somministrare

[som-mi-ni-strà-re]
somminìstro
In sintesi
distribuire, fornire
← dal lat. subministrāre, comp. di b ‘sotto’ e ministrāre ‘porgere’.
1
Dare, assegnare, distribuire, fornire, svolgendo una funzione o un compito specifico: s. l'eucarestia; il medico somministra le medicine al malato; s. denaro, viveri e cure ai senzatetto || estens. Fornire qualcosa di utile: si erano pasciuti delle erbe e della frutta che la terra e gli arbori somministravano loro (Leopardi)
2
scherz. Ammannire, affibbiare: ci somministravano ogni mattina un beverone che chiamavano caffè; gli ha somministrato una buona dose di ceffoni
3
BUR Fornire un servizio periodico a un prezzo determinato

Citazioni
con  le  loro.  Gertrude,  appena  entrata  nel  monastero,  fu  chiamata  per antonomasia la signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all’altre per esemplare: chicche e carezze senza fine, e condite con quella famigliarità un po’ rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno abituale di superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate a tirar la poverina nel laccio: ce n’eran molte delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte non s’accorgevan bene di tutti que’ maneggi, parte non distinguevano quanto vi fosse di cattivo, parte s’astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d’essere stata, con simili arti, condotta a quello di cui s’era pentita poi, sentiva compassione della povera innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d’educazione, ce n’erano alcune che sapevano d’esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de’ suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All’immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichìo che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e l’educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva che, alla fin de’ conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte loro; che lo poteva, pur che l’avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva in fatti. L’idea della
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
La vista delle spose alle quali si dava questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le cagionava un’invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l’aspetto di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare quel titolo, dovesse trovarsi il colmo d’ogni felicità.  Talvolta la pompa de’ palazzi, lo splendore degli addobbi, il brulichìo e il fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un’ebbrezza, un ardor tale di viver lieto, che prometteva a sé stessa di disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che tornare all’ombra fredda e morta del chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione più riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al principe. Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre que’ godimenti, gliene rendeva amaro e penoso quel piccol saggio; come l’infermo assetato guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d’acqua che il medico gli concede a fatica. Intanto il vicario delle monache ebbe rilasciata l’attestazione necessaria, e venne la licenza di tenere il capitolo per l’accettazione di Gertrude. Il capitolo si tenne; concorsero, com’era da aspettarsi, i due terzi de’ voti segreti ch’eran richiesti da’ regolamenti; e Gertrude fu accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora d’entrar più presto che fosse possibile, nel monastero. Non c’era sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l’abito. Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre. È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il  poter  indirizzare  e  consolare  chiunque,  in  qualsivoglia  congiuntura,  a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arri-
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
quale poté fare stampare le sue difese, e corredarle d’un estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. E certo, que’ giudici non s’accorsero allora, che lasciavan fare da uno stampatore un monumento più autorevole e più durevole di quello che avevan commesso a un architetto. Di quest’estratto, c’è di più un’altra copia manoscritta, in alcuni luoghi più scarsa, in altri più abbondante, la quale appartenne al conte Pietro Verri, e fu dal degnissimo suo figlio, il signor conte Gabriele, con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione. È quella che servì all’illustre scrittore per lavorar l’opuscolo citato, ed è sparsa di postille, che sono  riflessioni  rapide,  o  sfoghi  repentini  di  compassion  dolorosa,  e d’indegnazione  santa.  Porta  per  titolo:  Summarium  offensivi  contra  Don Johannem Cajetanum de Padilla; ci si trovan per esteso molte cose delle quali nell’estratto stampato non c’è che un sunto; ci son notati in margine i numeri delle pagine del processo originale, dalle quali son levati i diversi brani; ed è pure sparsa di brevissime annotazioni latine, tutte però del carattere stesso del testo: Detentio Morae; Descriptio Domini Johannis; Adversatur Commissario; Inverisimile; Subgestio, e simili, che sono evidentemente appunti presi dall’avvocato del Padilla, per le difese. Da tutto ciò pare evidente che sia una copia letterale dell’estratto autentico che fu comunicato al difensore; e che questo, nel farlo stampare, abbia omesse varie cose, come meno importanti, e altre si sia contentato d’accennarle. Ma come mai se ne trovano nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il difensore poté spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda scelta di ciò che gli paresse utile alla causa del suo cliente. Da questi due estratti abbiamo naturalmente ricavato il più; ed essendo il primo, altre volte rarissimo, stato ristampato da poco tempo, il lettore potrà, se gli piace, riconoscere, col confronto di quello, i luoghi che abbiam presi dalla copia manoscritta. Anche le difese suddette ci hanno somministrato diversi fatti, e materia di qualche osservazione. E siccome non furon mai ristampate, e gli esemplari ne sono scarsissimi, non mancherem di citarle, ogni volta che avremo occasion di servircene. Qualche piccola cosa finalmente abbiam potuto pescare da qualcheduno de’ pochi e scompagnati documenti autentici che son rimasti di quell’epoca di confusione e di disperdimento, e che si conservano nell’archivio citato più d’una volta nello scritto antecedente.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
mento, e l’ignominia una giusta retribuzione, il poco che abbiam visto, deve bastare almeno a farne dubitare. È vero che ne’ loro libri, o, per dir meglio, in qualcheduno, sono, più che nelle leggi, descritte le varie specie di tormenti; ma come consuetudini invalse e radicate nella pratica, non come ritrovati degli scrittori. E Ippolito Marsigli, scrittore e giudice del secolo decimoquinto, che ne fa un’atroce, strana e ributtante lista, allegando anche la sua esperienza, chiama però bestiali que’ giudici che ne inventan di nuovi. Furono quegli scrittori, è vero, che misero in campo la questione del numero  delle  volte  che  lo  spasimo  potesse  esser  ripetuto;  ma  (e  avremo occasion di vederlo) per impor limiti e condizioni all’arbitrio, profittando dell’indeterminate e ambigue indicazioni che ne somministrava il diritto romano. Furon essi, è vero, che trattaron del tempo che potesse durar lo spasimo; ma non per altro che per imporre, anche in questo, qualche misura all’instancabile crudeltà, che non ne aveva dalla legge, “a certi giudici, non meno ignoranti che iniqui, i quali tormentano un uomo per tre o quattr’ore,” dice il Farinacci; “a certi giudici iniquissimi e scelleratissimi, levati dalla feccia, privi di scienza, di virtù, di ragione, i quali, quand’hanno in loro potere un accusato, forse a torto (forte indebite), non gli parlano che tenendolo al tormento; e se non confessa quel ch’essi vorrebbero, lo lascian lì pendente alla fune, per un giorno, per una notte intera,” aveva detto il Marsigli, circa un secolo prima. In questi passi, e in qualche altro de’ citati sopra, si può anche notare come alla crudeltà cerchino d’associar l’idea dell’ignoranza. E per la ragion contraria, raccomandano, in nome della scienza, non meno che della coscienza, la moderazione, la benignità, la mansuetudine. Parole che fanno rabbia, applicate a una tal cosa; ma che insieme fanno vedere se l’intento di quegli scrittori era d’aizzare il mostro, o d’ammansarlo. Riguardo poi alle persone che potessero esser messe alla tortura, non vedo cos’importi che niente ci fosse nelle leggi propriamente nostre, quando c’era molto, relativamente al resto di questa trista materia, nelle leggi romane, le quali erano in fatto leggi nostre anch’esse. “Uomini”, prosegue il Verri, “ignoranti e feroci, i quali senza esaminare donde emani il diritto di punire i delitti, qual sia il fine per cui si puniscono, quale la norma onde graduare la gravezza dei delitti, qual debba esser la
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Divisione dei delitti Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioè il danno della società. Questa è una di quelle palpabili verità che, quantunque non abbian bisogno nè di quadranti, nè di telescopi per essere scoperte, ma sieno alla portata di ciascun mediocre intelletto, pure per una maravigliosa combinazione di circostanze non sono con decisa sicurezza conosciute che da alcuni pochi pensatori, uomini d’ogni nazione e d’ogni secolo. Ma le opinioni asiatiche, ma le passioni vestite d’autorità e di potere hanno, la maggior parte delle volte per insensibili spinte, alcune poche per violente impressioni sulla timida credulità degli uomini, dissipate le semplici nozioni, che forse formavano la prima filosofia delle nascenti società ed a cui la luce di questo secolo sembra che ci riconduca, con quella maggior fermezza però che può essere somministrata da un esame geometrico, da mille funeste sperienze e dagli ostacoli medesimi. Or l’ordine ci condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte di delitti e la maniera di punirgli, se la variabile natura di essi per le diverse circostanze dei secoli e dei luoghi non ci obbligasse ad un dettaglio immenso e noioso. Mi basterà indicare i principii più generali e gli errori più funesti e comuni per disingannare sì quelli che per un mal inteso amore di libertà vorrebbono introdurre l’anarchia,  come  coloro  che  amerebbero  ridurre  gli  uomini  ad  una  claustrale regolarità. Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell’onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato dalle leggi di fare, o non fare, in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perchè più dannosi, son quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l’ignoranza, che confondono i vocaboli e le idee più chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima pena, a’ delitti di differente natura, e rendere così gli uomini, come in mille altre occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benchè privato, offende la società, ma ogni delitto non ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche, hanno la loro sfera limitata di attività e sono diversamente circonscritte, come tutti i movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e però la sola cavillosa interpetrazione, che è per l’ordinario la filosofia della schiavitù, può confondere ciò che dall’eterna verità fu con immutabili rapporti distinto.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Egli è adunque di gran lunga più facile una calunnia sulle parole che sulle azioni di un uomo, poichè di queste, quanto maggior numero di circostanze si adducono in prova, tanto maggiori mezzi si somministrano al reo per giustificarsi.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Del fisco Fu già un tempo nel quale quasi tutte le pene erano pecuniarie. I delitti degli uomini erano il patrimonio del principe. Gli attentati contro la pubblica sicurezza erano un oggetto di lusso. Chi era destinato a difenderla aveva interesse di vederla offesa. L’oggetto delle pene era dunque una lite tra il fisco (l’esattore di queste pene) ed il reo; un affare civile, contenzioso, privato piuttosto che pubblico, che dava al fisco altri diritti che quelli somministrati  dalla  pubblica  difesa  ed  al  reo  altri  torti  che  quelli  in  cui  era caduto, per la necessità dell’esempio. Il giudice era dunque un avvocato del fisco piuttosto che un indifferente ricercatore del vero, un agente dell’erario fiscale anzi che il protettore ed il ministro delle leggi. Ma siccome in questo sistema il confessarsi delinquente era un confessarsi debitore verso il fisco, il che era lo scopo delle procedure criminali d’allora, così la confessione del delitto,  e  confessione  combinata  in  maniera  che  favorisse  e  non  facesse torto alle ragioni fiscali, divenne ed è tuttora (gli effetti continuando sempre moltissimo dopo le cagioni) il centro intorno a cui si aggirano tutti gli ordigni criminali. Senz’essa un reo convinto da prove indubitate avrà una pena minore della stabilita, senz’essa non soffrirà la tortura sopra altri delitti della medesima specie che possa aver commessi. Con questa il giudice s’impadronisce del corpo di un reo e lo strazia con metodiche formalità, per cavarne  come  da  un  fondo  acquistato  tutto  il  profitto  che  può.  Provata l’esistenza del delitto, la confessione fa una prova convincente, e per rendere questa prova meno sospetta cogli spasimi e colla disperazione del dolore a forza si esige nel medesimo tempo che una confessione stragiudiziale tranquilla, indifferente, senza i prepotenti timori di un tormentoso giudizio, non basta alla condanna. Si escludono le ricerche e le prove che rischiarano il fatto, ma che indeboliscono le ragioni del fisco; non è in favore della miseria e della debolezza che si risparmiano qualche volta i tormenti ai rei, ma in favore delle ragioni che potrebbe perdere quest’ente ora immaginario ed inconcepibile. Il giudice diviene nemico del reo, di un uomo incatenato, dato in preda allo squallore, ai tormenti, all’avvenire il più terribile; non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede  di  perdere  se  non  vi  riesce,  e  di  far  torto  a  quella  infallibilità  che l’uomo s’arroga in tutte le cose. Gl’indizi alla cattura sono in potere del giudice; perchè uno si provi innocente deve esser prima dichiarato reo: ciò chiamasi  fare un  processo  offensivo,  e  tali  sono  quasi  in  ogni  luogo  della
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
Dello spirito di famiglia Queste funeste ed autorizzate ingiustizie furono approvate dagli uomini anche più illuminati, ed esercitate dalle repubbliche più libere, per aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini. Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che la rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini  e  ottanta  mila  schiavi;  se  l’associazione  è  di  uomini,  vi  saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono; nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della felicità o della miseria degli uomini. Nel primo caso, come le leggi ed i costumi sono l’effetto dei sentimenti abituali dei membri della repubblica, o sia dei capi della famiglia, lo spirito monarchico s’introdurrà a poco a poco nella repubblica medesima; e i di lui effetti saranno frenati soltanto dagl’interessi opposti di ciascuno, ma non già da un sentimento spirante libertà ed uguaglianza. Lo spirito di famiglia è uno spirito di dettaglio e limitato a’ piccoli fatti. Lo spirito regolatore delle repubbliche, padrone dei principii generali, vede i fatti e gli condensa nelle classi principali ed importanti al bene della maggior parte. Nella repubblica di famiglie i figli rimangono nella potestà del capo, finchè vive, e sono costretti ad aspettare dalla di lui morte una esistenza dipendente dalle sole leggi. Avezzi a piegare ed a temere nell’età più  verde  e  vigorosa,  quando  i  sentimenti  son  meno  modificati  da  quel timore di esperienza che chiamasi moderazione, come resisteranno essi agli ostacoli che il vizio sempre oppone alla virtù nella languida e cadente età, in cui anche la disperazione di vederne i frutti si oppone ai vigorosi cambiamenti? Quando  la  repubblica  è  di  uomini,  la  famiglia  non  è  una subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli, quando l’età gli trae dalla dipendenza di natura, che è quella della debolezza e del bisogno di educazione e di difesa, diventano liberi membri della città, e si assoggettano al capo di famiglia, per parteciparne i vantaggi, come gli uomini liberi nella grande società. Nel primo caso i figli, cioè la più gran parte e la più utile della nazione, sono alla discrezione dei padri, nel secondo non sussiste altro legame comandato che quel sacro ed inviolabile di somministrarci reciprocamente i necessari soccorsi, e quello della gratitudine per i benefici ricevuOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
rinfacci  la  poca  avvertenza  in  uno  accidente  così  principale,  ho  giudicato palesare quelle probabilità che lo renderebbero persuasibile, dato che la Terra si movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà, che se altre nazioni hanno navigato più, noi non abbiamo speculato meno, e che il rimettersi ad asserir la fermezza della Terra, e prender il contrario solamente per capriccio matematico, non nasce da non aver contezza di quant’altri ci abbia pensato, ma, quando altro non fusse, da quelle ragioni che la pietà, la religione, il conoscimento della divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell’ingegno umano, ci somministrano. Ho poi pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di  dialogo,  che,  per  non  esser  ristretto  alla  rigorosa  osservanza  delle  leggi matematiche, porge campo ancora a digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento. Mi trovai, molt’anni sono, più volte nella maravigliosa città di  Venezia in conversazione col signor Giovan Francesco Sagredo, illustrissimo di nascita, acutissimo d’ingegno. Venne là di Firenze il signor Filippo Salviati, nel quale il minore splendore era la chiarezza del sangue e la magnificenza delle ricchezze; sublime intelletto, che di niuna delizia più avidamente si nutriva, che di specolazioni esquisite. Con questi due mi trovai spesso a discorrer di queste materie, con l’intervento di un filosofo peripatetico, al quale pareva che niuna cosa ostasse maggiormente per l’intelligenza del vero, che la fama acquistata nell’interpretazioni Aristoteliche. Ora, poiché morte acerbissima ha, nel più bel sereno de gli anni loro, privato di quei due gran lumi Venezia e Firenze, ho risoluto prolungar, per quanto vagliono le mie debili forze, la vita alla fama loro sopra queste mie carte, introducendoli per interlocutori della presente controversia. Né mancherà il suo luogo al buon Peripatetico, al quale, pel soverchio affetto verso i comenti di Simplicio, è parso decente, senza esprimerne il nome, lasciarli quello del reverito scrittore. Gradiscano quelle due grand’anime, al cuor mio sempre venerabili, questo publico monumento del mio non mai morto amore, e con la memoria della loro eloquenza mi aiutino a spiegare alla posterità le promesse speculazioni. Erano casualmente occorsi (come interviene) varii discorsi alla spezzata tra questi signori, i quali avevano più tosto ne i loro ingegni accesa, che consolata, la sete dell’imparare: però fecero saggia risoluzione di trovarsi alcune giornate insieme, nelle quali, bandito ogni altro negozio, si attendesse a vagheggiare con più ordinate speculazioni le maraviglie di Dio nel cielo e nella terra. Fatta la radunanza nel palazzo dell’illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma però brevi, complimenti, il signor Salviati in questa maniera incominciò.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
in buon’ora non si dev’egli dire che sua naturale affezione è il restare immobile, più tosto che far suo naturale il moto all’ingiù, del qual moto egli già mai non si è mosso ned è per muoversi? E quanto al movimento per linea retta, lascisi che la natura se ne serva per ridur al suo tutto le particelle della terra, dell’acqua,dell’aria, e del fuoco, e di ogni altro corpo integrale mondano, quando alcuna di loro, per qualche caso, se ne trovasse separata, e però in luogo disordinato trasposta; se pure anco per far questa restituzione non si trovasse che qualche moto circolare fusse più accomodato. Parmi che  questa  primaria  posizione  risponda  molto  meglio,  dico  anco  in  via d’Aristotile medesimo, a tutte le altre conseguenze, che l’attribuire come intrinseco e natural principio de gli elementi i movimenti retti. Il che è manifesto:  perché  s’io  domanderò  al  Peripatetico,  se,  tenendo  egli  che  i corpi celesti sieno incorruttibili ed eterni, ei crede che ‘l globo terrestre non sia  tale,  ma  corruttibile  e  mortale,  sì  che  egli  abbia  a  venir  tempo  che, continuando suo essere e sue operazioni il Sole e la Luna e le altre stelle, la Terra non si ritrovi più al mondo, ma sia con tutto il resto de gli elementi destrutta e andata in niente, son sicuro che egli risponderà di no; adunque la corruzione e generazione è nelle parti, e non nel tutto, e nelle parti ben minime e superficiali, le quali son come insensibili in comparazion di tutta la mole: e perché Aristotile argumenta la generazione e corruzione dalla contrarietà de’ movimenti retti, lascinsi tali movimenti alle parti, che sole si alterano e corrompono, ed all’intero globo e sfera de gli elementi attribuiscasi o il moto circolare o una perpetua consistenza nel proprio luogo, affezioni che sole sono atte alla perpetuazione ed al mantenimento dell’ordine perfetto. Questo che si dice della terra, può dirsi con simil ragion del fuoco e della maggior parte dell’aria; a i quali elementi si son ridotti i Peripatetici ad assegnare per loro intrinseco e natural moto uno del quale mai non si sono mossi né sono per muoversi, e chiamar fuor della natura loro quel movimento del quale si muovono, si son mossi, e son per muoversi perpetuamente. Questo dico, perché assegnano all’aria ed al fuoco il moto all’insù, del quale già mai si è mosso alcuno de i detti elementi, ma solo qualche lor particella, e questa non per altro che per ridursi alla perfetta costituzione, mentre si trovava fuori del luogo suo naturale, ed all’incontro chiamano a lor preternaturale il moto circolare, del quale incessabilmente si muovono, scordatisi in certo modo di quello che più volte ha detto Aristotile, che nessun violento può durar lungo tempo. Simplicio A tutte queste cose abbiamo noi le risposte accomodatissime, le quali per ora  lascerò  da  parte  per  venire  alle  ragioni  più  particolari  ed  esperienze sensate, le quali finalmente devono anteporsi, come ben dice Aristotile, a quanto possa esserci somministrato dall’umano discorso.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
moto naturale dependente da principio intrinseco; altrimenti essendo che il movente, come movente, è causa, e ‘l mosso, come mosso, è effetto, il medesimo totalmente sarebbe causa ed effetto; adunque un corpo non muove tutto sé, cioè che tutto muova e tutto sia mosso, ma bisogna nella cosa mossa distinguere in qualche modo il principio efficiente della mozione e quello che di tal mozione si muove. La terza dignità è che, nelle cose suggette a i sensi, uno, in quanto uno, produce una cosa sola; cioè l’anima nell’animale  produce  ben  diverse  operazioni,  cioè  la  vista,  l’udito,  l’odorato,  la generazione, ma con istrumenti diversi: ed in somma si scorge, nelle cose sensibili le diverse operazioni derivar da diversità che sia nella causa. Ora, se si congiugneranno queste dignità, sarà cosa chiarissima che un corpo semplice, qual è la Terra, non si potrà di sua natura muover insieme di tre movimenti grandemente diversi. Imperocché, per le supposizioni fatte, tutta non muove sé tutta; bisogna dunque distinguere in lei tre principii di tre moti, altrimenti un principio medesimo produrrebbe più moti: ma contenendo in sé tre principii di moti naturali, oltre alla parte mossa, non sarà corpo semplice, ma composto di tre principii moventi e della parte mossa: se dunque la Terra è corpo semplice, non si moverà di tre moti. Anzi, pur non si moverà ella di alcuno di quelli che le attribuisce il Copernico, dovendosi muover d’un solo; essendo manifesto, per le ragioni di Aristotile, che ella si muove al suo centro, come mostrano le sue parti, che scendono ad angoli retti alla superficie sferica della Terra. Salviati Molte cose sarebbon da dirsi e da considerarsi intorno alla testura di questo argomento; ma già che noi lo possiamo in brevi parole risolvere, non voglio per ora senza necessità diffondermi, e tanto più, quanto la risposta mi vien dal medesimo autore somministrata, mentre egli dice nell’animale da un sol principio esser prodotte diverse operazioni: onde io per ora gli rispondo, con un simil modo da un sol principio derivare nella Terra diversi movimenti. A questa risposta non si quieterà punto l’autore dell’instanza, anzi vien pur ella totalmente atterrata da quello che ei soggiugne immediatamente per maggiore stabilimento dell’impugnazion fatta, sì come voisentirete. Corrobora, dico, l’argomento con altra dignità, che è questa: che la natura non manca,  né  soprabbonda,  nelle  cose  necessarie.  Questo  è  manifesto  a  gli osservatori  delle  cose  naturali  e  principalmente  degli  animali,  ne’  quali, perché dovevano muoversi di molti movimenti, la natura ha fatte loro molte flessure,  e  quivi  acconciamente  ha  legate  le  parti  per  il  moto,  come  alle ginocchia, a i fianchi, per il camminar de gli animali e per coricarsi a lor piacimento; in oltre nell’uomo ha fabbricate molte flessioni e snodature al gomito ed alla mano, per poter esercitar molti moti. Da queste cose si cava
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
La forma dell’argomentare mi par concludente, ma credo bene che l’applicazione o la materia sia diffettosa; e purché l’autore voglia persistere nel suo assunto, la conseguenza verrà senz’altro direttamente contro di lui. Il progresso dell’argomento ètale: Tra i corpi mondani, sei ce ne sono che perpetuamente si muovono, e sono i sei pianeti; de gli altri, cioè della Terra, del Sole  e  delle  stelle  fisse,  si  dubita  chi  di  loro  si  muova  e  chi  stia  fermo, essendo necessario che se la Terra sta ferma, il Sole e le stelle fisse si muovano, e potendo anch’essere che il Sole e le fisse stessero immobili, quando la Terra si muovesse; cercasi, in dubbio del fatto, a chi più convenientemente si possa attribuire il moto, ed a chi la quiete. Detta il natural discorso, che il moto debba stimarsi essere di chi più in genere ed in essenza conviene con quei corpi che indubitatamente si muovono, e la quiete di chi da i medesimi più dissente; ed essendo che un’eterna quiete e perpetuo moto sono  accidenti  diversissimi,  è  manifesto  che  la  natura  del  corpo  sempre mobile convien che sia diversissima dalla natura del sempre stabile; cerchiamo dunque, mentre stiamo ambigui del moto e della quiete, se per via di qualche altra rilevante condizione potessimo investigare chi più convenga con i corpi sicuramente mobili, o la Terra, o pure il Sole e le stelle fisse. Ma ecco la natura, favorevole al nostro bisogno e desiderio, ci somministra due condizioni insigni, e differenti non meno che ‘l moto e la quiete, e sono la luce e le tenebre, cioè l’esser per natura splendidissimo, e l’esser oscuro e privo di ogni luce. Son dunque diversissimi d’essenza i corpi ornati d’un interno ed eterno splendore, da i corpi privi d’ogni luce: priva di luce è la Terra; splendidissimo per se stesso è il Sole, e non meno le stelle fisse; i sei pianeti mobili mancano totalmente di luce, come la Terra; adunque l’essenza loro convien con la Terra, e dissente dal Sole e dalle stelle fisse: mobile dunque è la Terra, immobile il Sole e la sfera stellata. Ma l’autore non concederà che i sei pianeti sien tenebrosi, e su tal negativa si terrà saldo, o vero egli argomenterà la conformità grande di natura tra’ sei pianeti e il Sole e le stelle fisse, e la difformità tra questi e la Terra, da altre condizioni  che  dalle  tenebre  e  dalla  luce;  anzi,  or  ch’io  m’accorgo, nell’instanza quinta, che segue, ci è posta la disparità somma tra la Terra e i corpi celesti: nella quale egli scrive, che gran confusione e intorbidamento sarebbe nel sistema dell’universo e tra le sue parti secondo l’ipotesi del Copernico; imperocché tra corpi celesti immutabili ed incorruttibili, secondo Aristotile e Ticone ed altri, tra corpi, dico, di tanta nobiltà, per confessione di ognuno e dell’istesso Copernico, che afferma quelli esser ordinati e disposti in un’ottima costituzione, e che da quelli rimuove ogni inconstanza di  virtù,  tra  corpi,  dico,  tanto  puri,  cioè  tra  Venere  e  Marte,  collocar  la sentina di tutte le materie corruttibili, cioè la Terra, l’acqua, l’aria e tutti i
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
rare e ricercare, almeno quanto si poteva per umani discorsi conseguire in cotal materia, intermesse per alcun tempo (occupato in altri studii) le continuate osservazioni, e solo per compiacere a qualche amico, faceva seco tal volta alcuna osservazione alla spezzata; sin che incontratosi meco, doppo alcuni anni, essendo noi nella mia villa delle Selve, in una delle solari macchie solitaria, assai grande e densa, invitati anco da una chiarissima e continuata serenità di cielo, si fecero a mia richiesta osservazioni di tutto il transito di quella, appuntando diligentemente sopra la carta i luoghi di giorno in giorno, nell’ora che il Sole si trovava nel meridiano; ed accortici come il viaggio suo non era altrimenti per linea retta, ma alquanto incurvata, venimmo in pensiero di fare altre osservazioni di tempo in tempo: alla quale impresa gagliardamente ci stimulò un concetto che repentinamente cascò in mente all’ospite mio, e con tali parole mel conferì: “Filippo, a gran conseguenza mi par che ci si apra la strada. Imperocché, se l’asse intorno al quale si rivolge il Sole non è eretto perpendicolarmente al piano dell’eclittica, ma sopra di quello è inclinato, come il pur ora osservato passaggio incurvato mi accenna, tal coniettura avremo degli stati del Sole e della Terra, quale né sì ferma né sì concludente da verun altro rincontro non ne è sin qui stata somministrata”. Io, risvegliato da sì alta promessa, gli feci instanza acciò apertamente mi scoprisse il suo concetto. Ed egli: “Quando il moto annuo sia della Terra per l’eclittica intorno al Sole, e che il Sole sia costituito nel centro di essa eclittica, ed in quello si volga in se stesso non intorno all’asse di essa eclittica (che sarebbe l’asse del movimento annuo della Terra), ma sopra uno inclinato, strane mutazioni converrà che a noi si rappresentino ne i movimenti apparenti delle macchie solari, quando ben si ponga tale asse del Sole persister perpetuamente ed immutabilmente nella medesima inclinazione ed in una medesima direzione verso l’istesso punto dell’universo. Imperocché, camminandogli intorno il globo terrestre al moto annuo, primieramente converrà che a noi, portati da quello, i passaggi delle macchie ben talvolta appariscano fatti per linee rette, ma questo due volte l’anno solamente, ed in tutti gli altri tempi si mostreranno fatti per archi sensibilmente incurvati. Secondariamente, la curvità di tali archi per una metà dell’anno ci apparirà inclinata al contrario di quello che si scorgerà nell’altra metà; cioè per sei mesi il convesso de gli archi sarà verso la parte superiore  del  disco  solare,  e  per  gli  altri  6  mesi  verso  l’inferiore.  Terzo, cominciando  ad  apparire,e,  per  così  dire,  a  nascere,  all’occhio  nostro  le
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
soggetto. Faccio dunque tutto questo, non lodo i secoli antichi, non affermo che quella vita e quei pensieri e quegli uomini fossero migliori dei presenti, so che questi discorsi oggi s’hanno per vecchi e passati d’usanza, lascio ch’altri giudichi  a  sua  voglia  delle  cose  ch’io  potrei  dire;  sieno  sogni  di  fantasie disprezzatrici del presente e vaghe del lontano. Solamente dico che quella era natura e questa non è; che l’ufficio del poeta è imitar la natura, la quale non si cambia né incivilisce; che quando la natura combatte colla ragione, e forza che il poeta o lasci la ragione, o insieme colla natura, l’ufficio e il nome di poeta; che questi può ingannare, e per tanto deve coll’arte sua quasi trasportarci  in  quei  primi  tempi,  e  quella  natura  che  ci  è  sparita  dagli  occhi, ricondurcela avanti, o più tosto svelarcela ancora presente e bella come in principio, e farcela vedere e sentire, e cagionarci quei diletti soprumani di cui pressoché tutto, salvo il desiderio, abbiamo perduto, onde sia presentemente l’ufficio suo, non solamente imitar la natura, ma anche manifestarla, non solamente dilettarci la fantasia, ma liberarcela dalle angustie, non solamente somministrare, ma sostituire; dico che chiamare la poesia dal primitivo al moderno, è lo stesso che sviarla dall’ufficio suo, volerla spogliare di quel sovrano diletto ch’è suo proprio, tirarla dalla natura all’incivilimento. Ma questo né più né meno vogliono i romantici, e conveniva bene che questo tempo, dopo averci snaturati indicibilmente tutti, proccurasse in fine di snaturare la poesia, ch’era l’ultimo quasi rifugio della natura, e d’impedire agli uomini ogni diletto ogni ricordanza della prima condizione, e negasse il nome di poeta a chiunque verseggiando non esprimesse i costumi moderni e lo spegnimento dei primitivi e la corruzione degli uomini. Perché in somma una delle principalissime differenze tra i poeti romantici e i nostri, nella quale si riducono e contengono infinite altre, consiste in questo: che i nostri cantano in genere più che possono la natura, e i romantici più che possono l’incivilimento, quelli le cose e le forme e le bellezze eterne e immutabili, e questi le transitorie e mutabili, quelli le opere di Dio, e questi le opere degli uomini. La qual differenza e riluce abbondantemente nei soggetti e nelle descrizioni e nelle immagini e in tutta la suppellettile e il modo e l’elocuzione poetica, e in tutto il complesso della poesia, ed è chiara, fra le altre cose, per portare un esempio pratico, nelle similitudini, le quali i nostri proccurano comunemente di pigliare dalle cose naturali, onde avviene che quelle presso loro sveglino ad ogni poco nella fantasia de’ lettori mille squisitissime immagini con maraviglioso diletto, ed è stato già notato che le similitudini de’
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
allacciare gli animi alla vita: imperciocché gl’infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la natura dell’uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo. Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituì di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora, non tanto gl’infelici, ma quelli eziandio che l’avessero in maggiore abbominio, e che fossero più disposti a fuggirla. E per escludere la passata oziosità, indusse nel genere umano il bisogno e l’appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì alcuni popoli, e particolarmente quelli di California. Assegnò ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e similmente alle parti dell’anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e piacevole in modo, che gli uomini non avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l’innanzi furono costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo. Impose a Mercurio che fondasse le prime città, e distinguesse il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro; e che mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che sì per la natura e sì per l’origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine. Esso medesimo diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria,  Amor  patrio  e  con  altri  sì  fatti  nomi.  Tra  i  quali  fantasmi  fu medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo primieramente, siccome anco gli altri, venne in terra: perciocché innanzi all’uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidità, non dissimile negli uomini di allora da quello che fu di ogni tempo nei bruti, spingeva l’un sesso verso l’altro, nella guisa che è tratto ciascuno ai cibi e a simili oggetti i quali non si amano veramente, ma si appetiscono.
Operette morali di Giacomo Leopardi
che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono. Natura Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.  Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza, e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Operette morali di Giacomo Leopardi
Vede pallido il Tago insu la riva non men ricchi sputar vomiti d’oro e trar groppi di gel nel’onda viva il Reno e l’Istro e ‘l Rodano sonoro; di salce il Mincio, l’Adige d’oliva, l’Arno alpar del Peneo cinto d’alloro, di pampini il Meandro e d’edre l’Ebro e d’auree palme incoronato il Tebro. Vede di verdi pioppe ombrar le corna l’Eridano superbo e trionfale, ch’ove il rettor del pelago soggiorna vien dal’Alpi a votar l’urna reale e mercé de’ suoi duci il ciglio adorna di splendor glorioso ed immortale, onde quel ch’è nel ciel, di lume agguaglia e con fronte di luna il sole abbaglia. Poi di grido minor ne vede molti che con rami divisi in varie parti per l’Italia felice errano sciolti, del gran padre Appennin concetti e parti e, quai di canna e quai di mirto avolti le tempie e quai di rosa ornati e sparti, somministran con l’acque in lunga schiera sempiterno alimento a primavera. Tra questi, umil figliuol del bel Tirreno, il mio Sebeto ancor l’acque confonde, picciolo sì, ma di delizie pieno, quanto ricco d’onor, povero d’onde. - Giriti intorno il ciel sempre sereno, né sfiori aspra stagion le belle sponde, né mai la luce del tuo vivo argento turbi con sozzo piè fetido armento.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Risponde: - O degna dea dela beltate, imperadrice d’ogni nobil petto, canterò, scriverò, se voi mi date vena corrispondente al bel suggetto. Da voi viemmi lo stile e voi levate sovra sestesso il debile intelletto, poiché la cetra mia rauca e discorde s’ha de’ lacci d’Amor fatte le corde. Questo cor che si strugge a poco a poco languendo di dolcissima ferita, la mercé vostra, in ogni tempo e loco sarà fonte d’amor più che di vita, somministrando al suo celeste foco, nele pene beato, esca infinita; con tal piacer per la beltà ch’adoro sperando vivo e sospirando moro. Nacque nel nascer mio, né fia ch’estinto manchi per volger d’anni ardor sì caro. Quelle catene ond’io son preso e cinto insieme con le fasce mi legaro. Que’ lini istessi, in ch’io fui prima avinto, la piaga del mio petto anco fasciaro; lavato apena dal materno bagno, fui lavato dal pianto onde mi lagno. Amor fu mio maestro, appresi amando a scriver poscia ed a cantar d’amore. Di duo furori acceso arsi penando, l’un mi scaldò la mente e l’altro il core, l’uno insegnommi a lagrimar cantando, l’altro a far le mie lagrime canore. Amor fè con la doglia amaro il pianto, Febo con l’armonia soave il canto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
La PRIGIONE. La prigionia d’Adone con tutti gli strazi che sopporta da Falsirena, ci fa scorgere gli effetti della superbia, quando per esser disprezzata entra in furore, e la vita tribulata del peccatore, quando addormentato nel vizio  ed  impigrito  nella  consuetudine,  si  lascia  legare  dalle  catene  delle pericolose  tentazioni.  Il  cangiarsi  in  uccello  è  mistero  della  leggerezza giovanile,  che,  vaneggiando,  non  ha  ne’  suoi  amorosi  pensieri  giamai fermezza.  La  fontana,  in  virtù  della  cui  acqua  egli  ritorna  al  suo  primo essere, allude alla divina grazia, laqual col mezzo della penitenza restituisce all’uomo la sua vera imagine, già contrafatta per lo peccato. Vulcano è simbolo di Satana, zoppo per la privazione d’ogni bene, brutto per la perdita de’ doni della grazia, abitatore di caverne per la stanza delle tenebre infernali, destinato all’essercizio del fuoco per lo ministerio delle fiamme eterne. L’uno, dopo  l’avere  incatenato  Adone,  cerca  d’ucciderlo;  e  l’altro,  dopo  l’aver sottoposto l’uomo alla sua tirannide procura intutto di dar morte all’anima. Senonché Mercurio, figura della celeste e vera sapienza, lo consiglia, l’aiuta e rende vane tutte quante le diaboliche insidie. La noce d’oro, ch’aperta somministra altrui lautissime mense, oltre l’esser simbolo della perfezzione e della bontà, vuol significare che l’oro si fa abondanza in qualsivoglia luogo, ancorché sterile, e che al ricco non manca da vivere morbidamente nelle penurie  maggiori.  L’Interesse  con  l’orecchie  asinili,  che  non  gode  della dolcezza dell’armonia, anzi l’aborre, ci rappresenta l’avarizia e l’ignoranza, che non si curano di poesie né si compiacciono di musiche. La trasformazione della fata e sue donzelle in bisce adombra l’abominevole condizione delle bellezze terrene e delle delizie temporali, lequali paiono altrui in vista belle, ma son piene di difformità e di veleno. Tenta la maga invan l’arti profane, poi schernir cerca Adon sott’altra forma; l’addormenta, l’inganna e lo trasforma; egli fugge, altri il segue, ella rimane.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
sua radice nel male, così il dolore è il principio dell’azione, e così l’uomo per sottrarsene lo affronta e abbraccia, sempre fuggendo dal maggior dolore, e sopportando la fatica, che pure è dolorosa, perché lo libera da’ dolori più forti. Infatti le nazioni che abitano un clima dolce, ove la terra facilmente somministra l’alimento, sono la sede dell’indolenza; e ne’ terreni più avari veggiamo gli uomini spinti ad un’attività abituale che forma nell’uomo quasi un bisogno di agire. Il regno della immaginazione sta nelle prime: questa s’alimenta co’ vaghi delirî d’una vacua esistenza. Ma il liceo delle scienze lo troverai presso le seconde; esse sono il risultato di sforzi continuati e combinati da un’energica industria. Se nelle prime per la generale mancanza di azione la società degli uomini dorme costantemente sotto il governo d’un despota, detronizzato talvolta in un momento di furiosa impazienza, e ben tosto seguito da un altro despota; nelle seconde la società sempre è in moto, e difficilmente persevera i secoli nel medesimo stato. I Persiani oggigiorno assomigliano più ai loro antenati del tempo di Ezechiello, di quello che noi abbiamo di somiglianza co’ nostri avi dello scorso secolo sì nelle usanze e fogge di vestire, alloggiare e cibarci, quanto nella serie istessa delle nostre idee. La poesia, l’eloquenza, le favole, i romanzi, i racconti esageratamente prodigiosi nascono per lo più ne’ climi caldi e molli, e ne’ paesi spontaneamente fecondi, perché sono questi i prodotti di una vita priva di cure e sedentaria: le matematiche sublimi, l’erudizione laboriosa, l’esatta critica, la giudiziosa e paziente osservazione delle cose fisiche o intellettuali sono effetti d’un moto contenzioso del nostro ingegno, il quale non affronta le difficoltà,  né  regge  a  superarle,  se  non  viene  incessantemente  punto  dal dolore, e perciò la loro sede trovasi ne’ climi più ingrati; e se talvolta ne spunta un raggio in più felice clima, ciò sarà come una banana o un ananas còlto in Europa per artificiali e separate cagioni domestiche non mai dipendenti dall’influenza generale e comune. Due pensatori del primo ordine hanno stabiliti opposti sistemi sull’indole delle nazioni; l’uno deriva tutto dal clima, l’altro deriva tutto dalla legislazione: il primo fa emanare tutto immediatamente dalla fisica; il secondo tutto dalle istituzioni morali. Bramo che gli uomini che hanno parte al destino dei popoli tengano la seconda opinione, poiché l’altra mi sembra tanto perniciosa nella politica, quanto nella privata morale la fatalità, Io però credo che il dolore è il principio motore dell’uomo; questo nasce e dal clima in cui l’uomo respira e dalla
Discorso sull indole del piacere e del dolore di Pietro Verri
verità tutti i secoli, e tutte le tirannidi, han fatto e faranno indubitabile fede; e con tutto ciò, in ogni secolo, in ogni tirannide, da tutti i popoli servi ella è stata e sarà pochissimo creduta, e meno sentita. Il tiranno, ancorchè d’indole buona sia egli, rende immediatamente cattivi tutti coloro che a lui si  avvicinano;  perchè  la  sua  sterminata  potenza,  di  cui  (benchè  non  ne abusi) mai non si spoglia, vie maggiormente riempie di timore coloro che più da presso la osservano: dal più temere nasce il più simulare; e dal simulare e tacere, l’esser pessimo e vile. Ma, dall’ambizione nella tirannide ne ridonda spesso all’ambizioso un potere illimitato non meno che quello del tiranno; e tale, che nessuna repubblica  mai,  a  nessuno  suo  cittadino,  nè  può  nè  vuole  compartirne  un  sì grande. Perciò pare ai molti scusabile colui, che essendo nato in servaggio, ardisce  pure  proporsi  un  così  alto  fine;  di  farsi  più  grande  che  lo  stesso tiranno, all’ombra della di lui imbecillità, o della di lui non curanza. Risponda ciascuno a questa obiezione, col domandare a se stesso: “Un’autorità ingiusta, illimitata, rapita, e precariamente esercitata sotto il nome d’un altro, ottener si può ella giammai, senza inganno? Può ella esercitarsi mai, senza nuocere a molti, e per lo meno ai concorrenti ad essa? Può ella finalmente mai conservarsi, senza frode crudeltà e prepotenza nessuna?” Si ambisce dunque l’autorità nelle repubbliche, perchè ella in chi l’acquista fa fede di molte virtù, e perch’ella presta largo campo ad accrescersi quell’individuo  la  propria  gloria  coll’util  di  tutti.  Si  ambisce  nelle  tirannidi, perchè  ella  vi  somministra  i  mezzi  di  soddisfare  alle  private  passioni;  di sterminatamente arricchire; di vendicare le ingiurie e di farne, senza timor di vendetta; di beneficare i più infami servigj; e di fare in somma tremare quei tanti che nacquero eguali, o superiori, a colui che la esercita. Nè si può in verun modo dubitare, che nella repubblica, e nella tirannide, gli ambiziosi non abbiano questi fra loro diversi disegni. Già prima di acquistare l’autorità il repubblicano benissimo sa che non potrà egli sempre serbarla; che non potrà abusarne, perchè dovrà dar conto di sè rigidissimo ai suoi eguali; e che l’averla acquistata è una prova che egli era migliore, o più atto da  ciò,  che  non  i  competitori  suoi.  Così,  nella  tirannide,  non  ignora  lo schiavo, che quella autorità ch’egli ambisce, non avrà nessun limite; ch’ella è perciò odiosissima a tutti; che lo abusarne è necessario per conservarla; che il ricercarla attesta la pessima indole del candidato; che l’ottenerla chiaramente dimostra ch’egli era tra i concorrenti tutti il più reo. Eppure codesti due ambiziosi, queste cose tutte sapendo già prima, senza punto arrestarsi Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
dunque,  vistosi  così  sbeffato  in  pubblico,  e  rivestito  per  forza  della  sua natural pelle d’asino, non osò pure apertamente far gran vendetta di me; non mi fece più lavorare per lui, e rimase frenato e fremente dalla vergogna che gli avrei potuta fare scoprendolo. Il che non feci pur mai: ma io rideva veramente di cuore nel sentire raccontare dagli altri come era accaduto il fatto del potebam nella scuola; nessuno però dubitava ch’io ci avessi avuto parte. Ed io verisimilmente era anche contenuto nei limiti della discrezione, da quella vista della mano alzatami sul capo, che mi rimaneva tuttora sugli occhi, e che doveva essere il naturale ricatto di tante palle mal impiegate per farsi vituperare. Onde io imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il mondo. Fra queste puerili insipide vicende, io spesso infermo, e sempre mal sano, avendo anche consumato quell’anno di Rettorica, chiamato poi al solito esame fui giudicato capace di entrare in Filosofia. Gli studi di codesta filosofia si facevano fuori dell’Accademia, nella vicina Università, dove si andava due volte il giorno; la mattina era la scuola di geometria; il giorno, quella di filosofia, o sia logica. Ed eccomi dunque in età di anni tredici scarsi diventato filosofo; del qual nome io mi gonfiava tanto più, che mi collocava già quasi nella classe detta dei grandi; oltre poi il piacevolissimo balocco dell’uscire di casa due volteil giorno; il che poi ci somministrava spesso l’occasione di fare delle scorsarelle per le strade della città così alla sfuggita, fingendo di uscire di scuola per qualche bisogno. Benché dunque io mi trovassi il più piccolo di tutti quei grandi fra quali era sceso nella galleria del Secondo Appartamento, quella mia inferiorità di statura, di età e  di  forze  mi  prestava  per  l’appunto  più  animo  ed  impegno  di  volermi distinguere. Ed in fatti da prima studiai quanto bisognava per figurare alle ripetizioni che si facevano poi in casa la sera dai nostri ripetitori accademici.  Io  rispondeva  ai  quesiti  quanto  altri,  e  anche  meglio  talvolta;  il  che doveva essere in me un semplice frutto di memoria, e non d’altro; perché a dir vero io certamente non intendeva nulla di quella filosofia pedantesca, insipida per se stessa, ed avviluppata poi nel latino, col quale mi bisognava tuttavia contrastare, e vincerlo alla meglio a forza di vocabolario. Di quella geometria,  di  cui  io  feci  il  corso  intero,  cioè  spiegati  i  primi  sei  libri  di Euclide, io non ho neppur mai intesa la quarta proposizione; come neppure la intendo adesso; avendo io sempre avuta la testa assolutamente antigeometrica. Quella scuola poi di filosofia peripatetica che si faceva il dopo pranzo, era una cosa da dormirvi in piedi. Ed in fatti, nella prima mezz’ora Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
mio affetto per lui era tiepidissima cosa; atteso che io di radissimo lo avea veduto, e sempre mostratomisi severo, e duretto, ma non però mai ingiusto.  Egli  era  un  uomo  stimabile  per  la  sua  rettitudine,  e  coraggio;  avea militato con distinzione; aveva un carattere scolpito e fortissimo, e le qualità necessarie al ben comandare. Ebbe anche fama di molto ingegno, alquanto però soffocato da una erudizione disordinata, copiosa e loquacissima, spettante la storia sì moderna che antica. Io non fui dunque molto afflitto di questa morte lontana dagli occhi, e già preveduta da tutti gli amici suoi, e mediante la quale io acquistava quasi pienamente la mia libertà, con tutto il sufficiente patrimonio paterno accresciuto anche dall’eredità non piccola di questo zio. Le leggi del Piemonte all’età dei quattordici anni liberano il pupillo dalla tutela, e lo sottopongono soltanto al curatore, che lasciandolo padrone  dell’entrate  sue  annuali,  non  gli  può  impedire  legalmente  altra cosa che l’alienazione degli stabili. Questo nuovo mio stato di padrone del mio in età di quattordici anni, mi innalzò dunque molto le corna, e mi fece con la fantasia spaziare assai per il vano. In quel frattempo mi era anche stato  tolto  il  servitore  aio  Andrea,  per  ordine  del  tutore;  e  giustamente, perché costui si era dato sfrenatamente alle donne, al vino, e alle risse, ed era  diventato  un  pessimo  soggetto  pel  troppo  ozio,  e  non  avere  chi  lo invigilasse. A me aveva sempre usato mali termini, e quando era briaco, cioè quattro, o cinque giorni per settimana, mi batteva per anche, e sempre poi mi maltrattava; e in quelle spessissime malattie ch’io andava facendo, egli, datomi da mangiare se n’andava, e mi lasciava chiuso in camera talvolta dal pranzo fino all’ora di cena; la qual cosa più d’ogni altra contribuiva a non farmi tornar sano, ed a triplicare in me quelle orribili malinconie che già avea sortite dal naturale mio temperamento. Eppure, chi ‘l crederebbe? piansi e sospirai per la perdita di codest’Andrea più e più settimane; e non mi potendo opporre a chi giustamente voleva licenziarlo, e me l’avea levato d’attorno, durai poi per più mesi ad andarlo io visitare ogni giovedì e domenica,  essendo  egli  inibito  di  porre  i  piedi  in  Accademia.  Io  mi  facea condurre a vederlo dal nuovo cameriere che mi aveano dato, uomo piuttosto grosso, ma buono e di dolcissima indole. Gli somministrai anche per del tempo dei danari, dandogliene quanto ne aveva, il che non era molto; finalmente poi essendosi egli collocato in servizio d’altri, ed io distratto dal tempo, e dalla mutazione di scena per me dopo la morte dello zio, non ci pensai poi più. Dovendomi nei seguenti anni render conto in me stesso
Vita di Vittorio Alfieri
In questa mia seconda dimora in Roma fui introdotto al papa, che era allora Clemente XIII, bel vecchio, e di una veneranda maestà; la quale, aggiunta alla magnificenza locale del palazzo di Montecavallo, fece sì che non mi cagionò punto ribrezzo la solita prosternazione e il bacio del piede, benché io avessi letta la storia ecclesiastica, e sapessi il giusto valore di quel piede. Per mezzo poi del predetto conte di Rivera, io intavolai e riuscii il mio terzo raggiro presso la corte paterna di Torino, per ottenere la permissione di un secondo anno di viaggi in cui destinava di vedere la Francia, l’Inghilterra  e  l’Olanda;  nomi  che  mi  suonavano  maraviglia  e  diletto  nella  mia giovinezza inesperta. E anche questo terzo raggiretto mi riuscì, onde, ottenuto quell’anno più, per tutto il 1768 in circa io mi trovava in piena libertà e certezza di poter correre il mondo. Ma nacque allora una piccola difficoltà, la quale mi contristò lungamente. Il mio curatore, col quale non si era mai  entrato  in  conti,  e  che  non  mi  avea  mai  fatto  vedere  in  chiaro  con esattezza quello ch’io m’avessi d’entrata; dandomi parole diverse ed ambigue, ed ora accordandomi danari, ora no; mi scrisse in quell’occasione dell’ottenuta permissione, che pel second’anno mi avrebbe somministrata una credenziale di millecinquecento zecchini, non me ne avendo dati che soli milleduecento pel primo viaggio. Questa sua intimazione mi sbigottì assai, senza però scoraggirmi. Udendo io sempre mentovare la gran carezza dei paesi oltramontani, mi riusciva assai dura cosa di dovermi trovare sprovvisto, e di esservi costretto a far delle triste figure. Per altra parte poi, io non miarrischiava di scrivere di buon inchiostro allo stitico curatore, perché a quel modo l’avrei subito avuto contrario; e m’avrebbe intuonato la parola re, la quale in Torino nei più interni affari domestici si suole sempre intrudere, fra il ceto dei nobili; e gli sarebbe stato facilissimo di divolgarmi per discolo e scialacquatore, e di farmi come tale richiamar subito in patria. Non feci dunque nessuna querela col curatore, ma presi in me la risoluzione di risparmiare quanti più danari potrei in quel primo viaggio dai milleduecento zecchini  già  assegnatimi,  per  così  accrescere  quanto  più  potrei  ai millecinquecento da esigersi, e che mi pareano scarsissimi per un anno di viaggi oltramontani. In questo modo io per la prima volta, da un giusto e piuttosto largo spendere, ristrettomi alla meschinità, provai un doloroso accesso  di  sordida  avarizia.  Ed  andò  questa  tant’oltre  che  non  solo  non andava più a visitare nessuna delle curiosità di Roma per non dare le mancie, ma anche al mio fidato e diletto Elia, procrastinandolo d’un giorno in un
Vita di Vittorio Alfieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Vittorio Alfieri   Vita   Parte prima - Epoca terza � cattivucci, e degli ottimi, degli ingegnosi, degli sciocchetti, e dei colti; onde da sì fatta mistura, che il caso la somministrò ottimamente temperata, risultava che io né vi potea, né avrei voluto potendolo, primeggiare in niun modo, ancorché avessi veduto più cose di loro. Quindi le leggi che vi si stabilirono  furono  discusse  e  non  già  dettate;  e  riuscirono  imparziali, egualissime, e giuste; a segno che un corpo di persone come eramo noi, tanto potea fondare una ben equilibrata repubblica, come una ben equilibrata buffoneria.La sorte e le circostanze vollero che si fabbricasse piuttosto questa che quella. Si era stabilito un ceppo assai ben capace, dalla di cui spaccatura superiore vi si introducevano scritti d’ogni specie, da leggersi poi dal presidente nostro elettivo ebdomadario, il quale tenea di esso ceppo la chiave. Fra quegli scritti se ne sentivano talvolta alcuni assai divertenti e bizzarri; se ne indovinavano per lo più gli autori, ma non portavano nome. Per nostra comune e più mia particolare sventura, quegli scritti erano tutti in (non dirò lingua), ma in parole francesi. Io ebbi la sorte d’introdurre varie carte nel ceppo, le quali divertirono assai la brigata; ed erano cose facete miste di filosofia e d’impertinenza, scritte in un francese che dovea essere almeno non buono, se pure non pessimo, ma riuscivano pure intelligibili  e  passabili  per  un  uditorio  che  non  era  più  dotto  di  me  in  quella lingua. E fra gli altri, uno ne introdussi, e tuttavia lo conservo, che fingeva la scena di un Giudizio Universale, in cui Dio domandando alle diverse anime un pieno conto di sé stesse, ci aveva rappresentate diverse persone che dipingevano i loro propri caratteri; e questo ebbe molto incontro perché era fatto con un qualche sale, e molta verità; talché le allusioni, e i ritratti vivissimi e lieti e variati di molti sì uomini che donne della nostra città, venivano riconosciuti e nominati immediatamente da tutto l’uditorio. Questo  piccolo  saggio  del  mio  poter  mettere  in  carta  le  mie  idee quali  ch’elle  fossero,  e  di  potere,  nel  farlo,  un  qualche  diletto  recare  ad altrui, mi andò poi di tempo in tempo saettando un qualche lampo confuso di desiderio e di speranza di scrivere quando che fosse qualcosa che potesse aver vita; ma non mi sapeva neppur io quale potrebbe mai essere la materia, vedendomi sprovvisto di quasi tutti i mezzi. Per natura mia prima prima, a nessuna altra cosa inclinava quanto alla satira, ed all’appiccicare il ridicolo sì alle cose che alle persone. Ma pure poi riflettendo e pesando, ancorché mi vi paresse dovervi aver forse qualche destrezza, non apprezzava io nell’intimo del cuore gran fatto questo sì fallace genere; il di cui buon esito,
Vita di Vittorio Alfieri
di allontanarmene. Il fanatismo ebdomadario di quel poco tempo ch’io mi vi trattenni, era allora il pallon volante; e vidi due delle prime e più felici esperienze  delle  due  sorti  di  esso,  l’uno  di  aria  rarefatta  ripieno;  l’altro, d’aria infiammabile ed entrambi portanti per aria due persone ciascuno. Spettacolo grandioso e mirabile; tema più assai poetico che storico, e scoperta, a cui per ottenere il titolo di sublime, altro non manca finora che la possibilità o verisimiglianza di essere adattata ad una qualche utilità. Giunto in Londra, non trascorsero otto giorni, ch’io cominciai a comprar dei cavalli; prima un di corsa, poi due di sella, poi un altro, poi sei da tiro, e successivamente  essendomene  o  andati  male  o  morti  vari  polledri, ricomprandone due per un che morisse, in tutto il marzo dell’anno ’84, me ne trovai rimanere quattordici. Questa rabidissima passione, che in me avea covato sotto cenere oramai quasi sei anni, mi si era per quella lunga privazione totale, o parziale, sì dispettosamente riaccesa nel cuore e nella fantasia, che recalcitrando contro gli ostacoli, e vedendo che di dieci compratine, cinque mi eran venuti meno in sì poco tempo, arrivai a quattordici; come pure a quattordici avea spinte le tragedie, non ne volendo da prima che sole dodici. Queste mi spossarono la mente; quelli la borsa; ma la divagazione dei molti cavalli mi restituì la salute e l’ardire di fare poi in appresso altre tragedie ed altr’opere. Furono dunque benissimo spesi quei molti danari,  poiché  ricomprai  anche  con  essi  il  mio  impeto  e  brio,  che  a  piedi languivano. Etanto più feci bene di buttar quei danari, poiché me li trovava aver sonanti. Dalla donazione in poi, avendo io vissuti i primi quasi tre anni con sordidezza, ed i tre ultimi con decente ma moderata spesa; mi ritrovava allora una buona somma di risparmio, tutti i frutti dei vitalizi di Francia, cui non avea mai toccati. Quei quattordici amici me ne consumarono gran parte nel farsi comprare e trasferire in Italia; ed il rimanente poi me ne consumarono in cinque anni consecutivi nel farsi mantenere; che usciti una volta dalla loro isola, non vollero più morire nessuno, ed io affezionatomi ad essi non ne volli vender nessuno. Incavallatomi dunque sì pomposamente, dolente nell’animo per la mia lontananza dalla sola motrice d’ogni mio savio ed alto operare, io non trattava né cercava mai nessuno; o me ne stava co’ miei cavalli, o scrivendo lettere su lettere su lettere. In questo modo passai circa quattro mesi in Londra; né alle tragedie pensava altrimenti che se non l’avessi né pure ideate mai. Soltanto mi si affacciava spesso fra me e me quel bizzarro rapporto di numeri fra esse e le mie bestie: e ridendo mi dicea: “Tu ti sei guadagnato un cavallo per ogni tragedia”; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 171 Vittorio Alfieri   Vita   Parte prima - Epoca quarta � f pensando ai cavalli che a suono di sferza ci somministrano i nostri Orbili pedagogi, quando facciamo nelle scuole una qualche trista composizione. Così vissi io vergognosamente in un ozio vilissimo per mesi e mesi; smettendo ogni dì più anche il leggere i soliti poeti, e insterilita anco affatto la vena delle rime; tal che in tutto il soggiorno di Londra non feci che un solo sonetto, e due poi al partire. Avviatomi nell’aprile con quella numerosa carovana, venni a Calais, poi a Parigi di nuovo, poi per Lione e Torino mi restituii in Siena. Ma molto è più facile e breve il dire per iscritto tal gita, che non l’eseguirla, con tante bestie. Io provava ogni giorno, ad ogni passo, e disturbi e amarezze, che troppo mi avvelenavano il piacere che avrei avuto della mia cavalleria. Ora questo tossiva, or quello non volea mangiare: l’uno azzoppiva, all’altro si gonfiavan le gambe, all’altro si sgretolavan gli zoccoli, e che so io; egli era un oceano continuo di guai, ed io n’era il primo martire. E  quel  passo  di  mare,  per  trasportarli  di  Douvres,  vedermeli  tutti  come pecore in branco posti per zavorra della nave, avviliti, sudicissimi da non più si distinguere neppure il bell’oro dei loro vistosi mantelli castagni; e tolte via alcune tavole che li facean da tetto, vederli poi in Calais, prima che si  sbarcassero,  servire  i  loro  dossi  di  tavole  ai  grossolani  marinai  che camminavan sopra di loro come se non fossero stati vivi corpi, ma una vile continuazione di pavimento; e poi vederli tratti per aria da una fune con le quattro gambe spenzolate, e quindi calati nel mare, perché stante la marea non poteva la nave approdare sino alla susseguente mattina; e se non si sbarcavano così quella sera, conveniva lasciarli poi tutta la notte in quella sì scomoda positura imbarcati; in somma vi patii pene continue di morte. Ma pure tanta fu la sollecitudine, e l’antivedere, e il rimediare, e l’ostinatamente sempre badarci da me, che fra tante vicende, e pericoli, ed incommoducci, li condussi senza malanni importanti tutti salvi a buon porto. Confesserò anche pel vero, che io passionatissimo su questo fatto, ci aveva anche posta una non meno stolta che stravagante vanità; talché quando in Amiens, in Parigi, in Lione, in Torino, ed altrove que’ miei cavalli erano trovatibelli dai conoscitori, io me ne rimpettiva e teneva come se li avessi fatti io. Ma la più ardua ed epica impresa mia con quella carovana fu il passo dell’Alpi tra Laneborgo, e la Novalesa. Molta fatica durai nel ben ordinare ed eseguire la marcia loro, affinché non succedesse disgrazia nessuna a bestie sì grosse, e piuttosto gravi, in una strettezza e malagevolezza sì grande di quei rompicolli di strade. E siccome assai mi compiacqui nell’or-
Vita di Vittorio Alfieri