ticchio

[tìc-chio]
In sintesi
tic; capriccio
← deriv. di tic.
s.m.
(pl. -chi )

1
Voglia capricciosa e improvvisa di qualcosa; idea bizzarra: quando gli salta il t. di fare una cosa, non c'è forza che lo trattenga
SIN. ghiribizzo
2
Azione improvvisa e apparentemente irragionevole che a volte fanno alcuni animali, spec. i cavalli
|| estens., pop. Tic nervoso

Citazioni
na.« E quanto un tal delitto sia inviso all’Eccellentissima Signoria (così diceva la lettera), e quanto grande il merito di coloro che si affrettano a punirlo, e quanto capitale il pericolo degli sconsigliati che per mire private lo lasciano impunito, Ella, Illustrissimo Signor Giurisdicente, lo deve sapere al pari di chiunque. Gli statuti ed i proclami degli Inquisitori parlano chiaro; e ne può andar di mezzo la testa, perché i denari sono come il sangue dello Stato, ed è reo di Stato colui che colla sua negligenza cospira a dissanguarlo di questo vero fluido vitale.» Come si vede, il castellano avea trovato la vera strada; e infatti il Conte di Fratta, al sentirsi legger dal Cancelliere questa antifona, si dimenò tanto sul seggiolone che ne restò un pochino offesa la sua solita maestà. Si vollero tener secrete le pratiche in proposito; ma la chiamata del Cappellano, la visita ricevuta da costui la mattina antecedente, il suo smarrimento, le sue chiacchiere colla Giustina diedero contezza in paese dell’avvenuto e ne successe un vero tafferuglio. Il Cappellano era amato da tutti come un buon compare; più  anche,  la  popolazione  di  Fratta,  avvezza  al  governo  patriarcale  e venezianesco de’ suoi giurisdicenti, avea il ticchio di non volersi lasciar mettere il piede sul collo. Si fece un gran sussurrare contro la prepotenza del castellano di Venchieredo; e con grande rammarico del signor Conte gli stessi abitanti del castello col loro contegno caparbio e immodesto mostravano di volergli tirar addosso qualche brutto temporale. Mai io non avea veduto come a quei giorni il signor Conte ed il suo Cancelliere più appiccicati l’uno coll’altro; sembravano due travicelli malconci che si fossero appoggiati l’uno contro l’altro per resistere ad una ventata; e se uno si moveva, tosto l’altro si sentiva cadere e gli andava dietro per non uscir di bilico. Furono anche messi in opera molti argomenti per sedare quella pericolosa esasperazione di animi; ma il rimedio era peggiore del male. Si addentava con miglior gusto al frutto proibito; e le lingue, frenate in cucina, si scatenavano più violente sulla piazza ed all’osteria. Più di tutti mastro Germano strepitava contro l’arroganza del suo vecchio padrone. Egli, per la virulenza delle sue filippiche e per l’audacia con cui difendeva il Cappellano, era diventato quasi il caporione del subbuglio. Ogni sera impancato alla bettola predicava ad alta voce sulla necessità di non lasciarsi togliere anche quell’unico rappresentante della povera gente che è il prete. E i prepotenti tempestassero pure, egli diceva, ché giustizia ce n’era per tutti e potrebbero saltar fuori certi peccati vecchi che avrebbero mandato in  prigione  i  giudici,  e  in  trionfo  gli  accusati.  Fulgenzio,  il  sagrestano, barcamenava colla sua faccia tosta in tutto quello scombuglio; e benché ser-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
della nelle bragie e ci riescirono. Il dover mio era di farmi abbrustolire già da un mese prima, e potrei anche ringraziarli del gran merito ch’essi acquistarono presso la mia coscienza. La scena della Pisana coll’ufficiale còrso avea fatto chiasso, come dissi, per tutta Venezia; la sua disparizione dalla casa del marito aggiungeva mistero all’avventura, e se ne contavano di così strane, di così grosse che a ripeterle sembrerebbero fole. Chi la vedeva vagare vestita di bianco sotto le Procuratie nella profondità della notte; chi affermava di averla incontrata in qualche calle deserta con un pugnale in mano e una face resinosa nell’altra, come la statua della discordia; i barcaiuoli narravano ch’ella errava tutta notte per le lagune, soletta sopra una gondola che avanzava senza remi e lasciava dietro di sé per le acque silenziose un solco fosforescente. Alcuni tonfi si udivano di tanto in tanto intorno alla misteriosa apparizione; erano i nemici di Venezia da lei strappati magicamente alla quiete del sonno e precipitati nei gorghi del canale. Queste chiacchiere immaginose, cui la credulità popolare aggiungeva ogni giorno alcun fiore poetico, garbavano poco o nulla al nuovo governo provvisorio stabilito dagli Imperiali dopo la partenza di Serrurier. Erano sintomi di poca simpatia, e conveniva guarire la gente di questo ticchio poetico. Perciò si davano attorno per iscoprire la dimora della Pisana; ma le indagini rimanevano senza effetto, e nessuno certo si sarebbe immaginato ch’ella abitasse con me, mentre io stesso era creduto a quei giorni ben lontano dalle lagune. La nostra zingara era stata incorruttibile; a qualche sbirro travestito che era venuto a chieder conto dei padroni di casa, ell’aveva risposto che da gran tempo mancavano da Venezia, e così non ci avevano seccato più. Sapendo che mio padre s’era imbarcato pel Levante, mi giudicavan partito con lui, o con gli altri disgraziati che aveano cercato una patria nelle tranquille città della Toscana o nelle tumultuanti provincie della Cisalpina. La scoperta fatta da Raimondo Venchieredo mise la sbirraglia sulle mie tracce. Egli ne parlò a suo padre come d’una curiosità; il vecchio volpone ne tenne conto come d’un grasso guadagno, e così, dopo consultatosi col reverendo padre Pendola, decise di farsi un merito presso il Governo col dipingermi per un pericoloso macchinatore appiattato a Venezia e disposto a Dio sa qual colpo disperato. La mia convivenza con quella furiosa eroina, che avea fatto parlar tanto il volgo e gli sfaccendati, aggiungeva nerbo all’accusa. Infatti una bella mattina che sorseggiava tranquillamente il caffè pensando alla maniera di prolungar piucché fosse possibile l’utilissimo servizio di sette o otto ducati che mi rimanevano, sentii un furioso scampanellare alla
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
qualche persona autorevole del luogo a speculare il tempo e a disporre le scolte; soletto melanconico io me ne stava nell’androne dell’osteria, coi gomiti sulla tavola, e gli occhi fissi nella lucernetta d’una Madonna di Loreto addossata al muro dirimpetto, o svagati a guardar nel cortile le tarantelle improvvisate sotto il fogliame d’una vite dai nostri soldati. L’allegra vita meridionale riprendeva come niente fosse le sue gioconde abitudini a venti passi da quel piazzale ove il sangue correva ancora, e venti o trenta cadaveri aspettavano la sepoltura. Le mie idee non erano certamente né animose né liete ad onta di quell’effimero trionfo; maladiceva fra me a quel perverso istinto che ci fa vivere più che nelle contentezze di oggi nelle paure dell’indomani, e invidiava la sprovvedutezza di coloro che ballavano e trincavano senza darsi un pensiero al mondo di quello ch’era e di ciò che sarebbe stato. Così passava da melanconia a melanconia quando un vecchio prete curvo e quasi cencioso mi si avvicinò timidamente, domandando se io fossi il capitano Altoviti. Risposi un po’ ruvidamente di sì, perché una discreta esperienza non mi faceva molto tenero del clero napoletano, ed anco quelli erano tempi che il collare non era presso i repubblicani una gran raccomandazione.  Il  vecchio  non  si  scompose  per  nulla  alle  mie  aspre  parole,  e facendomisi più vicino mi disse d’aver cose importantissime a comunicarmi, e che persona legata a me con vincoli sacri di parentela desiderava vedermi prima di morire. Io balzai in piedi perché la mente mi corse subito a qualche stranezze della Pisana, ed era tanto disposto a veder ogni dove disgrazie, che ricorreva subito alle più funeste ed irreparabili.  emeva che avendomi saputo T solo nelle Puglie le fosse saltato il ticchio di raggiungermi e che avvolta in quel massacro di Molfetta ne fosse rimasta vittima. Afferrai adunque il braccio del prete e lo trascinai fuori dell’osteria avvertendolo con ciò che se avesse voluto corbellarmi non era io l’uomo disposto a sopportarlo. Quando fummo nel buio d’una contrada solitaria: «Signor capitano» mi bisbigliò sommessamente nell’orecchio il prete. «È suo padre...» Non lo lasciai proseguire. «Mio padre!» sclamai. «Cosa dice ella di mio padre?...» «L’ho salvato oggi di mezzo a quei furibondi che ci hanno assaltato oggi» soggiunse il prete. «È un vecchio piccolo e sparuto che udendo proclamare il nome del signor capitano ha cominciato a dibattersi sul letto ov’io l’aveva fatto adagiare, e mi ha chiesto conto di lei, e dice e sacramenta ch’egli è suo padre, e che non morrà contento se non giunge prima a vederlo.» Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo