taglieggiare

[ta-glieg-già-re]
In sintesi
imporre tributi esosi o illegittimi; ricattare
← deriv. di taglia 1.
1
Sottoporre a taglie, a tributi e a imposizioni gravose un paese assoggettato, una popolazione vinta: si ragunarono insieme più brigate, ... e andavano taglieggiando le terre (Machiavelli) || iperb. Imporre tasse e imposte eccessive: questo governo non fa che taglieggiarci
2
estens. Estorcere denaro con minace e ricatti: la criminalità organizzata taglieggia i commercianti della zona
3
ant. Imporre una taglia per il riscatto di un prigioniero

Citazioni
re d’ogni tempo trarne utilità, gli convenga essere rapace, fraudolento, violento  e  avere  molte  qualitadi  le  quali  di  necessità  lo  facciano  non buono; né possono gli uomini che l’usano per arte, così i grandi come i minimi, essere fatti altrimenti, perché questa arte non gli nutrisce nella pace; donde che sono necessitati o pensare che non sia pace, o tanto prevalersi ne’ tempi della guerra, che possano nella pace nutrirsi. E qualunque l’uno di questi due pensieri non cape in uno uomo buono; perché dal volersi potere nutrire d’ogni tempo, nascono le ruberie, le violenze, gli assassinamenti che tali soldati fanno così agli amici come a’ nimici; e dal non volere la pace nascono gli inganni che i capitani fanno a quegli che gli conducono, perché la guerra duri; e se pure la pace viene, spesso occorre che i capi, sendo privi degli stipendi e del vivere, licenziosamente rizzano una bandiera di ventura e sanza alcuna piatà saccheggiano una provincia. Non avete voi nella memoria delle cose vostre come, trovandosi assai soldati in Italia sanza soldo per essere finite le guerre, si ragunarono insieme più brigate, le quali si chiamarono Compagnie, e andavano taglieggiando le terre e saccheggiando il paese, sanza che vi si potesse fare alcuno rimedio? Non avete voi letto che i soldati cartaginesi, finita la prima guerra ch’egli ebbero co’ Romani, sotto Mato e Spendio, due capi fatti tumultuariamente da loro, ferono più pericolosa guerra a’ Cartaginesi che quella che loro avevano finita co’ Romani? Ne’ tempi de’ padri nostri, Francesco Sforza, per potere vivere onorevolmente ne’ tempi della pace, non solamente ingannò i Milanesi de’ quali era soldato, ma tolse loro la libertà e divenne loro principe. Simili a costui sono stati tutti gli altri soldati di Italia, che hanno usata la milizia per loro particolare arte; e se non sono, mediante le loro malignitadi, diventati duchi di Milano, tanto più meritano di essere biasimati, perché sanza tanto  utile  hanno  tutti,  se  si  vedesse  la  vita  loro,  i  medesimi  carichi. Sforza, padre di Francesco, costrinse la reina Giovanna a gittarsi nelle braccia del re di Ragona, avendola in un subito abbandonata e in mezzo a’ suoi nimici lasciatala disarmata, solo per sfogare l’ambizione sua o di taglieggiarla  o  di  tòrle  il  regno.  Braccio,  con  le  medesime  industrie, cercò di occupare il regno di Napoli, e se non era rotto e morto a l’Aquila, gli riusciva. Simili disordini non nascono da altro che da essere stati uomini  che  usavano  lo  esercizio  del  soldo  per  loro  propria  arte.  Non avete voi uno proverbio il quale fortifica le mie ragioni, che dice: “La guerra fa i ladri, e la pace gl’impicca?”. Perché quegli che non sanno vivere d’altro esercizio, e in quello non trovando chi gli sovvenga e non avendo tanta virtù che sappiano ridursi insieme a fare una cattività onorevole, sono  forzati  dalla  necessità  rompere  la  strada,  e  la  giustizia  è forzata spegnerli. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
insegne, le mutazioni de’ tituli delle famiglie, che i nobili, per parere di popolo, facevano; tanto che quella virtù delle armi e generosità di animo che era nella nobilità si spegneva, e nel popolo, dove la non era, non si poteva raccendere, tal che Firenze sempre più umile e più abietto divenne. E dove Roma, sendosi quella loro virtù convertita in superbia, si ridusse in termine che sanza avere un principe non si poteva mantenere, Firenze a quel grado è pervenuta, che facilmente da uno savio datore di leggie potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata. Le quali cose per la lezione del precedente libro in parte si possono chiaramente cognoscere, avendo mostro il nascimento di Firenze e il principio della sua  libertà, con le cagioni delle divisioni di quella, e come le parti de’ nobili e del popolo con la tirannide del Duca di Atene e con la rovina della nobilità finirono. Restano ora a narrarsi le inimicizie intra il popolo e la plebe, e gli accidenti varii che quelle produssono. Capitolo II Doma che fu la potenzia de’ nobili, e finita che fu la guerra con lo Arcivescovo di Milano, non pareva che in Firenze alcuna cagione di scandolo fusse rimasa. Ma la mala fortuna della nostra città e i non buoni ordini suoi feciono intra la famiglia degli Albizzi e quella de’ Ricci nascere inimicizia; la quale divise Firenze, come prima quella de’ Buondelmonti e Uberti, e di poi de’ Donati e de’ Cerchi aveva divisa. I pontefici, i quali allora stavano in Francia, e gli imperadori, che erano nella Magna, per mantenere la reputazione loro in Italia in varii tempi moltitudine di soldati di varie nazioni ci avevano mandati; tale che in questi tempi ci si trovavano Inghilesi, Tedeschi  e  Brettoni.  Costoro,  come,  per  essere  finite  le  guerre,  sanza  soldo rimanevono, dietro ad una insegna di ventura, questo e quell’altro principe taglieggiavano. Venne per tanto, l’anno 1353, una di queste compagnie in Toscana, capitaneata da Monreale provenzale; la cui venuta tutte le città di quella provincia spaventò, e i Fiorentini, non solamente publicamente di gente si providdono, ma molti cittadini, intra’ quali furono gli Albizzi e i Ricci, per salute propria si armorono. Questi intra loro erano pieni di odio, e ciascuno pensava, per ottenere il principato nella repubblica, come potesse opprimere l’altro: non erano per ciò ancora venuti alle armi, ma solamente ne’ magistrati e ne’ Consigli si urtavano. Trovandosi adunque tutta la città armata, nacque a sorte una
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
ferire per fianco i loro cavalli che passassero il ponte. Furono per tanto le prime genti che comparsono da Micheletto gagliardamente sostenute, e non che altro, da quello ributtate; ma sopravenendo Astor e Francesco  Piccinino  con  gente  eletta,  con  tale  impeto  in  Micheletto percossono, che gli tolsono il ponte e lo pinsono infino al cominciare dell’erta che sale al borgo di Anghiari; di poi furono ributtati e ripinti fuori  del  ponte  da  quelli  che  dai  fianchi  gli  assalirono.  Durò  questa zuffa due ore, che ora Niccolò, ora le genti fiorentine erano signori del ponte. E benché la zuffa sopra il ponte fusse pari, non di meno e di là e di qua dal ponte con disavvantaggio grande di Niccolò si combatteva. Perché, quando le genti di Niccolò passavano il ponte, trovavano i nimici grossi, che, per le spianate fatte, si potevono maneggiare, e quelli che erano stracchi potevono dai freschi essere soccorsi; ma quando le genti fiorentine lo passavano, non poteva commodamente Niccolò rinfrescare i suoi, per essere angustiato dalle fosse e dagli argini che fasciavano la strada: come intervenne, perché molte volte le genti di Niccolò vinsono il  ponte,  e  sempre  dalle  genti  fresche  degli  avversarii  furono  ripinte indietro, ma come il ponte dai Fiorentini fu vinto, talmente che le loro genti entrorono nella strada, non sendo a tempo Niccolò, per la furia di chi veniva e per la incommodità del sito a rinfrescare i suoi, in modo quelli  davanti  con  quelli  di  dietro  si  mistorono,  che  l’uno  disordinò l’altro,  e  tutto  lo  esercito  fu  constretto  mettersi  in  volta  e  ciascuno, sanza alcuno rispetto, si rifuggì verso il Borgo. I soldati fiorentini attesono alla preda; la quale fu, di prigioni, di arnesi e di cavagli, grandissima, perché con Niccolò non rifuggirono salvi mille cavalli. I Borghigiani, i quali  avevono  seguitato  Niccolò  per  predare,  di  predatori  divennono preda, e furono presi tutti e taglieggiati; le insegne e i carriaggi furono tolti. E fu la vittoria molto più utile per la Toscana, che dannosa per il Duca; perché, se i Fiorentini perdevono la giornata, la Toscana era sua; e perdendo quello, non perdé altro che le armi e i cavagli del suo esercito; i quali con non molti danari si poterono recuperare. Né furono mai tempi che la guerra che si faceva ne’ paesi d’altri fusse meno pericolosa per chi la faceva, che in quelli. E in tanta rotta e in sì lunga zuffa, che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che uno uomo; il quale, non di ferite o d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto espirò: con tanta securtà allora gli uomini combattevano, per-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli