala, il cieco fece l’esamine, e disse: — Figliuolo mio, hai tu veduto niente di quello che io ti dissi? Disse il fanciullo: — Padre mio, io non ho veduto se non uno che vi guardò fiso e rise. E ’l padre disse: — Chi fu? E quelli disse: — Io non so come s’ha nome, ma io so bene ch’egli è pizzicheruolo, e sta qui presso da’ Frati minori. Dice il padre: — Saprestimi tu menare alla sua bottega e dirmi stu ’l vedi? Il fanciullo dice di si. Il cieco levò via ogni dimoranza, e dice al fanciullo: — Menami là, e stu lo vedi, dimmelo: e quando favello con lui scostati e aspettami. Il fanciullo guidò il padre tanto che lo trovò alla stazzone che vendea formaggio, e disselo al padre, e accostollo a lui. Come il cieco l’udì favellare con quelli che compravono, conobbe lui essere Juccio, col quale, quando avea la luce, ebbe già conoscenza; e così seguendo, disse che gli volea un po’ parlare da sé e lui in luogo secreto. Juccio, quasi sospettando, il menò dentro in una cella terrena, e dice: — Cola, che buone novelle? Dice Cola: — Frate mio, io vegno a te, e con gran fidanza e con grande amore: come tu sai, egli è buon tempo che io perdei il vedere, ed essendo in povero stato con gran famiglia, m’è stato forza di vivere di lemosina; e per grazia di Dio e per bontà e di te e degli altri Orvietani, io mi trovo avere fiorini duecento, de’ quali fiorini cento ho in un luogo a mia petizione, e gli altri ho dati in serbanza a più mia parenti che in otto dì gli averò. E pertanto, se tu vedessi modo di pigliare questi duecento fiorini, e farmi per amore di messer Domeneddio quella parte di guadagno che ti paia convenente per sostenere e me  e’  miei  figliuoli,  io  ne  serei  molto  contento,  però  che  in questa terra non è alcuno in cui più mi fidassi, e non voglio che di ciò si faccia alcuna scrittura, e che niente se ne dica e che niente se ne sappia. Sì che io ti priego caramente, che che partito tu pigli, che di ciò che io t’ho detto mai per te non se ne dica alcuna cosa; però che tu sai che come si
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
C Romolo del Bianco dice al frate in Santa Reparata, predicando dell’usura, che predichi di quelli che accattono, però che ivi erano tutti poveri. Una piccola novelletta m’è venuto voglia di raccontare di uno vecchierello fiorentino, il quale ha bene ottant’anni, ed è ancora vivo, e ha nome Romolo del Bianco. Costui ha le più nuove parole del mondo alle mani, e la maggior parte come filosofiche. Andando di quaresima costui alla predica che si fa la sera alla chiesa maggiore di Santa Reparata, alla qual predica vanno tutti poveri lavoranti di lana, poi che sono usciti, e serrate le botteghe, e fanti e fante e servigiali ancora a quella vanno; uno giovane frate romitano ogni sera predicava dell’usura, e che ciascuno si guardasse dal prestare, però ch’ell’era quella cosa che conducea l’uomo a dannazione; e poi ritornava pure in usura e su’ contratti inleciti. Quando Romolo del
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � sapesse  che  io  avesse  questi  danari,  tutte  le  limosine  che  mi  sono  date mancherebbono. Juccio, udendo costui e immaginando di potere tirare l’aiuolo anco a’ fiorini cento, disse a Cola assai parole, e di tenerli credenza, e che l’altra mattina tornasse a lui e risponderebbegli. Il cieco si partì, e Juccio, preso tempo, il più tosto che poté andò con la borsa, che ancora non avea tocca, alla chiesa, e sotto quello mattone donde l’avea tolta, la ripose: però che ben s’avea pensato ch’e’ fiorini cento che Cola dicea avere a sua posta erano i fiorini cento che avea sotto il mattone riposti, ed elli, perché la faccenda degli altri cento non mancasse, andò e riposevegli. Cola dall’altra parte immaginò che nel dire di Juccio “domattina ti risponderò” fosse da credere che per avere gli altri cento potrebbe intervenire che, innanzi che facesse la risposta, ve gli riporterebbe: andò quel dì medesimo alla chiesa, e pensato di non essere veduto, levò il mattone, e cercato sotto trovò la detta borsa; la qual subito si cacciò sotto, e rimise il mattone sanza curarsene troppo, e tornossi a casa, avendo la buona notte; e la mattina vegnente andò a udire Juccio. Il quale come lo vide, gli si fece incontro dicendo: — Dove va il mio Cola? Cola disse: — Io vegno a te. Entrati in luogo segreto, disse Juccio: — La gran confidenza che mi porti, mi fa sforzare a fare ciò che domandi; fa’ d’avere li duecento fiorini: per di qui otto dì io farò una investita di carne salata e di cacio cavallo, ch’io credo guadagnare sì che io ti farò buona parte. Dice Cola: — Sia con Dio; io voglio andare oggi per fiorini cento, e forse anco per gli altri, e recherottegli; fammi poi quel bene che tu puoi. Disse Juccio: — Va’ con Dio, e torna tosto, poiché ho deliberato fare questa investita, però che messer Comes raguna per la Chiesa gran gente d’arme, e credesi che faranno capo grosso qui; e’ soldati son molto vaghi di queste due cose. Sì che, va’, procaccia, ché io credo farne molto bene e per te e per me. Cola n’andò, ma non con quell’animo che Juccio credea, però che ’l cieco accecava ora l’alluminato. E venuto l’altro dì, Cola con un viso tutto malinconoso n’andò a Juccio, il quale, veggendolo, tutto ridente gli si fece incontro, e disse: — Lo buon giorno t’incappi, Cola.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Bianco assai ha bene udito di questa usura, levasi su, e dice: — Messer lo frate, io ve l’ho creduto dire già è parecchie sere, ma sommene tenuto, ché credea che voi uscisse a predicare d’altra matera che dell’usura; ora mi pare che voi non sete per predicare d’altro; io vi voglio far chiaro che voi vi perdete le parole, però che quanti voi ne vedete a questa predica accattano, e non prestano, ché non hanno che, e io sono il primo. E però, se voi ci sapete dare alcuno conforto sopra li nostri debiti e sopra che dobbiamo dare altrui, io ve ne priego; quanto che no, e io e gli altri che ci sono, potremo fare senza venire alla vostra predica. Il frate, e tutta la predica, come smemorati guatavono onde questa boce  venìa,  però  che  v’era  buio,  che  quasi  non  vedea  l’un  l’altro;  e  pur scorsono che era Romolo del Bianco, dicendo tutti: — Egli ha molto ben ragione, ché non c’è alcuno di noi che non abbia più debito che la lepre. E ’l frate da quindi innanzi predicò della povertà, come con pazienza si volea comportare; dicendo spesso: “Beati pauperes, ecc.”, e fu loro grandissimo conforto per le parole che Romolo avea predicate al predicatore. E però conviene che il predicatore sia sì discreto che se predica a una gente in una terra, che sieno ricchi per usure, molto li riprenda su questo, e se predica a’ poveri, li conforti su la povertà; se sono macolati di sfrenate concupiscenze, contro a quelle dicano, e da estorsioni, sì di ruberie, e di guerre, e così degli altri vizii de’ fare il simile; acciò che non sia ripreso da uno pover uomo come fu colui.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Disse Cola: — Ben lo vorrei avere comunale, non che buono. Dice Juccio: — E che vuol dir questo? Dice Cola: — Male per me, ché dov’io avea riposti cento fiorini, non gli ci truovo, che mi sono stati furati; e quelli miei parenti dov’io avea in serbanza gli altri cento in più partite, chi mi dice non gli ha e chi peggio; sì che io non ho altro che strignere le pugna, tanto dolore ho. Dice Juccio: — Questa è dell’altre mie venture, ché, dove io credea guadagnare, perderò fiorini cento o più; ed ècci peggio, che io ho quasi fatta l’investita; ché, se colui che m’ha venduta la mercanzia vorrà pur che ’l mercato vada innanzi, io non so di che mi pagare. Dice Cola: — E’ me ne pesa quanto puote per te, ma per me me ne duole molto più forte, che rimango in forma che mal potrò vivere, e converrammi ricominciare a fare capital nuovo; ma, se Dio mi fa grazia che mai io abbia più nulla, io non gli ficcherò per le buche, né ad alcuna persona, se fosse mio padre, gli fiderò o darò in serbanza. Juccio, udendo costui, pensò se si potesse rattaccare in su’ cento che gli parea avere perduti, e dice: —  Questi  fiorini  cento  che  hanno  i  parenti  tuoi,  se  tu  gli  potessi avere  e  darmegli,  io  m’ingegnerei  d’accattare  gli  altri  cento,  acciò  che  la investita andasse innanzi: e questo facendo, potrebbe molto ben essere che innanzi che fosse molto, tu te ne troverresti duecento in borsa. Dice il cieco: — Juccio mio, se io volesse appalesare i fiorini cento de’ parenti miei, io me ne richiamerei e serebbemi fatto ragione, ma io non gli voglio far palesi, perché io averei perduto le limosine, come si sapesse. E pertanto io gli fo perduti, se già Iddio non gli spirasse, sì che da me non isperare alcuna cosa, poiché la fortuna ha così disposto: come che io rimanga, io per me, veggendo  la  tua  buona  disposizione,  la  quale  era  di  farmi  ricco,  reputo d’averlo  ricevuto  e  d’avere  in  borsa  fiorini  duecento,  come  se  tu  l’avessi fatto, però che da te non è mancato. Una cosa farò, che io farò fare l’arte a un mio amico, se nulla mi potesse dire di chi fosse stato; e se ventura ce ne
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � era bellissima quanto potesse essere. E ’l detto Giovanni era spesse volte domandato: — Perché hai tu per soprannome dello ’nnamorato? E quelli rispondea: — Perché sono innamorato della grazia di Jesu. E quasi da tutti era tenuto un santo, e spezialmente da queste tre romite, le quali a lui erano molto devote. E questo Giovanni dicea che era innamorato di Jesu, e molto segretamente era innamorato più della bella romita. Andò questo Giovanni un dì fuori di Todi a una religione di monaci presso a tre miglia, e tornando la sera tardi per mal tempo freddo e nevicoso, giunse a quel romitorio a ora che in Todi non serebbe entrato, sì era sera, e ciò fece bene in prova. Giunto là, picchia la ruota. — Domine, chi è? Risponde: — Sono il vostro Giovanni dello ’nnamorato. — O che andate voi facendo a quest’otta? E quelli dice: —  Io  andai  istamane  alla  tale  badìa,  e  sommi  oggi  stato  con  don Fortunato, e ora tornava a Todi, e l’ora tarda e ’l tempo reo m’hanno condotto qui, e non so che mi fare. A questo romitoro non era presso né casa né tetto. Dicono le romite: — Che fu a muovervi così tardi? Dice l’Apostolo: — E’ non è stato sole, li nuvoli m’hanno ingannato: poiché la cosa è qui, io vi priego che mi mettiate un poco costì dentro al coperto. Dicono le romite: — O non sapete voi che noi non ci mettiamo persona? Dice l’Apostolo: — E’ non s’intende per me, che sono quel che voi, dalla parte del Signore: e ancora il caso della notte, e del tempo che qui m’ha condotto, è cosa  di  necessità;  e  voi  sapete  che  ’l  nostro  Signore  ci  comanda  che  noi aiutiamo quelli che sono in necessità. Le donne, ch’erano vergini, dierono fede alle suo parole, e apersonli. Quando viene che, dette l’ore e mangiato un poco, si debbono andare a posare, dice Giovanni:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � venisse, io tornerò da te: fatti con Dio, ché io non ci voglio dormire. Dice  Juccio:  —  Or  ecco,  va’  e  ingegnati  con  ogni  modo,  se  puoi rinvenire e riavere il tuo; e se ti venisse ben fatto, tu sai dov’io sto, se niente ti bisogna; datti pace il più che tu puoi e vatti con Dio. E così finì l’investita del cacio cavallo e della carne insalata, la qual non si fece; e ’l cieco raddoppiò il suo, e tra sé stesso se ne sollazzò un buon tempo, dicendo: “Per santa Lucia! che Juccio è stato più cieco di me”. E ben dicea il vero, ch’elli avea preso l’alluminato alla lenza, aescando cento fiorini per riavere gli altri. E non è perciò da maravigliare, però che i ciechi sono di molto più sottile intendimento che gli altri; ché la luce il più delle volte, mirando or una cosa e or un’altra, occupa l’intelletto dentro; e di questo si potrebbono fare molte prove, e massimamente una piccola ne conterò. E’ seranno due che favelleranno insieme: quando l’uno è a mezzo il ragionamento, passerà una  donna  o  un’altra  cosa,  quelli,  guardando,  resta  il  dire  suo  e  non  lo segue; e volendolo seguire, dice al compagno: — Di che diceva io? E questo è solo che quel vedere occupò lo ’ntelletto in altro; di che la lingua, la quale era mossa dallo ’ntelletto, non poté seguire il corso suo. E però fu che Democrito filosofo si cavò gli occhi per avere più sottili intendimenti. Juccio dall’altra parte si dolea, parendoli avere perduto fiorini cento; e dicea fra sé: “Non mi sta egli molto bene? io avea trovato cento fiorini, e volevane anche cento, il maestro mio mi dicea sempre: “Egli è meglio pincione in mano che tordo in frasca’; e io non l’ho tenuto a mente; però che io ho perduto il pincione e non ho preso il tordo, e uno cieco m’ha infrascato; ché veramente egli ha aùto cento occhi, come li cento fiorini, a farmi questo; e’ mi sta molto bene, che non mi bastava d’avere li cento, che l’avarizia mi mosse a volerne anche cento. Or togli, Juccio, che avevi comprata la carne insalata, ché ben fu vero che io comprai fiorini cento la carne del cieco, che è bene stata per me la più insalata che io comprasse mai”. E non se ne poté dar pace buon tempo; dicendo a molti che li diceano: “Che hai tu?” rispondea che avea perduto in carne insalata fiorini cento. E ben gli stette, però che chi tutto vuole, tutto perde; e lo ’ngannatore molto spesso rimane appiè dello ingannato.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Andatevi pure a dormire, io mi dormirò su questa panchetta. Aveano queste un lettuccio solo, e dicono: — Noi ci getteremo su queste casse, e tu ne va’ nel letto. Brievemente, non volle; ma disse: — Andatevi al letto, e io mi dormirò in qualche modo. Costoro  se  n’andorono  in  questo  letticciuolo;  la  bella  si  colicò  da capo, e un’altra allatoli dalla proda lungo il muro, e da piede lungo il muro si colicò la terza. E stando un poco, dice una romita: — Giovanni, e’ ci incresce di te, considerando il freddo che è. Dice Giovanni: — Io il sento bene, e ho ben paura che non mi dia qualche beccata, che io triemo tutto —; e piglia una lucerna che v’era accesa, e dice: — Io voglio andare qui in cucina, e accenderò un poco di fuoco —; e ito là, sul focolare non era fuoco. Come ciò vide, s’immaginò: “S’io spengo la lucerna, fuoco non c’è più, io verrò meglio ad effetto de’ fatti miei”; e spenta la lucerna, dice: — Oimè, io volea accendere un poco di fuoco, ed egli è spento la lucerna. — Come ci farai? — disse la più bella romita. Dice Giovanni: — Poiché qui sono (e accostasi alla lettiera) io enterrò in questa proda qui da’ tuo’ piedi —; e tastando con le mani, s’abbatte a toccare il viso alla romita; e andando in giù, entrò in quella proda, e dice: — Perdonatemi, che meglio è fare così che morire. Le romite stavano chete più per vergogna che per altro, e forse alcuna dormìa. Come Giovanni è nel letto, egli era piccolo, non potea fare non toccasse  della  bella  romita,  e  prima  i  piedi,  i  quali  erano  morbidissimi. Dicea Giovanni: — Benedetto sia Jesu Cristo, che sì belli piedi fece. E dai piedi tocca le gambe: — Benedetto sie tu, Jesu, che sì belle gambe creasti. Va al ginocchio: — Sempre sia lodato il Signore, che così bel ginocchio formò. Tocca più su le cosce: — O benedetta sia la virtù divina, che sì nobil cosa generò. Dice la romita: — Giovanni, non andar più su, ché c’è lo ’nferno.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CXCIX Bozzolo mugnaio, essendogli mandato grano a macinare, e con la guardia d’un fante che non si partisse acciò che non lo imbolasse, fa pescare la gatta, e imbola più che mai. Assai meglio seppe fare in su l’altrui Bozzolo mugnaio dalle mulina degli Angetti che non fece Juccio in tenere fiorini cento trovati; però che costui, avendo voce del miglior mugnaio, e di colui che miglior macinato facesse gran tempo, e togliendosi molto bene del grano altrui, come i più fanno, nella fine il più coperto ladro divenne che quasi mai macinasse grano, però che, avendo quasi recati al suo mulino la maggior parte de’ Fiorentini, nella fine se gli fece suoi fratelli, dividendo con loro per metà quello che gli era portato. Avvenne per caso che Biancozzo de’  Nerli, gentiluomo fiorentino, avendo mandato più volte al suo mulino per la gran fama che di lui udiva, e sì del buon macinato, e sì della lealtà, e in fine, trovando la cosa non riuscire  alle  forfici,  ma  di  male  in  peggio,  trovando  più  l’una  volta  che l’altra scemare la farina di quello che dovea; e andando insino al mulino Biancozzo de’ Nerli più volte, e’ dice a Bozzolo che la farina gli tornava quando meno il quarto e quando il terzo, che ciò più non potea sofferire se non lo ristorasse. Rispose Bozzolo, come i suo’ pari ancora fanno: — E’ non dee potere essere; ché così m’aiuti Dio e san Brancazio, di cui  sono  divoto,  che  lealmente  fo  i  fatti  vostri;  ma  nel  vostro  grano  ha molto del vòto. Dice Biancozzo: — Io non so che vòto; io ti dico del pieno, e se non mi ristori, lo mi richiamerò di te. Risponde Bozzolo: — Fate così: mandateci chi che sia che ’l rechi e non si parta, tanto che sia macinato, e vederete se è mio difetto o del grano. Dice costui: — Or bene, tu m’hai inteso —; e vassi con Dio. E da ivi a pochi dì ebbe a mandare a mulino, e pensossi per le parole del mugnaio mandare un suo fante che avea nome Nutino; e fatto trovare il grano, gli comandò che con esso andasse a mulino, e mai non si partisse né dalla macina, né dalla tramoggia, che avesse a casa ritornato la farina. Il
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Dice Giovanni: — E io ho qui con meco il diavolo, che tutto il tempo della mia vita ho cercato di metterlo in inferno —; e accostasi a costei, mettendo il diavolo in inferno, come che con le mani un poco si contendesse. E dicea: — Che è questo, Giovanni, che tu fai? noi ci saremmo tutte confessate da te, e io spezialmente, e tu tieni così fatti modi. Dice Giovanni: — Credi tu che Jesu abbia fatta la tua bellezza perch’ella si perda? Non lo credere. Quando  Giovanni  fu  stato  quello  che  volle,  tornò  alla  sua  proda. L’altre due romite, che forse aveano fatto vista di dormire, dice quella che è allato a Giovanni da lato del muro: — O che trigenda è questa istanotte, Giovanni? In verità di Jesu, che tu ci fai poco onore, e non dovevi entrare nel letto nostro. Dice Giovanni: — O santa sie tu; che credi tu che io abbia fatto altro che bene? Io non ci ho detto parola che non abbia lodato il Salvadore. E poi, non pensare che alla vostra fragilità se non fosse aiutato, il demonio piglierebbe gran possa sopra di voi; e quello che io ho fatto appunto sta così —; e fassi verso costei, e comincia a’ piedi, come all’altra; e tutto, come avea fatto a lei, fece a costei. Sentendo la terza il tramestio, ed essendo stata in ascolto, dice: —  In  buona  fé,  Giovanni,  se  noi  t’aprimmo,  tu  ce  n’hai  renduto buon merito. Dice Giovanni: — Sciocche che voi sete! credete voi che ciò che io ho fatto sia altro che bene? Credete voi che molte rinchiuse come voi non si disperassono, se alcuno  mio  pari  spesse  volte  non  desse  loro  di  questi  conforti?  Voi  sete giovani, e sete femine: credete voi che per questo ne diminuisca la gloria di Dio in voi? E voi sapete che con la sua bocca disse che noi provassimo ogni cosa, e quello che è buono tenessimo. E questo è anco a’ miei pari utilissimo, però che, come io abbia questo abito, sono pur uomo, e spesso mi assaliscono gli amorosi desiderii; e a questi non è modo che s’attutassino mai, se non si domassono e’, come si domano, con voi. E io così ho fatto e farò quanto sia di vostro piacere, e non più.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � fante si partì, e disse di così fare. Giunto al mulino, dice a Bozzolo: — Questo grano è del tale; pregati tu lo macini testeso ché vuole che io ne riporti subito la farina. Dice Bozzolo: — Egli ha preso sfidanza, e io voglio lasciare ogni altra cosa per servir lui. E messo il grano nella tramoggia, e cominciato a macinare, e Nutino postosi a sedere appresso, fu tutt’uno. E stando Nutino molto attento, vedendo Bozzolo che non potea sbozzolare come volea, come avea ordinato chiamò la Saccente, che così avea nome la moglie, e dice che scenda dal palco e meni la gatta, ché vuole andare a pigliare parecchi pesci. Nutino al suon della macina cominciava quasi a sonneferare; ma a quello della gatta gli uscio il sonno, e levandosi disse: — Questo ben voglio vedere. E così la donna scende d’una scaletta con una gatta legata e col guinzaglio  a  mano  e  con  un  frugatoio,  il  quale  diede  a  Bozzolo  che  avea  il bigonciuolo da pesci già recatosi in mano, e uscendo dell’uscio si mettono in via. Nutino, avendo tutto considerato, dice in sé medesimo: “Non è, dovesse andare quanto grano fu mai, che questo io non vada a vedere”; e uscito del mulino, tiene drieto a costoro. Come Nutino è di fuori e segue la gatta, dentro il garzone del mugnaio, come ordinato era, s’attacca al grano di  Nutino il meglio che puote; tanto che quasi avvenne come del buon cotto, ché a mezzo torna. La brigata, che su per la riva con la gatta andavono pescando, non pigliavono pesci; il mugnaio col frugatoio percoteva l’acqua, con diversi atti guatando la gatta; Nutino smemoratino tralunava; il fante del mugnaio rinsaccava. Bozzolo, poiché un pezzo ebbe menato la giumenta al torneo, dice: — Per certo egli è mia sventura che quasi in tutto uguanno non sono uscito più a pescare con la gatta, che io non abbia preso almeno una libbra, che gli averei mandati a Biancozzo de’ Nerli; non si può più: altra volta ci ristoreremo. E ritorna a mulino, e dietro a lui Nutino, il quale giunto, disse: — Come! è macinato? Disse il garzone del mulino: —  Presso  tieni  il  sacco  —;  e  comincia  a  mettere  la  farina,  e  così empiendo dicea: — Mai se si rammarica di questo, ben dirò che non sia mai d’aver più fede in persona.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Dice questa romita: — Voi dite che il nostro Signore dice che si vuole provare ogni cosa, e ’l buono ritenere, io non ho provato nulla, sì che io non so quello ch’io mi debba ritenere. Dice Giovanni: — Io lodo Dio, toccando li membri, e cominciando dal piede —; e accostasi a costei: — e quando io son qui allo ’nferno, e io v’attuto el mio diavolo entro —; e così fece, come all’altre, ed ella si stette, perché le some furono ragguagliate. E Giovanni, fatta tutta la cerca, si ritornò al luogo suo là dove trovò i  piedi  più  morbidi;  e  riposatosi,  e  dormito  un  pezzo,  ritornò  alla  bella romita a confortarla, e spegnere, il fuoco a lui, la quale non si contendea troppo. La mattina per tempissimo levandosi, disse: — Suore mie, io vi ringrazio quanto posso della vostra carità, che ver me usaste ier sera, ad accettarmi in questa vostra casetta santa; quello Signore che mi ci condusse dia grazia e a voi e a me di salvare l’anime nostre, rendendovi quel merito che desiderate. A me pare essere già levato in alto verso Jesu parecchie braccia, essendo stato con la vostra santità. Se io ho a far per alcun tempo alcuna cosa, fate di me sicuramente come dovete. Elle rispondono: — Giovanni, noi ti preghiamo che ti sia raccomandato questo piccolo romitorio, e che esso vegni a vicitare come tua casa; va’ nella pace di Dio. E così si partì, che parea, quando giunse a Todi, uno cappone vero. E più tempo continuò questa così fatta vicitazione, per forma che diventò, di fresco e colorito, quasi magrissimo e pallido, e andava onesto,  che  parea  San  Gherardo  da  Villamagna,  essendo  tenuto  santo;  e quando morì ogni uomo e femina gli andava a baciar la mano, dicendo che facea miracoli. Or guardate quanto è nascosa la ipocrisia del mondo, che colui ch’era della condizione di sopra scritta si fece più tosto santo nella sua fine. O quanti ne sono tenuti santi e beati, che le loro anime non vi sono  presso  per  la  ipocrisia  che  sempre  regnò;  e  troppo  è  difficile  a poter cognoscere il cuore, o gli segreti dentro dell’uomo.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Piene le sacca, e Nutino portò la farina; e giunto a casa dice: — Per certo, se questo non è buon lavorìo, mai non ne fia alcuno. E così stando, el signore chiama Nutino, e dice: — Come hai fatto? — Signore mio, bene; ho recato farina da far fanciulli maschi. Chiama la fante, e dice: — Abburatta, e misura com’ella è tornata. La fante, abburattata che l’ebbe e misurata la sera, truova le sei staia di grano esser tornate quattro di farina; e dicelo al signore. Il signore adirato chiama Nutino, e dice: — È da fanciulli maschi questa farina? anzi è da figliuoli delle forche, che sie mort’a ghiado, ch’io credo che tu ne sia stato col mugnaio. Nutino si scusa. Il signore dice: — Dimmi il vero e non aver paura: partistiti tu mai dal grano? Quelli comincia a intrefolarsi. Dice il signore: — Di’ sicuramente. Allora il fante narra tutta la faccenda, e come la pescagione della gatta avea fatto il mugnaio; e che elli non se ne sarebbe mai tenuto che non fosse ito a vedere; e pertanto gli perdonasse; e se per partirsi dal mulino il mugnaio avea imbolato il grano, tutto il mettesse a sua ragione. Il signore si ristrinse nelle spalle, e disse: — Ogni cosa è d’ugn’anno; vatti con Dio, ché da’ furti de’ mugnai non veggio di potersi mai guardare. Una cosa farò, che Bozzolo mai non mi sbozzolerà mio grano; portalo oggimai a’ frati d’Ognissanti. E Nutino così fece; stando ne’ tempi che vennono più attento a guardare il grano, sanza vedere pescare la gatta. Così è fatta l’astuzia de’ ladri, che con tutte le sottigliezze del mondo stanno avvisati di tòrre l’altrui; e se in alcuna gente è questo difetto, è ne’ mugnai. Da’ a peso e ritogli a peso, da’ a misura, sta’ a vedere e fa’ ciò che tu vuogli, che è? non c’è modo niuno che non imbolino, come ciascuno ha provato e tutto dì prova.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CII Uno tavernaio da Settimo, non potendo mettere e appiccare un porco alla caviglia, grida accurr’uomo e fa trarre tutto il paese: giunta la moltitudine, domanda aiuto, ed èlli fatto. Presso a Settimo è un luogo in su la strada che si chiama la Casellina, e sempre v’è stato un tavernaio che ha tagliato carne, e fra l’altre, bonissime vitelle e gran porci. Avvenne per caso che, essendovi un beccaio grassissimo, non è gran tempo, comprò un porco grassissimo, che pesava libbre quattrocento; e una mattina per tempissimo, avendolo morto, abbruciato e concio, volendolo appiccare alla caviglia, e levarlo da terra, per niuno modo il poté fare; e aiuto non avea, se non d’una sua donna, che gli avea aiutato insino allora, e abbruciare e fare, ed era poco prosperosa, e a quello poco gli potea dare aiuto Questo beccaio aspettò ben un’ora che passasse chi che sia, mai non vi passò persona; e se alcuno vi passò, era o femine o fanciulli che niente venìa a dire. Alla per fine, essendo costui trafelato e quasi come disperato di non lo potere appiccare alla caviglia, si rizza in punta di piedi, volgendosi attorno  attorno,  con  le  maggior  grida  che  gli  uscissono  di  bocca,  gridando: “accurr’uomo, accurr’uomo” per sì fatta maniera che duecento contadini che  erano  a  lavorare  per  li  campi  chi  con  marra  e  chi  con  vanga  trasse, dicendo: “Che è? che è?” avvisandosi fosse stato un lupo, che usava in quelle contrade, e avea morto assai fanciulli. Dice il beccaio: — Come, che è? Ho morto questo porco, ed egli ha presso che morto me, volendolo appiccare alla caviglia, e mai c’è passato chi m’abbia aiutato ben un’ora; e sono tutto trafelato, che mai simile fatica non durai; e però, fratelli miei, aiutatemi a levarlo, sì che io l’appicchi alla caviglia. E ’l romore si leva tra quelli che erano tratti: — Deh, tagliato sia tu a pezzi come tu taglierai cotesto porco —; diceano la maggior parte. — Dunque hai tu messo a romore questo paese, per appiccare un porco? Quelli si scusava: — Io non ho potuto fare altro; io l’ho fatto per voi, come per me, che l’avete a manicare. Altri diceano:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CC Certi gioveni di notte legano i piedi di una orsa alle fune delle campane di una chiesa, la qual tirando, le campane suonano, e la gente trae credendo sia fuoco. La precedente novella fu con danno e con le beffe; questa che seguita, fu d’una nuova beffa, quanto mai fosse alcuna, e con poco danno altrui; la quale sta in questa forma. Certi Fiorentini erano a cena in una casa di Firenze, la quale era non molto a lungi dal palagio del Podestà; ed essendo tra loro in quel luogo entrata una orsa, la quale era del Podestà ed era molto domestica, andando questa più volte sotto la mensa a loro, disse uno di loro: — Vogliàn noi fare un bel fatto? quando noi abbiamo cenato, conduciamo quest’orsa a Santa Maria in Campo, dove il vescovo di Fiesole tien ragione (ché sapete che non vi s’incatenaccia mai la porta) e leghiànli le zampe dinanzi, l’una a una campana, e l’altra a un’altra, e poi ce ne vegniamo; e vedrete barili andare. Dicono gli altri: — Deh, facciànlo. Era del mese di novembre, che si cena di notte; essendo in concordia, danno di mano all’orsa, e per forza la conducono nel detto luogo; ed entrati nella chiesa, si avviano verso le funi delle campane, e preso l’uno di loro l’una zampa e l’altro l’altra, le legorono alle dette campane, e subito danno volta,  andandosene  ratti  quanto  poterono.  L’orsa  sentendosi  così  legata, tirando e tempestando per sciogliersi, le campane cominciano a sonare sanza niuna misura. Il prete e ’l cherico si destano, cominciano a smemorare: — Che vuol dir quello? chi suona quelle campane? Di fuori si comincia a gridare: — Al fuoco, al fuoco. La Badìa comincia a sonare, perché l’Arte della lana è presso a quel luogo. I lanaiuoli e ogni altra gente si levano e cominciano a trarre: — Dov’è dov’è? In questo il prete ha mandato il cherico con una candela benedetta accesa, per paura che non fosse la mala cosa, a sapere chi suona. Il cherico ne va là con un passo innanzi e due a drieto e co’ capelli tutti arricciati per la paura; e accostandosi al fatto, si fa il segno della santa croce; e credendo che sia il demonio, il volgersi, e ’l fuggire e ’l gridare: in manus tuas, domine, è tutt’uno. Giugnendo con questo romore al prete, che non sapea dove si
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Io fo boto a Dio, che noi ti accuseremo al Podestà, e converrà che tu ci ristori dello scioperio nostro; e anco sarai condannato di mettere a romore questa contrada. Un’altra brigata, che vi davano poco d’essere stati scioperati, rideano il meglio che poteano, e vannone certi verso lui, e aiutanlo. Dice il tavernaio: —  Quella di coloro è cattiva discrizione, che dice m’accuseranno: che dovea io fare? Quelli che erano iti aiutarlo erano giovani, e diceano: — Tu di’ vero, e facesti quello che tu dovevi —; e levoronlo suso, e appiccaronlo alla caviglia. E ’l tavernaio disse loro pianamente: — Venite domattina asciolver meco, ché io voglio ch’e’ migliacci sien vostri. Egli accettarono e asciolverono molto bene la domenica mattina; poi  il  dì  ritrovandosi  a  loro  usanze,  quelli  savi  riprendeano  molto  il tavernaio, dicendo che gli si verrebbe gran punizione. Quelli giovani, che aveano aùti de’ migliacci, si volgeano a costoro, dicendo: — E’ vi par’esser più savi che Matasalao, e ciascun dice la sua: anzi fece molto bene; che dovea far costui, se non avea aiuto? Dicono quest’altri: — Ben foste di quelli che gli aiutasti; così spendeste voi l’avanzo del tempo vostro che ci avete a vivere. E dice un altro: —  Dio  il  volesse,  ché  noi  c’empiemmo  stamane  molto  bene  il corpo di quel porco con buon migliacci. — Oh, non maraviglia. — Se voi ve ne fate maraviglia, e voi v’abbiate il danno, che voi non ve ne ugneste il grifo. E così rimase la cosa, che i cittadini che erano attorno per le ville n’ebbono per buon pezzo piacere col beccaio della detta novella, avendolo molto per piacevole, più assai che non lo tenevono in prima. Ed egli diede sempre poi buona carne a quelli che l’aiutorono, e fece loro miglior mercato ch’agli altri. E però dice: “Servi, e non guardare a cui, e averai de’ migliacci”.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � fosse, dice: — Oimè! padre mio, che ’l diavolo è nella chiesa, e suona quelle campane. Dice il prete: — Come il diavolo? truova dell’acqua benedetta. Truova e ritruova, non ebbe ardire d’entrare nella chiesa, ma d’un buon galoppo per la porta del chiostro se n’uscì fuori, e ’l cherico drietogli. E giugnendo, molta gente trovò che cominciava a chiamare il prete, dicendo: — Dov’è il fuoco? E giugnendo fuori, essendo domandato: “Dov’è questo fuoco, prete?” appena potea rispondere, perché avea il battito della morte. Pur con una boce affinita e affiocata, dice: — Io non so di fuoco alcuna cosa, né chi suona queste campane; costui v’è ito (e dice del cherico) a sapere chi le suona; par che dica che gli pare la mala cosa. — Come la mala cosa? — rispondono molti; — reca qua i lumi; abbiàn noi paura di mali visi? chi ha paura si fugga. E avviandosi in là così al barlume, e veggendo la bestia, non scorgendo bene quello che si fosse, la maggior parte si tornano indietro, gridando: — Alle guagnele, che dice il vero! Altri più sicuri s’accostano e veggendo quello ch’è, gridano: — Venite qua, brigata, ch’ell’è un’orsa. Corrono là molti, e ’l prete e ’l cherico ancora; e veggendo questa orsa così legata, e tirare e nabissarsi con la boce, ciascuno comincia a ridere: — Che vuol dir questo? E non era però niuno che ardisse di scioglierla, e tuttavia le campane sonavono, e tutto il mondo era tratto. In  fine  certi  che  conosceano  l’orsa  del  Podestà  essere  mansueta, s’accostorono a lei e sciolsonla; avvisandosi i più che qualche nuovi pesci avessono fatto questo per far trarre tutti e’ Fiorentini. E tornatisi a casa, più dì  ragionorono  di  questo  caso,  e  ciascuno  dicea  chi  serebbe  stato.  I  più rispondeano: — Dillo a me e io il dirò a te. Alcuni diceano: — Chiunque fu, fece molto bene; ché sempre sta quella porta aperta, che non ispenderebbe né ’l vescovo né il prete un picciolo per mettervi uno chiavistello.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CIII Uno prete, portando il corpo di Cristo, e passando la Sieve con esso, il fiume cresce, ed elli s’aiuta, e con una bella risposta dice che ha campato il corpo di Cristo a certi che erano in su la riva. Presso a Sieve fu già un prete, il quale avea nome ser Diedato, ed era piacevole e non molto cattolico, il quale avendo a portare il corpo di Cristo a uno infermo, ed essendo stato venuto per lui di là dalla Sieve, e convenendo  che  il  detto  prete,  andando  a  comunicare  il  detto  infermo,  guadasse l’acqua, disse a quelli che erano venuti per lui: — Andatevene innanzi, e aspettatemi dalla proda di là dal fiume, sì che io veggia dov’è il passo, e poi ce n’anderemo insieme. Quelli, come il prete disse, così andorono. Andati che furono, il prete trova il corpo di Cristo e ’l cherico con la campanuzza, e mettesi in via, e giunti in su la proda per passare di là, ser Diedato e ’l cherico si mettono a passare. Il cherico avea una mazza e andava innanzi tastando il guado. E come spesso adiviene, che, essendo piovuto nel Mugello, la Sieve cominciò a crescere, quelli che aspettavano il prete su la sponda, gridavano: — Passate tosto, ché ’l fiume cresce. Quelli s’affrettano; l’acqua era già alla cintura al prete, e pur si studiava quanto potea, levando in alto le mani, con le quali tenea il corpo di Cristo; e l’acqua pur crescea tanto che gli giugnea al bellico. E nel vero si sarebbe molto meglio il prete difeso, se non che convenìa guardasse di salvare con le braccia alte il corpo di Cristo; pure, aiutandosi quanto poteo, a grandissima pena giunse alla proda, là dove erano quelli che l’aspettavono, li quali dissono: — Ser Diedato, voi avete molto da ringraziare il nostro Signore Jesu Cristo, il quale avete in mano, ché per certo noi vi vedemmo annegato, se non fosse stato il suo aiuto. Dice ser Diedato: — In buona fé, se io non avesse aiutato lui altrimenti che elli aiutasse me, noi seremmo affogati ed elli ed io. Disse uno di quelli: — E’ non mi dispiace la ragion vostra. E racconcio che si fu, col cherico insieme con la campanuzza si missono in via, e andarono a comunicare il detto infermo. E questa novella si divul-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E così terminò questa novella; e quelli che l’aveano fatto, erano in un letto e scoppiavono delle risa, essendosi fatti più volte alle finestre con gridare con le più alte voci che aveano: “Al fuoco, al fuoco ”; e quanta più gente traea, più ne godevano; domandando più che gli altri in quelli di che volle dir quello, per avere diletto di chi rispondea loro. E per ciò si dice: “Li nuovi uomeni, le nuove cose”. Costoro vollono o immaginoronsi di vedere la gente armata che trae al fuoco; ché per certo chi vi pon ben mente come compariscono, e, la è cosa d’avere diletto, a vedere le nuove cappelline, le nuove cuffie e le nuove cianfarde che recano, sanza le nuove chiocciole e’ nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche arme; sì che appena si conoscono insieme, sguarguatando l’uno insino in sul viso all’altro, prima che si conoscano. Ma più nuova cosa è a vedere l’usanza e l’avarizia de’ cherici, che tutte le chiese e le loro case lasciano andare a ruina prima che vogliano fare una piccola spesa. Così, per misertà d’un chiavistello di cinque soldi, stava la porta di questa chiesa aperta: ché molto meritava più il vescovo e ’l prete che quelli che legarono quest’orsa alle funi delle campane, l’avessono loro legata a’ coglioni.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � gò per tutto infino a Firenze, e nacquene quistione, più per diletto che per altro, quale aiutasse l’uno l’altro. E, bontà della nostra fede ch’è molto ampliata, li più diceano che ’l prete avea condotto ogni cosa a salvamento; essendo assai che allegavano a chi dicesse il contrario: — Se tu fossi in uno gran pelago e fossi per affogare, qual vorresti innanzi avere addosso, o ’l vangelo di Santo Giovanni, o la zucca da notare? Udendo questa ultima parte, tutti concorsono che vorrebbono innanzi avere la zucca. E così la ragione di ser Diedato fu confermata; e dell’altra, dove tutta la nostra fede de’ stare, ne fu fatto beffe. Quando io penso quanta fede è, via meno ne truovo che io non credo; però che ciascuno va drieto a quelle cose che giovano al corpo, e non all’anima. Il prete bestia volle dire che avea aiutato il nostro Signore, come se avesse gran bisogno dell’aiuto d’uno pretignuolo. Se lo disse per motti ancora fece gran male. L ’altro diede il partito d’una zucca vota al vangelo di Santo Giovanni; e noi siamo ben zucche vote, e nella fine ciascuno se n’ha vedere.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � questo era che gli accattasse una campanella, in quella forma che quelle di santo Antonio, solo per un dì, e poi tornasse da lei. Accattato questo buon uomo una campanella da chiesa, o da cui si fosse, con essa ne venne alla donna. Come la donna l’ebbe, che era di quaresima, dice all’amico: — Mo via, io voglio che tu venga con mi e con lo mio figliuolo alla pescheria,  e  comperami,  com’io  ti  dirò,  due  pesci,  uno  grande  e  uno picciolino; e quando gli averai tolti, metterai il picciolino mezzo in gola al grande, e con essi scoperti, che ogni uomo gli veggia, torneremo a casa; e ’l mio figliuolo averà in mano questa campanella e verrà presso a te sonandola; e io serò dall’altra parte. Se alcuno domanderà: “Che vuol dir questo?” laghe rispondere a me. L’amico si maravigliò forte, domandando per quello che ciò volea fare. La donna rispose: — Fa’ quello che io t’addomando, e pregoti; ché ancor oggi lo saperai e sera’ ne contento. Costui dice: — Io farò ciò che voi volete. La  donna  piglia  un  suo  mantello,  e  dà  la  campanella  al  figliuolo, ammaestrandolo che non sonasse, se non quando gli lo dicesse; e così si partirono tutti e tre una mattina, e andarono  alla pescheria. Giunti che furono là, la donna guarda e dice all’amico: — Compra quello luccio grande e compra uno di quelli pesci piccolini che sono all’altra banca. L’amico così fece; e aperta la gola al luccio, gli misse dentro insino al mezzo il pesce piccolo; e dicendoli la donna in che forma lo recasse, sì che ciascuno il vedesse bene, dice al figliuolo: — Sta’ allato a costui, e non restare mai di sonare la campanella —; ed ella dall’altro lato dicea: — Andiamo a casa. E messisi in via con questa novità mostrando il pesce, e ’l figliuolo sonando la campanella, la gente traea. Chi dicea: — Che è questo, madonna Cecchina? che vuol dir questo? Chi domandava in un modo e chi in un altro. A tutti rispondea ch’e’ pesci grandi si mangiavano i piccolini; e così continuo a tutti rispose, e mai non disse altro, tanto che giunse a casa. E avendo adoperata la voce, e ’l figliuolo la campanella, e l’amico mostrando l’esemplo, o che non fosse chi leggesse né chi intendesse, poco frutto ne seguì, se non che, fatto cuocere lo
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CIV Messer Ridolfo da Camerino, per avere diletto d’alcuno, dice a Bologna una novella vera, che par miracolo; e per gli altri gli è risposto con altre due novelle, più vere e incredibili che la sua. Essendo a Bologna messer Ridolfo da Camerino, generale capitano della Lega, che era col Comune di Firenze contro a’ Pastori della Chiesa, erano l’ambasciadori del Comune di Firenze, tra’ quali fui io scrittore, in quelli tempi che ’l cardinale di Genèva passò di qua co’ Brettoni. Ed essendo un dì a casa del detto messer Ridolfo e io e altri, appresso alla piazza de’ frati Predicatori di Bologna, e uno morto era portato a sepellire. Veggendo ciò messer Ridolfo, si volge a noi, dicendo: — Che nuova usanza ho veduto in alcun paese, che quando uno è portato alla fossa, drieto gli vanno una gran brigata, tra’ quali molti innanzi vanno in camicia cantando, e poi ne vanno drieto a costoro grandissimo numero d’uomini e di donne piangendo; e questi che piangono, in fine danno denari, e pagono quelli che cantano! Dice subito uno ambasciadore, che avea un poco del nuovo, e messer
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � pesce grande e piccolo, sel mangiarono a desinare tutti e tre. E questo fu a tempo ch’e’ Pigli erano signori di Modena. Io credo che assai intendessono la donna, ma feciono vista di non l’intendere. Sia certo ciascheduno che chi sostiene che le vedove e’ pupilli siano rubati con doloroso fine vengono a perdere il loro stato. E ben si dimostrò in questi che erano signori, ché ivi a poco tempo, perdendo la signoria, venne la terra sotto a quelli da Gonzaga. E nota, lettore, che quasi tutte le terre venute a signore, o a distruzione, ne sono stati cagione li cittadini possenti delle gran famiglie di quelle città che facendo divisione e contese fra loro, per essere ciascuno il maggiore, caccia l’uno l’altro e rimane la signoria a pochi, o a una famiglia, e poi dopo alcun tempo viene un solo, cioè un tiranno, e caccia coloro, e pigliasela elli. Esempli ne sono assai; ma quattro ne conterò che non è settant’anni che caddono in questa ruina. Cremona che in questo modo ne erano signori li Cuncioni; Parma che la signoreggiavono li Rossi; Reggio signoreggiavano quelli da Fogliano; e Modena detta gli Pigli, come detto è. Viene per caso che in Lombardia si creò una lega, forse a fine di pigliare queste terre, tra’ marchesi  da  Ferrara,  quelli  di  Gonzaga,  e’  Visconti  e  quelli  della  Scala. Questa lega tolse la signoria a quelli signori di queste quattro terre; e poi come elle erano quattro, così le divisono tra loro quattro. Li marchesi ebbono Modena, quelli da Gonzaga ebbono Reggio, i Visconti ebbono Cremona, e quelli  della  Scala  Parma:  e  anco  poi  e  Reggio  e  Parma  ha  raso  un  altro barbiere. E ciò non avviene se non ch’e’ signori contendono alle ambizione delle signorie, non curandosi di fare né ragione né justizia, sanza la quale ogni regno e ogni città viene a ruina.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Ridolfo se n’era accorto: — O dove si fa cotesto? A messer Ridolfo e gli altri vennono le risa grandissime, dicendo: — Fassi in ogni luogo. Ancora non lo intese. E io dissi: — E’ ci è via più nuova cosa, e non dirò di lunge di strani paesi, che io veggio in Bologna portare il vino nelle ceste e mangiare i cocchiumi delle botti. Ciascun dice: — Vogliàn noi fare a chi maggiore la dice? — Io non so che maggiore: non vedete voi che ora di vendemmia portare il mosto in quelli cestoni? Non vedete voi che mangiano per casa cocchiumi bianchi di botti? E così era. Dice un altro: — Quando io venni in Bologna, io trovai più nuova cosa, ch’io mi scontrai  in  uno,  presso  di  qui  due  miglia,  che  avea  il  capo  di  ferro  e  le gambe di legno, e favellava con le spalle. — O questa è ben più nuova, — dicon tutti. Dice costui: — Ell’è più vera che l’altre. Dicono elli: — Deh, dicci come, se ti cal di me. — E io vel voglio dire: io trovai un uomo con una cervelliera in capo ch’andava a cogliere pine nel pineto di Ravenna, e andava a gruccie; e domandandolo se uno famiglio che io avea mandato innanzi, avea veduto, e quelli ristrinse le spalle, dicendo con esse che non l’avea veduto. Or così si raccontarono qui per diletto quelli veri che aveano faccia di menzogna. E ben v’erano de’ nuovi uomini, ché v’era tale che avea comprato oche, e turato loro gli orecchi con la bambagia, l’avea messe sotto la lettiera dove dormìa nell’albergo di Felice Ammannati, dicendo ch’elle non ingrassavono per lo star molto in ascolto, e non beccavono; e però avea turato loro gli orecchi. Ma io scrittore il posso dire di veduta, ch’ell’avevono appuzzato la camera con tutto l’albergo in forma che gli osti non vi voleano stare; e ben lo seppe Felice Ammannati che con tutto il puzzo ne fece di belle novelle, pigliandone con altrui gran diletto. E’ si conviene molte volte dare  inframesse  di  frasconi,  e  mostrare  di  nuove  novelle,  nate  da  nuovi uomeni,  come  erano  queste.  E  benché  nel  primo  dire  paiano  frasche  e bugie, nell’effetto son pur vere, e la novità degli uomini si truova di molti modi, i quali il più delle volte sono veri, e non paiono.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � onestà di grande cittadino che di signore; avvenne per caso che uno possente di quella città avea per confine una pezza di terra a una sua possessione, la quale era d’uno omiciatto non troppo abbiente; e volendola comperare e più volte fattone punga, e non essendovi mai modo perché quello omicciuolo il meglio che potea la governava, e mantenevasi la sua vita, e prima averebbe venduto sé che quella; di che, non potendo questo cittadino possente venire a effetto della sua volontà, si pensò usare la forza. Però che, essendo una piccioletta fossa tra lui e quell’altro per confine, ogni anno quasi quando s’arava la sua, pigliava, quando con un solco e un altro per anno, un braccio o più di quella del vicino. Il buon uomo, benché se n’accorgesse, non ardiva quasi dirne alcuna cosa; se non che con certi suoi amici secretamente si doleva; e tanto andò questa cosa oltre in pochi anni che se non fosse uno ciriegio che trovò nel detto campo che era troppo evidente a passarlo, però che ciascuno sapea il ciriegio essere nel campo di quello omicciuolo, e’ s’averebbe in poco tempo preso a poco a poco. Di che, veggendosi questo buon uomo così rubare, e scoppiando d’ira e di sdegno, e appena non potere non che dolersi, ma dirne alcuna cosa; come disperato, si muove un dì con due fiorini di moneta in borsa e va a tutte le gran chiese di Faenza, pregandoli e prezzandoli a uno a uno, che tutte le loro campane alle cotante ore dovessono sonare, pigliando ora disusata dal vespro e dalla nona. E così seguì; ch’e’ religiosi ebbono que’ danari, e al tempo dànno nelle campane gagliardamente, per forma che tutti quelli della terra dicono: — Che vuol dir questo? — guatando l’uno l’altro. Il  buon  uomo,  come  uscito  di  sé,  correa  per  la  terra.  Ciascuno veggendolo dicea: — O voi, che correte? O tale, perché suonano queste campane? Ed egli rispondea: — Perché la ragione è morta —; e in altra parte dicea: — Per l’anima della ragione, ch’è morta. E così col suono delle campane gittò questo detto per tutta la terra, tanto che ’l Signore, domandando perché sonavono, e in fine, essendoli detto non saperne altro se non quello che ’l tal uomo andava gridando; il Signore mandò per lui, il quale v’andò con gran paura. Come il Signore il vide, disse: — Vie’ qua; che vuol dir quello che tu vai dicendo? e che vuol dire el
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CV Essendo amunito messer Valore che muti foggia, mettesi il cappuccio a gote, che mai più non l’avea portato. Messer Valore de’ Buondelmonti, del quale adrieto è assai dimostrato chi fu, usando sue diversità e sue nuove maniere, fu uno dì da’ suoi consorti amunito che se non mutasse foggia elli lo metterebbono in luogo che se n’avvedrebbe che l’avessino per male. Messer Valore risponde a costoro: —  Io  v’ho  inteso,  e  non  vi  bisogna  più  dire,  che  siate  certi  ch’io muterò foggia, poiché voi volete. Ed e’ risposono: — Fatelo per lo vostro migliore, sì che noi ce n’avveggiamo. E quelli disse: — Io lo farò. E vassene a casa, e chiama “Mamma” (una sua madre che ave’ ben novantacinqu’anni, ed egli n’avea settantacinque); e dice quello che gli hanno detto e’ suoi consorti e ch’ella gli truovi li suoi cappucci, ch’egli intendea di portare il cappuccio a gote, che sempre l’avea portato a foggia. E trovatone uno largo, la mattina sel mise, e uscì fuori col cappuccio a gote, e andando per Firenze, pensate nuova cosa che parea, ché sempre l’avea portato a foggia. Chi lo vedea, dicea: — O che è questo, messer Valore? io non vi conoscea; avete voi i gattoni? — Anzi ho mutato foggia, che m’hanno detto i miei consorti che se io non muto foggia, che mi metteranno in prigione; e però siate mie’ testimoni che io l’ho mutata. E così andò per Firenze rispondendo a chiunque il domandava, tanto ch’e’ consorti dissono un dì. — Messer Valore, ancor son questi de’ modi? Onde messer Valore, per disperato, e per levarsi loro dinanzi, se n’andò in contado a Montebuoni, e là facea sue faccende: e fra l’altre un dì facea fare un muro a terra; e arrivando là certi suoi vicini, dicono: — Che è questo, messer Valore? o voi murate a terra, e riprenderesti tutti gli altri uomini? Dice messer Valore: — Egli è meglio tenere a terra che vendere a calcina; e’ mi conviene essere buon garzone, ch’e’ consorti miei m’hanno minacciato e non voglio-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � suono delle campane? Elli rispose: — Signor mio, io ve lo dirò, ma priegovi che io vi sia raccomandato; il tale vostro cittadino ha voluto comprare un mio campo di terra, e io non gli l’ho voluto vendere; di che, non potendolo avere, ogni anno quando s’è arata la sua, ha preso della mia, quando un braccio e quando due, tanto ch’egli è venuto allato a un ciriegio che più là non può bene andare, che non fosse molto evidente; che benedetto sia chi ’l piantò! ché se non vi fosse stato, e’ s’avea in poco tempo tutta la terra. Di che, essendomi tolto il mio da uomo sì ricco e sì possente, e io essendo, si può dire, un poverello, non sanza gran pena sostenuta e soperchio dolore, mi mossi come disperato a salariare quelle chiese che hanno sonato per l’anima della ragione ch’è morta. Udendo il Signore il motto di costui, e la ruberia fattali dal suo cittadino, mandò per lui; e saputa e fatta vedere la verità del fatto, fece restituire la terra sua a questo povero uomo, facendo andare là misuratori, e darli di quella del possente allato a lui tanta quanta tolta gli avea della sua; e fecegli pagare due fiorini che avea speso in fare sonare le campane. Questa fu gran justizia e gran benignità di questo Signore, come che colui meritasse peggio; ma pur, ogni cosa computata, ella fu gran virtù la sua, e la justizia del povero uomo non fu piccola, e dove dicea ch’elle sonavano per la ragione che era morta, e’ si potrebbe dire ch’elle sonorono per far  resuscitare  la  ragione.  Le  quali  oggi  potrebbono  ben  sonare  che  ella resuscitasse.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � no  ch’io  porti  foggia;  e  quando  voi  ne  vedete  alcuno  di  loro,  vi  priego dichiate come io sono disposto e come io fo masserizia. E così si partirono, ed egli stette più tempo in contado, e le sue cose uscirono di mente a’ suoi consorti. Avea presa la forma e avea passato settantacinque anni; impossibile era che mutasse foggia dell’animo: quella del cappuccio fu agievole a mutare. Vecchio di tempo e nuovo di costumi, come che siano differenti, rade volte si parte l’uno dall’altro.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � quale era Gregorio XI, e l’altra parte ricorse a’ Genovesi, e in loro commettendo la detta questione, si misono le castella nelle mani del Papa, e che nella fine desse le castella a colui di cui elle erano. Al tutto si vide che quelli castellani alcuna ragione non aveano nelle castella del detto barone di Spartano,  e  così  si  diffinì.  Sentendo  ciò  il  detto  barone,  che  per  questo  era andato a Vignone, attese con ogni sollecitudine e spèndio di riavere la tenuta di quelle castella, delle quali era stato fuori durante la detta questione. Il Papa, tra che la corte avea in quelli tempi assai che fare, e anco perché chi ha preso sa mal lasciare; tenne questa cosa tanto per lunga che questo buon uomo, avendo speso assai denari che avea portato, vi stette ben tre anni innanzi che potesse riavere le sue castella. Onde un dì per disperato s’andò al Papa, e disse: — Padre santo, io sono stato qui circa tre anni per la tale questione delle mie castella, delle quali me ne spodestai, e sotto la vostra clemenza le commisi, e ancora così sono. Avete veduto e terminato che a me debbono ritornare, e io ho consumato tanto tempo e ancora non le posso riavere; di che io vi dico così, che quando io venni qui, io ci recai un sacco pieno di denari, e uno pieno di verità, e un altro pieno di bugie: quello de’ danari ci ho tutto speso, e altresì quello de’ veri ho tutto e speso e consumato, restami quello delle bugie, non ho altro a che por mano. Io prego caramente la vostra benignità che mi vogliate restituire le mie castella, altrimente io comincerò a spendere il sacco delle bugie, e non avrò con che tornare a casa. Vogliate adunque farmi ragione, se la domando, e a me serà somma grazia; e non vogliate che io consumi e spenda il terzo sacco, com’io ho speso quelli due, e che io mi ritorni a casa con qualche cosa. Il Papa, udendo costui, e sentendosi trafiggere e ancora comprendendo che non avea più che spendere, diede sorridendo certe scuse, e l’altro dì spacciò e scrisse la lettera che le castella del barone Spartano gli fossono rendute. Ed egli, tolta la lettera e preso commiato dal santo Padre, si ritornò a casa e riebbe la tenuta delle sue castella. Grande e lunghissime sono le corti, come ch’ell’abbiano nome corti; ma maggiore è l’avarizia che le fa essere lunghe, e spezialmente quella de’ cherici che mai non ispacciano, infino ch’e’ danari durano, pelando i cattivelli, come credo fosse pelato costui: ché è venuto a tanto il mondo che tutte le cose che si fanno, chi ben considera, non hanno riguardo se non a’ danari, a tirare a sé. E assai cose se ne potrebbono dire, le quali serebbono tutte parole al vento; e però non voglio più stendermi sopra la presente materia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CVI Una moglie d’uno orafo riprendendo il marito d’avere aùto a far con altra, ed elli riprende lei per simigliante cosa; ed ella risponde che l’ha fatto in utile della casa, e vince la quistione. Nel borgo alla Noce nella città di Firenze fu già uno orafo d’ottone, e avea una sua moglie molto cortese della sua persona, ed elli se n’avvedea in gran parte; ma per lo migliore, e per aver pace, sel tacea. Avvenne caso che questa donna infermò, ed ebbe lunga malattia, per tale che il marito alcuna volta s’era infardato con un’altra trista, e alla donna, o moglie che vogliamo dire, era la detta cosa venuta agli orecchi; di che cominciò ad avere parole col marito, e tra molte parole cominciò a dire: — Tu hai uno grande pensiero de’ fatti miei, che mentre che io sono stata per morire, e tu se’ stato or con una trista, or con un’altra. Dice il marito: — Oggimai dich’io che tu se’ guarita, poiché tu cominci a squittire. — Che squittire con la mala pasqua! Sì, che io sono coccoveggia. Parevati mill’anni che io morisse; non t’è venuto fatto. So che tu stavi a barba spimacciata, per torti poi una di queste tue triste. Dice il marito: — Io son certo che qualche buona panichina t’ha messo nel capo questi imbratti. — Ben che tu se’ imbratto e vituperio con tuo’ struffinacci: va’ struffinati con essi quanto tu vuogli che a me non t’accosterai tu più, sozzo can vituperato. Quando costui ha assai udito, dice a costei: — Io mi sono assai stato cheto, e per li tempi passati e ora; ma io non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 202 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � mi  posso  più  tenere.  Deh  dimmi,  buona  femina,  che  ti  par  esser  Santa Verdiana che dava mangiare alle serpi: non credi tu che io sappia chi tu se’? e non ti misuri, e biasimi pur me, e taglimi legne addosso. Se fusse pur quel che tu di’, tu hai aùto male cotanto tempo, e teco non ho potuto usare, e per questo se io fosse ito ad altra femina, non sarebbe stato così grande avolterio, ma io che sono stato sano già cotanto tempo, e tu hai potuto usare con me come l’altre usano co’ loro mariti, e ha’ mi fatto fallo, e non credi forse che io lo sappia? ben lo so bene. Dice la moglie: — E tu tel sappi, che se io l’ho fatto, l’ho fatto in utile della casa col nostro lavoratore, che ci fa buona misura e dacci le staia colme. Ma tu l’hai fatto  in  danno  della  casa,  e  tu  ’l  sai  che  hai  messo  in  culo  a  queste  tue troiacce, e metti ciò che tu puoi. Dice il marito: — A me pare che tu sia fatta una trecca baldella; io non sono per perdermi più il fiato con teco. Dice quella: — Io ne son certa che tu lo vuoi ben perdere con l’altre. Dice il marito: — Sa’ com’è del fatto? fa’ come ti piace, che poco impaccio m’ho dato da quinci addietro, e vie meno me ne darò da quinci innanzi. Una cosa ti ricordarò: abbi a mente l’onore tuo e pensa che tu déi morire. Disse la moglie: — Pènsavi pur tu, che morrai prima di me. Disse il marito: — E così sia; tu m’hai ben fracido; io te la do per vinta. Dice la moglie: — E tuttavia mi di’ villania, sì che io sono quella che t’ho fracido; va’ domandane i cessami tuoi, se t’hanno fracido o eglino, o io, ché tu non fosti mai degno d’avermi, che maladetta sia la fortuna, ché mio padre mi potea maritare a Baldo Baldovini che serei stata con lui come gemma in anello; e poi mi diede a una bella gioia. Dice il marito: — Io ti dico che io te la do per vinta; lasciami vivere —; e volte le spalle, se n’andò alla bottega e tornossi nel modo suo di prima: che se avesse trovato con lei quello dello staio colmo, facea vista di non vedere. Ed ella, come buona massaia, sempre s’ingegnò di fare la faccenda in utile della casa, infin ch’ella poteo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
435 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CCIV Messer  Azzo  degli  Ubertini  nel  palagio  de’  signori  di  Firenze  riprende  uno soldato che si duole, domandando denari, in otto dì non essere spacciato, allegando sé per lo contrario. Molto fu più nuova cosa quella che al presente voglio raccontare, e io scrittore mi vi trovai. Nel tempo che il duca d’Angiò passò per venire contro al re Carlo terzo, come dicea, per vendicare la eccellentissima regina madonna Giovanna; e avendo lo Siri di Così con Marco da Pietramala e con altri preso Arezzo, e quasi in un’ora venendo la novella a Firenze di questa presura, parendo assai dolorosa, non stette molto che venne la novella che ’l duca d’Angiò era morto; la quale fu un prezioso unguento a sanare la mortal piaga della perdita d’Arezzo. Tanto che infine al Siri di Così essendo dati buona quantità di denari, diede Arezzo al Comune di Firenze; il quale, non essendo morto il duca, non che l’avesse o dato o venduto, ma egli era a gran pericolo la nostra città di non perdere il suo stato. Venuto Arezzo sotto la signoria del Comune di Firenze, i Fiorentini cercorono d’avere tutte le sue castella da certi che contro a ragione le tenevano; fra’ quali fu richiesto un savio e valoroso cavaliere, chiamato messer Azzo degli Ubertini d’Arezzo, che restituisse alcune castella che del contado d’Arezzo  indebitamente  tenea,  però  che  al  Comune  di  Firenze  era  stato venduto  Arezzo  con  tutte  le  sue  castella,  e  con  ogni  sua  jurisdizione.  Il cavaliere, non contradicendo alcuna cosa, ma più tosto affermando, comparì dinanzi a’ Signori, dicendo: — Signori miei, se io avesse mille ragioni contro la vostra volontà e contro la vostra intenzione, non intendo d’allegarne nessuna. Una sola cosa vi dico: io tegno cotante castella; se tutte le volete, tutte ve le do, ed ecco le chiavi, pensando di rimanere molto più ricco e maggiore, essendo povero e ubbidendo li vostri comandamenti, che tenere ciò che io ho, o ciò che io potesse avere, contro alla vostra volontà. Con questo principio e mezzo e fine, giammai non rimutandosi, volendo dare al Comune del suo, fu tenuto più mesi con istento e con fatica che non potea essere spacciato, e ogni dì era in casa li Signori. E ancora, diliberandosi per loro di volere certe castella delle sue o d’Arezzo che tenea, mai non dicendo altro che fiat, ancora era tenuto per lunga, non potendosi in più mesi spacciare e tornare a casa sua.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
203 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CVII Volpe degli Altoviti, essendo a tagliere con uno, taglia testicciuole di cavretto, e ’l compagno, mentre che taglia, si mangia l’occhi; il quale, ciò veggendo, gli proffera si mangi anco i suoi. Io ho pur voglia di raccontare una brieve novelletta, e piacevole, la quale col più bel motto del mondo gittò a mensa uno degli Altoviti chiamato il  Volpe. Il quale essendo ad un suo luogo in una villa che si chiama Palazzuolo, presso all’Ancisa a un miglio, gli capitorono di maggio certi Pratesi che andavano verso Arezzo; ed elli per sua cortesia li ritenne la sera a  cena  e  albergo.  Ed  essendo  venuta  l’ora  della  cena,  e  postosi  a  tavola, vennono certe testicciuole di cavretto; e ’l Volpe, essendo a tagliere con uno di loro, recasi innanzi una testicciuola e cominciala a partire: e messo un occhio  sul  tagliere,  il  Pratese,  sanza  aspettar  altro,  subito  il  piglia  e manucaselo. E ’l Volpe pone in sul tagliere l’altro; e come fu in sul tagliere, e quelli fa il somigliante. Quando il Volpe vede questo, pon giuso il coltello, e voltosi verso costui, alzando le mani agli occhi, e sciarpatili, fu tutt’uno, dicendo a questo Pratese: — Deh, mangiati anco questi per lo mio amore. Il Pratese conobbe il motto e vergognossi, dicendo che avea il pensiero altrove. Dissono i compagni: — Per certo tu se’ assai piacevole compagnone a tagliere. E costui disse: — Volpe mio, io l’ho in boto: che poi che gli occhi d’una giovane m’uccisono, essendo da loro morto, io mi botai sempre mangiare gli occhi, ovunche io gli trovasse, com’uomo che fo una mia vendetta. Il Volpe udendo questo, levasi e dilungasi da lui su uno deschetto: — Alle guagnele! se codesto è, quelli che io ti profferea tu non se’ per avere;  e  se  mai  tu  mangerai  più  meco,  io  vorrò  il  salvocondotto  per  gli occhi, o tu ti anderai con Dio. L’amico lasciava pur dire e foderavasi, dando al tagliere il comandamento dello sgombrare, tale che se ’l Volpe avesse posto più occhi che non furono mai di cera appiccati a Santa Lucia, tutti se gli arebbe mangiati. E così si recò la cattività in ischerzo, ridendosi del suo costume. E ’l Volpe poi sel menò una volta a cena, e non gli dié testicciuole né occhi, ma diégli peducci, sì ch’egli apparasse a sonar le sampogne, o di sonare zuffoli diven-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Avvenne per caso che un dì, essendo nel palagio de’ Priori il detto messer Azzo nella sala di fuori della porta della loro audienza, uno gentiluomo d’arme caporale, che era andato a’ Signori a pregarli che dovesse loro piacere di farlo pagare di denari che avea servito, come che gli fosse risposto, egli uscì fuori tutto adirato, rampognando e quasi biestemando. Di che veggendolo messer Azzo, il domandò quello ch’elli avea. A cui elli rispose: — Come diavol che ho? ché debbo avere dugento fiorini, serviti con gran fatica e sì e sì, e sonci venuto ben quindici dì, e non posso esser pagato! Allora disse messer Azzo: — O, buon uomo, tu déi essere poco uso in questo palazzo; io voglio che tu sappi che io ci sono stato presso a quattro mesi, e voglio dare il mio al  Comune,  e  non  posso  essere  spacciato:  or  pensa  omai  chi  ha  più  da dolersi, o tu o io. Il gentiluomo, udendo il cavaliere, disse: — In fé di Dio, voi mi date buona speranza di futura pena. Fu rapportata la parola di messer Azzo da alcuno uditore a’ Signori; e brievemente uno dell’officio, forse il più intendente, disse: — Egli ha detto molto bene, che non ci si dà spaccio a niuna cosa; ed è un bello onore che noi facciamo stare sei mesi e un anno talora un gentiluomo per gli alberghi, e mai di cosa che abbiamo a fare non ne caviamo le mani. Di che tutti di concordia, mossi per queste parole, si posono in cuore di non intender mai ad altro che messer Azzo, e quel soldato serebbe spacciato; e sanza pigliare alcuno respitto, l’altro dì amendue furono spacciati. Or questa virtù ebbono le parole del cavaliere, che feciono destare chi dormìa. E qual’è più bella cosa e più onorevole a quelli che hanno a dare judicio che spacciare le cose che vengono loro innanzi ragionevolmente? tanto è bella cosa ch’e’ sudditi non vorrebbon mai altra signoria; e tanto è penosa e sdegnosa cosa a fare il contrario ch’e’ sudditi vorrebbono innanzi essere  sotto  il  diavolo  dell’inferno  che  sotto  quelli  che  li  menano  sì  per lunga, che molto tempo con fatica e danno consumano, anzi che possano vedere il fine d’una loro questione.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � tasse buon maestro. E così con piacere e con diletto, e con nuove vivande venne sì digrossando questo Pratese, che era uno grandissimo manicatore, che rado poi volle mangiare col Volpe, assai lo invitasse. Grande scostume è, stando a un tagliere con un altro, che uno non ha tanta temperanza che si possa un poco aspettare, e non fa la ragione del compagno. A molti n’è stata fatta tanta vergogna che sarebbe meglio che avessono fatto tre dì dieta.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CCV Messer Ubaldino della Pila fa tanto dell’impronto con un Vescovo, che fa licenziare al Vescovo che uno suo ortolano si faccia prete, e vienli fatto. Molto fece dell’impronto per avere da uno Vescovo il suo intendimento  messer  Ubaldino  della  Pila,  il  quale,  secondo  il  vero,  essendo degli Ubaldini e stando più del tempo a sue castella, aveva allevato un garzone contadino, il quale avea tenuto per fante e per ortolano. Essendo l’un dì più grosso che l’altro, veggendo che non era più da perdere tempo in lui, cercò di levarlo dalle cose terrene, e con le callose e dure mane metterlo ad esercitare le cose divine; e cominciollo a fare cherico, sanza sapere quasi leggere; e quanto più venìa in tempo, meno sapea. Dopo questo, cercò di farlo prete d’una sua chiesa; e convenendo che avesse la licenzia dal  Vescovo, e mandarlo a lui che lo desaminasse, lo mandò adornato quanto poteo con panni d’altro cherico; e ammonitolo che modi dovesse tenere nel giugnere, nello stare e nel partire, li diede una  lettera,  la  quale  per  sua  parte  appresentasse  al  detto  Vescovo.  Il cherico ammaestrato, ma non che nel capo li fosse entrato, si mosse, grossolano come era, e con la lettera andò accompagnato da un altro, tanto che pervenne dinanzi al  Vescovo; e come giunse, dà la lettera a messer lo Vescovo, e appena mettendosi la mano al cappuccio, disse: — Dio vi salvi, messere. Disse il Vescovo: — Qual se’ tu? E quelli rispose: — Vegno di villa. E ’l Vescovo disse: — Così mi pare —; e lesse la lettera. Letta che l’ebbe, fece una risposta a messer Ubaldino, dicendo che si maravigliava che elli volea fare prete un montone; e ritornossi con la lettera indrieto. Messer Ubaldino ammaestrandolo di nuovo, altra volta lo rimandò a lui, il quale ancora era più ingrossato che prima. E ’l Vescovo risponde che ciò non può fare sanza sua grandissima vergogna, e che l’avesse per iscusato. E abbreviando la novella, mandando più volte per questa cagione, e ’l Vescovo non consentendo, però che ’l cherico, non che gli paresse da ciò, ma e’ gli parea quasi più tosto bestia che persona, in fine lo mandò a
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CVIII Testa da Todi, essendo de’ Priori, ha sotto carne arrostita insalata, e uno catello all’olore gli entra sotto, e abbaia, e tanto fa ch’elli la getta, e rimane scornato. Al tempo d’Urbano papa V, era per lo detto papa nella terra di Todi uno suo nipote, ch’avea nome messer Guglielmo, assai cavaliere dabbene, a tener luogotenente per lo detto papa. Era l’officio de’ priori nel loro palagio, ed era di loro priore de’ priori, al modo loro, e al modo nostro è chiamato il proposto, e avea nome Testa, il quale avea per usanza ogni mattina di bere a buon’ora; e fra l’altre mattine una mattina, perché ’l vino non gli facesse noia, e anco per potere bere meglio, prese una fetta di carne salata, e con uno pane sotto se n’andò alla cucina, e mettendo la detta carne su la bracia, come la si fu un poco riscaldata, e messer Guglielmo giugne, che vuole favellare a’ priori, e subito e chiamato il proposto: — Venite che messer Guglielmo è venuto che vuole favellare a’ priori. Il  esta, ch’era proposto, subito per non perdere quella sua arrosticciana T o carbonata che vogliamo dire, mettela in uno pane e cacciasela sotto e giugne in sala, ed entra nell’audienza, trovando i compagni, e chiamando messer Guglielmo. Avea  il  detto  messer  Guglielmo  uno  catello  quasi  tra  botolo  e bracchetto, e mai non si partiva da lui; ed essendo tra lui e tra’ priori, sentì l’odore della carne salata, e andava pur col muso fiutando a uno a uno, e poi si fermava al proposto, e più volte andandogli intorno, ora levandosi ritto, e ora intrandogli sotto il mantello, e alcuna volta ulolava. Alla perfine, non partendosi questo cane, ma stropicciando il proposto attorno attorno, el proposto cava il pane e la carne secca di sotto e gettala al cane e dice:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � lui, pregandolo caramente per una lettera, dicendo: “Io vi prego che ne facciate un prete chente n’esce”. Il Vescovo, udendo questo vocabolo, parve che dicesse: “Qui non si può dire di no”; e diede licenzia che se ne facesse un prete chente n’uscisse; e fu fatto prete chente n’uscìo. E messer Ubaldino il mise nella sua chiesa; della quale si può dire che facesse uno porcile, però che non vi mise prete, ma misevi un porco per le spese, il quale non avea né gramatica, né altro bene in sé; ché quando dicea il pater nostro e volea dire: sicut in coelo et in terra, e quelli dicea: se culi in cielo e se culi in terra; e altre cose strane come la  sua  grossezza  l’avea  dotato.  E  così  tenne  quel  beneficio  per  messer Ubaldino, ché, quanto verso Dio, fu maleficio. Molto n’è pieno il mondo di questi così fatti preti; che Dio il sa se, non sappiendo le parole della messa altramente che si sappiano se quello che celebrano è il corpo di Cristo; ma secondo la novella si potrebbe dire: “Egli è chente n’esce”. E questi cotali non basta loro una chiesa, ma spesso n’hanno due o tre per uno. E a così fatti sacerdoti il nostro Signore in molti paesi viene nelle mani! Grande ignoranzia è de’ maggiori prelati a correre a farli sì di leggiero, e l’avarizia vuol pur che così sia.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — E tu te l’abbi al nome del diavolo. Gli altri priori come grossi diceano: — E che hai tu dato al cane, proposto? Ed egli dicea: — Andate pur dietro a quello che siamo per fare. Dice messer Guglielmo: — Guarda, signori, quanto il vostro proposto è amator della chiesa di Roma; che non che sia tenero di monsignor lo papa o di me, che sono suo vicario, ma egli è tenero di uno mio vile cagnucciuolo, al quale vedete che ha dato così ben da mangiare in questa mattina. Tutti i priori parvono montoni, sì stettono cheti, e al proposto parve aver pisciato nel vaglio, tanto che quasi per vergogna ammutolò. E ’l cavaliere detta la sua faccenda si partì, raccontando poi al papa Urbano la piacevole novella del proposto di Todi e del suo cucciolino; della quale il papa e gli altri della sua Corte che ’l seppono, più tempo, dicendo questa novella, n’ebbono piacere grandissimo. Ancora s’usano di simili reggimenti che pasciuti e avvinazzati vanno sempre ad ordinare e dare li loro consigli; ed ella sta come la sta, e Italia il sa, che con molte fatiche, di male in peggio va.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCVI Farinello da Rieti mugnaio, essendo innamorato di monna Collagia, la moglie sua, sappiendolo, fa tanto che nella casa e nel letto di monna Collagia entra e per parte della donna amata Farinello va a giacere con lei, e credendo avere a fare con monna Collagia, ha a fare con la moglie. Per  dare  alcuna  inframessa,  voglio  venire  in  su  alcune  novelle d’amorazzi, assai piacevoli a cui non fossono tocchi. Nella città di Rieti fu già un giovene mugnaio, il quale ebbe nome Farinello, e avea una sua donna assai giovane che avea nome Vanna. Ed essendo costui un poco leggiadro,  secondo  mugnaio,  perché  era  innamorato  d’una  giovane  vedova  di bassa condizione, sì come era elli, e anzi bisognosa che no, la quale avea nome monna Collagia, volendo mettere ad esecuzione questo suo amore più volte si mise a richiedere la donna, profferendoli di donare due quarti di grano, li quali sono ogni quarto quasi libbre centocinquanta, però che il
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � donna vicitandolo alcuna volta, e domandando come stava, ed elli rispondea che stava bene s’elli trovasse uno vino che li piacesse. Disse la donna: — Io credo che in casa ne sia uno finissimo; ma il mio marito m’ha fatto tale comandamento che io non ardirei di toccarlo. Udendo il frate questo, grandissima volontà gli venne d’averne, dicendo alla donna: — Deh, mandatemene una piccola ingastaduzza pur per assaggiare. La donna disse: — Per una inghestara sia che vuole, ch’io ve la manderò. E mandatoli la detta inghestada, al frate gli piacque sì che gli parve gli rimettesse la vita addosso; e raccomandandosi molto a questa donna, di guastada in boccaletto, e di boccaletto in guastada, il frate visitò sì questa botte, che un mese innanzi che ’l detto tornasse dell’officio, il vino ebbe del basso, e ’l frate era guarito e gagliardo. Dice un dì la donna al frate: — Oimè trista, come farò che ’l marito mio è per tornare, e la botte che mi raccomandò cotanto è vota? Dice il frate: — Buona donna, non ti dare pensiero; raccomandati e botati a questa nostra Annunziata, e lascia fare a lei. Dice la donna: — Se la mi fa grazia che ’l mio marito non mi tormenti per questa botte del vino, io gli porrò una botte di cera. Disse il frate: — E così fa’, e vedrai ch’ella t’aiuterà. Compiuti li sei mesi, el marito tornò di podesteria, e come che s’andasse la cosa, affatappiato o aoppiato che fosse, giammai non si ricordò né di questa botte, né del vino, se non come mai non fosse stato in quella casa. La donna più volte disse questo al frate, il quale le disse: — Siate certa ch’Ella non abbandonò mai persona, e ha fatti sempre grandissimi miracoli. Onde  la  donna  fece  fare  una  botte  di  cera,  e  mandolla  alla  detta Annunziata de’ Servi, per aver vota una botte di vino, e per essere tornato il suo marito di podesteria sanza la memoria. Di questi boti e di simili ogni dì si fanno, li quali son più tosto una idolatria che fede cristiana. E io scrittore vidi già uno ch’avea perduto una
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � ruggio di Rieti è libbre seicento, e ’l ruggio è quattro quarti. Continuando costui questa sua improntitudine di molestare la donna, profferendoli questo dono, ed ella non possendo più resistere a tanta importunità, un giorno se n’andò a monna Vanna, donna del detto Farinello, e giunta che fu a lei, li disse come ella si venìa a dolere di quelle cose che ’l suo marito ogni dì gl’addomandava, non lasciandola requiare, le quali erano  fuori  d’ogni  onestà;  narrandole  a  parte  a  parte  ciò  che  Farinello  li proffereva, dicendo di due quarti di grano. Allora monna Vanna, udendo questa donna, pensò una sottile malizia con la quale quello che ’l marito dovea fare a monna Collagia si convertisse nella sua persona; e non fu di quelle che al tempo d’oggi arebbono schiamazzato, come quando la gallina fa l’uovo, facendo sentire il loro vituperio e de’ loro mariti a’ vicini e alli strani, ma con uno cheto modo e benigno ricolse monna Collagia, dicendo: — Voi siate la ben venuta; se voi volete fare quello che io vi dirò, io vi leverò questa pena da dosso; e ’l modo è questo, che così come elli ti richiede, così da’ ordine qual notte venga a te, della qual tu m’informerai; e quella notte va’ segretamente a giacere con qualche tua vicina, e lascerai la casa a me; e dirai che ti rechi due quarti di grano, e io te ne vorrò dare uno io, sì che fiano tre; e poi lascia spacciare questa faccenda a me. La  donna,  udendo  questo,  e  che  senza  perdere  la  sua  onestà  avea cresciuto il suo guadagno, pensando già che Farinello averebbe di quel che ben gli stesse, fu subito accordata; e partitasi, si scontrò in Farinello che portava una soma a macinare, e accostatosi a lei, disse: — Io ho presto quel grano ognora che voi lo volete. La  donna  pianamente  li  disse  che,  per  bisogno  che  ella  avea,  li convenìa fare il suo piacere; e che quella sera lo recasse e venisse a lei; e così fu data la ferma. Farinello, avendo promessa di quello che buona pezza era ito cercando, considerando al macinare che avea a fare la seguente notte, quasi quel giorno al macinare del mulino non attese, ma ordinò li due quarti di grano in due sacca, per portarli la seguente notte a casa di donna Collagia; e pensò d’uno fidato compagno che gli aiutasse portare uno de’ sacchi. E così pensato,  richiese  un  suo  intimo  amico,  mugnaio  com’elli,  che  avea  nome Chiodio, che la notte con lui insieme gli aiutasse portare il suo sacco, e che ’l tenesse segreto. Era questa cosa molto differente e contraria al costume de’ mugnai, però che si caricono volentieri di grano o di farina quando la
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � gatta, botarsi, se la ritrovasse, mandarla di cera a nostra Donna d’Orto San Michele,  e  così  fece.  O  non  è  questa  non  mancanza  di  fede,  ma  uno gabbamento di Dio e di nostra Donna e di tutti suoi Santi? E’ vuole il cuore e la mente nostra; non va caendo immagini di cera, né queste borie e vanità. Chi si recasse ben la mente al petto, e’ vederebbe che molti lacciuoli, con li quali si crede andare in paradiso, le più volte tirano altrui allo inferno.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � tolgono  altrui,  ma  rade  volte  si  caricono  per  donarlo.  Tornando  donna Collagia a monna Vanna il dì medesimo, gli narroe come avea fatto patto che Farinello la seguente notte li recasse il grano e andasse a giacere con lei, e ch’ella anderebbe a casa d’una sua vicina, come informata l’avea, ed ella della casa facesse il suo piacere. Donna Vanna rispose: — Bene avete fatto; io verroe là istasera a ordinare quello che fare voglio, e voi non vi date più fatica —; e così fu fatto. Farinello era uso di stare gran parte della notte al mulino, e se mai vi stette tutta la notte, questa fu dessa, però che dal mulino si mosse, e altrove stette tanto che tutta la consumò. Però che monna Vanna sua moglie era andata a pigliare la possessione e letto di monna Collagia, e là aspettava il suo Farinello in iscambio di quella cui elli tanto avea bramato. Quando Farinello, avendo la ventura ritta, gli parve tempo di dare le mosse alla giumenta, dall’uno lato col suo sacco di grano su le reni, e con l’altro l’amico suo Chiodio, si misono in cammino, e giunti all’uscio della donna,  lo  trovorono  succhiuso;  pinto  che  l’ebbono, introrono  dentro,  e scaricarono le sacca. Scaricate che l’ebbono, dice Farinello a Chiodio: — Non t’incresca di aspettarmi un pezzo; ché, se m’aspetti, a te anco potrà giovare. Chiodio udendo questo, dice: — Amico mio, va’ e sta’ quanto tu vogli, ché io non mi partirò infino a tanto che tu tornerai. Rimaso colui, Farinello ne va verso la camera, dove era data la posta e dove donna Vanna per iscambio di donna Collagia l’aspettava. E giunto al letto al barlume, si coricò allato a lei sanza favellare o l’uno l’altro, per non essere sentiti, gittando gran sospiri, accennando pur la donna che non si parlasse, mostrando ch’e’ vicini fossono da lato; e ciò facea perché Farinello non  la  conoscesse.  E  Farinello  di  ciò  la  contentò,  accostandosi  a  lei,  e usufruttando con quel pensiero con che s’era mosso, ma non quello che credea; e per non grande spazio ricolse la decima quattro volte, e nell’ultimo si levò, dicendo: — Io vo a orinare, e torno subito. E così fatto, n’andò in verso Chiodio che l’aspettava, e dice: — Fratel mio, costei m’ha fatto molto stentare, prima che abbia acconsentito al mio volere: tu ci recasti altrettanto grano quant’io; se tu vuogli essere partefice di questo beneficio, o maleficio che sia, tu te ne puoi andare
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Troverrai una scure e appoggera’la in cotesto canto, e lascerai poscia governare a me questo fatto. E così fu messo in ordine. L’altra mattina, non essendovi altri ch’elli nel letto attratto, come ho detto, e questo suo fante, ed ecco li porci, ed entrono nella camera. Dice il gottoso al fante: — Serra l’uscio e fornisci. Quelli era un bastracone che averebbe gittato in terra una casa. Piglia la scure e mena, e dà con essa al porco nel capo; e non gli dié di sodo, ché la scure schianci; e ’l porco fedito, gittando molto sangue, gettasi sul letto, e l’altro dietrogli, e volgonsi verso il fante, facendo gran romore. Il gottoso che avea i porci addosso, comincia a gridare. Il fante il vuole soccorrere; sale sulla cassa, per cacciare li porci; e’ porci, com’è di loro usanza, co’ visi volti al  fante  gli  si  faceano  incontro  e  continuo  ammaccavano  il  gottoso;  e  ’l gottoso gridava; e’ porci, quando il sentivano, grufolavano verso il suo viso, uscendo tuttavia il sangue, che parea una doccia. Il fante combattea di su la cassa, e non potendoli per alcun modo cacciare, sale sul letto, e su questo salire, pose i piedi su’ piè del gottoso; il quale comincia a gridare: — Accurr’uomo, ch’io son morto, — e avea il viso tutto sanguinoso. E ’l fante come fu sul letto, e un porco  l’assannò per la gamba, e comincia a gridare anco elli; e così in questa baruffa, pigiando i porci il gottoso, gridando il gottoso, che avea ben di che, lamentandosi il fante, e stridendo i porci, la famiglia del capitano passando per la via sente questo romore, corre dentro: — Avrì za —; e caccia in terra l’uscio della camera ch’era serrato, ed entrando dentro il cavaliere vede il gottoso col viso tutto insanguinato, vede il fante sul letto tra’ porci fedito, e vede fedito un porco su la testa. — Che vuol dir questo? — con le spade e co’ berrovieri, facendosi contro a’ porci, percotendoli; e’ porci difendendosi, ma non potendo più, facendosi adrieto, caddono tra la lettiera e ’l muro, ed eranvi sì stivati che uscire non ne poteano; e per questo faceano si grande le strida, e ’l gottoso i mugli, e ’l fante i dolori, e la famiglia il romore, per sì fatto modo che parea l’inferno; e tutto il mondo era tratto e traea; e ancora non avea potuto il cavaliere sapere quello che questo fosse. Alla perfine il gottoso che appena potea favellare, e perché favellasse, per lo romore de’ porci non era udito, dice: — Oimè, io sono morto, io sono tutto lacero; volendo fare cacciare
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � diritto nella camera, e là sanza parlare punto entra nel letto, e fa’ ragione d’essere me, ché quanto io, n’ho assai per istanotte. Udendo Chiodio questo, non fu sordo; ma prestamente va alla camera, e intrato nel letto allato alla donna in luogo di Farinello, per tre volte in poco di tempo contentò il suo disio; e partitosi, tornò a Farinello che lo aspettava, e andorono al mulino donde partiti s’erano. E la donna, credendosi in tutto esser giaciuta con Farinello, si ritornò a casa la mattina per tempo; e donna Collagia ancora la mattina dalla sua vicina si ritornò a casa sua, là dove trovò il letto molto bene sprimacciato. Aspettando donna  Vanna a casa sua dove la cosa dovesse riuscire, ed ecco Farinello che sì franco cavaliero era stato, e diceli che tutta notte s’è sentito male al mulino, e che li vada a volgere due uova al fuoco. Dice la donna: — Elle vogliono essere sette. Dice Farinello: — Che vuol dir questo? io non ne voglio se non due. Dice la donna: — Elle vogliono pur essere sette. E quelli dice: — Hai tu il farnetico? La donna risponde: — Farneticato avrai tu. Farinello stava come tralunato. Dice la donna: — Traluna bene, ché tu hai bene di che; tu se’ stato stanotte un pro’ cavaliere, ché hai macinato sette volte; e sa’ ben dove, ma non con cui tu hai creduto,  ché  io  sono  stata  io,  e  non  monna  Collagia  quella  dove  tu  hai macinato istanotte sette volte; per tal segnale che, finite le prime quattro, tu ti levasti per andare a pisciare, e poi ritornasti e tre volte ancora rifacesti il giuoco; sì che io ho aùto quello da te, essendo sconosciuta, che da te conosciuta mai non ebbi. Or mi domandi l’uova, che hai aùto mal di macinato. Tu di’ ben vero, ché tu hai macinato su le carni mia; della qual cosa ne se’ molto tristo, e Dio tristo ti faccia, che mi credi trattare per fancella e vai donando il grano, e io n’ho donato anco un sacco io, e ho fatta migliore spesa con un sacco che tu con due. Così intervenisse a tutti gli altri cattivi che con vitupero fanno fallo alle loro mogli; e alle loro donne intervenisse come è intervenuto a me stanotte. Ogni volta che tu vuogli di queste derrate, sempre mi troverai presta a dartene. Sì che va’, e macina al tuo mulino, e  arai  assai  che  fare;  procaccia  di  vivere,  ché  n’hai  gran  bisogno,  e  non
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � fuori questi porci, e’ ci si rivolsono addosso, e hannomi concio come voi vedete. E’ porci tuttavia stridivano. Udito ciò il cavaliere, va col bastone verso i porci, dicendo: — Nella mal’ora, doveteci uccidere gli uomeni? — e dà loro del bastone. Egli erano in soppressa, e perché avessono voluto, non ne potevano uscire. Essendo il cavaliere quasi stracco, e udendo la cagione, disse alla famiglia: — Jamoci —; e così si partì. Rimasa così la cosa, li porci non si poterono mai trarre di quel luogo che convenne che ’l gottoso fosse portato altrove, e convenne si disfacesse la lettiera; e con questo erano sì accanati e accesi che fu gran pena a poterli cacciar fuori. E così terminò questa caccia che ’l gottoso ne venne presso a morte, essendo le carne sue tutte peste; sopra le gotte ebbe male sopra male, non potendo guarire in parecchi mesi delle pedate e percosse de’ porci. Il fante fu per perderne la gamba. Santo Antonio fece questo miracolo, e però dice: “Scherza co’ fanti e lascia stare i santi”.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � andare infarinando le vedove con la mala ventura che ti vegna. Udendo Farinello tante cose, non sapea che si dire, se non che dicea: — Io non so che tu ti di’; se non che ’l tu di’ per non mi dare dell’uova. — Sì che tu hai a covare; — dice la donna, — va’, cova al tuo mulino, e togli quante uova ti piace, macinando come tu hai fatto istanotte. Farinello per lo migliore pose fine alle parole, veggendo che lo aguato era scoperto fuori della sua credenza, e parveli avere molto mal fatto: l’una che non avea macinato dove credea; e l’altra che a Chiodio avea fatto macinare nel suo mulino, credendolo fare macinare nell’altrui. E andossene al mulino tutto tristo, trasognando, sanza avere mangiato dell’uova; e trovando Chiodio disse come la sua donna parea che sapesse il tramazzo di quella notte, e che per Dio il tenesse segreto, però che, s’e’ parenti di donna Collagia il  sapessono,  sarebbono  amendue  a  gran  pericolo.  E  mai  per  ciò  non  li scoperse che con donna Vanna fosse giaciuto. Dappoi, essendo Farinello un po’ tornato in sé, si riconciliò un poco con la donna, dicendo: — Son io il primo che sia innamorato, o smemorato? tu hai saputo sì fare che di questo tu déi essere contenta; e io anco mi sono contentato, avendo opinione che tu fossi quella che io credea. A me costa questo fatto molto caro, ché ho messo più su la tramoggia che io non potea, e tu te n’hai aùto il pro: ha’mene fatto una che m’è montata più di sette. E così convenne che Farinello, per racchetare il gridare della donna, con molte parole si rabbonacciasse, e poi spesse volte consumasse il matrimonio  di  quelle  che  averebbe  dormito  più  volentieri;  però  che  quando stava sanza macinare, la donna subito rimproverava le sette volte di donna Collagia, le quali li fruttorono più che sette volte sette in poco tempo, ed elli ne divenne quasi dicervellato. E così ebbe fine questa novella, che monna Vanna fu pagata d’opere, e donna Collagia di grano, con la metà più. Farinello comperò quella derrata che non volea e che non andava cercando; e Chiodio sanza costo ebbe di quella farina scambiata che era di Farinello, credendo, sempre che visse, essere giaciuto con donna Collagia. Così avviene spesso a chi ha a fare con femine, però che in così fatti casi di simili astuzie trapassano gli uomini; e ancora pare che Amore porga a loro di nuovi ingegni e malizie. Questa donna  Vanna con questa sottigliezza fece una degna opera; ché, volendole il marito mancare di lavorìo alla sua possessione, trovò modo che la lavorò meglio che mai li fosse lavorata. E ’l tristo del marito non gli bastava che donna Collagia se gli avesse
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � La madre disse: — Io ve ne prego — : avvisandosi che questo suo compare e parrocchiano fosse cattolico, come dovea essere. Giunse frate Stefano al letto, dov’era la detta Giovanna, e scoprendo li panni del letto montò addosso alla detta Giovanna pigliando e piacere e diletto, ma non sanza fatica, però che la detta fanciulla piangea e gridava. La madre sentendola, dicea: — Orticheggiala, orticheggiala, frate Stefano. E lo detto frate Stefano dicea: — Lascia fare a me —; e diceva frate Stefano: — E levera’tici, cattiva. E la madre dicea pure: — Orticheggiala, orticheggiala, sì che si lievi. E finalmente avendola orticheggiata per questa maniera, e adempiute le sue lascive volontati, ritornò verso la comare con l’ortica in mano; ritornando alla chiesa, dice alla comare: —  Ognora ch’ella  non si lieva, chiama pur me, vedrai come io la orticheggerò. Partito lo frate, la Giovanna si levò piangendo, e vanne verso la madre; la qual disse: — Hatti bene orticheggiata? La Giovanna disse: — Altro ci ha che ortica; andate a veder lo letto. E la madre l’andò a vedere, e vide li segni che frate Stefano l’avea tradita e vituperata; e cominciò a dire: — Compare falso, tu m’hai ingannata; ma per la morte di Dio te ne pagherò. Quel dì medesimo frate Stefano ebbe sì poca faccia che domandò la comare se la sua figliuola s’era levata. Ed ella rispose: —  Vanne,  compare  falso,  che  per  la  passion  di  Dio  non  ce  ne beccherai mai più — : e non gli entrò mai più in casa. Non è adunque maraviglia se le più non vogliono presso frati o preti, da poi che così sfrenatamente assaliscono le femine. Un altro, e io scrittore sono di quelli, che facendo prima mille madriali e ballate, non acquisteremo un saluto; e costui, venutoli il pensiero, calate le vele e lasciate in guardia a quelli Santi dipinti della chiesa, n’andò, come uno indomito toro, a congiungersi  con  una  fanciulla.  E  perciò  ha  provveduto  bene  la  città  di
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � dato l’amor suo, pigliarlo in grandissima grazia, sì la volle vituperare col compagno, e ’l vituperato rimase elli. E mai non trovai che amore desse ad alcuno un sì degno ben gli sta come qui diede a Farinello. Madonna Vanna, adoperando bene, ebbe il contrario, però che non meritava che Chiodio giacesse con lei; ma  pur seguì una cosa molto disusata, che mai monna Vanna non seppe che quelle sette volte fossono se non del marito; e Chiodio mai non seppe che le sue tre fossono con donna Vanna.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Vinegia, che poiché altri non si può vendicare sopra lor mogli o figliuole, che a ciascuno sia lecito sanza pena fedire i cherici di qualunque fedite non muoiano ellino, ed ènne pena soldi cinquanta; e chi è stato là, l’ha potuto vedere; ché pochi preti vi sono che non abbiano di gran catenacci per lo volto. E di questo freno è infrenata la loro trascurata e dissoluta baldanza.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCVII A Buccio Malpanno d’Amelia è fatto credere, colicandosi un frate minore con una sua donna e lasciandovi le brache, che quelle son quelle di santo Francesco, ed egli se ’l crede. D’altra maniera e altro inganno fu questo che viene, essendo a uno semplice marito da uno frate minore mostrata la luna nel pozzo. Nella città d’Amelia fu già uno semplice uomo, chiamato Buccio Malpanno, e avea una sua moglie che avea nome donna Caterina, d’etade di venticinque anni, assai bella e non meno cortese, e spezialmente a uno giovene frate Antonio del detto ordine, dal quale, come da suo devoto, spesso era visitata; tanto che forse, perché il marito era magretto e di poco spirito, e una cosa e un’altra, il detto frate usufruttava più i suoi ben temporali che non facea elli. Avvenne  per  caso  che  Buccio,  avendo  una  notte  la  guardia,  come spesso in molte terre interviene, il detto frate diede posta d’andare a giacere con la detta donna Caterina: e perché de’ più de’ suoi pari viene un poco di caprino,  elli  s’avea  tratto  li  panni  lini  suscidi  e  aveasi  mutato  panni  lini sottili e bianchissimi. E tutto fatto, e giunto nella camera della donna, andandosi a coricare, si cavò le bianche brache e misele sul capezzale. Di che occorse per alcuno accidente che Buccio, avendo bisogno d’essere a casa, ebbe la parola dall’officiale della guardia; e giugnendo all’uscio, mettendo la chiave nel serrame, e volgendola per aprirlo, il frate, sentendo il saliscendo, subito si leva, come colui che era destrissimo e sospettoso, e aggrappato la tonaca e gli altri panni e, non accorgendosi, lasciando le brache, si gettò da una finestra non molto alta dalla via, e ’l meglio che poteo s’andò con Dio. Buccio, giunto alla camera, s’andò a posare nel luogo suo, il quale era stato di poco sagrato; e dormito che ebbono egli e la donna, che n’aveano Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 444 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � aùto bisogno, sì per lo vegliare della guardia e per lo vegliare del culatario, infino  a  dì  chiaro;  aprendo  la  finestra,  e  veggendo  Buccio  le  brache  sul capezzale, credendo che fossono le sue, le prese per mettersele; e guarda su la cassa, ne vide un altro paio; di che in sé pensando dice: “Che vuol dire questo? io so bene che io non porto due paia di brache”; e conosciuto che quelle del capezzale non erano le sue, le ripose in una cassa e misesi le sue. E immaginando d’un pensiero in un altro di cui potessono essere le brache, che alla grandezza pareano state d’uno gigante, gli era intrato una malinconia che quasi non mangiava. Frate Antonio dall’altra parte, parendoli avere mal fatto di avere lasciato le brache o la trabacca che fosse, secretamente lo fece sapere alla donna, raccomandandoli le brache che avea lasciate. La donna,  che  niente  non  sapea,  non  trovandole,  veggendo  il  marito  così malinconoso,  si  pensò  troppo  bene  che  esso  l’avesse  trovate  e  riposte;  e stava con gran timore, come ch’ella non lo mostrasse; donde, non potendo adempire quello che ’l suo devoto volea, li rispose che ’l marito l’avea trovate e ch’ella non sapea dov’ella si fosse, tanto dolore n’avea, immaginando che scusa da potere fare non avea, e aspettava la mala ventura. Sentito il frate questo, e per lei e per lui li parve essere a mal partito. E dolutosi di ciò segretamente con un frate Domenico molto suo fidato, il quale, perché era molto scienziato e sperto, gli era data molta fede, e ancora d’anni era assai antico; a cui il detto frate Domenico diede con parole assai riprensione; e per ovviare alla infamia dell’ordine prima, e poi a quella di frate Antonio, disse alla fine: —  Or  ecco,  io  m’ingegnerò  levare  questo  sospetto  a  Buccio  —;  e disse a frate Antonio: — Andiamo, tanto che troviamo il detto Buccio; e lascia dire a me. E così si misono in via, e tanto andorono che scontrorono il detto Buccio; e andati verso lui, frate Domenico salutandolo il prese per la mano, e guardandolo in viso, li disse: — Buccio mio, tu hai malinconia. Disse Buccio: — O di che? non ho malinconia alcuna. E frate Domenico disse: —  Veramente  io  il  so  per  revelazione  di  santo  Francesco;  e  per  la verità io volea venire a casa tua per una reliquia che la tua donna portò a questi dì. E acciò che tu lo sappi bene, noi abbiamo una reliquia, la quale ha grandissima virtù a fare generare le donne che non menano figliuoli, e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — A me comincia andare la cappellina in su l’occhio manco. Dice un altro: — A me intervien peggio, ché quando io mi voglio trovare con la donna mia, la cappellina si rimane sul capezzale. Dice uno, che ha nome Cambio Arrighi; avea settant’anni: — Io non so che voi vi dite; quando io sono stato una volta con la mia per quello affare, e’ mi par esser più leggiero che una penna. Dice Salvestro: — Sta’ con lei due volte, e volerai. Io udendo costoro, dico: — Io ho gran vantaggio da voi, che l’usar con la donna mia mi tiene grasso e gagliardo; quanto più uso con lei, più ingrasso. La donna Friolana ci era sopra capo a una finestra, com’ho detto, e ogni cosa notava. E uno maestro Conco, il quale era di barattiere divenuto pollaiuolo, e di pollaiuolo era diventato medico, che era vago delle femine come i fanciulli delle palmate, dice: — O sciocchi, sciocchi, e’ non è più inferma cosa a’ vostri corpi, e da cacciarvi più tosto sotterra, che quello di che voi dite. Venne  la  notte,  e  partì  questo  ragionamento,  e  ciascuno  s’andò  a casa. Salvestro andatosi a letto con la sua donna che ogni cosa aveva udita, la donna gli s’accosta allato e dice: — Salvestro, ora m’avveggio perché tu se’ così magro; e ben — Salvestro, ora m’avveggio perché tu se’ così magro; e ben veggio che Franco ha detto istasera il vero di quello che voi ragionavate. Dice Salvestro: — Di che? Dice quella: — O tu ti mostri delle cento miglia; ciascuno degli altri dicea che l’usar con le loro mogli gli cacciava sotterra, e Franco disse che ne ingrassava; e però se tu se’ magro, egli è stato tuo difetto; io intendo che tu  ingrassi  —;  e  tanto  fece,  che  convenne  che  Salvestro  più  volte  si sforzasse se potea ingrassare. Venuta  la  mattina,  e  io  mi  stava  su  la  panca  da  via,  e  Salvestro scendendo la scala, uscendo fuori, e io salutandolo gli do il buon dì. E quelli risponde: — Cotesto non dich’io a te, ma più tosto ho voglia di dire che Dio ti dia cento milia malanni.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
445 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � queste sono li panni di gamba del beato messer santo Francesco, le quali spesso  prestiamo  per  questa  cagione;  e  recandole  una  donna,  che  l’avea accattate, alla nostra sagrestia, abbattendovisi la donna tua, e sentendo la virtù loro e ch’ella era sterile, con grandissima benignità me le chiese acciò che santo Francesco gli desse grazia di fare figliuoli, com’ella desiderava; e io, considerando l’amore che io ti porto, glile prestai, e halle tenute più dì. Ora, essendomi chieste per altre donne, ché ce ne sono assai che non fanno figliuoli, ce ne conviene pur servire ed esserne più larghi forse che non si converrebbe; sì che io t’ho chiarito, s’alcuno sospetto avessi. E però ti prego che non t’incresca che andiamo per esse con quella reverenza che si conviene, però che sono reliquie di povertà e d’umiltà. Detto che ebbe il frate queste parole, disse Buccio: — Io credo che voi siate l’Angelo di Dio, che ogni cosa m’avete detto di che io dubitava, e avetemi ben chiarito ogni mio sospetto che era di male, dov’egli è sommo bene. E così si misono in via, andando alla casa di detto Buccio; là dove giunti, disse il frate: — Dov’è questa santa reliquia? E Buccio lo menò a una cassa, dov’erano altre masserizie, e disse: — Queste sono desse —; essendovi continuo presente la donna. Quando il frate vede come l’ha tenute, trae fuori uno mantile di seta, e dice: — Buccio mio, sono queste cose d’averle tenute in tal maniera? tu hai peccato mortalmente. E prese le dette reliquie, e mettendole nel mantile della seta, cominciò  a  dire:  De  profundis  clamavi,  e  molti  altri  salmi,  per  darli  meglio  a credere la bugia; e oltre a ciò li fece la confessione; e dandoli a credere che era caduto in iscomunicazione, dandoli molto bene d’una mazzuola su le spalle, lo ricomunicoe con molti ammaestramenti, li quali tutti furono in favore dell’appetito di frate Antonio, mettendo ad esecuzione come li piacque. Il cattivello di Buccio si rimase con questa credulità, aspettando ogni dì ch’ella fosse gravida; ma ben lo poté aspettare, ché tutto il tempo della vita sua donna Caterina non fece figliuoli, ma ben se ne sforzò con frate Antonio quanto poteo. E frate Domenico con frate Antonio se ne portorono quella culare reliquia, la quale con altre donne non adoperò forse meno per li tempi avvenire che avesse adoperato con donna Caterina. Che sperienza o che arte dirén noi che fosse questa che usò questo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E io dico: — Perché? E quelli dice: — Come perché? tu stai la sera a dire che l’usare con la tua donna t’ingrassa, e la donna mia t’udì; ella mi giunse istanotte, dicendo: “Or veggio perché tu se’ magro; alla croce di Dio, e’ conviene che tu ingrassi”; e hammi fatto, per le tue parole, far quelle cose, che Dio sa come sono sofficiente a ciò. Continuo era la donna alla finestra, e con grandissime risa dicea ch’ella  intendea  d’ingrassare  Salvestro,  com’era  ingrassato  io:  “e  quel maestro di firusica del Conco, che disse sì e sì, che Dio gli dia il malanno, che sta con la bottega piena d’orci invetriati e di torni da balestra, e tiravi su le gambe attratte, e’ andò pur l’altro dì a Peretola a tagliare uno gavocciolo tra la coscia e ’l corpo; gli trasse il granello, e morissene, che arso  sia  elli,  com’egli  è  degno;  sta  a  dire  che  noi  cacciamo  sotterra  i mariti; e’ gli si vorrebbe ben fare quello che merita; lasci stare le mogli, con la mala ventura, ché egli non può parlare di quello che non prova; tanto s’intende di questo, quanto della medicina; ché bene è tristo chi alle mani gli viene”. E poi voltasi verso me disse: — E’ par bene che Franco conosca quanto il maestro Conco: e’ non vi fu niuno che dicesse il vero, altri ch’elli. E tu, Salvestro, ne potrai bene scoppiare, che giugni fuori e non lo saluti, per quello che disse; che converrà, o vuogli tu, o no, che io m’ingegni d’ingrassarti. Or così, per le mie parole, fu condotto il detto Salvestro che spesse volte convenìa che vegliasse, che volentieri averebbe dormito; e la donna lo studiava, e quanto più lo studiava, più dimagrava; tanto che la donna gli dicea spesse volte: — Per certo, Salvestro, tu se’ di cattiva razza; quando io credo che tu ingrassi, e tu dimagheri; averesti tu la pipita? — Gnaffe sì ch’io l’ho; ma né mica l’hai tu, tanto becchi volentieri. Quando ebbono avuto in su questo un pezzo di piacere, ne feciono pace, e tornoronsi in sul dormire, e in sul russare, standosi pianamente, come la natura richiedea.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
446 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � frate Domenico? che, essendoli dato più fede che ad alcun altro frate di tutto l’ordine, abbandonò ogni onestà per ricoprire il defetto del suo compagno, ed eziandio del suo convento; e volendo ricoprire questo disonesto adulterio, maggiore disonestà usò contro al beato messer santo Francesco sotto il cui ordine vivea, e a cui elli intitoloe così venerabile reliquia; che ben potea almeno averla intitolata in qualche altro, come che male era; ma molto era il meglio che avesse tenuto con gastigamento e con sì stretta vita frate Antonio che ’l disordinato caldo li fosse attutato; ma non si vergognò di ciurmare, e di trovare una cattiva falsità, intitolando san Francesco, il quale tra quanti santi sono non truovo in alcuno mostrarsi tanto miracolosa e divina potenza quanta il nostro Signore mostrò in lui, a segnarlo delle sue preziose stimate sul santo monte della Vernia. Il quale luogo, se fosse tra gl’Infedeli, se ne farebbe molto maggiore stima che a esserci così presso; però che in tutto il mondo sono due luoghi superlativamente notabili; il primo tra gl’Infedeli è il Sepolcro, il secondo tra Cristiani è questo. E questo ipocrito, più tosto rubaldo che religioso, essendo suo frate, non si vergognò in sì vituperosa opera comporre una falsità, con tanta disonestà del beato messer santo Francesco, di cui era frate: ma a lungo andare la comperò come meritava; perché divenne lebbroso in forma che convenne si dilungasse e dall’ordine e dalla terra. E più anni vivette con sì puzzolente infirmità, e poi morì come era degno. E fu de’ miracoli che fa il nostro Signore, che questo ipocrito e vizioso frate, mostrando, con la coverta di santo Francesco, essere un uomo di santa vita, convenne che mostrasse di fuori con malattia di lebbra, la quale stava dentro del suo corpo coverta, il suo difetto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CXIII Al proposto di San Miniato un venerdì santo da uno della brigata delli scopatori, con la bocca, è tolta l’offerta che avea su l’altare. In San Miniato al Tedesco, che oggi si chiama fiorentino, fu un proposto ricco, come ancora oggi si vede la rendita di quello propostato, ma era tanto avaro che Mida non fu il terzo. Avvenne per caso che uno venerdì santo andandosi a visitar le chiese, e offerere su gli altari ogni maniera di gente, e oltre a questo molte compagnie e regole di battuti, col Crocifisso innanzi; avvicinandosi su la nona, il proposto s’accostò all’altare per vedere come fosse fornito; e vedutovi suso assai danari, gli cominciò a raccogliere per riporli però che mezzo dì era passato, sperando non dovervi venire più a dare offerta alcuna gente. E raccolti i detti danari su uno monticello in su l’altare, e aprendo la tasca per mettervegli entro, ed ecco giugnere una compagnia di battuti, per inginocchiarsi all’altare e offerere: come vede costoro, levasi  dall’altare,  e  lasciavi  li  denari;  e  ’l  cherico  da  parte;  pensando  che quando elli vedessino tanti danari, maggiore divozione gittasse al suo maggiore altare; e partissi, e uscìo per alquanto fuori della chiesa. Quando gli scopatori ebbono dinanzi a quello altare orato inginocchione quanto vollono, vanno a baciar l’altare, e così giugnendo all’altare, uno di loro gittato gli occhi a quel monticello de’ dinari, mandato un poco la visiera dell’elmo, facendo  vista  di  baciare  l’altare,  pose  la  bocca  aperta  su’  detti  danari,  e quanti con la bocca ne poteo pigliare, tanti ne pigliò; e data la volta, seguendo  gli  altri,  s’uscìo  fuori.  Stando  alquanto,  il  proposto  torna  per ricogliere, e credendo ch’e’ denari fosseno cresciuti, gli trova scemati per sì fatto modo che sanza riguardare o come, o che, dice al cherico: — Ove sono questi denari? Dice il cherico: — E’ sono come voi gli lasciasti. — Come sono, com’io gli lasciai? — dice il proposto. Piglia costui, e dagliene per uno pasto. Il cherico si scusò assai, ma niente gli valse, e ’l proposto stette di ciò gonfiato  e  tristo  un  buon  tempo,  non  potendo  mai  sapere  che  viaggio avessono  fatto  detti  denari;  e  colui  che  se  n’empié  la  bocca,  con  alcuno compagno fece che si convertirono in capponi; e per l’anima del proposto feciono tra loro una bella piatanza; ed elli con l’avanzo che v’erano rimasi si stette misero e tapino. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCVIII Mauro pescatore da Civita-nuova, recando granchi marini gli mette nella rete sul letto, escene uno fuori la notte, e piglia la donna nel luogo della vergogna, e Mauro, soccorrendo co’ denti, è preso dal granchio per la bocca; e quello che ne seguita. Nuova novella di moglie e di marito è questa che seguita, e differente forse da tutte quelle che s’udiranno mai. Nella terra di Civita nuova nella Marca presso alla marina, fu già un pescatore di piccole pescagioni, pescando con ami e con lenze e con reticelle di minore maniera; era giovane e avea Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
215 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CXIV Dante Allighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio del loro errore, perché con nuovi volgari cantavano il libro suo. Lo eccellentissimo poeta volgare, la cui fama in perpetuo non verrà meno, Dante Allighieri fiorentino, era vicino in Firenze alla famiglia degli Adimari; ed essendo apparito caso che un giovane cavaliere di quella famiglia,  per  non  so  che  delitto,  era  impacciato,  e  per  esser  condennato  per ordine di justizia da uno esecutore, il quale parea avere amistà col detto Dante, fu dal detto cavaliere pregato che pregasse l’esecutore che gli fosse raccomandato. Dante disse che ’l farebbe volentieri. Quando ebbe desinato, esce di casa, e avviasi per andare a fare la faccenda, e passando per porta San Piero, battendo ferro uno fabbro su la ’ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccando, che parea a Dante ricever di quello grandissima ingiuria. Non dice altro, se non che s’accosta alla bottega del fabbro, là dove avea di molti ferri con che facea l’arte; piglia Dante il martello e gettalo per la via, piglia le tanaglie e getta per la via, piglia le bilance e getta per la via, e così gittò molti ferramenti. Il fabbro, voltosi con uno atto bestiale, dice: — Che diavol fate voi? sete voi impazzato? Dice Dante: — O tu che fai? — Fo l’arte mia, — dice il fabbro, — e voi guastate le mie masserizie, gittandole per la via. Dice Dante: — Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie. Disse il fabbro: — O che vi guast’io? Disse Dante: — Tu canti il libro e non lo di’ com’io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti. Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavoro; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto e lasciò stare il Dante; e Dante n’andò all’esecutore, com’era inviato. E giugnendo all’esecutore, e considerando che ’l cavaliere degli Adimari che l’avea pregato,  era  un  giovane  altiero  e  poco  grazioso  quando  andava  per  la  città,  e spezialmente a cavallo, che andava sì con le gambe aperte che tenea la via, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
447 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � nome Mauro, avendo una moglie giovanetta chiamata Peruccia. E venendo per  caso  un  giorno  che  questo  Mauro,  essendo  andato  a  pescare,  avesse preso certi granchi marini; li quali, perché sono molto malagevoli a tenerli, avea messo in un carniere di rete; e chi ha già veduto li detti granchi, può considerare, veggendo le loro bocche, quanto sono piacevoli quando afferrano altrui. Tornato  questo  Mauro  con  la  detta  pescagione  in  su  la  sera, volontoroso e di mangiare e di bere, come incontra a chi usa quell’arte, disse a Peruccia: — Truova modo che io ceni —; e questo carniere da piede puose sul letto; e poi per poco spazio, essendo apparecchiato da cena, il marito e la moglie si posono a cena; e cenato che ebbono, volontorosi d’andarsi a posare, se n’andorono a dormire, sanza ricordarsi di muovere il detto carniere. Di che, dormendo, quasi sul primo sonno, uno di questi granchi, sì come quelli che mai non truovono luogo, cercando de’ fori donde possano uscire, e ancora rimbucarsi, uscì per la bocca del detto carniere, ed entrò tra l’uno lenzuolo e l’altro, accostatosi alla donna verso la parte dove è la bocca senza denti, forse per rimbucarsi; e la donna sentendolo, come paurosa, con la mano toccandolo per sentire quello che fosse, e ’l granchio per lo sentirsi  toccare,  come  fanno,  ristrignendosi,  per  lo  labbro  prese  la  detta bocca, e stringendo, fu costretta Peruccia di trarre un gran guaio. Al cui romore il suo marito Mauro si destò, dicendo: — Che hai tu? Ed ella risponde: — Marito mio, io non so che fiera m’ha preso nella tal parte. E ’l marito subito si leva, e va per lo lume e dice: — Ov’è, dov’è? — come quando si trae al fuoco. La donna con istrida manda il copertoio giù, e dice: — Per Dio! guata quello che m’ha vituperata —; e con questo tuttavia forte languendo. Mauro, veggendo il granchio, come e dove l’avea afferrata, dice: — Per Santa Maria dell’Oreno! che uno di quelli granchi marini che iersera  pigliai,  è  uscito  del  carnieri  che  puosi  sul  letto,  e  hatti  così agghermigliata —; e ingegnandosi con le mani pigliare ora un piede e ora l’altro, tirava il granchio per spartirlo dalla donna; e ’l granchio, come è di lor natura, quanto più si sentiva tirare, più mordeva, e più assannava, e con
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
216 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � se non era molto larga, che chi passava convenìa gli forbisse le punte delle scarpette; e a Dante che tutto vedea, sempre gli erano dispiaciuti così fatti portamenti; dice Dante allo esecutore. — Voi avete dinanzi alla vostra Corte il tale cavaliere per lo tale delitto; io ve lo raccomando, come che egli tiene modi sì fatti che meriterebbe maggior pena; e io mi credo che usurpar quello del Comune è grandissimo delitto. Dante non lo disse a sordo; però che l’esecutore domandò che cosa era quella del Comune che usurpava. Dante rispose: — Quando cavalca per la città, e’ va sì con le gambe aperte a cavallo, che chi lo scontra conviene che si torni adrieto, e non puote andare a suo viaggio. Disse l’esecutore: — E parciti questo una beffa? egli è maggior delitto che l’altro. Disse Dante: — Or ecco, io sono suo vicino, io ve lo raccomando. E tornasi a casa, là dove dal cavaliere fu domandato come il fatto stava. Dante disse: — E’ m’ha risposto bene. Stando alcun dì, il cavaliere è richiesto che si vada a scusare dell’inquisizioni. Egli comparisce, ed essendogli letta la prima, e ’l giudice gli fa leggere la seconda del suo cavalcare così largamente. Il cavaliere, sentendosi raddoppiare le pene, dice fra sé stesso: “Ben ho guadagnato, che dove per la venuta di Dante credea esser prosciolto, e io sarò condennato doppiamente”. Scusato, accusato, che si fu, tornasi a casa, e trovando Dante, dice: —  In  buona  fé,  tu  m’hai  ben  servito,  che  l’esecutore  mi  volea condennare d’una cosa, innanzi che tu v’andassi; dappoi che tu v’andasti, mi vuole condennare di due —; e molto adirato verso Dante disse: — Se mi condannerà, io sono sofficiente a pagare, e quando che sia ne meriterò chi me n’è cagione. Disse Dante: — Io vi ho raccomandato tanto, che se fuste mio figliuolo più non si potrebbe fare; se lo esecutore facesse altro, io non ne sono cagione. Il  cavaliere,  crollando  la  testa,  s’andò  a  casa.  Da  ivi  a  pochi  dì  fu condennato in lire mille per lo primo delitto, e in altre mille per lo cavalcare largo; onde mai non lo poté sgozzare né egli, né tutta la casa degli Adimari. E per questo, essendo la principal cagione, da ivi a poco tempo fu per Bianco cacciato di Firenze, e poi morì in esilio, non sanza vergogna del suo Comune, nella città di Ravenna. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � l’altra bocca s’ingegnava pigliare le mani di chi lo tirava; e la donna, gridando, sentiva soperchio dolore. Ond’il marito s’avvisò di provare un altro magistero, e molto semplice; e questo fu che, chinato il capo verso quel luogo, s’avvisò con li denti troncare quella zanca la quale così forte molestava la donna; e come la bocca porse, per pigliare co’ denti la zanca del granchio, el granchio con l’altra bocca afferra costui per lo labbro, il quale subito comincia a gridare, e la donna grida e tira, e colui grida e tira. El gridare di Mauro era molto grande, però che rimbombava nella citerna; e quanto più tiravano, e ’l granchio più mordea. A questo romore quelli della casa traggono, gridando: — Che è? E li vicini traggono; e intrati dentro, accostansi alla camera, la quale essendo da un debole uscetto serrata, pinsono in terra, ed entrorono dentro; e domandati che aveano, dissono la cagione, come che Mauro la dicea con  gran  fatica,  come  quelli  che  era  preso  per  lo  labbro  della  bocca.  La donna per vergogna, oltre l’altra pena, tirava il copertoio in su: il marito gridava però che, oltre al duolo, affogava sotto il copertoio. Quelli della casa più baldanzosi dissono: — Per certo noi vederemo che è questo —; e scuoprono il copertoio, e veggendo presi la moglie e ’l marito da uno granchio marino in due si diversi luoghi, si maravigliano, segnandosi con la croce; e Mauro si lamenta, e dice il meglio che puote che l’aiutino. Era  fra  la  brigata  uno  valente  maniscalco,  il  quale  disse  a  un  suo discepolo che per le tanaglie andasse alla sua stazzone, il quale subito andato e tornato con esse, il maniscalco troncoe le bocche del granchio; delle quali tanaglie e Peruccia e Mauro ebbono gran paura, sanza la vergogna, che non fu minore. E così la moglie e ’l marito vituperati, furono dal maniscalco liberati dal granchio marino; il quale lasciò loro sì fatti segni e sì dogliosi che ’l marito andò più dì con una pezzuola d’unguento sul labbro, e la donna forse si medicò anch’ella, però che buon pezzo andò a gambe aperte. E gli uomini della terra di tal novella più tempo n’ebbono a ridere e a parlare. Ma ancora ci fu meglio, che ’l maniscalco domandò d’essere pagato, e Mauro contradiceva, allegando che si dovea pagare di ferrare, e non di sferrare. E ’l maniscalco rispondea: — Come! o non mi debb’io pagare, quando io medico uno cavallo levandolo da pericolo di morte, o d’altro fortunoso caso? o se uno cane
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
217 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CXV Dante Allighieri, sentendo uno asinaio cantare il libro suo, e dire: arri; il percosse dicendo: cotesto non vi miss’io; e lo rimanente come dice la novella. Ancora questa novella passata mi pigne a doverne dire un’altra del detto poeta, la quale è breve, ed è bella. Andandosi un dì il detto Dante per suo diporto in alcuna parte per la città di Firenze, e portando la gorgiera e la bracciaiuola, come allora si facea per usanza, scontrò uno asinaio, il quale avea certe some di spazzatura innanzi; il quale asinaio andava drieto agli asini, cantando il libro di Dante, e quando avea cantato un pezzo, toccava l’asino, e diceva: — Arri. Scontrandosi Dante in costui, con la bracciaiuola li diede una grande batacchiata su le spalle, dicendo: — Cotesto arri non vi miss’io. Colui non sapea né chi si fosse Dante, né per quello che gli desse; se non che tocca gli asini forte, e pur: — Arri, arri. Quando fu un poco dilungato, si volge a Dante, cavandoli la lingua, e facendoli con la mano la fica, dicendo: — Togli. Dante veduto costui, dice: — Io non ti darei una delle mie per cento delle tue. O dolci parole piene di filosofia! che sono molti che sarebbono corsi dietro all’asinaio, e gridando e nabissando ancora tali che averebbono gittate le  pietre;  e  ’l  savio  poeta  confuse  l’asinaio,  avendo  commendazione  da qualunche intorno l’avea udito, con così savia parola, la quale gittò contro a un sì vile uomo come fu quell’asinaio.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � rabbioso, com’era questo granchio, avesse afferrato uno cavallo, e non lo lasciasse, e io facessi sì che lo lasciasse e guarisselo, non doverrei io essere pagato? — e di molte altre belle ragioni disse tanto che li diede soldi venti, come se avesse ferrato uno cavallo. Così avviene spesso agli uomini trascurati, o più tosto, si potrebbe dire,  smemorati;  ché,  venendo  costui  dal  mare  co’  granchi,  li  puose  sul letto, e gli ne intervenne quello che ben gli stette; però che s’egli avea preso il granchio, e ’l granchio si vendicò, pigliando lui e la moglie per sì fatta maniera che quando il granchio ne fu levato dal maniscalco si potea dire, come disse Dante: “La bocca sollevò dal fiero pasto ec.”. E così in questa vita spesso son presi gli uomini da diversi casi, e sono tanti che uomo non gli potria mai immaginare. E però non si dee alcuno fidare della fortuna però che spesse volte il morso d’un piccolo ragnolo ha morto uno fortissimo uomo.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXVI Prete Juccio della Marca è accusato allo Inquisitore per le sue cose lascivie, ed essendo dinanzi a lui, gli dà di piglio a’ granelli in forma che mai non li lasciò, che lo prosciolse. E’ mi conviene pur tornare nella Marca, però che di piacevoli uomeni sempre è stata piena. Fu nella terra di Montecchio già un prete, il quale avea nome prete Juccio, il quale era cattivo in ogni crimine di lussuria; e per Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 218 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � questo, purch’egli avesse possuto contentare le sue volontà, ogni affezione vi mettea, come se nel Vangelo per la bocca di Cristo gli fosse comandato; e sempre avea per usanza d’andare sanza panni di gamba. Avvenne per caso che, arrivando nella detta terra uno Inquisitore dell’ordine di Santo Francesco, questo prete Juccio li fu accusato de’ suoi cattivi costumi; e fra l’altre cose, fu detto allo Inquisitore che elli non portava panni di gamba: — E questo, venendo a voi, il potrete fare vedere, e seretene certo; e secondo li vostri decreti senza brache non si puote cantar messa, ed elli la canta tutto dì. Udito l’Inquisitore gli accusatori, fece richiedere prete Juccio, il quale di presente comparì. Come lo Inquisitore il vide, disse: — Fatti in cià ad escusarti d’una inquisizione. E quelli accostasi a lui. Dice l’Inquisitore: — Èmmi detto che ci vai sanza brache. Dice prete Juccio: — Signor mio, egli è vero, che per questi caldi non le posso portare. Dice lo Inquisitore: — Anzi ci vai senz’esse, per esser più presto alli stimoli della lussuria. — Come che sia, io sono a’ vostri comandamenti. Dice lo Inquisitore: — Se’ tu prete Juccio, il quale fai tante cattivanze? E quelli rispose: — Non fe’ mai niuna cattività. E detto questo, dà di piglio alli testicoli con l’altre appartinenze dello Inquisitore, e dice: — Perché tenete voi questo pascipeco? questo è quello che va facendo le cattivanze, e contra li comandamenti di Dio —; e tirando quanto potea, dicendo: — Mai non ti lascerò il tuo pascipeco, se tu non mi prosciogli d’ogni cosa che lo mio pascipeco ha fatto. E tanto tirò che lo Inquisitore per forza l’assolveo della formata inquisizione.  E  partendosi  il  detto  Inquisitore,  prete  Juccio  ringraziò  il pascipeco dello Inquisitore, lo quale l’avea assoluto de’ suoi peccati, dicendo  quel  verso  delle  letane:  Propitius  esto,  parce  nobis  domine.  E  così  per nuovo  modo  fu  deliberato  prete  Juccio;  e  l’Inquisitore  se  n’andò  con  la borsa e col pascipeco molto ristretto e forte indolinzito, in forma ch’andando a cavallo, dalla sella era molestato più che non averebbe voluto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCIX Il Minestra de’ Cerchi, avendo debito e guardandosi, stando a Candeghi è preso da’ messi, li quali l’aescarono con una anguilla messa in una fonte. Ma che dirén noi della novella che segue, la quale dimostrerrà come con una anguilla fu preso alla lenza uno gentiluomo fiorentino? Il Minestra de’ Cerchi fu uno uomo grasso e con corto vedere, ed era molto goloso, e sempre parea che stesse in debito. Avea uno suo luogo a Candegghi, là dove il più si dimorava, e là stava in casa, e quasi mai non usciva fuori per paura di non esser preso. Di che avvenne che, dovendo uno avere buona quantità di denari da lui, e avendone gran bisogno, e non possendo vedere né via né modo in che maniera potesse essere pagato, trovando un dì due messi della nostra città, che l’uno avea nome Mazzone e l’altro Messuccio, disse loro se alcuno  modo  vedessono  di  pigliare  questo  suo  debitore,  e  pigliassono  il prezzo come a loro piacesse. Di che si tirorono da parte e pensorono in che modo il potessono fare; e dissono al creditore che dava loro il cuore di sì, ma che voleano fiorini dieci. A  colui  parve  mill’anni,  e  disse  che  era  contento.  Fatto  il  patto  e considerato ciò che aveano a fare, eglino andorono tanto cercando a’ pescatori ch’egli ebbono una anguilla viva di circa due libbre, e con questa in Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E così questi cherici marchigiani, andando sbracati, sono sì fieri, che ogni  persona  fanno  venire  a  ubbidienza,  se  non  s’abbattessino  a  messer Dolcibene, che gli sapea capponare.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
450 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � uno orciuolo d’acqua se n’andorono verso la Badìa a Candegghi; però che sapeano che ’l detto Minestra beeva dell’acqua d’una fonte, non molto di lungi dal luogo suo, e che la sua fante a quella andava per l’acqua per lui. Onde andorono alla detta fonte, ed entro vi misono quella anguilla. Messa che ve l’ebbono, nascosamente si misono in aguato, per essere presti a quello che poi venne lor fatto. Venendo l’ora dopo desinare, andando la fante per l’acqua forse per lavare le scodelle, guardando nella fonte, ebbe veduta questa  anguilla,  e  sforzandosi  quanto  poté  di  pigliarla,  vi  consumò  una mezz’ora;  e  in  fine,  abbandonatala,  si  torna  con  la  mezzina  dell’acqua  a casa; là dove, parendo al Minestra che troppo fosse stata, dice: — Il diavol ti ci reca; che hai tu tanto fatto? Ella risponde: — Non gridate, ché io v’ho creduto recare una bella anguilla che è nella fonte, che è grossa come quell’asta di lancia; e credendola più volte avere presa, ella m’è schizzata di mano, che sapete com’elle sdrucciolano. Disse il Minestra: — Sciocca che tu se’, ella fia una serpe; onde verrebbe l’anguilla costì? Dice la fante: — Sia col buon anno, s’io non conosco il baccello da’ paternostri! io vi dico ch’ella è un’anguilla. Il Minestra, udendo questo, ché già se la cominciava a manicare, disse: — Per certo, s’io dovesse essere preso, io non me ne terrei che io non v’andasse. E tolto un bucinetto che avea in casa da pigliare passere alle buche, andò alla detta fonte e menò seco la fante, però che elli non averebbe veduto la bufola nella neve, non che l’anguilla nella fonte. E dicendo alla fante: — Vedila tu? Ella dice che sì; ed elli li dice come ella debbe adoperare quel bucine. La fante, ubbidendo, in poco d’ora la tirò su nel bucine; e ’l Minestra così nella rete se la recò in mano dicendo: — Padella! E avviandosi con essa verso casa, ed ecco Mazzone e ’l compagno uscire dell’aguato, e giugne e piglia il Minestra, dicendo: — T u non la mangerai sanza me. Il Minestra, conoscendolo alla voce, ché poco lo scorgea con la vista, dice: — Eja, Mazzone, che vuol dir questo? Dice Mazzone: — Convientene venir con noi —; ché v’erano ancora quattro berrovieri. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXVII Messer Dolcibene, essendo nella città di Padova, e non volendo il Signore che si partisse, con una nuova e sottile astuzia al suo dispetto si parte. Nella  città  di  Padova  con  messer  Francesco  vecchio  da  Carrara  si trovò messer Dolcibene, il quale a drieto in più novelle è stato raccontato, a una sua festa; ed essendo stato più dì, e avendo aùto quella utilità che gli uomeni di corte, che traggono a’ signori, possono avere, e più nulla sperando, pensò di voler mutare asgiere e di partirsi, chiedendo commiato al signore. Il signore, veggendo che costui si volea partire, perché non vedea da potere più trarre a sé, non lo licenziò; ed elli pur ritornando a domandar licenza, però che non avendo il bullettino non potea uscire di Padova, il signore ordinò con quelli delle bullette gli facessino il bullettino, e a quelli delle porte avea ordinato non lo lasciassono andare, se elli medesimo, o suo famiglio, non dicesse loro. Messer Dolcibene, andando e’ co’ bullettini e con licenza, pervenuto alla porta per uscir fuori, niuna cosa gli valea. Ritornando  in  fine  al  signore  e  dicendogli:  —  Al  nome  del  diavolo,  non  mi straziar più, lasciamene andare —; dice il signore: — Va’, per me non ti tengo; e acciò che tu ’l creda bene, tu vedrai testeso la prova. E chiamò messer Ugolino Scovrigni, e disse: — Sali a cavallo, e va’ con Dolcibene, e di’ a’ portinari lo lascino andare. A messer Dolcibene parve esser licenziato da dovero, e muovesi col detto messer Ugolino; e come furono alla porta, dice messer Ugolino: — Lasciate andare messer Dolcibene, e io ve lo dico per bocca del signore. Dissono i portinari: — Se il signore il dicesse qui in persona, noi non siamo per lasciarlo andare. Messer Ugolino strigne le spalle, e tornasi con messer Dolcibene al
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
451 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Il Minestra cominciò a gridare: — Accurr’uomo, che io sono stato tradito. Dicono i messi alla famiglia: — Menatelo oltre a Firenze. E tolsonsi l’anguilla loro; pregandoli il Minestra quanto poteo che ’l lasciassino e non lo volessono disfare. Elle furono parole, ché lo menorono a Firenze preso, e rassegnoronlo in Bolognana, e andorono al creditore a significarli  la  presa  essere  fatta;  il  quale  per  letizia  abbraccioe  e  bascioe Mazzone, dicendo e domandando in che maniera l’aveano preso. Eglino gli ’l dissono. Di che, del modo ancora più si maravigliò; e subito gli menò dove accattò fiorini dieci, e pagolli, e andollo a raccomandare per lo suo debito. E ’l Minestra, per paura di non v’essere staggito per altrui, subito trovò modo di pagare; e così gli costò cara l’anguilla. Né più né meno feciono questi messi come fa il demonio, il quale sempre sta avvisato di pescare e d’uccellare con nuove esche, e con nuovi zimbelli, e con nuove trappole per pigliare l’anime: e quanti n’ha già preso nel vizio della gola, e con l’anguille e con le lamprede, e con gli altri cibi! Ben fu preso in questo Nozzino Raùgi nostro fiorentino, che fu lasciato ricchissimo dal padre, e nella gola consumò ciò ch’egli avea, e avvolse la lampreda  intorno  al  cappone,  e  arrostigli  insieme,  ponendogli  nome ilbaccalare cinghiato: ma nella fine fu ben cinghiato di tanta miseria che morì miseramente. E molti altri potrei contare, che per questo vizio sono venuti in miseria e in ruine. E notino li padri e le madri, che allevano i loro figliuoli, acciò che non li crescano in questo vizio; ché questo è quel vizio che per lo primo peccato ci ha condotto a morte, e fa altrui incorrere in molti terribili peccati e disfazione di famiglie; però che dalla gola viene lussuria, prodigalità, giuoco e molti mali; e in fine quando manca l’avere, che non abbia di che supplire all’appetito, a tutti e’ mali si reca per avere danari. Se io volessi descrivere quanti e quali, non so se capessono in questo libro. E come il demonio aesca nella gola, così nella lussuria e nella concupiscenza carnale, così nell’avarizia con la moneta e con le ricchezze e stati e beni terreni; e quando li giugne alla fonte, come Mazzone giunse il Minestra, gli piglia e dagli a’ berrovieri, cioè a’ diavoli, che gli menino alla Bolognana, nel centro dell’abisso; e allora è pagato colui che dee avere, e al debitore è dato quello che merita.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � signore, e dice quello ch’e’ portinari hanno detto. E ’l signore mostra di adirarsi, e dice: — Dunque m’hanno i miei servi per così dappoco? per lo corpo e per lo sangue, che io scavezzerò loro le braccia su la colla. Messer Dolcibene, che s’avvedea, dice al signore: — Deh, non facciamo tanti atti; tu fai fare tutto questo, e fa’ lo per istraziarmi; ma quando io mel porrò in cuore, io me n’andrò a tuo dispetto. Disse il signore: —  Se  tu  puo’  far  cotesto,  o  che  vieni  per  licenzia  e  per  bullette? vattene ogni ora segnato e benedetto. Disse messer Dolcibene: — Vuo’ tu, s’io posso? Disse il signore: — Sì sì, va’ pur via. E  messer  Dolcibene  si  parte,  e  vassene  a  uno  luogo  s’uccideano  li castroni e’ porci; e toglie uno coltellaccio, e tutto quanto l’avviluppò nel sangue, e sale a cavallo, e portalo alla scoperta in alto, mostrando che con esso avesse fatto omicidio; e dà degli sproni, correndo verso la porta. La gente  gridava:  “Che  è,  che  è?”  E  chi  dicea:  “Piglia”;  e  chi:  “Pigliate”;  e messer Dolcibene gridava: — Oimè lasciatemi andare, ch’io ho morto il todesco Casalino. Come la gente udiva questo, chi a man giunte gli priega drieto, e chi in un modo, e chi in un altro, dicendo: — Dio ti dia grazia che tu scampi e che tu vada salvo. Giugnendo alla porta, i portinari si fanno incontro per pigliarlo e con le spade e con lance, e averebbonlo fatto; ma come udirono lui dire avere morto il tedesco Casalino, le lance e le spade di piatto si menavono, e davano maggiori colpi che poteano su la groppa al cavallo, gridando: “Piglia, piglia”; ogni cosa feciono, perché fuggisse bene; e così, uscendo fuori della porta a sproni battuti, s’andò con Dio. E acciò che questa novella sia meglio gustata, questo tedesco Casciolino fu il più sgraziato padovano che mai fosse in Padova, e non era niuno, non che bene gli volesse, ma che non bramasse a lui venire ogni male. Era ricchissimo, e per questa disgrazia si partì di Padova con ciò ch’egli avea, e vennesene a Firenze, e comperò casa, e puosesi su la piazza di Santa Croce; e comperò il bel luogo da Rusciano, il quale è oggi di messer Antonio degli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CCX Certi gioveni fiorentini, uccellando alle quaglie, andando, per ben cenare con le quaglie prese, al Pantano, luogo di Curradino Gianfigliazzi si trovorono più là che Malalbergo. Io  non  so  chi  arrivasse  peggio,  o  questo  Minestra,  di  cui  sopra  è detto, per volere mangiare l’anguilla presa, o certi gioveni, per volere mangiare le quaglie che aveano prese. Come è d’usanza, del mese di settembre, quelli che tengono sparviere, s’accozzano insieme e cercano diversi piani per andare uccellando a quaglie; e così feciono brigata, non è molti anni, certi  gioveni  fiorentini  di  buone  famiglie,  e  uccellorono  tutto  un  dì  tra Prato e Pistoia: e avendone prese convenevolmente, deliberorono andare la sera a cena e albergo a uno luogo chiamato il Pantano, dove dimorava un gentiluomo de’ Gianfigliazzi, chiamato Curradino. E così s’avviarono di concordia; là dove giugnendo, però che ’l luogo era affossato intorno, e valicavasi il fosso su per un’asse assai stretta di faggio, cominciorono a chiamare Curradino, il quale, fattosi dall’altra parte su la ripa del fosso, dice: —  Voi siate i ben venuti; scendete e passate su per l’asse, e’ cavalli mettete a nuoto per lo fosso, ché altremente non possono passare. Udendo costoro questo, l’uno guarda l’altro; e alla fine, essendo lor forza il giuoco, scendono e danno i cavalli a’ lor fanti, e dicono: — Mettetevi per l’acqua, e passate di là. I fanti malvolentieri pur vi si missono; ed eglino passorono su per l’asse, che per la debolezza si piegava sì che parea ognora ch’ella si volesse rompere. Pur passati a grande stento, e quelli del ponte e quelli del guado, la raccoglienza fu grandissima, come è d’usanza de’ gentiluomini; dicendo pur in fine: — Voi starete come voi potrete; or via, mettete i cavalli qua —; e avviolli in  uno  casolare  che  era  mezzo  coperto  di  paglia  e  mezzo  no,  e  disse:  — Acconciateli qui —; là dove per la strettezza s’accostava sì l’uno all’altro che poteano ben mordere, ma non trarre l’uno all’altro; il tetto che era di sopra, non era tanto largo ch’e’ cavalli non stessono all’aria dal mezzo in giù. Il gentiluomo della casa dice a’ fanti: — Date lor bere, se non hanno beùto. I fanti rispondono: — Egli hanno aùto acqua assai.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Alberti. E come in Padova non avea grazia in persona, in Firenze n’ebbe vie meno, e ivi si morì. Il signore di Padova, sentendo in che maniera messer Dolcibene se n’era andato, pensi ciascuno che piacer ne prese, non ch’elli, ma tutta Padova. E ’l tedesco Casalino era guardato da ciascuno con gran risa; ed elli n’aombrò di questa novella per sì fatta maniera che quasi ne parea fatto più tristo che prima. Messer Dolcibene, uscito di Padova, se n’andò ricercando i signori di Lombardia, e con questa novella guadagnò di molte  robe,  e  ritornossi  a  Firenze  con  esse.  E  ritrovandosi  fra’  rigattieri, poiché con esse ebbe fatto un pezzo la mostra, le recò a contanti; e poi se n’andò a un suo luogo a Leccio in Valdimarina, e con quelli danari fece fare di be’ lavori.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Li gioveni delle quaglie erano continuo, com’è d’usanza, a fare governare le loro bestie, e quanto più s’affaticavono, più le vedeano sgovernate. Passoronsene come poterono; e avvioronsi a trovare le quaglie e pelare, per dare ordine alla cena; e venendo al fuoco per arrostirle, dissono venissono delle legne. Quivi furono recati sagginali, dicendo: — Noi ardiamo poco altre legne. In effetto elle si convennono arrostire co’ sagginali, però che l’ora era tarda, e volendo essere andati a trovare modo d’averne, si convenìa al buio passare Rubicone. Quando le quaglie furono cotte, o vero affumicate, e’ furono posti a uno descaccio che tuttavia parea che fosse in fortuna, e su una panchetta che stava peggio. — Hacci del vino? — dice uno di loro. Dice il gentiluomo a uno della casa: — Va’, fa’ del vino. E  quelli  va,  e  preme  in  uno  orciuolo  grappoli  d’uve  con  le  mani. Dicono gli uccellatori: — O che fa quelli? Dice il gentiluomo: — Io non beo altrimenti in questo tempo, ch’egli è mesi che mi mancò il vino vecchio. Chi strigne le labbra e chi le spalle: e’ convenne loro pur bere; sanza l’acqua, che era naturale secondo il nome del luogo; il pane parea di mazzero e biscotto, come se fossono in galea: egli erano bene in fortuna. E poco stettono a tavola che andorono a vedere e’ cavalli, li quali parea che dicessono favole, e non guardavano meno li loro signori ch’e’ loro signori guardassono loro. Ad abbreviarla, egli stettono male quanto dire si puote. Pensorono di passare le loro pene questi uccellatori col dormire il più tosto che potessono; e  inviati  a  una  camera,  o  vero  cella  cavata,  o  vivaio  che  vogliamo  dire, scesono quattro scaglioni, e all’ultimo era un’asse che era ponte dallo scaglione alla panchetta del letto; però che nella detta camera era l’acqua alta un mezzo braccio. Passò la brigata il detto ponte, lieti come ciascun dee credere; e volendo andare alla guarderoba, tre passi in su tre pietre convenìa lor fare in punta di piedi, per non toccare l’acqua; poi entrorono, quattro ch’egli  erano,  in  uno  letticciuolo  che  avea  una  coltricetta  cattiva,  che  parea piena di gomitoli e di penna d’istrice, con uno copertoio tutto stampanato, e con ogni altra cosa da fare penitenza. E Curradino si parte da loro, dicendo:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Messer sì. E più mattine il piovano mandò il detto fante, e mai non poté avere un buon fico. Una mattina fra l’altre, avendolo mandato il piovano per li detti fichi, dice a un suo cherico: — Deh, va’ sotto la tale pergola, e guarda che ’l fante non ti veggia, e vedi di qual fichi mi reca, e quello che fa; che per certo altro che Dio non può fare che costui mi rechi de’ fichi di quel fico. E ’l cherico va sotto la pergola e sta in guato, accostandosi più al fico, dove il fante era, che potea. Essendovi su il fante, ebbe veduto troppo bene che, cogliendo quelli più belli fichi, che piagnevano dell’inganno del loro signore, il fante, sanza partirli, se gli mangiava, dicendo a ciascuno: — Non pianger no, non ti manicherà messere. Quando il cherico ha veduto e udito il fatto, catalone catalone, se ne va e torna al piovano, e dice: — Messere, e’ ci è la più bella novella che voi udiste mai; il vostro buon garzone va troppo bene al fico, dove voi il mandate, e quelli belli che voi vorreste e che al becco hanno la lagrima, tutti gli manuca per sé; ed ècci peggio  delle  beffe  che  fa  di  voi:  ché  ciascuno  che  gli  viene  alle  mani  di quegli, dice: “Non pianger no, non ti mangerà messere”; e manucaseli tutti a questo modo. Dice il piovano: —  Per  certo  questa  è  ben  bella  novella;  ben  dicea  io,  questo  non poter mai essere —; e aspetta che lo amico torni co’ fichi, ed eccolo tornare. Il  piovano  scuopre  il  canestro,  e  non  truova  se  non  fichi  duri  e  a bocca aperta. Volgesi al fante: — Deh morto sie tu a ghiado; quanto io ho assai sofferto! che fichi son questi che tu m’hai recato parecchi mattine? Quelli risponde: — Messere, son di quel fico che voi mi mandaste Dice il piovano: — E tu di’ vero, ma di quelli del lamento della Maddalena non me ne tocca niuno a me. Dice il fante: — Che hanno a fare i fichi con la Maddalena? — Ben lo sai tu, — dice il piovano, — come tu hai consolato quelli che aveano la lagrima, che se’ stato sì pietoso del piagnere che faceano che
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � —  Fate  penitenza,  io  son  povero  gentiluomo,  e  sto  come  fanno  i gentiluomini; godete e datevi buon tempo. E così si partì, e la brigata rimase in guazzetto. Dice l’uno: —  Dic’elli  che  noi  godiamo?  se  noi  fossomo  ranocchi,  anguille  o granchi, potremmolo fare. Dice l’altro: — Noi fummo ben granchi a venirci, che morti siàn noi a ghiado, che ci venimmo. Dice un altro: — Egli è il tale che vuole risparmiare lo scotto dell’albergo; egli era ben meglio andare all’albergo al Ponte Agliana, com’io dissi. Il quarto dice: — E’ son be’ risparmi i nostri; e’ ci potrà costare questa venuta ancora sì cara che tristi a noi che mai ci venimmo; noi ce ne avvedremo a’ medici e alli sciroppi e alle suzzacchere, che sapete quello che costono, e anche non so se noi ce ne camperemo. E così tutta notte quasi non dormirono, parendo loro mill’anni che fosse dì per levarla. Uno vantaggio ebbono, che tutta notte pisciorono per la  camera,  e  non  si  parea.  Venuto  il  giorno,  col  canto  delle  botte  e  de’ ranocchi, si levorono e uscirono del molticcio, facendo subito sellare i cavalli e chiamando i cani, e tolti gli sparvieri in braccio, dissono: — Curradino, fàtti con Dio. Curradino disse: — Io v’aspetterò a desinare. Risposono: —  Se  noi  verremo,  tu  te  ne  avvedrai  —;  e  passorono  il  ponte,  e’ cavalli il fosso a nuoto; e saliti a cavallo, come se ’l diavolo gli ne portasse si dileguorono per dilungarsi dal Pantano. E dicevano insieme tra loro: — Non v’avessimo noi lasciati gli occhi, credendoli riavere, che noi vi ritornassimo —; e spesso si volgeano a drieto, o per vedere se dal Pantano s’erano ben dilungati, o per paura che non andasse loro drieto; e mai non ristettono che ritornorono a Firenze; affermando tutti, non che di ritornare mai al Pantano, ma stare un anno che non uscirebbono della porta al Prato. E riempierono Firenze della gentilezza che aveano trovata, che fu ancora più nuova che io non ho scritto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � tu gli hai tutti divorati. Il fante si difendea; ma pur sentendo dire il piovano, con la testimonianza del cherico, ebbe per certo il guato essere scoperto, e dice: — Messer lo piovano, quello che io facea io mel credea fare per vostro vantaggio; io vi recava de’ fichi che stavano divisi e a bocca aperta. E perché ve gli recava partiti e divisi? Perché voi sempre gli partite, quando gli mangiate; e perciò che non gli aveste a partire, e non duraste quella fatica; che quanto io per me, non ne parto mai niuno, e però mangiava gl’interi. L’altra ragione, il perché io ve gli recava a bocca aperta, tenendo per me e mangiando quelli della lagrima, è perché io conosco che le cose allegre vogliono esser de’ signori, e le triste de’ fanti. Io vi recava i fichi lieti e che rideano di sì gran volontà con la bocca aperta, che se avessino aùto denti, tutti si sarebbono annoverati; e per me mi toglieva li tristi di pianto e lagrimosi. Dice il piovano: — Per certo, tu m’hai rendute ragioni che tu déi molto ben sapere il Rinforzato —; e fra sé medesimo godea di questa novella; ma pur non sì, che  trovando  da  ivi  a  pochi  dì  che  ’l  fante  detto  allegando  un  testo  del Codico, gli facea danno in cucina, lo mandò via, essendo rimaso il detto piovano molto più sperto e più cauto.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Molto ha preso oggi la gentilezza romitana forma, però che con grande astinenza vivono quelli che sono chiamati gentiluomini, salvo che quando pigliano di ratto, e siano questi di qualunche vita sia o viziosa o scellerata, si dice: “E’ sono pur de’ tali, che sono gentilissima famiglia”; e pare che per tale titolo e’ si convenga loro usare qualunche vita più laida sia, o non s’intende  per  costoro  che  non  aveano  più  che  s’avessono.  E  così  s’usa  il verso di Dante per lo contrario: “È gentilezza dovunch’è virtute, ec.”.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXIX Messer  Gentile  da  Camerino,  mandando  l’oste  a  Matelica,  certi  fanti  da Bovegliano,  essendo  ebbri,  combàttieno  uno  pagliaio,  e  nella  fine,  cogliendo ciriege, sono tutti presi. Messer Gentile da Camerino fece bandire una volta per lo suo territorio che cotanti per centinaio dovessino con le loro arme comparire, sapendo che volea mandare l’oste a Matelica; e per obbedire, ogni suo sottoposto s’apparecchiò d’andare nella detta oste; e fra gli altri comuni e ville, andarono alla detta Matelica una nuova generazione di gente d’una villa che si chiama la pieve di Bovegliano; della qual villa si partirono per andar nell’oste trenta e dieci buon fanti, e ben armati tutti si misseno in cammino, e arrivorono ad una taverna, dove la detta brigata si rinfrescarono; e poi che ebbono molto ben beùto, che tutti erano obbriachi, andarono in su un’aia, dove era un grande pagliaio di paglia, e chi si voltolava di qua, e chi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 224 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � di là. Disse uno di loro che avea nome Nazzetto: — Brigata, noi andiamo nell’oste a Matelica, e se noi non proviamo prima le nostre persone, innanzi che giugniamo a Matelica, non sapremo che fare, e là saremo vituperati; e perciò credo che sia lo meglio che noi diamo la battaglia a questo pagliaio, e facciamo ragione che sia un castello; e come faremo qui, così faremo a Matelica. E così si furono accordati; e armandosi tutti di palvesi, e di rotelle, e di balestra, e lancioni; tutti ad una voce gridando: “Alla terra, alla terra”; alcuno gridava: “Arrendetevi, cattivelli”; e gittansi addosso al detto pagliaio, lanciando forte e balestrando verrettoni, facendo gran prove contro al detto pagliaio. Ma il migliore fante che ci fosse, fu Nanziuolo di Nazzarello, che lanciò la lancia per fino allo stocco nel detto pagliaio. E questo detto: “infino allo stocco”,  s’intende,  secondo  il  vulgare  della  Marca,  quando  tutto  il  ferro  v’è entrato dentro. E tanto fecero la detta brigata che tutto lo detto pagliaio buttorono per  terra,  e  poi  si  coricorono  a  dormire  nella  detta  paglia;  e  traversando  le gambe e intraversando l’una sopra l’altra, quando si svegliarono, e uno guarda fra le dette gambe, e videle così infrascate. Dice alla brigata: — Fratelli miei, come faremo noi, che non serà chi ci recappi queste gambe, perché io non so qual si sieno le mie. E l’altro rispondea: — Per le maraviglie di Dio, che tu dici lo vero che non reconosciamo le gambe l’uno dell’altro. E chi facea boto a San Venanzo, e chi a San Givingio, e chi a Santo Iemino,  e  chi  a  uno,  e  chi  a  un  altro,  che  li  campasse  e  rendesse  le  sue gambe.  E  standosi  in  questa  maniera,  passando  uno  da  San  Genagio,  il quale avea nome Giovanni di Casuccio, ed era abbottonato d’argento dal capezzale infino al piede, da loro fu chiamato, dicendo: — Noi ti preghiamo che ritruovi a ciascuno di noi le nostre gambe, e a ciascuno rendi le sue. Lo detto Joanni, facendosi presso a costoro, disse: — E che mi ci darete, se io ce le ritruovo? Furono in patto di darli soldi dieci per ciascuno; egli furono contenti, e pagaronlo innanzi tratto; e chi diede danari e chi pegni. Quando fu da ciascuno accordato, ed egli piglia uno bastone e gitta tra le gambe di questi pappacchioni. Quando egli veggiono questo, ciascuno si tira le sue gambe sotto, e ciascuno riebbe e riconobbe le sue; e lodando lo detto Joanni per buon maestro, e Santo Venanzo, e gli altri santi, a cui s’aveano raccomandaOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCXI Il  Gonnella  buffone  vende  alle  fiera  di  Salerno  stronzi  di  cane  per  galle  di grandissima virtù, e spezialmente da indovinare; e come, ricevuto di ciò gran prezzo, se ne va libero. Ancora non mi pare che certi arrivassono molto bene in volere assaggiare d’una vivanda che comperorono da uno che la vendea, come che non l’avessono a cuocere co’ sagginali. Gonnella buffone, il quale di fare cose nuove non ebbe pari, come ancora in certe novelle a drieto è narrato, andando spesso per lo mondo in più strani luoghi che potea, arrivò una volta in Puglia alla fiera di Salerno. E veggendo assai gioveni che aveano piene le borse per comprare mercanzia, s’addobbò d’una veste in forma che parea uno medico venuto d’oltramare; e trovata una scatola bassa e larga, e una tovagliuola bianchissima messa dentro, e distesala, su quella pose quasi trenta pallottole di stronzi di cane; e con questa in mano alla scoperta, e con uno de’ capi della tovagliuola in su la spalla, giunse in su la detta fiera, e postosi da  parte  su  uno  desco,  avendo  seco  un  famiglio  da  lato,  puose  la  detta mercanzia; e cominciando a parlare quasi gergone col famiglio, come venisse dal Torissi, fece trarre a sé diversa gente. Alcuni lo domandavono — Maestro, che mercanzia è questa? E quelli dicea: — Andatevi con Dio; ella non è da fatti vostri, ell’è cosa di troppo valore, e non si fa per chi non ha da spendere. E a cui dicea in una forma e a chi in un’altra, solo per aguzzar più gli appetiti di quelli che erano d’attorno: tanto che certi giovani, tirandolo da parte, li dissono:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
225 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � ti,  che  aveano  mandato  costui  perché  non  fossono  vituperati,  pigliando ciascuno le loro arme e le loro gambe, e andarono a Matelica. Giugnendo nel campo lo dì seguente, li trenta e dieci buon fanti dalla pieve di Bovegliano andarono a mangiare le ciriege per una vigna, e chi stava ad alto e chi a terra.  Quelli  di  Matelica  uscirono  fuori  a  scaramucciare;  e  traendo  uno d’uno balestro, uno di questi che stava a terra, cominciò a gridare e lamentare, dicendo: — O compagno mio, acciutemi, che io sono morto —; tenendosi l’arme a’ fianchi, parendoli esser morto, come dicea, solo per lo diserrare del balestro. E ’l compagno scende del ciriegio, e guarda costui e dice: — Che hai tu? E quelli dice: — Guarda a chinche è colto quillo, quillo che fu su per l’aere. E lo compagno guarda, e dice: — E qui non è niente. Ed elli risponde: — Se no è qui, adunque è in quella folta sepe. E stando in questa questione, li Matelicani furono alla detta brigata, e pigliarono, delli trenta e dieci buon fanti, trenta e undici. Alli quali, a cui furono tratti i denti, a cui mozzi gli orecchi; e pagarono quello che poteano per uscire di prigione. E così capitarono questi gagliardi, che, essendo armati di mosto, combatterono con la paglia, e poi appiè d’un ciriegio furono vinti, senza fare alcuna difesa.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Maestro, noi ti vogliamo pregare che tu ci dica che pallottole sono quelle. E quelli dice: — Voi mi parete uomeni da dirvi il vero, e non parete caleffatori, — e parlando quasi tra tedesco e latino, disse: — Quella è mercanzia che chi la conoscesse l’arebbe più cara che tutto quello che è su questa fiera; e se voi mi vedeste quando ci venni, la recai io proprio, e non la fidai al mio famiglio. Costoro pur domandono. Elli disse che quelle pallottole aveano tanta virtù che chi ne mangiava pur una, subito sapea indovinare: e che con gran pena avea aùto questa ricetta dallo re di Sara, che signoreggia trentadue reami  d’infedeli;  e  perché  elli  spesso  usava  di  mangiare,  era  venuto  così gran signore. Dissono i gioveni: — Che costerebbe l’una? Rispose il Gonnella: —  Ella  non  può  costare  quello  che  non  sia  grandissimo  mercato; però che voi sapete che dice il proverbio: “Fammi indovino e farotti ricco”; e io era povero uomo, e per averle usate sto sì bene che io son ricco, e non mi manca nulla; ma perché voi mi parete gentiluomeni, io vi torrò fiorini cinque dell’una. Ellino  dissono,  per  amore  e  per  grazia  ne  voleano  quattro,  e  darli fiorini dodici. Il Gonnella, udendo la profferta, s’allegrò dentro, e di fuori si mostrò delle cento miglia, dicendo: — Io non le darei ad altrui per tre cotanti. Alla fine caddono in patto di fiorini quindici; ed elli disse: — Fate una cosa; direte al desco che me n’abbiate dato fiorini cinque dell’una —; e così dissono di fare. Il Gonnella che pensava, come malizioso, al fine, dice a costoro, perché la fiera durava tutto il giovedì vegnente: —  E’  ve  li  conviene  pigliare  in  venerdì  a  digiuno  tra  la  terza  e  la nona, però che è quel dì e quell’ora che ’l nostro Signore ebbe la passione; altrimente non avereste fatto nulla. Coloro dissono di farlo; e ch’ella era leggiera cosa a fare. Ed elli tolse fiorini quindici, e diede loro quattro pallottole. Gli altri d’attorno, veggendo spacciare, udendo la fama che già era, che chi mangiava una di quelle subito indovinava, concorsono a comprare per lo miglior patto che poterono, tutti avendo la ricetta dal Gonnella di pigliarle il venerdì a digiuno, e all’ora
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXX Essendo messo di notte un bando in Firenze da casa Bardi, un cherico, essendo entrato in uno monimento per certe faccende, comincia a gridare, e ’l banditore si fugge, credendo sia stata un’anima. Al tempo che ’l Duca d’Atene signoreggiava Firenze, morì un cavaliere  de’  Bardi,  il  quale  fu  riposto  in  uno  monimento  da  Santa  Maria sopr’Arno, che ancora oggi si vede essere nel muro dalla faccia dinanzi, il quale è sopra la via E la notte vegnente, essendo salito alcuno cherico sul detto monimento, e avendolo scoperchiato, ed entratovi dentro per ispogliare Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 226 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � il  detto  cavaliere  morto,  per  alcun  caso  convenne  andare  un  bando  per parte del Duca in quell’ora della notte; e giugnendo il banditore a bandire nella  via  appiè  del  detto  monimento,  come  ebbe  compiuto  el  bando,  e costui che era nel monimento si lieva, uscendo mezzo della sepoltura, e percotendo le mani, gridoe: — Sia, sia, sia. Il banditore veggendo e udendo il romore e le grida uscire con un corpo di un monimento, dà delli sproni al cavallo, e levala, come avesse mille diavoli addosso, credendo fermamente che anime di quello monimento si fossono levate e avessono fatto il detto romore, affermando il detto banditore  a  ciascuno  che  per  certo  di  quella  sepoltura  un’anima,  levandosi, dicendo: “Sia, sia, sia”, gli avea messa tal paura addosso che mai non che credesse bandire più, ma che il fiato suo avea perduto in tal forma ch’egli era molto presso a morte. Tutta Firenze il giorno seguente andorono a vedere il detto monimento; chi tralunava di qua e chi di là; nella fine dissono che ’l banditore ave’ aùto le traveggole e che non sapea quello che si dicea. Il Duca, sappiendo questo, volle sapere dal banditore questo fatto; e alla fine, credendo che l’avesse fatto per mettere la terra a romore, lo volea fare impiccare. Poi per la paura aùta il banditore parea che fosse invasato e fuori della memoria, e per questo campò la vita; che ’l Duca il fece cassare, e mai più non fu banditore, e anco ne fu contento. Nuovi casi s’accozzorono insieme a far maravigliare il Duca  e  tutti  i  cittadini,  e  a  far  presso  che  impiccare  il  banditore.  E  per questo e per moltr’altre cose si può comprendere come la fortuna spesso avvilisce chi va più di sicuro; come costui, che per bandire fu per morire.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � detta; tanto che tutte e trenta le vendé circa fiorini centoventi. Fatto questo il Gonnella, il venerdì a buon’ora col suo famiglio e con la valigia sale a cavallo; sanza dire all’albergatore che via tenesse, entrò in cammino. Venuta l’ora ch’e’ comperatori desideravano, cioè di mangiare le pallottole per indovinare, due di quelli gioveni primi comperatori, volonterosi d’essere indovini, danno di morso a gran bocconi ciascuno in una, e subito l’uno sputa fuori, e dice: — Oimè! che sono stronzi di cane, — e l’altro fa il somigliante; e subito vanno all’albergo, e domandono del medico che vendea le pallottole. L’albergatore dice: — E’ dee essere dilungato sei miglia, tanto è ch’egli andò. — E dove? Rispose non sapere, ma per questa via tenne. Li gioveni erano bene in gambe, cominciano a piè a camminare, e vanno tanto ratti che lo giunsono a... che era a cavallo per partirsi dall’albergo. Come giungono a lui, dicono: — Maestro, tu ci hai venduto troppo cari li stronzi del cane; come noi gli avemmo in bocca, le sputammo. Disse il Gonnella: — Che vi dissi io? — Dicesti che subito indovineremmo. Rispose il Gonnella: — E così avete indovinato —; ed essendo bene a cavallo, dà delli sproni elli e ’l famiglio e vannosi con Dio. Li  gioveni,  quasi  rimasi  scornati,  e  veggendo  non  poter  tenerli dietro, si tornano addietro assai dolenti, dicendo: — Noi ce n’abbiamo una nostra una; egli è peggio ancor la beffa che ’l danno. E giunti a Salerno, truovano degli altri che aveano comprata di quella mercanzia; chi s’era messo alla cerca da una parte e chi da un’altra, e chi si stava come smemorato, e ciascuno si doleva e stava scornato di sì brutta beffa. Alcuni altri, sappiendo la novella, cominciorono a cantare: — A chi vuole indovinare, in bocca li possa un can cacare. E così si rimasono i comperatori scornati per un buon tempo: e ’l Gonnella se n’andò al suo viaggio verso Napoli, là dove con via più nuova malizia tirò a sé più denari che non furono questi, come nella seguente novella si dichiarerà.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CXXI Avendo maestro Antonio da Ferrara a Ravenna perduto a zara, capita nella chiesa dov’è il corpo di Dante, e levando tutte le candele dinanzi al Crocifisso, le porta tutte e appiccale al sepolcro di detto Dante. Maestro Antonio da Ferrara fu uno valentissimo uomo quasi poeta, e avea  dell’uomo  di  corte;  ma  molto  era  vizioso  e  peccatore.  Essendo  in Ravenna al tempo che avea la signoria messer Bernardino da Polenta, avvenne per caso che ’l detto maestro Antonio, essendo grandissimo giucatore, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 227 Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � e  avendo  un  dì  giucato,  e  perduto  quasi  ciò  che  avea,  e  come  disperato vivendo, entrò nella chiesa de’ Frati Minori, dov’è il sepolcro del corpo del fiorentino poeta Dante; e avendo veduto uno antico Crocifisso, quasi mezzo arso e affumicato per la gran quantità della luminaria che vi si ponea; e veggendo a quello allora molte candele accese, subito se ne va là e dato di piglio  a  tutte  le  candele  e  moccoli  che  quivi  ardevano,  subito,  andando verso il sepolcro di Dante, a quello le puose dicendo: — Togli, che tu ne se’ ben più degno di lui. La gente, veggendo questo, pieni di maraviglia diceano: — Che vuol dir questo? — e tutti guatavano l’uno l’altro. Uno  spenditore  del  signore,  passando  in  quell’ora  per  la  chiesa,  e avendo veduto questo, tornato che fu al palagio, dice al signore quello che ha veduto fare a maestro Antonio. Il signore, come sono tutti vaghi di così fatte cose, fece sentire all’arcivescovo di Ravenna quello che maestro Antonio avea fatto, e che lo facesse venire a lui, facendoli vista di formare processo sopra la eretica pravità per paterino. L’arcivescovo ebbe subito commesso che fosse richiesto; e quelli comparì; ed essendoli letto il processo che  si  scusasse,  e’  non  disdisse  alcuna  cosa,  ma  tutto  confessò,  dicendo all’arcivescovo: — Se voi mi doveste ardere, altro non vi direi; però che sempre mi sono raccomandato al Crocifisso e mai altro che male non mi fece; e ancora tanta cera veggendoli mettere che è quasi mezz’arso (così fuss’elli tutto), io gli levai quelli lumi e puosigli al sepolcro di Dante, il quale mi parea che gli meriti più di lui; e se non mi credete, veggansi le scritture dell’uno e dell’altro. Voi giudicherete quelle di Dante esser maravigliose sopra natura a intelletto umano; e le cose evangeliche esser grosse; e se pur ve n’avesse dell’alte e maravigliose, non è gran cosa, che colui che vede il tutto e ha il tutto, dimostri nelle scritture parte del tutto. Ma la gran cosa è che un uomo minimo come Dante, non avendo, non che il tutto, ma alcuna parte del tutto, ha veduto il tutto e ha scritto il tutto; e però mi pare che sia più degno di lui di quella luminaria; e a lui da quinci innanzi mi voglio raccomandare; e voi vi fate l’oficio vostro e state bene ad agio, che per lo suo amore fuggite tutti il disagio e vivete come poltroni. E quando da me vorrete sapere più il chiaro, io vel dirò altra volta, che io non abbia giucato ciò che io ho. All’arcivescovo parve essere impacciato, e disse: — Dunque avete voi giucato e avete perduto? tornerete altra volta.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Io son certo che ’l Gonnella dicea poi avere guadagnato; e’ si potea dire più tosto rubato, e con grandissimo inganno e tradimento; nelle quali cose nessuno altro mai fu con sì sottile e acuto ingegno. E grande maraviglia mi pare che ne’ dì suoi non trovasse chi lo pagasse del lume e de’ dadi, come meritava, come che le sue erano cose da ridere a cui non toccava.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Disse maestro Antonio: — Così aveste voi perduto voi, e tutti i vostri pari, ciò che voi avete, ch’io ne sarei molto allegro. Il tornare a voi starà a me; e con tornare, e senza tornare, mi troverrete sempre così disposto o peggio. L’arcivescovo disse: — Mo andeve con Dio o volì con Diavolo, e se io mandassi per voi, non ci verrete. Andate almeno a dar di queste frutte al signore, che avete dato a mi —; e così si partì. Il signore, saputo ciò che era stato, e piacendoli le ragioni del maestro Antonio, gli fece alcuno dono, sì che potesse giucare; e delle candele poste a Dante più dì con lui n’ebbe gran piacere; e poi se n’andò a Ferrara forse meglio disposto che maestro Antonio. In quelli tempi che morì papa Urbano quinto, una tavola essendo di lui posta in una nobile chiesa d’una gran città, vidi a quella essere posto un torchio acceso di dua libbre, e al Crocifisso, il quale non era molto di lungi, era una trista candeluzza d’uno denaio. Pigliò il detto torchio, e appiccandolo al Crocifisso, disse: — Sia nella mal’ora se noi vogliamo volgere e mutare la signoria del cielo, come noi mutiamo tutto dì quelle della terra. E così se n’andò a casa. Questa fu così bella e notabile parola, come mai potesse avvenire a simile materia. per voi, non ci verrete. Andate almeno a dar di queste frutte al signore, che avete dato a mi —; e così si partì. Il signore, saputo ciò che era stato, e piacendoli le ragioni del maestro Antonio, gli fece alcuno dono, sì che potesse giucare; e delle candele poste a Dante più dì con lui n’ebbe gran piacere; e poi se n’andò a Ferrara forse meglio disposto che maestro Antonio. In quelli tempi che morì papa Urbano quinto, una tavola essendo di lui posta in una nobile chiesa d’una gran città, vidi a quella essere posto un torchio acceso di dua libbre, e al Crocifisso, il quale non era molto di lungi, era una trista candeluzza d’uno denaio. Pigliò il detto torchio, e appiccandolo al Crocifisso, disse: — Sia nella mal’ora se noi vogliamo volgere e mutare la signoria del cielo, come noi mutiamo tutto dì quelle della terra. E così se n’andò a casa. Questa fu così bella e notabile parola, come mai potesse avvenire a simile materia.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CCXII D’una grande sperienza che ’l Gonnella buffone al tempo del re Ruberto fece verso Napoli, traendo da uno ricchissimo e avarissimo abate quello che mai da alcuno  non  fu  possuto  trarre;  e  per  questo  n’ebbe  e  dal  re  e  da’  suoi  baroni grandissimi doni. Giunto il Gonnella una volta a Napoli, andò a fare la reverenza allo re Ruberto;  e  là,  essendo  conosciuto  e  dal  re  e  da’  suoi  baroni,  al  tutto  si disposono di non darli alcuna roba o dono se elli non trovasse modo di farsi donare a uno abate ricchissimo e avarissimo di Napoli alcuna cosa; considerando  che  mai  dal  detto  abate  alcuno  non  poté  trarre  solo  un  bicchiere d’acqua. Il Gonnella, udendo e lo re e’ baroni, per fare prova di sé, non se ne scontentò però molto. E saputo dove stava questo abate, subito pensato il modo, si vestì assai poveramente come pellegrino. E partendosi dallo re e da’ baroni, disse: — Santa corona, poiché così mi comandate con la vostra baronìa, io vo dov’è di vostro piacere, e metterommi alla ventura. E mettesi in via, e va in verso la Badìa; e giunto alla porta, domanda dello abate, dicendo che avea gran bisogno di favellarli. Il portinaio andò all’abate, e disse: — Alla porta è giunto uno pellegrino che dice che ha gran bisogno di favellarvi. L’abate, ciò udendo, dice: — Serà qualche gaglioffo che vorrà limosina —; e muovesi, e va nella chiesa, e dice: — Digli che vegna a me. Ciò detto, e ’l pellegrino n’andò nella chiesa a lui, e inginocchioni lo pregò che lo dovesse confessare. L’abate rispose che li darebbe uno de’ suoi monaci che lo confesserebbe. Il pellegrino dice:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CXXII Messer Giovanni da Negroponte, avendo perduto a zara ciò ch’ elli avea, andò per vendicarsi, e uccise uno che facea li dadi. Messer Giovanni da Negroponte, avendo un dì perduto a zara ciò ch’egli avea, essendo grandissimo e valente uomo di corte, caldo caldo, con l’ira e con l’impeto del giuoco, andò con un coltello a trovare uno che facea dadi, e sì l’uccise. Ed essendo preso e menato dinanzi al signore di quella terra, che era despoto... il quale gli volea tutto il suo bene, dal signore fu domandato: — Doh, messer Giovanni, che v’ha mosso a uccidere uno vile uomo e mettere alla morte voi? Quelli rispose: — Signor mio, solo l’affezione che io porto alla vostra persona, pensando l’amore che mi portate; e la ragione è questa. Io avea perduto a giuoco ciò ch’io avea, e fui presso a una dramma per uccidermi; e disponendomi pur di fare omicidio, e considerando l’amore che mi portate, e che senza me non sapete stare; perché voi non perdeste me, e perché io non perdesse voi, andai a dar luogo all’ira sopra colui che faceva i dadi, pensando quella essere dignissima vendetta; però che molti signori e vostri pari mettono spesse volte pene a chi giuoca; ma considerando quanti mali dal giuoco vengono, io credo che serebbe molto meglio a tutto il giro della terra spegnere tutti gli altri, come io ho spento questo uno, che lasciarli in vita; e pensate  quanti  mali  dal  giuoco  vegnono,  e  forse  le  ragioni  mie  non  vi doverranno dispiacere. Il signore, ch’era di perfetta condizione, pensò le ottime ragioni di messer Giovanni da Negroponte, fece legge che per tutto suo terreno fosse pena  l’avere  e  la  persona  a  qualunche  facesse  dadi,  e  che  ancora  chi  gli facesse potesse esser morto sanza alcuna pena; e a qualunque fossono trovati addosso, pena di lire mille, o la mano; e chi giucasse, dove dadi fossono, pena l’avere e la persona. E così spense per tutto suo terreno questa pessima barba  e  questa  maligna  radice;  la  qual’è  biestemmar  Dio,  consumare  le ricchezze, congiugnimento di superbia e ira, per avarizia cercar furti e ruberie, uccidere e... darsi al vizio della gola, e per questo venire alle sfrenate lussurie e a tutti i mali che può far natura. E a messer Giovanni da Negroponte fu perdonato; e quello che facea i dadi, e che fu morto, se n’ebbe il danno.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Padre santo, io vi prego per misericordia che voi mi confessiate voi, però che io ho uno peccato sì grande che io non lo direi, se non a persona di maggior dignità che monaco; e però contentatemi di questo; e io ve ne prego per l’amor di Dio. L’abate, udendo costui, gli venne voglia d’esaudire a’ suoi preghi per sapere  che  peccato  fosse  quello  che  era  sì  grande;  e  disse  s’aspettasse  un poco, tanto che andasse alla sua camera: e così s’aspettò. E stando un poco, l’abate viene vestito d’una bellissima cappa paonazza, con li cordoni di seta dinanzi e con alcuni monacelli drieto; e andato a una sedia del coro, chiamò il pellegrino, il quale subito fu presto; e inginocchiatosi a piede dello abate, cominciò la sua confessione; e fondossi sopra il peccato avea sì grande che quasi non ardiva di dirlo, e non credea che Dio mai avesse misericordia di lui. L’abate come fanno, il confortava che dicesse sicuramente. Aliora il pellegrino dice: — Messer  l’abate,  io  ho  una  natura  o  condizione  sì  perversa,  che spesse volte io divento lupo, con sì gran rabbia che qualunche persona m’è innanzi io divoro, e non so da che né donde proceda; e perché l’uomo fosse armato, così lo divoro come se fosse gnudo; e più e più volte questo caso m’è avvenuto, e come io sono per diventare lupo, io comincio a sbadigliare e a tremare forte. L’abate, udendo costui, si cominciò tutto a cambiare, avendo grandissimo  timore.  Il  Gonnella,  che  avea  gli  occhi  d’Argo,  come  ciò  vede, comincia a tremare e sbadigliare forte, dicendo: — Oimè, oimè! che io comincio a diventar lupo! — e aprendo la bocca verso l’abate. All’abate non parve scherzo; levasi in piede e fugge verso la sagrestia. Il pellegrino, come accorto, avea afferrato la cappa, e non lasciandola, sull’entrare dell’uscio della sagrestia l’abate, sfibbiandosi il cordone, lasciò la cappa  di  fuori,  e  serrossi  dentro  all’uscio.  Gli  altri  monaci  per  la  paura s’erano dileguati chi qua e chi là. Il pellegrino, messasi la cappa sotto, se ne va quanto più puote nella Corte del re, dove avea lasciati li sua panni; e spogliatisi li panni peregrini, si vestì di quelli che più portava, e andò nella presenza del re e de’ suoi baroni, e disse in credenza quello che avea fatto, e ciò che seguìto era. Lo re e’ baroni con grandissime risa si maravigliarono della industria
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Franco Sacchetti Il  recentonovelle T Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � CXXIII Vitale  da  Pietra  Santa,  per  introdotto  della  moglie,  dice  al  figliuolo  che  ha studiato in legge, che tagli uno cappone per gramatica. Egli lo taglia in forma che, dalla sua parte in fuori, ne tocca agli altri molto poco. Nel castello di Pietra Santa, in quello di Lucca, fu già un castellano abitante in quello, ch’avea nome Vitale. Era, secondo di là, abiente, e orrevole contadino; ed essendogli morta una sua donna, lasciandogli uno figliuolo d’anni venti, e due figliuole femine, da’ sette infino a’ dieci anni, gli venne pensiero che questo suo figliuolo, che già era bonissimo gramatico, di farlo studiare in legge, e mandollo a Bologna. E mentre che era a Bologna, il detto  Vitale  tolse  moglie.  E  stando  insieme,  come  per  li  tempi  avviene, Vitale cominciò aver novelle come questo suo figliuolo diveniva valentissimo; e quando bisognava danari pe’ libri, e quando per le spese per la sua vita, el padre mandava quando quaranta e quando cinquanta fiorini: e molto di danari si votava la casa. La donna di  Vitale, e matrigna del giovane  che studiava a Bologna, veggendo mandare questi danari così spesso, e pensando che per questo a lei diminuiva la prebenda, cominciò a mormorare, e dice al marito: —  Or  getta  ben  via  questi  parecchi  danari  che  ci  sono;  mandagli bene, e non sai a cui. Dice il marito: — Donna mia, che è quel che tu di’? o non pensi tu quello che ci varrà, e l’onore e l’utile? Se questo mio figliuolo serà giudico, potrà poi esser dottorio conventinato, che ne saremo saltati in perpetuo seculo. Dice la donna: — Io non so che secolo; io mi credo che tu se’ ingannato, e che costui, a cui tu mandi ciò che puoi fare e dire, sia un corpo morto, e consumiti per lui. E in questa maniera la donna s’avea sì recato in costume di dire questo corpo morto che come il marito mandava o denari o altro, così costei era alle mani, dicendo al marito: — Manda, manda, consumati bene, per dar ciò che tu hai a questo tuo corpo morto. Continuando questa cosa in sì fatta maniera, agli orecchi del giovane che studiava in Bologna pervenne come la matrigna il chiamava in questa contesa che facea col marito “corpo morto”. Il giovane lo tenne a mente; ed
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � e sagacità del Gonnella; e lo re con tutti li baroni li donorono grandemente, sì che acquistò per la cappa dell’abate molto più che con li stronzi di cane venduti a Salerno. E spacciate in Napoli le sue faccende, si partì, e andò a suo  viaggio.  L’abate,  tutto  stordito  con  li  suoi  monaci,  credea  per  certo essere colui stato il nimico di Dio che in forma di peregrino era venuto a mordere la sua avarizia; e disse questa novella con alcuni, sì che pervenne alli orecchi del re. Il quale mandò per lui, e domandollo se fosse vero quello ch’egli  avea  udito.  L’abate  affermava  di  sì,  e  che  veramente  credea  fosse stato il diavolo, e in fine soffiava e sospirava della sua cappa. Lo re e’ baroni, che ciò sapeano, udendo l’abate, ne presono doppio sollazzo; e in fine credo che l’abate il sapesse, benché mai non mostrò di saperlo per non arrogere li scorni e le beffe al danno. Molto dee essere caro a’ più de’ lettori, quando si fatte beffe veggono fare agli uomeni così avari e spezialmente a’ cherici, ne’ quali ogni vizio di cupidità regna, avendo sempre gli animi per quella a dire menzogne, a fare escati, a tendere trappole, a vendere Iddio e le cose sacre. Sallo Elli medesimo, che a loro gli ha conceduti, chi sono o da che sono li più che hanno a governo li suoi templi; ché serebbe meno male che quelli rovinassono che essere fatti ostelli di sì viziosa gente.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Edizioni di riferimento elettroniche Liz, Letteratura Italiana Zanichelli a stampa F. Sacchetti, Il Trecentonovelle, a cura di E. Faccioli, Torino, Einaudi, 1970
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � essendo  stato  alquanti  anni  a  Bologna  e  bene  innanzi  nella  legge  civile, venne a Pietra Santa a vedere il padre e l’altra famiglia. E ’l padre, veggendolo, ed essendo più lieto che lungo, fece tirare il collo a un cappone, e disse lo facesse arrosto, e invitò il prete loro parrocchiano a cena. Venendo l’ora e postisi a tavola, in capo il prete, allato a lui il padre, poi la matrigna e seguentemente le due fanciulle, ch’erano da marito, il giovane studente si pose a sedere di fuori su uno deschetto. Venuto il cappone in tavola, la matrigna, che guatava il figliastro in cagnesco, a ceffo torto, comincia a pispigliare pianamente al marito, dicendo: — Che non gli di’ tu che tagli questo cappone per gramatica, e vedrai s’egli ha apparato nulla? Il marito semplice gli dice: — Tu se’ di fuori sul deschetto, a te sta il tagliare; ma una cosa voglio, che tu cel tagli per gramatica. Dice il giovane, ch’avea quasi compreso il fatto: — Molto volontieri. Recasi il cappone innanzi, e piglia il coltello, e tagliandogli la cresta, la pone su uno tagliere e dàlla al prete, dicendo: — Voi siete nostro padre spirituale e portate la cherica; e però vi do la cherica del cappone, cioè la cresta. Poi tagliò il capo, e per simile forma lo diede al padre, dicendo: — E voi siete il capo della famiglia, e però vi do il capo. Poi tagliò le gambe co’ piedi, e diedele alla matrigna, dicendo: — A voi s’appartiene andar faccendo la masserizia della casa, e andare e giù e su, e questo non si può far senza le gambe; e però ve le do per vostra parte. E poi tagliò li sommoli dell’alie, e puoseli su uno tagliere alle sue sirocchie, e disse: — Costoro hanno tosto a uscire di casa, e volare fuori; e però conviene abbiano l’alie, e così le do loro. Io sono un corpo morto: essendo così, e così confesso, per mia parte mi torrò questo corpo morto —; e comincia a tagliare, e mangia gagliardamente. E  se  la  matrigna  l’avea  prima  guatato  in  cagnesco,  ora  lo  guatò  a squarciasacco, dicendo: — Guatate gioia! — e pian piano dicea al marito: — Or togli la spesa che tu hai fatta.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � — Mettimi il bacinetto in testa, e dara’mi la miglior lancia in su la coscia, e guidami e appressami quanto tu puoi, dove è la brigata che tu sai. Giannino guida il cavallo, come dice, e tutti gli altri drietoli. Come si furono appressati a un trarre di balestro, dice Giannino: — Signor mio, prendete l’asta, ch’e’ nimici vi sono dinanzi a rincontro. E ingozzata l’asta, pigliando Giannino il cavallo per le redine, dando delli sproni a un ronzino su che era, e Cecco seguendolo, essendo quasi a mezza  via,  avendo  lasciato  Giannino  il  cavallo,  e  Cecco  con  l’asta  bassa correndo forte, credendo porre a uno di quelli cavalieri gli venne posto nel culo al detto Giannino. Il qual Cecco, credendo avere fatto un bel colpo in qualche valentre uomo, cominciò a gridare: — O Giannino, va’ per quel prigione. Giannino dall’altra parte, sentendosi inaverato, con gran voci comincia a dolersi, e dire: — Oimè! Cecco, voi m’avete morto. Dice Cecco: — Io ti dico, va’ per quel prigione, che ti nasca il vermocane. Allora Giannino con alte voci più si duole, dicendo: — Io vi dico che voi m’avete confitto il culo nella sella. Cecco, come infiammato di letizia, dicea pur: — Va’ pel prigione. E Giannino nel fine sferra l’asta, la quale nel vero tra pelle e pelle era entrata, e viene verso Cecco, e dice: — Ecco il vostro prigione. Ancora dice Cecco: — Dov’è? Giannino si dispera, e dice: — Favell’io greco, o ècci così buio? io vi dico che ’l prigion vostro in cui voi avete così ben posto, son io; e se non fosse per mal parere, io vel farei toccare con mano; ma, perché il colpo è nel culo, non voglio. Cecco ancora dice che ciò non potea essere, però che gli parea aver dato a uno che avea l’arme dorate. Dice Giannino: — Forse avev’io il culo fregiato di lucciole; io non credea che voi lo nimicasse così fieramente; e che se l’asta fosse così giunta nel mezzo, com’ella giunse da lato, io non era mai più Giannino.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Design Graphiti, Firenze Impaginazione Thèsis, Firenze-Milano Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Sommario Proemio ................................................................................................................................................................. 13 II – Lo re Federigo di Cicilia è trafitto con una bella storia da ser Mazzeo speziale di Palermo ............................ 14 III – Parcittadino da Linari vagliatore si fa uomo di corte, e va a vedere lo re Adoardo d’Inghilterra, il qual, lodandolo, ha da lui molte pugna, e poi, biasimandolo, riceve dono ................................................................. 16 IV – Messer Bernabò signore di Melano comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili; di che uno mugnaio, vestitosi de’ panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate e l’abate rimane mugnaio ................................................................................................................................. 18 V – Castruccio Interminelli, avendo un suo famiglio disfatto in uno muro il giglio dell’arma fiorentina,  essendo per combattere, lo fa combattere con un fante che avea l’arma del giglio nel palvese, ed è morto ........ 22 VI – Marchese Aldobrandino domanda al Basso della Penna qualche nuovo uccello da tenere in gabbia, il Basso fa fare una gabbia, ed entrovi è portato a lui ........................................................................................ 23 VII – Messer Ridolfo da Camerino, al tempo che la Chiesa avea assediato Forlì, fa una nuova e notabile assoluzione sopra una questione che aveano valentri uomeni d’una insegna ...................................................... 25 VIII – Uno Genovese sparuto, ma bene scienziato, domanda Dante poeta come possa intrare in amore a una donna, e Dante gli fa una piacevole risposta ........................................................................................... 27 IX – Messer Giovanni della Lana chiede a uno buffone che faccia un bel partito: quelli ne fa uno molto nuovo:  a colui non piace; fanne un altro, donde messer Giovanni scornato si parte..................................................... 28 X – Messer Dolcibene, essendo con messer Galeotto alla valle di Josafat e udendo che in sì piccol luogo ciascuno ha a concorrere al diejudicio, piglia nuovamente luogo per non affogare allora .................................. 29 XI – Alberto da Siena è richiesto dallo inquisitore, ed elli, avendo paura, si raccomanda a messer Guccio Tolomei; e in fine dice che per Donna Bisodia non è mancato che non abbia aùto il malanno.......................... 31 XII – Come Alberto detto, rimenando uno ronzino restìo a casa, risponde a certi, che ’l domandano nuovamente, come nuovo uomo era .................................................................................... 33 XIII – Come Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio .......................................................... 34 XIV – Come Alberto, avendo a far con la matrigna, essendo dal padre trovato, allega con nuove ragioni piacevolmente ........... 36 XV – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna  vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento ........... 37 XVI – Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita ..................................................................................................................................... 39 XVII – Piero Brandani da Firenze piatisce, e dà certe carte al figliuolo; ed elli, perdendole, si fugge, e capita dove nuovamente piglia un lupo, e di quello aùto lire cinquanta a Pistoia, torna e ricompera le carte ............... 42 XVIII – Basso della Penna inganna certi Genovesi arcatori, e a un nuovo giuoco vince loro quello ch’egli avevano ......... 46 XIX – Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l’ha date bianche ....................................................................................... 48 XX – Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino ............................................................................................... 49 XXI – Basso della Penna nell’estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa ..................................................................... 50 XXII – Due frati minori passano dove nella Marca è morto uno; l’uno predica sopra il corpo per forma che tale avea voglia di piagnere che fece ridere .................................................................................................. 51 XXIII – Messer Niccolò Cancellieri per esser tenuto cortese fa convitare molti cittadini, e innanzi che vegna il dì del convito è assalito dall’avarizia, e fagli svitare ......................................................... 52 XXIV – Messer Dolcibene al Sepolcro, perché ha dato a uno Judeo, è preso e messo in un loro tempio,  là dove nella feccia sua fa bruttare i Judei ........................................................................................................ 54 XXV – Messer Dolcibene per sentenzia del Capitano di Forlì castra con nuovo ordine uno prete, e poi vende  li testicoli lire ventiquattro di bolognini ........................................................................................ 55
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � E assai si poté borbottare, che la brigata che v’era l’averebbono voluto tagliare in volgare, e spezialmente il prete, che parea che avesse il mitrito, specchiandosi in quella cresta. Da indi a pochi dì, essendo il giovane per tornare a Bologna, fece piacevolmente certo tutti il perché avea partito il cappone  per  sì  fatta  forma.  E  spezialmente  con  una  mezza  piacevolezza dimostrò  alla  matrigna  il  suo  errore;  e  partissi  e  dagli  altri  e  da  lei  con amore; come che io credo che ella dicesse con la mente: “Va’, che non ci possi mai tornare”.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � Dice Cecco: — In fé di Dio, e’ mi pare strano che ciò possa essere, io credea che tu caleffassi. Dice Giannino: — Io non ho da caleffare, ché mi pare mill’anni che io sappia da qualche medico se ’l colpo è cassale o no, sì che lo mi possa acconciare dell’anima. Allora Cecco disse: — Se tu mi guidasti in forma che ne sia seguito quello che tu di’, tu stesso  t’hai  fatto  il  male:  dicevat’io  che  tu  facesse  che  la  mia  lancia  ti  si ponesse al culo, che appena mi pare che debba potere essere? Dice Giannino: — Io veggio che voi non credete ancora, ma io ne farò certo ciascuno. E innanzi a tutta la brigata alza li panni e mostra la fedita e la sella, dove l’asta si confisse, e dice: — Deh guardate, se questo vi pare colpo di Calaves? Chiarito per questo modo, Cecco cominciasi a contorcere dicendo: — Vie’ za, Giannino, noi torneremo a Forlì, e io ti farò curare al medico nostro; ma a lui e a qualunche altro dirai che uno di quelli di là, correndo verso te, ti puose la lancia. E così promise, ed elli lo fece curare; ché nel vero poco male avea, però che la lancia tra pelle e pelle l’avea confitto nella sella; e guarito che fu, mai non lo volle addestrare più, però che Cecco era una buona lancia, ma la cattiva vista gli facea errare la posta, e averebbeglila possuto porre un’altra volta in luogo che gli serebbe putito tutti i dì della vita sua. Non è molto strana cosa, quando il vedere ha alcuno impedimento, d’errare per simile forma o per altra; però che la fragilità de’ nostri sensi, essendo ancora sanza difetto, spesse volte gli fa errare. E non si vede elli manifesto che colui che avrà più chiaro il vedere spesse volte crederrà vedere una cosa, ed elli ne vede un’altra? Un altro crederrà d’udire una voce in uno busso, o uno suono, ed e’ fia un altro. Un altro con l’odorato crederrà sentire o un odore o un puzzo, e quello fia un altro. Un altro crederà toccare una cosa, ed ella fia un’altra; e un altro crederrà conoscere per lo gusto uno sapore, credendo quello essere d’uno frutto o d’una spezie, e quello fia d’un’altra. E così interviene ancora de’ sensi intellettivi. Sì che quello di Cecco, avendo gli occhi difetto, fu difetto della natura; ancora essendo stati
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  3 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � XXVI – Bartolino farsettaio fiorentino, trovandosi nel bagno a Petriuolo col maestro Tommaso del Garbo, e col maestro Dino da Olena, insegna loro trarre il sangue, ecc. ....................................................................... 56 XXVII – Marchese Obizzo da Esti comanda al Gonnella buffone che subito vada via, e non debba stare sul suo terreno; e quello che segue ................................................................................................................... 57 XXVIII – Ser Tinaccio prete da Castello mette a dormire con una sua figliuola uno giovene, credendo sia femina, e ’l bel trastullo che n’avviene .......................................................................................... 58 XXIX – Uno cavaliero di Francia, essendo piccolo e grasso, andando per ambasciadore innanzi a papa Bonifazio, nell’inginocchiare gli vien fatto un peto, e con un bel motto ramenda il difetto............................... 62 XXX –  Tre  ambasciadori  cavalieri  sanesi  e  uno  scudiere  vanno  al  Papa.  Fanno  dicitore  lo  scudiere, e la cagione perché, e quello che con piacere ne seguìo ..................................................................................... 63 XXXI – Due ambasciadori di Casentino sono mandati al vescovo Guido d’Arezzo; dimenticano ciò che è  stato commesso, e quello che ’l vescovo dice loro, e come tornati hanno grande onore per aver ben fatto ............... 64 XXXII – Uno frate predicatore in una terra toscana, di quaresima predicando, veggendo che a lui udire non andava persona, truova modo con dire che mostrerrà che l’usura non è peccato, che fa concorrere molta gente a lui e abbandonare gli altri .................................................................................................................... 68 XXXIII – Lo vescovo Marino scomunica messer Dolcibene, e ricomunicandolo poi, dando della mazzuola  troppo forte, messer Dolcibene si leva, e cacciandolsi sotto, gli dà di molte busse ............................................ 70 XXXIV – Ferrantino degli Argenti da Spuleto, essendo al soldo della Chiesa a Todi, cavalca di fuori, e poi,  essendo tornato tutto bagnato di pioggia, va in una casa, dove truova al fuoco di molte vivande e una  giovene, nella quale per tre dì sta come li piace ............................................................................................... 72 XXXV – Uno chericone, sanza sapere gramatica, vuole con interdotto d’uno cardinale, di cui è servo, supplicare dinanzi a papa Bonifazio uno benefizio, là dove dispone che cosa è il terribile.................................. 78 XXXVI –  Tre Fiorentini, ciascuno di per sé, e con nuovi avvisi per la guerra tra loro e’  Pisani, corrono dinanzi a’ Priori, dicendo che hanno veduto cose che niuna era presso a cento miglia; e così ancora che avevano  fatto, e non sapeano che .................................................................................................................... 79 XXXVII – Bernardo di Nerino, vocato Croce, venuto a questione a uno a uno con tre Fiorentini,  confonde ciascuno di per sé con una sola parola .............................................................................................. 81 XXXVIII – Messer Ridolfo da Camerino con una bella parola confonde il dire de’ Brettoni suoi nimici, facendosi beffe di lui, perché fuor di Bologna non uscìa ................................................................................... 83 XXXIX – Agnolino Bottoni da Siena manda un cane da porci a messer Ridolfo da Camerino, ed egli lo rimanda in dietro con parole al detto Agnolino con dilettevole sustanza ............................................ 84 XL – Il detto messer Ridolfo a un suo nipote, tornato da Bologna da apparare ragione, gli prova che ha perduto il tempo............................................................................................................................................... 85 XLI – Molte novellette, e detti del detto messer Ridolfo piacevoli, e con gran sustanza ............................................ 86 XLII – Messer Macheruffo da Padova fa ricredenti i Fiorentini di certe beffe fatte contro a lui da certi gioveni sciagurati, e con opere ancora il dimostra............................................................................................. 90 XLIII – Un cavaliero di piccola persona da Ferrara andò podestà d’Arezzo: quando entra nella terra s’avvede essere sghignato, e con una parola si difende .................................................................................................... 92 XLVII ..................................................................................................................................................................... 92 XLVIII – Lapaccio di Geri da Montelupo a la Ca’ Salvadega dorme con un morto: caccialo in terra dal letto, non sappiendolo: credelo avere morto, e in fine trovato il vero, mezzo smemorato si va con Dio ...................... 94 XLIX – Ribi buffone, tornando da uno paio di nozze con certi gioveni fiorentini, è preso di notte  dalla famiglia: giunto dinanzi al podestà, con un piacevole motto dilibera lui e tutta la brigata ....................... 98 L – Ribi buffone, vestito di romagnuolo, essendo rotta la gonnella, se la fa ripezzare con iscarlatto alla donna di messer Amerigo Donati, e quello che rispondea a chi se ne facea beffe ............................................. 101 LI – Ser Ciolo da Firenze, non essendo invitato, va ad un convito di messer Bonaccorso Bellincioni; èlli detto; e quelli, essendo goloso, risponde sì che e allora e poi mangiovvi spesso .......................................... 103 LII – Sandro Tornabelli, veggendo che uno il vuol fare pigliare per una carta, della quale avea fine, s’accorda col messo a farsi pigliare, e ha il mezzo guadagno dal messo ............................................................ 105
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � ad una piccola novelletta delle sue. Egli pregava pure Dio, quando fosse stato a mangiare con altrui, che la vivanda fosse rovente, acciò che mangiasse la parte del compagno; e quando erano pere guaste ben calde, al compagno rimaneva il tagliere: d’altro non potea far ragione. Avvenne per caso una volta che mangiando Noddo e altri insieme, ed essendo posto Noddo a tagliere con uno piacevole uomo, chiamato Giovanni Cascio; e venendo maccheroni boglientissimi; e ’l detto Giovanni, avendo più volte udito de’ costumi di Noddo, veggendosi posto a tagliere con lui, dicea fra sé medesimo: “Io son pur bene arrivato, che credendo venire a desinare, e io sarò venuto a vedere trangusgiare Noddo, e anco i maccheroni per più acconcio del fatto; purché non manuchi me, io n’andrò bene”. Noddo comincia a raguazzare i maccheroni, avviluppa, e caccia giù; e n’avea già mandati sei bocconi giù, che Giovanni avea ancora il primo boccone su la forchetta, e non ardiva, veggendolo molto fumicare, appressarlosi alla bocca. E considerando che questa vivanda conveniva tutta andarne in Cafarnau, se non tenesse altro modo, disse fra sé stesso: “Per certo tutta la parte mia non dee costui divorare”. Come Noddo pigliava uno boccone, ed egli ne pigliava un altro, e gittavalo in terra al cane, e avendolo fatto più volte, dice Noddo: — Omei, che fa’ tu? Dice Giovanni: — Anzi tu che fai? non voglio che tu manuchi la parte mia; vogliola dare al cane. Noddo ride, e studiavasi; e Giovanni Cascio si studiava e gittava al cane. Alla per fine dice Noddo: — Or oltre, facciamo adagio, e non gli gittare. E quelli risponde: —  E’  mi  tocca  torre  due  bocconi,  quando  tu  uno,  per  ristoro  di quello che hai mangiato, non avendo io potuto mangiare uno boccone. Noddo si contendea; e Giovanni dicendo: — Se tu torrai più che uno boccone, quando io due, io gittarò la parte mia al cane. Finalmente Noddo consentì, e convenne che mangiasse a ragione; la qual cosa in tutta la vita sua non avea fatto, né avea trovato chi a tavola il tenesse a siepe. E la detta novella piacque più a quelli che v’erano a mangiare, che tutte le vivande che ebbono in quella mattina. Così trovò, chi sanza misura trangusgiava, chi gli diede ordine di mangiare consolatamente con una nuova esperienza.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti