stoico

[stòi-co]
In sintesi
seguace della scuola filosofica che predicava la serena accettazione del dolore; forte d'animo, fermo, sereno
← dal lat. stoĭcu(m), dal gr. stōikós ‘della filosofia della stoà’; cfr. stoà.

A
agg.

1
FILOS Relativo agli stoici o allo stoicismo: scuola, filosofia stoica
2
estens. Di chi agisce con fermezza e forza d'animo di fronte alle avversità, alle difficoltà, al dolore fisico e morale: un comportamento s.; una morte stoica; s. eroismo

B
s.m.
(f. -ca)

1
FILOS Seguace della dottrina stoica
2
estens. Persona stoica: un comportamento da vero s.

Citazioni
queste intelligenze a cu’ io parlo, e quello di prima fosse amore così come questo di poi, perché la loro vertù corrompe l’uno e l’altro genera? con ciò sia cosa che innanzi dovrebbe quello salvare, per la ragione che ciascuna cagione ama lo suo effetto e, amando quello, salva quell’altro”. A questa questione si può leggermente rispondere che lo effetto di costoro è amore, com’è detto; e però che salvare nol possono se non in quelli subietti che sono sottoposti a la loro circulazione, esso transmutano di quella parte che è fuori di loro podestade in quella che v’è dentro, cioè de l’anima partita d’esta vita in quella ch’è in essa. Sì come la natura umana transmuta, ne la forma umana, la sua conservazione di padre in figlio, perché non può in esso padre perpetualmente [ta]l suo effetto conservare. Dico “effetto”, in quanto l’anima col corpo, congiunti, sono effetto di quella; ché [l’anima, poi che] è partita, perpetualmente dura in natura più che umana. E così è soluta la questione. Ma però che de la immortalità de l’anima è qui toccato, farò una digressione, ragionando di quella; perché, di quella ragionando, sarà bello terminare lo parlare di quella viva Beatrice beata, de la quale più parlare in questo  libro  non  intendo  per  proponimento.  Dico  che  intra  tutte  le bestialitadi quella è stoltissima, vilissima e dannosissima, chi crede dopo questa vita non essere altra vita; però che, se noi rivolgiamo tutte le scritture, sì de’ filosofi come de li altri savi scrittori, tutti concordano in questo, che in noi sia parte alcuna perpetuale. E questo massimamente par volere Aristotile in quello de l’Anima; questo par volere massimamente ciascuno Stoico; questo par volere Tullio, spezialmente in quello libello de la Vegliezza; questo  par  volere  ciascuno  poeta  che  secondo  la  fede  de’  Gentili  hanno parlato; questo vuole ciascuna legge, Giudei, Saracini, Tartari, e qualunque altri vivono secondo alcuna ragione. Che se tutti fossero ingannati, seguiterebbe una impossibilitade, che pure a ritraere sarebbe orribile. Ciascuno è certo che la natura umana è perfettissima di tutte l’altre nature di qua giù; e questo nullo niega, e Aristotile l’afferma quando dice nel duodecimo de li Animali che l’uomo è perfettissimo di tutti li animali. Onde con ciò sia cosa che molti che vivono interamente siano mortali, sì come animali bruti, e siano sanza questa speranza tutti mentre che vivono, cioè d’altra vita; se la  nostra  speranza  fosse  vana,  maggiore  sarebbe  lo  nostro  difetto  che  di nullo altro animale, con ciò sia cosa che molti già sono stati che hanno data questa vita per quella; e così seguiterebbe che lo perfettissimo animale, cioè l’uomo, fosse imperfettissimo — ch’è impossibile —, e che quella parte, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
improporzionalmente li altri obietti vince e soperchia. Per che li filosofi eccellentissimi  ne  li  loro  atti  apertamente  lo  ne  dimostraro,  per  li  quali sapemo essi tutte l’altre cose, fuori che la sapienza, avere messe a non calere. Onde Democrito, de la propria persona non curando, né barba né capelli né unghie si togliea; Platone, de li beni temporali non curando, la reale dignitade mise a non calere, che figlio di re fue; Aristotile, d’altro amico non curando, contra lo suo migliore amico, fuori di quella, combatteo, sì come contra lo nomato Platone. E perché di questi parliamo, quando troviamo li altri che per questi pensieri la loro vita disprezzaro, sì come Zeno, Socrate, Seneca, e molti altri? E però è manifesto che la divina virtù, a guisa [che in] angelo, in questo amore ne li uomini discende. E per dare esperienza di ciò, grida sussequentemente lo testo: E qual donna gentil questo non crede, Vada con lei e miri. Per donna gentile s’intende la nobile anima d’ingegno e libera ne la sua propia potestate, che è la ragione. Onde l’altre anime dire non si possono donne, ma ancille, però che non per loro sono ma per altrui; e lo Filosofo dice, nel secondo de la Metafisica, che quella cosa è libera che per sua cagione è, non per altrui. Dice: Vada con lei e miri li atti sui, cioè accompagnisi di questo amore, e guardi a quello che dentro da lui troverà. E in parte ne tocca, dicendo: Quivi dov’ella parla, si dichina, cioè, dove la filosofia è in atto, si dichina un celestial pensiero, nel quale si ragiona questa essere più che umana operazione: e dice “del cielo” a dare a intendere che non solamente essa, ma li pensieri  amici  di  quella  sono  astratti  da  le  basse  e  terrene  cose.  Poi sussequentemente dice com’ell’avvalora e accende amore dovunque ella si mostra, con la suavitade de li atti, ché sono tutti li suoi sembianti onesti, dolci e sanza soverchio alcuno. E sussequentemente, a maggiore persuasione de la sua compagnia fare, dice: Gentile è in donna ciò che in lei si trova, E bello è tanto quanto lei simiglia. Ancora soggiugne: E puossi dir che ’l suo aspetto giova: dove è da sapere che lo sguardo di questa donna fu a noi così largamente ordinato, non pur per la faccia che ella ne dimostra vedere, ma per le cose che ne tiene celate desiderare ed acquistare. Onde, sì come per lei molto di quello si vede per ragione, e per consequente essere per ragione, che sanza lei pare maraviglia, così per lei si crede [ch’]ogni miracolo in più alto intelletto puote avere ragione, e per consequente può essere. Onde la nostra buona fede ha sua origine; da la quale viene la speranza, de lo proveduto desiderare; e per quella nasce l’operazione de la caritade. Per le quali tre virtudi si sale a filosofare a quelle Atene celestiali, dove gli Stoici e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
fu  per  li  savi  cercato.  E  però  che  li  disideratori  di  quello  sono  in  tanto numero e li appetiti sono quasi tutti singularmente diversi, avvegna che universalmente siano pur [uno], ma[lag]evole fu molto a scernere quello dove dirittamente ogni umano appetito si riposasse. Furono dunque filosofi  molto  antichi,  de  li  quali  primo  e  prencipe  fu  Zenone,  che  videro  e credettero questo fine de la vita umana essere solamente la rigida onestade; cioè rigidamente, sanza respetto alcuno, la verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolore, di nulla mostrare allegrezza, di nulla passione avere sentore. E diffiniro così questo onesto: “quello che, sanza utilitade e sanza frutto, per sé di ragione è da laudare”. E costoro e la loro setta chiamati furono Stoici, e fu di loro quello glorioso Catone di cui non fui di sopra oso di parlare. Altri filosofi furono, che videro e credettero altro che costoro; e di questi fu primo e prencipe uno filosofo che fu chiamato Epicuro; ché, veggendo che ciascuno animale, tosto che nato è, quasi da natura dirizzato nel debito fine, che fugge dolore e domanda allegrezza, quelli disse questo nostro fine essere voluptade (non dico “voluntade”, ma scrivola per P), cioè diletto sanza dolore. E però [che] tra ’l diletto e lo dolore non ponea mezzo alcuno, dicea che “voluptade” non era altro che “non dolore”, sì come pare Tullio recitare nel primo di Fine di Beni. E di questi, che da Epicuro sono Epicurei nominati, fu Torquato, nobile romano, disceso del sangue del glorioso  Torquato  del  quale  feci  menzione  di  sopra.  Altri  furono,  e cominciamento ebbero da Socrate e poi dal suo successore Platone, che, agguardando  più  sottilmente,  e  veggendo  che  ne  le  nostre  operazioni  si potea peccare e peccavasi nel troppo e nel poco, dissero che la nostra operazione sanza soperchio e sanza difetto, misurata col mezzo per nostra elezione preso, ch’è virtù, era quel fine di che al presente si ragiona; e chiamaronlo “operazione con virtù”. E questi furono Academici chiamati, sì come fue Platone e Speusippo suo nepote: chiamati per luogo così dove Plato studiava, cioè Academia; né da Socrate presero vocabulo, però che ne la sua filosofia nulla fu affermato. Veramente Aristotile, che Stagirite ebbe sopranome, e Zenocrate Calcedonio, suo compagnone, [e per lo studio loro], e per lo ’ngegno [singulare] e quasi divino che la natura in Aristotile messo avea, questo fine conoscendo per lo modo socratico quasi e academico, limaro e a  perfezione  la  filosofia  morale  redussero,  e  massimamente  Aristotile.  E però che Aristotile cominciò a disputare andando in qua e in lae, chiamati furono — lui, dico, e li suoi compagni — Peripatetici, che tanto vale quanto “deambulatori”. E però che la perfezione di questa moralitade per Aristotile Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
lui la fortuna avea disertato le bandiere francesi, e il solo valore le difendeva ancora sulle terre straniere ov’egli, fulmineo vincitore, le aveva piantate. Dopo alcuni mesi si avverò quanto si temeva. Macdonald succeduto a Championnet fu richiamato nell’alta Italia contro gli Austro-Russi che l’avevano invasa; lasciata qualche piccola guarnigione nel Castello di Sant’Elmo, a Capua, a Gaeta, egli dovette aprirsi il passo coll’armi alla mano, tanto la ribellione imbaldanziva oggimai anche sui confini dello Stato romano. Io m’era abbattuto molte volte in Lucilio in Amilcare e in Giulio Del Ponte, durante quella guerra disordinata; ma sempre per pochissimi istanti, giacché le nostre colonne giovavano assai in quelle fazioni per lo più d’imboscata e di montagna, e le adoperavano senza remissione a destra e sinistra sull’Adriatico e sul Mediterraneo. Aveva collocato la Pisana presso la Principessa di Santacroce, sorella d’un principe romano ch’era morto pochi mesi prima ad Aversa difendendo la Repubblica contro l’invasione di Mack. Era tranquillo per lei; il Carafa mi trattava con molta amorevolezza e riponeva in me una speciale confidenza. Null’altra brama aveva, null’altra passione che di veder trionfare quella causa della libertà cui mi era corpo ed anima consacrato. La partenza dei Francesi fu pei repubblicani di Napoli un colpo terribile. S’eran dati attorno assai, ma non quanto sarebbe bisognato per sopperire alla mancanza d’un sì valido aiuto. Lucilio, Amilcare, e il Del Ponte non vollero partire ad ogni costo; e chiesero d’esser ammessi alla legione di volontari che si formava allora sotto il comando di Schipani: il povero Giulio dopo tante marce, tante guerre, tante fatiche moveva veramente a pietà. In cento azzuffamenti, in dieci battaglie, egli era ito chiedendo l’elemosina d’una palla che non gli veniva concessa mai. Le forze gli venivano meno giorno per giorno, e raccapricciava all’idea di morire sul pagliericcio verminoso degli ospitali militari d’allora. I due amici lo confortavano ma con qual cuore! L’entusiasmo di Amilcare s’era convertito in un rabbioso furore, e la fede di Lucilio in una stoica rassegnazione. Se da cotali sentimenti possono esser ispirate parole di conforto, anche un disperato qualunque potrebbe dar lezioni di pazienza e di moderazione prima di appendersi al laccio. In quel tempo la colonna di Ettore Carafa fu spedita nella Puglia per opporsi alla ribellione che guadagnava terreno anche in quella provincia. Io partii dopo aver baciato gli amici e la Pisana, forse per l’ultima volta. La presenza di costei a Napoli era nota soltanto a Lucilio; Giulio la sospettava, ma non osava parlarne; Amilcare aveva ben altro a che pensare! Non vedeva
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Che ascolto io mai? l’infame giorno esecrando rimembrar tu ardisci? — Entro a quel sangue tuo me non bagnai; tu tel bevesti, io tacqui; è ver, costretto tacqui; ma fui reo del silenzio, e il sono, finch’io respiro aura di vita. — Ahi stolto, ch’io allor credetti, che Neron potria por fine al sangue col sangue materno! Veggo ben or, ch’indi ha principio appena. — Ogni nuova tua strage a me novelli doni odiosi arreca, onde mi hai carco; né so perché. Tu mi costringi a torli; prezzo di sangue alla maligna plebe parran tuoi doni: ah! li ripiglia; e lascia a me la stima di me stesso intera. Ove tu l’abbi, io la ti lascio. — Esperto mastro sei tu d’alma virtù: ma, il sai, ch’anco non sempre ella si adopra. Intatta se a te serbar piacea l’alta tua fama, ed incorrotto il cor, perché l’oscuro tuo patrio nido abbandonar, per questo reo splendore di corte? — Il vedi: insegno io non Stoico a te Stoico; e sì il mio senno, tutto il deggio a te solo. — Or, poiché tolto ti sei, qui stando, il tuo candor tu stesso; poiché di buono il nome, ov’uom sel perda, mai nol riacquista più; giovami, il puoi. Me già scolpasti dei passati falli; prosiegui; lauda, e l’opre mie colora; ch’è di alcun peso il parer tuo. Te crede men rio che altr’uom la plebe; in te gran possa tuttor suppon sovra il mio cor: tu in somma, tal di mia reggia addobbo sei, che biasmo di me non fai, che più di te nol facci. Ti giova, il so, ch’altri pur reo si mostri: divisa colpa, a te men pesa. Or sappi, ch’io, non reo de’ tuoi falli, io pur ne porto la pena tutta: del regnar mi è dato
Ottavia di Vittorio Alfieri