soverchiare

[so-ver-chià-re]
In sintesi
andare oltre, imporsi con forza
← deriv. di soverchio.

A
v.tr.

1
Superare in qualità, quantità, potenza: gridando come un ossesso cercava di s. l'urlio della folla; in una lotta leale non riuscirai mai a soverchiarlo SIN. vincere
2
Sopraffare, dominare, opprimere: i difensori del forte furono soverchiati dal nemico
3
lett. Superare, sormontare, oltrepassare: il fiume in piena minacciava di s. gli argini || Superare in altezza

B
v.intr.

(aus. avere) ant. Sovrabbondare || Sopravanzare

Citazioni
fue e per difetto di ragione e per difetto d’ammaestramento; ché pur per ragione  veder  si  può  in  molto  maggiore  numero  esser  le  creature  sopra dette, che non sono li effetti che [da] li uomini si possono intendere. E l’una ragione è questa. Nessuno dubita, né filosofo né gentile né giudeo né cristiano  né  alcuna  setta,  ch’elle  non  siano  piene  di  tutta  beatitudine,  o tutte o la maggior parte, e che quelle beate non siano in perfettissimo stato. Onde, con ciò sia cosa che quella che è qui l’umana natura non pur una beatitudine abbia, ma due, sì com’è quella de la vita civile, e quella de la contemplativa, inrazionale sarebbe se noi vedemo quelle avere la beatitudine de la vita attiva, cioè civile, nel governare del mondo, e non avessero quella de la contemplativa, la quale è più eccellente e più divina. E con ciò sia  cosa  che  quella  che  ha  la  beatitudine  del  governare  non  possa  l’altra avere, perché lo ’ntelletto loro è uno e perpetuo, conviene essere altre fuori di questo ministerio che solamente vivano speculando. E perché questa vita è più divina, e quanto la cosa è più divina è più di Dio simigliante, manifesto è che questa vita è da Dio più amata; e se ella è più amata, più le è la sua beatanza stata larga; e se più l’è stata larga, più viventi le ha dato che  a l’altrui.  Per  che  si  conchiude  che  troppo  maggior  numero  sia  quello  di quelle creature che li effetti non dimostrano. E non è contra quello che par dire Aristotile nel decimo de l’Etica, che a le sustanze separate convegna pure la speculativa vita. Come pure la speculativa convegna loro, pure a la speculazione di certe segue la circulazione del cielo, che è del mondo governo; lo quale è quasi una ordinata civilitade, intesa ne la speculazione de li motori. L’altra ragione si è che nullo effetto è maggiore de la cagione, poi che la cagione non può dare quello che non ha; ond’è, con ciò sia cosa che lo divino intelletto sia cagione di tutto, massimamente de lo ’ntelletto umano, che lo umano quello non soperchia, ma da esso è improporzionalmente soperchiato. Dunque se noi, per le ragioni di sopra e per molt’altre, intendiamo Iddio aver potuto fare innumerabili quasi creature spirituali, manifesto è lui questo avere fatto maggiore numero. Altre ragioni si possono vedere assai, ma queste bastino al presente. Né si meravigli alcuno se queste e altre ragioni che di ciò avere potemo, non sono del tutto dimostrate; che però medesimamente dovemo ammirare  loro  eccellenza  —  la  quale  soverchia  gli  occhi  de  la  mente  umana,  sì come dice lo Filosofo nel secondo de la Metafisica —, e affermar loro essere. Poi che non avendo di loro alcuno senso (dal quale comincia la nostra Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Poi che di riguardar pasciuto fui, tutto m’offersi pronto al suo servigio 105 con l’affermar che fa credere altrui. Ed elli a me: “Tu lasci tal vestigio, per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, che Letè nol può tòrre né far bigio. Ma se le tue parole or ver giuraro, 110 dimmi che è cagion per che dimostri nel dire e nel guardar d’avermi caro”. E io a lui: “Li dolci detti vostri, che, quanto durerà l’uso moderno, faranno cari ancora i loro incostri”. 115 “O frate”, disse, “questi ch’io ti cerno col dito”, e additò un spirto innanzi, “fu miglior fabbro del parlar materno. Versi d’amore e prose di romanzi soverchiò tutti; e lascia dir li stolti 120 che quel di Lemosì credon ch’avanzi. A voce più ch’al ver drizzan li volti, e così ferman sua oppinïone prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. Così fer molti antichi di Guittone, 125 di grido in grido pur lui dando pregio, fin che l’ha vinto il ver con più persone. Or se tu hai sì ampio privilegio, che licito ti sia l’andare al chiostro nel quale è Cristo abate del collegio,
Divina Commedia di Dante Alighieri
Ed ecco di quanto il volo dell’ingegno del signor Sagredo anticipa e previene la tardità del mio, il quale forse arebbe avvertite queste disparità, ma non senza una lunga applicazion di mente. Ora, tornando alla materia, ci restano da considerar i tiri di punto bianco verso levante e verso ponente: i primi de’ quali, quando la Terra si muovesse, dovrebbon riuscir sempre alti sopra il berzaglio, e i secondi bassi, avvengaché le parti della Terra orientali, per il moto diurno, si vanno continuamente abbassando sotto la tangente parallela all’orizzonte, che però ci appariscono le stelle orientali elevarsi, ed all’incontro le parti occidentali si vengono alzando, onde le stelle occidentali mostrano di abbassarsi; e però i tiri che son aggiustati secondo la detta tangente allo scopo orientale, il qual, mentre la palla vien per la tangente, si abbassa, doverebber riuscir alti, e gli occidentali bassi, mediante l’alzamento del berzaglio mentre la palla corre per la tangente. La risposta è simile all’altre: perché, sì come lo scopo orientale per il moto della Terra si va continuamente abbassando sotto una tangente che restasse immobile, così anco il pezzo per la medesima ragione si va continuamente inclinando, e seguitando di rimirar sempre l’istesso scopo, onde i tiri ne riescon giusti. Ma qui mi par opportuna occasione di avvertir certa larghezza che vien fatta, forse con soverchia liberalità, da i seguaci del Copernico alla parte avversa: dico di concedergli come sicure e certe alcune esperienze che gli avversarii veramente non hanno mai fatte, come, verbigrazia, quella de i cadenti dall’albero della nave mentre è in moto, ed altre molte, tra le quali tengo per fermo che una sia questa del far prova se i tiri d’artiglieria orientali riescon alti, e gli occidentali bassi. E perché credo che non l’abbiano mai fatta, vorrei che mi dicessero qual diversità e’ credono che si dovrebbe scorgere tra i medesimi  tiri,  posta  la  Terra  immobile  o  postala  mobile;  e  per  loro  risponda adesso il signor Simplicio. Io non mi voglio arrogere di risponder così fondatamente come forse qualche altro più intendente di me, ma dirò quello che penso così all’improviso che risponderebbero, che e in effetto quello che già è stato prodotto: cioè che quando la Terra si movesse, i tiri orientali riuscirebber sempre alti, etc., dovendo, come par verisimile, muoversi la palla per la tangente.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
II Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima età. Lascio stare che, parlando di quelli che vivono di entrata, colui che ha il padre vivo, comunemente è un uomo senza facoltà; e per conseguenza non può nulla nel mondo: tanto più che nel tempo stesso è facoltoso in aspettativa, onde non si dà pensiero di procacciarsi roba coll’opera propria; il che potrebbe essere occasione a grandi fatti; caso non ordinario però, poiché generalmente quelli che hanno fatto cose grandi, sono stati o copiosi o certo abbastanza forniti de’ beni della fortuna insino dal principio. Ma lasciando tutto questo, la potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de’ figliuoli; che, per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l’uomo, finché ha il padre vivo, porta perpetuamente nell’animo; confermatogli dall’opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, e di non essere libero signore di se medesimo, anzi di non essere, per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui più che a sé. Il qual sentimento, più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perché avendo lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l’uomo che in età di quaranta o di cinquant’anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto né forze né tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poiché l’utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovanezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovanezza e generalmente della vita.
Pensieri di Giacomo Leopardi
Di quelle gemme che per l’antro ombroso lampeggiando facean l’aria men nera ed affisse nel sasso aperto e roso illustravan la grotta e la riviera, il barlume indistinto e tenebroso gli servì di lucerna e di lumiera e vide a gola aperta un crocodilo di cui forse maggior non nutre il Nilo. Vennegli incontro e cominciò parole minacciose a formar d’uman linguaggio. - Taci bestia malvagia, odiosa al sole, non impedir nostro fatal passaggio. Così vuol chi quaggiù può quanto vole disse Silvania, e seguitò ‘l viaggio. Fuggì la fera ubbidiente e tacque e ritornossi ad appiattar nel’acque. - Uom fu già questi, or è dragon (soggiunse) apprendan da lui senno i più discreti. Soverchia audacia follemente il punse dela fata a spiar gli alti secreti. Fusse caso o sciocchezza un giorno ei giunse contro gl’inviolabili divieti là dov’ella talor suol per diletto cangiar la spoglia e variar l’aspetto. Videla apunto allor che per vaghezza di provar qual natura hanno i serpenti forma di serpe al’immortal bellezza dava con incantate acque possenti. Ella è sì spesso a trasformarsi avezza, che non vo’ che tu fugga o che paventi s’avien mai che t’appaia in altre membra, che non è però tal, sebene il sembra.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Mentre una coppia in guisa tal contrasta, l’altra per accordarla s’affatiga. Prega quel, prega questa e pur non basta ad acquetar la fanciullesca briga. Se la racconcia l’un, l’altro la guasta, tanta è la stizza che di par gl’instiga. Perché la question non vada innanzi, Vener lo sdegno oblia ch’ebbe pur dianzi. A Mercurio dicea: - Tu cerchi invano la rete aver che per mio mal fu fatta, se l’arte non apprendi di Vulcano o non t’insegna Amor come s’adatta. Non vaglion l’armi sue fuor di sua mano, forza alcuna non han s’ei non le tratta. Senza lui credi a me ti giova poco quando ancor abbi e la faretra e ‘l foco. Dicea poscia al figliuol: - Figliuol perverso, che vuoi tu far di quella inutil verga? La brami forse acciocché ‘l mondo asperso di dolce oblio nel sonno si sommerga? Quasi in mortal letargo ognor sommerso, per te non sia senza ch’oblio l’asperga. Soverchio è ciò, se ponno i tuoi furori, qualor ti piace, innebriare i cori. Travagliò molto con accorti accenti Citerea per comporre ambe le parti, finch’alfin si placar gli sdegni ardenti e i tumulti cessaro intorno sparti. Con tal convenzion restan contenti lo dio del’alme e l’inventor del’arti che la verga e la rete e quegli e questi qualvolta uopo ne fra l’un l’altro presti.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
In quella parte inferior del piede, che nel suolo stampar suol le vestigia, quella ch’ai ferri, ale ferite cede perché tocca non è dal’acqua stigia, l’assal di furto e di lontano il fiede con stral pungente il rio pastor di Frigia, lassa! e veder mi fa spenta e sparita la mia speranza inun con la sua vita. E veggio a un tempo la vermiglia vesta d’orribil ostro e sanguinoso immonda, quella, che di mia man fu già contesta dele più fine porpore del’onda, la guancia impallidir, cader la testa, per la polve strisciar la chioma bionda begli occhi languir, cui gelid’ombra di mortal nebbia eternamente ingombra. O splendor de’ Pelasghi, o del troiano valor flagello e del’orgoglio ostile, s’era ne’ fati che cader per mano devessi effeminata e non virile, per mano, oimé! di tal che di lontano valse solo a ferir la plebe vile, quanto miglior almeno il morir t’era ucciso dal’amazzona guerriera? Soverchio è raccontar l’angosce interne onde in quel punto addolorata io fui; oltre ch’a dir le lagrime materne così facil non è come l’altrui. Ben per queste d’umor fontane eterne tutto il mar distillar deggio per lui e per lui giusto è ben che tanto io pianga che nulla in lor d’umidità rimanga.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio     Filostrato   Parte quarta 92 Io me n’andrò, né so se fia giammai ch’io ti riveggia, dolce mio amore, ma tu che tanto m’ami, che farai? deh, potrai tu sostenere il dolore? Io già nol sosterrò, io so che guai soverchi mi faran crepare il core. Deh, or fosse pur tosto, perché poscia io sarei fuor di questa grave angoscia. 93 O padre mio, iniquo e disleale alla patria tua, sia tristo il punto che nel petto ti venne sì gran male qual fu volere a’ Greci esser congiunto, e li Troian lasciar! Nell’infernale valle fostù, volesse Dio, defunto, iniquo vecchio, che negli ultimi anni della tua vita, hai fatti tali inganni! 94 Oimè lassa, trista e dolorosa, ch’a me convien portar la penitenza del tuo peccato! Cotanto noiosa vita non meritai per mia fallenza. O verità del ciel, luce pietosa, come sofferi tu cotal sentenza, ch’un pecchi ed altro pianga, com’io faccio, che non peccai e di dolor mi sfaccio?
Filostrato di Giovanni Boccaccio
Come Palemon fu prese dal cavallo di Cromis. 120 Cromis avea sì stancato Almeone, che non poteva più, ma si tirava indietro; ma di Cromis il roncione, ch’ancora che solea si ricordava gli uomin mangiar, pel braccio Palemone co’ denti prese forte, e sì l’agrava col duol, che ’l fece alla terra cadere mal grado ch’e n’avesse, e rimanere. E quale il drago talora i pulcini dell’aquila ne porta renitenti, o fa la leonessa i leoncini per tema degli aguati delle genti, così faceva quel vibrando i crini, forte strignendo Palemon co’ denti, cui elli aveva preso in tal maniera, che merviglia n’avea chiunque v’era. E se non fosse che è fu atato da’ suoi avversi, il caval l’uccidea, a cui di bocca appena fu tirato, e tratto fuor della crudel mislea, e sanza alcuno indugio disarmato per Arcita, che l’arme sue volea per offerire a Marte, s’avenisse che ’l dì a lui il campo rimanesse. Se Palemone allora fu cruccioso, soverchio qui saria ciò raccontare, e però di narrarlo mi riposo: ottimamente il può ciascun pensare. Egli era alla sua vita invidioso e quasi si voleva disperare, e ben si crede del tutto perduta aver d’Emilia la speranza avuta. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Teseida di Giovanni Boccaccio
44 Per che ella, al rogo fatta più vicina, con debil braccio le fiamme vi mise, e per dolore indietro risupina tra le sue donne cadde, in quelle guise che fan talor, poi tagliata è la spina, le bianche rose per lo sol succise; e semiviva fece dubitare di morte a chi la potea rimirare. 45 Ma, sanza lungo indugio risentita, si levò in piè e l’anella si tolse le quai donate già l’aveva Arcita, e con suoi altri ornamenti gli accolse, e ’n su la pira, subita e smarrita, le gittò presta, sì come altri volse, dicendo: — Te’: non si convene omai che io m’adorni, poi lasciata m’hai. — 46 E quinci, rotti li tristi lamenti, muta ricadde, e il chiaro colore fuggì del viso, è belli occhi lucenti perdér la luce, sì ne giro al core subitamente tutti i sentimenti per lui soccorrer, che già dal dolore soverchio con fierezza era assalito, laonde ogni valor l’era fuggito.
Teseida di Giovanni Boccaccio
barbadomani? – I quali, come tu puoi agevolmente conoscere, sono vili modi e plebei: cotali furono, per lo più, le piacevolezze e i motti di Dioneo. Ma della più bellezza de’ motti e della meno non fia nostra cura di ragionare al presente, conciossiaché altri trattati ce ne abbia distesi da troppo migliori dettatori e maestri che io non sono, e ancora perciocché i motti hanno incontinente larga e certa testimonianza della loro bellezza e della loro spiacevolezza:  sicché  poco  potrai  errare  in  ciò,  solo  che  tu  non  sii soverchiamente abbagliato di te stesso, perciocché dove è piacevol motto ivi è tantosto festa e riso e una cotale maraviglia. Laonde, se le tue piacevolezze non saranno approvate dalle risa de’ circonstanti, sì ti rimarrai tu di più motteggiare,  perciocché  il  difetto  fia  pur  tuo  e  non  di  chi  t’ascolta; conciossiacosaché gli uditori quasi solleticati dalle pronte o leggiadre o sottili risposte o proposte, eziandio volendo, non possono tener le risa, ma ridono mal lor grado; da’ quali, sì come da diritti e legittimi giudici, non si dee l’uomo appellare a se medesimo né più riprovarsi. Né per far ridere altrui si vuol dire parole né fare atti vili né sconvenevoli, storcendo il viso e contraffacendosi: ché niuno dee, per piacere altrui, avvilire se medesimo, che è arte non di nobile uomo ma di giocolare e di buffone. Non sono adunque da seguitare i volgari modi e plebei di Dioneo, “Madonna Aldruda, alzate la coda”, né fingersi matto, né dolce di sale, ma a suo tempo dire alcuna cosa bella e nuova, e che non caggia così nell’animo a ciascuno, chi può; e chi non può, tacersi: perciocché questi sono movimenti dello ‘ntelletto, i quali, se sono avvenenti e leggiadri, fanno segno e testimonianza della destrezza dell’animo e de’ costumi di chi gli dice (la qual cosa piace sopra modo agli uomini e rendeci loro cari e amabili); ma, se essi sono al contrario, fanno contrario effetto, perciocché pare che l’asino scherzi, o che alcuno forte grasso e naticuto danzi o salti spogliato in farsetto. XXI Un’altra maniera si truova di sollazzevoli modi pure posta nel favellare: cioè  quando  la  piacevolezza  non  consiste  in  motti,  che  per  lo  più  sono brievi, ma nel favellar disteso e continuato, il quale vuole essere ordinato e bene espresso e rappresentante i modi le usanze gli atti e i costumi di coloro de’ quali si parla sicché all’uditore sia avviso non di udir raccontare ma di veder con gli occhi fare quelle cose che tu narri (il che ottimamente seppono
Galateo di Giovanni Della Casa
gnosi dell’altrui. E sappi che a ciascuno pare di saper ben dire, comeché alcuno per modestia lo nieghi. E non so io indovinare donde ciò proceda che chi meno sa più ragioni: dalla qual cosa, cioè dal troppo favellare, conviene che gli uomini costumati si guardino, e spezialmente poco sapendo, non solo perché egli è gran fatto che alcuno parli molto senza errar molto, ma perché ancora pare che colui che favella soprastia in un certo modo a coloro  che  odono,  come  maestro  a’  discepoli;  e  perciò  non  istà  bene  di appropriarsi maggior parte di questa maggioranza che non ci si conviene: ed  in  tale  peccato  cadono  non  pure  molti  uomini,  ma  molte  nazioni favellatrici e seccatrici sicché guai a quella orecchia che elle assannano. Ma, come  il  soverchio  dire  reca  fastidio,  così  reca  il  soverchio  tacere  odio: perciocché il tacersi colà, dove gli altri parlano a vicenda, pare un non voler metter sù la sua parte dello scotto e, perché il favellare è un aprir l’animo tuo a chi t’ode, il tacere per lo contrario pare un volersi dimorare sconosciuto. Per la qual cosa, come que’ popoli che hanno usanza di molto bere alle loro feste e d’inebriarsi soglion cacciar via coloro che non beono, così sono questi così fatti mutoli malvolentieri veduti nelle liete ed amichevoli brigate. Adunque piacevol costume è il favellare e lo star cheto ciascuno, quando la volta viene a lui. XXV Secondo che racconta una molto antica cronica, egli fu già nelle parti della Morea un buono uomo scultore, il quale per la sua chiara fama, sì come io credo, fu chiamato per soprannome maestro Chiarissimo. Costui, essendo già di anni pieno, distese certo suo trattato, e in quello raccolse tutti gli ammaestramenti dell’arte sua, sì come colui che ottimamente gli sapea, dimostrando come misurar si dovessero le membra umane, sì ciascuno da sé, sì l’uno per rispetto all’altro, acciocché convenevolmente fossero infra sé rispondenti. Il qual suo volume egli chiamò Il regolo, volendo significare che secondo quello si dovessero dirizzare e regolare le statue che per lo innanzi si farebbono per gli altri maestri, come le travi e le pietre e le mura si misurano con esso il regolo; ma, conciossiaché il dire è molto più agevol cosa che il fare e l’operare e oltre a ciò la maggior parte degli uomini (massimamente di noi laici e idioti) abbia sempre i sentimenti più presti che lo ‘ntelletto, e conseguentemente meglio apprendiamo le cose singolari e gli essempi che le generali e i sillogismi, la qual parola dee voler dire in più
Galateo di Giovanni Della Casa
mi romperò il collo, vorrò godermi l’orrore del precipizio sotto di me! Tanto peggio per voi se non capite. Allora ei le afferrò la mano per forza, divorando tutta la sua bellezza palpitante con uno sguardo assetato, e balbettò: – Volete?... volete?... Ella non rispose, e fece uno sforzo per ritirare la mano. Polidori implorava la sua grazia con parole concitate, deliranti. Le ripeteva una domanda, una preghiera, sempre la stessa, con diverse inflessioni di voce che andavano a ricercare la donna nelle più intime fibre di tutto il suo essere; ella ne sentiva la vampa, le sembrava di esserne avviluppata e divorata, soverchiata da un languore mortale e delizioso; e cercava di svincolarsi, pallida, smarrita, colle labbra convulse, spiando il viale di qua e di là con occhi pazzi di terrore, contorcendosi sotto quella stretta possente, facendo forza con tutte e due le mani febbrili per strapparsi da quell’altra mano che sentiva ardere sotto il guanto. Infine, vinta, fuori di sé, balbettò: – Sì! sì! sì! e fuggì dinanzi a qualcuno di cui si udiva avvicinarsi il calpestìo. Uscendo dal giardino era così sconvolta che stette per buttarsi sotto i cavalli di una carrozza. Aveva avuto un appuntamento! Quello era stato un appuntamento! E ripeteva macchinalmente, balbettando: – È questo! è questo! Si sentiva tutta piena ed ebbra di cotesta parola, e le sue labbra smorte agitavansi senza mandare alcun suono, vagamente assaporando la colpa. Andò barcollante sino alla prima carrozza che incontrò; e si fece condurre dalla sua Erminia, quasi in cerca di aiuto. La sua amica, vedendosela comparire dinanzi con quel viso, le corse incontro fin sull’uscio del salotto. – Che hai? – Nulla! nulla! – Come sei bella! Cos’hai? Ella, invece di rispondere, le saltò al collo e le fece due baci pazzi. La signora Erminia era abituata alle sfuriate d’amicizia della sua Maria. Si misero a guardare insieme le fotografie che avevano viste cento volte, e i fiori che erano da un mese sul terrazzino. In quel momento, per combinazione, passava Polidori nel phaeton del suo amico Guidetti, col sigaro in bocca, e salutò la signora Erminia allo stesso modo come avrebbe potuto salutare Maria, se l’avesse scorta rincantuc-
Novelle sparse di Giovanni Verga
i Frumier a prenderla e ad avvertirla che la volontà di sua madre la richiamava a Venezia, parve che tutto dimenticasse per la grandissima gioia di cambiar la noia di Fratta coi divertimenti della capitale. Ella partì quindici giorni dopo; e soltanto nell’accomiatarsi parve che il dolore di doversi separare da me soverchiasse la contentezza di correre a una vita nuova piena di splendide lusinghe. Io le fui grato di quel dolore, e dell’averlo essa lasciato travedere senza alcuna superbia. Conobbi ancora una volta che il suo cuore non era cattivo; mi rassegnai e rimasi. La mia presenza a Fratta era proprio necessaria. Narrare la confusione che vi avvenne dopo la morte del Conte sarebbe discorso troppo lungo. Usurai, creditori, rivendicatori calavano da ogni parte. I beni messi all’asta, le derrate sequestrate, i livelli ipotecati: fu un vero saccheggio. Il fattore se la svignò dopo aver abbruciati i registri; restai io solo, povero pulcino, ad arrabattarmi in quella matassa. Per soprassello le istruzioni mi mancavano affatto e da Venezia capitavano solamente continue ed affamate richieste di danaro. I Frumier mi erano di pochissimo aiuto; e poi il padre Pendola credo ci soffiasse sotto contro di me, e mi guardavano allora piuttosto in cagnesco. Io peraltro risolsi di rispondere coi fatti: e sudai e lavorai e n’adoperai tanto, sempre col pensiero in testa di giovare alla Pisana e di esser utile a chi bene o male mi aveva allevato, che quando il contino Rinaldo capitò a prender le redini del governo, gli ottomila ducati di dote delle Contessine erano assicurati, i creditori pagati o acchetati, le entrate correvano libere, e i poderi, diminuiti di qualche appezzamento in qua ed in là, continuavano a formare un bel patrimonio. I guasti c’erano ancora purtroppo, ma di tal natura che davano tempo ad esser sanati. Peraltro io non fui l’ultimo a credere che per tal operazione un signorino di ventiquattr’anni uscito allora allora di collegio (la Contessa ve lo avrebbe lasciato fino a trenta senza la morte del marito) non era l’uomo più adatto. Basta! non sapeva che farci, e mi proposi solamente di tenerlo d’occhio per potergli giovare con qualche consiglio. Del resto mi ritirai nella cancelleria ove, sostenuti i miei esami, diventai poco dopo cancelliere in formis. Giulio Del Ponte, non potendo più reggere al tormento della lontananza, avea seguito la Pisana a Venezia. Io rimasi solo soletto a consolarmi del bene che aveva fatto, a farne ancora quando poteva, a vivere di memorie, a sperar di meglio dal futuro, e a leggere di tanto in tanto i ricordi di Martino. Quella vita, se non felice, era tranquilla utile occupata. Io aveva la virtù di contentarmene. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
tetre meditazioni. Ohimè! io pensava intanto ai tranquilli orizzonti, alle verdi praterie, alle tremolanti marine di Fratta; rivedeva col pensiero il bastione di Attila e il suo vasto e maraviglioso panorama che primo m’avea incurvato la fronte dinanzi la deità ordinatrice dell’universo. Quanti fiori di mille disegni, di mille colori racchiude la natura nel suo grembo, per ispanderli poi sulla faccia multiforme dei mondi!... Mi riscossi da cotali memorie a un lungo e profondo sospiro della mia compagna: allora la vidi avventarsi in avanti e rovinar capovolta nell’abisso che le vaneggiava a’ piedi. Mi scoppiò dalla gola un grido così straziante che impaurì quasi me stesso; lo spavento mi drizzava i capelli sul capo e mi sentiva attirare anch’io dal vorticoso delirio del vuoto. Ma raccapricciava al pensiero di volgere un’occhiata a quella profondità e fermarla forse nelle spoglie inanimate e sanguinose della misera Aglaura. In quella mi parve udire sotto di me e non molto lontano un fioco lamento. Mi chinai sul ciglio della rupe, intesi l’orecchio e raccolsi un gemito più distinto; era dessa, non v’avea dubbio: viveva ancora. Aguzzai gli occhi a tutto potere e scorsi finalmente fra un macchione di cespugli una cosa nera che somigliava un corpo e pareva esservi rimasta appesa. Impaziente di recarle soccorso e di sottrarla al pericolo imminente d’un ramo che si spezzasse o d’una radice che cedesse, mi calai giù risoluto per la parete quasi verticale della roccia. Strisciava lungh’essa rapidamente col viso coi ginocchi coi gomiti, ma lo strisciamento stesso e qualche cespo d’erba cui mi aggrappava nel passare rompevano il soverchio precipizio della discesa. Non so per qual miracolo arrivassi sano e salvo, cioè almeno colle gambe intiere e colle vertebre bene inanellate, alla macchia  di  cornioli  che  l’aveva  trattenuta.  Allora  non  avea  tempo  da maravigliarmi; la ritrassi dalla spinaia in cui era impigliata coi gheroni del cappotto e la addossai ancor semiviva al dirupo. Senz’acqua senza nessun aiuto in quel ginepraio che aveva figura d’un gran nido di aquilotti, io non poteva altro che aspettare ch’ella rinvenisse o guardarla morire. Aveva udito dire che anche il soffio giovasse a ridonare i sensi agli smarriti per qualche commozione violenta, e mi diedi a soffiare negli occhi e sulle tempie spiando ansiosamente ogni suo minimo movimento. Ella dischiuse alfine le ciglia; io respirai come se mi si togliesse di sopra al petto un enorme macigno. «Ahimè! sono ancor viva!» mormorò ella. «Dunque è proprio segno che Dio lo vuole!...» «Aglaura, Aglaura!» le diss’io all’orecchio con voce supplichevole ed affettuosa «ma dunque non avete nessuna fede in me?... dunque la mia protezione, la mia compagnia hanno finito di rendervi fastidiosa la vita!....» Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
sensate domande della Reggenza provvisoria, in onta alle belle parole degli ambasciatori esteri. Il popolo non aveva vissuto; non viveva. Se io fossi costernato di questi avvenimenti che mi scotevano dal mio torpore di padre di famiglia, e avveravano quelle paure che da lunga pezza aveva concepito, non è d’uomo il dirlo. Dal racconto di questa vita dovete già avermi conosciuto abbastanza. Sospirai per me, piansi di disperazione per la patria, indi guardando alle sembianze tenerelle dei figliuoli mi consolai e rividi un barlume di speranza. Eravamo nati, si può dire, diciott’anni prima; ci voleva la scuola delle sventure per educarci, e la vita dei popoli non si misura da quella degli individui; se noi figliuoli s’aveva scontato la viltà dei padri, i figliuoli nostri forse avrebbero raccolto la messe fecondata dal nostro sangue e dalle lagrime. Padri e figliuoli sono un’anima sola, sono la nazione che non perisce mai. Così mi affidava alla rigenerazione morale, non al viceré Beauharnais,  né  allo  czar  Alessandro,  né  a  lord  Bentink,  né  al  general Bellegarde. A questo modo passano rapidi gli anni come i mesi della giovinezza; ma non crediate che in effetto fossero tanto veloci come sembra a raccontarli. Più il tempo è lungo a narrarlo e più forse fugge rapidamente in realtà. A Cordovado i giorni erano tranquilli, sereni, dolci anche se volete, ma la soverchia brevità non era il loro difetto. Le lettere della Pisana assai rare dapprincipio diventarono mano a mano più frequenti all’infuriare delle tempeste politiche; pareva che, immaginandosi quanto ne doveva soffrire, ella s’affrettasse a porgermi il conforto della sua parola. Mi diceva dei grandi schiamazzi che aveano fatto i Venchieredo l’Ormenta e il padre Pendola coi suoi proseliti; delle belle cariche date ai suoi cugini Cisterna, massime ad Augusto ch’era diventato di botto, credo, segretario di governo; e d’Agostino Frumier che volendo ritirarsi dagli affari ed essendo ricchissimo non avea sdegnato di domandare il quarto o il quinto di pensione che gli competeva. Molte, come vedete, furono le porcherie; e non poteva essere altrimenti perché l’astinenza era la virtù dei migliori, né si giungeva a fare di meglio. Peraltro il vecchio Venchieredo osteggiato pel soverchio zelo avea perduto assai della sua influenza ed era scaduto dai primissimi gradi fino a quello di direttore della Pulizia. Egli ne sbuffava; ma non c’era rimedio. Servir troppo è servir male. Non era stato furbo abbastanza. — Il Partistagno invece rimise il piede in Venezia colonnello degli ulani; aveva sposato una baronessa morava, diceva, perché somigliantissima ad una sua cavalla predi-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
di lei in parte alcuna, il quale in quest’altra voce Ignavo si muta nel contrario di quello della primiera sua voce, che nel latino solamente è ad usanza, la qual voce nondimeno italiana è più tosto, sì come dal latino tolta, che toscana. Né solamente molte voci, come si vede, o pure alquanti modi del dire presero dalla Provenza i Toscani; anzi essi ancora molte figure del parlare, molte sentenze, molti argomenti di canzoni, molti versi medesimi le furarono, e più ne furaron quelli, che maggiori stati sono e miglior poeti riputati. Il che agevolmente vederà chiunque le provenzali rime piglierà fatica di leggere, senza che io, a cui sovenire di ciascuno essempio non può, tutti e tre voi gravi ora recitandolevi. Per le quali cose, quello estimar si può, che io, messer Ercole, rispondendo vi dissi, che il verseggiare e rimare da XII Avea  messer  Federigo  al  suo  ragionamento  posto  fine,  quando  il Magnifico e mio fratello, dopo alquante parole dell’uno e dell’altro fatte sopra le dette cose, s’avidero che messer Ercole, tacendo e gli occhi in una parte fermi e fissi tenendo, non gli ascoltava, ma pensava ad altro. Il quale, poco appresso riscossosi, ad essi rivolto disse: — Voi avete detto non so che, che io, da nuovo pensamento soprapreso, non ho udito. Vaglia a ridire, se io di troppo non vi gravo. — Di nulla ci gravate, — rispose il Magnifico — ma noi ragionavamo in onore di messer Federigo, lodando la sua diligenza posta nel vedere i provenzali componimenti, da molti non bisognevole e soverchia riputata. Ma voi di che pensavate così fissamente? — Io pensava, — diss’egli — che se io ora, dalle cose che per messer Federigo e per voi della volgar lingua dette si sono persuaso, a scrivere volgarmente mi disponessi, sicuramente a molto strano partito mi crederei essere, né saperei come spedirmene, senza far perdita da qualche canto; il che, quando io latinamente penso di scrivere, non m’aviene. Perciò che la latina lingua altro che una lingua non è, d’una sola qualità e d’una forma, con la quale tutte le italiane genti e dell’altre che italiane non sono parimente scrivono, senza differenza avere e dissomiglianza in parte alcuna questa da quella, con ciò sia cosa che tale  è  in  Napoli  la  latina  lingua,  quale  ella  è  in  Roma  e  in  Firenze  e  in Melano e in questa città e in ciascuna altra, dove ella sia in uso o molto o poco, ché in tutte medesimamente è il parlar latino d’una regola e d’una maniera; onde io a latinamente scrivere mettendomi, non potrei errare nello appigliarmi. Ma la volgare sta altramente. Perciò che ancora che le genti
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
La robba non si stima, perché ognuno ha quanto li bisogna, salvo per segno d’onore. Onde agli eroi ed eroisse la republica fa certi doni, in tavola o in feste publiche, di ghirlande o di vestimenta belle fregiate; benché tutti di bianco il giorno e nella città, ma di notte e fuor della città vestono a rosso, o di seta o di lana. Abborreno il color nero, come feccia delle cose, e però odiano i Giapponesi, amici di quello. La superbia è tenuta per gran peccato, e si punisce un atto di superbia in quel modo che l’ha commesso. Onde  nullo  reputa  viltà  lo  servire  in  mensa,  in  cucina  o  altrove,  ma  lo chiamano  imparare;  e  dicono  che  così  è  onore  al  piede  caminare,  come all’occhio guardare; onde chi è deputato a qualche offizio, lo fa come cosa onoratissima, e non tengono schiavi, perché essi bastano a se stessi, anzi soverchiano. Ma noi non così, perché in Napoli son da trecento milia anime, e non faticano cinquanta milia; e questi patiscono fatica assai e si struggono; e l’oziosi si perdono anche per l’ozio, avarizia, lascivia ed usura, e molta gente guastano, tenendoli in servitù e povertà, o fandoli partecipi di lor vizi, talché manca il servizio publico, e non si può il campo, la milizia e l’arti fare, se non male e con stento. Ma tra loro, partendosi l’offizi a tutti e le arti e fatiche, non tocca faticar quattro ore il giorno per uno; sì ben tutto il resto è imparare giocando, disputando, leggendo, insegnando, caminando, e sempre con gaudio. E non s’usa gioco che si faccia sedendo, né scacchi, né dadi,  né  carte  o  simili,  ma  ben  la  palla,  pallone,  rollo,  lotta,  tirar  palo, dardo, archibugio. Dicono ancora che la povertà grande fa gli uomini vili, astuti, ladri, insidiosi, fuorasciti, bugiardi, testimoni falsi; e le ricchezze insolenti, superbi, ignoranti, traditori, disamorati, presumitori di quel che non sanno. Però la  communità  tutti  li  fa  ricchi  e  poveri:  ricchi,  ch’ogni  cosa  hanno  e possedono; poveri, perché non s’attaccano a servire alle cose, ma ogni cosa serve a loro. E molto laudano in questo le religioni della cristianità e la vita dell’Apostoli. Ospitalario. È bella cosa questa e santa; ma quella delle donne communi pare dura ed ardua. San Clemente Romano dice che ledonne pur sian communi, ma la glosa intende quanto all’ossequio, non al letto, e Tertulliano consente alla glosa; ché i Cristiani antichi tutto ebbero commune, altro che le mogli, ma queste pur fûro communi nell’ossequio. Io non so di questo; so ben che essi han l’ossequio commune delle donne e ‘l letto, ma non sempre, se non per generare. E credo che si possano ingannare ancora; ma essi si difendono con Socrate, Catone, Platone ed altri. Potrìa stare che lasciassero quest’uso un giorno, perché nelle città soggette a loro non accommunano se non le robbe, e le donne quanto all’ossequio ed all’arti, ma non al letto; e questo l’ascrivono all’imperfezione di quelli che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Citta del Sole di Tommaso Campanella
L’argomento  è  da  gli  effetti.  E'  forse  questa  topica  ancora  riprovata?  ed èccene alcun’altra che insegni novi argomenti e dimostri novi luoghi, da’ quali possano esser cavati? perché ne sono affatto dubbio. Così mi pare che tutte l’arti antiche e tutti gli antichi magisteri siano disprezzati. Non ce n’è alcuna nuova, ch’io sappia, se forse fra le nuove non si volesse annoverare l’arte di Raimondo Lullio. Deh qual sarà per dio quel signore, quel parente, o quell’amico che me la mostri, o quel maestro che la mi dichiari? solamente acciò che in questo secolo io non viva ignorante, o fornito d’altra dottrina che di quella che si vende e si compra e si cambia fra gli uomini presenti: non perch’io desideri d’esser mercatante d’alcuna scienza; ma perché non vorrei essere escluso d’ogni commercio letterato. L’arte  del  Lullio  sarà  trovata  e  portatavi  anzi  che  sia  luglio;  ma  nell’arte d’Aristotele e di Marco Tullio s’aspetta che sian fatte le vostre difese, perché quella di Giulio Camillo, quantunque sia nuova in comparazione di quella di Raimondo, non mi par che piaccia molto a gli accorti Fiorentini. Facciam fra noi dunque quasi un dialogo: perché ne fece non sol Platone e Senofonte e gli altri discepoli di Socrate, ma Aristotele medesimo; il qual seppe  usare  non  meno  artificiosamente  la  dimanda  dialettica  di  quel ch’usassero l’uno e l’altro suo maestro: e dopo lui, ne fece Marco Tullio: la cui  dottrina  pur  derivò  da  quel  fonte.  E  ditemi:  se  la  chiarezza  è  virtù, stimate ch’ella sia mediocrità? E' peraventura: perché le virtù e i vizi del parlare son detti a somiglianza di quei de’ costumi: né ben mi ricordo se Cicerone, o altro mastro romano, la ponesse fra due estremi. Dunque la chiarezza sarà fra l’oscurità e l’altro estremo, che non ha proprio nome, ma è soverchio nell’esser luminoso, come sarebbono alcune pitture che fossero fatte senza ombre. Così mi pare. E  dal  lato  dell’oscurità  porrem  forse  Dante,  come  pare  che  ‘l  ponesse monsignor da la Casa; da l’altro della soverchia luce, l’Ariosto. Non mi pare luce soverchia nell’Ariosto, quantunque la chiarezza sia grandissima. Forse più saranno gli estremi di questa virtù, come son quelli d’alcun’altro; ma  quel  della  soverchia  facilità,  quando  ella  è  volgare  anzi  che  no,  suol generar disprezzo; perché i nomi e i verbi propri fanno il parlare assai chia-
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
O imaginativa che ne rube, Chi move te, se ‘l senso non ti scorge? E certo egli non si può negare che non si dia alcuna alienazione di mente, la quale, o sia infirmità di pazzia, come quella d’Oreste e di Penteo, o sia divino furore, come quello di coloro che da Bacco o da l’Amor son rapiti, è tale che può non meno rappresentar le cose false per vere di quel che faccia il sogno; anzi pare che via più possa farlo, perché nel sonno solo i sentimenti son legati, ma nel furore la mente è impedita: ond’io dubiterei forte che, se fosse vero quel che communemente si dice de la mia follia, la mia visione fosse simile a quella di Penteo o d’Oreste. Ma perché di niun fatto  simile  a  quelli  d’Oreste  e  di  Penteo  sono  consapevole  a  me  stesso, come ch’io non nieghi d’esser folle, mi giova almeno di credere che questa nova  pazzia  abbia  altra  cagione.  Forse  è  soverchia  maninconia,  e  i maninconici, come afferma Aristotele, sono stati di chiaro ingegno ne gli studi de la filosofia e nel governo de la republica e nel compor versi; ed Empedocle e Socrate e Platone furono maninconici; e Marato poeta ciciliano allora era più eccelente ch’egli era fuor di sé, anzi quasi lontano da se stesso; e molti anni dapoi Lucrezio s’uccise per maninconia; e Democrito caccia di Parnaso i poeti che sian savi. Né solo i filosofi e i poeti, ma gli eroi, come dice  l’istesso  Aristotele,  sono  infestati  dal  medesimo  vizio:  e  fra  gli  altri Ercole,  dal  quale  il  mal  caduco  fu  detto  erculeo.  Si  possono  anche  tra’ maninconici annoverare Aiace e Belloferonte: l’uno de’ quali divenne pazzo a fatto; l’altro era solito d’andare pe’ luoghi disabitati, laonde poteva dire: Solo e pensoso i più deserti campi Vo misurando a passi tardi e lenti, E porto gli occhi per fuggire intenti Ove vestigio uman l’arena stampi. E per fermo non fu più faticosa operazione il vincer la chimera che ‘l superar la maninconia, la qual più tosto a l’idra ch’a la chimera potrebbe assomigliarsi, perch’a pena il maninconico ha tronco un pensiero che due ne sono subito nati in quella vece, da’ quali con mortiferi morsi è trafitto e lacerato. Comunque sia, coloro che non sono maninconici per infermità ma per natura, sono d’ingegno singolare, e io son per l’una e per l’altra cagione: laonde in parte vo consolando me stesso. E quantunque io non sia pieno  di  soverchia  speranza,  come  si  legge  d’Archelao  re  di  Macedonia, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Messaggiero di Torquato Tasso
non sono conosciuti se non da’ filosofi. E sì come tra gli uomini sono alcuni odî palesi, alcuni occulti, così fra l’altre cose si trova inimicizia di natura ora palese, come è quella del fuoco con l’acqua e de le viti co’ luoghi troppo umidi e acquosi e de l’agnello co ‘l lupo, ora occulta o almeno da pochi considerata,  qual  è  per  aventura  quella  che  la  natura  ha  co  ‘l  vacuo,  la quale, temendo di perire, chiama il più de le volte in suo soccorso l’aria, corpo pronto e leggiero che per tutto è atto a penetrare e a mescolarsi, e d’esso si riempie in modo ch’ella non teme di perire. Coloro dunque che di questi amori e di questi odî secreti, che proprietà occulte sono dette da’ filosofi, hanno conoscenza intiera e perfetta, congiungendo quello che è atto a fare con quello che è acconcio a patire, o per soverchio d’amore o per soverchio  d’odio  operano  quegli  effetti  maravigliosi  che  tu  dicevi  che  ‘l vulgo ignorante reca a’ demoni. Dunque, soggiunsi io, tu ancora confessi che la magia altro non sia che saper accoppiare le cose attive con le passive: onde ne segue che possono esser i maghi senza i demoni. Potrebbono, rispose lo spirito, trovarsi gli maghi naturali, quand’anco i demoni non si ritrovassero; ma, come tu medesimo accennasti, non puoi salvar tutti gli effetti con la magia naturale. E per non partirmi da gli essempi ch’abbiamo addotti, concedendo che per virtù d’erbe o di pietre o d’altro corpo naturale si possa tirare a sé un serpe e condurlo ove l’uom vuole, non si potrà per virtù naturale far mille miglia in un giorno, perché il corpo umano, il quale è corpo grave e terreno, non solo bisogna che si muova in tempo, ma in tempo proporzionato a la sua natura, la quale non può fare o patire se non quelle cose a cui ella ha attiva o passiva potenza: onde è necessario che que’ due candidi cavalieri che dieder l’aviso de la rotta di Persa non fosser corpi semplicemente mortali e terreni. Può esser, io replicai, ch’essi per osservazion di stelle prevedessero la sconfitta del re de’ Macedoni e n’avisassero il buon uomo romano, bench’io dubiti molto se per osservazion di stelle si passa far giudicio di quel ch’a gli uomini sia per avenire. Io parlerò teco, rispose lo spirito, di queste cose in quel modo che sostiene la loro natura: dico dunque, se un astrologo avesse preveduta  la  rotta  de’  Macedoni  così  certamente  come  ella  avenne,  non esser  verisimile  ch’egli  medesimo  non  avesse  voluto  rendersi  grazioso  a’ Romani  e  procurarsene  utile  e  onore  con  sì  lieto  annunzio;  oltre  che  il modo de l’apparire e le persone a le quali apparvero, sono circonstanze che conchiudono che essi non furono uomini, ma angioli. Ma per altro io non niego ch’un uomo osservator de le stelle non avesse potuta prevedere quella Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Messaggiero di Torquato Tasso
credere ch’essi, andando a ritrovar l’oggetto, fossero cagione de la vostra veduta. Comunque sia, questi raggi operano ne’ corpi altrui non sol come luminosi o come moventi, ma anche come impressi d’altre qualità. Quinci aviene  che,  purgandosi  la  donna  del  suo  soverchio  e  men  puro  sangue, suole avere i raggi infetti e contaminati, e se riguarda ne lo specchio, il lassa d’alcuna picciola macchia appannato: e può l’occhio non solo per questo, ma per molt’altre cagioni mandar fuori mista co’ raggi alcuna quasi esalazione che lassi impressione; onde il tuo Petrarca, essendo tornato a solvere il digiuno ch’avea de la vista di madonna Laura, trovando l’occhio suo turbato e scuro per alcuna infirmità, dice: Mosse virtù che ‘l fe’ infermo e bruno, e soggiunse: Ché dal destr’occhio, anzi dal destro sole De la mia donna al mio destr’occhio venne Il mal che mi diletta e non mi dole: E pur, come intelletto avesse e penne, Passò quasi una stella che ‘n ciel vole, E natura e pietate il corso tenne. Ma se quegli accidenti che sono qualità de l’occhio, in quanto egli è corpo, come è per aventura il lagrimoso rossore ond’era infermo quel di Laura, possono operare ne gli occhi altrui e transfondervi le sue qualità, potranno adoperare il medesimo effetto le qualità che appaiono ne’ lumi, in quanto essi sono animati, l’ira, dico, lo sdegno, la speranza, il timore, l’allegrezza e la noia. Ma due passioni, apparendo ne le luci di chi si sia, operano effetti incredibili ne’ riguardati: l’uno è l’amore, l’altro è l’invidia. E tacendo per ora de l’amore, chiara cosa è, e tu l’hai mille fiate udito dire e vistane alcuna isperienza, che l’occhio de l’invidioso affascina colui a chi si porta invidia, perché il veleno de l’anima, per lui trapassando, offende quell’oggetto verso cui si rivolge. Il fascino dunque non è che malignità di vapori ricevuti per invidia di sguardo, il principio de la quale è ne l’animo come in sua radice: dico come in sua radice, perché tutti gli effetti, se ben son moti de l’anima, sono parimente movimento del corpo, e alcuni dal corpo passano ne l’animo, altri a l’incontro dal corpo a l’animo sono accomunati, e comune è la passione d’ambedue: però ne l’ira il sangue s’accende e il core si muove con moto più veloce; nel timore quello s’agghiaccia e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Messaggiero di Torquato Tasso
pieno quel rispetto che si dee al padre, ma quasi compagni e fratelli son molte fiate nel conversare, e talora, il ch’è più disdicevole, rivali e competitori nell’amore. Ma se di molto maggiore numero d’anni eccedessero, non potrebbono i padri ammaestrare i figliuoli e sarebbon vicini alla decrepità quando i figliuoli fossero ancor nella infanzia o nella prima fanciulezza, né da lor potrebbono quell’aiuto attendere e quella gratitudine che tanto dalla natura è desiderata. E in questo proposito mi ricordo che, leggendo Lucrezio, ho considerata quella leggiadra forma di parlare ch’egli usa: “Natis munire senectam”; percioch’i figliuoli sono per natura difesa e fortezza del padre, né tali potrebbon essere s’in età ferma e vigorosa non fossero quando i padri alla vecchiaia sono arrivati; alla quale voi essendo già vicino, mi par che non meno dell’età che delle altre condizioni de’ vostri figliuoli debbiate esser sodisfatto e rimaner parimente che ‘l vostro maggior figliuolo oltre il piacere, che ragionevole certo è molto, non cerchi di piacervi nel prender moglie, la quale fra dieci o dodici anni assai a tempo prenderà. Io m’accorgeva, mentre queste cose diceva, che più al figliuolo ch’al padre il mio ragionamento era grato; ed egli, del mio accorgere accorgendosi, con volto ridente disse: Non in tutto indarno sarò oggi uscito fuori alla caccia, poiché non solo ho fatto preda, ma, quel ch’anco non isperai, così buono avocato nella mia causa ho ritrovato. Così dicendo, mi mise su ‘l piattello alcune parti più delicate del capriolo, che parte era stato arrostito e parte condito in una maniera di manicaretti assai piacevole al gusto. Venne co ‘l capriolo compartito in due piatti alquanto di cinghiaro, concio secondo il costume della mia patria in brodo lardiero, e in due altri due paia di piccioni, l’uno arrosto e l’altro lesso; e il padre di famiglia disse allora: Il cinghiaro è preda d’un gentiluomo nostro amico e vicino, il qual con mio figliuolo suole il più delle volte accomunar le prede, e i piccioni sono stati presi da una colombaia: e in queste poche vivande sarà ristretta la nostra cena, perch’il bue si porta più tosto per un cotal riempimento delle mense che perché da alcuno in questa stagione ancor calda sia gustato. A me basterà,  dissi  io,  se  pur  non  è  soverchio,  il  mangiar  delle  due  sorti  di  carni salvatiche, e mi parrà d’essere a cena con gli eroi, al tempo de’ quali non si legge che si mangiasse altra carne che di bue, di porco e di cervo o d’altri somiglianti: percioché i conviti d’Agamennone, come si legge in Omero, tutto che per opinion di Luciano meritasser d’aver Nestore quasi per parasito, non eran d’altre vivande composti; e i compagni d’Ulisse non per cupidità di fagiani o di pernici, ma per mangiare i buoi del sole sopportarono tante Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il padre di famiglia di Torquato Tasso
con onestà e con amor maritale regger la casa. Né altro mi soviene che dire del vicendevole amore che dee esser tra ‘l marito e la moglie e delle leggi del matrimonio; perciò che il considerare se ‘l marito dee uccider la moglie impudica o ‘n altro modo secondo le leggi punirla, è considerazione che peraventura può più opportunamente in altro proposito esser avuta. E se tu tale la prenderai qual figurata l’abbiamo, non dèi temer che mai ti venga occasione per la quale d’esser da me stato intorno a ciò consigliato debba desiderare. Or passando a’ figliuoli, dee la cura loro così tra il padre e la madre esser compartita ch’alla madre tocchi il nutrirli e al padre l’ammaestrarli: ché non dee la madre, se da infermità non è impedita, negare il latte a’ propi figliuoli, conciò sia cosa che quella prima età, tenera e molle e atta ad informarsi di tutte le forme, agevolmente suol ber co ‘l latte alcuna volta i costumi delle nutrici; e s’il nutrimento non potesse molto alterare i corpi e in conseguenza i costumi de’ bambini, non sarebbe alle nutrici interdetto l’uso soverchio del vino; ma essendo le nutrici per l’ordinario vili feminelle, è convenevole che quel primo nudrimento che da lor prendono i bambini non sia così gentile e delicato come quel delle madri sarebbe. Oltreché chi niega il nutrimento par ch’in un certo modo nieghi d’esser madre, percioché la madre si conosce principalmente per lo nutrimento. Ma passata quella prima età che di latte è nudrita e che di cibi più sodi può esser pasciuta, rimangono anco i bambini sotto la custodia delle madri, le quali sogliono esser  così  tenere  de’  figliuoli  ch’agevolmente  potrebbono  in  soverchia dilicatura allevarli; onde conviene ch’il padre proveda ch’essi non siano troppo mollemente nudriti: e percioché quella prima età abonda di calor naturale, non è inconveniente l’assuefarli a sopportare il freddo, conciosiacosa che, tanto  più  restringendosi  dentro  il  caldo  naturale  e  facendo  quella ch’antiparistasi è detta da’ filosofi, la complession de’ fanciulli ne diventa gagliarda e robusta. Ed era costume d’alcune antiche nazioni, e de’ Celti particolarmente, come leggiamo appresso Aristotele, di lavare i bambini nel fiume per indurarli contra il freddo: la qual usanza è da Virgilio attribuita a’ Latini, come si legge in que’ versi: Durum a stirpe genus, natos ad flumina primum Deferimus saevoque gelu duramus et undis: Venatu invigilant pueri silvasque fatigant Flectere ludus equos et spicula tendere cornu.
Il padre di famiglia di Torquato Tasso
con l’amorosa stella e con l’Aurora; e tra l’aurate nubi e ‘l dolce gelo, l’Alba t’invidia il leggiadretto velo. 1362 A donna Dorotea Geremia Albizzi, ambasciatrice di Toscana, in morte del marito. Fu di vera onestate illustre esempio, nobile donna, il vostro ardente amore, e ‘l puro foco acceso in alto core qual chiarissima fiamma in sacro tempio. 5 Or, morto il fedel vostro, in voi contempio, ben con mille altri a prova, aspro dolore, che legge par altrui di bello onore: ahi! non faccia di voi più fero scempio. Così amando e piangendo a l’altre insegna d’esser casta e pudica invitta fede, ma sola d’abitar fra voi si degna. Se virtù s’avanzò ch’al ciel se ‘n riede, deh! non segua di morte or negra insegna soverchio duol, che v’ange l’alma e fiede. 1363 Ne le nozze del signor Alessandro Gonzaga e de la signora  Francesca Guerriera. Spiega l’ombroso velo e de’ più vaghi fiori orna e dipingi, o Terra, il crine e ‘l seno; aure, spargete il cielo de’ più soavi odori, facendo il dì più chiaro e più sereno. Non ricusate il freno,
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
Dell’amor di se stesso nella tirannide La tirannide è tanto contraria alla nostra natura, ch’ella sconvolge, indebolisce, od annulla nell’uomo presso che tutti gli affetti naturali. Quindi non si ama da noi la patria, perchè ella non ci è; non si amano i parenti, la moglie, ed i figli, perchè son cose poco nostre e poco sicure; non vi sono veri amici, perchè l’aprire interamente il suo cuore nelle cose importanti, può sempre trasmutare un amico in un delatore premiato, e spesso anche (pur troppo!) in un delatore onorato. L’effetto necessario, che risulta nel cuor dell’uomo dal non potere amar queste cose tutte su mentovate, si è, di amare smoderatamente sè stesso. E parmi, che ne sia questa una delle principali ragioni: dal non essere securo, nasce nell’uomo il timore; dal continuo temere, nascono i due contrarj eccessi; o un soverchio amore, o una soverchia indifferenza per quella cosa che sta in pericolo: nella tirannide, temendo sempre noi tutti per le cose nostre e per noi, ma amando (perchè così vuol natura) prima d’ogni altra cosa noi stessi, ne veniamo a poco a poco a temere sommamente per noi, e ogni dì meno per quelle cose nostre, che non fanno parte immediata di noi. Nelle repubbliche vere, amavano i cittadini prima la patria, poi la famiglia, quindi sè stessi: nelle tirannidi all’incontro, sempre si ama la propria esistenza sopra ogni cosa. Perciò l’amor di  sè  stesso  nella  tirannide  non  è  già  l’amore  dei  proprj  diritti,  nè  della propria gloria, nè del proprio onore; ma è semplicemente l’amor della vita animale. E questa vita, per una non so qual fatalità, nello stesso modo che la vediamo tenersi tanto più cara dai vecchj, i quali oramai l’han perduta, che non dai  giovani,  a  cui  tutta  rimane;  così  tanto più  riesce  cara  a  chi serve, quanto ella è men sicura, e val meno.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Certo, ei finora i replicati inviti miei non curò... Chi può saper?... Ma, dimmi; qualche doppia sua mira oggi il potrebbe ritrarre in corte? Nol cred’io; ma stolto consigliero sarei, se a te non fessi antiveder quanto or possibil fora. Soverchio amor mai nol pungea del figlio: or, perché il chiede? Ormondo, anch’ei bramoso, veder pretende il regal germe: ei reca l’arti con sé della britanna donna: tutto esser può: nulla sarà; ma in trono cieca fidanza, è inescusabil fallo. Precipitar d’una in un’altra angoscia ognor dovrò? Fatal destino!... Eppure, che far poss’io? Vegliar, mentr’io pur veglio; altro non dei. Sia falso il temer mio; purché dannoso altrui non sia, non nuoce. Sotto qual vuoi più verisimil velo, fa’ soltanto che Arrigo abbia or diversa stanza da questa, ove il regal tuo pegno si alberga; e qui de’ tuoi più fidi il lascia a guardia sempre. Ad abitar tu quindi, quasi a più lieto o più salubre ostello, con Arrigo ne andrai la rocca antica, che la città torreggia; ivi ben tosto vedrai qual possa abbia il tuo amor sovr’esso. Così al ben far gli apri ogni strada; e togli sol ch’ei non possa, né a sé pur, far danno. Saggio consiglio; io mi v’attengo. Intanto tu, per mia gloria sicurezza e pace, trova efficaci e dolci mezzi, ond’io prevenga il mal, che irrimediabil fora.
Maria Stuarda di Vittorio Alfieri
s’apre fra’ monti all’occidente, donde per vasto piano infino al mar sonante senza ostacol si varca. Ivi, se fatto ci vien di trarvi i Filistei, fia vinta da noi la guerra. È d’uopo a ciò da pria finger ritratta. In tripartita schiera piegando noi da man manca nel piano, giriamo in fronte il destro loro fianco. La schiera prima il passo affretta, e pare fuggirsene; rimane la seconda lenta addietro, in scomposte e rade file, certo invito ai nemici. Intanto, scelti più prodi de’ nostri, il duro poggio soverchiato han dall’oriente, e a tergo riescon sovra il rio nemico. In fronte, dalle spalle, e dai lati, eccolo, è chiuso; eccone fatto aspro macello intero.
Saul di Vittorio Alfieri