soggiogare

[sog-gio-gà-re]
In sintesi
sottomettere, dominare
← lat. tardo subiugāre, comp. di b ‘sotto’ e iugāre ‘aggiogare’, deriv. di gum ‘giogo’.
1
Mettere, tenere sotto il proprio potere, il proprio dominio; sottomettere: s. un popolo, un paese SIN. assoggettare
2
fig. Ridurre in soggezione, dominare, sopraffare: era riuscita a soggiogarlo alla propria volontà, ai propri capricci; lo soggiogava con il solo sguardo || Reprimere: s. le passioni, gli istinti
3
ant., lett. Sovrastare, dominare

Citazioni
“E ancor lo domandate? E non ve l’ho detto? E dovevo dirvelo? Amare, figliuolo; amare e pregare. Allora avreste sentito che l’iniquità può aver bensì delle minacce da fare, de’ colpi da dare, ma non de’ comandi; avreste unito, secondo la legge di Dio, ciò che l’uomo voleva separare; avreste prestato a quegl’innocenti infelici il ministero che avevan ragione di richieder da voi: delle conseguenze sarebbe restato mallevadore Iddio, perché si sarebbe andati per la sua strada: avendone presa un’altra, ne restate mallevadore voi; e di quali conseguenze! Ma forse che tutti i ripari umani vi mancavano? forse che non era aperta alcuna via di scampo, quand’aveste voluto guardarvi d’intorno, pensarci, cercare? Ora voi potete sapere che que’ vostri poverini, quando fossero stati maritati, avrebbero pensato da sé al loro scampo, eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s’eran già disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, non vi venne in mente che alla fine avevate un superiore? Il quale, come mai avrebbe quest’autorità di riprendervi d’aver mancato al vostro ufizio, se non avesse anche l’obbligo d’aiutarvi ad adempirlo? Perché non avete pensato a informare il vostro vescovo dell’impedimento che un’infame violenza metteva all’esercizio del vostro ministero?” – I pareri di Perpetua! – pensava stizzosamente don Abbondio, a cui, in mezzo a que’ discorsi, ciò che stava più vivamente davanti, era l’immagine di que’ bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e sano, e, un giorno o l’altro, tornerebbe glorioso e trionfante, e arrabbiato. E benché quella dignità presente, quell’aspetto e quel linguaggio, lo facessero star confuso, e gl’incutessero un certo timore, era però un timore che non lo soggiogava affatto, né impediva al pensiero di ricalcitrare: perché c’era in quel pensiero, che, alla fin delle fini, il cardinale non adoprava né schioppo, né spada, né bravi. “Come non avete pensato,” proseguiva questo, “che, se a quegl’innocenti insidiati non fosse stato aperto altro rifugio, c’ero io, per accoglierli, per metterli in salvo quando voi me gli aveste indirizzati, indirizzati dei derelitti a un vescovo, come cosa sua, come parte preziosa, non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze? E in quanto a voi, io, sarei divenuto inquieto per voi; io, avrei dovuto non dormire, fin che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto un capello. Ch’io non avessi come, dove, mettere in sicuro la vostra vita? Ma quell’uomo che fu tanto ardito, credete voi che non gli si sarebbe scemato punto l’ardire, quando avesse saputo che le sue trame eran note fuor di qui, note a me, ch’io vegliavo, ed ero risoluto d’usare in vostra difesa tutti i mezzi che fossero in mia mano? Non sapevate che, se l’uomo promette
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli; questo è quello che poté il senno d’un uomo, contro la forza de’ tempi, e l’insistenza di molti. In quello stato d’opinioni, con l’idea del pericolo, confusa com’era allora, contrastata, ben lontana dall’evidenza che ci si trova ora, non è difficile a capire come le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse parte un po’ di debolezza della volontà, sono misteri del cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto l’errore all’intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti di que’ pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de’ quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Non trovo che il tribunale della sanità, né altri, facessero rimostranza né opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, a fine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d’uno scrittore, e d’uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento. Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
cattiva istituzione non s’applica da sé. Certo, non era un effetto necessario del credere all’efficacia dell’unzioni pestifere, il credere che Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera; come dell’esser la tortura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta soffrire a tutti gli accusati, né che tutti quelli a cui si faceva soffrire, fossero sentenziati colpevoli. Verità che può parere sciocca per troppa evidenza; ma non di rado le verità troppo evidenti, e che dovrebbero esser sottintese, sono in vece dimenticate; e dal non dimenticar questa dipende il giudicar rettamente quell’atroce giudizio. Noi  abbiam  cercato  di  metterla  in  luce,  di  far  vedere  che  que’  giudici condannaron degl’innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell’efficacia dell’unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti; e che anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com’ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia. Non vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all’ignoranza e alla tortura la parte loro in quell’orribile fatto: ne furono, la prima un’occasion deplorabile, l’altra un mezzo crudele e attivo, quantunque non l’unico certamente, né il principale. Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse? Dio solo ha potuto distinguere qual più, qual meno tra queste abbia dominato nel cuor di que’ giudici, e soggiogate le loro volontà: se la rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti; che aveva ricevuto una notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa; aveva detto: finalmente! e non voleva dire: siam da capo; la rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un’aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degl’innocenti, di voltar contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non men miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commetter l’ingiustizia. Dio solo ha potuto vedere se que’ magistrati, trovando i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva, furon più complici o ministri d’una moltitudine che, accecata, non
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
49 “O qual che tu ti sia, vergin sovrana, o ninfa o dea, ma dea m’assembri certo; se dea, forse se’ tu la mia Diana; se pur mortal, chi tu sia fammi certo, ché tua sembianza è fuor di guisa umana; né so già io qual sia tanto mio merto, qual dal cel grazia, qual sì amica stella, ch’io degno sia veder cosa sì bella”. 50 Volta la ninfa al suon delle parole, lampeggiò d’un sì dolce e vago riso, che i monti avre’ fatto ir, restare il sole: ché ben parve s’aprissi un paradiso. Poi formò voce fra perle e viole, tal ch’un marmo per mezzo avre’ diviso; soave, saggia e di dolceza piena, da innamorar non ch’altri una Sirena: 51 “Io non son qual tua mente invano auguria, non d’altar degna, non di pura vittima; ma là sovra Arno innella vostra Etruria sto soggiogata alla teda legittima; mia natal patria è nella aspra Liguria, sovra una costa alla riva marittima, ove fuor de’ gran massi indarno gemere si sente il fer Nettunno e irato fremere.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batté l’ali per la fronte; poi mi promise sicura l’andata. 100 Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte, si rompe del montar l’ardita foga per le scalee che si fero ad etade 105 ch’era sicuro il quaderno e la doga; così s’allenta la ripa che cade quivi ben ratta da l’altro girone; ma quinci e quindi l’alta pietra rade. Noi volgendo ivi le nostre persone, 110 ’Beati pauperes spiritu!’ voci cantaron sì, che nol diria sermone. Ahi quanto son diverse quelle foci da l’infernali! ché quivi per canti s’entra, e là giù per lamenti feroci. 115 Già montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo più lieve che per lo pian non mi parea davanti.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Purgatorio Tosto fur sovr’a noi, perché correndo si movea tutta quella turba magna; e due dinanzi gridavan piangendo: 100 “Maria corse con fretta a la montagna; e Cesare, per soggiogare Ilerda, punse Marsilia e poi corse in Ispagna”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Capitolo I Quando io incominciai propuosi di scrivere il vero delle cose certe che io vidi e udi’, però che furon cose notevoli, le quali ne’ loro principî nullo le vide certamente come io: e quelle che chiaramente non vidi, proposi di scrivere secondo udienza; e perché molti secondo le loro volontà corrotte trascorrono nel dire, e corrompono il vero, proposi di scrivere secondo la maggior  fama.  E  acciò  che  gli  strani  possano  meglio  intendere  le  cose advenute, dirò la forma della nobile città, la quale è nella provincia di Toscana, edificata sotto il segno di Marte, ricca e larga d’imperiale fiume d’acqua dolce il quale divide la città quasi per mezo, con temperata aria, guardata  da  nocivi  venti,  povera  di  terreno,  abondante  di  buoni  frutti,  con cittadini pro’ d’armi superbi e discordevoli, e ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta, per sua grandeza, dalle terre vicine, più che amata. Pisa è vicina a Firenze a miglia XL, Lucca a miglia XL, Pistoia a miglia XX, Bologna a miglia LVIII, Arezo a miglia XL, Siena a miglia XXX, San Miniato in verso Pisa a miglia XX, Prato verso Pistoia a miglia X, Monte Accienico verso Bologna a miglia XXII, Fighine verso Arezo a miglia XVI, Poggi Bonizi verso Siena a miglia XVI; tutte le predette terre con molte altre castella e ville; e da tutte le predette parti, sono molti nobili uomini conti e cattani, i quali l’amano piú in discordia che in pace, e ubidisconla piú per paura che per amore. La detta città di Firenze è molto bene popolata, e generativa per la buona aria; i cittadini bene costumati, e le donne molto belle e adorne; i casamenti bellissimi, pieni di molte bisognevoli arti, oltre all’altre città d’Italia. Per la quale cosa molti di lontani paesi la vengono  ad  vedere,  non  per  necessità,  ma  per  bontà  de’  mestieri  e  arti,  e  per belleza e ornamento della città. Capitolo II Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli; i quali,  per  loro  superbia  e  per  loro  malizia  e  per  gara  d’ufici,  ànno  così nobile  città  disfatta,  e  vituperate  le  leggi,  e  barattati  gli  onori  in  picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo ànno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro  male  siccome  a  colpevoli,  i  quali  erano  liberi  da  non  potere  esser soggiogati. Dopo molti antichi mali per le discordie de’ suoi cittadini ricevuti, una ne fu generata nella detta città, la quale divise tutti i suoi cittadini in tal
Cronica di Dino Compagni
Che dirò poi del candidetto seno, morbido letto del mio cor languente? ch’a’ bei riposi suoi, qualor vien meno, duo guanciali di gigli offre sovente? Di neve in vista e di pruine è pieno, ma nel’effetto è foco e fiamma ardente; e l’incendio, che ‘n lor si nutre e cria, le salamandre incenerir poria. Quand’ebbi quel miracolo mirato, dissi fra me, da me quasi diviso: “Sono in ciel? sono in terra? il ciel traslato è forse in terra? o cielo è quel bel viso? sì sì, son pur lassù, son pur beato tuttavia, come soglio, in paradiso. Veggio la gloria degli eterni dei; la bella madre mia non è costei? No che non è, vaneggio, il ver confesso, Venere da costei vinta è di molto. Ahi! che ‘l pregio ala madre a un punto istesso ed al figlio egualmente il core ha tolto. Chi può senza morir mirar l’eccesso di sì begli occhi, oimé! di sì bel volto, vadane ancora poi, vada e s’arrischi a mirar pur securo i basilischi. O macelli de’ cori, occhi spietati, di chi morir non pote anco omicidi, voi voi possenti a soggiogare i fati siate le sfere mie, siate i miei nidi. In voi l’arco ripongo e i dardi aurati; che se poi contro me saranno infidi, più cara, in tali stelle è la mia sorte, del’immortalità mi fia la morte”.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Beato mondo allor, mondo beato, cui tanta amico ciel gloria destina, beatissima Italia a cui fia dato per costor risarcir l’alta ruina e tornar trionfante al primo stato dele provincie universal reina. Sì dice e dela schiera ivi scolpita le generose imagini gli addita. - Ferma (dicea) la vista in quella parte dove il bianco corsier su ‘l rosso splende. Questo, seben feroce il fiero Marte ama, e foco guerrier nel petto accende, talor d’Apollo a vie più placid’arte inerme ancora e mansueto intende, ond’aprendo la vena a novi fonti fia che novo Pegaso il ciel sormonti. Sappi che fra que’ mostri onde s’adorna del sommo ciel la lucida testura, oltre il Pegaso altro destrier soggiorna adombrato però di luce oscura. Pur di segno minor, maggior ritorna sol per esser di questo ombra e figura; e le sue fosche e tenebrose stelle tempo verrà che saran chiare e belle. Né speri alcun giamai con sprone o verga domarlo a forza o maneggiarlo in corso, con dura sella premergli le terga o con tenace fren stringergli il morso. Spirito in lui sì generoso alberga ch’intolerante ha di vil soma il dorso. Chi crede averlo o soggiogato o vinto con fatal precipizio a terra è spinto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Sì sì gli è vero. Io mi tenea pur ora, pur or partissi, un garzon vago in grembo. Come già fece a Cefalo l’Aurora l’ascosi dianzi in nubiloso nembo. Che dico? Io mento, anzi l’ho meco ancora, tra le falde il ricopro e sotto il lembo. Aprimi il petto e cerca il cor nel centro; forse no credi? il troverai là dentro. In che miseri ceppi oimé ristretta m’ha quell’amor che teco mi congiunge, ch’io deggia ad ogni dubbio esser soggetta che ti move a volar così da lunge. Né la mia lealtà candida e netta di men gelosi stimuli ti punge che s’una mi fuss’io, non dico dea, meretrice vulgar, femina rea. Alcun’altra ha da te gioia e diletto, altra con scherzi e con sorrisi abbracci. Quando a me vien, divien poi campo il letto, m’atterrisci con gli occhi e mi minacci. Né con più torvo o più severo aspetto i più fieri nemici in guerra cacci di quelche fai talor chi non t’offende, la tua fedel ch’a compiacerti intende. Con qual pegno or più deggio o con qual prova dela mia fede assecurar costui, quando l’essermi ancor nulla mi giova tolta al mio sposo e soggiogata a lui? Crudel, fia dunque ver che non ti mova più l’amor mio che la perfidia altrui? fia ver che ‘n te più possa un van sospetto di quelche pur con man tocchi in effetto? LXXXVII LXXXVIII LXXXIX 606 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Veggio moversi i monti anco a’ miei versi, non ammollirsi un animato sasso. Talor de’ fiumi indietro il piè conversi, fermar non so d’un fuggitivo il passo. I mostri umiliai fieri e perversi, né d’un altier garzon l’animo abbasso. Da me l’inferno istesso è vinto e domo, né son possente a soggiogare un uomo. Semino in onda e fabrico in arena, persuado lo scoglio e prego il vento. Al’aspe egizzio ed ala tigre armena scopro la piaga mia, narro il tormento. Idol crudel, di cui mi lice apena sol la vista goder, di placar tento. Se far potesse a questa alcun riparo forse di questa ancor mi fora avaro. Pregando, amando, lagrimando, ahi folle, ottener l’impossibile credei. Far una selce impenetrabil molle più tosto che quel core io spererei. Quanto più foco in me vede che bolle, tanto schernisce più gli affanni miei. E pur volta ad amar bellezze ingrate di chi mi fa doler prendo pietate. Né per tante repulse io lascio ancora di correr dietro al’ostinate voglie. Ogni altra donna alfin che s’innamora sebene il morso al’onestà discioglie, pur sfogando il martir che l’addolora premio dela vergogna il piacer coglie. Io senza alcun diletto averne tolto sol dela propria infamia il frutto ho colto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Dicegli che bisogno ha che si guardi dale lusinghe sue qualor ragiona, ch’ogni fata ha per esche accenti e sguardi onde gli animi alletta e gl’imprigiona; ma dopo i vezzi perfidi e bugiardi sazia alfin gli schernisce e gli abbandona. Molti uccider ne suol, talun n’incanta, volto in fera, in augello, in sasso o in pianta. Soggiunge ancor che non dia punto fede ale solite sue leggiadre forme, poiché tutt’arte in lei quanto si vede e l’essere al parer non è conforme; e seben d’anni e di laidezza eccede qualunque fusse mai vecchia difforme, supplisce sì con l’artificio ch’ella ne viene a comparir giovane e bella, e che ciò fa perché vezzosa in vista d’alcun semplice amante il cor soggioghi, con cui, ché raro avien ch’altri resista, sua sfrenata libidine disfoghi. Ma se ‘l perduto anel giamai racquista, uscito fuor di que’ profondi luoghi, e con esso averrà ch’egli la tocchi, tosto del ver s’accorgeranno gli occhi. Finalmente lo slega e dela foglia dono gli fa che più del ferro è forte e l’ammaestra ancor come si scioglia quando allentar vorrà l’aspre ritorte. Seben fuggir non può fuor dela soglia, mentre il fiero guardian guarda le porte, basterà ben che quando altri nol miri, disgravato del peso, almen respiri.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Il trono mio dentro i tuoi lumi belli stassi e ‘l foco e lo stral che mi donasti. Non soggiogo con altro i cor rubelli, qui fondato è il mio regno e tanto basti. Non pianger più che non son occhi quelli degni d’esser dal pianto offesi e guasti. Si stilla in quell’umor l’anima mia, ch’altri pianga per te più dritto fia. Che fia di me, ch’i miei per sempre ho chiusi, se da te tanta grazia or non impetro? Romperò l’armi mie, se ciò ricusi, a piè di questo tragico feretro; seben son già tutti i miei strali ottusi e l’arco, ch’era d’or, fatto è di vetro, dela face l’ardor gela e s’ammorza ed io col pianger tuo perdo ogni forza. Lasso, si strugge il ciel, langue natura e vien quasi a mancar la stirpe nostra. Non vedi Febo che di nube oscura vela la fronte e pallido si mostra? Sviene ogni fiore e secca ogni verdura per questa già si lieta erbosa chiostra, poiché Favonio, che scherzar vi suole, per altri fiati respirar non vole. I dolenti augelletti o muti tutti taccion tra’ rami o fanno amari versi. Mira le tue colombe a tanti lutti com’hanno i baci lor rotti e dispersi; mira nela tua cuna i salsi flutti che par fremendo ancor voglian dolersi; e le belle unioni a te sì care divengon per dolor lagrime amare.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
per tutto s’avvide, veggendomi maravigliare e della sua beltade e della sua venuta quivi, con lieto viso e con voce più che la nostra assai soave, così verso me cominciò a parlare: —  O  giovine,  assai  più  che  alcuna  altra  mobile,  che  per  li  nuovi consigli della vecchia balia t’apparecchi di fare? Non conosci tu che essi sono molto più difficili a seguitare, che l’amore medesimo che disideri di fuggire? Non pensi tu quanto e quale e come importabile affanno essi ti servino? Tu, stoltissima, nuovamente nostra, per le parole d’una vecchia, non nostra farti disideri, sì come colei che ancora quali e quanti sieno i nostri diletti non sai. O poco savia, sostieni, e per le nostre parole riguarda se a te quello che al cielo e al mondo è bastato è assai. Quantunque Febo, surgente co’ chiari raggi di Gange, insino all’ora che nell’onde d’Esperia si tuffa con li lassi carri, alle sue fatiche dare requie, vede nel chiaro giorno, e ciò  che  tra  ’l  freddo  Arturo  e  ’l  rovente  polo  si  inchiude,  signoreggia  il nostro volante figliuolo senza alcuno niego. E ne’ cieli, non che egli sì come gli altri sia iddio, ma ancora vi è tanto più che gli altri potente, quanto alcuno non ve n’è che stato non sia per addietro vinto dalle sue armi. Questi,  con  dorate  piume  leggierissimo  in  un  momento  volando  per  li  suoi regni, tutti li visita, e il forte arco reggendo sovra il tirato nervo adatta le sue saette da noi fabbricate e temperate nelle nostre acque; e quando alcuno più degno che gli altri elegge al suo servigio, quello prestissimamente manda ove gli piace. Egli  commuove  le  ferocissime  fiamme  de’  giovini,  e  negli  stanchi vecchi richiama gli spenti calori, e con non conosciuto fuoco delle vergini infiamma li casti petti, parimente le maritate e le vedove riscaldando. Questi  con  le  sue  fiaccole  riscaldati  gl’iddii,  comandò  per  addietro  che  essi, lasciati li cieli, con falsi visi abitassero le terre. Or non fu Febo vincitore del gran  Fitone,  e  accordatore  delle  cetare  di  Parnaso,  più  volte  da  costui soggiogato, ora per Danne, ora per Climenés e quando per Leucotoe e per altre molte? Certo sì; e ultimamente, rinchiusa la sua gran luce sotto la vile forma d’un piccolo pastore, innamorato guardò gli armenti d’Ameto. Giove  medesimo,  il  quale  regge  il  cielo,  costrignendolo  costui,  si vestì  minor  forma  di  sé.  Egli  alcuna  volta  in  forma  di  candido  uccello movendo  l’ali  diede  voci  più  dolci  che  ’l  moriente  cigno;  e  altra  volta, divenuto giovenco e poste alla sua fronte corna, mugghiò per li campi, e i suoi dossi umiliò alli giuochi virginei, e per li fraterni regni con le fesse
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
passamento del popolo di Dio in Egitto di dietro a lui, e quello che qui operasse, e quanto i discendenti vi stessero, e sotto quale servitute mostrò aperto, infino alla natività di colui che, dell’acque ricolto, da Dio i dieci comandamenti della legge riceveo, da’ quali, quelle che noi oggi serviamo, tutte ebbero origine. E questo detto, seguì quanti e quali fossero i segni fatti nella presenza del crudo prencipe, che oltre al loro volere nella provincia d’Egitto gli tenea racchiusi. Né tacque come sotto la sua guida esso popolo, per dodici schiere passando il rosso mare, uscissero di quello con secco piede, avendo per pedoto la notte una colonna di fuoco e ’l giorno una nuvola, e similemente come, seguiti, gli avversari nelle rosse acque rimasero. Mostrò ancora quanta e quale fosse la vita loro nel diserto luogo, e come, morto il primo legista, sotto il governo di Iosué rientrarono in terra di promissione, e quivi con quali popoli avessero le già cominciate battaglie, dicendo loro ancora con quanta reverenza trovata fosse e servata e riportata l’arca santa. E come lo sciolto popolo si reggesse, e sotto quali giudici, e chi fra loro con divina bocca parlasse, e di che, disse, e come elli disiderasse re e fosse loro dato, narrò infino a David. Qui alla terza età pose fine e cominciò la quarta, le avversità di David e le sue opere tutte narrando, dicendo all’altre principali come Micol acquistasse, e quello che per Bersabè operasse, né tacque d’Ansalon come morisse e per che, né della mirabile forza di Sansone, né della scienza di Salamone, mostrando com’egli a Dio il gran tempio di Ierusalem avea edificato, e con questa l’altre sue operazione tutte. E per consequente de’ suoi discendenti e degli altri prencipi successori disse ciò che stato n’era e che operato aveano: e de’ profeti stati per li loro tempi, infino che alla trasmigrazione di Bambillonia pervenne. Quivi la quinta età cominciò, della quale a dire niuna cosa lasciò notabile, infino alle gloriose opere de’ Maccabei, le quali furono non poco da commendare. E con tutto che egli queste cose del popolo di Dio narrasse, non mise egli in oblio però le notabili cose state fatte per gli altri di fuori da quello, ma per i suoi tempi ogni cosa narrò. Egli mostrò come di Nebrot fosse disceso Belo,  primo  re  degli  Assiri,  il  cui  figliuolo  Nino  era  stato  primo prevaricatore de’ patrimoniali termini, con mano armata soggiogandosi l’oriente. E disse ciò che Semiramis avea già fatto, e degli altri ancora successori ciò che vi fu notabile, e come per trentotto re, l’uno succedente all’altro, il reame era pervenuto a mano di Sardanapalo, il quale i bagni
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
messer Nepoleone degli Orsini dal Monte, cardinale, e diegli grandi privilegi e autoritadi: il quale si partì da Leone sopra Rodano, e passò i monti, e mandando a’ Fiorentini che voleva venire in Firenze per fare pace e concordia da loro e i loro usciti, e quegli che reggeano la città per sospetto di lui nol vollono ricevere; onde da capo gli riscomunicò, e confermò lo ’nterdetto, e andonne a la città di Bologna del mese di maggio, e volea somigliantemente pacificare i Bolognesi insieme, e rimettere in Bologna i loro usciti bianchi e ghibellini. Quegli che reggeano la terra, avendo preso sospetto di lui, perché  parea  che  favorasse  i  Bianchi  e’  Ghibellini,  e  per  sodducimento  de’ Fiorentini,  di  Bologna  villanamente  l’acommiataro,  minacciato  per  lo bargello de la persona se non votasse la terra. Il quale sanza indugio si partì, e andonne a la città d’Imola in Romagna, che si tenea per gli Bianchi e’ Ghibellini; e andandone per lo contado di Bologna, gli furono rubati e tolti molti de’ suoi arnesi e some; per la qual cosa il detto legato aspramente procedette contro a·lloro per iscomunica e interdetto de la terra, e privogli dello Studio, e scomunicò qualunque scolaio andasse allo Studio a Bologna. LXXXVI Come  i  Fiorentini  assediaro  e  ebbono  il  forte  castello  di  Monte  Accenico  e disfeciollo, e feciono fare la Scarperia. Nel detto anno, del mese di maggio, i Fiorentini andarono ad oste sopra ’l  castello  di  Monte  Accenico  in  Mugello,  e  puosonvi  l’assedio;  il  quale castello era de’ signori Ubaldini, e era molto bello e ricco, e fortissimo di sito e di doppie mura, però che·ll’avea loro fatto edeficare con grande spendio e diligenzia il cardinale Ottaviano loro consorto; nel quale castello s’erano ridotti gran parte degli Ubaldini, e quasi tutti i ribelli bianchi e ghibellini usciti di Firenze, e faceano guerra e soggiogavano tutto il Mugello e infino all’Uccellatoio. E al detto castello stette l’oste infino a l’agosto, gittandovi difici e faccendovi cave; ma tutto era invano, se non che gli Ubaldini tra·lloro vennero in discordia, e il lato di messer Ugolino da senno il patteggiaro co’ Fiorentini per mano di messer Geri Spini loro parente, e diedollo per promessa di XVm  fiorini d’oro, onde di gran parte n’ebbono male pagamento. E quegli che v’erano dentro l’abandonaro, e andarne sani e salvi; e ’l castello fue tutto abattuto e disfatto per gli Fiorentini, che non vi rimase casa né
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 875 880 885 890 895 900 905 Svelava il don dell’amoroso Mago: E quei sorpresi dall’immensa luce Cadeano ciechi e soggiogati a terra. Se alcun di Zoroastro, e d’Archimede Discepol sederà teco a la mensa, A lui ti volgi: seco lui ragiona; Suo linguaggio ne apprendi, e quello poi Quas’innato a te fosse, alto ripeti: Nè paventar quel che l’antica fama Narrò de’ suoi compagni. Oggi la diva Urania il crin compose: e gl’irti alunni Smarriti vergognosi balbettanti Trasse da le lor cave ove pur dianzi Col profondo silenzio e con la notte Tenean consiglio: indi le serve braccia Fornien di leve onnipotenti ond’alto Salisser poi piramidi, obelischi Ad eternar de’ popoli superbi I gravi casi: oppur con feri dicchi Stavan contro i gran letti; o di pignone Audace armati spaventosamente Cozzavan con la piena, e giù a traverso Spezzate, dissipate rovesciavano Le tetre corna, decima fatica D’Ercole invitto. Ora i selvaggi amici Urania incivilì: baldi e leggiadri Nel gran mondo li guida o tra ‘l clamore De’ frequenti convivj, oppur tra i vezzi De’ gabinetti ove a la docil Dama, E al saggio Cavalier mostran qual via Venere tenga; e in quante forme o quali Suo volto lucidissimo si cambj. Nè del Poeta temerai, che beffi Con satira indiscreta i detti tuoi; Nè che a maligne risa esponer osa Tuo talento immortal. Voi l’innalzaste All’alta mensa: e tra la vostra luce
Il Giorno di Giuseppe Parini
I Quale fu più cagione dello imperio che acquistarono i romani, o la virtù, o la fortuna. Molti  hanno  avuta  opinione,  ed  in  tra’  quali  Plutarco,  gravissimo scrittore, che ’l popolo romano nello acquistare lo imperio fosse più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed intra le altre ragioni che ne adduce, dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati più templi alla Fortuna che ad alcuno altro iddio. E pare che a questa opinione si accosti Livio;  perché  rade  volte  è  che  facci  parlare  ad  alcuno  Romano,  dove  ei racconti della virtù, che non vi aggiunga la fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcuno modo, né credo ancora si possa sostenere. Perché, se non si è trovata mai republica che abbi fatti i profitti che Roma, è nato che non si è trovata mai republica che sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perché la virtù degli eserciti gli fecero acquistare lo imperio; e l’ordine del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo latore delle leggi gli fece mantenere lo acquistato: come di sotto largamente in più discorsi si narrerà. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del Popolo romano; perché e’ non ebbero guerra con i Latini, se non quando egli ebbero, non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu fatta da’ Romani in defensione di quelli; non combatterono con i Toscani, se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed enervati con le spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di queste potenze intere si fossero, quando erano fresche, accozzate insieme, senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana Republica. Ma, comunque questa cosa  nascesse,  mai  non  intervenne  che  eglino  avessero  due  potentissime guerre in uno medesimo tempo: anzi parve sempre che, o, nel nascere dell’una, l’altra si spegnesse, o nello spegnersi dell’una, l’altra nascesse. Il che si può facilmente vedere per l’ordine delle guerre fatte da loro: perché, lasciando stare quelle che fecero prima che Roma fosse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gli Equi e con i Volsci, mai, mentre che questi popoli furono potenti, non scesero contro di loro altre genti. Domi costoro, nacque la guerra contro a’ Sanniti; e benché, innanzi che finisse tale guerra, i popoli latini si ribellassero da’ Romani; nondimeno,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
II Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come ostinatamente quegli difendevono la loro libertà. Nessuna cosa fe’ più faticoso a’ Romani superare i popoli d’intorno e parte delle provincie discosto, quanto lo amore che in quelli tempi molti popoli avevano alla libertà, la quale tanto ostinatamente difendevano, che mai se non da una eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati. Perché, per molti esempli si conosce a quali pericoli si mettessono per mantenere  o ricuperare quella; quali vendette ei facessono contro a coloro che l’avessero loro occupata. Conoscesi ancora nella lezione delle istorie, quali danni i popoli e le città ricevino per la servitù. E dove in questi tempi ci è solo una provincia, la quale si possa dire che abbi in sé città libere, ne’ tempi antichi in tutte le provincie erano assai popoli liberissimi.  Vedesi come in quelli tempi de’ quali noi parliamo al presente, in Italia, dall’Alpi che dividono ora la Toscana da Lombardia, infino alla punta d’Italia, erano tutti popoli liberi; come erano i Toscani, i Romani, i Sanniti, e molti altri popoli che in quel resto d’Italia abitavano. Né si ragiona mai che vi fusse alcuno re, fuora di quegli che regnorono in Roma, e Porsenna re di  Toscana; la stirpe del quale come si estinguesse, non ne parla la istoria. Ma si vede bene, come in quegli tempi che i Romani andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e tanto si godeva della sua libertà, e tanto odiava il nome del principe, che, avendo fatto i Veienti per loro difensione uno re in Veio, e domandando aiuto a’ Toscani contro a’ Romani, quegli, dopo molte consulte fatte, deliberarono di non dare aiuto a’ Veienti, infino a tanto che vivessono sotto il re; giudicando non essere bene difendere la patria di coloro che l’avevano di già  sottomessa  a  altrui.  E  facil  cosa  è  conoscere  donde  nasca  ne’  popoli questa affezione del vivere libero; perché si vede per esperienza, le cittadi non avere mai ampliato nè di dominio né di ricchezza, se non mentre sono state in libertà. E veramente maravigliosa cosa è a considerare, a quanta grandezza venne Atene per spazio di cento anni, poiché la si liberò dalla tirannide di Pisistrato. Ma sopra tutto maravigliosissima è a considerare a quanta grandezza venne Roma, poiché la si liberò da’ suoi Re. La ragione è facile  a  intendere;  perché  non  il  bene  particulare,  ma  il  bene  comune  è quello che fa grandi le città. E senza dubbio, questo bene comune non è osservato se non nelle republiche; perché tutto quello che fa a proposito
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
altro, se non per avere acquistato quel dominio che le non potevano tenere. Perché, pigliare cura di avere a governare città con violenza, massime quelle che fussono consuete a vivere libere, è una cosa difficile e faticosa. E se tu non sei armato, e grosso d’armi, non le puoi né comandare né reggere. Ed a volere essere così fatto, è necessario farsi compagni che ti aiutino, e ingrossare la tua città di popolo. E perché queste due città non fecero né l’uno né l’altro, il modo di procedere loro fu inutile. E perché Roma, la quale è nello  esemplo  del  secondo  modo,  fece  l’uno  e  l’altro,  però  salse  a  tanta eccessiva potenza. E perché la è stata sola a vivere così, è stata ancora sola a diventare tanto potente: perché, avendosi lei fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con equali leggi vivevano seco; e, dall’altro canto, come di Imperio ed il titolo del comandare, questi suoi compagni venivano, che non se ne avvedevano, con le fatiche e con il sangue loro a soggiogare sé stessi. Perché, come ei cominciarono a uscire con gli eserciti di Italia, e ridurre i regni in provincie, e farsi suggetti coloro che, per essere consueti a vivere sotto i re, non si curavano di essere suggetti, ed avendo governatori romani, ed essendo stati vinti da eserciti con il titolo romano, non riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che quegli compagni di Roma che erano in Italia, si trovarono in un tratto cinti da’ sudditi romani, ed oppressi da una grossissima città come era Roma; e quando ei s’avviddono dello inganno sotto il quale erano vissuti, non furono a tempo a rimediarvi; tanta autorità aveva presa Roma con le provincie esterne, e tanta forza si trovava in seno, avendo la sua città grossissima ed armatissima. E benché quelli suoi compagni, per vendicarsi delle ingiurie, le congiurassero contro, furono in poco tempo perditori della guerra, peggiorando le loro  condizioni;  perché,  di  compagni,  diventarono  ancora  loro  sudditi. Questo modo di procedere, come è detto, è stato solo osservato da’ Romani: né può tenere altro modo una republica che voglia ampliare; perché la esperienza non ce ne ha mostro nessuno più certo o più vero. Il modo preallegato delle leghe, come viverono i Toscani, gli Achei e gli  Etoli  e  come  oggi  vivono  i  Svizzeri  è,  dopo  a  quello  de’  Romani,  il migliore modo; perché, non si potendo con quello ampliare assai, ne séguita due beni; l’uno, che facilmente non ti tiri guerra a dosso; l’altro, che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La cagione del non potere ampliare è lo essere una republica disgiunta e posta in varie sedie: il che fa che difficilmente possono consultare e diliberare. Fa, ancora, che non sono desiderosi
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
705 Prega l’anime de’ principi d’Este che gradiscano le cose scritte da lui in lode loro. Alme, che già peregrinaste in terra sotto membra d’eroi vincendo i mostri e gli estrani purgando e i liti nostri e soggiogando aspri tiranni in guerra; 5 or che raccolte in ciel, che mai non erra, le fere ancor tra gli stellanti chiostri calcate, deh! che sembra a gli occhi vostri quest’imo globo e l’ocean che ‘l serra? Picciola cosa e vil, ch’in sé comprenda nulla di bel se non l’opre e i vestigi che l’ingegno immortal vi forma e stampa. Gradite dunque che devota lampa al vostro nome la mia fede accenda, né turbo tema, o Lete o laghi Stigi. 706 [Nel medesimo argomento.] Il gran dì de’ temuti alti giudici oggi non è che la celeste tromba desterà l’alme e sorgeran di tomba rifatti i corpi, o miseri o felici; 5 ma pur tra’ carmi e tra’ pietosi uffici la mia, qualunque ella è, chiaro rimbomba e tragge dal sepolcro; e, qual colomba od aquila, al ciel manda i nomi amici. Vola la fama loro inverso il sole e ‘l capo oltra le nubi innalza, e l’ali quinci a l’occaso stende e quindi a l’orto.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
743 A la medesima. Saggia Minerva mia, che ‘l fiero Marte, che forsennato pur vaneggia ed erra, freni a tua voglia e soggiogato in guerra spesso il rinchiudi in fosca e chiusa parte, 5 se, come suol, senza ragion, senz’arte ver me la spada furioso afferra, tu l’asta opponi e lui respinto a terra reprimi e calca; io vergherò le carte. O pur qual già sotto l’eccelse mura di Troia, contra lui, contra l’amante, Tidide tuo vittorioso festi, tal me, non di vil ferro o di diamante, ma di belle immortali arme celesti orna, affida, rinforza e rassicura. 744 A Guglielmo Gonzaga, duca di Mantova. Chiaro Guglielmo, io prigioniero ed egro languisco a piè del nobile Elicona e ‘n cima la bramata alta corona veggio, ma non però, lasso! m’allegro:
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
E tu, che ‘l mastro sei, l’aspra sua morte descrivi; ma qui scritta or vive anch’ella e la memoria sua conserva in terra. 824 Quel che Toscana soggiogò con l’armi e col senno fiorir l’arti più belle fece, e ‘l suo nome alzò sovra le stelle, par vivo ancor ne gli scolpiti marmi 5 e ne le colte prose e ne’ bei carmi e ne la propria e ne l’altrui favelle; ma con antico stil carte novelle or tu gli verghi, ove più vivo ei parmi. Com’egli fosse saggio e largo e giusto, e fortezza e pietà mostrasse unita e vincendo e regnando, in lor si legge, come assembrasse Cesare ed Augusto; e solamente egli ha più nobil vita nel cielo appresso a Lui che ‘l mondo regge. 825 Questa è vita di Cosmo, anzi del mondo, perch’un mondo fu Cosmo; e Giove e Marte e l’auree stelle in puro ciel cosparte fur le virtudi ond’ei non fu secondo: 5 la mente un sole, il senno un mar profondo, la terra il regno, e con mirabil arte tante cose raccogli in vive carte, e, quasi Atlante, ne sostieni il pondo. E quel che più l’onora e vi rimbomba e dà spirito e vita a’ dotti inchiostri, mentr’egli vola sì famoso intorno,
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
878 Nel medesimo argomento. Vinse Alessandro e soggiogò la terra nel fior de gli anni, e pur non fu contento: ché ‘l mar tentava e ‘l liquido elemento sperava ancor di superare in guerra; 5 nel breve spazio tu, che ‘l corpo serra, le voglie acqueti, e, se di vita spento l’uom solo ha posa, al cielo è sempre intento il tuo pensier che non vaneggia ed erra, novo Alessandro; e misurare ardisci altre acque colà suso ed altri mondi che non intese o imaginò l’antico; altri soggiorni cerchi e più giocondi ov’è colei che lodi e riverisci, allegra avendo vinto il gran nemico. 879 Loda la signora duchessa di Sora scherzando intorno al cognome di Sforza. In questa bianca fronte Amore scrisse le sante leggi come in dura pietra, col più lucido stral de la faretra, che non l’accese il petto o gliel trafisse:
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
ma l’onestate intorno al cor lo strinse in bel cristallo e la sua chiara face, mentre volle scaldarvi, Amor estinse. Duce gentil, d’alte virtù seguace, più gloria è superar chi tutti vinse che ‘l soggiogar Franchi e Germani e Traci.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
982 Sopra il ritratto del signor duca di Ferrara. Ecco il secondo Alfonso, e, se fra queste cose mortali appare a gli occhi nostri valor disceso da’ stellanti chiostri, non è chi più lo scopra o più lo deste. 5 Quanto aspetto real, quanto celeste splendor, quanta virtù par che dimostri! Né Bacco o Teseo o ‘l domator de’ mostri, né ‘l fiero Achille o quel ch’ancise Oreste, né chi già corse e soggiogò la terra meglio ritratto fu; né ‘n carte ‘n marmi si veggon più magnanimi sembianti; né Marte ancor ne la spietata guerra mosse con altra fronte il carro e l’armi, né Giove fulminò sovra i giganti. 983 Scrive al signor duca di Ferrara lodando parimente lui e la sua città. Signor, questa feconda e nobil terra non è del nome tuo confine angusto, né tra duo mari o dentro spazio angusto l’onore e ‘l pregio mai si stringe e serra: 5 perché dovunque gira ‘l sole ed erra, non pur dove regnò Numa ed Augusto, risuona co’ più chiari, e forte e giusto il mondo ti conosce in pace e ‘n guerra. Né regge alcun città più forte o bella, né più l’ornar giammai l’arti leggiadre, l’arme, i pregi, i trofei e l’opre eccelse.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Rime d'occasione o d'encomio   Libro terzo - Parte quinta 5 alcun dirà di te, veggendo scritto che frenato il desio, che l’ira hai doma: “Questi avanzò colui che serva Roma si fece e soggiogò Francia ed Egitto, perché vinse se stesso; e, se la sorte il poté mai privar d’altra vittoria, già non gli tolse il gran valor de l’alma, ma ‘l trovò sempre incontra sé più forte, tal che non diede altrui più chiara gloria dov’egli fosse o più famosa palma”.
Rime d occasione o d encomio - Parte 2 (libro 3) di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Rime d'occasione o d'encomio   Libro  quarto - Parte seconda 70 repente apparve ed improvviso assalse? Quei, benché fusse soggiogata e doma la barbarica terra e l’onde salse, ebber premio terren, corona e palma. Tu gloria eterna t’acquistasti a l’alma. E di mille trofei memoria appena riman senza vestigio in piaggia o ‘n monte o ‘n qualche solitaria inculta arena, tal che paventan Lete e Flegetonte; ma in parte più lucente e più serena, in cui non caggia il sole e non sormonte, i tuoi saranno ove il tuo duce avvampa, segnato ancor de la spietata stampa. Perch’ogni voglia a la ragion rubella, in guisa d’uom che miglior parte elegge, tu la rendesti ubbidiente ancella e la frenasti con severa legge: tal che d’ira o di sdegno atra procella non crollò l’alto imperio ov’ella regge, né di pronti desiri avida turba che ‘l seren de la mente anco perturba. Qual fondamenti di mirabil opra loca architetto in parte ima e profonda, poi dove s’erga al ciel, dove si copra di peregrini marmi orna e circonda, e tutto d’or lucente è quel di sopra, né di ricchezze men che d’arte abbonda, tale al tuo contemplare anco facesti sostegni d’opre e di costumi onesti.
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
100 a le promesse, ond’altrui a me fu parco: la mia salute e la tua grazia aspetto da la tua santa man, che lega e solve, pria che converso in polve sia questo grave mio tenace incarco. 105 Vedi c’ho già vicin l’ultimo varco; a chi non sa, di perdonare insegna, però grido: “Perdona a chi m’offese, ché la fraude coprir di falso amore è troppo grave errore; 110 quasi guerrier sotto mentita insegna, perdona mille scorni e mille offese, mille gelide invidie ed ire accese”. Né sol io da la grazia, io che mi pento, io, che l’offeso fui, rimanga escluso: 115 tante volte deluso quante pregai, quante sperai perdono; e mentre il mondo a la tua gloria intento, là ‘ve in sua vece il Re del ciel ti scelse mira l’opre tue eccelse, 120 rimbombi, come suol lucido tuono, la tua Clemenza e corra intorno il suono; e non pur l’oda il bel Sebeto e ‘l Tebro e l’Arno e ‘l gran Tirreno e ‘l mar che frange il Po turbato, e l’Appenino e l’Alpe; 125 ma lunge Abila e Calpe, Parnaso ed Ato ed Acheloo ed Ebro, Istro, Tamigi, Senna e Nilo e Gange, e ‘l mondo tutto aspra sentenza or cange. Voi, cui d’Italia il freno in mano ha posto 130 Fortuna, o regi, e voi ch’avete in guerra Soggiogata la terra, di gloria alteri e d’alta stirpe e d’armi, vizio è l’ira crudele e l’odio ascosto in magnanimo core; e d’uomo esangue 91 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
di queste armato e contra altrui superbo, non temo più di morte il fine acerbo. Ma penso: “Egli è pur vero che diva siete, e le man vostre a quelle somiglio onde lo spirto ignudo uscio, che ‘l sole e l’auree stelle crearo e ‘l più mirabil magistero, di cui sovvienci ancor ne l’alto oblio”. Così dico fra me: “Nel pensier mio due man leggiadre a meraviglia e pronte pon fare e nel mio core opre divine, e saran pur alfine (o ch’io nel duol vaneggio) illustri e conte, ed al lor grave pondo rendon l’anime erranti e peregrine; e da lor porta impresso il cor profondo ciel, sole e stelle e nuova idea del mondo. A più bel mondo ancora soglion mandar l’anime stanche e gravi da la prigione, ove già furo avvinte; così dolci le chiavi de l’ingegnoso cor volgon talora per liberar le soggiogate e vinte, e ‘nsieme ravvivar le faci estinte potriano ed ammorzar l’accesa fiamma; ma sino ad or mai de le menti accense favilla non si spense, anzi il lor gelo più soave infiamma, e ‘n sì divine tempre, che di terreno in lor non è pur dramma, felice ingegno, ove il pensier contempre quel che dovrà nel cielo arder mai sempre. Quante ricchezze unquanco avara man di Crasso o pur di Mida, quanto la terra o ‘l mar nasconde o serra,
Rime d occasione o d encomio - Parte 3 (libro 4) di Torquato Tasso
Del primo ministro Ad consulatum non nisi per Sejanum aditus: neque Sejani voluntas nisi scelere quaerebatur. E fra le più atroci calamità pubbliche, cagionate dall’ambizione nella tirannide,  si  dee,  come  atrocissima  e  massima,  reputar  la  persona  del  primo ministro, da me nel precedente capitolo soltanto accennata, e di cui credo importante ora, e necessarissimo, il discorrere a lungo. Questa fatal dignità altrettanto maggior lustro acquista a chi la possiede, quanto è maggiore la incapacità del tiranno, che la comparte. Ma siccome il  solo  favore  di  esso  la  crea;  siccome,  ad  un  tiranno  incapace  non  è  da presumersi che possa piacere pur mai un ministro illuminato e capace; ne risulta per lo più, che costui non meno inetto al governare che lo stesso tiranno, gli rassomiglia interamente nella impossibilità del ben fare, e di gran lunga lo supera nella capacità desiderio e necessità del far male. I tiranni d’Europa cedono a codesti loro primi ministri l’usufrutto di tutti i loro diritti; ma niuno ne vien loro accordato dai sudditi con maggiore estensione e in più supremo grado, che il giusto abborrimento di tutti. E questo abborrimento sta nella natura dell’uomo, che male può comportare, che altri, nato suo eguale, rapisca ed eserciti quella autorità caduta in sorte a chi egli crede nato suo maggiore: autorità, che per altre illegittime mani passando, viene a duplicare per lo meno la sua propria gravezza. Ma questo primo ministro, dal sapersi sommamente abborrito, ne viene egli pure ad abborrire altrui sommamente; ond’egli gastiga, e perseguita, e opprime, ed annichila chiunque l’ha offeso; chiunque può offenderlo; chiunque ne ha, o glie ne viene imputato, il pensiero; e chiunque finalmente, non ha la sorte di andargli a genio. Il primo ministro perciò facilmente persuade poi a quel tiranno di legno, di cui ha saputo farsi l’anima egli, che tutte le violenze e crudeltà ch’egli adopera per assicurare sè stesso, necessarie siano per assicurare il tiranno. Accade alle volte, che, o per capriccio, o per debolezza, o per timore, il tiranno ritoglie ad un tratto il favore e l’autorità al ministro; lo esiglia dalla sua presenza; e gli lascia, per singolare benignità, le predate ricchezze e la vita. Ma questa mutazione non è altro, che  un  aggravio  novello  al  misero  soggiogato  popolo.  Il  che  facilmente dimostrasi. Il ministro anteriore, benchè convinto di mille rapine, di mille inganni, di mille ingiustizie, non discade tuttavia quasi mai dalla sua dignità, se non in quel punto, ove un altro più accorto di lui gli ha saputo far Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Della religione Quella qualunque opinione che l’uomo si è fatta o lasciata fare da altri, circa alle cose che egli non intende, come sarebbero l’anima e la divinità; quell’opinione suol essere anch’essa per lo più uno dei saldissimi sostegni della tirannide. L’idea che dal volgo si ha del tiranno viene talmente a rassomigliarsi alla idea da quasi tutti i popoli falsamente concepita di un Dio, che se ne potrebbe indurre, il primo tiranno non essere stato (come supporre si suole) il più forte, ma bensì il più astuto conoscitore del cuore degli uomini; e quindi il primo a dar loro una idea, qual ch’ella si fosse, della divinità. Perciò, fra moltissimi popoli, dalla tirannide religiosa veniva creata  la  tirannide  civile;  spesso  si  sono  entrambe  riunite  in  un  ente  solo;  e quasi sempre si sono l’una l’altra ajutate. La religion pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli Dei; e col fare del cielo una quasi repubblica, e sottomettere  Giove stesso alle leggi del fato, e ad altri usi e privilegj della corte celeste; dovea essere, e fu in fatti, assai  favorevole  al  viver  libero.  La  giudaica,  e  quindi  la  cristiana  e maomettana, coll’ammettere un solo Dio, assoluto e terribile signor d’ogni cosa, doveano essere, e sono state, e sono tuttavia assai più favorevoli alla tirannide. Queste cose tutte, già dette da altri, tralascio come non mie; e proseguendo il mio tema, che della moderna tirannide in Europa principalissimamente tratta, non esaminerò tra le diverse religioni se non se la nostra, ed in quanto ella influisce su le nostre tirannidi. La cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per sè stessa favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero. A voler provare la prima di queste proposizioni, basterà, credo, il dimostrare che essa in nessun modo non induce, nè persuade, nè esorta gli uomini al viver liberi. Ed il primo, e principale incitamento ad un effetto così importante, dovrebbero pur gli uomini riceverlo dalla lor religione; poichè non vi è cosa che più li signoreggi; che maggiormente imprima in essi questa o quella opinione; e che maggiormente gli infiammi all’eseguire alte imprese. Ed in fatti, nella pagana antichità, i Giovi, gli Apollini, le Sibille, gli Oracoli, a gara tutti comandavano ai diversi popoli e l’amor della patria e la libertà. Ma la religion cristiana, nata in un popolo non libero, non guerriero, non illuminato, e già intieramente soggiogato dai sacerdoti, non comanda 36 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
La dottrina del PURGATORIO, cagione ad un tempo ed effetto della confessione, contribuisce non poco altresì ad invilire, impoverire, e quindi a rendere schiavi i cattolici popoli. Per redimere da codesta pena i loro padri ed avi, colla speranza di esserne poi redenti dai loro figli e nipoti, danno costoro ai preti non solamente il loro superfluo, ma anche talvolta il lor necessario. Quindi la sterminata ricchezza dei preti; e dalla loro ricchezza, la lor connivenza col tiranno; e da questa doppia congiura, la doppia universal servitù. Onde, di povero che suol essere in ogni qualunque governo il popolo, fatto poverissimo per questo mezzo di più nella tirannide cattolica, egli vi dee rimanere in tal modo avvilito, che non penserà nè ardirà mai tentare di farsi libero. I sacerdoti all’incontro, di poveri (benchè non mendici) che esser dovrebbero, fatti per mezzo di codesto lor purgatorio ricchissimi, e quindi moltiplicati e superbi, sono sempre in ogni governo inclinati, anzi sforzati da queste loro illegittime sterminate ricchezze, a collegarsi con gli oppressori del popolo, e a divenire essi stessi oppressori per conservarle. Dalla indissolubilità del MATRIMONIO FATTOSI SACRAMENTO, ne risultano palpabilmente quei tanti politici mali, che ogni giorno vediamo nelle nostre tirannidi: cattivi mariti, peggiori mogli, non buoni padri, e pessimi figli: e ciò tutto, perchè quella sforzata indissolubilità non ristringe i legami domestici; ma bensì, col perpetuarli senza addolcirli, interamente li corrompe e dissolve. E finalmente poi, siccome dall’essere i popoli cattolici sforzatamente perpetui conjugi, non sogliono esser essi fra loro nè mariti veri, nè mogli, nè padri; così, dall’essere i preti cattolici sforzatamente PERPETUI CELIBI, non sogliono mostrarsi nè fratelli, nè figli, nè cittadini; che per conoscere e praticare  virtuosamente  questi  tre  stati,  troppo  importa  il  conoscere  per esperienza l’appassionatissimo umano stato di padre e marito. Da queste fin qui addotte ragioni, mi pare che ne risulti chiaramente, (oltre la maggior ragione di tutte, che sono i fatti) che un popolo cattolico già soggiogato dalla tirannide, difficilissimamente può farsi libero, e rimanersi veramente cattolico. E per addurne un solo esempio, che troppi addurne potrei, nella ribellione delle Fiandre, quelle provincie povere, che non avendo impinguati i lor preti si erano potute far eretiche, rimasero libere; le grasse e ridondanti di frati, di abati, e di vescovi, rimasero cattoliche e serve. Vediamo ora, se un popolo che già si ritrovi libero e cattolico, si possa lungamente mantener l’uno e l’altro.
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Vittorio Alfieri   Della Tirannide   Libro primo � Che un popolo soggiogato da tanti e sì fatti politici errori, quanti ne importa il viver cattolico, possa essere politicamente libero, ella è cosa certamente molto difficile: ma, dove pure ei lo fosse, io credo che il conservarsi tale, sia cosa impossibile. Un popolo, che crede nella infallibile e illimitata autorità del papa, è già interamente disposto a credere in un tiranno, che con maggiori forze effettive e avvalorate dal suffragio e scomuniche di quel papa istesso, lo persuaderà, o sforzerà ad obbedire a lui solo nelle cose politiche, come già obbedisce al solo papa nelle religiose. Un popolo, che trema della Inquisizione, quanto più non dovrà egli tremare di quell’armi stesse che la Inquisizione avvalorano? Un popolo, che si confessa di cuore, può egli non essere sempre schiavo di chi può assolverlo o no? Dico di più; che dal ceto stesso dei sacerdoti, (ove un laico tiranno non vi fosse) ne insorgerebbe uno religioso ben tosto; o se da altra parte insorgesse un tiranno, lo approverebbero e seconderebbero i sacerdoti, sperandone il contraccambio da lui. Ed è cosa anche provata dai fatti; si veda perfino nelle semi–repubbliche italiane, i sacerdoti esservi saliti assai meno in ricchezza e in potenza, che nelle tirannidi espresse di un solo. Un popolo finalmente, che si spropria dell’aver suo, togliendolo a sè stesso, a’ suoi congiunti, e ai proprj suoi figli, per darlo ai sacerdoti celibi, diventerà coll’andar del tempo indubitabilmente così bisognoso e mendico, che egli sarà preda di chiunque lo vorrà conquistare, o far servo. Non so se al sacerdozio si debba la prima invenzione del trattare come cosa sacrosanta il politico impero, o se l’impero abbia ciò inventato in favore del sacerdozio. Questa reciproca e simulata idolatria, è certamente molto vetusta; e vediamo nell’antico testamento a vicenda sempre i re chiamar sacri i sacerdoti,  e  i  sacerdoti  i  re;  ma  da  nessuno  mai  dei  due  udiamo  chiamare,  o reputare mai sacri, gl’incontestabili naturali diritti di tutte le umane società. Il vero si è, che quasi tutti i popoli della terra sono stati, e sono (e saranno sempre,  pur  troppo!)  tolti  in  mezzo  da  queste  due  classi  di  uomini,  che sempre fra loro si sono andate vicendevolmente conoscendo inique, e che con tutto ciò si sono reciprocamente chiamate sacre: due classi, che dai popoli sono state spesso abborrite, alcuna volta svelate, e sempre pure adorate. È il vero altresì, che in questo nostro secolo i presenti cattolici poco credono nel papa; che pochissimo potere ha la inquisizion religiosa; che si confessano soltanto gl’idioti; che non si comprano oramai le indulgenze, se non dai ladri religiosi e volgari: ma, al papa, alla Inquisizione, alla confessione, e all’elemosine purgatoriali, in questo secolo, fra i presenti cattolici, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Della nobiltà Havvi una classe di gente, che fa prova e vanto di essere da molte generazioni illustre, ancorchè oziosa si rimanga ed inutile. Intitolasi nobiltà; e si dee, non meno che la classe dei sacerdoti, riguardare come uno dei maggiori ostacoli  al  viver  libero,  e  uno  dei  più  feroci  e  permanenti  sostegni  della tirannide. E benchè alcune repubbliche liberissime, e Roma tra le altre, avessero anch’elle in sè questo ceto, è da osservarsi, che già lo avevano quando dalla tirannide  sorgeano  a  libertà;  che  questo  ceto  era  pur  sempre  il  maggior fautore dei cacciati Tarquinj; che i Romani non accordarono d’allora in poi nobiltà, se non alla sola virtù; che la costanza tutta, e tutte le politiche virtù di quel popolo erano necessarie per impedire per tanti anni ai patrizj di assumere la tirannide; e che finalmente poi dopo una lunga e vana resistenza, era forza che il popolo credendo di abbattergli, ad essi pur soggiacesse. I Cesari in somma erano patrizj, che mascheratisi da Marii, fingendo di vendicare il popolo contra i nobili, amendue li soggiogarono. Dico dunque; che i nobili nelle repubbliche, ove essi vi siano prima ch’elle nascano, o tosto o tardi le distruggeranno, e faran serve; ancorchè non vi siano da prima più potenti che il popolo. Ma, in una repubblica, in cui nobili non vi siano, il popolo libero non dee mai creare nel proprio seno un sì fatale stromento di servitù, nè mai staccare dalla causa comune nessuno individuo, nè (molto meno) staccarne a perpetuità, nessuna intera classe di cittadini. Pure, per altra parte moltissimo giovando alla emulazione, e non poco alla miglior discussione dei pubblici affari, l’aver nella repubblica un ceto minore in numero, e maggiore in virtù al ceto di tutti, potrebbe un popolo libero a ciò provvedere col crearsi questo ceto egli stesso, e crearlo a vita od a tempo, ma non ereditario giammai; affinchè possano costoro operare nella repubblica quel tal bene che vi oprerebbe forse la nobiltà, senza poterne operare mai niuno dei mali, che ella tutto giorno pur vi opera. Natura dell’uomo si è, che quanto egli più ha, tanto desidera più, e tanto maggiormente in grado si trova di assumersi più. Al ceto dei nobili ereditarj, avendo essi la primazìa e le ricchezze, altro non manca se non la maggiore autorità, e quindi ad altro non pensano che ad usurparla. Per via della forza nol possono, perchè in numero si trovano pur sempre di tanto minori del popolo. Per arte dunque, per corruzione, e per fraude, tentano di usurparla. Ma, o fra loro tutti si accordano, e, per invidia l’uno dell’altro, rimanendo la usurpata autorità nelle mani di loro tutti, ecco allora creata la tiranniOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
Della moglie e prole nella tirannide Come in un mostruoso governo, dove niun uomo vive sicuro nè del suo, nè di sè stesso, ve ne siano pure alcuni che ardiscano scegliere una compagna della propria infelicità, e perpetuare ardiscano la propria e l’altrui servitù col procrearvi dei figli, difficil cosa è ad intendersi, ragionando ed impossibile parrebbe a credersi, se tutto dì nol vedessimo. Dovendone addur le ragioni, direi; che la natura, in ciò più possente ancora che non è la tirannide, spinge gl’individui ad abbracciar questo conjugale stato con una forza più efficace di quella con cui la tirannide da esso gli stoglie. E non volendo io ora distinguere se non in due soli ceti questi uomini soggiogati da un tale governo, cioè in poveri e ricchi; direi, che si ammogliano nella tirannide i ricchi, per una loro stolta persuasione che la stirpe loro, ancorchè inutilissima al mondo e spesso anche oscura, vi riesca nondimeno necessaria, e gran parte del di lui ornamento componga; i poveri, perchè nulla sanno, nulla pensano, e in nulla possono oramai peggiorare il loro infelicissimo stato. Lascio per ora da parte i poveri; non già perchè sprezzabili siano, ma perchè ad essi nuoce assai meno il far come fanno. Parlerò espressamente de’ ricchi; non per altra ragione, se non perchè essendo, o dovendo costoro essere meglio educati; avendo essi in qualche picciola parte conservato il diritto di riflettere; e non potendo quindi non sentire la lor servitù; debbono i ricchi, quando non siano del tutto stolidi, moltissimo riflettere alle conseguenze del pigliar moglie nella tirannide. E per fare una distinzione meno spiacente, o meno oltraggiosa per gli uomini, che non è quella di poveri e ricchi, la farò tra gli enti pensanti, ed i non pensanti. Dico dunque, che chi pensa, e può campare senza guadagnarsi il vitto, non dee mai pigliar moglie nella tirannide; perchè, pigliandovela, egli tradisce il proprio pensare, la verità, sè stesso, e i suoi figli. Non è difficile di provare quanto io asserisco. Suppongo, che l’uomo pensante dee conoscere il vero; quindi indubitabilmente si dee dolere non poco in sè stesso di esser nato nella tirannide; governo, in cui nulla d’uomo si conserva oltre la faccia. Ora, colui che si duole di esservi nato, avrà egli il coraggio, o per dir meglio, la crudeltà, di farvisi rinascere in altrui? di aggiungere al timore che egli ha per sè stesso, l’avere a temere per la moglie, e quindi pe’ figli? Parmi ciò un moltiplicare i mali a tal segno, che io non potrò pur mai credere, che chi piglia moglie nella tirannide, pensi, e conosca pienamente il vero. Il primo oggetto del matrimonio egli è, senza dubbio, di avere una fedele e dolce compagna delle private vicende, la quale dalla morte soltanto ci possa Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Della Tirannide di Vittorio Alfieri
buona), ma il local del paese, i semplici costumi, le belle e modeste donne e donzelle, sopra tutto l’equitativo governo, e la vera libertà che n’è figlia; tutto  questo  me  ne  faceva  affatto  scordare  la  spiacevolezza  del  clima,  la malinconia che sempre vi ti accerchia, e la rovinosa carezza del vivere. Tornato poi da quel giretto che mi avea rimesso su le mosse, io già di bel nuovo mi sentiva incalzato dal furore dell’andare, e con gran pena differii ancora sino ai primi di giugno la mia partenza per l’Olanda. E allora poi, per la via di Harwich imbarcatomi per Helvoetsluys, con un rapidissimo vento in dodici ore vi approdai. La  Olanda  è  nell’estate  un  ameno  e  ridente  paese;  ma  mi  sarebbe piaciuta anche più, se l’avessi visitata prima dell’Inghilterra; atteso che quelle stesse cose che vi si ammirano, popolazione, ricchezza, lindura, savie leggi, industria  ed  attività  somma,  tutte  vi  si  trovano  alquanto  minori  che  in Inghilterra. Ed in fatti poi, dopo molti altri viaggi e molta più esperienza, i due soli paesi dell’Europa che mi hanno sempre lasciato desiderio di sé, sono stati l’Inghilterra e l’Italia; quella, in quanto l’arte ne ha per così dire soggiogata o trasfigurata la natura; questa, in quanto la natura sempre vi è robustamente risorta a fare in mille diversi modi vendetta dei suoi spesso tristi e sempre inoperosi governi. Nel mio soggiorno nell’Haja, che riuscì assai più lungo che non avea disegnato, io incappai finalmente nell’amore, che mai fin allora non mi avea  potuto  raggiungere  né  afferrare.  Una  gentil  signorina,  sposa  da  un anno, piena di grazie naturali, di modesta bellezza, e di una soave ingenuità, mi toccò vivissimamente nel cuore; ed il paese essendo piccolo, e poche le distrazioni, nel rivederla io assai più spesso che non avrei voluto da prima, tosto poi mi venni a dolere di non poterla veder abbastanza. Mi trovai preso, senza quasi avvedermene, in una terribile maniera; talché già stava ruminando in me stesso niente meno che di non mi muover mai più né vivo né morto dall’Haja, persuadendomi che mi sarebbe impossibilissima cosa di vivere senz’essa.Apertosi il mio indurito cuore agli strali d’Amore, egli avea ad un tempo stesso dato adito alle dolci insinuazioni dell’amicizia. Ed era il mio nuovo amico, il signor Don Iosé D’Acunha, ministro allora di Portogallo in Olanda. Egli era uomo di molto ingegno e più originalità, di una bastante coltura, e di un ferreo carattere; magnanimo di cuore, di animo bollente ed altissimo. Una certa simpatia fra le nostre due taciturnità ci avea già quasi allacciati vicendevolmente, senza che ce ne avvedessimo; la
Vita di Vittorio Alfieri