stereotipato

[ste-re-o-ti-pà-to]
In sintesi
stampato con lastre di piombo fuse in un unico blocco; convenzionale, grigio, uniforme
1
Che è conforme a un modello convenzionale: un comportamento s. || Privo di spontaneità: un sorriso s. || Privo di originalità; banale, trito: frasi stereotipate; personaggi stereotipati
2
PSICOL Di movimenti o espressioni verbali incoerenti, che non hanno relazione con la situazione esterna e sono ricorrenti nel comportamento di pazienti psicopatici
3
TIP Riprodotto utilizzando il processo di stereotipia

Citazioni
no che passa m’apporta un altro briciolo di calma” e scrissi questa frase tante volte sempre digrignando i denti. Poi le dicevo che non sapevo perdonarmi le parole che le avevo dirette e sentivo il bisogno di domandarle scusa. Io non potevo, purtroppo, offrirle quello che il Lali le offriva e di cui ella era tanto degna. Io mi figuravo che la lettera avrebbe avuto un grande effetto. Giacché il Lali sapeva tutto, Carla gliel’avrebbe fatta vedere e per il Lali avrebbe potuto esser vantaggioso di avere un amico della mia qualità. Sognai persino che ci si sarebbe potuti avviare a una dolce vita a tre, perché il mio amore era tale che per il momento io avrei vista raddolcita la mia sorte se mi fosse stato permesso di fare anche solo la corte a Carla. Il terzo giorno ricevetti da lei un breve biglietto. Non vi venivo invocato affatto né come Zeno né come Dario. Mi diceva soltanto: “Grazie! Sia anche lei felice con la consorte Sua, tanto degna di ogni bene!”. Parlava di Ada, naturalmente. Il momento favorevole non aveva continuato e dalle donne non continua mai se non lo si ferma prendendole per le treccie. Il mio desiderio si condensò in una bile furiosa. Non contro Augusta! L’animo mio era tanto pieno di Carla che ne avevo rimorso e mi costringevo con Augusta ad un sorriso ebete, stereotipato, che a lei pareva autentico. Ma dovevo fare qualche cosa. Non potevo mica aspettare e soffrire così ogni giorno! Non volevo più scriverle. La carta scritta per le donne ha troppo poca importanza. Bisognava trovare di meglio. Senza un proposito esatto, m’avviai di corsa al Giardino Pubblico. Poi, molto più lentamente, alla casa di Carla e, giunto a quel pianerottolo, bussai alla porta della cucina. Se ve n’era la possibilità, avrei evitato di vedere il Lali, ma non mi sarebbe dispiaciuto d’imbattermi in lui. Sarebbe stata la crisi di cui sentivo di aver bisogno. La vecchia signora, come al solito, era al focolare su cui ardevano due grandi fuochi. Fu stupita al vedermi, ma poi rise da quella buona innocente ch’essa era. Mi disse: – Mi fa piacere di vederla! Era tanto abituata lei di vederci ogni giorno, che si capisce non le riesca di evitarci del tutto. Mi fu facile di farla ciarlare. Mi raccontò che gli amori di Carla con Vittorio erano grandi. Quel giorno lui e la madre venivano a desinare da loro. Aggiunse ridendo: – Presto egli finirà con l’indurla ad accompagnarlo
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
fosse contratta da un’ironia o da un disprezzo che non poteva ferire me, visto ch’egli m’aveva salutato con tanta gentilezza. Invece poi scopersi che quell’ironia gli era stata stampata in faccia da madre natura bizzarra. Le sue piccole mascelle non combaciavano esattamente e fra di esse, da una parte della bocca, era rimasto un buco nel quale abitava stereotipata la sua ironia. Forse per conformarsi alla maschera da cui non sapeva liberarsi che allorquando sbadigliava, egli amava deridere il prossimo. Non era affatto uno sciocco e lanciava delle frecciate velenose, ma di preferenza agli assenti. Ciarlava molto ed era immaginoso specie per affari di Borsa. Parlava della Borsa come se si fosse trattato di una sola persona ch’egli descriveva trepidante per una minaccia o addormentata nell’inerzia e con una faccia che sapeva ridere e anche piangere. Egli la vedeva salire la scala dei corsi ballando o scenderne a rischio di precipitare, eppoi l’ammirava come accarezzava un valore, come ne strangolava un altro, oppure anche come insegnava alla gente la moderazione e l’attività. Perché solo chi aveva del senno poteva trattare con lei. V’erano tanti di quei denari sparsi per terra in Borsa, ma chinarsi a raccoglierli non era facile. Lo lasciai attendere dopo di avergli offerta una sigaretta e mi diedi da fare con certa corrispondenza. Dopo un po’ di tempo egli si stancò e disse che non poteva restare di più. Del resto era venuto solo per raccontare a Guido che certe azioni dallo strano nome di Rio Tinto e di cui egli a Guido aveva consigliato l’acquisto il giorno prima – sì, proprio ventiquattr’ore prima – erano quel giorno balzate in alto di circa il dieci per cento. Si mise a ridere di cuore. – Intanto che noi parliamo qui, ossia che io attendo, il dopo-Borsa avrà fatto il resto. Se il signor Speier ora volesse comperare quelle azioni chissà a quale prezzo dovrebbe pagarle. Come ho indovinato io dove mirava la Borsa. Si vantò del suo colpo d’occhio dovuto alla sua lunga intimità con la Borsa. S’interruppe per domandarmi: – Chi credi istruisca meglio: l’Università o la Borsa? La sua mandibola calò ancora un poco e il buco dell’ironia s’ingrandì. – Evidentemente la Borsa! – dissi io con convinzione. Ciò mi valse da lui una stretta di mano affettuosa quando mi lasciò. Dunque Guido giocava in Borsa! Se fossi stato più attento avrei potuto indovinarlo prima, perché quando io gli avevo presentato un conto esatto degli importi non insignificanti che avevamo guadagnati con gli ultimi no-
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
in cui egli era profondo causa la Borsa. Mi presentava le grandi potenze come un giorno si stringevano la mano e si pigliavano a schiaffi il giorno seguente. Non so se abbia indovinato il futuro perché io per antipatia non lo stetti mai a sentire. Conservavo un sorriso ebete, stereotipato. Il nostro malinteso sarà certo dipeso da un’interpretazione errata del mio sorriso che gli sarà parso d’ammirazione. Io non ne ho colpa. So solo le cose che ripeteva ogni giorno. Potei accorgermi ch’egli era un italiano di color dubbio perché gli pareva che per Trieste fosse meglio di restare austriaca. Adorava la Germania e specialmente i treni ferroviarii tedeschi che arrivavano con tanta precisione. Era socialista a modo suo e avrebbe voluto fosse proibito che una singola persona possedesse più di centomila corone. Non risi un giorno in cui, conversando con Guido, egli ammise di possedere proprio centomila corone e non un centesimo in più. Non risi, e non gli domandai neppure se guadagnando dell’altro denaro avrebbe modificata la sua teoria. La nostra era una relazione veramente strana. Io non sapevo ridere né con lui né di lui. Quando aveva snocciolata qualche sua sentenza, si ergeva di tanto sulla sua poltrona che i suoi occhi guardavano il soffitto mentre a me restava rivolto il buco che io dicevo mandibolare. E vedeva con quel buco! Volli talvolta approfittare di quella sua posizione per pensare ad altro, ma egli richiamava la mia attenzione domandandomi subito: – Mi stai a sentire? Dopo di quella sua simpatica effusione, Guido per lungo tempo non mi parlò dei suoi affari. Qualche cosa me ne diceva dapprima il Nilini, ma anche lui si fece poi più riservato. Da Ada stessa seppi che Guido continuava a guadagnare. Quand’essa ritornò, la trovai di nuovo imbruttita parecchio. Era piuttosto imbolsita che ingrassata. Le sue guancie, ricresciute, erano anche questa volta fuori di posto e le facevano una faccia quasi quadrata. Gli occhi avevano continuato a sformare la loro incassatura. La mia sorpresa fu grande, perché da Guido ed altri ch’erano stati a trovarla, avevo sentito dire che ogni giorno che passava le apportava nuova forza e salute. Ma la salute della donna è in primo luogo la sua bellezza. Con Ada ebbi altre sorprese. Mi salutò affettuosamente, ma non altrimenti di quanto avesse salutata Augusta. Non c’era fra di noi più alcun segreto e certamente essa non ricordava più di aver pianto al ricordo di avermi
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
andava a coricarsi, ma restava a sua disposizione a letto, per il caso in cui fossi divenuto cattivo. Sollevò la mano e con l’indice teso accompagnò quelle parole da un atto di minaccia attenuato da un sorriso. Poi, più seccamente, aggiunse che il dottore non era rientrato dacché era uscito con mia moglie. Proprio da allora! Anzi per qualche ora l’infermiere aveva sperato che fosse ritornato perché un malato avrebbe avuto bisogno di esser visto da lui. Ora non lo sperava più. Io la guardai indagando se il sorriso che contraeva la sua faccia fosse stereotipato o se fosse nuovo del tutto e originato dal fatto che il dottore si trovava con mia moglie anziché con me, ch’ero il suo paziente. Mi colse un’ira da farmi girare la testa. Devo confessare che, come sempre, nel mio animo lottavano due persone di cui l’una, la più ragionevole, mi diceva: “Imbecille! Perché pensi che tua moglie ti tradisca? Essa non avrebbe il bisogno di rinchiuderti per averne l’opportunità. ” L’altra ed era certamente quella che voleva fumare, mi dava pur essa dell’imbecille, ma per gridare: “Non ricordi la comodità che proviene dall’assenza del marito? Col dottore che ora è pagato da te!”. Giovanna, sempre bevendo, disse: – Ho dimenticato di chiudere la porta del secondo piano. Ma non voglio far più quei due piani. Già lassù c’è sempre della gente e lei farebbe una bella figura se tentasse di scappare. – Già! – feci io con quel minimo d’ipocrisia che occorreva oramai per ingannare la poverina. Poi inghiottii anch’io del cognac e dichiarai che ormai che avevo tanto di quel liquore a mia disposizione, delle sigarette non m’importava più niente. Essa subito mi credette e allora le raccontai che non ero veramente io che volevo svezzarmi dal fumo. Mia moglie lo voleva. Bisognava sapere che quando io arrivavo a fumare una decina di sigarette diventavo terribile. Qualunque donna allora mi fosse stata a tiro si trovava in pericolo. Giovanna si mise a ridere rumorosamente abbandonandosi sulla sedia: – Ed è vostra moglie che v’impedisce di fumare le dieci sigarette che occorrono? – Era proprio così! Almeno a me essa lo impediva. Non era mica sciocca Giovanna, quand’aveva tanto cognac in corpo. Fu colta da un impeto di riso che quasi la faceva cadere dalla sedia, ma quando il fiato glielo permetteva, con parole spezzate, dipinse un magnifico quadretto suggeritole dalla mia malattia:
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
coprivano tutto lo spazio che madre natura aveva loro destinato, mentre molta parte della mia testa era stata invasa dalla fronte. Io l’avrei odiato anche se Ada non fosse stata presente, ma soffrivo di quell’odio e cercai di attenuarlo. Pensai: – E’ troppo giovine per Ada. – E pensai poi che la confidenza e la gentilezza ch’essa gli usava fossero dovute ad un ordine del padre. Forse era un uomo importante per gli affari del Malfenti e a me era parso che in simili casi tutta la famiglia fosse obbligata alla collaborazione. Gli domandai: – Ella si stabilisce a Trieste? Mi rispose che vi si trovava da un mese e che vi fondava una casa commerciale. Respirai! Potevo aver indovinato. Camminavo zoppicando, ma abbastanza disinvolto, vedendo che nessuno se ne accorgeva. Guardavo Ada e tentavo di dimenticare tutto il resto compreso l’altro che ci accompagnava. In fondo io sono l’uomo del presente e non penso al futuro quando esso non offuschi il presente con ombre evidenti. Ada camminava fra noi due e aveva sulla faccia, stereotipata, un’espressione vaga di lietezza che arrivava quasi al sorriso. Quella lietezza mi pareva nuova. Per chi era quel sorriso? Non per me ch’essa non vedeva da tanto tempo? Prestai orecchio a quello che si dicevano. Parlavano di spiritismo e appresi subito che Guido aveva introdotto in casa Malfenti il tavolo parlante. Ardevo dal desiderio di assicurarmi che il dolce sorriso che vagava sulle labbra di Ada fosse mio e saltai nell’argomento di cui parlavano, improvvisando una storia di spiriti. Nessun poeta avrebbe potuto improvvisare a rime obbligate meglio di me. Quando ancora non sapevo dove sarei andato a finire, esordii dichiarando che ormai credevo anch’io negli spiriti per una storia capitatami il giorno innanzi su quella stessa via... anzi no!... sulla via parallela a quella e che noi scorgevamo. Poi dissi che anche Ada aveva conosciuto il professor Bertini ch’era morto poco tempo prima a Firenze ove s’era stabilito dopo il suo pensionamento. Seppimo della sua morte da una breve notizia su un giornale locale che io avevo dimenticata, tant’è vero che, quando pensavo al professore Bertini, io lo vedevo passeggiare per le Cascine nel suo meritato riposo. Ora, il giorno innanzi, su un punto che precisai della via parallela a quella che stavamo percorrendo, fui accostato da un signore che mi conosceva e che io sapevo di conoscere. Aveva un’andatura curiosa di donnetta che si dimeni per facilitarsi il passo...
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
contribuivo anche al soccorso mensile ch’egli aveva loro raggranellato. Amava l’esattezza, lui. La signorina Carla si alzò dalla sedia ove era seduta accanto al pianino, mi porse la mano e mi disse la semplice parola: – Grazie! Ciò almeno era meno lungo. La mia carica di filantropo cominciava a pesarmi. Anch’io mi occupavo degli affari altrui come un qualunque ammalato reale! Che cosa doveva vedere in me quella graziosa giovinetta? Una persona di grande riguardo ma non un uomo! Ed era veramente graziosa! Credo che essa volesse sembrare più giovine di quanto non fosse, con la sua gonna troppo corta per la moda di quell’epoca a meno che non usasse per casa una gonna del tempo in cui non aveva ancora finito di crescere. La sua testa era però di donna e, per la pettinatura alquanto ricercata, di donna che vuol piacere. Le ricche treccie brune erano disposte in modo da coprire le orecchie e anche in parte il collo. Ero tanto compreso della mia dignità e temevo tanto l’occhio inquisitore del Copler che dapprima non guardai neppur bene la fanciulla; ma ora la so tutta. La sua voce aveva qualche cosa di musicale quando parlava e, con un’affettazione oramai divenuta natura, essa si compiaceva di stendere le sillabe come se avesse voluto carezzare il suono che le riusciva di metterci. Perciò e anche per certe sue vocali eccessivamente larghe persino per Trieste, il suo linguaggio aveva qualche cosa di straniero. Appresi poi che certi maestri, per insegnare l’emissione della voce, alterano il valore delle vocali. Era proprio tutt’altra pronuncia di quella di Ada. Ogni suo suono mi pareva d’amore. Durante quella visita la signorina Carla sorrise sempre, forse immaginando di avere così stereotipata sulla faccia l’espressione della gratitudine. Era un sorriso un po’ forzato; il vero aspetto della gratitudine. Poi, quando poche ore dopo cominciai a sognare Carla, immaginai che su quella faccia ci fosse stata una lotta fra la letizia e il dolore. Nulla di tutto questo trovai poi in lei ed una volta di più appresi che la bellezza femminile simula dei sentimenti coi quali nulla ha a vedere. Così la tela su cui è dipinta una battaglia non ha alcun sentimento eroico. Il Copler pareva soddisfatto della presentazione come se le due donne fossero state opera sua. Me le descriveva: erano sempre liete del loro destino e lavoravano. Egli diceva delle parole che parevano tolte da un libro scolastico e, annuendo macchinalmente, pareva che io volessi confermare di aver
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Anche con Augusta mi trovai quel giorno molto bene. Avevo l’animo tranquillo come se fossi ritornato da una passeggiata e non dalla casa di Carla o come avrebbe dovuto averlo il povero Copler quando abbandonava quella casa nei giorni in cui non gli avevano dato motivo ad arrabbiarsi. Ne godetti come se fossi giunto a un’oasi. Per me e per la mia salute sarebbe stato gravissimo se tutta la mia lunga relazione con Carla si fosse svolta in un’eterna agitazione. Da quel giorno, come risultato della bellezza estetica, le cose si svolsero più calme con le lievi interruzioni necessarie a rianimare tanto il mio amore per Carla, quanto quello per Augusta. Ogni mia visita a Carla significava bensì un tradimento per Augusta, ma tutto era presto dimenticato in un bagno di salute e di buoni propositi. Ed il buon proposito non era brutale ed eccitante come quando avevo nella strozza il desiderio di dichiarare a Carla che non l’avrei rivista mai più. Ero dolce e paterno: ecco che di nuovo io pensavo alla sua carriera. Abbandonare ogni giorno una donna per correrle dietro il giorno appresso, sarebbe stata una fatica a cui il mio povero cuore non avrebbe saputo reggere. Così, invece, Carla restava sempre in mio potere ed io l’avviavo ora in una direzione ed ora in un’altra. Per lungo tempo i propositi buoni non furono tanto forti da indurmi a correre per la città in cerca del maestro che avrebbe fatto per Carla. Mi baloccavo col proposito buono, restando sempre seduto. Poi un bel giorno Augusta mi confidò che si sentiva madre ed allora il mio proposito per un istante ingigantì e Carla ebbe il suo maestro. Avevo esitato tanto anche perché era evidente che, anche senza maestro, Carla aveva saputo avviarsi ad un lavoro veramente serio nella sua nuova arte. Ogni settimana essa sapeva dirmi una canzonetta nuova, analizzata accuratamente nell’atteggiamento e nella parola. Certe note avrebbero abbisognato di essere levigate un poco, ma forse avrebbero finito con l’affinarsi da sé. Una prova decisiva che Carla era una vera artista, io l’avevo nel modo com’essa perfezionava continuamente le sue canzonette senza mai rinunziare alle cose migliori ch’essa aveva saputo far sue di prim’acchito. La indussi spesso a ridirmi il suo primo lavoro e vi trovavo aggiunto ogni volta qualche accento nuovo ed efficace. Data la sua ignoranza, era meraviglioso che nel grande sforzo di scoprire una forte espressione, non le fosse mai capitato di cacciare nella canzonetta dei suoni falsi o esagerati. Da vera artista, essa aggiungeva ogni giorno una pietruccia al piccolo edificio, e tutto il resto restava intatto. Non la canzonetta era stereotipata, ma il sentimento che la dettava. Carla,
La coscienza di Zeno di Italo Svevo