suffragio

[suf-frà-gio]
In sintesi
voto, volontà; approvazione, favore
← dal lat. suffragĭu(m), deriv. di suffragāri; cfr. suffragare.
1
POLIT Voto, espressione della propria volontà per elezione || Diritto di suffragio, diritto di voto || Suffragio diretto, diritto di eleggere, con il proprio voto e senza deleghe o passaggi intermedi, i componenti di un determinato organo || Suffragio indiretto, diritto di eleggere un gruppo ristretto di rappresentanti o delegati aventi diritto, a loro volta, di eleggere i componenti di un determinato organo || Suffragio ristretto, diritto di voto concesso soltanto ad alcune categorie di cittadini, scelti in base a determinati requisiti || Suffragio universale, diritto di voto riconosciuto a ogni cittadino maggiorenne che goda dei diritti civili, senza discriminazioni legate a sesso, censo o grado d'istruzione
2
estens. Parere favorevole a qualcuno o qualcosa: dare, negare il s. a un'iniziativa
3
RELIG Nella pratica cattolica, complesso di atti devoti e caritatevoli offerti dai vivi per ottenere da Dio la remissione dei peccati alle anime del Purgatorio: una messa di s.

Citazioni
missionario anche lo scellerato, perchè vi trova il proprio interesse. Quindi i  suffragi  degli  uomini  divennero  non  solo  utili,  ma  necessari,  per  non cadere al disotto del comune livello. Quindi se l’ambizioso gli conquista come utili, se il vano va mendicandoli come testimoni del proprio merito, si vede l’uomo d’onore esigerli come necessari. Quest’onore è una condizione  che  moltissimi  uomini  mettono  alla  propria  esistenza.  Nato  dopo  la formazione della società, non potè esser messo nel comune deposito, anzi è un instantaneo ritorno nello stato naturale e una sottrazione momentanea della  propria  persona  da  quelle  leggi  che  in  quel  caso  non  difendono bastantemente un cittadino. Quindi e nell’estrema libertà politica e nella estrema dipendenza spariscono le idee dell’onore, o si confondono perfettamente con altre: perchè nella  prima  il  dispotismo  delle  leggi  rende  inutile  la  ricerca  degli  altrui suffragi; nella seconda, perchè il dispotismo degli uomini, annullando l’esistenza civile, gli riduce ad una precaria e momentanea personalità. L’onore è dunque uno dei principii fondamentali di quelle monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura, ed un ricordo al padrone dell’antica uguaglianza.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Capitolo X Dei duelli Da questa necessità degli altrui suffragi nacquero i duelli privati, ch’ebbero appunto la loro origine nell’anarchia delle leggi. Si pretendono sconosciuti all’antichità, forse perchè gli antichi non si radunavano sospettosamente armati nei tempii, nei teatri e cogli amici; forse perchè il duello era uno spettacolo ordinario e comune che i gladiatori schiavi ed avviliti davano al popolo, e gli uomini liberi sdegnavano d’esser creduti e chiamati gladiatori coi privati combattimenti. Invano gli editti di morte contro chiunque accetta un duello hanno cercato estirpare questo costume, che ha il suo fondamento in ciò che alcuni uomini temono più che la morte, poichè privandolo degli altrui  suffragi,  l’uomo  d’onore  si  prevede  esposto  o  a  divenire  un  essere meramente solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, ovvero a divenire il bersaglio degl’insulti e dell’infamia, che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena. Per qual motivo il minuto popolo non duella per lo più come i grandi? Non solo perchè è disarmato, ma perchè la necessità degli altrui suffragi è meno comune nella plebe che in coloro che, essendo più elevati, si guardano con maggior sospetto e gelosia. Non è inutile il ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di prevenire questo delitto è di punire l’aggressore, cioè chi ha dato occasione al duello, dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l’opinione, ed ha dovuto mostrare a’ suoi concittadini ch’egli teme le sole leggi e non gli uomini.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Capitolo XXIII Infamia Le ingiurie personali e contrarie all’onore, cioè a quella giusta porzione di suffragi che un cittadino ha dritto di esigere dagli altri, debbono essere punite coll’infamia. Quest’infamia è un segno della pubblica disapprovazione che priva il reo de’ pubblici voti, della confidenza della patria e di quella quasi fraternità che la società inspira. Ella non è in arbitrio della legge. Bisogna dunque che l’infamia della legge sia la stessa che quella che nasce dai rapporti delle cose, la stessa che la morale universale, o la particolare dipendente dai sistemi particolari, legislatori delle volgari opinioni e di quella tal nazione che inspirano. Se l’una è differente dall’altra, o la legge perde la pubblica venerazione, o l’idee della morale e della probità svaniscono,  ad  onta  delle  declamazioni  che  mai  non  resistono  agli  esempi.  Chi dichiara infami azioni per sè indifferenti sminuisce l’infamia delle azioni che son veramente tali. Le pene d’infamia non debbono essere nè troppo frequenti nè cadere sopra un gran numero di persone in una volta: non il primo, perchè gli effetti reali e troppo frequenti delle cose d’opinione indeboliscono la forza della opinione medesima, non il secondo, perchè l’infamia di molti si risolve nella infamia di nessuno. Le  pene  corporali  e  dolorose  non  devono  darsi  a  quei  delitti  che, fondati sull’orgoglio, traggono dal dolore istesso gloria ed alimento, ai quali convengono il ridicolo e l’infamia, pene che frenano l’orgoglio dei fanatici coll’orgoglio degli spettatori e dalla tenacità delle quali appena con lenti ed ostinati  sforzi  la  verità  stessa  si  libera.  Così  forze  opponendo  a  forze  ed opinioni ad opinioni il saggio legislatore rompa l’ammirazione e la sorpresa nel popolo cagionata da un falso principio, i ben dedotti conseguenti del quale sogliono velarne al volgo l’originaria assurdità. Ecco la maniera di non confondere i rapporti e la natura invariabile delle cose, che non essendo limitata dal tempo ed operando incessantemente, confonde e svolge tutti i limitati regolamenti che da lei si scostano. Non sono le sole arti di gusto e di piacere che hanno per principio universale l’imitazione fedele della natura, ma la politica istessa, almeno la vera e la durevole, è soggetta a questa massima generale, poichè ella non è altro che l’arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili degli uomini.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
voluto dormire una seconda volta per tutto l’oro del mondo. Allora anche coloro i quali s’erano mostrati più increduli cominciarono ad informarsi e del come e del quando, e Maso raccontò quello che non avea voluto dire per timore di farsi dar la baia dai più coraggiosi. Da più di un mese avea udito rumore anche nel tinello, e s’era accorto che gli spiriti facevano man bassa sulla credenza. A poco a poco raccontò pure quel che avea visto. – Visto? – Sì, madonna; sospettando che alcuno dei guatteri gli giocasse quel tiro, si appostò nell’andito, dietro il tinello, col suo gran coltellaccio alla cintola, e attese la mezzanotte, ora in cui solevasi udire il rumore. Quando tutt’a ad un tratto – non si udiva ronzare nemmeno una mosca – si vede comparir dinanzi un gran fantasma bianco, il quale gli arriva addosso senza dire né ahi né ohi, e gli passa rasente senza fare altro rumore di quel che possa fare un topo che va a caccia del formaggio vecchio. Il povero cuoco non volle saperne altro, e fu per farne una bella e buona malattia. – Ah! disse la baronessa ridendo. E cosa fece in seguito? – Non fece nulla, fece acqua in bocca, andò a confessarsi, a comunicarsi, ed ogni sera, prima di mettersi in letto, non mancava di farsi due volte la croce anziché una volta, e di raccomandarsi ben bene a tutte le anime del purgatorio che sogliono gironzare la notte, in busca di requiem e di suffragi. – Giacché sono degli spiriti i quali rubano in tinello come dei gatti affamati  o  dei  guatteri  ladri,  se  fossi  stata  messer  Maso,  invece  d’infilar paternostri, mi sarei raccomandata alla mia miglior lama, onde cercare di scoprire chi fosse il gaglioffo che si permetteva di scambiar le parti coi fantasmi. – Oh madonna, fu quel che disse il Rosso, il quale è un pezzo di giovanotto che il diavolo istesso, che è il diavolo, non gli farebbe paura; e si mise a rider forte, e gli disse bastargli l’animo di prendere lo spirito, il fantasma, il diavolo stesso per le corna, e fargli vomitare tutto il ben di Dio di cui dicevasi si desse una buona satolla in cucina; mai non l’avesse fatto! La notte seguente s’apposta anche lui nel corridoio, come avea fatto il cuoco, colla sua brava partigiana in mano, ed aspetta un’ora, due, tre. Infine comincia a credere che Maso si sia burlato di lui, o che il vino gli abbia fatto dire una burletta, e comincia ad addormentarsi, così seduto sulla panca e colle spalle al muro. Quand’ecco tutt’a un tratto, tra veglia e sonno, si vede dinanzi una figura bianca, la quale toccava il tetto col capo, e stava ritta dinanzi a lui,
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
– Ahimè!... Madonna! – Orsù, spicciati; voglio saper tutto quel che si dice, ti ripeto, e bada che se la collera del barone è pericolosa, la mia non ischerza. – Si dice che sia l’anima della povera donna Violante, la prima moglie del barone, rispose Grazia messa alle strette, e tutta tremante. – Come è morta donna Violante? – S’è buttata in mare. – Lei? – Proprio lei, dal ballatoio mezzo rovinato che gira dinanzi alle finestre del corridoio grande, sugli scogli che stanno laggiù; in fondo al precipizio fu trovato il suo velo bianco... Era la notte del secondo giovedì dopo Pasqua. – E perché s’è uccisa? – Chi lo sa? Messere dormiva tranquillamente accanto a lei, fu svegliato da un gran grido, non se la trovò più al fianco, e prima che fosse ben sveglio vide una figura bianca la quale fuggiva. Si udì un gran baccano pel castello, tutti furono in piedi in men che non si dica un’avemaria, si trovarono gli usci e le finestre del gran corridoio spalancati, e il barone che correva sul ballatoio come un gatto inferocito; se non era il capocaccia, il quale l’afferrò a tempo, il barone sarebbe caduto dal parapetto rovinato, nel punto dove cominciava la scala per la torretta di guardia, di cui non rimangono altro che le testate degli scalini. Il fantasma era scomparso giusto in quel luogo. La baronessa s’era fatta pensierosa. – È strano! mormorò. – Della povera signora non rimase né si vide altro che quel velo; nella cappella del castello e nella chiesa del villaggio furono dette delle messe per tre giorni, in suffragio della morta, e una gran folla assisté ginocchioni ai funerali, ché tutti le volevano un ben dell’anima per le gran limosine che faceva quand’era in vita; però, sebbene messere avesse dato ordine che le esequie fossero quali si convenivano a così ricca e potente signora, e la bara, colle armi della famiglia ricamate sulle quattro punte della coltre, stesse tre dì e tre notti nella cappella, con più di quaranta ceri accesi continuamente, e lo stendardo grande ai piedi dell’altare, e drappelloni e scudi intorno che mai non si vide pompa più grande, il barone partì immediatamente, né si vide mai più al castello prima d’ora.
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Verga     Primavera e altri racconti – Senti, vecchio mio, sai bene che se la cosa si risapesse così come sembra essere avvenuta, io sarei stato bigamo e peggio, e la tua testa sarebbe assai malferma sulle tue spalle, in fede mia! In chiesa, ricorrendo l’anniversario della morte di donna Violante, le furono resi dei pomposi e costosi suffragi; però, non si sa come, cominciavasi a buccinare al castello e fuori che la cosa fosse proprio avvenuta come sembrava, e come don Garzia non voleva che sembrasse; e Bruno, il quale perciò cominciava a dubitare che la sua testa non fosse ben ferma sulle sue spalle, un bel giorno a caccia mise per distrazione una palla d’archibugio fra la prima e la seconda vertebra del suo signore. Donna Isabella, che avea una gran paura del mal caduco, era andata a villeggiare presso la sua famiglia, e siccome l’aria le faceva bene, non era più ritornata. V Questa era la leggenda del Castello di Trezza, che tutti sapevano nei dintorni, che tutti raccontavano in modo diverso, mescolandovi gli spiriti, le anime del Purgatorio, e la Madonna dell’Ognina. I terremoti, il tempo, gli uomini, avevano ridotto un mucchio di rovine la splendida e forte dimora di signori i quali, al tempo di Artale d’Aragona, aveano sfidato impunemente la collera del re, e sembravano avervi impresso una stimmate maledetta, che dava una misteriosa attrattiva alla leggenda, e affascinava lo sguardo della signora Matilde, mentre ascoltava silenziosamente. – E di quell’uomo? domandò improvvisamente, di quel giovanetto che per sua disgrazia non era morto cadendo nel trabocchetto, e che vi agonizzava lentamente, cosa ne è avvenuto? – Chissà? Forse il barone avrà udito ancora dei gemiti soffocati, o delle grida disperate che imploravano la morte, forse dopo alcuni giorni, si sarà sentito odor di cadavere da quella specie di pozzo, forse avrà voluto prevenire che ciò avvenisse, – vi fece gettar della calce viva, e non si sentì più nulla. – È una storia spaventosa! mormorò la signora Matilde. Togliamone pure i fantasmi, il suono della mezzanotte, il vento che spalanca usci e finestre, e le banderuole che gemono, è una spaventosa storia! – Una storia la quale non sarebbe più possibile oggi che i mariti ricorrono ai Tribunali, o alla peggio si battono; rispose Luciano ridendo.
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
do con un vincastro senza riguardo giù per la nuca e traverso alle guancie; ma quando sopraggiungeva la Rosa od il fattore ad interrompere i nostri comuni trastulli che erano, come dissi, contro la volontà della Contessa, ella strepitava, pestava i piedi, gridava che voleva bene a me solo più che a tutti gli altri, che voleva stare con me e via via; finché dimenandosi e strillando fra le braccia di chi la portava, i suoi gridari si ammutivano dinanzi al tavolino della mamma. Quelle smanie, lo confesso, erano il solo premio della mia abnegazione, benché dappoi spesse volte ho pensato che l’era più orgoglio ed ostinazione che amore per me. Ma non mescoliamo i giudizi temerari dell’età provetta colle illusioni purissime dell’infanzia. Il fatto sta che io non sentiva le busse che mi toccavano sovente per quella mia arroganza di volermi accomunar nei giochi alla Contessina, e che contento e beato mi riduceva nella mia cucina a guardar Martino che grattava formaggio. L’altra figliuola della Contessa, che avea nome Clara, era già zitella quando io apersi gli occhi a guardare le cose del mondo. Era dessa la primogenita, una fanciulla bionda, pallida e mesta, come l’eroina d’una ballata o l’Ofelia di Shakespeare; pure ella non avea letto nessuna ballata e non conosceva certo l’Amleto neppur di nome. Pareva che la lunga consuetudine colla nonna inferma avesse riverberato sul suo viso il calmo splendore di quella vecchiaia serena e venerabile. Certo non mai figliuola vegliò la madre con maggior cura di quella ch’essa adoperava nell’indovinar perfin le brame della nonna: e le indovinava sempre perché la continua usanza fra di loro le aveva avvezzate ad intendersi con un sol giro di occhiate. La contessa Clara era bella come lo potrebbe essere un serafino che passasse fra gli uomini senza pur lambire il lezzo della terra e senza comprenderne l’impurità e la sozzura. Ma agli occhi dei più poteva parer fredda, e questa freddezza anche scambiarsi per una tal qual alterigia aristocratica. Eppure non v’aveva anima più candida, più modesta della sua; tantoché le cameriere la citavano per un modello di dolcezza e di bontà; e tutti sanno che negli elogi delle padrone il suffragio di due cameriere equivale di per sé solo ad un volume di testimonianze giurate. Quando la nonna abbisognava d’un caffè, o d’una cioccolata, e non era alcuno nella stanza, non s’accontentava ella di sonar la campanella, ma scendeva in persona alla cucina per dar gli ordini alla cuoca; e mentre questa approntava il bisognevole, stava pazientemente aspettando coi ginocchi un po’ appoggiati allo scalino del focolare; od anche le dava mano nel ritirar la cocoma dal fuoco. Vedendola starsi a quel modo, la cucina mi pareva allor
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
sapeva che ogni giorno è una pagina negli annali dei popoli, teneva dietro con premura a quei primi segni di sconvolgimenti che apparivano sull’orizzonte europeo. Gli Inglesi non erano allora troppo ben veduti dal patriziato veneziano; forse per la stessa ragione che il fallito non può guardar di buon occhio i nuovi padroni dei suoi averi. Perciò egli magnificava sempre le imprese degli Americani e la civile grandezza di Washington che aveva sciolto dalla soggezione dei Lordi tutto un nuovo mondo. L’inferma lo udiva volentieri narrar casi e battaglie che volgevano sempre alla peggio degli Inglesi, e s’univa con lui in un caldo entusiasmo per quel patto federale che avea loro tolto per sempre il possesso delle colonie americane. Quando poi egli parlava a labbra strette delle vicende di Francia e dei ministeri che vi si sbalzavano l’un l’altro, e del Re che non sapeva più a qual partito appigliarsi, e delle mene della Regina germanizzante, allora entrava ella a raccontare le cose de’ suoi tempi e le splendidezze della corte, e gli intrighi e la servilità dei cortigiani, e la superba e quasi lugubre solitudine del gran Re, sopravvissuto a tutta la gloria di cui l’avevano ricinto i suoi contemporanei, per assistere alla frivolezza e alla turpitudine dei nipoti. Ella discorreva con raccapriccio dei costumi sfacciatamente osceni che si auguravano fin d’allora dalla nuova generazione, e ringraziava il cielo che proteggeva la Repubblica di San Marco contro l’invasione di quella pestilenza. Passata dalla Corte di Francia al castello di Fratta, ella ricordava Venezia com’era stata nei primordi del Settecento, non indegna ancora del suffragio serbatole nel gran consiglio degli Stati europei; non poteva conoscere quanto in quel frattempo, e con qual lusinghiera orpellatura di eleganza, le sconcezze di Versailles e di Trianon venissero copiate vogliosamente a Rialto e nei palazzi del Canal Grande. Quando la nipote le leggeva talune delle commedie di Goldoni, ella se ne scandolezzava e le faceva saltar via qualche pagina; qualche volume anche avea creduto bene di toglierselo lei e serrarlo sotto chiave; né avrebbe mai figurato che quanto a lei sembrava sfrenatezza di lingua e licenza di pensieri, nei teatri di San Benedetto o di Sant’Angelo facesse anzi l’effetto di sferzare costumi ancor più rotti e sfrontati. Talvolta anche si veniva sul discorso delle riforme già incominciate da Giuseppe II, massime nelle faccende ecclesiastiche; e la vecchia divota non sapeva bene se dovesse increscerle di quel vitupero fatto alla religione, o consolarsene di vederlo fatto da tal nemico ed antagonista della Repubblica che ne sarebbe poi sicuramente punito dalla mano di Dio. I Veneziani sentivano da gran
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
deggio dire che quella vita mi pesava; e fu anche interrotta da un luttuoso accidente, dalla morte di Martino che spirò nelle mie braccia dopo brevissimo male di apoplessia. Io, credo, fui il solo che piansi sulla sua fossa, perché per allora alla Contessa vecchia, già quasi centenaria e rimbambita per la mancanza della Clara, si giudicò opportuno di tacere quella perdita. La Pisana, affidata alla guida poco sicura di quella volpe scodata della signora Veronica, imbizzarriva sempre più, e peggiorava nell’ozio la cattiva piega della sua indole. Il giorno prima che partissi per Padova, io la vidi tornare dal passeggio rossa, scalmanata. «Cos’hai Pisana?» le chiesi col cuore gonfio di lacrime di compassione, e piucché altro, lo confesso, di quell’amore che era più forte e più grande di me tutto. «Quel cane di Giulio non è venuto!» mi rispose ella furibonda. E poi scoppiando in singhiozzi, mi si gettò colle braccia al collo gridando: «Tu sì che mi ami, tu sì che mi vuoi bene tu!» E la mi baciava ed io la baciava frenetico. Quattro giorni dopo io assisteva alla prima lezione di giurisprudenza, ma non ne capii verbo perché la memoria di quei baci mi frullava diabolicamente nel capo. La scolaresca era in gran tumulto in grandi discorsi per le novelle di Francia che giungevano sempre più guerriere e contrarie ai vecchi governi. Io per me rosicchiava melanconicamente lo scarso pane del collegio e le abbondantissime chiose del Digesto sempre pensando alla Pisana e alle gioie, ora dolci ora amare, sempre dilette alla memoria, de’ nostri anni infantili. E così si chiuse per me l’anno di grazia 1792. Soltanto mi ricordo che giunta, al fine di gennaio del venturo anno, la nuova della decapitazione di re Luigi XVI, recitai un Requiemin suffragio dell’anima sua. Testimonio questo delle mie opinioni moderate d’allora.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
dovinava cento miglia lontano le disgrazie del Cappellano e non mancava mai di accorrere in buon punto; l’era proprio una seconda vista aguzzata dalla gratitudine e dall’amicizia. Io, né potei forse allora né volli poi amareggiare il dolore del buon prete raccontandogli la morte della signora. Tacqui dunque e m’inginocchiai con esso loro a recitare le litanie dei morti; nell’animo  mio  più  per  conforto  ai  vivi  che  per  suffragio  alla  defunta.  Indi ricomponemmo il cadavere in un’attitudine cristiana; ma l’idea impressa dalla morte su quelle sembianze sformate contrastava spaventosamente colle mani giunte in croce in atto di preghiera. Io che volgeva nell’anima il segreto di quel contrasto mi allontanai poco dopo, lasciando il prete ed il suo compagno recitare con devoto fervore le orazioni dei defunti. Vagai a lungo per la campagna come uno spettro; indi tornato in paese seppi da qualche fuggiasco la storia terribile di quella scorreria soldatesca che dopo aver insozzato tutto il territorio s’era rovesciato col furore dell’ubbriachezza sul castello di Fratta. I vitùperi che una masnada di sicari doveva aver commesso su quella povera vecchia che sola era rimasta ad affrontarli, non voleva immaginarmeli. Ma quel poco che ne avea veduto il Cappellano, lo stato miserevole del cadavere, il disordine della stanza attestavano degli scherni spietati ch’ella aveva sofferto. Confesso che il mio entusiasmo pei Francesi si rallentò d’assai; ma poi a ripensarvi mi parve impossible che premeditatamente si lasciassero commettere tali mostruosità, e divisando che le dovevano imputarsi al talento bestiale di alcuni soldati, decisi di trarne giustizia. La fama dipingeva il general Bonaparte come un vero repubblicano, il difensore della libertà; mi cacciai in capo di ricorrere a lui, e due giorni dopo, quando il corpo della Contessa fu deposto coi soliti onori nella tomba gentilizia, mi misi in viaggio per Udine ove aveva allora sua stanza lo Stato Maggiore dell’esercito francese. Dai dati raccolti avea potuto argomentare che i colpevoli appartenessero all’ugual battaglione di bersaglieri che scortava il convoglio dei grani partito quel giorno stesso da Portogruaro: perciò non disperava che verrebbe fatto di rintracciarli e di punirli ad esemplare castigo. La virtù antica del giovine liberatore d’Italia era caparra, secondo me, di pronta giustizia. Ad Udine trovai la solita confusione. Gli ospiti che comandavano, i padroni che ubbidivano. Le autorità veneziane senza forza senza dignità senza consiglio; il popolo e i signori del paese spartiti in diverse opinioni le une più strane e fallaci delle altre. Ma moltissimi che giorni prima aveano gridato evviva agli usseri d’Ungheria e ai dragoni di Boemia, plaudivano allora ai
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
La maggior parte tremava di paura e d’impazienza; avevano fretta di sbrigarsi, di tornare a casa, di svestir quella toga, omai troppo pericolosa insegna d’un impero decaduto. Alcuni ostentavano sicurezza e gioia; erano i traditori; altri sfavillavano d’un vero contento, d’un orgoglio bello e generoso pel sacrifizio che cassandoli dal Libro d’Oro li rendeva liberi e cittadini. Fra questi io ed Agostino Frumier sedevamo stringendoci per mano. In un canto della sala venti patrizi al più stavano ravvolti nelle loro toghe rigidi e silenziosi. Alcuni vecchioni venerandi che non comparivano da più anni al Consiglio e vi venivano quella mattina ad onorare la patria del loro ultimo e impotente suffragio; qualche giovinetto fra loro, qualche uomo onesto che s’inspirava dai magnanimi sentimenti dell’avo del suocero del padre. Mi stupii non poco di vedere in mezzo a questi il senatore Frumier e il suo figlio primogenito Alfonso; giacché li sapeva devoti a San Marco, ma non tanto coraggiosamente, come mi fu veduto allora. Stavano uniti e quasi stretti a crocchio fra loro; guardavano i compagni non colla burbanza dello sprezzo né col livore dell’odio, ma colla fermezza e la mansuetudine del martirio. Benedetta la religione della patria e del giuramento! Là essa risplendeva d’un ultimo raggio senza speranza e tuttavia ripieno di fede e di maestà. Non erano gli aristocratici, non erano i tiranni; né gli inquisitori; erano i nipoti dei Zeno e dei Dandolo che ricordavano per l’ultima volta alle aule regali le glorie e le virtù degli avi. Li guardai allora stupito ed ostile; li ricordo ora meravigliato e commosso; almeno io posso ridere in faccia alle storie bugiarde, e non evocare dall’ultimo Maggior Consiglio di Venezia una maledizione all’umana natura. In tutta la sala era un sussurrio, un fremito indistinto; solo in quel canto oscuro e riposto regnavano la mestizia e il silenzio. Fuori il popolo tumultuava; le navi che tornavano dal disarmamento dell’estuario, alcuni ultimi drappelli di Schiavoni che s’imbarcavano, le guardie che contro ogni costume custodivano gli anditi del Palazzo Ducale, tutti presagi funesti. Oh è ben duro il sonno della morte, se non si svegliarono allora, se non uscirono dai loro sepolcri gli eroi, i dogi, i capitani dell’antica Repubblica!... Il Doge s’alzò in piedi pallido e tremante, dinanzi alla sovranità del Maggior Consiglio di cui egli era il rappresentante, e alla quale osava proporre una viltà senza esempio. Egli aveva letto le condizioni proposte dal Villetard per farsi incontro ai desiderii del Direttorio francese, e placar meglio i furori del general Bonaparte. Le approvava per ignoranza, le sosteneva per dappo-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
che fuggisse spaventata da quella memoria. Dov’era infatti allora Lucilio? Che faceva egli? — Questa terribile incertezza doveva entrarle talora nell’anima col succhiello invisibile ma profondo del rimorso. Ella durò infatti qualche fatica a tornar marmorea e severa come prima; le sue pupille non erano più tanto immobili, né la sua voce così tranquilla e monotona. «Ohimè!» diss’ella ad un tratto «io promisi alla buon’anima di mia nonna di suffragarla con cento messe, e non fui ancora in grado di compiere il voto. Ecco l’unica spina che ho adesso nel cuore!...» La Pisana si affrettò a rispondere colla solita bontà spensierata che quello spino poteva cavarselo dal cuore a sua posta, e che l’avrebbe aiutata a ciò, e che avrebbe fatto celebrar quelle messe ella stessa secondo le intenzioni di lei. «Oh grazie! grazie, sorella mia in Cristo!» sclamò la reverenda. «Portami la scheda del sacerdote che le avrà celebrate e tu avrai acquisito un diritto grandissimo alle mie orazioni ed un merito ancor maggiore presso Dio.» Io non mi trovava bene in cotali discorsi, e mi sorprendeva fra me della facilità con cui la Pisana intonava i proprii sentimenti sopra il tenore degli altrui. Ma buona come la era, e maestra finitissima di bugie, doveva anzi maravigliarmi se l’avesse adoperato altrimenti. Intanto, salutata ch’ebbimo la Clara, e tornati in istrada, mi riprese la paura che fossimo veduti assieme e proposi alla Pisana di andarcene a casa scompagnati, ognuno per una strada diversa. Infatti così fecimo, ed ebbi campo a rallegrarmene, perché mossi cento passi mi scontrai ancora nel Venchieredo e nel Partistagno, che questa volta mi si misero alla calcagna e non m’abbandonarono più. I giri che feci loro fare per quegli inestricabili laberinti di Venezia non saprei ripeterli ora; ma io mi stancai prima di loro, perché mi doleva di lasciar sola tanto tempo la Pisana. Mi decisi dunque a volgermi verso casa, ma qual fu il mio stupore quando sulla porta mi scontrai nella Pisana, la quale doveva esser arrivata da un pezzo e pur si stava lì chiacchierando amichevolmente con quella tal Rosa, con quella cameriera che le faceva questuar l’elemosina dai suoi adoratori? Ella non parve turbata per nulla della mia presenza; salutò la Rosa di buonissimo garbo, invitandola a visitarla e si fece poi entro l’uscio insieme con me sgridandomi perché aveva tardato. Colla coda dell’occhi vidi Raimondo e il Partistagno che ci osservavano ancora da un canto vicino, onde chiusi con qualche impeto la porta e salii le scale un po’ musonato. Di sopra che fui non sapeva da qual banda principiare per far accorta la Pisana della sconvenienza del suo procedere; mi decisi alla fine di affrontarla
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Il dì quindici febbraio 1798 cinque notai in Campo Vaccino avevano rogato l’atto di libertà del popolo romano. Assisteva liberatore quel Berthier che aveva assistito traditore al congresso di Bassano per la conservazione della Repubblica Veneta. Il Papa stava chiuso nel Vaticano fra svizzeri e preti; e negando  egli  di  svestirsi  dell’autorità  temporale  fu  levato  di  Roma militarmente e condotto in Toscana. Unico esempio di inflessibilità italiana in quel tempo di continui mutamenti, di sùbite paure; e fu in Pio VI. Per quanto poco cristiano mi fossi, ricordo che ammirai la costanza del gran vecchio, e comparandola alla tremula debolezza del doge Manin, faceva doloroso raffronto fra quei due più antichi governi d’Italia. Roma, già consumata dal trattato di Tolentino, fu del tutto spogliata per la presenza dei repubblicani; l’uccisione del general Duphot, pretesto alla guerra, fu suffragata con esequie, con luminarie e colla spogliazione di tutte le chiese. Casse gravi di pietre preziose s’incamminavano per Francia, mentre l’esercito restava stremo di tutto e tumultuava contro Massena succeduto a Berthier. Le campagne insorgevano ed erano piene d’assassinii; cominciava insomma uno di quei drammi sociali rimasti solamente possibili nel mezzogiorno d’Italia e nella Spagna. In quel torno, compiuto l’ordinamento della legione del Carafa, non altro si aspettava che l’assenso del general in capo francese per partire a quella volta. Io mi trovava in un bell’imbroglio. L’Aglaura voleva partirsi con me giacché il viaggio di Roma s’accordava alle sue idee; io né voleva rifiutarmi né esporla ai pericoli d’una lunghissima marcia in stagione disastrosa come quella. Scriveva perciò a Venezia; non rispondevano. La Pisana stessa mi teneva allo scuro di sue novelle da un pezzo. Quella spedizione di Roma mi si presentava sotto auspicii tristissimi.  uttavia sperava sempre dalT l’oggi in domani; e mentre il Carafa tempestava per quel benedetto assenso sempre ritardato, io me ne confortava come d’un maggior campo che ancora mi rimaneva a qualche vaga speranza. I miei tre amici con parte della Legione lombarda, erano già calati verso Roma. Restava proprio solo, e non aveva altra compagnia che quella dello splendido capitano Alessandro.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
stessi... Credilo!... Io aveva creduto di adoperar i Turchi a cacciare i Francesi, e così dopo saremmo rimasti noi... Sciocco che era!... Sciocco!... Oggi, oggi vidi cosa cercavano i Turchi!...» Ciò dicendo egli pareva in preda d’un violento delirio; invano io m’ingegnava di calmarlo e di sostenerlo in tal modo che meno dolorasse della sua ferita; egli seguitava a smaniare, a gridare che tutti erano Turchi. Il prete mi avvisava che appunto nell’opporsi alle violenze che gli Ottomani commettevano appena sbarcati sui miseri abitanti, mio padre avea toccato quella tremenda ferita di scimitarra alla gola, e che rimasto sul lastrico quelli del paese lo avrebbero certamente fatto a brani se egli non lo trafugava pietosamente dopo essere stato testimonio di tutta la scena da un finestrello del campanile. Io ringraziai con uno sguardo il vecchio prete di tanta cristiana pietà, e gli dissi anche sottovoce se non ci fossero nel paese medici o chirurghi da ricorrere all’opera loro per qualche tentativo. Il moribondo si scosse a queste parole e accennò col capo di no... «No, no» soggiunse indi a poco tirando a stento un filo di voce. «Ricordati dei Turchi!... Cosa servono i medici?... Ricordati di Venezia... e se puoi rivederla grande, signora di sé e del mare... cinta da una selva di navi, e da un’aureola di gloria... Figlio mio, che il cielo ti benedica!...» E spirò... — Una tal morte non era di quelle che rendono attoniti e quasi codardi nel riprender la vita: essa era un esempio un conforto un invito. Chiusi con reverenza gli occhi ancora animati di mio padre; lo spirito suo forte ed operoso lasciava quasi un’impronta di attività su quelle spoglie già morte. Lo baciai in fronte; e non so se pregassi ma le mie labbra mormorarono qualche parola che non ho poscia ripetuto mai più. Sarei restato lunga pezza in compagnia dell’estinto e dei suoi ultimi pensieri che formicolavano in me, se la sua stessa immagine non mi avesse richiamato a quei sublimi doveri dei quali egli era stato il martire ignoto, inconsapevole, errante qualche volta, fermo e incrollabile sempre. “Padre mio” pensai “tu mi saprai grado che io mi privi del mesto conforto di accompagnarti alla tua ultima dimora per attendere alla salute omai disperata della Repubblica nostra!...” Parve perfino che sulle sue labbra arieggiasse un sorriso di assentimento. Io mi precipitai fuori della stanza col cuore che mi andava a pezzi. A fatica feci accettare alcune doble al vecchio prete pei funerali e per suffragar l’anima del defunto: indi tornai all’osteria che già il Martelli avea disposto la piccola 133 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
stanza del cholera, il quale, penetrato allora per la prima volta in Italia collo spavento che accompagna le malattie contagiose ed insolite, mise tutta Venezia in grandissima costernazione. Il nostro Giulio fu colpito da quel morbo terribile, e la costanza e il coraggio col quale sua madre lo assisté le diedero quasi un’altra volta i diritti di madre. Io dovetti metter la piva nel sacco coi miei; e se serbai qualche pretesa fu sulla Pisana, la quale più del fanciullo abbisognava d’un indirizzo certo e morale per essere a tre doppi di lui accorta e maligna. Sembrava che col nome ella avesse ereditato qualche cosa del temperamento della mia Pisana, e quando prima di improvvisare una filastrocca di bugie, con un leggiadro movimento del capo si liberava la fronte dalle diffuse anella dei bei capelli castani che la inondavano, la mia mente correva tosto alla piccola maga di Fratta; e così io mi lasciava corbellare colla massima dabbenaggine. Senonché la mia figliuolina non aveva la spensieratezza e la petulanza della Pisana; anzi sapeva calcolar molto bene i fatti suoi, e piegarsi e torcer il collo oggi per drizzar il capo e impennarsi meglio domani. Io la teneva d’occhio e vedeva crescere in lei ogni giorno Io la teneva d’occhio e vedeva crescere in lei ogni giorno quello studio di piacere che è la fortuna e la rovina delle donne. Cercava con bella maniera di indirizzarla convenevolmente, di renderle pregevole il suffragio dei buoni e di farle avere in poco conto l’ammirazione dei tristi, dimostrandole come bontà e tristizia non si conoscano dalle apparenze più o meno splendide ma dalle qualità delle azioni; ma mi accorgeva di far poco frutto. Le avevano troppo inculcato che chi comanda ha ragione di comandare, e non può desiderare altro che il meglio di chi ubbidisce, perch’ella credesse e potesse amare la virtù povera dispregiata ed oppressa; per lei merito, virtù, onori, ricchezza, potenza erano una sola cosa, e la sua capricciosa testolina s’empiva di fantasmi e di corbellerie. Correva dietro al lume  come  la  farfalla.  Ma  le  ali,  poverina,  le  ali?...  Come  farai,  leggiera farfalletta, a spiccare il volo quando il fuoco della candela t’avrà incenerito le ali?... Quest’era la mia paura; che qualche triste disinganno le togliesse ogni poesia dall’anima, e che restasse come quei sciagurati che si credono esseri spregiudicati, positivi, perfetti, e non sono altro che mostruosi bastardumi dell’umana progenie, corpi senza spirito destinati a corrompere per alcuni anni una certa quantità d’aria pura e a popolare di vermi la cavità d’un sepolcro. Io lottava pertinacemente, come le mie occupazioni me lo consentiva-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
XXV – Chi vuole riformare uno stato anticato in una città libera, ritenga almeno l’ombra de’ modi antichi .................................................................................................................................. 61 XXVI – Uno principe nuovo, in una città o provincia presa da lui, debbe fare ogni cosa nuova ........ 62 XXVII – Sanno rarissime volte gli uomini essere al tutto cattivi o al tutto buoni ............................... 62 XXVIII – Per quale cagione i Romani furono meno ingrati contro agli loro cittadini che gli Ateniesi.... 63 XXIX – Quale sia più ingrato, o uno popolo o uno principe ............................................................. 64 XXX – Quali modi debbe usare uno principe o una republica per fuggire questo vizio della ingratitudine; e quali quel capitano o quel cittadino per non essere oppresso da quella ......... 67 XXXI – Che i capitani romani per errore commesso non furano mai istraordinariamente puniti; né furano mai ancora puniti quando per la ignoranza loro o tristi partiti presi da loro ne fusse seguiti danni alla republica ................................................................................................... 68 XXXII – Una republica o uno principe non debbe differire a beneficare gli uomini nelle sue necessitadi... 70 XXXIII – Quando uno inconveniente è cresciuto o in uno stato o contro a uno stato, è più salutifero partito temporeggiarlo che urtarlo ..................................................................................... 71 XXIV – L’autorità dittatoria fece bene, e non danno, alla Republica romana: e come le autorità che i cittadini si tolgono, non quelle che sono loro dai suffragi liberi date, sono alla vita civile perniziose............................................................................................................................ 73 XXXV – La cagione perché la creazione in Roma del Decemvirato fu nociva alla libertà di quella republica, non ostante che fusse creato per suffragi publici e liberi ..................................... 75 XXXVI – Non debbano i cittadini, che hanno avuti i maggiori onori, sdegnarsi de’ minori .............. 76 XXXVII – Quali scandoli partorì in Roma la legge agraria: e come fare una legge in una republica, che riguardi assai indietro, e sia contro a una consuetudine antica della città, è scandolosissimo ................................................................................................................ 77 XXXVIII – Le republiche deboli sono male risolute e non si sanno diliberare; e se le pigliano mai alcun partito, nasce più da necessità che da elezione ....................................................... 80 XXXIX – In diversi popoli si veggano spesso i medesimi accidenti .................................................... 82 XL – La creazione del Decemvirato in Roma, e quello che in essa è da notare: dove si considera, intra molte altre cose, come si può o salvare, per simile accidente, o oppressare una republica ........................................................................................................................... 83 XLI – Saltare dalla umiltà alla superbia, dalla piatà alla crudeltà, sanza i debiti mezzi, è cosa imprudente e inutile ................................................................................................................................. 88 XLII – Quanto gli uomini facilmente si possono corrompere ............................................................ 88 XLIII – Quegli che combattono per la gloria propria, sono buoni e fedeli soldati .............................. 89 XLIV – Una moltitudine sanza capo è inutile: e come e’ non si debbe minacciare prima, e poi chiedere l’autorità ................................................................................................................ 89 XLV – È cosa di malo esemplo non osservare una legge fatta, e massime dallo autore d’essa; e rinfrescare ogni dì nuove ingiurie in una città, è, a chi la governa, dannosissimo ................. 90 XLVI – Li uomini salgono da una ambizione a un’altra; e prima si cerca non essere offeso, dipoi si offende altrui ........................................................................................................................ 92 XLVIII – Gli uomini, come che s’ingannino ne’ generali, ne’ particulari non s’ingannono ................ 93 XLVIII – Chi vuole che uno magistrato non sia dato a uno vile o a uno cattivo, lo facci domandare o a uno troppo vile e troppo cattivo o a uno troppo nobile e troppo buono....................... 96
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XX Dua continove successioni di principi virtuosi fanno grandi effetti; e come le republiche bene ordinate hanno di necessità virtuose successioni, e però gli acquisti ed augumenti loro sono grandi. Poiché Roma ebbe cacciati i re, mancò di quelli pericoli, i quali di sopra sono detti che la portava succedendo in lei uno re o debole o cattivo. Perché la somma dello imperio si ridusse ne’ consoli, i quali, non per eredità o per inganni o per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed erono sempre uomini eccellentissimi: de’ quali godendosi Roma la virtù, e la fortuna di tempo in tempo, poté venire a quella sua ultima grandezza in altrettanti anni che la era stata sotto i re. Perché si vede, come due continove successioni di principi virtuosi sono sufficienti ad acquistare il mondo: come furano Filippo di Macedonia ed Alessandro Magno. Il che tanto più debba fare una republica, avendo per il modo dello eleggere non solamente due successioni ma infiniti principi virtuosissimi che sono l’uno dell’altro successori: la quale virtuosa successione fia sempre in ogni republica bene ordinata. XXI Quanto biasimo meriti quel principe e quella republica che manca d’armi proprie. Debbono i presenti principi e le moderne republiche, le quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime; e pensare con lo esemplo di Tullo, tale difetto essere, non per mancamento di uomini atti alla milizia, ma per colpa sua, che non han saputo fare i suoi uomini militari. Perché Tullo, sendo stata Roma in pace quarant’anni, non trovò, succedendo egli nel regno, uomo che fusse stato mai in guerra: nondimeno, disegnando esso fare guerra, non pensò valersi né de’ Sanniti, né de’  Toscani,  né  di  altri  che  fussero  consueti  stare  nell’armi,  ma  diliberò, come uomo prudentissimo, di valersi de’ suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto, sotto il suo governo gli poté fare soldati eccellentissimi. Ed è più vero che alcuna altra verità, che, se dove è uomini non è soldati, nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura. Di che ce n’è un esemplo freschissimo. Perché ognuno sa, come ne’ prossimi tempi il re d’Inghilterra assaltò il regno di Francia, né prese altri
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
pra si discorre, come intervenne a’ vicini di Roma: ai quali, poiché Roma era cresciuta in tanta potenza, era più salutifero con gli modi della pace cercare di placarla e ritenerla addietro, che coi modi della guerra farle pensare ai nuovi ordini e alle nuove difese. Perché quella loro congiura non fece altro che farli più uniti, più gagliardi, e pensare a modi nuovi, mediante i quali in più breve tempo ampliarono la potenza loro. Intra i quali fu la creazione del Dittatore; per lo quale nuovo ordine, non solamente superarono i soprastanti pericoli ma fu cagione di ovviare a infiniti mali, ne’ quali sanza quello rimedio quella republica sarebbe incorsa. XXIV L’autorità dittatoria fece bene, e non danno, alla Republica romana: e come le autorità che i cittadini si tolgono, non quelle che sono loro dai suffragi liberi date, sono alla vita civile perniziose. È sono stati dannati da alcuno scrittore quelli Romani che trovarono in quella città modo di creare il Dittatore, come cosa che fosse cagione, col tempo, della tirannide di Roma; allegando, come il primo tiranno che fosse in quella città la comandò sotto questo titolo dittatorio; dicendo che, se non vi fusse stato questo Cesare non arebbe potuto sotto alcuno titolo publico adonestare la sua tirannide. La quale cosa non fu bene, da colui che tiene questa opinione, esaminata, e fu fuori d’ogni ragione creduta. Perché, e’ non fu il nome né il grado del Dittatore che facesse serva Roma, ma fu l’autorità presa dai cittadini per la lunghezza dello imperio: e se in Roma fusse mancato il nome dittatorio, ne arebbono preso un altro; perché e’ sono le forze che facilmente si acquistano i nomi, non i nomi le forze. E si vede che ’l Dittatore, mentre fu dato secondo gli ordini publici, e non per autorità propria, fece sempre bene alla città. Perché e’ nuocono alle republiche i magistrati che si fanno e l’autoritadi che si dànno per vie istraordinarie, non quelle che vengono per vie ordinarie: come si vede che seguì in Roma, in tanto processo di tempo, che mai alcuno Dittatore fece se non bene alla Republica. Di che ce ne sono ragioni evidentissime. Prima, perché a volere che un cittadino possa offendere, e pigliarsi autorità istraordinaria, conviene ch’egli abbia molte qualità, le quali in una republica non corrotta non può mai avere: perché gli bisogna essere ricchissimo, ed avere assai aderenti e partigiani, i quali non può avere dove le leggi si osservano; e quando pure
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro primo  i i i i i i i ve gli avessi, simili uominl sono in modo formidabili, che i suffragi liberi non concorrano in quelli. Oltra di questo, il Dittatore era fatto a tempo, e non in perpetuo, e per ovviare solamente a quella cagione mediante la quale era creato; e la sua autorità si estendeva in potere diliberare per sé stesso circa i rimedi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa sanza consulta, e punire ciascuno sanza appellagione: ma non poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato; come sarebbe stato tôrre autorità al Senato o al Popolo, disfare, gli ordini vecchi della città, e farne de’ nuovi. In modo che, raccozzato il breve tempo della sua dittatura, e le autorità limitate che egli aveva, ed il popolo romano non corrotto; era impossibile ch’egli uscisse de’ termini suoi, e nocessi alla città: e per esperienza si vede che sempre mai giovò. E veramente, infra gli altri ordini romani, questo è uno che merita essere considerato e numerato infra quegli che furono cagione della grandezza di tanto imperio; perché sanza uno simile ordine le cittadi con difficultà usciranno  degli  accidenti  istraordinari.  Perché  gli  ordini  consueti  nelle republiche hanno il moto tardo (non potendo alcuno consiglio né alcuno magistrato per sé stesso operare ogni cosa, ma avendo in molte cose bisogno l’uno  dell’altro,  e  perché  nel  raccozzare  insieme  questi  voleri  va  tempo) sono i rimedi loro pericolosissimi, quando egli hanno a rimediare a una cosa che non aspetti tempo. E però le republiche debbano intra loro ordini avere uno simile modo: e la Republica viniziana, la quale intra le moderne republiche è eccellente, ha riservato autorità a pochi cittadini, che ne’ bisogni urgenti, sanza maggiore consulta, tutti d’accordo possino deliberare. Perché, quando in una republica manca uno simile modo, è necessario, o, servando  gli  ordini,  rovinare,  o,  per  non  ruinare,  rompergli.  Ed  in  una republica  non  vorrebbe  mai  accadere  cosa  che  con  modi  straordinari  si avesse a governare. Perché, ancora che il modo straordinario per allora facesse bene, nondimeno lo esemplo fa male; perché si mette una usanza di rompere gli ordini per bene, che poi, sotto quel colore, si rompono per male.  Talché  mai  fia  perfetta  una  republica,  se  con  le  leggi  sue  non  ha provisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio, e dato il modo a governarlo. E però, conchiudendo, dico che quelle republiche, le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne’ gravi accidenti rovineranno. È da notare in questo nuovo ordine il modo dello eleggerlo, quanto dai Romani fu saviamente provisto. Perché, sendo la creazione del Dittatore con qualche vergogna dei Consoli, avendo,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
di capi della città, a divenire sotto una ubbidienza come gli altri; e presupponendo che di questo avessi a nascere isdegno fra’ cittadini; vollono che l’autorità dello eleggerlo fosse nei Consoli: pensando che, quando l’accidente venisse che Roma avesse bisogno di questa regia potestà, ei lo avessono a fare volentieri e facendolo loro, che dolesse loro meno. Perché le ferite ed ogni altro male che l’uomo si fa da sé spontaneamente e per elezione, dolgano di gran lunga meno, che quelle che ti sono fatte da altrui. Ancora che poi negli ultimi tempi i Romani usassono, in cambio del Dittatore, di dare tale autorità al Console, con queste parole: “Videat Consul, ne Respublica quid detrimenti capiat”. E per tornare alla materia nostra, conchiudo, come i vicini di Roma, cercando opprimergli, gli fecerono ordinare, non solamente a potersi difendere, ma a potere, con più forza, più consiglio e più autorità, offendere loro. XXXV La cagione perché la creazione in Roma del Decemvirato fu nociva alla libertà di quella republica, non ostante che fusse creato per suffragi publici e liberi. È pare contrario a quel che di sopra è discorso, che quella autorità che si occupa con violenza, non quella ch’è data con gli suffragi, nuoce alle republiche, la elezione dei dieci cittadini creati dal Popolo romano per fare le leggi in Roma: i quali ne diventarono con il tempo tiranni, e sanza alcuno  rispetto  occuparono  la  libertà  di  quella.  Dove  si  debbe  considerare  i modi  del  dare  l’autorità  e  il  tempo  per  che  la  si  dà.  E  quando  e’  si  dia autorità libera, col tempo lungo, chiamando il tempo lungo uno anno o più, sempre fia pericolosa, e farà gli effetti o buoni o rei, secondo che siano rei o buoni coloro a chi la sarà data. E se si considerrà l’autorità che ebbero i  Dieci,  e  quella  che  avevano  i  Dittatori,  si  vedrà,  sanza  comparazione, quella de’ Dieci maggiore. Perché, creato il Dittatore, rimanevano i Tribuni, i Consoli, il Senato, con la loro autorità; né il Dittatore la poteva tôrre loro: e s’egli avessi potuto privare, uno del Consolato, uno del Senato, ei non poteva annullare l’ordine senatorio, e fare nuove leggi. In modo che il Senato, i Consoli, i Tribuni, restando con l’autorità loro, venivano a essere come sua guardia, a farlo non uscire della via diritta. Ma nella creazione de’ Dieci occorse tutto il contrario: perché gli annullorono i Consoli ed i Tribuni; dettero loro autorità di fare legge, ed ogni altra cosa, come il Popolo roma-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
no. Talché, trovandosi soli, sanza Consoli, sanza Tribuni, sanza appellagione al Popolo; e per questo non venendo ad avere chi gli osservasse ei poterono, il secondo anno, mossi dall’ambizione di Appio, diventare insolenti. E per questo si debbe notare, che, quando e’ si e detto che una autorità, data da’ suffragi liberi, non offese mai alcuna republica, si presuppone che un popolo non si conduca mai a darla, se non con le debite circunstanze e ne’ debiti tempi: ma quando, o per essere ingannato, o per qualche altra cagione che lo accecasse, e’ si conducesse a darla imprudentemente, e nel modo che il Popolo romano la dette a’ Dieci gl’interverrà sempre come a quello. Questo  si  prova  facilmente,  considerando  quali  cagioni  mantenessero  i Dittatori buoni, e quali facessero i Dieci cattivi; e considerando ancora, come hanno fatto quelle republiche che sono state tenute bene ordinate, nel dare l’autorità per lungo tempo, come davano gli Spartani agli loro Re, e come dànno i Viniziani ai loro Duci: perché si vedrà, all’uno ed all’altro modo di costoro essere poste guardie, che facevano che ei non potevano usare male quella autorità. Né giova, in questo caso, che la materia non sia corrotta;  perché  una  autorità  assoluta  in  brevissimo  tempo  corrompe  la materia e si fa amici e partigiani. Né gli nuoce, o essere povero, o non avere parenti;  perché  le  ricchezze  ed  ogni  altro  favore  subito  gli  corre  dietro: come particularmente nella creazione de’ detti Dieci discorrereno. XXXVI Non debbano i cittadini, che hanno avuti i maggiori onori, sdegnarsi de’ minori. Avevano i Romani fatto Marco Fabio e G. Manilio consoli, e vinta una gloriosissima giornata contro a’  Veienti e gli Etruschi; nella quale fu morto Quinto Fabio, fratello del consolo, quale lo anno davanti era stato consolo. Dove si debbe considerare quanto gli ordini di quella città erano atti a farla grande; e quanto le altre republiche, che si discostono da’ modi suoi, s’ingannino. Perché, ancora che i Romani fossono amatori grandi della gloria, nondimeno non stimavano così disonorevole ubbidire ora a chi altra volta essi avevano comandato, e trovarsi a servire in quello esercito del quale erano stati principi. Il quale costume è contrario alla opinione, ordini e modi de’ cittadini de’ tempi nostri: ed in Vinegia è ancora questo errore, che uno cittadino, avendo avuto un grado grande, si vergogni di accettarne uno minore; e la città gli consenta che se ne possa discostare. La quale cosa,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Mamerco se ne potessi difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gli ordini di Roma in questa parte non buoni: perché e’ non è bene che una republica sia in modo ordinata, che uno cittadino per promulgare una legge conforme al vivere libero, ne possa essere, sanza alcuno rimedio, offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si debbe, per la creazione di questo nuovo magistrato, considerare che, se quelle città che hanno avuto il principio loro libero, e che per sé medesimo si è retto, come Roma, hanno difficultà grande a trovare leggi buone per mantenerle libere; non è maraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo, abbino, non che difficultà, ma impossibilità a ordinarsi mai in modo che le possino vivere civilmente e quietamente. Come si vede che è intervenuto alla città di Firenze; la quale, per avere avuto il principio suo sottoposto allo Imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto il governo d’altrui,  stette  un  tempo  abietta,  e  sanza  pensare  a  sé  medesima:  dipoi, venuta la occasione di respirare, cominciò a fare suoi ordini; i quali sendo mescolati con gli antichi, che erano cattivi, non poterono essere buoni: e così è ita maneggiandosi, per dugento anni che si ha di vera memoria, sanza avere  mai  avuto  stato,  per  il  quale  la  possa  veramente  essere  chiamata republica. E queste difficultà, che sono state in lei, sono state sempre in tutte quelle città che hanno avuto i principii simili a lei. E, benché molte volte, per suffragi pubblici e liberi, si sia data ampla autorità a pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto non mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a proposito della parte loro: il che ha fatto, non ordine, ma  maggiore  disordine  in  quella  città.  E  per  venire  a  qualche  esemplo particulare, dico come, intra le altre cose che si hanno a considerare da uno ordinatore d’una republica è esaminare nelle mani di quali uomini ei ponga l’autorità del sangue contro de’ suoi cittadini. Questo era bene ordinato in Roma, pure fosse occorso cosa importante, dove il differire la esecuzione mediante l’appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al quale rimedio non refuggivano mai, se non per necessità. Ma Firenze, e le altre città nate nel modo di lei, sendo serve, avevano questa autorità collocata in uno forestiero, il quale, mandato dal principe, faceva tale ufficio. Quando dipoi vennono in libertà, mantennono questa autorità in uno forestiero, il quale chiamavono capitano: il che, per potere  essere  facilmente  corrotto  da’  cittadini  potenti,  era  cosa perniziosissima. Ma dipoi, mutandosi per la mutazione degli stati questo
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
poteva altrimenti di questo assicurarsi, se non con la sua rovina, facendo diventare  quello  stato  franzese.  E  che  al  contrario  interverrebbe  quando esso ne diventassi principe; perché, non temendo altro nimico che i Franzesi, era necessitato amare e carezzare e, non che altro, ubbidire a colui che a suoi nimici poteva aprire la via; e per questo il titolo del Regno verrebbe ad essere appresso ad Alfonso, ma l’autorità e la potenza appresso di Filippo. Sì che  molto  più  a  lui  che  a  sé  apparteneva  considerare  i  pericoli  dell’uno partito e l’utilità dell’altro, se già e’ non volesse più tosto sodisfare ad uno suo  appetito,  che  assicurarsi  dello  stato;  perché  nell’uno  caso  e’  sarebbe principe e libero, nell’altro, sendo in mezzo di duoi potentissimi principi, o ei  perderebbe  lo  stato,  o  e’  viverebbe  sempre  in  sospetto,  e  come  servo arebbe ad ubbidire a quelli. Poterono tanto queste parole nell’animo del Duca, che, mutato proposito, liberò Alfonso, e onorevolmente lo rimandò a Genova, e di quindi nel Regno. Il quale si transferì in Gaeta, la quale, subito che s’intese la sua liberazione, era stata occupata da alcuni signori suoi partigiani. Capitolo VI I Genovesi, veggendo come il Duca, sanza avere loro rispetto, aveva liberato il Re, e che quello de’ pericoli e delle spese loro si era onorato, e come  a  lui  rimaneva  il  grado  della  liberazione  e  a  loro  la  ingiuria  della cattura e della rotta, tutti si sdegnorono contro a quello. Nella città di Genova, quando la vive nella sua libertà, si crea per liberi suffragi uno capo, il quale chiamano Doge non perché sia assoluto principe, né perché egli solo deliberi, ma come capo preponga quello che dai magistrati e consigli loro si debba deliberare. Ha quella città molte nobili famiglie, le quali sono tanto potenti che difficilmente allo imperio de’ magistrati ubbidiscono. Di tutte l’altre, la Fregosa e la Adorna sono potentissime: da queste nascono le divisioni di quella città, e che gli ordini civili si guastono; perché, combattendo intra loro, non civilmente, ma il più delle volte con le armi, questo principato, ne segue che sempre è una parte afflitta e l’altra regge; e alcuna volta occorre che quelli che si truovano privi delle loro dignità, alle armi forestiere ricorrono, e quella patria che loro governare non possono allo imperio d’uno  forestiero  sottomettono.  Di  qui  nasceva  e  nasce  che  quelli  che  in Lombardia regnono, il più delle volte a Genova comandono, come allora, quando Alfonso d’Aragona fu preso, interveniva.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Agamennone, Ulisse Sciolto è il consesso, o re de’ re. L’evento? Dubbio. Dubbio! 5 Sedeano i regi, e surto Nestore primo dal suo trono indisse nullo il suffragio popolar. Le schiere silenziose agitavano i brandi tutte intente al profeta. Ei le pupille or lagrimose, or timide, or ardenti, finchè l’ostia fumava agli immortali, mai dal ciel non togliea. Fattosi quindi imperturbato nel sembiante grida: “Eroi chiedete ai re l’armi fatali” nè più fe’ motto: con la fronte al petto, solo, e raccolto in sè, muto sedeva. Disdirsi a’ Numi non s’addice; e sia: ma tacciano. 20 Nè alcun l’armi chiedea. A Idomeneo possente re, la gara dubbia o indegna mostrai, Nestore infuse orror di risse ne’ suoi figli. Opporre e gloria e petto e il suo parlar facondo potea il gagliardo Diomede a tutti: gli membrai che al Pelide emulo aperto visse; e bramarne l’armi onta gli fora. Stenelo e i pari suoi fulmini in guerra, in assemblea son dubitanti, muti. Agevolmente io li ritrassi. Adunque tu in consigli converti ogni mio cenno. A ciascheduno di que’ re t’imposi di dir che Aiace m’increscea: bastava.
Aiace di Ugo Foscolo
Così Giulio Cesare scrittore, parlando di Giulio Cesare capitano, e futuro tiranno, si lasciava sfuggir dalla penna le seguenti parole: Scutoque ad eum (ad Caesarem) relato Scaevae Centurionis, inventa sunt in eo foramina CCXXX: quem Caesar, ut erat DE SE meritus et de republica, donatum millibus ducentis, etc8 Si vede in questo passo dalle parole,  DE SE meritus, quanto il buon Cesare,  essendosi  pure  prefisso  nei  suoi  commentarj  di  non  parlar  di  sè stesso se non alla terza persona, ne parlasse qui inavvertentemente alla prima; e talmente alla prima, che la parola de republica non veniva che dopo la parola  DE SE, quasi per formoletta di correzione. In tal modo scriveva e pensava il più magnanimo di tutti i tiranni, allor quando non si era ancor fatto tale; quando egli stava ancora in dubbio se potrebbe riuscir nella impresa: ed era costui nato e vissuto cittadino fino a ben oltre gli anni quaranta. Ora, che penserà e dirà egli su tal punto un volgare tiranno? colui, che nato, educato tale, certo di morire sul trono, se ne vive fino alla sazietà nauseato di non trovar mai ostacoli a qualunque sua voglia? Risulta, mi pare, da quanto ho detto fin qui; che l’ottenere il favore di un solo attesta pur sempre più vizj che virtù in colui che l’ottiene; ancorchè quel solo che lo accorda, potesse esser virtuoso; poichè, per piacere a quel solo, bisogna pur essere o mostrarsi utile a lui, mentre la virtù vuole che l’uomo pubblico evidentemente sia utile al pubblico. E parimente risulta dal fin qui detto; che l’ottenere il favore di un popolo libero, ancorchè corrotto sia egli, attesta nondimeno necessariamente in chi l’ottiene, alcuna capacità e virtù; poichè, per piacere a molti ed ai più, bisogna manifestamente essere o farsi credere, utile a tutti; cosa, che, o da vera o da finta intenzione ella nasca, sempre a ogni modo richiede una tal quale capacità e virtù. In vece che il mostrarsi piacevole ed utile a un solo potente col fine di usurparsi una parte della di lui potenza, richiede sempre e viltà di mezzi, e picciolezza di animo, e raggiri, e doppiezze, e iniquità moltissime, per competere e soverchiare i tanti altri concorrenti per lo stesso mezzo ad una cosa stessa. E quanto asserisco, mi sarà facile il provar con esempj. Erano già molto corrotti i Romani, e già già vacillava la lor libertà, allorchè Mario, guadagnati a sè i suffragj  del  popolo,  si  facea  console  a  dispetto  di  Silla  e  dei nobili. Ma si consideri bene quale si fosse codesto Mario; quali e quante virtù egli avesse già manifestate e nel foro e nel campo; e tosto si vedrà che il popolo giustamente lo favoriva, poichè (secondo le circostanze ed i tempi) le virtù sue soverchiavano di molto i suoi vizj. Erano i Francesi, non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Che un popolo soggiogato da tanti e sì fatti politici errori, quanti ne importa il viver cattolico, possa essere politicamente libero, ella è cosa certamente molto difficile: ma, dove pure ei lo fosse, io credo che il conservarsi tale, sia cosa impossibile. Un popolo, che crede nella infallibile e illimitata autorità del papa, è già interamente disposto a credere in un tiranno, che con maggiori forze effettive e avvalorate dal suffragio e scomuniche di quel papa istesso, lo persuaderà, o sforzerà ad obbedire a lui solo nelle cose politiche, come già obbedisce al solo papa nelle religiose. Un popolo, che trema della Inquisizione, quanto più non dovrà egli tremare di quell’armi stesse che la Inquisizione avvalorano? Un popolo, che si confessa di cuore, può egli non essere sempre schiavo di chi può assolverlo o no? Dico di più; che dal ceto stesso dei sacerdoti, (ove un laico tiranno non vi fosse) ne insorgerebbe uno religioso ben tosto; o se da altra parte insorgesse un tiranno, lo approverebbero e seconderebbero i sacerdoti, sperandone il contraccambio da lui. Ed è cosa anche provata dai fatti; si veda perfino nelle semi–repubbliche italiane, i sacerdoti esservi saliti assai meno in ricchezza e in potenza, che nelle tirannidi espresse di un solo. Un popolo finalmente, che si spropria dell’aver suo, togliendolo a sè stesso, a’ suoi congiunti, e ai proprj suoi figli, per darlo ai sacerdoti celibi, diventerà coll’andar del tempo indubitabilmente così bisognoso e mendico, che egli sarà preda di chiunque lo vorrà conquistare, o far servo. Non so se al sacerdozio si debba la prima invenzione del trattare come cosa sacrosanta il politico impero, o se l’impero abbia ciò inventato in favore del sacerdozio. Questa reciproca e simulata idolatria, è certamente molto vetusta; e vediamo nell’antico testamento a vicenda sempre i re chiamar sacri i sacerdoti,  e  i  sacerdoti  i  re;  ma  da  nessuno  mai  dei  due  udiamo  chiamare,  o reputare mai sacri, gl’incontestabili naturali diritti di tutte le umane società. Il vero si è, che quasi tutti i popoli della terra sono stati, e sono (e saranno sempre,  pur  troppo!)  tolti  in  mezzo  da  queste  due  classi  di  uomini,  che sempre fra loro si sono andate vicendevolmente conoscendo inique, e che con tutto ciò si sono reciprocamente chiamate sacre: due classi, che dai popoli sono state spesso abborrite, alcuna volta svelate, e sempre pure adorate. È il vero altresì, che in questo nostro secolo i presenti cattolici poco credono nel papa; che pochissimo potere ha la inquisizion religiosa; che si confessano soltanto gl’idioti; che non si comprano oramai le indulgenze, se non dai ladri religiosi e volgari: ma, al papa, alla Inquisizione, alla confessione, e all’elemosine purgatoriali, in questo secolo, fra i presenti cattolici, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri