sunto

[sùn-to]
In sintesi
sintesi orale o scritta di un testo
← dal lat. mptu(m), part. pass. di sumĕre ‘prendere, scegliere’.
s.m.

Sintesi orale o scritta; riassunto, compendio: fare il s. di un brano

Citazioni
Giunto al borgo, domandò dell’abitazione del dottore; gli fu indicata, e v’andò. All’entrare, si sentì preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d’un signore e d’un dotto, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un’occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva, se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro, perché voleva che il dottore vedesse e sapesse ch’egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva: “date qui, e andate innanzi”. Renzo fece un grande inchino: il dottore l’accolse umanamente, con un “venite, figliuolo”, e lo fece entrar con sé nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de’ dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d’allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all’intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s’alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s’accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d’una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt’anni addietro, per perorare, ne’ giorni d’apparato, quando andava a Milano, per qualche causa d’importanza. Chiuse l’uscio, e fece animo al giovine, con queste parole: “figliuolo, ditemi il vostro caso”. “Vorrei dirle una parola in confidenza.” “Son qui,” rispose il dottore: “parlate.” E s’accomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con l’altra, ricominciò: “vorrei sapere da lei che ha studiato...” “Ditemi il fatto come sta,” interruppe il dottore. “Lei m’ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere...” “Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa.” “Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale.” – Ho capito, – disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito. – Ho capito. – E subito si fece serio, ma d’una serietà mista di compassione e
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne’ sembianti e nelle mosse de’ fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo. Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant’alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d’un altro. Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato  un indizio d’abitanti. Due grand’avoltoi, con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de’ bravi s’alzò, e gli disse: “padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo buon’aria per me; e se mi avesser tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male.” Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand’inchino, acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l’ospite in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert’aria di maraviglia e di rispetto, disse: “non è lei... il padre Cristoforo di Pescarenico?” “Per l’appunto.” “Lei qui?” “Come vedete, buon uomo.” “Sarà per far del bene. Del bene,” continuò mormorando tra i denti, e rincamminandosi, “se ne può far per tutto.” Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastono
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
latino, da cui traduciamo come ci riesce, “il caso d’un tale che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse...” Da questo scrittore prenderemo qualche altro passo, che ci venga in taglio per confermare e per dilucidare il racconto del nostro anonimo; col quale tiriamo avanti. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall’adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione, anzi n’andava in cerca, d’aver che dire co’ più famosi di quella professione, d’attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti d’ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti n’ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che  gli  stessero  alla  sinistra.  Nel  fatto  però,  veniva  anche  lui  a  essere  il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano di richiedere ne’ loro impegni l’opera d’un tanto ausiliario; per lui, tirarsene indietro sarebbe stato decadere dalla sua riputazione, mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo, e per conto d’altri, tante ne fece che, non bastando né il nome, né il parentado, né gli amici, né la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosità potenti, dovette dar luogo, e uscir dallo stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto notabile raccontato dal Ripamonti. “Una volta che costui ebbe a sgomberare il paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia un’imbasciata d’impertinenze per il governatore.” Nell’assenza, non ruppe le pratiche, né tralasciò le corrispondenze con que’ suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre letteralmente
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti, coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente che con l’armi della violenza privata. Ora, l’intrinsichezza, diciam meglio, una lega con un uomo di quella sorte, con un aperto nemico della forza pubblica, non gli avrebbe certamente fatto buon gioco a ciò, specialmente presso il conte zio. Però quel tanto d’una tale amicizia che non era possibile di nascondere, poteva passare per una relazione indispensabile con un uomo la cui inimicizia era troppo pericolosa; e così ricevere scusa dalla necessità: giacché chi ha l’assunto di provvedere, e non n’ha la volontà, o non ne trova il verso, alla lunga acconsente che altri provveda da sé, fino a un certo segno, a’ casi suoi; e se non acconsente espressamente, chiude un occhio. Una mattina, don Rodrigo uscì a cavallo, in treno da caccia, con una piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri in coda; e s’avviò al castello dell’innominato.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tuttora) che ognuno possegga; pena a chiunque ne disponga senza il permesso di que’ signori, la perdita della derrata, e una multa di tre scudi per moggio. È, come ognun vede, la più onesta. Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato da quello del pane. Il carico di supplire all’enorme differenza era stato imposto alla città; ma il Consiglio de’ decurioni, che l’aveva assunto per essa, deliberò, lo stesso giorno 23 di novembre, di rappresentare al governatore l’impossibilità di sostenerlo più a lungo. E il governatore, con grida del 7 di dicembre, fissò il prezzo del riso suddetto a lire dodici il moggio: a chi ne chiedesse di più, come a chi ricusasse di vendere, intimò la perdita della derrata e una multa d’altrettanto valore, et maggior pena pecuniaria et ancora corporale sino alla galera, all’arbitrio di S.E., secondo la qualità de’ casi et delle persone. Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima della sommossa; come probabilmente la tariffa o, per usare quella denominazione celeberrima negli annali moderni, il maximum del grano e dell’altre granaglie più ordinarie sarà stato fissato con altre gride, che non c’è avvenuto di vedere. Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva di conseguenza che dalla campagna accorresse gente a processione a comprarne. Don Gonzalo, per riparare a questo, come dice lui, inconveniente, proibì, con un’altra grida del 15 di dicembre, di portar fuori della città pane, per più del valore di venti soldi; pena la perdita del pane medesimo, e venticinque scudi,  et in caso di inhabilità, di due tratti di corda in publico, et maggior pena ancora, secondo il solito, all’arbitrio di S.E. Il 22 dello stesso mese (e non si vede perché così tardi), pubblicò un ordine somigliante per le farine e per i grani. La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non inutile l’osservare come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell’antecedente, e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla moltitudine un tale espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme all’equità, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è quindi cosa natu-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
(in ragione del poco che ne rimane) documenti, come dicono, ufiziali, abbiam cercato di farne non già quel che si vorrebbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fatto. Non intendiamo di riferire tutti gli atti pubblici, e nemmeno tutti gli avvenimenti degni, in qualche modo, di memoria. Molto meno pretendiamo di rendere inutile a chi voglia farsi un’idea più compita della cosa, la lettura delle relazioni originali: sentiamo troppo che forza viva, propria e, per dir così, incomunicabile, ci sia sempre nell’opere di quel genere, comunque concepite e condotte. Solamente abbiam tentato di distinguere e di verificare i fatti più generali e più importanti, di disporli nell’ordine reale della loro successione, per quanto lo comporti la ragione e la natura d’essi, d’osservare la loro efficienza reciproca, e di dar così, per ora e finché qualchedun altro non faccia meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro. Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potesesero ricordarsi della peste che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, far per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta. Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella peste,  ma  n’era  stato  uno  de’  più  attivi  e  intrepidi,  e,  quantunque  allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino. Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile. In una parte dello scritto antecedente, l’autore aveva manifestata l’intenzione di pubblicarne la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma se il ridicolo del disinganno deve cadere addosso a lui, gli sia permesso almeno di protestare che nell’errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, lui non aveva detto che dovessero partorire i monti. Aveva detto soltanto che, come episodio, una tale storia sarebbe riuscita troppo lunga, e che, quantunque il soggetto fosse già stato trattato da uno scrittore giustamente celebre (Osservazioni sulla tortura, di Pietro Verri), gli pareva che potesse esser trattato di nuovo, con diverso intento. E basterà un breve cenno su questa diversità, per far conoscere la ragione del nuovo lavoro. Così si potesse anche dire l’utilità; ma questa, pur troppo, dipende molto più dall’esecuzione che dall’intento. Pietro Verri si propose, come indica il titolo medesimo del suo opuscolo, di ricavar da quel fatto un argomento contro la tortura, facendo vedere come questa aveva potuto estorcere la confessione d’un delitto, fisicamente e moralmente impossibile. E l’argomento era stringente, come nobile e umano l’assunto. Ma dalla storia, per quanto possa esser succinta, d’un avvenimento complicato, d’un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini, devono necessariamente potersi ricavare osservazioni più generali, e d’un’utilità, se non così immediata, non meno reale. Anzi, a contentarsi di quelle sole che potevan principalmente servire a quell’intento speciale, c’è pericolo di formarsi una nozione del fatto, non solo dimezzata, ma falsa, prendendo per cagioni di esso l’ignoranza de’ tempi e la barbarie della giurisprudenza, e riguardandolo quasi come un avvenimento fatale e necessario; che sarebbe cavare un errore dannoso da dove si può avere un utile insegnamento. L’ignoranza in fisica può produrre degl’inconvenienti, ma non delle iniquità; e una
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
cattiva istituzione non s’applica da sé. Certo, non era un effetto necessario del credere all’efficacia dell’unzioni pestifere, il credere che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera; come dell’esser la tortura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta soffrire a tutti gli accusati, né che tutti quelli a cui si faceva soffrire, fossero sentenziati colpevoli. Verità che può parere sciocca per troppa evidenza; ma non di rado le verità troppo evidenti, e che dovrebbero esser sottintese, sono in vece dimenticate; e dal non dimenticar questa dipende il giudicar rettamente quell’atroce giudizio. Noi  abbiam  cercato  di  metterla  in  luce,  di  far  vedere  che  que’  giudici condannaron degl’innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell’efficacia dell’unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti; e che anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com’ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia. Non vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all’ignoranza e alla tortura la parte loro in quell’orribile fatto: ne furono, la prima un’occasion deplorabile, l’altra un mezzo crudele e attivo, quantunque non l’unico certamente, né il principale. Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse? Dio solo ha potuto distinguere qual più, qual meno tra queste abbia dominato nel cuor di que’ giudici, e soggiogate le loro volontà: se la rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti; che aveva ricevuto una notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa; aveva detto: finalmente! e non voleva dire: siam da capo; la rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degl’innocenti, di voltar contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non men miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commetter l’ingiustizia. Dio solo ha potuto vedere se que’ magistrati, trovando i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva, furon più complici o ministri d’una moltitudine che, accecata, non
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
quale poté fare stampare le sue difese, e corredarle d’un estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. E certo, que’ giudici non s’accorsero allora, che lasciavan fare da uno stampatore un monumento più autorevole e più durevole di quello che avevan commesso a un architetto. Di quest’estratto, c’è di più un’altra copia manoscritta, in alcuni luoghi più scarsa, in altri più abbondante, la quale appartenne al conte Pietro Verri, e fu dal degnissimo suo figlio, il signor conte Gabriele, con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione. È quella che servì all’illustre scrittore per lavorar l’opuscolo citato, ed è sparsa di postille, che sono  riflessioni  rapide,  o  sfoghi  repentini  di  compassion  dolorosa,  e d’indegnazione  santa.  Porta  per  titolo:  Summarium  offensivi  contra  Don Johannem Cajetanum de Padilla; ci si trovan per esteso molte cose delle quali nell’estratto stampato non c’è che un sunto; ci son notati in margine i numeri delle pagine del processo originale, dalle quali son levati i diversi brani; ed è pure sparsa di brevissime annotazioni latine, tutte però del carattere stesso del testo: Detentio Morae; Descriptio Domini Johannis; Adversatur Commissario; Inverisimile; Subgestio, e simili, che sono evidentemente appunti presi dall’avvocato del Padilla, per le difese. Da tutto ciò pare evidente che sia una copia letterale dell’estratto autentico che fu comunicato al difensore; e che questo, nel farlo stampare, abbia omesse varie cose, come meno importanti, e altre si sia contentato d’accennarle. Ma come mai se ne trovano nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il difensore poté spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda scelta di ciò che gli paresse utile alla causa del suo cliente. Da questi due estratti abbiamo naturalmente ricavato il più; ed essendo il primo, altre volte rarissimo, stato ristampato da poco tempo, il lettore potrà, se gli piace, riconoscere, col confronto di quello, i luoghi che abbiam presi dalla copia manoscritta. Anche le difese suddette ci hanno somministrato diversi fatti, e materia di qualche osservazione. E siccome non furon mai ristampate, e gli esemplari ne sono scarsissimi, non mancherem di citarle, ogni volta che avremo occasion di servircene. Qualche piccola cosa finalmente abbiam potuto pescare da qualcheduno de’ pochi e scompagnati documenti autentici che son rimasti di quell’epoca di confusione e di disperdimento, e che si conservano nell’archivio citato più d’una volta nello scritto antecedente.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
proporzione tra i delitti e le pene, se un uomo possa mai costringersi a rinunziare alla difesa propria, e simili principii, dai quali, intimamente conosciuti, possono unicamente dedursi le naturali conseguenze più conformi alla ragione ed al bene della società; uomini, dico, oscuri e privati, con tristissimo raffinamento ridussero a sistema e gravemente pubblicarono la scienza di tormentare altri uomini, con quella tranquillità medesima colla quale si descrive l’arte di rimediare ai mali del corpo umano: e furono essi obbediti e considerati come legislatori, e si fece un serio e placido oggetto di studio, e si accolsero alle librerie legali i crudeli scrittori che insegnarono a sconnettere con industrioso spasimo le membra degli uomini vivi, e a raffinarlo colla lentezza e coll’aggiunta di più tormenti, onde rendere più desolante e acuta l’angoscia e l’esterminio.” Ma come mai ad uomini oscuri e ignoranti poté esser concessa tanta autorità? dico oscuri al loro tempo, e ignoranti riguardo ad esso; ché la questione è necessariamente relativa; e si tratta di vedere, non già se quegli scrittori avessero i lumi che si posson desiderare in un legislatore, ma se n’avessero più o meno di coloro che prima applicavan le leggi da sé, e in gran parte se le facevan da sé. E come mai era più feroce l’uomo che lavorava teorie, e le discuteva dinanzi al pubblico, dell’uomo ch’esercitava l’arbitrio in privato, sopra chi gli resisteva? In quanto poi alle questioni accennate dal Verri, guai se la soluzione della prima, “donde emani il diritto di punire i delitti”, fosse necessaria per compilar con discrezione delle leggi penali; poiché si poté bene, al tempo del Verri, crederla sciolta; ma ora (e per fortuna, giacché è men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore) è più controversa che mai. E l’altre, dico in generale tutte le questioni d’un’importanza più immediata, e più pratica, erano forse sciolte e sciolte a dovere, erano almeno discusse, esaminate quando gli scrittori comparvero? Vennero essi forse a confondere un ordine stabilito di più giusti e umani principi, a balzar di posto dottrine più sapienti, a turbar, dirò così, il possesso a una giurisprudenza più ragionata e più ragionevole? A questo possiamo risponder francamente di no, anche noi; e ciò basta all’assunto. Ma vorremmo che qualcheduno di quelli che ne sanno, esaminasse se piuttosto non furon essi che, costretti, appunto perché privati e non legislatori, a render ragione delle loro decisioni, richiamaron la materia a princìpi generali, raccogliendo e ordinando quelli che sono sparsi nelle leggi romane, e cercandone altri nell’idea universale del diritto; se non furon essi
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
XII Attendeva ognun la risposta della signora Emilia; la qual non facendo altrimenti motto al Bembo, si volse e fece segno a messer Federico Fregoso che ‘l suo gioco dicesse; ed esso sùbito così cominciò: “Signora, vorrei che mi fusse licito, come qualche volta si sòle, rimettermi alla sentenzia d’un altro; ch’io per me voluntieri approvarei alcun dei giochi proposti da questi signori, perché veramente panni che tutti sarebben piacevoli: pur, per non guastar l’ordine, dico che chi volesse laudar la corte nostra, lasciando ancor i meriti della signora Duchessa, la qual sola con la sua divina virtù basteria per levar da terra al cielo i più bassi spiriti che siano al mondo, ben poria senza  suspetto  d’adulazion  dir  che  in  tutta  la  Italia  forse  con  fatica  si ritrovariano altrettanti cavalieri così singulari, ed oltre alla principal profession della  cavalleria  così  eccellenti  in  diverse  cose,  come  or  qui  si  ritrovano; però, se in loco alcuno son omini che meritino esser chiamati bon cortegiani e che sappiano giudicar quello che alla perfezion della cortegiania s’appartiene, ragionevolmente si ha da creder che qui siano. Per reprimere adunque molti sciocchi, i quali per esser prosuntuosi ed inetti si credono acquistar nome di bon cortegiano, vorrei che ‘l gioco di questa sera fusse tale, che si elegesse  uno  della  compagnia  ed  a  questo  si  desse  carico  di  formar  con parole un perfetto cortegiano, esplicando tutte le condicioni e particular qualità, che si richieggono a chi merita questo nome; ed in quelle cose che non pareranno convenienti sia licito a ciascun contradire, come nelle scole de’ filosofi a chi tien conclusioni.” Seguitava ancor più oltre il suo ragionamento messer Federico, quando la signora Emilia, interrompendolo: “Questo,” disse, “se alla signora Duchessa piace, sarà il gioco nostro per ora.” Rispose la signora Duchessa: “Piacemi.” Allor quasi tutti i circunstanti, e verso la signora Duchessa e tra sé, cominciarono a dir che questo era il più bel gioco che far si potesse; e senza aspettar l’uno la risposta dell’altro, facevano instanzia alla signora Emilia che ordinasse chi gli avesse a dar principio. La qual, voltatasi alla signora Duchessa: “Comandate,” disse, “Signora, a chi più vi piace che abbia questa impresa; ch’io non voglio, con elegerne uno più che l’altro, mostrar di giudicare qual in questo io estimi più sufficiente degli altri, ed in tal modo far ingiuria a chi si sia.” Rispose la signora Duchessa: “Fate pur voi questa elezione; e guardatevi col disubedire di non dar esempio agli altri, che siano essi ancor poco ubedienti.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro primo  � propinqua virtù, o la virtù col nome del propinquo vicio; come chiamando un prosuntuoso, libero; un modesto, àrrido, un nescio, bono; un scelerato, prudente; e medesimamente nel resto. Pur io estimo in ogni cosa esser la sua perfezione, avvenga che nascosta; e questa potersi con ragionevoli discorsi giudicar da chi di quella tal cosa ha notizia. E perché, come ho detto, spesso la verità sta occulta ed io non mi vanto aver questa cognizione, non posso laudar se non quella sorte di cortegiani ch’io più apprezzo, ed approvar quello che mi par più simile al vero, secondo il mio poco giudicio; il qual seguitarete, se vi parerà bono, o vero v’attenerete al vostro, se egli sarà dal mio diverso. Né io già contrasterò che ‘l mio sia migliore del vostro; ché non solamente a voi po parer una cosa ed a me un’altra, ma a me stesso poria parer or una cosa ed ora un’altra. XIV Voglio  adunque  che  questo  nostro  cortegiano  sia  nato  nobile  e  di generosa famiglia; perché molto men si disdice ad un ignobile mancar di far operazioni virtuose, che ad uno nobile, il qual se desvia dal camino dei suoi antecessori, macula il nome della famiglia e non solamente non acquista, ma perde il già acquistato; perché la nobilità è quasi una chiara lampa, che manifesta e fa veder l’opere bone e le male ed accende e sprona alla virtù così col timor d’infamia, come ancor con la speranza di laude; e non scoprendo questo splendor di nobilità l’opere degli ignobili, essi mancano dello stimulo e del timore di quella infamia, né par loro d’esser obligati passar più avanti di quello che fatto abbiano i sui antecessori; ed ai nobili par biasimo non giunger almeno al termine da’ sui primi mostratogli. Però intervien quasi sempre che e nelle arme e nelle altre virtuose operazioni gli omini  più  segnalati  sono  nobili,  perché  la  natura  in  ogni  cosa  ha  insito quello occulto seme, che porge una certa forza e proprietà del suo principio a tutto quello che da esso deriva ed a sé lo fa simile; come non solamente vedemo  nelle  razze  de’  cavalli  e  d’altri  animali,  ma  ancor  negli  alberi,  i rampolli dei quali quasi sempre s’assimigliano al tronco; e se qualche volta degenerano,  procede  dal  mal  agricultore.  E  così  intervien  degli  omini,  i quali, se di bona crianza sono cultivati, quasi sempre son simili a quelli d’onde procedono e spesso migliorano; ma se manca loro chi gli curi bene, divengono come selvatichi, né mai si maturano. Vero è che, o sia per favor
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
XX Disse allor messer Cesare Gonzaga: “Parmi che abbiate rubato questo passo allo Evangelio, dove dice: “Quando sei invitato a nozze, va’ ed asséttati nell’infimo loco, acciò che, venendo colui che t’ha invitato, dica: Amico, ascendi più su; e così ti sarà onore alla presenzia dei convitati’.” Rise messer Federico e disse: “Troppo gran sacrilegio sarebbe rubare allo Evangelio; ma voi siete più dotto nella Sacra Scrittura ch’io non mi pensava;” poi suggiunse: “Vedete come a gran pericolo si mettano talor quelli che temerariamente inanzi ad un signore entrano in ragionamento, senza che altri li ricerchi; e spesso quel signore, per far loro scorno, non risponde e volge il capo ad un’altra mano, e se pur risponde loro, ognun vede che lo fa con fastidio.  Per aver adunque favore dai signori, non è miglior via che meritargli; né bisogna che l’omo si confidi vedendo un altro che sia grato ad  un  principe  per  qualsivoglia  cosa  di  dover,  per  imitarlo,  esso  ancor medesimamente venire a quel grado; perché ad ognun non si convien ogni cosa e trovarassi talor un omo, il qual da natura sarà tanto pronto alle facezie, che ciò che dirà porterà seco il riso e parerà che sia nato solamente per quello; e s’un altro che abbia manera di gravità, avvenga che sia di bonissimo ingegno, vorrà mettersi far il medesimo, sarà freddissimo e disgraziato, di sorte che farà stomaco a chi l’udirà e riuscirà a punto quell’asino, che ad imitazion del cane volea scherzar col patrone. Però bisogna che ognun conosca se stesso e le forze sue ed a quello s’accommodi, e consideri quali cose ha da imitare e quali no.” XXI “Prima che più avanti passate,” disse quivi Vincenzio Calmeta, “s’io ho ben inteso, parmi che dianzi abbiate detto che la miglior via per conseguir favori sia il meritargli; e che più presto dee il cortegiano aspettar che gli siano offerti, che prosuntuosamente ricercargli. Io dubito assai che questa regula sia poco al proposito e parmi che la esperienzia ci faccia molto ben chiari del contrario; perché oggidì pochissimi sono favoriti da’ signori, eccetto i prosuntuosi; e so che voi potete esser bon testimonio d’alcuni, che, ritrovandosi in poca grazia dei lor prìncipi, solamente con la prosunzione si son loro fatti grati; ma quelli che per modestia siano ascesi, io per me non cognosco ed a voi ancor dò spacio di pensarvi, e credo che pochi ne trovarete.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro secondo  C i i E se considerate la corte di Francia, la qual oggidì è una delle più nobili de Cristianità, trovarete che tutti quelli che in essa hanno grazia universale tengon del prosuntuoso; e non solamente l’uno con l’altro, ma col re medesimo.”  “Questo  non  dite  già,”  rispose  messer  Federico;  “anzi  in  Francia sono modestissimi e cortesi gentilomini; vero è che usano una certa libertà e domestichezza senza cerimonia, la qual ad essi è propria e naturale; e però non si dee chiamar prosunzione, perché in quella sua così fatta maniera, benché  ridano  e  piglino  piacere  dei  prosuntuosi,  pur  apprezzano  molto quelli che loro paiono aver in sé valore e modestia.” Rispose il Calmeta: “Guardate i Spagnoli, i quali par che siano maestri della cortegiania e considerate  quanti  ne  trovate,  che  con  donne  e  con  signori  non  siano prosuntuosissimi; e tanto più de’ Franzesi, quanto che nel primo aspetto mostrano grandissima modestia: e veramente in ciò sono discreti perché, come ho detto, i signori de’ nostri tempi tutti favoriscono que’ soli che hanno tai costumi.” XXII Rispose  allor  messer  Federico:  “Non  voglio  già  comportar,  messer Vincenzio, che voi questa nota diate ai signori de’ nostri tempi; perché pur ancor molti sono che amano la modestia, la quale io non dico però che sola basti per far l’uom grato; dico ben, che quando è congiunta con un gran valore, onora assai chi la possede; e se ella di se stessa tace, l’opere laudevoli parlano largamente, e son molto più maravigliose che se fossero compagnate dalla prosunzione e temerità. Non voglio già negar che non si trovino molti Spagnoli prosuntuosi; dico ben che quelli che sono assai estimati, per il più sono modestissimi. Ritrovansi poi ancor alcun’altri tanto freddi che fuggono il consorzio degli omini troppo fuor di modo, e passano un certo grado di mediocrità, tal che si fanno estimare o troppo timidi o troppo superbi; e questi per niente non laudo, né voglio che la modestia sia tanto asciutta ed àrrida, ché diventi rusticità. Ma sia il cortegiano, quando gli vien in proposito, facundo e nei discorsi de’ stati prudente e savio, ed abbia tanto giudicio, che sappia accommodarsi ai costumi delle nazioni ove si ritrova; poi nelle cose più basse sia piacevole e cagioni ben d’ogni cosa; ma sopra tutto tenda sempre al bene: non invidioso, non maldicente; né mai s’induca a cercar grazia o favor per via viciosa, né per mezzo di mala sorte.” Disse allora il
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
lor  discorsi  e  divini  pensieri;  la  qual  cosa  volentier  fanno  ancor  tutte  le qualità d’omini; ché non solamente i lavoratori de’ campi, i marinari e tutti quelli  che  hanno  duri  ed  asperi  esercizi  alle  mani,  ma  i  santi  religiosi,  i prigioneri che d’ora in ora aspettano la morte, pur vanno cercando qualche rimedio e medicina per recrearsi. Tutto quello adunque che move il riso esilara l’animo e dà piacere, né lascia che in quel punto l’omo si ricordi delle noiose molestie, delle quali la vita nostra è piena. Però a tutti, come vedete, il riso è gratissimo, ed è molto da laudare chi lo move a tempo e di bon modo. Ma che cosa sia questo riso, e dove stia ed in che modo talor occupi  le  vene,  gli  occhi,  la  bocca  e  i  fianchi,  che  par  che  ci  voglia  far scoppiare, tanto che, per forza che vi mettiamo, non è possibile tenerlo, lasciarò disputare a Democrito; il quale, se forse ancora lo promettesse, non lo saprebbe dire. XLVI Il loco adunque e quasi il fonte onde nascono i ridiculi consiste in una certa deformità; perché solamente si ride di quelle cose che hanno in sé disconvenienzia e par che stian male, senza però star male. Io non so altrimenti dichiarirlo; ma se voi da voi stessi pensate, vederete che quasi sempre quel di che si ride è una cosa che non si conviene, e pur non sta male. Quali adunque siano quei modi che debba usar il cortegiano per mover il riso e fin a che termine,  sforzerommi  di  dirvi,  per  quanto  mi  mostrerà  il  mio giudicio; perché il far rider sempre non si convien al cortegiano, né ancor di  quel  modo  che  fanno  i  pazzi  e  gli  imbriachi  e  i  sciocchi  ed  inetti,  e medesimamente i buffoni; e benché nelle corti queste sorti d’omini par che si richieggano, pur non meritano esser chiamati cortegiani, ma ciascun per lo nome suo ed estimati tali quai sono. Il termine e misura del far ridere mordendo bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia quello che si morde; perché non s’induce riso col dileggiar un misero e calamitoso, né ancora un ribaldo e scelerato publico, perché queti par che meritino maggior castigo che l’esser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffare i miseri, eccetto se quei tali nella sua infelicità non si vantassero e fossero superbi e prosuntuosi. Deesi ancora aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed amati da ognuno e potenti, perché talor col dileggiar questi poria l’uom acquistarsi inimicizie pericolose. Però conveniente
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
rire e le compagnie e i ragionamenti ancor un poco lascivi, che ritrovandovisi se ne levi; perché facilmente si poria pensar ch’ella fingesse d’esser tanto austera per nascondere di sé quello ch’ella dubitasse che altri potesse risapere; e i costumi così selvatichi son sempre odiosi. Non deve tampoco, per mostrar d’esser libera e piacevole, dir parole disoneste, né usar una certa domestichezza intemperata e senza freno e modi da far creder di sé quello che forse non è; ma ritrovandosi a tai ragionamenti, deve ascoltargli con un poco di rossore e vergogna. Medesimamente fuggir un errore, nel quale io ho veduto incorrer molte; che è il dire ed ascoltare volentieri chi dice mal d’altre  donne;  perché  quelle  che,  udendo  narrare  modi  disonesti  d’altre donne, se ne turbano e mostrano non credere, ed estimar quasi un mostro che una donna sia impudica, danno argumento che, parendo lor quel diffetto tanto enorme, esse non lo commettano; ma quelle che van sempre investigando gli amori dell’altre e gli narrano così minutamente e con tanta festa, par che lor n’abbiano invidia e che desiderino che ognun lo sappia, acciò che il medesimo ad esse non sia ascritto per errore; e così vengon in certi risi, con certi modi, che fanno testimonio che allor senton sommo piacere. E di qui nasce che gli omini, benché paia che le ascoltino voluntieri, per lo più delle volte le tengono in mala opinione ed hanno lor pochissimo riguardo, e par loro che da esse con que’ modi siano invitati a passar più avanti, e spesso poi scorrono a termini che dan loro meritamente infamia ed in ultimo le estimano così poco, che non curano il lor commercio, anzi le hanno in fastidio; e, per contrario, non è omo tanto procace ed insolente, che non abbia riverenzia a quelle che sono estimate bone ed oneste; perché quella  gravità  temperata  di  sapere  e  bontà  è  quasi  un  scudo  contra  la insolenzia e bestialità dei prosuntuosi; onde si vede che una parola, un riso, un atto di benivolenzia, per minimo ch’egli sia, d’una donna onesta, è più apprezzato da ognuno, che tutte le demostrazioni e carezze di quelle che così senza riservo mostran poca vergogna; e se non sono impudiche, con que’ risi dissoluti, con la loquacità, insolenzia e tai costumi scurili fanno segno d’essere. VI E perché le parole sotto le quali non è subietto di qualche importanzia son  vane  e  puerili,  bisogna  che  la  donna  di  palazzo,  oltre  al  giudicio  di conoscere la qualità di colui con cui parla, per intertenerlo gentilmente,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
donne così vituperoso accordo, si dolsero, rimproverandogli che, lassando l’arme, uscissero come ignudi tra’ nemici; e rispondendo essi già aver stabilito il patto, dissero che portassero lo scudo e la lanza e lassassero i panni, e rispondessero ai nemici questo essere il loro abito. E così facendo essi per consiglio delle lor donne ricopersero in gran parte la vergogna, che in tutto fuggir non poteano. Avendo ancor Ciro in un fatto d’arme rotto un esercito di Persiani, essi in fuga, correndo verso la città incontrarono le lor donne fuor della porta, le quali fattosi loro incontra dissero: “Dove fuggite voi, vili omini? volete voi forsi nascondervi in noi, onde sete usciti?’ Queste ed altre tai parole udendo gli omini e conoscendo quanto d’animo erano inferiori alle lor donne, si vergognarono di se stessi, e ritornando verso i nemici, di novo con essi combatterono e gli ruppero.” XXXIII Avendo insin qui detto, il Magnifico Iuliano fermossi e rivolto alla signora Duchessa disse: “Or, Signora, mi darete licenzia di tacere.” Rispose il signor Gasparo: “Bisogneravi pur tacere, poiché non sapete più che vi dire.” Disse il Magnifico ridendo: “Voi mi stimulate di modo che vi mettete a pericolo di bisognar tutta notte udir laudi di donne; ed intendere di molte  spartane,  che  hanno  avuta  cara  la  morte  gloriosa  dei  figlioli;  e  di quelle che gli  hanno  rifutati,  o  morti  esse  medesime,  quando  gli  hanno veduti usar viltà. Poi, come le donne saguntine nella ruina della patria loro prendessero l’arme contra le genti d’Annibale; e come essendo lo esercito de’ Tedeschi superato da Mario, le lor donne, non potendo ottener grazia di viver libere in Roma al servizio delle vergini vestali, tutte s’ammazzassero insieme coi lor piccoli figliolini; e di mille altre, delle quali tutte le istorie antiche son piene. Allor il signor Gasparo, “Deh, signor Magnifico,” disse, “Dio sa come passarono quelle cose; perché que’ secoli son tanto da noi lontani, che molte bugie si posson dire e non v’è chi le riprovi.” XXXIV Disse il Magnifico: “Se in ogni tempo vorrete misurare il valor delle donne con quel degli omini, trovarete che elle non son mai state né ancor sono adesso de virtù punto inferiori agli omini; ché, lassando quei tanto antichi, se venite al tempo che i Goti regnarono in Italia, trovarete tra loro essere stata una regina Amalasunta, che governò lungamente con maravigliosa 181 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
modestia  e  tant’altre  virtù,  per  le  quali  ella  dee  ragionevolmente  saper intertenere ogni persona e ad ogni proposito, estimo io però che più che alcuna  altra  cosa  le  bisogni  saper  quello  che  appartiene  ai  ragionamenti d’amore;  perché,  secondo  che  ogni  gentil  cavaliero  usa  per  instrumento d’acquistar grazia di donne quei nobili esercizi, attillature e bei costumi che avemo nominati, a questo effetto adopra medesimamente le parole; e non solo quando è astretto da passione, ma ancora spesso per far onore a quella donna con cui parla, parendogli che ‘l mostrar d’amarla sia un testimonio che ella ne sia degna e che la bellezza e meriti suoi sian tanti, che sforzino ognuno a servirla. Però vorrei sapere come debba questa donna circa tal proposito intertenersi discretamente e come rispondere a chi l’ama veramente e come a chi ne fa dimostrazion falsa; e se dee dissimular d’intendere, o corrispondere, e rifiutare, e come governarsi.” LIV Allor  il  signor  Magnifico,  “Bisogneria  prima,”  disse,  “insegnarle  a conoscer quelli che simulan d’amare e quelli che amano veramente; poi, del corrispondere in amore o no, credo che non si debba governar per voglia d’altrui, che di se stessa.” Disse messer Federico: “Insegnatele adunque quai siano i più certi e sicuri segni per discernere l’amor falso dal vero, e di qual testimonio ella se debba contentar per esser ben chiara dell’amore mostratole.” Rispose ridendo il Magnifico: “Io non lo so perché gli omini oggidì sono tanto astuti, che fanno infinite dimostrazion false e talor piangono quando hanno ben gran voglia di ridere; però bisogneria mandargli all’Isola Ferma, sotto l’arco dei leali innamorati. Ma acciò che questa mia donna, della quale a me convien aver particular protezione per esser mia creatura, non incorra in quegli errori ch’io ho veduto incorrere molt’altre, io direi ch’ella non fosse facile a creder d’esser amata; né facesse come alcune, che non solamente non mostrano di non intendere chi lor parla d’amore, ancora che copertamente, ma alla prima parola accettano tutte le laudi che lor son date, o ver le negano d’un certo modo, che è più presto un invitare d’amore quelli coi quali parlano, che ritrarsi. Però la maniera dell’intertenersi nei ragionamenti d’amore, ch’io voglio che usi la mia donna di palazzo, sarà il rifiutar di creder sempre che chi le parla d’amore, l’ami però; e se quel gentilomo sarà, come pur molti se ne trovano, prosuntuoso e che le parli 200 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXV “E che cosa deve egli adunque fare?” disse il signor Gasparo. Suggiunse il Magnifico: “Se pur vole scrivere o parlare, farlo con tanta modestia e così cautamente, che le parole prime tentino l’animo e tocchino tanto ambiguamente la voluntà di lei, che le lassino modo ed uno certo esito di poter simulare di non conoscere, che que’ ragionamenti importino amore, acciò che se trova difficultà, possa ritrarse, e mostrar d’aver parlato o scritto ad altro fine, per goder quelle domestiche carezze ed accoglienzie con sicurtà, che spesso le donne concedono a chi par loro che le pigli per amicizia; poi le negano, sùbito che s’accorgono che siano ricevute per dimostrazion d’amore.  Onde  quelli  che  son  troppo  precipiti  e  si  avventurano  così prosuntuosamente  con  certe  furie  ed  ostinazioni,  spesso  le  pérdono,  e meritamente; perché ad ogni nobil donna pare sempre di esser poco estimata da chi senza rispetto la ricerca d’amore prima che l’abbia servita. LXVI Però, secondo me, quella via che deve pigliar il cortegiano per far noto  l’amor  suo  alla  donna  parmi  che  sia  il  mostrargliele  coi  modi  più presto che con le parole; ché veramente talor più affetto d’amor si conosce in un suspiro, in un rispetto, in un timore, che in mille parole; poi far che gli occhi siano que’ fidi messaggeri, che portino l’ambasciate del core; perché spesso con maggior efficacia mostran quello che dentro vi è di passione, che la lingua propria o lettere o altri messi, di modo che non solamente scoprono i pensieri, ma spesso accendono amore nel cor della persona amata; perché que’ vivi spirti che escono per gli occhi, per esser generati presso al  core,  entrando  ancor  negli  occhi,  dove  sono  indrizzati  come  saetta  al segno, naturalmente penetrano al core come a sua stanza ed ivi si confondono con quegli altri spirti e, con quella sottilissima natura di sangue che hanno  seco,  infettano  il  sangue  vicino  al  core,  dove  son  pervenuti,  e  lo riscaldano e fannolo a sé simile ed atto a ricevere la impression di quella imagine che seco hanno portata; onde a poco a poco andando e ritornando questi messaggeri la via per gli occhi al core e riportando l’esca e ‘l focile di bellezza e di grazia, accendono col vento del desiderio quel foco che tanto arde e mai non finisce di consumare, perché sempre gli apportano materia di speranza per nutrirlo.  Però ben dir si po che gli occhi siano guida in amore, massimamente se sono graziosi e soavi; neri di quella chiara e dolce
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Metamorphoseos, quando dice che  Venere disse ad Amore: “Figlio, armi mie, potenzia mia”. E sono questi Troni, che al governo di questo cielo sono dispensati, in numero non grande, de lo quale per li filosofi e per li astrologi diversamente  è  sentito,  secondo  che  diversamente  sentiro  de  le  sue circulazioni;  avvegna  che  tutti  siano  accordati  in  questo,  che  tanti  sono quanti movimenti esso fae. Li quali, secondo che nel libro de l’Aggregazion[i] de le Stelle epilogato si truova da la migliore dimostrazione de li astrologi, sono tre: uno, secondo che la stella si muove per lo suo epiciclo; l’altro, secondo che lo epiciclo si muove con tutto il cielo igualmente con quello del  Sole;  lo  terzo,  secondo  che  tutto  quello  cielo  si  muove  seguendo  lo movimento de la stellata spera, da occidente a oriente, in cento anni uno grado. Sì che a questi tre movimenti sono tre movitori. Ancora si muove tutto questo cielo e rivolgesi con lo epiciclo da oriente in occidente, ogni dì naturale una fiata: lo qual movimento, se esso è da intelletto alcuno, o se esso è da la rapina del Primo Mobile, Dio lo sa; che a me pare presuntuoso a giudicare. Questi movitori muovono, solo intendendo, la circulazione in quello subietto propio che ciascuno muove. La forma nobilissima del cielo, che ha in sé principio di questa natura passiva, gira, toccata da vertù motrice che questo intende: e dico toccata, non corporalmente, per tatto di vertù la quale si dirizza in quello. E questi movitori sono quelli a li quali s’intende di parlare, ed a cui io fo mia dimanda. VI Secondo che di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, si disse, ch’a bene intendere la prima parte de la proposta canzone convenia ragionare di quelli cieli e de li loro motori, ne li tre precedenti capitoli è ragionato. Dico adunque a quelli ch’io mostrai sono movitori del cielo di Venere: O voi che ’ntendendo — cioè con lo intelletto solo, come detto è di sopra, — lo terzo cielo movete, Udite il ragionare; e non dico  udite perch’elli odano alcuno suono, ch’elli non hanno senso, ma dico udite, cioè con quello udire ch’elli hanno, ch’è intendere per intelletto. Dico: Udite il ragionar lo quale è nel mio core: cioè dentro da me, ché ancora non è di fuori apparito. E da sapere è che in tutta questa canzone, secondo l’uno senso e l’altro, lo “core” si prende per lo secreto dentro, e non per altra spezial parte de l’anima e del corpo. Poi li ho chiamati ad udire quello ch’io voglio, assegno due ragioni per che io convenevolemente deggio loro parlare. L’una si è la novitade de la mia  condizione,  la  quale,  per  non  essere  da  li  altri  uomini  esperta,  non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
lume  che  mostra  lo  bene  e  l’altro  de  la  persona  chiaramente.  E  quanto savere e quanto abito virtuoso non si pare per questo lume non avere! e quanta matterla e quanti vizii si discernono per aver questo lume! Meglio sarebbe a li miseri grandi, matti, stolti e viziosi, essere in basso stato, ché né in mondo né dopo la vita sarebbero tanto infamati. Veramente per costoro dice Salomone ne lo Ecclesiaste: “E un’altra infermitade pessima vidi sotto lo  sole,  cioè  ricchezze  conservate  in  male  del  loro  signore”.  Poi sussequentemente impone a lei, cioè a l’anima mia, che chiami omai costei sua donna, promettendo a lei che di ciò assai si contenterà, quando ella sarà de le sue adornezze accorta; e questo dice quivi: Ché se tu non t’inganni, tu vedrai. Né altro dice infino a la fine di questo verso. E qui termina la sentenza litterale di tutto quello che in questa canzone dico, parlando a quelle intelligenze celestiali. XI Ultimamente, secondo che di sopra disse la littera di questo commento quando partio le parti principali di questa canzone, io mi rivolgo con la faccia del mio sermone a la canzone medesima, e a quella parlo. E acciò che questa parte più pienamente sia intesa, dico che generalmente si chiama in ciascuna canzone “tornata”, però che li dicitori che prima usaro di farla, fenno quella perché, cantata la canzone, con certa parte del canto ad essa si ritornasse. Ma io rade volte a quella intenzione la feci, e, acciò che altri se n’accorgesse, rade volte la puosi con l’ordine de la canzone, quanto è a lo numero  che  a  la  nota  è  necessario;  ma  fecila  quando  alcuna  cosa  in adornamento de la canzone era mestiero a dire, fuori de la sua sentenza, sì come in questa e ne l’altre veder si potrà. E però dico al presente che la bontade e la bellezza di ciascuno sermone sono intra loro partite e diverse; ché la bontade è ne la sentenza, e la bellezza è ne l’ornamento de le parole; e l’una e l’altra è con diletto, avvegna che la bontade sia massimamente dilettosa.  Onde  con  ciò  sia  cosa  che  la  bontade  di  questa  canzone  fosse malagevole a sentire per le diverse persone che in essa s’inducono a parlare, dove si richeggiono molte distinzioni, e la bellezza fosse agevole a vedere, parvemi mestiero a la canzone che per li altri si ponesse più mente a la bellezza che a la bontade. E questo è quello che dico in questa parte. Ma però che molte fiate avviene che l’ammonire pare presuntuoso, per certe condizioni suole lo rettorico indirettamente parlare altrui, dirizzando le sue parole non a quello per cui dice, ma verso un altro. E questo modo si tiene  qui  veramente;  ché  a  la  canzone  vanno  le  parole,  e  a  li  uomini  la Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Potrebbe dire alcuno: “tu scusi [e accusi] te insiememente”. Ché argomento di colpa è, non purgamento, in quanto la colpa si dà a lo ’ntelletto e al parlare che è mio; ché, sì come, s’elli è buono, io deggio di ciò essere lodato in quanto così [è, così, ] s’elli è defettivo, deggio essere biasimato. A ciò si può brievemente rispondere che non m’accuso, ma iscuso veramente. E però è da sapere, secondo la sentenza del Filosofo nel terzo de l’Etica, che l’uomo è degno di loda e di vituperio solo in quelle cose che sono in sua podestà di fare o di non fare; ma in quelle ne le quali non ha podestà non merita né vituperio né loda, però che l’uno e l’altro è da rendere ad altrui, avvegna che le cose siano parte de l’uomo medesimo. Onde noi non dovemo vituperare l’uomo perché sia del corpo da sua nativitade laido, però che non fu in sua podestà farsi bello; ma dovemo vituperare la mala disposizione de la materia onde esso è fatto, che fu principio del peccato de la natura. E così non dovemo lodare l’uomo per biltade che abbia da sua nativitade ne lo suo corpo, ché non fu ello di ciò fattore, ma dovemo lodare l’artefice, cioè la natura umana, che tanta bellezza produce ne la sua materia quando impedita da essa non è. E però disse bene lo prete a lo ’mperadore, che ridea e schernia la laidezza del suo corpo: “Dio è segnore: esso fece noi e non essi noi”; e sono queste parole del Profeta, in uno verso del Saltero scritte né più né meno come ne la risposta del prete. E però veggiano li cattivi malnati che pongono lo studio loro in azzimare la loro [persona, e non in adornare la loro] operazione, che dee essere tutta con onestade, che non è altro a fare che ornare l’opera d’altrui e abbandonare la propria. Tornando adunque al proposito, dico che nostro intelletto, per difetto de la vertù da la quale trae quello ch’el vede, che è virtù organica, cioè la fantasia, non puote a certe cose salire (però che la fantasia nol puote aiutare, ché non ha lo di che), sì come sono le sustanze partite da materia; de le quali se alcuna  considerazione  di  quella  avere  potemo,  intendere  non  le potemo né comprendere perfettamente. E di ciò non è l’uomo da biasimare, ché non esso, dico, fue di questo difetto fattore, anzi fece ciò la natura universale, cioè Iddio, che volse in questa vita privare noi da questa luce; che, perché elli lo si facesse, presuntuoso sarebbe a ragionare. Sì che, se la mia considerazione mi transportava in parte dove la fantasia venia meno a lo ’ntelletto, se io non potea intendere non sono da biasimare. Ancora, è posto fine al nostro ingegno, a ciascuna sua operazione, non da noi ma da l’universale natura; e però è da sapere che più ampi sono li termini de lo ’ngegno [a pensare] che a parlare, e più ampi a parlare che ad accennare. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
come  per  le  ragioni  assegnate  “sé  iscusi  là  dov’è  mestiero”,  cioè  là  dove alcuno dubitasse di questa contrarietade; che non è altro a dire se non che qualunque  dubitasse  in  ciò,  che  questa  canzone  da  quella  ballatetta  si discorda, miri in questa ragione che detta è. E questa cotale figura in rettorica è  molto  laudabile,  e  anco  necessaria,  cioè  quando  le  parole  sono  a  una persona e la ’ntenzione è a un’altra; però che l’ammonire è sempre laudabile e necessario, e non sempre sta convenevolemente ne la bocca di ciascuno. Onde, quando lo figlio è conoscente del vizio del padre, e quando lo suddito è conoscente del vizio del segnore, e quando l’amico conosce che vergogna crescerebbe al suo amico quello ammonendo o menomerebbe suo onore, o conosce l’amico suo non paziente ma iracundo a l’ammonizione, questa figura è bellissima e utilissima, e puotesi chiamare “dissimulazione”. Ed è simigliante a l’opera di quello savio guerrero che combatte lo castello da uno  lato  per  levare  la  difesa  da  l’altro,  che  non  vanno  ad  una  parte  la ’ntenzione de l’aiutorio e la battaglia. E impongo anche a costei che domandi parola di parlare a questa donna di lei. Dove si puote intendere che l’uomo non dee essere presuntuoso a lodare altrui, non ponendo bene prima mente s’elli è piacere de la persona laudata; perché molte volte credendosi [a] alcuno dar loda, si dà biasimo, o per difetto de lo dicitore o per difetto di quello che ode. Onde molta discrezione in ciò avere si conviene; la qual discrezione è quasi uno domandare licenzia, per lo modo ch’io dico che domandi questa canzone. E così termina tutta la litterale sentenza di questo trattato; per che l’ordine de l’opera domanda a l’allegorica esposizione omai, seguendo la veritade, procedere. XI Sì come l’ordine vuole ancora dal principio ritornando, dico che questa donna è quella donna de lo ’ntelletto che Filosofia si chiama. Ma però che naturalmente le lode danno desiderio di conoscere la persona laudata; e conoscere la cosa sia sapere quello che ella è, in sé considerata e per tutte le sue c[au]se, sì come dice lo Filosofo nel principio de la Fisica; e ciò non dimostri lo nome, avvegna che ciò significhi, sì come dice nel quarto de la Metafisica  (dove  si  dice  che  la  diffinizione  è  quella  ragione  che  ’l  nome significa), conviensi qui, prima che più oltre si proceda per le sue laude mostrare, dire che è questo che si chiama Filosofia, cioè quello che questo nome significa. E poi dimostrata essa, più efficacemente si tratterà la presente allegoria. E prima dirò chi questo nome prima diede; poi procederò a la sua significanza. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Lo terzo si è che molte volte verrebbe prima lo generato che lo generante; che è del tutto impossibile; e ciò si può così mostrare. Pognamo che Gherardo da Cammino fosse stato nepote del più vile villano che mai bevesse del Sile o del Cagnano, e la oblivione ancora non fosse del suo avolo venuta: chi sarà oso di dire che Gherardo da Cammino fosse vile uomo? e chi non parlerà meco, dicendo quello essere stato nobile? Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, però che egli fu, e fia sempre la sua memoria. E se la oblivione del suo basso antecessore non fosse venuta, sì come si suppone, ed ello fosse grande di nobilitade e la nobilitade in lui si vedesse così apertamente come aperta si vede, prima sarebbe stata in lui che ’l generante suo fosse stato: e questo è massimamente impossibile. Lo quarto si è che tale uomo sarebbe tenuto nobile morto che non fu nobile vivo; che più inconveniente essere non potrebbe; e ciò così si mostra. Pognamo che ne la etade di Dardano de’ suoi antecessori bassi fosse memoria, e pognamo che ne la etade di Laomedonte questa memoria fosse disfatta, e venuta l’oblivione. Secondo l’oppinione avversa, Laomedonte fu gentile e Dardano fu villano in loro vita. Noi, a li quali la memoria de li loro anticessori, dico di là da Dardano, [anche non è rimasa, dir dovremmo che Dardano] vivendo fosse villano e morto sia nobile. E non è contro a ciò, che si dice Dardano esser stato figlio di Giove, ché ciò è favola, de la quale, filosoficamente disputando, curare non si dee; e pur se volesse a la favola fermare l’avversario, di certo quello che la favola cuopre disfà tutte le sue ragioni. E così è manifesto, la ragione che ponea la oblivione causa di nobilitade essere falsa ed erronea. XV Da poi che, per la loro medesima sentenza, la canzone ha riprovato tempo non richiedersi a nobilitade, incontanente seguita a confondere la premessa loro oppinione, acciò che di loro false ragioni nulla ruggine rimagna ne la mente che a la verità sia disposta; e questo fa quando dice: Amor, segue di ciò che innanzi ho messo. Ove è da sapere che, se uomo non si può fare di villano gentile o di vile padre non può nascere gentile figlio, sì come messo è dinanzi per loro oppinione, che de li due inconvenienti l’uno seguire conviene: l’uno sì è che nulla nobilitade sia; l’altro sì è che ’l mondo sempre sia stato con più uomini, sì che da uno solo la umana generazione discesa non sia. E ciò si può mostrare. Se nobilitade non si genera di nuovo, sì come più volte è detto che la loro oppinione vuole (non generandosi di vile uomo in lui medesimo, né di vile padre in figlio), sempre è l’uomo tale Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
I Cum  neminem  ante  nos  de  vulgaris  eloquentie  doctrina  quicquam inveniamus  tractasse,  atque  talem  scilicet  eloquentiam  penitus  omnibus necessariam videamus, cum ad eam non tantum viri, sed etiam mulieres et parvuli  nitantur,  in  quantum  natura  permictit;  volentes  discretionem aliqualiter  lucidare  illorum  qui  tanquam  ceci  ambulant  per  plateas, plerunque anteriora posteriora putantes, Verbo aspirante de celis, locutioni vulgarium gentium prodesse temptabimus, non solum aquam nostri ingenii ad  tantum  poculum  haurientes  sed,  accipiendo  vel  compilando  ab  aliis, potiora miscentes, ut exinde potionare possimus dulcissimum ydromellum. Sed quia unamquanque doctrinam oportet non probare, sed suum aperire subiectum, ut sciatur quid sit super quod illa versatur, dicimus, celeriter actendentes,  quod  vuIgarem  locutionem  appellamus  eam  qua  infantes assuefiunt ab assistentibus, cum primitus distinguere voces incipiunt; vel, quod brevius dici potest, vulgarem locutionem asserimus, quam sine omni regula nutricem imitantes accipimus. Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam vocaverunt Hanc quidem secundariam Greci habent et alii, sed non omnes; ad habitum vero huius pauci perveniunt, quia  non  nisi  per  spatium  temporis  et  studii  assiduitatem  regulamur  et doctrinamur in illa. Harum quoque duarum nobilior est vulgaris: tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa, tum quia naturalis est nobis, cum illa potius artificialis existat. Et de hac nobiliori nostra est intentio pertractare. II Hec est nostra vera prima locutio. Non dico autem ‘nostra’, ut et aliam sit esse locutionem quam hominis; nam eorum que sunt omnium soli homini datum  est  loqui,  cum  solum  sibi  necessarium  fuerit.  Non  angelis,  non inferioribus  animalibus  necessarium  fuit  loqui:  sed  nequicquam  datum fuisset  eis;  quod  nempe  facere  natura  aborret.  Si  etenim  perspicaciter consideramus quid cum loquimur intendamus, patet quod nichil aliud quam nostre mentis enucleare aliis conceptum. Cum igitur angeli ad pandendas gloriosas eorum conceptiones habeant promptissimam atque ineffabilem sufficientiam intellectus, qua vel alter alteri totaliter innotescit per se, vel saltim  per  illud  fulgentissimum  speculum,  in  quo  cuncti  representantur pulcerrimi atque avidissimi speculantur, nullo signo locutionis indiguisse
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
videntur.  Et  si  obiciatur  de  hiis  qui  corruerunt  spiritibus,  dupliciter responderi potest: primo, quod cum de hiis que necessaria sunt ad bene esse tractemus eos preterire debemus, cum divinam curam perversi expectare noluerunt; vel, secundo et melius, quod ipsi demones ad manifestandam inter se perfidiam suam non indigent nisi ut sciat quilibet de quolibet quia est et quantus est: quod quidem sciunt; cognoverunt enim se invicem ante ruinam suam. Inferioribus quoque animalibus, cum solo nature instinctu ducantur, de locutione non oportuit provideri; nam omnibus eiusdem speciei sunt iidem actus et passiones, et sic possunt per proprios alienos cognoscere; inter ea vero que diversarum sunt specierum, non solum non necessaria fuit  locutio,  sed  prorsus  dampnosa  fuisset,  cum  nullum  amicabile commertium fuisset in illis. Et si obiciatur, de serpente loquente ad primam mulierem vel de asina Balaam quod locuti sint, ad hoc respondemus, quod angelus in illa et dyabolus in illo taliter operati sunt, quod ipsa animalia moverunt organa sua, sic ut vox inde resultav[er]it distincta tanquam vera locutio; non quod aliud esset asine illud quam rudere, nec quam sibilare serpenti. Si vero contra argumentetur quis de eo quod ovidius dicit in quinto Metamorfoseos de picis loquen tibus, dicimus quod hoc figurate dicit, aliud intelligens.  Et  si  dicatur  quod  pice  adhuc  et  alie  aves  locuntur,  dicimus quod falsum est, quia talis actus locutio non est, sed quedam imitatio soni nostre vocis; videlicet quod nituntur imitari nos in quantum sonamus, sed non in quantum loquimur. Unde si expresse dicenti ‘pica’ resonaret etiam ‘pica’, non esset hoc nisi representatio vel imitatio soni illius qui prius dixisset. Et  sic  patet  soli  homini  datum  fuisse  loqui.  Sed  quare  necessarium  sibi foret, breviter pertractare conemur. III Cum igitur homo, non nature instinctu, sed ratione moveatur; et ipsa ratio  vel  circa  discretionem  vel  circa  iudicium  vel  circa  electionem diversificetur in singulis adeo ut fere quilibet sua propria specie videatur gaudere, per proprios actus vel passiones, ut brutum animal, neminem alium intelligere opinamur. Nec per spiritualem speculationem ut angelum alterum alterum introire contingit, cum grossitie atque opacitate mortalis corporis humanus  spiritus  sit  obtentus.  Oportuit  ergo  genus  humanum  ad comunicandas inter se conceptiones suas aliquod rationale signum et sensuale habere; quia, cum de ratione accipere habeat et in rationem portare, rationale esse oportuit; cumque de una ratione in aliam nichil deferri possit
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
nisi per medium sensuale, sensuale esse oportuit. Quare, si tantum rationale esset, pertransire non posset; si tantum sensuale, nec a ratione accipere nec in rationem deponere potuisset. Hoc equidem signum est ipsum subiectum nobile  de  quo  loquimur:  nam  sensuale  quid  est,  in  quantum  sonus  est; rationale vero, in quantum aliquid significare videtur ad placitum. IV Soli homini datum fuit ut loqueretur, ut ex premissis manifestum est. Nunc quoque investigandum esse existimo, cui hominum primum locutio data sit, et quid primitus locutus fuerit, et ad quem, et ubi, et quando, nec non et sub quo ydiomate primiloquium emanavit. Secundum quidem quod in principio loquitur Genesis, ubi de primordio mundi sacratissima Scriptura pertractat,  mulierem  invenitur  ante  omnes  fuisse  locutam,  scilicet presumptuosissimam Evam, cum dyabolo sciscitanti respondit: ‘De fructu lignorum que sunt in paradiso vescimur; de fructu vero ligni quod est in medio paradisi, precepit nobis Deus ne comederemus nec tangeremus, ne forte  moriamur’.  Sed  quamquam  mulier  in  Script[ur]is  prius  inveniatur locuta, rationabilius tamen est ut hominem prius locutum fuisse credamus; et inconvenienter putatur tam egregium humani generis actum non prius a viro  quam  a  femina  proflu[x]isse.  Rationabiliter  ergo  credimus  ipsi  Ade prius datum fuisse loqui ab eo qui statim ipsum plasmaverat. Quid autem prius vox primi loquentis sonaverit, viro sane mentis in promptu esse non titubo ipsum fuisse quod Deus est, scilicet El, vel per modum interrogationis, vel per modum responsionis. Absurdum atque rationi videtur orrificum ante  Deum  ab  homine  quicquam  nominatum  fuisse,  cum  ab  ipso  et  in ipsum factus fuisset homo. Nam sicut post prevaricationem humani generis quilibet exordium sue locutionis incepit ab ‘heu’, rationabile est quod ante qui fuit inciperet a gaudio; et cum nullum gaudium sit extra Deum, sed totum in Deo, et ipse Deus totus sit gaudium, consequens est quod primus loquens primo et ante omnia dixisset ‘Deus’. Oritur et hinc ista questio, cum  dicimus  superius  per  viam  responsionis  hominem  primum  fuisse locutum: si responsio fuit ad Deum; nam si ad Deum fuit, iam videretur quod  Deus  locutus  extitisset,  quod  contra  superius  prelibata  videtur insurgere.  Ad  quod  quidem  dicimus  quod  bene  potuit  respondisse  Deo interrogante,  nec  propter  hoc  Deus  locutus  est  ipsa  quam  dicimus locutionem. Quis enim dubitat quicquid est ad Dei nutum esse flexibile, quo quidem facta, quo conservata, quo etiam gubernata sunt omnia ? Igitur
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
diligamus ut, quia dileximus, exilium patiamur iniuste, rationi magis quam sensui spatulas nostri iudicii podiamus. Et quamvis ad voluptatem nostram sive  nostre  sensualitatis  quietem  ìn  terris  amenior  locus  quam  Florentia non existas, revolventes et poetarum et aliorum scriptorum volumina, quibus mundus universaliter et membratim describitur, ratiocinantesque in nobis situationes varias mundi locorum et eorum habitudinem ad utrunque polum et circulum equatorem, multas esse perpendimus firmiterque censemus et magis  nobiles  et  magis  delitiosas  et  regiones  et  urbes  quam  Tusciam  et Florentiam, unde sumus oriundus et civis, et plerasque nationes et gentes delectabiliori atque utiliori sermone uti quam Latinos. Redeuntes igitur ad propositum, dicimus certam formam locutionis a Deo cum anima prima concreatam fuisse. Dico autem ‘formam’ et quantum ad rerum vocabula et quantum ad vocabulorum constructionem et quantum ad constructionis prolationem; qua quidem forma omnis lingua loquentium uteretur, nisi culpa presumptionis humane dissipata fuisset, ut inferius ostendetur. Hac forma locutionis locutus est Adam; hac forma locutionis locuti sunt omnes posteri  eius  usque  ad  edificationem  turris  Babel,  que  turris  confusionis interpretatur hanc formam locutionis hereditati sunt filii Heber, qui ab eo dicti sunt Hebrei. Hiis solis post confusionem remansit, ut Redemptor noster, qui ex illis oriturus erat secundum humanitatem, non lingua confusionis, sed gratie ftueretur. Fuit ergo hebraicum ydioma illud quod primi loquentis labia fabricarunt. VII Dispudet, heu, nunc humani generis ignominiam renovare! Sed quia preterire non possumus quin transeamus per illam, quanquam rubor in ora consurgat animusque refugiat, percurremus. O semper nostra natura prona peccatis, o ab initio et nunquam desinens nequitatrix! Num fuerat satis ad tui correptionem, quod per primam prevaricationem eluminata, delitiarum exulabas a patria? Num satis, quod per universalem familie tue luxuriem et trucitatem, unica reservata domo, quicquid tui iuris erat cataclismo perierat, et  [que]  commiseras  tu,  animalia  celique  terreque  iam  luerant?  Quippe satis extiterat. Sed sicut proverbialiter dici solet, ‘Non ante tertium equitabis’, misera miserum venire maluisti ad equum. Ecce, Iector, quod vel oblitus homo vel vilipendens disciplinas priores et avertens oculos a vibicibus que remanserant, tertio insurrexit ad verbera, per superbam stultitiam presumendo.  Presumpsit  ergo  in  corde  suo  incurabilis  homo  sub  persuasione
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
gigantis Nembroth, arte sua non solum superare naturam, sed etiam ipsum naturantem, qui Deus est; et cepit edificare turrim in Sennaar, que postea dicta  est  Babel,  hoc  est  confusio,  per  quam  celum  sperabat  ascendere, intendens inscius non equare, sed suum superare Factorem. o sine mensura clementia celestis imperii! Quis patrum tot sustineret insultus a filio? Sed exurgens  non  hostili  scutica,  sed  paterna  et  alias  verberibus  assueta, rebellantem filium pia correctione necnon memorabili castigavit. Siquidem pene totum humanum genus ad opus iniquitatis coierat, pars imperabant, pars architectabantur, pars muros moliebantur, pars amussibus regulabant, pars  trullis  linebant,  pars  scindere  rupes,  pars  mari,  pars  terra  vehere intendebant partesque diverse diversis aliis operibus indulgebant, cum celitus tanta  confusione  percussi  sunt,  ut  qui  omnes  una  eademque  loquela deserviebant  ad  opus  ab  opere  multis  diversificati  loquelis  desinerent  et nunquam  ad  idem  commertium  convenirent.  Solis  etenim  in  uno convenientibus actu eadem loquela remansit: puta cunctis architectoribus una, cunctis saxa volventibus una, cunctis ea parantibus una, et sic de singulis operantibus accidit. Quot quot autem exercitii varietates tendebant ad opus, tot tot ydiomatibus tunc genus humanum disiungitur; et quanto excellentius exercebant,  tanto  rudius  nunc  barbariusque  locuntur.  Quibus  autem sacratum ydioma remansit, nec aderant, nec exercitium commendabant; sed graviter detestantes, stoliditatem operantium deridebant. Sed hec minima pars, quantum ad numerum, fuit de semine Sem, sicut conicio qui fuit tertius filius Noe; de qua quidem ortus est populus Israel, qui antiquissima locutione sunt usi usque ad suam dispersionem. VIII Ex precedenter memorata confusione linguarum non leviter opinamur per universa mundi climata climatumque plagas incolendas et angulos tunc primum  homines  fuisse  dispersos.  Et  cum  radix  humane  propaginis principalis in oris orientalibus sit plantata, nec non ab inde ad utrunque latus  per  diffusos  multipliciter  palmites  nostra  sit  extensa  propago, demumque ad fines occidentales protracta, forte primitus tunc vel totius Europe flumina, vel saltim quedam, rationalia guctura potaverunt. Sed sive advene tunc primitus advenissent, sive ad Europam indigene repedassent, ydioma  secum  tripharium  homines  actulerunt.  et  afferentium  hoc  alii meridionalem, alii septentrionalem regionem in Europa sibi sortiti sunt; et tertii, quos nunc Grecos vocamus, partim Europe, partim Asye occuparunt.
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Ab uno, postea, eodemque ydiomate in vindice confusione recepto diversa vulgaria traxerunt originem, sicut inferius ostendemus. Nam totum quod ab  hostiis  Danubii  sive  Meotidis  paludibus,  usque  ad  fines  occidentales Anglie, Ytalorum Francorumque finibus et oceano limitatur, solum unum obtinuit ydioma; licet postea per Sclavones, Ungaros, Teutonicos, Saxones, Anglicos, et alias nationes quamplures fuerit per diversa vuIgaria dirivatum; hoc solo fere omnibus in signum eiusdem principii remanente, quod quasi predicti  omnes  iò  affirmando  respondent.  Ab  isto  incipiens  ydiomate, videlicet a finibus Ungarorum, versus orientem aliud occupavit totum, quod ab inde vocatur Europa, nec non ulterius est protractum. Totum vero quod in  Europa  restat  ab  istis,  tertium  tenuit  ydioma,  licet  nunc  tripharium videatur; nam alii  oc, alii  oïl, alii  sì affirmando locuntur, ut puta  Yspani, Franci et Latini. Signum autem quod ab uno eodemque ydiomate istorum trium gentium progrediantur vulgaria, in promptu est, quia multa per eadem vocabula nominare videntur, ut Deum, celum, amorem, mare, terram, est, vivit, moritur, amat, alia fere omnia Istorum vero proferentes oc meridionalis Europe tenent partem occidentalem, a Januensium finibus incipientes. Qui autem  sì  dicunt  a  predictis  finibus  orienalem  tenent,  videlicet  usque  ad promontiorum illud  Ytalie, qua sinus Adriatici maris incipit, et Siciliam. Sed  loquentes  oil  quodam  modo  septentrionales  sunt  respectu  istorum. Nam ab oriente Alamannos habent et a ‘septentrione et occidente an[glico sive] gallico mari vallati sunt, et montibus Aragonie terminati, a meridie quoque Provincialibus et Apenini devexione clauduntur. IX Nos  autem  oportet  quam  nunc  habemus  rationem  periclitari,  cum inquirere intendamus de hiis in quibus nullius auctoritate fulcimur, hoc est de unius eiusdemque a principio ydiomatis variatione secuta. Et quia per notiora itinera salubrius breviusque transitur, per illud tantum quod nobis est ydioma pergamus, alia desinentes: nam quod in uno est, rational[i] videtur [et] in aliis esse causa. Est igitur super quod gradimur ydioma tractando tripharium, ut superius dictum est; nam alii oc, alii sì, alii vero dicunt oïl. Et quod unum fuerit a principio confusionis (quod prius proba[t]um est) apparet, quia convenimus in vocabulis multis, velut eloquentes doctores ostendunt; que quidem convenienta ipsi confusioni repugnat, que ruit celitus in  edificatione  Babel.  Trilingues  ergo  doctores  in  multis  conveniunt,  et maxime in hoc vocabulo quod est amor. Gerardus de Brunel:  Sim sentis
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
fezels amics, per ver encusera amor. Rex Navarre: De fin ‘amor si vient sen et bonté.  Dominus  Guido  Guinizelli:  Nè  fe  ‘amor  prima  che  gentil  core,  nè gentil [cor], prima che amor, natura. Quare autem tripharie principali[ter] variatum sit, investigemus, et quare quelibet istarum variationum in se ipsa varietur, puta dextre Ytalie locutio ab ea que est sinistre, nam aliter Paduani, et aliter Pisani locuntur; et quare vicinius habitantes adhuc discrepant in loquendo, ut Mediolanenses et Veronenses, Romani et Florentini, nec non convenientes in eodem genere gentis, ut Neapolitani et Caetani, Ravennates et  Faventini;  et  quod  mirabilius  est,  sub  eadem  civilitate  morantes,  ut Bononienses Burgi sancti Felicis et Bononienses Strate Maioris. Hee omnes differentie atque sermonum varietates quid accidant, una eademque ratione patebit.  Dicimus  ergo  quod  nullus  effectus  superat  suam  causam,  in quantum effectus est quia nichil potest efficere quod non est. Cum igitur omnis nostra loquela (preter illam homini primo concreatam a Deo) sit a nostro beneplacito reparata post confusionem illam, que nil fuit aliud quam prioris oblivio, et homo sit instabilissimum atque variabilissimum animal, nec durabilis nec continua esse potest, sed sicut alia que nostra sunt, puta mores et habitus, per locorum temporumque distantias variari oportet. Nec dubitandum  reor  modo  in  eo  quod  diximus  ‘temporum’,  sed  potius opinamur tenendum; nam si alia nostra opera perscrutemur, multo magis discrepare  videmur:  a  vetustissimis  concivibus  nostris  quam  u  coetaneis perlonginquis. Quapropter audacter testamur quod, si vetustissimi Papienses nunc  resurgerent,  sermone  vario  vel  diverso  cum  modernis  Papiensibus loquerentur.  Nec  aliter  mirum  videatur  quod  dicimus,  quam  percipere iuvenem  exoletum  quem  exolescere  non  videmus;  nam  que  paulatim moventur,  minime  perpenduntur  a  nobis;  et  quanto  longiora  tempora variatio rei ad perpendi requirit, tanto rem illam stabiliorem putamus. Non etenim ammiramur, si extimationes hominum qui parum distant a brutis, putant  eandem  civitatem  sub  invariabili  semper  civicasse  sermone,  cum sermonis variatio civitatis eiusdem non sine longissima temporum successione paulatim contingat, et hominum vita sit etiam ipsa sua natura brevissima. Si ergo per eandem gentem sermo variatur, ut dictum est, successive per  tempora,  nec  stare  ullo  modo  potest,  necesse  est  ut  disiunctim abmotimque morantibus varie varietur, ceu varie variantur mores et habitus, qui  nec  natura  nec  consortio  confirmantur,  sed  humanis  beneplacitis localique  congruitate  nascuntur.  Hinc  moti  sunt  inventores  gramatice
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
facultatis; que quidem gramatica nichil aliud est quam quedam inalterabilis locutionis idemptitas diversis temporibus atque locis. Hec cum de comuni consensu multarum gentium fuerit regulata, nulli singulari arbitrio videtur obnoxia, et per consequens nec variabilis esse potest. Adinvenerunt ergo illam, ne propter variationem sermonis arbitrio singularium fluitantis vel nullo modo vel saltim imperfecte antiquorum actingeremus autoritates et gesta sive illorum quos a nobis locorum diversitas facit esse diversos. X Triphario nunc existente nostro  ydiomate, ut superius dictum est, in comparatione sui ipsius secundum quod trisonum factum est, cum tanta timiditate cunctamur librantes, quod hanc vel istam vel illam partem in comparando  preponere  non  audemus,  nisi  eo  quo  gramatice  positores inveniuntur  accepisse  sic  adverbium  affirmandi;  quod  quandam anterioritatem erogare videtur Ytalis, qui sì dicunt. Quelibet enim partium largo testimonio se tuetur. Allegat ergo pro se lingua oil quod propter sui faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem quicquid redactum sive inventum est  ad  vuIgare  prosaycum,  suum  est:  videlicet  Biblia  cum  Troianorum Romanorumque gestibus compilata et Arturi regis ambages pulcerrime et quamplures alie ystorie ac doctrine. Pro se vero argumentatur alia, scilicet oc,  quod  vulgares  eloquentes  in  ea  primitus  poetati  sunt,  tanquam  in perfectiori dulciorique loquela ut puta Petrus de Alvernia et alii antiquiores doctores.  ertia quoque, [que] Latinorum est, se duobus privilegiis actestatur T preesse: primo quidem quod quid dulcius subtiliusque poetati vuIgariter sunt hii familiares et domestici sui sunt, puta Cynus Pistoriensis et amicus eius; secundo quia magis videtur inniti gramatice que comunis est, quod rationabiliter inspicientibus videtur gravissimum argumentum. Nos vero iudicium  relinquentes  in  hoc  et  tractatum  nostrum  ad  vulgare  latium retrahentes, et receptas in se variationes dicere nec non illas invicem comparare conemur. Dicimus ergo primo Latium bipartitum esse in dextrum et sinistrum. Si quis autem querat de linea dividente, breviter respondemus esse iugum Apenini, quod, ceu fi[cti]le cuImen hinc inde ad diversa stillicidia grundat aquas, ad alterna hinc inde litora per ymbricia longa distillat, ut Lucanus  in  secundo  describit:  dextrum  quoque  latus  Tyrenum  mare grundatorium habet; levum vero in Adriaticum cadit. Et dextri regiones sunt Apulia, sed non tota, Roma, Ducatus,  Tuscia et Januensis Marchia; sinistri autem pars Apulie, Marchia Anconitana, Romandiola, Lombatdia
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Marchia Trivisiana cum  Venetiis. Forum Iulii vero et  Ystria non nisi leve Ytalie  esse  possunt.  nec  insule  Tyreni  maris,  videlicet  Sicilia  et  Sardinia, non nisi dextre  Ytalie sunt, vel ad dextram  Ytaliam sociande. In utroque quidem  duorum  laterum,  et  hiis  que  secuntur  ad  ea,  lingue  hominum variantur,  ut  lingua  Siculorum  cum  Apulis,  Apulorum  cum  Romanis, Romanorum  cum  Spoletanis,  horum  cum  Tuscis,  Tuscorum  cum Januensibus,  Januensium  cum  Sardis,  nec  non  Calabrorum  cum Anconitanis, horum cum Romandiolis, Romandiolorum cum Lombardis, Lombardorum cum Trivisianis et Venetis, horum cum Aquilegiensibus, et istorum cum Ystrianis. De quo Latinorum neminem nobiscum dissentire putamus. Quare ad minus xiiii vuIgaribus sola videtur Ytalia variari. Que adhuc omnia vulgaria in sese variantur, ut puta in Tuscia Senenses et Aretini, in Lombardia Ferrarenses et Placentini; nec non in eadem civitate aliqualem variationem  perpendimus,  ut  superius  in  capitulo  inmediato  posuimus. Quapropter  si  primas  et  secundarias  et  subsecundarias  vulgaris  Ytalie variationes calculare velimus, et in hoc minimo mundi angulo non solum ad millenam loquele variationem venire contigerit, sed etiam ad magis ultra. XI Quam multis varietatibus latio dissonante vulgari, decentiorem atque illustrem Ytalie venemur loquelam, et ut nostre venationi pervium callem habere possimus, perplexos frutices atque sentes prius eiciamus de silva. Sicut ergo Romani se cunctis preponendos existimant, in hac eradicatione sive discerptione non inmerito eos aliis preponamus, protestantes eosdem in  nulla  vulgaris  eloquentie  ratione  fore  tangendos.  Dicimus  igitur Romanorum-non  vulgare,  sed  potius  tristiloquium  ytalorum  vulgarium omnium esse turpissimum: nec mirum, cum etiam morum habituumque deformitate pre cunctis videantur fetere. Dicunt enim: Messure, quinto dici? Post hos incolas anconitane marchie decerpamus, qui  Chignamente scate, sc-tate? locuntur; cum quibus et Spoletanos abicimus. Nec pretereundum est  quod  in  improperium  istarum  trium  gentium  cantiones  quamplures invente sunt; inter quas unam vidimus recte atque perfecte ligatam, quam quidam Florentinus nomine Castra posuerat; incipiebat etenim: Una fermana scopai da Casciòlim cita cita sen gia’n grande aina. Post quos Mediolanenses atque  Pergameos  eorumque  finitimos  eruncemus,  in  quorum  etiam improperium quendam cecinisse recolimus: Enter l’ora del vesper, ciò fu del mes d’occhiover. Post hos Aquilegienses et Ystrianos cribremus, qui Ces fastu?
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
crudeliter  accentuando  eructuant.  Cumque  hiis  montaninas  omnes  et rusticanas  loquelas  eicimus,  que  semper  mediastinis  civibus  accentus enormitate dissonare videntur, ut Casentinenses et Fractenses. Sardos etiam, qui non latii sunt, sed latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam, tanquam simie homines, imitantes; nam dominus nova et dominus meus locuntur. XII Exaceratis quodam modo vuIgaribus ytalis, inter ea que remanserunt in cribo comparationem facientes, honorabilius atque honorificentius breviter seligamus.  Et  primo  de  siciliano  examinemus  ingenium;  nam  videtur sicilianum vuIgare sibi famam pre aliis asciscere, eo quod quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur, et eo quod perplures doctores indigenas invenimus graviter cecinisse; puta in cantionibus illis: Anchor che l’aigua per lo foco lassi et Amor, che lungiamente m’ai menato. Sed hec fama trinacrie terre, si recte signum ad quod tendit inspiciamus, videtur tantum in obprobrium ytalorum principum  remansisse,  qui  non  heroico  more,  sed  plebeio  secuntur superbiam. Siquidem illustres heroes, Fredericus cesar et bene genitus eius Manfredus, nobilitatem ac rectitudinem sue forme pandentes, donec fortuna permisit, humana secuti sunt, brutalia dedignantes. Propter quod corde nobiles atque gratiarum dotati inherere tantorum principum maiestati conati sunt, ita quod eorum tempore quicquid excellentes animi Latinorum enitebantur, primitus in tantorum coronatorum aula prodibat; et quia regale solium erat Sicilia, factum est ut quicquid nostri predecessores vuIgariter protulerunt, sicilianum voc[ar]etur; quod quidem retinemus et nos, nec posteri nostri permutare valebunt. Racha, racha. Quid nunc personat tuba novissimi Frederici, quid tintinabulum secundi Karoli, quid cornua Iohannis et Azzonis marchionum potentum, quid aliorum magnatum tibie, nisi “ Venite, carnifices; venite, altriplices; venite, avaritie sectatores? ”. Sed prestat ad propositum repedare quam frustra loqui. Et dicimus quod, si vulgare sicilianum  accipere  volumus,  secundum  quod  prodit  a  terrigenis mediocribus, ex ore quorum iudicium eliciendum videtur, prelationis honore minime dignum est, quia non sine quodam tempore profertur, ut puta ibi: Tragemi d’este focora, se t’este a boluntate. Si autem ipsum accipere volumus, secundum  quod  ab  ore  primorum  Siculorum  emanat,  ut  in  preallegatis cantionibus perpendi potest, nichil differt ab illo quod laudabilissimum est,  sicut  inferius  ostendemus.  Apuli  quoque  vel  a  sui  acerbitate  vel
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri   De vulgari eloquentia   Libro primo finitimorum suorum contiguitate, qui Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant;  dicunt  enim: Volzera  che  chiangesse  lo  quatraro.Sed  quamvis terrigene Apuli loquantur obscene comuniter, prefulgentes eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus compilantes, ut manifeste  apparet  eorum  dicta  perspicientibus,  ut  puta  Madonna  dir  vi voglio, et Per fino amore vo si letamente. Quapropter superiora notantibus innotéscere  debet  nec  siculum  nec  apulum  esse  illud  quod  in  Ytalia pulcerrimum est vulgare, cum eloquentes indigenas ostenderimus a proprio divertisse. XIII Post  hec  veniamus ad  Tuscos,  qui,  propter  amentiam  suam  infroniti, titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur. Et in hoc non solum plebe[i]a dementat intentio, sed famosos quamplures viros hoc te nuisse comperimus: puta  Guictonem  Aretinum,  qui  nunquam  se  ad  curiale  vulgare  direxit, Bonagiuntam Lucensem, Gallum Pisanum, Minum Mocatum Senensem, Brunectum Florentinum, quorum dicta si rimari vacaverit, non curialia, sed  municipalia  tantum  invenientur.  Et  quoniam  Tusci  pre  aliis  in  hac ebrietate  baccantur,  dignum  utileque  videtur  municipalia  vulgaris Tuscanorum singillatim in aliquo depompare. Locuntur Florentini et dicunt: Manichiamo introque, | che noi non facciamo altro. Pisani: Bene andonno li fanti | de Fiorensa per Pisa. Lucenses: Fo voto a dio, ke in grassarra lo comuno de Lucca. Senenses: Onche renegata avesse io Siena.Ch’ee chesto? Aretini: Vuo’ tu  venire  ovelle?  De  Perusio,  Urbe  Veteri,  Viterbio,  nec  non  de  Civitate Castellana, propter affinitatem quam habent cum Romanis et Spoletanis, nichil tractare intendimus. Sed quanquam fere omnes Tusci in suo turpiloquio  sint  obtusi,  nonnullos  vulgaris  ex  cellentiam  cognovisse  sentimus, scilicet  Guidonem,  Lapum  et  unum  alium,  Florentinos,  et  Cynum Pistoriensem, quem nunc indigne postponimus, non indigne coacti. Itaque si tuscanas examinemus loquelas et pensemus, qualiter viri prehonorati a propria diverterunt, non restat in dubio quin aliud sit vulgare quod querimus quam quod actingit populus Tuscanorum. Si quis autem quod de Tuscis asserimus de Ianuensibus asserendum non putet, hoc solum in mente premat, quod si per oblivionem Ianuenses ammicterent z licteram, vel mutire totaliter eos, vel novam repanare oporteret loquelam. Est enim z maxima pars eorum locutionis; que quidem lictera non sine multa rigiditate profertur.
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
mollitiem, a Ferrarensibus vero et Mutinensibus aliqualem garrulitatem, que  proprie  Lombardorum  est:  hanc  ex  commixtione  advenarum Longobardorum  terrigenis  credimus  remansisse.  Et  hec  est  causa  quare Ferrarensium, Mutinensium vel Regianorum nullum invenimus poetasse; nam proprie garrulitati assuefacti nullo modo possunt ad vulgare aulicum sine  quadam  acerbitate  venire.  Quod  multo  magis  de  Parmensibus  est putandum,  qui  monto  pro  multo  dicunt.  Si  ergo  Bononienses  utrinque accipiunt, ut dictum est, rationabile videtur esse quod eorum locutio per commixtionem  oppositorum,  ut  dictum  est,  ad  laudabilem  suavitatem remaneat temperata: quod procul dubio nostro iudicio sic esse censemus. Itaque si preponentes eos in vulgari sermone sola municipalia Latinorum vulgaria comparando considerant, allubescentes concordamus cum illis; si vero simpliciter vulgare bononiense preferendum existimant, dissentientes discordamus  ab  eis.  Non  etenim  est  quod  aulicum  et  illustre  vocamus; quoniam si fuisset, maximus Guido Guinizelli, Guido Ghisilerius, Fabrutius et Honestus et alii poetantes Bononie nunquam a proprio divertissent: qui doctores fuerunt illustres et vulgarium discretione repleti. Maximus Guido:  Madonna,  lo  fino  amor  ch’a  vui  porto;  Guido  Ghisilerius:  Donna,  lo fermo core; Fabrutius: Lo meo lontano gire; Honestus: Più non actendo il tuo secorso, Amore: que quidem verba prorsus a mediastinis Bononie sunt diversa.  Cumque  de  residuis  in  extremis  Ytalie  civitatibus  neminem  dubitare pendamus (et si quis dubitat, illum nulla nostra solutione dignamur), parum restat in nostra discussione dicendum. Quare cribellum cupientes deponere, ut residentiam cito visamus, dicimus Tridentum atque Taurinum nec non Alexandriam civitates metis Ytalie in tantum sedere propinquas, quod puras nequeunt  habere  loquelas;  in  tantum  quod,  si  etiam  quod  turpissimum habent  vulgare,  haberent  pulcerrimum,  propter  aliorum  commixtionem esse vere latium negaremus. Quare si latium illustre venamur, quod venamur in illis inveniri non potest. XVI Postquam  venati saltus et pascua sumus  Ytalie, nec pantheram quam sequimur  adinvenimus,  ut  ipsam  reperire  possimus,  rationabilius investigemus  de  illa,  ut  solerti  studio  redolentem  ubique  et  necubi apparentem nostris penitus irretiamus tenticulis. Resumentes igitur venabula nostra, dicimus quod in omni genere rerum unum esse oportet quo generis illius  omnia  comparentur  et  ponderentur,  et  a  quo  omnium  aliorum
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
mensuram accipiamus; sicut in numero cuncta mensurantur uno, et plura vel pauciora dicuntur, secundum quod distant ab uno vel ei propinquant; et sicut in coloribus omnes albo mensurantur, nam visibiles magis dicuntur et minus, secundum quod accedunt vel recedunt ab albo. Et quemadmodum de  hiis  dicimus  que  quantitatem  et  qualitatem  ostendunt,  de predicamentorum quolibet, etiam de substantia, posse dici putamus: scilicet ut unumquodque mensurabile sit, secundum quod in genere est, illo quod simplicissimum  est  in  ipso  genere.  Quapropter  in  actionibus  nostris, quantumcunque dividantur in species, hoc signum inveniri oportet quo et ipse  mensurentur.  Nam,  in  quantum  simpliciter  ut  homines  agimus, virtutem habemus (ut generaliter illam intelligamus), nam secundum ipsam bonum  et  malum  hominem  iudicamus;  in  quantum  ut  homines  cives agimus, habemus legem, secundum quam dicitur civis bonus et malus; in quantum ut homines latini agimus, quedam habemus simplicissima signa et morum et habituum et locutionis, quibus latine actiones ponderantur et mensurantur.  Que  quidem  nobilissima  sunt  earum  que  Latinorum  sunt actiones, hec nullius civitatis Ytalie propria sunt, et in omnibus comunia sunt: inter que nunc potest illud discerni vulgare quod superius venabamur, quod in qualibet redolet civitate, nec cubat in ulla. Potest tamen magis in una quam in alia redolere, sicut simplicissima substantiarum, que Deus est, in homine magis redolet quam in bruto animali: [in bruto animali] quam in planta, in hac quam in minera; in hac quam in elemento, in igne quam in terra: et simplicissima quantitas, quod est unum, in impari numero redolet magis quam in pari; et simplicissimus color, qui albus est, magis in citrino quam in viride redolet. Itaque adepti quod querebamus, dicimus illustre, cardinale, aulicum et curiale vulgare in Latio, quod omnis latie civitatis est et  nullius  esse  videtur,  et  quo  municipalia  vulgaria  omnia  Latinorum mensurantur et ponderantur et comparantur. XVII Quare autem hoc quod repertum est il lustre, cardinale, aulicum et curiale adicientes vocemus, nunc disponendum est; per quod clarius ipsum quod ipsum est faciamus  patere.  Primum  igitur  quid  intendimus  cum  illustre adicimus, et quare illustre dicimus, denudemus. Per hoc quidem quod illustre dicimus,  intelligimus quid  illuminans  et  illuminatum  prefulgens:  et hoc modo viros appellamus illustres, vel quia potestate illuminati alios et iustitia  et  caritate  illuminant,  vel  quia  excellenter  magistrati  excellenter
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
magistrant, ut Seneca et Numa Pompilius. Et vulgare de quo loquimur, et sublimatum est magistratu et potestate, et suos honore sublimat et gloria. Magistratu quidem sublimatum videtur, cum de tot rudibus Latinorum vocabulis, de tot perplexis constructionibus, de tot defectivis prolationibus, de tot rusticanis accentibus, tam egregium, tam extricatum, tam perfectum et tam urbanum videamus electum, ut Cynus Pistoriensis et amicus eius ostendunt in cantionibus suis. Quod autem exaltatum sit potestate, videtur. Et quid maioris potestatis est quam quod humana corda versare potest, ita ut nolentem volentem et volentem nolentem faciat, velut ipsum et fecit et facit? Quod autem honore sublimet, in promptu est. Nonne domestici sui reges, marchiones, comites et magnates quoslibet fama vincunt? Minime hoc probatione indiget. Quantum vero suos familiares gloriosos efficiat, nos ipsi novimus, qui huius dulcedine glorie nostrum exilium postergamus. Quare ipsum illustre merito profiteri debemus. XVIII Neque sine ratione ipsum vulgare illustre decusamus adiectione secunda, vide  licet  ut  id  cardinale  vocemus.  Nam  sicut  totum  hostium  cardinem sequitur,  ut,  quo  cardo  vertitur,  versetur  et  ipsum  seu  introrsum  seu extrorsum flectatur, sic et universus municipalium grex vulgarium vertitur et revertitur, movetur et pausat secundum quod istud, quod quidem vere pater familias esse videtur. Nonne cotidie extirpat sentosos frutices de ytala silva? Nonne cotidie vel plantas inserit vel plantaria plantat? Quid aliud agricole sui satagunt, nisi ut amoveant et admoveant, ut dictum est? Quare prorsus tanto decusari vocabulo promeretur. Quia vero aulicum nominamus, illud causa est, quod, si aulam nos Ytali haberemus, palatinum foret. Nam si aula totius regni comunis est domus et omnium regni partium gubernatrix augusta,  quicquid  tale  est  ut  omnibus  sit  comune  nec  proprium  ulli, conveniens est ut in ea conversetur et habitet; nec aliquod aliud habitaculum tanto dignum est habitante: hoc nempe videtur esse id de quo loquimur vulgare. Et hinc est quod in regiis omnibus conversantes semper illustri vulgari  locuntur  hinc  etiam  est  quod  nostrum  illustre  velut  accola peregrinatur et in humilibus hospitatur asilis, cum aula vacemus. Est etiam merito curiale dicendum, quia curialitas nil aliud est quam librata regula eorum que peragenda sunt; et quia statera huiusmodi librationis tantum in excellentissimis curiis esse solet, hinc est quod quicquid in actibus nostris bene  libratum  est,  curiale  dicatur.  Unde  cum  istud  in  excellentissima
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Ytalorum  curia  sit  libratum,  dici  curiale  meretur.  Sed  dicere  quod  in excellentissima  Ytalorum  curia  sit  libratum,  videtur  nugatio,  cum  curia careamus. Ad quod facile respondetur. Nam licet curia, secundum quod unita accipitur, ut curia, regis Alamanie, ih Ytalia non sit, membra tamen eius non desunt; et sicut membra illius uno Principe uniuntur, sic membra huius gratioso lumine rationis unita sunt. Quare falsum esset dicere curia carere  Ytalos,  quanquam  Principe  careamus,  quoniam  curiam  habemus, licet corporaliter sit dispersa. XIX Hoc  autem  vulgare,  quod  illustre,  cardinale,  aulicum  esse  et  curiale ostensum est, dicimus esse illud quod vulgare latium appellatur. Nam sicut quoddam vulgare est invenire quod proprium est Cremone, sic quoddam est invenire quod proprium est Lombardie; et sicut invenire aliquod quod sit proprium Lombardie, [sic] est invenire aliquod quod sit totius sinistre Ytalie proprium; et sicut omnia hec est invenire, sic et illud quod totius Ytalie  est.  Et  sicut  illud  cremonense,  ac  illud  lombardum  et  tertium semilatium dicitur, sic istud quod totius Ytalie est, latium vulgare vocatur. Hoc enim usi sunt doctores illustres qui lingua vulgari poetati sunt in Ytalia, ut Siculi, Apuli, Tusci, Romandioli, Lombardi et utriusque Marchie viri. Et quia intentio nostra, ut polliciti sumus in principio huius operis, est doctrinam de vulgari eloquentia tradere, ab ipso tanquam ab oxcellentissimo incipientes, quos putamus ipso dignos uti, et propter quid, et quo modo, nec non ubi, et quando, et ad quos ipsum dirigendum sit, in inmediatis libris  tractabimus.  Quibus  illuminatis,  inferiora  vulgaria  illuminare curabimus,  gradatim  descendentes  ad  illud  quod  unius  solius  familie proprium est.
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
I Sollicitantes iterum celeritatem ingenii nostri et ad calamum frugi operis redeuntes, ante omnia confitemur latium vulgare illustre tam prosayce quam metrice decere proferri. Sed quia ipsum prosaycantes ab avientibus magis accipiunt,  et  quia  quod  avietum  est  prosaycantibus  permanere  videtur exemplar, et non e converso (que quendam videntur prebere primatum), primo  secundum  quod  metricum  est  ipsum  carminemus,  ordine pertractantes  illo  quem  in  fine  primi  libri  polluximus.  Queramus  igitur prius,  utrum  omnes  versificantes  vulgariter  debeant  illud  uti.  Et superficietenus videtur quod sic, quia omnis qui versificatur suos versus exornare  debet  in  quantum  potest;  quare  cum  nullum  sit  tam  grandis exornationis quam vulgare illustre, videtur quod quisquis versificator debeat ipsum uti. Preterea: quod optimum est in genere suo, si suis inferioribus misceatur,  non  solum  nil  derogare  videtur  eis,  sed  ea  meliorare  videtur quare si quis versificator, quanquam rude versificetur, ipsum sue ruditati admisceat,  non  solum  bene  facit,  sed  ipsum  sic  facere  oportere  videtur: multo magis opus est adiutorio illis qui pauca, quam qui multa possunt. Et sic  apparet  quod  omnibus  versificantibus  liceat  ipsum  uti.  Sed  hoc falsissimum  est;  quia  nec  semper  excellentissime  poetantes  debent  illud induere, sicut per inferius pertractata perpendi poterit. Exigit ergo istud sibi consimiles viros, quemadmodum alii nostri mores et habitus; exigit enim  magnificentia  magna  potentes,  purpura  viros  nobiles:  sic  et  hoc excellentes ingenio et scientia querit, et alios aspernatur, ut per inferiora patebit. Nam quicquid nobis convenit, vel gratia generis, vel speciei, vel individui convenit, ut sentire, ridere, militare. Sed hoc non convenit nobis gratia generis, quia etiam brutis conveniret; nec gratia speciei, quia cunctis hominibus esset conveniens, de quo nulla questio est nemo enim montaninis rusticana tractantibus  hoc  dicet  esse  conveniens  convenit  ergo  individui gratia.  Sed  nichil  individuo  convenit  nisi  per  proprias  dignitates,  puta mercari, militare ac regere; quare si convenientia respiciunt dignitates, hoc est  dignos,  et  quidam  digni,  quidam  digniores,  quidam  dignissimi  esse possunt, manifestum est quod bona dignis, meliora dignioribus, optima dignissimis  convenient.  Et  cum  loquela  non  aliter  sit  necessarium instrumentum nostre conceptionis quam equus militis, et optimis militibus optimi conveniant equi, ut dictum est, optimis conceptionibus optima loquela conveniet. Sed optime conceptiones non possunt esse nisi ubi scientia et ingenium est; ergo optima loquela non convenit nisi illis in quibus ingenium Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
et scientia est. Et sic non omnibus versificantibus optima loquela conveniet, cum plerique sine scientia et ingenio versificentur, et per consequens nec optimum vulgare. Quapropter si non omnibus competit, non omnes ipsum debent uti, quia inconvenienter agere nullus debet. Et ubi dicitur, quod quilibet suos versus exornare debet in quantum potest, verum esse testamur; sed nec bovem epiphyatum nec balteatum suem dicemus ornatum, immo potius deturpatum ridemus illum; est enim exornatio alicuius convenientis additio. Ad illud ubi dicitur, quod superiora inferioribus admixta profectum adducunt, dicimus verum esse quando cesset discretio: puta si aurum cum argento conflemus; sed si discretio remanet, inferiora vilescunt: puta cum formose  mulieres  deformibus  admiscentur.  Unde  cum  sententia versificantium semper verbis discretive mixta remaneat, si non fuerit optima, optimo sociata vulgari non melior sed deterior apparebit, quemadmodum turpis mulier si auro vel serico vestiatur. II Postquam non omnes versificantes, sed tantum excellentissimos illustre uti vulgare debere astruximus, consequens est astruere, utrum omnia ipso tractanda sint aut non; et si non omnia, que ipso digna sunt segregatim ostendere.  Circa  quod  primo  reperiendum  est  id  quod  intelligimus  per illud quod dicimus dignum. Et dicimus dignum esse quod dignitatem habet, sicut  nobile  quod  nobilitatem;  et  si  cognito  habituante  habituatum cognoscitur  in  quantum  huiusmodi,  cognita  dignitate  cognoscemus  et dignum.  Est  etenim  dignitas  meritotum  effectus  sive  terminus:  ut,  cum quis bene meruit ad boni dignitatem profectum esse dicimus cum male vero, ad mali; puta bene militantem ad victorie dignitatem, bene autem regentem ad regni, nec non mendacem ad ruboris dignitatem, et latronem ad eam que est mortis. Sed cum in bene merentibus fiant comparationes, et in  aliis  etiam,  ut  quidam  bene  quidam  melius  quidam  optime,  quidam male quidam peius quidam pessime mereantur, et huiusmodi comparationes non fiant nisi per respectum ad terminum meritorum, quem dignitatem dicimus (ut dictum est), manifestum est ut dignitates inter se comparentur secundum magis et minus, ut quedam magne, quedam maiores, quedam maxime sint; et per consequens aliquid dignum, aliquid dignius, aliquid dignissimum esse constat. Et cum comparatio dignitatum non fiat circa idem  obiectum,  sed  circa  diversa,  ut  dignius  dicamus  quod  maioribus, dignissimum quod maximis dignum est (quia nichil eodem dignius esse potest), manifestum est quod optima optimis secundum rerum exigentiam Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
22 � Dante Alighieri   De vulgari eloquentia   Libro secondo digna  sunt.  Unde  cum  hoc  quod  dicimus  illustre  sit  optimum  aliorum vulgarium, consequens est ut sola optima digna sint ipso tractari, que quidem tractandorum dignissima nuncupamus. Nunc autem que sint ipsa venemur. Ad quorum evidentiam sciendum est, quod sicut homo tripliciter spirituatus est, videlicet vegetabili, animali et rationali, triplex iter perambulat. Nam secundum  quod  vegetabile  quid  est,  utile  querit,  in  quo  cum  plantis comunicat;  secundum  quod  animale,  delectabile,  in  quo  cum  brutis; secundum quod rationale, honestum querit, in quo solus est, vel angelice sociatur [nature]. Propter hec tria quicquid agimus, agere videmur. Et quia in quolibet istorum quedam sunt maiora, quedam maxima, secundum quod talia, que maxima sunt maxime pertractanda videntur, et per consequens maximo  vulgari.  Sed  disserendum  est  que  maxima  sint.  Et  primo  in  eo quod est utile: in quo, si callide consideremus intentum omnium querentium utilitatem,  nil  aliud  quam  salutem  inveniemus.  Secundo  in  eo  quod  est delectabile:  in  quo  dicimus  illud  esse  maxime  delectabile  quod  per pretiosissimum obiectum appetitus delectat; hoc autem venus est. Tertio in eo quod est honestum: in quo nemo dubitat esse virtutem. Quare hec tria, salus videlicet, venus et virtus, apparent esse illa magnalia que sint maxime pertractanda, hoc est ea que maxime sunt ad ista, ut armorum probitas, amoris accensio et directio voluntatis. Circa que sola, si bene recolimus, illustres viros invenimus vulgariter poetasse, scilicet Bertramum de Bornio arma, Arnaldum Danielem amorem, Gerardum de Bornello rectitudinem; Cynum Pistoriensem amorem, amicum eius rectitudinem. Bertramus etenim ait:  Non posc mudar c’un cantar non exparja. Arnaldus:  L’aura amara fa l bruol brancuz clarzir.  Gerardus:  Per  solaz  reveillar  che  s’es  trop  endormitz. Cynus: Digno sono eo de morte. Amicus eius: Doglia mi reca ne lo core ardire. Arma vero nullum latium adhuc invenio poetasse. Hiis proinde visis, que canenda sint vulgari altissimo innotescunt. III Nunc  autem  quo  modo  ea  coartare  debemus,  que  tanto  sunt  digna vulgari,  sollicite  vestigare  conemur.  Volentes  igitur  modum  tradere  quo ligari hec digna existant, primo dicimus esse ad memoriam reducendum, quod  vulgariter  poetantes  sua  poemata  multimode  protulerunt,  quidam per cantiones, quidam per ballatas, quidam per sonitus, quidam per alios illegitimos  et  irregulares  modos,  ut  inferius  ostendetur.  Horum  autem modorum cantionum modum excellentissimum esse pensamus; quare si excellentissima excellentissimis digna sunt, ut superius est probatum, illa Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
23 � Dante Alighieri   De vulgari eloquentia   Libro secondo que excellentissimo sunt digna vulgari, modo excellentissimo digna sunt, et per consequens in cantionibus pertractanda. Quod autem modus cantionum sit talis ut dictum est, pluribus potest rationibus indagari. Prima quidem quia, cum quicquid versificamur sit cantio, sole cantiones hoc vocabulum sibi sortite sunt; quod nunquam sine vetusta provisione processit. Adhuc: quicquid per se ipsum efficit illud ad quod factum est, nobilius esse videtur quam quod extrinseco indiget: sed cantiones per se totum quod debent efficiunt, quod ballate non faciunt: indigent enim plausoribus, ad quod edite sunt; ergo cantiones nobiliores ballatis esse sequitur extimandas, et per  consequens  nobilissimum  aliorum  esse  modum  illarum,  cum  nemo dubitet  quin  ballate  sonitus  nobilitate  excellant.  Preterea:  illa  videntur nobiliora esse que conditori suo magis honoris afferunt: sed cantiones magis deferunt  suis  conditoribus  quam  ballate,  igitur  nobiliores  sunt,  et  per consequens modus earum nobilissimus aliorum. Preterea: que nobilissima sunt carissime conservantur: sed inter ea que cantata sunt cantiones carissime conservantur, ut constat visitantibus libros; ergo cantiones nobilissime sunt, et per consequens modus earum nobilissimus est. Ad hec: in artificiatis illud est nobilissimum quod totam comprehendit artem: cum igitur ea que cantantur artificiata existant, et in solis cantionibus ars tota comprehendatur, cantiones nobilissime sunt, et sic modus earum nobilissimus aliorum. Quod autem tota comprehendatur in cantionibus arc cantandi poetice, in hoc palatur, quod quicquid artis reperitur in omnibus aliis, et in cantionibus reperitur; sed non convertitur hoc. Signum autem horum que dicimus promptum in conspectu habetur; nam quicquid de cacuminibus illustrium capitum poetantium profluxit ad labia, in  solis  cantionibus  invenitur.  Quare  ad  propositum  patet  quod  ea  que digna sunt vulgari altissimo in cantionibus tractanda sunt. IV Quando quidem aporiavimus extricantes qui sint aulico digni vulgari et que, nec non modum quem tanto dignamur honore ut solus altissimo vulgari conveniat,  antequam  migremus  ad  alia,  modum  cantionum,  quem  casu magis  quam  arte  multi  usurpare  videntur,  enucleemus;  et  qui  hucusque casualiter  est  assumptus,  illius  artis  ergasterium  reseremus,  modum ballatarum et sonituum ommictentes, quia illum elucidare intendimus in quarto huius operis cum de mediocri vulgari tractabimus. Revisentes igitur ea que dicta sunt, recolimus nos eos qui vulgariter versificantur prelunque
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri   De vulgari eloquentia   Libro secondo vocasse poetas; quod procul dubio rationabiliter eructare presumpsimus, quia prorsus poete sunt, si poesim recte consideremus; que nichil aliud est quam fictio rethorica *musicaque posita*. Differunt tamen a magnis poetis, hoc est regularibus, quia magni sermone et arte regulari poetati sunt, hii vero  casu,  ut  dictum  est.  Idcirco  accidit  ut,  quantum  illos  proximius imitemur, tantum rectius poetemur. Unde nos doctrine operi intendentes, doctrinatas  eorum  poetrias  emulari  oportet.  Ante  omnia  ergo  dicimus unumquenque debere materie pondus propriis humeris coequare, ne forte humerorum nimio gravata virtute in cenum cespitare necesse sit. Hoc est quod magister noster Oratius precipit, cum in principio poetrie  ‘Sumite materiam...’ dicit. Deinde in hiis que dicenda occurrunt debemus discretione potiri, utrum tragice, sive comice, sive elegiace sint canenda. Per tragediam superiorem stilum inducimus per comediam inferiorem, per elegiam stilum intelligimus miserorum. Si tragice canenda videntur, tunc assumendum est vulgare illustre, et per consequens cantionem [oportet] ligare. Si vero comice, tunc quandoque mediocre, quandoque humile vulgare sumatur; et huius discretionem in quarto huius reservamus ostendere. Si autem elegiace, solum humile oportet nos sumere. Sed ommittamus alios, et nunc, ut conveniens est, de stilo tragico pertractemus. Stilo equidem tragico tunc uti videmur, quando cum gravitate sententie tam superbia carminum quam constructionis elatio  et  excellentia  vocabulorum  concordat.  Qua[re],  si  bene  recolimus summa  summis  esse  digna  iam  fuisse  probatum,  et  iste  quem  tragicum appellamus  summus  videtur  esse  stilorum,  et  illa  que  summe  canenda distinximus isto solo sunt stilo canenda: videlicet salus, amor et virtus, et que  propter  ea  concipimus,  dum  nullo  accidente  vilescant.  Caveat  ergo quilibet et discernat ea que dicimus; et quando hec tria pure cantare intendit, vel que ad ea directe ac pure secuntur, prius Elicone potatus, tensis fidibus ad supremum, secure plectrum tum movere incipiat. Sed cautionem atque discretionem hanc accipere, sicut decet, hoc opus et labor est, quoniam nunquam sine strenuitate ingenii et artis assiduitate scientiarumque habitu fieri  potest.  Et  hii  sunt  quos  poeta  Eneidorum  sexto  Dei  dilectos  et  ab ardente virtute  sublimatos  ad  ethera  deorumque  filios  vocat,  quanquam figurate loquatur. Et ideo confutetur illorum stultitia, qui arte scientiaque immunes,  de  solo  ingenio  confidentes,  ad  summa  summe  canenda prorumpunt; et a tanta presumptuositate desistant, et si anseres natura vel desidia sunt, nolint astripetam aquilam imitari.
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
V De  gravitate  sententiarum  vel  satis  dixisse  videmur  vel  saltim  totum quod  operis  est  nostri;  quapropter  ad  superbiam  carminum  festinemus. Circa quod sciendum est quod predecessores nostri diversis carminibus usi sunt  in  cantionibus  suis,  quod  et  moderni  faciunt;  sed  nullum  adhuc invenimus in carmen sillabicando endecadem trascendisse, nec a trisillabo descendisse.  Et  licet  trisillabo  carmine  atque  endecasillabo  et  omnibus intermediis  cantores  Latii  usi  sint,  pentasillabum,  eptasillabum  et endecasillabum in usu frequentiori habentur; et post hec trisillabum ante alia. Quorum omnium endecasillabum videtur esse superbius, tam temporis occupatione,  quam  capacitate  sententie,  constructionis  et  vocabulorum; quorum omnium specimen magis multiplicatur in illo, ut manifeste apparet; nam ubicunque ponderosa multiplicantum, [multiplicatur] et pondus. Et hoc omnes doctores perpendisse videntur, cantiones illustres principiantes ab illo, ut Gerardus de Bornello: Ara ausirez encabalitz cantars. (Quod carmen licet decasillabum videatur, secundum rei veritatem endecasillabum est nam due consonantes extreme non sunt de sillaba precedente; et licet propriam vocalem non habeant, virtutem sillabe non tamen ammictunt: signum autem est quod rithimus ibi una vocali perficitur, quod esse non posset nisi virtute alterius ibi subintellecte). Rex Nauarre: De fin’amor si vient sen et bonté; ubi, si consideretur accentus et eius causa, endecasillabum esse constabit. Guido Guinizelli:  Al cor gentile repara sempre amore. Iudex de Columpnis de Messana: Amor, che lungiamente m’ài menato. Renaldus de Aquino: Per fino amore vo sì letamente. Cynus Pistoriensis:  Non  spero  che  gia  mai  per  mia salute. Amicus eius:  Amor, che movi tua vertù da cielo. Et licet hoc quod dictum est celeberrimum carmen, ut dignum est videatur omnium aliorum, si eptasillabi aliqualem societatem assumat, dummodo principatum obtineat, clarius magisque sursum superbire videtur. Sed hoc ulterius elucidandum remaneat.  Et  dicimus  eptasillabum  sequi  illud  quod  maximum  est  in celebritate.  Post  hoc  pentasillabum  et  deinde  trisillabum  ordinamus. Neasillabum vero, quia triplicatum trisillabum videbatur, vel nunquam in honore  fuit,  vel  propter  fastidium  absolevit.  Parisillaba  vero  propter  sui ruditatem non utimur nisi raro; retinent enim naturam suorum numerorum, qui numeris imparibus, quemadmodum materia forme, subsistunt. Et sic recolligentes predicta endecasillabum videtur esse superbissimum carmen; et  hoc  est  quod  querebamus.  Nunc  autem  restat  investigandum  de
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
constructionibus  elatis  et  fastigiosis  vocabulis;  et  demum,  fustibus torquibusque paratis, promissum fascem, hoc est cantionem, quo modo viere quis debeat, instruemus. VI Quia circa vulgare illustre nostra versatur intentio, quod nobilissimum est aliorum, et ea que digna sunt illo cantari discrevimus, que tria nobilissima sunt, ut superius est astructum, et modum cantionarium selegimus illis, tanquam aliorum modorum summum, et ut ipsum perfectius edocere possimus, quedam iam preparavimus, stilum videlicet atque carmen, nunc de  constructione  agamus.  Est  enim  sciendum,  quod  constructionem vocamus regulatam compaginem dictionum, ut Aristotiles phylosophatus est tempore Alexandri. Sunt enim quinque hic dictiones compacte regulariter, et unam faciunt constructionem. Circa hanc quidem prius considerandum est, quod constructionum alia congrua est, alia vero incongrua. Et quia si primordium  bene  disgressionis  nostre  recolimus  sola  suprema  venamur, nullum in nostra venatione locum habet incongrua, quia nec inferiorem gradum bonitatis promeruit. Pudeat ergo, pudeat ydiotas tantum audere deinceps, ut ad cantiones prorumpant. Quos non aliter deridemus quam cecum de coloribus distinguentem. Est ut videtur congrua quam sectamur. Sed non minoris difficultatis accedit discretio, priusquam quam querimus actingamus,  videlicet  urbanitate  plenissimam.  Sunt  etenim  gradus constructionum quamplures: videlicet insipidus, qui est rudium, ut Petrus amat  multum  dominam  Bertam.  Est  et  pure  sapidus,  qui  est  rigidorum scolarium vel magistrorum, ut Piget me cunctis pietate maiorem, quicumque in exilio tabescentes patriam tantum sompniando revisunt. Est et sapidus et venustus,  qui  est  quorundam  superficietenus  rethoricam  aurientium,  ut Laudabilis discretio marchionis Estensis, et sua magnificentia preparata, cunctis illum facit esse dilectum. Est et sapidus et venustus etiam et excelsus, qui est dictatorum illustrium ut Eiecta maxima parte florum de sinu tuo, Florentia, nequicquam Trinacriam Totila secundus adivit. Hunc gradum constructionis excellentissimum  nominamus,  et  hic  est  quem  querimus,  cum  suprema venemur, ut dictum est.Hoc solum illustres cantiones inveniuntur contexte, ut Gerardus: Si per mon Sobretots non fos. Folquetus da Marsilia: Tan m’abellis l’amoros pensamen. Arnaldus Danielis: Sols sui che sai lo sobraffan chem sorz. Namericus de Belnui: Nuls hom non pot complir addrechamen. Namericus de Peculiano: Si com l’arbres che per sobrecarcar. Rex Navarre: Ire d’amor qui
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
en mon cor repaire.  Iudex de Messana:  Anchor che l’aigua per lo foco lassi. Guido Guinizelli: Tegno de folle’mpresa a lo ver dire. Guido Cavalcantis: Poi che de doglia cor conven ch’io porti. Cynus de Pistorio: Avegna che io aggia più per tempo. Amicus eius: Amor che ne la mente mi ragiona. Nec mireris, lector, de tot reductis autoribus ad memoriam; non enim hanc quam supremam vocamus constructionem nisi per huiusmodi exempla possumus indicare. Et fortassis utilissimum foret ad illam habituandam regulatos vidisse poetas, Virgilium  videlicet,  Ovidium  Metamorfoseos,  Statium  atque  Lucanum, nec non alios qui usi sunt altissimas prosas, ut  Titum Livium, Plinium, Frontinum, Paulum Orosium, et multos alios, quos amica sollicitudo nos visitare invitat. Subsistant igitur ignorantie sectatores Guictonem Aretinum et quosdam alios extollentes, nunquam in vocabulis atque constructione plebescere desuetos. VII Grandiosa modo vocabula sub prelato stilo digna consistere, successiva nostre  progressionis  presentia  lucidari  expostulat.  Testamur  proinde incipientes  non  minimum  opus  esse  rationis  discretionem  vocabulorum habere, quoniam perplures eorum maneries inveniri posse videmus. Nam vocabulorum quedam puerilia, quedam muliebria, quedam virilia; et horum quedam silvestria, quedam urbana, et eorum que urbana vocamus, quedam pexa et lubrica, quedam yrsuta et reburra sentimus. Inter que quidem pexa atque yrsuta sunt illa que vocamus grandiosa, lubrica vero et reburra vocamus illa que in superfluum sonant; quemadmodum in magnis operibus quedam magnanimitatis sunt opera, quedam fumi; ubi, licet in superficie quidam consideretur ascensus, ex quo limitata virtutis linea prevaricatur, bone rationi non ascensus, sed per altera declivia ruina constabit. Intuearis ergo, lector, actente, quantum ad exaceranda egregia verba te cribrare oportet; nam si vulgare illustre consideres, quo tragice debent uti poete vulgares, ut superius dictum est, quos informare intendimus, sola vocabula nobilissima in cribro tuo  residere  curabis.  In  quorum  numero  neque  puerilia  propter  sui simplicitatem, ut mamma et babbo, mate et pate, neque muliebria propter sui mollitiem, ut dolciada et placevole, neque silvestria propter austeritatem, ut greggia et cetra neque urbana lubrica et reburra, ut femina et corpo, ullo modo  poteris  conlocare.  Sola  etenim  pexa  yrsutaque  urbana  tibi  restare videbis, que nobilissima sunt et membra vulgaris illustris. Et pexa vocamus illa, que trisillaba vel vicinissima trisillabitati, sine aspiratione, sine accentu
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
acuto  vel  circumflexo,  sine  z  vel  x  duplicibus,  sine  duarum  liquidarum geminatione vel positione immediate post mutam, dolata quasi, loquentem cum quadam suavitate relinquunt, ut amore, donna, disio, vertute, donare, letitia, salute, securtate, defesa.  Yrsuta quoque dicimus omnia preter hec, que vel necessaria vel ornativa videntur vulgaris illustris. Et necessaria quidem appellamus que campsare non possumus, ut quedam monosillaba, ut sì, no, me, te, sé, à, è, i’, ò, u’, interiectiones, et alia multa. Ornativa vero dicimus omnia  polysillaba,  que,  mixta  cum  pexis,  pulcram  faciunt  armoniam compaginis,  quamvis  asperitatem  habeant  aspirationis  et  accentus  et duplicium et liquidarum et prolixitatis, ut terra, honore, speranza, gravitate, alleviato, impossibilità, impossibilitate benaventuratissimo, inanimatissimamente disaventuratissimamente, sovramagnificentissimamente, quod endecasillabum est. Posset adhuc inveniri plurium sillabarum vocabulum sive verbum; sed quia capacitatem omnium nostrorum carminum superexcedit, rationi presenti non videtur obnoxium, sicut est illud honorifica-bilitudinitate, quod duodena perficitur sillaba in vulgari, et in gramatica tredena perficitur in duobus obliquis. Quomodo autem pexis yrsuta huiusmodi sint armonizanda per  metra,  inferius  instruendum  relinquimus.  Et  que  iam  dicta  sunt  de fastigiositate vocabulorum, ingenue discretioni sufficiant. VIII Preparatis  fustibus  torquibusque  ad  fascem,  nunc  fasciandi  tempus incumbit. Sed quia cuiuslibet operis cognitio precedere debet operationem, velut signum ante ammissionem sagicte vel iaculi, primo et principaliter qui sit iste fascis quem fasciare intendimus, videamus. Fascis igitur iste, si bene comminiscimur omnia prelibata, cantio est. Quapropter quid sit cantio videamus, et quid intelligimus, cum dicimus cantionem. Est enim cantio secundum verum nominis significatum ipse canendi actus vel passio, sicut lectio passio vel actus legendi. Sed divaricemus quod dictum est, utrum videlicet hec sit cantio prout est actus, vel prout est passio. Et circa hoc considerandum est quod cantio dupliciter accipi potest: uno modo secundum quod fabricatur ab auctore suo, et sic est actio et secundum istum modum Virgilius primo Eneidorum dicit, Arma virumque cano; alio modo secundum quod fabriacata profertur vel ab auctore, vel ab alio quicunque sit, sive cum soni modulatione proferatur, sive non; et sic est passio. Nam tunc agitur; modo vero agere videtur in alium, et sic, tunc alicuius actio, modo quoque passio alicuius videtur. Et quia prius agitur ipsa quam agat, magis, immo
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
prorsus denominari videtur ab eo quod agitur, et est actio alicuius, quam ab eo quod agit in alios. Signum autem huius est quod nunquam dicimus, ‘Hec  est  cantio  Petri’  eo  quod  ipsam  proferat,  sed  eo  quod  fabricaverit illam. Preterea disserendum est utrum cantio dicatur fabricatio verborum armonizatorum,  vel  ipsa  modulatio.  Ad  quod  dicimus,  quod  nunquam modulatio dicitur cantio, sed sonus, vel tonus, vel nota, vel melos. Nullus enim tibicen, vel organista, vel citharedus melodiam suam cantionem vocat, nisi in quantum nupta est alicui cantioni, sed armonizantes verba opera sua cantiones vocant; et etiam talia verba in cartulis absque prolatore iacentia cantiones vocamus. Et ideo cantio nichil aliud esse videtur quam actio completa dictantis verba modulationi armonizata: quapropter tam cantiones quas nunc tractamus, quam ballatas et sonitus, et omnia cuiuscunque modi verba sunt armonizata vulgariter et regulariter, cantiones esse dicemus. Sed quia  sola  vulgaria  ventilamus,  regulata  linquentes,  dicimus  vulgarium poematum unum esse suppremum, quod per superexcellentiam cantionem vocamus;  quod  autem  suppremum  quid  sit  cantio,  in  tertio  huius  libri capitulo est probatum. Et quoniam quod diffinitum est pluribus generale videtur,  resumentes  diffinitum  iam  generale  vocabulum,  per  quasdam differentias solum quod petimus distinguamus. Dicimus ergo quod cantio, in quantum per supe rexcellentiam dicitur, ut et nos querimus est equalium stantiarum sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, ut nos ostendimus cum dicimus, Donne, che avete intellecto d’amore. Quod autem dicimus  ‘tragica  coniugatio’,  est  quia  cum  comice  fiat  hec  coniugatio, cantilenam vocamus per diminutionem; de qua in quarto huius tractare intendimus. Et sic patet quid cantio sit, et prout accipitur generaliter, et prout per superexcellentiam vocamus eam. Satis etiam patere videtur quid intelligimus cum cantionem vocamus, et per consequens quid sit ille fascis quem ligare molimur. IX Quia, ut dictum est, cantio est coniugatio stantiarum, ignorato quid sit stantia, necesse est cantionem ignorare; nam ex diffinientium cognitione diffiniti resultat cognitio; et ideo consequenter de stantia est agendum, ut scilicet vestigemus quid ipsa sit, et quid per eam intelligere volumus. Et circa  hoc  sciendum  est  quod  hoc  vocabulum  per  solius  artis  respectum inventum est, videlicet ut in quo tota cantionis ars esset contenta, illud diceretur stantia hoc est mansio capax sive receptaculum totius artis. Nam
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
quemadmodum cantio est gremium totius sententie, sic stantia totam artem ingremiat;  nec  licet  aliquid  artis  sequentibus  arrogare,  sed  solam  artem antecedentis induere. Per quod patet quod ipsa de qua loquimur erit congre miatio  sive  compages  omnium  eorum  que  cantio  sumit  ab  arte;  quibus divaricatis, quam querimus descriptio innotescet.  Tota igitur, scilicet ars cantionis,  circa  tria  videtur  consistere:  primo  circa  cantus  divisionem, secundo circa partium habitudinem, tertio circa numerum carminum et sillabarum.  De  rithimo  vero  mentionem  non  facimus,  quia  de  propria cantionis arte non est. Licet enim in qualibet stantia rithimos innovare et eosdem reiterare ad libitum; quod, si de propria cantionis arte rithimus esset, minime liceret: quod dictum est. Si quid autem rithimi servare interest huius  quod  est  ars,  illud  comprehenditur  ibi  cum  dicimus  ‘partium habitudinem’. Quare sic colligere possumus ex predictis diffinientes, et dicere stantiam  esse  sub  certo  cantu  et  habitudine  limitatam  carminum  et sillabarum compagem. X Scientes quia rationale animal homo est et quia sensibilis anima et corpus est  animal,  et  ignorantes  de  hac  anima  quid  ea  sit,  vel  de  ipso  corpore, perfectam hominis cognitionem habere non possumus; quia cognitionis perfectio  uniuscuiusque  terminatur  ad  ultima  elementa,  sicut  magister sapientum in principio Physicorum testatur. Igitur ad habendam cantionis cognitionem quam inhiamus, nunc diffinientia suum diffiniens sub compendio ventilemus; et primo de cantu, deinde de habitudine, et postmodum de carminibus et sillabis percontemur. Dicimus ergo quod omnis stantia ad quandam  odam  recipiendam  armonizata  est.  Sed  in  modis  diversificari videntur; quia quedam sunt sub una oda continua usque ad ultimum progressive, hoc est sine iteratione modulationis cuiusquam et sine diesi-diesim dicimus deductionem vergentem de una oda in aliam; hanc voltam vocamus, cum  vulgus  alloquimur;  et  huiusmodi  stantia  usus  est  fere  in  omnibus cantionibus suis Arnaldus Danielis, et nos eum secuti sumus cum diximus: Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra.Quedam vero sunt diesim patientes; et diesis esse non potest, secundum quod eam appellamus, nisi reiteratio unius ode fiat, vel ante diesim, vel post, vel undique. Si ante diesim repetitio fiat, stantiam dicimus habere pedes; et duos habere decet, licet quandoque tres fiant, rarissime tamen. Si repetitio fiat post diesim, tunc dicimus stantiam habere versus. Si ante non fiat repetitio, stantiam dicimus habere frontem;
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
si post non fiat, dicimus ha.bere sirma, sive caudam.  Vide igitur, lector, quanta licentia data sit cantiones poetantibus, et considera cuius rei causa tam largum arbitrium sibi usus asciverit; et si recto calle ratio te direxerit, videbis auctoritatis dignitate sola quod dicimus esse concessum. Satis hinc innotescere potest, quomodo cantionis ars circa cantus divisionem consistat; et ideo ad habitudinem procedamus. XI Videtur nobis hec quam habitudinem dicimus maxima pars eius quod artis est; hec etenim circa cantus divisionem atque contextum carminum et rithimorum relationem consistit; quapropter dililigentissime videtur esse tractanda. Incipientes igitur dicimus quod frons cum versibus, pedes curn cauda  vel  sirmate  nec  non  pedes  cum  versibus,  in  stantia  se  habere diversimode  possunt.  Nam,quandoque  frons  versus  excedit  in  sillabis  et carminibus, vel excedere potest; et dicimus ‘potest’, quoniam habitudinem hanc adhuc non vidimus. Quandoque in carminibus excedere et in sillabis superari potest, ut si frons esset pentametra et quilibet versus esset dimeter, et metra frontis eptasillaba et versus endecasillaba essent. Quandoque versus frontem superant sillabis et carminibus, ut in illa quam dicimus, Tragemi de la mente Amor la stiva. Fuit hec tetrametra frons, tribus endecasillabis et uno eptasillabo contexta; non etenim potuit in pedes dividi, cum equalitas carminum et sillabarum requiratur in pedibus inter se et etiam in versibus inter se. Et quemadmodum dicimus de fronte, dicimus et de versibus. Possent etenim versus frontem superare carminibus, et sillabis superari, puta si versus duo essent et uterque trimeter, et eptasillaba metra, et frons esset pentametra, duobus endecasillabis et tribus eptasillabis contexta. Quandoque vero pedes caudam superant carminibus et sillabis, ut in illa quam diximus, Amor, che movi tua vertù da cielo. Quandoque pedes a sirmate superantur in toto, ut in illa quam diximus, Donna pietosa e di novella etate. Et quemadmodum diximus  frontem  posse  superare  carminibus,  sillabis  superatam,  et  e conversio, sic de sirmate dicimus. Pedes quoque versus in numero superant et superantur ab hiis; possunt enim esse in stantia tres pedes et duo versus, et tres versus et duo pedes; nec hoc numero limitamur, quin liceat plures et pedes et versus simul contexere. Et quemadmodum de victoria carminum et sillabarum diximus inter alia, nunc etiam inter pedes et versus dicimus; nam eodem modo vinci et vincere possunt. Nec pretermictendum est quod nos e contrario regulatis poetis pedes accipimus, quia illi carmen ex pedibus,
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
nos vero ex carminibus pedem constare dicimus, ut satis evidenter apparet. Nec etiam pretermictendum est quin iterum asseramus pedes ab invicem necessario carminum et sillabarum equalitatem et habitudinem accipere, quia  non  aliter  cantus  repetirio  fieri  posset.  Hoc  idem  in  versibus  esse servandum astruimus. XII Est  etiam,  ut  superius  dictum  est,  habitudo  quedam  quam  carmina contexendo  considerare  debemus;  et  ideo  rationem  faciamus  de  illa, repetentes  proinde  que  superius  de  carminibus  diximus.  In  usu  nostro maxime  tria  carmina  frequentandi  prerogativam  habere  videntur endecasillabum scilicet, eptasillabum et pentasillabum; que trisillabum ante alia  sequi  astruximus.  Horum  prorsus,  cum  tragice  poetari  conamur, endecasillabum  propter  quandam  excellentiam  in  contextu  vincendi privilegium promeretur. Nam quedam stantia est que solis endecasillabis gaudet esse contexta, ut illa Guidonis de Florentia, Donna me prega, perch,io volgl[i]o dire. Et etiam nos dicimus, Donne ch’avete intellecto d’amore. Hoc etiam Yspani usi sunt; et dico Yspanos qui poetati sunt in vulgari oc. Name ricus de Belnui, Nuls hom non pot complir adrechamen. Quedam est in qua tantum eptasillabum intexitur unum; et hoc esse non potest nisi ubi frons est vel cauda, quoniam, ut dictum est, in pedibus atque versibus actenditur equalitas carminum et sillabarum. Propter quod etiam nec numerus impar carminum  potest  esse  ubi  frons  vel  cauda  non  est;  sed  ubi  hee  sunt  vel altera sola, pari et impari numero in carminibus licet uti ad libitum. Et sicut quedam stantia est uno solo eptasillabo conformata, sic duobus, tribus, quatuor,  quinque  videtur  posse  contexi,  dummodo  in  tragico  vincat endecasillabum et principiet. Verumtamen quosdam ab eptasillabo tragice principiasse  invenimus,  videlicet  [Guidonem  Guinizelli]  Guidonem  de Ghisileriis et Fabrutium, Bononienses: De fermo sofferire, et Donna, lo fermo core, et Lo meo lontano gire, et quosdam alios. Sed si ad eorum sensum subtiliter intrare velimus, non sine quodam elegie umbraculo hec tragedia processisse  videbitur.  De  pentasillabo  quoque  non  sic  concedimus;  in dictamine magno sufficit enim unicum pentasillabum in tota stantia conseri, vel duo ab plus [in pedibus]; et dico ‘pedibus’ propter necessitatem qua pedibus versibusque cantatur Minime autem trisillabum in tragico videtur esse sumendum per se subsistens; et dico ‘per se subsistens’, quia per quadam rithimorum repercussionem frequenter videtur assumptum, sicut inveniri
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
potest in illa Guidonis Florentini, Donna me prega, et in illa quam diximus, Poscia ch’Amor del tutto m’à lasciato. Nec per se ibi carmen est omnino, sed pars  endecasillabi  tantum,  ad  rithimum  precedentis  carminis  velut  eco respondens.  Hoc  etiam  precipue  actendendum  est  circa  carminum habitudinem, quod si eptasillabum interseratur in primo pede, quem situm accipit  ibi,  eundem  resumat  in  altero:  puta  si  pes  trimeter  primum  et ultimum  carmen  endecasillabum  habet  et  medium,  hoc  est  secundum, eptasillabum  [et  pes  alter  habeat  secundum  eptasillabum]  et  extrema endecasillaba; non aliter ingeminatio cantus fieri posset, ad quam pedes fiunt,  ut  dictum  est;  et  per  consequens  pedes  esse  non  possent.  Et quemadmodum de pedibus, dicimus et de versibus; in nullo enim pedes et versus differre videmus nisi in situ, quia hii ante, hii post diesim stantie nominantur. Et etiam quemadmodum de trimetro pede, et de omnibus aliis servandum esse asserimus; et sicut de uno eptasillabo, sic de pluribus et  de  pentasillabo  et  omni  alio  dicimus.  Satis  hinc,  lector,  elicere  potes [qua] qualit[ate] tibi carminum habituanda sit stantia habitudinem[que] circa carmina consideranda[m] videre. XIII Rithirnorutn quoque relationi vacemus, nichil de rithimo secundum se modo tractantes; proprium enim eorum tractatum in posterum prorogamus, cum de mediocri poemate intendemus. In principio igitur huius capituli quedam resecanda videntur. Unum est stantia sine rithimo, in qua nulla rithimorum habitudo actenditur; et huiusmodi stantiis usus est Arnaldus Danielis frequentissime, velut ibi, Sem fos Amor de joi donar; et nos dicimus, Al  poco  iorno.  Aliud  est  stantia  cuius  omnia  carmina  eundem  rithimum reddunt, in qua superfluum esse constat habitudinem querere. Sic proinde restat circa rithimos mixtos tantum debere insisti. Et primo sciendum est quod in hoc amplissimam sibi licentiam fere omnes assumunt, et ex hoc maxime totius armonie dulcedo intenditur. Sunt etenim quidam qui non omnes quandoque desinentias carminum rithimantur in eadem stantia, sed easdem repetunt, sive rithimantur in aliis, sicut fuit Gottus Mantuanus, qui suas multas et bonas cantiones nobis oretenus intimavit. Hic semper in stantia unum carmen incomitatum texebat, quod clavem vocabat; et sicut de uno licet, licet etiam de duobus, et forte de pluribus. Quidam alii sunt, et  fere  omnes  cantionum  inventores,  qui  nullum  in  stantia  carmen incomitatum relinquunt quin sibi rithimi concrepantiam reddant, vel unius vel plurium. Et quidam diversos faciunt esse rithimos eorum que post diesim Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
34 � Dante Alighieri   De vulgari eloquentia   Libro secondo carmina sunt a rithimis eorum que sunt ante; quidam vero non sic, sed desinentias  anterioris  stantie  inter  postera  carmina  referentes  intexunt. Sepissime amen hoc fit in desinentia primi posteriorum, quam plerique rithimantur  ei  que  est  priorum  posterioris;  quod  non  aliud  esse  videtur quam quedam ipsius stantie concatenatio pulcra. De rithimorum quoque habitudine, prout sunt in fronte vel in cauda, videtur omnis optata licentia concedenda; pulcerrime tamen se habent ultimorum carminum desinentie, si  cum  rithimo  in  silentium  cadant.  In  pedibus  vero  cavendum  est;  et habitudinem quandam servatam esse invenimus. Et, discretionem facientes, dicimus quod pes vel pari vel impari metro completur; et utrobique comitata et incomitata desinentia esse potest: nam in pari metro nemo dubitat; in alio vero, si quis dubius est, recordetur ea que diximus in preinmediato capitulo de trisillabo, quando pars existens endecasillabi velut eco respondet. Et  si  in  altero  pedum  exsortem  rithimi  desinentiam  esse  contingat, omnimode in altero sibi instauratio fiat. Si vero quelibet desinentia in altero pede rithimi consortium habeat, in altero prout libet referre vel innovare desinentias licet, vel totaliter vel in parte, [dum] dumtaxat precedentium ordo servetur in totum; puta si extreme desinentie trimetri, hoc est prima et ultima, concrepabunt in primo pede, sic secundi extremas desinentias convenit concrepare, et qualem se in primo media videt, comitatam quidem vel  incomitatam,  talis  in  secundo  resurgat;  et  sic  de  aliis  pedibus  est servandum. In versibus quoque fere semper hac lege prefruimur; et ‘fere’ dicimus  quia  propter  concatenationem  prenotatam  et  combinationem desinentiarum  ultimarum  quandoque  ordinem  iam  dictum  perverti contingit. Preterea nobis bene convenire videtur ut que cavenda sunt circa rithimos, huic appendamus capitulo, cum in isto libro nichil ulterius de rithimorum  doctrina  tangere  intendamus.  Tria  ergo  sunt  que  circa rithimorum  positionem  potiri  dedecet  aulice  poetantem:  nimia  scilicet eiusdem  rithimi  repercussio,  nisi  forte  novum  aliquid  atque  intentatum artis hoc sibi preroget; ut nascentis militie dies, qui cum nulla prerogativa suam indignatur preterire dietam; hoc etenim nos facere nisi sumus ibi, Amor,  tu  vedi  ben  che  questa  donna;  secundum  vero  est  ipsa  inutilis equivocatio, que semper sententie quicquam derogare videtur; at tertium est  rithimorum  asperitas,  nisi  forte  sit  lenitati  permixta;  nam  lenium asperorumque rithimorum mixtura ipsa tragedia nitescit. Et hec de arte, prout habitudinem respicit, tanta sufficiant.
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Inferno 65 onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto de l’universo in su che Dite siede, qualunque trade in etterno è consunto”. E io: “Maestro, assai chiara procede la tua ragione, e assai ben distingue questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
Divina Commedia di Dante Alighieri
ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto sì sottosopra? e come, in sì poc’ora, 105 da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”. Ed elli a me: “Tu imagini ancora d’esser di là dal centro, ov’io mi presi al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. Di là fosti cotanto quant’io scesi; 110 quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi. E se’ or sotto l’emisperio giunto ch’è contraposto a quel che la gran secca coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto 115 fu l’uom che nacque e visse sanza pecca: tu haï i piedi in su picciola spera che l’altra faccia fa de la Giudecca.
Divina Commedia di Dante Alighieri
E io a lui: “Tuo vero dir m’incora bona umiltà, e gran tumor m’appiani; 120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?”. “Quelli è”, rispuose, “Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntüoso a recar Siena tutta a le sue mani. Ito è così e va, sanza riposo, 125 poi che morì; cotal moneta rende a sodisfar chi è di là troppo oso”. E io: “Se quello spirito ch’attende, pria che si penta, l’orlo de la vita, qua giù dimora e qua sù non ascende,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Purgatorio 65 sì che per sua dottrina fé disgiunto da l’anima il possibile intelletto, perché da lui non vide organo assunto. Apri a la verità che viene il petto; e sappi che, sì tosto come al feto l’articular del cerebro è perfetto,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Purgatorio Canto XXIX Cantando come donna innamorata, continüò col fin di sue parole: ’Beati quorum tecta sunt peccata!’. 5 E come ninfe che si givan sole per le salvatiche ombre, disïando qual di veder, qual di fuggir lo sole, allor si mosse contra ’l fiume, andando su per la riva; e io pari di lei, picciol passo con picciol seguitando. 10 Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, quando le ripe igualmente dier volta, per modo ch’a levante mi rendei. Né ancor fu così nostra via molta, quando la donna tutta a me si torse, dicendo: “Frate mio, guarda e ascolta”. Ed ecco un lustro sùbito trascorse da tutte parti per la gran foresta, tal che di balenar mi mise in forse. 20 Ma perché ’l balenar, come vien, resta, e quel, durando, più e più splendeva, nel mio pensier dicea: ’Che cosa è questa?’. E una melodia dolce correva per l’aere luminoso; onde buon zelo mi fé riprender l’ardimento d’Eva, 25 che là dove ubidia la terra e ’l cielo, femmina, sola e pur testé formata, non sofferse di star sotto alcun velo; sotto ’l qual se divota fosse stata, avrei quelle ineffabili delizie sentite prima e più lunga fïata.
Divina Commedia di Dante Alighieri
u’ la natura, che dal suo fattore s’era allungata, unì a sé in persona con l’atto sol del suo etterno amore. 35 Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona; ma per sé stessa pur fu ella sbandita di paradiso, però che si torse da via di verità e da sua vita. 40 La pena dunque che la croce porse s’a la natura assunta si misura, nulla già mai sì giustamente morse; e così nulla fu di tanta ingiura, guardando a la persona che sofferse, in che era contratta tal natura. Però d’un atto uscir cose diverse: ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. 50 Non ti dee oramai parer più forte, quando si dice che giusta vendetta poscia vengiata fu da giusta corte. Ma io veggi’ or la tua mente ristretta di pensiero in pensier dentro ad un nodo, del qual con gran disio solver s’aspetta. 55 Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; ma perché Dio volesse, m’è occulto, a nostra redenzion pur questo modo”. Questo decreto, frate, sta sepulto a li occhi di ciascuno il cui ingegno ne la fiamma d’amor non è adulto. Veramente, però ch’a questo segno molto si mira e poco si discerne, dirò perché tal modo fu più degno.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Non però qui si pente, ma si ride, non de la colpa, ch’a mente non torna, 105 ma del valor ch’ordinò e provide. Qui si rimira ne l’arte ch’addorna cotanto affetto, e discernesi ’l bene per che ’l mondo di sù quel di giù torna. Ma perché tutte le tue voglie piene 110 ten porti che son nate in questa spera, proceder ancor oltre mi convene. Tu vuo’ saper chi è in questa lumera che qui appresso me così scintilla come raggio di sole in acqua mera. 115 Or sappi che là entro si tranquilla Raab; e a nostr’ordine congiunta, di lei nel sommo grado si sigilla. Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’alma 120 del trïunfo di Cristo fu assunta. Ben si convenne lei lasciar per palma in alcun cielo de l’alta vittoria che s’acquistò con l’una e l’altra palma, perch’ella favorò la prima gloria 125 di Iosüè in su la Terra Santa, che poco tocca al papa la memoria. La tua città, che di colui è pianta che pria volse le spalle al suo fattore e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
Divina Commedia di Dante Alighieri
in picciol tempo gran dottor si feo; tal che si mise a circüir la vigna che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo. E a la sedia che fu già benigna più a’ poveri giusti, non per lei, ma per colui che siede, che traligna, non dispensare o due o tre per sei, non la fortuna di prima vacante, non decimas, quae sunt pauperum Dei, 90 95 addimandò, ma contro al mondo errante licenza di combatter per lo seme del qual ti fascian ventiquattro piante.
Divina Commedia di Dante Alighieri
in totum nos filii devotissimi vobis et pacis amatores et iusti, exuti iam gladiis, arbitrio vestro spontanea et sincera voluntate subimus, ceu relatu prefati  vestri  nuntii  fratris  L.  narrabitur,  et  per  publica  instrumenta solempniter celebrata liquebit. [4].  Idcirco  pietati  clementissime  vestre  filiali  voce  affectuosissime supplicamus quatenus illam diu exagitatam Florentiam sopore tranquillitatis et  pacis  irrigare  velitis,  eiusque  semper  populum  defensantes  nos  et  qui nostri  sunt  iuris,  ut  pius  pater,  commendatos  habere;  qui  velut  a  patrie caritate  nunquam  destitimus,  sic  de  preceptorum  vestrorum  limitibus nunquam  exorbitare  intendimus,  sed  semper  tam  debite  quam  devote quibuscunque vestris obedire mandatis. II [Hanc epistolam scripsit Dantes Alagherii Oberto et Guidoni comitibus de  Romena  post  mortem  Alexandri  comitis  de  Romena  patrui  eorum condolens illis de obitu suo]. [1]. Patruus vester Alexander, comes illustris, qui diebus proximis celestem unde venerat secundum spiritum remeavit ad patriam, dominus meus erat et memoria eius usque quo sub tempore vivam dominabitur michi, quando  magnificentia  sua,  que  super  astra  nunc  affluenter  dignis  premiis muneratur, me sibi ab annosis temporibus sponte sua fecit esse subiectum. Hec equidem, cunctis aliis virtutibus comitata in illo, suum nomen pre titulis Ytalorum ereum illustrabat. Et quid aliud heroica sua signa dicebant, nisi “scuticam vitiorum fugatricem ostendimus”? Argenteas etenim scuticas in purpureo deferebat extrinsecus, et intrinsecus mentem in amore virtutum vitia repellentem. Doleat ergo, doleat progenies maxima Tuscanorum, que tanto viro fulgebat, et doleant omnes amici eius et subditi, quorum spem mors crudeliter verberavit; inter quos ultimos me miserum dolere oportet, qui a patria pulsus et exul inmeritus infortunia mea rependens continuo cara spe memet consolabar in illo. [2]. Sed quanquam, sensualibus amissis, doloris amaritudo incumbat, si considerentur  intellectualia  que  supersunt,  sane  mentis  oculis  lux  dulcis consolationis  exoritur.  Nam  qui  virtutem  honorabat  in  terris,  nunc  a Virtutibus honoratur in celis; et qui Romane aule palatinus erat in Tuscia, nunc regie sempiterne aulicus preelectus in superna Ierusalem cum beatorum principibus  gloriatur.  Quapropter,  carissimi  domini  mei,  supplici exhortatione  vos  deprecor  quatenus  modice  dolere  velitis  et  sensualia
Epistole di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri   Epistole postergare,  nisi  prout  vobis  exemplaria  esse  possunt;  et  quemadmodum ipse iustissimus bonorum sibi vos instituit in heredes, sic ipsi vos, tanquam proximiores ad illum, mores eius egregios induatis. [3].  Ego  autem,  preter  hec,  me  vestrum  vestre  discretioni  excuso  de absentia lacrimosis exequiis; quia nec negligentia neve ingratitudo me tenuit, sed  inopina  paupertas  quam  fecit  exilium.  Hec  etenim,  velut  effera persecutrix, equis armisque vacantem iam sue captivitatis me detrusit in antrum et nitentem cunctis exsurgere viribus, hucusque prevalens, impia retinere molitur. III [IV] Exulanti Pistoriensi Florentinus exul inmeritus per tempora diuturna salutem et perpetue caritatis ardorem. [1]. Eructuavit incendium tue dilectionis verbum confidentie vehementis ad me, in quo consuluisti, carissime, utrum de passione in passionem possit anima  transformari:  de  passione  in  passionem  dico  secundum  eandem potentiam et obiecta diversa numero sed non specie, quod quamvis ex ore tuo iustius prodire debuerat, nichilominus me illius auctorem facere voluisti, ut  in  declaratione  rei  nimium  dubitate  titulum  mei  nominis  ampliares. Hoc etenim, cum cognitum, quam acceptum quamque gratum extiterit, absque importuna diminutione verba non caperent: ideo, causa conticentie huius inspecta, ipse quod non exprimitur metiaris. [2]. Redditur, ecce, sermo Calliopeus inferius, quo sententialiter canitur, quanquam transumptive more poetico signetur intentum, amorem huius posse  torpescere  atque  denique  interire,  nec  non  huius,  quod  corruptio unius generatio sit alterius, in anima reformari. [3]. Et fides huius, quanquam sit ab experientia persuasum, ratione potest et auctoritate muniri. Omnis namque potentia que post corruptionem unius actus non deperit, naturaliter reservatur in alium: ergo potentie sensitive, manente organo, per corruptionem unius actus non depereunt, et naturaliter reservantur in alium; cum igitur potentia concupiscibilis, que sedes amoris est, sit potentia sensitiva, manifestum est quod post corruptionem unius passionis  qua  in  actum  reducitur,  in  alium  reservatur.  Maior  et  minor propositio  sillogismi,  quarum  facilis  patet  introitus,  tue  diligentie relinquantur probande. [4]. Auctoritatem vero Nasonis, quarto De Rerum Transformatione, que directe atque ad litteram propositum respicit, superest ut intueare; scilicet
Epistole di Dante Alighieri
Nec seducat alludens cupiditas, more Sirenum nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans. Preoccupetis faciem eius in confessione subiectionis, et in psalterio penitentie iubiletis, considerantes quia “potestati resistens Dei  ordinationi  resistit”;  et  qui  divine  ordinationi  repugnat,  voluntati omnipotentie coequali recalcitrat; et “durum est contra stimulum calcitrare”. [5]. Vos autem qui lugetis oppressi “animum sublevate, quoniam prope est  vestra salus”.  Assumite  rastrum  bone  humilitatis,  atque  glebis  exuste animositatis occatis, agellum sternite mentis vestre, ne forte celestis imber, sementem vestram ante iactum preveniens, in vacuum de altissimo cadat. Non  resiliat  gratia  Dei  ex  vobis  tanquam  ros  quotidianus  ex  lapide;  sed velut fecunda vallis concipite ac viride germinetis, viride dico fructiferum vere  pacis;  qua  quidem  viriditate  vestra  terra  vernante,  novus  agricola Romanorum  consilii  sui  boves  ad  aratrum  affectuosius  et  confidentius coniugabit. Parcite, parcite iam ex nunc, o carissimi, qui mecum iniuriam passi  estis,  ut  Hectoreus  pastor  vos  oves  de  ovili  suo  cognoscat;  cui  etsi animadversio  temporalis  divinitus  est  indulta,  tamen,  ut  eius  bonitatem redoleat  a  quo  velut  a  puncto  biffurcatur  Petri  Cesarisque  potestas, voluptuose familiam suam corrigit, sed ei voluptuosius miseretur. [6]. Itaque, si culpa vetus non obest, que plerunque supinatur ut coluber et vertitur in se ipsam, hinc utrique potestis advertere, pacem unicuique preparari, et insperate letitie iam primitias degustare. Evigilate igitur omnes et assurgite regi vestro, incole Latiales, non solum sibi ad imperium, sed, ut liberi, ad regimen reservati. [7].  Nec  tantum  ut  assurgatis  exhortor  sed  ut  illius  obstupescatis aspectum.  Qui  bibitis  fluenta  eius  eiusque  maria  naviga  tis;  qui  calcatis arenas  littorum  et  Alpium  summitates,  que  sue  sunt;  qui  publicis quibuscunque gaudetis, et res privatas vinculo sue legis, non aliter, possidetis; nolite, velut ignari, decipere vosmetipsos, tanquam sompniantes, in cordibus et dicentes: “Dominum non habemus”. Hortus enim eius et lacus est quod celum circuit; nam “Dei est mare, et ipse fecit illud, et aridam fundaverunt manus  eius”.  Unde  Deum  romanum  Principem  predestinasse  relucet  in miris effectibus; et verbo Verbi confirmasse posterius profitetur Ecclesia. [8]. Nempe si “a creatura mundi invisibilia Dei, per ea que facta sunt, intellecta conspiciuntur”, et si ex notioribus nobis innotiora; si simpliciter interest humane apprehensioni ut per motum celi Motorem intelligamus et eius velle; facile predestinatio hec etiam leviter intuentibus innotescet
Epistole di Dante Alighieri
Nam si a prima scintillula huius ignis re volvamus preterita, ex quo scilicet Argis hospitalitas est a Frigibus denegata, et usque ad Octaviani triumphos mundi  gesta  revisere  vacet;  nonnulla  eorum  videbimus  humane  virtutis omnino culmina transcendisse, et Deum per homines, tanquam per celos novos,  aliquid  operatum  fuisse.  Non  etenim  semper  nos  agimus,  quin interdum utensilia Dei sumus; ac voluntates humane, quibus inest ex natura libertas, etiam inferioris affectus inmunes quandoque aguntur, et obnoxie voluntati eterne sepe illi ancillantur ignare. [9]. Et si hec, que uti principia sunt, ad probandum quod queritur non sufficiunt,  quis  non  ab  illata  conclusione  per  talia  precedentia  mecum oppinari  cogetur,  pace  videlicet  annorum  duodecim  orbem  totaliter amplexata,  que,  sui  sillogizantis  faciem  Dei  filium,  sicut  opere  patrato, ostendit? Et hic, cum ad revelationem Spiritus, homo factus, evangelizaret in  terris,  quasi  dirimens  duo  regna,  sibi  et  Cesari  universa  distribuens, alterutri iussit reddi que sua sunt. [10]. Quod si pertinax animus poscit ulterius, nondum annuens veritati, verba Christi examinet etiam iam ligati; cui cum potestatem suam Pilatus obiceret, Lux nostra de sursum esse asseruit quod ille iactabat qui Cesaris ibi auctoritate vicaria ge rebat officium. “Non igitur ambuletis sicut et gentes ambulant in vanitate sensus” tenebris obscurati; sed aperite oculos mentis vestre, ac videte quoniam regem nobis celi ac terre Dominus ordinavit. Hic est  quem  Petrus,  Dei  vicarius,  honorificare  nos  monet:  quem  Clemens, nunc Petri successor, luce Apostolice benedictionis illuminat; ut ubi radius spiritualis non sufficit, ibi splendor minoris luminaris illustret. VI Dantes Alagherii Florentinus et exul inmeritus scelestissimis Florentinis intrinsecis. [1]. Eterni pia providentia Regis, qui dum celestia sua bonitate perpetuat, infera nostra despiciendo non deserit, sacrosancto Romanorum Imperio res humanas disposuit gubernandas, ut sub tanti serenitate presidii genus mortale quiesceret, et ubique, natura poscente, civiliter degeretur. Hoc etsi divinis comprobatur elogiis, hoc etsi solius podio rationis innixa contestatur antiquitas, non leviter tamen veritati applaudit quod, solio augustali vacante,  totus  orbis  exorbitst,  quod  nauclerus  et  remiges  in  navicula  Petri dormitant et quod Ytalia misera, sola, privatis arbitriis derelicta omnique publico moderamine destituta, quanta ventorum fluentorumve concussio-
Epistole di Dante Alighieri
quid,  cum  adfore  stupescetis,  miserrimi  hominum,  delirantis  Hesperie domitorem? Non equidem spes, quam frustra sine more fovetis, reluctantia ista iuvabitur, sed hac obice iusti regis adventus inflammabitur amplius, ac, indignata, misericordia semper concomitans eius exercitum avolabit; et quo false  libertatis  trabeam  tueri  existimatis,  eo  vere  servitutis  in  ergastula concidetis. Miro namque Dei iudicio quandoque agi credendum est, ut unde  digna  supplicia  impius  declinare  arbitratur,  inde  in  ea  gravius precipitetur; et qui divine voluntati reluctatus est et sciens et volens, eidem militet nesciens atque nolens. [4]. Videbitis edificia vestra non necessitati prudenter instructa sed delitiis inconsulte mutata,  que  Pergama  rediviva  non  cingunt,  tam  ariete  ruere, tristes, quam igne cremari. Videbitis plebem circunquaque furentem nunc in contraria, pro et contra, deinde in idem adversus vos horrenda clamantem, quoniam  simul  et  ieiuna  et  timida  nescit  esse.  Templa  quoque  spoliata, cotidie matronarum frequentata concursu, parvulosque admirantes et inscios peccata patrum luere destinatos videre pigebit. Et si presaga mens mea non fallitur,  sic  signis  veridicis  sicut  inexpugnabilibus  argumentis  instructa prenuntians, urbem diutino merore confectam in manus alienorum tradi finaliter, plurima vestri parte seu nece seu captivitate deperdita, perpessuri exilium  pauci  cum  fletu  cernetis.  Utque  breviter  colligam,  quas  tulit calamitates illa civitas gloriosa in fide pro libertate Saguntum, ignominiose vos eas in perfidia pro servitute subire necesse est. [5].  Nec  ab  inopina  Parmensium  fortuna  sumatis  audaciam,  qui malesuada fame urgente murmurantes invicem “prius moriamur et in media arma ruamus”, in castra Cesaris, absente Cesare, proruperunt nam et hii, quanquam de Victoria victoriam sint adepti, nichilominus ibi sunt de dolore dolorem memorabiliter consecuti. Sed recensete fulmina Federici prioris, et Mediolanum consulite pariter et Spoletum; quoniam ipsorum perversione  simul  et  eversione  discussa  viscera  vestra  nimium  dilatata frigescent,  et  corda  vestra  nimium  ferventia  contrahentur. A,  Tuscorum vanissimi, tam natura quam vitio insensati! Quam in noctis tenebris malesane mentis pedes oberrent ****ante oculos pennatorum, nec perpenditis nec figuratis ignari. Vident namque vos pennati et inmaculati in via, quasi stantes in limine carceris, et miserantem quempiam, ne forte vos liberet captivatos et  in  compedibus  astrictos  et  manicis,  propulsantes.  Nec  advertitis dominantem cupidinem, quia ceci estis, venenoso susurrio blandientem,
Epistole di Dante Alighieri
minis frustatoriis cohibentem, nec non captivantem vos in lege peccati, ac sacratissimis  legibus  que  iustitie  naturalis  imitantur  ymaginem,  parere vetantem; observantia quarum, si leta, si libera, non tantum non servitus esse  probatur,  quin  ymo  perspicaciter  intuenti  liquet  ut  est  ipsa  summa libertas. Nam quid aliud hec nisi liber cursus voluntatis in actum quem suis leges mansuetis expediunt? Itaque solis existentibus liberis qui voluntarie legi  obediunt,  quos  vos  esse  censebitis  qui,  dum  pretenditis  libertatis affectum, contra leges universas in legum principem conspiratis? [6]. O miserrima Fesulanorum propago, et iterum iam punita barbaries! An  parum  timoris  prelibata  incutiunt?  Omnino  vos  tremere  arbitror vigilantes, quanquam spem simuletis in facie verboque mendaci, at que in somniis expergisci plerunque, sive pavescentes infusa presagia, sive diurna consilia  recolentes.  Verum  si  merito  trepidantes  insanisse  penitet  non dolentes, ut in amaritudinem penitentie metus dolorisque rivuli confluant, vestris animis infigenda supersunt, quod Romane rei baiulus hic divus et triumphator Henricus, non sua privata sed publica mundi commoda sitiens, ardua queque pro nobis aggressus est sua sponte penas nostras participans, tanquam ad ipsum, post Christum, digitum prophetie propheta direxerit Ysaias, cum, spiritu Dei revelante, predixit: “Vere languores nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit”. Igitur tempus amarissime penitendi vos temere presumptorum, si dissimulare non vultis, adesse conspicitis. Et sera penitentia hoc a modo venie genitiva non erit, quin potius tempestive animadversionis exordium. Est enim: quoniam peccator percutitur, ut ‘sine retractatione moriatur’. Scriptum  pridie  Kalendas  Apriles  in  finibus  Tuscie  sub  fontem  Sarni, faustissimi cursus Henrici Cesaris ad Ytaliam anno primo. VII Sanctissimo  gloriosissimo  atque  felicissimo  triumphatori  et  domino singulari domino Henrico divina providentia Romanorum Regi et semper Augusto devotissimi sui Dantes Alagherii Florentinus et exul inmeritus ac universaliter omnes Tusci qui pacem desiderant, terre osculum ante pedes. [1]. Inmensa Dei dilectione testante, relicta nobis est pacis hereditas, ut in sua mira dulcedine militie nostre dura mitescerent, et in usu eius patrie triumphantis  gaudia  mereremur.  At  livor  antiqui  et  implacabilis  hostis, humane prosperitati semper et latenter insidians, nonnullos exheredando volentes, ob tutoris absentiam nos alios impius denudavit invitos. Hinc diu
Epistole di Dante Alighieri
super flumina confusionis deflevimus, et patrocinia iusti regis incessanter implorabamus, qui satellitium sevi tyranni disperderet et nos in nostra iustitia reformaret.  Cumque  tu,  Cesaris  et  Augusti  successor,  Apennini  iuga transiliens  veneranda  signa  Tarpeia  retulisti,  protinus  longa  substiterunt suspiria lacrimarumque diluvia desierunt, et, ceu Titan preoptatus exoriens, nova spes Latio seculi melioris effulsit. Tunc plerique vota sua prevenientes in  iubilo  tam  Saturnia  regna  quam  Virginem  redeuntem  cum  Marone cantabant. [2]. Verum quia sol noster, sive desiderii fervor hoc submoneat sive facies veritatis, aut morari iam creditur aut retrocedere supputatur, quasi Iosue denuo vel Amos filius imperaret, incertitudine dubitare compellimur et in vocem  Precursoris  irrumpere  sic:  “Tu  es  qui  venturus  es,  an  alium expectamus?”. Et quamvis longa sitis in dubium que sunt certa propter esse propinqua, ut adsolet, furibunda deflectat, nichilominus in te credimus et speramus, asseverantes te Dei ministrum et Ecclesie filium et Romane glorie promotorem. Nam et ego qui scribo tam pro me quam pro aliis, velut decet imperatoriam maiestatem benignissimum vidi et clementissimum te audivi,  cum  pedes  tuos  manus  mee  tractarunt  et  labia  mea  debitum persolverunt. Tunc exultavit in te spiritus meus, cum tacitus dixi mecum: “Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi”. [3]. Sed quid tam sera moretur segnities admiramur, quando iamdudum in valle victor Eridani non secus Tusciam derelinquis, pretermittis et negligis, quam si iura tutanda Imperii circumscribi Ligurum finibus arbitreris; non prorsus, ut suspicamur, advertens, quoniam Romanorum gloriosa potestas nec metis  Ytalie  nec  tricornis  Europe  margine  coarctatur.  Nam  etsi  vim passa in angustum gubernacula sua contraxerit, undique tamen de inviolabili  iure  fluctus  Amphitritis  attingens  vix  ab  inutili  unda  Oceani  se circumcingi dignatur. Scriptum etenim nobis est: Nascetur pulcra Troyanus origine Cesar imperium Occeano, famam qui terminet astris.   Et  cum  universaliter  orbem  describi  edixisset  Augustus,  ut  bos  noster evangelizans  accensus  Ignis  eterni  flamma  remugit,  si  non  de  iustissimi principatus aula prodiisset edictum, unigenitus Dei Filius homo factus ad profitendum  secundum  naturam  assumptam  edicto  se  subditum, nequaquam tunc nasci de Virgine voluisset; non enim suasisset iniustum, quem “omnem iustitiam implere” decebat.
Epistole di Dante Alighieri
nec non eandem Matrem et Virginem profitentes, propter quos et propter quorum salutem ter de caritate interrogatum et dictum est: Petre, pasce sacrosanctum ovile; Romam  cui, post tot triumphorum pompas, et verbo et opere Christus orbis confirmavit imperium, quam etiam ille Petrus, et Paulus gentium predicator, in apostolicam sedem aspergine proprii sanguinis consecravit,  cum Ieremia, non lugenda prevenientes, sed post ipsa dolentes, viduam et desertam lugere compellimur. [3]. Piget, heu!, non minus quam plagam lamentabilem cernere heresium, quod impietatis fautores, Iudei, Saraceni et gentes, sabbata nostra rident, et, ut fertur, conclamant: “Ubi est Deus eorum?”; et quod forsan suis insidiis apostate  Potestates  contra  defensantes  Angelos  hoc  adscribunt;  et,  quod horribilius est, quod astronomi quidam et crude prophetantes necessarium asserunt quod, male usi libertate arbitrii, eligere maluistis. [4].  Vos  equidem,  Ecclesie  militantis  veluti  primi  prepositi  pili,  per manifestam orbitam Crucifixi currum Sponse regere negligentes, non aliter quam falsus auriga Pheton exorbitastis; et quorum sequentem gregem per saltus  peregrinationis  huius  illustrare  intererat,  ipsum  una  vobiscum  ad precipitium traduxistis. Nec adimitanda recenseo — cum dorsa, non vultus, ad Sponse vehiculum habeatis, et vere dici possetis, qui Prophete ostensi sunt, male versi ad templum — vobis ignem de celo missum despicientibus, ubi nunc are ab alieno calescunt; vobis columbas in templo vendentibus ubi  que  pretio  mensurari  non  possunt,  in  detrimentum  hinc  inde commorantium venalia facta sunt. Sed attendatis ad funiculum, attendatis ad  ignem  neque  patientiam  contemnatis  Illius  qui  ad  penitentiam  vos expectat. Quod si de prelibato precipitio dubitatur quid aliud declarando respondeam, nisi quod in Alcimum cum Demetrio consensistis? [5]. Forsitan ‘et quis iste, qui Oze repentinum supplicium non formidans, ad arcam, quamvis labantem, se erigit?’ indignanter obiurgabitis. Quippe de  ovibus  pascue  Iesu  Christi  minima  una  sum;  quippe  nulla  pastorali auctoritate abutens, quoniam divitie mecum non sunt. Non ergo divitiarum, sed gratia Dei sum id quod sum, et “zelus domus eius comedit me”. Nam etiam in “ore lactentium et infantium” sonuit iam Deo placita veritas, et cecus natus veritatem confessus est, quam Pharisei non modo tacebant, sed et maligne reflectere conabantur. Hiis habeo persuasum quod audeo. Habeo preter  hec  preceptorem  Phylosophum  qui,  cuncta  moralia  dogmatizans, amicis omnibus veritatem docuit preferendam. Nec Oze presumptio quam
Epistole di Dante Alighieri
obiectandam quis crederet, quasi temere prorumpentem me inficit sui tabe reatus; quia ille ad arcam, ego ad boves calcitrantes et per abvia distrahentes attendo.  Ille  ad  arcam  proficiat  qui  salutiferos  oculos  ad  naviculam fluctuantem aperuit. [6]. Non itaque videor quemquam exacerbasse ad iurgia; quin potius confusionis ruborem et in vobis et aliis, nomine solo archimandritis, per orbem dumtaxat pudor eradicatus non sit totaliter, accendisse; cum de tot pastoris officium usurpantibus, de tot ovibus, et si non abactis, neglectis tamen et incustoditis in pascuis, una sola vox, sola pia, et hec privata, in matris Ecclesie quasi funere audiatur. [7].  Quidni?  Cupiditatem  unusquisque  sibi  duxit  in  uxorem, quemadmodum et vos, que nunquam pietatis et equitatis, ut caritas, sed semper impietatis et iniquitatis est genitrix. A, mater piissima, sponsa Christi, que  in  aqua  et  Spiritu  generas  tibi  filios  ad  ruborem!  Non  caritas,  non Astrea, sed filie sanguisuge facte sunt tibi nurus; que quales pariant tibi fetus, preter Lunensem pontificem omnes alii contestantur. Iacet Gregorius tuus in telis aranearum; iacet Ambrosius in neglectis clericorum latibulis; iacet Augustinus abiectus, Dionysius, Damascenus et Beda; et nescio quod ‘Speculum’, Innocentium, et Ostiensem declamant. Cur non? Illi Deum querebant, ut finem et optimum; isti census et beneficia consecuntur. [8]. Sed, o patres, ne me phenicem extimetis in orbe terrarum; omnes enim que garrio murmurant aut mussant aut cogitant aut sommant et que inventa non attestantur. Nonnulli sunt in admiratione suspensi: an semper et hoc silebunt, neque Factori suo testimonium reddent? Vivit Dominus, quia qui movit linguam in asina Balaam, Dominus est etiam modernorum brutorum. [9]. Iam garrulus factus sum: vos me coegistis. Pudeat ergo tam ab infra, non de celo ut absolvat, argui vel moneri. Recte quidem nobiscum agitur, cum ex ea parte pulsatur ad nos ad quam cum ceteris sensibus inflet auditum, ac  pariat  pudor  in  nobis  penitudinem,  primogenitam  suam,  et  hec propositum emendationis aggeneret. [10]. Quod ut gloriosa longanimitas foveat et defendat, Romam urbem, nunc utroque lumine destitutam, nunc Annibali nedum alii miserandam, solam sedentem et viduam prout superius proclamatur, qualis est, pro modulo vestre ymaginis ante mentales oculos affigatis oportet. Et ad vos hec sunt maxime qui sacrum Tiberim parvuli cognovistis. Nam etsi Latiale caput pie cunctis est Ytalis diligendum tanquam comune sue civilitatis principium, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
vestrum iuste censetur accuratissime colere ipsum, cum sit vobis principium ipsius quoque esse. Et si ceteros Ytalos in presens miseria dolore confecit et rubore confudit, erubescendum esse vobis dolendumque quis dubitet, qui tam insolite sui vel Solis eclipsis causa fuistis?  Tu pre omnibus, Urse, ne degradati college perpetuo remanerent inglorii; et illi, ut militantis Ecclesie veneranda insignia que forsan non emeriti sed inmeriti coacti posuerant, apostolici culminis auctoritate resumerent. Tu quoque, transtiberine sectator factionis alterius ut ira defuncti Antistitis in te velut ramus insitionis in trunco non suo frondesceret, quasi triumphatam Carthaginem nondum exueras, illustrium Scipionum patrie potuisti hunc animum sine ulla tui iudicii contradictione preferre. [11]. Emendabitur quidem  quanquam non sit quin nota cicatrix infamis Apostolicam Sedem usque ad ignem, cui celi qui nunc sunt et terra sunt reservati, deturpet, si unanimes omnes qui huiusmodi exorbitationis fuistis auctores,  pro  Sponsa  Christi,  pro  sede  Sponse  que  Roma  est,  pro  Ytalia nostra, et ut plenius dicam, pto tota civitate peregrinante in terris, viriliter propugnetis, ut de palestra iam cepti certaminis undique ab Occeani margine circumspecta, vosmetipsos cum gloria offerentes, audire possitis: “Gloria in excelsis”; et ut Vasconum obprobrium qui tam dira cupidine conflagrantes Latinorum gloriam sibi usurpare contendunt, per secula cuncta futura sit posteris in exemplum. XII [Amico Florentino]. [1]. In litteris vestris et reverentia debita et affectione receptis, quam repatriatio  mea  cure  sit  vobis  et  animo,  grata  mente  ac  diligenti animadversione concepi; et inde tanto me districtius obligastis, quanto rarius exules invenire amicos contingit. Ad illarum vero significata responsio, etsi non erit qualem forsan pusillanimitas appeteret aliquorum, ut sub examine vestri consilii ante iudicium ventiletur, affectuose deposco. [2]. Ecce igitur quod per litteras vestras meique nepotis nec non aliorum quamplurium amicorum, significatum est michi per ordinamentum nuper factum Florentie super absolutione bannitorum quod si solvere vellem certam pecunie quantitatem vellemque pati notam oblationis, et absolvi possem et redire ad presens. In qua quidem duo ridenda et male preconsiliata sunt, pater; dico male preconsiliata per illos qui talia expresserunt, nam vestre littere discretius et consultius clausulate nichil de talibus continebant.
Epistole di Dante Alighieri
[3].  Estne  ista  revocatio  gratiosa  qua  Dantes  Alagherii  revocatur  ad patriam, per trilustrium fere perpessus exilium? Hocne meruit innocentia manifesta quibuslibet? hoc sudor et labor continuatus in studio? Absit a viro phylosophie domestico temeraria tantum cordis humilitas, ut more cuiusdam Cioli et aliorum infamium quasi vinctus ipse se patiatur offerri! Absit a viro predicante iustitiam ut perpessus iniurias, iniuriam inferentibus, velut benemerentibus, pecuniam suam solvat! [4]. Non est hec via redeundi ad patriam, pater mi; sed si alia per vos ante aut deinde per alios invenitur que fame Dantisque honori non deroget, illam non lentis passibus acceptabo; quod si per nullam talem Florentia introitur, nunquam Florentiam introibo. Quidni? nonne solis astrorumque specula ubique conspiciam? nonne dulcissimas veritates potero speculari ubique  sub  celo,  ni  prius  inglorium  ymo  ignominiosum  populo Florentineque civitati me reddam? Quippe nec panis deficiet. XIII Magnifico atque victorioso domino domino Cani Grandi de la Scala sacratissimi Cesarei Principatus in urbe Verona et civitate Vicentie Vicario generali,  devotissimus  suus  Dantes  Alagherii  florentinus  natione  non moribus,  vitam  orat  per  tempora  diuturna  felicem  et  gloriosi  nominis perpetuum incrementum. [1].  Inclita  vestre  Magnificentie  laus,  quam  fama  vigil  volitando disseminat, sic distrahit in diversa diversos, ut hos in spem sue prosperitatis attollat, hos exterminii deiciat in terrorem. Huius quidem preconium, facta modernorum exsuperans, tanquam veri existentia latius arbitrabar aliquando superfluum.  Verum ne diuturna me nimis incertitudo suspenderet, velut Austri  regina  Ierusalem  petiit,  velut  Pallas  petiit  Elicona,  Veronam  petii fidis oculis discursurus audita, ibique magnalia vestra vidi, vidi beneficia simul  et  tetigi;  et  quemadmodum  prius  dictorum  ex  parte  suspicabar excessum, sic posterius ipsa facta excessiva cognovi. Quo factum ut ex auditu solo cum quadam animi subiectione benivolus prius exstiterim, sed ex visu postmodum devotissimus et amicus. [2]. Nec reor amici nomen assumens, ut nonnulli forsitan obiectarent, reatum  presumptionis  incurrere,  cum  non  minus  dispares  connectantur quam  pares  amicitie  sacramento.  Nam  si  delectabiles  et  utiles  amicitias inspicere libeat, illis persepius inspicienti patebit preheminentes inferioribus coniugari personas. Et si ad veram ac per se amicitiam torqueatur intuitus, nonne  summorum  illustriumque  principum  plerunque  viros  fortuna Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 23 � Dante Alighieri   Epistole obscuros, honestate preclaros, amicos fuisse constabit? Quidni, cum etiam Dei et hominis amicitia nequaquam impediatur excessu? Quod si cuiquam quod asseritur nunc videretur indignum, Spiritum Sanctum audiat, amicitie sue participes quosdam homines profitentem; nam in Sapientia de sapientia legitur  “quoniam  infinitus  thesaurus  est  hominibus,  quo  qui  usi  sunt, participes facti sunt amicitie Dei”. Sed habet imperitia vulgi sine discretione iudicium; et quemadmodum solem pedalis magnitudinis arbitratur, sic et circa mores vana credulitate decipitur. Nos autem quibus optimum quod est in nobis noscere datum est, gregum vestigia sectari non decet, quin ymo suis erroribus obviare tenemur. Nam intellectu ac ratione degentes, divina quadam libertate dotati, nullis consuetudinibus astringuntur; nec mirum, cum non ipsi legibus, sed ipsis leges potius dirigantur. Liquet igitur quod superius  dixi,  me  scilicet  esse  devotissimum  et  amicum,  nullatenus  esse presumptum. [3].  Preferens  ergo  amicitiam  vestram  quasi  thesaurum  carissimum, providentia diligenti et accurata solicitudine illam servare desidero. Itaque, cum in dogmatibus moralis negotii amicitiam adequari et salvari analogo doceatur, ad retribuendum pro collatis beneficiis plus quam semel analogiam sequi mihi votivum est; et propter hoc munuscula mea sepe multum conspexi et ab invicem segregavi nec non segregata percensui, digniusque gratiusque vobis inquirens. Neque ipsi preheminentie vestre congruum comperi magis quam Comedie sublimen canticam que decoratur titulo Paradisi; et illam sub presenti epistola, tanquam sub epigrammate proprio dedicatam, vobis ascribo, vobis offero, vobis denique recommendo. [4].  Illud  quoque  preterire  silentio  simpliciter  inardescens  non  sinit affectus quod in hac donatione plus dono quam domino et honoris et fame conferri videri potest; quin ymo cum eius titulo iam presagium de gloria vestri nominis amplianda satis attentis videbar expressisse; quod de proposito. Sed zelus gratie vestre, quam sitio vitam parvipendens, a primordio metam prefixam urgebit ulterius. Itaque, formula consumata epistole ad introductionem  oblati  operis  aliquid  sub  lectoris  officio  compendiose aggrediar. [5]. Sicut dicit Phylosophus in secundo Metaphysicorum, “sicut res se habet ad esse, sic se habet ad veritatem”; cuius ratio est, quia veritas de re, que in veritate consistit tanquam in subiecto, est similitudo perfecta rei sicut est. Eorum vero que sunt, quedam sic sunt ut habeant esse absolutum in se; quedam sunt ita ut habeant esse dependens ab alio per relationem Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
quandam, ut eodem tempore esse et ad aliud se habere ut relativa; sicut pater et filius, dominus et servus, duplum et dimidium, totum et pars, et huiusmodi, in quantum talia. Propterea quod esse talium dependet ab alio, consequens est quod eorum veritas ab alio dependeat; ignorato enim dimidio, nunquam cognoscitur duplum, et sic de aliis. [6].  Volentes igitur aliqualem introductionem tradere de parte operis alicuius, oportet aliquam notitiam tradere de toto cuius est pars. Quapropter et ego, volens de parte supra nominata totius Comedie aliquid tradere per modum introductionis, aliquid de toto opere premittendum existimavi, ut facilior et perfectior sit ad partem introitus. Sex igitur sunt que in principio cuiusque doctrinalis operis inquirenda sunt videlicet subiectum, agens, forma, finis, libri titulus, et genus phylosophie. De istis tria sunt in quibus pars ista quam vobis destinare proposui variatur a toto, scilicet subiectum, forma et titulus; in aliis vero non variatur, sicut apparet inspicienti; et ideo circa considerationem de toto ista tria inquirenda seorsum sunt: quo facto, satis  patebit  ad  introductionem  partis.  Deinde  inquiremus  alia  tria  non solum per respectum ad totum, sed etiam per respectum ad ipsam partem oblatam. [7]. Ad evidentiam itaque dicendorum sciendum est quod istius operis non est simplex sensus, ymo dici potest polisemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram. Et primus dicitur litteralis secundus vero allegoricus sive moralis sive anagogicus. Qui modus tractandi, ut melius pateat, potest considerari  in  hiis  versibus:  “In  exitu  Israel  de  Egipto,  domus  Iacob  de populo barbaro, facta est Iudea sanctificatio eius, Israel potestas eius”. Nam si ad litteram solam inspiciamus, significatur nobis exitus filiorum Israel de Egipto, tempore Moysis; si ad allegoriam, nobis significatur nostra redemptio facta  per  Christum;  si  ad  moralem  sensum,  significatur  nobis  conversio anime  de  luctu  et  miseria  peccati  ad  statum  gratie;  si  ad  anagogicum, significatur exitus anime sancte ab huius corruptionis servitute ad eterne glorie  libertatem.  Et  quanquam  isti  sensus  mistici  variis  appellentur nominibus, generaliter omnes dici possunt allegorici, cum sint a litterali sive historiali diversi. Nam allegoria dicitur ab ‘alleon’ grece, quod in latinum dicitur ‘alienum’, sive ‘diversum’. [8]. Hiis visis, manifestum est quod duplex oportet esse subiectum, circa  quod  currant  alterni  sensus.  Et  ideo  videndum  est  de  subiecto  huius operis,  prout  ad  litteram  accipitur;  deinde  de  subiecto,  prout  allegorice Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
sententiatur. Est ergo subiectum totius operis, litteraliter tantum accepti, status animarum post mortem simpliciter sumptus; nam de illo et circa illum totius operis versatur processus. Si vero accipiatur opus allegorice, subiectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi et puniendi obnoxius est. [9]. Forma vero est duplex: forma tractatus et forma tractandi. Forma tractatus est triplex, secundum triplicem divisionem. Prima divisio est, qua totum opus dividitur in tres canticas. Secunda, qua quelibet cantica dividitur in cantus. Tertia, qua quilibet cantus dividitur in rithimos. Forma sive modus tractandi est poeticus, fictivus descriptivus, digressivus, transumptivus, et cum hoc diffinitivus, divisivus, probativus, improbativus, et exemplorum positivus. [10].  Libri  titulus  est:  ‘Incipit  Comedia  Dantis  Alagherii,  florentini natione non moribus’. Ad cuius notitiam sciendum est quod comedia dicitur a ‘comos’ villa et ‘oda’ quod est cantus, unde comedia quasi ‘villanus cantus’. Et est comedia genus quoddam poetice narrationis ab omnibus aliis differens. Differt ergo a tragedia in materia per hoc, quod tragedia in principio est admirabilis  et  quieta,  in  fine  seu  exitu  est  fetida  et  horribilis;  et  dicitur propter hoc a ‘tragos’ quod est hircus et ‘oda’ quasi ‘cantus hircinus’, id est fetidus ad modum hirci; ut patet per Senecam in suis tragediis. Comedia vero inchoat asperitatem alicuius rei, sed eius materia prospere terminatur, ut patet per Terentium in suis comediis. Et hinc consueverunt dictatores quidam in suis salutationibus dicere loco salutis ‘tragicum principium et comicum finem’. Similiter differunt in modo loquendi: elate et sublime tragedia; comedia vero remisse et humiliter, sicut vult Oratius in sua Poetria, ubi licentiat aliquando comicos ut tragedos loqui, et sic e converso: Interdum tamen et vocem comedia tollit, iratusque Chremes tumido delitigat ore; et tragicus plerunque dolet sermone pedestri Telephus et Peleus, etc. Et per hoc patet quod Comedia dicitur presens opus. Nam si ad materiam respiciamus, a principio horribilis et fetida est quia Infernus, in fine prospera, desiderabilis et grata, quia Paradisus; ad modum loquendi, remissus est modus et humilis quia locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant. Sunt et alia genera narrationum poeticarum, scilicet carmen bucolicum, elegia, satira, et sententia votiva, ut etiam per Oratium patere potest in sua Poetria; sed de istis ad presens nichil dicendum est. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
quod Phylosophus in tertio Rethoricorum videtur innuere, ubi dicit quod “proemium est principium in oratione rethorica sicut prologus in poetica et preludium in fistulatione”. Est etiam prenotandum quod prenuntiatio ista,  que  comuniter  exordium  dici  potest,  aliter  fit  a  poetis,  aliter  fit  a rethoribus.  Rethores  enim  concessere  prelibare  dicenda  ut  animum comparent auditoris; sed poete non solum hoc faciunt, quin ymo post hec invocationem quandam emittunt. Et hoc est eis conveniens, quia multa invocatione opus est eis, cum aliquid contra comunem modum hominum a superioribus substantiis petendum est, quasi divinum quoddam munus. Ergo presens prologus dividitur in partes duas, quia in prima premittitur quid dicendum sit, in secunda invocatur Apollo; et incipit secunda pars ibi: ‘O bone Apollo, ad ultimum laborem’. [19]. Propter primam partem notandum quod ab bene exordiendum tria requiruntur, ut dicit Tullius in Nova Rethorica scilicet ut benivolum et attentum et docilem reddat aliquis auditorem; et hoc maxime in admirabili genere cause, ut ipsemet Tullius dicit. Cum ergo materia circa quam versatur presens tractatus sit admirabilis, et propterea ad admirabile reducenda, ista tria intenduntur in principio exordii sive prologi. Nam dicit se dicturum ea que vidit in primo celo et retinere mente potuit. In quo dicto omnia illa tria comprehenduntur; nam in utilitate dicendorum benivolentia paratur; in admirabilitate  attentio;  in  possibilitate  docilitas.  Utilitatem  innuit,  cum recitaturum se dicit ea que maxime allectiva sunt desiderii humani, scilicet gaudia Paradisi; admirabilitatem tangit, cum promittit se tam ardua tam sublimia dicere, scilicet conditiones regni celestis; possibilitatem ostendit, cum  dicit  se  dicturum  que  mente  retinere  potuit;  si  enim  ipse,  et  alii poterunt. Hec omnia tanguntur. in verbis illis ubi dicit se fuisse in primo celo, et quod dicere vult de re gno celesti quicquid in mente sua, quasi thesaurum, potuit retinere.  Viso igitur de bonitate ac perfectione prime partis prologi, ad litteram accedatur. [20]. Dicit ergo quod ‘gloria primi Motoris’, qui Deus est, ‘in omnibus partibus universi resplendet’, sed ita ut ‘in aliqua parte magis, et in aliqua minus’.  Quod  autem  ubique  resplendeat,  ratio  et  auctoritas  manifestat. Ratio sic: Omne quod est, aut habet esse a se, aut ab alio: sed constat quod habere  esse  a  se  non  convenit  nisi  uni,  scilicet  primo  seu  principio,  qui Deus est, cum habere esse non arguat per se necesse esse, et per se necesse esse non competat nisi uni, scilicet primo seu principio, quod est causa omnium; ergo omnia que sunt, preter unum ipsum, habent esse ab alio. Si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Epistole di Dante Alighieri
ergo  accipiatur  ultimum  in  universo,  non  quodcunque,  manifestum  est quod id habet esse ab aliquo; et illud a quo habet, a se vel ab aliquo habet. Si a se, sic est primum; si ab aliquo, et illud similiter vel a se vel ab aliquo. Et cum esset sic procedere in infinitum in causis agentibus, ut probatur in secundo Metaphysicorum, erit devenire ad primum, qui Deus est. Et sic, mediate vel inmediate, omne quod habet esse habet esse ab eo; quia ex eo quod  causa  secunda  recipit  a  prima,  influit  super  causatum  ad  modum recipientis et reddentis radium, propter quod causa prima est magis causa. Et hoc dicitur in libro De Causis quod “omnis causa primaria plus influit super suum causatum quam causa universalis secunda”. Sed hoc quantum ad esse. [21].  Quantum  vero  ad  essentiam,  probo  sic:  Omnis  essentia,  preter primam, est causata, aliter essent plura que essent per se necesse esse, quod est impossibile: quod causatum, vel a natura est vel ab intellectu, et quod a natura,  per  consequens  causatum  est  ab  intellectu,  cum  natura  sit  opus intelligentie; omne ergo quod est causatum, est causatum ab aliquo intellectu vel mediate vel inmediate. Cum ergo virtus sequatur essentiam cuius est virtus,  si  essentia  intellectiva,  est  tota  et  unius  que  causat.  Et  sic quemadmodum prius devenire erat ad primam causam ipsius esse sic nunc essentie et virtutis. Propter quod patet quod omnis essentia et virtus procedat a  prima,  et  intelligentie  inferiores  recipiant  quasi  a  radiante,  et  reddant radios superioris ad suum inferius ad modum speculorum. Quod satis aperte tangere videtur Dionysius de Celesti Hierarchia loquens. Et propter hoc dicitur in libro De Causis quod “omnis intelligentia est plena formis”. Patet ergo quomodo ratio manifestat divinum lumen, id est divinam bonitatem sapientiam et virtutem, resplendere ubique. [22].  Similiter  etiam  et  scientius  facit  auctoritas.  Dicit  enim  Spiritus Sanctus per Hieremiam: “Celum et terram ego impleo”; et in Psalmo: “Quo ibo a spiritu tuo? et quo a facie tua fugiam? Si ascendero in celum, tu illic es,  si  descendero  in  infernum,  ades.  Si  sumpsero  pennas  meas  etc.”.  Et Sapientia  dicit  quod  “Spiritus  Domini  replevit  orbem  terrarum”.  Et Ecclesiasticus in quadragesimo secundo: “Gloria Domini plenum est opus eius”. Quod etiam scriptura paganorum contestatur; unde Lucanus in nono: “Iuppiter est quodcunque vides, quocunque moveris”. [23]. Bene ergo dictum est cum dicit quod divinus radius sive divina gloria,  ‘per  universum  penetrat  et  resplendet’:  penetrat,  quantum  ad essentiam; resplendet, quantum ad esse. Quod autem subicit de ‘magis et Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 29 � Dante Alighieri   Epistole minus’,  habet  veritatem  in  manifesto;  quoniam  videmus  in  aliquo excellentiori gradu essentiam aliquam, aliquam vero in inferiori; ut patet de  celo  et  elementis,  quorum  quidem  illud  incorruptibile,  illa  vero corruptibilia sunt. [24].  Et  postquam  premisit  hanc  veritatem,  prosequitur  ab  ea circumloquens Paradisum; et dicit quod fuit in celo illo quod de gloria Dei, sive de luce, recipit affluentius. Propter quod sciendum quod illud celum est celum supremum, continens corpora universa et a nullo contentum, intra quod omnia corpora moventur, ipso in sempiterna quiete permanente *** et a nulla corporali substantia virtutem recipiens. Et dicitur empyreum, quod est idem quod celum igne sui ardoris flagrans; non quod in eo sit ignis vel ardor materialis, sed spiritualis, quod est amor sanctus sive caritas. [25]. Quod autem de divina luce plus recipiat, potest probari per duo: primo,  per  suum  omnia  continere  et  a  nullo  contineri;  secundo,  per sempiternam suam quietem sive pacem. Quantum ad primum probatur sic: Continens se habet ad contentum in naturali situ sicut formativum ad formabile,  ut  habetur  in  quarto  Physicorum:  sed  in  naturali  situ  totius universi primum celum est omnia continens; ergo se habet ad omnia sicut formativum ad formabile, quod est se habere per modum cause. Et cum omnis vis causandi sit radius quidam influens a prima causa que Deus est, manifestum est quod illud celum quod magis habet rationem cause, magis de luce divina recipit. [26].  Quantum  ad  secundum,  probatur  sic:  Omne  quod  movetur, movetur propter aliquid quod non habet, quod est terminus sui motus; sicut celum lune movetur propter aliquam partem sui, que non habet illud ubi ad quod movetur; et quia sui pars quelibet non adepto quolibet ubi, quod est impossibile, movetur ad aliud, inde est quod semper movetur et nunquam  quiescit,  et  est  eius  appetitus.  Et  quod  dico  de  celo  lune, intelligendum est de omnibus, preter primum. Omne ergo quod movetur est  in  aliquo  defectu,  et  non  habet  totum  suum  esse  simul.  Illud  igitur celum quod a nullo movetur, in se in qualibet sui parte habet quicquid potest modo perfecto, ita quod motu non indiget ad suam perfectionem. Et  cum  omnis  perfectio  sit  radius  primi,  quod  est  in  summo  gradu perfectionis;  manifestum  est  quod  celum  primum  magis  recipit  de  luce primi,  qui  est  Deus.  Ista  tamen  ratio  videtur  arguere  ad  destructionem antecedentis, ita quod simpliciter et secundum formam arguendi non probat.
Epistole di Dante Alighieri
Fu la conclusione e l’appuntamento di ieri, che noi dovessimo in questo giorno discorrere, quanto più distintamente e particolarmente per noi si potesse, intorno alle ragioni naturali e loro efficacia, che per l’una parte e per l’altra sin qui sono state prodotte da i fautori della posizione Aristotelica e Tolemaica e da i seguaci del sistema Copernicano. E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l’andare esaminando quale e quanta sia la forza e l’energia de i progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca. Il quale argomento tratta egli ne i libri del Cielo, insinuandolo prima con discorsi dependenti da alcuni assunti generali, e confermandolo poi con esperienze e con dimostrazioni particolari. Io, seguendo l’istesso ordine, proporrò, e poi liberamente dirò il mio parere; esponendomi alla censura di voi, ed in particolare del signor Simplicio, tanto strenuo campione e mantenitore della dottrina Aristotelica. E‘ il primo passo del progresso peripatetico quello dove Aristotile prova la integrità e perfezione del mondo coll’additarci com’ei non è una semplice linea né una superficie pura, ma un corpo adornato di lunghezza, di larghezza e di profondità e perché le dimensioni non son più che queste tre, avendole egli, le ha tutte ed avendo il tutto, è perfetto. Che poi, venendo dalla semplice lunghezza costituita quella magnitudine che si chiama linea, aggiunta la larghezza si costituisca la superficie, e sopragiunta l’altezza o profondità ne risulti il corpo, e che doppo queste tre dimensioni non si dia passaggio ad altra, sì che in queste tre sole si termini l’integrità e per così dire la totalità, averei ben desiderato che da Aristotile mi fusse stato dimostrato  con  necessità,  e  massime  potendosi  ciò  esequire  assai  chiaro  e speditamente. Mancano le dimostrazioni bellissime nel 2·, 3· e 4· testo, doppo la definizione del continuo? Non avete, primieramente, che oltre alle tre dimensioni non ve n’è altra, perché il tre è ogni cosa, e ‘l tre è per tutte le bande? e ciò non vien egli confermato con l’autorità e dottrina de i Pittagorici, che dicono che tutte le cose son determinate da tre, principio mezo e fine, che è il numero del tutto? E dove lasciate voi l’altra ragione, cioè che, quasi per legge naturale, cotal numero si usa ne’ sacrifizii degli Dei? e che, dettante pur così la natura, alle cose che son tre, e non a meno, attribuiscono il titolo di tutte? perché di due si dice amendue, e non si dice tutte; ma di tre, sì bene. E tutta questa dottrina l’avete nel testo 2·. Nel 3· poi, ad pleniorem Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
quali tutte è necessario che vengano distintamente considerate e ponderate; ma già che nel detto sin qui si rappresentano molte, e non picciole, difficultà (e pur converrebbe che i primi principii e fondamenti fussero sicuri fermi e stabili, acciocché più risolutamente si potesse sopra di quelli fabbricare), non sarà forse se non ben fatto, prima che si accresca il cumulo de i dubbi, vedere se per avventura (sì come io stimo) incamminandoci per altra strada ci indrizzassimo a più diritto e sicuro cammino, e con precetti d’architettura meglio considerati potessimo stabilire i primi fondamenti. Però, sospendendo per ora il progresso d’Aristotile, il quale a suo tempo ripiglieremo e partitamente esamineremo, dico che, delle cose da esso dette sin qui, convengo seco ed ammetto che il mondo sia corpo dotato di tutte le dimensioni, e però perfettissimo; ed aggiungo, che come tale ei sia necessariamente ordinatissimo, cioè di parti con sommo e perfettissimo ordine tra di loro disposte: il quale assunto non credo che sia per esser negato né da voi né da altri.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Quanto è più pronto il signor Simplicio a penetrar le difficultà che favoriscono le opinioni d’Aristotile, che le soluzioni! Ma io ho qualche sospetto che a bello studio e’ voglia anco talvolta tacerle; e nel presente particulare, avendo da per sé potuto veder l’obbiezione, che pure è assai ingegnosa, non posso credere che e’ non abbia ancora avvertita la risposta, ond’io voglio tentar di cavargliela (come si dice) di bocca. Però ditemi, signor Simplicio: credete voi che possa essere ombra dove feriscono i raggi del Sole? Credo, anzi son sicuro, che no, perché essendo egli il massimo luminare, che scaccia con i  suoi  raggi  le tenebre,  è  impossibile  che dove  egli  arriva  resti tenebroso; e poi aviamo la definizione che tenebrae sunt privatio luminis. Adunque il Sole, rimirando la  Terra o la Luna o altro corpo opaco, non vede mai alcuna delle sue parti ombrose, non avendo altri occhi da vedere che i suoi raggi apportatori del lume; ed in conseguenza uno che fusse nel Sole, non vedrebbe mai niente di adombrato, imperocché i raggi suoi visivi andrebbero sempre in compagnia de i solari illuminanti. Questo è verissimo, senza contradizione alcuna. Ma quando la Luna è all’opposizion del Sole, qual differenza è tra il viaggio che fanno i raggi della vostra vista, e quello che fanno i raggi del Sole? Ora ho inteso; voi volete dire che caminando i raggi della vista e quelli del Sole  per  le  medesime  linee,  noi  non  possiamo  scoprir  alcuna  delle  valli ombrose della Luna. Di grazia, toglietevi giù di questa opinione, ch’io sia simulatore o dissimulatore; e vi giuro da gentiluomo che non avevo penetrata  cotal  risposta,  né  forse  l’avrei  ritrovata  senza  l’aiuto  vostro  o  senza lungo pensarvi. La soluzione che fra tutti due avete addotta circa quest’ultima difficultà, ha veramente soddisfatto a me ancora; ma nel medesimo tempo questa considerazione del camminare i raggi della vista con quelli del Sole, mi ha destato un altro scrupolo circa l’altra parte: ma non so se io lo saprò spiegare, perché, essendomi nato di presente, non l’ho per ancora ordinato a modo mio; ma vedremo fra tutti di ridurlo a chiarezza. È non è dubbio alcuno che le parti verso la circonferenza dell’emisferio pulito, ma non brunito, che sia illuminato dal Sole, ricevendo i raggi obliquamente, ne ricevono assai meno che le parti di mezo, le quali direttamente gli ricevono; e può essere che una striscia larga, verbigrazia, venti gradi, che sia verso l’estremità dell’emisferio, non riceva più raggi che un’altra verso le parti di mezo, larga non più di quattro gradi; onde quella veramente sarà assai più oscura di questa, e tale apparirà a chiunque le rimirasse amendue in faccia o vogliam dire in maestà. Ma quando l’occhio del riguardante fusse costituito in luo-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Se io avessi mai detto che l’universo non si muove per mancamento di virtù del Motore, io avrei errato, e la vostra correzzione sarebbe oportuna; e vi concedo che a una potenza infinita tanto è facile il muover centomila, quanto uno. Ma quello che ho detto io non ha riguardo al Motore, ma solamente a i mobili, ed in essi non solo alla loro resistenza, la quale non è dubbio esser minore nellaTerra che nell’universo, ma a i molti altri particolari pur ora considerati. Al dir poi che d’una virtù infinita sia meglio esercitarne una gran parte che una minima, vi rispondo che dell’infinito una parte non è maggior dell’altra, quando amendue sien finite, né si può dire che del numero infinito il centomila sia parte maggiore che ‘l due, se ben quello è cinquantamila volte maggior di questo; e quando per muover l’universo ci voglia una virtù finita, benché grandissima in comparazione di quella che basterebbe per muover la Terra sola, non però se n’impiegherebbe maggior parte dell’infinita, né minore sarebbe che infinita quella che resterebbe oziosa; talché l’applicar per un effetto particolare un poco più o un poco meno virtù  non  importa  niente:  oltre  che  l’operazione  di  tal  virtù  non  ha  per termine e fine il solo movimento diurno, ma sono al mondo altri movimenti assai che noi sappiamo, e molti altri più ve ne posson essere incogniti a noi. Avendo dunque riguardo a i mobili, e non si dubitando che operazione più breve e spedita è il muover la Terra che l’universo, e di più avendo l’occhio alle tante altre abbreviazioni ed agevolezze che con questo solo si conseguiscono, un verissimo assioma d’Aristotile che c’insegna che frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora ci rende più probabile, il moto diurno esser della Terra sola, che dell’universo, trattone la Terra. Voi nel referir l’assioma avete lasciato una clausola che importa il tutto, e massime nel presente proposito. La particola lasciata è un aeque bene; bisogna dunque esaminare se si possa egualmente bene sodisfare al tutto con questo e con quello assunto. Il vedere se l’una e l’altra posizione sodisfaccia egualmente bene, si comprenderà da gli esami particolari dell’apparenze alle quali si ha da sodisfare, perché sin ora si è discorso, e si discorrerà, ex hypothesi, supponendo che quanto al sodisfare all’apparenze amendue le posizioni sieno egualmente accomodate. La particola poi, che voi dite essere stata lasciata da me, ho più tosto  sospetto  che  sia  superfluamente  aggiunta  da  voi:  perché  il  dire “egualmente bene” è una relazione, la quale necessariamente ricerca due
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il discorso veramente è in apparenza assai probabile, ma in essenza turbato un poco da qualche intoppo mal agevole a superarsi. Voi in tutto ‘l progresso avete fatta una supposizione, che dalla scuola peripatetica non di leggiero vi sarà conceduta, essendo contrariissima ad Aristotile: e questa è il prender come cosa notoria e manifesta che ‘l proietto separato dal proiciente continui il moto per virtù impressagli dall’istesso proiciente, la qual virtù impressa è tanto esosa nella peripatetica filosofia, quanto il passaggio d’alcuno accidente d’uno in un altro suggetto: nella qual filosofia si tiene, come credo che vi sia noto, che ‘l proietto sia portato dal mezo, che nel nostro caso viene ad esser l’aria; e però se quel sasso, lasciato dalla cima dell’albero, dovesse seguire il moto della nave, bisognerebbe attribuire tal effetto all’aria, e non a virtù impressagli: ma voi supponete che l’aria non séguiti il moto della nave, ma sia tranquilla. Oltre che colui che lo lascia cadere, non l’ha a scagliare né dargli impeto col braccio, ma deve semplicemente aprir la mano e lasciarlo: e così, né per virtù impressagli dal proiciente, né per benefizio dell’aria, potrà il sasso seguire ‘l moto della nave, e però resterà indietro. Parmi dunque di ritrar dal vostro parlare, che non venendo la pietra cacciata dal braccio di colui, la sua non venga altrimenti ad essere una proiezione. Non si può propriamente chiamar moto di proiezione. Quello dunque che dice Aristotile del moto, del mobile e del motore de i proietti,  non  ha  che  fare  nel  nostro  proposito;  e  se  non  ci  ha  che  fare, perché lo producete? Producolo per amor di quella virtù impressa, nominata ed introdotta da voi, la quale, non essendo al mondo, non può operar nulla, perché non entium nullae sunt operationes; e però non solo del moto de i proietti, ma di ogn’altro che non sia naturale, bisogna attribuirne la causa motrice al mezo, del quale non si è avuta la debita considerazione; e però il detto sin qui resta inefficace. Orsù tutto in buon’ora. Ma ditemi: già che la vostra instanza si fonda tutta su la nullità della virtù impressa, quando io vi abbia dimostrato che ‘l mezo non  ha  che  fare  nella  continuazion  del  moto  de’  proietti,  dopo  che  son separati dal proiciente, lascierete voi in essere la virtù impressa, o pur vi moverete con qualch’altr’assalto alla sua destruzione?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Adunque, signor Salviati, voi credete che  Tolomeo pensasse di dover, disputando, mantener la stabilità della Terra contro a uomini li quali, concedendo quella essere stata immobile sino al tempo di Pitagora, allora solamente affermassero essersi ella fatta mobile, quando esso Pitagora le attribuì il moto? Non si può credere altrimenti, se noi ben consideriamo la maniera ch’e’ tiene  in  confutare  il  detto  loro:  la  confutazione  del  quale  consiste  nella demolizion delle fabbriche, e nello scagliamento delle pietre, de gli animali e de gli uomini stessi verso il cielo; e perché tal rovina e sbalestramento non si può fare di edifizii e di animali che prima non sieno in Terra, né in Terra possono collocarsi uomini e fabbricarsi edifizii se non quando ella stesse ferma, di qui dunque è manifesto che Tolomeo procede contro a quelli che avendo per alcun tempo conceduto la quiete alla Terra, cioè allora che gli animali, le pietre e i muratori potetter dimorarvi, e fabbricar i palazzi e le città, la fanno poi precipitosamente mobile, alla rovina e distruzione delle fabbriche e de gli animali, etc. Ché quando egli avesse preso assunto di disputar contro a chi avesse attribuito alla Terra tal vertigine dalla sua prima creazione, l’avrebbe confutata co ‘l dire che se la Terra si fusse sempre mossa, mai non si sarebbe potuto costituir in essa né fiere né uomini né pietre, e molto meno fabbricare edifizii e fondar città, etc. Non resto ben capace di questa Aristotelica e Tolemaica sconvenevolezza. Tolomeo o arguisce contro a quelli che hanno stimata la Terra mobile sempre, o contro a chi ha stimato che ella sia stata per alcun tempo ferma e che poi si è messa in moto: se contro a i primi, doveva dire: “La Terra non si è mossa sempre, perché mai non sarebbero stati uomini né animali né edifizii in Terra, non permettendo loro la terrestre vertigine il dimorarvi”; ma già che egli argumentando dice: “La Terra non si muove,  perché le fiere  gli uomini e le fabbriche, già poste in Terra, precipiterebbono”, suppone la Terra essersi una volta trovata in tale stato, che abbia ammesso alle fiere e a gli uomini il dimorarvi e ‘l fabbricarvi; il che si tira in conseguenza l’essere stata ella alcun tempo ferma, cioè atta alla dimora de gli animali ed alla fabbrica de gli edifizii. Restate voi ora capace di quanto io ho voluto dire? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � diversae rerum naturae, quales sunt aves, limaces, saxa, sagittae, nives, fumi, grandines,  pisces,  etc.,  quae  tamen  omnia,  specie  et  genere  differentia, moverentur a natura sua circulariter, ipsa naturis diversissima, etc.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io non ne so scorger di maggiori, ma è ben credibile che l’autore ci scorga, oltre a questi, altri disordini in natura, che forse per suoi degni rispetti non ha volsuti produrre. Seguirò dunque la terza instanza: Insuper, quî fit utistae res  tam  variae  tantum  moveantur  ab  occasu  in  ortum  parallelae  ad aequatorem? ut semper moveantur, numquam quiescant? Muovonsi da occidente in oriente, parallele all’equinoziale, senza fermarsi, in quella maniera appunto che voi credete che le stelle fisse si muovano da levante a ponente, parallele all’equinoziale, senza fermarsi. Quare quo sunt altiores celerius, quo humiliores tardius? . Perché in una sfera o in un cerchio che si volga intorno al suo centro, le parti più remote descrivono cerchi maggiori, e le più vicine gli descrivono nell’istessotempo minori. Quare quae aequinoctiali propiores in maiori, quae remotiores in minori, circulo feruntur? Per immitar la sfera stellata, nella quale le più vicine all’equinoziale si muovon in cerchi maggiori che le più lontane. Quare  pila  eadem  sub  aequinoctiali  tota  circa  centrum  Terrae  ambitu maximo, celeritate incredibili, sub polo vero circa centrum proprium gyro nullo, tarditate suprema, volveretur? Per immitar le stelle del firmamento, che farebbon l’istesso se ‘l moto diurno fusse loro Quare  eadem  res,  pila  verbi  gratia  plumbea,  si  semel  Terram  circuivit descripto circulo maximo, eamdem ubique non circummigret secundum circulum  maximum,  sed  translata  extra  aequinoctialem  in  circulis minoribus agetur? Perché così farebbero, anzi pure hanno fatto in dottrina di Tolomeo, alcune stelle  fisse,  che  già  erano  vicinissime  all’equinoziale  e  descrivevan  cerchi grandissimi, ed ora, che ne son lontane, gli descrivon minori. Oh  s’io  potessi  tenere  a  mente  tutte  queste  belle  cose,  mi  parrebbe  pur d’aver fatto il grand’acquisto! Bisogna, signor Simplicio, che voi me lo prestiate questo libretto, perché egli è forza che perentro vi sia un mare di cose peregrine ed esquisitissime. Io ve ne farò un presente. Oh questo no, io non ve ne priverei mai. Ma son finite ancora le interrogazioni?
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Signor no, anzi tutto l’opposito, perché dall’identità delle operazioni e degli accidenti non si può argumentare salvo che una identità di nature. Talché le diverse nature dell’acqua, della terra, dell’aria, e dell’altre cose che sono per questi elementi, voi non l’arguite da quelle operazioni nelle quali tutti questi elementi e loro annessi convengono, ma da altre operazioni: sta così? Così è in effetto. Talché quello che lasciasse ne gli elementi tutti quei moti operazioni ed altri accidenti per i quali si distinguono le lor nature, non ci priverebbe del poter venire in cognizione di esse, ancorché e’ rimovesse poi quella operazione nella quale unitamente convengono, e che perciò non serve nulla per la distinzione di tali nature. Credo che il discorso proceda benissimo. Ma che la terra, l’acqua e l’aria siano da natura egualmente costituite immobili intorno al centro, non è opinione vostra, dell’autore, di Aristotile, di Tolomeo e di tutti i lor seguaci? È ricevuta come verità irrefragabile. Adunque da questa comune natural condizione, di quietare intorno al centro, non si trae argomento delle diverse nature di questi elementi e cose elementari, ma convien apprender tal notizia da altre qualità non comuni; e però chi levasse a gli elementi solamente questa quiete comune e gli lasciasse loro tutte l’altre operazioni, non impedirebbe punto la strada che ne guida alla cognizione delle loro essenze: ma il Copernico non leva loro altro che  questa  comune  quiete,  e  glie  la  tramuta  in  un  comunissimo  moto, lasciandogli  la  gravità,  la  leggierezza,  i  moti  in  su, in  giù,  più  tardi,  più veloci, la rarità, la densità, le qualità di caldo, freddo, secco, umido, ed in somma tutte l’altre cose: adunque un tal assurdo, qual s’immagina questo autore, non è altrimenti nella posizion Copernicana: né il convenire in una identità di moto importa più o meno che il convenire in una identità di quiete, circa ‘l diversificare o non diversificar nature. Or dite se ci è altro argomento in contrario. Séguita una quarta instanza, presa pur da una naturale osservazione, che è che i corpi del medesimo genere hanno moti che convengono in genere, o vero convengono nella quiete: ma nella posizion del Copernico, corpi che convengono in genere, e tra di loro similissimi, arebbono in quanto al moto una somma sconvenienza, anzi una diametral repugnanza; imperocché stelle tanto tra di loro simili, nulladimeno nel moto sarebbero tanto dissimili, poiché sei pianeti andrebbono in volta perpetuamente, ma il Sole e tutte le stelle fisse perpetuamente starebbero immote. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Simplicio Salviati Simplicio Salviati Simplicio Salviati Simplicio 226 Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � Salviati La forma dell’argomentare mi par concludente, ma credo bene che l’applicazione o la materia sia diffettosa; e purché l’autore voglia persistere nel suo assunto, la conseguenza verrà senz’altro direttamente contro di lui. Il progresso dell’argomento ètale: Tra i corpi mondani, sei ce ne sono che perpetuamente si muovono, e sono i sei pianeti; de gli altri, cioè della Terra, del Sole  e  delle  stelle  fisse,  si  dubita  chi  di  loro  si  muova  e  chi  stia  fermo, essendo necessario che se la Terra sta ferma, il Sole e le stelle fisse si muovano, e potendo anch’essere che il Sole e le fisse stessero immobili, quando la Terra si muovesse; cercasi, in dubbio del fatto, a chi più convenientemente si possa attribuire il moto, ed a chi la quiete. Detta il natural discorso, che il moto debba stimarsi essere di chi più in genere ed in essenza conviene con quei corpi che indubitatamente si muovono, e la quiete di chi da i medesimi più dissente; ed essendo che un’eterna quiete e perpetuo moto sono  accidenti  diversissimi,  è  manifesto  che  la  natura  del  corpo  sempre mobile convien che sia diversissima dalla natura del sempre stabile; cerchiamo dunque, mentre stiamo ambigui del moto e della quiete, se per via di qualche altra rilevante condizione potessimo investigare chi più convenga con i corpi sicuramente mobili, o la Terra, o pure il Sole e le stelle fisse. Ma ecco la natura, favorevole al nostro bisogno e desiderio, ci somministra due condizioni insigni, e differenti non meno che ‘l moto e la quiete, e sono la luce e le tenebre, cioè l’esser per natura splendidissimo, e l’esser oscuro e privo di ogni luce. Son dunque diversissimi d’essenza i corpi ornati d’un interno ed eterno splendore, da i corpi privi d’ogni luce: priva di luce è la Terra; splendidissimo per se stesso è il Sole, e non meno le stelle fisse; i sei pianeti mobili mancano totalmente di luce, come la Terra; adunque l’essenza loro convien con la Terra, e dissente dal Sole e dalle stelle fisse: mobile dunque è la Terra, immobile il Sole e la sfera stellata. Ma l’autore non concederà che i sei pianeti sien tenebrosi, e su tal negativa si terrà saldo, o vero egli argomenterà la conformità grande di natura tra’ sei pianeti e il Sole e le stelle fisse, e la difformità tra questi e la Terra, da altre condizioni  che  dalle  tenebre  e  dalla  luce;  anzi,  or  ch’io  m’accorgo, nell’instanza quinta, che segue, ci è posta la disparità somma tra la Terra e i corpi celesti: nella quale egli scrive, che gran confusione e intorbidamento sarebbe nel sistema dell’universo e tra le sue parti secondo l’ipotesi del Copernico; imperocché tra corpi celesti immutabili ed incorruttibili, secondo Aristotile e Ticone ed altri, tra corpi, dico, di tanta nobiltà, per confessione di ognuno e dell’istesso Copernico, che afferma quelli esser ordinati e disposti in un’ottima costituzione, e che da quelli rimuove ogni inconstanza di  virtù,  tra  corpi,  dico,  tanto  puri,  cioè  tra  Venere  e  Marte,  collocar  la sentina di tutte le materie corruttibili, cioè la Terra, l’acqua, l’aria e tutti i
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
zio,  signor  Simplicio  mio,  non  cammina  così;  e  del  non  aver  compreso come stia questo fatto, ne scuso voi, come inesperto di tali maneggi, ma non posso già sotto simil mantello palliar l’error dell’autore, il quale, dissimulando l’intelligenza di questo, che si è persuaso che noi veramente non fussimo per intendere, ha sperato servirsi della nostra ignoranza per accreditar maggiormente la sua dottrina appresso la moltitudine de i poco intelligenti. Però, per avvertimento di quelli che son più creduli che intendenti, e  per  trar  voi  d’errore,  sappiate  che  può  essere  (e  che  il  più  delle  volte accaderà) che una osservazione la quale vi dia la stella, per esempio, nella lontananza di Saturno, con l’accrescere o detrarre un sol minuto dall’elevazione presa con lo strumento la farà divenir in distanza infinita, e però di possibile impossibile; e per il converso, quei calcoli che fabbricati sopra tali osservazioni  vi  rendono  la  stella  infinitamente  lontana,  molte  volte  può essere che con l’aggiugnere o scemare un sol minuto la ritirino in sito possibile: e questo ch’io dico d’un minuto, può accadere ancora con la correzione d’un mezo, e d’un sesto, e di manco. Ora fissatevi ben nella mente, che nelle distanze altissime qual è, verbigrazia, l’altezza di Saturno o quella delle stelle fisse, minimissimi errori fatti dall’osservatore sopra lo strumento rendono il sito di terminato e possibile, infinito ed impossibile. Ciò non così avviene delle distanze sublunari e vicine alla Terra, dove può accadere che l’osservazione dalla quale si sia raccolto, la stella esser lontana, verbigrazia, 4 semidiametri terrestri, si potrà crescereo diminuire non solamente d’un minuto, ma di dieci e di cento e di assai più, senza che il calcolo la renda non pur infinitamente remota, ma né anco superiore alla Luna. Comprendete da questo, che la grandezza de gli errori, per così dire, strumentali non si ha da stimare dall’esito del calcolo, ma dalla quantità stessa de i gradi e de’ minuti che si numerano sopra lo strumento; e quelle osservazioni s’hanno a chiamar più giuste o men errate, le quali con la giunta o suttrazione di manco minuti restituiscono la stella in luogo possibile; e tra i luoghi possibili, il vero sito convien credere che fusse quello intorno al quale concorre numero maggiore delle distanze, sopra le più giuste osservazioni calcolate. Simplicio Io non resto ben capace di questo che voi dite, né so per me stesso comprendere come possa essere che nelle distanze massime maggior esorbitanza possa nascere dall’error d’un sol minuto, che nelle piccole da 10 o da 100; e però arei caro di intenderlo. Voi, se non per teorica almeno per pratica, lo vedrete da questo breve sunto ch’io ho fatto di tutte le combinazioni e di parte delle indagini tralasciate dall’autore, le quali io ho calcolate, e notate sopra questo medesimo foglio. Convien dunque che voi da ieri in qua, che pur non son passate più di 18 ore, non abbiate fatto altro che calcolare, senza prender né cibo né sonno. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
ci dichiariamo se di questo tal centro abbiamo voi ed io l’istesso concetto o no. Però dite quale e dove è questo vostro inteso centro. Simplicio Salviati Intendo  per  centro  quello  dell’universo,  quello  del  mondo,  quello  della sfera stellata, quel del cielo. Ancorché molto ragionevolmente io potessi mettervi in controversia, se in natura sia un tal centro, essendo che né voi né altri ha mai provato se il mondo sia finito e figurato, o pure infinito e interminato; tuttavia, concedendovi per ora che ei sia finito e di figura sferica terminato, e che per ciò abbia il suo centro, converrà vedere quanto sia credibile che la Terra, e non più tosto altro corpo, si ritrovi in esso centro. Che il mondo sia finito e terminato e sferico, lo prova Aristotile con cento dimostrazioni. Le quali si riducono poi tutte ad una sola, e quella sola al niente; perché se io gli negherò il suo assunto, cioè che l’universo sia mobile, tutte le sue dimostrazioni cascano, perché e’ non prova esser finito e terminato se non quello  dell’universo  che  è  mobile.  Ma  per  non  multiplicar  le  dispute, concedasi per ora che il mondo sia finito, sferico, ed abbia il suo centro: e già che tal figura e centro si è argomentato dalla mobilità, non sarà se non molto ragionevole se da gl’istessi movimenti circolari de’ corpi mondani noi andremo alla particolar investigazione del sito proprio di tal centro; anzi Aristotile medesimo ha egli pur nell’istessa maniera discorso e determinato, facendo centro dell’universo quell’istesso intorno al quale tutte le celesti sfere si girano e nel quale ha creduto venir collocato il globo terrestre. Ora ditemi, signor Simplicio: quando Aristotile si trovasse costretto da evidentissime  esperienze  a  permutar  in  parte  questa  sua  disposizione  ed ordine dell’universo, ed a confessare d’essersi ingannato in una di queste due proposizioni, cioè o nel por la Terra nel centro, o nel dir che le sfere celesti si movessero intorno a cotal centro, qual delle due confessioni credete voi ch’egli eleggesse? Credo che quando il caso accadesse, i Peripatetici... Non domando de i Peripatetici, domando d’Aristotile medesimo; ché quanto a quelli so benissimo ciò che risponderebbero. Essi, come reverentissimi ed umilissimi mancipii d’Aristotile, negherebbero tutte l’esperienze e tutte l’osservazioni del mondo, e recuserebbero anco di vederle, per non le avere a confessare, e direbbero che il mondo sta come scrisse Aristotile, e non come vuol la natura, perché, toltogli l’appoggio di quell’autorità, con che vorreste che comparissero in campo? E però ditemi pure quel che voi stimate che fusse per far Aristotile medesimo.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
possa concludere che non la Terra, ma il Sole, sia nel centro delle conversioni de i pianeti: e poiché la  Terra vien collocata tra i corpi mondani che indubitatamente si muovono intorno al Sole, cioè sopra Mercurio e Venere, e sotto a Saturno, Giove e Marte, come parimente non sarà probabilissimo e forse necessario concedere che essa ancora gli vadia intorno? Simplicio Questi accidenti son tanto grandi e cospicui, che non è possibile che Tolomeo e gli altri suoi seguaci non ne abbiano avuto cognizione; ed avendol auta, è pur necessario che abbiano ancor trovata maniera di render di tali e così sensate apparenze sufficiente ragione, ed anco assai congrua e verisimile, poiché per sì lungo tempo è stata ricevuta da tanti e tanti. Voi  molto  ben  discorrete;  ma  sappiate  che  il  principale  scopo  de  i  puri astronomi è il render solamente ragione delle apparenze ne i corpi celesti, ed ad esse ed a i movimenti delle stelle adattar tali strutture e composizioni di  cerchi,  che  i  moti  secondo  quelle  calcolati  rispondano  alle  medesime apparenze, poco curandosi di ammetter qualche esorbitanza che in fatto, per altri rispetti, avesse del difficile: e l’istesso Copernico scrive, aver egli ne’ primi suoi studii restaurata la scienza astronomica sopra le medesime supposizioni di Tolomeo, e in maniera ricorretti i movimenti de i pianeti, che molto aggiustatamente rispondevano i computi all’apparenze e l’apparenze a i calcoli, tuttavia però che si prendeva separatamente pianeta per pianeta; ma soggiugne che nel voler poi comporre insieme tutta la struttura delle fabbriche particolari, ne risultava un mostro ed una chimera composta di membra tra di loro sproporzionatissime e del tutto incompatibili, sì che, quantunque si sodisfacesse alla parte dell’astronomo puro calcolatore, non però ci era la sodisfazione e quiete dell’astronomo filosofo. E perché egli molto ben intendeva, che se con assunti falsi in natura si potevan salvar le apparenze celesti, molto meglio ciò si sarebbe potuto ottenere dalle vere supposizioni, si messe a ricercar diligentemente se alcuno tra gli antichi uomini segnalati avesse attribuita al mondo altra struttura che la comunemente ricevuta di Tolomeo; e trovando che alcuni Pitagorici avevano in particolare attribuito alla Terra la conversion diurna, ed altri il movimento annuo  ancora,  cominciò  a  rincontrar  con  queste  due  nuove  supposizioni  le apparenze e le particolarità de i moti de i pianeti, le quali tutte cose egli aveva prontamente alle mani, e vedendo il tutto con mirabil facilità corrisponder con le sue parti, abbracciò questa nuova costituzione ed in essa si quietò. Ma quali esorbitanze sono nella costituzione tolemaica, che maggiori non ne sieno in questa copernicana? Sono in Tolomeo le infermità, e nel Copernico i medicamenti loro. E prima non chiameranno tutte le sette de i filosofi grande sconvenevolezza che un Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
re  una  sua  propria  conversione,  per  la  quale  i  suoi  poli  descrivano  due cerchi intorno a i poli d’un altro asse, il quale per ciò conviene (come ho detto) assegnare al Sole, il semidiametro de i quali cerchi risponda alla quantità dell’inclinazione del medesimo asse; ed è necessario che il tempo del suo periodo sia d’un anno, avvengaché tale è il tempo nel quale si restituiscono tutte l’apparenze e diversità ne i passaggi delle macchie: e del farsi la conversione  di  questo  asse  sopra  i  poli  dell’altro  asse  parallelo  a  quel dell’eclittica, e non intorno ad altri punti, ne son manifesto indizio le massime inclinazioni e le massime incurvazioni, le quali son sempre della medesima grandezza. Talché, finalmente, per mantener la Terra stabile nel centro,  sarà  necessario  attribuire  al  Sole  due  movimenti  intorno  al  proprio centro, sopra due differenti assi, l’uno de i quali finisca la sua conversione in un anno, e l’altro la sua in manco di un mese: il quale assunto all’intelletto mio si rappresenta molto duro e quasi impossibile; e questo depende dal doversi attribuire all’istesso corpo solare du’ altri movimenti intorno alla Terra sopra diversi assi, descrivendo con l’uno l’eclittica in un anno, e con l’altro formando spire o cerchi paralleli all’equinoziale uno per giorno; onde quel terzo movimento, il qual si debbe assegnare al globo del Sole in se stesso (non parlo di quello quasi mestruo che conduce le macchie, ma dico dell’altro che deve trasferir l’asse ed i poli di questo mestruo), non si vede ragion nessuna per la quale ei debba finire il suo periodo più tosto in un anno, come dependente dal moto annuo per l’eclittica, che in ventiquattr’ore, come dependente dal moto diurno sopra i poli dell’equinoziale. So che  questo  che  dico,  al  presente  è  assai  oscuro,  ma  vi  si  farà  manifesto quando parleremo del terzo moto annuo assegnato dal Copernico alla Terra. Ora, quando questi quattro moti, tanto tra di loro incongruenti (li quali tutti per necessità converrebbe attribuire all’istesso corpo del Sole), si possano ridurre a un solo e semplicissimo, assegnato al Sole sopra un asse non mai alterabile, e che, senza innovar cosa veruna ne i movimenti per tanti altri rincontri assegnati al globo terrestre, si possa così agevolmente salvar tante stravaganti apparenze ne i movimenti delle macchie solari, par veramente che il partito non sia da recusarsi. Questo, signor Simplicio, è quanto sin ora è sovvenuto all’amico nostro ed a me da potersi produrre, in esplicazion di questa apparenza, da i Copernicani e da i  Tolemaici  per  mantenimento  delle  loro  opinioni.  Voi  fatene  quel capitale che il giudizio vostro vi persuade.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
son per spender parola in rispondere a inezzie così scempie; e quello che egli dice, che i Copernichisti rispondono a queste instanze, è falsissimo, né si  può  credere  che  uomo  alcuno  si  mettesse  a  consumar  il  tempo  tanto inutilmente. Simplicio Concorro io ancora nell’istesso giudizio: però sentiamo l’altre instanze, che egli arreca per molto più gagliarde. Ed ecco qui, come voi vedete, egli con calcoli esattissimi conclude, che quando l’orbe magno della Terra, nel quale il Copernico fa che ella scorra in un anno intorno al Sole, fusse come insensibile rispetto all’immensità della sfera stellata, secondo che l’istesso Copernico dice che bisogna porlo, converrebbe di necessità dire e confermare che le stelle fisse fussero per una distanza inimmaginabile lontane da noi, e che le minori di loro fussero più grandi che non è tutto l’istesso orbe magno, ed alcune altre maggiori assai di tutta la sfera di Saturno; moli veramente pur troppo vaste ed incomprensibili ed incredibili. Io già ho veduto una cosa simile portata da Ticone contro al Copernico, e non è ora che ho scoperta la fallacia, o per dir meglio le fallacie, di questo discorso,  fabbricato  sopra  ipotesi  falsissime  e  sopra  un  pronunziato  del medesimo Copernico preso da i suoi contradittori con una puntualissima strettezza, come fanno quei litiganti che, avendo il torto nel merito principale della causa, si attaccano a una sola paroluzza incidentemente profferita dalla  parte,  e  su  quella  strepitano  senza  prender  sosta.  E  per  vostra  più chiara intelligenza, avendo il Copernico dichiarato quelle mirabili conseguenze che derivano dal movimento annuo della Terra ne gli altri pianeti, cioè le direzioni e retrogradazioni de i tre superiori in particolare, soggiunse che questa apparente mutazione (che più in Marte che in Giove, per esser Giove  più  lontano,  e  meno  ancora  in  Saturno,  per  esser  più  lontano  di Giove, si scorgeva) nelle stelle fisse restava insensibile, per la loro immensa lontananza da noi in comparazion della distanza di Giove o di Saturno. Qui si levano su gli avversarii di questa opinione, e presa quella nominata insensibilità del Copernico come posta da lui per cosa che realmente ed assolutamente sia nulla, e soggiugnendo che una stella fissa anco delle minori è pur sensibile, poiché ella cadesotto il senso della vista, vengono calcolando, con l’intervento di altri falsi assunti, e concludendo, bisognare in dottrina del Copernico ammettere che una stella fissa sia maggiore assai che tutto l’orbe magno. Ora io, per discoprir la vanità di tutto questo progresso, mostrerò che dal porre che una stella fissa della sesta grandezza non sia maggior del Sole, si conclude con dimostrazion verace che la distanza di esse stelle fisse da  noi  viene  ad  esser  tanta,  che  basta  per  far  che  in  esse  non  apparisca notabile il movimento annuo della Terra, che ne i pianeti cagiona sì grandi
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � ed osservabili variazioni, ed insieme partitamente mostrerò le gran fallacie ne gli assunti de gli avversarii del Copernico. E  prima,  suppongo  con  l’istesso  Copernico,  e  concordemente  con  gli avversarii, che il semidiametro dell’orbe magno, ch’è la distanza della Terra al Sole, contenga 1208 semidiametri di essa Terra; secondariamente pongo, con l’assenso de i medesimi e con la verità, il diametro apparente del Sole, nella sua mediocre distanza esser circa un mezo grado, cioè minuti primi 30, che sono 1800 secondi, cioè 108000 terzi. E perché il diametro apparente d’una stella fissa della prima grandezza non è più di 5 secondi, cioè 300 terzi, ed il diametro di una fissa della sesta grandezza 50 terzi (e qui è il massimo errore de gli avversarii del Copernico), adunque il diametro del Sole contiene  il  diametro d’una  fissa  della  sesta  grandezza  2160  volte,  e però quando si ponesse, una fissa della sesta grandezza esser realmente eguale al Sole, e non maggiore, che è il medesimo che dire, quando si allontanasse il Sole tanto che il suo diametro si mostrasse una delle 2160 parti di quello che ci si mostra adesso, la distanza sua converrebbe esser 2160 volte maggiore di quello che è ora in effetto; che è quanto dire che la distanza delle fisse della sesta grandezza sia 2160 semidiametri dell’orbe magno. E perché la distanza del Sole dalla Terra contiene di comune assenso 1208 semidiametri di essa Terra, e la distanza delle fisse (come si è detto) 2160 semidiametri dell’orbe  magno,  adunque  molto  maggiore  (cioè  quasi  il  doppio)  e  il semidiametro  della  Terra  in  comparazione  dell’orbe  magno,  che  ‘l semidiametro dell’orbe magno in relazione alla distanza della sfera stellata; e per ciò la diversità di aspetto nelle fisse, cagionata dal diametro dell’orbe magno, poco più osservabile può esser di quella che si osserva nel Sole, derivante dal semidiametro della Terra. Sagredo Salviati Questa, per il primo scalino, fa un gran calare. Fallo veramente; poi che una stella fissa della sesta grandezza, che al computo di questo autore bisognava, per mantenimento del detto del Copernico, che fusse grande quanto tutto l’orbe magno, co ‘l porla solamente eguale al Sole, il qual Sole è minore assai della diecimilionesima parte di esso orbe magno, rende la sfera stellata tanto grande e alta, che basta per rimuovere l’instanza fatta contro esso Copernico. Fatemi, di grazia, questo computo. Il computo è facile e brevissimo. Il diametro del Sole è undici semidiametri della Terra, ed il diametro dell’orbe magno contiene, de i medesimi, 2416, per detto comune delle parti; talché il diametro dell’orbe contiene quel del Sole 220 volte prossimamente: e perché le sfere sono tra di loro come i cubi
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
me, dire che dependeva da quella stella. Di più, chi vorrà dire che lo spazio che costoro chiamano troppo vasto ed inutile, tra Saturno e le stelle fisse, sia privo d’altri corpi mondani? forse perché non gli vediamo? adunque i quattro pianeti Medicei e i compagnidi Saturno vennero in cielo quando noi  cominciammo  a  vedergli,  e  non  prima?  e  così  le  altre  innumerabili stelle  fisse  non  vi  erano  avanti  che  gli  uomini  le  vedessero?  le  nebulose erano prima solamente piazzette albicanti, ma poi noi co ‘l telescopio l’aviamo fatte diventare drappelli di molte stelle lucide e bellissime? Prosuntuosa, anzi temeraria, ignoranza de gli uomini! Salviati Non occorre, signor Sagredo, distendersi più in queste infruttuose esagerazioni: seguitiamo il nostro instituto, che è di esaminare i momenti delle ragioni  portate  dall’una  e  dall’altra  parte,  senza  determinar  cosa  alcuna, rimettendone poi il giudizio a chi ne sa più di noi. E tornando su i nostri discorsi naturali ed umani, dico che questo grande, piccolo, immenso, minimo, etc., son termini non assoluti, ma relativi, sì che la medesima cosa, paragonata a diverse, potrà ora chiamarsi immensa, e tal ora insensibile, non che piccola. Stante questo, io domando in relazione a chi la sfera stellata del Copernico si può chiamare troppo vasta. Questa, per mio parere, non può paragonarsi né dirsi tale se non in relazione a qualche altra cosa del medesimo genere: or pigliamo la minima del medesimo genere, che sarà l’orbe lunare; e se l’orbe stellato si deve sentenziare per troppo vasto rispetto a quel della Luna, ogn’altra grandezza che con simile o maggior proporzione ecceda un’altra del medesimo genere, doverà dirsi troppo vasta, ed anco,  per  questa  ragione,  negarsi  che  ella  si  ritrovi  al  mondo:  e  così  gli elefanti e le balene saranno senz’altro chimere e poetiche immaginazioni, perché quelli, come troppo vasti in relazione alle formiche, le quali sono animali terrestri, e quelle rispetto alle spillancole, che sono pesci, e veggonsi di sicuro essere in rerum natura, sarebbono troppo smisurati, perché assolutamente l’elefante e la balena superano la formica e la spillancola con assai maggior proporzione che non fa la sfera stellata quella della Luna, figurandoci noi detta sfera tanto grande quanto basta per accomodarsi al sistema Copernicano. Di più, quanto è grande la sfera di Giove, quanto quella di Saturno, assegnate per recettacolo di una stella sola, e ben piccola, in comparazione di una fissa? certo che se a ciascuna fissa si dovesse consegnar per suo ricetto tal parte dello spazio mondano, bisognerebbe far l’orbe, dove stanzia l’innumerabil moltitudine di quelle, molte e molte migliaia di volte maggiore di quello che basta per il bisogno del Copernico. In oltre, non chiamate voi una stella fissa, piccolissima, dico anco delle più apparenti, non che di quelle che fuggono la nostra vista? e le chiamiamo così in comparazione dello spazio circonfuso. Ora, quando tutta la sfera stellata fusse
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
che  i  corpi  celesti,  locati  in  tanta  lontananza  che  dalla  Terra  appariscan tantini, non possono in lei operar cosa alcuna. Ma, uomo mio, nella sfera stellata, già stabilita nella distanza che ella si trova e che da voi vien giudicata per ben proporzionata per gl’influssi in queste cose terrene, moltissime stelle appariscono piccolissime, e cento volte tante ve ne sono del tutto a noi invisibili (che è un apparire ancor minori che tantine): adunque bisogna che voi (contradicendo a voi medesimo) neghiate ora la loro operazione in Terra; o vero che (contradicendo pure a voi stesso) concediate che l’apparir tantine non detrae della loro operazione; o sì veramente (e questa sarà più sincera e modesta concessione) concediate e liberamente confessiate che ‘l giudicar nostro circa le loro grandezze e distanze sia una vanità, per non dir prosunzione o temerità. Simplicio Veramente veddi ancor io subito, nel legger questo luogo, la contradizion manifesta,  nel  dir  che  le  stelle,  per  così  dire,  del  Copernico,  apparendo tanto piccoline, non potrebbero operare in Terra, e non si accorgere d’aver conceduto l’azione sopra la Terra a quelle di Tolomeo e sue, che appariscono non pur tantine, ma sono la maggiorparte invisibili. Ma vengo ad un altro punto. Sopra che fondamento dice egli che le stelle appariscano così piccole? forse perché tali le veggiamo noi? e non sa egli che questo viene dallo strumento che noi adoperiamo in riguardarle, cioè dall’occhio nostro? E che ciò sia vero, mutando strumento le vedremo maggiori e maggiori, quanto ne piacerà: e chi sa che alla Terra, che le rimira senza occhi, elle non si mostrino grandissime e quali realmente elle sono? Ma è tempo che, lasciate queste leggerezze, venghiamo a cose di più momento: e però, avendo io già dimostrato queste due cose, prima, quanto basti por lontano il firmamento sì che in lui il diametro dell’orbe magno non faccia maggior diversità di quella che fa l’orbe terrestre nella lontananza del Sole, e poi dimostrato parimente come per far che una stella del firmamento ci apparisca della grandezza che noi la veggiamo, non è necessario porla maggiore del Sole, vorrei saper se Ticone o alcuno de’ suoi aderenti ha tentato mai di investigare in qualche modo se nella sfera stellata si scorga veruna apparenza per la quale si possa più resolutamente negare o ammettere il moto annuo della Terra. Io per loro risponderei di no, né tampoco averne avuto bisogno; già che il Copernico stesso è che dice, tal diversità non vi essere, ed essi, argomentando ad hominem, glie l’ammettono, e sopra questo assunto mostrano l’improbabilità che ne segue, cioè che sarebbe necessario far la sfera tanto immensa, che una stella fissa, per apparirci grande come ci apparisce, converrebbe che in realtà fusse una mole così immensa che eccedesse la grandezza di tutto l’orbe Salviati Sagredo 316 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
fuoco e dell’impeto delle arti belle. Ora se la mia mente sia tale, e se il mio cuore abbia mai palpitato per cagione non vile, non è cosa da farne discorso: basta ch’io penso d’avere intesi i ragionamenti del Cavaliere: questo però né egli né altro lo dovrà credere alle mie parole, ma sì bene ai fatti, cioè se io nel discutere le osservazioni del Cavaliere, darò indizio d’averle intese. Tratterò della poesia romantica non già pienamente, che questo da vero sarebbe un carico disadatto alle mie spalle, ed io togliendolo mi mostrerei temerario non coraggioso; ma quanto basterà per tener dietro alle Osservazioni predette: e già quest’assunto non è piccolo, anzi io guardando come di lontano la folla delle materie dentro la quale bisogna ch’io mi cacci, quasi mi sbigottisco, e non so che strada troverò d’esser breve in tanta moltitudine di cose e in tanta necessità d’esser chiaro. Tuttavia stimo che agitando le opinioni del Breme verrò anche a tentare i fondamenti delle opinioni romantiche, se bene queste sono così confuse e gregge e scombinate e in gran parte ripugnanti che bisogna quasi assalirle a una a una, e atterrata una parte dell’edifizio, l’altra non pertanto si tiene in piede, segno non di fortezza ma di sconnessione, e però di debolezza. E incominciando dico che non paleserò il nome mio, per non far vista di credere né che altri, letto quello ch’io scriverò, possa desiderare d’aver notizia di chi scrisse, né che il mio nome manifestato vaglia a darmi a conoscere, ignotissimo com’egli è. Per queste cagioni terrò nascosto il mio nome, non per timore, o Italiani, ch’io non temerò mai scrivendo il vero e scrivendo come potrò per voi, né l’odio di chicchessia né il potere o la fama di chicchessia. Già è cosa manifesta e notissima che i romantici si sforzano di sviare il più che possono la poesia dal commercio coi sensi, per li quali è nata e vivrà finattantoché sarà poesia, e di farla praticare coll’intelletto, e strascinarla dal visibile all’invisibile e dalle cose alle idee, e trasmutarla di materiale e fantastica e corporale che era, in metafisica e ragionevole e spirituale. Dice il Cavaliere che la smania poetica degli antichi veniva soprattutto dall’ignoranza, per la quale maravigliandosi balordamente d’ogni cosa, e credendo di vedere a ogni tratto qualche miracolo, pigliarono argomento di poesia da qualunque accidente, e immaginarono un’infinità di forze soprannaturali e di sogni e di larve: e soggiunge che presentemente, avendo gli uomini considerate e imparate, e intendendo e conoscendo e distinguendo tante cose, ed essendo persuasi e certi di tante verità, nelle facoltà loro non sono, dic’egli co’ suoi termini d’arte, compatibili insieme e contemporanei questi due effetti, l’intuizione
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Milton e alle sostanze allegoriche del  Voltaire quanto agli Dei d’Omero, tanto agli spettri del Bürger e alle befane del Southey, quanto all’inferno di Virgilio, tanto che un Angelo collo scudo celeste  di lucidissimo diamante abbia difeso Raimondo, quanto che Apollo coll’egida irsuta e fimbriata abbia preceduto Ettore nella battaglia. In somma tutto sta, come ho detto da principio, se la poesia debba illudere o no; se deve, com’è chiaro che deve, e come i romantici affermano spontaneamente, tutto il resto non è altro che parole e sofisticherie e volerci far credere a forza d’argomenti quello che noi sappiamo che non è vero; perché in fatti sappiamo che il poeta sì come per cristiano e filosofo e moderno che sia in ogni cosa, non c’ingannerà mai l’intelletto, così per pagano e idiota e antico che si mostri, c’ingannerà l’immaginazione ogni volta che fingerà da vero poeta. Resta perciò che questi potendo illudere come vuole, scelga dentro i confini del verisimile quelle migliori illusioni che gli pare, e quelle più grate a noi e meglio accomodate all’ufficio della poesia, ch’è imitar la natura, e al fine, ch’è dilettare. E sia pure più malagevole a preparare quelle illusioni che ci debbono quasi vestire d’opinioni e consuetudini diverse dalle nostre: non è obbligo né virtù del poeta lo scegliere assunti facili, ma il fare che paiano facili quelli che ha scelti. Ora bisogna vedere se quel poeta che non va molto dietro alle opinioni e alle usanze d’oggidì, posto che del rimanente sia gran poeta, diletta più o meno gli animi, seconda più o meno la natura e per tanto il buon gusto, di chi tuttavia s’attiene alle cose presenti: imperocché è manifesto che quella strada la quale conduce al maggiore e sostanziale e sodo e puro e naturale diletto degli uditori, quella senz’altro va tenuta nella poesia, non potendo accadere che questa c’inganni mai altro che l’immaginativa. Ma forse, contuttoch’il volgo, non mica ieri né ierlaltro, ma da lunghissimo tempo abbia finito di sentire la voce dei poeti, vorranno i romantici che anch’egli debba essere effettivamente uditore o lettore del poeta; e questo mentreché si sforzano di rendere la poesia quanto più possono astrusa e metafisica e sproporzionata all’intelligenza del volgo. Comunque sia, poniamo che questo possa essere indotto ad ascoltare o leggere i poeti: più facilmente crederò che altri speri di farlo di quello che si possa fare; ma poniamo che sia fatto,  e  che  però  anche  l’illusione  intellettuale  sia  possibile  al  poeta: primieramente domando quale delle due sia meglio; o adattandosi alla religione alle opinioni ai costumi e in questa maniera conciliandosi la credenza del popolo, e contuttociò mentendo così per la necessità della poesia; come
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
rata universalmente come tutte le sue compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altresì al pari di quelle conferito per la sua parte alla prosperità dei secoli scorsi. Questa più e più volte, anzi quotidianamente, aveva promesso e giurato ai seguaci suoi di voler loro mostrare la Verità, la quale diceva ella essere un genio grandissimo, e sua propria signora, né mai venuta in sulla terra, ma sedere cogli Dei nel cielo; donde essa prometteva che coll’autorità e grazia propria intendeva di trarla, e di ridurla per qualche spazio di tempo a peregrinare tra gli uomini: per l’uso e per la familiarità della quale, dovere il genere umano venire in sì fatti termini, che di altezza di conoscimento, eccellenza d’instituti e di costumi, e felicità di vita, per poco fosse comparabile al divino. Ma come poteva una pura ombra ed una sembianza vota mandare ad effetto le sue promesse, non che menare in terra la Verità? Sicché gli uomini, dopo  lunghissimo  credere  e  confidare,  avvedutisi  della  vanità  di  quelle profferte; e nel medesimo tempo famelici di cose nuove, massime per l’ozio in cui vivevano; e stimolati parte dall’ambizione di pareggiarsi agli Dei, parte dal desiderio di quella beatitudine che per le parole del fantasma si riputavano, conversando colla Verità, essere per conseguire; si volsero con instantissime e presuntuose voci dimandando a Giove che per alcun tempo concedesse alla terra quel nobilissimo genio, rimproverandogli che egli invidiasse alle sue creature l’utilità infinita che dalla presenza di quello riporterebbero; e insieme si rammaricavano con lui della sorte umana, rinnovando le antiche e odiose querele della piccolezza e della povertà delle cose loro. E perché quelle speciosissime larve, principio di tanti beni alle età passate, ora si tenevano dalla maggior parte in poca stima; non che già fossero note per quelle che veramente erano, ma la comune viltà dei pensieri e l’ignavia dei costumi facevano che quasi niuno oggimai le seguiva; perciò gli uomini bestemmiando scelleratamente il maggior dono che gli eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali, gridavano che la terra non era degnata se non dei minori geni; ed ai maggiori, ai quali la stirpe umana più condecentemente s’inchinerebbe, non essere degno né lecito di porre il piede in questa infima parte dell’universo. Molte cose avevano già da gran tempo alienata novamente dagli uomini la volontà di Giove; e tra le altre gl’incomparabili vizi e misfatti, i quali per numero e per tristezza si avevano di lunghissimo intervallo lasciate addietro le malvagità vendicate dal diluvio. Stomacavalo del tutto, dopo tante esperienze prese, l’inquieta, insaziabile, immoderata natura umana; alla tran-
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali donna giovane, coperta di vesti suntuosissime, e di ogni qualità di ornamenti barbarici,  la  quale  danzando  e  vociferando,  faceva  segno  di  grandissima allegrezza. Prometeo vedendo questo, immaginava seco stesso una nuova Lucrezia o nuova Virginia, o qualche emulatrice delle figliuole di Eretteo, delle Ifigenie, de’ Codri, de’ Menecei, dei Curzi e dei Deci, che seguitando la fede di qualche oracolo, s’immolasse volontariamente per la sua patria. Intendendo poi che la cagione del sacrificio della donna era la morte del marito, pensò che quella, poco dissimile da Alceste, volesse col prezzo di se medesima, ricomperare lo spirito di colui. Ma saputo che ella non s’induceva ad abbruciarsi se non perché questo si usava di fare dalle donne vedove della sua setta, e che aveva sempre portato odio al marito, e che era ubbriaca, e che il morto, in cambio di risuscitare, aveva a essere arso in quel medesimo fuoco; voltato subito il dosso a quello spettacolo, prese la via dell’Europa; dove intanto che andavano, ebbe col suo compagno questo colloquio. Momo Avresti tu pensato quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il fuoco dal cielo per comunicarlo agli uomini, che questi se ne prevarrebbero, quali per cuocersi l’un l’altro nelle pignatte, quali per abbruciarsi spontaneamente? No per certo. Ma considera, caro Momo, che quelli che fino a ora abbiamo veduto, sono barbari: e dai barbari non si dee far giudizio della natura degli uomini; ma bene dagl’inciviliti: ai quali andiamo al presente: e ho ferma opinione che tra loro vedremo e udremo cose e parole che ti parranno degne, non solamente di lode, ma di stupore. Io per me non veggo, se gli uomini sono il più perfetto genere dell’universo, come faccia di bisogno che sieno inciviliti perché non si abbrucino da se stessi, e non mangino i figliuoli propri: quando che gli altri animali sono tutti barbari, e ciò non ostante, nessuno si abbrucia a bello studio, fuorché la fenice, che non si trova; rarissimi si mangiano alcun loro simile; e molto più rari si cibano dei loro figliuoli, per qualche accidente insolito, e non per averli generati a quest’uso. Avverti eziandio, che delle cinque parti del mondo una sola, né tutta intera, e questa non paragonabile per grandezza a veruna delle altre quattro, è dotata della civiltà che tu lodi; aggiunte alcune piccole porzioncelle di un’altra parte del mondo. E già tu medesimo non vorrai dire che questa civiltà sia compiuta, in modo che oggidì gli uomini di Parigi o di Filadelfia abbiano generalmente tutta la perfezione che può convenire alla loro specie. Ora, per condursi al presente stato di civiltà non ancora perfetta, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Brancaforte quel granchio era nomato, Scortese a un tempo e di servile aspetto; Dal qual veduto il conte e dimandato Chi fosse, onde venuto, a quale effetto, 165 Rispose che venuto era legato Del proprio campo, e ben legato e stretto Era più che mestier non gli facea, Ma scherzi non sostien l’alta epopea. E seguitò che s’altri il disciogliesse, 170 Mostrerebbe il mandato e le patenti. Per questo il General non gli concesse Ch’a strigarlo imprendessero i sergenti, E perché legger mai non gli successe, Eran gli scritti a lui non pertinenti, 175 Ma chiese da chi date ed in qual nome Assunte avesse l’oratorie some. E quel dicendo che de’ topi il regno, Per esser nella guerra il re defunto, E non restar di lui successor degno, 180 Deliberato avria sopra tal punto Popolarmente, e che di fede il segno Rubatocchi al mandato aveva aggiunto, Il qual per duce, e lui per messaggero Scelto aveva a suffragi il campo intero; 185 Gelò sotto la crosta a tal favella, Popol, suffragi, elezioni udendo, Il casto lanzo, al par di verginella A cui con labbro abbominoso orrendo Le orecchie tenerissime flagella 190 Fango intorno e corrotte aure spargendo, Oste impudico o carrozzier. Si tinge Ella ed imbianca, e in sé tutta si stringe.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Signor, disse, che tale esser chiamato Dei pel sangue che porti entro le vene, Il qual certo sappiam che derivato Da sorgente real ne’ tuoi perviene E perché di sposar fosti degnato, Colei che sola in vita ancor mantiene, Caduti tutti gli altri augusti frutti, La famiglia del re Mangiaprosciutti; Degno quant’altro alcun di regio trono T’estima il signor mio per ogni punto, Ma il sentiero, a dir ver, crede non buono Per cui lo scettro ad impugnar sei giunto. Tai che a poter ben darlo atti non sono, T’hanno ai ben meritati onori assunto. Ma re fare o disfar, come ben sai, Altro ch’a’ re non si appartenne mai. Se vedovo per morte il seggio resta Che legittimamente era tenuto, Né la succession sia manifesta Per discendenza o regio altro statuto, Né men per testamento in quella o in questa Forma dal morto re sia provveduto, Spontaneamente al derelitto regno S’adopran gli altri re di por sostegno. O un successore è dato a quella sede Che sia da lor concordemente eletto, O partono essi re pieni di fede L’orbo stato fra lor con pari affetto, O chi primo il può far primo succede Per lo più chi più forte è con effetto, Cause genealogiche allegando, E per lo più con l’arnie autenticando.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Re novo, di lor man pesato e scosso, Dare i sudditi a sé mai non fur visti, Né fora assurdo al mio parer men grosso Che se qualche lavor de’ nostri artisti, Come orologio da portare indosso O cosa tal che per danar s’acquisti, Il compratore elegger si vedesse, Che lei portare e posseder potesse. Negli scettri non han ragione o voto I popoli nessuno o ne’ diademi, Ch’essi non fer, ma Dio, siccome è noto. Anzi s’anco talvolta in casi estremi Resta il soglio deserto non che vòto Per popolari fremiti e per semi D’ire o per non so qual malinconia, Onde spenta riman la monarchia, Al popol che di lei fu distruttore Cercan rimedio ancor l’altre corone, E legittimo far quel mal umore Quasi e rettificar l’intenzione Destinato da lor novo signore Dando a quel con le triste o con le buone, Né sopportan giammai che da se stesso Costituirsi un re gli sia concesso. Che se pur fu da Brancaforte ingiunto A’ tuoi di provveder d’un re novello, Non volea questo dir ch’eletto a punto Fosse il creato re questo né quello, Ma non altro dar lor se non l’assunto Che i più capaci del real mantello Proponessero a’ piè de’ potentati, Che gli avriano a bell’agio esaminati.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
In ecstasim profunda trahit ipsum admiratio. Tacebo igitur de iis hactenus, nil addam, muti pisces, tantum effatus, vox faucibus haesit. Misser  Manfurio,  amenissimo  fiume  di  eloquenza,  serenissimo  mare  di dottrina,... Tranquillitas maris, serenitas aëris. ...  avete  qualche  bella  vostra  di  composizione,  perché  ho  gran  desiderio aver copia di vostre doctissime carte. Credo, Signor, che in toto vitae curriculo e discorso di diverse e varie pagine non ve siino occorsi carmini di calisimetria, idest, cossì bene adaptati, come questi che al presente io son per dimostrarvi, cqui, exarati. Che è la materia di vostri versi? O Litterae, syllabae, dictio et oratio, partes propinquae et remotae. Io dico: quale è il suggetto ed il proposito? Volete dire: de quo agitur? materia de qua? circa quam? È la gola, ingluvie e gastrimargia di quel lurcone Sanguino, — viva effigie di Filosseno, qui collum  gruis  exoptabat,  —  con  altri  suoi  pari,  socii,  aderenti,  simili  e collaterali. Piacciavi di farmeli udire. Lubentissime. Eruditis non sunt operienda arcana: ecco, io explico papirum propriis  elaboratum  et  lineatum  digitis.  Ma  voglio che  prenotiate  che  il sulmonense  Ovidio,—  Sulmo  mihi  patria  est,  —  nel  suo  libro Methamorphoseon octavo, con molti epiteti l’apro calidonio descrisse, alla cui imitazione io questo domestico porco vo delineando. Di grazia, leggetele presto. Fiat. Qui cito dat, bis dat. Exordium ab admirantis affectu. O porco sporco, vil, vita disutile Ch’altro non hai che quel gruito fatuo, Col quale il cibo tu ti pensi acquirere, Gola quadruplicata da l’axungia, Dall’anteposto absorpta, brodulario, Che ti prepara il sozzo coquinario, Per canal emissario; Per pinguefarti più, vase d’ingluvie,
Il Candelaio di Giordano Bruno
Chi è stato quel gran bestia da campana, che si tira a presso un armento cossì grande? Mentre comunmente si va considerando dove consista la virtù delle cose, fanno quella divisione: in verbis, in herbis et in lapidibus. Oh, che gli vada il mal di S. Lazaro, e tutto quello che non vorrei per me! Perché,  prima  che  dichino  queste  tre  cosaccie,  non  dicono  i  metalli?  Li metalli,  come  oro  ed  argento,  sono  il  fonte  de  ogni  cosa:  questi,  questi apportano parole, erbe, pietre, lino, lana, sera, frutti, frumento, vino, oglio; ed ogni cosa sopra la terra desiderabile da questi si cava: questi dico talmente necessarii, che, senza essi, cosa nisciuna di quelle si accapa, o si possede. Però l’oro è detto materia del sole, e l’argento la luna: perché, togli questi dui pianeti dal cielo, dove è la generazione delle cose? dove è il lume dell’universo? Togli questi dui de la terra, dove è la participazione, possessione e fruizione di quelle? Però quanto arebbe meglio fatto, quel primo animale, di porre in bocca al volgo quell’un solo soggetto di virtù, che tutti quelli altri tre senza quest’uno; se per ciò non è stato introdutto o, a fin che non tutti intendano e possedano quel che io intendo e possedo. Erbe, parole e pietre son materia di virtù a presso certi filosofi matti ed insensati, li quali, odiati da Dio, dalla natura e dalla fortuna, si vedono morir di fame, lagnarsi senza un poverello quattrino in borsa; per temprar il tossico dell’invidia ch’hanno verso pecuniosi biasmano l’oro, argento e possessori di quello. Poi quando mi accorgo, ecco che tutti questi vanno come cagnoli per le tavole de’ ricchi: veramente cani che non sanno con altro che col baiare acquistars’il  pane.  Dove?  a  tavole  di  ricchi,  di  que’  stolti,  dico,  che  per quattro  paroli  a  sproposito  da  quelli  dette  con  certe  ciglia  irsute,  occhi attoniti ed atto di maraviglia, si fanno cavar il pan di cascia o e danari dalle borse; e gli fanno conchiudere con verità che “in verbis sunt virtutes”. Ma starebon ben freschi, si dal canto mio aspectassero effetto de le lor ciancie; atteso che non so ripascere d’altro che di quelle medesme, chi mi pasce di parole. Or facciano conto di erbe le bestie, di pietre gli matti e di paroli gli saltainbanco, ch’io per me non fo conto d’altro che di quello per cui si fa conto d’ogni cosa. Il danaio contiene tutte l’altre quattro: a chi manca il danaio, non solo mancano pietre, erbe e parole, ma l’aria, la terra, l’acqua, il fuoco e la vita istessa. Questo dà la vita temporale e la eterna ancora, sapendosene servire, con farne limosina; la quale pure si deve far con gran discrezione, e, non senza saper il conto tuo, devi privar la borsa dell’anima sua: però dice il saggio: “Si bene feceris, vide cui”. Ma in questa teorica non vi è guadagno. — Ho inteso che è ordine nel Regno che gli carlini di vint’uno non  vagliano  più  di  vinti  tornesi;  io  voglio  andar  prima  che  si  publichi l’editto a cambiar i tre che mi trovo: interim, il mio garzone tornarà da prendere il pulvis Christi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Venghi, dunque, qualche erudito, e disputarrò con esso lui. “Cennera nomino quotta sunt?” Questa  è  interrogazione  di  principianti,  tirumculi,  isagogici,  et  primis attingentium  labellis:  a’  quai  si  declara  masculeum  idest  masculino, foemineum il femminile, neutrum quel che non è l’uno né l’altro, commune quel che è l’uno e l’altro,... Mascolo e femina. ... epicoenum quel che non distingue l’un sexo da l’altro. Quale di tutti questi sete voi? sete forse epiceno? “Quae non distinguunt sexum, dicas epicoena”. Dimmi, si sete magister: che cosa, per la prima, insegnate a putti? Nella  dispauteriana  Grammatica  è  quel  verso:  “Omne  viro  soli  quod convenit, esto virile”. Declara. “Omne’ — idest totum, quidquid, quidlibet, quodcumque universum; — “quod convenit’ — quadrat, congruit, adest; — “viro soli’ — soli, duntaxat, tantummodo, solummodo viro, vel fertur a viro; — “esto’ — idest sit, vel dicatur, vel habeatur; — “virile’: — idest, quel che convien a l’uomo solamente, è virile. Che diavolo di propositi insegnano a putti per la prima volta, costoro! Quel che gli uomini soli hanno, e manca alle donne, hoc est, ideste, chiamisi, dichisi il virile, il membro virile! Questa è una bella lezione, in fé di Cristo! Nego, nego. Io non dico quel che voi pensate, — vedete che importa parlar con ineruditi! — io dico del geno che conviene a maschi. Zo, zo, zo; questo è cosa da femine, scelerato vegliacco. Quello che voi pensate è di maschii, proprie et ut pars; ed è di femine, ut portio, et attributive vel applicative. Presto, presto, depositatelo in questa stanza, ché poi lo menaremo in Vicaria. Vuol mostrarsi dottore; e ci fa intendere che è de l’arte da spellechiar capretti. O me miserum! verba nihil prosunt. O diem infaustum atque noctem!
Il Candelaio di Giordano Bruno
Che soggionse il dottor Nundinio? — Io dunque, disse in latino, voglio interpretarvi quello che noi dicevamo: che è da credere, il Copernico non esser stato d’opinione, che la terra si movesse, perché questa è una cosa inconveniente ed impossibile; ma che lui abbia attribuito il moto a quella, più tosto che al cielo ottavo, per la comodità de le supputazioni. — Il nolano disse, che, se Copernico per questa causa sola disse la terra moversi, e non ancora per quell’altra, lui ne intese poco e non assai. Ma è certo, che il Copernico la intese come la disse, e con tutto Suo sforzo la provò. Che vuol dir, che costoro sì vanamente buttorno quella sentenza su l’opinione di Copernico, se non la possono raccogliere da qualche sua proposizione? Sappi che questo dire nacque dal dottor Torquato; il quale di tutto il Copernico (benché posso credere chel’avesse tutto voltato) ne avea retenuto il nome de l’autore, del libro, del stampatore, del loco ove fu impresso, de l’anno, il numero de’ quinterni e de le carte; e per non essere ignorante in gramatica, avea intesa certa Epistola superliminare attaccata non so da chi asino ignorante e presuntuoso; il quale (come volesse iscusando faurir l’autore, o pur a fine che anco in questo libro gli altri asini, trovando ancora le sue  lattuche  e  frutticelli,  avessero  occasione  di  non  partirsene  a  fatto deggiuni), in questo modo le avvertisce, avanti che cominciano a leggere il libro e considerar le sue sentenze. “Non dubito, che alcuni eruditi’, (ben disse alcuni, de’ quali lui può esser uno), “essendo già divolgata la fama de le nove supposizioni di questa opera, che vuole la terra esser mobile ed il sole starsi saldo e fisso in mezzo de l’universo, non si sentano fortemente offesi, stimando che questo sia un principio per ponere in confusione l’arte liberali già tanto bene e in tanto tempo poste in ordine. Ma, se costoro vogliono meglio considerar la cosa, trovaranno, che questo autore non è degno di riprensione; perché è proprio agli astronomi raccôrre diligente e artificiosamente l’istoria di moti celesti; non possendo poi per raggione alcune trovar le vere cause di quelli, gli è lecito di fengersene e formarsene a sua posta per principii di geometria, mediante i quali tanto per il passato, quanto per avenire si possano calculare; onde non solamente non è necessario, che le supposizioni siino vere, ma né anco verisimili. Tali denno esser stimate l’ipotesi di questo uomo, eccetto se fusse qualcuno tanto ignorante de l’optica e geometria, che creda, che la distanza di quaranta gradi e più, la quale acquista Venere discostandosi dal
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Tanto che secondo il vostro dire, benché sii falsa, non però potrà essere improbata, per le raggioni geometrice, la opinione di Eraclito Efesio, che disse il sole essere di quella grandezza, che s’offre agli occhi; al quale sottoscrisse Epicuro, come appare ne la sua Epistola a Sofocle; e ne l’undecimo libro De natura, come referisce Diogene Laerzio, dice che, per quanto lui può giudicare, la grandezza del sole, de la luna e d’altre stelle è tanta quanta a’ nostri sensi appare; perché, dice, se per la distanza perdessero la grandezza,  a  più  raggione  perderebbono  il  colore;  e  certo,  dice,  non  altrimente doviamo giudicare di que’ lumi, che di questi, che sono appresso noi. Illud quoque epicureus Lucretius testatur quinto De natura libro: Nec nimio solis maior rota, nec minor ardor Esse potest, nostris quam sensibus esse videtur. Nam quibus e spaciis cumque ignes lumina possunt Adiicere et calidum membris adflare vaporem, Illa ipsa intervalla nihil de corpore libant Flammarum, nihilo ad speciem est contractior ignis. Lunaque sive Notho fertur loca lumine lustrans, Sive suam proprio iactat de corpore lucem. Quicquid id est, nihilo fertur maiore figura. Postremo quoscumque vides hinc aetheris ignes, Dum tremor est clarus, dum cernitur ardor eorum, Scire licet perquam pauxillo posse minores Esse, vel exigua maiores parte brevique, Quandoquidem quoscumque in terris cernimus ignes, Perparvum quiddam interdum mutare videntur Alterutram in partem filum, cum longius absint.
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Lasciamo di giudicar questi. Son certo che a loro non importa, che questo sii o non sii metafora; però facilmente ne potranno far star in pace con nostra filosofia. Dalla censura di onorati spirti, veri religiosi, ed anco naturalmente uomini da bene, amici della civile conversazione e buone dottrine non si de’ temere; perché quando bene arran considerato, trovaranno che questa filosofia non  solo  contiene  la  verità,  ma  ancora  favorisce  la  religione  più  che qualsivoglia altra sorte de filosofia; come quelle che poneno il mondo finito, l’effetto e l’efficacia della divina potenza finiti, le intelligenze e nature intellettuali solamente otto o diece, la sustanza de le cose esser corrottibile, l’anima mortale, come che consista più tosto in un’accidentale disposizione ed effetto di complessione e dissolubile contemperamento ed armonia, l’esecuzione della divina giustizia sopra l’azioni umane, per consequenza, nulla, la notizia di cose particolari a fatto rimossa dalle cause prime ed universali, ed altri inconvenienti assai; li quali non solamente, come falsi, acciecano il lume de l’intelletto, ma ancora, come neghittosi ed empii, smorzano il fervore di buoni affetti. Molto son contento di aver questa informazionedella filosofia del Nolano. Or veniamo un poco a gli discorsi fatti col dottor Torquato; il quale son certo che non può essere tanto più ignorante che Nundinio, quanto è più presuntuoso, temerario e sfacciato. Ignoranza ed arroganza son due sorelle individue in un corpo ed in un’anima. Costui,  con  un  enfatico  aspetto,  col  quale  il  divum  Pater  vien  descritto nella  Metamorfose  seder  in  mezzo  del  concilio  de  gli  Dei  per  fulminar quella severissima sentenza contra il profano Licaone, dopo aver contemplato la sua aurea collana.... Torquem auream, aureum monile. — ed appresso remirato al petto del Nolano, dove più tosto arrebe possuto mancar qualche bottone; dopo essersi rizzato, ritirate le braccia da la mensa, scrollatosi un poco il dorso, sbruffato co’ la bocca alquanto, acconciatasi la beretta di velluto in testa, intorcigliatosi il mustaccio, posto in arnese il profumato volto, inarcate le ciglia, spalancate le narici, messosi in punto con un riguardo di rovescio, poggiatasi al sinistro fianco la sinistra mano per donar principio a la sua scrima, appuntò le tre prime dita della destra
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
O  Arcadia,  è  possibile  che  sii  in  rerum  natura,  sotto  titolo  di  filosofo  e medico.... — e dottore e torquato, — che abbia possuto tirar questa consequenza? Il Nolano che rispose? Lui non si spantò per questo; ma gli rispose, che una delle cause principali, per le quali la stella di Marte appare maggiore o minore, a volte a volte, è il moto della terra e di Marte ancora per gli proprii circoli, onde aviene che ora siino più prossimi ora più lontani. Torquato che soggionse? Dimandò subito della proporzione de’ moti degli pianeti e la terra. Ed il Nolano ebbe tanta pazienza, che vedendo un sì presuntuoso e goffo, non voltò le spalli, ed andarsene a casa, e dire a colui, che l’avea chiamato, che.... Anzi rispose, che lui non era andato per leggere né per insegnare, ma per rispondere; e che la simmetria, ordine, e misura de’ moti celesti si presuppone tal qual’è, ed è stata conosciuta da antichi e moderni; e che lui non disputa circa questo, e non è per litigare contra gli matematici, per togliere le lor misure e teorie, alle quali sottoscrive e crede; ma il suo scopo versa circa  la  natura  everificazione  del  soggetto  di  questi  moti.  Oltre,  disseil Nolano:  —  Se  io  metterò  tempo  per  rispondere  a  questa  dimanda,  noi staremo qua tutta la notte senza disputare e senza ponere giamai gli fondamenti delle nostre pretensioni contra la comone filosofia; perché tanto gli uni quanto gli altri condoniamo tutte le supposizioni, pur che si conchiuda la vera raggione delle quantità e qualità di moti, ed in questi siamo concor-
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
il mare sii l’arida, ove era torrido sii freddo, ove il tropico sii l’equinoziale; e finalmente siide tutte cose la vicissitudine, come in questo, cossì negli altri astri, non senza raggione da gli antichi veri filosofi chiamati mondi. Or, mentre il Nolano dicea questo, il dottor Torquato cridava: — Ad rem, ad rem, ad rem! — Al fine il Nolano se mise a ridere, e gli disse, che lui non gli argomentava, né gli rispondeva, ma che gli proponeva; e però: — Ista sunt res, res, res. — E che toccava al Torquato appresso de apportar qualche cosa ad rem.
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
Giotto e pigliar pratica seco; e così una mattina, arrivato in bottega di Giotto che lavorava, gli espose la mente del papa et in che modo e’ si voleva valere dell’opera sua. Et in ultimo lo richiese che voleva un poco di disegno per mandarlo a Sua Santità. Giotto, che cortesissimo era, squadrato il cortigiano prese un foglio di carta et in quello, con un pennello che egli aveva in mano tinto di rosso, fermato il braccio al fianco per farne compasso e girato la mano, fece un tondo sì pari di sesto e di proffilo, che fu a vederlo una maraviglia grandissima. E poi, ghignando, volto al cortigiano gli disse: “Eccovi il disegno”. Tennesi beffato il mandato del papa, dicendo: “Ho io  avere altro disegno che questo?” Rispose Giotto: “Assai e pur troppo è quel che io ho fatto: mandatelo a Roma insieme con gli altri e vedrete se sarà conosciuto”. Partissi il cortigiano da Giotto, e quanto e’ pigliasse mal volentieri questo assunto, dubitando non essere uccellato a Roma, ne fece segno co ‘l non esser satisfatto nel suo partire; pure, uscito di bottega e mandato al papa tutti e’ disegni, scrivendo in ciascuno il nome e di chi mano egli erano, tanto fece nel tondo disegnato da Giotto e nella maniera che egli l’aveva girato, senza muovere il braccio e senza seste, fu conosciuto dal papa e da molti cortigiani intendenti quanto egli avanzasse di eccellenzia tutti gli altri artefici de’ suoi tempi. E perciò, divulgatai questa cosa, ne nacque quel proverbio familiare e molto ancora ne’ nostri tempi usato: “Tu sei più tondo che l’O di Giotto”. Il qual proverbio non solo per il caso donde nacque si può dir bello, ma molto più per il suo significato, che consiste nella ambiguità del tondo, che oltra a la figura circulare perfetta significa ancora tardità e grossezza d’ingegno. Fecelo dunque il predetto papa venire a Roma, onorandolo grandemente e con premi riconoscendolo, dove fece la Tribuna di San Pietro et uno angelo di sette braccia, dipinto sopra l’organo, e molte altre pitture, parte ristaurate da altri a’ nostri dì, e parte nel rifondare le mura nuove, disfatte, e traportate da lo edificio del vecchio San Piero fin sotto l’organo; come una Nostra Donna che era in su un muro, il quale, perché ella non andasse per terra, fu tagliato attorno et allacciato co’ travi e ferri, e murata di poi per la sua bellezza dalla pietà et amore che portava all’arte il gentilissimo Messer Niccolò Acciaiuoli, dottore fiorentino, con altre restaurazioni moderne di pittura e di stucchi per abellire questa opera di Giotto. Fu di sua mano la nave del musaico, fatta sopra le tre porte del portico, nel cortile di San Pietro, la quale fu sì maravigliosa, et in quel tempo di tal disegno, d’ordine e di perfezzione, che le lode universalmente datele da gli artefici e da altri inten-
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
mente fece apparire. Dicesi essere stato Domenico molto modesto e gentile e d’una singulare amorevolezza e liberalissima cortesia, la quale non diè manco nome alle buone qualità sue che l’arte stessa della pittura. Furono l’opere di costui nel MCCCCXXXVI. E nello ultimo dipinse in Santa Trinita di Fiorenza una tavola d’una Annunziata e nella chiesa del Carmino la tavola dello altare maggiore. 28. L. di Bicci Grandissima ventura hanno quelli che nello attendere ad una qualche bella professione o virtù, si invaghiscono in quel diletto che di questa sentono ogni ora; perché mentre che adoperano, passano lo ozio del tempo in uno esercizio onorato, lasciano fama e nome di loro, guadagnano lecitamente e fanno acquisto sempre di amici. Laonde con tanta tenerezza sono amati dagli uomini, che e’ si può dire che e’ ne siano padroni, e de le comodità di altrui acquistan  sempre  il  comodo  proprio.  Percioché  a  chi  serve  altri  bene  e prestamente, non basta il pagamento per sodisfarlo, ma l’obligo entra poi di mezzo fra chi fa operare et esso operante. Questo espressamente si vide in Lorenzo di Bicci pittor pratico e spedito, il quale per dilettarsi del lavorare, come e’ fece, acquistò mezzi tali, che da ogni suo conoscente era tenuto di sì dolce pratica, che ogni persona ardeva di fargli piacere. Le figure sue tirano forte a la maniera di Taddeo Gaddi e de gli altri maestri inanzi, i quali si dilettò egli molto di contrafare, per piacergli quelle maniere. Fece Lorenzo in Santa Maria del Fiore a tutte le cappelle sotto le finestre figure, e per la chiesa la imagine de’ XII Apostoli per sacrare la chiesa e mettervi le croci. Nella chiesa di Camaldoli di Fiorenza, per la Compagnia de’ Martiri dipinse una facciata della storia loro con due cappelle. E nella chiesa del Carmino un’altra facciata, quando essi martiri sono condannati a la morte e vanno a ‘l tormento, e tutti i crocifissi che da una pratica grande e maestria onesta sono condotti. Nelle quali opere si vede ingegno et infiniti suoi tratti in attitudine, per contrafar la natura. Su la piazza di Santa Croce fece fuori, nella facciata del convento, la storia d’un S. Tommaso col resto de gli Apostoli, il quale cerca la piaga a Cristo; e similmente una Assunta in cielo in campo d’oro, con infinito numero d’angeli intorno e San Tommaso che la cintola riceve frescamente e con vivi colori lavorati; et a canto a queste opre lavorò un San Cristofano, il quale è di altezza di braccia XIII e mezzo nel quale mostrò 150 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
1. I. della Quercia Infinitamente è da credere che nella vita sua pruovi grandissima contentezza colui che per mezzo delle fatiche fatte con la virtù sua si senta, o nella patria o fuori, onorare di dignità o guiderdonare di premio fra gli altri uomini, crescendone per le lode e per gli onori in infinito la virtù sua. Ciò intervenne a Iacopo di maestro Piero di Filippo della Quercia scultor sanese, il quale, per le sue rarissime doti nella bontà, nella modestia e nel garbo, meritò degnamente di esser fatto cavaliere. Il qual titolo, onoratissimamente ritenne vivendo, onorando del continovo la patria e se medesimo. Per il che quegli, che dalla natura dotati sono di egregia et eccellente virtù, quando accompagnano con la modestia de’ costumi onorati il grado nel quale si trovano, sono testimoni i quali al mondo mostrano d’essere assunti al colmo di quella dignità che si riceve da ‘l merito, e non da la sorte; come veramente e degnissimamente mostrò Iacopo, il quale, alla scultura attendendo, di quella perfettissimo divenne e con eccellenzia dimostrò del continovo l’opere sue: le quali in Siena furono prima due tavole in legname di figure tonde, con grazia di disegno e d’intaglio affaticate da lui. In Lucca fece per la moglie a Paolo Guinigi signor di quella città, nella chiesa di San Martino, una sepoltura la quale alla cappella della comunità è restata, et in quel luogo alcuni fanciulli in un fregio con festoni di marmo, e la cassa e la figura morta all’entrata della sagrestia: la quale con diligenza lavorando, a’ piedi di essa fece nel medesimo  sasso  un  cane  di  tondo  rilievo  per  la  fede  portata  al  marito. Transferissi poi a Bologna dove gli fu allogato da gli operai di San Petronio, la porta principale di quel tempio di marmo a figure e storie e fogliami lavorata, nella quale ne’ pilastri che reggono la cornice e l’arco, sono cinque storie per pilastro, le quali condusse di basso rilievo. E nello achitrave ne fece altre cinque, le quali furono e sono tenute cosa lodevole. E dentro a quelle intagliò da la creazione del mondo fino a Noè. E nell’arco fece tre figure di tondo rilievo, la Nostra Donna et il putto con due santi da lato: la quale opera fu da lui lavorata con grande amore e con somma diligenzia, e fu cagione di cavare d’uno errore i Bolognesi che non pensavano che si potessi far meglio che una tavola fatta da’ maestri vecchi, quale è in San Francesco all’altar maggiore nella città loro, qual fu di mano di alcuni Todeschi che doppo i Gotti lavororono della maniera vecchia più che altri che facessero in que’ tempi. De’ quali si vede ancora opere assai per Italia fatte da loro, come
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
la facciata di Orvieto e la tavola di marmo del Vescovado di Arezzo, et in Pisa nel Duomo, et a Milano nel Duomo, e per la città in diversi luoghi. Ora mentre che la fama di Iacopo si andava così dilatando, egli venne in Fiorenza, e sopra la porta del fianco di Santa Maria del Fiore, che va a la Nunziata, fece di marmo una Assunta, la quale con tanta grazia e con tanta bontà a fine condusse che oggi quella opera è guardata da gli artefici nostri per cosa maravigliosa; et in ogni età il medesimo sempre è stata tenuta. Veggonsi le movenzie delle sue figure con una grazia e con una bontà espresse, e le pieghe de’ panni suoi con bellissimo andare di falde, e maestrevole circondar d’ignudo a perfetta fine mirabilissimamente condotte. Figurò in tale opra Iacopo un San Tomaso che la cintola piglia, e dall’altra banda fece uno orso che monta su un pero; del significato del quale, perché variamente sentono gli uomini, dirò sicuramente io ancora una mia opinione, lasciandone tuttavolta il giudizio libero a chi sa trarne miglior costrutto. Pare a me che e’ volesse intendere che il diavolo, significato per l’orso ancora che egli salga nelle cime degli alberi, ciò è a la altezza di qualsivoglia santo, perché in ciascuno truova qualche cosa del suo, non riconosce nientedimanco in questa Vergine gloriosissima né vestigio né segno alcuno, dove egli abbia punto che fare, e però ancora che inalberato, si rimane giù basso, dove ella ascende sopra le stelle. E chi di questo non si contenta, contentisi almeno de la risposta che a Luciano già fece Omero de ‘l principio del suo poema, ciò è che gli venne allora a proposito, di fare così. Ècci opinione di molti che questa opera fusse di mano di Nanni d’Antonio di Banco fiorentino; la qual cosa non può essere, prima, perché Nanni non lavorò le cose sue in tanta perfezzione, l’altra, la maniera è da la sua differente et alle cose di Iacopo molto più somiglia. Trovasi nella allogazione delle porte di San Giovanni, Iacopo essere stato di quelle in concorrenza fra i maestri ch’a tal lavoro furono eletti, in far saggio d’una storia et era egli stato in Fiorenza quattro anni, innanzi che tale opera s’allogasse. Dove non si vedendo altra opra di suo, se non questa, è sforzato ognuno a credere che ella sia più condotta da Iacopo che da Nanni. Tornatosene poi a Siena, et in quella dimorando, dalla Signoria di detta città gli fu fatta allogazione della superba fonte di marmo fatta su la piazza publica dirimpetto al palazzo loro; la quale opra fu di prezzo di ducati duo milia e dugento; et in quella usò artificio e bontà che gli diede tanto nome che sempre fu nominato, e vivo e morto, Iacopo de la Fonte Sanese. Intagliò in detta opera le virtù teologiche con dolce e delicata maniera nelle arie loro con istorie del Testamento vecchio: ciò è la creazione d’Adamo e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
invidia, a’ quali pareva che più la sorte che la virtù lo avesse aiutato, riscrisse al re che volentieri sarebbe tornato a ‘l servigio suo, quando piacesse a Sua Maestà. Et avuto risposta fra breve tempo che e’ tornasse quando e’ voleva, perché sempre sarebbe veduto molto volentieri, se ne passò in Ispagna la seconda volta. E ricevuto con favor grande, esercitò l’arte sua onoratamente, lavorando sempre da indi innanzi co ‘l grembiule del broccato. Così dunque dette luogo Dello alla invidia, et appresso di quel re, onoratamente visse e morì. Furono le sue pitture nel MCCCCXXI et esso di anni XLVIIII passò di questa vita. Né cessarono per questo i favori del re, perché sì come onoratamente lo aveva tenuto mentre che e’ visse, così, morto ancora, suntuosamente lo fece accompagnare a la sepoltura, dove fu dedicato questo epitaffio: DELLVS EQVES FLORENTINVS PICTVRAE ARTE  PERCELEBRIS REGISQ  HISPANIARVM  LIBERALITATE  ET  ORNAMENTIS AMPLISSIMVS.  H  S  E.  S  T  T L
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
quale situar voleva dirimpetto a Santo Lorenzo su la piazza intorno intorno isolato. Dove l’artificio di Filippo s’era talmente operato, che, parendo a Cosimo troppo suntuosa e gran fabbrica, più per fuggire la invidia che la spesa, lasciò di metterla in opera. Mentre che il modello lavorava, soleva dire Filippo che ringraziava la sorte di tale occasione, avendo a fare una casa, di che aveva auto desiderio molti anni, et essersi abbattuto a uno che la voleva e poteva fare. Ma intendendo poi la resoluzione di Cosmo, che non voleva tal cosa metter in opera, con sdegno in mille pezzi il disegno ruppe. Ma bene si pentì Cosimo di non avere seguito il disegno di Filippo, poi che egli ebbe fatto quell’altro. Dicesi che Cosimo soleva dire non aver mai parlato ad uomo di maggiore intelligenzia e d’animo che a Filippo. Fece ancora il modello per un tempio bizzarissimo vicino alla chiesa delli Agnoli, non finito altrimenti, ma condotto fino a mezzo, d’una fabbrica in otto facce; le carte della pianta e del finimento del quale sono appresso a’ detti frati. Questo fu fatto cominciare da M Matteo Scolari e da altri grandi di quella casa, per lasciarlo in memoria delle virtù e de’ fatti di Filippo  Spano  degli  Scolari,  vittoriosissimo  contra  a’  Turchi.  Ordinò  a M Luca Pitti fuor della porta a Santo Niccolò di Fiorenza, a un luogo chiamato Ruciano, un palazzo; e nella città il principio d’uno altissimo e gran palazzo, condotto al finestrato secondo, tanto egregio, che di opera toscana non si è visto il più raro e ‘l più magnifico. Sono le porte di questo doppie, la luce braccia XVI e larghezza VIII, le prime e seconde finestre alla altezza e larghezza delle porte medesime. Vi sono le volte doppie, cosa et artificiosa e di ingegno; né può immaginarsi in bontà meglio in architettura per magnificenza. Dicesi che gli ingegni del Paradiso di Santo Felice in piazza, in detta città, furono trovati da lui per fare una rappresentazione; cosa industriosa a vedere muovere un cielo pieno di figure vive, e i contrappesi di ferri girare e muovere e con lumi coperti e da scoprirsi s’accendono: cose che diedero a Filippo grandissima lode. Era talmente la fama di Filippo cresciuta, che era mandato di lontano da chi aveva a far fabbriche per avere disegni e modelli di sua mano; e si adoperavano perciò amicizie e mezzi grandissimi. Et infra gli altri, desiderandolo il marchese di Mantova, ne scrisse a la Signoria di Firenze con grande instanzia; e così da quella gli fu mandato, dove diede disegni d’argini in sul fiume del Po l’anno MCCCCXLVI. E da quel principe fu accarezzato e riconosciuto, lodando molto la virtù sua, e dicendo che Fiorenza
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
lente e maravigliosa nelle menti e nelle opere di coloro che, per acquistarsi et utile e fama, si sono esercitati in quella con tanto onore, quanto giornalmente si rende loro da chi conosce il migliore da ‘l buono. Questa necessità primeramente indusse le fabbriche; questa gli ornamenti di quella; questa gli ordini, le statue, i giardini, i bagni e tutte quelle altre comodità suntuose che ciascuno brama e pochi posseggono. Questa nelle menti degli uomini ha eccitato la gara e le concorrenzie non solamente de gli edifizii, ma delle comodità di quegli; per il che sono stati forzati gli artefici a divenire industriosi ne gli ordini de’ tirari, nelle machine da guerra, negli edifizii da acque et in tutte quelle advertenzie et accorgimenti, che sotto nome di ingegni e di architetture, disordinando gli adversarii et accomodando gli amici, fanno e bello e comodo il mondo. E qualunche sopra gli altri ha saputo fare queste cose, oltra lo essere uscito d’ogni sua noia, sommamente è stato lodato e pregiato da tutti gli altri; come al tempo de’ padri nostri fu il Cecca fiorentino, al quale ne’ dì suoi vennero in mano molte cose e molto onorate; et in quelle si portò egli tanto bene nel servigio della patria sua, operando con rispiarmo e sodisfazzione e grazia de’ suoi cittadini, che le ingegnose et industriose fatiche sue lo hanno fatto famoso e chiaro fra gli altri egregi e lodati spiriti. Dicesi che il Cecca fu nella sua giovanezza legnaiuolo bonissimo; e perché egli aveva applicato tutto lo intento suo a cercare di sapere le difficultà de gli ingegni, come si può condurre ne’ campi de’ soldati machine da muraglie, scale da salire nelle città, arieti da rompere le mura, difese da riparare i soldati per combattere, et ogni cosa che nuocere potesse a gli inimici e quelle che a’ suoi amici potessero giovar, essendo egli persona di grandissima utilità alla patria sua, meritò che la Signoria di Fiorenza gli desse provisione continua. Per il che, quando non si combatteva, andava per il dominio rivedendo le fortezze e le mura delle città e castelli ch’erano debili, et a quelli dava il modo de’ ripari e d’ogni altra cosa che bisognava. E dicesi che le nuvole che andavano per la festa di San Giovanni in Fiorenza a processione, furono ingegno suo, che certo sono tenute cosa bellissima. Fece egli ancora uno edificio, che per nettare e racconciare il musaico nella tribuna di San Giovanni si girava, s’alzava et abbassava et accostava, che due persone lo potevano maneggiare, cosa che diede al Cecca riputazione grandissima. Avvenne al suo tempo che lo esercito de’ signori fiorentini era intorno a Piancaldoli, et egli con lo ingegno fece sì, che i soldati vi entraron dentro per via di mine senza colpo di spada; e seguitando più oltre a certi castelli, fece la mala sorte sua,
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
quella opera fece un sasso grandissimo, con alcune altre grotte di sassi, fra le rotture delle quali nel paese fece le storie di detto San Girolamo. Poi lavorò in Santo Agostino di detta città una cappella alle monache del terzo ordine, dove a fresco è una Coronazione di Nostra Donna, molto lodata e molto ben fatta; e sotto un’altra cappella una Assunta con alcuni angeli in una gran tavola che molto bene sono abbigliati di panni sottili; et è veramente tenuta una pittura molto lodata, per essere lavorata a tempera, di buon disegno e condotta con diligenzia straordinaria. Nella badia di Santa Fiore in detta città è una cappella all’entrata della chiesa per la porta principale, con San Benedetto e con altri santi, finita con grazia, con buona pratica e con dolcezza. E certo egli era in quella città adorato e riverito, perché e’ valeva non solo nella pittura, ma in molte ancora di quelle arti che ricercano industria et ingegno. Avvenne al suo tempo che Gentile Urbinate Vescovo aretino molto amico della sua virtù risedeva in Arezzo, e del continuo vivevano insieme; laonde il vescovo, che si dilettò sempre d’ogni virtù, gli fece dipignere nel palazzo suo una cappella, nella quale è un Cristo morto e su una loggia ritrarre esso vescovo e se medesimo con alcuni canonici della città. Fecegli fare al duomo vecchio fuor d’Arezzo una cappella, della quale parte ne pagò il vescovo e parte gli operai, et è una Misericordia con certi angeli in alto, con alcuni panni bianchi sottili che circondano lo ignudo, certamente bellissimi. E così un San Sebastiano et un San Rocco con certi tondi in chiaro e scuro, dentrovi le storie loro. Lavorò oltre a questo per tutta la città in diversi luoghi, come nel Carmino tre figure, e la cappella delle monache di Santa Orsina, et infinite opere che al presente si veggono per quella città; et a Castiglione Aretino nella pieve di San Giuliano una tavola a tempera alla cappella dello altar maggiore, dove è una Nostra Donna bellissima et un San Giuliano e San Michelangelo, figure molto ben lavorate e benissimo condotte, e massime il San Giuliano, che avendo affisati gli occhi al Cristo che è in collo alla Nostra Donna, pare che oltre a modo si affligga di avere ucciso il padre e la madre. Similmente ad una cappella poco di sotto, è di sua mano un portello che soleva stare ad uno organo vecchio, nel quale è dipinto un San Michele, tenuto cosa maravigliosa, et in braccio d’una donna un putto fasciato, che par vivo vivo. Fece in Arezzo alle monache delle Murate la cappella dello altar maggiore, pittura certo molto lodata, et al monte San Savino un tabernacolo dirimpetto al palazzo del Cardinale di Monte, che fu tenuto bellissimo. Et al
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
senza ammirazione di molte altre figure, che pare che stiano in forse se egli è vero o no. Seguita la quinta, quando e’ predica alle turbe; nella quale storia si conosce quella attenzione che danno i popoli nello udir cose nuove; e massime nelle teste degli scribi che ascoltano Giovanni, i quali pare che con un certo modo del viso sbeffino quella legge, anzi l’abbino in odio; dove sono ritti et a sedere maschi e femmine in diverse fogge. Nella sesta si vede San Giovanni battezare Cristo; nella reverenzia del quale mostrò interamente la fede che si debbe avere a sacramento tale. E perché questo non fu senza grandissimo frutto, vi figurò molti già ignudi e scalzi, che aspettando d’essere battezzati, mostrano la fede e la voglia scolpita nel viso. Et infra gli altri vi è uno che si cava una scarpetta, che rappresenta la prontitudine istessa. Nella ultima, ciò è nello arco accanto alla volta, vi è la suntuosissima cena di Erode col ballo di Erodiana, con infinità di servi che fanno diversi aiuti in quella storia, oltra la grandezza di uno edifizio tirato in prospettiva, che mostra come nell’altre cose apertamente la virtù di Domenico insieme con le dette pitture. Condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne’ sei quadri; che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gli altri santi che gli sono intorno, oltra il San Lorenzo et il Santo Stefano che sono interamente vivi, vi è il San Vincenzio et il San Pietro Martire che non li manca se non la parola. Vero è che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua; per il che, avendo egli già tiratola tanto innanzi, che e’ non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove è la Resurressione di Cristo e tre figure che sono in que’ quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli. Questa cappella fu tenuta cosa bellissima, grande, garbata e vaga, per la vivacità de’ colori, per la pratica e pulitezza del maneggiargli nel muro e per il poco ritoccargli a secco, oltra la invenzione e collocazione delle cose. E certamente ne merita Domenico lode grandissima per ogni conto, e massime per la vivezza delle teste, le quali per essere ritratte di naturale rappresentano a chi verrà le vivissime effigie di molte persone segnalate. Fece ancora nel palazzo della Signoria, nella sala dove è il maraviglioso orologio di Lorenzo della Volpaia molte figure di santi fiorentini con bellissimi adornamenti. E tanto fu amico del lavorare e di satisfare ad ognuno, che egli aveva commesso a’ garzoni che e’ si accettasse qualunche lavoro che capitasse a bottega, se bene fussero cerchi da paniere di donne, perché non gli volendo fare essi, gli dipignerebbe da sé, acciò che nessuno si partisse scontento da la sua bottega.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
dimostrò arte e bella advertenzia in un serpente che è sotto a Santa Margherita, tanto strano e sì pauroso, che e’ fa conoscere dove abita il veleno, il fuoco e la morte; et il resto di tutta l’opera è colorito con tanta freschezza e vivacità, che e’ merita di esser lodato infinitamente; et in Lucca in San Michele una tavola similmente con tre figure. In San Ponziano ne’ frati di Monte Oliveto v’è una tavola in una cappella di Santo Antonio, che ha in mezzo una nicchia, dentrovi un Santo Antonio bellissimo di rilievo, di mano d’Andrea Sansovino, cosa prontissima e bellissima. Fu ricercato con grande instanza di andare in Ungheria per il Re Mattia e ricusò d’andarvi, ma fece bene due tavole per esso in Fiorenza, che a quel re furono mandate, cosa lodata e degna di Filippo; nelle quali mostrò quanto valeva in quell’arte. Mandò suoi lavori a Genova, e fece a Bologna in San Domenico, allato alla cappella dello altar maggiore a man sinistra, una tavola di San Sebastiano, cosa molto bella e tenuta certo eccellente. A Tanai de’ Nerli fece una altra tavola a San Salvatore fuor di Fiorenza. Et a Pietro del Pugliese amico suo lavorò una storia di figure picciole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela denegò, dicendo essere impossibile di farla. Ora avendo intrinseca amicizia con Lorenzo Vecchio de’ Medici, fu da lui strettamente pregato per dovere fare una opra grandissima a Roma per Olivieri Caraffa Cardinale napolitano, amico di Lorenzo; e così per commessione di quello se ne andò a Roma a servire il detto signore, passando prima da Spoleto, come volse Lorenzo detto, per fare una sepoltura di marmo a fra’ Filippo suo padre, chiesto già da Lorenzo a gli Spoletini, ma non ottenuto, come altrove abbiamo narrato. Disegnò dunque Filippo la sepoltura con bel garbo e con buona grazia, e Lorenzo in su quel disegno suntuosamente la fece fare. Appresso condottosi a Roma, fece al cardinale nella chiesa della Minerva una cappella, dove sono istorie di San Tomaso d’Aquino molto belle et alcune poesie cristiane molto lodate, e da lui che ebbe in questo la natura sempre propizia, tutte trovate. Ritornò a Fiorenza, e cominciò in Santa Maria Novella la cappella a Filippo Strozzi, la quale con molto amore avendo avviata, quella prese a finire con sua comodità; e fatto il cielo, et a Roma ritornato, fece oltra la cappella della Minerva, la sepoltura del cardinale, ch’è di stucchi e di gessi in uno spartimento di una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Rafaellin del Garbo suo discepolo molte ne lavorò. Fu stimata detta cappella per maestro Lanzilago Padovano e per Antonio detto Antoniasso Romano, pittori de i migliori che fossero allora in Roma, due mila ducati d’oro senza le spese de gli azzurri e de’ garzoni. Per il che Filippo, riscosso i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Vennegli capriccio, per mostrare che sapeva fare le figure grandi, sendogli stato detto che aveva maniera minuta, di porre ne la faccia, dove è la porta del coro, il San Marco Evangelista, figura di braccia cinque in tavola condotta con bonissimo disegno e grande eccellenzia. Era tornato da Napoli Salvador Billi, mercatante fiorentino, che inteso la fama di fra’ Bartolomeo e visto l’opere sue, li fece fare una tavola, dentrovi Cristo Salvatore, alludendo al nome suo, et i quattro Evangelisti che lo circondano, dove sono ancora due putti a’ piè che tengono la palla del mondo, i quali di tenera e fresca carne benissimo sono condotti come l’altra opera tutta; sonvi ancora due profeti molto lodati. Questa tavola è posta nella Nunziata di Fiorenza sotto l’organo grande, che così volle Salvadore; et è cosa molto bella e dal frate con grande amore e con gran bontà finita, la quale ha intorno l’ornamento de’ marmi, tutto intagliato. Accade che, avendo egli bisogno di pigliare aria, il priore allora amico suo lo mandò fuora ad un lor monasterio, nel quale mentre che egli stette, accompagnò ultimamente per l’anima e per la casa l’operazione de le mani alla contemplazion de la morte. E fece a San Martino in Lucca una tavola dove a’ piè d’una Nostra Donna è uno agnoletto, che suona un liuto, insieme con Santo Stefano e San Giovanni, con bonissimo disegno e colorito, mostrando in quella la virtù sua. Similmente in San Romano fece una tavola in tela, dentrovi una Nostra Donna de la Misericordia, posta su un dado di pietra et alcuni angeli che tengono il manto, e figurò con essa un popolo su certe scalee chi ritto, chi a sedere, chi in ginocchioni, i quali risguardano un Cristo in alto, che manda saette e folgori addosso a’ popoli. Certamente mostrò fra’ Bartolomeo in questa opera possedere molto il diminuire l’ombre della pittura e gli scuri di quella con grandissimo rilievo operando, dove le difficultà dell’arte mostrò con rara et eccellente maestria e colorito, disegno et invenzione. Nella chiesa medesima dipinse un’altra tavola pure in tela dentrovi un Cristo e Santa Caterina martire insieme con Santa Caterina da Siena ratta da terra in spirito, che è una figura de la quale in quel grado non si può far meglio. Ritornando egli in Fiorenza, diede opera alle cose di musica e di quelle molto dilettandosi alcune volte per passar tempo usava cantare. Dipinse a Prato dirimpetto alle carcere una tavola d’una Assunta e fece in casa Medici alcuni quadri di Nostre Donne et altre pitture ancora a diverse persone. In Arezzo in badia de’ monaci neri fece la testa d’un Cristo in iscuro cosa bellissima; e la tavola della Compagnia de’ Contemplanti, la quale s’è conservata in casa del Magnifico M Ottaviano de’ Medici. Nel noviziato di San Marco nella cappella una tavola della Purificazione molto vaga e con Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA G. D’Anna Thèsis Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Nella sua partita per Francia avevano gli uomini dello Scalzo considerato che non si partirebbe più, et avevano allogato tutto il restante dell’opera del lor cortile al Francia Bigio, che già ci aveva fatto due istorie; ma, vedendo Andrea in Firenze, lo domandorono se voleva seguitare. Et egli ripresa l’opera molto volentieri la seguitò; et in quella fece quattro istorie, l’una dopo l’altra, dove è in una la presa di San Giovanni dinanzi a Erode, la qual è molto bene intesa e lodata; l’altra, la cena et il ballo di Erodiana, con figure molto accomodate et a proposito; e simil fece la sua decollazione, nella quale è un boia mezzo ignudo che ha tagliato la testa a San Giovanni ch’è una figura molto eccellentemente disegnata, simile tutte l’altre; e così fece quando Erodiana presenta la testa, dove sono alcune figure che di stupore si maravigliano, fatte con una considerazione molto a proposito. Le quali istorie sono state un tempo lo studio e la scuola di molti giovani, oggi venuti eccellenti in questa arte. Fece in su ‘l canto che si voltava per ire al convento de’ frati Iesuati fuora della porta a’ Pinti, un tabernacolo, il quale restò per lo assedio di Fiorenza l’anno MDXXX in piedi, e non fu rovinato come l’altre cose per la bellezza sua; ne ‘l quale è una Nostra Donna a sedere con un putto in collo et un San Giovanni fanciullo che ride, fatto con un’arte grandissima e lavorato in fresco perfettissimamente, stimato molto per la vivezza e per la bellezza sua. E la testa della Nostra Donna è il ritratto della sua moglie di naturale. Faceva allora in Francia molte faccende di mercanzia Bartolomeo Panciatichi il Vecchio, e desideroso lasciare memoria di sé in Lione, ordinò a Baccio d’Agnolo che Andrea li dipignessi una tavola per mandarsi là, nella qual volse una Assunta di Nostra Donna con gli Apostoli che stessino attorno a ‘l sepolcro. La quale Andrea condusse fin presso alla fine, ma il legname di quella parecchi volte si aperse; e così ella rimase adietro non finita del tutto alla morte sua. Questa fu poi da Bartolomeo Panciatichi il Giovane suo figliuolo riposta nelle sue case, come opera veramente degna di lode, per le bellissime figure de gli Apostoli, oltre alla Nostra Donna che da un coro di putti ritti è circundata, senza altri fanciulli che la reggano e portono con una grazia singularissima. Et in una sommità della tavola è ritratto fra gli Apostoli Andrea nello specchio che par vivo vivo. Fece ne l’orto de’ frati de’ Servi a sommo i dua cantoni, due istorie de la Vigna di Cristo, nelle quali è quando ella si pianta e lega e paleggia, con quel padre di famiglia che mette alcuni operai oziosi, fra i quali è uno che mentre li dimanda s’e’ vuole entrar in opera, sedendo se gratta le mani, la qual è molto ben fatta. Ma molto è più bella l’altra, quando e’ gli paga che e’ mormorano; infra i quali è uno che da Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
che ha un libro in mano, pittura lodevole per essere ben fatta. Era un commesso che stava vicino a Valle Ombrosa in una villa, per le ricolte di que’ frati; il quale aveva volontà d’esser ritratto d’Andrea per metterlo in un luogo, dove l’acqua percoteva, avendoci acconcio e pergole et altre fantasie. Così Andrea che era molto suo amico lo satisfece. Avvenne che gli avanzò de’ colori e de la calcina et un tegolo compagno di quelle. Et Andrea chiamò la Lucrezia sua donna e li disse: “Vien qua, che poi che ci è avanzato questi colori, ti voglio ritrarre, acciò si vegga in questa tua età quanto tu ti sei conservata, e si conosca quanto hai mutato effigie da i primi ritratti”. Non volse ella star ferma, per il che Andrea che li pareva essere quasi vicino al suo fine, tolse una spera, e ritrasse se medesimo in un tegolo, che è vivissimo e naturale, oggi appresso alla donna sua. Ritrasse un canonico pisano, suo amicissimo, che fu una testa molto naturale e ben fatta, oggi in Pisa. Aveva in questo tempo preso Andrea a fare per la Signoria di Fiorenza cartoni che si avevano a colorire, per fare le spalliere della ringhiera di piazza, con molte fantasie belle, sopra i quartieri della città, con tutte le bandiere delle Capitudini tenute d’alcuni putti, con ornamento di tutte le virtù, oltra i fiumi et i monti sudditi a quella città. La quale opera egli cominciò, e rimase imperfetta per la morte. Similmente prese una tavola per la Badia di Poppi, da i frati di Valle Ombrosa, la quale condusse a un gran termine, dentrovi una Nostra Donna Assunta con molti putti e San Giovanni Gualberto e San Bernardo Cardinale, con Santa Caterina e San Fedele. La quale è oggi posta in detta badia, rimanendo molte cose imperfette per conto della morte; il simile avenne di una tavola non molto grande che finita doveva andare a Pisa. E mentre che egli queste cose attendeva a lavorare, si dilettava di sempre tenere le mani in molte cose cominciate. Aveva preso Andrea domestichezza grandissima con Giovan Battista della Palla, il quale, desideroso rimenarlo in Francia, spese in tre anni che egli sté in Fiorenza molti e molti centi di scudi comperando cose fatte di scultura e pittura, e tutte le cose notabili, s’egli non le poteva avere, le faceva ritrarre di maniera che egli spogliò Fiorenza di una infinità di cose elette, senza alcun rispetto, solo per ordinare al re di Francia uno appartamento di stanze che fussi di ornamenti più eccellenti che si potessin trovare. E così, convenuto con Andrea, li fece, fare perciò due quadri, de’ quali fece in uno quando Abraam vuole ammazzare nel sacrificio Isaac: cosa tanto rara di suo, che fu giudicato che egli non avessi fatto mai meglio. Perché si vedeva dentro a quella figura del vecchio, quella constanzia d’animo e quella fede che non lo spaventava nello ammazzare il figliuolo, e nel menare del ferro,
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
altre pitture; et oggi dal Duca Cosimo de’ Medici sono poste nella villa di Castello sopra a certe porte. Venne in quel tempo la morte di Papa Clemente, e fu necessario far la sepoltura di Leone e la sua, per il che Alfonso ebbe a far tal lavoro dal Cardinale de’ Medici. Onde furono fatti alcuni schizzi de l’ordine da Michele Agnolo Buonarroti, et Alfonso fece un modello sopra quelli con figure di cera, che fu tenuto cosa bellissima; e preso danari andò a Carrara per cavar marmi. Ma non andò molto, che il cardinale, partito di Roma per andare in Africa, morì ad Itri. Onde Alfonso, rimaso in tale opra intricato, fu da que’ cardinali che erano commissarii di tale opera ributtato, i quali furono Salviati, Ridolfi, Pucci, Cibò e Gaddi; talché per il favore di Madonna Lucrezia de’ Salviati, fu ordinato che Baccio Bandinelli scultor fiorentino facesse tale opra, per averne egli fino in vita di Clemente fatto i modelli. Per la qualcosa Alfonso mezzo fuor di sé, posta giù l’alterezza si dispose ritornarsene a Bologna. Onde da Roma partito et in Fiorenza arrivato, fece riverenza al Duca Alessandro, e gli donò una bellissima testa di marmo, che avea fatto per il cardinale, la quale è oggi in guarda roba del Duca Cosimo. E prese assunto di ritrarre il duca, il quale era allora in uno umore, che si fece ritrarre a orefici fiorentini e forestieri ancora. Fra i quali lo ritrasse Domenico di Polo intagliator di ruote, Francesco di Girolamo da Prato in medaglie, e Benvenuto per le monete, così di pittura Giorgio Vasari aretino e Iacopo da Puntormo, che fece un ritratto certo bellissimo. Di rilievo lo fece il Danese da Carrara, et altri infiniti. Ma quello che avanzò tutti fu Alfonso, perché gli fu dato comodità, poiché e’ voleva andare a Bologna, che egli ne facesse uno di marmo come il modello. Perciò rimunerò il Duca Alessandro Alfonso, et egli a Bologna se ne tornò. Dove, essendo già per la morte del cardinale poco contento e per la perdita della sepoltura molto dolente, gli venne un male di rogna pestifera et incurabile, che a poco a poco, andò consumando, finché egli condottosi già a 49 anni di sua età passò di questa vita, continuamente dolendosi, con dire che la felicità di sì alto signore, con cui la fortuna l’aveva posto, averebbe potuto chiudergli gli occhi in quel tempo, inanzi che di sé vedesse sì miserabil fine. Morì Alfonso l’anno MDXXXVI.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
veramente bellissima, E fra l’altre cose che belle vi sono, è una aria di Nostra Donna fatta con grave maniera, e così il putto che è bellissimo. Oltra che egli sempre ne gli occhi de’ putti e nelle arie loro accordava una certa capresteria di vivacità, che fa conoscere gli spiriti acuti e maliziosi, che bene spesso sogliono vedersi nella vivezza de’ putti. Abbigliò ancora la Nostra Donna d’un certo abito nelle maniche di veli gialletti quasi vergati d’oro, che nel vero hanno una bellissima grazia e fanno parere le carne e formose e delicatissime, oltra che de i capegli da lui lavorati non può vedersi meglio, né maggior destrezza delle cose da lui dipinte. Fece alle monache di Santa Margherita  in  Bologna  una  tavola  di  Nostra  Donna  con  Santa  Margherita,  San Petronio, San Girolamo e San Michele, che molto in prezzo è tenuta in Bologna, la quale con gran pratica e bella destrezza è lavorata. E le arie delle sue teste son tante belle, di dolcezza e di lineamenti, che fa stupire ogni persona  dell’arte.  Sono  ancora  sparsi  per  Bologna  alcuni  altri  quadri  di Madonne e quadri piccoli, coloriti e bozzati; et ancora un numero di disegni per diversi, come per Girolamo del Lino amico suo, et ancora Girolamo Fagiuoli orefice et intagliatore n’ebbe da lui per intagliare in rame, i quali graziosissimi sono tenuti. Fece a Bonifazio Gozadino il suo ritratto di naturale e quel della moglie, che rimase imperfetto, come molte altre cose sue. Abbozzò il quadro d’un’altra Madonna, il quale in Bologna fu venduto a Giorgio Vasari aretino, che in Arezzo nelle sue case nuove e da lui fabricate onoratamente lo serba, con molte altre nobili pitture e sculture e marmi antichi. In questo tempo vennero a Bologna lo Imperatore Carlo quinto e Papa Clemente  VII per la incoronazione di Sua Maestà, dove Francesco, andando talora a vederlo mangiare, fece senza ritrarlo, l’imagine sua a olio in un quadro grandissimo, et in quello dipinse la Fama che lo coronava di lauro, et un fanciullo che gli porgeva il mondo, figurato per il dominio. Il quale donandolo a Sua Maestà n’ebbe premio onorato; e quel ritratto per un grandissimo favore, fu donato al Signor Duca di Mantova, et ancora oggi si truova nella sua guarda robba. Prese assunto come cervello capriccioso ch’egli era, di fare carte stampate intagliate sul ferro e sul rame con acqua forte, et ancora di chiaro scuro se ne vede di suo in legno molte, come ancora di bulino intagliate per mano del Caralio, dilettandosi egli non meno de ‘l disegno, che si facesse del colorito. Ritornato a Parma vi fece alcune tavole e quadri, poi tolse a fare alla Madonna della Steccata una opera grandissima a fresco, nella quale andavano
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
amico, che lo amico da l’opera sua. Onde Francesco Granacci pittor molto saputo, meritò prima per le fatiche sue nell’arte della pittura onorata lode, poi, nella pratica del divin Michele Agnolo, onori e grado infinito. Perché la stima che, mentre che e’ visse, fece di lui il divino Michel Agnolo, e lo aiutarlo, ebber forza di metterlo in fama, oltra il suo nome, a onta della sorte. Dicesi che il Granaccio nella sua giovanezza imparò l’arte con Domenico del Ghirlandaio e con Michel Agnolo fanciullo fu da Lorenzo de’ Medici posto nel suo giardino a esercitarsi; et essendo giovane, aiutò a finire l’opere della tavola di Santa Maria Novella, da Domenico suo maestro lasciata imperfetta. Egli studiò molto al cartone di Michel Agnolo e da lui fu condotto a Roma per l’opera della cappella, dove poi con gli altri scornato se ne tornò a Fiorenza. Dipinse a Pier Francesco Borgherini in Fiorenza una storia a olio in una camera, de’ fatti di Giuseppo quando serviva a Faraone, nella quale come diligente mostrò quanto amore egli portasse alla pittura. Fece in San Pier Maggiore di Fiorenza alla cappella de’ Medici una tavola, dentrovi una Assunta di Nostra Donna, la quale dà la cintola a San Tommaso. E fra l’altre figure vi sono San Paulo, San Iacopo e San Lorenzo, lavorati con tanta bella grazia e disegno, che questa opera sola basta a far conoscere il valor dell’arte che nel Granaccio era infuso della natura; la quale opera lo fece tenere da tutti gli artefici molto eccellente. Fece ancora nella chiesa di San Gallo una tavola, la quale è oggi in San Iacopo fra’ Fossi alla cappella de’ Girolami. E perché egli era di patrimonio ereditario comodamente agiato, lavorava con suo grandissimo agio. Fece Michele Agnolo per lo interesso della nipote, che aveva fatta monaca in Santa Apollonia, lo ornamento e ‘l disegno della tavola dello altar maggiore; e quivi poi il Granaccio dipinse storiette e figure a olio, le quali molto a quelle monache satisfecero et a’ pittori ancora. Oltre a ciò fece loro, ad uno altro altare da basso, una tavola con Cristo e la Nostra Donna et un Dio Padre, la quale per un caso di fuoco abbruciò insieme co’ paramenti di molto valore. E certamente ne fu gran danno, per esser cosa molto lodata da’ nostri artefici. Alle monache di San Giorgio fece la tavola dello altar maggiore, e per le case de’ cittadini una infinità di opere, che non accade che io le racconti. Lavorò più tosto per gentilezza che per bisogno, essendo persona che si contentava conservare il suo, senza esser cupido di quello d’altrui. E perché e’ si dette pochi pensieri, visse fino in LXVII anni, et in quegli con una malattia ordinaria di febbre, finì il corso della sua vita, e nella chiesa di
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
e per questa cagion qui, dove torna ella per uso ad albergar talora, di tutto il bel che l’universo adorna, scelse quanto diletta e quanto odora. Or s’è ver, ch’a colei che qui soggiorna ed a tutti gli dei che ‘l mondo adora, soglion tanto piacer gli odori sparsi, quanto denno dagli uomini pregiarsi? Ben tirato un profil nel mezzo apunto scolpì del volto uman la man divina, che quindi con le ciglia ambe è congiunto e col labro sovran quinci confina. E perché di guardarlo abbia l’assunto, d’osso concavo e curvo armò la spina, che qual base il sostenta; e tutto il resto di molli cartilagini è contesto. E perché, se vien pur sinistro caso una a turar dele finestre sue, l’altra aperta rimanga ed abbia il naso onde i fiati essalar, ne formò due; e posta in mezzo al’un e l’altro vaso terminatrice una colonna fue tenera ma non fral, siché per questa le sue piogge stillar possa la testa. Ma benché oltre il decoro e l’ornamento ed oltre ancor ch’al respirare è buono, vaglia a purgar del capo ogni escremento, pur l’odorato è principal suo dono. E consiste nel moto il sentimento di due mammelle che da’ lati sono, e movon certi muscoli al’entrata, de’ quali un si ristringe, un si dilata.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
- Deh! con l’eterna man, Giove, saetta dale porte del ciel celeste lampo ch’apporti al’innocente giovinetta, che tal creder si dee, difesa e scampo. Fia dunque a perder sua ragion costretta per non aver chi la sostenga in campo? Fia che tanta beltà su ‘l fior degli anni ad infame patibulo si danni? S’indegno di perdon, di mille pene degno, un vile stranier campion ritrova ed uom che ‘n sangue o in amistà gli attiene per lui s’espone a perigliosa prova, innocenza real, deh ! come aviene ch’oggi a pietate alcun de’ suoi non mova? come consente Amor di restar vinto? e che sia ‘l suo per altro incendio estinto? Questi in languido suon sommessi accenti con guance smorte e luci lagrimose bisbigliando pertutto ivan le genti di spettacol sì tragico pietose. Comprende ei dal tenor di que’ lamenti e da molt’altre investigate cose, che per lui quel guerrier la pugna piglia, onde sdegno n’ha insieme e meraviglia. Imaginar non sa chi sia costui, sì d’amor seco o d’obligo congiunto, che ‘n periglio mortal d’entrar per lui espresso ha preso e volontario assunto. Sia pur chi vuol, né di tutela altrui né di sua propria vita ei cura punto, e già s’accosta al’aversario estrano con l’elmo in testa e con la lancia in mano.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Venere, poich’alquanto ebbe deposta l’ira ch’al bell’Adon pose spavento, in più solinga parte e più riposta volta al’autor del suo dolce tormento: - Dela condizion tra noi proposta, debitrice (gli disse) a te mi sento. Seben a torto ho mia ragion perduta,. t’è pur del gioco la mercé devuta. Per lo passeggio poi dela verdura con parlar più distinto ella gli dice: - Cara parte del cor, cara mia cura, dolce d’ogni mio ben fonte e radice, seben la bella e desiata arsura che mi strugge per te, mi fa felice, contenta non sarò ch’io non ti veggia nel natio regno e nela patria reggia. La reggia antica del ciprigno stato vota ancor serba la real sua sede, al cui dominio il mio tiranno amato (chi si sia questi io nol dirò) succede, come di quella originato e nato per genitore e genitrice erede. Or ala signoria ch’a te s’aspetta piacciati consentir ch’io ti rimetta. Senza capo e signor che ‘l freni e regga erra ed inciampa il popolo confuso, qual greggia a cui s’avien che non provegga pastor, licenziosa esce del chiuso. Per sì fatta cagion, che re s’elegga il senato di Cipro ha già conchiuso, e di chi deggia al soglio esser assunto dimane il tempo è stabilito apunto.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
porro niuna cosa sia buona, pur men reo e più piacevole alla bocca è il capo di quello, il quale voi generalmente, da torto appetito tirate, il capo vi tenete in mano e manicate le frondi, le quali non solamente non sono da cosa alcuna ma son di malvagio sapore. E che so io, madonna, se nello elegger degli amanti voi vi faceste il simigliante? E se voi il faceste, io sarei colui che eletto sarei da voi, e gli altri cacciati via.” La gentil donna, insieme con l’altre alquanto vergognandosi, disse: “Maestro, assai bene e cortesemente gastigate n’avete della nostra presuntuosa impresa; tuttavia il vostro amor m’è caro, sì come di savio e valente uomo esser dee, e per ciò, salva la mia onestà, come a vostra cosa ogni vostro piacere imponete sicuramente.” Il maestro, levatosi co’ suoi compagni, ringraziò la donna: e, ridendo e con festa da lei preso commiato, si partì. Così la donna, non guardando cui motteggiasse, credendo vincer fu vinta: di che voi, se savie sarete, ottimamente vi guarderete. –
Decameron di Giovanni Boccaccio
20 di me il feci degno; ma or ne son, dolente a me!, privata. Femmisi innanzi poi presuntuoso un giovinetto fiero, sé nobil reputando e valoroso, 25 e presa tienmi e con falso pensiero divenuto è geloso; laond’io, lassa!, quasi mi dispero, cognoscendo per vero, per ben di molti al mondo 30 venuta, da uno essere occupata. Io maledico la mia sventura, quando, per mutar vesta, sì dissi mai; sì bella nella oscura mi vidi già e lieta, dove in questa 35 io meno vita dura, vie men che prima reputata onesta. O dolorosa festa, morta foss’io avanti che io t’avessi in tal caso provata! 40 O caro amante, del qual prima fui più che altra contenta, che or nel ciel se’ davanti a Colui che ne creò, deh! pietoso diventa di me, che per altrui 45 te obliar non posso: fa ch’io senta che quella fiamma spenta non sia che per me t’arse, e costà sù m’impetra la tornata. Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, nella quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa: e ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa; altri furono di più sublime e migliore e più vero intelletto, del quale al presente recitar non accade. Il re, dopo questa, su l’erba e ‘n su i fiori avendo fatti molti doppieri accendere ne fece più altre cantare infino che già ogni stella a cader cominciò che salia; per che, ora parendogli da dormire, comandò che con la buona notte ciascuno alla sua camera si tornasse. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
I giovani, li quali più forza che liberalità costrignea, piagnendo Efigenia a Cimon concedettono; il quale vedendola piagnere disse: “Nobile donna, non ti sconfortare; io sono il tuo Cimone, il quale per lungo amore t’ho molto meglio meritata d’avere che Pasimunda per promessa fede.” Tornossi adunque Cimone, lei già avendo sopra la sua nave fatta portare senza alcuna altra cosa toccare de’ rodiani, a’ suoi compagni, e loro lasciò andare. Cimone adunque, più che altro uomo contento dell’acquisto di così cara preda, poi che alquanto di tempo ebbe posto in dover lei piagnente racconsolare, diliberò co’ suoi compagni non essere da tornare in Cipri al presente: per che, di pari diliberazion di tutti, verso Creti, dove quasi ciascuno e massimamente Cimone per antichi parentadi e novelli e per molta amistà si credevano insieme con Efigenia esser sicuri, dirizzaron la proda della lor nave. Ma  la  fortuna,  la  quale  assai  lietamente  l’acquisto  della  donna  avea conceduto a Cimone, non stabile, subitamente in tristo e amaro pianto mutò la inestimabile letizia dello innamorato giovane. Egli non erano ancora quatro ore compiute poi che Cimone li rodiani aveva lasciati, quando, sopravegnente la notte, la quale Cimone più piacevole che alcuna altra sentita giammai aspettava, con essa insieme surse un tempo fierissimo e tempestoso, il quale il cielo di nuvoli e ‘l mare di pistilenziosi venti riempié; per la qual cosa né poteva alcun veder che si fare o dove andarsi, né ancora sopra la nave tenersi a  dover  fare  alcun  servigio.  Quanto  Cimone  di  ciò  si  dolesse  non  è  da dimandare. Egli pareva che gl’iddii gli avessero conceduto il suo disio acciò che più noia gli fosse il morire, del quale senza esso prima si sarebbe poco curato.  Dolevansi  similmente  i  suoi  compagni,  ma  sopra  tutti  si  doleva Efigenia, forte piangendo e ogni percossa dell’onda temendo: e nel suo pianto aspramente maladiceva l’amor di Cimone e biasimava il suo ardire, affermando per niuna altra cosa quella tempestosa fortuna esser nata, se non perché gl’iddii non volevano che colui, il quale lei contra li lor piaceri voleva aver per isposa, potesse del suo presuntuoso disiderio godere, ma vedendo lei prima morire egli appresso miseramente morisse. Con così fatti lamenti e con maggiori, non sappiendo che farsi i marinari, divenendo ognora il vento più forte, senza sapere conoscere dove s’andassero, vicini all’isola di Rodi pervennero; né conoscendo per ciò che Rodi si fosse quella, con ogni ingegno, per campar le persone, si sforzarono di dovere in essa pigliar terra se si potesse. Alla qual cosa la fortuna fu favorevole e lor
Decameron di Giovanni Boccaccio
Disse allora Gianni: “Va, donna, non aver paura se ciò è, ché io dissi dianzi il Te lucis e la ‘ntemerata e tante altre buone orazioni, quando a letto ci andammo, e anche segnai il letto di canto in canto al nome del Patre e del Filio e dello Spirito Sancto, che temere non ci bisogna: ché ella non ci può, per potere ch’ella abbia, nuocere.” La donna, acciò che Federigo per avventura altro sospetto non prendesse e con lei si turbasse, diliberò del tutto di doversi levare e di fargli sentire che Gianni v’era; e disse al marito: “Bene sta, tu dì tue parole tu; io per me non mi terrò mai salva né sicura se noi non la ‘ncantiamo, poscia che tu ci se’.” Disse Gianni: “O come s’incanta ella?” Disse la donna: “Ben la so io incantare, ché l’altrieri, quando io andai a Fiesole alla perdonanza, una di quelle romite, che è, Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio tel dica per me, vedendomene così paurosa, m’insegnò una santa e buona orazione e disse che provata l’avea più volte avanti che romita fosse, e sempre l’era giovato. Ma sallo Iddio che io non avrei mai avuto ardire d’andare sola a provarla; ma ora che tu ci se’, io voi che noi andiamo a incantarla.” Gianni disse che molto gli piacea; e levatisi se ne vennero amenduni pianamente all’uscio, al quale ancor di fuori Federigo, già sospettando, aspettava; e giunti quivi, disse la donna a Gianni: “Ora sputerai, quando io il ti dirò.” Disse Gianni: “Bene.” E la donna cominciò l’orazione e disse: “Fantasima, fantasima che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n’andrai: va nell’orto, a piè del pesco grosso troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia: pon bocca al fiasco e vatti via, e non far mal né a me né a Gianni mio”, e così detto, disse al marito: “Sputa, Gianni” e Gianni sputò. E Federigo, che di fuori era e questo udiva, già di gelosia uscito, con tutta la malinconia aveva sì gran voglia di ridere, che scoppiava e pianamente, quando Gianni sputava, diceva: “denti.” La donna, poi che in questa guisa ebbe tre volte incantata la fantasima, a letto se ne tornò col marito. Federigo, che con lei di cenar s’aspettava, non avendo cenato e avendo bene le parole della orazione intese se n’andò nell’orto e a piè del pesco grosso trovati i due capponi e ‘l vino e l’uova a casa se ne gli portò e cenò a grande agio;  e  poi  dell’altre  volte  ritrovandosi  con  la  donna,  molto  di  questa incantazione rise con essolei.
Decameron di Giovanni Boccaccio
dee dire, e quello che con lui vuol fare, e che movimento deggia il suo essere  a  dovergli  narrare  il  suo  segreto.  Molte  vie  truova,  e  ciascuna pruova  in  se  medesimo,  e  le  migliori  riserba  nella  memoria.  Poco abandonano la notte le sollecitudini lo ’nnamorato petto, e la notte, che già maggiore gl’incominciava a parere che l’altre, si consuma: e il chiaro giorno rallegra il mondo. Levasi Filocolo, e tacitamente e con discrezione ordina ciò che davanti al sonno la notte avea pensato; e venuta l’ora ch’egli estimò convenevole, soletto se ne cavalcò alla torre. Quivi dal castellano con mirabile onore è ricevuto, e le tavole preste niuna cosa aspettano se non loro. 99 Dopo alcuni ragionamenti s’asettano costoro alle tavole, come piacque al castellano, e con gran festa mangiano splendidamente serviti. E già presso alla fine del mangiare, Filocolo cominciò a dubitare non corto venisse il suo avviso ad effetto, però che già tempo gli parea, con ciò fosse cosa che altro non restasse al levare delle tavole se non le frutta. Ma mentre che in tale pensiero alquanto alterato dimorava, Parmenione giunse quivi il quale contentò assai Filocolo nella sua venuta, e salito in su la sala, nelle sue mani recò la bellissima coppa e grande d’oro, la quale con gli altri tesori Felice re ricevette per pregio della giovane Biancofiore dagli ausonici mercatanti, e quella piena di bisanti d’oro, tanto grave che appena avria più Parmenione potuto portare, coperta con uno sottilissimo velo, davanti Sadoc la presentò, dicendo: — Bel signore, quel giovane al quale voi ieri per vostra benignità la vita  servaste,  avendo  egli  per  sua  presuntuosità  la  morte  guadagnata, questa coppa con questi frutti che dentro ci sono, i quali nel suo paese nascono, vi presenta, e, appresso, sé e le sue cose offera, al vostro piacere apparecchiate. Vedendo questo Sadoc, e ascoltando le parole da Parmenione dette, tutto rimase allenito e con cupido occhio rimirò quella, nel cuore lieto di  tal  presente.  Nondimeno,  della  magnanimità  e  cortesia  di  Filocolo maravigliandosi molto, e rivolto dove Filocolo sedeva, con benigno aspetto il riguardò, e poi disse: — Grande e nobile è il presente, e prezioso è il terreno che sì fatti frutti produce: e se non che egli mi si disdice l’essere villano verso di chi
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Come Penteo fu ricevuto al servigio di Teseo, e come elli prima rivide Emilia, da lei solamente riconosciuto. 49 Com’elli avea con seco immaginato, così lo immaginar seguì l’effetto; e s’elli avesse a lingua dimandato non gli saria si ben venuto detto; però che fu con Teseo allogato, né fu dell’esser suo preso sospetto, né domandato fu chi fosse o donde: così gli andaron le cose seconde! 50 È non fu prima a tal partito giunto, che ’l suo aspetto un pochetto più chiaro si fé che pria parea così compunto, e dipartissi il suo dolore amaro il qual l’avea col lagrimar consunto, e le sue membra forze ripigliaro; ma tutte altre allegrezze furon nulla a petto a quando vide la fanciulla. 51 Teseo, faccendo una mirabil festa, tra l’altre donne Emilia fé venire, la qual più ch’altra leggiadra e onesta, piacevol, bella e molto da gradire, ornata assai in una verde vesta, tal che di sé ciascuno uom facea dire lode maravigliose, e tal dicea che veramente ell’era Citerea.
Teseida di Giovanni Boccaccio
ai solenni sacrifizi. Celebri, per questo riguardo, erano i bovi del Clitumno. Verg. Georg. II, 146. Vennero poi i bianchi coi barbari. E si ha da credere che non subito mettessero in bando i rossi, ma a poco a poco; ché nelle parti meridionali e specialmente in Sicilia i bovi rossi, magri e corridori, tengono ancora il campo. I. v. 77 E sul principio dovevano i coltivatori aggiogare il nuovo venuto bianco al vecchio bove indigeno robeo; se anche oggi, inconsapevolmente, il contadino romagnolo grida al suo paio, che è pur di due belli e grandi bovi bianchi: Bi e Ro: che sono le iniziali di Bianco e Rosso. II.  v. 2. Do, dei manenti, la definizione che è negli Statuti Bolognesi del 1250 (I,  pag.  481:  ed.  Frati):  “Manentes...  appellamus  qui  solo  alieno  ita  se astrinxerunt ut nec ipsi nec sui liberi invitis dominis a solo discedere valeant”. E più genericamente ed esattamente in Ranfrido (l. c., pag. cit.): “Manentes sunt qui in solo alieno manent, in villis, quibus nec liberis suis invito domino licet recedere”. Io chiamo manenti i servi della gleba indigeni. Quanto agli arimanni è ancor controversa la loro origine e condizione. Certo gli arimanni del contado di Bologna non erano liberi, messi come sono a fascio con gli altri servi: “Ordinamus quod aliquis non possit deiceps esse manente vel astrictus ascripticius, vel conditionalis sive arimannus”. Ma quelli che erano già, rimasero. Per me gli arimanni erano servi della gleba, a condizione quanto si voglia mitigata, ma d’origine langobarda. Come si vedrà appresso. II. v. 8. Nello statuto CXLV del 1250 si stabilisce e ordina che per amor di Dio e della Beata Maria vergine si diano iohanni tonso, qui firmat et apperit portas stabule palacij comunis bononie, pro suo merito et labore C. sol. bon. in festivitate omnium sanctorum (Stat. com. Bon. II, 148). Nei medesimi, vol. III, 214 e ’15, si leggono altre provvidenze per il buon vecchierello, chiamato qui custode delle porte dell’Arengo (curie): che, oltre l’annuale paga di cento  soldi  di  bolognini,  gli  si  dia  per  Ognissanti  tanto  di  panno  bono  di mezzalana da farsene un vestito e un mantello frodato di pelli d’agnello, e un cappuccio nel mese di gennaio, che non gli possano essere ritolti. E abbia
Le canzoni di re Enzio di Giovanni Pascoli
Fu preso il 26 maggio 1249. Ora siamo all’8 ottobre del 1251. IX. v. 14. Queste ed altre seguenti sono parole desunte dalle lettere di Federigo ai Bolognesi. IX.  v. 54. Per il ferino corteo dell’imperatore, vedi, ad esempio, Salimbene, pag. 196 e segg. Per l’elefante, Sigonio, De regn. Ital., XVII. IX.  v. 78. Come a Cortenuova. IX.  v. 79. Già comincia il conte Currado a dar prova della sua societas intollerabilis et inepta, che lo fece poi, dopo 12 anni, rimuovere di lì. Stat. Comm. Bon., III, 490. X. v. 1. È verisimile che Enzio nulla sapesse della morte (13 dicembre 1250) del suo grande genitore, un anno presso a poco dopo che ella era avvenuta? È, direi, più che probabile. Fra Salimbene insiste singolarmente su ciò: che l’imperatore “non credebatur mortuus”. Pag. 243. Dice che Manfredi ne occultava la morte, per prevenire Corrado suo fratello, e così “multi crediderunt eum non esse mortum, cum vere mortuus esset”. Pag. 347. Narra d’un eremita che fu fatto  passare  per  Federigo.  Pag.  173.  Infine,  in  quei  medesimi  giorni, Salimbene seppe l’avvenimento da Innocenzo in persona, a Ferrara: “firmiter nuntiatum est nobis”; e prima non lo credeva. Pag. 174. X. v. 48. Il mondo è questa Europa occidentale. Il Regno di Dio è l’Oriente. X. v. 62. La profezia è il Salimbene, p. 349: “In ipso quoque finietur imperium, quia, etsi successores sibi fuerint, iperiali tamen vocabulo ex romano fastigio privabuntur”. X. v. 66. 95 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le canzoni di re Enzio di Giovanni Pascoli
per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano: fuggian con grida e gemiti e singhiozzi lasciando le lor bianche orme di schiuma. Ma non le udiva, benché desto, Achille, desto sol esso; ch’egli empiva intanto a sé l’orecchio con la cetra arguta, dedalea cetra, scelta dalle prede di Thebe sacra ch’egli avea distrutta. Or, pieno il cuore di quei chiari squilli, non udiva su lui piangere il mare, e non udiva il suo vocale Xantho parlar com’uomo all’inclito fratello, Folgore, che gli rispondea nitrendo. L’eroe cantava i morti eroi, cantava sé, su la cetra già da lui predata. Avea la spoglia, su le membra ignude, d’un lion rosso già da lui raggiunto, irsuta, lunga sino ai piè veloci. III Così le glorie degli eroi consunti dal rogo, e sé con lor cantava Achille, desto sol esso degli Achei chiomanti: ecco, avanti gli stette uno, canuto, simile in vista a vecchio dio ramingo. E gli fu presso e gli baciò le mani terribili. Sbalzò attonito Achille su, dal suo seggio, e il morto lion rosso gli raspò con le curve unghie i garretti. E gli volgeva le parole alate: “Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri, sì, nell’aspetto Priamo re, ma regio non è il mantello che ti para il vento. Chi ti fu guida nella notte oscura? Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio.” E gli parlava rispondendo il vecchio:
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
III E i figli la rividero alla fiamma del focolare, curva, sfatta, smunta. “Ma siete trista! siete trista, o mamma!” 55 Ed accostando agli occhi, essa, la punta del pannelletto, con un fil di voce: “E il Cecco è fiero? E come va l’Assunta?” “Ma voi! Ma voi!” “Là là, con la mia croce.” I muri grezzi apparvero col banco vecchio e la vecchia tavola di noce. 60 Di nuovo, un moro, con non altro bianco che gli occhi e i denti, era incollato al muro, la lenza a spalla ed una mano al fianco: roba di là. Tutto era vecchio, scuro. S’udiva il soffio delle vacche, e il sito della capanna empiva l’abituro. Beppe sedé col capo indolenzito tra le due mani. La bambina bionda ora ammiccava qua e là col dito. Parlava, e la sua nonna, tremebonda, stava a sentire e poi dicea: “Non pare un luì quando canta tra la fionda?” Parlava la sua lingua d’oltremare: “... a chicken-house” “un piccolo luì...” “... for mice and rats” “che goda a cinguettare, 75 zi zi” “Bad country, Ioe, your Italy!”
Primi poemetti di Giovanni Pascoli
bugie che ti sembravano deliziose nella sua bocca... E l’ebbrezza della vittoria, poi! il ricordo di certi momenti che ti si ficca nelle carni col sospetto di un rivale latente fra te e lei... Proprio  un  affare  serio,  anche  per  un  uomo  meno  innamorato  di Casalengo – giacché l’immagine di un rivale passato, presente o futuro c’entra un po’ in tutti i romanzi del cuore. Una tentazione da farvi perdere il lume degli occhi. – Sentite, Ginevra!... È assurdo... quando si ama... se si ama... non cercare... non trovare in tutta Napoli un cantuccio, un momento per ritrovarsi, come prima... fosse anche per cinque minuti soli... A meno che... – A meno che, nulla! Lo sapete e avete torto. Pure gli aveva accordato quell’appuntamento, proprio perché non ne aveva voglia, per lealtà, perché era un’imprudenza e un pericolo serio in quel momento, col marito che le stava alle costole, e sembrava fiutasse in aria qualcosa anche lui. Gliel’aveva accordato fars’anche perché indovinava i sospetti di lui, e sentivasi colpevole, in fondo in fondo. Le donne hanno di coteste delicatezze che noi uomini non arriveremo mai a comprendere. – Ebbene, – gli disse, – giacché lo volete assolutamente... Sia pure. Ditemi quando e dove... Non importa. Cercate voi. Casalengo aveva trovato: un alberguccio losco che essendo brutto assai sembravagli non potesse essere scoperto da altri. Essa ripeté: – Sia pure... dove volete. Non importa. Prese a due mani il suo coraggio e le sue sottane, e salì in punta di piedi quella scaletta sudicia, sfidando alteramente gli sguardi avidi e indiscreti del servitore bisunto, appena velata da un pezzetto di trina che si era cacciata in tasca, come non s’era curata del viso che aveva fatto la cameriera vedendola uscire a quell’ora e vestita così dimessamente, come s’era rassegnata all’insolenza del lazzarone che l’aveva scarrozzata sino al vicoletto oscuro, dopo mille andirivieni sospetti, ghignando e ammiccando alla gente che incontrava, per accusare il soffietto traballante sotto il quale tentava di nascondersi la povera signora messa così alla berlina, rinfacciandole al termine della corsa: – Cinque lire? A chi le date? Un servizio come questo! Casalengo aspettava dietro la finestra, colle tendine calate, il cuore in sussulto, innamorato sino ai capelli, dopo tanto tempo che non si erano più visti... o quasi. Essa entrò senza esitare, pallidissima, premendosi il petto anche lei. Ritirò la mano che egli le aveva presa, e cavò dal manicotto una
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
Roberto giunse il giorno dopo, spaventato. – Bice non sta bene, – disse al dottore che l’aspettava. – Sono inquieto anche per lei. Non sa nulla... Ho temuto che la notizia... l’agitazione... il viaggio... – Ha ragione... Anche la salute della marchesa ha bisogno di molti riguardi... È una malattia gentilizia, pur troppo!... Io stesso non avrei preso su di me tale responsabilità... E se non fosse stata la gravità del caso... – Molto grave? – chiese Roberto. Il dottore scosse il capo. L’inferma, appena le annunziarono la visita del genero, entrò in una grande agitazione. – E Bice? – chiese appena lo vide. – Perché non è venuta? Egli balbettava, quasi pallido quanto lei, sentendosi anch’esso un sudore freddo alla radice dei capelli. – Siete stato voi... a dirle che non venisse?... – seguitava lei colla voce tronca e soffocata. Egli non le aveva mai udito quella voce, né visto quegli occhi. Una donna, china sul capezzale, sforzavasi di calmare l’inferma. Infine essa tacque, abbassando le palpebre, stringendo forte le mani sul petto. Volle confessarsi la sera stessa. Dopo che si fu comunicata fece chiamare di nuovo il genero, e gli strinse la mano, quasi per chiedergli perdono. Nella stanza vagava ancora l’odore dell’incenso – l’odore della morte; soffocata di tratto in tratto da un odore più acuto di etere, penetrante, che pigliava alla gola. Delle ombre livide sembravano errare sul volto della moribonda. – Ditele... – balbettò la poveretta. – Dite a mia figlia... L’affanno la vinceva soffocandole le parole nella strozza, facendole stralunare gli occhi deliranti. Allora accennò che non poteva più, con un moto del capo desolato. Di tanto in tanto bisognava sollevare di peso sui guanciali quel povero corpo consunto, nell’angoscia suprema dell’agonia. Ella però faceva segno che Roberto non la toccasse. Le si erano quasi sciolti i capelli, tutti bianchi. – No... no... – furono le ultime sue parole che si udirono gorgogliare indistinte. Giunse le mani per chiudere la battista che le si era aperta sul petto, e così passò, colle mani in croce.
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Verga     Mastro don Gesualdo     Parte prima Capitolo secondo Nella piazza, come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto e la palandrana delle grandi occasioni, fu un avvenimento: – Ci volle il fuoco a farvi uscir di casa! – Il cugino Zacco voleva anche condurlo al Caffè dei Nobili: – Narrateci, dite come fu... – Il poveraccio si schermì alla meglio; per altro non era socio: poveri sì, ma i Trao non s’erano mai cavato il cappello a nessuno. Fece il giro lungo onde evitare la farmacia di Bomma, dove il dottor Tavuso sedeva in cattedra tutto il giorno; ma nel salire pel Condotto, rasente al muro, inciampò in quella linguaccia di Ciolla, ch’era sempre in cerca di scandali: – Buon vento, buon vento, don Diego! Andate da vostra cugina Rubiera? Lui si fece rosso. Sembrava che tutti gli leggessero in viso il suo segreto! Si voltò ancora indietro esitante, guardingo, prima d’entrare nel vicoletto, temendo che Ciolla stesse a spiarlo. Per fortuna colui s’era fermato a discorrere col canonico Lupi, facendo di gran risate, alle quali il canonico rispondeva atteggiando la bocca al riso anche lui, discretamente. La baronessa Rubiera faceva vagliare del grano. Don Diego la vide passando davanti la porta del magazzino, in mezzo a una nuvola di pula, con le braccia nude, la gonnella di cotone rialzata sul fianco, i capelli impolverati, malgrado il fazzoletto che s’era tirato giù sul naso a mo’ di tettino. Essa stava litigando con quel ladro del sensale Pirtuso, che le voleva rubare il suo farro pagandolo due tarì meno a salma, accesa in volto, gesticolando con le braccia pelose, il ventre che le ballava: – Non ne avete coscienza, giudeo?... – Poi, come vide don Diego, si voltò sorridente: – Vi saluto, cugino Trao. Cosa andate facendo da queste parti? – Veniva appunto, signora cugina... – e don Diego, soffocato dalla polvere, si mise a tossire. – Scostatevi, scostatevi! Via di qua, cugino. Voi non ci siete avvezzo – interruppe la baronessa. – Vedete cosa mi tocca a fare? Ma che faccia avete, gesummaria! Lo spavento di questa notte, eh?... Dalla botola, in cima alla scaletta di legno, si affacciarono due scarpacce, delle grosse calze turchine, e si udì una bella voce di giovanetta la quale disse: – Signora baronessa, eccoli qua. – È tornato il baronello? – Sento Marchese che abbaia laggiù.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
detta ragazza; perché quando ci ha degli uomini sottomano è un affar serio! Ma del resto è fidata, e bisogna aver pazienza – Che posso farci?... Una casa piena di roba come la mia!... Più in là, nel cortile che sembrava quello di una fattoria, popolato di galline, di anatre, di tacchini, che si affollavano schiamazzando attorno alla padrona, il tanfo si mutava in un puzzo di concime e di strame abbondante. Due o tre muli, della lunga fila sotto la tettoia, allungarono il collo ragliando; dei piccioni calarono a stormi dal tetto; un cane da pecoraio, feroce, si mise ad abbaiare, strappando la catena; dei conigli allungavano pure le orecchie inquiete, dall’oscurità misteriosa della legnaia. E la baronessa, in mezzo a tutto quel ben di Dio, disse al cugino: – Voglio mandarvi un paio di piccioni, per Bianca... Il poveraccio tossì, si soffiò il naso, ma non trovò neppure allora le parole da rispondere. Infine, dopo un laberinto di anditi e di scalette, per stanzoni oscuri, ingombri di ogni sorta di roba, mucchi di fave e di orzo riparati dai graticci, arnesi di campagna, cassoni di biancheria, arrivarono nella camera della baronessa, imbiancata a calce, col gran letto nuziale rimasto ancora tale e quale, dopo vent’anni di vedovanza, dal ramoscello d’ulivo benedetto, a piè del crocifisso allo schioppo del marito accanto al capezzale. La cugina Rubiera era tornata a lamentarsi del figliuolo: – Tale e quale suo padre, buon’anima! Senza darsi un pensiero al mondo della mamma o dei suoi interessi!... Vedendo  il  cugino  Trao  inchiodato  sull’uscio,  rimpiccinito  nel soprabitone, gli porse da sedere: – Entrate, entrate, cugino Trao. – Il poveretto si lasciò cadere sulla seggiola, quasi avesse le gambe rotte, sudando come Gesù all’orto; si cavò allora il cappellaccio bisunto, passandosi il fazzoletto sulla fronte. – Avete da dirmi qualche cosa, cugino? Parlate, dite pure. Egli strinse forte le mani l’una nell’altra, dentro il cappello, e balbettò colla voce roca, le labbra smorte e tremanti, gli occhi umidi e tristi che evitavano gli occhi della cugina: – Sissignora... Ho da parlarvi... Lei, da prima, al vedergli quella faccia, pensò che fosse venuto a chiederle denari in prestito. Sarebbe stata la prima volta, è vero: erano troppo superbi i cugini Trao: qualche regaluccio, di quelli che aiutano a tirare innanzi, vino, olio, frumento, solevano accettarlo dai parenti ricchi – lei, la cugina
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Mastro-don Gesualdo però esitava alquanto, intimidito, in mezzo alla gran sala tappezzata di damasco giallo, sotto gli occhi di tutti quei Sganci che lo guardavano alteramente dai ritratti, in giro alle pareti. La padrona di casa gli fece animo: – Qui, qui, c’è posto anche per voi, don Gesualdo. C’era appunto il balcone del vicoletto, che guardava di sbieco sulla piazza, per gli invitati di seconda mano ed i parenti poveri: donna Chiara Macrì, così umile e dimessa che pareva una serva; sua figlia donna Agrippina, monaca di casa, una ragazza con tanto di baffi, un faccione bruno e bitorzoluto da zoccolante, e due occhioni neri come il peccato che andavano frugando gli uomini. In prima fila il cugino don Ferdinando, curioso più di un ragazzo, che s’era spinto innanzi a gomitate, e allungava il collo verso la Piazza Grande dal cravattone nero, al pari di una tartaruga, cogli occhietti grigi e stralunati, il mento aguzzo e color di filiggine, il gran naso dei Trao palpitante, il codino ricurvo, simile alla coda di un cane sul bavero bisunto che gli arrivava alle orecchie pelose; e sua sorella donna Bianca, rincantucciata dietro di lui, colle spalle un po’ curve, il busto magro e piatto, i capelli lisci, il viso smunto e dilavato, vestita di lanetta in mezzo a tutto il parentado in gala. La zia Sganci tornò a dire: – Venite qui, don Gesualdo. V’ho serbato il posto per voi. Qui, vicino ai miei nipoti. Bianca si fece in là, timidamente. Don Ferdinando, temendo d’esser scomodato, volse un momento il capo, accigliato, e Mastro-don Gesualdo si avvicinò al balcone, inciampando, balbettando, sprofondandosi in scuse. Rimase lì, dietro le spalle di coloro che gli stavano dinanzi, alzando il capo a ogni razzo che saliva dalla piazza per darsi un contegno meno imbarazzato. – Scusate! scusate! – sbuffò allora donna Agrippina Macrì, arricciando il naso, facendosi strada coi fianchi poderosi, assettandosi sdegnosa il fazzoletto bianco sul petto enorme; e capitò nel crocchio dove era la zia Cirmena colle altre dame, sul balcone grande, in mezzo a un gran mormorio, tutte che si voltavano a guardare verso il balcone del vicoletto, in fondo alla sala. – Me l’han messo lì... alle costole, capite!... Un’indecenza! – Ah, è quello lo sposo? – domandò sottovoce donna Giuseppina Alòsi, cogli occhietti che sorridevano in mezzo al viso placido di luna piena. – Zitto! zitto. Vado a vedere.... disse la Cirmena, e attraversò la sala – come un mare di luce nel vestito di raso giallo – per andare a fiutare che cosa
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Eccomi qua, come volete voi... ai vostri comandi... Però, dite la verità, voi parlate col diavolo, eh? Il canonico finse di non capire: – Perché? pel ponte? No, in fede mia! Mi dispiace anzi!... – No, no, non dico pel ponte!... Ma andiamo dì sopra, vossignoria. Non son discorsi da farsi qui, in istrada... C’era il letto ancora disfatto nella camera del canonico; tutt’in giro alle pareti un bel numero di gabbioline, dove il canonico, gran cacciatore al paretaio, teneva i suoi uccelli di richiamo; un enorme crocifisso nero di faccia all’uscio, e sotto la cassa della confraternita, come una bara da morto, nella quale erano i pegni dei denari dati a prestito; delle immagini di santi qua e là, appiccicate colle ostie, insudiciate dagli uccelli, e un puzzo da morire, fra tutte quelle bestie. Don Gesualdo cominciò subito a sfogarsi narrando i suoi guai: il padre che si ostinava a fare di testa sua, per mostrare ch’era sempre lui il capo, dopo aver dato fondo al patrimonio... Gli era toccato ricomprargliela due volte la fornace del gesso! E continuava a metterlo in quegli impicci!... E se lui diceva ahi! quando era costretto a farsi aprire la vena e a lasciarsi cavar dell’altro sangue per pagare, allora il padre gridava che gli si mancava di rispetto. La sorella ed il cognato che lo pelavano dall’altra parte. Una bestia, quel cognato Burgio! bestia e presuntuoso! E chi pagava era sempre lui, Gesualdo!... Suo fratello Santo che mangiava e beveva alle sue spalle, senza far nulla, da mattina a sera: – Col mio denaro, capite, vossignoria? col sangue mio! So io quel che mi costa! Quando ho lasciato mio padre nella fornace del gesso in rovina, che non si sapeva come dar da mangiare a quei quattro asini del carico, colla sola camicia indosso sono andato via... e un paio di pantaloni  che  non  tenevano  più,  per  la  decenza...  senza  scarpe  ai  piedi, sissignore. La prima cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette prestarmela mio zio il Mascalise... E mio padre che strepitava perché lasciavo il mestiere in cui ero nato... E poi, quando presi il primo lavoro a cottimo... gridava ch’era un precipizio! Ne ho avuto del coraggio, signor canonico! Lo so io quel che mi costa! Tutto frutto dei miei sudori, quello che ho... E quando lo vedo a buttarmelo via, chi da una parte e chi dall’altra!... che volete, vossignoria! il sangue si ribella!... Ho taciuto sinora per aver la quiete in famiglia... per mangiare in santa pace un boccone di pane, quando torno a casa stanco... Ma ora non ne posso più! Anche l’asino quando è stanco si
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
do dal vicoletto. Donna Bianca, come sentisse alfine quegli occhi fissi su di lei, voltò il viso pallido e sbattuto, e si trasse indietro bruscamente. – Adesso accende il lume, – riprese don Gesualdo. – Fa tutto in casa lei. Eh, eh,... c’è poco da scialarla in quella casa!... Mi piace perché è avvezza ad ogni guaio, e l’avrei al mio comando... Tu di’, che te ne pare? Diodata volse le spalle, andando verso il fondo della stalla per dare una manciata di biada fresca alla mula, e rispose dopo un momento, colla voce roca: – Vossignoria siete il padrone. – È vero... Ma veh!... che bestia! Devi aver fame anche tu... Mangia, mangia, poveretta. Non pensar solo alla mula. Capitolo sesto Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una ad una le candele dell’altar maggiore, con un ciuffetto d’erbe legato in cima alla canna, tenendo d’occhio nel tempo istesso una banda di monelli che irrompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi deserta in quell’ora calda, inseguiti a male parole  dal  sagrestano.  Donna  Bianca  Trao,  inginocchiata  dinanzi  al confessionario, chinava il capo umile; abbandonavasi in un accasciamento desolato; biascicando delle parole sommesse che somigliavano a dei sospiri. Dal confessionario rispondeva pacatamente una voce che insinuavasi come una carezza, a lenire le angosce, a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiudere vagamente nell’avvenire, nell’ignoto, come una vita nuova, un nuovo azzurro. Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant’Agata, all’altar maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto. Allora la penitente risollevavasi ansiosa, raggiante di consolazione, aggrappandosi avidamente alla sponda dell’inginocchiatoio, con un accento più fervido, appoggiando la fronte sulle mani in croce per lasciarsi penetrare da quella dolcezza. Veniva un ronzìo di mosche sonnolenti, un odor d’incenso e di cera strutta, un torpore greve e come una stanchezza dal luogo e dall’ora. Una vecchia aspettava accoccolata sui gradini dell’altare, simile a una mantellina bisunta posata su di un fagotto di lavandaia, e quando destavasi borbottando, don Luca le dava sulla voce: –  Bella  creanza!  Non  vedete  che  c’è  una  signora  prima  di  voi  al confessionario?... quelle non sono le quattro chiacchiere che avete da portarci Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
sono buon servo della vostra famiglia... una gran casata!... peccato che non sia più quella di prima!... Ora che avreste il mezzo di far risorgere il nome dei Trao!... Questo si chiama dare un calcio alla fortuna!... si chiama essere ingrati colla divina Provvidenza. Essa seguitava ad andare verso la porta, irresoluta, a capo chino. Don Luca alle calcagna di lei, accalorandosi, toccando tutti i tasti, mutando tono a ogni registro: – E certe giornate, donna Bianca!... certe giornate che spuntano a casa vostra!... Basta, scusatemi, io ne parlo perché ci bazzico sempre ad aiutarvi, insieme a mia moglie... E quando i vostri parenti si dimenticano che siete al mondo!... certe giornate d’inverno come vuol Dio!... Basta! Potreste esser la regina del paese, invece! pensateci bene. Don Gesualdo spiccherebbe di lassù il sole e la luna per farvi piacere!... Non ci vede più dagli occhi!... Sembra un pazzo addirittura. Donna Bianca s’era fermata su due piedi, a testa alta, con una fiamma improvvisa che parve buttarle in viso la portiera sollevata in quel momento da qualcuno che entrava in chiesa. Comparve una donna macilenta, colla gonnella in cenci sollevata dalla gravidanza sugli stinchi sottili, sudicia e spettinata, come se non avesse fatto altro in vita sua che portare avanti quel ventre – un viso di chioccia istupidita dal covare, con due occhietti tondi su di una faccia a punta, gialla e incartapecorita, e un fazzoletto lacero da malata, legato sotto il mento; nient’altro sulle spalle, da persona ch’è di casa in casa del Buon Dio. Essa dalla soglia si mise a gemere, quasi avesse le doglie: – Don Luca?... che non lo suonate mezzogiorno?... la pentola sta per bollire... – Perché l’hai messa a bollire così presto? Il sole è ancora qui, sul limitare... L’arciprete fa un casa del diavolo per questa faccenda di suonare mezzogiorno prima dell’ora... Per stavolta... giacché è fatta... eccoti la chiave del campanile... Don Luca, tenendo ancora la cotta sotto il braccio, litigava colla moglie, stecchito nella sottana bisunta quant’era enorme il ventre della donna: – Tu ci hai l’orologio lì, nella pancia!... Pensi solo a mangiare!... Ci vuol la grazia di Dio!... I vicini sono ancora tutti fuori... Ecco lì i ragazzi di Burgio! – Aspettano anche loro!... – piagnucolò la moglie, sempre su quel tono. – Aspettano che suonate mezzogiorno... – E se ne andò col ventre avanti.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
sorriso delle nozze sulla faccia rasa di fresco; soltanto il bavero di velluto, troppo alto, che gli dava noia. Lei che sembrava più giovane e graziosa in quel vestito candido e spumante, colle braccia nude, un po’ di petto nudo, il profilo angoloso dei Trao ingentilito dalla pettinatura allora in moda, i capelli arricciati alle tempie e fermati a sommo del capo dal pettine alto di tartaruga: una cosa che fece schioccare la lingua al canonico, mentre la sposa andava salutando col capo a destra e a sinistra, palliduccia, timida, quasi sbigottita, tutte quelle nudità che arrossivano di mostrarsi per la prima volta dinanzi a tanti occhi e a tanti lumi. – Evviva gli sposi! evviva gli sposi! – si mise a gridare il canonico, messo in allegria, sventolando il fazzoletto. Bianca prese il bacio della zia Cirmena, il bacio dello zio marchese, ed entrò sola nelle belle stanze, dove non era anima viva. – Ehi? ehi? bada che perdi il marito! – le gridò dietro lo zio marchese fra le risate generali. – Ci siamo tutti? – borbottò sottovoce donna Sarina. Il canonico si affrettò a risponder lui. – Sissignora. Poca brigata, vita beata! Dietro di loro saliva Alessi, colla berretta in mano, intimidito da quei lumi e da quell’apparato. Sin dall’uscio si mise a balbettare: – Mi manda la signora baronessa Rubiera... Dice che non può venire perché le duole il capo... Manda a salutare la nipote, e don Gesualdo anche... – Vai in cucina, da questa parte – gli rispose il marchese. – Di’ che ti dieno da bere. Don Gesualdo approfittò di quel momento per raccomandare sottovoce a suo fratello: – Stai attento, dinanzi a tutta questa gente!... Ti metti a sedere, e non ti muovi più. Come vedi fare a me, fai tu pure. – Ho capito. Lascia fare a me! La zia Cirmena si era impadronita della sposa, e aveva assunta un’aria matronale che la faceva sembrare in collera. Dopo che ciascuno ebbe preso posto nella bella sala cogli specchi, si fece silenzio; ciascuno guardando di qua e di là per fare qualche cosa, ed ammirando coi cenni del capo. Alla fine il canonico credette di dover rompere il ghiaccio: – Don Santo, sedetevi qua. Avvicinatevi; non abbiate timore. – A me? – rispose Santo che si sentiva dar del don lui pure.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
per mostrare il suo Sandro, là, quello colle lenticchie d’oro sulle mutande, che faceva girare il lanternone! Un ragazzo di talento! Purché non si fosse indotto a far qualche schioccheria colle contesse che sapeva lei! Il carbonaio spalancava gli occhi al veder le ballerine, e diventava rosso che pareva gli stesse per venire un accidente. Ma Sandrino non voleva saperne della carbonaia. Egli s’era innamorato di Olga, una ragazza del corpo di ballo, dal musino di gatta, con tanto di pesche sotto gli occhi, che non aveva ancora sedici anni. La mamma di lei, ortolana in via della Vetra, soleva dire alle vicine: – Non volevo che facesse la ballerina; ma quella ragazza si sentiva il mestiere nel sangue. La Olga quando ammazzolava le carote colle mani sudicie, chiamavasi Giovanna, e aveva una vesticciuola sbrindellata indosso. Allorché la Carlotta, lì vicino, le regalava un nastro vecchio, e poteva scappar da lei a infarinarsi il viso, borbottava tutta contenta: – Vedete, se fossi come la Carlotta! Qui mi si rovinano le mani, ogni anno! E tutta sola, davanti allo specchio della ballerina, tirava su le gonnelle, e studiava i passi e le smorfie, e a dimenare i fianchi. Alla Scala da principio se ne stava lì grulla, ritta sulle zampe come il pellicano, non sapendo cosa farne. Sandrino prese a proteggerla perché le altre ragazze la tormentavano coi motteggi. – Non dia retta, sora Giovannina. Son canaglia, che hanno la superbia nel vestito; ma se vedesse che camicie, nello spogliatoio! – Ella, per riconoscenza, gli piantava addosso quegli occhi che facevano girare il capo. La prima volta che si lasciò rubare un bacio, al buio nel corridoio, gli si attaccò al collo, come una sanguisuga, e giurarono di amarsi sempre. La sora Antonietta inferocita, non voleva sentirne parlare; e sbuffava ogni volta che Sandrino gliela conduceva a casa la domenica. Solo il carbonaio l’accoglieva amorevolmente, e le prendeva il ganascino, colle mani sudicie che lasciavano il segno. Sandro duro come un mulo. Infine sua madre andò a dire il fatto suo a quella di via della Vetra: – “Cosa s’erano messi in testa quei presuntuosi? Volevano far sposare a Sandrino una che mostrava le gambe per cinquanta lire al mese? Meglio di quella glie ne erano passate tante per le mani, che erano cadute per l’ambizione di chiappare il sole e la luna!” – “Il sole e la luna! – rimbeccò l’ortolana – col bel mestiere che fa la mamma, che 24 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Per le vie di Giovanni Verga
La prima volta che agguantarono Tonino in questura, un sabato grasso, fu per via di quelle donne di San Vittorello, che l’Orbo l’aveva strascinato a far baldoria coi denari della settimana. Per fortuna non gli trovarono addosso la grossa chiave colla quale aveva mezzo accoppato il Magnocchi, merciaio. Erano stati a mangiare e a bere all’osteria dei Buoni Amici, lì in San Calimero, e l’Orbo avevi raccattato pure il Basletta e Marco il Nano – pagava Tonino. Dopo, pettoruto per la spesa che aveva fatto, disse: – S’ha da andare al Carcano? – che c’era veglione quella sera. Ma subito rientrato in sé si pentì della scappata, e contava nella tasca adagio adagio i soldi che gli restavano. Gli altri lo sbeffeggiavano. – Hai paura della mamma, neh? o della Barberina che ti tratta a sculacciate, come un bambino? – Già se loro andavano al veglione il biglietto lo pagavano a spintoni, tutti e tre ragazzi che gli bastava l’animo di passare sotto il naso delle guardie col mozzicone in bocca. E lì in teatro brancicamenti e pizzicotti alle mascherine, che non cercavano altro, tanto che il Nano e Basletta escirono a cazzotti, nel tempo che Tonino aveva condotto a bere una Selvaggia, la quale leticava coi cappelloni ogni volta, a motivo di quel gonnellino di piume che sventolava come una bandiera. Al caffè, coi gomiti sul tavolino, si erano dette delle sciocchezze, e la Selvaggia ci rideva su, col petto che gli saltava fuori, dall’allegria. Tonino gli avrebbe pagata mezza la bottega, sinché ne aveva in tasca, tanto erano ladri quegli occhi tinti col carbone, e quel fiore di pezza nei capelli, che gli avevano fitto come un’imbriacatura. E gli proponeva questo, e gli proponeva quell’altro, come uno che se ne intendeva ed era del mestiere, tavoleggiante al caffè della Rosa, lì a San Celso. L’Orbo, accorso all’odor del trattamento, andava dicendo che Tonino era figlio della prima erbaiuola del Verziere, e poteva spendere. Ma la ragazza voleva tornare a ballare, to’! Era venuta pel veglione. Poi non aveva più sete; grazie tante; un’altra volta. Tonino più s’accendeva: – Ancora un valzer, bellezza! – E ci si metteva tutto, col suo bel garbo di giovane di caffè, pettinato a ricciolini, dimenando il busto, le gambe che s’intrecciavano a quelle di lei, e sotto il naso quel petto che gli infarinava il vestito. – Mi lasci andare, caro lei, in parola d’onore. Ci ho lì il mio ballerino che mi ha pagato il costume, quel turco che fa gli occhiacci. Se vuol venire a trovarmi sa dove sto di casa, a San Vittorello; cerchi dell’Assunta.
Per le vie di Giovanni Verga
Tonino, rosso come un gallo, gli avrebbe mangiato il naso a quel turco, anima sacchetta! L’Orbo, che gli stava alle costole non avendo altro da fare, lo calmava così: – Finiscila, e andiamo a bere. Là fuori aspettavano Marco il Nano e Basletta, masticando un mozzicone di sigaro, e colle mani in tasca. Per scaldarsi andarono insieme dal Gaina. Tonino, che gli bruciava il sangue dal bere e dalla gelosia, ed anche di quel che gli dicevano che stesse sotto le gonnelle di sua sorella, sbraitava che voleva fare un sproposito, porca l’oca! Voleva andare ad aspettare l’Assunta in barba al turco, proprio sulla sua porta, a San Vittorello! E gli altri, Marco il Nano e Basletta, a ridergli sul naso. Lui, per mostrare che era in sensi, non l’avrebbero tenuto in quattro. – Lascia andare, via! A quest’ora non ci aprono più ti dico. Piuttosto andiamo dal Malacarne che ha il valpolicella buono! – Tonino, buon figliuolo, da un momento all’altro, dimenticava ogni cosa e si lasciava condurre dove volevano, allegro come un pesce, sgolandosi a cantare la Mariettina, e come incontravano delle maschere gli gridavano dietro delle porcherie. Il Nano che aveva il vino donnaiuolo, tornò al discorso dell’Assunta, un bel tocco di ragazza, per bacco, con quel vestito da selvaggia! E allora Tonino s’infuriava coi compagni che non lo lasciavano andare dove gli pareva e piaceva, e lo tenevano davvero per un ragazzo! Così leticando, e colla lingua grossa, avevano fatto senza accorgersene il corso di San Celso e via Maddalena, che Tonino alla cantonata si mise a correre per via San Vittorello, e voleva che gli aprissero a ogni costo, giacché di sopra c’era ancora il lume. Le donne al sentire i sassi alle finestre e i calci con cui picchiavano alla porta, si misero a gridare come se venissero ad accopparle, e non per altro. Magnocchi il quale era ancora di sopra coi compagni, scese in istrada. – Cosa venivano a cercare? Voleano un salasso pel vino che avevano in corpo? – Te lo darò io il salasso, barabba! Nel parapiglia si udì gridare: – Ahi! m’ammazzano! – E l’Orbo fu appena in tempo di buttar via la chiave con cui Tonino aveva rotto il capo a quell’altro, che il ragazzo, pallido come un morto, non sapeva da che parte scappare, e già si udivano gli stivali delle guardie. Ai parenti andarono a dirglielo il giorno dopo, mentre la sora Gnesa disfaceva il banco, e la Barberina, fuori la baracca, guardava inquieta di qua e di là se spuntasse il fratello, perché il padrone del caffè l’aveva mandato a
Per le vie di Giovanni Verga
Di buon mattino, appena il falegname accanto principiava a martellare, udivasi pispigliare due voci sonnolente nel bugigattolo oscuro, e poi s’illuminava il vano al di sopra del tramezzo. Il maestro andava a prendere una manata di trucioli, strascicando le ciabatte, tutto raggomitolato in un pastrano spelato, e accendeva il fuoco per fare il caffè. Allora, dietro la finestra appannata, vedevasi salire la fiamma del focolare rannicchiato sotto quattro tegole sporgenti dal muro, e il fumo denso che stagnava nel cortiletto cieco. In fondo allo stanzino la sorella del maestro intanto cominciava a tossire, dall’alba. Egli andava a prendere le scarpe appoggiate allo stipite dell’uscio, l’una accanto all’altra, coi talloni in alto, e si metteva a lustrarle amorosamente, mentre faceva bollire il caffè, ritto innanzi al fuoco, col bavero del pastrano sino alle orecchie. In seguito toglieva dal fuoco la caffettiera, sempre colla mano sinistra, per pigliare colla destra la chicchera senza manico dall’asse inchiodata accanto al fornello, la risciacquava nel catino fesso incastrato fra due sassi accanto al pozzo, e portava finalmente il lume nel bugigattolo, diviso in due da una vecchia tenda da finestra appesa a una funicella. La sorella si alzava a sedere sul letto in fondo, stentatamente, tossendo, soffiandosi il naso, gemendo sempre, colle trecce arruffate, il viso consunto, gli occhi già stanchi, salutando il fratello con un sorriso triste d’incurabile. – Come ti senti oggi, Carolina? – le chiedeva il fratello. – Meglio, – rispondeva lei invariabilmente. Intanto il sole sormontava il tetto di faccia alla finestra, come una polvere d’oro, in mezzo a cui balenava il volo dei passeri schiamazzanti. Dietro l’uscio passava lo scampanellare delle capre. – Vado pel latte, – diceva don Peppino. – Sì, – rispondeva lei collo stesso moto stracco del capo. E cominciava a vestirsi lentamente, mentre il maestro, accoccolato col bicchiere in mano, leticava col capraio che gli misurava il latte come fosse oro colato. Carolina andava a rifare il lettuccio piatto del fratello, dall’altra parte della cortina, rialzandola tutta nella funicella per dare aria alla stanza, come era solita dire; e si dava a strascicare la scopa per la scuola, adagio adagio, movendo le seggiole una dopo l’altra, appoggiandosi al bastone della scopa per tossire, in mezzo al polverìo. Il fratello tornava coi due soldi di latte in fondo al bicchiere, e due panetti nelle tasche del pastrano. Ripiegavano un lembo del tappetino, per Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
non insudiciarlo, e sedevano a far colazione in silenzio, l’uno di qua e l’altra di là del tavolino, tagliando ad una ad una delle fette di pane sottili, masticando adagio, e come soprapensieri. Soltanto, ogni volta che lei tossiva, il fratello rizzava il capo a fissarla in aria inquieta, e tornava a chinare gli occhi sul piatto. Alfine egli se ne andava colla mazzettina sotto l’ascella, il cappelluccio sull’orecchio, i baffetti incerati, tirando in su il colletto della camicia, infilandosi con precauzione i guanti neri che puzzavano d’inchiostro, seguìto passo passo dalla sorella che si ostinava a passargli straccamente la spazzola addosso, covandolo con uno sguardo quasi materno, accompagnandolo dall’uscio con un sorriso rassegnato da zitellona, che credeva tutte le donne innamorate di suo fratello. Anch’essa aveva avuto la sua primavera scolorita di ragazza senza dote e senza bellezza, quando rimodernava, ogni festa principale, lo stesso vestitino di lana e seta, e architettava pettinature fantastiche dinanzi allo specchietto incrinato. Oh, le rosee visioni che passarono su quella vesticciuola, mentre essa agucchiava le intere notti! e gli sconforti amari che la tormentarono dinanzi a quello specchio, al quale si affacciavano ogni volta inesorabilmente i pomelli ossuti  ed  il  naso  troppo  lungo!  In  mezzo al  crocchio  allegro  e civettuolo delle altre ragazze ella portava sempre come la visione dolorosa della sua figura grottesca, e se ne stava in disparte – per vergogna, dicevano le une, – per orgoglio, dicevano le altre. – Giacché passava anche lei per letterata. Nello squallore della loro miseria decente le lettere avevano messo un conforto, una lusinga, come un lusso delicato che li compensava della commiserazione mal dissimulata dei vicini. Essa teneva gelosamente custoditi, in belle copie tutte a svolazzi e maiuscole ornate, i versi del fratello; e quando egli si era lasciato vincere alfine dall’indifferenza generale, dalla stanchezza dell’umile e faticoso impiego che doveva fare delle lettere per guadagnarsi il pane, essa sola era rimasta una gran leggitrice di romanzi e di versi: avventure epiche di cappa e di spada, casi complicati e straordinari, amori eroici, delitti misteriosi, epistolari di quattrocento pagine tutte piene di una sola parola, nenie belate al chiaro di luna, dolori di anime in lutto prima di nascere, che piangevano delusioni future. Tutta la sua giovinezza squallida s’era consunta in quelle fantasie ardenti, che le popolavano le notti insonni di cavalieri piumati, di poeti tisici e biondi, di avvenimenti bizzarri e romanzeschi, in mezzo ai quali sognava di vivere anche mentre scopava la scuola o faceva 31 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
commosso dall’accento suo istesso. Il giorno dopo le scrisse una lettera tutta fremente da un rigo all’altro d’amore e di disperazione, la prima in cui le parlasse d’amore, per dirle che il suo era fatale e doveva immolarlo sull’altare dell’obbedienza filiale. “Siate felice! siate felice! lontana o vicina, in vita e in morte!...” Fu la sola “missiva” d’amore che ella ricevesse, e la custodì gelosamente fra i fiori secchi ch’ei le aveva donati, e i nastri scoloriti che portava il giorno in cui si erano incontrati per la prima volta. Poi, stanca, aveva riversato sul fratello le sue illusioni giovanili; rifacendo per lui i castelli in aria in cui erano passati i sogni ardenti della sua vita claustrale; subendo, sotto altra forma, le stesse calde allucinazioni che le erano rimaste di tante bizzarre letture, nelle quali si era consunta la sua giovinezza, dietro il tramezzo della scuola, com’era morto il geranio che aveva agonizzato dieci anni nel cortiletto senza sole. Una volta era stata una rosa che essa aveva sorpreso nel portapenne della scrivania, e s’era sfogliata senza che lei osasse toccarla, lasciandole un grande sconforto a misura che le foglioline si sperdevano nella polvere. Un’altra volta un bigliettino profumato, visto alla sfuggita sul tappetino della scrivania, scomparso subito misteriosamente, che l’aveva fatta almanaccare un mese, turbandola anche, mentre stava chiuso nel cassetto, col suo odore sottile, finché le era caduto un’altra volta sotto gli occhi, fra le cartacce inutili buttate via nel cortiletto – la stessa corona dorata in cima al foglio profumato, lo stesso carattere elegante con cui un ragazzo si faceva scusare dalla mamma non so quale mancanza. Un giorno infine il romanzo sembrò disegnarsi, al giungere di una superba bionda che era venuta a prendere un ragazzetto pallido in una carrozza signorile, riempiendo tutta la scuola del fruscìo della sua veste, del profumo del suo fazzoletto, del suono armonioso della sua voce fresca e ridente come un raggio di sole che avesse abbarbagliato maestro e discepoli. La povera zitellona per molti giorni ancora, alla stessa ora, aveva aspettata la bella seduttrice, nascosta dietro la tenda del tramezzo, col cuore che le batteva forte, sconvolta sino alle viscere e come violentata da un delizioso segreto, da un turbamento strano, in cui si mescevano una tenerezza nuova pel fratello, un senso di vaga gelosia, e una contentezza, un orgoglio segreto. Erano reticenze discrete, silenzi pudichi, imbarazzi scambievoli, per un cenno, per una parola, per un’allusione lontana che cadesse nel discorso, mentre sedevano a tavola, l’uno di qua e l’altra di là di un lembo del tappetino ripiegato, mentre rifacevano tutti i giorni la stessa conversazione vuota e in-
Vagabondaggio di Giovanni Verga
che avevano gridato “All’assassino!” – Il coraggioso che aveva afferrato pel petto l’omicida, prima che giungessero le guardie, nella brusca e feroce lotta per lo scampo. – Giustizia! giustizia! – gridava nella folla la vedova, colla voce del sangue che chiedeva sangue, accompagnata dal piagnisteo degli orfani, inteneriti dalla solennità. Infine fu introdotto un testimonio sinistro, l’amante di quei due uomini che se l’erano disputata a colpi di coltello: una creatura senza nome, senza età, quasi senza sesso, alta, nera, magra, mangiata dagli stenti e dal vizio, che solo le era rimasto vivo negli occhi arditi. Destò un senso di ripugnanza al solo vederla. – Il pubblico accusatore l’aveva fatta venire appunto per ciò. Ella si piantò tranquillamente in faccia al Cristo alla legge, a tutti quei visi arcigni, colla sicurezza di chi ha visto in maniche di camicia gli sbirri e i doganieri, e giurò, levando la mano sudicia e nera verso il crocifisso d’avorio, come avrebbe fatto una vergine dinanzi all’altare, baciando lo scapolare bisunto che trasse dal seno cascante. – Come vi chiamate? – La Malerba. E siccome l’uditorio, nell’attesa tragica, s’era messo a ridere, quasi per ripigliar fiato, ella soggiunse: – Anche lui, gli dicevano Malannata. E indicò l’imputato nel banco. – Di chi siete figlia? – Di nessuno. – Quanti anni avete? – Non lo so. – Che professione fate? Essa parve cercare la parola. – Donna di mondo, – disse infine. Scoppiò  un’altra  risata  nell’uditorio.  Il  presidente  impose  silenzio scampanellando. – Sì, donna di mondo, – ribatté lei per spiegarsi meglio. – Ora con questo, e ora con quell’altro. – Basta, abbiamo capito, – interruppe il presidente. – Conoscete da molto tempo l’imputato?
Vagabondaggio di Giovanni Verga
pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt’intorno, rosi dall’acqua, e bianchi quali ossa al sole. L’onda che s’ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell’ombra, e non  tornava  mai  indietro;  come  non  tornò  più  quel  poveretto  che  s’era strascinato via. L’estate, nell’ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l’onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia. – Così quel prete, un sant’uomo, aveva perso l’anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei – la tentazione – era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente del sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure. Da cent’anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata. Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno; né il canto bramoso dei giovani; né le querele delle lavandaie; né il pianto dei fanciulli abbandonati. La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l’altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane. L’alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle  sdentate.  Il  giorno  lungo  della  canicola  indugiava  sotto  le  arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all’immobilità di quei cadaveri. Erano defunti d’ogni età e d’ogni sesso; guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l’ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano le tibie nerastre. Dallo spiraglio aperto nell’azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d’angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude. Poscia, nell’ore in cui il sole moriva sull’orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui te-
Vagabondaggio di Giovanni Verga
Uno dopo l’altro aveva prima impegnato i pochi oggetti che avessero qualche valore: gli orecchini, il braccialetto d’argento dorato, la poca roba d’estate, fino il baule dove la teneva; tanto non poteva più andarsene. Poscia vendette le polizze dei pegni. Alla posta, l’ultima speranza degli sventurati in paese straniero, le rispondevano invariabilmente, due volte al giorno: – Nulla! Una  sera  che  ne  usciva  barcollante,  incontrò  il  baritono,  Arturo Gennaroni, sempre impellicciato, che le fece un gran saluto cerimonioso, levando in alto il cappello come se volesse dire evviva! Giusto voleva presentarle l’amico che era con lui – Temistocle Marangoni, il primo basso del mondo! – un uomo di mezza età, tutto capelli e barba, con un cappellone a cono drappeggiato in un mantello grigio, e che sembrava che parlasse di sottoterra. – E dove corre, signora Edvige? Voleva sfuggirmi? Non è mica in collera con me, spero! Ella si scusava di non aver udito perché credeva che non dicesse a lei: – Io mi chiamo Assunta. Ma sul cartellone la padrona del Caffè pretendeva che quel nome non facesse... – È vero, è vero. Anche il mio è un nome di guerra, per riguardi di famiglia, sa bene. Mio padre è il primo negoziante di Napoli. Laggiù hanno ancora dei pregiudizi... sa bene... Veniamo con lei, se non le dispiace. Strada facendo aggiunse che era libero quella sera, perché la padrona del Caffè Nazionale l’aveva licenziato – una cabala che gli avevano inventato contro per gelosia di donne. Temistocle, lì, poteva dirlo. – Il basso agitava il barbone per attestarlo. Anche a lui gli avevano rubato la scrittura, quel porco di Gigi Lotti, una scrittura di seimila franchi, viaggio intero pagato, col pretesto che la conferma al telegramma non era venuta. Ma gli voleva rompere il muso, la prima volta che l’incontrava alla birreria! Gennaroni, intanto che il suo amico si sfogava, chiedeva ad Assunta cosa avrebbe fatto della sua serata. – Si voleva andare al Concerto del Caffè Nazionale? Sentirebbero che porcherie! Lui se le sarebbe godute mezzo mondo, e si sarebbe fregate le mani magari se quella carogna della padrona fosse venuta ginocchioni a supplicarlo e ad offrirgli doppia paga. – Andiamo, andiamo. Pago io, Temistocle! Dei soldi, grazie a Dio, ce n’è sempre qui. Veniteci anche voi, bella Assuntina. Chissà che non troverete il fatto vostro? Sul tavolato, in mezzo al gran fumo della sala, una donna cogli occhi neri come avesse il colèra, e i pomelli color cinabro, nuda fino allo stomaco,
Vagabondaggio di Giovanni Verga
ad uno. Il basso protestò che correva a vedere se era giunto il telegramma, e piantò lì il bicchierone vuoto su di una pila di piattelli. Assunta rimaneva sbalordita, colla tazza a metà piena, il cappellino di paglia e la eterna cappa grigia che la facevano sembrare più misera. Nell’uscire barcollava perché non aveva preso altro tutto il giorno, quasi il chiasso le avesse dato alla testa. – Che avete? – chiese Gennaroni. – Eh, la birra! Non ci sarete avvezza! – Essa invece pensava a quella disgraziata che l’avevano mandata via coi questurini. – Non temete, no; che il pane non gli manca a quella lì... e il letto neppure! – conchiuse il baritono. Tirava vento, e cominciavano a cadere i primi goccioloni della pioggia. – Sentite, cara Assunta. Adesso dovreste fare una bella cosa; venirvene a casa mia e scacciare insieme la malinconia! Avete visto come fanno gli altri? Ciascuno colla sua ciascuna! Ci avete il vostro ciascuno voi? Ella non rispondeva, colla testa sconvolta, il cuore stretto da un’angoscia vaga, un senso di sconcerto nello stomaco, davanti agli occhi una visione confusa dell’albergatrice arcigna che voleva esser pagata, dell’impiegato postale che le rispondeva – nulla! – dei visi sconosciuti in mezzo ai quali andava e veniva tutto il giorno, della donna enorme che si era portato il maestro sotto il braccio, intirizzita dalla tramontana, coi ginocchi che le si piegavano sotto. L’altro seguitava a stordirla chiacchierando, soffiandole sul viso le sue parole calde e il fumo del sigaro, stringendole forte il braccio sotto la pelliccia. Allo svoltare di un’altra via essa alzava gli occhi, e si guardava intorno, balbettando: – Dove andiamo? Dove andiamo? – come fuori di sé. Gennaroni le diceva adesso delle parole dolci e sonore che la stordivano: – Vieni meco! Sol di rose, intrecciar ti vo’ la vita... – Colla chiave che s’era levata di tasca aveva aperto un usciolino sghangherato. Nell’androne buio, prima d’accendere un fiammifero, se la strinse sul costato come nel melodramma, di tre quarti, un braccio sulla spalla e l’altro sotto l’ascella. Là, nel lettuccio magro e cencioso della cameraccia nuda che prendeva lume da un cortiletto puzzolente, ella gli narrò il povero romanzo della sua vita, per quel bisogno d’abbandono con cui gli si era data, mentre egli sbadigliava, cogli occhi gonfi, e l’alba insudiciava le pareti untuose, da cui pendevano appesi ai chiodi i costumi stinti da teatro. – Aveva amato un giovane che usciva dal Conservatorio, con due o tre spartiti pronti, e intanto s’era messo a dozzina in casa loro, per sessanta lire al mese, tutto compreso. Gli altri pigionali erano un professore, un impiegato al dazio, e due studenti. Sua
Vagabondaggio di Giovanni Verga
sorella lavorava in un magazzino di guanti; il babbo era guardia municipale; lei gli avevano consigliato d’imparare il canto, che sarebbe stata una fortuna per tutti, e le avevano fatto lasciare anche il mestiere d’orlatrice, col quale si sciupava le mani, per novanta centesimi al giorno. Finché giungevano le vacanze, nove mesi dell’anno, si stava piuttosto bene. Poi quando gli studenti se ne partivano, il professore andava a fare i bagni, e l’impiegato desinava in un’osteria fuori porta per risparmiare i sei soldi dell’omnibus, si restringevano un po’ nelle spese, e il giovane del Conservatorio s’adattava con loro, proprio come uno della famiglia. Le domeniche andavano a spasso insieme; qualche volta egli portava un bel cocomero, e si faceva festa, nel terrazzino. Soleva dire scherzando: – Ce ne ricorderemo poi, quando saremo ricchi, sora Assunta! – Era così buono! aveva negli occhi un non so che, come vedesse lontano tante cose; e diceva che l’arte gli pingeva delle nuvole d’oro sconfinate nel pezzettino di cielo che si vedeva al di sopra del vicoletto, allungando il collo. La sera si metteva a sonare al buio, pratico com’era della tastiera, ed essa stava ad ascoltare più che poteva, dietro l’uscio, quella bella musica che le penetrava al cuore come una dolcezza. Egli, che se n’era accorto infine, le diceva di tanto in tanto: – Le piace? Dice davvero? – Voleva pure che Assunta gli cantasse la sua musica. Un giorno che la sua voce gli era piaciuta tanto, tanto che a lei stessa le sembrava fosse un’altra che cantasse, egli si alzò all’improvviso dal pianoforte, e la strinse fra le braccia, tutta tremante anche lei, senza sapere quel che si facessero. La mamma, povera e santa donna, non ne seppe nulla. Allorché fu impossibile nascondere quello che era avvenuto, il giovane scappò al suo paese, per paura del babbo municipale. Ella ne fece una malattia mortale, durante la quale la mamma sola veniva a trovarla di nascosto. Un giorno le disse piangendo che lui se n’era andato via lontano, in Grecia, in Turchia, molto lontano insomma! Ora svaniva l’ultima speranza. All’ospedale, appena fu guarita, non vollero lasciarla. Il babbo aveva giurato che non l’avrebbe più ricevuta in casa sua. Un avventore della guantaia dove lavorava sua sorella le aveva procurato una scrittura di corista al Politeama. D’allora aveva girato il mondo, da un teatro all’altro, viaggiando in terza classe, dormendo in alberghi dove la notte venivano a bussarle all’uscio e a minacciarla, digiunando spesso per mantenersi onesta, passando lunghe ore nell’anticamera di un’agenzia, assediando il camerino dell’impresa per esser pagata, impegnando la roba d’estate per coprirsi l’inverno. A Mantova s’era ammalata d’angi-
Vagabondaggio di Giovanni Verga
na, mentre provavano il  Ruy Blas, e aveva perso la voce. La mamma era morta giusto mentre era all’ospedale. Il babbo s’era rimaritato. La sorella era andata via di casa per non stare colla matrigna. – Un bel porco, quel tuo allievo del Conservatorio! te lo dico io! – conchiuse Gennaroni, stirandosi le braccia. Ora purtroppo gli era cascata addosso quella tegola sul capo! per un momento di debolezza, per aver troppo cuore, e non trovare il verso di dirle: – Cara mia, ogni bel giuoco vuol durar poco! – Ella non se ne dava per intesa, aveva fatto lì il nido come una rondine. Una che non era neanche buona a stirargli i solini, o a fargli uno stufatino con patate. Giusto in quel momento poi che si trovava a spasso, e i soldi volavano come avessero le ali! Vero che la poveretta non si lagnava mai, fossero carezze o schiaffi, mangiava poco, e non chiedeva neppure un paio di scarpe. Ma, tanto, era un altro peso! Agli amici, che le facevano l’occhietto, Gennaroni, fra burbero e scherzoso, soleva dire: – Da cedere con ribasso, per liquidazione! Avevano preso a frequentare un caffeuzzo oscuro annesso al teatro, una specie di succursale dell’agenzia, dove bazzicavano soltanto gli artisti a spasso, che vi facevano un gran consumo di virginia ai ferri e d’acqua fresca, sparlando dei colleghi assenti, portandovi le prime notizie dei fiaschi, sempre a caccia di cinque lire, e giocando alle carte sulla parola. Gennaroni vi conduceva la sua amante di prima sera, per risparmiare il lume; la faceva sedere nel suo cantuccio, lì, vicino alla stufa, dove nessuno andava a disturbarla, giacché il garzone del caffè era avvezzo a non seccar la gente se prima non lo chiamavano, e si metteva a giocare a scopone, oppure se ne andava pei suoi affari. Spesso le diceva: – Sai, mia cara, io non sono geloso! – Ma il primo ballerino si limitava a strizzarle l’occhio da lontano, col gomito appoggiato al banco, e il busto inarcato sotto la giacchetta bisunta. Marangoni, all’ombra del suo enorme cappellaccio, facendole il solletico colla barbona nel parlarle all’orecchio, le chiedeva, colla sua bella voce che sembrava venire di sotto il tavolino: – Quando verrà il mio quarto d’ora? – E Lupi diceva che voleva farle il ritratto, “se era tutt’oro quello che riluceva”. – Oro di coppella, com’è vero Iddio! – sghignazzava Gennaroni. Il tenore invece non parlava d’altro che di scritture e di telegrammi che aspettava; di cabale che gli montavano contro tutti i giorni; di gente a cui voleva rompere il muso. Dell’amore, lui, non sapeva cosa farsi, era buono da mettere in musica soltanto; più d’una volta cogli amici aveva detto chiaro e tondo quel che pensava di Gennaroni, lui
Vagabondaggio di Giovanni Verga
stupido che si era appiccicato quel cerotto, una che tossiva sempre, come se gli fossero mancate altre donne, a quel macaco! Una sera capitò anche il maestro, il quale aveva fatto san Michele lui pure, ora che al Caffè Nazionale c’era un giocatore di bussolotti. Gennaroni si fregava le mani sbraitando: – Vedrete che chiuderanno fra due mesi! Ve lo dico io! – Assunta si sentì come un tuffo nel sangue appena vide entrare il maestro, e avrebbe desiderato che egli non si accorgesse di lei, nel suo cantuccio presso la stufa. Il poveraccio era così disfatto e scombussolato che non sapeva nemmeno come rispondere a tutti coloro che gli facevano ressa intorno. Poi, come la scorse, cogli occhi addosso a lui, andò a salutarla, domandandole come stava, se aveva trovato qualche cosa, nel tempo che non s’erano più visti. Pur troppo, anche lui non aveva trovato nulla!... se no glielo avrebbe fatto subito sapere!... – Dopo che il maestro ebbe voltate le spalle, incominciarono le osservazioni sul conto di lui. Quello lì se ne rideva! – Era ben appoggiato! – Appoggiato a un vero pilastro! – Baracconi disse una parolaccia. Verso la fine di dicembre gli avventori del Caffè del teatro sembravano ammattiti, formando dei crocchi animati, disputandosi fra di loro, cavando ogni momento dal portafogli lettere e telegrammi sudici, correndo sull’uscio, ogni volta che s’apriva, per vedere se giungeva un fattorino del telegrafo. Il domani di san Stefano erano tutti lì dalle sette, davanti la porta del Caffè, sotto la pioggia, coll’ombrello aperto, ansiosi, guardandosi in cagnesco fra di loro, delle facce nuove che si vedevano soltanto nelle grandi occasioni, pastrani senza pelo e stivaloni infangati, scialli messi a guisa di pled, cappelloni di donna e sottane che sgocciolavano sul marciapiedi. Alcuni dei vecchi mancavano: il tenore, un basso, rimorchiatovi da poco dal Silvani, e due o tre altri, di cui i rimasti dicevano corna. Attraverso l’usciale si udiva come un brontolìo sordo di rivoluzione nello stanzone vuoto, dove il Lupi beveva a piccoli sorsi un caffè caldo, schizzando la testata di un giornale davanti al garzone in maniche di camicia che gli si buttava addosso per vedere, col ventre sul tavolino. Assunta, rimasta a casa, stava facendo cuocere due uova in una caffettiera posata sullo scaldino, quando udì picchiare all’uscio, e le comparve dinanzi il maestro all’improvviso, così in camiciuola com’era e ancor spettinata. Egli stesso pareva così turbato che non si accorse del suo imbarazzo: – Lei!... Lei qui! Come ha saputo?... – Gennaroni stesso. Siamo stati insieme. – Ella avvampò in viso, cercando macchinalmente i bottoni della Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
camiciuola. – Venivo a portarle una buona notizia... Un mio amico che è incaricato di formare una compagnia pel Cairo... m’ha promesso di scritturarla. – Ma... Non saprei... Così lontano... – No, no, bisogna risolversi piuttosto... Bisogna accettare. – È che... dovrei parlarne prima a un’altra persona... Non potrei risolvermi da sola... così su due piedi... Il maestro le afferrò le mani, quasi per forza: – Bisogna accettare! Dica di sì... È pel suo meglio! Essa non l’aveva mai visto a quel modo. Allora colla gola stretta da un’angoscia vaga, si fece animo per interrogarlo... Voleva sapere... – Egli partirà stasera col diretto. Deve imbarcarsi a Genova domani, – disse infine il maestro. – Chi gliel’ha detto? – Lui stesso; lo sanno tutti. – La poveretta cercò una seggiola brancolando. – No! no!... Non può essere! Non mi ha detto nulla!... Stamattina ancora!... – Glielo dirà poi, quand’è il momento di partire... A che scopo tormentarla avanti tempo? – È vero! è vero!... Allora si mise a piangere cheta cheta nel grembiule. Poscia, quando fu un po’ più calma, si asciugò gli occhi, senza dir nulla, e si mise a preparargli la valigia, un bauletto di cuoio nero tutto strappi e scontrini di ferrovia: le camicie di flanella, la scatola dei polsini, le pantofole slabbrate, la pipa nella quale egli soleva fumare, il berretto di pelo che teneva in casa, i costumi da teatro appesi ai chiodi – ogni oggetto che toglieva dal solito posto si sentiva staccare pure dal seno qualche cosa, dinanzi a quelle pareti nude. Il maestro l’aiutava. Gennaroni, tornando a casa, li trovò in quelle faccende. – Bravi! Bravi! Gliel’hai detto? – In fondo era davvero un buon diavolaccio, penetrato sino al cuore dalla dolcezza con cui Assunta s’era rassegnata. – Così buona! così giudiziosa, povera ragazza! Tutto l’opposto del tuo carabiniere, eh! Egli voleva anche abbracciarla dinanzi al maestro, strizzava l’occhio a costui perché li lasciasse soli. Ma Assunta gli faceva segno di non andarsene, cogli occhi gonfi di lagrime. – Non l’avrebbe dimenticata, no; finch’era al mondo! Del resto le montagne sole non s’incontrano. Intanto dava una mano anche lui per aiutarla, correndole dietro dal cassettone al letto, su cui era il baule, colle braccia piene di roba; voleva che andassero tutti e tre insieme a desinare al Caffè, l’ultima volta, e finir la giornata bene. Il maestro si scusò. – Ah! ah! il carabiniere! – Però promise di trovarsi alla stazione. – Sì, sì,
Vagabondaggio di Giovanni Verga
scoraggiato di portarle sempre la stessa cattiva nuova, non si era fatto più vedere. Però essa gli aveva detto: – Non si affanni tanto, poveretto, ché qualcosa ho già trovato. E quando egli, facendosi rosso, era tornato sull’offerta di denaro, essa gli aveva risposto che non occorreva. A lui glielo avrebbe detto! davvero! di tutto cuore! Una domenica, verso la fine di luglio, il maestro incontrò Assunta che usciva dalla bottega di un calzolaio. Essa avrebbe voluto evitarlo, ma l’altro già le si accostava col cappelluccio di paglia ritinto in mano. – Come va? Tanto tempo che non ci siamo più visti! – Assunta balbettava, cercando di nascondere un fagottino che portava, fattasi di brace in viso. Il maestro cercava le parole anche lui: – Almeno un vermuttino. Qui a due passi, al solito Caffè!... – Essa non voleva, vestita a quel modo!... Infine si lasciò condurre a un tavolinetto fuori dell’uscio, all’ombra del tendone. Dapprincipio stettero un po’ in silenzio, guardandosi in viso. Ella sembrava più grassa, disfatta, bianca come cera, con due enormi pesche sotto gli occhi, e le mani pallide colle vene gonfie. Il giovanotto aveva la barba lunga, la biancheria sudicia, i calzoni sfrangiati, che cercava nascondere sotto il tavolino. A poco a poco Assunta gli narrò che s’era acconciata colla padrona stessa della casa; pensava alle spese, riguardava la biancheria, teneva d’occhio la pensione, e ci aveva in compenso vitto e alloggio. Il tempo che avanzava poi s’era rimessa al suo mestiere d’orlatrice. – Con lei non mi vergogno, guardi! – Anche lui fece delle vaghe confidenze: le cose non gli erano andate sempre bene; la stagione morta si portava via quelle poche lezioni... Accennò pure di aver cambiato alloggio... Del resto i suoi abiti parlavano per lui. Assunta non volle altro che un caffè di quattro soldi. Egli invece ordinò un giornale – un giornale qualunque, – tanto seguitavano a discorrere con un senso invincibile di malinconia, che pure aveva la sua dolcezza. Di tratto in tratto si guardavano negli occhi, e ripetevano con un sorriso triste: – Guarda, che piacere! Si udiva parlare a voce alta nel Caffè; e degli scoppi di risa, delle discussioni tempestose, accompagnate dalla nota bassa del Marangoni che trinciava da caporione. Assunta, allungando il collo dentro l’usciale, lo vide seduto in mezzo a un crocchio di sfaccendati, dinanzi ad un vassoio di bicchieri vuoti e una bottiglia d’acqua di seltz, con un vestito nuovo del Bocconi e la barba taglia-
Vagabondaggio di Giovanni Verga
ta a punta come un damerino. Da lì a un po’ se ne uscì fuori, seguito dagli amici che gli facevano codazzo. Silvani persino lo tirò in disparte sul marciapiedi opposto, supplicandolo sottovoce con tutta la persona umile. Il basso scrollava le spalle e il capo, colla barba dura come una spazzola. Infine volse un’occhiata sprezzante verso il maestro, il quale s’era fatto pallido al vederlo, e non l’aveva salutato, e cavò fuori il borsellino, scantonando seguito dal ballerino piegato in due. Passava della gente in abito da festa; delle famigliuole intere che andavano a sentir la musica al giardino pubblico. Poscia, di tratto in tratto, succedeva il silenzio grave delle ore calde della domenica. Infine Assunta e il maestro lasciarono il Caffè, e si avviarono ai Boschetti, rasente al muro, nella striscia d’ombra che orlava il marciapiedi. Assunta aveva detto ch’era libera fino a sera, e anch’esso non temeva più di farsi vedere insieme a lei. Il largo viale ombroso era deserto. Di tanto in tanto solo qualche coppia d’innamorati che passeggiavano sotto i platani, cercando i sedili più remoti. Anch’essi... Le ore scorrevano e non sapevano risolversi a lasciarsi. – Ah! se ci fossimo conosciuti prima! – esclamò infine il maestro. Ella alzò gli occhi su di lui, si fece rossa, e li chinò di nuovo. Il maestro giocherellava col fagottino che Assunta teneva sulle ginocchia. – O piuttosto se avessi fatto il calzolaio!... No... dico così... Son delle giornate nere... Passeranno! – Chiamò uno che andava vendendo dell’acqua fresca, in un barilotto attorniato di bicchieri, e offrì da bere anche a lei. L’uomo andò a mettersi in fondo al viale, col barilotto posato a terra, come una macchietta nera nel verde. Sembrava di essere a cento miglia dalla città, nell’ombra e nel silenzio. Poco per volta il maestro le disse che l’aveva amata, sì, proprio! tante volte quel segreto gli era spirato sulle labbra! Essa lo sapeva, accennando col capo che teneva chino in aria di rassegnazione dolorosa, la quale scorgevasi anche dall’abbandono di tutta la persona, dalla treccia allentata che le si allungava sul collo. – Allora perché... perché ci siamo taciuti?... La poveretta lo guardò in tal modo, attraverso le lagrime che le scendevano chete chete per le gote, ch’egli abbassò gli occhi. – Sì, è vero, fu il destino! Quell’altra non sa neppure il sacrificio che le ho fatto... per debolezza, per bontà di cuore... e c’è chi dice per un tozzo di pane! Me lo merito. Ora essa m’ha piantato pel Marangoni che la batte e fa lo strozzino coi suoi denari. Come ho dovuto sembrarle spregevole, dica!... – No... no... Era destino!... Anch’io!... Però sentivano entrambi una gran dolcezza nel dirsi tutto ciò, seduti accanto sullo stesso banco. Egli aprì la bocca due o tre volte per farle una Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vagabondaggio di Giovanni Verga
domanda che non osava. Poi strappò un ramoscello che pendeva, e si mise a sminuzzarlo in silenzio. Assunta più di una volta s’era mossa per andarsene, senza averne la forza. La sera era venuta prima che se ne fossero accorti, una sera tepida e dolce. Assunta stava col capo chino, col seno gonfio, le mani pallide e venate d’azzurro sulle ginocchia, come ascoltando le parole che lui non osava pronunziare. Infine egli le prese in silenzio una di quelle mani, in un modo eloquente. Per tutta risposta ella aprì le braccia che si teneva sulle ginocchia, con un gesto desolato, e scotendo il capo: – No! no! non posso! A quell’atto, per la prima volta, il maestro le posò addosso un’occhiata, capì ogni cosa, e glielo disse nell’occhiata ingenua e desolata che le posò in grembo. – Almeno le ha scritto? – balbettò infine. Ella rispose di no chinando il capo rassegnato. Gennaroni ricomparve al Caffè verso il principio dell’inverno, masticando delle pastiglie, col fez come un turco, e le tasche piene di bottigline di marsala, per le quali ebbe a dire agli amici che volevano fargli festa: – Adagio! adagio, miei cari! Questi qui sono campioni! Voialtri non mi darete certo delle commissioni, eh! – To’! il maestro! Ben trovato! So, so, briccone! So che me l’hai portata via, traditore! Dico per scherzo, sai! Non sono in collera con te; tutt’altro! Non siamo mica dei piccioni per far sempre lo stesso paio! Specie uno come me che ha da girare il mondo, ora che mi son dato al commercio. Non c’è altro per guadagnar quattrini, te lo dico io! Tutto il resto... roba da pezzenti! Tanti saluti ad Assunta. Oppure, no, non le dir nulla. A buon rendere.
Vagabondaggio di Giovanni Verga
do uficio de’ priori; e venne loro fatto, e trassesi fuori prima che ’l tempo usato. E ciò fatto, come furono all’uficio, sì ordinarono col capitano del popolo, e feciono formare una notificagione e inquisizione contro al detto Giano  de  la  Bella  e  altri  suoi  consorti  e  seguaci,  e  di  quegli  che  furono caporali a mettere fuoco nel palagio, opponendo com’egli aveano messa la terra a romore, e turbato il pacifico stato, e assalita la podestà contro agli ordini della giustizia; per la qual cosa il popolo minuto molto sì conturbò, e andavano a casa Giano della Bella, e proffereagli d’esser co·llui in arme a difenderlo, o combattere la terra. E il suo fratello trasse in Orto Sammichele uno gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano ch’era uno savio uomo, se non ch’era alquanto presuntuoso, veggendosi tradito e ingannato da coloro medesimi  ch’erano  stati  co·llui  affare  il  popolo,  e  veggendo  che·lla  loro forza con quella de’ grandi era molto possente, e già raunati a casa i priori armati, non si volle mettere alla ventura della battaglia cittadinesca, e per non guastare la terra, e per tema di sua persona non volle ire dinanzi, ma cessossi,  e  partì  di  Firenze  a  dì  V  di  marzo,  isperando  che  ’l  popolo i·rimetterebbe ancora in istato; onde per la detta accusa, overo notificagione, fu per contumace condannato nella persona e isbandito, e in esilio morì in Francia (ch’avea a·ffare di là, ed era compagno de’ Pazzi), e tutti i suoi beni disfatti, e certi altri popolani accusati co·llui; onde di lui fu grande danno alla nostra cittade, e massimamente al popolo, però ch’egli era il più leale e diritto popolano e amatore del bene comune che uomo di Firenze, e quegli che  mettea  in  Comune  e  non  ne  traeva.  Era  presuntuoso  e  volea  le  sue vendette fare, e fecene alcuna contra gli Abati suoi vicini col braccio del Comune, e forse per gli detti peccati fu, per le sue medesime leggi fatte, a torto e sanza colpa da’ non giusti giudicato. E nota che questo è grande esemplo a que’ cittadini che sono a venire, di guardarsi di non volere essere signori di loro cittadini né troppo presuntuosi, ma istare contenti a la comune cittadinanza, che quegli medesimi che·ll’aveano aiutato a farlo grande per invidia il tradiranno e penseranno d’abattere; esse n’è veduta isperienza vera in Firenze per antico e per novello, che chiunque s’è fatto caporale di popolo o d’università è stato abattuto, però che·llo ’ngrato popolo mai non rende altri meriti. Di questa novitade ebbe grande turbazione e mutazione il popolo e la cittade di Firenze, e d’allora innanzi gli artefici e’ popolani minuti poco podere ebbono in Comune, ma rimase al governo de’ popolani grassi e possenti.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
d’amore molto eccellenti, e in tra·ll’altre fece tre nobili pistole; l’una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l’altra mandò a lo ’mperadore Arrigo quand’era a l’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetezzando; la terza a’ cardinali italiani, quand’era la vacazione dopo la morte di papa Chimento, acciò che s’accordassono a eleggere  papa  italiano;  tutte  in  latino  con  alto  dittato,  e  con  eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate da’ savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe, filosofiche, e teologhe, con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell’essere e istato del ninferno, purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia, ove trattò de l’oficio degli ’mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene sapea conversare co’ laici; ma per l’altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciamo di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade. CXXXVII Come i Fiorentini rimasono fuori della signoria del re Ruberto, e feciono parte delle mura della città. Nel detto anno MCCCXXI, in calen di gennaio, i Fiorentini uscirono della signoria del re Ruberto, la quale era durata per VIII anni e mezzo, e tornaro a fare lezione di loro podestà e capitano, com’erano usati per antico, e cominciaronsi a fare le mura e le torri da la porta di San Gallo a quella di Santo Ambruogio de la città di Firenze. E io scrittore, trovandomi per lo Comune di Firenze uficiale con altri onorevoli cittadini sopra fare edificare le dette mura, di prima adoperamo che le torri si facessono di CC in CC braccia; e simile s’ordinò si cominciassono i barbacani, overo confessi, di costa a le mura e di fuori da’ fossi, per più fortezza e bellezza de la cittade, e così si seguirà poi per tutto.
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
perché della fretta e dello aver scelto quel giorno piuttosto che un altro stava in questo, che allora appunto cadeva la fiera di san Lorenzo e offeriva con ciò opportunità a tutte le voci del Parlamento di radunarsi ad Udine. Ma siccome durante la fiera pochi avevano voglia di trasandare i proprii negozi per quelli del pubblico, così a sbrigar questi s’era stimato piucché bastevole il giro di ventiquattr’ore. Il Magnifico General Parlamento implorava poi dalla Serenissima dominante la conferma di quanto aveva discusso, proposto ed approvato; e giunta la conferma, il trombetta in giorno festivo gridava ad universale notizia e per inviolabile esecuzione la Parte presa dal Magnifico General Parlamento. Non viene da ciò, che tutte le leggi per tal modo promulgate fossero ingiuste o ridicole; giacché, come dice l’editore degli Statuti Friulani, esse leggi sono un riassunto di giustizia di maturità e d’esperienza ed hanno sempre di fronte oggetti commendabili e salutari; ma ne scaturisce un formidabile dubbio sul merito che potessero vantarne i Magnifici deputati della Patria. Nel 1672 pare che l’Eccellentissimo Carlo Contarini riferisse al Serenissimo Doge sopra la necessità di alcune riforme delle vecchie costituzioni. Pertanto Dominicus Contareno Dei gratia Dux Venetiarum etc. dopo aver augurato al nobili et sapienti viro Carolo Contareno salutem et dilectionis affectum seguita a dichiarargli i limiti della concessa licenza. Avutosi riflesso non tanto alle istanze di codesta Patria e Parlamento che a quanto esprimete nelle vostre giurate informazioni in proposito etc. risolvemo a consolazione degli animi di codesti amati e fedelissimi sudditi di permetterle che possino devenire alla riforma di quei capitoli che conoscessimo necessari per il loro servizio. E nell’anno susseguente, lette e meditate che ebbe il Serenissimo Doge le fatte riforme, così si piacque di permetterne la pubblicazione con sue lettere al nobili et sapientissimo viro Hyeronimo Ascanio Justiniano. Venendo rappresentata qualche alterazione in alcuno dei susseguenti capitoli che volemo siano ridotti alla vera essenza loro senz’altra aggiunta etc. etc. dovrà omettersi etc. bastando li pubblici Decreti in tale proposito. Nel capitolo centoquarantasette con cui si pretende levar li pregiudicii che dalle ville e comuni sono inferiti ai giurisdicenti, vi è stata aggiunta una pena di lire cinquanta al giurisdicente: questa non vi era nel latino, doverà pure esser levata e lasciata di stampare. Con tali metodi le permetterete l’esecuzione conforme l’istanze, ordinando però la conservazione de’ vecchi statuti ed altre costituzioni per tutte quelle insorgenze e ricorsi che potessero esser fatti alla Signoria nostra. Datum in nostro ducali palatio, die 20 maii Indictione XI 1673. — Dopo tali formalità uscirono
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
chio piovano di Teglio; usciva col velo nero sul capo e le ciglia basse; s’intratteneva con lui sulla porta della canonica volgendo le spalle ai passeggieri; udiva pazientemente i suoi consigli e perfino le sue mezze prediche. Si ficcava in testa di diventare una santa Maddalena, e si pettinava i capelli come li vedeva a questa santa in un quadretto che stava a capo del suo letto. Il giorno dopo compariva mutata come per incanto; la sua delizia non era più il Piovano, ma il cavallante Marchetto; voleva a tutta forza ch’ei le insegnasse a cavalcare; scorrazzava pei prati a bisdosso d’un ronzino come un’amazzone, e si guastava la fronte e le ginocchia contro i rami della boscaglia. Allora non voleva seco che poverelli e contadini; si atteggiava, credo, a castellana del Medio Evo; camminava lungo il rio a braccetto di Sandro il mugnaio, e perfin Donato, lo spezialino, le pareva troppo azzimato e artifizioso. Poco stante,  eccola  cambiar  registro;  voleva  esser  condotta  mattina  e  sera  a Portogruaro; faceva attrappire tutti i vecchi cavalli di suo padre nelle fangose carraie di quelle stradacce, ma si dovea sempre correre di galoppo. Godeva di eclissare la podestaressa, la Correggitrice, e tutte le signore e donzelle della città. Giulio Del Ponte, il damerino più vivace e desiderato, le serviva di riverbero: parlava e gesticolava con lui, non perché avesse nulla a dirgli, ma per ottener voce di briosa e maligna. Giulio ne era innamorato pazzamente e avrebbe giurato ch’ella aveva più brio di tutte le male lingue di Venezia. Ella invece sempre scontenta, sempre tormentata da desiderii mal definiti, e da una voglia sfrenata di piacere a tutti, di far bene a tutti, non pensava che ciò, non si studiava che a ciò, e rade volte si prendea la briga di neppur ascoltare quando altri parlava. Questa era una qualità singolarissima della sua indole, che purché fosse certa di far contento alcuno, a nessuna opera, per quanto difficile e schifosa, si sarebbe rifiutata. Se uno storpio, uno sciancato, un mostro avesse mostrato desiderio d’ottenere un suo sguardo lusinghiero, tosto ella glielo avrebbe donato così amorevole, così lungo, così infocato come al vagheggino più lindo e lucente. Era generosità, spensieratezza, o superbia? Forse questi tre motivi si univano a renderla tale; per cui non ebbe dintorno essere tanto odioso e spregevole che con un’attitudine di preghiera non ottenesse da lei confidenza e pietà, se non affetto e stima. Perfino con Fulgenzio si addomesticava talvolta a segno da sedere al suo focolare intantoché dimenavano la polenta. E poi, uscita di là, la sola memoria di quel bisunto e ipocrita sagrestano le metteva raccapriccio. Ma non sapeva resistere a un’occhiata di adula-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
non dee consentire che il meno destro si precipiti alla cieca. L’amore deve essere oculato sempre, e qualche volta severo. La mano può percuotere, lo deve anzi in certi casi; ci s’intende che il cuore dee conservarsi caritatevole, indulgente, pietoso e piangere per quella triste necessità di dover castigare per migliorare, e tagliare per correggere. Oh, il cuore, il cuore! A sentir l’avvocato Ormenta, egli lo aveva così grande, così tenero, così ardente, che potea sì sbagliare per eccesso, non mai per difetto di amore. Frattanto certe cose che notava intorno al signor avvocato non mancavano di darmi qualche po’ di stupore. Prima di tutto quella sua casaccia umida scura e quasi ignuda continuava a promovermi nei nervi un senso di ribrezzo come la tana della biscia. Un uomo sì aperto e leale doveva accomodarsi di quella oscurità, di quelle apparenze così nere e mortuarie! E poi durante la mia visita entrò a chiedergli non so che cosa la moglie; una donnetta sottile, piccina, sospirosa, verdognola. L’avvocato le si volse contro con una voce acerba e stonata, con un piglio più da padrone che da marito, e la donnicciuola se la svignò dalla stanza mordendosi le labbra ma non osando rifiatare. Dunque il signor avvocato aveva nell’ugola un doppio registro: quello che aveva adoperato con me l’anno prima, e allora colla moglie, e l’altro che aveva usato con me pochi momenti innanzi, e che continuò ad usar poi finché mi ebbe accompagnato sulla soglia della casa. Un ragazzotto giallo, sucido, spettinato, vestito da sant’Antonio, che si trastullava con non so quali giocattoli da sacrestia in un cantone dell’andito, mi fece anche voglia di ridere. L’avvocato me lo ebbe a presentare come il suo unico figliuolino, un piccolo prodigio di sapienza e di santità, che si era votato spontaneamente a sant’Antonio, e che ne avea vestito l’abito, come si costumava allora e qualche volta si costuma anche adesso a Padova. Quei suoi capelli, rasi a corona sul capo e abbaruffati come la siepaia d’un orto abbandonato, gli occhi loschi e cisposi, le mani impegolate d’ogni bruttura, e le vesti tutte lacere e bisunte nella loro santità, facevano uno strano contrasto col panegirico tessutomi a voce sommessa dall’avvocato. Pensai fra me che lo illudesse l’amore di padre: quel ragazzo poteva dimostrare quattordici anni (ne aveva sedici, come scopersi dappoi) eppure nulla nella sua persona confermava le lodi che se ne facevano, se non si volesse confondere la sudiceria colla santità, giusta la bizzarra opinione di qualche bigotto. Rinchiusa che ebbi la porta lo sentii intonare a gran voce un cantico divoto: credo che avrei preferito gli abbaiamenti d’un cane, e sì che le salmodie sacre con quel loro tenore mesto e solenne
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
chiedeva conto. Uno studente trevisano, un certo Amilcare Dossi, s’era stretto a me con molta intrinsichezza; egli aveva un ingegno forte e arditissimo, un cuore poi che oro non bastava a pagarlo. Con costui andavamo spesso ragionando di metafisica e di filosofia, perché io avea dato il capo in quelle nuvole e non sapea più liberarmene; egli poi ci studiava da un pezzo e potea darmi scuola. Dopo qualche giorno m’accorsi che egli era proprio un tipo di coloro che il padre Pendola definiva avversatori spietati d’ogni idealità e d’ogni nobile entusiasmo. Metteva tutto in dubbio, ragionava su tutto, discuteva tutto. E non pertanto mi maravigliava di rinvenire in lui un amore di scienza e un fuoco di carità che mi parevano incompatibili coll’arida freddezza delle sue dottrine. Finii col fargli parte di questa mia maraviglia ed egli ne rise assaissimo. «Povero Carlino!» diss’egli «come sei indietro! Ti maravigli ch’io mi sia preso di così violento affetto per quelle scienze che vado disseccando alla maniera dei notomisti? Gli è, caro mio, che l’amore della verità vince tutti gli altri in purità ed in altezza. La verità, per quanto povera e nuda, è più adorabile, è più santa della bugia incamuffata e suntuosa. Perciò ogni volta ch’io le tolgo di dosso qualche fronzolo, qualche orpellatura, il cuore mi balza nel petto, e la mia mente si cinge di una corona trionfale! Oh benedetta quella filosofia che mortali, deboli, infelici pur c’insegna che possiamo esser grandi nell’uguaglianza, nella libertà, nell’amore!... Ecco il mio fuoco, Carlino; ecco la mia fede, il mio pensiero di tutti i momenti! Verità ad ogni costo, giustizia uguale per tutti, amore fra gli uomini, libertà nelle opinioni e nelle coscienze!... Qual essere ti parrà più grande e più felice di quello che tende con ogni sua forza a far dell’umanità una sola persona concorde, sapiente, e contenta per quanto lo permettono le leggi di natura?... Oggi poi, oggi che queste idee ingigantiscono, e pesano, fremendo sulla sfera riluttante dei fatti, oggi che io veggo affievolirsi sempre più quella nebbia che le nascondeva agli occhi degli uomini, chi più felice di me?... Oh questa, questa, amico, è la vera calma dell’animo!... Sollevati una volta a quella fede libera e razionale, né fortune avverse, né tradimenti, né dolori potranno turbare la serenità dello spirito. Son forte, incrollabile in me, perché credo e spero in me e negli altri!» Figuratevi! Durante questa professione di fede che rispondeva sì bene ai miei bisogni, io diventava di tutti i colori. Mi ricordo che non mi bastò il cuore di soggiungere una sola parola, e Amilcare credette ch’io non ne avessi
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
qualche volta, mi rispondeva squassando le spalle, che alla mamma non si potea comandare, che le cose erano sempre ite così, e che già lei non se ne dava fastidio, ché avrebbe vissuto in una maniera o nell’altra. La tristarella pareva essersi corretta di molto dalle sue bizzarrie. Senza mostrarsi né adirata né contenta del mio riserbo, mi trattava con bastevole confidenza; e a Giulio poi faceva sempre buon viso, benché si vedesse che non era nella solita smania de’ suoi innamoramenti. La maggior parte della giornata la passava in camera della nonna, e pareva si fosse preso l’assunto di farle dimenticare la lontananza della sorella maggiore; ma la povera vecchia, omai affatto imbecillita, non era neppure più in grado di esserle riconoscente de’ suoi sacrifizi. Questi non diventavano perciò che più meritori. Quando la nuova del noviziato della Clara fu sparsa nei dintorni, capitò in castello il Partistagno che non vi si era più fatto vedere dopo l’esito tragico-comico della domanda solenne. Egli urlò strepitò e sragionò molto; spaventò il Conte e Monsignore, e partì dichiarando che andava a Venezia a chieder giustizia e a liberare una nobile donzella dall’inconcepibile tirannia della sua famiglia. Il tempo trascorso lo avea persuaso sempre più del valore irresistibile de’ proprii meriti, e contro tutte le ragioni che aveva per ritenere il contrario, si ostinava a credere che la Clara fosse innamorata di lui, e che i suoi parenti non gliela volessero concedere per qualche causa misteriosa ch’egli si proponeva di svelare in seguito. Infatti si udì poco dopo ch’egli avea levato il campo da Lugugnana per trasportarlo a Venezia; e da Fratta si affrettavano a dar di ciò contezza a Venezia; ma non essendo venuti di colà ulteriori ragguagli, si finì coll’acquietarsi nella fiducia che il grande sussurro del Partistagno dovesse svamparsi in chiacchiere. Frattanto quello ch’io già prevedeva da un pezzo avvenne pur troppo. La salute del signor Conte andava scadendo di giorno in giorno: e alla fine ammalò gravemente e prima che si potesse prevenirne la Contessa del pericolo, egli spirò senza accorgersene fra le braccia del Cappellano, di monsignor Orlando e della Pisana. Il dottore Sperandio gli aveva cavato ottanta libbre di sangue, e recitò poi un numero straordinario di testi latini per provare che quella morte era avvenuta per legge di natura. Ma il defunto, se avesse potuto buttar un’occhiata fuori della cassa, sarebbe rimasto quasi contento di esser morto tanta fu la pompa del funerale. Monsignor Orlando pianse con moderazione e cantò egli stesso l’ufficio d’esequie con voce un po’ più nasale del solito. La Pisana se ne disperò ai primi giorni più ch’io non avessi creduto possibile: ma poi tutto ad un tratto ne parve smemorata. E quando vennero Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
che meno della Faustina; e così risolsi prima che il pericolo stringesse maggiormente di far una corsa a Portogruaro a chiedervi soccorso. Sperava che il Vice-capitano mi avrebbe concesso una dozzina di quegli Schiavoni che capitavano tutti i giorni, avviati a  Venezia, e che monsignor Orlando mi avrebbe procurato una donna, un’infermiera da porre al letto di sua madre. Misi dunque la sella al cavallo di Marchetto, che poltriva nella scuderia da una settimana, e via di galoppo a Portogruaro. Le notizie, signori miei, non avevano a quel tempo né vapori né telegrafi da far il giro del mondo in un batter d’occhio. A Fratta poi esse giungevano sull’asino del mugnaio, o nella bisaccia del cursore; laonde non fu meraviglia se appena lontano tre miglia dal castello trovassi della gran novità. A Portogruaro era a dir poco un parapiglia del diavolo; sfaccendati che gridavano; contadini a frotte che minacciavano; preti che persuadevano; birri che scantonavano, e in mezzo a tutto, al luogo del solito stendardo, un famoso albero della libertà, il primo ch’io m’abbia veduto, e che non mi fece anche un grande effetto in quei momenti e in quel sito. Tuttavia era giovine, era stato a Padova, era fuggito alle arti del padre Pendola, non adorava per nulla l’Inquisizione di Stato e quel vociare a piena gola come pareva e piaceva, mi parve di botto un bel progresso. — Mi persuadetti quasi che i soliti fannulloni fossero divenuti uomini d’Atene e di Sparta, e cercava nella folla taluno che al crocchio del Senatore soleva levar a cielo le legislazioni di Licurgo e di Dracone. Non ne vidi uno che l’era uno. Tutti quei gridatori erano gente nuova, usciti non si sapeva dove; gente a cui il giorno prima si avrebbe litigato il diritto di ragionare e allora imponevano legge con quattro sberrettate e quattro salti intorno a un palo di legno. Balzava da terra se non armata certo arrogante e presuntuosa una nuova potenza; lo spavento e la dappocaggine dei caduti faceva la sua forza; era il trionfo del Dio ignoto, il baccanale dei liberti che senza saperlo si sentivano uomini. Che avessero la virtù di diventar tali io non lo so; ma la coscienza di poterlo di doverlo essere era già qualche cosa. Io pure dall’alto del mio cavalluccio mi diedi a strepitare con quanto fiato aveva in corpo; e certo fui giudicato un caporione del tumulto, perché tosto mi si radunò intorno una calca scamiciata e frenetica che teneva bordone alle mie grida, e mi accompagnava come in processione. Tanto può in certi momenti un cavallo. Lo confesso che quell’aura di popolarità mi scompigliò il cervello, e ci presi un gusto matto a vedermi seguito e festeggiato da tante persone, nessuna delle quali conosceva me, come io non conosceva loro. Lo
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
speranze, covato con tanta costanza, fecondato da tanto sangue da tante lagrime crescere in pianta gigantesca, empir l’aria de’ suoi rami, e proteggere della sua ombra la famiglia meno infelice de’ miei figliuoli! Oh non vivrò io sempre in te, anima immensa, intelligenza completa dell’umanità! — Così pensa il giovane sul sepolcro dell’amico; così si conforta la vecchiaia nel baldanzoso aspetto dei giovani. La giustizia, l’onore, la patria vivono nel mio cuore, e non morranno mai. La stanchezza mi vinse, dormii alcune ore sullo stesso letto dove dormiva per sempre Leopardo; e il mio sonno fu profondo e tranquillo come sul seno della madre. La morte veduta così davvicino in simili sembianze nulla aveva d’orribile, o di schifoso; sembrava un’amica fredda e severa bensì, ma eternamente fedele. Mi destai per porgere gli estremi uffici all’amico, deporlo nel suo ultimo letto, e accompagnarlo per le acque silenziose all’isola di San Michele. Io invidio ai morti veneziani questo postumo viaggio; se un lontano sentore di vita rimane in essi, come pensa l’americano Pöe, deve giungere ben soave ai loro sensi assopiti il dolce molleggiar della gondola. In quel lido angusto e deserto, popolato soltanto da croci e da uccelli marini, poche palate di terra mi divisero per sempre da quelle spoglie dilette. Non piansi, tanto era impietrato di dentro come l’Ugolino di Dante; tornai colla stessa gondola che avea condotto la bara, e il vivo che tornava non era allora più vivo del morto ch’era rimasto. Rientrato in Venezia osservai un andirivieni di curiosità fra la gente del volgo, e un movimento maggiore del consueto nella guarnigione francese. Udii da taluno che erano giunti i Commissari imperiali per disporre le cerimonie della consegna; li avevano veduti entrare al Palazzo del Governo e il popolo s’affollava per vederli ripassare. Non so per qual ragione mi fermai, ma credo che cercassi alla peggio un nuovo dolore che mi distraesse dal mio sbalordimento. Indi a poco i Commissari uscirono in fatti con grande scalpore di sciabole e pompa di piume. Ridevano e parlavano forte cogli ufficiali francesi che li accompagnavano; così scherzando e ridendo s’imbarcarono in una peota fatta loro addobbare suntuosamente da Serrurier per ricondurli al campo. Uno solo si divise dai compagni per restare a Venezia; ed era nientemeno che il signore di  Venchieredo. Mezz’ora dopo lo vidi ripassare in Piazza a braccetto del padre Pendola, ma non aveva più né sciabola né piume, vestiva un abito nero alla francese. Raimondo e il Partistagno ch’io vedeva
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
mo veduti prima della partenza. Tornai indi in istrada, ma aveva più paura di prima di esser veduto; anzi ci aveva vergogna per giunta alla paura. Mi importava moltissimo di non esser osservato, perché la perfetta libertà da ogni molestia nella quale eravamo rimasti fin’allora io e la Pisana mi persuadeva che i suoi parenti ignorassero la mia presenza in Venezia. Se fosse stato altrimenti, oh non era facile l’immaginarsi che ella si fosse rifuggita presso di me? Non mi figurava allora che la scena della Pisana col tenente Minato avesse fatto gran chiasso e che soltanto per timore di compromettersi il Navagero e la Contessa non ne chiedessero conto. Allo svoltar d’una calle mi trovai faccia a faccia con Agostino Frumier più fresco e rubicondo del solito. Ambidue per scambievole consenso finsimo di non ci riconoscere: ma egli si maravigliò di me più ch’io non mi maravigliassi di lui, e la vergogna fu maggiore dal mio canto. Finalmente giunsi al convento che le pietre mi scottavano sotto i piedi e mi pentiva ad ogni passo di non aver aspettato la notte per quella passeggiata. Ben mi prefiggeva fra me di aprir l’animo mio alla Pisana alla prima occasione e di dimostrarle come la felicità di cui ella m’inebbriava fosse tutta a carico dell’onor mio, e come il rispetto alla patria, la fede agli amici, l’osservanza dei giuramenti mi stringessero a partire. In cotali pensieri entrai nel parlatorio senza pensare che la reverenda poteva maravigliarsi di veder sua sorella in mia compagnia; ma non ci avea pensato la Pisana ed io pure non ci badai. Era la prima volta che vedeva la Clara dopo i suoi voti. La trovai pallida e consunta da far pietà, colla trasparenza di quei vasi d’alabastro nei quali si mette ad ardere un lumicino: un po’ anche incurvata quasi per lunga abitudine d’ubbidienza e d’orazione. Sulle sue labbra, all’indulgente sorriso d’una volta era succeduta la fredda rigidità monastica: oramai si vedeva che l’isolamento dalle cose terrene, tanto sospirato dalla madre Redenta, lo aveva anch’essa raggiunto; non solo disprezzava e dimenticava, ma non comprendeva più il mondo. Infatti la non si maravigliò punto della mia dimestichezza colla Pisana, come io aveva temuto: diede a me ed a lei saggi consigli in buon dato; non nominò mai il passato se non per raccapricciarne, ed una sola volta vidi rammollirsi la piega ritta e sottile delle sue labbra quand’io le nominai la sua ottima nonna. Quanti pensieri in quel mezzo sorriso!... Ma se ne pentì tosto, e riprese la solita freddezza che era il vestimento forzato dell’anima sua, come la nera tonaca dovea vestirle invariabilmente le membra. Io credetti che in quel momento anche Lucilio le balenasse al pensiero; ma
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
camicia, m’era già scivolato d’infra le dita buona parte di quello che dovea bastarmi per tutto l’anno. Tuttavia io stentava a discoprirle questa mia miseria, e studiavami d’impedire con altre cento ragioni quella generosità delle messe. La Pisana non mi voleva ascoltare ad alcun patto. Essa aveva promesso, ci andava della quiete di sua sorella, e se le voleva bene nulla nulla, doveva soddisfarla. Allora le dichiarai netta e tonda la cosa come stava. «Non c’è altra difficoltà?» rispos’ella colla miglior cera del mondo. «È facile accomodarsi. Prima di tutto adempiremo agli obblighi assunti, e poi si digiunerà se non ne resta per noi.» «Hai un bel dire col tuo digiunare!» soggiunsi io. «Vorrei un po’ vederti al fatto come te la caveresti per non reggerti in piedi!» «Cascherò se non potrò reggermi: ma non sarà mai detto che io m’ingrassi con quello che può servire al bene degli altri.» «Pensa che dopo le cento messe poche lire mi resteranno!» «Ah sì! è vero, Carlino! non è giusto ch’io sacrifichi te per un mio capriccio. È meglio ch’io me ne vada... andrò a stare colla Rosa... lavorerò di cucito e di ricamo...» «Cosa ti salta ora?» gridai tutto sdegnato. «Piuttosto mi caverei anche la pelle che lasciarti così a mal partito!...» «Allora, Carlino, siamo intesi. Fammi contenta di tutto quello che ti domando, e dopo pensi la Provvidenza, che tocca a lei.» «Sai, Pisana, che mi fai proprio stupire! Io non ti vidi mai così rassegnata e fiduciosa nella Provvidenza come ora che la Provvidenza non sembra darsi il benché minimo pensiero di te.» «Che sia vero? ne godrei molto che questa virtù mi crescesse a seconda del bisogno. Tuttavia ti dirò che se comincio ad aver fede nella Provvidenza, gli è che me ne sento il coraggio e la forza. In fondo al cuore di noi altre donne un po’ di devozione ci resta sempre; or bene! io mi abbandono nelle braccia di Dio! Ti assicuro che se rimanessimo nudi di tutto, non troveresti due braccia che lavorassero più valorosamente delle mie a guadagnar la vita per tutti e due.» Io scrollai il capo, ché non ebbi molta fede in quel coraggio lontano ancora dalla prova; ma per quanto ci credessi poco, dovetti pagare le cento messe e la pigione della Rosa, e finalmente la vidi contenta quando non ci restavano che venti ducati all’incirca per scongiurare il futuro. Ma c’era poco lontano gente che si prendeva gran cura dei fatti miei e lavorava sott’acqua per cavarmi d’impiccio: volevano precipitarmi dalla paOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
non si fosse affrettato a morire per far piacere ad un intendente par mio. Se poi era la Pisana che me ne tardava a bella posta la novella, l’avrebbe a che fare con me!... Voleva che sospirasse almeno un anno la mano del futuro ministro delle Finanze... e poi?... oh, il mio cuore non sapeva resistere più a lungo, nemmeno in idea. L’avrei assunta al mio trono, come fece Assuero dell’umile Ester; e le avrei detto: «Mi amasti piccolo, grande te ne ricompenso!» Sarebbe stato un bel colpo; me ne congratulava con me stesso, passeggiando su e giù per la stanza, sfregolandomi il mento, e masticando fra i denti le paroline che avrei soggiunto ai ringraziamenti infocati della Pisana. I subalterni che entravano con fasci di carte da firmare, si fermavano sulla soglia e andavano poi fuori a raccontare che l’intendente Soffia era tanto in sul soffiare che pareva matto. Peraltro quei giorni meno che gli altri avevano a lagnarsi di me: e in generale, siccome lavorava molto io, ed era paziente e corrivo cogli altri, in onta al mio soffiare aveano preso a volermi bene. Gli uomini bolognesi sono i più gentili mordaci e dabbene di tutta Italia; per cui anche avendoli amici, e amici a tutta prova, bisogna permetter loro di dir male e di prendersi beffa di voi almeno un paio di volte il mese. Senza questo sfogo creperebbero; voi ne perdereste degli amici servizievoli e devoti, ed il mondo degli spiritini allegri e frizzanti. Quanto alle donne, sono le più liete e disimpacciate che si possano desiderare: sicché il governo dei preti non va accagionato di renderle impalate e selvatiche. Se questo si osservò un tempo a Verona a Modena e in qualche altra città di costumi bigotti, vuol dire che ne avranno avuto colpa più le monache le madri i mariti che i preti. La religione cattolica non è né arcigna né selvatica né inesorabile; infatti se volete trovare l’obesità, la rigidezza e lo spleen bisogna andare fra i protestanti. Non so se compensino queste magagne con altre doti bellissime; io guardo, noto senza parzialità, e tiro innanzi. Anche un rabbino mi assicurò l’altro giorno che la sua religione è la più filosofica di tutte; ed io lo lasciai dire, benché, sapendo che il rabbino è filosofo, avrei potuto rispondergli: «Padron mio, tutti i filosofi maomettani, bramini, cristiani ed ebrei trovarono sempre la propria religione più filosofica delle altre. Così il cieco definisce il rosso il più sonante di tutti i colori. La religione si sente e si crede, la filosofia si forma e si esamina: non mescoliamo di grazia una cosa coll’altra!...». Per finir poi di parlarvi di Bologna, dirò che vi si viveva allora e vi si vive sempre allegramente, lautamente, con grandi agevolezze di buone ami-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Apertosi il testamento, ella ebbe una bella somma di danaro in aggiunta a quello che aveva rubato. Seguivano molti legati di messe e di dotazioni di chiese e di conventi; da ultimo coronava l’opera una somma imponente erogata dal testatore per la costruzione d’un suntuoso campanile vicino alla chiesa di Fratta. E con ciò egli credette di aver dato l’ultima mano alla pulitura della propria coscienza e saldati i suoi conti colla giustizia di Dio. Di restituzioni alla famiglia di Fratta non si parlava punto; dovevano essere abbastanza felici i miserabili eredi degli antichi castellani di deliziarsi nella contemplazione del nuovo campanile. Don Girolamo si accontentava della sua quota che gli rimaneva non tanto piccola dell’eredità anche dopo tanta dispersione di legati; ma il dottore saltò in mezzo con cause e con cavilli. Il testamento fu inoppugnabile. Ognuno ebbe il suo, e si cominciarono ad accumulare sassi e calcine sul piazzale di Fratta per dare la richiesta forma di campanile alla postuma beneficenza del defunto sagrestano. Un’altra notizia stranissima ci diedero a Portogruaro del matrimonio poco tempo prima avvenuto del capitano Sandracca colla vedova dello speziale di Fossalta ch’era passata a dimorare presso di lui con una sua rendita di sette in ottocento lire. Il Capitano, molestato dalla promessa di celibato fatta alla defunta signora Veronica, ma più ancora dalla miseria che lo stringeva, aveva messo tutto d’accordo componendo di suo capo una parlantina che si proponeva di spifferare alla prima moglie, incontratisi che si fossero in qualche contrada dell’altro mondo. Le dimostrava che non era valida e non obbligava per nulla un poveruomo quella promessa estorta in momenti di vera disperazione, e che ad ogni modo la pietà del marito doveva vincerla sopra un suo ghiribizzo di postuma gelosia. La assicurava che il cuore di lui rimaneva sempre pieno di lei, e che della spezialessa non amava in fondo altro che le settecento lire. E con ciò si lusingava che, commosse le viscere della signora Veronica, e convinta la sua ragionevolezza, non gli avrebbe tenuto il broncio per una infedeltà affatto apparente. Del resto, sposando una zitella il guaio sarebbe stato irrimediabile, ma con una vedova le cose si accomodavano assai facilmente. Costei tornava al primo marito, egli alla prima moglie, e non avrebbero più avuto né un fastidio né una noia per omnia saecula saeculorum. —  Il  signor  Capitano  pappava  saporitamente  le  settecento  lire  colla fondatissima speranza d’un grazioso perdono. Ma intanto noi avevamo già fatto il nostro ingresso nella diroccata capitale dell’antica giurisdizione di Fratta. Solo a vederla da lontano ci si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
«Brava!» ripresi io. «Tu sei scrupolosa cristiana e deferisci agli uomini quel supremo ministero di giustizia che Dio ha riserbato a se stesso!... I figliuoli poi non so da qual legge di carità sieno messi in grado di giudicare e punire le colpe dei padri!» «Non dico questo,» mormorò l’Aquilina «ma Dio può ben permettere che il dottor Ormenta ignori le strettezze di suo padre, perché questi sia castigato anche durante il pellegrinaggio terreno delle sue ribalderie!...» «Benissimo!» ripigliai «ma io certo non vorrei avere sulla coscienza quest’ignoranza!» Infatti il vecchio Ormenta morì pochi giorni dopo accompagnato dalla generale esecrazione; ma se vi fu sentimento che vincesse in veemenza e in universalità quell’odio postumo contro di lui, esso fu certamente quello che sorse nel cuore di tutti contro l’ingratitudine e l’empietà di suo figlio che contrattò egli stesso le spese del funerale, adì l’eredità col benefizio dell’inventario, e rifiutò la mercede al medico perché il passivo fu trovato maggiore dell’attivo. Nonostante i diverbi fra me e mia moglie su questo od altri argomenti consimili si ripetevano sempre più spessi e finirono col guastare d’assai la nostra pace. Se io non m’avessi ridotto a mente le ultime raccomandazioni della Pisana, forse saremmo venuti a qualche grosso guaio; ma tirava innanzi con pazienza e forse con maggior indulgenza che non convenisse alla mia qualità di padre, perché della soverchia balìa lasciata in allora all’Aquilina sopra i figliuoli, dovetti pentirmi in appresso e indurarne rimorsi tanto più acuti quanto più vani e tardivi. La piccola Pisana pigliava su quelle maniere solite dei torcicolli che rendono sospette e spiacevoli perfino le virtù, e Giulio accarezzato e vezzeggiato dai maestri cresceva sempre in superbia, ed era oggimai tanto presuntuoso da non si sapere come persuaderlo ch’egli avesse fallato. Io capiva benissimo dove lo potevano condurre quei difettacci; ché adulandolo e lusingandolo un pochino ognuno lo avrebbe piegato a qualunque porcheria, ed egli avrebbe sempre creduto di essere dalla parte della ragione. Ma quanto al correggere queste male pieghe io la mandava dall’oggi in domane; anche perché non voleva angustiare la loro madre, e sperava che da un giorno all’altro ella avrebbe aperto gli occhi sul loro conto. Per esempio a me non sapeva bene che ogni loro moralità si appoggiasse ciecamente all’autorità, dicendo che a quel modo dovevano fare perché così era comandato. Avrei voluto aggiungere che così era comandato, perché appunto la ragione l’ordine sociale e la coscienza inducevano la necessità di quei coman-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
casa per qualche giorno. Troppo buona la cara signora! Io l’avrei compiaciuta al di là delle sue aspettative e non m’avrebbe rivisto mai più! M’avevano torturato, lei, la zia ed anche Ada! Con quale diritto? Perché avevo voluto sposarmi? Ma io non ci pensavo più! Com’era bella la libertà! Per un buon quarto d’ora corsi per le vie accompagnato da tanto sentimento. Poi sentii il bisogno di una libertà ancora maggiore. Dovevo trovare il modo di segnare in modo definitivo la mia volontà di non rimettere più il piede in quella casa. Scartai l’idea di scrivere una lettera con la quale mi sarei congedato. L’abbandono diveniva più sdegnoso ancora se non ne comunicavo l’intenzione. Avrei semplicemente dimenticato di vedere Giovanni e tutta la sua famiglia. Trovai l’atto discreto e gentile e perciò un po’ ironico col quale avrei segnata la mia volontà. Corsi da un fioraio e scelsi un magnifico mazzo di fiori che indirizzai alla signora Malfenti accompagnato dal mio biglietto da visita sul quale non scrissi altro che la data. Non occorreva altro. Era una data che non avrei dimenticata più e non l’avrebbero dimenticata forse neppure Ada e sua madre: 5 Maggio, anniversario della morte di Napoleone. Provvidi in fretta a quell’invio. Era importantissimo che giungesse il giorno stesso. Ma poi? Tutto era fatto, tutto, perché non c’era più nulla da fare! Ada restava segregata da me con tutta la sua famiglia ed io dovevo vivere senza fare più nulla, in attesa che qualcuno di loro fosse venuto a cercarmi e darmi l’occasione di fare o dire qualche cosa d’altro. Corsi al mio studio per riflettere e per rinchiudermi. Se avessi ceduto alla mia dolorosa impazienza, subito sarei ritornato di corsa a quella casa a rischio di arrivarvi prima del mio mazzo di fiori. I pretesti non potevano mancare. Potevo anche averci dimenticato il mio ombrello! Non volli fare una cosa simile. Con l’invio di quel mazzo di fiori io avevo assunta una bellissima attitudine che bisognava conservare. Dovevo ora stare fermo, perché la prossima mossa toccava a loro. Il raccoglimento ch’io mi procurai nel mio studiolo e da cui m’aspettavo un sollievo, chiarì solo le ragioni della mia disperazione che s’esasperò fino alle lagrime. Io amavo Ada! Non sapevo ancora se quel verbo fosse proprio e continuai l’analisi. Io la volevo non solo mia, ma anche mia moglie. Lei, con quella sua faccia marmorea sul corpo acerbo, eppoi ancora lei con la sua serietà, tale da non intendere il mio spirito che non le avrei insegnato, ma cui
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Ero appena uscito dal Giardino Pubblico che m’imbattei proprio faccia a faccia in mia suocera. Dapprima ebbi un dubbio curioso: di mattina, così di buon’ora, da quelle parti tanto lontane dalle nostre? Forse anche lei tradiva il marito ammalato. Seppi poi subito che le facevo un torto perché essa era stata a trovare il medico per averne conforto dopo una cattiva notte passata accanto a Giovanni. Il medico le aveva detto delle buone parole, ma essa era tanto agitata che presto mi lasciò dimenticando persino di sorprendersi di avermi trovato in quel luogo visitato di solito da vecchi, bambini e balie. Ma mi bastò di averla vista per sentirmi riafferrato dalla mia famiglia. Camminai verso casa mia con un passo deciso, a cui battevo il tempo mormorando: “Mai più! Mai più!”. In quell’istante la madre di Augusta con quel suo dolore mi aveva dato il sentimento di tutti i miei doveri. Fu una buona lezione e bastò per tutto quel giorno. Augusta non era in casa perché era corsa dal padre col quale rimase tutta la mattina. A tavola mi disse che avevano discusso se, dato lo stato di Giovanni, non avrebbero dovuto rimandare il matrimonio di Ada ch’era stabilito per la settimana dopo. Giovanni stava già meglio. Pare che a cena si fosse lasciato indurre a mangiar troppo e l’indigestione avesse assunto l’aspetto di un aggravamento del male. Io le raccontai di aver già avute quelle notizie dalla madre in cui m’ero imbattuto la mattina al Giardino Pubblico. Neppure Augusta si meravigliò della mia passeggiata, ma io sentii il bisogno di darle delle spiegazioni. Le raccontai che preferivo da qualche tempo il Giardino Pubblico quale meta delle mie passeggiate. Mi sedevo su una banchina e vi leggevo il mio giornale. Poi aggiunsi: – Quell’Olivi! Me l’ha fatta grossa condannandomi a tanta inerzia. Augusta, che a quel proposito si sentiva un poco colpevole, ebbe un aspetto di dolore e di rimpianto. Io, allora, mi sentii benissimo. Ma ero realmente purissimo perché passai il pomeriggio intero nel mio studio e potevo veramente credere di essere definitivamente guarito di ogni desiderio perverso. Leggevo oramai l’Apocalisse. E ad onta che fosse oramai assodato ch’io avevo l’autorizzazione di andare ogni mattina al Giardino Pubblico, tanto grande s’era fatta la mia resistenza alla tentazione che quando il giorno appresso uscii, mi diressi proprio dalla parte opposta. Andavo a cercare certa musica volendo provare un nuovo metodo del violino che m’era stato consigliato. Prima di uscire seppi che
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
infantilità. Apersi poi cautamente la porta senza bussare ed entrai nella stanza in punta di piedi. Volevo vederla subito, subito. Nel piccolo ambiente la sua voce era veramente sgradevole. Essa cantava con grande entusiasmo e maggior calore che non quella volta della mia prima visita. Era addirittura abbandonata sullo schienale della sedia per poter emettere tutto il fiato dei suoi polmoni. Io vidi solo la testina fasciata dalle grosse treccie e mi ritirai còlto da un’emozione profonda per aver osato tanto. Essa intanto era arrivata all’ultima nota che non voleva finire più ed io potei ritornare sul pianerottolo e chiudere dietro di me la porta senza ch’essa di me s’accorgesse. Anche quell’ultima nota aveva oscillato in sù e in giù prima di affermarsi sicura. Carla sentiva dunque la nota giusta e toccava ora al Garcia d’intervenire per insegnarle a trovarla più presto. Bussai quando mi sentii più calmo. Subito essa accorse ad aprire la porta ed io non dimenticherò giammai la sua figurina gentile, poggiata allo stipite, mentre mi fissava coi suoi grandi occhi bruni prima di saper riconoscermi nell’oscurità. Ma intanto io m’ero calmato in modo da venir ripreso da tutte le mie esitazioni. Ero avviato a tradire Augusta, ma pensavo che come nei giorni precedenti avevo potuto contentarmi di giungere fino al Giardino Pubblico, tanto più facilmente ora avrei potuto fermarmi a quella porta, consegnare quel libro compromettente e andarmene pienamente soddisfatto. Fu un breve istante pieno di buoni propositi. Ricordai persino un consiglio strano che m’era stato dato per liberarmi dall’abitudine del fumo e che poteva valere in quell’occasione: talvolta, per contentarsi, bastava accendere il cerino e gettare poi via e sigaretta e cerino. Mi sarebbe stato anche facile di far così, perché Carla stessa, quando mi riconobbe, arrossì e accennò a fuggire vergognandosi – come seppi poi – di farsi trovare vestita di un povero consunto vestitino di casa. Una volta riconosciuto, sentii il bisogno di scusarmi: – Le ho portato questo libro ch’io credo la interesserà. Se vuole, posso lasciarglielo e andarmene subito. Il suono delle parole – o così mi parve – era abbastanza brusco, ma non il significato, perché in complesso la lasciavo arbitra di decidere lei se avessi dovuto andarmene o restare e tradire Augusta. Essa subito decise, perché afferrò la mia mano per trattenermi più sicuramente e mi fece entrare. L’emozione m’oscurò la vista e ritengo sia stata
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Ecco che qualche cosa restava tuttavia in sospeso nei nostri rapporti; tutto il resto era stato chiaramente stabilito. Me ne derivò tale malessere, che quando arrivai all’aria aperta, indeciso mi mossi nella direzione opposta a quella della mia casa. Avrei quasi avuto il desiderio di ritornare subito subito da Carla per spiegarle ancora qualche cosa: il mio amore per Augusta. Si poteva farlo perché io non avevo detto di non amarla. Soltanto, come conclusione a quella vera storia che avevo raccontata, avevo dimenticato di dire che oramai io amavo veramente Augusta. Carla, poi, ne aveva dedotto che non l’amavo affatto e perciò aveva corrisposto tanto fervidamente al mio bacio, sottolineandolo con una sua dichiarazione di amore. Mi pareva che, se non ci fosse stato tale episodio, io avrei potuto sopportare più facilmente lo sguardo confidente di Augusta. E pensare che poco prima io ero stato lieto di apprendere che Carla sapesse del mio amore per mia moglie e che così, per sua decisione, l’avventura ch’io aveva cercata mi venisse offerta nella forma di un’amicizia condita da baci. Al Giardino Pubblico sedetti su una panchina e, col bastone, segnai distrattamente sulla ghiaia la data di quel giorno. Poi risi amaramente: sapevo che quella non era la data che avrebbe segnata la fine dei miei tradimenti. Anzi, s’iniziavano quel giorno. Dove avrei potuto trovare io la forza per non ritornare da quella donna tanto desiderabile che m’aspettava? Poi avevo già assunti degl’impegni, degl’impegni d’onore. Avevo avuto dei baci e non m’era stato concesso di dare che il controvalore di alcune terraglie! Era proprio un conto non saldato quello che ora mi legava a Carla. La colazione fu triste. Augusta non aveva domandate delle spiegazioni per il mio ritardo ed io non le diedi. Avevo paura di tradirmi, tanto più che nel breve percorso dal Giardino a casa mi ero baloccato con l’idea di raccontarle tutto e la storia del mio tradimento poteva perciò essere segnata sulla mia faccia onesta. Questo sarebbe stato l’unico mezzo per salvarmi. Raccontandole tutto mi sarei messo sotto la sua protezione e sotto la sua sorveglianza. Sarebbe stato un atto di tale decisione che allora in buona fede avrei potuto segnare la data di quel giorno come un avviamento all’onestà e alla salute. Si parlò di molte cose indifferenti. Cercai di essere lieto, ma non seppi neppur tentare di essere affettuoso. A lei mancava il fiato; certo aspettava una spiegazione che non venne. Poi essa andò a continuare il suo grande lavoro di riporre i panni d’inver-
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
studii al Conservatorio di Vienna ed era poi venuto a Trieste ove aveva avuto la fortuna di lavorare per il nostro maggiore compositore colpito da cecità. Scriveva le sue composizioni sotto dettatura, ma ne aveva anche la fiducia, che i ciechi devono concedere intera. Così ne conobbe i propositi, le convinzioni tanto mature e i sogni sempre giovanili. Presto egli ebbe nell’anima tutta la musica, anche quella che occorreva a Carla. Mi fu descritto anche il suo aspetto; giovine, biondo, piuttosto robusto, dal vestire negletto, una camicia molle non sempre di bucato, una cravatta che doveva essere stata nera, abbondante e sciolta, un cappello a cencio dalle falde spropositate. Di poche parole – a quanto mi diceva Carla e devo crederle perché pochi mesi appresso con lei si fece ciarliero ed essa me lo disse subito, – e tutt’intento al compito che s’era assunto. Ben presto la mia giornata subì delle complicazioni. Alla mattina portavo da Carla oltre che amore anche un’amara gelosia, che diveniva molto meno  amara  nel  corso  della  giornata.  Mi  pareva  impossibile  che  quel giovinotto non approfittasse della buona, facile preda. Carla pareva stupita ch’io potessi pensare una cosa simile, ma io lo ero altrettanto al vederla stupita. Non ricordava più come le cose si erano svolte fra me e lei? Un giorno arrivai a lei furibondo di gelosia ed essa spaventata si dichiarò subito pronta di congedare il maestro. Io non credo che il suo spavento fosse prodotto solo dalla paura di vedersi privata del mio appoggio, perché in quell’epoca io ebbi da lei delle manifestazioni di affetto di cui non posso dubitare e che alle volte mi resero beato, mentre, quando mi trovavo in altro stato d’animo, mi seccarono sembrandomi atti ostili ad Augusta ai quali, e per quanto mi costasse, ero obbligato d’associarmi. La sua proposta m’imbarazzò. Che mi trovassi nel momento dell’amore o del pentimento, io non volevo accettare un suo sacrificio. Doveva pur esserci qualche comunicazione fra’ miei due stati d’essere ed io non volevo diminuire la mia già scarsa libertà di passare dall’uno all’altro. Perciò non sapevo accettare una tale proposta che invece mi rese più cauto così che anche quando ero esasperato dalla gelosia, seppi celarla. Il mio amore si fece più iroso e finì che quando la desideravo e anche quando non la desideravo affatto, Carla mi sembrò un essere inferiore. Mi tradiva o di lei non m’importava nulla. Quando non l’odiavo non ricordavo che ci fosse. Io appartenevo all’ambiente di salute e di onestà in cui regnava Augusta a cui ritornavo subito col corpo e l’anima non appena Carla mi lasciava libero.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Con passo celere m’avviavo ad uscire dal giardino quando Carla mi venne incontro. Aveva in mano la mia busta e mi si avvicinava senza un sorriso di saluto, anzi con una rigida decisione sulla faccina pallida. Portava un semplice vestito di tela dal tessuto grosso traversato da striscie azzurre, che le stava molto bene. Pareva anch’essa una parte del giardino. Più tardi, nei momenti in cui più la odiai, le attribuii l’intenzione di essersi vestita così per rendersi più desiderabile nel momento stesso in cui mi si rifiutava. Era invece il primo giorno di primavera che la vestiva. Bisogna anche ricordare che nel mio lungo ma brusco amore, l’adornamento della mia donna aveva avuto piccolissima parte. Io ero sempre andato direttamente a quella sua stanza da studio, e le donne modeste sono proprio molto semplici quando restano in casa. Essa mi porse la mano ch’io strinsi dicendole: – Ti ringrazio di essere venuta! Come sarebbe stato più decoroso per me se durante tutto quel colloquio io fossi rimasto così mite! Carla pareva commossa e, quando parlava, una specie di convulso le faceva tremare le labbra. Talvolta anche nel cantare quel movimento delle labbra le impediva la nota. Mi disse: –  Vorrei compiacerti e accettare da te questo denaro, ma non posso, assolutamente non posso. Te ne prego, riprendilo. Vedendola vicina alle lacrime, subito la compiacqui prendendo la busta che mi ritrovai poi in mano, lungo tempo dopo di aver abbandonato quel luogo. – Veramente non ne vuoi più sapere di me? Feci questa domanda non pensando ch’essa vi aveva risposto il giorno prima. Ma era possibile che, desiderabile come la vedevo, essa si contendesse a me? – Zeno! – rispose la fanciulla con qualche dolcezza, – non avevamo noi promesso che non ci saremmo rivisti mai più? In seguito a quella nostra promessa ho assunti degl’impegni che somigliano a quelli che tu avevi già prima di conoscermi. Sono altrettanto sacri dei tuoi. Io spero che a quest’ora tua moglie si sarà accorta che sei tutto suo. Nel suo pensiero continuava dunque ad avere importanza la bellezza di Ada. Se io fossi stato sicuro che il suo abbandono era causato da lei, avrei avuto il modo di correre al riparo. Le avrei fatto sapere che Ada non era mia
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
moglie e le avrei fatto vedere Augusta col suo occhio sbilenco e la sua figura di balia sana. Ma non erano oramai più importanti gl’impegni presi da lei? Bisognava discutere quelli. Cercai di parlare calmo mentre anche a me le labbra tremavano, ma dal desiderio. Le raccontai che ancora ella non sapeva quanto mia essa fosse e come non avesse più il diritto di disporre di sé. Nella mia testa si moveva la prova scientifica di quanto volevo dire, cioè quel celebre esperimento di Darwin su una cavalla araba, ma, grazie al Cielo, sono quasi sicuro di non averne parlato. Devo però aver parlato di bestie e della loro fedeltà fisica, in un balbettio senza senso. Abbandonai poi gli argomenti più difficili che non erano accessibili né a lei né a me in quel momento e dissi: – Quali impegni puoi avere presi? E quale importanza possono avere in confronto a un affetto come quello che ci legò per più di un anno? L’afferrai rudemente per la mano sentendo il bisogno di un atto energico, non trovando nessuna parola che sapesse supplirvi. Essa si levò con tanta energia dalla mia stretta come se fosse stata la prima volta ch’io mi fossi permessa una cosa simile. – Mai – disse con l’atteggiamento di chi giura – ho preso un impegno più sacro! L’ho preso con un uomo che a sua volta ne assunse uno identico verso di me. Non v’era dubbio! Il sangue che le colorì improvvisamente le guancie vi era spinto dal rancore per l’uomo che verso di lei non aveva assunto alcun impegno. E si spiegò anche meglio: – Ieri abbiamo camminato per le strade, uno a braccio dell’altra in compagnia di sua madre. Era evidente che la mia donna correva via, sempre più lontano da me. Io le corsi dietro follemente, con certi salti simili a quelli di un cane cui venga conteso un saporito pezzo di carne. Ripresi la sua mano con violenza: – Ebbene, – proposi – camminiamo così, tenendoci per mano, traverso tutta la città. In questa posizione insolita, per farci meglio osservare, passiamo la Corsia Stadion eppoi i volti di Chiozza e giù giù traverso il Corso fino a Sant’Andrea per ritornare alla camera nostra per tutt’altra parte, perché tutta la città ci veda. Ecco che per la prima volta rinunziavo ad Augusta! E mi parve una liberazione perché era dessa che voleva togliermi Carla.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
figura alta, slanciata e tanto armonica, produceva una voce roca. Non seppi celare la mia sorpresa: – E’ raffreddata? – le domandai. – No! – mi rispose – Perché me lo domanda? – e fu tanto sorpresa che l’occhiata in cui m’avvolse fu anche più intensa. Non sapeva di avere una voce tanto stonata ed io dovetti supporre che anche il suo piccolo orecchio non fosse tanto perfetto come appariva. Guido le domandò se conoscesse l’inglese, il francese o il tedesco. Egli le lasciava la scelta visto che noi ancora non sapevamo di quale lingua avremmo avuto bisogno. Carmen rispose che sapeva un po’ di tedesco, ma pochissimo. Guido non prendeva mai alcuna decisione senza ragionare: – Noi non abbiamo bisogno del tedesco perché lo so molto bene io. La signorina aspettava la parola decisiva che a me pareva fosse già stata detta e, per affrettarla, raccontò ch’essa nel nuovo impiego cercava anche la possibilità d’impratichirsi e che perciò si sarebbe contentata di un salario ben modesto. Uno dei primi effetti della bellezza femminile su di un uomo è quello di levargli l’avarizia. Guido si strinse nelle spalle per significare che di cose tanto insignificanti non si occupava, le stabilì il salario ch’essa riconoscente accettò e le raccomandò con grande serietà di studiare la stenografia. Questa raccomandazione egli la fece solo per riguardo a me col quale s’era compromesso dichiarando che il primo impiegato ch’egli avrebbe assunto sarebbe stato uno stenografo perfetto. Quella sera stessa raccontai del mio nuovo collega a mia moglie. Essa ne fu oltremodo spiacente. Senza ch’io gliel’avessi detto, essa pensò subito che Guido avesse assunta al suo servizio quella fanciulla per farsene un’amante. Io discussi con lei e, pur ammettendo che Guido si comportava un poco da innamorato, asserii ch’egli avrebbe potuto riaversi da quel colpo di fulmine senza che vi fossero delle conseguenze. La fanciulla, in complesso, pareva dabbene. Pochi giorni dopo – non so se per caso – ebbimo in ufficio la visita di Ada. Guido non c’era ancora ed essa si fermò con me per un istante per domandarmi a che ora sarebbe venuto. Poi, con passo esitante, si recò nella stanza vicina ove in quel momento non c’erano che Carmen e Luciano. Carmen stava esercitandosi alla macchina da scrivere, tutt’assorta a rintrac-
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
ciarvi le singole lettere. Alzò i begli occhi per guardare Ada che la fissava. Come erano differenti le due donne! Si somigliavano un poco, ma Carmen pareva un’Ada caricata. Io pensai che veramente l’una che pur era vestita più riccamente, fosse fatta per divenire una moglie o una madre mentre all’altra, ad onta che in quell’istante portasse un modesto grembiule per non insudiciare il suo vestito alla macchina, toccava la parte di amante. Non so se a questo mondo vi sieno dei dotti che saprebbero dire perché il bellissimo occhio di Ada adunasse meno luce di quello di Carmen e fosse perciò un vero organo per guardare le cose e le persone e non per sbalordirle. Così Carmen ne sopportò benissimo l’occhiata sdegnosa, ma anche curiosa; v’era dentro fors’anche un poco d’invidia, o ve la misi io? Questa fu l’ultima volta in cui io vidi Ada ancora bella, proprio quale s’era rifiutata a me. Poi venne la sua disastrosa gravidanza e i due gemelli ebbero bisogno dell’intervento del chirurgo per venire all’aria. Subito dopo fu colpita da quella malattia che le tolse ogni bellezza. Perciò io ricordo tanto bene quella visita. Ma la ricordo anche perché in quel momento tutta la mia simpatia andò a lei dalla bellezza mite e modesta abbattuta da quella tanto differente dell’altra. Io non amavo certo Carmen e non ne sapevo altro che i magnifici occhi, gli splendidi colori, poi la voce roca e infine il modo – di cui essa era innocente – come era stata ammessa lì dentro. Volli invece proprio bene ad Ada in quel momento, ed è una cosa ben strana di voler bene ad una donna che si desiderò ardentemente, che non si ebbe e di cui ora non importa niente. In complesso si arriva così alle stesse condizioni in cui ci si troverebbe qualora essa avesse aderito ai nostri desiderii, ed è sorprendente di poter constatare ancora una volta come certe cose per cui viviamo hanno una ben piccola importanza. Volli abbreviarle il dolore e la precedetti all’altra stanza. Guido, che subito dopo entrò, si fece molto rosso alla vista della moglie. Ada gli disse una ragione plausibilissima per cui era venuta, ma subito dopo e in atto di lasciarci, gli domandò: – Avete assunto in ufficio una nuova impiegata? – Si! – disse Guido e, per celare la sua confusione, non trovò di meglio che d’interrompersi per domandare se qualcuno fosse venuto a cercarlo. Poi, avuta la mia risposta negativa, ebbe ancora una smorfia di dispiacere come se avesse sperata una visita importante, mentre io sapevo che non aspettavamo proprio nessuno e appena allora disse ad Ada con un aspetto d’indifferenza che finalmente gli riuscì di assumere: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
provocato da una carezza brutale di Guido senza però poter esserne sicuro. Ma Augusta ne era sicura. Perché altrimenti, subito dopo, la voce di Guido sarebbe stata alterata dall’ilarità? Cercai di attenuare la sua convinzione, ma poi dovetti ancora raccontare. Feci una confessione anche per quanto concerneva me, descrivendo la noia che m’aveva cacciato di casa e il mio rimorso di non amare meglio Antonia. Mi sentii subito meglio e m’addormentai profondamente. La mattina appresso, Antonia stava meglio; era quasi priva di febbre. Giaceva calma e libera di affanno, ma era pallida e affranta come se si fosse consunta in uno sforzo sproporzionato al suo piccolo organismo; evidentemente essa era già uscita vittoriosa dalla breve battaglia. Nella calma che ne derivò anche a me, ricordai, dolendomene, di aver compromesso orribilmente Guido e volli da Augusta la promessa ch’essa non avrebbe comunicato a nessuno i miei sospetti. Ella protestò che non si trattava di sospetti, ma di evidenza certa ciò che io negai senza riuscire a convincerla. Poi essa mi promise tutto quello che volli ed io me ne andai tranquillamente in ufficio. Guido non c’era ancora e Carmen mi raccontò ch’erano stati ben fortunati dopo la mia partenza. Avevano prese altre due orate, più piccole della mia, ma di un peso considerevole. Io non volli crederlo e pensai che essa volesse convincermi che alla mia partenza avessero abbandonata l’occupazione a cui avevano atteso finché c’ero stato io. L’acqua non s’era fermata? Fino a che ora erano stati in mare? Carmen per convincermi mi fece confermare anche da Luciano la pesca delle due orate ed io da quella volta pensai che Luciano per ingraziarsi Guido sia stato capace di qualunque azione. Sempre durante la calma idillica che precorse l’affare del solfato di rame, avvenne in quell’ufficio una cosa abbastanza strana che non so dimenticare, tanto perché mette in evidenza la smisurata presunzione di Guido, quanto perché pone me in una luce nella quale m’è difficile di ravvisarmi. Un giorno eravamo tutt’e quattro in ufficio e il solo che fra di noi parlasse di affari era, come sempre, Luciano. Qualche cosa nelle sue parole suonò all’orecchio di Guido quale una rampogna che, in presenza di Carmen, gli era difficile di sopportare. Ma altrettanto difficile era difendersene, perché Luciano aveva le prove che un affare ch’egli aveva consigliato mesi prima e che da Guido era stato rifiutato, aveva finito col rendere una quantità di denaro a chi se ne era occupato. Guido finì col dichiarare di disprezzare il
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
– E’ bella com’era da fanciulla e come lo sarà mia figlia! Si vede che l’occhio di una sorella non è molto acuto. Per lungo tempo non rividi Ada. Essa aveva troppi figliuoli e così pure noi. Tuttavia Ada e Augusta facevano in modo di trovarsi insieme varie volte alla settimana, ma sempre in ore in cui io ero fuori di casa. Si approssimava l’epoca del bilancio ed io avevo molto da fare. Fu anzi quella l’epoca della mia vita in cui lavorai di più. Qualche giorno restai a tavolino persino per dieci ore. Guido m’aveva offerto di farmi assistere da un contabile, ma io non ne volli sapere. Avevo assunto un incarico e dovevo corrispondervi. Intendevo compensare Guido di quella mia funesta assenza di un mese, e mi piaceva anche dimostrare a Carmen la mia diligenza, che non poteva essere ispirata da altro che dal mio affetto per Guido. Ma come procedetti nel regolare i conti, incominciai a scoprire la grossa perdita in cui eravamo incorsi in quel primo anno di esercizio. Impensierito ne dissi a quattr’occhi qualche cosa a Guido, ma lui, che s’apprestava a partire per la caccia, non volle starmi a sentire: – Vedrai che non è tanto grave come ti sembra eppoi l’anno non è ancora finito. Infatti mancavano ancora otto giorni interi a capo d’anno. Allora mi confidai ad Augusta. Dapprima essa vide in quella faccenda solo il danno che ne avrebbe potuto derivare a me. Le donne sono sempre fatte così, ma Augusta era straordinaria persino fra le donne quando qui si doleva del proprio danno. Non avrei finito anch’io – essa domandava – con l’essere ritenuto un po’ responsabile delle perdite subite da Guido? Voleva si consultasse subito un avvocato. Bisognava intanto staccarsi da Guido e cessare dal frequentare quell’ufficio. Non mi fu facile di convincerla ch’io non potevo essere tenuto responsabile di niente non essendo io altra cosa che un impiegato di Guido. Essa sosteneva che chi non ha un emolumento fisso non possa essere considerato quale un impiegato, ma qualche cosa di simile ad un padrone. Quando fu ben convinta, naturalmente restò della sua opinione perché allora scoprì che non avrei perduto niente se avessi cessato di frequentare quell’ufficio dove sicuramente avrei finito col diffamarmi commercialmente. Diamine: la mia fama commerciale! Fui anch’io d’accordo ch’era importante di salvarla e, per quanto essa avesse avuto torto negli argomenti, si conchiuse che dovevo fare com’ella voleva. Consentì ch’io terminassi il bilancio poiché l’avevo iniziato,
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Poi gli proposi di fare tale regolazione subito e mettere in conto della ditta le operazioni di Borsa. Per fortuna egli non accettò perché altrimenti io sarei divenuto il contabile del giocatore e mi sarei addossata una maggiore responsabilità. Così invece le cose procedettero come se io non avessi esistito. Egli rifiutò la mia proposta con delle ragioni che mi parvero buone. Era di  malaugurio  di  pagare  così  subito  i  suoi  debiti  ed  è  una  superstizione divulgatissima a tutti i tavoli da giuoco che il denaro altrui porti fortuna. Io non ci credo, ma quando giuoco non trascuro neppur io alcuna prudenza. Per un certo tempo mi feci dei rimproveri di aver accolte le comunicazioni di Guido senz’alcuna protesta. Ma quando vidi comportarsi allo stesso modo la signora Malfenti che mi raccontò come suo marito aveva saputo guadagnare dei bei denari alla borsa, eppoi anche Ada, dalla quale sentii considerare il giuoco come un qualsiasi genere di commercio, compresi che assolutamente a questo riguardo non si avrebbe potuto movermi alcun rimprovero. Per arrestare Guido su quella china non sarebbe bastata la mia protesta che non avrebbe avuta alcun’efficacia se non fosse stata appoggiata da tutti i membri della famiglia. Fu così che Guido continuò a giocare, e tutta la sua famiglia con lui. Ero anch’io della comitiva, tant’è vero ch’entrai in una relazione d’amicizia alquanto curiosa col Nilini. E’ sicuro ch’io non potevo soffrirlo perché lo sentivo ignorante e presuntuoso, ma pare che per riguardo a Guido, che da lui aspettava i buoni consigli, sapessi celare tanto bene i miei sentimenti ch’egli finì col credere di avere in me un amico devoto. Non nego che forse la mia gentilezza con lui fosse anche dovuta al desiderio di evitare quel malessere che m’aveva dato la sua inimicizia, tanto forte causa quell’ironia che rideva sulla sua brutta faccia. Ma non gli usai mai altre gentilezze fuori di quella di porgergli la mano e il saluto quando veniva e se ne andava. Egli invece fu gentilissimo ed io non seppi non accettare le sue cortesie con gratitudine, ciò ch’è veramente la massima gentilezza che si possa usare a questo mondo. Mi procurava delle sigarette di contrabbando e me le faceva pagare quello che gli costavano, cioè molto poco. Se mi fosse stato più simpatico avrebbe potuto indurmi a giocare col suo mezzo; non lo feci mai, solo per non vederlo più di spesso. Lo vedevo anzi troppo! Passava delle ore nel nostro ufficio ad onta che – com’era facile di accorgersene – non fosse innamorato di Carmen. Veniva a tener compagnia proprio a me. Pare si fosse prefisso d’istruirmi nella politica
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Vedendola, Ada s’era abbandonata ad un gran pianto e le aveva detto della mia generosità ch’essa assolutamente non voleva accettare. Aveva anzi pregata Augusta d’invitarmi a desistere dalla mia profferta. M’accorsi subito che Augusta soffriva della sua antica malattia, la gelosia per la sorella, ma non vi diedi peso. Mi sorprendeva l’attitudine assunta da Ada: – Ti parve risentita? – domandai facendo tanto d’occhi per la sorpresa. – No! No! Non offesa! – gridò la sincera Augusta. – Mi baciò e abbracciò... forse perché abbracci te. Pareva un modo di esprimersi assai comico. Essa mi guardava, studiandomi, diffidente. Protestai. – Credi che Ada sia innamorata di me? cosa ti salta in testa? Ma non riuscii a calmar Augusta la cui gelosia mi seccava orribilmente. Sta bene che Guido a quell’ora non era più a divertirsi e passava certamente un brutto quarto d’ora fra sua suocera e sua moglie ma ero seccatissimo anch’io e mi pareva di dover soffrir troppo essendo del tutto innocente. Tentai di calmare Augusta facendole delle carezze. Essa allontanò la sua faccia dalla mia per vedermi meglio e mi fece dolcemente un mite rimprovero che mi commosse molto: – Io so che ami anche me, – mi disse. Evidentemente lo stato d’animo di Ada non aveva importanza per lei, ma il mio ed ebbi un’ispirazione per provarle la mia innocenza: – Ada è dunque innamorata di me? – feci ridendo. Poi staccatomi da Augusta per farmi veder meglio, gonfiai un po’ le guancie e spalancai in modo innaturale gli occhi così da somigliare ad Ada malata. Augusta mi guardò stupita, ma presto indovinò la mia intenzione. Fu colta da uno scoppio d’ilarità di cui subito si vergognò. – No! – mi disse, – ti prego di non deriderla. – Poi confessò, sempre ridendo, ch’ero riuscito di imitare proprio quelle protuberanze che davano alla faccia di Ada un aspetto tanto sorprendente. Ed io lo sapevo perché imitandola m’era parso di abbracciare Ada. E quando fui solo, più volte ripetei quello sforzo con desiderio e disgusto. Nel pomeriggio andai all’ufficio nella speranza di trovarvi Guido. Ve l’attesi per qualche tempo eppoi decisi di recarmi a casa sua. Dovevo pur sapere se era necessario di domandare del denaro all’Olivi. Dovevo compiere
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Come l’aveva detto il Balli, in causa d’Angiolina, fino a quella cena, i rapporti fra i due amici erano stati molto freddi. Di rado Emilio aveva cercato l’amico e non s’era accorto neppure di trascurarlo; l’altro poi se ne era offeso e aveva cessato di corrergli dietro, per quanto quell’amicizia gli fosse stata ancora sempre cara come tutte le altre sue abitudini. La cena tolse l’ostinazione a Stefano e gli diede invece il dubbio di aver offeso lui l’amico. Non gli erano sfuggite le sofferenze di Emilio, e quando si dileguò in lui il piacere di sentirsi amato da tutte e due le donne, piacere intenso, ma che durava una frazione d’ora, la coscienza lo rimorse. Per farla tacere, a mezzodì del giorno appresso corse da Emilio per tenergli un predicozzo. Un buon ragionamento avrebbe potuto curare Emilio meglio dell’esempio e se anche fosse servito affatto, sarebbe valso almeno a fargli riconquistare la veste di amico e consigliere e togliergli l’aspetto di rivale da lui assunto per una debolezza ch’egli diceva una distrazione. Venne ad aprirgli la signorina Amalia. Quella ragazza ispirava al Balli un sentimento poco gradevole di compassione. Egli credeva fosse permesso di vivere soltanto per godere della fama, della bellezza o della forza o almeno della ricchezza, ma altrimenti no, perché si diveniva un ingombro odioso alla vita altrui. Perché dunque viveva quella povera fanciulla? Era un errore evidente di madre natura. Talvolta, quando veniva in quella casa e non ci trovava l’amico, adduceva qualche pretesto per andarsene subito perché quella faccia pallida e quella voce fioca lo rattristavano profondamente. Ella, invece, che aveva voluto vivere la vita di Emilio, s’era considerata amica del Balli. – E’ in casa Emilio? – chiese il Balli impensierito. – S’accomodi, signor Stefano – disse Amalia lieta. – Emilio! – gridò. – C’è il signor Stefano. – Poi fece al Balli un rimprovero: – Da tanto tempo non si aveva il piacere di vederla! Anche lei ci dimentica? Stefano si mise a ridere: – Non sono mica io che abbandono Emilio; è lui che non vuole più saperne di me. AccompagnandoIo verso la porta del tinello, ella mormorò sorridendo: – Eh, già, intendo. – Così avevano parlato di Angiolina. Il quartierino si componeva di tre sole stanze alle quali, dal corridoio, si accedeva per quell’unica porta. Perciò, quando capitava qualche visita nella stanza di Emilio, la sorella si trovava prigioniera nella propria ch’era l’ultima. Non era facile ch’ella si presentasse spontaneamente; era più selvaggia con gli uomini che non Emilio con le donne. Ma il Balli, dal primo giorno in cui
Senilita di Italo Svevo
Pensò che se non avesse avuto accanto quel giudice severo, egli non si sarebbe curato della dignità ora che comprendeva che con quel tentativo di risollevarla, aveva legato più abiettamente che mai ogni suo pensiero, ogni desiderio ad Angiolina. Era già scorso parecchio tempo dacché egli aveva parlato col Sorniani, e il tumulto che le parole di costui avevano suscitato nel suo petto non s’era ancora quietato. Forse ella avrebbe fatto qualche tentativo per riavvicinarsi a lui. La dignità non gli avrebbe impedito allora d’accoglierla a braccia aperte. Ma non come una volta. Sarebbe corso immediatamente alla verità, cioè al possesso. Giù la finzione! – Io so che tu fosti l’amante di tutti costoro, le avrebbe gridato – e ti amo lo stesso. Sii mia e dimmi la verità acciocché io non abbia altri dubbi. -La verità? Anche sognando la più rude franchezza egli idealizzava Angiolina. La verità? Poteva essa dirla, sapeva dirla? Se il Sorniani aveva detto anche soltanto una parte del vero, la menzogna doveva essere tanto connaturata in quella donna, ch’ella non se ne sarebbe liberata mai. Egli dimenticava quanto in altri momenti aveva percepito tanto chiaramente, cioè il fatto ch’egli aveva stranamente collaborato a vedere in Angiolina ciò ch’ella non era, ch’era stato lui a creare la menzogna. – Come non ha riconosciuto – andava dicendosi – che l’unica ragione di ridicolo era la menzogna! Sapendo tutto, dicendoglielo in faccia, spariva il ridicolo. Ognuno può amare chi gli pare e piace. – Gli pareva di dire tutto questo al Balli. Il vento era cessato del tutto, e la giornata aveva assunto un vero aspetto primaverile. In altro stato d’animo una giornata simile di libertà sarebbe stata una gioia per lui; ma era libertà quella per cui non gli era concesso di andare da Angiolina? Eppure ci sarebbero stati dei pretesti per andarci subito. Se non altro, egli poteva avvicinarla per farle dei nuovissimi rimproveri. Infatti egli non aveva mai sospettata l’esistenza di quegli imberbi che avevano preceduto il Merighi e di cui gli aveva parlato quel giorno il Sorniani. – No! – disse ad alta voce. – Una debolezza simile mi getterebbe in sua balia. Pazienza! Ma intanto che cosa avrebbe fatto quella prima mattina? Leardi! Il bel giovane, biondo e robusto, dal colorito di giovinetta su un organismo virile, passava sul Corso, serio come sempre, vestito di un soprabito chiaro che faceva proprio per quella tepida giornata d’inverno. Il Brentani
Senilita di Italo Svevo
sì – fece come persona sorpresa di ritrovare un oggetto smarrito. Ripeté l’esordio ma con meno forza; era molto distratto. Poi si concentrò, con uno sforzo evidente, per continuare. Guardò Emilio a più riprese sempre evitando d’incontrarne lo sguardo e non parlò che quando si risolse a guardare la tabacchiera consunta che teneva fra le mani. C’era della gente cattiva che perseguitava la famiglia Zarri. Angiolina non glielo aveva detto? Aveva fatto male. C’era dunque della gente che stava sempre sull’attenti per cogliere in fallo la famiglia Zarri. Bisognava guardarsi! Il signor Brentani non conosceva Tic? Se lo avesse conosciuto non sarebbe venuto tanto spesso in quella casa. Qui la predica degenerò in un’ammonizione ad Emilio, a non esporsi – così giovane – a tanti pericoli. Quando il vecchio alzò gli occhi per guardare di nuovo Emilio, questi indovinò. In quegli occhi stranamente azzurri sotto a una canizie argentea, brillava la follia. Quella volta il pazzo seppe sostenere lo sguardo d’Emilio. – Sta bene che Tic abita lassù ad Opicina ma di lassù manda le percosse alle gambe e alle schiene dei suoi nemici. – Foscamente aggiunse: – Qui in casa bastona persino la piccola. – La famiglia aveva un altro nemico: Toc. Quello abitava in mezzo alla città. Non bastonava, ma faceva di peggio. Aveva portato via alla famiglia tutti i mestieri, tutto il denaro, tutto il pane. Al colmo del furore, il vecchio gridava. Venne Angiolina la quale indovinò subito di che cosa si trattasse. – Vattene – disse al padre con grande malumore e lo spinse fuori. Il vecchio Zarri si fermò sulla soglia, esitante: – Egli – disse accennando ad Emilio – non sapeva nulla né di Tic né di Toc. – Glielo racconterò io disse Angiolina, ridendo ora di cuore. Poi gridò: – Mamma vieni a prendere papà. Chiuse la porta. Emilio, terrorizzato dagli occhi pazzi che lo avevano guardato sì a lungo: – E’ ammalato? – domandò. Oh – fece Angiolina con disdegno – è un poltrone che non vuol lavorare. Da una parte c’è Tic dall’altra Toc e così egli non esce di casa e fa sgobbare noialtre donne. – Tutt’ad un tratto rise sgangheratamente, e gli raccontò che tutta la famiglia, per compiacere al vecchio, fingeva di sentire le legnate che pervenivano alla casa da parte di Tic. Anni prima, quando la fissazione del vecchio era appena nata, essi stavano in un quinto piano al Lazzaretto Vec-
Senilita di Italo Svevo
La famiglia Lanucci, presso la quale Alfonso stava a fitto, abitava un piccolo quartiere di una casa di città vecchia, verso San Giusto. Egli aveva perciò da camminare per oltre un quarto d’ora per andare all’ufficio da casa. La signora Lucinda Lanucci aveva dimorato per un estate, poco prima di maritarsi, nel villaggio, in compagnia di una famiglia presso la quale stava quale governante. Aveva fatto in allora la conoscenza della madre di Alfonso, la quale le aveva raccomandato il figliuolo. Forse la lettera di raccomandazione della signora Carolina non sarebbe valsa gran che, se i Lanucci non fossero stati alla ricerca d’un inquilino per una stanzuccia che v’era in casa oltre il bisogno della famigliuola. Alfonso capitò dunque a proposito e venne accolto bene. Negli ultimi anni, traviato dall’ambizione dell’indipendenza, il signor Lanucci aveva abbandonato un impiego non splendido ma ch’era bastato a nutrire la famigliuola e s’era messo a fare l’agente, a rappresentare ogni e qualunque specie di case, in tutti gli articoli. Il poveretto scriveva tutto il giorno offerte a case di cui toglieva gl’indirizzi dalle quarte pagine dei giornali, ma guadagnava sempre meno che a suo tempo da impiegato, e perciò l’umore in famiglia era triste, le sue condizioni essendo precarie dopo di essere state discrete. Quest’umore aveva aumentato la nostalgia in Alfonso, perché è la gente triste che fa tristi i luoghi. Lo trattavano affettuosamente, ma in Alfonso il signor Lanucci destava una compassione dolorosa, specialmente quando lo vedeva costringersi a usargli cortesie, a sorridergli, a dimostrare interessamento ai fatti suoi, mentre comprendeva che non ne poteva venir considerato che quale un cespite di rendita. La  signora  Lanucci,  avvezza  da  lungo  tempo  a  consolare  il  marito dell’infruttuosità dei suoi sforzi, aveva assunto la medesima parte con Alfonso e finito col partecipare tanto intensamente delle sorti del giovine, che ne parlava come di affari proprii. L’invito del signor Maller, di cui Alfonso le aveva parlato, aveva destato in lei le maggiori lusinghe; ne parlava come se da quell’invito la fortuna dell’impiegato venisse assicurata. Ci era tanto poco avvezza, che la buona fortuna la sorprendeva. Lucinda poteva avere quarant’anni forse, ma, piccola e grassa e pel grigio abbondante dei capelli, ne dimostrava di più. Non era stata mai bella. Aveva apportato al marito qualche poco di dote ch’era stata assorbita da una speculazione in lotti turchi. Era intelligente, vivace, amava di parlare molto e la sua faccia pallida da sofferente le aveva subito conquistata la simpatia di Alfonso.
Una vita di Italo Svevo
Già il giorno appresso il lavoro di Alfonso aumentò. Sanneo, che nulla sapeva dell’aiuto prestatogli da White, trovava che le lettere di Alfonso non lasciavano nulla a desiderare e si credette autorizzato a dargli da fare di più ed un lavoro più serio. Quel giorno ancora White aiutò; il terzo giorno arrivò la liquidazione di Parigi che White doveva rivedere e Alfonso rimase abbandonato a sé stesso. A mezzodì ricevette una prima sgridata da Sanneo, alla sera Sanneo andava raccontando per la banca che due giorni di lavoro erano bastati per far incretinire Alfonso. Lo chiamò ordinandogli di rifare metà delle lettere ch’egli aveva corrette e Alfonso dovette confessargli che nei giorni precedenti era stato aiutato da White. Sanneo si calmò, ma da allora lo trattò più bruscamente. Il suo lavoro divenne così più disaggradevole. Gli era stato proibito di farsi aiutare da White per il quale Sanneo serbava un po’ di rancore e, in luogo di dargli le istruzioni, spesso Sanneo gl’indicava il giorno in cui era stata scritta una lettera identica, gli ordinava di cercarsi il copialettere e di copiarla. Non era cosa facile trovare i copialettere alla banca Maller! Fra tanti impiegati che li usavano, bisognava correre dalla contabilità fino alla cassa, e più volte, perché nessuno aiutava; ognuno badava alle cose sue e bisognava frugare con le proprie mani ogni ripostiglio per accertarsi che non v’era la cosa cercata. Dapprima Alfonso usava gridare in ogni stanza: – Signori, prego il copialettere del tale e tale giorno. – Smise quest’uso perché perdeva anche il fiato. Nessuno rispondeva e qualcuno sorrideva. Correndo di stanza in stanza, Alfonso finiva col trovare il copialettere accanto a un impiegato cui sarebbe costato poco di avvertirnelo e di risparmiargli delle corse inutili. Trovati i copialettere, c’era ancora la fatica di trovarci la lettera voluta. Se Sanneo gli avesse saputo anche indicare da chi era stata scritta sarebbe stata una grande facilitazione perché non sarebbe occorso sempre di leggerla per riconoscerla. La grossa scrittura di Sanneo anneriva tutto il foglio su cui era stata copiata, quella di Miceni si riproduceva intiera, nitida come nell’originale, i grossi tratti e larghi di White si sviluppavano nella copia a macchie indistinte. In contabilità Alfonso salutava Miceni e si fermava talvolta a scambiare qualche parola con lui. Vi si costringeva contro voglia perché sentiva che Miceni non gli voleva bene. Il tavolo nuovo di Miceni aveva già assunto l’aspetto del vecchio: calamaio, penna e matita disposte nel medesimo ordine, il grande librone su cui lavorava perpendicolare alla linea marginale del 52 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Una vita di Italo Svevo
far cercare una penna. Per manifestare l’intenzione di continuare il lavoro bastava preparare carta e calamaio e non la penna. Con tutto zelo egli si gettò al romanzo perché sarebbe stato per lui una fortuna di poter distrarsi in altre idee e non avere a fare degli sforzi per essere indifferente. Del nuovo fecero poco perché per procedere oltre sarebbe loro bisognato di rileggere tutto il romanzo di cui qualche parte avevano dimenticata. Il fatto era tanto nuovo che trovandosi soli e così vicini Alfonso rimanesse tranquillo senza minacciare, che Annetta prese un movimento di Alfonso per un attacco e, avendo accennato a difendersi, arrossì accorgendosi che l’allarme era stato ingiustificato. Egli comprese il suo imbarazzo e fu quella la volta ch’egli dovette fare il maggior sforzo per non toglierla all’umiliazione ch’egli sentiva come propria. Ma resistette, e per quella sera Annetta rimase imbarazzata, meno disinvolta del solito, e Francesca, che poco dopo sedette al suo solito telaio, ebbe un lieve sorriso di soddisfazione fatto proprio acciocché venisse veduto da Alfonso. In luogo di perdere tanto tempo inutilmente col rileggere il romanzo, Alfonso propose e Annetta accettò, di correggerlo insieme, esaminarne frase per frase e poi appena terminarlo. Il lavoro era noioso, ma meno pericoloso per le relazioni letterarie fra’ due collaboratori perché nessuno dei due aveva gusti troppo raffinati in fatto di lingua, e Alfonso, per quel poco che l’avrebbe voluta più sobria, si adattava facilmente al gusto di Annetta avendole già fatto altre concessioni e comprendendo che, svolto a quel modo, il romanzo non poteva essere vestito che di panni dello stesso gusto, melodramatici e chiassosi. Annetta  doveva  aver  riflettuto  lungamente  allo  strano  contegno  di Alfonso perché la sera appresso egli la trovò tranquilla e serena, sempre amichevole, con una certa aria di superiorità sorridente che le stava bene. Al vederli ora insieme, sembrava che per un tacito accordo fossero ridivenuti buoni amici e null’altro, Alfonso persino timido. Ah! invece egli soffriva già disperando, e rimpiangeva quelle serate in cui non ancora gli era stato consigliato di essere astuto. Era molto male ch’ella non gli tenesse il broncio. Non aveva sperato di aver a udire delle parole di rimprovero, ma neppure pensato che così presto ella avrebbe saputo far mostra di tanta indifferenza. Poteva ancora far dubitare della sincerità di tale freddezza unicamente il fatto che Annetta non gli dava alcuna lode di aver finalmente assunto il contegno ch’ella aveva desiderato. La lode gli sarebbe spettata e in Annetta era una
Una vita di Italo Svevo
mancanza del suo preteso freddo raziocinio il non avergliela data. Della novità nel contegno di Alfonso ella non parlò mai; cercava mostrar di non essersene accorta e questo silenzio fu l’incoraggiamento che indusse Alfonso a perseverare. Una sera, otto giorni dopo, ella lo accompagnò fino alla porta del tinello e si ritirò frettolosamente con un piccolo inchino cerimonioso. S’era contenuto male! Già stanco e freddo perché gli mancava ogni stimolo, non s’era curato di usare ad Annetta gli altri mille riguardi di cui aveva riconosciuto che specialmente allora c’era bisogno con essa per non alienarsela del tutto. Aveva omesso di dimostrarsene innamorato! La sua parte, da bel principio egli se lo era detto ed era stato per sciocca inerzia che della sua osservazione non aveva fatto miglior uso, la sua parte doveva essere sempre da innamorato ragionevole che si contenta di uno sguardo o di una stretta di mano, ma innamorato doveva apparire. Ebbe, finché non la rivide, un’immensa inquietudine. Temeva che in una o altra forma ella gli desse quel congedo ch’egli già aveva temuto di ricevere per le sue arditezze; non avendolo ricevuto allora per quelle cause, era possibile che gli venisse dato ora per queste. Si vide ridotto a mal partito e se la prendeva nella sua mente con Francesca e il suo consiglio. Si propose di andare da Annetta a chiederle perdono raccontandole perché avesse assunto quel contegno. Non si sentiva colpevole e si riprometteva di convincerla che non lo era. Aveva voluto renderla più mite e più arrendevole e le avrebbe detto che non aveva fatto altro che imitare l’astuzia usata dal loro eroe stesso. La scusa era facile ed anzi dalla freddezza a cui s’era costretto in quei pochi giorni poteva forse già ritrarre qualche frutto. Comprese dai modi riservati ma gentili di Annetta che il pericolo temuto era più lontano di quanto egli avesse creduto e la riservatezza di Annetta lo fece suo malgrado, per timidezza, continuare nel contegno che aveva risoluto di lasciare. Passò la serata molto aggradevolmente. Come sempre, gli bastava di uscite da un’incertezza, da un timore, perché il rivedere Annetta fosse per lui un’immensa felicità. A passare gradevolmente il tempo provvide la sua agitazione, essendo sempre là pronto a gettare le braccia al collo ad Annetta e a ritornare a quella sua posizione soggetta che gli offriva tante gioie. Non ebbe bisogno di sforzo per ricordarsi che ad Annetta sempre bisognava fare la corre. Egli l’amava, l’amava almeno per quella sera, e così non l’aveva amata dal giorno in cui aveva osato di baciarla per la prima volta sulle labbra. Erano
Una vita di Italo Svevo
to della sua casa. Gli raccontò che, per affetto al nipote, Maller aveva dovuto addossarsi la liquidazione della sua casa, e che soltanto dopo assunta s’era accorto ch’era passiva per speculazioni sbagliate fatte da Fumigi nei due ultimi mesi. Miceni diceva che il disastro era stato apportato precisamente dall’indebolimento delle qualità intellettuali di Fumigi. Quanto alla causa della malattia stessa, supponeva che fosse da ricercarsi nell’esagerata sua attività. – So io che questa estate lavorava dieci ore al giorno in ufficio e poi ancora dell’altro a casa, su certi problemi di matematica. Il suo debole organismo non resse alla fatica. Alfonso pensò ch’egli conosceva meglio la causa di tale malattia. Doveva essere stata prodotta dal dolore per il rifiuto di Annetta. Comprese che se a Fumigi fosse toccata in sorte la sua fortuna ne avrebbe gioito ben maggiormente che lui e ancora una volta provò rimorso di non saper approfittare della sua fortuna. Lo seccava ora grandemente di trovate una buona bugia per spiegare ai Lanucci la sua improvvisa partenza. Non volle dire .che partiva per la malattia della madre perché gli sarebbero stati chiesti troppi particolari. – Parto! – disse rivolto alla Lanucci che trovò seduta a tavola col vecchio. Lucia all’ora di pranzo era sempre a passeggio con Gralli. – Quanto tempo rimarrà assente? – chiese il vecchio Lanucci alzando il naso dal piatto e molto spaventato. – Quindici giorni! – gli disse presto Alfonso per tranquillarlo. Aveva compreso il motivo di tale spavento. – Parto per un affare... – Non s’era ancora risolto per uno o l’altro motivo di cui avrebbe potuto indicare parecchi, ma nessuno tanto verosimile da venir creduto senza esitazioni. Si rammentò in tempo che sua madre molto tempo prima gli aveva scritto che desiderava di vendere la loro casa. – Vendiamo la nostra casa che per mamma è troppo grande e troppo lontana dal villaggio. Il vecchio cessò ancora una volta di mangiare e drizzò gli occhiali, segno sicuro che voleva parlate di affari: – E lei per questo parte! Lascia l’impiego per quindici giorni, e se basteranno! Alfonso rispose che il signor Maller gli accordava volontieri quel tempo di permesso e ch’egli per quest’assenza nulla perdeva, ma il Lanucci non si diede così presto per vinto. Gli rimproverò di voler da solo accingersi ad un affare di tale importanza, pur essendo troppo giovine per saper contrattare.
Una vita di Italo Svevo
Rimasto solo, fu la prima volta che Alfonso ripensò alla sua avventura in città. Il suo cervello aveva trovato riposo nella malattia e il pensiero ad Annetta gli sembrava quasi nuovo. Non poteva appassionarsi per cose avvenute tanto tempo prima e delle quali quasi non voleva riconoscersi responsabile. Egli ora era un uomo nuovo che sapeva quello che voleva. L’altro, colui che aveva sedotto Annetta, era un ragazzo malaticcio con cui egli nulla aveva di comune. Non era la prima volta ch’egli credeva di uscire dalla puerizia. Se al suo ritorno in città avesse trovato che Annetta ancora lo amava, l’avrebbe sposata perché egli aveva piena coscienza dei suoi doveri. Ma l’avrebbe prevenuta e avrebbe cercato di dimostrarle quale enorme errore essi stavano per commettere unendosi. Le avrebbe detto: – Io sono fatto così e voi così, ma divenendo legalmente vostro padrone userò di tutti i mezzi che saranno a mia disposizione per modificarvi, farvi abbandonare i vostri gusti e le vostre abitudini. – E inoltre: – Certo, vi amo, ma non tanto da amare e da tollerare i vostri difetti. Dacché vi conobbi, lungamente vi odiai e vi disprezzai, qualche volta anche quando vi dimostravo amore. Sentiva che questi pensieri gli agitavano il sangue. Aveva il sudore alla fronte e la vista gli si oscurava. La lotta a cui stava per accingersi era grave, e, immediatamente dopo di essere vissuto nella dolce febbre che lo aveva fatto vivere tra fantasmi cari, ne sentiva maggiormente l’asprezza. Se invece, come Francesca aveva preveduto, Annetta non lo avesse amato più e si fosse già impegnata con altri, egli si sarebbe ritirato nella sua solitudine ove si viveva tanto calmi e tanto felici. L’avventura non avrebbe avuto altra conseguenza che di togliergli la possibilità di avanzare alla banca Maller. Non era una grande sventura perché la sua paga gli bastava quale era. D’altronde le sue attitudini al commercio non gli davano il diritto a grandi avanzamenti e, perdendo per altre cause la possibilità di averne, perdeva ben poco. Sorrise all’ombra della madre che gli parve approvasse i suoi propositi. Aveva la coscienza tranquilla. Faceva ciò ch’era giusto secondo la morale più certa perché da una parte si dichiarava pronto a corrispondere ai suoi impegni verso Annetta e per quanto rimpiangesse di averli assunti, dall’altra rinunziava alla ricchezza perché non voleva averla se rubata. Se Annetta non lo amava più egli usciva dalla vita, vi perdeva ogni interesse e nella vita contemplativa cui intendeva di dedicarsi non avrebbe avuto
Una vita di Italo Svevo
CXXXVII Poi che dal bel sembiante dipartisse pien di lamenti l’alma come suole, Amore, a cui de’ miei sospir’ pur duole, vedendo le mie luci a pianger fisse, 5 con dolce e desiato oblio fren misse a’ pianti, a’ sospir tristi, alle parole; e, dormendo, allor fe’ che ‘l mio Sole più che mai lieto e bello a me venisse. Là mi porgea la sua sinistra mano, dicendo: “Or non conosci il loco? Questo è il loco, ove Amor pria dar mi ti volle!”. Poscia, andando per gradi su pian piano in altra parte, per dolcezza desto, pien di desio restai col petto molle. CXXXVIII Per lunga, erta, aspra via, nell’ombre involto, scorgendo Amor lo mio cieco pensiero, mossi i piè per incognito sentiero, avendo il disio già verso il ciel vòlto. 5 Per mille errori alfin, con sudor molto all’orizzonte del nostro emispero pervenni, indi in eccelso e più altero loco, di terra già levato e tolto. Della gran scala al terzo grado giunto, consegnommi alla madre il caro figlio: se ben confusa allor mostrossi a noi. Quindi, in più luminosa parte assunto potei mirare il Sol con mortal ciglio, né mai cosa mortal mi piacque poi.
Canzoniere di Lorenzo de Medici
Io me n’avveggo ben perch’e’ balena, volentier de’ tener in molle el becco”. E lui: “Presto sarà tua voglia piena. 35 Come chi trae con la sua mira al lecco, così costui al ber fermato ha ‘l punto, e, se balena, e’ non balena a secco. El vin l’ha in tutto logoro e consunto: sentito hai ricordar Filippo vecchio, e ‘l giovan ancor c’è, ma non è giunto”. 40 Io posi alle parole sua l’orecchio, e lui soggiunse, che vedeva ch’io di domandar facea nuovo apparecchio: “Conosco, innanzi dica, el tuo disio; e di questo per pruova or avvedra’ti, ch’io tel dimosterrò pel parlar mio. So che que’ sei che ‘nsieme vengon guati, ratti che par che sieno in sulla fatta: sappi che tutti a sei e’ son cognati. 50 Quel ch’è nel mezzo è Niccolò di Stiatta, che non gli diventò ma ‘l vino aceto, ché la suo parte, ti so dir, n’appiatta. Quel da man destra è Bobi da Diacceto: quando, come el cammel, la soma ha egli, è gran fatica a farlo poi star cheto. 55 Dalla sinistra vien Checco Spinegli: io credo che costui più ne divori a pasto, che non tien dua carrategli. A lato a lui vien poi Giulian Ginori: perch’e’ ti paia piccolo e sparuto, e’ bee e mangia poi quanto e maggiori;
Poemetti in terzine di Lorenzo de Medici
1 Pensar cosa miglior non si può al mondo, d’un signor giusto e in ogni parte buono, che del debito suo non getti il pondo, benché talor ne vada curvo e prono; che curi et ame i populi, secondo che da’ lor padri amati i figli sono; che l’opre e le fatiche pei figliuoli fan quasi sempre, e raro per sé soli: 2 ponga ai perigli et alle cose strette il petto inanzi, e faccia agli altri schermo: che non sia il mercenario il qual non stette, poi che venir vide a sé il lupo, fermo; ma sì bene il pastor vero, che mette la vita propria pel suo gregge infermo, il qual conosce le sue pecorelle ad una ad una, e lui conoscono elle. 3 Tal fu in terra Saturno, Ercole e Giove, Bacco, Poluce, Osiri e poi Quirino, che con giustizia e virtuose prove, e con soave e a tutti ugual domino, fur degni in Grecia, in India, in Roma, e dove corse lor fama, aver onor divino; che riputar non si potrian defunti, ma a più degno governo in cielo assunti. 4 Quando il signor è buono, i sudditi anco fa buoni; ch’ognun imita chi regge: e s’alcun pur riman col vizio, manco lo mostra fuor, o in parte lo corregge.
I cinque canti di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto   I cinque canti   Canto secondo  � Avea d’aiutar Praga intenzione, ma de lo assunto si vedea incapace: impossibil gli par che in così breve tempo far possa quel ch’in ciò far deve. 131 Ma se lo assedio si potea produrre, se potea andar in lungo ancora un mese, tanta gente era certo di condurre, oltre il soccorso che daria il paese, che i gigli d’or ne le bandiere azzurre quivi restar faria con l’altro arnese: ma s’ora andasse, non farebbe effetto se non d’attizzar Carlo a più dispetto. 132 Gano promesse che farebbe ogn’opra che Praga ancor un mese si terrebbe; e poi che molto han ragionato sopra quanto far ciascun d’essi in questo debbe, parte Gano da Buda, e tra via adopra lo ‘ngegno che molt’atto a tradire ebbe: va da Strigonia in Austria, indi si tiene a destra mano et in Boemia viene. 133 Il peregrino di Gerusalemme, con quanti avea condotti a’ suoi servigi, umilmente, senza oro e senza gemme ma di panni vestiti grossi e bigi, nel campo tolto al popolo boemme baciò la mano al buon re di Parigi, ch’avendolo raccolto ne le braccia, di qua e di là gli ribaciò la faccia.
I cinque canti di Ludovico Ariosto
60 Or torna a Carlo il conte di Pontiero, e gli dà un altro aviso di Marsiglia, ch’indi sciolta l’armata avea Ruggiero per uscir fuor del stretto di Siviglia, né ad alcun avea detto il suo pensiero; e certo, poi che questa strada piglia, gli è manifesto che, voltando intorno, si troverà sorto in Guascogna un giorno. 61 E de la coniettura sua non erra: perché Marfisa ad un medesmo punto se n’era coi cavalli ita per terra, et a Rinaldo avea potere aggiunto. Or, se Carlo temea di questa guerra, ché Rinaldo lo fa restar consunto; quanto ha più da temer, se questi dui di tal valor, si son messi con lui? 62 Gano con molta instanza lo conforta che di Rinaldo tolga la sorella, prima che di Provenza et Acquamorta seco gli faccia ogni città rubella, et al fratello apra quest’altra porta d’entrar in Francia sin ne le budella; ché ben deve pensar ch’ella il partito piglierà del fratello e del marito. 63 E che mandasse sùbito a Ricardo, ch’avea l’armata in punto, anco gli disse, acciò che dal Fiamingo e dal Picardo ne l’Atlantico mar ratto venisse;
I cinque canti di Ludovico Ariosto
Qui siamo per farvi spettatori d’una nuova comedia del medesimo autore di cui l’anno passato vedeste la Cassaria ancora. El nome è li Suppositi, perché di supposizioni è tutta piena. Che li fanciulli per l’adrieto sieno stati suppositi e sieno qualche volta oggidì, so che non pur ne le comedie, ma letto avete ne le istorie ancora; e forse è qui tra voi chi l’ha in esperienzia auto o almeno udito referire. Ma che li vecchi sieno da li gioveni suppositi, vi  debbe  per  certo  parere  novo  e  strano;  e  pur  li  vecchi  alcuna  volta  si suppongono similmente: il che vi fia ne la nuova fabula notissimo. Non pigliate, benigni auditori, questo supponere in mala parte: che bene in altra guisa si suppone che non lasciò ne li suoi lascivi libri Elefantide figurato; et in altri ancora che non s’hanno li contenziosi dialettici imaginato. Qui tra l’altre supposizioni el servo per lo libero, et el libero per lo servo si suppone. E vi confessa l’autore avere in questo e Plauto e Terenzio seguitato, de li quali l’un fece Cherea per Doro, e l’altro Filocrate per Tindaro, e Tindaro per Filocrate, l’uno ne lo Eunuco, l’altro ne li Captivi, supponersi: perché non solo ne li costumi, ma ne li argumenti ancora de le fabule vuole essere de li antichi e celebrati poeti, a tutta sua possanza, imitatore; e come essi Menandro e Apollodoro e li altri Greci ne le lor latine comedie seguitoro, egli così ne le sue vulgari i modi e processi de’ latini scrittori schifar non vuole. Come io vi dico, da lo Eunuco di Terenzio e da li Captivi di Plauto ha parte de lo argumento de li suoi Suppositi transunto, ma sì modestamente però che Terenzio e Plauto medesimo, risapendolo, non l’arebbono a male, e di poetica imitazione, che di furto più tosto, li darebbono nome. Se per questo è da esser condennato o no, al discretissimo iudicio vostro se ne rimette; el quale vi prega bene non facciate, prima che tutta abbiate la nuova fabula connosciuta, la quale di parte in parte per sé medesima si dichiara. E se quella benigna udienza che all’altra sua vi degnaste donare,  non  negherete  a  questa,  si  confida  non  sia  per  satisfarvi  meno. Dixi.
I Suppositi di Ludovico Ariosto
Si fa così a’ forestieri, omo da bene, eh? Si fa così a’ cittadini, ladro, eh? Non passerà come tu pensi: me ne dorrò sino al cielo. Io non anderò già tanto alto a dolermi, ma bene in loco ove la tua scelerità serà punita. Non ti persuadere, perch’io sia ruffiano, ch’io non debba essere udito... Ancora ardisci a parlare? E che non abbia lingua a dire le ragion mie. Cotesta ti farà il capestro uscire un palmo de la bocca. Che audacia arebbe se in casa nostra avesse ritrovato il suo? Porrommi, e farò porre quanti n’ho in casa al tormento, e farò constare a qual  voglia  giudice,  che  la  cassa  m’ha  data  pegno  un  mercatante  per  lo prezzo d’una mia femina, come v’ho già detto. Ancor apri la bocca, ladron manifesto? E chi più di te manifesto, che mi vieni a rubare, e ne meni li testimoni teco? Se non parli cortesemente, ti farò, giotton... Non gridar con questa cicala, che non è convenevole a un par tuo: andiamo. Se tu pretendi che ti si faccia torto, làssati veder in palazzo domane. Andiamo. Mi vedrete, siatene sicuri: non anderà, non, per Dio, come vi credete forse. (Ma or son troppi, et io son solo: ben ci rivedremo in loco dove non averanno sì gran vantaggio.) Vedesti voi mai el più audace e presuntuoso ladro di costui? Non veramente. Gran ventura hai avuta, Crisobolo, che mi piace.
La Cassaria di Ludovico Ariosto
45 E questa opera fu del vecchio Atlante, di cui non cessa la pietosa voglia di trar Ruggier del gran periglio instante: di ciò sol pensa e di ciò solo ha doglia. Però gli manda or l’ippogrifo avante, perché d’Europa con questa arte il toglia. Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo; ma quel s’arretra, e non vuol seguitarlo. 46 Or di Frontin quel animoso smonta (Frontino era nomato il suo destriero), e sopra quel che va per l’aria monta, e con li spron gli adizza il core altiero. Quel corre alquanto, et indi i piedi ponta, e sale inverso il ciel, via più leggiero che ’l girifalco, a cui lieva il capello il mastro a tempo, e fa veder l’augello. 47 La bella donna, che sì in alto vede e con tanto periglio il suo Ruggiero, resta attonita in modo, che non riede per lungo spazio al sentimento vero. Ciò che già inteso avea di Ganimede ch’al ciel fu assunto dal paterno impero, dubita assai che non accada a quello, non men gentil di Ganimede e bello. 48 Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanto basta il veder; ma poi che si dilegua sì, che la vista non può correr tanto, lascia che sempre l’animo lo segua. Tuttavia con sospir, gemito e pianto non ha, né vuol aver pace né triegua. Poi che Ruggier di vista se le tolse, al buon destrier Frontin gli occhi rivolse:
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
9 dove tenea le sue cose più care, e dove le più volte ella dormia. Si può di quella in s’un verrone entrare, che fuor del muro al discoperto uscia. Io facea il mio amator quivi montare; e la scala di corde onde salia, io stessa dal verron giù gli mandai qual volta meco aver lo desiai: 10 che tante volte ve lo fei venire, quanto Ginevra me ne diede l’agio, che solea mutar letto, or per fuggire il tempo ardente, or il brumal malvagio. Non fu veduto d’alcun mai salire; però che quella parte del palagio risponde verso alcune case rotte, dove nessun mai passa o giorno o notte. 11 Continuò per molti giorni e mesi tra noi secreto l’amoroso gioco: sempre crebbe l’amore; e sì m’accesi, che tutta dentro io mi sentia di foco: e cieca ne fui sì, ch’io non compresi ch’egli fingeva molto, e amava poco; ancor che li suo’ inganni discoperti esser doveanmi a mille segni certi. 12 Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante de la bella Ginevra. Io non so appunto s’allora cominciasse, o pur inante de l’amor mio, n’avesse il cor già punto. Vedi s’in me venuto era arrogante, s’imperio nel mio cor s’aveva assunto; che mi scoperse, e non ebbe rossore chiedermi aiuto in questo nuovo amore.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
53 e gli vietò che con la propria mano non si passasse in quel furore il petto. S’era più tardo o poco più lontano, non giugnea a tempo, e non faceva effetto. “Ah misero fratel, fratello insano” gridò, “perc’hai perduto l’intelletto, ch’una femina a morte trar ti debbia? Ch’ir possan tutte come al vento nebbia! 54 Cerca far morir lei, che morir merta, e serva a più tuo onor tu la tua morte. Fu d’amar lei, quando non t’era aperta la fraude sua: or è da odiar ben forte, poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa, quanto sia meretrice, e di che sorte. Serba quest’arme che volti in te stesso, a far dinanzi al re tal fallo espresso”. 55 Quando si vede Ariodante giunto sopra il fratel, la dura impresa lascia; ma la sua intenzion da quel ch’assunto avea già di morir, poco s’accascia. Quindi si leva, e porta non che punto, ma trapassato il cor d’estrema ambascia; pur finge col fratel, che quel furore non abbia più, che dianzi avea nel core. 56 Il seguente matin, senza far motto al suo fratello o ad altri, in via si messe da la mortal disperazion condotto; né di lui per più dì fu chi sapesse. Fuor che ’l duca e il fratello, ogn’altro indòtto era chi mosso al dipartir l’avesse. Ne la casa del re di lui diversi ragionamenti e in tutta Scozia fêrsi.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
9 e chi n’avea notizia, il riputava tanto discreto, e sì saggio et accorto, che se non fosse ver quel che narrava, non si porrebbe a rischio d’esser morto; per questo la più parte dubitava di non pigliar questa difesa a torto); Ariodante, dopo gran discorsi, pensò all’accusa del fratello opporsi. 10 — Ah lasso! io non potrei (seco dicea) sentir per mia cagion perir costei: troppo mia morte fôra acerba e rea, se inanzi a me morir vedessi lei. Ella è pur la mia donna e la mia dea, questa è la luce pur degli occhi miei: convien ch’a dritto e a torto, per suo scampo pigli l’impresa, e resti morto in campo. 11 So ch’io m’appiglio al torto; e al torto sia: e ne morrò; né questo mi sconforta, se non ch’io so che per la morte mia sì bella donna ha da restar poi morta. Un sol conforto nel morir mi fia, che, se ’l suo Polinesso amor le porta, chiaramente veder avrà potuto che non s’è mosso ancor per darle aiuto; 12 e me, che tanto espressamente ha offeso, vedrà, per lei salvare, a morir giunto. Di mio fratello insieme, il quale acceso tanto fuoco ha, vendicherommi a un punto; ch’io lo farò doler, poi che compreso il fine avrà del suo crudele assunto: creduto vendicar avrà il germano, e gli avrà dato morte di sua mano. —
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
25 Bagna talor ne la chiara onda e fresca l’asciutte labra, e con le man diguazza, acciò che de le vene il calore esca che gli ha acceso il portar de la corazza. Né maraviglia è già ch’ella gl’incresca; che non è stato un far vedersi in piazza: ma senza mai posar, d’arme guernito, tre mila miglia ognor correndo era ito. 26 Quivi stando, il destrier ch’avea lasciato tra le più dense frasche alla fresca ombra, per fuggir si rivolta, spaventato di non so che, che dentro al bosco adombra: e fa crollar sì il mirto ove è legato, che de le frondi intorno il piè gli ingombra: crollar fa il mirto e fa cader la foglia; né succede però che se ne scioglia. 27 Come ceppo talor, che le medolle rare e vòte abbia, e posto al fuoco sia, poi che per gran calor quell’aria molle resta consunta ch’in mezzo l’empìa, dentro risuona, e con strepito bolle tanto che quel furor truovi la via; così murmura e stride e si coruccia quel mirto offeso, e al fine apre la buccia. 28 Onde con mesta e flebil voce uscìo espedita e chiarissima favella, e disse: — Se tu sei cortese e pio, come dimostri alla presenza bella, lieva questo animal da l’arbor mio: basti che ’l mio mal proprio mi flagella, senza altra pena, senza altro dolore ch’a tormentarmi ancor venga di fuore. —
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
49 Deh! perché vo le mie piaghe toccando, senza speranza poi di medicina? Perché l’avuto ben vo rimembrando, quando io patisco estrema disciplina? Quando credea d’esser felice, e quando credea ch’amar più mi dovesse Alcina, il cor che m’avea dato si ritolse, e ad altro nuovo amor tutta si volse. 50 Conobbi tardi il suo mobil ingegno, usato amare e disamare a un punto. Non era stato oltre a duo mesi in regno, ch’un novo amante al loco mio fu assunto. Da sé cacciommi la fata con sdegno, e da la grazia sua m’ebbe disgiunto: e seppi poi, che tratti a simil porto avea mill’altri amanti, e tutti a torto. 51 E perché essi non vadano pel mondo di lei narrando la vita lasciva, chi qua chi là, per lo terren fecondo li muta, altri in abete, altri in oliva, altri in palma, altri in cedro, altri secondo che vedi me su questa verde riva, altri in liquido fonte, alcuni in fiera, come più agrada a quella fata altiera. 52 Or tu che sei per non usata via, signor, venuto all’isola fatale, acciò ch’alcuno amante per te sia converso in pietra o in onda, o fatto tale; avrai d’Alcina scettro e signoria, e sarai lieto sopra ogni mortale: ma certo sii di giunger tosto al passo d’entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
17 Anzi pur creder vuol che da costei fosse converso Astolfo in su l’arena per li suoi portamenti ingrati e rei, e sia degno di questa e di più pena: e tutto quel ch’udito avea di lei, stima esser falso; e che vendetta mena, e mena astio et invidia quel dolente a lei biasmare, e che del tutto mente. 18 La bella donna che cotanto amava, novellamente gli è dal cor partita; che per incanto Alcina gli lo lava d’ogni antica amorosa sua ferita; e di sé sola e del suo amor lo grava, e in quello essa riman sola sculpita: sì che scusar il buon Ruggier si deve, se si mostrò quivi inconstante e lieve. 19 A quella mensa cìtare, arpe e lire, e diversi altri dilettevol suoni faceano intorno l’aria tintinire d’armonia dolce e di concenti buoni. Non vi mancava chi, cantando, dire d’amor sapesse gaudii e passioni, o con invenzioni e poesie rappresentasse grate fantasie. 20 Qual mensa trionfante e suntuosa di qual si voglia successor di Nino, o qual mai tanto celebre e famosa di Cleopatra al vincitor latino, potria a questa esser par, che l’amorosa fata avea posta inanzi al paladino? Tal non cred’io che s’apparecchi dove ministra Ganimede al sommo Giove.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto settimo � 41 E così il fior de li begli anni suoi in lunga inerzia aver potria consunto sì gentil cavallier, per dover poi perdere il corpo e l’anima in un punto; e quel odor, che sol riman di noi poscia che ’l resto fragile è defunto, che tra’ l’uom del sepulcro e in vita il serba, gli saria stato o tronco o svelto in erba. 42 Ma quella gentil maga, che più cura n’avea ch’egli medesmo di se stesso, pensò di trarlo per via alpestre e dura alla vera virtù, mal grado d’esso: come escellente medico, che cura con ferro e fuoco e con veneno spesso, che se ben molto da principio offende, poi giova al fine, e grazia se gli rende. 43 Ella non gli era facile, e talmente fattane cieca di superchio amore, che, come facea Atlante, solamente a darli vita avesse posto il core. Quel più tosto volea che lungamente vivesse e senza fama e senza onore, che, con tutta la laude che sia al mondo, mancasse un anno al suo viver giocondo. 44 L’avea mandato all’isola d’Alcina, perché obliasse l’arme in quella corte; e come mago di somma dottrina, ch’usar sapea gl’incanti d’ogni sorte, avea il cor stretto di quella regina ne l’amor d’esso d’un laccio sì forte, che non se ne era mai per poter sciorre, s’invechiasse Ruggier più di Nestorre.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto settimo � 57 Di medolle già d’orsi e di leoni ti porsi io dunque li primi alimenti; t’ho per caverne et orridi burroni fanciullo avezzo a strangolar serpenti, pantere e tigri disarmar d’ungioni, et a vivi cingial trar spesso i denti, acciò che, dopo tanta disciplina, tu sii l’Adone o l’Atide d’Alcina? 58 E’ questo, quel che l’osservate stelle, le sacre fibre e gli accoppiati punti, responsi, augùri, sogni e tutte quelle sorti, ove ho troppo i miei studi consunti, di te promesso sin da le mammelle m’avean, come quest’anni fusser giunti: ch’in arme l’opre tue così preclare esser dovean, che sarian senza pare? 59 Questo è ben veramente alto principio onde si può sperar che tu sia presto a farti un Alessandro, un Iulio, un Scipio! Chi potea, ohimè! di te mai creder questo, che ti facessi d’Alcina mancipio? E perché ognun lo veggia manifesto, al collo et alle braccia hai la catena con che ella a voglia sua preso ti mena. 60 Se non ti muovon le tue proprie laudi, e l’opre escelse a chi t’ha il cielo eletto, la tua succession perché defraudi del ben che mille volte io t’ho predetto? Deh, perché il ventre eternamente claudi, dove il ciel vuol che sia per te concetto la gloriosa e soprumana prole ch’esser de’ al mondo più chiara che ’l sole?
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
69 Tutto in un tempo il duca di Glocestra a Matalista fa votar l’arcione; ferito a un tempo ne la spalla destra Fieramonte riversa Follicone: e l’un pagano e l’altro si sequestra, e tra gl’Inglesi se ne va prigione. E Baricondo a un tempo riman senza vita per man del duca di Chiarenza. 70 Indi i pagani tanto a spaventarsi, indi i fedeli a pigliar tanto ardire, che quei non facean altro che ritrarsi e partirsi da l’ordine e fuggire, e questi andar inanzi et avanzarsi sempre terreno, e spingere e seguire: e se non vi giungea chi lor diè aiuto, il campo da quel lato era perduto. 71 Ma Ferraù, che sin qui mai non s’era dal re Marsilio suo troppo disgiunto, quando vide fuggir quella bandiera, e l’esercito suo mezzo consunto, spronò il cavallo, e dove ardea più fiera la battaglia, lo spinse; e arrivò a punto che vide dal destrier cadere in terra col capo fesso Olimpo da la Serra; 72 un giovinetto che col dolce canto, concorde al suon de la cornuta cetra, d’intenerire un cor si dava vanto, ancor che fosse più duro che pietra. Felice lui, se contentar di tanto onor sapeasi, e scudo, arco e faretra aver in odio, e scimitarra e lancia, che lo fecer morir giovine in Francia!
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
61 — Non più (disse Ruggier), non più; ch’io sono del tutto informatissimo, e qui venni per far prova di me, se così buono in fatti son, come nel cor mi tenni. Arme, vesti e cavallo altrui non dono, s’altro non sento che minaccie e cenni; e son ben certo ancor, che per parole il mio compagno le sue dar non vuole. 62 Ma, per Dio, fa ch’io vegga tosto in fronte quei che ne voglion tôrre arme e cavallo; ch’abbiamo da passar anco quel monte, e qui non si può far troppo intervallo. — Rispose il vecchio: — Eccoti fuor del ponte chi vien per farlo: — e non lo disse in fallo; ch’un cavallier n’uscì, che sopraveste vermiglie avea, di bianchi fior conteste. 63 Bradamante pregò molto Ruggiero che le lasciasse in cortesia l’assunto di gittar de la sella il cavalliero ch’avea di fiori il bel vestir trapunto; ma non poté impetrarlo, e fu mestiero a lei far ciò che Ruggier vòlse a punto. Egli vòlse l’impresa tutta avere, e Bradamante si stesse a vedere. 64 Ruggiero al vecchio domandò, chi fosse questo primo ch’uscia fuor de la porta. — E’ Sansonetto (disse); che le rosse veste conosco e i bianchi fior che porta. — L’uno di qua, l’altro di là si mosse senza parlarsi, e fu l’indugia corta; che s’andaro a trovar coi ferri bassi, molto affrettando i lor destrieri i passi.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
13 Rispose Ferraù: — Tenete certo che non è alcun di quei ch’avete detto. A me parea, ch’il vidi a viso aperto, il fratel di Rinaldo giovinetto: ma poi ch’io n’ho l’alto valore esperto, e so che non può tanto Ricciardetto, penso che sia la sua sorella, molto (per quel ch’io n’odo) a lui simil di volto. 14 Ella ha ben fama d’esser forte a pare del suo Rinaldo e d’ogni paladino; ma, per quanto io ne veggo oggi, mi pare che val più del fratel, più del cugino. Come Ruggier lei sente ricordare, del vermiglio color che ’l matutino sparge per l’aria, si dipinge in faccia, e nel cor triema, e non sa che si faccia. 15 A questo annunzio, stimulato e punto da l’amoroso stral, dentro infiammarse, e per l’ossa sentì tutto in un punto correre un giaccio che ’l timor vi sparse, timor ch’un nuovo sdegno abbia consunto quel grande amor che già per lui sì l’arse. Di ciò confuso non si risolveva, s’incontra uscirle, o pur restar doveva. 16 Or quivi ritrovandosi Marfisa, che d’uscire alla giostra avea gran voglia, et era armata, perché in altra guisa è raro, o notte o dì, che tu la coglia; sentendo che Ruggier s’arma, s’avisa che di quella vittoria ella si spoglia se lascia che Ruggiero esca fuor prima: pensa ire inanzi, e averne il pregio stima.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto trentottesimo � 61 Pur se ti par che non ci sia il tuo onore, se tu, che prima offeso sei, la chiedi; e la battaglia più ti sta nel core, che, come sia fin qui successa, vedi; studia almen di restarne vincitore: il che forse averrà, se tu mi credi; se d’ogni tua querela a un cavalliero darai l’assunto, e se quel fia Ruggiero. 62 Io ’l so, e tu ’l sai che Ruggier nostro è tale, che già da solo a sol con l’arme in mano non men d’Orlando o di Rinaldo vale, né d’alcun altro cavallier cristiano. Ma se tu vuoi far guerra universale, ancor che ’l valor suo sia sopraumano, egli però non sarà più ch’un solo, et avrà di par suoi contra uno stuolo. 63 A me par, s’a te par, ch’a dir si mandi al re cristian, che per finir le liti, e perché cessi il sangue che tu spandi ognior de’ suoi, egli de’ tuo’ infiniti; che contra un tuo guerrier tu gli domandi che metta in campo uno dei suoi più arditi; e faccian questi duo tutta la guerra, fin che l’un vinca, e l’altro resti in terra: 64 con patto, che qual d’essi perde, faccia che ’l suo re all’altro re tributo dia. Questa condizion non credo spiaccia a Carlo, ancor che sul vantaggio sia. Mi fido sì ne le robuste braccia poi di Ruggier, che vincitor ne fia; e ragion tanta è da la nostra parte, che vincerà, s’avesse incontra Marte. -
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
77 Non molto dopo, instrutto a schiera a schiera, si vide uscir l’esercito pagano. In mezzo armato e suntuoso v’era di barbarica pompa il re africano; e s’un baio corsier di chioma nera, di fronte bianca, e di duo piè balzano, a par a par con lui venìa Ruggiero, a cui servir non è Marsilio altiero. 78 L’elmo, che dianzi con travaglio tanto trasse di testa al re di Tartaria, l’elmo, che celebrato in maggior canto portò il troiano Ettòr mill’anni pria, gli porta il re Marsilio a canto a canto: altri principi et altra baronia s’hanno partite l’altr’arme fra loro, ricche di gioie e ben fregiate d’oro. 79 Da l’altra parte fuor dei gran ripari re Carlo uscì con la sua gente d’arme, con gli ordini medesmi e modi pari che terria se venisse al fatto d’arme. Cingonlo intorno i suoi famosi pari; e Rinaldo è con lui con tutte l’arme, fuor che l’elmo che fu del re Mambrino, che porta Ugier Danese paladino. 80 E di due azze ha il duca Namo l’una, e l’altra Salamon re di Bretagna. Carlo da un lato i suoi tutti raguna; da l’altro son quei d’Africa e di Spagna. Nel mezzo non appar persona alcuna: vòto riman gran spazio di campagna, che per bando commune a chi vi sale, eccetto ai duo guerrieri, è capitale.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
13 Dentro a Biserta i sacerdoti santi supplicando col populo dolente, battonsi il petto, e con dirotti pianti chiamano il lor Macon che nulla sente. Quante vigilie, quante offerte, quanti doni promessi son privatamente! quanto in publico templi, statue, altari, memoria eterna de’ lor casi amari! 14 E poi che dal Cadì fu benedetto, prese il populo l’arme, e tornò al muro. Ancor giacea col suo Titon nel letto la bella Aurora, et era il cielo oscuro, quando Astolfo da un canto, e Sansonetto da un altro, armati agli ordini lor furo: e poi che ’l segno che diè il conte udiro, Biserta con grande impeto assaliro. 15 Avea Biserta da duo canti il mare, sedea dagli altri duo nel lito asciutto. Con fabrica eccellente e singulare fu antiquamente il suo muro construtto. Poco altro ha che l’aiuti o la ripare; che poi che ’l re Branzardo fu ridutto dentro da quella, pochi mastri, e poco poté aver tempo a riparare il loco. 16 Astolfo dà l’assunto al re de’ Neri, che faccia a’ merli tanto nocumento con falariche, fonde e con arcieri, che levi d’affacciarsi ogni ardimento; sì che passin pedoni e cavallieri fin sotto la muraglia a salvamento, che vengon, chi di pietre e chi di travi, chi d’asce e chi d’altra materia gravi.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
33 Sempre ha timor nel cor, sempre tormento che Brandimarte suo non le sia tolto. Già l’ha veduto in cento lochi e cento in gran battaglie e perigliose avvolto; né mai, come ora, simile spavento le agghiacciò il sangue e impallidille il volto: e questa novità d’aver timore le fa tremar di doppia tema il core. 34 Poi che son d’arme e d’ogni arnese in punto, alzano al vento i cavallier le vele. Astolfo e Sansonetto con l’assunto riman del grande esercito fedele. Fiordiligi col cor di timor punto, empiendo il ciel di voti e di querele, quanto con vista seguitar le puote, segue le vele in alto mar remote. 35 Astolfo a gran fatica e Sansonetto poté levarla da mirar ne l’onda, e ritrarla al palagio, ove sul letto la lasciaro affannata e tremebonda. Portava intanto il bel numero eletto dei tre buon cavallier l’aura seconda. Andò il legno a trovar l’isola al dritto, ove far si dovea tanto conflitto. 36 Sceso nel lito il cavallier d’Anglante, il cognato Oliviero e Brandimarte, col padiglione il lato di levante primi occupâr; né forse il fêr senz’arte. Giunse quel dì medesimo Agramante, e s’accampò da la contraria parte; ma perché molto era inchinata l’ora, differîr la battaglia ne l’aurora.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
85 Con tai le cerca et altre assai parole persuader ch’ella gli sia fedele. De la dura partita ella si duole, con che lacrime, oh Dio! con che querele! E giura che più tosto oscuro il sole vedrassi, che gli sia mai sì crudele, che rompa fede; e che vorria morire più tosto ch’aver mai questo desire. 86 Ancor ch’a sue promesse e a suoi scongiuri desse credenza e si achetasse alquanto, non resta che più intender non procuri, e che materia non procacci al pianto. Avea uno amico suo, che dei futuri casi predir teneva il pregio e ’l vanto; e d’ogni sortilegio e magica arte, o il tutto, o ne sapea la maggior parte. 87 Diegli, pregando, di vedere assunto, se la sua moglie, nominata Argia, nel tempo che da lei starà disgiunto, fedele e casta, o pel contrario fia. Colui da prieghi vinto, tolle il punto, il ciel figura come par che stia. Anselmo il lascia in opra, e l’altro giorno a lui per la risposta fa ritorno. 88 L’astrologo tenea le labra chiuse, per non dire al dottor cosa che doglia, e cerca di tacer con molte scuse. Quando pur del suo mal vede c’ha voglia, che gli romperà fede gli concluse, tosto ch’egli abbia il piè fuor de la soglia, non da bellezza né da prieghi indotta, ma da guadagno e da prezzo corrotta.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
133 E di panni di razza, e di cortine tessute riccamente e a varie foggie, ornate eran le stalle e le cantine, non sale pur, non pur camere e loggie; vasi d’oro e d’argento senza fine, gemme cavate, azzurre e verdi e roggie, e formate in gran piatti e in coppe e in nappi, e senza fin d’oro e di seta drappi. 134 Il giudice, sì come io vi dicea, venne a questo palagio a dar di petto, quando né una capanna si credea di ritrovar, ma solo il bosco schietto. Per l’alta maraviglia che n’avea, esser si credea uscito d’intelletto: non sapea se fosse ebbro, o se sognassi, o pur se ’l cervel scemo a volo andassi. 135 Vede inanzi alla porta uno Etiopo con naso e labri grossi; e ben gli è avviso che non vedesse mai, prima né dopo, un così sozzo e dispiacevol viso; poi di fattezze, qual si pinge Esopo, d’attristar, se vi fosse, il paradiso; bisunto e sporco, e d’abito mendico: né a mezzo ancor di sua bruttezza io dico. 136 Anselmo che non vede altro da cui possa saper di chi la casa sia, a lui s’accosta, e ne domanda a lui; et ei risponde: “Questa casa è mia”. Il giudice è ben certo che colui lo beffi e che gli dica la bugia: ma con scongiuri il negro ad affermare che sua è la casa, e ch’altri non v’ha a fare;
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
1 Quanto più su l’instabil ruota vedi di Fortuna ire in alto il miser uomo, tanto più tosto hai da vedergli i piedi ove ora ha il capo, e far cadendo il tomo. Di questo, esempio è Policràte, e il re di Lidia, e Dionigi, et altri ch’io non nomo, che ruinati son da la suprema gloria in un dì ne la miseria estrema. 2 Così all’incontro, quanto più depresso, quanto è più l’uom di questa ruota al fondo, tanto a quel punto più si trova appresso, c’ha da salir, se de’ girarsi in tondo. Alcun sul ceppo quasi il capo ha messo, che l’altro giorno ha dato legge al mondo. Servio e Mario e Ventidio l’hanno mostro al tempo antico, e il re Luigi al nostro: 3 il re Luigi, suocero del figlio del duca mio; che rotto a Santo Albino, e giunto al suo nimico ne l’artiglio, a restar senza capo fu vicino. Scórse di questo anco maggior periglio, non molto inanzi, il gran Matia Corvino. Poi l’un, de’ Franchi, passato quel punto, l’altro al regno degli Ungari fu assunto. 4 Si vede per gli essempii di che piene sono l’antiche e le moderne istorie, che ’l ben va dietro al male, e ’l male al bene, e fin son l’un de l’altro e biasmi e glorie; e che fidarsi a l’uom non si conviene in suo tesor, suo regno e sue vittorie, né disperarsi per Fortuna avversa, che sempre la sua ruota in giro versa.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
61 Avea già fatto apparecchiar Leone, con licenzia del patre Costantino, arme e cavalli, e un numer di persone qual gli convenne, e entrato era in camino; e seco avea Ruggiero, a cui le buone arme avea fatto rendere e Frontino: e tanto un giorno e un altro e un altro andaro, ch’in Francia et a Parigi si trovaro. 62 Non vòlse entrar Leon ne la cittate, e i padiglioni alla campagna tese; e fe’ il medesmo dì per imbasciate, che di sua giunta il re di Francia intese. L’ebbe il re caro; e gli fu più fiate, donando e visitandolo, cortese. De la venuta sua la cagion disse Leone, e lo pregò che l’espedisse: 63 ch’entrar facesse in campo la donzella che marito non vuol di lei men forte; quando venuto era per fare o ch’ella moglier gli fosse, o che gli desse morte. Carlo tolse l’assunto, e fece quella comparir l’altro dì fuor de le porte, ne lo steccato che la notte sotto all’alte mura fu fatto di botto. 64 La notte ch’andò inanzi al terminato giorno de la battaglia, Ruggiero ebbe simile a quella che suole il dannato aver, che la matina morir debbe. Eletto avea combatter tutto armato, perch’esser conosciuto non vorrebbe; né lancia né destriero adoprar vòlse, né, fuor che ’l brando, arme d’offesa tolse.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
29 Poi che l’ha seco in solitario loco dove non teme d’esser sopraggiunta, con atti e con parole a poco a poco le scopre il fisso cuor di grave punta. Con gli occhi ardenti e coi sospir di fuoco le mostra l’alma di disio consunta. Or si scolora in viso, or si raccende; tanto s’arrischia, ch’un bacio ne prende. 30 La mia sorella avea ben conosciuto che questa donna in cambio l’avea tolta: né dar poteale a quel bisogno aiuto, e si trovava in grande impaccio avvolta. “Gli è meglio” dicea seco “s’io rifiuto questa avuta di me credenza stolta e s’io mi mostro femina gentile, che lasciar riputarmi un uomo vile”. 31 E dicea il ver; ch’era viltade espressa, conveniente a un uom fatto di stucco, con cui sì bella donna fosse messa, piena di dolce e di nettareo succo, e tuttavia stesse a parlar con essa, tenendo basse l’ale come il cucco. Con modo accorto ella il parlar ridusse, che venne a dir come donzella fusse; 32 che gloria, qual già Ippolita e Camilla, cerca ne l’arme; e in Africa era nata in lito al mar ne la città d’Arzilla, a scudo e a lancia da fanciulla usata. Per questo non si smorza una scintilla del fuoco de la donna inamorata. Questo rimedio all’alta piaga è tardo: tant’avea Amor cacciato inanzi il dardo.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
5 — Farei (disse Aldigier) teco, o volessi menar la spada a cerco, o correr l’asta; ma un’altra impresa che, se qui tu stessi, veder potresti, questa in modo guasta, ch’a parlar teco, non che ci traessi a correr giostra, a pena tempo basta: seicento uomini al varco, o più, attendiamo, coi qua’ d’oggi provarci obligo abbiamo. 6 Per tor lor duo de’ nostri che prigioni quinci trarran, pietade e amor n’ha mosso. — E seguitò narrando le cagioni che li fece venir con l’arme indosso. — Sì giusta è questa escusa che m’opponi (disse il guerrier), che contradir non posso; e fo certo giudicio che voi siate tre cavallier che pochi pari abbiate. 7 Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme, per veder quanto fosse il valor vostro; ma quando all’altrui spese dimostrarme lo vogliate, mi basta, e più non giostro. Vi priego ben, che por con le vostr’arme quest’elmo io possa e questo scudo nostro; e spero dimostrar, se con voi vegno, che di tal compagnia non sono indegno. — 8 Parmi veder ch’alcun saper desia il nome di costui, che quivi giunto a Ruggiero e a’ compagni si offeria compagno d’arme al periglioso punto. Costei (non più costui detto vi sia) era Marfisa che diede l’assunto al misero Zerbin de la ribalda vecchia Gabrina ad ogni mal sì calda.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
33 E se, come Rinaldo e come Orlando, lasciato Brandimarte avesse il giuoco, Carlo n’andava di Parigi in bando, se potea vivo uscir di sì gran fuoco. Ciò che poté, fe’ Brandimarte, e quando non poté più, diede alla furia loco. Così Fortuna ad Agramante arrise, ch’un’altra volta a Carlo assedio mise. 34 Di vedovelle i gridi e le querele, e d’orfani fanciulli e di vecchi orbi, ne l’eterno seren dove Michele sedea, salîr fuor di questi aer torbi; e gli fecion veder come il fedele popul preda de’ lupi era e de’ corbi, di Francia, d’Inghilterra e di Lamagna, che tutta avea coperta la campagna. 35 Nel viso s’arrossì l’angel beato, parendogli che mal fosse ubidito al Creatore, e si chiamò ingannato da la Discordia perfida e tradito. D’accender liti tra i pagani dato le avea l’assunto, e mal era esequito; anzi tutto il contrario al suo disegno parea aver fatto, a chi guardava al segno. 36 Come servo fedel, che più d’amore che di memoria abondi, e che s’aveggia aver messo in oblio cosa ch’a core quanto la vita e l’anima aver deggia, studia con fretta d’emendar l’errore, né vuol che prima il suo signor lo veggia; così l’angelo a Dio salir non vòlse, se de l’obligo prima non si sciolse.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
85 Marfisa che tra gli altri al grido venne, tosto che ’l furto del cavallo udì, in viso si turbò, che le sovenne che perdé la sua spada ella quel dì: e quel destrier che parve aver le penne da lei fuggendo, riconobbe qui: riconobbe anco il buon re Sacripante, che non avea riconosciuto inante. 86 Gli altri ch’erano intorno, e che vantarsi Brunel di questo aveano udito spesso, verso lui cominciaro a rivoltarsi, e far palesi cenni ch’era desso; Marfisa sospettando, ad informarsi da questo e da quell’altro ch’avea appresso, tanto che venne a ritrovar che quello che le tolse la spada era Brunello: 87 e seppe che pel furto onde era degno che gli annodasse il collo un capestro unto, dal re Agramante al tingitano regno fu, con esempio inusitato, assunto. Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno, disegnò vendicarsene a quel punto, e punir scherni e scorni che per strada fatti l’avea sopra la tolta spada. 88 Dal suo scudier l’elmo allacciar si fece; che del resto de l’arme era guernita. Senza osbergo io non trovo che mai diece volte fosse veduta alla sua vita, dal giorno ch’a portarlo assuefece la sua persona, oltre ogni fede ardita. Con l’elmo in capo andò dove fra i primi Brunel sedea negli argini sublimi.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
9 Senza dir altro, o più notizia darsi de l’esser lor, si vengono all’incontro. Rinaldo e gli altri cavallier fermârsi per veder come seguiria lo scontro. — Tosto costui per terra ha da versarsi, se in luogo fermo a mio modo lo incontro dicea tra se medesmo Ricciardetto; ma contrario al pensier seguì l’effetto: 10 però che lui sotto la vista offese di tanto colpo il cavalliero istrano, che lo levò di sella, e lo distese più di due lance al suo destrier lontano. Di vendicarlo incontinente prese l’assunto Alardo, e ritrovossi al piano stordito e male acconcio: sì fu crudo lo scontro fier, che gli spezzò lo scudo. 11 Guicciardo pone incontinente in resta l’asta, che vede i duo germani in terra, ben che Rinaldo gridi: — Resta, resta; che mia convien che sia la terza guerra: ma l’elmo ancor non ha allacciato in testa, sì che Guicciardo al corso si disserra; né più degli altri si seppe tenere, e ritrovossi subito a giacere. 12 Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi, e l’un prima de l’altro essere in giostra: ma Rinaldo pon fine ai lor litigi; ch’inanzi a tutti armato si dimostra, dicendo loro: — E’ tempo ire a Parigi; e saria troppo la tardanza nostra, s’io volesse aspettar fin che ciascuno di voi fosse abbattuto ad uno ad uno. -
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
49 Ma già lo stuolo avendo fatto unire, sia volontà del cielo o sia aventura, vuol fare i Saracin prima fuggire, e liberar le parigine mura. Ma consiglia l’assalto differire, che vi par gran vantaggio, a notte scura, ne la terza vigilia o ne la quarta, ch’avrà l’acqua di Lete il Sonno sparta. 50 Tutta la gente alloggiar fece al bosco, e quivi la posò per tutto ’l giorno; ma poi che ’l sol, lasciando il mondo fosco, alla nutrice antiqua fe’ ritorno, et orsi e capre e serpi senza tòsco e l’altre fere ebbeno il cielo adorno, che state erano ascose al maggior lampo, mosse Rinaldo il taciturno campo: 51 e venne con Grifon, con Aquilante, con Vivian, con Alardo e con Guidone, con Sansonetto, agli altri un miglio inante, a cheti passi e senza alcun sermone. Trovò dormir l’ascolta d’Agramante: tutta l’uccise, e non ne fe’ un prigione. Indi arrivò tra l’altra gente Mora, che non fu visto né sentito ancora. 52 Del campo d’infedeli a prima giunta la ritrovata guardia all’improviso lasciò Rinaldo sì rotta e consunta, ch’un sol non ne restò, se non ucciso. Spezzata che lor fu la prima punta, i Saracin non l’avean più da riso; che sonnolenti, timidi et inermi, poteano a tai guerrier far pochi schermi.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
93 Or che Gradasso esser Rinaldo intende costui ch’assale il campo, se n’allegra. Si veste l’arme, e la sua alfana prende, e cercando lo va per l’aria negra: e quanti ne riscontra, a terra stende; et in confuso lascia afflitta et egra la gente, o sia di Libia o sia di Francia: tutti li mena a un par la buona lancia. 94 Lo va di qua di là tanto cercando, chiamando spesso e quanto può più forte, e sempre a quella parte declinando, ove più folte son le genti morte, ch’al fin s’incontra in lui brando per brando, poi che le lancie loro ad una sorte eran salite in mille scheggie rotte sin al carro stellato de la Notte. 95 Quando Gradasso il paladin gagliardo conosce, e non perché ne vegga insegna, ma per gli orrendi colpi e per Baiardo, che par che sol tutto quel campo tegna; non è, gridando, a improverargli tardo la prova che di sé fece non degna: ch’al dato campo il giorno non comparse, che tra lor la battaglia dovea farse. 96 Suggiunse poi: — Tu forse avevi speme, se potevi nasconderti quel punto, che non mai più per raccozzarci insieme fossimo al mondo: or vedi ch’io t’ho giunto. Sie certo, se tu andassi ne l’estreme fosse di Stigie, o fossi in cielo assunto, ti seguirò, quando abbi il destrier teco, ne l’alta luce e giù nel mondo cieco.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
57 Ragionerem più ad agio insieme poi, e ti dirò come a procedere hai: ma prima vienti a ricrear con noi; che ’l digiun lungo de’ noiarti ormai. Continuando il vecchio i detti suoi, fece maravigliare il duca assai, quando, scoprendo il nome suo, gli disse esser colui che l’evangelio scrisse: 58 quel tanto al Redentor caro Giovanni, per cui il sermone tra i fratelli uscìo, che non dovea per morte finir gli anni; sì che fu causa che ’l figliuol di Dio a Pietro disse: — Perché pur t’affanni, s’io vo’ che così aspetti il venir mio? Ben che non disse: egli non de’ morire, si vede pur che così vòlse dire. 59 Quivi fu assunto, e trovò compagnia, che prima Enoch, il patriarca, v’era; eravi insieme il gran profeta Elia, che non han vista ancor l’ultima sera; e fuor de l’aria pestilente e ria si goderan l’eterna primavera, fin che dian segno l’angeliche tube, che torni Cristo in su la bianca nube. 60 Con accoglienza grata il cavalliero fu dai santi alloggiato in una stanza; fu provisto in un’altra al suo destriero di buona biada, che gli fu a bastanza. De’ frutti a lui del paradiso diero, di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza scusa non sono i duo primi parenti, se per quei fur sì poco ubbidienti.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
100 Non fu senza sue lode il puro e schietto serico abito nero, che, come il sol luce minor confonde, fece ivi ogn’altro rimaner negletto. Deh! se lece il pensiero 105 vostro spiar, de l’implicate fronde de le due viti, d’onde il leggiadro vestir tutto era ombroso, ditemi il senso ascoso. Sì ben con aco dotta man le finse, 110 che le porpore e l’oro il nero vinse. Senza misterio non fu già trapunto il drappo nero, come non senza ancor fu quel gemmato alloro tra la serena fronte e il calle assunto, 115 che de le ricche chiome in parti ugual va dividendo l’oro. Senza fine io lavoro, se quanto avrei da dir vuo’ porr’in carte, e la centesma parte 120 mi par ch’io ne potrò dir a fatica, quando tutta mia età d’altro non dica. Tanto valor, tanta beltà non m’era peregrina né nuova, sì che dal fulgurar d’accesi rai, 125 che facean gli occhi e la virtute altiera, già stato essendo in pruova, ben mi credea d’esser sicur ormai. Quando men mi guardai, quei pargoletti, che ne l’auree crespe 130 chiome attendean, qual vespe a chi le attizza, al cor mi s’aventaro, e nei capelli vostri lo legaro.
Rime di Ludovico Ariosto
con li Alobrogi i populi de l’Alpe; e de’ lor nomi le contrade piene 120 dal Nilo al Boristene, e da l’estremo Idaspe al mar di Calpe. Di più gaudio ti palpe questa tua propria e vera laude il core, che di veder al fiore 125 di lise d’oro e al santo regno assunto chi di sangue e d’amor t’è sì congiunto. Questo sopra ogni lume in te risplende, se ben quel tempo che sì ratto corse tenesti di Namorse 130 meco il scettro ducal di là da’ monti; se ben tua bella mano il freno torse al paese gentil ch’Apenin fende, e l’Alpe e il mar diffende. Né tanto val ch’a questo pregio monti 135 che ‘l sacro onor de l’erudite fronti, quel tósco in terra e in ciel amato Lauro socer ti fu, le cui mediche fronde spesso alle piaghe, donde Italia morì poi, furon ristauro; 140 che fece all’Indo e al Mauro sentir l’odor de’ suoi rami soavi; onde pendean le chiavi che tenean chiuso il tempio de le guerre, che poi fu aperto, e non è più chi ‘l serre. 145 Non poca gloria è che cognata e figlia il Leon beatissimo ti dica, che fa l’Asia e l’antica Babilonia tremar, sempre che rugge; e che già l’Afro in l’Etiopia aprica 150 col gregge e con la pallida famiglia di passar si consiglia; forse Arabia e tutto Egitto fugge
Rime di Ludovico Ariosto
XXVII Son questi i nodi d’or, questi i capelli, ch’or in treccia or in nastro ed or raccolti fra perle e gemme in mille modi, or sciolti e sparsi all’aura, sempre eran sì belli? 5 Chi ha patito che si sian da quelli vivi alabastri e vivo minio tolti? Da quel volto, il più bel di tutti i volti, da quei più aventurosi lor fratelli? Fisico indòtto, non era altro aiuto, altro rimedio in l’arte tua, che tòrre sì ricco crin da sì onorata testa? Ma così forse ha il tuo Febo voluto acciò la chioma sua, levata questa, si possa inanzi a tutte l’altre porre. XXVIII Qual avorio di Gange, o qual di Paro candido marmo, o qual ebano oscuro, qual fin argento, qual oro sì puro, qual lucid’ambra, o qual cristal sì chiaro; 5 qual scultor, qual artefice sì raro faranno un vaso alle chiome che furo de la mia donna, ove riposte, il duro separarsi da lei lor non sia amaro? Ché, ripensando all’alta fronte, a quelle vermiglie guance, alli occhi, alle divine rosate labra e all’altre parti belle, non potrian, se ben fusson, come il crine di Beronice, assunto fra le stelle, riconsolarsi, e porre al duol mai fine.
Rime di Ludovico Ariosto
IV De la mia negra penna in fregio d’oro molti mi sono a dimandar molesti l’occulto senso, ed io nol vuo’ dir loro. 5 Vuo’ che sempre nel cor chiuso mi resti, né per pregar o stimular d’altrui già mai mi potrò indur ch’io ‘l manifesti. Dio, come in l’altri magisteri sui, providenzia ebbe assai, quando ‘l cor pose ne la più ascosa parte ch’era in nui; 10 ch’ivi i pensier e le secrete cose vòlse riporre, e chiuderne la via a queste avide menti e curiose. Fregiata d’or la negra penna mia ho in cento lochi nel vestir trapunta, acciò palese a tutti gli occhi sia; ma vuo’ tacer a qual effetto assunta l’ho di portar, e non vuo’ dir se mostra l’anima lieta o di dolor compunta. 20 Se voi direte ostinazion la nostra, io dirò ch’immodesti ed importuni voi sète, e gran discortesia è la vostra. Non so s’avete udito dir d’alcuni che d’aver disiato di sapere li altrui secreti esser vorrian digiuni. 25 L’uccel c’ha bigio il petto e l’ale nere fu prima donna, e diventò cornice per esser troppo vaga di sapere. Ciò ch’altri asconder vuoi spiar non lice, e vi devrebbe raffrenar quello anco che di Tiresia ed Atteon si dice:
Rime di Ludovico Ariosto
Cosimo. Poiché noi mutiamo ragionamento, io voglio che si muti domandatore, perché io non vorrei essere tenuto presuntuoso; il che sempre ho biasimato negli altri. Però io depongo la dittatura, e do questa autorità a chi la vuole di questi altri miei amici. E’ ci era gratissimo che voi seguitassi; pure, poiché voi non volete, dite almeno quale di noi dee succedere nel luogo vostro. Io voglio dare questo carico al signore. Io  sono  contento  prenderlo,  e  voglio  che  noi  seguitiamo  il  costume viniziano: che il più giovane parli prima, perché, sendo questo esercizio da giovani, mi persuado che i giovani sieno più atti a ragionarne, come essi sono più pronti a esequirlo. Adunque e’ tocca a voi, Luigi. E come io ho piacere di tale successore, così voi vi sodisfarete di tale domandatore. Però vi priego torniamo alla materia e non perdiamo più tempo. Io son certo che, a volere dimostrare bene come si ordina uno esercito per far la giornata, sarebbe necessario narrare come i Greci e i Romani ordinavano le schiere negli loro eserciti. Nondimeno, potendo voi medesimi leggere e considerare queste cose mediante gli scrittori antichi, lascerò molti particolari indietro, e solo ne addurrò quelle cose che di loro mi pare necessario imitare, a volere ne’ nostri tempi dare alla milizia nostra qualche parte di perfezione. Il che farà che in uno tempo io mostrerò come uno esercito si ordini alla giornata, e come si affronti nelle vere zuffe, e come si possa esercitarlo nelle finte. Il maggiore disordine che facciano coloro che ordinano uno esercito alla giornata, è dargli  solo  una  fronte  e  obligarlo  a  uno  impeto  e  una  fortuna.  Il  che nasce dallo avere perduto il modo che tenevano gli antichi a ricevere l’una  schiera  nell’altra;  perché,  sanza  questo  modo,  non  si  può  né sovvenire a’ primi, né difendergli, né succedere nella zuffa in loro scambio; il che da’ Romani era ottimamente osservato. Per volere adunque mostrare questo modo, dico come i Romani avevano tripartita ciascuna legione in astati, principi e triarii; de’ quali, gli astati erano messi nella prima fronte dello esercito con gli ordini spessi e fermi; dietro a’ quali erano i principi, ma posti con gli loro ordini più radi: dopo questi mettevano  i  triarii,  e  con  tanta  radità  di  ordini  che  potessono, bisognando, ricevere tra loro i principi e gli astati. Avevano, oltre a questi, i funditori e i balestrieri e gli altri armati alla leggiera; i quali non stavano in questi ordini, ma li collocavano nella testa dello esercito tra li cavagli e i fanti.
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’ buoni costumi. Oltre a di questo, gli ordini e le leggi fatte in una republica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono dipoi più a proposito, divenuti che ei sono rei. E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in Roma era l’ordine del governo, o vero dello stato; e le leggi dipoi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello stato era l’autorità del Popolo, del Senato, de’ Tribuni, de’ Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono negli accidenti. Variarono le leggi che frenavano i cittadini; come fu la legge degli adulterii, la suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo che di mano in mano i cittadini diventavano corrotti. Ma tenendo fermi gli ordini dello stato, che nella corruzione non erano più buoni, quelle legge, che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli uomini buoni, ma sarebbono bene giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini. E che sia il vero, che tali ordini nella città corrotta non fussero buoni, si vede espresso in doi capi principali, quanto al creare i magistrati e le leggi. Non dava il popolo romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo domandavano. Questo ordine fu, nel principio, buono, perché e’ non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne giudicavano degni ed averne la repulsa era ignominioso sì che, per esserne giudicati degni, ciascuno operava bene. Diventò questo modo, poi, nella città corrotta, perniziosissimo; perché non quelli che avevano più virtù, ma quelli che avevano più potenza domandavano i magistrati; e gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandarli, per paura. Vennesi a questo inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi, come si cade in tutti gli altri inconvenienti: perché avendo i Romani domata l’Africa e l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ubbidienza, erano divenuti sicuri della libertà loro, né pareva loro avere più nimici che dovessono fare loro paura. Questa sicurtà e questa debolezza de’ nimici fece che il popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio meglio vincere i nimici: dipoi da quelli che avevano più grazia, ei discesono a darlo a quegli che avevano più potenza; talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno tribuno,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XLVI Li uomini salgono da una ambizione a un’altra; e prima si cerca non essere offeso, dipoi si offende altrui. Avendo il Popolo romano recuperata la libertà e ritornato nel suo pristino grado ed in tanto maggiore quanto si erano fatte di molte leggi nuove in confermazione della sua potenza; pareva ragionevole che Roma qualche volta quietassi. Nondimeno, per esperienza si vide in contrario; perché ogni dì vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie. E perché Tito Livio prudentissimamente rende la ragione donde questo nasceva, non mi pare se non a proposito referire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la Nobilità insuperbiva, quando l’altro si umiliava; e stando la plebe quieta intra i termini suoi, cominciarono i giovani nobili a ingiuriarla; ed i  Tribuni  vi  potevon  fare  pochi  rimedi,  perché,  loro  anche,  erano violati. La Nobilità, dall’altra parte, ancora che gli paresse che la sua gioventù fusse troppo feroce, nonpertanto aveva a caro che, avendosi a trapassare il modo, lo trapassassono i suoi, e non la plebe. E così il disiderio di difendere la libertà faceva che ciascuno tanto si prevaleva ch’egli oppressava l’altro. E l’ordine di questi accidenti è che, mentre che gli uomini cercono di non temere, cominciono a fare temere altrui; e quella ingiuria che gli scacciano da loro, la pongono sopra un altro; come se fusse necessario offendere o essere offeso. Vedesi, per questo, in quale modo, fra gli altri, le republiche si risolvono, ed in che modo gli uomini salgono da un’ambizione a un’altra, e come quella sentenza sallustiana, posta in bocca di Cesare, e verissima: “quod omnia mala exempla bonis initiis orta sunt”. Cercono, come di sopra è detto, quegli cittadini che ambiziosamente vivono in una republica, la prima cosa, di non potere essere offesi, non solamente dai privati, ma etiam da’ magistrati: cercono, per poter fare questo, amicizie; e quelle acquistano per vie in apparenza oneste, o con sovvenire di danari, o con difenderli da’ potenti: e perché questo pare virtuoso, inganna facilmente ciascuno, e per questo non vi si pone rimedi; in tanto che lui, sanza ostaculo perseverando, diventa di qualità che i privati cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto. E quando egli è salito a questo grado, e non si sia prima ovviato alla sua grandezza, viene a essere in termine, che volerlo urtare è pericolosissimo, per le ragioni che io dissi, di sopra, del pericolo ch’è nello urtare un inconveniente che abbi di già fatto assai augumento in
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
odio che abbiano i suoi sudditi seco; l’odio, da’ mali suoi portamenti; i mali portamenti nascono o da potere credere tenergli con forza, o da poca prudenza di chi gli governa: ed una delle cose che fa credere potergli forzare, è l’avere loro addosso le fortezze; perché e’ mali trattamenti, che sono cagione  dell’odio,  nascono  in  buona  parte  per  avere  quel  principe  o  quella republica le fortezze: le quali, quando sia vero questo, di gran lunga sono più nocive che utili. Perché in prima, come è detto, le ti fanno essere più audace e più violento ne’ sudditi; dipoi, non vi è quella sicurtà, dentro, che tu ti persuadi: perché tutte le forze, tutte le violenze che si usono per tenere uno popolo, sono nulla, eccetto che due; o che tu abbia sempre da mettere in campagna uno buono esercito, come avevano i Romani, o che gli dissipi, spenga, disordini e disgiunga, in modo che non possano convenire a offenderti. Perché, se tu gl’impoverisci, “spoliatis arma supersunt”; se tu gli disarmi, “furor arma ministrat”; se tu ammazzi i capi, e gli altri segui d’ ingiuriare, rinascono i capi, come quelli della Idra, se tu fai le fortezze, le sono utili ne’ tempi di pace, perché ti dànno più animo a fare loro male ma ne’ tempi di guerra sono inutilissime, perché le sono assaltate dal nimico e da’ sudditi, né è possibile che le faccino resistenza ed all’uno ed all’altro. E se mai furono disutili, sono, ne’ tempi nostri, rispetto alle artiglierie; per il furore delle quali i luoghi piccoli e dove altri non si possa ritirare con gli ripari, è impossibile difendere, come di sopra discorremo. Io voglio questa materia disputarla più tritamente. O tu, principe, vuoi  con  queste  fortezze  tenere  in  freno  il  popolo  della  tua  città;  o  tu, principe,  o  republica,  vuoi  frenare  una  città  occupata  per  guerra.  Io  mi voglio voltare al principe, e gli dico: che tale fortezza, per tenere in freno i suoi cittadini, non può essere più inutile per le cagioni dette di sopra; perché la ti fa più pronto e men rispettivo a oppressargli; e quella oppressione gli fa sì disposti alla tua rovina, e gli accende in modo, che quella fortezza, che ne è cagione, non ti può poi difendere. Tanto che un principe savio e buono, per mantenersi buono, per non dare cagione né ardire a’ figliuoli di diventare tristi, mai non farà fortezza, acciocché quelli, non in su le fortezze, ma in su la benivolenza degli uomini si fondino. E se il conte Francesco Sforza, diventato duca di Milano, fu riputato savio, e nondimeno fece in Milano una fortezza, dico che in questo ei non fu savio, e lo effetto ha dimostro  come  tale  fortezza  fu  a  danno,  e  non  a  sicurtà  de’  suoi  eredi. Perché giudicando mediante quella vivere sicuri, e potere offendere i citta-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Sempre che io ho potuto onorare la patria mia, eziandio con mio carico e pericolo, l’ho fatto volentieri; perché l’uomo non ha maggiore obbligo nella vita sua che con quella, dependendo prima da essa l’essere e, di poi, tutto quello che di buono la fortuna e la natura ci hanno conceduto; e tanto viene a esser maggiore in coloro che hanno sortito patria più nobile. E veramente colui il quale con l’animo e con le opere si fa nimico della sua patria, meritamente si può chiamare parricida, ancora che da quella fosse suto offeso. Perché, se battere il padre e la madre, per qualunque cagione, è cosa  nefanda,  di  necessità  ne  seguita  il  lacerare  la  patria  essere  cosa nefandissima, perché da lei mai si patisce alcuna persecuzione per la quale possa  meritare  di  essere  da  te  ingiuriata,  avendo  a  riconoscere  da  quella ogni tuo bene; talché, se ella si priva di parte de’ suoi cittadini, sei piuttosto obbligato ringraziarla di quelli che la si lascia, che infamarla di quelli che la si toglie. E quando questo sia vero (che è verissimo) io non dubito mai di ingannarmi  per  difenderla  e  venire  contro  a  quelli  che  troppo presuntuosamente cercano di privarla dell’onor suo. La cagione per che io abbia mosso questo ragionamento, è la disputa, nata più volte ne’ passati giorni, se la lingua nella quale hanno scritto i nostri poeti e oratori fiorentini, è fiorentina, toscana o italiana. Nella qual disputa ho considerato come alcuni, meno inonesti, vogliono che la sia toscana; alcuni altri, inonestissimi, la chiamono italiana; e alcuni tengono che la si debba chiamare al tutto fiorentina; e ciascuno di essi si è sforzato di difendere la parte sua; in forma che, restando la lite indecisa, mi è parso in questo mio vendemmiale negozio scrivervi largamente quello che io ne senta, per terminare la quistione o per dare a ciascuno materia di maggior contesa. A volere vedere, adunque, con che lingua hanno scritto gli scrittori in questa moderna lingua celebrati, delli quali tengono, senza discrepanza alcuna, il primo luogo Dante, il Petrarca e il Boccaccio, è necessario metterli da una parte, e dall’altra parte tutta Italia; alla qual provincia, per amore circa la lingua di questi tre, pare che qualunque altro luogo ceda; perché la spagnuola e la francese e la tedesca è meno in questo caso presuntuosa che la lombarda. È necessario, fatto questo, considerare tutti li luoghi di Italia, e vedere la differenza del parlar loro, e a quelli dare più favore che a questi scrittori si confanno, e concedere loro più grado e più parte in quella lingua e, se voi volete, bene distinguere tutta Italia e quante castella, non che città, sono in essa. Però volendo fuggire questa confusione, divideremo quella
Discorso intorno alla nostra lingua di Niccolo Machiavelli
dove l’Orso lasciò più d’una zampa, e al Vitel fu l’altro corno mozzo. Sentì Perugia e Siena ancor la vampa de l’idra, e ciaschedun di que’ tiranni fuggendo innanzi a la sua furia scampa. Né ’l cardinal Orsin possé li affanni de la sua casa misera fuggire, ma restò morto sotto mille inganni. In questi tempi e’ Galli pien d’ardire contro gl’Ispani voltorno le punte, volendo el Regno a lor modo partire; e le genti inimiche arien consunte e del Reame occupato ogni cosa, non essendo altre forze sopraggiunte; ma, divenuta forte e poderosa la parte ispana, fe’ del sangue avverso la Puglia e la Calavria sanguinosa. Onde che ’l Gallo si rivoltò verso Italia irato, come quel che brama di riaver lo stato e l’onor perso. El sir de la Tremoglia, uom di gran fama, per vendicarlo, in queste parti corse a soccorrer Gaeta che lo chiama; né molto innanzi le sue genti porse, perché Valenza e ’l suo padre mascagno di sequitarlo li metteno in forse. Cercavon questi di nuovo compagno che dessi lor degli altri stati in preda, non veggendo col Gallo più guadagno. Voi, per non esser del Valentin preda, come eravate stati ciascun dì, e che non fussi di Marzocco ereda, condotto avevi di Can el baglì con cento lance e altra gente molta, credendo più securi star così; con la qual gente, la seconda volta, facesti Pisa di speranza priva
I Decennali di Niccolo Machiavelli
Dedica ................................................................................................................................................. 5 Capitolo I – Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur ........................................... 6 Capitolo II – De principatibus hereditariis ........................................................................................... 6 Capitolo III – De principatibus mixtis ................................................................................................. 7 Capitolo IV – Cur Darii regnum quod Alexander occupaverat a successoribus suis post Alexandri mortem non defecit .................................................................................................... 12 Capitolo V – Quomodo administrandae sunt civitates vel principatus, qui, antequam occuparentur, suis legibus vivebant .................................................................................................... 14 Capitolo VI – De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur ................................. 15 Capitolo VII – De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur ................................. 18 Capitolo VIII – De his qui per scelera ad principatum pervenere ....................................................... 23 Capitolo IX – De principatu civili ...................................................................................................... 26 Capitolo X – Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant............................................. 29 Capitolo XI – De principatibus ecclesiasticis ...................................................................................... 30 Capitolo XII – Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus .................................................. 32 Capitolo XIII – De militibus auxiliariis, mixtis et propriis ................................................................. 36 Capitolo XIV – Quod principem deceat circa militiam ...................................................................... 38 Capitolo XV – De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur ....... 40 Capitolo XVI – De liberalitate et parsimonia ..................................................................................... 41 Capitolo XVII – De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra................ 43 Capitolo XVIII – Quomodo fides a principibus sit servanda .............................................................. 45 Capitolo XIX – De contemptu et odio fugiendo ................................................................................ 47 Capitolo XX – An arces et multa alia quae cotidie a principibus fiunt utilia an inutilia sint................ 55 Capitolo XXI – Quod principem deceat ut egregius habeatur ............................................................ 58 Capitolo XXII – De his quos a secretis principes habent .................................................................... 61 Capitolo XXIII – Quomodo adulatores sint fugiendi ......................................................................... 61 Capitolo XXIV – Cur Italiae principes regnum amiserunt.................................................................. 63 Capitolo XXV – Quantum fortuna in rebus humanis possit, et quomodo illi sit occurrendum .......... 64 Capitolo XXVI – Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam ......... 66
Il Principe di Niccolo Machiavelli
non poteva sperare in loro, così non debbe, dopo quella, temere di loro. El contrario interviene ne’ regni governati come quello di Francia, perché con facilità tu puoi intrarvi, guadagnandoti alcuno barone del regno, perché sempre si trova de’ mal contenti e di quelli che desiderano innovare; costoro, per le ragioni dette, ti possono aprire la via a quello stato e facilitarti la vittoria. La quale di poi, a volerti mantenere, si tira drieto infinite difficultà, e con quelli che ti hanno aiutato e con quelli che tu hai oppressi. Né ti basta spegnere il sangue del principe, perché vi rimangono quelli signori che si fanno capi delle nuove alterazioni; e non li potendo né contentare né spegnere, perdi quello stato qualunque volta venga la occasione. Ora, se voi considerrete di qual natura di governi era quello di Dario, lo troverrete simile al regno del T urco; e però ad Alessandro fu necessario prima urtarlo tutto e torli la campagna; dopo la quale vittoria, sendo Dario morto rimase ad Alessandro quello stato sicuro per le ragioni di sopra discorse. E li suoi successori, se fussino suti uniti, se lo potevano godere oziosi; né in quel regno nacquono altri tumulti che quelli che loro proprii suscitorno. Ma li stati ordinati come quello di Francia è impossibile possederli con tanta quiete. Di qui nacquono le spesse rebellioni di Spagna, di Francia e di Grecia da’ Romani, per li spessi principati che erano in quegli stati: de’ quali mentre durò la memoria, sempre ne furono e’ Romani incerti di quella possessione; ma, spenta la memoria di quelli, con la potenzia e diuturnità dello imperio, ne diventorono securi possessori. E posserno anche, quelli, combattendo di poi infra loro, ciascuno tirarsi drieto parte di quelle provincie, secondo l’autorità vi aveva presa dentro; e quelle, per essere el sangue de’ loro antiqui signori spento, non riconoscevano se non e’ Romani. Considerato adunque tutte queste cose, non si maraviglierà alcuno della facilità ebbe Alessandro a tenere lo stato di Asia e delle difficultà che hanno avuto gli altri a conservare lo acquistato, come Pirro e molti. Il che non è nato dalla molta o poca virtù del vincitore, ma dalla disformità del subietto. Capitolo V Quomodo  administrandae  sunt  civitates  vel  principatus,  qui,  antequam occuparentur, suis legibus vivebant. Quando quelli stati che si acquistano, come è detto, sono consueti a vivere  con  le  loro  leggi  e  in  libertà,  a  volerli  tenere  ci  sono  tre  modi:  el primo, ruinarle; l’altro, andarvi ad abitare personalmente; el terzo, lasciarle Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Principe di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Niccolò Machiavelli   Il Principe     Q Dio,  sarebbe  offizio  di  uomo  prosuntuoso  e  temerario  discorrerne. Nondimanco, se alcuno mi ricercassi donde viene che la Chiesa, nel temporale, sia venuta a tanta grandezza, con ciò sia che, da Alessandro indrieto, e’ potentati italiani, e non solum quelli che si chiamavono e’ potentati, ma ogni barone e signore, benché minimo, quanto al temporale, la estimava poco, e ora uno re di Francia ne trema, e lo ha possuto cavare di Italia e ruinare e’ Viniziani; la qual cosa, ancora che sia nota, non mi pare superfluo ridurla in buona parte alla memoria. Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia, era questa provincia sotto lo imperio del papa, Viniziani, re di Napoli, duca di Milano e Fiorentini. Questi potentati avevano ad avere dua cure principali: l’una, che uno forestiero non entrassi in Italia con le armi; l’altra, che veruno di loro occupassi più stato. Quelli a chi si aveva più cura erano Papa e Viniziani. E a tenere indrieto e’ Viniziani, bisognava la unione di tutti gli altri, come fu nella difesa di Ferrara, e a tenere basso el Papa, si servivano de’ baroni di Roma; li quali, sendo divisi in due fazioni, Orsini e Colonnesi, sempre vi era cagione di scandolo fra loro; e stando con le arme in mano in su gli occhi al pontefice, tenevano il pontificato debole e infermo. E benché surgessi qualche volta uno papa animoso, come fu Sisto, tamen la fortuna o il sapere non lo possé mai disobligare da queste incommodità. E la brevità della vita loro ne era cagione; perché in dieci anni che, ragguagliato, viveva uno papa, a fatica che potessi sbassare una delle fazioni; e se, verbigrazia, l’uno aveva quasi  spenti  e’  Colonnesi,  surgeva  uno  altro  inimico  agli  Orsini,  che  li faceva resurgere, e gli Orsini non era a tempo a spegnere. Questo faceva che le forze temporali del papa erano poco stimate in Italia. Surse di poi Alessandro VI, il quale, di tutti e’ pontefici che sono stati mai, mostrò quanto uno papa, e con il danaio e con le forze, si posseva prevalere; e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con la occasione della passata de’ Franzesi, tutte quelle cose che io discorro di sopra nelle azioni del duca. E benché lo intento suo non fussi fare grande la Chiesa, ma il duca, nondimeno ciò che fece tornò a grandezza della Chiesa; la quale, dopo la sua morte, spento il duca, fu erede delle sue fatiche. Venne di poi papa  Iulio;  e  trovò  la  Chiesa  grande,  avendo  tutta  la  Romagna  e  sendo spenti e’ baroni di Roma e, per le battiture di Alessandro, annullate quelle fazioni; e trovò ancora la via aperta al modo dello accumulare danari, non mai più usitato da Alessandro indrieto. Le quali cose Iulio non solum segui-
Il Principe di Niccolo Machiavelli
ti, nascere accidente alcuno, che lui non avesse el remedio. Ma  quanto  allo  esercizio  della  mente,  debbe  il  principe  leggere  le istorie, e in quelle considerare le azioni degli uomini eccellenti; vedere come si sono governati nelle guerre; esaminare le cagioni delle vittorie e perdite loro, per potere queste fuggire, e quelle imitare; e, sopra tutto, fare come ha fatto per lo adrieto qualche uomo eccellente, che ha preso ad imitare se alcuno innanzi a lui è stato laudato e gloriato, e di quello ha tenuto sempre e’ gesti ed azioni appresso di sé: come si dice che Alessandro Magno imitava Achille; Cesare, Alessandro; Scipione, Ciro. E qualunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce di poi nella vita di Scipione quanto quella imitazione li fu di gloria, e quanto, nella castità, affabilità, umanità, liberalità Scipione si conformassi con quelle cose che di Ciro da Senofonte sono sute scritte. Questi  simili  modi  debbe  osservare  uno  principe  savio,  e  mai  ne’ tempi pacifici stare ozioso; ma con industria farne capitale, per potersene valere nelle avversità, acciò che, quando si muta la fortuna, lo truovi parato a resisterle. Capitolo XV De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur. Resta  ora  a  vedere  quali  debbano  essere  e’  modi  e  governi  di  uno principe con sudditi o con gli amici. E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi massime, nel disputare questa materia, dagli ordini degli altri. Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente  andare  drieto  alla  verità  effettuale  della  cosa,  che  alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. Lasciando, adunque, indrieto le cose circa uno principe imaginate, e
Il Principe di Niccolo Machiavelli
discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti gli uomini, quando se ne parla, e massime e’ principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude. E questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce e animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave l’altro leggieri, l’uno religioso l’altro  incredulo,  e  simili.  E  io  so  che  ciascuno  confesserà  che  sarebbe laudabilissima cosa in uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone; ma perché le non si possono avere né interamente  osservare,  per  le  condizioni  umane  che  non  lo  consentono,  gli  è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quelli vizii che li torrebbano lo stato, e da quelli che non gnene tolgano, guardarsi, se egli è possibile; ma, non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare. Et etiam non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali e’ possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto,  si  troverrà  qualche  cosa  che  parrà  virtù,  e,  seguendola,  sarebbe  la ruina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e, seguendola, ne riesce la securtà e il bene essere suo. Capitolo XVI De liberalitate et parsimonia. Cominciandomi, adunque, alle prime soprascritte qualità, dico come sarebbe bene essere tenuto liberale: nondimanco la liberalità, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende; perché se la si usa virtuosamente e come la si debbe  usare  la  non  fia  conosciuta,  e  non  ti  cascherà  la  infamia  del  suo contrario. E però, a volersi mantenere infra gli uomini el nome del liberale, è necessario non lasciare indrieto alcuna qualità di suntuosità; talmente che sempre uno principe così fatto consumerà in simili opere tutte le sue facultà, e sarà necessitato alla fine se si vorrà mantenere el nome del liberale, gravare e’ populi estraordinariamente ed essere fiscale, e fare tutte quelle cose che si possano fare per avere danari. Il che comincerà a farlo odioso con sudditi, e
Il Principe di Niccolo Machiavelli
farlo, ti aggravi ne’ pericoli, perché quelli che rimangono si accendono più nello  odio  e  sono  più  parati  alla  vendetta.  Che  il  tempo  a  consumare  i desideri della libertà non basti è certissimo: perché s’intende spesso quella essere in una città da coloro riassunta che mai la gustorono, ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro la amavano, e perciò, quella ricuperata,  con  ogni  ostinazione  e  pericolo  conservano;  e  quando  mai  i padri non la avessero ricordata, i palagi publici, i luoghi de’ magistrati, le insegne de’ liberi ordini la ricordano: le quali cose conviene che sieno con massimo  desiderio  dai  cittadini  cognosciute.  Quali  opere  volete  voi  che sieno le vostre che contrappesino alla dolcezza del vivere libero, o che facciano mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? Non se voi aggiugnessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de’ nimici nostri: perché tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbono sudditi, ma conservi, per i quali si vederebbono nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fussero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbono; e se voi credessi che bastassero v’inganneresti, perché ad uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa e ogni legame lo strigne: ancora che trovare uno stato violento con un principe buono sia impossibile, perché  di  necessità  conviene  o  che  diventino  simili,  o  che  presto  l’uno  per l’altro rovini. Voi avete adunque a credere o di avere a tenere con massima violenza  questa  città  (alla  qual  cosa  le  cittadelle,  le  guardie,  gli  amici  di fuora molte volte non bastano), o di essere contento a quella autorità che noi vi abbiamo data. A che noi vi confortiamo, ricordandovi che quello dominio è solo durabile che è voluntario: né vogliate, accecato da un poco di ambizione, condurvi in luogo dove non potendo stare, né più alto salire, siate, con massimo danno vostro e nostro, di cadere necessitato”. Capitolo XXXV Non mossono in alcuna parte queste parole lo indurato animo del Duca; e disse non essere sua intenzione di torre la libertà a quella città, ma rendergliene: perché solo le città disunite erano serve, e le unite libere; e se Firenze, per  suo  ordine,  di  sette,  ambizione  e  nimicizie  si  privasse,  se  le renderebbe, non torrebbe la libertà; e come a prendere questo carico non la ambizione  sua,  ma  i  prieghi  di  molti  cittadini  lo  conducevano;  per  ciò farebbono eglino bene a contentarsi di quello che gli altri si contentavano;
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
forze alla setta de’ Guelfi, e con nuove riforme fatte nella Parte ordinorono in modo la cosa che potevono de’ Capitani e de’ ventiquattro cittadini a loro modo disporre. Donde che si ritornò ad ammunire con più audacia che prima; e la casa degli Albizzi, come capo di questa setta, sempre cresceva. Da l’altro canto, i Ricci non mancavano di impedire con gli amici, in quanto potevano, i disegni loro; tanto che si viveva in sospetto grandissimo, e temevasi per ciascuno ogni rovina. Capitolo V Onde che molti cittadini, mossi dallo amore della patria, in San Piero Scheraggio si ragunorono, e ragionato infra loro assai di questi disordini, ai Signori ne andorono, ai quali uno di loro, di più autorità, parlò in questa sentenza: “Dubitavamo molti di noi, magnifici Signori, di essere insieme, ancora che per cagione publica, per ordine privato; giudicando potere, o come prosuntuosi essere notati, o come ambiziosi condannati; ma considerato poi che ogni giorno, e senza alcuno riguardo, molti cittadini per le logge  e  per  le  case,  non  per  alcuna  publica  utilità,  ma  per  loro  propria ambizione convengano, giudicammo, poi che quegli che per la rovina della republica si ristringono non temano, che non avessino ancora da temere quelli che per bene e utilità publica si ragunano; né quello che altri si giudichi di noi ci curiamo, poi che gli altri quello che noi possiamo giudicare di loro non stimano. Lo amore che noi portiamo, magnifici Signori, alla patria nostra ci ha fatti prima ristrignere e ora ci fa venire a voi per ragionare di quel male che si vede già grande e che tuttavia cresce in questa nostra republica, e per offerirci presti ad aiutarvi spegnerlo. Il che vi potrebbe, ancora che la impresa paia difficile, riuscire, quando voi vogliate lasciare indietro i privati rispetti e usare con le publiche forze la vostra autorità. La comune corruzione di tutte le città di Italia, magnifici Signori, ha corrotta e tuttavia corrompe la vostra città; perché, da poi che questa provincia si trasse di sotto alle forze dello Imperio, le città di quella, non avendo un freno potente che le correggessi, hanno, non come libere, ma come divise in sette, gli stati e governi loro ordinati. Da questo sono nati tutti gli altri mali, tutti gli altri disordini che in esse appariscono. In prima non si truova intra i loro cittadini né unione né amicizia, se non intra quelli che sono di qualche sceleratezza, o contro alla patria o contro ai privati commessa, consapevoli. E perché in tutti la religione e il timore di Dio è spento, il giura-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
con una armata venne di poi in soccorso del figliuolo, sperando riacquistare Genova per virtù del Castelletto, fu, nel porre delle sue genti in terra, rotto, di sorte che fu forzato tornarsene svergognato in Provenza. Questa nuova, come fu intesa nel regno di Napoli, sbigottì assai Giovanni d’Angiò; non di meno non lasciò la impresa; ma per più tempo sostenne la guerra aiutato da quelli baroni i quali, per la rebellione loro, non credevono apresso a Ferrando trovare luogo alcuno. Pure alla fine, dopo  molti  accidenti  seguiti  a  giornata  li  duoi  regali  eserciti  si condussono, nella quale fu Giovanni, propinquo a Troia, rotto, l’anno 1463.  Né  tanto  l’offese  la  rotta,  quanto  la  partita  da  lui  di  Iacopo Piccinino, il quale si accostò a Ferrando; sì che, spogliato di forze, si ridusse in Istia, donde poi se ne tornò in Francia. Durò questa guerra quattro anni e la perdé colui, per sua negligenzia, il quale, per virtù de’ suoi  soldati  l’ebbe  più  volte  vinta.  Nella  quale  i  Fiorentini  non  si travagliorono in modo che apparisse: vero è che da il re Giovanni di Aragona, nuovamente assunto re in quel regno per la morte di Alfonso, furono, per sua ambasciata, richiesti che dovessero soccorrere alle cose di Ferrando suo nipote, come erano, per la lega nuovamente fatta con Alfonso suo padre, obligati. A cui per i Fiorentini fu risposto: non avere obligo  alcuno  con  quello;  e  che  non  erano  per  aiutare  il  figliuolo  in quella  guerra  che  il  padre  con  le  armi  sue  aveva  mossa;  e  come  la  fu cominciata sanza loro consiglio o saputa, così sanza il loro aiuto la tratti e finisca. Donde che quelli oratori, per parte del loro re, protestorono la pena dello obligo e gli interessi del danno; e sdegnati contro a quella città si partirono. Stettono per tanto i Fiorentini, nel tempo di questa guerra, quanto alle cose di fuori, in pace; ma non posorono già drento, come particularmente nel seguente libro si dimosterrà.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
al tutto negava come quello che voleva ridurli in termine che appieno lo errore loro cognoscessero. E perché Donato Cocchi trovandosi gonfalonieri di giustizia, volle senza suo consentimento fare il parlamento, lo fece in modo Cosimo da’ Signori che con seco sedevano sbeffare, che gli impazzò, e come stupido ne fu alle case sue rimandato. Non di meno, perché non è bene lasciare tanto transcorrere le cose, che le non si possino poi ritirare a sua posta, sendo pervenuto al gonfaloniere della giustizia Luca Pitti, uomo animoso e audace, gli parve tempo di lasciare governare la cosa a quello, acciò, se di quella impresa s’incorreva in alcuno  biasimo,  fusse  a  Luca,  non  a  lui,  imputato.  Luca  per  tanto,  nel principio del suo magistrato, prepose al popolo molte volte di rifare la balia; e non si ottenendo, minacciò quelli che ne’ Consigli sedevano con parole ingiuriose e piene di superbia. Alle quali poco di poi aggiunse i fatti; perché di agosto, nel 1458, la vigilia di Santo Lorenzo avendo ripieno di armati il Palagio chiamò il popolo in Piazza, e per forza e con le armi, gli fece acconsentire quello che prima volontariamente non aveva acconsentito. Riassunto per tanto lo stato, e creato la balia e di poi i primi magistrati secondo il parere de’ pochi, per dare principio a quello governo con terrore, ch’eglino  avieno  cominciato  con  forza,  confinorono  messer  Girolamo Machiavelli con alcuni altri, e molti ancora degli onori privorono. Il quale messer Girolamo, per non avere di poi osservati i confini, fu fatto ribelle; e andando  circuendo  Italia,  sullevando  i  principi  contro  alla  patria,  fu  in Lunigiana, per poca fede d’uno di quelli signori, preso; e condotto a Firenze, fu morto in carcere. Capitolo IV Fu questa qualità di governo, per otto anni che durò insopportabile e violento; perché Cosimo, già vecchio e stracco e per la mala disposizione del corpo fatto debole, non potendo essere presente in quel modo soleva alle cure publiche, pochi cittadini predavano quella città. Fu Luca Pitti, per premio della opera aveva fatta in benifizio della republica, fatto cavaliere; ed egli, per non essere meno grato verso di lei, che quella verso di lui fussi stata, volle che, dove prima si chiamavano Priori dell’Arti, acciò che della possessione perduta almeno ne riavessero il titulo, si chiamassero Priori di Libertà: volle ancora che dove prima il gonfaloniere sedeva sopra la destra de’ rettori, in mezzo di quelli per lo avvenire sedesse. E perché Iddio paressi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro settimo partecipe di questa impresa, feciono publice processioni e solenni offizi per ringraziare quello de’ riassunti onori. Fu messer Luca dalla Signoria e da Cosimo riccamente presentato, dietro ai quali tutta la città a gara concorse; e fu opinione che i presenti alla somma di ventimila ducati aggiugnessero. Donde egli salì in tanta reputazione, che non Cosimo ma messer Luca la città governava. Da che lui venne in tanta confidenza che gli cominciò duoi edifici, l’uno in Firenze l’altro a Ruciano, luogo propinquo uno miglio alla città, tutti superbi e regii; ma quello della città al tutto maggiore che alcuno altro che da privato cittadino infino a quel giorno fusse stato edificato. I quali per condurre a fine non perdonava ad alcuno estraordinario modo; perché, non solo i cittadini e gli uomini particulari lo presentavano e delle cose necessarie allo edifizio lo suvvenivano, ma i comuni e popoli interi gli sumministravano aiuti. Oltra di questo, tutti gli sbanditi, e qualunque altro avesse commesso  omicidio,  o  furto  o  altra  cosa per  che  egli  temesse publica penitenzia, purché e’ fusse persona a quella edificazione utile, dentro a quelli edifizi sicuro si rifuggiva. Gli altri cittadini, se non edificavano come quello, non erano meno violenti, né meno rapaci di lui, in modo che, se Firenze non aveva guerra di fuori che la distruggesse, dai suoi cittadini era distrutta. Seguirono, come abbiamo detto, durante questo tempo, le guerre del Regno, e alcune che ne fece il Pontefice in Romagna contro a quelli Malatesti; perché egli desiderava spogliarli di Rimino e di Cesena, che loro possedevano; si che, infra queste imprese e i pensieri di fare la impresa del Turco, papa Pio consumò il pontificato suo. Capitolo V Ma Firenze seguitò nelle disunioni e ne’ travagli suoi. Cominciò la disunione nella parte di Cosimo nel ’55, per le cagioni dette, le quali per la prudenza sua, come abbiamo narrato, per allora si posorono. Ma venuto l’anno ’64, Cosimo riaggravò nel male, di qualità che passò di questa vita. Dolfonsi della morte sua gli amici e i nimici; perché quelli che per cagione dello stato non lo amavano, veggendo quale era stata la rapacità de’ cittadini vivente lui, la cui reverenza gli faceva meno insopportabili, dubitavano, mancato quello, non essere al tutto rovinati e distrutti; e in Piero suo figliuolo non confidavano molto, perché, non ostante che fusse uomo buono, non di meno giudicavano che, per essere ancora lui infermo e nuovo
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Istorie fiorentine    Libro settimo Capitolo XIV Mentre che queste cose in questa maniera si travagliavano, venne il tempo che il supremo magistrato si rinnuova; al quale per gonfalonieri di giustizia fu Niccolò Soderini assunto. Fu cosa maravigliosa a vedere con quanto concorso non solamente di onorati cittadini ma di tutto il popolo, e’ fusse al Palazzo accompagnato; e per il cammino gli fu posta una grillanda di ulivo in testa, per mostrare che da quello avesse e la salute e la libertà di quella patria a dependere. Vedesi, per questa e per molte altre esperienze, come non è cosa desiderabile prendere o uno magistrato o uno principato con estraordinaria opinione; perché, non potendosi con le opere a quella corrispondere, desiderando più gli uomini, che non possono conseguire, ti partorisce, con il tempo, disonore e infamia. Erano messer Tommaso Soderini e Niccolò fratelli: era Niccolò più feroce e animoso; messer Tommaso più savio. Questi, perché era a Piero amicissimo, cognosciuto l’umore del fratello, come egli desiderava solo la libertà della città e che sanza offesa di alcuno lo stato si fermasse, lo confortò a fare nuovo squittino, mediante il quale le borse de’ cittadini che amassero il vivere libero si riempiessero; il che fatto, si verrebbe a fermare e assicurare lo stato sanza tumulto e sanza ingiuria di alcuno, secondo la volontà sua. Credette facilmente Niccolò a’ consigli del fratello, e attese in questi vani pensieri a consumare il tempo del suo magistrato; e dai capi de’ congiurati, suoi amici, gli fu lasciato consumare, come quelli che per invidia non volevono che lo stato con l’autorità di Niccolò si rinnovasse, e sempre credevano con uno altro gonfaloniere essere a tempo ad operare il medesimo. Venne per tanto il fine del magistrato di Niccolò, e avendo cominciate assai cose e non ne fornite alcuna, lasciò quello assai più disonorevolmente, che onorevolemente non lo aveva preso. Capitolo XV Questo esemplo fece la parte di Piero più gagliarda; e gli amici suoi più nella speranza si confermorono, e quelli che erano neutrali a Piero si aderirono; tal che, essendo le cose pareggiate, più mesi sanza altro tumulto si temporeggiorono. Non di meno la parte di Piero sempre pigliava più forze; onde che gli inimici si risentirono e si ristrinsono insieme, e quello che non avevono saputo o voluto fare per il mezzo de’ magistrati e facilmente, pensorono di fare per forza; e conclusono di fare ammazzare Piero, che, infermo, si trovava a Careggi; e a questo effetto fare venire il marchese
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Scena seconda Callimaco, Messer Nicia, Ligurio Callimaco. Messer Nicia. Callimaco. Ligurio. Messer Nicia. Ligurio. Callimaco. Messer Nicia. Chi è quel che mi vuole? Bona dies, domine magister. Et vobis bona, domine doctor. Che vi pare? Bene, alle guagnele! Se voi volete che io stia qui con voi, voi parlerete in modo che io v’intenda, altrimenti noi fareno duo fuochi. Che buone faccende? Che so io? Vo cercando duo cose ch’un altro per avventura fuggirebbe: questo è di dare briga a me e ad altri. Io non ho figliuoli, e vorre’ne, e, per avere questa briga, vengo a dare impaccio a voi. A me non fia mai discaro fare piacere a voi ed a tutti li uomini virtuosi e da bene come voi; e non mi sono a Parigi affaticato tanti anni per imparare per altro, se non per potere servire a’ pari vostri. Gran mercé; e, quando voi avessi bisogno dell’arte mia, io vi servirei volentieri. Ma torniamo ad rem nostram. Avete voi pensato che bagno fussi buono a disporre la donna mia ad impregnare? Che io so che qui Ligurio vi ha detto quel che vi s’abbi detto. Egli è la verità; ma, a volere adempiere el desiderio vostro, è necessario sapere la cagione della sterilità della donna vostra, perché le possono essere più cagione: nam cause sterilitatis sunt: aut in semine, aut in matrice, aut in instrumentis seminariis, aut in virga, aut in causa extrinseca. Costui è il più degno uomo che si possa trovare! Potrebbe, oltr’a di questo, causarsi questa sterilità da voi, per impotenzia; che quando questo fussi, non ci sarebbe rimedio alcuno. Impotente io? Oh! voi mi farete ridere! Io non credo che sia el più ferrigno ed il più rubizzo uomo in Firenze di me.
Mandragola di Niccolo Machiavelli
Dio mi aiuti con questi signori. Ma  io  ti  vo’  donare  un  colpetto  che,  se  i  villani  crepassero,  gli  costarà. Come sua Altezza si comincia a spogliar per corcarsi, togli la sua berretta e pontela in capo; poi ti vesti il suo saio, e dà due spasseggiatine per camera: subito che il messere ti vede diventata di femina maschio, te si avventarà come la fame al pan caldo; e non potendo patire che tu vada a letto, ti vorrà fare appoggiar la testa al muro o sopra una cassa. Quello che io ti vo’ dire è che tu ti lasci prima squartare che tu gliene dia, s’egli non ti dà la berretta e il saio per venir poi a lui con l’abito che più diletta ai signori. La vacca è nostra. Ma sopra tutte le cose, studia le finzioni e le adulazioni che io ti ho detto, perché  sono  i  ricami  del  sapersi  mantenere.  Gli  uomini  vogliono  essere ingannati; e ancora che si avveghino che si gli dia la baia e che, partita da loro, gli dileggi vantandotene fin con le fanti, hanno più caro le carezze finte che le vere senza ciance. Non far mai carestia di basci né di sguardi né di risi né di parole; abbi sempre la sua mano in mano, e talvolta di secco in secco  strigneli  i  labbri  coi  denti  sì  che  venga  fuor  quello  “oimè’  troppo dolcemente fatto nascere da chi si sente traffigere con dolcezza: e la dottrina de le puttane sta nel saper cacciar carote a’ ser corrivi. Voi nol dite a sorda né a muta. Io penso... A che? ...a me, che voglio insegnarti i modi che debbi tenere per riuscir dove io spero vederti; e io, insegnandotigli, metto ne la via coloro che aranno a far teco:  perché,  sapendosi  ciò  che  io  ti  dico,  saprassi  anco,  non  ti  credere, quando usarai le tue arti; e così i miei avvedimenti simigliaranno una di quelle dipinture che da tutti i lati guardano chi le mira. Chi volete voi che lo bandisca? Questa camera, quel letto quivi, le seggiole dove sediamo, e quella finestrella colà, e questa mosca che mi si vuol manicare il naso (diavol pigliela): le son pur prusuntuose, le vincano le importunità dei gelosi che vengano in fastidio fino a lor medesimi con le spigolistrarie che usano in guardare colei che Pippa Nanna Pippa Nanna Pippa Nanna Pippa Nanna 23 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Molto bene. Ai somari (disse la Romanesca) non lasciar mai di non perseguitargli col “dammi’ e “fammi’: perché i villancioni vogliono esser trafitti da cotali pungoli; ed essendoci gente quando gliene dici, l’hanno stracaro, acciò che paia che sien pratichi e non corrivi; oltra questo gli par pizzicar di gran baccalario facendosi pregare da la signora; e benché sieno parenti dei formiconi di sorbo, se scoppiassero, escano per bussare. Usciranno o morranno. Non vo’ che mi si scordi: ancora che io dica e “tu’ e “voi’ nel favellar mio, fà che  tu  dica  “voi’  a  ogni  uomo,  e  giovane  e  vecchio,  e  grande  e  piccolo; perché quel “tu’ ha del secco e non garba troppo a le persone. E non ci è dubbio che i costumi sono buon mezzani a farsi in suso: e perciò non esser mai prosuntuosa nei tuoi andari, e atienti al proverbio il qual dice “Non motteggiar del vero e non ischerzar che dolga”. Quando sei e con gli amici e con i compagni di chi ti ama, non ti lasciare scappar cose di bocca che pungano; né ti venga mai voglia di tirare capegli o barba, o di dar mostacciate, né pian né forte, a niuno: perché gli uomini sono uomini, e toccandosigli il muso, torcano il ceffo, e sbrufano come son punto punto offesi; e ho visto far di bestiali cenni, e fatti ancora, adalcuna fastidiosa che piglia sicurtà fin di tirar le orecchie altrui: e ognun le dice “Ben ti sta”. Meffé sì, che le sta bene. Una altra cosa ho da rammentarti: esci de la via de le puttane, che il non osservar mai fede è la lor fede; e stà prima a patto di morire che di piantare alcuno; prometti  quello  che  tu  puoi  mantenere,  e  non  più;  e  vengati  che partito si voglia, non dar la cassia coi piantoni a chi merita di dormir teco, salvo se venisse il francioso che ti ho detto. E venendo, chiama colui che dee venir la sera, e digli: “Io vi ho promessa questa notte, ed è vostra, perché io son vostrissima; ma io potrei guadagnare con essa una buona mancia: sì che prestatemela, che ve ne renderò cento per una. Un monsignor di Francia la vuole, e gliene darò se vi piace; e se non vi piace, eccomi al comando di vostra Signoria”. Egli, vedendosi stimare, per donarti come savio quello che non ti può  vendere,  chinandosi  al  tuo  utile,  oltra  che  ti  fa  la  grazia,  te  ne  resta schiavo; ma se tu senza fargliene motto lo piantasse, andaresti a rischio di perderlo: e più anco che, lamentadosi de la villania che gli faresti, ti metteria in uggia di tutti quelli che ti avevano in fantasia.
Dialogo di Pietro Aretino
Certo la cosa dee venire dai poeti, ai quali volete che io apra e me gli tiri a dosso. Cotesto non ti ho detto io; io voglio che gli accarezzi senza dargnele mai fetta: e questo si fa perché non ti dileggino con la baia de le lor laude, e acciò che, beffeggiandoti con la poltroneria del biasimo, non paia che dichino a te. Così ci si pò stare. Io non mi ricordo di quello che io ti voleva dire. Né io. E perciò non mi romper la favella in bocca. Bisogna pure che io badi al fatto mio. Io l’ho atinta: un re! Un re, e non un dottoruccio, né un capo di squadra, un re ti dico: costui, con un mondo di gente a piedi e a cavallo, se ne andò a campo nel paese d’uno altro re suo nimico; e saccomannatolo, arsolo e disfattolo, si pose intorno a una grama città, dove colui che nol poté mai placare per via di accordo niuno, con la moglie e con una sola figliuola che aveva, s’era fuggito. Ora, durando la guerra, il re che voleva pigliar la città si poteva dibattere: perché era sì forte che il signor Giovanni di Medici, iddio Marte, non l’averebbe presa, sbombarda, scoppietta, archibusa quanto sai. Ma che accasca? Il re che la combatteva faceva cose di fuoco ne le scaramucce: a chi fendeva il capo, a chi spiccava un braccio, a chi mozzava una mano, e chi gittava, d’uno incontro di lancia, in alto un miglio; di modo che amici e nimici ne avevano che dire. Onde la fama prosuntuosa, fattasegli guida, menatolo pel campo trionfalmente, se ne andò drento; e trovò la figliuola del re sventurato, e le dice: “Viene in su le mura, e vederai il più bello, il più valente e il più bene armato giovane che nascesse mai”. Appena gnele disse, che ella ci corse sopra: e conosciutolo a le penne terribili che svolazzavano in sul cimiere e a le sopraveste di tela d’ariento le quali abagliavano i razzi del sole mentre lo splendor suo ci feriva drento, uscì di se stessa; e vagheggiandogli il cavallo, l’armadure e i gesti, eccolo fino in su le porte: e nel brandire la spada per uccidere un soldato che egli arancava inanzi, si ruppe la coreggia de l’elmo e sbalzogli fuor di capo. Per la qual cosa ella vidde quella faccia di rose, fatte tutte vermiglie nel combattere: e il sudore che ci spruzzava la fatica, simigliava la rugiada che le bagna quando l’alba incomincia ‘ aprirle. Scortiamola.
Dialogo di Pietro Aretino
Ora io esco di chiesa, e accennata madonna cattiva pessima, mi risponde col diguazzar de la testa che non vuol venire: onde io vado a lei, e con le mani in croce, e col viso al cielo, e col collo torto, faccio le viste di scongiurarla  e  di  pregarla  che  venga;  e  si  dee  credere  che  il  corrivo  rinegasse  la cresima in quel suo scontorcersi, e che il core gli morisse nel corpo come a uno al qual cade di mano una gioia che si pò rompere. Ma riebbe il fiato nel modo che lo rià colui che, destatosi, trova bugiardo il suo sognar di capitar male, nel vederci avviare inverso casa mia; e tenendoci drieto, era cosa da ridere  a  vederlo  porre  le  punte  dei  piedi  ne  l’orme  le  quali  pensava  che avessino fatte le pianelle di madonna stucca-al-primo. Che pazzie. Noi siamo già a casa: io apro l’uscio, e ne lo entrarvi guardo le finestre dei vicini acciò che non ci veggano, e tutta paurosa ne la apparenza, ma tutta animosa  nel  fregargliene,  sto  doppo  la  porta;  e  tiratolo  drento,  sospiro, tremo e mi ristringo in me stessa, con dire: “Guai a me se si sapesse, almen fossi confessata per i casi che potessero intervenire”; “Appunto” dice colui il qual si credeva sballar seta spagnuola e poi vantarsene con tutto il mondo, “non ci è pericolo: e quando ben ci fosse, chi credete voi che io sia?”; “E nol so io?”, rispondo io; “E perciò state allegra”. Tu vai cercando: egli si condusse ne la mia camera seco; e già la intentazione de la carne gli spuntava fuor de la brachetta: onde le mani prosuntuose più che quelle dei preti e dei frati, volevano far le ricercatine non pure nel petto, ma sub ombra alarum tuarum (diceva la insegna de la speziaria del Ponzetta, stitica, medicastra e tisica memoria). In questo io, che stava a la vedetta come una spia di quelle che  son  cagione  di  far  tòrre,  per  via  de  la  contumazia,  una  stomana  di tinello al povero servidore, entro drento; e ne lo entrare affiso gli occhi ne la faccia del galante signore, e allargando le braccia levo le palme in alto e grido pian pianino: “Oimè, disfatta a me, trista a me, sciagurata me; io sono spacciata, io son morta, io sono in conquasso”. Se tu hai a le volte posto mente a la gatta quando, ne lo stender la zampa per grappar qualcosa, le giugne sopra col “gatti, gatti’ una bastonatina ancora, onde ella, spiccato un saltetto, si rannicchia sotto il letto, vedi lui tutto sospeso in se stesso per non intendere la cagione del mio lamento. E io: “Adunque vostra Signoria, a me che l’ho colta in iscambio, ha usato questo termine? deesi far così a una femina? di grazia, andate dove vi piace e, andandovene, promettemi di  non  aprir  bocca,  perché,  perché...”,  e  volendo  dire  “sareste  la  mia disfazione”,  fingo  di  nol  poter  dire  bontà  del  pianto  che  io  seppi  farmi scoppiar dagli occhi. Tristo a chi non ne sa.
Dialogo di Pietro Aretino
O non è ella in fiore, facendola le persone che tu conti? Sì, per loro, ma non per noi; e ci è rimaso a dosso solamente la infamia del nome di ruffiana, e loro se ne vanno gonfiati di gradi, di favori e di entrate. E non ti credere che sieno le vertù quelle che ingrandiscano altrui in questa Roma porca e per tutto: ma la tabacchinaria si fa tener la staffa, si fa vestir di velluto, si fa empire la borsa e fassi sberrettare. E benché io sia una di quelle che hanno polso, legge la soprascritta de l’altre: e perciò governati come si dee. Tu hai buon principio, buona appariscenzia, galante maniera, una  ciarlia  viva,  arguta,  a  tempo;  il  tuo  “verbigrazia’  in  sommo,  alcune cosette dolci nei motteggi; sei piena di motti, di proverbi, prosuntuosetta, doppia, spiatrice di quel che ognun fa; sai dar la quadra, negar da ladro; la bugia è il tuo occhio dritto, ti confai con ogni generazione, sei tenace del tuo, sai imbriacare a la botte d’altri e sfamarti a l’altrui tavola, e sai digiunar senza vigilia a casa tua: e tra queste tue vertù e quel poco o assai che torrai a le mie, ci potremo stare. Ti piace di ben dire, e non travario sì che io non vegga come in me non è vertù veruna: ho bene speranza di farmi da qualcosa per grazia de le tue. Tu la puoi avere. Ma dove eravam noi? A la volpe dei mulattieri. Ah! ah! la fu pur bella. Una volpa canuta, bianca e cattiva e maliziosa e trista più che non fu quella che disse al compare lupo, mentre il pecorone piombava  giù  ne  la  secchia  cavando  lei  del  pozzo,  “Il  mondo  è  fatto  a  scale, perciò chi scende e chi sale”... La ce lo colse, vuoi tu altro? ...una volpe de le volpi, avendo voglia di mangiare una scorpacciata di pesce,  se  ne  andò  al  lago  di  Perugia  con  la  maggior  ladroncelleria  che  si imaginasse mai ladro; e stata così un pezzetto a pensare sopra un greppo, con la coda in pace, con quel suo muso aguzzo in fuora e con le orecchie tese, vede venire di pian passo una frotta di mulattieri, i quali chiacchiaravano (mentre i muli infilzati tutti a una fune rodevano una manciata di paglia postagli in quella baia che portano intorno a la bocca) de la carestia che era de le lasche e l’abondanza dei lucci, dando gran laude a non so che tinca, la quale avevano la mattina divorata col cavolo e col savore, ordinando anche di dar la stretta a una anguilla grossa tosto che scaricassero le some; e visti
Dialogo di Pietro Aretino
Và fatti suora, và. Ora odi questa. Sei giorni inanzi a me, dai suoi fratelli era stata misa dove io fui posta una non-vo’-dir donzella, e una robba-che-dio-tel-dica; e per gelosia d’uno dei primi della terra innamorato d’essa (secondo che mi fu detto), la badessa la tenea in una camera sola; e la notte, riserratala, ne portava seco la chiave. E il giovane amante, accortosi che una finestra serrata della camera sua rispondea nello orto, aggrappandosi su per il muro di quella finestra come un picchio, al meglio che potea dava da beccare alla papera; e a punto in questa notte che io ti conto venne a lei: e acconciatosi alla ferrata, abeverava il bracco alla tazza che si gli sporgeva in fuore, tenendo però le braccia intrecciate con i ferri traditori. E venendo il mèle sul fiadone, la dolcitudine gli tornò più amara che nonè una medecina. A che modo? Lo sventurato venne in tanto sfinimento in sul fà-che-io-fo, che, abbandonate le braccia, cadde dal balcone sopra un tetto, e del tetto in un pollaio, e del pollaio in terra, di maniera che si ruppe una coscia. Oh le avesse rotte tutte due la strega badessa, poiché volea che ella osservasse castità in bordello! Ella lo facea per paura dei fratelli che aveano giurato di abbrusciarla con tutto il monestero udendone biasimo. E per tornare a dirti, il giovane che ebbe il lavorar dei cani, misse a romore tutto il mondo: e corsero ciascuna per le finestrette alzando le impannate, scorgendo per il lume della luna il ruinato e fracassato meschino. Fecero scovare duo seculari del letto con le posticce mogli loro, e mandatogli nell’orto, lo ricolsero su le braccia e lo portaro di fuora: e ti so dire che ci fu che dir per la terra di cotal caso. Dopo questo scandolo, ritornandoci in cella per paura che il dì non ci giungesse a spiare i fatti d’altri, udimmo un frate buonissimo brigante, bisuntone, che Antonia Nanna Antonia Nanna 34 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino
rallegrò ciascuno; e abbandonando le redine in sul collo del cavallo, si ricreavano a vedermi, come i furfanti allo spicchio del sole; e alzando la testa guardandomi fissi, parevano quegli animali che vengono di là dal mondo, che si pascono di aria. Antonia Nanna Antonia Nanna Antonia Nanna Antonia Nanna Camaleonti vuoi dir tu. E‘ vero; e mi impregnavano con gli occhi nel modo che con le penne impregnano la nebbia quei che paiono sparvieri e non sono. Fottiventi? Madesì, fottiventi. Che facevi tu mentre ti miravano? Fingeva onestà di monica, e guardando con sicurtà di maritata, faceva atti di puttana. Benissimo. Stata un terzo di ora in mostra, nel più bello del motteggiar loro mia madre, venuta alla finestra e fattasi vedere un tratto, quasi dicesse “Ella è mia figlia”, me ne fece levar seco; e rimasi gli impaniati in secco come una tirata di pesce, se ne giro saltellando nella foggia che saltellano i barbi e le lasche fuora della acqua. E venuta la notte, ecco il tic toc tac alla porta; e andata giuso la padrona, mia madre si pose ad ascoltare ciò che dicea quello che picchiò; e ascoltando ode uno che stando turato nella cappa disse: “Chi è quella che era pur dianzi alla finestra?”; rispose ella: “Una figliuola di una gentildonna forestiera che, secondo che io posso comprendere, il padre è stato ammazzato per le parti, onde la meschina se n’è fuggita qui con alcune poche cosette che ha potuto carpire nel fuggirsene”: e tutte queste ciance gliene avea date ad intendere mia madre. Galante. Udendo ciò, il camuffato le dice: “Come potreifavellare alla gentildonna?”; “A modo niuno” risponde ella, “perché non ne vuole intender niente”; e spiando egli se io era donzella, gli rispose: “Donzellissima, né le si vede altro che  masticare  avemarie”;  “Chi  mastica  avemarie  sputa  paternostri”,  egli rispose; e volendo prosuntuosamente salir suso, non poté, perciò che ella non volle mai. Onde le disse il cortigiano: “Fammi almeno una grazia: dille che  quando  voglia  ascoltare  uno,  che  tu  le  porrai  cosa  inanzi  che  te  ne benedirà per sempre”; e giurandoli di farlo, gli diede licenza e tornossi suso. E statasi un pezzo, se ne venne a noi dicendo: “Certamente non ci sono i migliori trovatori del vin buono degli imbriachi: la vostra figlia è stata sen-
Ragionamento di Pietro Aretino
sa. – Dunque? rispose il signore T*** – Jacopo non fiatò. Alzò gli occhi al cielo, e dopo molta ora: O Teresa, esclamò, sarai a ogni modo infelice! – O amico mio, gli soggiunse allora amorevolmente il signore T***, e per chi mai cominciò ad essere misera se non per voi? Erasi già per amor mio rassegnata al suo stato; e sola poteva rappacificare una volta i suoi poveri genitori. Vi ha amato; e voi che pure l’amate con sì altera generosità, voi pur le rapite uno sposo, e manterrete discorde una casa ove foste, e siete, e sarete sempre accolto come figliuolo. Arrendetevi; allontanatevi per alcuni mesi. Forse avreste trovato in altri un padre severo: ma io! – sono stato anch’io sventurato; ho provato le passioni, pur troppo! e ne provo – e ho imparato a compiangerle, perchè sento io pure il bisogno d’essere compatito. Bensì da voi solo all’età mia quasi canuta ho imparato come alle volte si stima l’uomo che ci danneggia, massime se è dotato di tale carattere da far parere generosi e tremendi gli affetti che in altri pajono colpevoli insieme e risibili. Nè io vel dissimulo: voi, dal dì che primamente vi ho conosciuto, avete assunto tale inesplicabile predominio sopra di me, da costringermi a temervi insieme ed amarvi: e spesso andava noverando i minuti per impazienza di rivedervi, e nel tempo stesso io sentivami preso d’un tremito subitaneo e secreto allorchè i miei servi mi davano avviso che voi salivate le scale. Or voi abbiate pietà di me, e della vostra gioventù, e della fama di Teresa. La sua beltà e la sua salute vanno languendo; le sue viscere si struggono nel silenzio, e per voi. Io vi scongiuro in nome di Teresa, partite; sacrificate la vostra passione alla sua quiete; e non vogliate ch’io sia l’amico insieme e il marito e il padre più misero che sia mai nato. – Jacopo parea intenerito: non però mutò aspetto, nè gli cadde lagrima dagli occhi, nè rispose parola; benchè il signore T*** a mezzo il discorso si rattenesse a stento dal piangere: e restò a canto al letto di Jacopo sino a notte tardissima: ma nè l’uno nè l’altro aprirono più bocca se non quando si dissero addio. – La malattia del giovine aggravò; e ne’ giorni seguenti fu sovrappreso da febbre pericolosa. Frattanto io sgomentato e dalle lettere recenti di Jacopo, e da quelle del padre di Teresa, studiava ogni via per accelerare la partenza dell’amico mio, come solo rimedio alla sua violenta passione. Nè ebbi cuore di rivelarla a sua madre, la quale aveva già avuto molte altre dolorosissime prove dell’indole sua capace d’eccessi; e le dissi soltanto, ch’era un po’ malato, e che il mutar aria gli avrebbe certamente giovato. In quel tempo stesso incominciavano a inferocire in Venezia le persecuzioni. Non v’erano leggi; ma tribunali arbitrarj; non accusatori, non difensori; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Cos’è più l’universo? qual parte mai della terra potrà sostenermi senza Teresa? e mi pare di esserle lontano sognando. Ho avuto io tanta costanza? e m’è bastato il cuore di partire – così senza vederla? nè un bacio, nè un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla porta della sua casa, e di leggere nella mestizia del suo volto, che m’ama. Fuggo; e con che velocità ogni minuto mi porta ognor più lontano da lei. E intanto? quante care illusioni! ma io l’ho perduta. Non so più obbedire nè alla mia volontà, nè alla mia ragione, nè al mio cuore sbalordito: mi lascierò strascinare dal braccio prepotente del mio destino. Addio. Ferrara, 20 Luglio, a sera. Io traversava il Po e rimirava le immense sue acque, e più volte io fui per precipitarmi, e profondarmi, e perdermi per sempre. Tutto è un punto! – ah s’io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia morte costerebbe amarissime lagrime! Nè finirò così da codardo. Sosterrò tutta la mia sciagura; berrò fino all’ultima lagrima il pianto che mi fu assegnato dal Cielo; e quando le difese saranno vane, disperate tutte le passioni, tutte le forze consunte; quando io avrò coraggio di mirare la Morte in faccia, e ragionare pacatamente con lei, ed assaporare l’amaro suo calice, ed espiate le altrui lagrime, e disperato di rasciugarle – allora. Ma ora ch’io parlo non è forse tutto perduto? e non mi resta che la sola memoria e la certezza che tutto è perduto: – hai tu provata mai quella piena di dolore quando ci abbandonano tutte le speranze? Nè un bacio? nè addio! – bensì le tue lagrime mi seguiranno nella mia sepoltura. La mia salute, la mia sorte, il mio cuore, tu – tu! – insomma tutto congiura, ed io vi obbedirò tutti. Ore... E ho avuto cuore di abbandonarla? anzi ti ho abbandonata, o Teresa, in uno stato più deplorabile del mio. Chi sarà tuo consolatore? e tremerai al solo mio nome poichè t’ho fatto vedere io – io primo, io unico sull’aurora della tua vita, le tempeste e le tenebre della sventura; e tu, o giovinetta, non sei ancora sì forte nè da tollerare nè da fuggire la vita. Tu, per anche non sai che l’alba e la sera sono tutt’uno. – Ah nè io te lo voglio persuadere! – eppure non abbiamo più ajuto veruno dagli uomini, nessuna consolazione in noi stessi. Omai non so che supplicare il sommo Iddio, e supplicarlo co’ miei Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
E qui intendo di me – e però mi sto qui ora seduto a darvi ragguaglio del mio viaggio viaggio – fatto di necessità, e pour besoin de voyager quanto ogni altro di questa classe. Non già ch’io non mi sappia che in grazia dei miei viaggi e delle mie osservazioni, poichè le sono tutte di stampa affatto diversa da quelle de’ miei precursori, potrei aggiudicarmi una nicchia tutta mia propria – se non che romperei forse i confini sulla giurisdizione del viaggiatore vano, presumendo di farmi guardare dal popolo prima ch’io almeno non abbia alcun merito alquanto migliore della novità della mia vettura. Per ora il lettore mio si contenti, se da quanto potrà qui discernere e meditare s’abiliterà ad assegnarsi (s’ei fu mai viaggiatore) il luogo e il grado che più in questo catalogo gli si adatta – È sarà così men lontano di un passo dalla cognizione di sè medesimo; da che si potrebbe giurare che tutto ciò che egli aveva già inviscerato nell’anima, l’accompagnò in tutti i suoi viaggi, nè si sarà poscia sì fattamente alterato ch’ei non possa tuttavia ravvisarlo. Colui che primo trapiantava la vite di Borgogna al Capo di Buona Speranza (nota che era Olandese) non sognò mai di bere in Affrica di quel vino stesso spremuto su’ colli francesi da quella vite – non sono sogni da uomo flemmatico questi; – ma fuor di dubbio aspettavasi di bere un liquore vinoso; se poi squisito, scipito, o tollerabile, quel buon uomo non era sì nuovo de’ fatti di questo mondo da non sapere ch’ei non ci aveva che fare; ma che il successo pendeva tutto da quell’arbitro che comunemente chiamasi Caso. Ad ogni modo sperava; e così sperando, Mynheer per una presuntuosa fiducia nell’acume del proprio cervello e nella sagacità del suo accorgimento, arrischiava di capitombolare e con la sagacità e con l’acume nella sua nuova vigna, e denudando le sue vergogne farsi favola del paese. Così va per l’appunto pel povero viaggiatore navigante e posteggiante lungo i reami più colti del globo a caccia di cognizioni e incrementi. Cognizioni  e  incrementi  s’acquisteranno,  nol  niego,  navigando  e posteggiando  per  essi;  ma  se  utili  cognizioni,  e  incrementi  da  farne  poi capitale, qui tu getti le sorti – e bada, che ove tu sia avventuroso, poco frutto o nessuno ti daranno poi quegli acquisti, se tu non gli adoperi con sobrietà ed avvertenza – Ma perchè le sorti corrono a dismisura contrarie sì all’acquisto che all’uso, parmi che farebbe da savio chiunque impetrasse da sè  medesimo  di  viversi  pago  senza  cognizioni  e  incrementi  d’altri  paesi; massimamente ove egli abbia una patria che non n’ha penuria assoluta – e
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Oh quanti bassi modelli di laide suppliche andò lungo la via disegnando il servile mio cuore! Per ciascheduna di quelle servilità io mi meritava la Bastiglia davvero. Adunque quando fui in vista di Versailles rimanevami l’unico ripiego di rappezzare parole e sentenze e d’ideare attitudini e toni che mi conciliassero la buona grazia del signor duca – Or sì va bene, diss’io – Oh sì davvero! e mi ripigliai, bene! come l’abito che un presuntuoso sartore gli presentasse senza prima averlo attillato al suo dosso – Balordo! vedi in prima in viso monsieur le duc – esplora i caratteri che vi sono scolpiti – nota in che positura t’ascolta – considera l’abitudine del suo corpo e delle sue membra – E quanto al tono – il primo suono che gli esce di bocca te lo darà: ricava da tutto ciò un memoriale improvviso, nè potrà dispiacergli – anzi è verosimile ch’ei l’assapori poichè gl’ingredienti saranno suoi. Eppure! vorrei esserne fuori, diss’io – E torna, codardo! codardo! quasi che in tutto il cerchio del globo il mortale non fosse eguale al mortale? E s’egli  è  eguale  nel  campo,  perchè  non  anche  a  tu  per  tu  in  una  stanza? Credimi, Yorick: chi si tiene dappoco, è traditore di sè stesso: la natura è avara alle volte d’alcuna difesa all’uomo; ma l’uomo butta via le altre dieci ch’essa gli ha dato. Presentati al duca con la Bastiglia sul viso – ci giuoco la vita che tu in mezz’ora sei rimandato a Parigi, e scortato. Credo, risposi – me n’andrò dunque, giuro a Dio! con tanta ilarità e disinvoltura che nulla più. – E qui pure tu sbagli, replicai tosto – Yorick, un’anima in calma non corre agli estremi – sta equabile nel suo centro – Egregiamente! esclamai – e in quella il cocchiere dava la volta verso la porta; e tanto ch’egli girò nel cortile e si fermò su la soglia, mi trovai sì ben convertito dalla mia predica, ch’io saliva le scale, nè come la vittima della giustizia che va su l’ultimo gradino a morire – nè in un paio di salti come quand’io volo, o Elisa, a te per rivivere. Presentandomi  all’anticamera  mi  si  fe’  incontro  un  tale  –  forse  il maître–d’hôtel – ma l’avresti creduto piuttosto uno de’ vice segretari; e mi disse che monseigneur era affaccendato. – Ignoro al tutto, diss’io, con quali formalità s’ottenga udienza: sono mal pratico, e forestiere; e il peggio nelle congiunture d’oggi si è ch’io sono inglese – Ciò non fa caso, mi rispos’egli – me gli inchinai appena, soggiungendo ch’io aveva da parlare d’importanza a monsieur le duc. Il segretario gittò l’occhio verso le scale quasi volesse
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Figlio di Roma, e non ingrato, io l’amo più che me stesso: e Roma, il dì che salva dall’empia man di Catilina io l’ebbi, padre chiamommi. In rimembrarlo, ancora di tenerezza e gratitudin sento venirne il dolce pianto sul mio ciglio. Sempre il pubblico ben, la pace vera, la libertà, fur la mia brama; e il sono. Morire io solo, e qual per Roma io vissi, per lei deh possa! oh qual mi fia guadagno, s’io questo avanzo di una trista vita per lei consunta, alla sua pace io dono! — Pel vero io parlo; e al canuto mio crine creder ben puossi. Il mio parlar non tende, né a più inasprir chi dagli oltraggi molti sofferti a lungo, inacerbita ha l’alma già di bastante, ancor che giusto, sdegno; né a più innalzare il già soverchio orgoglio di chi signor del tutto omai si tiene. A conciliar (che ancor possibil fora) col ben di ognuno il ben di Roma, io parlo. — Già vediam da gran tempo i tristi effetti
Bruto secondo di Vittorio Alfieri
Dell’ambizione Quel possente stimolo, per cui tutti gli uomini, qual più qual meno, ricercando vanno di farsi maggiori degli altri, e di sè; quella bollente passione, che produce del pari e le più gloriose e le più abbominevoli imprese; l’ambizione in somma, nella tirannide non perde punto della sua attività, come tante altre nobili passioni dell’uomo, che in un tal governo intorpidite rimangono  e  nulle.  Ma,  l’ambizione  nella  tirannide,  trovandosi  intercette tutte le vie e tutti i fini virtuosi e sublimi, quanto ella è maggiore, altrettanto più vile riesce e viziosa. Il più alto scopo dell’ambizione in chi è nato non libero, sì è di ottenere una qualunque parte della sovrana autorità: ma in ciò quasi del tutto si assomigliano e le tirannidi e le più libere e virtuose repubbliche. Tuttavia, quanto diversa sia quell’autorità parimente desiata, quanto diversi i mezzi per ottenerla, quanto diversi i fini allor quando ottenuta siasi, ciascuno per sè stesso lo vede. Si perviene ad un’assoluta autorità nella tirannide, piacendo, secondando, e assomigliandosi al tiranno: un popolo libero non concede la limitata e passeggera autorità, se non se a una certa virtù, ai servigj importanti resi alla patria, all’amore del ben pubblico in somma, attestato coi fatti. Nè i tutti possono volere altro utile mai, che quello dei tutti; nè altri premiare, se non quelli che arrecano loro quest’utile. È vero nondimeno, che possono i tutti alle volte ingannarsi, ma per breve tempo; e l’ammenda del loro errore sta in essi pur sempre. Ma il tiranno, che è uno solo, ed un contra tutti, ha sempre un interesse non solamente diverso, ma per lo più direttamente opposto a quello di tutti: egli dee dunque rimunerare chi è utile  a  lui;  e  quindi,  non  che  premiare,  perseguitare  e  punire  debb’egli chiunque veramente tentasse di farsi utile a tutti. Ma, se il caso pure volesse che il bene di quell’uno fosse ad un tempo in qualche parte il bene di tutti, il tiranno nel rimunerarne l’autore pretesterebbe forse il ben pubblico; ma, in essenza, egli ricompenserebbe il servigio prestato al suo privato interesse. E così colui, che avrà per caso servito lo stato (se pure una tirannide può dirsi mai stato, e se giovar si può ai servi, non liberandoli prima d’ogni cosa dalla lor servitù) colui pur sempre dirà, ch’egli ha servito il tiranno; svelando con queste parole o il vile suo animo, o il suo cieco intelletto. Ed il tiranno stesso, ove la paura sua, e la dissimulazione che n’è figlia, non gli vadano rammentando che si dee pur nominare, almeno per la forma, lo stato; il tiranno anch’egli dirà, per inavvertenza, di aver premiato i servigj prestati a lui stesso. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 23 Vittorio Alfieri   Della Tirannide   Libro primo � Così Giulio Cesare scrittore, parlando di Giulio Cesare capitano, e futuro tiranno, si lasciava sfuggir dalla penna le seguenti parole: Scutoque ad eum (ad Caesarem) relato Scaevae Centurionis, inventa sunt in eo foramina CCXXX: quem Caesar, ut erat DE SE meritus et de republica, donatum millibus ducentis, etc8 Si vede in questo passo dalle parole,  DE SE meritus, quanto il buon Cesare,  essendosi  pure  prefisso  nei  suoi  commentarj  di  non  parlar  di  sè stesso se non alla terza persona, ne parlasse qui inavvertentemente alla prima; e talmente alla prima, che la parola de republica non veniva che dopo la parola  DE SE, quasi per formoletta di correzione. In tal modo scriveva e pensava il più magnanimo di tutti i tiranni, allor quando non si era ancor fatto tale; quando egli stava ancora in dubbio se potrebbe riuscir nella impresa: ed era costui nato e vissuto cittadino fino a ben oltre gli anni quaranta. Ora, che penserà e dirà egli su tal punto un volgare tiranno? colui, che nato, educato tale, certo di morire sul trono, se ne vive fino alla sazietà nauseato di non trovar mai ostacoli a qualunque sua voglia? Risulta, mi pare, da quanto ho detto fin qui; che l’ottenere il favore di un solo attesta pur sempre più vizj che virtù in colui che l’ottiene; ancorchè quel solo che lo accorda, potesse esser virtuoso; poichè, per piacere a quel solo, bisogna pur essere o mostrarsi utile a lui, mentre la virtù vuole che l’uomo pubblico evidentemente sia utile al pubblico. E parimente risulta dal fin qui detto; che l’ottenere il favore di un popolo libero, ancorchè corrotto sia egli, attesta nondimeno necessariamente in chi l’ottiene, alcuna capacità e virtù; poichè, per piacere a molti ed ai più, bisogna manifestamente essere o farsi credere, utile a tutti; cosa, che, o da vera o da finta intenzione ella nasca, sempre a ogni modo richiede una tal quale capacità e virtù. In vece che il mostrarsi piacevole ed utile a un solo potente col fine di usurparsi una parte della di lui potenza, richiede sempre e viltà di mezzi, e picciolezza di animo, e raggiri, e doppiezze, e iniquità moltissime, per competere e soverchiare i tanti altri concorrenti per lo stesso mezzo ad una cosa stessa. E quanto asserisco, mi sarà facile il provar con esempj. Erano già molto corrotti i Romani, e già già vacillava la lor libertà, allorchè Mario, guadagnati a sè i suffragj  del  popolo,  si  facea  console  a  dispetto  di  Silla  e  dei nobili. Ma si consideri bene quale si fosse codesto Mario; quali e quante virtù egli avesse già manifestate e nel foro e nel campo; e tosto si vedrà che il popolo giustamente lo favoriva, poichè (secondo le circostanze ed i tempi) le virtù sue soverchiavano di molto i suoi vizj. Erano i Francesi, non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
di tutti al bene d’un solo, e la verità ad ogni cosa. E, nell’avere io definita la politica onestà, parmi di aver largamente provato il mio assunto. Se il tiranno stesso non vuole, e non può volere, il vero ed intero ben pubblico, il quale sarebbe immediatamente la distruzione della sua propria potenza, è egli credibile che lo potrà mai volere, ed operare, colui che precariamente lo rappresenta? colui, che un capriccio ed un cenno aveano quasi collocato sul trono, e che un capriccio ed un cenno ne lo precipitano? Che il ministro poi non può essere privatamente uomo onesto, intendendo per privata onestà la costumatezza e la fede, si potrebbe pur anche ampiamente  provare,  e  con  ragioni  invincibili:  ma  i  ministri  stessi,  colle  loro opere, tutto dì ce lo provano assai meglio che nessuno scrittore provarlo potrebbe con le parole. Si osservi soltanto, che non esiste ministro nessuno che voglia perder la carica; che niuna carica è più invidiata della sua; che niun uomo ha più nemici di lui, nè più calunnie, o vere accuse, da combattere: ora, se la virtù per sè stessa possa in un governo niente virtuoso resistere con una forza non sua al vizio, al raggiro, e all’invidia, ne lascio giudice ognuno. Dalla potenza illimitata del tiranno trasferita nel di lui ministro, si viene a produrre la prepotenza; cioè l’abuso di un potere abusivo già per sè stesso. Crescono la potenza e l’abuso ogniqualvolta vengono innestati nella persona di un suddito, perchè questo tiranno elettivo e casuale si trova costretto a difendere con quella potenza il tiranno ereditario e sè stesso. Una persona di più da difendersi, richiede necessariamente più mezzi di difesa; e un’autorità più illegittima, richiede mezzi più illegittimi. Perciò la creazione, o l’intrusione  di  questo  personaggio  nella  tirannide,  si  dee  senza  dubbio riputare come la più sublime perfezione di ogni arbitraria potestà. Ed eccone in uno scorcio la prova. Il tiranno, che non si è mai creduto nè visto nessun eguale, odia per innato timore l’universale dei sudditi suoi; ma non ne avendo egli mai ricevuto ingiurie private, gl’individui non odia. La spada sta dunque, fin ch’egli stesso la tiene, in mano di un uomo, che per non  essere  stato  offeso,  non  sa  cui  ferire.  Ma,  tosto  ch’egli  cede  questo prezioso  e  terribile  simbolo  dell’autorità  ad  un  suddito,  che  si  è  veduto degli eguali, e dei superiori; ad uno, che, per essere sommamente iniquo ed odioso, dee sommamente essere odiato dai molti e dai più; chi ardirà mai credere allora, o asserire, o sperare che costui non ferisca?
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Con quale governo gioverebbe più di supplire alla tirannide Ma, già già mille altre obbiezioni non meno importanti m’insorgono d’ogni intorno: e queste saranno le ultime alle quali io mi creda in dovere di alquanto rispondere. “Più facil cosa è il biasimare e il distruggere, che non il rettificare e creare. Che la tirannide sia un governo esecrabile e vizioso in sè stesso, già ben lo sapevano tutti coloro che stupidi affatto non sono; e per quelli che il sono, inutilissimo era il dimostrarlo. Le storie tutte fanno fede della massima instabilità dei liberi governi: onde riesce cosa intieramente vana il dimostrare che non si dee soffrir la tirannide, se infallibili mezzi non s’insegnano per eternare la libertà”. Queste, o simili obbiezioni (che ne potrei riempire inutilmente le pagine) è assai facile il farle, e non così facile l’impugnarle. Quanto alla prima, rispondo di volo; che io non credo niente inutile il dimostrare ai non affatto stupidi, non già che la tirannide sia un governo esecrabile e vizioso in sè stesso, poich’essi dicono di saperlo, ma che quella specie di governo sotto cui essi vivono, e che sotto il blandissimo nome di monarchia si vanno godendo, altro in fatti non è se non una intera e schietta tirannide, accomodata ai tempi; tirannide niente meno insultante e gravosa per gli uomini che qualsivoglia altra antica od asiatica, ma assai più saldamente fondata, e assai più durevole quindi e fatale. Alla seconda obbiezione mi conviene rispondere alquanto più lungamente. Il dimostrare qual sia il male, quali ne siano le cagioni, i mezzi, ed in parte gli  effetti,  vien  certamente  ad  essere  un  tacito  insegnamento  di  ciò  che potrebbe essere il bene; che in tutto è il contrario del male. “Se dunque venisse fatto pur mai di estirpar la tirannide in alcuna ragguardevol parte di Europa, come per esempio in tutta la Italia, qual tempra di governo vi si potrebb’egli introdurre, che non venisse dopo alcun tempo a ricadere in tirannide di uno o di più?” Se io, colla dovuta modestia e coscienza delle poche mie proprie forze, mi fo a rispondere a questo importante quesito, dico; che quando si ritrovasse l’Italia nelle circostanze a ciò necessarie, quegl’Italiani che a quei tempi si troveranno aver meglio letto e considerato tutto ciò che da Platone in poi è stato scoperto e insegnato da tanti uomini sommi circa alla meno viziosa forma dei governi; quegl’Italiani d’allora, che avran meglio studiato e conosciuto nelle diverse storie, e nei diversi paesi dello stesso lor secolo, la natura, l’indole, i costumi, e le passioni degli uomini; quelli soli potranno allora con adequato senno provvedere a ciò che operare allor si dovrebbe pel meglio; cioè, pel meno male. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 86 Vittorio Alfieri   Della Tirannide   Libro secondo � Se io, all’incontro, presuntuosamente rispondere volessi al quesito, mi troverei costretto di farlo col pormi ad un’altra opera, e intitolarla DELLA REPUBBLICA;  nella  quale  individuatamente  ed  a  lungo  mi  proverei  a ragionare su tale materia. Ma, quando pur anche mi credessi io di avere e senno,  e  lumi,  e  dottrina,  ed  ingegno  da  ciò;  bisognerebbe  nondimeno sempre, che io (per non acquistarmi gratuitamente alla prima il nome di stolto) in fronte di un tal libro mi protestassi, ch’ella è impossibil cosa fra gli uomini di nulla stabilir di perfetto e d’inalterabile; e principalmente in un tal genere di cose, che richiedendo continuamente sforzo e virtù, (atteso il contrario e continuo impulso della umana natura, che assai più è propensa al bene dei privati individui, e quindi tosto al male di tutti o dei più) vanno insensibilmente ogni giorno menomandosi e corrompendosi per sè stesse. E sarei anche sforzato in quella mia prefazione di aggiungervi, che quegli ordini che convengono ad uno stato, disconvengono spessissimo all’altro; che  quelli  che  bene  si  adattano  al  principiare  di  uno  stato  novello,  non operano poi abbastanza nel progredire, e alle volte anzi nuocono nel continuare; che il cangiargli a seconda col cangiarsi degli uomini dei costumi e dei tempi, ella è cosa altrettanto necessaria, quanto impossibile a prevedersi, e difficilissima ad eseguirsi in tempo. E mille e mille altre simili cose io mi  troverei  costretto  a  premettere  a  quella  REPUBBLICA  mia;  le  quali cose per essere già state dette meglio ch’io non le direi mai, massimamente da quel nostro divino ingegno del Machiavelli, non solamente inutili per sè stesse  riuscirebbero,  ma  pur  troppo,  contra  l’intenzione  dell’autore,  una preventiva  dimostrazione  sarebbero  della  inutilità  di  un  tal  libro.  E  per quanto poi quella mia teorica repubblica potesse parer saggia, ragionata, e adattabile a’ tempi, luoghi, religioni, opinioni, e costumi diversi; ella non verrebbe tuttavia mai ad essere eseguibile in nessunissimo cantuccio della terra,  senza  quivi  prima  ricevere  da  un  saggio  legislatore  effettivo  quelle tante e tali modificazioni e mutazioni, che necessarie sarebbero per quella data effettiva società; la quale certamente in alcuna cosa differirà da alcuna delle  supposizioni  dell’ideale  legislatore.  Ma  quando  anche  poi  una  tale scritta repubblica venisse effettivamente nel suo intero adattata ad un qualche popolo, tutta la umana saviezza (non che la pochissima mia) non perverrebbe pur mai a stabilirvi in tal modo un governo, che il caso, cioè un avvenimento non preveduto, non avesse la forza di poterlo inaspettatamente assai peggiorare, come anche di poter migliorarlo, o mutarlo, o affatto distruggerlo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Introduzione Il parlare, e molto più lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso. Io dunque non voglio a questa mia Vita far precedere né deboli scuse, né false o illusorie ragioni, le quali non mi verrebbero a ogni modo punto credute da altri; e della mia futura veracità in questo mio scritto assai mal saggio darebbero. Io perciò ingenuamente confesso, che allo stendere la mia propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie più gagliarda d’ogni altra, l’amore di me medesimo; quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti; ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono. Ed è questo dono una preziosissima cosa; poiché da esso ogni alto operare dell’uomo proviene, allor quando all’amor di sé stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un illuminato trasporto pel vero ed il bello, che non son se non uno. Senza proemizzare dunque più a lungo sui generali, io passo ad assegnare le ragioni per cui questo mio amor di me stesso mi trasse a ciò fare; e accennerò quindi il modo con cui mi propongo di eseguir questo assunto. Avendo  io  oramai  scritto  molto,  e  troppo  più  forse  che  non  avrei dovuto, è cosa assai naturale che alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie opere (se non tra’ miei contemporanei, tra quelli almeno che vivran dopo) avranno qualche curiosità di sapere qual io mi fossi. Io ben posso ciò credere, senza neppur troppo lusingarmi, poiché di ogni altro autore anche minimo quanto al valore, ma voluminoso quanto all’opere, si vede  ogni  giorno  e  scrivere  e  leggere,  o  vendere  almeno,  la  vita.  Onde, quand’anche nessun’altra ragione vi fosse, è certo pur sempre che, morto io, un qualche libraio per cavare alcuni più soldi da una nuova edizione delle mie opere, ci farà premettere una qualunque mia vita. E quella verrà verisimilmente scritta da uno che non mi aveva o niente o mal conosciuto, che avrà radunato le materie di essa da fonti o dubbi o parziali; onde codesta vita per certo verrà ad essere, se non altro, alquanto meno verace di quella che posso dare io stesso. E ciò tanto più, perché lo scrittore a soldo dell’editore suol sempre fare uno stolto panegirico dell’autore che si ristampa, stimando ambedue di dare così più ampio smercio alla loro comune mercanzia. Affinché questa mia vita venga dunque tenuta per meno cattiva e alquanto più vera, e non meno imparziale di qualunque altra verrebbe scritta da altri dopo di me; io, che assai più largo mantenitore che non promettitore fui sempre, mi impegno qui con me stesso, e con chi vorrà leggermi, di disappassionarmi per quanto all’uomo sia dato; e mi vi impegno, perché
Vita di Vittorio Alfieri
locanda che una educazione, poiché a niuna regola erano astretti, se non se al ritrovarsi la sera in casa prima della mezza notte. Del resto, andavano, e a corte,  e  ai  teatri,  e  nelle  buone  e  nelle  cattive  compagnie,  a  loro  intero piacimento. E per supplizio maggiore di noi poverini del Secondo e Terzo Appartamento, la distribuzione locale portava che ogni giorno per andare alla nostra cappella alla messa, ed alle scuole di ballo, e di scherma, dovevamo passare per le gallerie del Primo Appartamento, e quindi vederci continuamente in su gli occhi la sfrenata e insultante libertà di quegli altri; durissimo  paragone  colla  severità  del  nostro  sistema,  che  chiamavamo andantemente galera. Chi fece quella distribuzione era uno stolido, e non conosceva punto il cuore dell’uomo; non si accorgendo della funesta influenza  che  doveva  avere  in  quei  giovani  animi  quella  continua  vista  di tanti proibiti pomi. Capitolo secondo Primi studi, pedanteschi, e mal fatti. Io era dunque collocato nel Terzo Appartamento, nella camerata detta di mezzo; affidato alla guardia di quel servitore Andrea, che trovatosi così padrone di me senza avere né la madre, né lo zio, né altro mio parente che lo frenasse, diventò un diavolo scatenato. Costui dunque mi tiranneggiava per  tutte  le  cose  domestiche  a  suo  pieno  arbitrio.  E  così  l’assistente  poi faceva di me, come degli altri tutti, nelle cose dello studio, e della condotta usuale. Il giorno dopo il mio ingresso nell’Accademia, venne da quei professori esaminata la mia capacità negli studi, e fui giudicato per un forte quartano, da poter facilmente in tre mesi di assidua applicazione entrare in terza. Ed in fatti mi vi accinsi di assai buon animo, e conosciuta ivi per la prima volta l’utilissima gara dell’emulazione, a competenza di alcuni altri anche maggiori di me per età, ricevuto poi un nuovo esame nel novembre, fui  assunto  alla  classe  di  terza.  Era  il  maestro  di  quella  un  certo  don Degiovanni; prete, di forse minor dottrina del mio buon Ivaldi; e che aveva inoltre  assai  minore  affetto  e  sollecitudine  per  i  fatti  miei,  dovendo  egli badare alla meglio, e badandovi alla peggio, a quindici, o sedici suoi scolari, che tanti ne avea. Tirandomi così innanzi in quella scoluccia, asino, fra asini, e sotto un asino, io vi spiegava il Cornelio Nipote, alcune egloghe di Virgilio, e simili; vi si facevano certi terni sguaiati e sciocchissimi; talché in ogni altro colle-
Vita di Vittorio Alfieri
Primo viaggio. Milano, Firenze, Roma. La mattina del dì 4 ottobre 1766, con mio indicibile trasporto, dopo aver tutta notte farneticato in pazzi pensieri senza mai chiuder occhio, partii per quel tanto sospirato viaggio. Eramo una carrozzata dei quattro padroni, ch’io individuai, un calesse con due servitori, du’ altri a cassetta della nostra carrozza, ed il mio cameriere a cavallo da corriere. Ma questi non era già quel vecchiotto datomi a guisa di aio tre anni prima, ché quello lo lasciai a  Torino.  Era  questo  mio  nuovo  cameriere,  un  Francesco  Elia,  stato  già quasi vent’anni col mio zio, e dopo la di lui morte in Sardegna, passato con me. Egli aveva già viaggiato col suddetto mio zio, due volte in Sardegna, ed in Francia, Inghilterra, ed Olanda. Uomo di sagacissimo ingegno, di un’attività non comune, e che valendo egli solo più che tutti i nostri altri quattro servitori presi a fascio, sarà d’ora in poi l’eroe protagonista della commedia di questi miei viaggi; di cui egli si trovò immediatamente essere il solo e vero nocchiero, stante la nostra totale incapacità di tutti noi altri otto, o bambini, o vecchi rimbambiti. La prima stazione fu di circa quindici giorni in Milano. Avendo io già visto Genova due anni prima, ed essendo abituato al bellissimo locale di Torino, la topografia milanese non mi dovea, né potea piacer niente. Alcune cose che vi sarebbero pur da vedersi, io o non vidi, o male ed in fretta, e da quell’ignorantissimo e svogliato ch’io era d’ogni utile o dilettevole arte. E mi ricordo, tra l’altre, che nella Biblioteca Ambrosiana, datomi in mano dal bibliotecario non so più quale manoscritto autografo del Petrarca, da vero barbaro Allobrogo, lo buttai là, dicendo che non me n’importava nulla. Anzi, in fondo del cuore, io ci aveva un certo rancore con codesto Petrarca; perché alcuni anni prima, quando io era filosofo, essendomi capitato un Petrarca alle mani, l’aveva aperto a’ caso da capo, da mezzo, e da piedi, e per tutto lettine, o compitati alcuni pochi versi, in nessun luogo aveva inteso nulla, né mai raccapezzato il senso; onde l’avea sentenziato, facendo coro coi Francesi e con tutti gli altri ignoranti presuntuosi; e tenendolo per un seccatore, dicitor di arguzie e freddure, aveva poi così ben accolto i suoi preziosissimi manoscritti.
Vita di Vittorio Alfieri
Del resto, essendo io partito per quel viaggio d’un anno, senza pigliar meco altri libri che alcuni Viaggi d’Italia, e questi tutti in lingua francese, io mi avviava sempre più alla total perfezione della mia già tanto inoltrata barbarie. Coi compagni di viaggio si conversava sempre in francese, e così in alcune case milanesi dove io andava con essi, si parlava pur sempre francese; onde quel pochin pochino ch’io andava pur pensando e combinando nel mio povero capino, era pure vestito di cenci francesi; e alcune letteruzze ch’io andava scrivendo, erano in francese; ed alcune memoriette ridicole ch’io andava schiccherando su questi miei viaggi, eran pure in francese; e il tutto alla peggio, non sapendo io questa linguaccia se non se a caso; non mi ricordando più di nessuna regola ove pur mai l’avessi saputa da prima; e molto meno ancora sapendo l’italiano, raccoglieva così il frutto dovuto della disgrazia primitiva del nascere in un paese anfibio, e della valente educazione ricevutavi. Dopo un soggiorno di due settimane in circa, si partì di Milano. Ma siccome quelle mie sciocche Memorie sul viaggiofurono ben presto poi da me stesso corrette con le debite fiamme, non le rinnoverò io qui certamente, col particolarizzare oltre il dovere questi miei viaggi puerili, trattandosi di paesi tanto noti; onde, o nulla o pochissimo dicendo delle diverse città, ch’io, digiuno di ogni bell’arte, visitai come un Vandalo, anderò parlando di me stesso, poiché pure questo infelice tema, è quello che ho assunto in quest’opera. Per la via di Piacenza, Parma, e Modena, si giunse in pochi giorni a Bologna;  né  ci  arrestammo  in  Parma  che  un  sol  giorno,  ed  in  Modena poche ore, al solito senza veder nulla, o prestissimo e male quello che ci era da vedersi. Ed il mio maggiore, anzi il solo piacere ch’io ricavassi dal viaggio,  era  di  ritrovarmi  correndo  la  posta  su  le  strade  maestre,  e  di  farne alcune, e il più che poteva, a cavallo da corriere. Bologna, e i suoi portici e frati, non mi piacque gran cosa; dei suoi quadri non ne seppi nulla; e sempre incalzato da una certa impazienza di luogo, io era lo sprone perpetuo del nostro aio antico, che sempre lo instigava a partire. Arrivammo a Firenze in fin d’ottobre; e quella fu la prima città, che a luoghi mi piacque, dopo la partenza di Torino; ma mi piacque pur meno di Genova, che aveva vista due anni prima. Vi si fece soggiorno per un mese; e là pure, sforzato dalla fama del luogo, cominciai a visitare alla peggio la Galleria, e il Palazzo Pitti, e varie chiese; ma il tutto con molta nausea, senza nessun senso del bello;
Vita di Vittorio Alfieri
Tra  queste  dolci  e  nobili  occupazioni,  che  dilettandomi  pure, accresceano nondimeno notabilmente la mia taciturnità, malinconia e nausea d’ogni comune divertimento, il mio cognato mi andava continuamente istigando di pigliar moglie. Io, per natura, sarei stato inclinatissimo alla vita casereccia; ma l’aver veduta l’Inghilterra in età di diciannove anni, e l’aver caldamente letto e sentito Plutarco all’età di venti anni, mi ammonivano, ed inibivano di pigliar moglie e di procrear figli in Torino. Con tutto ciò la leggerezza di quella stessa età mi piegò a poco a poco ai replicati consigli, ed acconsentii che il cognato trattasse per me il matrimonio con una ragazza erede, nobilissima, e piuttosto bellina, con occhi nerissimi che presto mi avrebbero fatto smettere il Plutarco, nello stesso modo che Plutarco forse avea indebolito in me la passione della bella olandese. Ed io confesserò di aver avuto in quel punto la viltà di desiderare la ricchezza più ancora che la bellezza di codesta ragazza; speculando in me stesso, che l’accrescere circa di metà la mia entrata mi porrebbe in grado di maggiormente fare quel che si dice nel mondo buona figura. Ma la mia buona sorte mi servì in questo affare  assai  meglio  che  il  mio  debile  e  triviale  giudizio,  figlio  d’infermo animo. La ragazza, che da bel principio avrebbe inclinato a me, fu svolta da una sua zia a favore d’altro  giovinotto signore, il quale essendo figlio di famiglia con molti fratelli, e zii, veniva ad essere allora assai men comodo di me, ma godeva di un certo favore in corte presso il duca di Savoia erede presuntivo del trono, di cui era stato paggio, e dal quale ebbe in fatti poi quelle grazie che comporta il paese. Oltre ciò, il giovine era di un’ottima indole, e di un’amabile costumatezza. Io, al contrario,aveva taccia di uomo straordinario  in  mal  senso,  poco  adattandomi  al  pensare,  ai  costumi,  al pettegolezzo, e al servire del mio paese, e non andando abbastanza cauto nel biasimare e schernire quegli usi; cosa, che (giustamente a dir vero) non si perdona. Io fui dunque solennemente ricusato, e mi fu preferito il suddetto  giovine.  La  ragazza  fece  ottimamente  per  il  bene  suo,  poiché  ella felicissimamente passò la vita in quella casa dove entrò; e fece pure ottimamente per l’util mio, poiché se io incappava in codesto legame di moglie e figli, le Muse per me certamente eran ite. Io da quel rifiuto ne ritrassi ad un tempo pena e piacere; perché mentre si trattava la cosa io spessissimo provava dei pentimenti, e ne avea una certa vergogna di me stesso che non esternava, ma non la sentiva perciò meno; arrossendo in me medesimo di ridurmi per danari a far cosa che era contro il mio intimo modo di pensare.
Vita di Vittorio Alfieri