tregenda

[tre-gèn-da]
In sintesi
ridda di diavoli e streghe; pandemonio, inferno
← dal fr. ant. sabbat, che è dal lat. sabbătum ‘sabato’, perché secondo alcune tradizioni si svolgeva la notte del sabato.
1
lett. Secondo alcune credenze popolari di origine nordica, convegno notturno di diavoli, di anime dannate e di streghe, che si riuniscono con fini malefici
2
fig. Confusione chiassosa di molta gente: facevano una t. da rompere gli orecchi || Notte di tregenda, notte di tuoni e fulmini, o di eventi spaventosi, drammatici

Citazioni
l’avrebbe consolata della sua assenza? Chi avrebbe pensato a lei nei pericoli che si minacciavano al castello per quella notte? La pietà, la divina pietà gonfiava di nuovi singhiozzi il petto della giovane, e la mano che Lucilio le stese per aiutarla a rialzarsi fu inondata di pianto. Ma rimessi che furono in via questi riebbe subito l’alacrità consueta. I sogni disparvero; i pensieri gli sprizzarono in capo risoluti e virili; la volontà piegata un momento rizzossi con miglior lena a ripigliare il comando. La storia dell’amor suo, e quella dell’amore di Clara, i casi straordinari di quella sera, i sentimenti della giovinetta ed i proprii gli si dipinsero dinanzi in un sol quadro senza confusione e senza anacronismi. Egli ne rilevò con un’occhiata da aquila il concetto generale, e decise ad ogni costo che o solo o colla fanciulla egli doveva entrare in castello prima che passasse la notte. L’amore gli imponeva questo dovere; aggiungiamo ancora che l’interesse dell’amore medesimo glielo consigliava caldamente. Clara pregava il Signore e la Madonna, Lucilio stringeva a parlamento tutte le voci del proprio ingegno e del proprio coraggio; e così appoggiati l’una al braccio dell’altro, camminavano silenziosamente verso il mulino. Quanta moderazione! diranno taluni pensando al caso di Lucilio. Ma se diranno così gli è o ch’io mi sono spiegato male o che essi non mi hanno capito a dovere quando discorreva della sua indole. Lucilio non era né un birbone né uno scavezzacollo; pretendeva soltanto di vederci a fondo nelle cose umane, di volerne il meglio e di saper conseguire questo meglio. Queste tre pretese, se temperate da un sano criterio, egli avrebbe potuto provarle coi fatti; perciò non si lasciava mai trascinare dalle passioni, ma teneva ben salde le redini e sapeva fermarle all’uopo tanto sull’orlo del precipizio quanto sulla sponda lusinghiera e traditrice d’una fondura verdeggiante. Entrarono dunque nel mulino, ma non ci trovarono alcuno benché il fuoco scoppiettasse tuttavia in mezzo alle ceneri. La polenta lasciata sul tagliere dava a vedere che tutti non aveano cenato e che alcuni degli uomini s’erano forse attardati nel villaggio a guardar la tregenda. Ma quella era forse la famiglia con cui la Contessina aveva maggior dimestichezza, onde non le dispiacque di vedersi colà ricoverata. «Ascolta, ben mio» le disse sottovoce Lucilio rattizzando il fuoco per sciuttarla dell’umido preso nei prati. «Io chiamerò ora e ti affiderò a qualcuna di queste donne, e poi o per forza per amore penetrerò in castello a recarvi le tue novelle, e a guardare come stanno là dentro.» La Clara arrossì tutta sotto gli sguardi del giovane. Era la prima volta
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
di fuochi ancora fumanti; sulla piazza le tracce della più gran gazzarra del mondo. Carnami mezzo crudi, mezzo arrostiti; vino versato a pozzanghere; sacchi di farina rovesciati, avanzi di stoviglie di piatti di bicchieri: e in mezzo a questo il bestiame sciolto dalle stalle che pascolava e nel chiaroscuro della notte imminente dava a quella scena l’apparenza d’una visione fantastica. Io mi precipitai nel castello gridando a perdifiato: «Giacomo! Lorenzo! Faustina!» ma la mia voce si perdeva nei cortili deserti, e solo di sotto all’atrio mi rispose il nitrir d’un cavallo. Era il ronzino di Marchetto, che sbrigliatosi nel parapiglia di Portogruaro era tornato a casa, più fedele e più coraggioso il povero animale di tutti quegli altri animali che si vantavano forniti di cervello e di cuore. Un dubbio crudele mi squarciò l’anima riguardo alla vecchia Contessa, e passai di volo i cortili e i corritoi a rischio anche di fiaccarmi il collo contro qualche colonna. Là dentro, perché la luna non potea penetrare, non mi caddero sott’occhio i segni della tregenda, ma ne fiutava passando il puzzo stomachevole. Inciampando nelle imposte scassinate, nelle mobilie fracassate, salii mezzo carpone le scale, nella sala fui quasi per ismarrirmi tanta era la confusione delle cose che la ingombravano; lo spavento mi rischiarava, giunsi alla camera della vecchia e mi vi precipitai entro in un buio terribile gridando  da  forsennato.  Mi  rispose  dalla  profonda  oscurità  un  suono spaventevole come d’un respiro affannato insieme e minaccioso: il bramito della fiera, il gemito di un fanciullo armonizzavano in quel rantolo cupo e continuo. «Signora, signora!» sclamai coi capelli irti sul capo. «Son io! Sono Carlino! Risponda!» Allora udii il romore d’un corpo che a stento si sollevava, e gli occhi mi si sbarravano fuori delle orbite per pur discernere qualche cosa in quel mistero di tenebre. Avanzarmi per toccare, retrocedere in cerca di lume erano partiti che non mi passavano neppur pel capo tanto la terribilità di quell’incertezza mi rendeva attonito ed inerte. «Ascolta;» cominciò allora una voce la quale a stento io riconobbi per quella della Contessa vecchia «ascolta, Carlino: giacché non ho prete voglio confessarmi a te. Sappi... dunque... sappi che la mia volontà non ha mai consentito a male alcuno... che ho fatto tutto, tutto il bene che ho potuto... che ho amato i miei figliuoli, le mie nipoti, i miei parenti... che ho beneficato il prossimo... che ho sperato in Dio... Ed ora ho cent’anni; cent’anni, Carlino! cosa mi serve aver vissuto un secolo?... Ora ho cent’anni, Carlino, e muoio nella solitudine, nel dolore, nella disperazione!...» Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo