sinedrio

[si-nè-drio]
In sintesi
senato nell'antica Grecia; consiglio supremo presso gli Ebrei; assemblea, consesso
← dal lat. tardo synedrĭu(m), che è dal gr. synédrion ‘consesso’, comp. di sýn- ‘sin-’ e un deriv. di hédra ‘seggio’.
1
ST Nell'antichità greca e romana, solenne adunanza di pubblici ufficiali; seduta, assemblea, consiglio || Presso gli antichi Ebrei, supremo consiglio, presieduto dal Sommo Sacerdote, con importanti attribuzioni di carattere civile e giudiziario || estens. Sala o palazzo dove si teneva la seduta
2
fig., scherz. Consesso, riunione, conciliabolo di personaggi importanti, autorevoli: per aprire il s. ... ci mancava ancora padron Fortunato (Verga)

Citazioni
– Come se tutti non lo sapessero il mestiere che fate, che poi chiudete gli occhi quando ‘Ntoni di padron ‘Ntoni viene a parlare con vostra figlia Barbara. – Gli occhi li chiudete voi, becco che siete! quando vostra moglie fa il comodino alla Vespa, la quale viene tutti i giorni a mettersi sulla vostra porta per cercare Alfio Mosca, e voi altri tenete il candeliere. Bel mestiere! Ma compare Alfio non vuol saperne, ve lo dico io; ci ha pel capo Mena di padron ‘Ntoni, e voi altri ci perdete l’olio della lucerna, se la Vespa ve l’ha promesso. – Ora vengo a romperti le corna! minacciò Piedipapera, e cominciò ad arrancare dietro la tavola d’abete. – Oggi va a finir male! borbottava mastro Croce Giufà. – Ohè! ohè! che maniere son queste, vi par d’essere in piazza! urlava don Silvestro. – Volete scommettere che vi caccio fuori tutti a calci? Ora l’aggiusto io questa faccenda. La Zuppidda non voleva sentirne affatto d’aggiustarla, e si batteva contro don Silvestro il quale la spingeva fuori tirandola pei capelli, e poi se la menò in disparte dietro il rastrello della chiusa. – Infine che volete? le disse come furono soli, a voi che ve ne importa se mettono il dazio sulla pece? forse che lo pagate voi o vostro marito? o non debbono pagarlo piuttosto quelli che hanno bisogno di far accomodare le loro barche? Sentite a me: vostro marito è una bestia ad essere in collera col municipio, e a far tutto questo chiasso. Ora si devono fare gli assessori nuovi, in cambio di padron Cipolla e di massaro Mariano, che non valgono niente, e si potrebbe metterci vostro marito. – Io non ne so nulla, rispose la Zuppidda, calmatasi tutt’a un tratto. – Io non me ne immischio negli affari di mio marito. So che si mangia le mani dalla collera. Io non posso far altro che andare a dirglielo, se la cosa è certa. – Andate a dirglielo, è certo come è certo Dio, vi dico! Siamo galantuomini o no? santissimo diavolo! La  Zuppidda  partì  correndo  a  prendere  suo  marito,  il  quale  stava rincantucciato nel cortile a cardar stoppa, pallido come un morto, e non voleva escire per tutto l’oro del mondo, gridando che gli facevano fare qualche sproposito, santo Dio! Per aprire il sinedrio, e vedere che pesci si pigliavano, ci mancava ancora padron Fortunato Cipolla, e massaro Filippo l’ortolano, i quali non spuntavano mai, sicché la gente incominciava ad annoiarsi, tanto che le comari s’erano messe a filare lungo il muricciuolo della chiesa. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Malavoglia di Giovanni Verga
– Se le cose andassero come dovrebbero andare si nuoterebbe nell’oro! – diceva don Silvestro: non diceva altro. – Sapete cosa ci vorrebbe? – suggeriva lo speziale sottovoce, e lasciando correre un’occhiata nella retrobottega. – Ci vorrebbe gente come noi! E dopo aver soffiato loro quel segreto nel buco dell’orecchio, correva in punta di piedi a piantarsi sull’uscio, colla barba in aria, sballottandosi in cima alle gambette colle mani dietro la schiena. – Brava gente che sarebbe! – borbottava don Giammaria. – A Favignana, o nelle altre galere, ne trovate quanti ne volete, senza mandare dal fornaciaio. Andate a dirlo a compare Tino Piedipapera, o a quell’ubbriacone di Rocco Spatu, che loro ci stanno colle idee del vostro tempo! Io so che mi hanno rubato venticinque onze di casa mia, e in galera, a Favignana, non ci è andato nessuno! Questi sono i tempi e gli uomini nuovi! In quel momento entrò nella bottega la Signora, colla calza in mano, e lo speziale mandò giù in fretta quello che stava per dire, seguitando a borbottare nella barba, mentre fingeva di guardare la gente che andava alla fontana. Don Silvestro finalmente, vedendo che nessuno fiatava più, disse chiaro e tondo che di uomini nuovi non c’erano altri che ‘Ntoni di padron ‘Ntoni e Brasi Cipolla, perché lui non aveva suggezione della moglie dello speziale. – Tu non ti c’immischiare; – rimbrottò allora la Signora a suo marito; questi sono affari che non ti riguardano. – Io non sto parlando; – rispose don Franco lisciandosi la barba. E il vicario, ora che aveva il disopra, e la moglie di don Franco era là, che ei poteva tirare le sassate dietro il muro, si divertiva a far arrabbiare lo speziale. – Belli, quei vostri uomini nuovi! Sapete cosa fa Brasi Cipolla, adesso che suo padre va cercandolo per tirargli le orecchie a causa della Vespa? corre a nascondersi di qua e di là come un ragazzaccio. Stanotte ha dormito nella sagrestia; e ieri mia sorella dovette mandargli un piatto di maccheroni, nel pollaio dov’era nascosto, perché quel bietolone non mangiava da ventiquattr’ore, ed era tutto pieno di pollini! E ‘Ntoni Malavoglia! altro bell’uomo nuovo! Suo nonno e tutti gli altri sudano e si affannano per tirarsi su un’altra volta; e lui, quando può scappare con un pretesto, va a girandolare pel paese, e davanti all’osteria, tale e quale come Rocco Spatu. Il sinedrio si sciolse come tutte le altre volte, senza conchiudere nulla, che ognuno restava della sua opinione, e quella volta inoltre c’era lì presente la Signora, talché don Franco non poteva sfogarsi a modo suo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Malavoglia di Giovanni Verga