stornare

[stor-nà-re]
stórno
In sintesi
distogliere, dissuadere, allontanare; togliere una somma da un conto
← comp. di s- e tornare, sull’esempio del fr. détourner.

A
v.tr.

1
Allontanare, indirizzare altrove: s. da sé un sospetto; s. l'interesse dell'opinione pubblica || Dissuadere, far desistere: s. qualcuno da un proposito || lett. Deviare il discorso
2
BUR Rettificare, correggere una scrittura in un conto || Trasferire una somma da una voce di spesa a un'altra || Annullare un contratto già stipulato

B
v.intr.
(aus. essere)

1
SPORT Nel biliardo, tornare indietro, di una palla che ha colpito quella dell'avversario
2
ant. Volgersi indietro

Citazioni
“Il Signore è sempre vicino,” disse il cardinale: “del resto, penserò io a metterla al sicuro.” E diede subito ordine che, il giorno dopo, si spedisse di buon’ora la lettiga, con una scorta, a prender le due donne. Don Abbondio uscì di lì tutto contento che il cardinale gli avesse parlato de’ due giovani, senza chiedergli conto del suo rifiuto di maritarli. – Dunque non sa niente, – diceva tra sé: – Agnese è stata zitta: miracolo! È vero che s’hanno a tornare a vedere; ma le daremo un’altra istruzione, le daremo. – E non sapeva, il pover’uomo, che Federigo non era entrato in quell’argomento, appunto perché intendeva di parlargliene a lungo, in tempo più libero; e, prima di dargli ciò che gli era dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni. Ma i pensieri del buon prelato per metter Lucia al sicuro eran divenuti inutili: dopo che l’aveva lasciata, eran nate delle cose, che dobbiamo raccontare. Le due donne, in que’ pochi giorni ch’ebbero a passare nella casuccia ospitale del sarto, avevan ripreso, per quanto avevan potuto, ognuna il suo antico tenor di vita. Lucia aveva subito chiesto da lavorare; e, come aveva fatto nel monastero, cuciva, cuciva, ritirata in una stanzina, lontano dagli occhi della gente. Agnese andava un po’ fuori, un po’ lavorava in compagnia della figlia. I loro discorsi eran tanto più tristi, quanto più affettuosi: tutt’e due eran preparate a una separazione; giacché la pecora non poteva tornare a star così vicino alla tana del lupo: e quando, quale, sarebbe il termine di questa separazione? L’avvenire era oscuro, imbrogliato: per una di loro principalmente. Agnese tanto ci andava facendo dentro le sue congetture allegre: che Renzo finalmente, se non gli era accaduto nulla di sinistro, dovrebbe presto dar le sue nuove; e se aveva trovato da lavorare e da stabilirsi, se (e come dubitarne?) stava fermo nelle sue promesse, perché non si potrebbe andare a star con lui? E di tali speranze, ne parlava e ne riparlava alla figlia, per la quale non saprei dire se fosse maggior dolore il sentire, o pena il rispondere. Il suo gran segreto l’aveva sempre tenuto in sé; e, inquietata bensì dal dispiacere di fare a una madre così buona un sotterfugio, che non era il primo; ma trattenuta, come invincibilmente, dalla vergogna e da’ vari timori che abbiam detto di sopra, andava d’oggi in domani, senza dir nulla. I suoi disegni eran ben diversi da quelli della madre, o, per dir meglio, non n’aveva; s’era abbandonata alla Provvidenza. Cercava dunque di lasciar cadere, o di stornare quel discorso; o diceva, in termini generali, di non aver più speranza, 89 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
E su la tomba di mia madre rimangano questi altri canti!… Canti d’uccelli, anche questi: di pettirossi, di capinere, di cardellini, d’allodole, di rosignoli, di cuculi, d’assiuoli, di fringuelli, di passeri, di forasiepe, di tortori, di cincie, di verlette, di saltimpali, di rondini e rondini e rondini che tornano e che vanno e che restano. Troppi? Facciano il nido il nido, covino, cantino, volino, amino almen qui, intorno a un sepolcro, poiché la crudele stupidità degli uomini li ha ormai aboliti dalle campagne non più così belle e dal sempre bel cielo d’Italia! E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto. Troppo? troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D’altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c’è visione che più campeggi o sul bianco della gran neve o sul verde delle selve  o  sul  biondo  del  grano,  che  quella  dei  trasporti  o  delle  comunioni  che passano: e non c’è suono che più si distingua sul fragor dei fiumi e ruscelli, su lo stornir delle piante, sul canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e fioriscano intorno all’antica tomba della mia giovane madre queste myricae (diciamo, cesti o stipe) autunnali. Nei luoghi incolti fanno le stipe che fioriscono di primavera, e fanno i cesti, ancor più umili, che fioriscono d’autunno; e la lor fioritura assomiglia. Mettano queste poesie i loro rosei calicetti (che l’inverno poi inaridisce senza farli cadere) intorno alla memoria di mia madre, di mia madre che fu così umile, e pur così forte, sebbene al dolore non sapesse  resistere  se  non  poco  più  di  un  anno.  Io  sento  che  a  lei  devo  la  mia abitudine contemplativa, cioè, qual  ch’ella sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un giorno lungo di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppo: io appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte. Io non so più a che cosa pensassi allora: essa piangeva. Pianse poco più di un anno, e poi morì. Seguì mio padre. E qui, devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi privò di padre e madre e, via via, di fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità nella vita? No: questa volta non chiedo perdono. Io devo (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo non solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti.
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
accorgersene al peso; la mia compagna invece camminava lesta e saltellante come uscisse dal ballo o dal teatro. E dire che un quarto d’ora prima s’era precipitata volontariamente da un’altezza di due campanili! Donne, donne, donne!... quali sono i nomi dei centomila elementi, sempre nuovi, sempre varii, sempre discordi che vi compongono? — Io non aveva mai veduta l’Aglaura così lieta, così briosa come allora dopo avermi giuocato quel mal tiro da disperata. Soltanto quand’io voleva ridurla a darmene ragione ella stornava il discorso con un poco di broncio; ma lo ravvivava indi a un istante con maggior brio e con doppia petulanza. «Volete proprio saperlo?... Son pazza, e finiamola!» Così mi chiuse la bocca da ultimo, e non se ne parlò più infatti. Tanto fu allegra spensierata ciarliera nel resto della passeggiata che comunicò anche a me qualche parte del suo buon umore, e se i miei ginocchi ricordavano molto, la mente per quella mezz’ora si dimenticò di tutto. «Quello che mi dispiace si è che mangeremo la trota fredda e le sardelle rinvenute!» disse scherzando l’Aglaura quando eravamo per toccare il lastrico del porto. Dico il vero che per quanto mi fossi riavuto, non aveva ancora le idee così chiare da ripescarvi per entro le sardelle e la trota. Però risi a fior di labbra di questo rammarico dell’Aglaura, e le promisi una frittata se il pesce non conferiva. «Ben venga la frittata e voglio voltarla io!» sclamò la fanciulla. Saffo che dopo il salto di Leucade rivolta la frittata è un personaggio affatto nuovo nel gran dramma della vita umana. Or bene, io vi posso assicurare che quel personaggio non è una grottesca finzione poetica, ma ch’esso ha vissuto in carne ed ossa, come appunto viviamo io e voi. Infatti l’Aglaura, non trovando di suo grado la trota, si mise alla padella a sbattervi le ova; io credo che la povera trota fosse ignominiosamente calunniata pel ruzzo ch’era saltato alla donzella di cavarsi questo capriccio. Io ammirava a bocca aperta. China col ginocchio sul focolare, col manico della padella in una mano, e il coperchio nell’altra che le difendeva il viso dal fuoco, ella pareva il mozzo d’un bastimento levantino che si ammannisce la colazione. La frittata riuscì eccellente, e dopo di essa anche la trota si vendicò del sofferto dispregio facendosi mangiare. Le sardelle adoperarono del loro meglio per entrare anch’esse dov’era entrata la trota. Infine non rimasero sui piatti che le reste, e d’allora in poi io mi persuasi che nulla serve meglio ad aguzzar l’appetito
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo