sopperire

[sop-pe-rì-re]
In sintesi
supplire, provvedere, rimediare
← alterazione di supplire, forse per incrocio con offerire.
v.intr.
(aus. avere)

(sopperìsco, -sci, -sce, sopperìscono; sopperènte; sopperìto) Provvedere, trovare un rimedio a una necessità, a una mancanza: non era possibile s. sùbito ai bisogni dei terremotati; per s. alla mancanza di insegnanti di ruolo sarà necessario ricorrere ai supplenti

Citazioni
sicurtà della Plebe, alla creazione de’ Tribuni; e quelli ordinarono con tante preminenzie e tanta riputazione, che poterono essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, e ovviare alla insolenzia de’ Nobili. IV Che la disunione della Plebe e del Senato romano fece libera e potente quella republica. Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de’ Tarquinii alla creazione de’ Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a’ loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero cagioni  dell’imperio  romano;  ma  e’  mi  pare  bene,  che  costoro  non  si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di quella città. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano; e che e’ non considerino come e’ sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de’ grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma; perché da’ Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue. Né si possano per tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mandò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora  ne  condannò  in  danari.  Né  si  può  chiamare  in  alcun  modo  con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li  buoni  esempli  nascano  dalla  buona  educazione,  la  buona  educazione, dalle  buone  leggi;  e  le  buone  leggi,  da  quelli  tumulti  che  molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà bene il fine d’essi, non troverrà ch’egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà. E se
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
presenti  tempi  fare  una  republica  più  facilità  troverrebbe  negli  uomini montanari, dove non è alcuna civilità, che in quelli che sono usi a vivere nelle cittadi, dove la civilità è corrotta: ed uno scultore trarrà più facilmente una bella statua d’un marmo rozzo, che d’uno male abbozzato da altrui. Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità di quella città: perché quella causò  buoni  ordini;  i  buoni  ordini  fanno  buona  fortuna;  e  dalla  buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle republiche, così il dispregio di quello è cagione della rovina d’esse. Perché, dove manca il timore di Dio, conviene  o  che  quel  regno  rovini,  o  che  sia  sostenuto  dal  timore  d’uno principe che sopperisca a’ difetti della religione. E perché i principi sono di corta vita, conviene che quel regno manchi presto, secondo che manca la virtù d’esso. Donde nasce che gli regni i quali dipendono solo dalla virtù d’uno uomo, sono poco durabili, perché quella virtù manca con la vita di quello e rade volte accade che la sia rinfrescata con la successione, come prudentemente Dante dice: Rade volte discende per li rami L’umana probitate; e questo vuole Quel che la dà, perché da lui si chiami. Non è, adunque, la salute di una republica o d’uno regno avere uno principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, che, morendo ancora, la si mantenga. E benché agli uomini rozzi più facilmente si persuada uno ordine o una opinione nuova, non è però per questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili e che presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non pare essere né ignorante né rozzo: nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s’egli era vero o no, perché d’uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza: ma io dico bene, che infiniti lo credevono sanza avere visto cosa nessuna straordinaria, da farlo loro credere; perché la vita sua la dottrina e il suggetto che prese, erano sufficienti a fargli prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si sbigottisca di non potere conseguire quel che è stato conseguito da altri; perché gli uomini, come nella prefazione nostra si disse, nacquero, vissero e morirono, sempre, con uno medesimo ordine. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XXXII In quanti modi i Romani occupavano le terre. Essendo i Romani tutti volti alla guerra, fecero sempremai quella con ogni vantaggio, e quanto alla spesa, e quanto a ogni altra cosa che in essa si ricerca.  Da  questo  nacque  che  si  guardarono  da  il  pigliare  le  terre  per ossidione;  perché  giudicavano  questo  modo  di  tanta  spesa  e  di  tanto scommodo, che superassi di gran lunga la utilità che dello acquisto si potessi trarre: e per questo pensarono che fosse meglio e più utile soggiogare le terre per ogni altro modo che assediandole, donde in tante guerre ed in tanti anni ci sono pochissimi esempli di ossidioni fatte da loro. I modi, adunque, con i quali gli acquistavano le città. erano o per espugnazione o per dedizione. La espugnazione era o per forza e violenza aperta, o per forza mescolata con fraude. La violenza aperta era o con assalto, sanza percuotere le mura (il che loro chiamavano “aggredi urbem corona” perché con tutto lo esercito circundavono la città, e da tutte le parti la combattevano); e molte volte riuscì loro che in uno assalto pigliarono una città, ancora che grossissima, come quando Scipione prese Cartagine Nuova in Ispagna; o, quando questo assalto non bastava, si dirizzavano a rompere le mura con arieti, o con altre loro machine belliche: o ei facevano una cava, e per quella entravano nella città (nel quale modo presono la città de’ Veienti); o, per essere equali a quegli che difendevano le mura, facevono torri di legname, o ei facevono argini di terra appoggiati alle mura di fuori, per venire all’altezza d’esse sopra quegli. Contro a questi assalti, chi difendeva la terra, nel primo caso, circa lo essere assaltato intorno intorno, portava più subito pericolo, ed aveva più dubbi rimedi: perché, bisognandogli in ogni luogo avere assai difensori, o quegli ch’egli aveva non erano tanti che potessero o sopperire per tutto o cambiarsi; o, se potevano, non erano tutti di equale animo a resistere, e da una parte che fusse inchinata la zuffa, si perdevano tutti. Però occorse, come io ho detto, che molte volte questo modo ebbe felice successo. Ma quando non riusciva al primo, non lo ritentavono molto, per essere modo pericoloso per lo esercito; perché, distendendosi in tanto spazio, restava per tutto debole a potere resistere a una eruzione che quelli di dentro avessono fatta; ed anche si disordinavano e straccavano i soldati; ma per una volta ed allo improvviso tentavano tale modo. Quanto alla rottura delle mura, si opponevano, come ne’ presenti tempi, con ripari. E per resistere
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli