squallido

[squàl-li-do]
In sintesi
in abbandono, desolato; senza vivacità
← dal lat. squalĭdu(m), deriv. di squalēre ‘essere aspro, ruvido’, poi ‘essere squallido’.
1
Di luogo o ambiente, misero, triste, desolato: una campagna incolta e squallida; una squallida pensione di quarta categoria
2
Di persona, emaciato, pallido, patito: reso sempre più magro e s. dalle preoccupazioni || estens. Viso squallido, smunto
3
Che avvilisce e deprime: fare una vita squallida e grigia; vivere nella più squallida miseria || Che dimostra decadimento morale: una squallida vicenda di sfruttamento dei minori
4
lett. Ispido, ruvido: chioma squallida

Citazioni
“No, no,” rispose don Abbondio: “son io davvero: fatevi coraggio. Vedete? siam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato, venuto qui apposta, a cavallo...” Lucia, come riacquistate in un tratto tutte le sue forze, si rizzò precipitosamente; poi fissò ancora lo sguardo su que’ due visi, e disse: “è dunque la Madonna che vi ha mandati”. “Io credo di sì,” disse la buona donna. “Ma possiamo andar via, possiamo andar via davvero?” riprese Lucia, abbassando la voce, e con uno sguardo timido e sospettoso. “E tutta quella gente...?” continuò, con le labbra contratte e tremanti di spavento e d’orrore: “e quel signore...! quell’uomo...! Già, me l’aveva promesso...” “È  qui  anche  lui  in  persona,  venuto  apposta  con  noi,”  disse  don Abbondio: “è qui fuori che aspetta. Andiamo presto; non lo facciamo aspettare, un par suo.” Allora, quello di cui si parlava, spinse l’uscio, e si fece vedere; Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi, non avendo speranza in altra cosa del mondo, non desiderava che lui, ora, dopo aver veduti visi, e sentite voci amiche, non poté reprimere un subitaneo ribrezzo; si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla buona donna, e le nascose il viso in seno. L’innominato, alla vista di quell’aspetto sul quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo lo sguardo, di quell’aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi sull’uscio; nel veder poi quell’atto di terrore, abbassò gli occhi, stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la poverina non aveva detto, “è vero,” esclamò: “perdonatemi!” “Viene a liberarvi; non è più quello; è diventato buono: sentite che vi chiede perdono?” diceva la buona donna all’orecchio di Lucia. “Si può dir di più? Via, su quella testa; non fate la bambina; che possiamo andar presto,” le diceva don Abbondio. Lucia alzò la testa, guardò l’innominato, e, vedendo bassa quella fronte, atterrato e confuso quello sguardo, presa da un misto sentimento di conforto, di riconoscenza e di pietà, disse: “oh, il mio signore! Dio le renda merito della sua misericordia!” “E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste vostre parole.” Così detto, si voltò, andò verso l’uscio, e uscì il primo. Lucia, tutta rianimata, con la donna che le dava braccio, gli andò dietro; don Abbondio in  coda.  Scesero  la  scala,  arrivarono  all’uscio  che  metteva  nel  cortile.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Gli uomini lasciano per lo più in abbandono i più importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l’interesse de’ quali è di opporsi alle più provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità e dall’altra tutta la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose più essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i mali, giunti all’estremo, non s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a riconoscere le più palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, più per tradizione che per esame. Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Felici  sono  quelle  pochissime  nazioni,  che  non  aspettarono  che  il  lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità. Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si è animato all’aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla stampa, e si è accesa fralle nazioni una tacita guerra d’industria la più umana e la più degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo secolo, ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene e l’irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione così principale e così trascurata in quasi tutta l’Europa,  pochissimi,  rimontando  ai  principii  generali,  annientarono  gli errori accumulati di più secoli, frenando almeno, con quella sola forza che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità. E pure i gemiti dei deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con prodiga e inutile severità moltiplicati per deOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 8 Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � litti o non provati o chimerici, la squallidezza e gli orrori d’una prigione, aumentati dal più crudele carnefice dei miseri, l’incertezza, doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane. L’immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa materia. L’indivisibile verità mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo grand’uomo, ma gli uomini pensatori, pe’ quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi dai suoi. Me fortunato, se potrò ottenere, com’esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione, e se potrò inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi della umanità!
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
XI A G. Garibaldi [XVIII] III Novembre  MDCCCLXXX Il dittatore, solo, a la lugubre schiera d’avanti, ravvolto e tacito cavalca: la terra ed il cielo squallidi, plumbei, freddi intorno. 5 Del suo cavallo la pésta udivasi guazzar nel fango: dietro s’udivano passi in cadenza, ed i sospiri de’ petti eroici ne la notte. Ma da le zolle di strage livide, ma da i cespugli di sangue roridi, dovunque era un povero brano, o madri italiche, de i cuor vostri, saliano fiamme ch’astri parevano, sorgeano voci ch’inni suonavano: splendea Roma olimpica in fondo, correa per l’aere un peana. — Surse in Mentana l’onta de i secoli dal triste amplesso di Pietro e Cesare: tu hai, Garibaldi, in Mentana su Pietro e Cesare posto il piede. O d’Aspromonte ribelle splendido, o di Mentana superbo vindice, vieni e narra Palermo e Roma in Capitolio a Camillo. — 25 Tale un’arcana voce di spiriti correa solenne pe ‘l ciel d’Italia quel dì che guairono i vili, botoli timidi de la verga. Oggi l’Italia t’adora. Invòcati la nuova Roma novello Romolo:
Odi barbare di Giosue Carducci
dimmi ond’avien, che sol, pur come spenta abbi la face e la faretra vota, contro Minerva è la tua man sì lenta, che non l’arda già mai né la percota? che sol fra tanti un cor piaghe non senta, che gli sia la tua fiamma intutto ignota, soffrir non posso; o le facelle e i dardi depon per tutti, o lei ferisci ed ardi. Ed egli: - Oimé! Costei di sì tremendo sembiante arma la fronte e sì severo, che qualor per ferirla io l’arco tendo temo l’aspetto suo virile e fiero. Poi del grand’elmo ador ador scotendo il minaccioso ed orrido cimiero, di sì fatto terror suole ingombrarmi, ch’ala stupida man fa cader l’armi. Ed ella a lui: - Pur Marte era più molto feroce e formidabile di questa; da’ tuoi lacci però non n’andò sciolto, malgrado ancor dela terribil cresta. Ed egli a lei: - Marte il rigor del volto placa sovente e mi fa gioco e festa, m invita ai vezzi, ad abbracciarmi corre; l’altra sempre mi scaccia e sempre aborre. Talor ch’osai d’avicinarmi alquanto, giurò, per quel signor che regge il mondo, o con l’asta o col piè rotto ed infranto precipitarmi al’erebo profondo. D’angui chiomato ha poi nel petto, ahi quanto squallido in vista! un teschio e furibondo, del cui ciglio uscir suol tanto spavento, che ‘n mirarlo agghiacciar tutto mi sento. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Par ch’oltre a sé si sporga e ‘n sé rientre e ne’ lubrici tratti onda somiglia, e fuggendo e seguendo il proprio ventre, lascia sestesso e sestesso ripiglia. Poi chiude i giri in un sol groppo e mentre in mille obliqui globi s’attortiglia, di ben profondo solco, ove s’accampa, quasi vomere acuto, il prato stampa. Quando del cupo suo nativo bosco dala fame ad uscir per forza è spinto, d’un verde bruno e d’un ceruleo fosco mostra l’ali fregiate e ‘l dorso tinto. Squallido d’oro e turgido di tosco, di macchie il collo a più ragion dipinto, scopre di quanti al sol vari colori l’arco suo rugiadoso iride infiori. Ahi! che figura abominanda e sozza, se talor per lo pian stende le strisce, e poiché vomitata ha dala strozza carne di gente uccisa, ei la lambisce, o, se del sangue che maisempre ingozza avien che ‘l tergo e ‘l petto al sol si lisce, il tergo e ‘l petto armato a piastre e maglie, di doppie conche e di minute scaglie: livido foco che le selve appuzza spira la gola ed aliti nocenti. Vibra tre lingue e nele fauci aguzza un tripartito pettine di denti. Sanguigne schiume dala bocca spruzza ed ammorba co’ fiati gli elementi; l’aure corrompe, mentre l’aria lecca, strugge i fior, l’erbe uccide e i campi secca.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ma la gelosa dea, che ‘l fallo ascolta di quel suo disleal che l’ha tradita, tosto ale Furie infuriata e stolta ricorre e ‘ncontr’al giovane l’irrita. Già di squallide serpi il crine involta vibra le faci sue, d’Averno uscita, e con foco e con tosco ecco ch’Aletto gli coce il core e gli flagella il petto. Ferve d’insana ed arrabbiata voglia di tartaree fiammelle Atide acceso, spuma, freme, il piè scalza, il manto spoglia, sì lo strugge il velen che ‘l cor gli ha preso; la feconda radice ond’uom germoglia e l’un e l’altro suo pendente peso, rei del suo mal, da gran furore indutto, miser, di propria man si tronca intutto. Testimonio pietoso al caso tristo fu di Sinade allora il vicin colle che d’ognintorno rosseggiar fu visto del sangue del garzon rabbioso e folle; del sangue bel che con la rupe misto tutto il sasso lasciò macchiato e molle, onde Frigia dipinti ancor ritiene i marmi suoi di preziose vene. Per trarsi poscia a precipizio, ascende ripida cima d’aspro monte alpino; ma mentre ingiù trabocca e in aria pende co’ piedi in alto e con la fronte al chino, la dea che l’ama ancor, pietosa il prende, l’affige in terra e lo trasforma in pino. Ed or da quel di pria cangiato tanto in tenace licor distilla il pianto. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
- Voi che scherzando gite, anime liete, per la stagion ridente e giovenile, cogliete con man provida, cogliete fresca la rosa insu l’aprir d’aprile, pria che quel foco che negli occhi avete freddo ghiaccio divenga e cener vile, pria che caggian le perle al dolce riso e, com’è crespo il crin, sia crespo il viso. Un lampo è la beltà, l’etate un’ombra, né sa fermar l’irreparabil fuga. Tosto le pompe di natura ingombra invida piuma, ingiuriosa ruga. Rapido il tempo si dilegua e sgombra, cangia il pel, gli occhi oscura, il sangue asciuga; Amor non men di lui veloci ha i vanni: fugge co’ fior del volto il fior degli anni. De’ lieti dì la primavera è breve, né si racquista mai gioia perduta. Vien dopo ‘l verde con piè tardo e greve la Penitenza squallida e canuta. Dove spuntava il fior, fiocca la neve, e colori e pensier trasforma e muta, sì ch’uom freddo in amor quelle pruine ch’ebbe dianzi nel core, ha poi nel crine. Saggio colui ch’entro un bel seno accolto gode il frutto del ben che gli è concesso. Ed o! stolto quel cor, né men che stolto crudo, né men ch’altrui crudo a sestesso, cui quel piacer per propria colpa è tolto, che vien sì raro e si desia sì spesso. Anima in cui d’amor cura non regna o che non vive o ch’è di vita indegna. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Questa tutta di sdegno accesa e tinta e di dispetto e di fastidio è piena e, da turba crudel tirata e spinta, giovinetta gentil dietro si mena, che l’una e l’altra mano al tergo avinta porta di dura e rigida catena, smarrita il viso e pallidetta alquanto ed ha bianca la gonna e bianco il manto. La Calunnia è colei, ch’al trono augusto per man la tragge e par d’astio si roda; bella la faccia ha sì, ma dietro al busto le s’attorce di serpe orrida coda. L’altra, condotta nel giudicio ingiusto, a cui le braccia indegno ferro annoda, è l’incorrotta e candida Innocenza, sovrafatta talor dal’Insolenza. Il Livor l’è dincontra, ilqual approva la falsa accusa e la risguarda in torto; aconito infernal nel petto cova e di squallido bosso ha il viso smorto, simile ad uom ch’afflitto ancor si trova da lungo morbo, onde guarì di corto. Coppia d’ancelle ala Calunnia applaude, testimoni malvagi, Insidia e Fraude. Segue costoro addolorata e piange di tal perfidia il torto e la menzogna la Penitenza, che s’afflige ed ange presso la Verità, che la rampogna e si squarcia la vesta e ‘l crin si frange e di duol si despera e di vergogna e col flagel d’una spinosa verga si batte il corpo e macera le terga.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Apena omeri quasi ha il mar bastanti il peso a sostener di tanti pini; apena il, vento istesso a gonfiar tanti può co’ fiati supplir, candidi lini; fugaci Olimpi e vagabondi Atlanti, Alpi correnti e mobili Appennini paion, svelti da terra e sparsi a nuoto, i gran vascelli ala grossezza, al moto. Veder fra tanti affanni in tanta guerra la vergin bella a Citerea dispiacque, la vergin bella che s’annida e serra tra’ lucenti cristalli ov’ella nacque, ond’hanno insieme il mar lite e la terra, l’una l’offre le rive e l’altro l’acque; pugnan con belle ambiziose gare per averla tra lor la terra e ‘l mare. Ecco che gorghi già di foco e polve vomita il bronzo concavo e forato, scoccando sì che i legni apre e dissolve con fiero bombo il fulmine piombato; nebbia d’orror caliginoso involve e mare e ciel da questo e da quel lato; sembra ogni canna, tante fiamme spira, la gola di Tifeo quando s’adira. Già viensi ad afferrar poppa con poppa, già spron con sprone impetuoso cozza, già vota il fuso e ‘l fil che Cloto aggroppa di mille vite a un punto Atropo mozza; spada in spada, asta in asta urtando intoppa, l’acqua già ne divien squallida e sozza e, del sangue commun tinta, somiglia del gran golfo eritreo l’onda vermiglia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Generolla la terra, e co’ giganti nacque in un parto orribili e feroci; dea, che quant’occhi intorno ha vigilanti, tanti ha vanni al volar presti e veloci, e quante penne ha volatrici e quanti lumi, tante anco ha lingue e tant’ha voci, e tante bocche e tante orecchie, ond’ella tutto spia, tutto sa, tutto favella. Picciola sorge e debile da prima, poi s’avanza volando e forza prende; passa l’aria e la terra e su la cima poggia de’ tetti e fra le nubi ascende; e per vari idiomi in ogni clima pari al guardo ed al volo il grido stende, di ciò ch’altri mai fa, di ciò che dice o di buono o di reo publicatrice. Questa, che deve a tutti quattro i venti far poi la gloria sua chiara e sollenne, sodisfaratti in più diffusi accenti. Così detto, chiamolla, ed ella venne. Battea per le serene aure ridenti con moto infaticabile le penne; l’occhiuto augel rassomigliava al’ali, che di varie fiorian gemme immortali. Di tersa luce e folgorante acceso brando, a’ cui lampi il sol perdea di molto, stringea nel’una man, l’altra sospeso reggea dal busto essangue un capo sciolto: per la squallida chioma avinto e preso, fosco nel ciglio e pallido nel volto, spirava nebbia; e seppe Adon che questa del’Oblio smemorato era la testa.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tra queste solitudini s’imbosca non so s’io deggia dir femina o fera. Alcun non è che l’esser suo conosca o ne sappia ritrar l’effigie vera; e pur ciascun col suo veleno attosca, si ritrova pertutto ed è chimera, un fantasma sofistico ed astratto, un animal difforme e contrafatto. D’antica donna ha la sembianza e ‘l nome, squallida, estenuata e macilenta. Le mostruose e scompigliate chiome tutte son serpi ond’ogni cor spaventa. Dipse, anfisbene e dragoncelli o come inasprano il dolor che la tormenta, cencri, chelidri; ed ondeggiando al tergo colman di doppio orror l’orrido albergo. Fronte ha severa, né giamai rischiara sotto il concavo ciglio il guardo torto, guance spolpate e le rincrespa ed ara di spessi solchi arido labro e smorto; versa un assenzio dala bocca amara ch’amareggia ogni gioia, ogni conforto; dala fetida gola un fiato l’esce che pestilenza al’aere oscuro accresce. Come Giano ha duo volti ed apre e gira cento lumi qual Argo e piangon tutti, sguardi di basilisco e dove mira fa gli umani piacer languir distrutti. D’aspido ha la virtù, ch’apena spira ch’appesta il core e cangia i risi in lutti. Di cervo il capo e la natura e l’atto che si rivolge indietro a tratto a tratto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Falsirena a quel dir si riconforta e novo ardire entro ‘l suo cor si cria peroché ‘l favellar che speme apporta di cosa conseguir che si desia, risuscitando la baldanza morta fa creder volentier quel ch’uom vorria. Quindi a colei che di ciò far promette lascia cura del tutto e si rimette. Miseramente in questo mezzo Adone in dura servitù languia cattivo passando la più rigida stagione squallido, afflitto e quasi men che vivo. Oltre il disagio e ‘l mal dela prigione e l’esser del suo ben vedovo e privo, forte accresceagli al cor pena e cordoglio del crudo Idraspe il temerario orgoglio. Chi può dir quanti affronti e quanti torti, ingiurie, villanie, dispetti e sdegni dal discortese uscier sempre sopporti, obbrobri intollerabili ed indegni? Ma tormento peggior di mille morti trapassa in lui d’ogni tormento i segni; altro novo martir che troppo il punge di tanti mali al cumulo s’aggiunge. Feronia è più d’un dì che l’ha in governo; una nana è costei difforme e vecchia laqual sera e mattin con onta e scherno la vivanda gli reca e gli apparecchia. Furia, credo, peggior non ha l’inferno; può se stessa abborrir se mai si specchia. Sembra, sì laida e sozza è nel’aspetto, figlia dela Disgrazia e del Difetto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Crespa è la guancia e dal visaggio asciutto si staccan quasi l’aride mascelle; grinze ha le membra e nel suo corpo tutto informata dal’ossa appar la pelle. Stan nel centro del capo orrido e brutto fitte degli occhi le profonde celle; occhi che biechi e lividi e sanguigni aventano in altrui sguardi maligni. Le giunture ha snodate e mal congiunte, adunco il naso che ‘n su ‘l labro scende; sporgon le secche coste in fuor le punte, sgonfio su le ginocchia il ventre pende; ciascuna delle poppe arsiccie e smunte fin al bellico il bottoncin distende; nela gola il gavocciolo e nel mento porta la barba di filato argento. Ha chiome irsute, ispido ciglio e folto, bavose labra, obliqua bocca e grossa, squallida fronte e disparuto volto e ‘n somma altro non è ch’anima ed ossa. Sembra orrendo cadavere insepolto che fuggito pur or sia dala fossa; sembra mummia animata, e ‘n tutto sgombra d’umana effigie, una palpabil ombra. Pensa tu s’io devea per così fatte fattezze e per sì laido e sozzo mostro lasciar colei ch’oscura il minio e ‘l latte e vince al paragon l’avorio e l’ostro. Ella con vezzi ognor più mi combatte, io con repulse mi difendo e giostro. Cangia l’amore alfin, poiché si mira, nonché sprezzata abominata, in ira.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Fuor del gorgo prorompe e in alto ascende il semipesce allor torvo e difforme. In stranio innesto si commette e rende la pistrice con l’uom misto biforme. Vela d’ondoso crin le braccia e stende con doppio corso biforcate l’orme. Tre volte il petto move e lieve e ratto, giunge in Cipro nuotando al quarto tratto. Mentre il mostro squamoso approda al lido col vago stuol de’ pargoletti alati, ecco si volge pur la dea di Gnido sospirosetta ai dolci lumi amati e prende alfin dal caro amante fido gli ultimi baci e gli ultimi commiati. - Core a dio, vita a dio (l’un l’altro dice) tu vanne in pace; e tu riman felice. Giace senz’onda il mar tranquillo in calma, brilla l’aria pacifica e serena, onde Triton sestesso al corso spalma dala fiorita e fortunata arena; ed a sì dolce e dilettosa salma sottopon volentier l’ispida schiena, perché de’ suoi sospiri in tal maniera coglier, solcando il flutto, il frutto spera. Quasi ombrella la coda in alto inarca la marittima belva ambiziosa. Squallido il tergo ove si preme e carca ha di murice viva e fresca rosa. Così Ciprigna il mar naviga e varca quasi in morbido letto o in grotta ombrosa, scorre i piani volubili a seconda e col candido piè deliba l’onda.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Nel’ora che calando al’oceano quasi ogni stella in occidente è scorsa, onde, restando in ciel solo e lontano impallidisce il guardian del’orsa, la bella dea, che si distrugge invano da mille acute vipere rimorsa, dopo lungo pugnar col suo desio concesse gli occhi ad un profondo oblio. Ed ecco in questi torbidi riposi tra le notturne e mattutine larve con occhi, ahi quanto oscuri e lagrimosi, del bell’idolo suo l’ombra l’apparve. Cotal non già, qual ne’ giardini ombrosi quando in Cipro il lasciò, vivo le parve; sconciamente ferito e ‘n vista essangue, dal bel fianco piovea gorghi di sangue. La chioma il cui fin or più d’una volta dele glebe del’Indo il pregio ha vinto, squallida, bruna e bruttamente incolta l’usato suo splendor le mostra estinto. Il viso, ov’ogni grazia era raccolta, dela notte d’averno è sparso e tinto e macchiato del fumo è d’Acheronte il chiaro onor dela superba fronte. Poiché di lui ch’avea nel cor ritratto la nota effigie riconobbe apena, - Ahi qual altrui perfidia o tuo misfatto (gridò), qual fato a tanto duol ti mena? E dond’avien che sì dolente in atto conturbi del mio ciel l’aria serena? Se’ tu ‘l mio Adone? o da fallaci forme deluso il tristo cor vaneggia e dorme?
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Ma visto il tempo acconcio ala vendetta, cangia in soffio crudel l’aura soave, siché di là, dove la mano il getta, torce a forza e distorna il bronzo grave e, più leggier che fulmine o saetta, ch’alcun riparo al’impeto non have, con tanta furia per traverso il lancia che va dritto a ferirlo insu la guancia. Sovra la manca guancia, ove tremante palpita il polso entro la tempia cava, il globo impetuoso e fulminante percosse la beltà ch’io tanto amava. Cade alo sconcio colpo e ‘l bel sembiante scolora e sozzamente il macchia e lava perché tosto ne spiccia insu l’arena di tepid’ostro una vermiglia vena. Qual papavere suol da falce o vento tronco il gambo, languir pallido e chino, tal’era apunto; il solito ornamento sparia dal volto e lo splendor divino. Moria nel labro il bacio e giacea spento in sepolcro di squallido rubino. Gli occhi, già dele Grazie alberghi fidi, rimanean cave fosse e voti nidi. Tosto che quel bel viso io vidi tinto del sangue, oimé, dela crudel ferita, corsi a recarmi in braccio il mio Giacinto per dar con erbe ala gran piaga aita. Ma poich’ogni opra alfin nel corpo estinto fu vana a richiamar l’alma fuggita, piansi così che dele stelle il duce parea fonte di pianto e non di luce.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Così doleami e ‘l rozzo stuol caprigno seguiva, alto ululando, i miei lamenti. Giaceva il busto squallido e sanguigno, ma scintillavan pur gli occhi ridenti. Ancora il volto amabile e benigno rose fresche nutriva e fiamme ardenti, né dale labra smorte e scolorite eran l’afflitte Grazie ancor partite. Quand’ecco Atropo grida: “Il sommo Giove più non vuol, Bacco, omai che ti quereli. Il fato al pianger tuo con grazie nove dal’usato tenor distorna i cieli, e ‘l gran decreto a cancellar si move dele Parche implacabili e crudeli onde, malgrado dele stelle ree, non passerà ‘l tuo amor l’acque letee. Vive Pampino vive e benché sembri spento de’ suoi begli occhi il lume chiaro, vedrai tosto cangiati i vaghi membri nel buon licor ch’altrui sarà sì caro. Ti diè, so che con duol tene rimembri, morendo aspra cagion di pianto amaro, per dar al mondo tutto, orch’egli è morto, cagion poi di letizia e di conforto”. Disse, e miracol novo allor m’apparse, prese altra forma il giovane infelice. Il cadavere essangue abbarbicarse vidi ratto nel suol con la radice e, fatto lungo stipite, consparse vari rampolli poi dala cervice. Le braccia germogliar tralci novelli, divenner foglie i panni, uve i capelli.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Odi e inni – Odi 30 O dove è il curvo bifolco? Trepida schiere ho vedute muovere squallide in umile cappa al luogo ov’è un solo che zappa. Zappa, non ara; zappa e non semina; talor con uno, pallido pallido e tacito, appresso; nell’ombra d’un lungo cipresso... L’uomo è men lieto della cutrettola: pensano e vanno, pensano e piangono; ed oggi più. Certo n’è causa quel campo deserto. Oh! là tra i tanti fiori che odorano, c’è il serpe. Io voglio domani al lugubre umano aratore, seguendone il solco “Fa cuore!”
Odi e inni di Giovanni Pascoli
                           Di là... L’entrata era aperta, nel sole, sopra anditi pallidi e lunghi. Di fuori era odor di viole: ma dentro, di muffa e di funghi. 5 Qua prati, là via senza capi, qua zolle, là squallidi tufi. Di fuori ronzavano l’api, ma dentro soffiavano i gufi. Veniva di qua, mattiniero, lo strido di rondini folte; di là, di laggiù, da quel nero, un suon di campane sepolte. Entrasti... fra cespi d’assenzio, cogliendoti un non-ti-scordare-di-me... La porta col blando silenzio dell’olio t’udisti serrare su te!
Poesie varie di Giovanni Pascoli
subito aprì, che morì sotto il grave calcar de la mano del glorioso Odisèo che gli disse, anelando, a l’orecchio “Pargolo! è Elena questa, è Elena Argiva, la Morte!” Elena tacque e partì; ma Antìclo restò con la voce della sua donna lontana nel mezzo a la rete del cuore. Quando coi principi uscì, nereggiante di collera il cuore arse, distrusse, scannò; giù, nelle fumanti rovine egli avventò, con gl’infanti, i lebeti ed i tripodi intatti spinse tra candidi seni di vergini, immemore, il ferro, ché tra le grida e i singulti ed i rantoli e il fragor d’armi, desiderava una voce, la voce più dolce che niuna. Ora sentendo la vita fuggir con lo squallido sangue, nell’angiporto di Troia, pensava a la ricca sua casa, dove la donna filava una soffice spuma di lana, oltre molt’onda di mare, di là da molt’ombra di monti. Ecco, e la casa avvampò, di Deifobo. Vide il guerriero al balenar de le fiamme un eroe da la testa chiomata; e lo chiamava per nome, e gli disse le alate parole: “Odi, Elefénore! va dal potente ne l’urlo di guerra figlio d’Atrèo: va, digli che fugge ad Antìclo la vita rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere. Digli che muoio per lui; che nel cuore mi sta la mia donna, ch’oltre molt’onda di mare, di là da molt’ombra di monti, fila ne l’alta mia casa una soffice spuma di lana. Che la sua voce n’intenda, una voce, per l’ultima volta! Mandi, se muoio per lui, la divina Tindaride, e faccia ch’anco mi suoni a l’orecchio la voce più dolce che niuna!” Disse, ed il Calcodontiade Elefénore entrò ne la casa che come fiaccola ardeva, e trovò l’incolpabile Atride, e lo chiamava per nome e gli disse le alate parole: “Figlio d’Atreo, mi ti manda un guerriero cui fugge la vita rapida, simile a vino che fugga da rotto cratere. Sappi che muore per te; che nel cuore gli sta la sua donna ch’oltre molt’onda di mare, di là da molt’ombra di monti, fila na l’altra sua casa una soffice spuma di lana; che la sua voce ne intenda, una voce, per l’ultima volta!
Poesie varie di Giovanni Pascoli
Adesso dal corridoio, dalla scala dell’orto, tutti portavano acqua. Compare Cosimo era salito sul tetto, e dava con la scure sui travicelli. Da ogni parte facevano piovere sul soffitto che fumava, tegole, sassi, cocci di stoviglie. Burgio, sulla scala a piuoli, sparandovi schioppettate sopra, e dall’altro lato Pelagatti, appostato accanto al fumaiuolo, caricava e scaricava il pistolone senza misericordia. Don Luca che suonava a tutto andare le campane; la folla dalla piazza vociando e gesticolando; tutti i vicini alla finestra. I Margarone stavano a vedere dalla terrazza al di sopra dei tetti, dirimpetto, le figliuole ancora coi riccioli incartati, don Filippo che dava consigli da lontano, dirigendo le operazioni di quelli che lavoravano a spegnere l’incendio colla canna d’India. Don Ferdinando, il quale tornava in quel momento carico di scartafacci, batté il naso nel corridoio buio contro Giacalone che andava correndo. – Scusate, don Ferdinando. Vado a chiamare il medico per la sorella di vossignoria. – Il dottor Tavuso! – gli gridò dietro la zia Macrì, una parente povera come loro, ch’era accorsa per la prima. – Qui vicino, alla farmacia di Bomma. Bianca era stata presa dalle convulsioni: un attacco terribile; non bastavano in quattro a trattenerla sul lettuccio. Don Diego sconvolto anche lui, pallido come un cadavere, colle mani scarne e tremanti, cercava di ricacciare indietro tutta quella gente. – No!... non è nulla!... Lasciatela sola!... – Il Capitano si mise infine a far piovere legnate a diritta e a manca, come veniva, sui vicini che s’affollavano all’uscio curiosi. – Che guardate? Che volete? Via di qua! fannulloni! vagabondi! Voi, don Liccio Papa, mettetevi a guardia del portone. Venne più tardi un momento il barone Mèndola, per convenienza, e donna Sarina Cirmena che ficcava il naso da per tutto; il canonico Lupi da parte della baronessa Rubiera. La zia Sganci e gli altri parenti mandarono il servitore a prender notizie della nipote. Don Diego, reggendosi appena sulle gambe, sporgeva il capo dall’uscio, e rispondeva a ciascheduno: – Sta un po’ meglio... È più calma!... Vuol esser lasciata sola... – Eh! eh! – mormorò il canonico scuotendo il capo e guardando in giro le pareti squallide della sala: – Mi rammento qui!... Dove è andata la ricchezza di casa Trao?... Il barone scosse il capo anche lui, lisciandosi il mento ispido di barba dura colla mano pelosa. La zia Cirmena scappò a dire:
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Le accarezzava il capo con quella mano scarna e sudicia di malato povero. Gli era rimasto sulle guance incavate e sparse di peli grigi un calore di fiamma. – Povera Bianca!... son sempre tuo fratello, sai!... il tuo fratello che ti vuol tanto bene... povera Bianca!... – Don Ferdinando mi ha detto... – balbettò essa timidamente. – Volete un po’ di brodo?... Il malato da prima fece segno di no, guardando in aria, supino. Poi volse il capo, fissandola cogli occhi avidi dal fondo delle orbite che sembravano vuote, filigginose. – Il brodo, dicevi? C’è un po’ di carne?... – Manderò dalla zia... dalla zia Sganci!... – s’affrettò ad aggiungere Bianca, con una vampa improvvisa sulle guance. Sul volto del fratello era passata un altra fiamma simile. – No! no!... non ne voglio. Neppure il medico voleva: – No, no! Cosa mi fa il medico?... Tutte imposture!... per spillarci dei denari... Il vero medico è lassù!... Quel che vorrà Dio... Del resto mi sento meglio... Parve migliorare realmente, di lì a qualche giorno: del buon brodo, un po’ di vino vecchio che mandava la zia Sganci, l’aiutarono ad alzarsi da letto, ancora sconquassato, col fiato ai denti. Venne pure donna Marianna in persona a fargli visita, premurosa, con un rimprovero amorevole sulla faccia buona: – Come? Siete in quello stato ed io non ne so nulla? Siamo in mezzo ai turchi? Siamo parenti, sì o no? Sempre misteri! Sempre ombrosi e selvatici, tutti voialtri Trao!... rincantucciati come gli orsi in questa tana! Un bel mattino vi troveranno belli e morti all’improvviso che sarà una vergogna per tutto il parentado!... Neppure di quel negozio del matrimonio non me ne avete detto nulla!... E sfilò quest’altro rosario: Erano pazzi, o cos’erano, a rifiutare una domanda  simile  a  quella?...  Uno  sulla  strada  di  farsi  riccone  come  don Gesualdo Motta!... – Don Gesualdo! sissignori! I pazzi lasciateli stare!... Vedete bene in quale stato vi hanno ridotto!... Un cognato che potrebbe aiutarvi in tutti i modi... che vi toglierebbe da tante angustie!... Ah!... ah!... Donna Marianna guardava intorno per la stanzaccia squallida, crollando il capo. Gli altri non fiatavano: Bianca a capo chino; don Ferdinando aspettando che parlasse suo fratello, cogli occhi di barbagianni fissi su di lui.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
S’aggirano vegliando ancora intorno Ai ceduti tesori: e piangon lasse Le mal spese vigilie, i sobrj pasti, Le in preda all’aquilon case, le antique Digiune rozze, gli scommessi cocchj Forte assordanti per stridente ferro Le piazze e i tetti: e lamentando vanno Gl’invan nudati rustici, le fami Mal desiate, e de le sacre toghe L’armata in vano autorità sul vulgo. Chi siede a lui vicin? Per certo il caso Congiunse accorto i due leggiadri estremi Perchè doppio spettacolo campeggi; E l’un dell’altro al par più lustri e splenda. Falcato Dio degli orti a cui la Greca Làmsaco d’asinelli offrir solea Vittima degna, al giovine seguace Del sapiente di Samo i doni tuoi Reca sul desco: egli ozioso siede Dispregiando le carni; e le narici Schifo raggrinza, in nauseanti rughe Ripiega i labbri, e poco pane intanto Rumina lentamente. Altro giammai A la squallida fame eroe non seppe Durar sì forte: nè lassezza il vinse Nè deliquio giammai nè febbre ardente; Tanto importa lo aver scarze le membra, Singolare il costume, e nel bel mondo Onor di filosofico talento. Qual anima è volgar la sua pietade All’Uom riserbi; e facile ribrezzo Dèstino in lui del suo simìle i danni, I bisogni, e le piaghe. Il cor di lui Sdegna comune affetto; e i dolci moti A più lontano limite sospinge. “Pera colui che prima osò la mano
Il Giorno di Giuseppe Parini
Vergine cuccia de le grazie alunna. L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo Udì la sua condanna. A lui non valse Merito quadrilustre; a lui non valse Zelo d’arcani uficj: in van per lui Fu pregato e promesso; ei nudo andonne Dell’assisa spogliato ond’era un giorno Venerabile al vulgo. In van novello Signor sperò; chè le pietose dame Inorridìro, e del misfatto atroce Odiàr l’autore. Il misero si giacque Con la squallida prole, e con la nuda Consorte a lato su la via spargendo Al passeggiere inutile lamento: E tu vergine cuccia, idol placato Da le vittime umane, isti superba. Fia tua cura, o Signore, or che più ferve La mensa, di vegliar su i cibi; e pronto Scoprir qual d’essi a la tua Dama è caro: O qual di raro augel, di stranio pesce Parte le aggrada. Il tuo coltello Amore Anatomico renda, Amor che tutte Degli animali noverar le membra Puote; e discerner sa qual abbian tutte Uso, e natura. Più d’ognaltra cosa Però ti caglia rammentar mai sempre Qual più cibo le nuoca, o qual più giovi; E l’un rapisci a lei, l’altro concedi Come d’uopo ti par. Serbala, oh dio, Serbala ai cari figlj. Essi dal giorno Che le alleviàro il dilicato fianco Non la rivider più: d’ignobil petto Esaurirono i vasi, e la ricolma Nitidezza serbàro al sen materno. Sgridala, se a te par, ch’avida troppo Agogni al cibo; e le ricorda i mali Che forse avranno altra cagione, e ch’ella
Il Giorno di Giuseppe Parini
Col reboàto dell’aperta tromba L’ampia cittade, e dell’Enotria i monti E le piagge sonanti, e s’esser puote, La bianca Teti, e Guadiana, e Tule. Il mattutino gabinetto, il corso, Il teatro, la mensa in vario stile Ne ragionin gran tempo: ognun ne chieda Il dolente marito; ed ei dall’alto La lamentabil favola cominci. Tal su le scene ove agitar solea L’ombre tinte di sangue Argo piagnente, Squallido messo al palpitante coro Narrava, come furiando Edipo Al talamo corresse incestuoso; Come le porte rovescionne, e come Al subito spettacolo ristè Quando vicina del nefando letto Vide in un corpo solo e sposa e madre Pender strozzata; e del fatale uncino Le mani armossi; e con le proprie mani A sè le care luci da la testa Con le man proprie misero strapposse. Ecco volge al suo fine il pranzo illustre. Già Como, e Dionisio al desco intorno Rapidissimamente in danza girano Con la libera Gioja: ella saltando, Or questo or quel dei convitati lieve Tocca col dito; e al suo toccar scoppiettano Brillanti vivacissime scintille Ch’altre ne destan poi. Sonan le risa; E il clamoroso disputar s’accende. La nobil vanità punge le menti; E l’Amor di sè sol, baldo scorrendo, Porge un scettro a ciascuno, e dice: Regna. Questi i concilj di Bellona, e quegli Penetra i tempj de la Pace. Un guida I condottieri: ai consiglier consiglio
Il Giorno di Giuseppe Parini
1020 Ribocca la fragrante alma dolcezza. Or versa pur dall’odorato grembo I tuoi doni o Pomona; e l’ampie colma Tazze che d’oro e di color diversi Fregiò il Sàssone industre; il fine è giunto 1025 De la mensa divina. E tu dai greggi Rustica Pale coronata vieni Di melissa olezzante e di ginebro; E co’ lavori tuoi di presso latte Vergognando t’accosta a chi ti chiede, 1030 Ma deporli non osa. In su la mensa Potrien deposti le celesti nari Commover troppo, e con volgare olezzo Gli stomachi agitar. Torreggin solo Su’ ripiegati lini in varie forme 1035 I latti tuoi cui di serbato verno Rassodarono i sali, e reser atti A dilettar con subito rigore Di convitato cavalier le labbra. Tu, Signor, che farai poichè fie posto 1040 Fine a la mensa, e che lieve puntando La tua Dama gentil fatto avrà cenno, Che di sorger è tempo? In piè d’un salto Balza prima di tutti; a lei t’accosta, La seggiola rimovi, la man porgi; 1045 Guidala in altra stanza, e più non soffri, Che lo stagnante de le dapi odore Il cèlabro le offenda. Ivi con gli altri Gratissimo vapor t’invita, ond’empie L’aria il caffè che preparato fuma 1050 In tavola minor cui vela ed orna Indica tela. Ridolente gomma Quinci arde intanto; e va lustrando e purga L’aere profano, e fuor caccia del cibo Le volanti reliquie. Egri mortali 1055 Cui la miseria e la fidanza un giorno Sul meriggio guidàro a queste porte; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 64 Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 1060 1065 1070 1075 1080 1085 1090 Tumultuosa, ignuda, atroce folla Di tronche membra, e di squallide facce, E di bare e di grucce, ora da lungi Vi confortate; e per le aperte nari Del divin pranzo il nèttare beete Che favorevol aura a voi conduce: Ma non osate i limitari illustri Assediar, fastidioso offrendo Spettacolo di mali a chi ci regna. Or la piccola tazza a te conviene Apprestare, o Signor, che i lenti sorsi Ministri poi de la tua Dama ai labbri: Or memore avvertir s’ella più goda, O sobria o liberal, temprar col dolce La bollente bevanda; o se più forse L’ami così, come sorbir la suole Barbara sposa, allor che, molle assisa Su’ broccati di Persia, al suo signore Con le dita pieghevoli ‘l selvoso Mento vezzeggia, e la svelata fronte Alzando, il guarda; e quelli sguardi han possa Di far che a poco a poco di man cada Al suo signore la fumante canna. Mentre il labbro, e la man v’occupa, e scalda L’odorosa bevanda, altere cose Macchinerà tua infaticabil mente. Qual coppia di destrieri oggi de’ il carro Guidar de la tua Dama; o l’alte moli Che su le fredde piagge educa il Cimbro; O quei che abbeverò la Drava, o quelli Che a le vigili guardie un dì fuggìro Da la stirpe Campana. Oggi qual meglio Si convenga ornamento ai dorsi alteri: Se semplici e negletti; o se pomposi Di ricche nappe e variate stringhe Andran su l’alto collo i crin volando;
Il Giorno di Giuseppe Parini
Del sapiente di Samo i doni tuoi Reca sul desco. Egli ozioso siede Aborrendo le carni; e le narici Schifo raggrinza; e in nauseanti rughe Ripiega i labbri; e poco pane in tanto Rumina lentamente. Altro giammai A la squallida inedia eroe non seppe Durar sì forte: nè lassezza il vinse Nè deliquio giammai nè febbre ardente: Tanto importa lo aver scarze le membra Singolare il costume e nel bel mondo Onor di filosofico talento. Qual anima è volgar la sua pietate Serbi per l’uomo: e facile ribrezzo Dèstino in lei del suo simìle i danni O i bisogni o le piaghe. Il cor di questo Sdegna comune affetto; e i dolci moti A più lontano limite sospigne. Pera colui che prima osò la mano Armata alzar su l’innocente agnella E sul placido bue: nè il truculento Cor gli piegàro i teneri belati, Nè i pietosi mugiti, nè le molli Lingue lambenti tortuosamente La man che il loro fato aimè stringea. Tal ei parla o signor: ma sorge in tanto A quel pietoso favellar da gli occhi De la tua dama dolce lagrimetta Pari a le stille tremule brillanti, Che a la nova stagion gemendo vanno Da i palmiti di Bacco entro commossi Al tiepido spirar de le prim’aure Fecondatrici. Or le sovvien del giorno, Ahi fero giorno! allor che la sua bella Vergine cuccia de le Grazie alunna, Giovanilmente vezzeggiando, il piede Villan del servo con gli eburnei denti
Il Giorno di Giuseppe Parini
Segnò di lieve nota: e questi audace Col sacrilego piè lanciolla: ed ella Tre volte rotolò; tre volte scosse Lo scompigliato pelo, e da le vaghe Nari soffiò la polvere rodente: Indi i gemiti alzando, aita aita Parea dicesse; e da le aurate volte A lei la impietosita eco rispose; E dall’infime chiostre i mesti servi Asceser tutti; e da le somme stanze Le damigelle pallide tremanti Precipitàro. Accorse ognuno: il volto Fu d’essenze spruzzato a la tua dama: Ella rinvenne al fine. Ira e dolore L’agitavano ancor: fulminei sguardi Gettò sul servo; e con languida voce Chiamò tre volte la sua cuccia: e questa Al sen le corse; in suo tenor vendetta Chieder sembrolle: e tu vendetta avesti Vergine cuccia de le Grazie alunna. L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo Udì la sua condanna. A lui non valse Merito quadrilustre: a lui non valse Zelo d’arcani ufici. Ei nudo andonne De le assise spogliato onde pur dianzi Era insigne a la plebe: e in van novello Signor sperò; chè le pietose dame Inorridìro; e del misfatto atroce Odiàr l’autore. Il perfido si giacque Con la squallida prole e con la nuda Consorte a lato su la via spargendo Al passeggero inutili lamenti: E tu vergine cuccia idol placato Da le vittime umane isti superba. Nè senza i miei precetti o senza scorta Inerudito andrai signor, qualora Il perverso destin dal fianco amato
Il Giorno di Giuseppe Parini
775 E solo a gli occhi vostri Amor discopra Le alterne infedeltà, che in ambo i petti Ventilar ponno le cedenti fiamme. Di sempiterno indissolubil nodo Canti augurj per voi vano cantore: 780 Nostra nobile musa a voi desia Sol quanto piace a voi durevol nodo. Duri fin che a voi piace: e non si scioglia Senza che Fama sopra l’ale immense Tolga l’alta novella; e grande n’empia 785 Col reboato dell’aperta tromba L’ampia cittade e dell’Enotria i monti, E le piagge sonanti, e s’esser puote, La bianca Teti e Guadiana e Tule. Il mattutino gabinetto il corso 790 Il teatro e la mensa in vario stile Ne ragionin gran tempo. Ognun ne chieda Il dolente marito: ed ei dall’alto La lamentabil favola cominci. Tal su le scene, ove agitar solea 795 L’ombre tinte di sangue Argo piagnente, Squallido messo al palpitante coro Narrava come furiando Edipo Al talamo sen corse incestuoso, Come le porte rovescionne, come 800 Al subito spettacolo ristette Quando vicina del nefando letto Vide in un corpo solo e sposa e madre Pender strozzata; e del fatale uncino Le mani armosse; e con le proprie mani 805 A sè le care luci da la testa Con le man proprie misero strapposse. Ma già volge al suo fine il pranzo illustre: Già Como e Dionisio al desco intorno Rapidissimamente in danza girano 810 Con la libera Gioia. Ella saltando Or questo or quel de’ convitati lieve Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Giorno di Giuseppe Parini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (II redazione) 1035 1040 1045 1050 1055 1060 1065 1070 Di tronche membra e di squallide facce E di bare e di grucce, or via da lunge Vi confortate; e per le alzate nari Del divin prandio il nettare beete, Che favorevol aura a voi conduce: Ma non osate i limitari illustri Assediar, fastidioso offrendo Spettacolo di mali a i nostri eroi.  E a te nobil garzon la tazza in tanto Apprestar converrà, che i lenti sorsi Ministri poi de la tua bella a i labbri E memore avvertir s’ella più goda, O sobria o liberal temprar col dolce La bollente bevanda: o se più forse L’ami così come sorbir la gode Barbara sposa, allor che molle assisa Ne’ broccati di Persia al suo signore Con le dita pieghevoli il selvoso Mento vezzeggia; e la svelata fronte Alzando il guarda; e quelli sguardi han possa Di far che a poco a poco di man cada Al suo signore la fumante canna. Mentre i labbri e la man v’occupa e scalda L’odoroso licor, sublimi cose Macchinerà tua infaticabil mente. Quale oggi coppia di corsier de’ il carro Condur de la tua bella; o l’alte moli Che per le fredde piagge educa il Cimbro; O quei che abbeverò la Drava; o quelli Che a le vigili guardie un dì fuggìro De la stirpe Campana: oggi qual meglio Si convegna ornamento a i dorsi alteri; Se semplici e negletti, o se pomposi Di ricche nappe e variate stringhe Andran su l’alto collo i crin volando, E sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie Ondeggeranno li ritondi fianchi.
Il Giorno di Giuseppe Parini
45 Ben co ’l lume del dì ch’anco riluce insino al monte andar per voi potrassi. — Essi al congedo de la nobil duce poser nel lido desiato i passi, e ritrovàr la via ch’a lui conduce agevol sì ch’i piè non ne fur lassi; ma quando v’arrivàr, da l’oceano era il carro di Febo anco lontano. 46 Veggion che per dirupi e fra ruine s’ascende a la sua cima alta e superba, e ch’è fin là di nevi e di pruine sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba. Presso al canuto mento il verde crine frondeggia, e ’l ghiaccio fede a i gigli serba ed a le rose tenere: cotanto puote sovra natura arte d’incanto. 47 I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio chiuso d’ombre, fermàrsi a piè del monte; e come il ciel rigò co ’l novo raggio il sol, de l’aurea luce eterno fonte: — Su su — gridaro entrambi, e ’l lor viaggio ricominciàr con voglie ardite e pronte. Ma esce non so donde, e s’attraversa fèra serpendo orribile e diversa. 48 Inalza d’oro squallido squamose le creste e ’l capo, e gonfia il collo d’ira, arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose tien sotto il ventre, e tòsco e fumo spira; or rientra in se stessa, or le nodose ruote distende, e sé dopo sé tira. Tal s’appresenta a la solita guarda, né però de’ guerrieri i passi tarda.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
85 Il magnanimo duce inanzi a tutti stassi, e non muta né color né loco; e quei conforta che su i cuoi asciutti versan l’onde apprestate incontra al foco. In tale stato eran costor ridutti, e già de l’acque rimanea lor poco, quando ecco un vento, ch’improviso spira, contra gli autori suoi l’incendio gira. 86 Vien contro al foco il turbo; e indietro vòlto il foco ove i pagan le tele alzaro, quella molle materia in sé raccolto l’ha immantinente, e n’arde ogni riparo. Oh glorioso capitano! oh molto del gran Dio custodito, al gran Dio caro! A te guerreggia il Cielo; ed ubidenti vengon, chiamati a suon di trombe, i venti. 87 Ma l’empio Ismen, che le sulfuree faci vide da Borea incontra sé converse, ritentar volle l’arti sue fallaci per sforzar la natura e l’aure averse, e fra due maghe, che di lui seguaci si fèr, su ’l muro a gli occhi altrui s’offerse; e torvo e nero e squallido e barbuto fra due furie parea Caronte o Pluto. 88 Già il mormorar s’udia de le parole di cui teme Cocito e Flegetonte, già si vedea l’aria turbar e ’l sole cinger d’oscuri nuvoli la fronte, quando aventato fu da l’alta mole un gran sasso, che fu parte d’un monte; e tra lor colse sì ch’una percossa sparse di tutti insieme il sangue e l’ossa.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
860 Fanciul da la tua patria, ove regnaro gli avi tuoi sì possenti, avesti esiglio e di Giovanni il glorioso figlio ne l’Appennin t’accolse ed ebbe caro; 5 e sotto lui crescesti, e grande e chiaro divenisti per opra e per consiglio tra’ Franchi, e d’onor vago e di periglio, nulla de l’oro né del sangue avaro. Né di varcare il tempestoso Egeo temesti, o d’arme peregrino ardito de l’Ottomano a la temuta corte. Contra al fin gli pugnasti; e quel Tifeo ch’ornano l’arme tue dimostra a dito e t’onora il German ne la tua morte. 861 In morte de la signora Anna Bendidio de’ Putti. Donna, che fra l’accorte e fra le belle forse eri la più bella e la più accorta, la tua vita qua giù fu breve e corta per violenza di crudeli stelle. 5 E qual pianta gentil che turbo svelle mostra la sterpe sua squallida e morta, tal giaci scolorita: or chi conforta il padre sconsolato e le sorelle? 10 128 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
d’ostro, Alessandro, e più di gloria adorno, vincendo altrui di grazia, anzi di merto; indi a’ contrasti di Fortuna esperto, tu fama e laude, ella ebbe infamia e scorno. Così pronto fanciul primier trapassi i più veloci, e poi col tempo scorso, qual uom che tarda e in ritardar s’avanza, i più lenti col mondo, e sua speranza e sue pompe e i suoi regni addietro lassi, perocché ‘l pregio è ‘n ciel, s’in terra è ‘l corpo. 10 1434 “Questa mia di cipressi e di ginebro squallida chioma io tronco, e qui l’appendo,” disse Roma nel lutto “anzi l’accendo con mille faci, e ‘l mio dolor celebro. 5 Qui d’Argo e di Peneo, di Sorga e d’Ebro lagrime accoglio, e poi le spargo e rendo; qui mentre co ‘l suo spirto al cielo ascendo, verso mille urne del mio pianto in Tebro. Qui tomba le ruine, e l’aure e i venti son miei sospiri, onde risuona e giunge la doglia mia sin da l’occaso a l’orto. Morto il gran Pane, il gran Farnese è morto: piangete, Italia, Europa, e voi più lunge, odel nome di Cristo amiche genti.” 1435 Per le nozze di Ferdinando I, granduca di Toscana, con Cristina di Lorena. Onde sonar d’Italia intorno i monti de le più colte e più leggiadre rime, e crollar l’alte cime Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
L’ambrosio umore ond’è irrorato il seno Della figlia di Giove: vereconda La terza ancella ricompone il peplo Su le membra divine, e le contende Di que’ selvaggi attoniti al desio. Non prieghi d’inni o danze d’imenei Ma de’ veltri perpetuo l’ululato Tutta l’isola udia, e un suon di dardi E gli uomini sul vinto orso rissosi E de’ piagati cacciatori il grido. Cerere invan donato avea l’aratro A que’ feroci, invan d’oltre l’Eufrate Chiamò un dì Bassaréo giovine dio A ingentilir di pampini le balze: Il pio stromento irruginìa su’ brevi Solchi sdegnato; divorata innanzi Che i grappoli novelli imporporasse A’ rai d’autunno, era la vite: e solo Quando apparian le Grazie i predatori E le vergini squallide e i fanciulli L’arco e il terror deponeano ammiranti. Con mezze in mar le rote iva frattanto Lambendo il lito la conchiglia, e al lito Pur con le braccia la spingean le molli Nettunine. Spontanee s’aggiogarono Alla biga gentil due delle cerve Che ne’ boschi Dittei schive di nozze Cintia a’ freni educava; e poi che dome Aveale a’ cocchi suoi pasceano immuni Di mortale saetta. Ivi per sorte Vagolando fuggiasche eran venute Le avventurose, e corsero ministre Al viaggio di Venere. Improvvisa Iri che segue i Zefiri col volo S’assise auriga, e drizzò il corso all’Istmo Del Laconio paese. Ancor Citera
Le Grazie di Ugo Foscolo