stolido

[stò-li-do]
In sintesi
stupido, stolto
← dal lat. stolĭdu(m), forse affine a stŭltus ‘stolto’.
s.m.

(f. -da) Persona stolida

Citazioni
Eugenia sola. Eugenia Sia ringraziato il Cielo, sarà finita. È meglio cosí. Già se Fulgenzio fosse mio sposo non avrei un’ora di bene; e s’ei lo facesse, lo farebbe per forza. Si vede chiaro, che non mi ama. Ed io sarei stolida, se volessi amarlo. Quest’angustia di cuore, che ora mi sento, non è amore, è sdegno. Sdegno non già, perché il perfido mi abbandoni, ma ira contro me stessa per avergli creduto. E sarò cosí sciocca di andarmi a chiudere in un ritiro per la perdita di un ingrato? Darò a lui questa soddisfazione, acciò se ne vanti, e vada raccontando agli amici la mia disperazione, come un trionfo della sua perfidia? No, non fia vero; vada egli, ed ammiri la mia costanza. Ma quale costanza, se mi sento morire?
Gl innamorati di Carlo Goldoni
Comandate, signora. Disponete di me. Se mi siete veramente amico, ora è tempo di dimostrarlo. Farò tutto per obbedirvi. Doralice, che per mia disgrazia è sposa di mio figliuolo, mi ha gravemente offesa; pretendo le mie soddisfazioni; e le voglio. Se lo dico a mio marito, egli è uno stolido, che non sa altro, che di medaglie. Se lo dico a mio figlio, è innamorato della moglie, e non mi abbaderà. Voi siete Cavaliere, voi siete il mio piú confidente, tocca a voi a sostenere le mie ragioni. In che consiste l’offesa? Ha dato uno schiaffo a me. Non vi è altro male? Vi par poco dare uno schiaffo alla mia cameriera? Dieci anni sono, ch’io servo in questa casa. Non mi pare motivo per accendere un sí gran fuoco. Ma bisogna sapere, perché l’ha fatto. Oh! Qui sta il punto. Via, perché l’ha fatto? Tremo solamente in pensarlo. Non posso dirlo. Colombina, diglielo tu. Ha detto, che la mia padrona non comanda piú. Che vi pare? (al Cavaliere). Ha detto che è vecchia... Zitta bugiarda; non ha detto cosí. Pretende voler ella comandare. Pretende essere  a  me  preferita,  e  perché  la  mia  cameriera  tiene  da  me,  le  dà  uno schiaffo? Signora Contessa, non facciamo tanto rumore. Come? Dovrò dissimulare un’offesa di questa sorta? E voi me lo consigliereste? Andate, andate che siete un mal Cavaliere; e se non volete voi abbracciare l’impegno, ritroverò chi avrà piú spirito, chi avrà piú convenienza di voi. (Bisogna secondarla) (da sé). Cara Contessa, non andate in collera; ho detto cosí, per acquietarvi un poco; per altro l’offesa è gravissima, e merita risarcimento.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
Eh! ho fatto qualche cosa di piú. Ho fatto dir delle cose al signor Filippo, che se non è stolido, se non è un uomo di stucco, non condurrà per ora la sua figliuola in campagna. Ci ho gusto. Anch’ella sfoggierà il suo grand’abito in Livorno. La vedrò a passeggiar sulle mura. Se l’incontro, le vo’ dar la baia a dovere. Io non voglio che le parliate. Non le parlerò, non le parlerò. So corbellare senza parlare.
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
E dove lasciate voi le predizioni de’ genetliaci, che tanto chiaramente doppo l’esito si veggono nel tema o vogliam dire nella figura celeste?. In questa guisa trovano gli alchimisti, guidati dall’umor melanconico, tutti i più elevati ingegni del mondo non aver veramente scritto mai d’altro che del modo di far l’oro, ma, per dirlo senza palesarlo al volgo, esser andati ghiribizando chi questa e chi quell’altra maniera di adombrarlo sotto varie coperte: e piacevolissima cosa è il sentire i comenti loro sopra i poeti antichi, ritrovando i misteri importantissimi che sotto le favole loro si nascondono, e quello  che  importino  gli  amori  della  Luna,  e  ‘l  suo  scendere in  Terra  per Endimione, l’ira sua contro Atteone, e quando Giove si converte in pioggia d’oro, e quando in fiamme ardenti, e quanti gran segreti dell’arte sieno in quel Mercurio interprete, in quei ratti di Plutone, in quei rami d’oro. Io credo, e in parte so, che non mancano al mondo de’ cervelli molto stravaganti,  le  vanità  de’  quali  non  dovrebbero  ridondare  in  pregiudizio d’Aristotile, del quale mi par che voi parliate talvolta con troppo poco rispetto; e la sola antichità, e ‘l gran nome che si è acquistato nelle menti di tanti uomini segnalati, dovrebbe bastar a renderlo riguardevole appresso di tutti i letterati. Il fatto non cammina così, signor Simplicio: sono alcuni suoi seguaci troppo pusillanimi, che danno occasione, o, per dir meglio, che darebbero occasione,  di  stimarlo  meno,  quando  noi  volessimo  applaudere  alle  loro leggereze. E voi, ditemi in grazia, sete così semplice che non intendiate che quando Aristotile fusse stato presente a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sarebbe molto più alterato contro di lui che contro quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano? Avete voi forse dubbio  che  quando  Aristotile  vedesse  le  novità  scoperte  in  cielo,  e’  non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimamente  s’inducono  a  voler  sostenere  ogni  suo  detto,  senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che  i  suoi  decreti  fussero  anteposti  a  i  sensi,  alle  esperienze,  alla  natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l’autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è più facile il coprirsi sotto lo scudo d’un altro che ‘l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d’allontanarsi un sol passo, e più tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � a persuadere? Bisognerebbe bene ch’io fussi d’ingegno stupido, di giudizio stravolto, e stolido di mente e d’intelletto, e cieco di discorso, ch’io non avessi a discernere la luce dalle tenebre, le gemme da i carboni, il vero dal falso.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
La providenza di questo filosofo è mirabile e degna di gran lode, attesoché e’  non  si  contenta  di  pensare  alle  cose  che  potrebbon  accadere  stante  il corso della natura, ma vuol trovarsi provvisto in occasione che seguissero di quelle cose che assolutamente si sa che non sono mai per seguire. Io voglio dunque,  per  sentir  qualche  bella  sottigliezza,  concedergli  che  quando  la Terra e l’acqua andassero in niente né le grandini né la pioggia cadessero più, né le materie ignee andasser più in alto, ma si trattenesser girando: che sarà poi? e che mi opporrà il filosofo? L’opposizione  è  nelle  parole  che  seguono  immediatamente;  eccole  qui: Quibus tamen experientia et ratio adversatur. Ora mi convien cedere, poiché egli ha sì gran vantaggio sopra di me, qual è l’esperienza, della quale io manco; perché sin ora non mi son mai incontrato in vedere che ‘l globo terrestre, con l’elemento dell’acqua, sia andato in niente, sì ch’io abbia potuto osservare quel che in questo piccol finimondo faceva la gragnuola e l’acqua. Ma ci dic’egli almanco, per nostra scienza, quel che facevano? Non lo dice altrimenti. Pagherei qualsivoglia cosa a potermi abboccar con questa persona, per domandargli, se quando questo globo sparì, e’ portò via anco il centro comune  della  gravità,  sì  com’io  credo;  nel  qual  caso,  penso  che  la  grandine  e l’acqua restassero come insensate e stolide tra le nugole, senza saper che farsi di loro. Potrebbe anco esser che, attratte da quel grande spazio vacuo, lasciato mediante la partita del globo terrestre, si rarefacesser tutti gli ambienti, ed in particolar l’aria, che è sommamente distraibile, e concorressero con somma velocità a riempierlo; e forse i corpi più solidi e materiali, come gli uccelli, che pur di ragione ne dovevano esser molti per aria, si ritirarono più verso il centro della grande sfera vacua (che par ben ragionevole che alle sustanze che sotto minor mole contengono assai materia, sieno assegnati i luoghi più angusti, lasciando alle più rare i più ampli), e quivi, mortisi finalmente di fame e risoluti in terra, formassero un nuovo globettino, con quella poca di acqua che si trovava allora tra’ nugoli. Potrebbe anco essere che le medesime materie, come quelle che non veggon lume, non s’accorgessero della partita della Terra, e che alla cieca scendessero al solito, pensando d’incontrarla, e a poco a poco si conducessero al centro, dove anco di presente andrebbero se l’istesso globo non l’impedisse. E finalmente, per dare a questo filosofo una meno irrisoluta risposta, gli dico che so tanto di quel che seguirebbe dopo l’annichilazione del globo terrestre, quanto egli avrebbe saputo che fusse per seguir di esso ed intorno ad esso avanti che fusse creato: e perché io son sicuro ch’e’ direbbe che non si sarebbe né anco potuto immaginare Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
XIX V’ha alcune poche persone al mondo, condannate a riuscir male cogli uomini in ogni cosa, a cagione che, non per inesperienza né per poca cognizione della vita sociale, ma per una loro natura immutabile, non sanno lasciare una certa semplicità di modi, privi di quelle apparenze e di non so che mentito ed artifiziato, che tutti gli altri, anche senza punto avvedersene, ed anche gli sciocchi, usano ed hanno sempre nei modi loro, e che è in loro e ad essi medesimi malagevolissimo a distinguere dal naturale. Quelli ch’io dico, essendo visibilmente diversi dagli altri, come riputati inabili alle cose del mondo, sono vilipesi e trattati male anco dagl’inferiori, e poco ascoltati o ubbiditi dai dipendenti: perché tutti si tengono da più di loro, e li mirano con alterigia. Ognuno che ha a fare con essi, tenta d’ingannarli e di danneggiarli a profitto proprio più che non farebbe con altri, credendo la cosa più facile, e poterlo fare impunemente: onde da tutte le parti è mancato loro di fede, e usate soverchierie, e conteso il giusto e il dovuto. In qualunque concorrenza sono superati, anche da molto inferiori a loro, non solo d’ingegno o d’altre qualità intrinseche, ma di quelle che il mondo conosce ed apprezza maggiormente, come bellezza, gioventù, forza, coraggio, ed anche ricchezza. Finalmente qualunque sia il loro stato nella società, non possono ottenere quel grado di considerazione che ottengono gli erbaiuoli e i facchini. Ed è ragione in qualche modo; perché non è piccolo difetto o svantaggio di natura,  non  potere  apprendere  quello  che  anche  gli  stolidi  apprendono facilissimamente, cioè quell’arte che sola fa parere uomini gli uomini ed i fanciulli: non potere, dico, non ostante ogni sforzo. Poiché questi tali, quantunque di natura inclinati al bene, pure conoscendo la vita e gli uomini meglio di molti altri, non sono punto, come talora paiono, più buoni di quello che sia lecito essere senza meritare l’obbrobrio di questo titolo; e sono privi delle maniere del mondo non per bontà, o per elezione propria, ma perché ogni loro desiderio e studio d’apprenderle ritorna vano. Sicché ad essi non resta altro, se non adattare l’animo alla loro sorte, e guardarsi soprattutto di non voler nascondere o dissimulare quella schiettezza e quel fare naturale che è loro proprio: perché mai non riescono così male, né così ridicoli, come quando affettano l’affettazione ordinaria degli altri.
Pensieri di Giacomo Leopardi
Adolfo, il tuo Convito non è terminato. Nel gennaio del 1895 cominciava, e doveva continuare per ogni mese di quell’anno, in Roma. Come fui chiamato anch’io a far parte di quel “vivo fascio di energie militanti le quali valessero a salvare qualche cosa bella e ideale dalla torbida onda di volgarità che ricopriva omai tutta la terra privilegiata dove Leonardo creò le sue donne imperiose e Michelangelo i suoi eroi indomabili”? In quel gennaio cominciavo e in quel decembre avrei compito il mio quarantesimo anno. Tutte le giornate, dal gennaio al decembre, mi si consumavano nell’esercizio del magistero. Avevo veduta una sola volta, e di sfuggita, e distratto da altre debite cure, Roma. Sottili facevo le spese, come par giusto alla nostra madre Italia che povera e trita passi la vita di coloro che le educano e istruiscono gli altri figli, nostri minori fratelli. Ero di quelli che s’erano ritratti “a coltivare” (secondo altre parole del Proemio del Convito) “a coltivare la loro tristezza come un giardino solitario”. Eppure, no: non ero di quelli; ché, in verità, non avrei cercato d’avere, per un mio proprio gusto, di quella tristezza e il fiore e il frutto! O inameni fiori! O frutti amarissimi! Chi vorrebbe essere l’ortolano e il giardiniere della morte? I frutti degli alberi nei cimiteri non si mangiano, ma si lasciano cadere. Non si dà alle bestie l’erba che nasce, così rigogliosa, così fiorita, nei camposanti; ma si brucia. Ora io coltivavo e coltivo quella tristezza per un qualche utile dei miei simili; per dire ad essi la parola che forse importa più di tutte  le  altre:  che  oltre  i  mali  necessari  della  vita  e  che  noi,  quali  possiamo appena attenuare, quali nemmeno attenuare, vi sono altri mali che sono i soli veri mali, e questi sì possiamo abolire con somma e pronta facilità. Come? Col contentarci. Ciò che piace, è sì il molto; ma il poco è ciò che appaga. Chi ha sete, crede  che  un’anfora  non  lo  disseterebbe;  e  una  coppa  lo  disseta.  Ora  ecco  la sventura aggiunta del genere umano: l’assetato, perché crede che un’anfora non basti alla sua sete, sottrae agli altri assetati tutta l’anfora, di cui berrà una coppa sola. Peggio ancora: spezza l’anfora, perché altri non beva, se egli non può bere. Peggio che mai: dopo aver bevuto esso, sperde per terra il liquore perché agli altri cresca la sete e l’odio. E infinitamente peggio: si uccidono tra loro, i sitibondi, perché non beva nessuno. Oh! bevete un po’ per uno, stolidi, e poi fate di riempire la buona anfora per quelli che verranno! Per questo, che io dico che la poca gioia che può aver l’uomo è nel poco, io sono, caro Adolfo, sincero. Mi fu dato di povero il pregio del poco, sì per essermi stato da altri rubato tutto, sì per avere io ricuperato, di quel poco, un pocolino. “Il pregio del poco” ho detto… Ma in verità che cosa si può pretender di più poco, che d’essere lasciato, fin che piaccia alla natura, con chi vi ha messo al Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
in viso, col fiato ai denti, la sottana rimboccata, il mantello e il nicchio sotto l’ascella, le mani sudice di polvere, in un mare di sudore: – Che festa, eh! signora Sganci! – Intanto chiamava don Giuseppe Barabba che gli portasse un bicchier d’acqua: – Muoio dalla sete, donna Marianna! Che bei fuochi, eh?... Circa duemila razzi! Ne ho accesi più di duecento con le mie mani sole. Guardate che mani, signor marchese!... Ah, siete qui, don Gesualdo? Bene! bene! Don Giuseppe? Chissà dove si sarà cacciato quel vecchio stolido di don Giuseppe? Don Giuseppe era salito in soffitta, per vedere i fuochi dall’abbaino, a rischio di precipitare in piazza. Comparve finalmente, col bicchier d’acqua, tutto impolverato e coperto di ragnateli, dopo che la padrona e il canonico Lupi si furono sgolati a chiamarlo per ogni stanza. Il canonico Lupi, ch’era di casa, gli diede anche una lavata di capo. Poscia, voltandosi verso Mastro-don Gesualdo, con una faccia tutta sorridente: – Bravo, bravo, don Gesualdo! Son contentone di vedervi qui. La signora  Sganci  mi  diceva  da  un  pezzo:  l’anno  venturo  voglio  che  don Gesualdo venga in casa mia, a vedere la processione! Il marchese Limòli, il quale aveva salutato gentilmente il santo Patrono al suo passaggio, inchinandosi sulla spalliera della seggiola, raddrizzò la schiena facendo una boccaccia. – Ahi! ahi!... Se Dio vuole è passata anche questa!... Chi campa tutto l’anno vede tutte le feste. – Ma di veder ciò che avete visto stavolta non ve l’aspettate più! – sogghignava il barone Zacco, accennando a Mastro-don Gesualdo. – No! no! Me lo rammento coi sassi in spalla... e le spalle lacere!... sul ponte delle fabbriche, quest’amicone mio con cui oggi ci troviamo qui, a tu per tu!... Però la padrona di casa era tutta cortesie per Mastro-don Gesualdo. Ora che il santo aveva imboccato la via di casa sua sembrava che la festa fosse per lui: donna Marianna parlandogli di questo e di quello; il canonico Lupi battendogli sulla spalla; la Macrì che gli aveva ceduto persino il posto; don Filippo Margarone anche lui gli lasciava cadere dall’alto del cravattone complimenti simili a questi: – Il nascer grandi è caso, e non virtù!... Venire su dal nulla, qui sta il vero merito! Il primo mulino che avete costruito in appalto, eh? coi denari presi in prestito al venti per cento!...
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
baracca! La povera cugina Bianca ci aveva lasciato le ossa col mal sottile! – Zacco la sera stessa andò a far visita al barone Rubiera, invece di annoiarsi con quel villano di Mastro-don Gesualdo che passava la sera a lamentarsi, tenendosi la pancia, all’oscuro, per risparmiare il lume. – Mi volete, eh? cugino Rubiera... donna Giuseppina... Don Ninì era uscito per assistere a certo conciliabolo in cui si trattavano affari grossi. Intanto che aspettava, il barone Zacco volle fare il suo dovere colla baronessa madre, ch’era stato un pezzo senza vederla. La trovò nella sua camera, inchiodata nel seggiolone di faccia al letto matrimoniale, accanto al quale era ancora lo schioppo del marito, buon’anima, e il crocifisso che gli avevano messo sul petto in punto di morte, imbacuccata in un vecchio scialle, e colle mani inerti in grembo. Appena vide entrare il cugino Zacco si mise a piangere di tenerezza, rimbambita: delle lagrime grosse e silenziose che si gonfiavano a poco a poco negli occhi torbidi, e scendevano lentamente giù per le guance floscie. – Bene, bene, mi congratulo, cugina Rubiera! La testa è sana! Conoscete ancora la gente! – Essa voleva narrargli anche i suoi guai, biasciando,  sbuffando  e  imbrogliandosi,  con  la  lingua  grossa  e  le  labbra pavonazze, spumanti di bava. Il barone, affettuoso, tendeva l’orecchio, si chinava su di lei. – Eh? Che cosa? Sì, sì, capisco! Avete ragione, poveretta! – In quella sopraggiunse la nuora infuriata. – Non si capisce una maledetta! – osservò Zacco. – Deve essere un purgatorio per voialtri parenti. – La paralitica  fulminò  un’occhiata  feroce,  rizzando  più  che  poteva  il  capo  piegato sull’omero, mentre donna Giuseppina la sgridava come una bimba, asciugandole il mento con un fazzoletto sudicio. – Che avete? che volete? stolida!... Vi rovinate la salute!... È proprio una creaturina di latte, Dio lodato! Non bisogna credere a quello che dice! Ci vuole una pazienza da santi a durarla con lei!... – La suocera adesso spalancava gli occhi, guardandola atterrita, rannicchiando il capo nelle spalle, quasi aspettando di essere battuta: – Vedete? Santa pazienza! – Ve l’ho detto, – conchiuse il barone. – Avete il purgatorio in terra, per andarvene diritto in paradiso. Indi giunse don Ninì a prendere le chiavi della cantina. Trovando il cugino fece un certo viso sciocco. – Ah... cugino!... che c’è di nuovo? Vostra moglie sta bene?... Qui, da me, lo vedete... guai colla pala! Che c’è, mammà? i soliti capricci? Permettetemi, cugino Zacco, devo scendere giù un momento...
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Della moglie e prole nella tirannide Come in un mostruoso governo, dove niun uomo vive sicuro nè del suo, nè di sè stesso, ve ne siano pure alcuni che ardiscano scegliere una compagna della propria infelicità, e perpetuare ardiscano la propria e l’altrui servitù col procrearvi dei figli, difficil cosa è ad intendersi, ragionando ed impossibile parrebbe a credersi, se tutto dì nol vedessimo. Dovendone addur le ragioni, direi; che la natura, in ciò più possente ancora che non è la tirannide, spinge gl’individui ad abbracciar questo conjugale stato con una forza più efficace di quella con cui la tirannide da esso gli stoglie. E non volendo io ora distinguere se non in due soli ceti questi uomini soggiogati da un tale governo, cioè in poveri e ricchi; direi, che si ammogliano nella tirannide i ricchi, per una loro stolta persuasione che la stirpe loro, ancorchè inutilissima al mondo e spesso anche oscura, vi riesca nondimeno necessaria, e gran parte del di lui ornamento componga; i poveri, perchè nulla sanno, nulla pensano, e in nulla possono oramai peggiorare il loro infelicissimo stato. Lascio per ora da parte i poveri; non già perchè sprezzabili siano, ma perchè ad essi nuoce assai meno il far come fanno. Parlerò espressamente de’ ricchi; non per altra ragione, se non perchè essendo, o dovendo costoro essere meglio educati; avendo essi in qualche picciola parte conservato il diritto di riflettere; e non potendo quindi non sentire la lor servitù; debbono i ricchi, quando non siano del tutto stolidi, moltissimo riflettere alle conseguenze del pigliar moglie nella tirannide. E per fare una distinzione meno spiacente, o meno oltraggiosa per gli uomini, che non è quella di poveri e ricchi, la farò tra gli enti pensanti, ed i non pensanti. Dico dunque, che chi pensa, e può campare senza guadagnarsi il vitto, non dee mai pigliar moglie nella tirannide; perchè, pigliandovela, egli tradisce il proprio pensare, la verità, sè stesso, e i suoi figli. Non è difficile di provare quanto io asserisco. Suppongo, che l’uomo pensante dee conoscere il vero; quindi indubitabilmente si dee dolere non poco in sè stesso di esser nato nella tirannide; governo, in cui nulla d’uomo si conserva oltre la faccia. Ora, colui che si duole di esservi nato, avrà egli il coraggio, o per dir meglio, la crudeltà, di farvisi rinascere in altrui? di aggiungere al timore che egli ha per sè stesso, l’avere a temere per la moglie, e quindi pe’ figli? Parmi ciò un moltiplicare i mali a tal segno, che io non potrò pur mai credere, che chi piglia moglie nella tirannide, pensi, e conosca pienamente il vero. Il primo oggetto del matrimonio egli è, senza dubbio, di avere una fedele e dolce compagna delle private vicende, la quale dalla morte soltanto ci possa Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
esser tolta. Supponendo ora il non supponibile, cioè che in una tirannide non fossero corrotti i costumi, onde questa compagna potesse non aver altra cura nè desiderio, che di piacere al marito; chi può assicurare costui, che ella dal tiranno,  o  dai  suoi  tanti  potenti  satelliti,  non  gli  verrà  sedotta,  corrotta,  o anche tolta? Collatino, parmi, è un esempio chiaro abbastanza per dimostrare la possibilità di un tal fatto: ma gli alti effetti che da quello stupro ne nacquero, sono ai tempi nostri assai meno sperabili, benchè le cagioni tutto dì ne sussistano. Mi odo già dire; Che il tiranno non può voler la moglie di tutti; che è caso anche raro nei nostri presenti costumi, ch’egli cerchi a sedurne due o tre; e che questo farà egli con promesse, doni, ed onori ai mariti, ma non mai con l’aperta violenza. Ecco le scellerate ragioni che rassicurano il cuore dei presenti mariti, i quali niun’altra cosa temono al mondo, che di non esser essi quei felici che compreranno a prezzo della propria infamia il diritto di opprimere i meno vili di loro. Molti secoli dopo Collatino, nelle Spagne, rozze ancora e quindi non molto corrotte, un altro regio stupro ne facea cacciare i tiranni indigeni, e chiamarne de’ nuovi stranieri. Ma nei tempi nostri illuminati e dolcissimi, uno stupro con violenza accader non potrebbe, perchè non v’è donna che si negasse al tiranno; e la vendetta qualunque, se egli pure accadesse, ne riuscirebbe impossibile; perchè non v’è padre o fratello o marito, che non si stimasse onorato  di  un  tal  disonore.  E  la  verità  qui  mi  sforza  a  dir  cosa,  che  nelle tirannidi moverà al riso il più degli schiavi, ma che in qualche altro cantuccio del globo, dove i costumi e la libertà rifugiati si siano, muoverà ad un tempo dolore, maraviglia, e indegnazione; ed è, che se pure ai dì nostri vi fosse quel tale insofferente e magnanimo, che con memorabile vendetta facesse ripentire il tiranno di avergli fatto un così grave oltraggio, l’universale lo tratterebbe di stolido, d’insensato, e di traditore; e stranezza chiamerebbero in lui il non voler con molti manifesti vantaggi sopportar dal tiranno quella ingiuria stessa, che tutto dì si suole, senza utile niuno, ricevere e sopportar dai privati. Inorridisco io stesso nel dover riferire queste argute viltà, che sono il più elegante condimento del moderno pensare; e che, con vocabolo francese, lietamente chiamansi SPIRITO: ma nella forza del vero talmente confido, che io ardisco sperare che tornerà pure un tal giorno, in cui, non meno ch’io nello scrivere di tali costumi, inorridiranno i molti nel leggerli. Se nell’ammogliarsi dunque il primo scopo si è d’aver moglie; ove non si voglia pure confondere (come di tante altre cose si fa) il mantenerla coll’averla; avere non si può, perchè se non la tolgono al marito il tiranno, o alcuno de’ tanti suoi sgherri, ai quali invano si resisterebbe, gliela tolgono Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
PARTE PRIMA ............................................... 5 Introduzione ..................................................... 5 Epoca prima – Puerizia. Abbraccia nove anni di vegetazione.................................................. 7 Capitolo primo – Nascita, e parenti .................. 7 Capitolo secondo – Reminiscenze dell’infanzia.. 8 Capitolo terzo – Primi sintomi di un carattere  appassionato ............................................... 10 Capitolo quarto – Sviluppo dell’indole indicato da vari fattarelli ........................................... 12 Capitolo quinto – Ultima storietta puerile ...... 16 Epoca seconda – Adolescenza. Abbraccia otto anni d’ineducazione .................................. 20 Capitolo primo – Partenza dalla casa materna, ed ingresso nell’Accademia di Torino, e descrizione di essa ................................................ 20 Capitolo secondo – Primi studi, pedanteschi, e mal fatti .................................................... 22 Capitolo terzo – A quali de’ miei parenti in Torino venisse affidata la mia adolescenza .... 25 Capitolo quarto – Continuazione di quei non-studi .................................................... 27 Capitolo quinto – Varie insulse vicende, su lo stesso andamento del precedente ................. 30 Capitolo sesto – Debolezza della mia complessione; infermità continue, ed incapacità d’ogni esercizio, e massimamente del ballo, e perché ........ 34 Capitolo settimo – Morte dello zio paterno. Liberazione mia prima. Ingresso nel Primo Appar tamento dell’Accademia ............................... 37 Capitolo ottavo – Ozio totale. Contrarietà incontrate, e fortemente sopportate ............. 42 Capitolo nono – Matrimonio della sorella. Reintegrazione del mio onore. Primo cavallo ...... 43 Capitolo decimo – Primo amoruccio. Primo viaggetto. Ingresso nelle truppe ................... 45 Epoca terza – Giovinezza. Abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze...................... 48 Capitolo primo – Primo viaggio. Milano, Firenze, Roma .......................................................... 48 Capitolo secondo – Continuazione dei viaggi, liberatomi anche dell’aio .............................. 52 Capitolo terzo – Proseguimento dei viaggi. Prima mia avarizia ....................................... 55 Capitolo quarto – Fine del viaggio d’Italia, e mio primo arrivo a Parigi .......................... 59 Capitolo quinto – Primo soggiorno in Parigi ... 62 Capitolo sesto – Viaggio in Inghilterra e in Olanda. Primo intoppo amoroso ................. 65 Capitolo settimo – Ripatriato per un mezz’anno, mi do agli studi filosofici ............................. 70 Capitolo ottavo – Secondo viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezia ....................... 73 Capitolo nono – Proseguimento di viaggi. Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra 77 Capitolo decimo – Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra ....................................... 82 Capitolo undecimo – Disinganno orribile ....... 91 Capitolo duodecimo – Ripreso il viaggio in Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, e ritorno in patria........................................................... 95 Capitolo decimoterzo – Poco dopo essere rimpatriato, incappo nella terza rete amorosa. Primi tentativi di poesia............................. 104 Capitolo decimoquarto – Malattia e ravvedimento 108 Capitolo decimoquinto – Liberazione vera. Primo sonetto ............................................ 112 Epoca quarta – Virilità. Abbraccia trenta e più anni di composizioni, traduzioni, e studi diversi  118 Capitolo primo – Ideate, e stese in prosa francese le due prime tragedie, il Filippo, e il Polinice. Intanto un diluvio di pessime rime ............ 118 Capitolo secondo – Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. Primo viaggio letterario in Toscana ................................................. 125 Capitolo terzo – Ostinazione negli studi più ingrati ....................................................... 131 Capitolo quarto – Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina. Amicizia contratta col Gandellini. Lavori fatti o ideati in Siena............................................ 134 Capitolo quinto – Degno amore mi allaccia finalmente per sempre ............................... 139 Capitolo sesto – Donazione intera di tutto il mio alla sorella. Seconda avarizia ...................... 141 Capitolo settimo – Caldi studi in Firenze ...... 148 Capitolo ottavo – Accidente, per cui di nuovo rivedo Napoli, e Roma, dove mi fisso ........ 151 Capitolo nono – Studi ripresi ardentemente in Roma. Compimento delle quattordici prime tragedie ..................................................... 154
Vita di Vittorio Alfieri
locanda che una educazione, poiché a niuna regola erano astretti, se non se al ritrovarsi la sera in casa prima della mezza notte. Del resto, andavano, e a corte,  e  ai  teatri,  e  nelle  buone  e  nelle  cattive  compagnie,  a  loro  intero piacimento. E per supplizio maggiore di noi poverini del Secondo e Terzo Appartamento, la distribuzione locale portava che ogni giorno per andare alla nostra cappella alla messa, ed alle scuole di ballo, e di scherma, dovevamo passare per le gallerie del Primo Appartamento, e quindi vederci continuamente in su gli occhi la sfrenata e insultante libertà di quegli altri; durissimo  paragone  colla  severità  del  nostro  sistema,  che  chiamavamo andantemente galera. Chi fece quella distribuzione era uno stolido, e non conosceva punto il cuore dell’uomo; non si accorgendo della funesta influenza  che  doveva  avere  in  quei  giovani  animi  quella  continua  vista  di tanti proibiti pomi. Capitolo secondo Primi studi, pedanteschi, e mal fatti. Io era dunque collocato nel Terzo Appartamento, nella camerata detta di mezzo; affidato alla guardia di quel servitore Andrea, che trovatosi così padrone di me senza avere né la madre, né lo zio, né altro mio parente che lo frenasse, diventò un diavolo scatenato. Costui dunque mi tiranneggiava per  tutte  le  cose  domestiche  a  suo  pieno  arbitrio.  E  così  l’assistente  poi faceva di me, come degli altri tutti, nelle cose dello studio, e della condotta usuale. Il giorno dopo il mio ingresso nell’Accademia, venne da quei professori esaminata la mia capacità negli studi, e fui giudicato per un forte quartano, da poter facilmente in tre mesi di assidua applicazione entrare in terza. Ed in fatti mi vi accinsi di assai buon animo, e conosciuta ivi per la prima volta l’utilissima gara dell’emulazione, a competenza di alcuni altri anche maggiori di me per età, ricevuto poi un nuovo esame nel novembre, fui  assunto  alla  classe  di  terza.  Era  il  maestro  di  quella  un  certo  don Degiovanni; prete, di forse minor dottrina del mio buon Ivaldi; e che aveva inoltre  assai  minore  affetto  e  sollecitudine  per  i  fatti  miei,  dovendo  egli badare alla meglio, e badandovi alla peggio, a quindici, o sedici suoi scolari, che tanti ne avea. Tirandomi così innanzi in quella scoluccia, asino, fra asini, e sotto un asino, io vi spiegava il Cornelio Nipote, alcune egloghe di Virgilio, e simili; vi si facevano certi terni sguaiati e sciocchissimi; talché in ogni altro colle-
Vita di Vittorio Alfieri
mi non micolpì alla prima quanto avrei desiderato e creduto, ma successivamente poi la maraviglia mia andò sempre crescendo; e ciò, a tal segno, ch’io non ne conobbi ed apprezzai veramente il valore se non se molti anni dopo, allorché stanco della misera magnificenza oltramontana, mi venne fatto di dovermi trattenere in Roma degli anni. Capitolo secondo Continuazione dei viaggi, liberatomi anche dell’aio. Incalzavaci frattanto l’imminente inverno; e più ancora incalzava io il tardissimo aio, perché si partisse per Napoli, dove s’era fatto disegno di soggiornare per tutto il carnevale. Partimmo dunque coi vetturini, sì perché allora le strade di Roma a Napoli non erano quasi praticabili, sì per via del mio cameriere Elia, che a Radicofani essendo caduto sotto il cavallo di posta  si  era  rotto  un  braccio,  e  ricoverato  poi  nella  nostra  carrozza  avea moltissimo patito negli strabalzi di essa, venendo così fino a Roma. Molto coraggio e presenza di spirito e vera fortezza d’animo aveva mostrato costui in codesto accidente; poiché rialzatosi da sé, ripreso il ronzino per le redini, si avviò soletto a piedi sino a Radicofani distante ancora più d’un miglio. Quivi, fatto cercare un chirurgo, mentre lo stava aspettando si fece sparare la manica dell’abito, e visitandosi il braccio da sé, trovatolo rotto, si fece tenere ben saldamente la mano di esso stendendolo quanto più poteva, e coll’altra, che era la mandritta, se lo riattò sì perfettamente, che il chirurgo, giunto quasi nel tempo stesso che noi sopraggiungevamo con la carrozza, lo trovò rassettato a guisa d’arte in maniera che, senza più altrimenti toccarlo, subito lo fasciò, e in meno d’un’ora noi ripartimmo, collocando il ferito in carrozza, il quale pure con viso baldo e fortissimo pativa non poco. Giunti ad Acquapendente, si trovò rotto il timone della carrozza; del che trovandoci noi tutti impicciatissimi, cioè noi tre ragazzi, il vecchio aio, e gli altri quattro stolidi servitori, quel solo Elia col braccio al collo, tre ore dopo la rottura, era più in moto, e più efficacemente di noi tutti adoperavasi per risarcire il timone; e così bene diresse quella provvisoria rappezzatura, che in meno di du’ altre ore si ripartì, e l’infermo timone ci strascinò senz’altro accidente poi sino a Roma. Io mi son compiaciuto d’individuare questo fatto episodico, come tratto caratteristico di un uomo di molto coraggio e gran presenza di spirito, molto più che al suo umile stato non parea convenirsi. Ed in nessuna
Vita di Vittorio Alfieri
l’arte, subito mi risolvei di tornare in Toscana, dove anche sempre più mi italianizzerei il concetto. Che se in Torino non parlava francese, con tutto ciò il nostro gergaccio piemontese ch’io sempre parlava e sentiva tutto il giorno, in nulla riusciva favorevole al pensare e scrivere italiano. Capitolo quarto Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina. Amicizia contratta col Gandellini. Lavori fatti o ideati in Siena. Partii nei primi di maggio, previa la consueta permissione che bisognava ottener dal re per uscire dai suoi felicissimi stati. Il ministro a chi la domandai,  mi  rispose  che  io  era  stato  anco  l’anno  innanzi  in  Toscana. Soggiunsi:  “E  perciò  mi  propongo  di  ritornarvi  quest’anno”.  Ottenni  il permesso; ma quella parola mi fece entrar in pensieri, e bollire nella fantasia il disegno che io poi in meno d’un anno mandai pienamente ad effetto, e per cui non mi occorse d’allora in poi mai più di chiedere permissione nissuna. In questo secondo viaggio, proponendomi di starvi più tempo, e fra i miei deliri di vera gloria frammischiandone pur tuttavia non pochi di vanagloria, ci volli condur più cavalli e più gente, per recitare in tal guisa le due parti che di rado si maritano insieme, di poeta e di signore. Con un treno dunque di otto cavalli, ed il rimanente non discordante da esso, mi avviai alla volta di Genova. Di là imbarcatomi io col bagaglio e il biroccino, mandai per la via di terra verso Lerici e Sarzana i cavalli. Questi arrivarono felicemente avendomi preceduto. Io nella filucca essendo già quasi alla vista di Lerici, fui rimandato indietro dal vento, e costretto di sbarcare a Rapallo, due sole poste distante da Genova. Sbarcato quivi, e tediandomi di aspettare che il vento tornasse favorevole per ritornare a Lerici, lasciai la filucca con la roba mia, e prese alcune camicie, i miei scritti (dai quali non mi separava mai più) ed un sol uomo, per le poste a cavallo a traverso quei rompicolli di strade del nudo Appennino me ne venni a Sarzana, dove trovai i cavalli, e dovei poi aspettar la filucca più di otto giorni. Ancorché io ci avessi il divertimento dei cavalli, pure non avendo altri libri che l’Orazietto e il Petrarchino di tasca, mi tediava non poco il soggiorno di Sarzana. Da un prete fratello del mastro di posta mi feci prestare un Tito Livio, autore che (dalle scuole in poi, dove non l’avea né inteso né gustato) non m’era più capitato alle mani. Ancorché io smoderatamente mi fossi appassionato della brevità sallustiana, pure la sublimità dei soggetti, e la maestà delle concioni
Vita di Vittorio Alfieri
Nell’anno  susseguente,  1780,  verseggiai  la  Maria  Stuarda;  stesi l’Ottavia e il Timoleone; di cui, questa era frutto della lettura di Plutarco, ch’io avea anche ripigliato; quella, era figlia mera di Tacito, ch’io leggeva e rileggeva con trasporto. Riverseggiai inoltre tutto intero il Filippo, per la terza volta, sempre scemandolo di parecchi versi; ma egli era pur sempre quello che si risentiva il più della sua origine bastarda, pieno di tante forme straniere  ed  impure.  Verseggiai  la  Rosmunda,  e  gran  parte  dell’Ottavia, ancorché verso il finir di quell’anno la dovessi poi interrompere, attesi i fieri disturbi di cuore che mi sopravvennero. Capitolo ottavo  Accidente, per cui di nuovo rivedo Napoli, e Roma, dove mi fisso. La donna mia (come più volte accennai) vivevasi angustiatissima; e tanto poi crebbero quei dispiaceri domestici, e le continue vessazioni del marito si terminarono finalmente in una sì violenta scena baccanale nella notte di Sant’Andrea, ch’ella per non soccombere sotto sì orribili trattamenti fu alla per fine costretta di cercare un modo per sottrarsi a sì fatta tirannia, e salvare la salute e la vita. Ed ecco allora, che io di bel nuovo dovei (contro la natura mia) raggirare presso i potenti di quel governo, per indurli a favorire la liberazione di quell’innocente vittima da un giogo sì barbaro e indegno. Io, assai ben conscio a me stesso che in codesto fatto operai più pel bene d’altri che non per il mio; conscio ch’io mai non diedi consiglio estremo alla mia donna, se non quando i mali suoi divennero estremi davvero, perché questa è sempre stata la massima ch’io ho voluta praticare negli affari altrui, e non mai ne’ miei propri; e conscio finalmente ch’era cosa oramai del tutto impossibile di procedere altrimenti, non mi abbassai allora, né mi abbasserò mai, a purgarmi delle stolide e maligne imputazioni che mi si fecero in codesta occorrenza. Mi basti il dire, che io salvai la donna mia dalla tirannide d’un irragionevole e sempre ubriaco padrone, senza che pure vi fosse in nessunissimo modo compromessa la di lei onestà, né leso nella minima parte il decoro di tutti. Il che certamente a chiunque ha saputo o viste dappresso le circostanze particolari della prigionia durissima in cui ella di continuo ad oncia ad oncia moriva, non parrà essere stata cosa facile a ben condursi, e riuscirla, come pure riuscì, a buon esito. Da prima dunque essa entrò in un monastero in Firenze, condottavi dallo stesso marito come per visitar quel luogo, e dovutavela poi lasciare
Vita di Vittorio Alfieri