vacuo

[và-cuo]
In sintesi
vuoto
← dal lat. vacŭu(m), deriv. di vacāre; cfr. vacare.

A
agg.

1
lett. Vuoto: niuno luogo era di combattitori v., eccetto che la fila ultima (Machiavelli)
2
fig. Privo, povero di contenuto, idee, sentimenti: parole vacue di senso; cervello v. || Privo di consistenza, futile: discorso v. || Privo di fondamento, vano: speranze vacue || Occhi vacui, senza espressione || Promessa vacua, destinata a non essere mantenuta

B
s.m.

Spazio vuoto, parte vuota di qualcosa || Il vuoto: il v. formato nell'intercapedinedim. vacuétto

Citazioni
Adunque  voi  credete  che  due  pietre  o  due  ferri,  presi  a  caso  e  accostati insieme, il più delle volte si tocchino in un sol punto? Ne  gli  incontri  casuali  credo  di  no,  sì  perché  per  lo  più  sopra  essi  sarà qualche poco d’immondizia cedente, sì perché non si usa diligenza in applicargli insieme senza qualche percossa, ed ogni poca basta a far che l’una superficie ceda qualche poco all’altra, sì che scambievolmente si figurino, almeno in qualche minima particella, l’una all’impronta dell’altra: ma quando le superficie loro fussero ben terse, e che posati amendue sopra una tavola, acciocché l’uno non gravasse sopra all’altro, si spingessero pian piano l’uno verso l’altro, io non ho dubbio che potrebbero condursi al semplice contatto in un sol punto. Egli è forza che con vostra licenza io proponga certa mia difficultà natami nel  sentir  proporre  al  signor  Simplicio  la  impossibilità  che  è  nel  potersi trovare un corpo materiale e solido che abbia perfettamente la figura sferica e nel veder il signor Salviati prestargli incerto modo, non contradicendo, l’assenso. Però vorrei sapere se la medesima difficultà si trovi nel figurare un solido  di  qualche  altra  figura,  cioè,  per  dichiararmi  meglio,  se  maggior difficultà si trovi in voler ridurre un pezzo di marmo in figura d’una sfera perfetta, che d’una perfetta piramide o d’un perfetto cavallo o d’una perfetta locusta. Per questa prima risposta, la darò io: e prima mi scuserò dell’assenso che vi pare ch’io abbia prestato al signor Simplicio, il quale era solamente per a tempo, perché io ancora avevo in animo, avanti che entrare in altra materia, dir quello che per avventura sarà l’istesso o assai conforme al vostro pensiero. E rispondendo alla vostra prima interrogazione, dico che se figura alcuna si può dare a un solido, la sferica è la facilissima sopra tutte l’altre, sì come è anco la semplicissima e tiene tra le figure solide quel luogo che il cerchio tiene tra le superficiali: la descrizion del qual cerchio, come più facile  di  tutte  le  altre,  essa  sola  è  stata  giudicata  da  i  matematici  degna d’esser posta tra i postulati attenenti alle descrizioni di tutte l’altre figure. Ed è talmente facile la formazion della sfera, che se in una piastra piana di metallo duro si caverà un vacuo circolare, dentro al quale si vadia rivolgendo casualmente qualsivoglia solido assai grossamente tondeggiato, per se stesso senz’altro artifizio si ridurrà in figura sferica, quanto più sia possibile perfetta, purché quel tal solido non sia minore della sfera che passasse per quel cerchio; e quel che ci è anche di più degno di considerazione è che dentro a quel medesimo incavo si formeranno sfere di diverse grandezze. Quello poi che ci voglia per formare un cavallo o (come voi dite) una locu-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
le bianche: quantunque io sappia bene che non farebbero gran cumulo, e sarebbero di un bianco torbido. Fisico Molti, per lo contrario, quando anche tutti i sassolini fossero neri, e più neri del paragone, vorrebbero potervene aggiungere, benché dello stesso colore: perché tengono per fermo che niun sassolino sia così nero come l’ultimo. E questi tali, del cui numero sono anch’io, potranno aggiungere in effetto molti sassolini alla loro vita, usando l’arte che si mostra in questo mio libro. Ciascuno pensi ed operi a suo talento: e anche la morte non mancherà di fare a suo modo. Ma se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova un’arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla. E ciò senza  andare  in  cerca  dell’impossibile,  o  usar  violenza  alla  natura,  anzi secondandola. Non pare a te che gli antichi vivessero più di noi, dato ancora che, per li pericoli gravi e continui che solevano correre, morissero comunemente più presto? E farai grandissimo beneficio agli uomini: la cui vita fu sempre, non dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né disagio. Ma piena d’ozio e di tedio, che è quanto dire vacua, dà luogo a creder vera quella sentenza di Pirrone, che dalla vita alla morte non è divario. Il che se io credessi, ti giuro che la morte mi spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb’essere viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio.
Operette morali di Giacomo Leopardi
alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl’intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così nella vita nostra non si dà vóto; se non quando la mente per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l’animo, considerato anche in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e il diletto. Genio E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile ai ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l’aria in questi, così la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Veramente per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il buon desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana, per modo di dire, è composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia; dall’una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell’altra. E questo non è tuo destino particolare, ma comune di tutti gli uomini. Che rimedio potrebbe giovare contro la noia? Il sonno, l’oppio, e il dolore. E questo è il più potente di tutti: perché l’uomo mentre patisce, non si annoia per niuna maniera. In cambio di cotesta medicina, io mi contento di annoiarmi tutta la vita. Ma pure la varietà delle azioni, (!) delle occupazioni e dei sentimenti, se bene non ci libera dalla noia, perché non ci crea diletto vero, contuttociò la solleva ed alleggerisce. Laddove in questa prigionia, separato dal commercio umano, toltomi  eziandio  lo  scrivere,  ridotto  a  notare  per  passatempo  i  tocchi dell’oriuolo, annoverare i correnti, le fessure e i tarli del palco, considerare il mattonato del pavimento, trastullarmi colle farfalle e coi moscherini che vanno attorno alla stanza, condurre quasi tutte le ore a un modo; io non ho cosa che mi scemi in alcuna parte il carico della noia. Dimmi: quanto tempo ha che tu sei ridotto a cotesta forma di vita?
Operette morali di Giacomo Leopardi
li nega ordinariamente la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma per avere l’intelletto occupato da altri principii. Capitolo ottavo Se poi (come non è cosa alcuna che io non mi possa promettere di cotesto ingegno) tu salissi col sapere e colla meditazione a tanta altezza, che ti fosse dato, come fu a qualche eletto spirito, di scoprire alcuna principalissima verità, non solo stata prima incognita in ogni tempo, ma rimota al tutto dall’espettazione degli uomini, e al tutto diversa o contraria alle opinioni presenti, anco dei saggi; non pensar di avere a raccorre in tua vita da questo discoprimento alcuna lode non volgare. Anzi non ti sarà data lode, né anche da’ sapienti (eccettuato forse una loro menoma parte), finché ripetute quelle medesime verità, ora da uno ora da altro, a poco a poco e con lunghezza di tempo, gli uomini vi assuefacciano prima gli orecchi e poi l’intelletto. Perocché niuna verità nuova, e del tutto aliena dai giudizi correnti; quando bene dal primo che se ne avvide, fosse dimostrata con evidenza e certezza conforme o simile alla geometrica; non fu mai potuta, se pure le dimostrazioni non furono materiali, introdurre e stabilire nel mondo subitamente; ma solo in corso di tempo, mediante la consuetudine e l’esempio: assuefacendosi gli uomini al credere come ad ogni altra cosa; anzi credendo generalmente per assuefazione, non per certezza di prove concepita nell’animo: tanto che in fine essa verità, cominciata a insegnare ai fanciulli, fu accettata comunemente, ricordata con maraviglia l’ignoranza della medesima, e derise le sentenze diverse o negli antenati o nei presenti. Ma ciò con tanto maggiore difficoltà e lunghezza, quanto queste sì fatte verità nuove e incredibili, furono maggiori e più capitali, e quindi sovvertitrici di maggior numero di opinioni radicate negli animi. Né anche gl’intelletti acuti ed esercitati, sentono facilmente tutta l’efficacia delle ragioni che dimostrano simili verità inaudite, ed eccedenti di troppo spazio i termini delle cognizioni e dell’uso di essi intelletti; massime quando tali razioni e tali verità ripugnano alle credenze inveterate nei medesimi. Il Descartes  al  suo  tempo,  nella  geometria,  la  quale  egli  amplificò maravigliosamente, coll’adattarvi l’algebra e cogli altri suoi trovati, non fu né pure inteso, se non da pochissimi. Il simile accadde al Newton. In vero, la condizione degli uomini disusatamente superiori di sapienza alla propria età, non è molto diversa da quella dei letterati e dotti che vivono in città o province vacue di studi: perocché né questi, come dirò poi, da’ lor cittadini o Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
convennero che, al passar de’ fiumi, si tranassero a vicenna: com’è dire, che una volta l’asino portasse sopra il leone, ed un’altra volta il leone portasse l’asino. Avendono, dunque, ad andar a Roma, e, non essendo a lor serviggio né scafa né ponte, gionti al fiume Garigliano, l’asino si tolse il leone sopra: il quale natando verso l’altra riva, il leon, per tema di cascare, sempre più e più gli piantava l’unghie ne la pelle, di sorte che a quel povero animale gli penetrorno in sin all’ossa. Ed il miserello, come quel che fa professione di pazienza, passò al meglio che poté, senza far motto. Se non che, gionti a salvamento fuor de l’acqua, si scrollò un poco il dorso, e si svoltò la schena tre o quattro volte per l’arena calda, e passoron oltre. Otto giorni dopo, al ritornare  che  fecero,  era  il  dovero  che  il  leone  portasse  l’asino.  Il  quale, essendogli sopra, per non cascar ne l’acqua co i denti afferrò la cervice del leone: e ciò non bastando per tenerlo su, gli cacciò il suo strumento, — o, come vogliam dire, il..., tu m’intendi, — per parlar onestamente, al vacuo, sotto  la  coda,  dove  manca  la  pelle:  di  maniera  ch’il  leone  sentì  maggior angoscia  che  sentir  possa  donna  che  sia  nelle  pene  del  parto,  gridando: “Olà, olà, oi, oi, oi, oimè! olà, traditore!” A cui rispose l’asino, in volto severo e grave tuono: “Pazienza, fratel mio: vedi ch’io non ho altr’unghia che  questa  d’attaccarmi”.  E  cossì  fu  necessario  ch’il  leone  suffrisse  ed indurasse,  sin  che  fusse  passato  il  fiume.  —  A  proposito:  “Omnio  rero vecissitudo este”; e nisciuno è tanto grosso asino, che qualche volta, venendogli a proposito, non si serva de l’occasione. Alcuni giorni fa, m[esser] Bonifacio rimase contristato di certo tratto ch’io gli feci; oggi, allora ch’io credevo  che  si  fusse  desmenticato,  me  l’ha  fatta  peggio  che  non  la  fece l’asino al lione; ma io non voglio che la cosa rimagna cqua.
Il Candelaio di Giordano Bruno
lo  vanno  formando  et  ungendo  con  olio  fra  gesso  e  gesso,  dove  le commettiture s’hanno a congiugnere, e così di pezzo in pezzo la figura si forma, e la testa, le braccia, il torso e le gambe, perfin a l’ultima cosa; di maniera che il cavo di quella statua, ciò è la forma incavata, viene improntata nel cavo con tutte le parti et ogni minima cosa che è nel modello. Fatto ciò, quelle forme di gesso si lasciono assodare e riposare; poi pigliano un palo di ferro, che sia più lungo di tutta la figura che vogliono fare e che si ha a gettare; e sopra quello fanno un’anima di terra, la quale morbidamente impastando vi mescolano sterco di cavallo e cimatura, la quale anima ha la medesima forma che la figura del modello; et a suolo a suolo si cuoce per cavare la umidità della terra, e questa serve poi alla figura; perché gittando la statua, tutta questa anima, ch’è soda, vien vacua né si riempie di bronzo, che non si potrebbe movere per lo peso; così ingrossano tanto e con pari misure questa anima, che scaldando e cocendo i suoli come è detto, quella terra vien cotta bene e così priva in tutto de lo umido, che gittandovi poi sopra il bronzo non può schizzare o fare nocumento, come si è visto già molte volte con la morte de’ maestri e con la rovina di tutta l’opera. Così vanno bilicando questa anima et assettando e contrapesando i pezzi finché la riscontrino e riprovino, tanto ch’eglino vengono a fare che si lasci appunto la grossezza del metallo o la sottilità di che vuoi che la statua sia. Armano spesso questa anima per traverso con perni di rame e con ferri che si possino cavare e mettere, per tenerla con sicurtà e forza maggiore. Questa anima quando è finita, nuovamente ancora si ricuoce con fuoco dolce; e cavatane interamente la umidità, se pure ve ne fusse restata punta, si lascia poi riposare. E ritornando a’ cavi del gesso, si formano quelli pezzo per pezzo con cera gialla che sia stata in molle e sia incorporata con un poco di trementina e di sevo. Fondutala dunque a ‘l fuoco, la gettano a metà per metà nei pezzi di cavo, di maniera che l’artefice fa venire la cera sottile secondo la volontà sua per il getto. E tagliati i pezzi, secondo che sono i cavi addosso a l’anima che già di terra s’è fatta gli commettono, et insieme gli riscontrano et innestano; e con alcuni brocchi di rame sottili fermano, sopra l’anima cotta, i pezzi della cera confitti da detti brocchi, e così a pezzo a pezzo la figura innestano e riscontrono e la rendono del tutto finita. Fatto ciò, vanno levando tutta la cera da le bave delle superfluità dei cavi, conducendola il più che si può a quella finita bontà e perfezzione che si desidera che abbia il getto. Et avanti che e’ proceda più innanzi, rizza la figura e considera diligentemente se la cera ha mancamento
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Dante Allghieri e M Francesco Petrarca. Fece in Santa Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la cappella, una sepoltura di marmo nero, et un tondo con la Nostra Donna e certi angeli di marmo per Filippo Strozzi Vecchio, la quale è con somma diligenza lavorata. Volse fare il Magnifico Lorenzo Vecchio in Santa Maria del Fiore la memoria del ritratto di Giotto pittore fiorentino, e l’allogò a Benedetto, il quale sopra quello epitaffio fece di marmo la figura che dipigne, la quale è molto lodevole. Aveva lavorato molte cose a Napoli Giuliano suo zio, per il Re Alfonso insieme con esso, e per essere egli morto a’ servigi di quello, gli convenne per la eredità e robe sue trasferirsi a Napoli; onde prese a fare opere a quel re, et inoltre fece al Conte di Terra Nuova una tavola di marmo nel monistero de’ monaci di Monte Oliveto, dentrovi una Nunziata con certi santi e fanciulli intorno bellissimi, che reggono alcuni festoni; e molti bassi rilievi lavorò nella predella di detta opera. Chiamato a Faenza, lavorò nel duomo di quella una bellissima sepoltura di marmo, per il corpo di San Savino nella quale fece di basso rilievo sei istorie de la vita di quel santo, con grandissima diligenzia et arte e disegno, e ne’ casamenti e nelle figure. Di maniera che per questa e per l’altre opere sue fu conosciuto per uomo eccellente e di grande ingegno. A Fiorenza tornato, fece a Pietro Mellini in Santa Croce il pergamo di marmo, cosa rarissima e tenuta bella sopra ogni altra di quel grado, per vedersi lavorate le figure di marmo nelle storie di S. Francesco, con tanta bontà e diligenza, che di marmo non si potrebbe desiderar meglio. Avendo egli con artificio di buona maniera  intagliato  alberi,  sassi,  casamenti,  prospettive  et  alcune  cose maravigliosamente spiccate; et inoltre in terra un ribattimento di detto pergamo per la lor sepoltura con tanto disegno, che impossibile è lodarlo tanto che basti. Dicesi che egli ebbe difficultà con gli operai di Santa Croce, perché sendo appoggiato detto pergamo a una colonna che regge gli archi, i quali sostengono il tetto dello edificio, volendola forare per fare la scala per salire a predicare, non volevano consentire, perché dubbitavano d’indebolirla col vacuo della salita, e che il detto peso non la sforzasse sì, che ruinasse il tempio. Per il che diede loro securtà che finirebbe l’opra senza alcun danno della chiesa. Onde sprangò di fascie di bronzo di fuori la colonna, che è ricoperta dal pergamo in giù di pietra forte; e la scala di dentro per salirvi, tanto quanto egli bucò per farla di fuora, ingrossò detto lavoro di quella pietra. E quello con stupore di chi lo vede al presente, a perfezzione ridusse mostrando nella
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Elegia di Madonna Fiammetta � a quelle invitata indarno, e dimorando esse e li giovini parimente in quelle, con cuore d’ogni altra intenzione vacuo, molto attente, quale forse da vaghezza  di  dimostrare  sé  in  quelle  essere  maestra,  e  quale  dalla  focosa Venere a ciò sospinta, io quasi sola rimasa a sedere, con isdegnoso animo li nuovi atti e le qualità di molte donne mirava. E certo d’alcune avvenne che io le biasimai, benché io sommamente disiderassi, se essere fosse potuto,  di  fare  io,  se  il  mio  Panfilo  fosse  stato  presente;  il  quale  tante  volte quante a mente mi tornava o torna, tante di nuova malinconia m’era ed è cagione: il che, come Iddio sa, non merita il grande amore ch’io gli porto e ho portato. Ma poi che quelle danze con gravissima noia di me alcuna volta per lungo spazio rimirate avea, essendomi divenute per altro pensiero tediose, quasi da altra sollecitudine mossa, del publico luogo levatami, volonterosa di  sfogare  il  raccolto  dolore,  se  fatto  mi  veniva  acconciamente,  in  parte solitaria me n’andava; e quivi dando luogo alle volonterose lagrime, delle vanità vedute alli miei folli occhi rendea guiderdone. Né quelle senza parole accese d’ira uscivano fuori, anzi, conoscendo io la misera mia fortuna, verso lei mi ricorda d’avere alcuna volta così parlato: — O Fortuna, spaventevole nemica di ciascuno felice, e de’ più miseri  singulare  speranza,  tu,  permutatrice  de’  regni  e  de’  mondani  casi adducitrice, sollevi e avvalli con le tue mani, come il tuo indiscreto giudicio ti porge; e non contenta d’essere tutta d’alcuno, o in uno caso l’essalti, e in uno altro il deprimi, o dopo alla data felicità aggiugni agli animi nuove cure,  acciò  che  i  mondani  in  continue  necessità  dimorando,  secondo  il parere loro, te sempre prieghino, e la tua deità orba adorino.  Tu, cieca e sorda,  li  pianti  de’  miseri  rifiutando,  con  gli  essaltati  ti  godi,  li  quali  te ridente e lusingante abbracciando con tutte le forze, con inoppinato avvenimento da te si trovano prostrati, e allora miseramente te conoscono aver mutato viso. E di questi cotali io misera mi trovo, né so quale inimicizia o cosa da me commessa inverso te a ciò t’inducesse, o mi ci noccia. Ohimè! chiunque nelle grandi cose si fida, e potente signoreggia negli alti luoghi, l’animo credulo dando alle cose liete, riguardi me, d’alta donna piccolissima serva tornata, e peggio, che disdegnata sono dal mio signore, e rifiutata. Tu non desti mai, o Fortuna, più ammaestrevole essemplo di me de’ tuoi mutamenti, se con sana mente si riguarderà. Io da te, o Fortuna mutabile, nel mondo ricevuta fui in copiosa quantità de’ tuoi beni, se la nobiltà e le
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
in su i sopradetti pergami venne vestito di porpore, e co la corona in capo e la verga dell’oro ne la mano diritta, e la poma overo mela d’oro ne la manca, sì come imperadore; e puosesi a sedere sopra uno ricco trono rilevato, sì che tutto il popolo il potea vedere, intorniato di parlati e baroni e di cavalieri armati. E come fu posto a sedere, fece fare silenzio; e uno frate Niccola di Fabbriano dell’ordine de’ romitani si fece al perbio, e gridò ad alte boci: “Ècci alcuno procuratore che voglia difendere prete Iacopo di Caorsa, il quale si fa chiamare papa Giovanni XXII?”. E così gridò tre volte, e nullo rispuose. E ciò fatto, si fece al perbio uno abate d’Alamagna molto letterato e propuose in latino queste parole: “Hec est dies boni nuntii etc.”, allegando sopra questa autoritade molto belle parole sermonando; e poi si lesse una sentenzia molto lunga e ornata di molte parole e falsi argomenti, inneffetto  di  questo  tenore.  Prima  nel  proemio,  come  il  presente  santo imperadore, essendo avido dell’onore e di ricoverare lo stato del popolo di Roma, si mosse d’Alamagna lasciando il regno suo e’ suoi figliuoli piccioli in adolescente etade, e sanza alcuna dimoranza era venuto a Roma, sappiendo come Roma era capo del mondo e de la fede cristiana, e che ella era vacua della sedia spirituale e temporale; e stando a Roma, dinanzi a·llui pervenne che Iacopo di Caorsa, il quale si faceva abusivamente dire papa Giovanni XXII, avea voluto mutare il titolo de’ cardinalitichi, i quali sono a Roma, ne la  città  di  Vignone,  e  non  lasciò,  se  non  perché  i  suoi  cardinali  non l’assentirono. E poi sentì che quello Iacopo di Caorsa avea fatto bandire le croce contro a’ Romani, e queste cose fece asapere agli LII rettori del popolo di Roma e ad altri savi, come gli parve che si convenisse. Per la qual cosa per il sindaco della chericia di Roma, e per quello del popolo di Roma, costituiti da coloro che n’aveano balìa, fue isposto dinanzi a·llui e supplicato  ch’egli  procedesse  sopra  il  detto  Iacopo  di  Caorsa  secondo  eretico,  e provedesse la Chiesa e ’l popolo di Roma di santo pastore e di fedele Cristiano, sì come altra volta fu fatto per Otto terzo imperadore. Onde volendo  attendere  a  la  piatà  de’  Romani  e  de  la  santa  Chiesa  di  Roma,  che rapresenta tutto il mondo e la fede cristiana, procedette sopra il detto Iacopo di Caorsa, trovandolo in caso di resia per gl’infrascritti modi, cioè, prima, che essendo il regno d’Erminia assalito da’ Saracini, e volendo lo re di Francia mandarvi soccorso di galee armate, egli avea quella andata fatta convertire sopra i Cristiani, cioè sopra i Ciciliani. Ancora, che essendo egli pregato da’ frieri di Santa Maria degli Alamanni ch’egli mandasse oste sopra i Saracini, avea risposto: “Noi avemo in casa i Saracini”. Anche avea detto Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Queste parole ne l’animo mio destaro un sí fatto desiderio, che non possendo piú tenere il silenzio, cosí dissi: — O fidata mia scorta, o bellissima Ninfa, se fra tanti e sí gran fiumi il mio picciolo Sebeto può avere nome alcuno, io ti prego che tu mel mostri. — — Ben lo vedrai tu disse ella quando li sarai piú vicino, Ché adesso per la sua bassezza non potresti. — E volendo non so che altra cosa dire, si tacque. Per  tutto  ciò  i  passi  nostri  non  si  allentarono,  ma  continuando  il camino, andavamo per quel gran vacuo, il quale alcuna volta si restringea in angustissime vie, alcuna altra si diffundea in aperte e larghe pianure; e dove monti, e dove valli trovavamo, non altrimente che qui sovra la terra essere vedemo. — Maravigliarestiti tu — disse la Ninfa — se io ti dicesse che sovra la testa tua ora sta il mare? e che per qui lo inamorato Alfeo, senza mescolarsi con quello, per occolta via ne va a trovare i soavi abbracciamenti de la siciliana Aretusa? — Cosí dicendo, cominciammo da lunge a scoprire un gran foco et a sentire un puzzo di solfo. Di che vedendo ella che io stava maravigliato, mi disse: — Le pene de’ fulminati Giganti, che volsero assalire il cielo son di questo cagione; i quali, oppressi da gravissime montagne, spirano ancora il celeste foco, con che furono consumati. Onde avviene che sí come in altre parti le caverne abondano di liquide acque, in queste ardeno sempre di vive fiamme. E se non che io temo che forse troppo spavento prenderesti, io ti farei vedere il superbo Encelado disteso sotto la gran Trinacria eruttar foco per le rotture di Mongibello; e similmente la ardente fucina di Vulcano, ove li ignudi Ciclopi sovra le sonanti ancudini batteno i tuoni a Giove; et appresso poi sotto la famosa Enaria, la quale voi mortali chiamate Ischia, ti mostrarei  il  furioso  Tifeo,  dal  quale  le  estuanti  acque  di  Baia  e  i  vostri monti del solfo prendono il lor calore. Cosí ancora sotto il gran Vesevo ti farei  sentire  li  spaventevoli  muggiti  del  gigante  Alcioneo;  benché  questi credo gli sentirai, quando ne avvicinaremo al tuo Sebeto. Tempo ben fu che con lor danno tutti i finitimi li sentirono, quando con tempestose fiamme con cenere coperse i circonstanti paesi, sí come ancora i sassi liquefatti et arsi testificano chiaramente a chi gli vede. Sotto ai quali chi sarà mai che creda che e populi e ville e città bilissime siano sepolte? Come veramente vi sono, non solo quelle che da le arse pomici e da la mina del monte furon coperte, ma questa che dinanzi ne vedemo, la quale senza alcun dubbio
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
fermerò sopra questo numero. Deonsi adunque ridurre in ottanta file a cinque per fila. Di poi, andando o forte o piano, annodargli insieme e sciorli; il che come si faccia, si può dimostrare più con i fatti che con le parole. Di poi è meno necessario, perché ciascuno che è pratico negli eserciti sa come questo ordine proceda; il quale non è buono ad altro che all’avvezzare i soldati a tenere le file. Ma vegnamo a mettere insieme una di queste battaglie. Dico che si dà loro tre forme principali. La prima, la più utile, è farla tutta massiccia e darle la forma di due quadri; la seconda è fare il quadro con la fronte cornuta; la terza è farla con uno vacuo in mezzo che chiamano piazza. Il modo del mettere insieme la prima forma può essere di due sorti. L’una è fare raddoppiare le file: cioè, che la seconda fila entri nella prima, la quarta nella terza, la sesta nella quinta, e così successive; tanto che, dove ell’erono ottanta file a cinque per fila, diventino quaranta file a dieci per fila. Di poi farle raddoppiare un’altra volta nel medesimo modo, commettendosi l’una fila nell’altra, e così restono venti file a venti uomini per fila. Questo fa due quadri incirca, perché, ancora che sieno tanti uomini per un verso quanti per  l’altro,  nondimeno  di  verso  le  teste  si  congiungono  insieme,  che l’uno fianco tocca l’altro; ma per l’altro verso sono distanti almeno due braccia l’uno dall’altro, di qualità che il quadro è più lungo dalle spalle alla fronte, che dall’uno fianco all’altro. E perché noi abbiamo oggi a parlare più volte delle parti davanti, di dietro e da lato di queste battaglie e di tutto l’esercito insieme, sappiate che, quando io dirò o testa o fronte,  vorrò  dire  le  parti  dinanzi;  quando  dirò  spalle,  la  parte  di  dietro; quando dirò fianchi, le parti da lato. I cinquanta veliti ordinarii della battaglia non si mescolano con l’altre file, ma, formata che è la battaglia, si distendono per i fianchi di quella. L’altro modo di mettere insieme  la  battaglia  è  questo;  e  perché  egli  è  migliore  che  il  primo,  io  vi voglio mettere davanti agli occhi appunto com’ella si debbe ordinare. Io credo che voi vi ricordiate di che numero d’uomini, di che capi ella è composta e di che armi armata. La forma adunque che debbe avere questa battaglia, è, come io dissi, di venti file a venti uomini per fila: cinque file di picche in fronte e quindici file di scudi a spalle; due centurioni stieno nella fronte e due dietro alle spalle, i quali facciano l’ufficio di quegli  che  gli  antichi  chiamavano  tergiduttori;  il  connestabole  con  la bandiera e con il suono stia in quello spazio che è tra le cinque file delle picche e le quindici degli scudi; de’ capidieci, ne stia, sopr’ogni fianco di fila, uno, in modo che ciascuno abbia a canto i suoi uomini; quegli che saranno a mano manca, in su la man destra; quelli che sieno a mano destra, in su la man manca. Li cinquanta veliti stieno a’ fianchi e a spalle della battaglia. A volere ora che, andando per l’ordinario i fanti, questa Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Questi, adunque, leggermente armati appiccavano la zuffa; se vincevano, il che occorreva rade volte, essi seguivano la vittoria; se erano ributtati, si ritiravano per i fianchi dello esercito o per gli intervalli a tale effetto ordinati, e si riducevano tra’ disarmati. Dopo la partita de’ quali venivano alle mani con il nimico gli astati; i quali, se si vedevano superare, si ritiravano a poco a poco per la radità degli ordini tra’ principi e, insieme con quegli, rinnovavano la zuffa. Se questi ancora erano sforzati, si ritiravano tutti nella radità degli ordini de’ triarii e, tutti insieme, fatto uno mucchio, ricominciavano la zuffa; e se questi la perdevano, non vi era più rimedio, perché non vi restava più modo a rifarsi. I cavagli stavano sopra alli canti dello esercito, posti a similitudine di due alie a uno corpo; e or combattevano con i cavagli, or sovvenivano i fanti, secondo che il bisogno lo ricercava. Questo modo di rifarsi tre volte è quasi impossibile a superare, perché bisogna che tre volte la fortuna ti abbandoni e che il nimico abbia tanta virtù che tre volte ti vinca. I Greci non avevano con le loro falangi questo modo di rifarsi; e benché in quelle fusse assai capi e di molti ordini, nondimeno ne facevano un corpo, ovvero una testa. Il modo ch’essi tenevano in sovvenire l’uno l’altro era, non  di  ritirarsi  l’uno  ordine  nell’altro,  come  i  Romani,  ma  di  entrare l’uno uomo nel luogo dell’altro. Il che facevano in questo modo: la loro falange era ridotta in file; e pognamo che mettessono per fila cinquanta uomini, venendo poi con la testa sua contro al nimico; di tutte le file, le prime sei potevano combattere perché le loro lance, le quali chiamavano sarisse, erano sì lunghe che la sesta fila passava con la punta della sua lancia  fuora  della  prima  fila.  Combattendo,  adunque,  se  alcuno  della prima o per morte o per ferite cadeva, subito entrava nel luogo suo quello che era di dietro nella seconda fila, e, nel luogo che rimaneva vòto della seconda, entrava quello che gli era dietro nella terza; e così successive in uno subito le file di dietro instauravano i difetti di quegli davanti; in  modo  che  le  file  sempre  restavano  intere  e  niuno  luogo  era  di combattitori vacuo, eccetto che la fila ultima, la quale si veniva consumando per non avere dietro alle spalle chi la instaurasse, in modo che i danni che pativano le prime file consumavano le ultime, e le prime restavano sempre intere; e così queste falangi, per l’ordine loro, si potevano piuttosto consumare che rompere, perché il corpo grosso le faceva più immobili. Usarono i Romani, nel principio, le falangi, e instruirono le loro legioni a similitudine di quelle. Di poi non piacque loro questo ordine, e divisero le legioni in più corpi, cioè in coorti e in manipuli; perché giudicarono, come poco fa dissi, che quel corpo avesse più vita, che avesse più anime, e che fusse composto di più parti, in modo che
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
essersi fermo da poi ch’egli ebbe rotti i Romani a Canne, ne perdé lo imperio di Roma. Quello altro mai dopo la vittoria non si posava, ma con maggiore impeto e furia seguiva el nimico rotto, che non l’aveva assaltato intero. Ma quando si perde, dee un capitano vedere se dalla perdita ne può nascere alcuna sua utilità, massimamente se gli è rimaso alcuno residuo di esercito. La commodità può nascere dalla poca avvertenza  del  nimico,  il  quale,  il  più  delle  volte,  dopo  la  vittoria  diventa trascurato e ti dà occasione di opprimerlo; come Marzio Romano oppresse  gli  eserciti  cartaginesi,  i  quali, avendo  morti  i  duoi  Scipioni  e rotti i loro eserciti, non stimando quello rimanente delle genti che con Marzio erano rimase vive, furono da lui assaltati e rotti. Per che si vede che non è cosa tanto riuscibile quanto quella che il nimico crede che tu non possa tentare, perché il più delle volte gli uomini sono offesi più dove dubitano meno. Debbe un capitano pertanto, quando egli non possa fare questo, ingegnarsi almeno con la industria che la perdita sia meno dannosa. A fare questo ti è necessario tenere modi che il nimico non ti possa con facilità seguire, o dargli cagione ch’egli abbia a ritardare. Nel primo caso, alcuni, poi ch’egli hanno conosciuto di perdere, ordinarono agli loro capi che in diverse parti e per diverse vie si fuggissono, avendo dato  ordine  dove  si  avevano  di  poi  a  raccozzare;  il  che  faceva  che  il nimico, temendo di dividere l’esercito, ne lasciava ire salvi o tutti o la maggior parte di essi. Nel secondo caso, molti hanno gittato innanzi al nimico le loro cose più care, acciò che quello, ritardato dalla preda, dia loro più spazio alla fuga. Tito Didio usò non poca astuzia per nascondere il danno ch’egli aveva ricevuto nella zuffa; perché, avendo combattuto infino a notte con perdita di assai de’ suoi, fece la notte sotterrare la maggior parte di quegli; donde che la mattina, vedendo i nimici tanti morti de’ loro e si pochi de’ Romani, credendo avere disavvantaggio, si fuggirono. Io credo di avere così confusamente, come io dissi, sodisfatto in  buona  parte  alla  domanda  vostra.  Vero  è  che,  circa  la  forma  degli eserciti,  mi  resta  a  dirvi  come  alcuna  volta  per  alcun  capitano  si  è costumato fargli con la fronte a uso d’uno conio, giudicando potere per tale via più facilmente aprire l’esercito inimico. Contro a questa forma hanno usato fare una forma a uso di forbici, per potere tra quello vacuo ricevere quello conio e circundarlo e combatterlo da ogni parte. Sopra che  voglio  che  voi  prendiate  questa  regola  generale: che  il  maggiore rimedio che si usi contro a uno disegno del nimico, è fare volontario quello ch’egli disegna che tu faccia per forza; perché, faccendolo volontario, tu lo fai con ordine e con vantaggio tuo e disavvantaggio suo; se lo facessi forzato, vi sarebbe la tua rovina. A fortificazione di questo non
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
Queste avversità che aveva avute lo imperio occidentale erano state cagione che lo imperadore, il quale in Gonstantinopoli abitava, aveva concesso molte volte la possessione di quello ad altri, come cosa piena di pericoli e di spesa; e molte volte ancora, sanza sua permissione, i Romani, vedendosi  abbandonati,  per  difendersi,  creavano  per  loro  medesimi  uno imperadore, o alcuno, per sua autorità, si usurpava lo imperio: come avvenne in questi tempi, che fu occupato da Massimo romano, dopo la morte di Valentiniano; e costrinse Eudossa stata moglie di quello, a prenderlo per marito. La quale, desiderosa di vendicare tale ingiuria, non potendo, nata di sangue imperiale, sopportare le nozze d’uno privato cittadino, confortò secretamente  Genserico,  re  dei  Vandali  e  signore  di  Affrica,  a  venire  in Italia, mostrandogli la facilità e la utilità dello acquisto. Il quale, allettato dalla preda, subito venne; e trovata abbandonata Roma, saccheggiò quella, dove stette quattordici giorni; prese ancora e saccheggiò più terre in Italia; e ripieno sé e lo esercito suo di preda, se ne tornò in Affrica. I Romani, ritornati in Roma, sendo morto Massimo, creorono imperadore Avito romano. Di poi, dopo molte cose seguite in Italia e fuori, e dopo la morte di più imperadori, pervenne lo imperio di Gostantinopoli a Zenone e quello di Roma a Oreste e Augustulo suo figliuolo, i quali per inganno occuporono lo imperio. E mentre che disegnavano tenerlo per forza, gli Eruli e i Turingi, i quali io dissi essersi posti, dopo la morte di Attila, sopra la ripa di là dal Danubio, fatta lega insieme, sotto Odeacre loro capitano, vennono in Italia, e ne’ luoghi lasciati vacui da quelli vi entrarono i Longobardi, popoli medesimamente settentrionali, condotti da Godoogo loro re, i quali furono, come nel suo luogo direno, l’ultima peste di Italia.  Venuto adunque Odeacre in Italia, vinse e ammazzò Oreste, propinquo a Pavia, e Augustulo si  fuggì.  Dopo  la  quale  vittoria,  perché  Roma  variasse  con  la  potenza  il titolo si fece Odeacre, lasciando il nome dello imperio, chiamare re di Roma. E fu il primo che, de’ capi de’ popoli che scorrevono allora il mondo, si posasse ad abitare in Italia; perché gli altri, o per timore di non la potere tenere, per essere potuta dallo imperadore orientale facilmente soccorrere, o per altra occulta cagione, la avevano spogliata, e di poi cerco altri paesi per fermare la sedia loro.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
timento. Diceva ancora Socrate che l’uom dotto non devrebbe esser men savio de l’agricoltore, il quale non sparge que’ semi che gli son carissimi, e da’ quali aspetta preziosissimi frutti negli orti d’Adone, per coglierne fiori caduchi, la cui bellezza dura a pena otto giorni, o se mai è solito di ciò fare, ha risguardo ad alcuna solenne festa: per altro semina in campi fecondissimi, da’ quali ne lo spazio d’otto mese possa raccogliere i suoi frutti. Similmente l’uomo ch’abbia la scienza de le cose giuste e de l’ingiuste, non dee seminar con la penna i suoi concetti ne l’acqua negra, non potendo né darli aiuto contra il gielo o la tempesta né raccoglierne a bastanza la verità, ma dee spargere più tosto i semi de la sua dottrina negli animi gentili de’ ben disposti ascoltatori, i quali contra l’oblivione de la sopravegnente vecchiezza faranno quasi preciosa conserva de’ preziosissimi, nobilissimi tesori. Questa, o signor Danese, è l’opinione del re d’Eggitto, anzi di Socrate medesimo, il quale nulla scrisse, ma molto ragionò e con molti: e ne l’animo di Platone e di Senefonte e degli altri seminò quella dottrina la quale nudrisce ancora i nobilissimi intelletti di Grezia e d’Italia e di tutta l’Europa. T.T. Tuttavolta, se Platone o Senefonte non avessero scritta la sua opinione, noi, quasi  digiuni  e  famelici  del  cibo  intellettuale,  saressimo  privi  del  debito nutrimento. Fu dunque il parlar di Socrate necessario in quel secolo, non utile; ma più necessario lo scrivere di Platone o di Senefonte, perché la voce ha sempre bisogno de la scrittura; ma la scrittura basta a se medesima senza la voce: la voce è mobile imagine del concetto, le lettere sono quasi statue esimolacri saldissimi. Laonde io assomigliarei la voce ad un vento che non lassi alcun vestigio, o ad una nuvola che, portata da’ venti, tosto sparisca, o pure  ad  una  velocissima  nave  in  alto  mare;  ma  le  scritture  sono  a  guisa d’ancora che possa fermarla: e chi edifica con le parole senza lettere, fa uno edificio ruinoso ne l’arena; ma sovra le lettere s’edifica quasi in saldissima pietra. Oltre acciò la voce afferma e niega, e spesse volte è contraria a se medesima e commossa per timore e per amore e per odio e per misericordia, e da tutte le passioni è agitata; ma le lettere, che sogliono esser scritte con animo quieto e vacuo da le perturbazioni, dimostrano non l’animosità ma la verità, e sempre sono conformi a se stesse: quel ch’affermarono una volta affermano continuamente, usano nel negare la medesima costanza, fanno  presenti  i  lontani  e  quasi  vivi  i  morti:  e  questa  vince  ogni  altra maraviglia.  Incerte,  leggiere,  vane,  discordi,  tumultuose,  agitate  sono  le parole; certe, gravi, stabili, concordi a se medesme e vacue d’ogni perturbazione le scritture: amiche de l’opinione, de lo strepito e de l’applauso del volgo sono le parole, e co ‘l favore e quasi con l’aura popolare sono portate in alto e poi caggiono a guisa di foglie levate dal vento o pur di minuta polvere sovra i capi e sovra le corone ancora de gli altissimi re; ma spesso da
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso
Che, perché Mille cose riguardi intento e fiso, Solo una donna veggio e ‘l suo bel viso; e altrove: Peroché spesso (or chi fia che me ‘l creda?) Ne l’acqua chiara e sovra l’erba verde Io l’ho veduta, e nel troncon d’un faggio, E ‘n bianca nube sì fatta che Leda Avria ben detto che sua figlia perde, Come stella che ‘l sol copre co ‘l raggio. E  prima  di  lui  il  prencipe  de’  poeti,  ragionando  di  Didone  innamorata d’Enea, dice: Illum absens absentem auditque videtque; e poco appresso: Eumenidum veluti demens videt agmina Pentheus Et solem geminum et duplices se ostendere Thebas, Aut Agamemnonius scenis agitatus Orestes Armatam facibus matrem et serpentibus atris. E Orazio, da la medesima imaginazione rapito, grida: Quo me, Bacche, rapis tui Plenum? Quae nemora et quos agor in specus Velox mente nova? e appresso: ... Ut mihi devio Rupes et vacuum nemus Mirari libet, o Naiadum potens, Baccharumque valentium Proceras manibus vertere fraxinos. Né Dante si mostra meno da la fantasia sforzato, quando, doppo aver visti li fantasmi d’Assuero e del giusto Mardocheo e di Lavinia che lagrimava, prorompe in questa esclamazione: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Messaggiero di Torquato Tasso
chi parlarla, essi non avrebbero forse avuto la imperturbabilità e la tenace costanza  di  scrivere  per  semplice  amor  dell’arte  e  per  mero  sfogo,  come faceva io, ed ho fatto poi per tanti anni consecutivi, costretto dalle circostanze di vivere e conversare sempre con barbari; che tale si può francamente denominare tutta l’Europa da noi, quanto alla letteratura italiana; come lo è pur troppo tuttavia, e non poco, una gran parte della stessa Italia, sui nescia. Che se si vuole anche per gl’Italiani scrivere egregiamente, e che si tentino versi in cui spiri l’arte del Petrarca e di Dante, chi oramai in Italia, chi è che veramente e legga ed intenda e gusti e vivamente senta Dante e il Petrarca? Uno in mille, a dir molto. Con tutto ciò, io immobile nella persuasione del vero e del bello, antepongo d’assai (ed afferro ogni occasione di far tal protesta) di gran lunga antepongo di scrivere in una lingua quasi che morta, e per un popolo morto, e di vedermi anche sepolto prima di morire, allo scrivere in codeste lingue sorde e mute, francese ed inglese, ancorché dai loro cannoni ed eserciti elle si vadano ponendo in moda. Piuttosto versi italiani (purché ben torniti) i quali rimangano per ora ignorati, non intesi, o  scherniti;  che  non  versi  francesi  mai,  od  inglesi,  o  d’altro  simil  gergo prepotente, quando anche ne dovessi immediatamente esser letto, applaudito, ed ammirato da tutti. Troppa è la differenza dal suonare la nobile e soave arpa ai propri orecchi, ancorché nessuno ti ascolti, al suonare la vil cornamusa, ancorché un volgo intero diorecchiuti ascoltanti ti faccia pur plauso solenne. Torno all’amico, con cui di questi e simili sfoghi mi occorreva spesso di  fare,  il  che  mi  riusciva  di  sommo  sollievo. Ma  poco  durò  quella  mia nuova ed intera felicità, di passare quei beati giorni tra così amate e degne persone. Un accidente occorso all’amico venne a sturbare la nostra quiete. Cavalcando egli meco fece una caduta, in cui si slogò il pugno. Da prima credei rotto il braccio, e anche peggio; onde me ne rimescolai fortemente, e tosto al di lui male si aggiunse il mio proprio, ma di gran lunga maggiore. Mi assalì due giorni dopo una dissenteria ferocissima, che andò sì ostinatamente crescendo, che al decimoquinto giorno, non essendo più entrato nel mio stomaco altro che acqua gelata, e le pestilenziali evacuazioni oltrepassando il numero di ottanta nelle ventiquattro ore, mi ritrovai ridotto presso che  in  fine,  senza  pure  aver  quasi  punto  febbre.  La  mancanza  del  calor naturale era tale, che certe fomente di vino aromatizzato che mi facevano su lo stomaco e ventricolo per rendere una qualche attività a quelle patti
Vita di Vittorio Alfieri
spossate, ancor che esse fomente fossero bollenti a segno che i famigliari nel maneggiarle vi si pelassero le mani, ed io il corpo nell’applicarmele, con tutto ciò che mi parean sempre pochissimo calde, e d’altro non mi doleva che della loro freddezza. Non v’era più vita nel mio individuo, altro che nel capo, il quale indebolito sì, ma chiarissimo rimanevami. Dopo i quindici giorni il male allentò e adagio adagio retrocedendo, verso il trentesimo giorno le evacuazioni erano però ancora oltre venti nelle ventiquattro ore. Mi trovai finalmente libero dopo sei settimane, ma ischeletrito e annichilato in tal modo, che per altre quattro settimane in circa, quando mi si dovea rifar il letto, mi levavano di peso per traspormi in un altro finché fossi riportato nel primo. Io veramente non credei di poterla superare. Doleami assai di morire, lasciando la mia donna, l’amico, ed appena per così dire abbozzata quella gloria, per cui da dieci e più anni io aveva tanto delirato, e sudato; che  io  benissimo  sentiva  che  di  tutti  quegli  scritti  ch’io  lascierei  in  quel punto, nessuno era fatto e finito come mi parea di poterlo fare e finire, avendone il dovuto tempo. Mi confortava per altra parte non poco, giacché morir pur dovea, di morire almen libero, e fra le due più amate persone ch’io m’avessi, di cui mi pareva d’avere e di meritare l’amore e la stima, e di morir finalmente innanzi di aver provato tanti altri mali sì fisici che morali, a cui si va incontro invecchiando. Io aveva comunicato all’amico tutte le mie intenzioni circa alla stampa già avviata delle tragedie, e le avrebbe fatte continuare egli in mia vece. Mi sono poi ben convinto in appresso, quando io  fui  all’atto  pratico  di  quella  stampa  che  durò  poi  quasi  tre  anni,  che atteso l’assiduo, e lunghissimo, e tediosissimo lavoro che mi vi convenne di farvi sopra le prove, se poco era il fatto sino a quel punto, ove fossi mancato io, quello che lasciava sarebbe veramente stato un nulla, ed ogni fatica precedente a quella dello stampare era intieramente perduta, se quest’ultima non sopravveniva per convalidarla. Cotanto il colorito e la lima si fanno parte assolutamente integrante d’ogni qualunque poesia. Piacque al destino, ch’io scampassi per allora, e che le mie tragedie ricevessero da me poi quel compimento ch’io era in grado di dar loro; e di cui forse (s’elle hannogratitudine) potranno contraccambiarmi col tempo non lasciando totalmente perire il mio nome. Guarii, come dissi, ma a stento; e rimasi così indebolito anche della mente, che tutte le prove delle tre prime tragedie, che successivamente nello spazio di circa quattro mesi in quell’anno mi passarono sotto gli occhi,
Vita di Vittorio Alfieri