sortire

[sortì-re]
In sintesi
ottenere; uscire
1
lett. Estrarre a sorte, sorteggiare || Dare, assegnare in sorte; destinare: giorni ... che sì fugaci e brevi / il cielo a noi sortì (Leopardi)
2
lett. Avere in sorte: aveva sortito da natura un grande ingegno || Ottenere, conseguire: la terapia sortì ottimi risultati

Citazioni
meno  per  lei?  Fra  noi  altre  fanciulle  sono  piaceri  che  si  fanno,  e  che  si cambiano senza malizia (filando). Coronato Giannina Coronato (s’alza, e s’accosta a Giannina) Grand’interessi, gran segreti col signor Evaristo! E cosa c’entrate voi? e cosa deve premere a voi? Se non mi premesse non parlerei. Crespino s’alza pian piano dietro Coronato per ascoltare. Giannina Coronato Giannina Coronato Giannina Coronato Crespino Coronato Crespino Giannina Crespino Coronato Crespino Coronato Crespino Giannina Coronato Voi non siete niente del mio, e non avete alcun potere sopra di me. Se non sono ora niente del vostro, lo sarò quanto prima. Chi l’ha detto? (con forza). L’ha detto e l’ha promesso, e mi ha data parola, chi può darla, e chi può disporre di voi. Mio fratello forse... (ridendo). Sí vostro fratello, e gli dirò i segreti, le confidenze, i regali... Alto alto padron mio! (entra fra li due). Che pretensione avete voi sopra questa ragazza? A voi non deggio rendere questi conti. E voi che confidenza avete col signor Evaristo? (a Giannina). Lasciatemi star tutti due, e non mi rompete la testa. Voglio saperlo assolutamente (a Giannina). Cos’è questo voglio? Andate a comandare a chi v’appartiene. Giannina m’è stata promessa da suo fratello. Ed io ho la parola da lei, e val piú una parola della sorella che cento parole di suo fratello. Su questo ci toccheremo la mano (a Crespino). Cosa vi ha dato il signor Evaristo? (a Giannina). Un diavolo che vi porti. Eh ora ora. L’ho veduto sortire dalla merciaia. La merciaia me lo dirà (corre da Susanna).
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Scena 2 Candida ch’esce dal palazzino, e detta. Candida Non son quieta, se non vengo in chiaro di qualche cosa. Ho veduto Evaristo sortire dalla merciaia, e poi andar da Giannina, e qualche cosa sicuramente le ha dato. Vo’ veder se Susanna sa dirmi niente. Dice bene mia zia, non bisogna fidarsi delle persone, senza bene conoscerle. Povera me! Se lo trovassi infedele! È il mio primo amore. Non ho amato altri che lui (a poco a poco s’avanza verso Susanna). Oh signora Candida, serva umilissima (si alza). Buon giorno, signora Susanna che cosa lavorate di bello? Mi diverto, metto assieme una cuffia. Per vendere? Per vendere, ma il Cielo sa quando.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni
Violenze Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro le sostanze. I primi debbono infallibilmente esser puniti con pene corporali: nè il grande nè il ricco debbono poter mettere a prezzo gli attentati contro il debole ed il povero; altrimenti le ricchezze, che sotto la tutela delle leggi sono il premio dell’industria, diventano l’alimento della tirannia. Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l’industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degl’incauti e dei deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l’apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s’introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s’ingrandisce. Gli uomini mettono per lo più gli argini più sodi all’aperta tirannia, ma non veggono l’insetto impercettibile che gli rode ed apre una tanto più sicura quanto più occulta strada al fiume inondatore.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
è sempre sospetto ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia assersione. Non  è  l’intensione  della  pena  che  fa  il  maggior  effetto  sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perchè la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, così l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace, perchè spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a così lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai più possente che non l’idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza. La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose più essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono  gli  uomini,  ma  non  per  lungo  tempo,  e  però  sono  atte  a  fare  quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma  in  un  libero  e  tranquillo  governo  le  impressioni  debbono  essere  più frequenti che forti. La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano più l’animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento  dominante  è  l’ultimo  perchè  è  il  solo.  Il  limite  che  fissar  dovrebbe  il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplicio più fatto per essi che per il reo. Perchè  una  pena  sia  giusta  non  deve  avere  che  quei  soli  gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 55 Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � ha di più: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma nè il fanatismo nè la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L’animo nostro resiste più alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perchè egli può per dir così condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perchè questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l’impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di più, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa più chi la vede che chi la soffre; perchè il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall’infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s’ingrandiscono nell’immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all’animo incallito dell’infelice. Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un’arte che s’apprende colla educazione; ma perchè un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega  un  soldo  che  li  cerco,  e  si  scusa  col  comandarmi  un  travaglio  che  non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Se io avessi a parlare a nazioni ancora prive della luce della religione direi che vi è ancora un’altra differenza considerabile fra questo e gli altri delitti. Egli nasce dall’abuso di un bisogno costante ed universale a tutta l’umanità, bisogno anteriore, anzi fondatore della società medesima, laddove gli altri delitti distruttori di essa hanno un’origine più determinata da passioni momentanee che da un bisogno naturale. Un tal bisogno sembra, per chi conosce la storia e l’uomo, sempre uguale nel medesimo clima ad una quantità costante. Se ciò fosse vero, inutili, anzi perniciose sarebbero quelle leggi e quei costumi che cercassero diminuirne la somma totale, perchè il loro effetto sarebbe di caricare una parte dei propri e degli altrui bisogni, ma sagge per lo contrario sarebbero quelle che, per dir così, seguendo la facile inclinazione  del  piano,  ne  dividessero  e  diramassero  la  somma  in tante eguali e piccole porzioni, che impedissero uniformemente in ogni parte e l’aridità e l’allagamento. La fedeltà coniugale è sempre proporzionata al numero ed alla libertà de’ matrimoni. Dove gli ereditari pregiudizi gli  reggono,  dove  la  domestica  potestà  gli  combina  e  gli  scioglie,  ivi  la galanteria ne rompe secretamente i legami ad onta della morale volgare, il di cui officio è di declamare contro gli effetti, perdonando alle cagioni. Ma non vi è bisogno di tali riflessioni per chi, vivendo nella vera religione, ha più sublimi motivi, che correggono la forza degli effetti naturali. L’azione di un tal delitto è così instantanea e misteriosa, così coperta da quel velo medesimo che le leggi hanno posto, velo necessario, ma fragile, e che aumenta il pregio della cosa in vece di scemarlo, le occasioni così facili, le conseguenze così equivoche, che è più in mano del legislatore il prevenirlo che correggerlo. Regola generale: in ogni delitto che, per sua natura, dev’essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo. Ella è proprietà  della  nostra  immaginazione  che  le  difficoltà,  se  non  sono insormontabili o troppo difficili rispetto alla pigrizia d’animo di ciascun uomo, eccitano più vivamente l’immaginazione ed ingrandiscono l’oggetto, perchè elleno sono quasi altrettanti ripari che impediscono la vagabonda  e  volubile  immaginazione  di  sortire  dall’oggetto,  e  costringendola  a scorrere tutt’i rapporti, più strettamente si attacca alla parte piacevole, a cui più naturalmente l’animo nostro si avventa, che non alla dolorosa e funesta, da cui fugge e si allontana. L’attica venere così severamente punita dalle leggi e così facilmente sottoposta ai tormenti vincitori dell’innocenza, ha meno il suo fondamento su i bisogni dell’uomo isolato e libero che sulle passioni dell’uomo sociabile Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Un tal delitto subito che è commesso non può più punirsi, e il punirlo prima è punire la volontà degli uomini e non le azioni; egli è un comandare all’intenzione, parte liberissima dell’uomo dall’impero delle umane leggi. Il punire  l’assente  nelle  sostanze  lasciatevi,  oltre  la  facile  ed  inevitabile collusione, che senza tiranneggiare i contratti non può esser tolta, arrenerebbe ogni commercio da nazione a nazione. Il punirlo quando ritornasse il reo, sarebbe l’impedire che si ripari il male fatto alla società col rendere tutte le assenze perpetue. La proibizione stessa di sortire da un paese ne aumenta il desiderio ai nazionali di sortirne, ed è un avvertimento ai forestieri di non introdurvisi. Che  dovremo  pensare  di  un  governo  che  non  ha  altro  mezzo  per trattenere gli uomini, naturalmente attaccati per le prime impressioni dell’infanzia  alla  loro  patria,  fuori  che  il  timore?  La  più  sicura  maniera  di fissare  i  cittadini  nella  patria  è  di  aumentare  il  ben  essere  relativo  di ciascheduno. Come devesi fare ogni sforzo perchè la bilancia del commercio sia in nostro favore, così è il massimo interesse del sovrano e della nazione che la somma della felicità, paragonata con quella delle nazioni circostanti, sia maggiore che altrove. I piaceri del lusso non sono i principali elementi di questa felicità, quantunque questo sia un rimedio necessario alla disuguaglianza, che cresce coi progressi di una nazione, senza di cui le ricchezze si addenserebbono in una sola mano. Dove i confini di un paese si aumentano in maggior ragione che non la popolazione di esso, ivi il lusso favorisce il dispotismo, sì perchè quanto gli uomini sono più rari tanto è minore  l’industria;  e  quanto  è  minore  l’industria,  è  tanto  più  grande  la dipendenza della povertà dal fasto, ed è tanto più difficile e men temuta la riunione degli oppressi contro gli oppressori, sì perchè le adorazioni, gli uffici, le distinzioni, la sommissione, che rendono più sensibile la distanza tra il forte e il debole, si ottengono più facilmente dai pochi che dai molti, essendo gli uomini tanto più indipendenti quanto meno osservati, e tanto meno osservati quanto maggiore ne è il numero. Ma dove la popolazione cresce  in  maggior  proporzione  che  non  i  confini,  il  lusso  si  oppone  al dispotismo, perchè anima l’industria e l’attività degli uomini, e il bisogno offre  troppi  piaceri  e  comodi  al  ricco  perchè  quegli  d’ostentazione,  che aumentano l’opinione di dipendenza, abbiano il maggior luogo. Quindi può osservarsi che negli stati vasti e deboli e spopolati, se altre cagioni non vi mettono ostacolo, il lusso d’ostentazione prevale a quello di comodo; ma negli  stati  popolati  più  che  vasti  il  lusso  di  comodo  fa  sempre  sminuire Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
E “Ov’è ella?”, sùbito diss’io. Ond’elli: “A terminar lo tuo disiro mosse Beatrice me del loco mio; e se riguardi sù nel terzo giro dal sommo grado, tu la rivedrai nel trono che suoi merti le sortiro”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Paradiso così di contra quel del gran Giovanni, che sempre santo ’l diserto e ’l martiro sofferse, e poi l’inferno da due anni; 35 e sotto lui così cerner sortiro Francesco, Benedetto e Augustino e altri fin qua giù di giro in giro. Or mira l’alto proveder divino: ché l’uno e l’altro aspetto de la fede igualmente empierà questo giardino. 40 E sappi che dal grado in giù che fiede a mezzo il tratto le due discrezioni, per nullo proprio merito si siede, ma per l’altrui, con certe condizioni: ché tutti questi son spiriti ascolti prima ch’avesser vere elezïoni. Ben te ne puoi accorger per li volti e anche per le voci püerili, se tu li guardi bene e se li ascolti. 50 Or dubbi tu e dubitando sili; ma io discioglierò ’l forte legame in che ti stringon li pensier sottili. Dentro a l’ampiezza di questo reame casüal punto non puote aver sito, se non come tristizia o sete o fame: 55 ché per etterna legge è stabilito quantunque vedi, sì che giustamente ci si risponde da l’anello al dito; e però questa festinata gente a vera vita non è sine causa intra sé qui più e meno eccellente. Lo rege per cui questo regno pausa in tanto amore e in tanto diletto, che nulla volontà è di più ausa,
Divina Commedia di Dante Alighieri
E voi de’ figli dolorosi il canto, Voi dell’umana prole incliti padri, Lodando ridirà; molto all’eterno Degli astri agitator più cari, e molto Di noi men lacrimabili nell’alma Luce prodotti. Immedicati affanni Al misero mortal, nascere al pianto, E dell’etereo lume assai più dolci Sortir l’opaca tomba e il fato estremo, Non la pietà, non la diritta impose Legge del cielo. E se di vostro antico Error che l’uman seme alla tiranna Possa de’ morbi e di sciagura offerse, Grido antico ragiona, altre più dire Colpe de’ figli, e irrequieto ingegno, E demenza maggior l’offeso Olimpo N’armaro incontra, e la negletta mano Dell’altrice natura; onde la viva Fiamma n’increbbe, e detestato il parto Fu del grembo materno, e violento Emerse il disperato Erebo in terra. Tu primo il giorno, e le purpuree faci Delle rotanti sfere, e la novella Prole de’ campi, o duce antico e padre Dell’umana famiglia, e tu l’errante Per li giovani prati aura contempli: Quando le rupi e le deserte valli Precipite l’alpina onda feria D’inudito fragor; quando gli ameni Futuri seggi di lodate genti E di cittadi romorose, ignota Pace regnava; e gl’inarati colli Solo e muto ascendea l’aprico raggio Di febo e l’aurea luna. Oh fortunata,
Canti di Giacomo Leopardi
come mostrano dover essere, quanto tempo andrà per le mani degli uomini? Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andare del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’età presente? Capitolo dodicesimo Forse in ultimo luogo ricercherai d’intendere il mio parere e consiglio espresso, se a te, per tuo meglio, si convenga più di proseguire o di omettere il cammino di questa gloria, sì povera di utilità, sì difficile e incerta non meno a ritenere che a conseguire, simile all’ombra, che quando tu l’abbi tra le mani, non puoi né sentirla, né fermarla che non si fugga. Dirò brevemente,  senz’alcuna  dissimulazione,  il  mio  parere.  Io  stimo  che  cotesta  tua maravigliosa acutezza e forza d’intendimento, cotesta nobiltà, caldezza e fecondità di cuore e d’immaginativa, sieno di tutte le qualità che la sorte dispensa agli animi umani, le più dannose e lacrimevoli a chi le riceve. Ma ricevute che sono, con difficoltà si fugge il loro danno: e da altra parte, a questi tempi, quasi l’unica utilità che elle possono dare, si è questa gloria che talvolta se ne ritrae con applicarle alle lettere e alle dottrine. Dunque, come fanno quei poveri che essendo per alcun accidente manchevoli o mal disposti di qualche loro membro, s’ingegnano di volgere questo loro infortunio al maggior profitto che possono, giovandosi di quello a muovere per mezzo della misericordia la liberalità degli uomini: così la mia sentenza è, che tu debba industriarti di ricavare a ogni modo da coteste tue qualità quel solo bene, quantunque piccolo e incerto, che sono atte a produrre. Comunemente elle sono avute per benefizi e doni della natura, e invidiate spesso da chi ne è privo, ai passati o ai presenti che le sortirono. Cosa non meno contraria al retto senso, che se qualche uomo sano invidiasse a quei miseri che io diceva, le calamità del loro corpo; quasi che il danno di quelle fosse da eleggere volentieri, per conto dell’infelice guadagno che partoriscono. Gli altri attenOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Col fior, maturo ha sempre il frutto amore. Qui non venn’io né per garrir, Montano, né per contender teco, ché né posso né fare il debbo; ma son padre anch’io d’unica e cara e, se mi lece dirlo, meritevole figlia e, con tua pace, da molti chiesta e desiata ancora. Titiro, ancor che queste nozze in cielo non iscorgesse alto destìn, le scorge la fede in terra, e ‘l violarla fôra un violar de la gran Cintia il nume a cui fu data; e tu sai pur quant’ella è disdegnosa e contra noi sdegnata. Ma, per quel ch’i’ ne sento e quanto puote mente sacerdotal rapita al cielo spiar là su di que’ consigli eterni, per man del Fato è questo nodo ordito; e tutti sortiranno, abbi pur fede, a suo tempo maturi anco i presagi. Più ti vo’ dir, ché questa notte in sogno veduto ho cosa onde l’antica speme più che mai nel mio cor si rinnovella. Son i sogni alfin sogni. E che vedesti? Io credo ben ch’abbi memoria (e quale sì stupido è tra noi ch’oggi non l’abbia?) di quella notte lagrimosa, quando il tumido Ladon ruppe le sponde, sì che là dove avean gli augelli il nido, notâro i pesci, e in un medesmo corso gli uomini e gli animali e le mandre e gli armenti trasse l’onda rapace. In quella stessa notte (oh dolente memoria!) il cor perdei, anzi quel che del core m’era più caro assai,
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Ma non tardar; entra, ben mio. Vo’ prima girmene al tempio a venerar gli dèi, ché fortunato fin non può sortire, se non la scorge il ciel, mortale impresa. Ogni loco, Amarilli, è degno tempio di ben devoto core. Perderai troppo tempo. Non si può perder tempo nel far preghi a coloro che comandano al tempo. Vanne dunque, e vien’ tosto. Or, s’io non erro, a buon camin son vòlta. Mi turba sol questa tardanza. Pure potrebbe anco giovarmi. Or mi bisogna tesser novello inganno. A Coridone amante mio creder farò che seco trovar mi voglia; e nel medesim’antro dopo Amarilli il manderò, là dove farò venir per più segreta strada di Diana i ministri a prender lei, la qual, come colpevole, a morire sarà senz’alcun dubbio condennata. Spenta la mia rivale, alcun contrasto non avrò più per ispugnar Mirtillo, che per lei m’è crudele. Eccol a punto. Oh come a tempo! I’ vo’ tentarlo alquanto, mentre Amarilli mi dà tempo. Amore, vien’ ne la lingua mia tutto e nel volto.
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Le dimandan chi sia di cose tante signor, di che fattezze il suo diletto. Ella, fin a quel punto ancor costante, non obliando il marital precetto, s’infinge e dice: “il mio gradito amante più ch’altro leggiadro un giovinetto; ma l’avete a scusar, ch’agli occhi vostri, occupato ale cacce, or non si mostri”. Ciò detto le ribacia e le rimanda colme di gemme e di monili il seno. Ai cari genitor si raccomanda, poi le consegna al venticel sereno, che, presto ad esseguir quanto comanda, rapido più che strale o che baleno, con vettura innocente in braccio accolte le riporta alo scoglio, onde l’ha tolte. Elle di quel velen tutte bollenti, che sorbito pur dianzi avea ciascuna, borbottavan tornando e ‘n tali accenti con l’altra il suo furor sfogava l’una. “Or guata cieca, ingiusta e dale genti forsennata a ragion detta Fortuna. Tal de’ meriti umani ha cura e zelo? e tu tel vedi e tu tel soffri o cielo? Figlie d’un ventre istesso al mondo nate perché denno sortir sorti diverse? Noi le prime e maggior, malfortunate tra le sciagure e le miserie immerse; ed or costei, che ‘nsu l’estrema etate già stanco in luce il sen materno aperse, se fu del nostro ben trista pur dianzi, lieta del nostro mal fia per l’innanzi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto undicesimo CXCIX Se dela vista è più spedito un dardo, se l’occhio al lampo di prestezza cede, e pur e l’uno e l’altro è lento e tardo a ragguaglio di quel ch’assai gli eccede, come può cosa umano ingegno o sguardo adeguar, ch’adeguar non si concede? e dal volo del’anima agitante il gran corpo del ciel trarre un instante? Quanti in guerra talor, quanti per peste restano in un momento uccisi e morti? Quanti son da Nettun fra le tempeste in un legno, in un punto insieme absorti? Dunque gli danna un sol destin celeste tutti delpari ale medesme sorti? Come credibil fia, ch’abbian commune una direzion tante fortune? S’è ver che quei ch’al’istess’ora è nato influsso abbia dal’altro indifferente, perché viene a sortir diverso stato il re che col villan nasce egualmente? Perché si varia in lor costume e fato, se non si varia il tempo o l’ascendente? Ond’avien, se conforme hanno il natale, che la vita e la morte è diseguale? Non può dunque astronomica scienza, né specolazion di mente inferma far securo presagio e dar sentenza del’avenir determinata e ferma, perché del suo saver la conoscenza è general, che spesso il falso afferma; né senza error qual più sottil pensiero si vanti mai di perscrutarne il vero.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
– Non vuol dire se siamo in lite. Al bisogno si vede il cuore della gente. Gli interessi sono una cosa, e l’amore è un’altra. Abbiamo litigato, litigheremo sino al giorno del Giudizio, ma siamo figli dello stesso sangue! – Protestò che l’avrebbe tenuto meglio delle pupille dei propri occhi, lui e la sua roba. Gli schierò dinanzi al letto marito e figliuoli che giravano intorno sguardi cupidi, ripetendo: – Questo è il sangue vostro! Questi non vi tradiscono! – Lui, combattuto, stanco, avvilito, non ebbe neanche la forza di ribellarsi. Così, a poco a poco, gli si misero tutti quanti alle costole. I nipoti scorazzando per la casa e pei poderi, spadroneggiando, cacciando le mani da per tutto. La sorella, colle chiavi alla cintola, frugando, rovistando, mandando il marito di qua e di là, pei rimedi, e a coglier erbe medicinali. Come massaro Fortunato si lagnava di non aver più le gambe di vent’anni per affacchinarsi a quel modo, essa lo sgridava: – Che volete? Non lo fate per amore di vostro cognato? Carcere, malattie e necessità si conosce l’amistà. Lei non aveva suggezione di Ciolla e di tutti gli altri della sua risma. Una volta che Vito Orlando pretese di venire a fare una sbravazzata, colla pistola in tasca, per liquidare certi conti con don Gesualdo, essa lo inseguì giù per le scale, buttandogli dietro una catinella d’acqua sporca. Lo stesso canonico Lupi aveva dovuto mettersi la coda fra le gambe, e non era tornato a fare il generoso colla roba altrui, ora che Ciolla e i più facinorosi erano partiti a cercar fortuna in città, con bandiere e trombette. Il canonico, onde chetare gli altri, aveva preso il ripiego di sortire in processione, colla disciplina e la corona di spine; e così gli altri si sfogavano in feste e quarant’ore, mentre lui andava predicando la fratellanza e l’amore del prossimo. – Però un baiocco non lo mette fuori! – sbraitava comare Speranza. – E questo va bene. Ma se torna a fare il camorrista, qui da noi, lo ricevo come va... tal quale Vito Orlando! Intanto la casa di don Gesualdo era messa a sacco e ruba egualmente. Vino, olio, formaggio, pezze di tela anche, sparivano in un batter d’occhio. Dalla Canziria e da Mangalavite giungevano fattori e mezzadri a reclamare contro i figliuoli di massaro Fortunato Burgio che comandavano a bacchetta, e saccheggiavano i poderi dello zio, come fosse già roba senza padrone. Lui, poveraccio, confinato in letto, si rodeva in silenzio; non osava ribellarsi al cognato e alla sorella; pensava ai suoi guai. Ci aveva un cane, lì nella pancia,
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Il maggior effetto prodotto nei lettori del capitolo primo sarà stata la curiosità di saper finalmente, chi fosse questo Carlino. Fu infatti un gran miracolo il mio od una giunteria solenne di menarvi a zonzo per un intero capitolo della mia vita, parlandovi sempre di me, senza dir prima chi io mi sia. Ma bisognando pure dirvelo una volta o l’altra, sappiate adunque ch’io nacqui figliuolo ad una sorella della Contessa di Fratta e perciò primo cugino delle contessine Clara e Pisana. Mia madre aveva fatto, com’io direi, un matrimonio di scappata coll’illustrissimo signor Todero Altoviti, gentiluomo di Torcello; cioè era fuggita con lui sopra una galera che andava in Levante, e a Corfù s’erano sposati. Ma parve che il gusto dei viaggi le passasse presto, perché di lì a quattro mesi tornò senza marito, abbronzata dal sole di Smirne, e per di più gravida. Detto fatto, partorito che la ebbe, mi mandò senza complimenti a Fratta in un canestro; e così divenni ospite della zia l’ottavo giorno dopo la mia nascita. Quanto gradito ognuno lo può argomentare dal modo con cui ci capitava. Intanto mia madre, poveretta, espulsa da Venezia per istanza della famiglia, erasi acquartierata a Parma con un capitano svizzero; e di là tornata a Venezia per implorarvi la pietà di sua zia, la era morta allo spedale, senza che un cane andasse a chiedere di lei. Queste cose me le contava Martino e contandole mi faceva piangere, ma io non seppi mai donde le avesse sapute. Quanto a mio padre, dicevano che fosse morto a Smirne dopo fuggitagli la moglie; alcuni asserivano di crepacuore per questo abbandono; altri di disperazione per debiti; altri d’una infiammazione buscata col bere troppo vino di Cipro. Peraltro la storia genuina non si era ancor potuta sapere, e correva anche una vaga voce nei Levantini che prima di morire egli si fosse fatto turco. Turco o non turco lui, a Fratta avevano battezzato me, sul dubbio che non lo avessero fatto a Venezia, e siccome la cura di sortirmi il nome fu lasciata al Piovano, così egli mi impose il nome del santo di quel giorno, che era appunto san Carlo. Non aveva predilezioni per nessun santo del paradiso quel dabben prete, e nemmen voglia di rompersi il capo per comporre un nome di conio singolare, ed io gliene son grato perché l’esperienza mi dimostrò in seguito che san Carlo non val punto dammeno degli altri.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«A proposito di tua sorella;» soggiunse Bruto «non avesti una sua lettera ch’era per te a Venezia e che noi ti abbiamo spedita di colà?» «Non l’ebbi» rispos’io; infatti non ne sapeva nulla. «Allora la si sarà smarrita per via;» riprese Bruto « ma dal carattere e da chi  la  portava,  che  era  un  mercante  greco,  io  l’avea  giudicata  ed  era dell’Aglaura.» Un cotal incidente mi spiacque assaissimo; ma pochi giorni dopo quella lettera mi capitò un po’ guasta nel suggello e negli angoli. Non avrò il coraggio né di darla a brani né di spremerne il succo. Eccola tal quale. “Carlo, fratel mio. La Grecia mi voleva e m’ebbe finalmente; credetti appartenerle un tempo pel sangue de’ miei genitori; ma poiché non era vero, la natura mi rilegò a lei per mezzo del marito e dei figliuoli. Ecco ch’io ho diviso il mio cuore fra le due patrie più grandi e sventurate che uomo mai possa sortire nascendo. Nulla ti dirò della mia salute che vacillò piucchemai dopo la partenza di Spiro e che si rimise allora soltanto quando pensai che rafforzata mi avrebbe servito a raggiungerlo. Appena dunque ho potuto m’imbarcai sopra una nave idriotta e veleggiammo verso le sacre onde dell’Egeo. Mi pareva essere la suora di carità che dopo aver assistito alle ultime ore d’un malato passa ad un altro capezzale dove la chiamano dolori più vivi sì ma forse al pari micidiali. Sai che io non sono una donna molto debole e dovresti ricordartelo per prova; ma ti confesserò che ho pianto molto durante il tragitto. A Corfù s’imbarcarono parecchi italiani fuggiti da Napoli e dal Piemonte che si proponevano di versar per la Grecia il sangue che non avean potuto spargere per la propria patria. Io piangeva, ti dico, come una buona veneziana; fu soltanto al toccare il suolo della Laconia che mi sentii ruggir nel cuore lo spirito delle antiche spartane. Qui le donne sono le compagne degli uomini non le ministre dei loro piaceri. La moglie e la sorella di Tzavellas precipitavano dalle rupi di Suli sassi e macigni sulle cervici dei Musulmani cantando inni di trionfo. Alla bandiera di Costanza Zacarias accorrono le donne di Sparta, armate d’aste e di spade. Maurogenia di Mirone corre i mari con un vascello, solleva l’Eubea e promette la mano di sposa a chi vendicherà sugli Ottomani il supplizio di suo padre. La moglie di Canaris a chi le disse che aveva per marito un prode, rispose: — Se non fosse, l’avrei sposato? — Così, o Carlo, le nazioni risorgono. Giunta appena, trovai mio figlio Demetrio che tornava colle navi di Canaris dall’aver abbruciato a Tenedo la flotta turca. Colà le flotte cristiane Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto trentesimo � 21 E se compiacer meglio mi volete, onde d’aver ve n’abbia obligo ognora, chi de’ di voi combatter, sortirete; ma con patto, ch’al primo ch’esca fuora, amendue le querele in man porrete: sì che, per sé vincendo, vinca ancora pel compagno; e perdendo l’un di vui, così perduto abbia per ambidui. 22 Tra Gradasso e Ruggier credo che sia di valor nulla o poca differenza; e di lor qual si vuol venga fuor pria, so ch’in arme farà per eccellenza. Poi la vittoria da quel canto stia, che vorrà la divina providenza. Il cavallier non avrà colpa alcuna, ma il tutto imputerassi alla Fortuna. 23 Steron taciti al detto d’Agramante e Ruggiero e Gradasso; et accordârsi che qualunque di loro uscirà inante, e l’una briga e l’altra abbia a pigliarsi. Così in duo brevi, ch’avean simigliante et ugual forma, i nomi lor notârsi; e dentro un’urna quelli hanno rinchiusi, versati molto, e sozzopra confusi. 24 Un semplice fanciul nell’urna messe la mano, e prese un breve; e venne a caso ch’in questo il nome di Ruggier si lesse, essendo quel del Serican rimaso. Non si può dir quanta allegrezza avesse, quando Ruggier si sentì trar del vaso, e d’altra parte il Sericano doglia; ma quel che manda il ciel, forza è che toglia.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
popolo che voglia vivere libero. E perché di sopra si dice, che gli uomini nell’operare debbono considerare le qualità de’ tempi e procedere secondo quegli, ne parlereno a lungo nel sequente capitolo. IX Come conviene variare co’ tempi volendo sempre avere buona fortuna. Io ho considerato più volte come la cagione della trista e della buona fortuna degli uomini è riscontrare il modo del procedere suo con i tempi: perché e’ si vede che gli uomini nelle opere loro procedono, alcuni con impeto, alcuni con rispetto e con cauzione. E perché nell’uno e nell’altro di questi modi si passano e’ termini convenienti, non si potendo osservare la vera via, nell’uno e nell’altro si erra. Ma quello viene ad errare meno, ed avere la fortuna prospera, che riscontra, come ho detto, con il suo modo il tempo, e sempre mai si procede, secondo ti sforza la natura. Ciascuno sa come Fabio Massimo procedeva con lo esercito suo rispettivamente e cautamente, discosto da ogni impeto e da ogni audacia romana, e la buona fortuna fece che questo suo modo riscontrò bene con i tempi. Perché, sendo venuto Annibale in Italia, giovane e con una fortuna fresca, ed avendo già rotto il popolo romano due volte; ed essendo quella republica priva quasi della sua buona milizia, e sbigottita; non potette sortire migliore fortuna, che avere uno capitano il quale, con la sua tardità e cauzione, tenessi a bada il nimico. Né ancora Fabio potette riscontrare tempi più convenienti a’ modi suoi: di che ne nacque che fu glorioso. E che Fabio facessi questo per natura, e non per elezione, si vide, che, volendo Scipione passare in Affrica con quegli eserciti per ultimare la guerra, Fabio la contradisse assai, come quello che non si poteva spiccare da’ suoi modi e dalla consuetudine sua; talché, se fusse stato a lui Annibale sarebbe ancora in Italia; come quello che non si avvedeva che gli erano mutati i tempi, e che bisognava mutare modo di guerra. E se Fabio fusse stato re di Roma, poteva facilmente perdere quella guerra;  perché  non  arebbe  saputo  variare,  col  procedere  suo,  secondo  che variavono i tempi: ma essendo nato in una republica dove erano diversi cittadini e diversi umori, come la ebbe Fabio, che fu ottimo ne’ tempi debiti a sostenere la guerra, così ebbe poi Scipione, ne’ tempi atti a vincerla. Quinci nasce che una republica ha maggiore vita, ed ha più lungamente buona fortuna, che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de’ temporali, per la diversità de’ cittadini che sono in
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Scena terza Ligurio, Callimaco Ligurio. Io non credo che sia nel mondo el più sciocco uomo di costui; e quanto la fortuna lo ha favorito! Lui ricco, lui bella donna, savia, costumata, ed atta a governare un regno. E parmi che rare volte si verifichi quel proverbio ne’ matrimoni, che dice: Dio fa gli uomini, e’ s’appaiono; perché spesso si vede uno uomo ben qualificato sortire una bestia, e, per avverso, una prudente donna avere un pazzo. Ma della pazzia di costui se ne cava questo bene, che Callimaco ha che sperare. Ma eccolo. Che vai tu appostando Callimaco? Io t’avevo veduto col dottore, ed aspettavo che tu ti spiccassi da lui, per intendere quello avevi fatto. Egli è uno uomo della qualità che tu sai, di poca prudenzia, di meno animo, e partesi mal volentieri da Firenze; pure, io ce l’ho riscaldato: e’ mi ha detto infine che farà ogni cosa, e credo che, quando e’ ti piaccia questo partito, che noi ve lo condurreno, ma io non so se noi ci fareno el bisogno nostro. Perché? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mandragola di Niccolo Machiavelli
Scena prima Elpino Veramente la legge con che Amore il suo imperio governa eternamente non è dura, né obliqua; e l’opre sue, piene di providenza e di mistero, altri a torto condanna. Oh con quant’arte, e per che ignote strade egli conduce l’uom ad esser beato, e fra le gioie del suo amoroso paradiso il pone, quando ei più crede al fondo esser de’ mali! Ecco, precipitando, Aminta ascende al colmo, al sommo d’ogni contentezza. Oh fortunato Aminta, oh te felice tanto più, quanto misero più fosti! Or co ‘l tuo essempio a me lice sperare, quando che sia, che quella bella ed empia, che sotto il riso di pietà ricopre il mortal ferro di sua feritate, sani le piaghe mie con pietà vera, che con finta pietate al cor mi fece. Quel che qui viene è il saggio Elpino, e parla così d’Aminta come vivo ei fosse, chiamandolo felice e fortunato: dura condizione degli amanti! Forse egli stima fortunato amante chi muore, e morto al fin pietà ritrova nel cor de la sua ninfa; e questo chiama paradiso d’Amore, e questo spera. Di che lieve mercé l’alato Dio i suoi servi contenta! Elpin, tu dunque in sì misero stato sei, che chiami fortunata la morte miserabile de l’infelice Aminta? e un simil fine sortir vorresti?   Amici, state allegri, che falso è quel romor che a voi pervenne de la sua morte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Aminta di Torquato Tasso
sciagure. Vergilio parimente, per non dilungarsi da questo costume, introduce Enea che nell’Africa uccide sette cervi: ove per altro non di cervi, ma d’alcuna sorte d’augelli doveva far preda, perciò che nell’Africa non nascono cervi; ma mentre egli volle aver riguardo alla convenevolezza e al costume degli eroi, si dimenticò, o dimenticar si volle, di quel ch’era proprio di quella provincia. E perché, disse il buon vecchio, è stato finto da’ poeti che gli eroi solo di sì fatte carni mangiassero? Perché, risposi, son di gran nutrimento, ed essi, come coloro che molto nelle fatiche s’essercitavano, di gran nutrimento avevan bisogno, il quale non posson dare gli uccelli, che molto agevolmente son digeriti; ma le carni degli animali selvaggi, benché sian di gran nutrimento, sono nondimeno sane molto, perché son molto essercitate, e la lor grassezza è molto più naturale che non è quella de’ porci o d’altro animale che studiosamente s’ingrassi, sì che non sì tosto stucca come quella farebbe degli animali domestici. E convenevolmente fu detto da Virgilio: Implentur veteris Bacchi pinguisque ferinae, perché ne mangiavano a corpo pieno senza alcuna noiosa sazietà. Qui mi taceva io; quando il buon padre di famiglia così cominciò: La menzione che voi avete fatta del vino e de’ tempi eroici mi fa sovvenire di quel che da alcuni osservatori d’Omero ho udito, cioè ch’egli sempre, lodando il vino, il chiamava nero e dolce, le quali due condizioni non son molto lodevoli nel vino; e tanto più mi par maraviglioso ch’egli dia sì fatta lode al vino, quanto più mi par d’aver osservato ch’i vini che di Levante a noi sono recati sian di color bianco, come sono le malvagìe e le romanìe e altri sì fatti ch’io in Vinezia ho bevuti: oltre ch’i vini che nel regno di Napoli greci son chiamati, i quali peraventura sortirono questo nome perché le viti di Grecia furono portate, sono bianchi o dorati più tosto di colore, sì come dorato è quel di tutti gli altri de’ quali abbiamo ragionato, e bianchi sono più propriamente i vini del Reno, di Germania e gli altri che nascono in paese freddo ove il sole non ha tanto vigore che possa a fatto maturar l’uve inanzi la stagione della vindemmia, se ben forse il modo ancora, co’ quali son fatti, di quella bianchezza è cagione. Quivi egli taceva; quando io risposi: I vini son da Omero detti dolci con quella maniera di metafora con la quale tutte le cose, o grate a’ sensi o care all’animo, dolci sono addomandate, se ben io non negherò ch’egli il vino alquanto dolcetto non potesse amare, il quale a me ancora suol molto piacere, e questa dolcezza sin a certo termi-
Il padre di famiglia di Torquato Tasso
SMELFUNGUS, uomo dotto, viaggiò da Bologna–a–mare a Parigi – da Parigi a Roma – e via così – ma si partì con l’ipocondria e l’itterizia, ed ogni oggetto da cui passava era scolorato e deforme – scrisse la storia del suo viaggio – la storia appunto de’ suoi miseri sentimenti. Incontrai Smelfungus sotto il gran portico del Panteo – ei n’esciva. – La è poi, mi diss’egli,  un’enorme arena da galli – Non aveste almen detto peggio della Venere de’ Medici, gli risposi – da che passando per Firenze io aveva risaputo che egli s’era avventato alla Dea, e trattatala peggio d’una sgualdrina – e senza la minima provocazione in natura. M’avvenni anche in Torino, mentr’egli ripatriava, in Smelfungus; e aveva da narrare un’odissea di sciagurate vicende, “ov’ei di casi miserandi dirà per onde e campi, e di cannibali che si divorano, e di antropofagi” – e che l’avevano scorticato ch’ei ne sfidava san Bartolomeo, e diabolicamente arrostito vivo ad ogni osteria dov’ei si posava... – E lo dirò, gridava Smelfungus, lo dirò all’universo – Ditelo al vostro medico, rispos’io; sarà meglio. MUNDUNGUS,  e  la  sua  sterminata  opulenza,  percorsero  tutto  il gran giro, andando da Roma a Napoli – da Napoli a Venezia – da Venezia a Vienna, a Dresda, a Berlino: e non riportò nè la rimembranza d’una sola generosa amicizia, nè un solo piacevole aneddoto da raccontar sorridendo: correva sempre diritto, senza guardare nè a sinistra nè a destra, temendo non la compassione o l’amore l’adescassero fuor di strada. Pace  sia  con  loro!  se  pur  v’è  pace  per  essi:  ma  nè  l’empireo,  se  è possibile che sì fatte anime arrivino lassù, avrà mai tanto da contentarli – ogni  spirito  gentile  aleggerebbe  su  le  penne  d’Amore  a  benedire  la  loro assunzione – ma svogliatamente ascoltando, le anime di Smelfungus e di Mundungus pretenderebbero antifone di gioia sempre diverse, sempre nuove estasi d’amore, e sempre congratulazioni migliori per la loro comune felicità – non sortirono, e li deploro cordialmente, non sortirono indole atta a goderne: e fosse pure assegnata a Smelfungus e Mundungus la beatissima tra le sedi del paradiso, ei sarebbero sì lungi dalla beatitudine, che anzi le anime  di  Smelfungus  e  di  Mundungus  vi  farebbero  penitenza  per  tutta quanta l’eternità.
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo