spasimo

[spà-ʃi-mo]
In sintesi
dolore fisico atroce; dolore gravissimo dell'animo
1
Dolore fisico acuto, lancinante: la ferita gli dava spasimi atroci; gli spasimi dell'agonia; è morto tra gli spasimi
2
estens. Grave sofferenza morale, stato di ansia struggente: è tormentato dagli spasimi d'amore

Citazioni
con un’occhiata pietosa che diceva: sono nelle vostre mani: abbiate misericordia: parcere subjectis. Gli domandò poi il cardinale, che parenti avesse Lucia. “Di stretti, e con cui viva, o vivesse, non ha che la madre,” rispose don Abbondio. “E questa si trova al suo paese?” “Monsignor, sì.” “Giacché,” riprese Federigo, “quella povera giovine non potrà esser così presto restituita a casa sua, le sarà una gran consolazione di veder subito la madre: quindi, se il signor curato di qui non torna prima ch’io vada in chiesa, fatemi voi il piacere di dirgli che trovi un baroccio o una cavalcatura; e spedisca un uomo di giudizio a cercar quella donna, per condurla qui.” “E se andassi io?” disse don Abbondio. “No, no, voi: v’ho già pregato d’altro,” rispose il cardinale. “Dicevo,” replicò don Abbondio, “per disporre quella povera madre. È una donna molto sensitiva; e ci vuole uno che la conosca, e la sappia prendere per il suo verso, per non farle male in vece di bene.” “E per questo, vi prego d’avvertire il signor curato che scelga un uomo di proposito: voi siete molto più necessario altrove,” rispose il cardinale. E avrebbe voluto dire: quella povera giovine ha molto più bisogno di veder subito una faccia conosciuta, una persona sicura, in quel castello, dopo tant’ore di spasimo, e in una terribile oscurità dell’avvenire. Ma questa non era ragione da dirsi così chiaramente davanti a quel terzo. Parve però strano al cardinale che don Abbondio non l’avesse intesa per aria, anzi pensata da sé; e così fuor di luogo gli parve la proposta e l’insistenza, che pensò doverci esser sotto qualche cosa. Lo guardò in viso, e vi scoprì facilmente la paura di viaggiare con quell’uomo tremendo, d’andare in quella casa, anche per pochi momenti. Volendo quindi dissipare affatto quell’ombre codarde, e non piacendogli di tirare in disparte il curato e di bisbigliar con lui in segreto, mentre il suo nuovo amico era lì in terzo, pensò che il mezzo più opportuno era di far ciò che avrebbe fatto anche senza questo motivo, parlare all’innominato medesimo; e dalle sue risposte don Abbondio intenderebbe finalmente che quello non era più uomo da averne paura. S’avvicinò dunque all’innominato, e con quell’aria di spontanea confidenza, che si trova in una nuova e potente affezione, come in un’antica intrinsichezza, “non crediate,” gli disse, “ch’io mi contenti di questa visita per oggi. Voi tornerete, n’è vero? in compagnia di questo ecclesiastico dabbene?” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa d’amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei, allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito. Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni intanto che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio. Ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore, ch’era andato di nuovo a metter l’assedio a quel povero Casale; faceva istanza il senato, perché pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura il contagio, le venisse negato pratica dagli altri paesi; perché trovassero il mezzo di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
talmente legato col suo e nostro argomento, che l’uno e l’altro eravam naturalmente condotti a dirne qualcosa in generale: il Verri perché, dall’essere quell’autorità riconosciuta al tempo dell’iniquo giudizio, induceva che ne fosse complice, e in gran parte cagione; noi perché, osservando ciò ch’essa prescriveva o insegnava ne’ vari particolari, ce ne dovrem servire come d’un criterio, sussidiario ma importantissimo, per dimostrar più vivamente l’iniquità, dirò così, individuale del giudizio medesimo. “È certo”, dice l’ingegnoso ma preoccupato scrittore, “che niente sta scritto nelle leggi nostre, né sulle persone che possono mettersi alla tortura, né sulle occasioni nelle quali possano applicarvisi, né sul modo di tormentare, se col foco o col dislogamento e strazio delle membra, né sul tempo per cui duri lo spasimo, né sul numero delle volte da ripeterlo; tutto questo strazio si fa sopra gli uomini coll’autorità del giudice, unicamente appoggiato alle dottrine dei criminalisti citati.” Ma in quelle leggi nostre stava scritta la tortura; ma in quelle d’una gran parte d’Europa, ma nelle romane, ch’ebbero per tanto tempo nome e autorità di diritto comune, stava scritta la tortura. La questione dev’esser dunque, se i criminalisti interpreti (così li chiameremo, per distinguerli da quelli ch’ebbero il merito e la fortuna di sbandirli per sempre) sian venuti a render la tortura più o meno atroce di quel che fosse in mano dell’arbitrio, a cui la legge l’abbandonava quasi affatto; e il Verri medesimo aveva, in quel libro medesimo, addotta, o almeno accennata, la prova più forte in loro favore. “Farinaccio istesso,” dice l’illustre scrittore, “parlando de’ suoi tempi, asserisce che i giudici, per il diletto che provavano nel tormentare i rei, inventavano  nuove  specie  di  tormenti;  eccone  le  parole:  Judices  qui  propter delectationem,  quam  habent  torquendi  reos,  inveniunt  novas  tormentorum species.” Ho detto: in loro favore; perché l’intimazione ai giudici d’astenersi dall’inventar nuove maniere di tormentare, e in generale le riprensioni e i lamenti che attestano insieme la sfrenata e inventiva crudeltà dell’arbitrio, e l’intenzion, se non altro, di reprimerla e di svergognarla, non sono tanto del Farinacci, quanto de’ criminalisti, direi quasi, in genere. Le parole stesse trascritte qui sopra, quel dottore le prende da uno più antico, Francesco dal Bruno, il quale le cita come d’uno più antico ancora, Angelo d’Arezzo, con altre gravi e forti, che diamo qui tradotte: “giudici, arrabbiati e perversi, che saranno da Dio confusi; giudici ignoranti, perché l’uom sapiente abborrisce tali cose, e dà forma alla scienza col lume delle virtù”. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Prima di tutti questi, nel secolo XIII, Guido da Suzara, trattando della tortura, e applicando a quest’argomento le parole d’un rescritto di Costanzo, sulla custodia del reo, dice esser suo intento “d’imporre qualche moderazione ai giudici che incrudeliscono senza misura.” Nel secolo seguente, Baldo applica il celebre rescritto di Costantino contro il padrone che uccide il servo, “ai giudici che squarcian le carni del reo, perché confessi”; e vuole che, se questo muore ne’ tormenti, il giudice sia decapitato, come omicida. Più tardi, Paride dal Pozzo inveisce contro que’ giudici che, “assetati di sangue, anelano a scannare, non per fine di riparazione né d’esempio, ma come per un loro vanto (propter gloriam eorum); e sono per ciò da riguardarsi come omicidi”. “Badi il giudice di non adoprar tormenti ricercati e inusitati; perché chi fa tali cose è degno d’esser chiamato carnefice piuttosto che giudice,” scrive Giulio Claro. “Bisogna alzar la voce (clamandum est) contro que’ giudici severi e crudeli che, per acquistare una gloria vana, e per salire, con questo mezzo, a più alti posti, impongono ai miseri rei nuove specie di tormenti,” scrive Antonio Gomez. Diletto e gloria! quali passioni, in qual soggetto! Voluttà nel tormentare uomini, orgoglio nel soggiogare uomini imprigionati! Ma almeno quelli che le svelavano, non si può credere che intendessero di favorirle. A queste testimonianze (e altre simili se ne dovrà allegare or ora) aggiungeremo qui, che, ne’ libri su questa materia, che abbiam potuti vedere, non ci è mai accaduto di trovar lamenti contro de’ giudici che adoprassero tormenti troppo leggieri. E se, in quelli che non abbiam visti, ci si mostrasse una tal cosa, ci parrebbe una curiosità davvero. Alcuni de’ nomi che abbiam citati, e di quelli che avremo a citare, son messi dal Verri in una lista di “scrittori, i quali se avessero esposto le crudeli loro dottrine e la metodica descrizione de’ raffinati loro spasimi in lingua volgare, e con uno stile di cui la rozzezza e la barbarie non allontanasse le persone sensate e colte dall’esaminarli, non potevano essere riguardati se non coll’occhio medesimo col quale si rimira il carnefice, cioè con orrore e ignominia”. Certo, l’orrore per quello che rivelano, non può esser troppo; è giustissimo questo sentimento anche per quello che ammettevano; ma se, per quello che ci misero, o ci vollero metter del loro, l’orrore sia un giusto senti-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
mento, e l’ignominia una giusta retribuzione, il poco che abbiam visto, deve bastare almeno a farne dubitare. È vero che ne’ loro libri, o, per dir meglio, in qualcheduno, sono, più che nelle leggi, descritte le varie specie di tormenti; ma come consuetudini invalse e radicate nella pratica, non come ritrovati degli scrittori. E Ippolito Marsigli, scrittore e giudice del secolo decimoquinto, che ne fa un’atroce, strana e ributtante lista, allegando anche la sua esperienza, chiama però bestiali que’ giudici che ne inventan di nuovi. Furono quegli scrittori, è vero, che misero in campo la questione del numero  delle  volte  che  lo  spasimo  potesse  esser  ripetuto;  ma  (e  avremo occasion di vederlo) per impor limiti e condizioni all’arbitrio, profittando dell’indeterminate e ambigue indicazioni che ne somministrava il diritto romano. Furon essi, è vero, che trattaron del tempo che potesse durar lo spasimo; ma non per altro che per imporre, anche in questo, qualche misura all’instancabile crudeltà, che non ne aveva dalla legge, “a certi giudici, non meno ignoranti che iniqui, i quali tormentano un uomo per tre o quattr’ore,” dice il Farinacci; “a certi giudici iniquissimi e scelleratissimi, levati dalla feccia, privi di scienza, di virtù, di ragione, i quali, quand’hanno in loro potere un accusato, forse a torto (forte indebite), non gli parlano che tenendolo al tormento; e se non confessa quel ch’essi vorrebbero, lo lascian lì pendente alla fune, per un giorno, per una notte intera,” aveva detto il Marsigli, circa un secolo prima. In questi passi, e in qualche altro de’ citati sopra, si può anche notare come alla crudeltà cerchino d’associar l’idea dell’ignoranza. E per la ragion contraria, raccomandano, in nome della scienza, non meno che della coscienza, la moderazione, la benignità, la mansuetudine. Parole che fanno rabbia, applicate a una tal cosa; ma che insieme fanno vedere se l’intento di quegli scrittori era d’aizzare il mostro, o d’ammansarlo. Riguardo poi alle persone che potessero esser messe alla tortura, non vedo cos’importi che niente ci fosse nelle leggi propriamente nostre, quando c’era molto, relativamente al resto di questa trista materia, nelle leggi romane, le quali erano in fatto leggi nostre anch’esse. “Uomini”, prosegue il Verri, “ignoranti e feroci, i quali senza esaminare donde emani il diritto di punire i delitti, qual sia il fine per cui si puniscono, quale la norma onde graduare la gravezza dei delitti, qual debba esser la
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni     Storia della colonna infame    Capitolo secondo proporzione tra i delitti e le pene, se un uomo possa mai costringersi a rinunziare alla difesa propria, e simili principii, dai quali, intimamente conosciuti, possono unicamente dedursi le naturali conseguenze più conformi alla ragione ed al bene della società; uomini, dico, oscuri e privati, con tristissimo raffinamento ridussero a sistema e gravemente pubblicarono la scienza di tormentare altri uomini, con quella tranquillità medesima colla quale si descrive l’arte di rimediare ai mali del corpo umano: e furono essi obbediti e considerati come legislatori, e si fece un serio e placido oggetto di studio, e si accolsero alle librerie legali i crudeli scrittori che insegnarono a sconnettere con industrioso spasimo le membra degli uomini vivi, e a raffinarlo colla lentezza e coll’aggiunta di più tormenti, onde rendere più desolante e acuta l’angoscia e l’esterminio.” Ma come mai ad uomini oscuri e ignoranti poté esser concessa tanta autorità? dico oscuri al loro tempo, e ignoranti riguardo ad esso; ché la questione è necessariamente relativa; e si tratta di vedere, non già se quegli scrittori avessero i lumi che si posson desiderare in un legislatore, ma se n’avessero più o meno di coloro che prima applicavan le leggi da sé, e in gran parte se le facevan da sé. E come mai era più feroce l’uomo che lavorava teorie, e le discuteva dinanzi al pubblico, dell’uomo ch’esercitava l’arbitrio in privato, sopra chi gli resisteva? In quanto poi alle questioni accennate dal Verri, guai se la soluzione della prima, “donde emani il diritto di punire i delitti”, fosse necessaria per compilar con discrezione delle leggi penali; poiché si poté bene, al tempo del Verri, crederla sciolta; ma ora (e per fortuna, giacché è men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore) è più controversa che mai. E l’altre, dico in generale tutte le questioni d’un’importanza più immediata, e più pratica, erano forse sciolte e sciolte a dovere, erano almeno discusse, esaminate quando gli scrittori comparvero? Vennero essi forse a confondere un ordine stabilito di più giusti e umani principi, a balzar di posto dottrine più sapienti, a turbar, dirò così, il possesso a una giurisprudenza più ragionata e più ragionevole? A questo possiamo risponder francamente di no, anche noi; e ciò basta all’assunto. Ma vorremmo che qualcheduno di quelli che ne sanno, esaminasse se piuttosto non furon essi che, costretti, appunto perché privati e non legislatori, a render ragione delle loro decisioni, richiamaron la materia a princìpi generali, raccogliendo e ordinando quelli che sono sparsi nelle leggi romane, e cercandone altri nell’idea universale del diritto; se non furon essi
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Si vede qui un momento notabile della scienza, che, misurando il suo lavoro, n’esige il frutto; e dichiarandosi, non aperta riformatrice (ché non lo pretendeva, né le sarebbe stato ammesso), ma efficace ausiliaria della legge, consacrando la propria autorità con quella d’una legge superiore ed eterna, intima ai giudici di seguir le regole che ha trovate, per risparmiar degli strazi a chi poteva essere innocente, e a loro delle turpi iniquità. Triste correzioni d’una cosa che, per essenza, non poteva ricevere una buona forma; ma tutt’altro che argomenti atti a provar la tesi del Verri: “né gli orrori della tortura si contengono unicamente nello spasimo che si fa patire... ma orrori ancora vi spargono i dottori sulle circostanze di amministrarla”. Ci si permetta in ultimo qualche osservazione sopra un altro luogo da lui citato; ché l’esaminarli tutti sarebbe troppo in questo luogo, e non abbastanza certamente per la questione. “Basti un solo orrore per tutti; e questo viene riferito dal celebre Claro milanese, che è il sommo maestro di questa pratica: - Un giudice può, avendo in carcere una donna sospetta di delitto, farsela venire nella sua stanza secretamente, ivi accarezzarla, fingere di amarla, prometterle la libertà affine d’indurla ad accusarsi del delitto, e che con un tal mezzo un certo reggente indusse una giovine ad aggravarsi d’un omicidio, e la condusse a perdere la testa. - Acciocché non si sospetti che quest’orrore contro la religione, la virtù e tutti i più sacri principii dell’uomo sia esagerato, ecco cosa dice il Claro: Paris dicit quod judex potest, etc.”. Orrore  davvero;  ma  per  veder  che  importanza  possa  avere  in  una question di questa sorte, s’osservi che, enunciando quell’opinione, Paride dal Pozzo non proponeva già un suo ritrovato; raccontava, e pur troppo con approvazione, un fatto d’un giudice, cioè uno de’ mille fatti che produceva l’arbitrio senza suggerimento di dottori; s’osservi che il Baiardi, il quale riferisce quell’opinione, nelle sue aggiunte al Claro (non il Claro medesimo), lo fa per detestarla anche lui, e per qualificare il fatto di finzione diabolica; s’osservi che non cita alcun altro il quale sostenesse un’opinion tale, dal tempo di Paride dal Pozzo al suo, cioè per lo spazio d’un secolo. E andando avanti, sarebbe più strano che ce ne fosse stato alcuno. E quel Paride dal Pozzo medesimo, Dio ci liberi di chiamarlo, col Giannone,  eccellente giureconsulto; ma l’altre sue parole che abbiam riferite sopra, basterebbero a far veder che queste bruttissime non bastano a dare una giusta idea nemmen delle dottrine di questo solo. Non abbiam certamente la strana pretensione d’aver dimostrato che
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
rente, e di nessuna importanza, tanto più essa sarebbe stata, nelle loro mani, un argomento potente della reità del Piazza, mostrando che questo aveva bisogno di stare alla larga dal fatto, di farsene ignaro in tutto, in somma di mentire. Ma dopo una tortura illegale, dopo un’altra più illegale e più atroce, o grave, come dicevano, rimettere alla tortura un uomo, perché negava d’aver sentito parlare d’un fatto, e di sapere il nome de’ deputati d’una parrocchia, sarebbe stato eccedere i limiti dello straordinario. Eran dunque da capo, come se non avessero fatto ancor nulla; bisognava venire, senza nessun vantaggio, all’investigazion del supposto delitto, manifestare il reato al Piazza, interrogarlo. E se l’uomo negava? se, come aveva dato prova di saper fare, persisteva a negare anche ne’ tormenti? I quali avrebbero dovuto essere assolutamente gli ultimi, se i giudici non volevano appropriarsi una terribil sentenza d’un loro collega, morto quasi da un secolo, ma la cui autorità era viva più che mai, il Bossi citato sopra. “Più di tre volte,” dice, “non ho mai visto ordinar la tortura, se non da de’ giudici boia: nisi a carnificibus.” E parla della tortura, ordinata legalmente! Ma la passione è pur troppo abile e coraggiosa a trovar nuove strade, per iscansar quella del diritto, quand’è lunga e incerta. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo, ricominciarono con una tortura d’un altro genere. D’ordine del senato (come si ricava da una lettera autentica del capitano di giustizia al governatore Spinola, che allora si trovava all’assedio di Casale), l’auditor fiscale della Sanità, in presenza d’un notaio, promise al Piazza l’impunità, con la condizione (e questo si vede poi nel processo) che dicesse interamente la verità. Così eran riusciti a parlargli dell’imputazione, senza doverla discutere; a parlargliene, non per cavar dalle sue risposte i lumi necessari all’investigazion della verità, non per sentir quello che ne dicesse lui; ma per dargli uno stimolo potente a dir quello che volevan loro. La lettera che abbiamo accennata, fu scritta il 28 di giugno, cioè quando il processo aveva, con quell’espediente, fatto un gran passo. “Ho giudicato conuenire,” comincia, “che V.E. sapesse quello che si è scoperto nel particolare d’alcuni scelerati che, a’ giorni passati, andavano ungendo i muri et le porte di questa città.” E non sarà forse senza curiosità, né senza istruzione, il veder come cose tali sian raccontate da quelli che le fecero. “Hebbi”, dice dunque, “commissione dal Senato di formar processo, nel quale, per il detto d’alcune donne, e d’un huomo degno di fede, restò aggravato un Guglielmo Piazza, huomo plebeio, ma ora Commissario della Sanità, ch’esso, il venerdì
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
zogne di qualche interessato, racconta in vece che il Piazza, subito dopo la tortura, e mentre lo slegavano per ricondurlo in carcere, uscì fuori con una rivelazione spontanea, che nessuno s’aspettava. La bugiarda rivelazione fu fatta bensì, ma il giorno seguente, dopo l’abboccamento con l’auditore, e a gente che se l’aspettava benissimo. Sicché, se non fossero rimasti que’ pochi documenti, se il senato avesse avuto che fare soltanto col pubblico e con la storia, avrebbe ottenuto l’intento d’abbuiar quel fatto così essenziale al processo, e che diede le mosse a tutti gli altri che venner dopo. Quello che passò in quell’abboccamento, nessuno lo sa, ognuno se l’immagina a un di presso. “È assai verosimile”, dice il Verri, “che nel carcere istesso si sia persuaso a quest’infelice, che persistendo egli nel negare, ogni giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e altro spediente non esservi per lui fuorché l’accusarsene e nominare i complici; così avrebbe salvata la vita, e si sarebbe sottratto alle torture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque chiese, ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto.” Non pare però punto probabile che il Piazza abbia chiesto lui l’impunità. L’infelice, come vedremo nel seguito del processo, non andava avanti se non in quanto era strascinato; ed è ben più credibile, che, per fargli fare quel primo, così strano e orribile passo, per tirarlo a calunniar sé e altri, l’auditore gliel’abbia offerta. E di più, i giudici, quando gliene parlaron poi, non avrebbero omessa una circostanza così importante, e che dava tanto maggior peso alla confessione; né l’avrebbe omessa il capitano di giustizia nella lettera allo Spinola. Ma chi può immaginarsi i combattimenti di quell’animo, a cui la memoria così recente de’ tormenti avrà fatto sentire a vicenda il terror di soffrirli di nuovo, e l’orrore di farli soffrire! a cui la speranza di fuggire una morte spaventosa, non si presentava che accompagnata con lo spavento di cagionarla a un altro innocente! giacché non poteva credere che fossero per abbandonare una preda, senza averne acquistata un’altra almeno, che volessero finire senza una condanna. Cedette, abbracciò quella speranza, per quanto fosse orribile e incerta; assunse l’impresa, per quanto fosse mostruosa e difficile; deliberò di mettere una vittima in suo luogo. Ma come trovarla? a che filo attaccarsi? come scegliere tra nessuno? Lui, era stato un fatto reale, che aveva servito d’occasione e di pretesto per accusarlo. Era entrato in via della Vetra,  era  andato  rasente  al  muro,  l’aveva  toccato;  una  sciagurata  aveva
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
fermato il secondo detto del Piazza su quella circostanza particolare e accessoria; quand’anche non ci fosse stata di mezzo l’impunità; la deposizion di costui non poteva più somministrare nessun indizio legale. “Il complice che varia e si contradice nelle sue deposizioni, essendo perciò anche spergiuro, non può fare, contro i nominati, indizio alla tortura... anzi nemmeno all’inquisizione... e questa si può dire dottrina comunemente ricevuta dai dottori.” Il Mora fu messo alla tortura! L’infelice non aveva la robustezza del suo calunniatore. Per qualche tempo però, il dolore non gli tirò fuori altro che grida compassionevoli, e proteste d’aver detta la verità. Oh Dio mio; non ho cognitione di colui, né ho mai havuto pratica con lui, et per questo non posso dire... et per questo dice la bugia che sia praticato in casa mia, né che sia mai stato nella mia bottega. Son morto! misericordia, mio Signore! misericordia! Ho stracciato la scrittura, credendo fosse la ricetta del mio elettuario... perché volevo il guadagno io solamente. Questa non è causa sufficiente, gli dissero. Supplicò d’esser lasciato giù, che direbbe la verità! Fu lasciato giù, e disse: La verità è che il Commissario non ha pratica alcuna meco. Fu ricominciato e accresciuto il tormento: alle spietate istanze degli esaminatori, l’infelice rispondeva: V.S. veda quello che vole che dica, lo dirò: la risposta di Filota a chi lo faceva tormentare, per ordine d’Alessandro il grande, “il quale stava ascoltando pur anch’esso dietro ad un arazzo”: dic quid me velis dicere è la risposta di chi sa quant’altri infelici. Finalmente, potendo più lo spasimo che il ribrezzo di calunniar sé stesso, che il pensiero del supplizio, disse: ho dato un vasetto pieno di brutto, cioè sterco, acciò imbrattasse le muraglie, al Commissario. V.S. mi lasci giù, che dirò la verità. Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza l’immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale, come nel primo con un’illegale impunità. L’armi eran prese dall’arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio, e a tradimento. Vedendo che il dolore produceva l’effetto che avevan tanto sospirato, non esaudiron la supplica dell’infelice, di farlo almeno cessar subito. Gl’intimarono che cominci a dire.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Disse: era sterco humano, smojazzo (ranno; ed ecco l’effetto di quella visita della caldaia, cominciata con tanto apparato, e troncata con tanta perfidia); perché me lo domandò lui, cioè il Commissario, per imbrattare le case, et di quella materia che esce dalla bocca dei morti, che son sui carri. E nemmen questo era un suo ritrovato. In un esame posteriore, interrogato dove ha imparato tal sua compositione, rispose: dicevano così in barbarìa, che si adoperava di quella materia che esce dalla bocca de’ morti... et io m’ingegnai ad aggiongervi la liscivia et il sterco. Avrebbe potuto rispondere: da’ miei assassini, ho imparato; da voi altri e dal pubblico. Ma c’è qui qualche altra cosa di molto strano. Come mai uscì fuori con una confessione che non gli avevan richiesta, che avevano anzi esclusa da quell’esame, dicendogli che non se gli ricerca questa particolarità, perché sopra di essa non s’interroga? Poiché il dolore lo strascinava a mentire, par naturale che la bugia dovesse stare almeno ne’ limiti delle domande. Poteva dire d’essere amico intrinseco del commissario; poteva inventar qualche motivo colpevole, aggravante, dell’avere stracciata la scrittura; ma perché andar più in là di quello che lo spingevano? Forse, mentre era sopraffatto dallo spasimo, gli andavan suggerendo altri mezzi per farlo finire? gli facevano altre interrogazioni, che non furono scritte nel processo? Se fosse così, potremmo esserci ingannati noi a dir che avevano ingannato il governatore col lasciargli credere che il Piazza fosse stato interrogato sul delitto. Ma se allora non abbiam messo in campo il sospetto che la bugia fosse nel processo, piuttosto che nella lettera, fu perché i fatti non ce ne davano un motivo bastante. Ora è la difficoltà d’ammettere un fatto stranissimo, che ci sforza quasi a fare una supposizione atroce, in aggiunta di tante atrocità evidenti. Ci troviam, dico, tra il credere che il Mora s’accusasse, senza esserne interrogato, d’un delitto orribile, che non aveva commesso, che doveva procacciargli una morte spaventosa, e il congetturar che coloro, mentre riconoscevan col fatto di non avere un titolo sufficiente di tormentarlo per fargli confessar quel delitto, profittassero della tortura datagli con un altro pretesto, per cavargli di bocca una tal confessione. Veda il lettore quel che gli pare di dovere scegliere. L’interrogatorio che succedette alla tortura fu, dalla parte de’ giudici, com’era stato quello del commissario dopo la promessa d’impunità, un misto o, per dir meglio, un contrasto d’insensatezza e d’astuzia, un moltiplicar domande senza fondamento, e un ometter l’indagini più evidentemente indicate dalla causa, più imperiosamente prescritte dalla giurisprudenza.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Mirandolina sola. Mirandolina Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor marchese Arsura mi sposerebbe? E pure se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo, non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli, che hanno detto volermi, oh, averei pure tanti mariti! Quanti arrivano  a  questa  locanda,  tutti  di  me  s’innamorano,  tutti  mi  fanno  i cascamorti; e tanti, e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sí bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico, che tutti in un salto s’abbiano a innamorare; ma disprezzarmi cosí? è una cosa, che mi muove la bile terribilmente. È nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non averà ancora trovato quella, che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa, che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei, che mi corrono dietro, presto presto m’annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo, e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà.  Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature d’amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari, e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Locandiera di Carlo Goldoni
(Oh!  vi  è  del  duro.  Ho  paura  di  non  far  niente)  (da  sé;  va  a  riporre  la biancheria). (I gonzi sentono queste belle parole, credono a chi le dice, e cascano) (da sé). A pranzo, che cosa comanda? (ritornando senza la biancheria). Mangerò quello, che vi sarà. Vorrei pur sapere il suo genio. Se le piace una cosa piú dell’altra, lo dica con libertà. Se vorrò qualche cosa, lo dirò al cameriere. Ma in queste cose gli uomini non hanno l’attenzione, e la pazienza, che abbiamo noi altre donne. Se le piacesse qualche intingoletto, qualche salsetta, favorisca di dirlo a me. Vi ringrazio; ma né anche per questo verso, vi riuscirà di far con me quello che avete fatto col Conte, e col Marchese. Che dice della debolezza di quei due cavalieri?  Vengono alla locanda per alloggiare, e pretendono poi di voler far all’amore colla locandiera. Abbiamo altro in testa noi, che dar retta alle loro ciarle. Cerchiamo di fare il nostro interesse; se diamo loro delle buone parole, lo facciamo per tenerli a bottega, e poi, io principalmente quanto vedo che si lusingano, rido come una pazza. Brava! Mi piace la vostra sincerità. Oh! non ho altro di buono, che la sincerità. Ma però con chi vi fa la corte sapete fingere. Io fingere? Guardimi il Cielo. Domandi un poco a quei due signori, che fanno gli spasimati per me, se ho mai dato loro un segno d’affetto. Se ho mai scherzato con loro in maniera, che si potessero lusingare con fondamento. Non gli strapazzo, perché il mio interesse non lo vuole, ma poco meno. Questi uomini effemminati non gli posso vedere. Siccome abborisco anche le donne, che corrono dietro agli uomini.  Vede? Io non sono una ragazza. Ho qualche annetto; non son bella, ma ho avuto delle buone occasioni; eppure nonho mai voluto maritarmi, perché stimo, infinitamentela mia libertà. Oh sí, la libertà è un gran tesoro. E tanti la perdono scioccamente. So ben io quel che faccio. Alla larga.
La Locandiera di Carlo Goldoni
Ha moglie V.S. illustrissima? Il Cielo me ne liberi. Non voglio donne. Bravissimo. Si conservi sempre cosí. Le donne, signore... Basta a me non tocca a dirne male. Voi siete per altro la prima donna, ch’io senta parlar cosí. Le  dirò:  noi  altre  locandiere,  vediamo,  e  sentiamo  delle  cose  assai;  e  in verità compatisco quegli uomini, che hanno paura del nostro sesso. (È curiosa costei) (da sé). Con permissione di V. S. illustrissima (finge voler partire). Avete premura di partire? Non vorrei esserle importuna. No, mi fate piacere; mi divertite. Vede, signore? Cosí fo con gli altri. Mi trattengo qualche momento; sono piuttosto allegra, dico delle barzellette per divertirli, ed essi subito credono... Se la m’intende, e’ mi fanno i cascamorti. Questo accade, perché avete buona maniera. Troppa bontà, illustrissimo (con una riverenza). Ed essi s’innamorano. Guardi, che debolezza! Innamorarsi subito di una donna! Questa io non l’ho mai potuta capire. Bella fortezza! Bella virilità! Avvilirsi subito per due smorfiette. Debolezze! Miserie umane! Questo è il vero pensare degli uomini. Signor Cavaliere, mi porga la mano. Perché volete, ch’io vi porga la mano? Favorisca; si degni; osservi; sono pulita. Ecco la mano. Questa è la prima volta, che ho l’onore d’aver per la mano un uomo, che pensa veramente da uomo. Via, basta cosí (ritira la mano). Ecco. Se io avessi preso per la mano uno di que’ due signori sguaiati, averebbe tosto creduto, ch’io spasimassi per lui. Sarebbe andato in deliquio. Non
La Locandiera di Carlo Goldoni
Della tranquillità pubblica Finalmente, tra i delitti della terza specie sono particolarmente quelli che turbano la pubblica tranquillità e la quiete de’ cittadini, come gli strepiti e i bagordi nelle pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio de’ cittadini, come i fanatici sermoni, che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono forza dalla frequenza degli uditori e più dall’oscuro e misterioso entusiasmo che dalla chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d’uomini. La notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite ne’ differenti quartieri della città, i semplici e morali discorsi della religione riserbati al silenzio ed alla sacra tranquillità dei tempii protetti dall’autorità pubblica, le arringhe destinate a sostenere gl’interessi privati e pubblici nelle adunanze della nazione, nei parlamenti o dove risieda la maestà del sovrano, sono  tutti  mezzi  efficaci  per  prevenire  il  pericoloso  addensamento  delle popolari passioni. Questi formano un ramo principale della vigilanza del magistrato, che i francesi chiamano della police; ma se questo magistrato operasse  con  leggi  arbitrarie  e  non  istabilite  da  un  codice  che  giri  fralle mani di tutti i cittadini, si apre una porta alla tirannia, che sempre circonda tutti  i  confini  della  libertà  politica.  Io  non  trovo  eccezione  alcuna  a quest’assioma  generale,  che  ogni  cittadino  deve  sapere  quando  sia  reo  o quando sia innocente. Se i censori, e in genere i magistrati arbitrari, sono necessari in qualche governo, ciò nasce dalla debolezza della sua costituzione, e non dalla natura di governo bene organizzato. L’incertezza della propria sorte ha sacrificate più vittime all’oscura tirannia che non la pubblica e solenne crudeltà. Essa rivolta gli animi più che non gli avvilisce. Il  vero tiranno comincia sempre dal regnare sull’opinione, che previene il coraggio, il quale solo può risplendere o nella chiara luce della verità, o nel fuoco delle passioni, o nell’ignoranza del pericolo. Ma quali saranno le pene convenienti a questi delitti? La morte è ella una pena veramente utile e necessaria per la sicurezza e pel buon ordine della società? La tortura e i tormenti sono eglino  giusti, e ottengon eglino il  fine che si propongono le leggi? Qual è la miglior maniera di prevenire  i  delitti?  Le  medesime  pene  sono  elleno  egualmente  utili  in tutt’i tempiù Qual influenza hanno esse su i costumi? Questi problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non posson resistere. Se io non avessi altro merito che quello di aver presentato il primo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 25 Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � all’Italia con qualche maggior evidenza ciò che altre nazioni hanno osato scrivere e cominciano a praticare, io mi stimerei fortunato; ma se sostenendo i diritti degli uomini e dell’invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell’ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d’un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
zione collo slogamento delle sue ossa. Quest’abuso non dovrebbe esser tollerato nel decimottavo secolo. Si crede che il dolore, che è una sensazione, purghi l’infamia, che è un mero rapporto morale. ” egli forse un crociuolo? E l’infamia è forse un corpo misto impuro?  Non è difficile il rimontare all’origine di questa ridicola legge, perchè gli assurdi stessi che sono da una nazione intera adottati hanno sempre qualche relazione ad altre idee comuni e rispettate dalla nazione medesima. Sembra quest’uso preso dalle idee religiose e spirituali, che hanno tanta influenza su i pensieri degli uomini, su le nazioni e su i secoli. Un dogma infallibile ci assicura che le macchie contratte dall’umana debolezza e che non hanno meritata l’ira eterna del grand’Essere, debbono da un fuoco incomprensibile esser purgate; ora l’infamia è una macchia civile, e come il dolore ed il fuoco tolgono le macchie spirituali ed incorporee, perchè gli spasimi della tortura non toglieranno la macchia civile che è l’infamia? Io credo che la confessione del reo, che in alcuni tribunali si esige come essenziale alla condanna, abbia una origine non dissimile, perchè nel misterioso tribunale di penitenza la confessione dei peccati è parte essenziale del sagramento. Ecco come gli uomini abusano dei lumi più sicuri della rivelazione; e siccome questi sono i soli che sussistono nei tempi d’ignoranza, così ad essi ricorre la docile umanità in tutte le occasioni e ne fa le più assurde e lontane applicazioni. Ma l’infamia è un sentimento non soggetto nè alle leggi nè alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima. Dunque con questo metodo si toglierà l’infamia dando l’infamia. Il terzo motivo è la tortura che si dà ai supposti rei quando nel loro esame cadono in contradizione, quasi che il timore della pena, l’incertezza del giudizio, l’apparato e la maestà del giudice, l’ignoranza, comune a quasi tutti gli scellerati e agl’innocenti, non debbano probabilmente far cadere in contradizione e l’innocente che teme e il reo che cerca di coprirsi; quasi che le contradizioni, comuni agli uomini quando sono tranquilli, non debbano moltiplicarsi nella turbazione dell’animo tutto assorbito nel pensiero di salvarsi dall’imminente pericolo. Questo infame crociuolo della verità è un monumento ancora esistente dell’antica e selvaggia legislazione, quando erano chiamati giudizi di Dio le prove del fuoco e dell’acqua bollente e l’incerta sorte dell’armi, quasi che gli anelli dell’eterna catena, che è nel seno della prima cagione, dovessero ad ogni momento essere disordinati e sconnessi per li frivoli stabilimenti umani.  La  sola  differenza  che  passa  fralla  tortura  e  le  prove  del  fuoco  e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
dell’acqua bollente, è che l’esito della prima sembra dipendere dalla volontà del  reo,  e  delle  seconde  da  un  fatto  puramente  fisico  ed  estrinseco:  ma questa differenza è solo apparente e non reale. ” così poco libero il dire la verità fra gli spasimi e gli strazi, quanto lo era allora l’impedire senza frode gli effetti del fuoco e dell’acqua bollente. Ogni atto della nostra volontà è sempre  proporzionato  alla  forza  della  impressione  sensibile,  che  ne  è  la sorgente; e la sensibilità di ogni uomo è limitata. Dunque l’impressione del dolore può crescere a segno che, occupandola tutta, non lasci alcuna libertà al torturato che di scegliere la strada più corta per il momento presente, onde sottrarsi di pena. Allora la risposta del reo è così necessaria come le impressioni del fuoco o dell’acqua. Allora l’innocente sensibile si chiamerà reo, quando egli creda con ciò di far cessare il tormento. Ogni differenza tra essi sparisce per quel mezzo medesimo, che si pretende impiegato per ritrovarla. ” superfluo di raddoppiare il lume citando gl’innumerabili esempi d’innocenti che rei si confessarono per gli spasimi della tortura: non vi è nazione, non vi è età che non citi i suoi, ma nè gli uomini si cangiano, nè cavano conseguenze. Non vi è uomo che abbia spinto le sue idee di là dei bisogni della vita, che qualche volta non corra verso natura, che con segrete e confuse voci a sè lo chiama; l’uso, il tiranno delle menti, lo rispinge e lo spaventa. L’esito dunque della tortura è un affare di temperamento e di calcolo, che varia in ciascun uomo in proporzione della sua robustezza e della sua sensibilità; tanto che con questo metodo un matematico scioglierebbe meglio che un giudice questo problema: data la forza dei muscoli e la sensibilità delle fibre d’un innocente, trovare il grado di dolore che lo farà confessar reo di un dato delitto. L’esame di un reo è fatto per conoscere la verità, ma se questa verità difficilmente scuopresi all’aria, al gesto, alla fisonomia d’un uomo tranquillo, molto meno scuoprirassi in un uomo in cui le convulsioni del dolore alterano tutti i segni, per i quali dal volto della maggior parte degli uomini traspira qualche volta, loro malgrado, la verità. Ogni azione violenta confonde e fa sparire le minime differenze degli oggetti per cui si distingue talora il vero dal falso. Queste verità sono state conosciute dai romani legislatori, presso i quali non trovasi usata alcuna tortura che su i soli schiavi, ai quali era tolta ogni personalità; queste dall’Inghilterra, nazione in cui la gloria delle lettere, la superiorità del commercio e delle ricchezze, e perciò della potenza, e gli esempi di virtù e di coraggio non ci lasciano dubitare della bontà delle Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Del fisco Fu già un tempo nel quale quasi tutte le pene erano pecuniarie. I delitti degli uomini erano il patrimonio del principe. Gli attentati contro la pubblica sicurezza erano un oggetto di lusso. Chi era destinato a difenderla aveva interesse di vederla offesa. L’oggetto delle pene era dunque una lite tra il fisco (l’esattore di queste pene) ed il reo; un affare civile, contenzioso, privato piuttosto che pubblico, che dava al fisco altri diritti che quelli somministrati  dalla  pubblica  difesa  ed  al  reo  altri  torti  che  quelli  in  cui  era caduto, per la necessità dell’esempio. Il giudice era dunque un avvocato del fisco piuttosto che un indifferente ricercatore del vero, un agente dell’erario fiscale anzi che il protettore ed il ministro delle leggi. Ma siccome in questo sistema il confessarsi delinquente era un confessarsi debitore verso il fisco, il che era lo scopo delle procedure criminali d’allora, così la confessione del delitto,  e  confessione  combinata  in  maniera  che  favorisse  e  non  facesse torto alle ragioni fiscali, divenne ed è tuttora (gli effetti continuando sempre moltissimo dopo le cagioni) il centro intorno a cui si aggirano tutti gli ordigni criminali. Senz’essa un reo convinto da prove indubitate avrà una pena minore della stabilita, senz’essa non soffrirà la tortura sopra altri delitti della medesima specie che possa aver commessi. Con questa il giudice s’impadronisce del corpo di un reo e lo strazia con metodiche formalità, per cavarne  come  da  un  fondo  acquistato  tutto  il  profitto  che  può.  Provata l’esistenza del delitto, la confessione fa una prova convincente, e per rendere questa prova meno sospetta cogli spasimi e colla disperazione del dolore a forza si esige nel medesimo tempo che una confessione stragiudiziale tranquilla, indifferente, senza i prepotenti timori di un tormentoso giudizio, non basta alla condanna. Si escludono le ricerche e le prove che rischiarano il fatto, ma che indeboliscono le ragioni del fisco; non è in favore della miseria e della debolezza che si risparmiano qualche volta i tormenti ai rei, ma in favore delle ragioni che potrebbe perdere quest’ente ora immaginario ed inconcepibile. Il giudice diviene nemico del reo, di un uomo incatenato, dato in preda allo squallore, ai tormenti, all’avvenire il più terribile; non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede  di  perdere  se  non  vi  riesce,  e  di  far  torto  a  quella  infallibilità  che l’uomo s’arroga in tutte le cose. Gl’indizi alla cattura sono in potere del giudice; perchè uno si provi innocente deve esser prima dichiarato reo: ciò chiamasi  fare un  processo  offensivo,  e  tali  sono  quasi  in  ogni  luogo  della
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
essere la vita propria in potestà di alcuno fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l’universo. Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors’anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all’idolo insaziabile del dispotismo. L’assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell’esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a’ delitti, ne’ quali, come abbiam veduto, l’abuso della religione può più che la religione medesima. Se mi si opponesse l’esempio di quasi tutt’i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perchè ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l’epoca fortunata, in cui la verità, come finora l’errore, appartenga al più gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle. La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori; e se la verità potesse, fra gl’infiniti ostacoli che l’allontanano da un monarca, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali ma da un fastidio della vita; da un tedio che io provo, così veemente, che si assomiglia a dolore e a spasimo; da un certo non solamente conoscere, ma vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa che mi occorre nella giornata. Di maniera che non solo l’intelletto mio, ma tutti i sentimenti, ancora del corpo, sono (per un modo di dire strano, ma accomodato al caso) pieni di questa vanità. E qui primieramente non mi potrai dire che questa mia disposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere corporale. Ma ella nondimeno è ragionevolissima: anzi tutte le altre disposizioni degli uomini fuori di questa, per le quali, in qualunque maniera, si vive, e stimasi che la vita e le cose umane abbiano qualche sostanza; sono, qual più qual meno, rimote dalla ragione, e si fondano in qualche inganno e in qualche immaginazione falsa. E nessuna cosa è più ragionevole che la noia. I piaceri sono tutti vani. Il dolore stesso, parlo di quel dell’animo, per lo più è vano: perché se tu guardi alla causa ed alla materia, a considerarla bene, ella è di poca realtà o di nessuna. Il simile dico del timore; il simile della speranza. Solo la noia, la qual nasce sempre dalla vanità delle cose, non è mai vanità, non inganno; mai non è fondata in sul falso. E si può dire che, essendo tutto l’altro vano, alla noia riducasi, e in lei consista, quanto la vita degli uomini ha di sostanzievole e di reale. Plotino Sia così. Non voglio ora contraddirti sopra questa parte. Ma noi dobbiamo adesso considerare il fatto che tu vai disegnando: dico, considerarlo più strettamente, e in se stesso. Io non ti starò a dire che sia sentenza di Platone, come tu sai, che all’uomo non sia lecito, in guisa di servo fuggitivo, sottrarsi di propria autorità da quella quasi carcere nella quale egli si ritrova per volontà degli Dei; cioè privarsi della vita spontaneamente. Ti prego, Plotino mio; lasciamo da parte adesso Platone, e le sue dottrine, e le sue fantasie. Altra cosa è lodare, commentare, difendere certe opinioni nelle scuole e nei libri; ed altra è seguitarle nell’uso pratico. Alla scuola e nei libri, siami stato lecito approvare i sentimenti di Platone e seguirli; poiché tale è l’usanza oggi: nella vita, non che gli approvi, io piuttosto gli abbomino. So ch’egli si dice che Platone spargesse negli scritti suoi quelle dottrine della vita avvenire, acciocché gli uomini, entrati in dubbio e in sospetto circa lo stato loro dopo la morte; per quella incertezza, e per timore di pene e di calamità future, si ritenessero nella vita dal fare ingiustizia e dalle altre male
Operette morali di Giacomo Leopardi
Maestro, che nome è il vostro? Mamphurius. Quale è vostra professione? Magister artium, moderator di pueruli, di teneri unguicoli, lenium malarum, puberum, adolescentulorum: eorum qui adhuc in virga in omnem valent erigi,  flecti,  atque  duci  partem,  primae  vocis,  apti  al  soprano,  irrisorum denticulorum, succiplenularum carnium, recentis naturae, nullius rugae, lactei  halitus,  roseorum  labellulorum,  lingulae  blandulae,  mellitae simplicitatis, in flore, non in semine degentium, claros habentium ocellos, puellis adiaphoron. Oh! Maestro gentile, attillato, eloquentissimo, galantissimo architriclino e pincerna delle Muse,... O bella apposizione. ... patriarca del coro apollinesco,... Melius diceretur: apollineo. ... tromba di Febo, lascia ch’io te dia un bacio nella guancia sinestra, ché non mi reputo degno di baciar quella dolcissima bocca:... Ch’ambrosia e nectar non invidio a Giove. ... quella bocca, dico, che spira sì varie e bellissime sentenze ed inaudite frase. Addam et plura: in ipso aetatis limine, ipsis in vitae primordiis, in ipsis negociorum huius mundialis seu cosmicae architecturae rudimentis, ex ipso vestibulo, in ipso aetatis vere, ut qui adnupturiant, ne in apiis quidem. O Maestro, fonte caballino, di grazia, non mi fate morir di dolcezza, prima ch’io dichi la mia colpa; non parlate più, vi priego, perché mi fate spasimare. Silebo igitur, quia opprimitur a gloria maiestatis, come accadde a quella meschina di cui Ovidio nella Metamorfosi fa menzione: a cui le Parche avare troncorno il filo, vedendo, lei, nella propria maiestade il folgorante Giove. Di  grazia,  vi  supplico  per  quel  dio  Mercurio  che  vi  ha  indiluviato  di eloquenzia,... Cogor morem gerere. ... abbiate pietà di me, e non mi lanciate più cotesti dardi che mi fanno andar fuor di me. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
di Martino, scopriva tali attrattive che la gente correva in piazza a vedere, e metteva volentieri mano alla tasca, Martino chiudeva un occhio quando correvano anche dei pizzicotti, sottomano, mentre la ragazza girava contegnosa col piattello fra la folla. Pazienza! il mestiere voleva così. Oggi qua, domani lontani delle miglia. – Dove ti rivedranno poi gli sciocchi che si lasciano spillare i soldi per la tua bella faccia? – In compenso si mangiava e beveva allegramente, e lui andava a letto ubbriaco, sinché il diavolo ci mise la coda... La Violante si ubbriacava pure agli applausi e alle esclamazioni salate del pubblico, sicché scorciava sempre più il sottanino, e rischiava di rompersi l’osso del collo nel fare il capitombolo. Per disgrazia s’accorse nello stesso tempo che bisognava slargare di giorno in giorno la cintura, e che le dolevano le reni nel fare le forze. Già quei baffetti gliel’avevano detto a Martino, che non l’avrebbe passata liscia. Sicché le rinfacciava che quando sarebbe divenuta grossa come il tamburone, il pubblico li avrebbe lasciati in piazza tutt’e due a grattarsi la pancia. Per giunta poi aveva dei sospetti su di un Tizio che correva dietro alla Violante, da un paese all’altro, e tirava a farlo becco. Ne aveva avuti tanti la bella figliuola degli spasimanti che ustolavano dietro il suo gonnellino corto: militari, bei giovani, signori che avrebbero speso tesori! Nossignore! Ecco che ti va a cascare in bocca a quel disperato che portava tutta la sua bottega al collo, e girava anch’esso per il mondo a vendere spilli e mercerie di qua e di là. Per un palmo di nastro la brutta carogna si era venduta! Martino n’ebbe la certezza quando glielo vide al collo, e vide pure il merciaiuolo che lo pigliava colle buone anche lui, e gli pagava da bere per tenerlo allegro. – Aspetta! – ghignava fra sé e sé Martino alzando il gomito. – Aspetta, che vogliamo ridere meglio quando verrà il momento che dico io! Tollerò ancora un po’, per necessità, finché la Violante poté aiutarlo a raccogliere soldi sulle piazze, odiandola internamente e dandole in cuor suo tutti i titoli che aveva imparato nei trivii. Poi, un bel giorno, accortosi che il merciaio allungava le mani sotto la tavola verso la Violante, mentre desinavano insieme come amici e fratelli all’osteria, fece una scena indiavolata, tirando fuori il coltello, minacciando gli amici che si frapponevano a metter pace. – Che pace! Con quella canaglia?... Voglio mangiargli il cuore a tutti e due! – sbraitò raccogliendo i suoi cenci, e tanti saluti alla compagnia! Il povero merciaio, che si vide cadere sulle braccia la Violante più morta che viva, e gravida di sette mesi per giunta, protestò la sua innocenza, e se la Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
sossopra dei teatri. Don Gaetanino, purché lo lasciassero quieto nel suo cantuccio, portava nelle tasche del cappotto salsicciotti e altri salumi, che piacevano tanto alla mamma, felicissimo quando poteva starsene insieme alla Rosmunda, colle mani intrecciate, guardandosi negli occhi, spasimando di desiderio, e volgendo le spalle agli altri. – Eh? a che punto siamo? – chiedeva il Renna di tanto in tanto. Don Gaetanino rispondeva con un sorriso che voleva sembrar discreto. – Ma c’è sempre Barbetti? – Ci vado di notte... – confessò finalmente Gaetanino facendosi rosso, – dalla finestra!... Tutto il paese sapeva ch’egli era l’amante della “prima donna” e papà Longo sequestrò le chiavi della dispensa, vedendo diradare i salsicciotti appesi al solaio, e avendo anche dei sospetti quanto al grano e al vino vecchio. Fu un affare serio, poiché l’orologio d’argento messo in pegno non durò neanche quarantott’ore. Per giunta il povero don Gaetanino era geloso di quella bestia di Barbetti, il quale colla Rosmunda si pigliava troppa libertà, senza educazione, subito in confidenza, con quelle manacce sudicie sempre per aria, e le barzellette salate che facevano ridere la ragazza. Due o tre volte, giungendo prima dell’ora solita, li aveva trovati a tavola tutti quanti, mangiando e bevendo alla sua barba. Vero è che Rosmunda si era alzata subito, con un pretesto, ed era venuta a dirgli in un cantuccio: – Quel seccatore!... L’ho sempre fra i piedi! Le prove tiravano in lungo, come la vendita dei biglietti per la serata. Il signor Olinto passava le giornate dal barbiere, al caffè, nelle spezierie, dando anche la sera una capatina nel Casino di conversazione, cavando fuori ogni momento la pianta, fermando la gente per le strade col cappello in mano. Aveva pure radunata una Commissione, “senza colore politico”, per proteggere la serata, il presidente della Società operaia insieme al vice pretore, i quali avevano accettato soltanto per godersi la Partita a scacchi gratis. A Barbetti poi diceva, con una strizzatina d’occhi che doveva chetarlo: – Abbi pazienza! Prima bisogna adescare il pubblico con quella roba lì! Più tardi poi... se abboccano... fuoco alla grossa artiglieria! E diamo mano all’arte sul serio! Perciò ogni mattina alle 10, tutti in teatro per le prove: lui gesticolando colla canna d’India in mano e predicando dentro il bavero di pelo; la sua signora, come una marmotta, colla sciarpa di lana intorno al capo; Rosmunda
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
tutta per lei, affabilissima anche con Alvise, dimenticando quasi che io fossi lì, come un intruso in quel terzetto spensierato che lasciava suonare la campana della partenza senza badarci. Infine la ragazza che andava in giro col piattello a raccogliere i soldi pei virtuosi che ci avevano strimpellato l’augurio di buon viaggio, il cameriere che spingeva verso la scaletta i venditori di cannocchiali e di pettini di tartaruga, fecero capire ch’era il momento di separarci. Le due amiche si buttarono le braccia al collo. Alvise s’ebbe pure la sua stretta di mano all’inglese dalla signora Maio, la quale trovò un mondo di saluti da lasciargli, per lui, pei suoi amici, per tutto il genere umano, occupandolo, impadronendosene, pigliandoselo tutto per sé, tenendolo sempre per mano, mentre Ginevra stringeva la mia forte forte – fu l’unico segno – e le labbra che tremavano, il sorriso che spasimava, e l’occhiata lunga... Poi la rivolse sull’amica, scintillante, e quasi minacciosa. – Buona Ginevra! – osservò la Maio, rispondendo al saluto che essa continuava a mandare dalla barchetta, mentre si allontanava in compagnia di Alvise. – E pensare che le toccherà pigliarsi delle osservazioni da quell’orso del Comandante, se egli arriva a sapere... La gentile signora volle ancora restar lì, appoggiata al parapetto, perché la nostra amica potesse continuare a salutarci, rispondendo al saluto col fazzoletto anche lei, di tanto in tanto, sbadatamente e guardando altrove. Poi mi lasciò solo, e scese nella cabina, allorché il fazzolettino della barchetta poté seguitare a sventolare da lontano senza compromettersi. Caro fazzolettino che tremava nella brezza, e palpitava verso di me, e moriva nella caligine della sera, sul fondo già scuro del bel lido che cominciava a formicolare di lumi, a destra verso Portici, a sinistra per la Riviera. Quante volte avevo colà cercato i nastri rossi del tuo cappellino, amor mio, e i tuoi occhi bramosi mi avevano detto: – Sì, sì, lo so!... Io pure!... – Tu pure pensi a me in questo momento, e cerchi il lume del mio bastimento fra gli altri lumi che si allontanano dal porto, mentre Alvise ti dà la mano per aiutarti a scendere a terra, seccatore! Egli può ancora udire lo scricchiolìo delle tue scarpette che si affrettano verso una carrozzella, e vedere il tuo piedino che si posa sul montatoio. Qual via farai per andare a casa? San Ferdinando... Chiaia... Le vetrine scintillanti del Caffè d’Europa, dinanzi a cui tu passi come una visione... Gli oziosi che stanno a vederti dal marciapiedi! Quante volte ti ho aspettata anch’io, lì!... Lo sai che ti vedo... e ti accompagno cogli occhi, io pure... passo passo, come tu promettesti di pensare a me?... Come ero felice di sentirti parlare, di sen-
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
– Sì, il polso me l’ha detto. Lei non aveva alcun indizio? Non ha mai sospettato qualche cosa? – Mai!... Bice è così timida... così... – Il marchese Danei viene spesso in casa? La poveretta, sotto lo sguardo fisso e penetrante di quell’uomo che assumeva l’importanza di un giudice, balbettò: – Sì. – Noi altri medici alle volte abbiamo cura d’anime, – aggiunse il dottore sorridendo. – Forse è stata una fortuna che quel signore sia venuto mentre io ero qui. – Ma ogni speranza non è perduta, dottore? Per l’amor di Dio!... – No... secondo i casi. Buona sera. La contessa rimase un momento in quella stanza, quasi al buio, asciugandosi col fazzoletto il freddo sudore che le bagnava le tempie. Quindi ripassò per la sala, rapidamente, salutando gli amici con un cenno del capo, guardando appena Danei, ch’era in un canto, nel crocchio degli intimi. – Bice!... figlia mia!... Il medico t’ha trovata meglio oggi, sai! – Sì, mamma! – rispose la fanciulla dolcemente, con quell’amara indifferenza degli ammalati gravi che stringe il cuore. – Di là ci sono degli amici... che sono venuti per te... Vuoi vederli? – Chi sono? – Ma... tutti. La zia, Augusta... il signor Danei... Possono entrate un momentino? Bice chiuse gli occhi, come assai stanca, e nell’ombra, così pallida com’era, si vide un lieve rossore montarle alle guance. – No, mamma. Non voglio veder nessuno. Attraverso le palpebre chiuse, delicate come foglie di rosa, sentiva fisso su lei lo sguardo desolato e penetrante della madre. All’improvviso riaprì gli occhi, e le buttò al collo quelle povere braccia esili e tremanti sotto la battista, con un atto ineffabile di confusione, di tenerezza e di sconforto. Madre e figlia si tennero abbracciate a lungo, senza dire una parola, piangendo entrambe delle lagrime che avrebbero voluto nascondersi. Ai parenti e agli amici che chiedevano premurosi notizie dell’inferma, la contessa rispondeva come al solito, ritta in mezzo alla sala, senza poter dissimulare uno spasimo interno che di quando in quando le mozzava il respiro. Allorché tutti se ne furono andati, rimasero faccia a faccia Danei e lei.
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
Bianca fissò un momento sullo zio i grandi occhi turchini e dolci, la sola cosa che avesse realmente bella sul viso dilavato e magro dei  Trao, e rispose: – Ma... la zia l’ha condotto lì... – Vieni qua, vieni qua. Ti troverò un posto io. Tutt’a un tratto la piazza sembrò avvampare in un vasto incendio, sul quale si stampavano le finestre delle case, i cornicioni dei tetti, la lunga balconata del Palazzo di Città, formicolante di gente. Nel vano dei balconi le teste degli invitati che si pigiavano, nere in quel fondo infuocato; e in quello di centro la figura angolosa di donna Fifì Margarone, sorpresa da quella luce, più verde del solito, colla faccia arcigna che voleva sembrar commossa, il busto piatto che anelava come un mantice, gli occhi smarriti dietro le nuvole di fumo, i denti soli rimasti feroci; quasi abbandonandosi, spalla a spalla contro il baronello Rubiera, il quale sembrava pavonazzo a quella luce, incastrato fra lei e donna Giovannina; mentre Mita sgranava gli occhi di bambina, per non vedere, e Nicolino andava pizzicando le gambe della gente, per ficcarvi il capo framezzo e spingersi avanti. – Cos’hai? ti senti male? – disse il marchese vedendo la nipote così pallida. – Non è nulla... È il fumo che mi fa male... Non dite nulla, zio! Non disturbate nessuno!... Di tanto in tanto si premeva sulla bocca il fazzolettino di falsa batista ricamato da lei stessa, e tossiva, adagio adagio, chinando il capo; il vestito di lanetta le faceva delle pieghe sulle spalle magre. Non diceva nulla, stava a guardare i fuochi, col viso affilato e pallido, come stirato verso l’angolo della bocca, dove erano due pieghe dolorose, gli occhi spalancati e lucenti, quasi umidi. Soltanto la mano colla quale appoggiavasi alla spalliera della seggiola era un po’ tremante, e l’altra distesa lungo il fianco si apriva e chiudeva macchinalmente: delle mani scarne e bianche che spasimavano. –  Viva  il  santo  Patrono!  Viva  san  Gregorio  Magno!  –  Nella  folla, laggiù in piazza, il canonico Lupi, il quale urlava come un ossesso, in mezzo ai contadini, e gesticolava verso i balconi del palazzo Sganci, col viso in su, chiamando ad alta voce i conoscenti: – Donna Marianna?... Eh?... eh?... Dev’esserne contento il baronello Rubiera!... Baronello? don Ninì? siete contento?... Vi saluto, don Gesualdo! Bravo! bravo! Siete lì?... – Poi corse di sopra a precipizio, scalmanato, rosso
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Sentite! – interruppe il figliuolo con voce sorda. – Lasciatemi in pace anche voi! Io v’ho lasciato fare, voi! Avete voluto che prendessi l’appalto del ponte... per non stare in ozio... Vedete com’è andata a finire!... E bisogna tornare da capo, se non voglio perdere la cauzione... Potevate starvene quieto e tranquillo a casa... Che vi facevo mancare?... Lasciatemi in pace almeno. Tanto, voi non ci avete perso nulla... – Ah! Non ci ho perso nulla?... Sapevo bene che glielo avresti rinfacciato... a tuo padre!... Già non conto più nulla io! Non so far più nulla!... Ti ho fatto quel che sei!... Come se non fossi il capo di casa!... come se non conoscessi il mio mestiere!... – Ah!... il vostro mestiere?... perché avevate la fornace del gesso?... e mi è toccato ricomprarvela due volte anche!... vi credete un ingegnere!... Ecco il bel mestiere che sapete fare!... Mastro Nunzio guardò infuriato il suo figliuolo, annaspando, agitando le labbra senza poter proferire altre parole, strabuzzando gli occhi per tornare a cercare il posto migliore da annegarsi, e infine brontolò: – E allora perché mi trattieni?... Perché non vuoi che mi butti nel fiume? perché? Gesualdo cominciò a strapparsi i capelli, a mordersi le braccia, a sputare in cielo. Poscia gli si piantò in faccia disperato, scuotendogli le mani giunte dinanzi al viso. – Per l’amor di Dio!... per l’anima di mia madre!... con questo po’ di tegola che m’è cascata fra capo e collo... capite che non ho voglia di scherzare adesso!... Il capomastro si intromise per calmarli. – Infine quel ch’è stato è stato. Il morto non torna più. Colle chiacchiere non si rimedia a nulla. Piuttosto venite ad asciugarvi tutti e due, che arrischiate di pigliare un malanno per giunta, così fradici come siete. Avevano acceso un gran fuoco di giunchi e di legna rotte, nella capanna. Pezzi di travi su cui erano ancora appiccicate le immagini dei santi che dovevano proteggere il ponte, buon’anima sua! Mastro Nunzio, il quale perdeva anche la fede in quella disdetta, ci sputò sopra un paio di volte, col viso torvo. Tutti piangevano e si fregavano gli occhi dal fumo, intanto che facevano asciugare i panni umidi. In un canto, sotto quelle quattro tegole rotte, era buttato Nardo, il manovale che s’era rotta la gamba, sudando e spasimando. Volle mettere anch’egli una buona parola nel malumore fra padre e figlio:
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
tete, vado prima a salutare mia nipote. Non so cosa potrebbero pensare se me ne andassi zitta zitta... Le male lingue, sapete!... Bianca non arrivava a capacitarsi: – Come? andarsene via? nel fitto del colèra? Perché? Cos’era stato? – La zia Cirmena adduceva diversi pretesti strambi: forza maggiore; ciascuno ha i suoi motivi; interessi gravi di casa; Corrado aveva ricevuto una lettera urgentissima. – Gli rincresce anche a lui, poveretto. Gli è arrivata fra capo e collo. S’era tanto affezionato a questi luoghi... Anche poco fa mi diceva: – Zia, oggi è l’ultima passeggiata che andrò a fare alla sorgente... – Don Gesualdo, fuori dei gangheri, tagliò corto a quei discorsi sciocchi. – Scusate, donna Sarina. Mia moglie non capisce più niente... Diventano tutti così nella sua famiglia... Doveva toccare a me!... Isabella invece s’era fatta pallida come un cadavere. Ma non si mosse, non disse nulla, una vera Trao, col viso fermo e impenetrabile. Ricambiava anche gli abbracci e i saluti affettuosi della zia, sforzandosi di sorridere, con una ruga sottile fra le ciglia. Poi, quando fu sola, a un tratto, con un gesto disperato, si strappò la gorgierina che la soffocava, con un onda di sangue al volto, un abbarbagliamento improvviso dinanzi agli occhi, una fitta, uno spasimo acuto che la fece vacillare, annaspando, fuori di sé. Voleva vederlo, l’ultima volta, a qualunque costo, quando tutti sarebbero stati a riposare, dopo mezzogiorno, e che alla casina non si moveva anima viva. La Madonna l’avrebbe aiutata: – La Madonna!... la Madonna!... – Non diceva altro, con una confusione dolorosa nelle idee, la testa in fiamme, il sole che le ardeva sul capo, gli occhi che le abbruciavano, una vampa nel cuore che la mordeva, che le saliva alla testa, che l’accecava, che la faceva delirare: – Vederlo! a qualunque costo!... Domani non lo vedrò più!... più!... più!... – Non sentiva le spine; non sentiva i sassi del sentiero fuori mano che aveva preso per arrivare di nascosto sino a lui. Ansante, premendosi il petto colle mani, trasalendo a ogni passo, spiando il cammino con l’occhio ansioso. Un uccelletto spaventato fuggì con uno strido acuto. La spianata era deserta, in un’ombra cupa. C’era un muricciuolo coperto d’edera triste, una piccola vasca abbandonata nella quale imputridivano delle piante acquatiche, e dei quadrati d’ortaggi polverosi al di là del muro, tagliati dai viali abbandonati che affogavano nel bosso irto di seccumi gialli. Da per tutto quel senso di abbandono, di desolazione, nella catasta di legna che marciva in un angolo, nelle foglie fradicie ammucchiate sotto i noci, nell’acqua della sorgente la
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così – per voi, e per tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori; “gente di mare”, dicon essi, come altri direbbe “gente di toga”, i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano, quando ne mangiano, giacché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti... Nelle sue giornate nere, in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di stare a guardarlo dalla riva, colle mani in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non ha desinato; in quei giorni c’è folla sull’uscio dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco, e i monelli che pullulano nel paese, come se la miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si graffiano quasi abbiano il diavolo in corpo. Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca, vengono a dare una buona spazzata in quel brulicame, il quale si crederebbe che non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché. Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente, voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà. Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? à quoi bon? come dite voi? Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son rammentato del vostro capriccio un giorno che ho rivisto  quella  povera  donna  cui  solevate  far  l’elemosina  col  pretesto  di comperar le sue arancie messe in fila sul panchettino dinanzi all’uscio. Ora il panchettino non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava un po’ più in là a stender la mano ai carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barrica-
Vita dei campi di Giovanni Verga
trovava asciutto il Conte sclamava: «Avremo una bella giornata domani»; e il Cancelliere ancor lui:« Una bellissima giornata!»; e tutti poi giù giù fino all’ultimo scalino:« Una bellissima giornata.» Durante questa cerimonia la processione si fermava lungo la scala con grandi spasimi della Contessa che temeva di prender una sciatica fra tutte quelle correnti d’aria. Monsignore invece aveva tempo di appiccar il primo sonno, e toccava a Gregorio sostenerlo e scuoterlo, se no tutte le sere egli sarebbe rotolato sulla signora Veronica che gli veniva dietro. Giunta che era tutta la schiera nella sala, succedeva la funzione della felice notte, dopo la quale si sparpagliavano in cerca delle rispettive stanze; e ve n’erano di tanto lontane da aversi comodamente il tempo di recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di arrivarvi. Così almeno diceva Martino, cui dopo la sua giubilazione s’era assegnato per alloggio un camerino al secondo piano contiguo alla torre e vicino alla stanza destinata pei frati quando ne capitava qualcheduno alla cerca. Il signor Conte occupava colla moglie la camera che da tempo immemorabile avevano abitato tutti i capi della nobile famiglia castellana di Fratta. Una camera grande ed altissima, con un terrazzo che d’inverno metteva i brividi solo a specchiarvisi dentro, e col soffitto di travi alla cappuccina dipinte d’arabeschi gialli e turchini. Terrazzo pareti e soffitto eran tutti coperti da cignali da alberi e da corone; sicché non si poteva buttar intorno un’occhiata senza incontrare un’orecchia di porco, una foglia di albero o una punta di corona. Il signor Conte e la signora Contessa nel loro talamo sconfinato erano letteralmente investiti da una fantasmagoria di stemmi e di trofei famigliari; e quel glorioso spettacolo, imprimendosi nella fantasia prima di spegnere il lume, non potea essere che non imprimesse un carattere aristocratico anche nelle funzioni più segrete e tenebrose del loro matrimonio. Certo se le pecore di Giacobbe ingravidavano di agnelli pezzati pei vimini di vario colore che vedevano nella fontana, la signora Contessa non dovea concepire altro che figliuoli altamente convinti e beati dell’illustre eccellenza del loro lignaggio. Ché se gli avvenimenti posteriori non diedero sempre ragione a questa ipotesi, potrebbe anche esser stato per difetto più del signor Conte che della signora Contessa. La contessina Clara dormiva vicino alla nonna nell’appartamento che metteva in sala rimpetto alla camera de’ suoi genitori. Aveva uno stanzino che somigliava la celletta d’una monaca; e l’unico cignale che vi stava intagliato nello stucco della caminiera essa, forse senza pensarvi, lo aveva coperto
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
beffardo. «Avrebbe fatto anche lei quello che ho fatto io?...» «Sissignore... lo aveva già fatto;» balbettò il Capitano « ma mi sento lo stomaco...» «Poveretto!» lo interruppe la signora Veronica. «Egli ha faticato fin adesso; ed è suo merito se i manigoldi non son già penetrati in castello. Ma non è più tanto giovane, la fatica è fatica, e le forze non corrispondono alla buona volontà!» «Ho bisogno di riposo» mormorò il Capitano. «Sì, sì, riposi con suo comodo;» soggiunse Lucilio «il suo zelo lo ha provato bastevolmente; e ormai può mettersi sotto la piega colla coscienza tranquilla.» Il veterano di Candia non se lo fece dire due volte; infilò la scala volando come un angelo, e per quanto la moglie gli stesse a’ panni gridando di guardarsi bene e di non precipitarsi! in quattro salti fu nella sua stanza ben inchiavata e puntellata. Quel dover passare vicino alle feritoie gli avea dato il capogiro; e gli parve di stare assai meglio fra la coltre e il materasso. Ai pericoli futuri Dio avrebbe provveduto; egli temeva più di tutto i presenti. La signora Veronica poi si sfogava, rimproverandogli sommessamente la sua dappocaggine; ed egli rispondeva che non era il suo mestiero quello di affrontare i ladri, ma che se si fosse trattato di vera guerra guerreggiata lo avrebbero veduto al suo posto. «Giovinastri, giovinastri!» sclamò il valentuomo stirandosi le gambe. «La trinciano da eroi perché hanno l’imprudenza di sfidar una palla facendo capolino dai merli. Eh, mio Dio, ci vuol altro!... Veronica, non uscir mica di camera sai!... Io voglio difenderti come il più gran tesoro che abbia!» «Grazie,» rispose la donna «ma perché non vi siete svestito?» «Svestirmi! vorresti che mi svestissi con quella giuggiola di tempesta che abbiamo alle spalle!... Veronica, sta’ sempre vicina a me... Chi vorrà offenderti dovrà prima calpestare il mio cadavere.» Costei si gettò anch’essa, vestita com’era, sul letto; e da coraggiosa donna avrebbe anche pigliato sonno, se il marito ad ogni mosca che volava non fosse sobbalzato tant’alto, domandandole se aveva udito nulla, ed esortandola a confidare in lui, e a non allontanarsi dal suo legittimo difensore. Intanto da basso una discreta cena improvvisata con ova e bragiuole avea calmato gli spasimi dei due monsignori, e rimessili con tutta l’anima alla paura, s’interrogavan l’un l’altro sul numero e sulla qualità degli assalitori: 176 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
che colano fluttuando in un abisso misterioso. I discorsi del padre Pendola facevano allora nella mia memoria l’effetto d’un sogno che si ricorda di aver veduto chiaramente e di cui non ci sovviene più che con una vaga e scolorita confusione. Mi volsi per cercarlo; e vidi Giulio e la Pisana che bisbigliavano fra loro. Sentii come Icaro sciogliermisi la cera delle ali e precipitava nelle passioni di prima; ma l’orgoglio mi sorresse. Mi era pur sentito poco prima tanto maggiore di essi, perché non potea continuare ad esser tale? Guardai coraggiosamente la Pisana, e sorrisi quasi di pietà; ma il cuore mi tremava; oltreché non credo che quel sorriso mi durasse a lungo sulle labbra. Allora  il  padre  Pendola,  che  avea  confabulato  col  Senatore,  mi  si raccostò; e quasi indovinando le titubanze dell’anima mia prese a compatirmi con sì squisita carità, che io mi vergognai d’aver tentennato. Le sue parole erano dolci come il mele, entranti come la musica, pietose come le lagrime: mi commossero, mi persuasero, mi innamorarono. Fermai fra me di tentare la prova; d’immolarmi a quei sublimi doveri di cui mi avea parlato, di esser alla fine padrone di me una volta e di saper dire: “Voglio così” — “Soffrirò”, pensava frattanto “ma vincerò; e le vittorie accrescono le forze, laonde se non altro avrò guadagnato di poter poi soffrire con minor viltà. Per nulla Martino non è risuscitato, per nulla il padre Pendola non ha letto nel mio cuore; ambidue prescrivono l’egual rimedio; io sarò coraggioso e ne userò da forte!”. Il  reverendo  padre  mi  parlava  ancora  col  suono  carezzevole  d’una cascatella fra i muscosi dirocciamenti d’un giardino; non saprei dire quali cose ei mi dicesse; ma nel togliermi di là ebbi il coraggio di offrir il braccio al Conte ed alla Pisana perché salissero in carrozza e di accomodarmi poi a cassetta col pretesto del caldo, che pur non era molesto in una notte d’ottobre. Dopoché braccheggiava in cancelleria avea libero ingresso nella carrozza dei padroni, e quella sera mi convenne anzi sostenere una battagliola col Conte per non approfittare di questo prezioso diritto. Mi ricordò allora d’alcuni anni prima quando scoperto l’invaghimento della Pisana per Lucilio avea fatto quella strada stessa appeso alle coregge posteriori della carrozza, e perduto in un turbine di pensieri e d’angosce che mi dissennava. Quella sera avrei dato la vita per poter sedere accanto a lei, e martoriarmi nella sua indifferenza e assaporare avidamente il male che mi si faceva. Quanto insuperbii di vedermi mutato a quel segno! Era io allora, invece, che volontariamente rifiutava di avvicinare la mia persona alla sua; dopo tanti spasimi, tante gelo- 289 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Amala dunque, amala pure!» rispose egli con voce soffocata dai singhiozzi. «Non vedi che sono un’ombra? i tuoi scrupoli vengono tardi; ella mi ha già ucciso; e le sua labbra sono vermiglie dal sangue che mi ha succhiato. Talvolta m’illudo ancora; è superbia, è speranza di vendetta! Ma poi mi torna il coraggio della verità, e godo quasi di scongiurar fronte a fronte la furia che mi divora. Va’, io mi vendico fin d’ora della felicità che attende te pure, e che s’aspetta a tutti quelli che aspetteranno pazientemente! Va’, se vuoi amare una cosa abbietta, immonda, spregevole, senz’anima, senza cuore e senza ingegno; cerca la bambola istupidita dalla ubbriachezza dei sensi e accecata dall’orgoglio! nata donna nella crudeltà nella sciocchezza nella lascivia, e bambola eterna in tutto il resto, anche nella pietà che è la scusa delle donne e che a lei fu negata per un mostruoso prodigio della natura!... I tuoi diritti sono innegabili; nasceste insieme nella corruzione, potete amarvi senza vergogna alla vostra maniera, come si amano i rospi nel pantano, e i vermi nel cadavere!...» La sua voce si era rianimata; egli parlava e camminava come un demente; sentiva scricchiolare i suoi denti come volessero arrotare la punta a quelle parole d’imprecazione e di sprezzo. Ma io era armato nel cuore contro a tali ferite, e lasciai sfogarsi quel suo impeto di furore e di sdegno, finché racquistò almeno la calma della stanchezza. Allora tentai un ultimo colpo, fidando nella rettitudine delle mie intenzioni che Dio sa se potevano essere più generose. «Giulio»  gli  bisbigliai  gravemente  all’orecchio  «tu  hai  giudicato  la Pisana!... Or guarda adunque se così come la conosci il tuo orgoglio ti permette d’amarla.» «E tu l’ami pur tu?» rimbeccò egli con fare aspro e riciso. «Sì, io l’amo;» soggiunsi «perché mi vi usai fin dalla nascita, perché quell’amore non è un sentimento ma una parte dell’anima mia, perch’esso è nato in me prima della ragione, prima dell’orgoglio!» «E in me dunque?» riprese egli quasi piangendo «credi tu che due anni non l’abbiano radicato in me così profondamente come in te dodici o quindici?... Credi tu ch’egli fosse un trastullo per me?... Non vedi che muoio solo perché esso mi è tolto? L’orgoglio, tu dici, l’orgoglio?... Sì, io sono superbo; mi duole di cedere altrui quello ch’io possedeva e di non poter nulla nulla per racquistarlo!... Oh se sapessi con quanti spasimi, con quante lagrime, con quante viltà comprerei ora un raggio fuggitivo di bellezza, un barlume mo- 316 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Io l’ho provato. Hotti io favellato dei giuramenti? Sì, ma ridicendovi. Io mi dico e ridico secondo l’usanza de le donne: che replicano ancora una medesima cosa dieci volte, come ho fatto forse io. Voi mi diceste che io non giurassi per Dio né per santi; e poi mi insegnaste a sacramentare con chi per gelosia mi vietasse qualche amicizia. È vero; sì che giura e non bestemmiare: perché sta male in bocca d’uno che si abbia perdute le budella, non che in una femina che sempre guadagna. Taccio. Ammaestra la fante e il famiglio in sapere, mentre cicalano coi tuoi amanti, sendo tu in camara, a mettergli inanzi alcuni tuoi appetitetti; e sappin dirgli: “Volete voi farvi schiava la signora? Or comperatele la cotal cosa, perché ella ne ha una voglia spasimevole”. Ma fà che non chiegghino se non gentilezze, come sarebbero uccellini con le gabbie dorate, un pappagalletto di quei verdi... Perché non bigio? Coston troppo; e tu per tal verso puoi ritrarne il poco. Appresso torrai a certi tempi impresto da questo e da quello ciò che ti pare; e ritarda il rendere, e se non te sirichiede non dare: perché l’uomo che ti ha prestatoindugia, mastica e aspetta la tua discrezione. In questo mezzo ne l’animo di molti nasce una certa grandezza la qual si vergogna di rimandar, poniam caso, per veste, saio o camiscia che ella si sia: onde spesso spesso avanzi di belle cosette. Ci mancava questa. Io l’ho pescata: eccoti un XV dì inanzi a San Martino; e tu fa un concistoretto di tutti i tuoi amanti; e sedendogli in mezzo, fagli tutti i favori che sai e che puoi; e intonicati che tu gli hai con le cacarie, digli: “Io voglio che facciamo il re de la fava, e che fino a carnasciale duriamo a darci una cena per uno; e cominciaremo da me: con patti che non si spenda le pazzie, ma onestamente, spassandoci il tempo”. E cotale ordine è di grande spasso e d’assai utile, perché ci sono degli avanzi per più vie: prima, la cena che farai uscirà de la
Dialogo di Pietro Aretino
Che sia ucciso il poltrone! E squartato possa essere, poiché egli doppo il lamento de la signora si dispose a la partita. E menando le sue genti la nave a riva, parevano formiche le quali si forniscano di semi pel verno: alcun di loro portava acqua dolce, altri rami con le frondi, altri i guai che lo piglino. Che faceva la sventurata in quel mentre? Gemeva, sospirava, si pelava tutta quanta; e ne l’udire i gridi dei marinai sfamati e il rimescolamento de la ciurma e de l’altra brigata, spasimava, scoppiava e moriva: ahi amor crudele, perché ci crocifiggi tu sì aspramente e per tante vie? Ma ecco la signora che, avendo anco un poco di speranza, parla con la sorella dicendole: “Sorella, non vedi tu che gli se ne va via, e già la nave si acconcia per moversi? Ma perché, o cieli ingrati, s’io potei sperare cotanto affanno, nol posso io patire? Pur, sorella, tu sola mi aiutarai, poiché quel traditore ti fece sempre segretaria dei suoi pensieri e sempre fidossi di te: onde và e parlagli, e parlandogli cerca di umiliarlo, con dirgli per mia parte che io non fui compagna di coloro che col nome di accordo posero in rovina la sua patria; e che io non trassi de la sepoltura l’ossa di suo padre: e se così è, piacciagli di ascoltarme quattro parole prima che io moia; diragli che faccia a me che l’adoro sventuratamente questa sola grazia, che non se ne vada ora, ma quando il camino sarà più navicareccio. Io non gli voglio  esser  moglie,  poiché  mi  disprezza,  né  meno  che  resti  qui,  ma  un poco d’indugio che sia spazio al duolo: e ciò desidero per imparare a sopportarlo”. E qui si tacque lagrimando. Il cor me si spara. La misera sorella sua, Pippa mia, riporta le parole, il pianto e la disperazione in su e in giù; ma il crudo non si rinteneriva punto, anzi pareva un muro percosso da le palle a vento: a la fine la signora, risoluta de la sua partita, provò di fargli uno incanto, ancora che ella se ne avesse sempre fatto coscienza.
Dialogo di Pietro Aretino
Ben gli stette. Se lo dice egli che ben gli sta, lo puoi dire anche tu. Or per aprirti il tutto, la giovane aveva marito in questo modo: un garzonastro, già guasto d’una sorella sua, se l’aveva tolta per moglie, e impalmatala con pensiero di indugiar più che poteva a darle lo anello e a menarsela a casa; e il nome era più tosto che non la sposasse altrimenti che sì, cavandosene la voglia come si usa oggidì: e te ne contarei assaissime de le tolte da chi se ne innamora per cotal via, e stucchi che ne sono, le piantano là senza darle pure un pane. La cosa si condusse a termine strano; e l’uomo che ne spasimava, credendosi insignorirsene a fatto, trovò una malizia, de la sciocchezza de la quale si saria vergognato un milanese e un mantovano. Buono. La pazzia fu che tenne per fermo d’inturbolare la fonte de lo sposalizio e far sì che il marito, intendendo il suo esser mezza puttana e mezza donna da bene, la gittasse via; e gli veniva fatta se l’amor del marito non poteva più di quel de l’amante: non che ella gli volesse meglio, che, avendolo amato più de l’amante, non gli averia poste le corna; ma la paura del baston de la madre la trabalzò a suo modo. E così, ferneticato una notte sopra tal partito, mandò per il gramo donno novello, e gli spianò ogni cosa; e per fargli meglio toccar con mano la verità, gli disse fino a un minimo pelo, a un piccolo bruscolino, a un solo segnetto che ella aveva sotto panni; e di mano in mano, ogni parola, ogni corruccio e ogni pace di lui e di lei; poi venne a le  cose  che  le  aveva  donate,  e  nominogliene  tutte  a  una  a  una:  onde  il dolente cadde morto standosi anco in piei; e stendendo il collo, simigliava la nostra scimia quando faceva i visacci; e diventato di sasso trasognava, rispondendo senza proposito “Ah? Eh?”; e dando il sì per no e il no per sì, stralunando gli occhi e sospirando forte, si lasciò cadere il mento in seno: e le sue labbra parevano incollate insieme. A la fine, tremando pel freddo de la gelosia, staccò le parole; e con un di quei ghigni che fa chi si giustizia per parere animoso, disse: “Signore, anche io, giovane come sono, ne ho fatto la parte mia; ma vi giuro per questo battesimo che io tengo in capo”, e ponendoci la mano cercava per il cimiere, “che non la voglio: ella non è mia moglie, e mente per la strozza chi lo vuol dire”; e lo innamorato, galluzzando, gli diceva: “Tu sei uno uomo di quelli che non si trovano; e val più l’onor che tu apprezzi, che una cittade; né ti mancaranno mogli: lascia pur fare a me”. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Dialogo   Giornata terza � ritratta per lo angelo Gabriello, è caduto in un fuoco e in una fiamma che ne spasima.
Dialogo di Pietro Aretino
Io le veggo mirare il libro, e sento favellarne. Fattogli intorno capannella, nel riconoscer Adamo ed Eva, ecco una che dice: “Maladetto sia quel fico traditore e questo serpe ladro, il qual tentò la donna che è qui”; e toccandola col dito, sospira. E questa risponde a quella, che dice “Noi vivamo sempre, se la gola d’un frutto non era”: “Se non si  morisse,  ci  manicaremmo  l’un  l’altro,  e  ci  verrebbe  a  noia  il  vivere;  e perciò Eva fece bene a mangiarlo”; “Non fe’, no” grida il resto, “morire, ah? Oimè, il ritornar polvere”: “E io per me” dice una suora argutetta, “vorrei viverci ignuda e scalza, non pur calzata e vestita; la morte a chi la vòle”. Intanto io volgo carte e trovo il deluvio; e trovatolo, sento dirgli: “Oh come è naturale l’arca di Noè: paiano vivi costor che fuggano su per gli alberi e suso le cime dei monti”; altra loda le saette, le quali tra i fuochi e i nuvoli par che caschino; altra, gli uccelli impauriti da la pioggia; altra, quelli che si sforzano di aggrapparsi a l’arca; e altra l’altre cose. De la Cappella è furata cotesta dipintura. Così si dice. Considerato che ebbero il diluvio, gli mostro il bosco dove piovve la manna; ed elleno, nel veder cotanta gente, e femine e maschi, le quali se ne empieno il grembo, il seno, le mani e i canestri, tutte facevano festa. In questo la badessa vien giuso; e tosto che esse la viddero, corsero a lei con il libro in mano; e occupandola a vedere le dipinture miniate, io mi rimango  sola  con  quella  che  io  voleva;  e  vedendo  il  bello,  cavo  fuora  i collarini lavorati finamente, e le dico: “Che vi pare di questo lavorio?”; “Oh egli è galante”, mi risponde ella; “Galante è il padron loro” dico io, “e vi voglio  recare  domani  alcune  sue  camisce  lavorate  d’oro,  che  vi  faranno stupire;  come  anco  vi  faria  stupire  la  grazia  e  la  gentilezza  sua.  Oh  che giovane discreto, che ricca persona; io vi accusarò il mio peccato: io vorrei esser come già fui, e basta”. Mentre io le dico cotali cose, la guardo negli occhi; e vedendognele a mio modo, muto verso e dico: “Iddio il perdoni a vostra madre e a vostro padre, che vi imprigionarono qui; e so ben quel che mi ha detto il gentiluomo dai collari...”. Che bella via. “ ...Egli spasima, more e si disfà per amor vostro: voi sète savia, e so che pensate al vostro essere di carne e d’ossa, e al perdere de la gioventù”. Infin, Balia,  la  dolcezza  del  sangue  de  le  donne  passa  quella  del  mèle,  ma  la dolcitudine di quello de le suore vince il mèle, il zuccaro e la manna: e perciò ella prese bellamente una lettera che io le portava da parte di chi me la diede, e si conchiuse; e si trovò via e mezzo onde egli poté andare a lei ed ella a lui. E l’astuzia mia fu il lasciar del libro: per la qual cosa mi si spalancavano gli usci; e sempre fingeva di volergliene non vendere, ma donare, e mai si serrava il mercato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Si suol dire “Dio mi scampi dalle mani dei villani’. Ma vegnamo un poco in su le allegrezze, e inzuccheriamo la morte del povero cavaliere con la vita di un vecchio riccone, miserone, asinone, che avea una moglie di XVII anni, sostenuta da una sua la più forbita vitetta che mi paia anco aver veduto; con una grazia sì graziosa, che ciò che ella dicea e ciò che ella facea tutto era pieno di dolcezza. E avea alcuni suoi gesti signorili, alcuni suoi modi altieri, alcuni suoi atti vezzosi da spasimarne: dàlle in mano il liuto, parea maestra del suono; dàlle in mano il libro, simigliava una poetessa; dàlle in mano la spada, aresti giurato che ella fosse una capitana; vedila ballare, una cervietta; odila cantare, una angeletta; mirala giocare, non ti potrei dire; e con certi suoi occhietti ardenti pieni di un non so che, ognuno cavava del sentimento; e mangiando pareva che indorasse il cibo, e bevendo che desse sapore al vino. Acuta nei motti, liberale, e con tanta maestà parlava in sul savio, che le duchesse al parangone sariano parse pisciotte; e si ornava di alcune vesti a fogge trovate da lei, molto guardate, mostrandosi talora con la scuffia, talora in capegli mezzi raccolti e mezzi intrecciati, con un crinetto che impacciandole un occhio gliene facea chiudere, Dio, con uno uccidere gli uomini di amore e le donne di aschio; e con la sua maniera nativa sapea pur troppo astutamente farsi schiavi gli amanti, perduti nel tremolare del suo seno sul quale natura avea spruzzate stille di rose vermiglie. Ella stendea spesso la mano quasi volesse trovarci menda: e fatto riscontrare il lume dei suoi anelli con quello dei suoi occhi, abbagliava la vista di chi più intentamente le vagheggiava la mano che ella artifiziosamente si vagheggiava. Appena toccava terra quando caminava, ballando sempre con gli occhi; e alla acqua santa che le si spargeva in testa si inchinava con una riverenza che parea che dicesse “Così si fanno in paradiso”. E con tutte queste sue bellezze, e con tutte queste sue virtù, e con tutte queste sue grazie, non poté far sì che il suo padre bue non la maritasse ad uno di sessanta anni, secondo che egli (che non volea che si gli dicesse vecchio) confessava. Questo suo marito si chiamava il “conte’ per non so che bicocca con le mura smerlate, con duo forni, che egli avea, e per virtù di certi suoi scartabelli di cartapecora piombati, secondo che dicea datigli dallo imperadore. Potendo dare il campo a questi civettini che hanno piacere di farsi forar la pelle, quasi ogni mese ivi si combattea, parendogli esser la potta da Modona, per vedersi sberrettare dagli sfaccendati che venivano a vedere pazzeggiare questo e quello. E il dì degli abbattimenti si mostrava in pontificale con una giornea sparsa di tremolanti dorati di velluto pavonazzo alto e basso, non ispelata perché cotali velluti non si spelano mai, e con una berretta a tagliere; con una cappa di rosato foderata di verde, con la scapperuccia di broccato di argento simile a quella che soleano usare gli scolari a certi loro mantelli; con uno stocco al
Ragionamento di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Ragionamento   Giornata terza � sala, come cascano le mandoline pel freddo e i fiori per il vento, si udiva fra loro un sospirare sanza far motto, che pareano genti sforzate che si stringano nelle spalle per non poter fare altro; e dopo sospiri, nascevano alcuni gridetti misti con morditure di dita, con pugni su la tavola, con grattature di capo, con spassaggiature mute e con qualche versetto cantato a stracci per disfogare la collera; e indugiando a tornare a loro, pigliavano la via della scala: e perché gli richiamassi indietro, dicevano qualche parola forte o con la fantesca o con altri; e dato una giravolta, trovando la porta chiusa, facevano una doglienza spasimevole. Antonia Nanna Antonia Nanna Antonia Nanna La Ancroia non fu sì cruda. Tu sei in su le pietosarie. Ci sono e ci voglio essere. Stattici se tu ci sei: che, purché mi ascolti, basta. Ti ascolto, non dubitare. Che spasso era a vedere, nel mezzo del piacere che si pigliava alcuno di me, darmi a piangere anza cagione niuna; e sendo dimandata “Perché piangete?”, con certi singhiozzi e con certi sospiri aggoluppando le parole, diceacol pianto: “Io sono straziata, io non sono apprezzatada te; ma pazienza, poiché piace alla mia fortuna pessima”. Altra volta, nel partirsi da me uno per due ore, gli dicea piangendo: “E dove andate? a qualcuna di quelle che vi trattano come meritate”; onde il goffo se ne teneva che una donna stesse mal di lui. Piansi anco spesso nel venire a me uno che non ci fusse venuto di quei duo dì, per fargli credere che lo facessi per allegrezza di rivederlo. Tu avevi le lagrime molto in sommo. Fà stima che io fossi un terreno di quelli che zampillano fuora l’acqua tosto che son tocchi, anzi di quelli che la fanno sanza punto toccargli: ma non piansi mai se non con uno occhio. O piangesi con un occhio? Le puttane piangono con uno, le maritate con dui, e le moniche con quattro. Questo sì che è bello a sapere. Saria bello se te lo volessi dire: ti dirò bene che le puttane piangono con uno, e con l’altro ridono. Questo è ben più bello; or dimmi, come?
Ragionamento di Pietro Aretino
gemiti, e cercare alcuna speranza fuori di questo mondo dove tutti ci perseguitano e ci abbandonano. E se gli spasimi, e le preghiere, e il rimorso ch’è fatto già mio carnefice, fossero offerte accolte dal Cielo, ah! tu non saresti così infelice, ed io benedirei tutti i miei tormenti. Frattanto nella mia disperazione mortale chi sa in che pericoli tu sei! nè io posso difenderti, nè rasciugare il tuo pianto, nè raccogliere nel mio petto i tuoi secreti, nè partecipare delle tue afflizioni; non so nè dove fuggo, nè come ti lascio, nè quando potrò più rivederti. Padre crudele – Teresa è sangue tuo! quell’altare è profanato; la Natura ed il Cielo maledicono quei giuramenti; il ribrezzo, la gelosia, la discordia ed il pentimento gireranno fremendo intorno a quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa è figlia tua; placati. Ti pentirai amaramente, ma tardi: fors’ella un giorno nell’orrore del suo stato maledirà i suoi giorni e i suoi genitori, e conturberà con le sue querele le tue ossa nel sepolcro, quando tu non potrai se non intenderla di sotterra. Placati. – Ohimè! tu non mi ascolti – e dove me la trascini? – la vittima è sacrificata! io odo il suo gemito – il mio nome nel suo ultimo gemito! Barbari! tremate – il vostro sangue, il mio sangue – Teresa sarà vendicata. – Ahi delirio! – ma io son pure omicida. Ma tu, Lorenzo mio, che non mi ajuti? io non ti scriveva perchè un’eterna tempesta d’ira, di gelosia, di vendetta, di amore infuriava dentro di me; e tante passioni mi si gonfiavano nel petto, e mi soffocavano, e mi strozzavano quasi; io non poteva mandare parola, e sentiva il dolore impietrito dentro di me – e questo dolore regna ancora e mi chiude la voce e i sospiri, e m’inaridisce le lagrime: – mi sento mancata gran parte della vita, e quel poco che pure mi resta è avvilito dal languore e dalla oscurità della morte. Or mi adiro sovente di essere partito, e mi accuso di viltà. – Perchè mai non hanno ardito d’insultare alla mia passione? Se taluno avesse comandato a quella misera di non rivedermi; se me l’avessero a viva forza strappata, pensi tu ch’io l’avrei lasciata mai? Ma doveva io pagare d’ingratitudine un padre che mi chiamava amico, che tante volte commosso mi abbracciava dicendomi: E perchè la sorte ti ha pur unito a noi disgraziati? Poteva io precipitare nel disonore e nella persecuzione una famiglia che in altre circostanze avrebbe diviso meco e la prosperità e l’infortunio? E che poteva io rispondergli quand’ei mi diceva sospirando e pregandomi: – Teresa è mia figlia! – Sì! divorerò nel rimorso e nella solitudine tutti i miei giorni: ma ringrazierò quella tremenda mano invisibile
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Bologna, 24 Luglio, ore 10. Vuoi tu versare sul cuore dell’amico tuo qualche stilla di balsamo? Fa che Teresa ti dia il suo ritratto, e consegnalo a Michele ch’io ti rimando imponendogli di non ritornare senza tue risposte. Va a’ colli Euganei tu stesso: forse quella disgraziata avrà bisogno di chi la compianga. Leggi alcuni frammenti di lettere che ne’ miei affannosi delirj io tentava di scriverti. Addio. – Vedrai la Isabellina, baciala mille volte per me. Quando nessuno si ricorderà più di me, fors’ella nominerà qualche volta il suo Jacopo. O mio caro! avvolto in tante miserie, fatto diffidente dagli uomini, con un’anima ardente e che pur vuole amare ed essere riamata, in chi poss’io confidarmi se non in una fanciullina non corrotta ancora dall’esperienza nè dall’interesse, e che per una secreta simpatia mi ha tante volte bagnato del suo pianto innocente? S’io un giorno sapessi che non mi nomina più, credo, morrei di dolore. E tu, dimmi, Lorenzo mio, m’abbandonerai tu? L’amicizia cara passione della gioventù ed unico conforto dell’infortunio s’agghiaccia nella prosperità. O gli amici, gli amici! Tu non mi perderai se non quando io scenderò sotterra. Ed io cesso dal querelarmi talvolta delle mie disgrazie perchè senza di esse non sarei degno forse di te; nè avrei un cuore capace di amarti. Ma quando io non vivrò più; e tu avrai ereditato da me il calice delle lagrime – oh! non cercare altro amico fuor di te stesso. Bologna, la notte de’ 28 Luglio. E’ mi parrebbe pure di star meno male se potessi dormire lungamente un gravissimo sonno. L’oppio non giova; mi desta dopo brevi letarghi pieni di visioni e di spasimi – e sono più notti! – Ora mi sono alzato per provarmi di scriverti; ma non mi regge più il polso. – Tornerò a coricarmi. Pare che l’anima mia siegua lo stato negro e burrascoso della Natura. Sento diluviare: e giaccio con gli occhi spalancati. Dio mio! Dio mio! Bologna, 12 Agosto. Oramai sono passati diciotto giorni da che Michele è ripartito per le poste, nè torna ancora: e non veggo tue lettere. Tu pure mi lasci? Per Dio, scrivimi almeno: aspetterò sino a lunedì, e poi prenderò la volta di Firenze. Qui tutto il giorno sto in casa perchè non posso vedermi impacciato fra tanta gente; e la notte vo baloccone per città come larva, e mi sento sbranare
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
dergli; ma il mio cuore dicevagli: Ora tu hai come vivere per quattro mesi – per sei – e poi? La bugiarda speranza ti guida intanto per mano, e l’ameno viale dove t’innoltri mette forse a un sentiero più disastroso. Tu cercavi il primo spedale – e t’era forse poco discosto l’asilo della fossa. Ma questo mio poco soccorso, nè la sorte mi concede di ajutarti davvero, ti ridarà più vigore da sostenere di nuovo e per più tempo que’ mali che già t’avevano quasi consunto e liberato per sempre. Goditi intanto del presente – ma quanti disagi hai pur dovuto durare perchè questo tuo stato, che a molti pure sarebbe affannoso, a te paja sì lieto! Ah se tu non fossi padre e marito, io ti darei forse un consiglio! – e senza dirgli parola, l’ho abbracciato; e mentre partivano, io li guardava, stretto d’un crepacuore mortale. Jer sera spogliandomi io pensava: Perchè mai quell’uomo emigrò dalla sua patria? perchè s’ammogliò? perchè mai lasciò un pane sicuro? e tutta la storia di lui mi pareva il romanzo di un pazzo; ed io sillogizzava cercando ciò ch’egli per non strascinarsi dietro tutte quelle sciagure, avrebbe potuto fare, o non fare. Ma siccome ho più volte udito infruttuosamente ripetere sì fatti perchè, ed ho veduto che tutti fanno da medici nelle altrui malattie – io sono andato a dormire borbottando: O mortali che giudicate inconsiderato tutto quello che non è prospero, mettetevi una mano sul petto e poi confessate – siete più savj, o più fortunati? Or credi tu vero tutto ciò ch’ei narrava? – Io? Credo ch’egli era mezzo nudo, ed io vestito; ho veduto una moglie languente; ho udito le strida di una bambina. Mio Lorenzo, si vanno pure cercando con la lanterna nuove ragioni contro del povero perchè si sente nella coscienza il diritto che la Natura gli ha dato su le sostanze del ricco. – Eh! le sciagure non derivano per lo più che da’ vizj; e in costui forse derivarono da un delitto. – Forse? per me non lo so, nè lo indago. Io giudice, condannerei tutti i delinquenti; ma io uomo, ah! penso al ribrezzo col quale nasce la prima idea del delitto; alla fame e alle passioni che strascinano a consumarlo; agli spasimi perpetui; al rimorso con che l’uomo si sfama del frutto insanguinato dalla colpa, alle carceri che il reo si mira sempre spalancate per seppellirlo – e se poi scampando dalla giustizia, ne paga il fio col disonore e con l’indigenza, dovrò io abbandonarlo alla disperazione ed a nuovi delitti? è egli solo colpevole? la calunnia, il tradimento del secreto, la seduzione, la malignità, la nera ingratitudine sono delitti più atroci, ma sono essi neppur minacciati? e chi dal delitto ha ricavato campi ed onore! – O legislatori, o giudici, punite: ma talvolta aggiratevi ne’ tuguri della plebe e ne’ sobborghi di tutte le città capiOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Eterna fonte di felicità! dissi inginocchiandomi a terra – siimi tu testimonio – e teco mi sia testimonio ogni spirito casto che tu disseti e consoli – non andrò a Brusselle, se Elisa non m’accompagna; no; quand’anche per quella strada s’arrivasse ne’ cieli. Il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione, dir troppo. Capitolo 29 AMIENS (LA LETTERA) La  fortuna  non  arridea  a  La  Fleur;  e  non  solo  gli  si  mostrò  poco amica nelle sue imprese cavalleresche – ma da ch’ei s’arrolò mio scudiere, ed erano omai ventiquattr’ore, gli fu avarissima di occasioni da poter segnalare il suo zelo. L’anima sua spasimava già d’impazienza: quando capitò la lettera di madame de L***. E La Fleur afferrando questo primo praticabile incontro, invitò il servo in un salotto della locanda, e ad onore del proprio padrone lo trattò di due bicchieri del vino migliore di Piccardia: e il servo in contraccambio, e per non cedere in cortesia, lo condusse  à l’hôtel del conte  de L*** dove  La Fleur perchè aveva il passaporto spiegato sul viso, s’affratellò, in grazia della sua prévenance, con tutta la gerarchia della cucina. E siccome un Francese, qualunque abilità egli possieda, non ha ritrosia veruna a sfoggiarla, non erano corsi cinque minuti, che  La Fleur s’era già tratto di tasca il suo piffero, e menando egli la danza, mise in ballo al primo preludio la fille–de–chambre, il maître–d’hôtel, il cuoco, la guattera, tutti i servi, i cani, i gatti, e un vecchio scimmiotto: nè credo che dal diluvio in qua vi sia stata mai cucina più allegra. Passando dalle stanze del conte alle sue,  madame de L*** udì quel tripudio. Suonò chiamando la fille–de–chambre, e ne chiese; e come seppe che il valletto del gentiluomo inglese avea col suo piffero messa in brio la famiglia, comandò ch’ei salisse. Ma il cattivello, che non sapeva come presentarsele a mani vote, saliva le scale addossandosi mille e più complimenti in nome del suo padrone – v’aggiunse una serie d’apocrife inchieste sulla salute di madame – le significò che monsieur suo padrone era au désespoir temendo ch’ella si risentisse de’ disagi del viaggio – e per dir tutto, che monsieur aveva ricevuto la lettera di cui madame l’onorò – E mi onora egli, disse madame de L*** interrompendo La Fleur, di un biglietto in risposta? Madame de L*** lo interrogò con tanta fiducia che a  La Fleur non
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
Ebbi l’onore d’essere presentato al vecchio marquis de B***, segnalatosi in gioventù per parecchie non gravi imprese cavalleresche nella corte d’amore. Da indi in poi si vestì alla foggia delle giostre e de’ torneamenti – e imbizzarriva a far credere ch’ei non era campione d’Amore solamente in fantasia: “Avrei caro, mi diceva egli, di dar una corsa per l’Inghilterra” – ed informavasi intorno alle dame inglesi. – Rimanga, monsieur le marquis, gli diss’io, rimanga dov’è – les messieurs anglois penano anche troppo a impetrare un’occhiata dalle loro dame – Il marchese mi convitò a cena. Monsieur P***, gabelliere generale, moveva altrettante interrogazioni su  le  nostre  tasse  –  Odo,  diceva,  che  le  sono  ragguardevolissime  –  Se  si sapesse riscuoterle, rispos’io; e gli feci un inchino profondo. Io non mi sarei ad altri patti meritato un invito a’ concerti di monsieur P***. S’era fatto mal credere a madame de V*** ch’io mi fossi un esprit. – Ella sì ch’ell’era un esprit, e spasimava di vedermi e d’udirmi; nè io aveva preso una seggiola, che m’accorsi che per sincerarsi del mio spirito quella dama non avrebbe dato un pistacchio – ma che io invece era ammesso per far poi testimonio del suo – e Dio sia testimonio anche a me che conversando con essa non ho levato il sigillo a’ miei labbri. Madame de V*** non incontrava uomo vivente a cui non asserisse: “Che non aveva mai conversato con tanto profitto in sua vita”. Una Francese riparte il proprio regno in tre epoche: nella prima è coquette – poi déiste – finalmente dévote: e durante quest’epoche, il regno fiorisce sempre – e solo rimuta vassalli. Intorno all’anno trentesimo sesto suole per lo più spopolarsi di tutti gli altri schiavi d’Amore, e si ripopola a un tratto degli schiavi della Miscredenza – a’ quali sottentrano le colonie degli schiavi della Chiesa. Madame de Q*** stava in forse tra la prima epoca e la seconda: il colore di rosa smarrivasi alloramai a occhio veggente – e quand’io le feci la prima visita, fuggiva il quart’anno da che essa avrebbe dovuto appigliarsi al deismo. Mi fe’ sedere seco sopra un sofà per disputare posatamente de’ punti di religione – madama insomma mi disse che non credea nulla. Risposi che ov’ella pur s’attenesse in cuore a questi principj, io era nondimeno sicuro che non le tornava a conto di radere le fortificazioni esteriori senza le quali mi pareva miracolo che una cittadella sì fatta potesse difendersi – che il deismo era pure la pericolosissima cosa per una bella Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo