serpa

[sèr-pa]
In sintesi
sedile riservato al cocchiere nelle carrozze e nelle diligenze; posto sopraelevato sull'estrema prora delle imbarcazioni a vela, adibito a latrina
← lat. scĭrpa(m) ‘cestone di giunchi da porre sul carro’, deriv. di scĭrpus ‘giunco’.
1
Nelle vetture a cavalli, sedile del cocchiere: salire, montare in s. || Nelle diligenze, sedile coperto destinato ai viaggiatori, posto dietro a quello del cocchiere e in posizione più elevata
2
MAR Nelle navi a vela, ripiano triangolare formato dalla sporgenza della prua, al quale era fissata la polena, e dove si collocavano le latrine dell'equipaggio || Prua a serpa, con la parte superiore molto protesa in avanti

Citazioni
più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rapprensentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all’anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo primo serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell’intenzion dell’artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert’altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi. Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nuti arriverete a una cantonata d’una fabbrica lunga e bassa: è il lazzeretto; costeggiate il fossato che lo circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre o quattrocento passi, vedrete una piazzetta con de’ begli olmi: là è il convento: non potete sbagliare. Dio v’assista, bravo giovine.” E, accompagnando l’ultime parole con un gesto grazioso della mano, se n’andò. Renzo rimase stupefatto e edificato della buona maniera de’ cittadini verso la gente di campagna; e non sapeva ch’era un giorno fuor dell’ordinario, un giorno in cui le cappe s’inchinavano ai farsetti. Fece la strada che gli era stata insegnata, e si trovò a porta orientale. Non bisogna però che, a questo nome, il lettore si lasci correre alla fantasia l’immagini che ora vi sono associate. Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori non andava diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; poi scorreva serpeggiante e stretta, tra due siepi. La porta consisteva in due pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una parte, una casuccia per i gabellini. I bastioni scendevano in pendìo irregolare, e il terreno era una superficie aspra e inuguale di rottami e di cocci buttati là a caso. La strada che s’apriva dinanzi a chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che ora si presenta a chi entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva nel mezzo, fino a poca distanza dalla porta, e la divideva così in due stradette tortuose, ricoperte di polvere o di fango, secondo la stagione. Al punto dov’era, e dov’è tuttora quella viuzza chiamata di Borghetto, il fossatello si perdeva in una fogna. Lì c’era una colonna, con sopra una croce, detta di san Dionigi: a destra e a sinistra, erano orti cinti di siepe e, ad intervalli, casucce, abitate per lo più da lavandai. Renzo entra, passa; nessuno de’ gabellini gli bada: cosa che gli parve strana, giacché, da que’ pochi del suo paese che potevan vantarsi d’essere stati a Milano, aveva sentito raccontar cose grosse de’ frugamenti e dell’interrogazioni a cui venivan sottoposti quelli che arrivavan dalla campagna. La strada era deserta, dimodoché, se non avesse sentito un ronzìo lontano che indicava un gran movimento, gli sarebbe parso d’entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, né, per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò, toccò, e trovò ch’era farina. – Grand’abbondanza, – disse tra sé, – ci dev’essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna. – Ma, dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
sapevano o si curavano che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz’altro pensiero che di riuscir presto nell’impresa; gli spettatori non cessavano d’animarla con gli urli. Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse. “Oibò! vergogna!” scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla vista di tant’altri visi che davan segno d’approvarle, e incoraggito dal vederne degli altri, sui quali, benché muti, traspariva lo stesso orrore del quale era compreso lui. “Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de’ fulmini, e non del pane!” “Ah cane! ah traditor della patria!” gridò, voltandosi a Renzo, con un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il frastono quelle sante parole. “Aspetta, aspetta! È un servitore del vicario, travestito da contadino: è una spia: dalli, dalli!” Cento voci si spargono all’intorno. “Cos’è? dov’è? chi è? Un servitore del vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che scappa. Dov’è? dov’è? dalli, dalli!” Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino, vorrebbe sparire; alcuni suoi vicini lo prendono in mezzo; e con alte e diverse grida cercano di confondere quelle voci nemiche e omicide. Ma ciò che più di tutto lo servì fu un “largo, largo,” che si sentì gridar lì vicino: “largo! è qui l’aiuto: largo, ohe!” Cos’era? Era una lunga scala a mano, che alcuni portavano, per appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte, quel mezzo, che avrebbe resa la cosa facile, non era facile esso a mettere in opera. I portatori, all’una e all’altra cima, e di qua e di là della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calca, andavano a onde: uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle spalle, oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro veniva staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata picchiava spalle, braccia, costole: pensate cosa dovevan dire coloro de’ quali erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi si caccian sotto, se lo mettono addosso, gridando: “animo! andiamo!” La macchina fatale s’avanza balzelloni, e serpeggiando. Arrivò a tempo a distrarre e a disordinare i nemici di Renzo,
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendìo piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni. Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto. Dando un’occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i pendìi, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bell’agio i passi di chi veniva, e spianargli l’arme contro, cento volte. E anche d’una grossa compagnia, avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che teneva lassù, stenderne sul sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi, prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma neppure nella valle, e neppur di passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello. Il birro poi che vi si fosse lasciato vedere, sarebbe stato trattato come una spia nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l’impresa; ma eran già storie antiche; e nessuno de’ giovani si rammentava d’aver veduto nella valle uno di quella razza, né vivo, né morto. Tale è la descrizione che l’anonimo fa del luogo: del nome, nulla; anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle, appiè del poggio, all’imboccatura dell’erto e tortuoso sentiero. Lì c’era una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l’uscio, era dipinto da tutt’e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica, che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rifà a modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini;  appena  arrivato,  s’ammalò;  fu  portato  allo  spedale;  dove  un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Pinerolo alla Francia: trattato eseguito qualche tempo dopo, sott’altri pretesti, e a furia di furberie. Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un’altra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di san Carlo. Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l’effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c’era di questi untori, la processione fosse un’occasion troppo comoda al delitto: se non ce n’era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale. Ché il sospetto sopito dell’unzioni s’era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima. S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno, le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito. Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Arrivato allo sbocco di quella strada, scoprendosegli davanti la piazza di san Marco, la prima cosa che gli diede nell’occhio, furon due travi ritte, con una corda, e con certe carrucole; e non tardò a riconoscere (ch’era cosa famigliare in quel tempo) l’abbominevole macchina della tortura. Era rizzata in quel luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade più spaziose, affinché i deputati d’ogni quartiere, muniti a questo d’ogni facoltà più arbitraria, potessero farci applicare immediatamente chiunque paresse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque altro. Era uno di que’ rimedi eccessivi e inefficaci de’ quali, a quel tempo, e in que’ momenti specialmente, si faceva tanto scialacquìo. Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perché possa essere alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre più il rumore, e vede spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello: era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo, e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli, un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro; e di qua e di là, monatti alle costole de’ cavalli, spingendoli, a frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que’ cadaveri, la più parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano al tepore della primavera; ché, a ogni intoppo, a ogni scossa, si vedevan que’ mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente, e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all’occhio già inorridito come un tale spettacolo poteva divenire più doloroso e più sconcio. Il giovine s’era fermato sulla cantonata della piazza, vicino alla sbarra del canale, e pregava intanto per que’ morti sconosciuti. Un atroce pensiero gli balenò in mente: – forse là, là insieme, là sotto... Oh, Signore! fate che non sia vero! fate ch’io non ci pensi! – Passato il convoglio funebre, Renzo si mosse, attraversò la piazza, prendendo lungo il canale a mancina, senz’altra ragione della scelta, se non che il convoglio era andato dall’altra parte. Fatti que’ quattro passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il ponte Marcellino; prese di lì, e riuscì in Borgo Nuovo. E guardando innanzi, sempre con quella mira di trovar qualcheduno da farsi insegnar la strada, vide in fondo a quella un prete in farsetto, con un bastoncino in mano, ritto vicino a un uscio socchiuso, col capo chi-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Comune vizio de’ cantori è questo, Che di cantar pregati, in fra gli amici, Non vi s’inducon mai; non dimandati, Non fan più fine. Quel Tigellio sardo Fu tale. Augusto, che potea forzarlo, Se il chiedea per l’amor del padre e il suo, Nulla ottenea: se gli venia talento Dall’uova ai frutti ripetuto avria “Evoè Bacco”, ora sul tono acuto, Or sul più basso delle quattro corde. Non mai tenne quest’uomo un egual modo. Or correa per le vie siccome quello Che fugge dal nemico, or come quello Che di Giunone i sacri arredi porta. Ora avea dieci servi, ora dugento: Talor regi e tetrarchi alte parole Risonava: talor: “Non più che un desco A tre piedi e di sal puro una conca Ed una toga che m’escluda il freddo, Sia pur succida, io vo’.” Se dieci cento Mila sesterzj avessi dato a questo Frugal di poche voglie, in cinque giorni Il borsello era vuoto; infino a l’alba Vegliar soleva, e tutto il dì russava. Nessun fu mai più da se stesso impari. Ma qui dirammi alcuno: “E tu? non hai Vizio nessuno?” Ho i miei, più gravi forse. Mentre un dì Menio cardeggiando stava L’assente Novio: “Ehi”, l’interrupe un tale “Non conosci te stesso? O a nova gente Pensi dar ciance?” “A me fo grazia”, ei disse. Matta iniqua indulgenza e da biasmarsi. Ne le magagne tue lippo, e con gli occhi Impiastricciati, perché mai sì acuto Hai ne’ difetti de gli amici il guardo, Come l’aquila o il serpe d’Epidauro? 9 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Ma Labeone al truce pedagogo Trattar la verga non farà, né Codro 100 Al putto ignavo ruberà la cena. La ruota, i serpi, e la forata secchia, O Pluto, a quel che col dannoso acume Primo il tipo scoverse. A lui di quanti Versi in onta d’Apollo uscir da quella 105 Sua macchina fatal, rogo si faccia D’eterne fiamme; e per maggior tormento, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Edizioni di riferimento elettroniche Liz, Letteratura Italiana Zanichelli a stampa A. Poliziano, Orfeo, a cura di A. Benvenuti Tissoni, Padova, Antenore, 1986 Design Graphiti, Firenze Impaginazione Thèsis, Firenze-Milano Q Angelo Poliziano   Fabula di Orfeo Fabula di Orfeo Personaggi Mercurio Un Pastore schiavone Mopso, pastor vecchio Aristeo, pastor giovane Tyrsi, servo Orpheo Pluto Proserpina Euridice Una Furia Una Baccante Coro delle Baccanti Dedica Angelo Poliziano a messer Carlo Canale suo salute. Solevano i Lacedemonii, humanissimo messer Carlo mio, quando alcuno loro figliuolo nasceva o di qualche membro impedito o delle forze debile, quello exponere subitamente, né permettere che in vita fussi riservato, giudicando tale stirpa indegna di Lacedemonia. Così desideravo ancora  io  che  la  fabula  di  Orpheo,  la  quale  a  requisizione  del  nostro reverendissimo Cardinale Mantuano, in tempo di dua giorni, intra continui tumulti, in stilo vulgare perché dagli spectatori meglio fusse intesa havevo composta,  fussi  di  subito,  non  altrimenti  che  esso  Orpheo,  lacerata: cognoscendo questa mia figliuola essere qualità da far più tosto al suo padre vergogna che honore, e più tosto apta dargli maninconia che allegrezza. Ma vedendo che e voi e alcuni altri troppo di me amanti, contro alla mia volontà in vita la ritenete, conviene ancora a me havere più rispetto allo amor paterno e alla voluntà vostra che al mio ragionevole instituto. Havete però una giusta excusazione della voluntà vostra, perché essendo così nata sotto lo auspizio di sì clemente Signore, merita essere exempta da la comun legge.  Viva adunque, poi che a voi così piace; ma bene vi protesto che tale pietà è una expressa crudelità, e di questo mio iudizio desidero ne sia questa epistola testimonio. E voi che sapete la necessità della mia obedienza e l’angustia del tempo, vi priego che con la vostra autorità resistiate a qualunche volessi la imperfezione di tale figliuola al padre attribuire. Vale. Fabula Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
Candidas ergo volucres notarat 190 Mantuam condens tiberinus Ocnus, nempe quem Parcae docuit benignae consia mater. Pastore Schiavone a Orfeo: Crudel novella ti rapporto, Orpheo: che tuo nympha bellissima è defunta. 195 Ella fuggiva l’amante Aristeo, ma quando fu sopra la riva giunta, da un serpente venenoso e reo ch’era fra l’herb’e fior, nel piè fu punta: e fu tanto possente e crudo el morso 200 ch’ad un tratto finì la vita e ’l corso. Orpheo si lamenta per la morte di Euridice: Dunque piangiamo, o sconsolata lira, ché più non si convien l’usato canto. Piangiam, mentre che ’l ciel ne’ poli agira e Philomela ceda al nostro pianto. 205 O cielo, o terra, o mare! o sorte dira! Come potrò soffrir mai dolor tanto? Euridice mia bella, o vita mia, senza te non convien che ’n vita stia. Andar convienmi alle tartaree porte 210 e provar se là giù merzé s’empetra. Forse che svolgeren la dura sorte co’ lacrimosi versi, o dolce cetra; forse ne diverrà pietosa Morte ché già cantando abbiam mosso una pietra, 215 la cervia e ’l tigre insieme avemo accolti e tirate le selve, e ’ fiumi svolti. Orfeo cantando giugne all’inferno: Pietà! Pietà! del misero amatore pietà vi prenda, o spiriti infernali. Qua giù m’ha scorto solamente Amore, 220 volato son qua giù colle sue ali. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
Posa, Cerbero, posa il tuo furore, ché quando intenderai tutte e’ mie mali, non solamente tu piangerai meco, ma qualunque è qua giù nel mondo cieco. 225 Non bisogna per me, Furie, mugghiare, non bisogna arricciar tanti serpenti: se voi sapessi le mie doglie amare, faresti compagnia a’ mie’ lamenti. Lasciate questo miserel passare 230 ch’ha ’l ciel nimico e tutti gli elementi, che vien per impetrar merzé da Morte: dunque gli aprite le ferrate porte. Plutone pieno di maraviglia dice così: Chi è costui che con suo dolce nota muove l’abisso, e con l’ornata cetra? 235 I’ veggo fixa d’Ixion la rota, Sysifo assiso sopra la sua petra e le Belide star con l’urna vota, né più l’acqua di Tantalo s’arretra; e veggo Cerber con tre bocche intento 240 e le Furie aquietate al pio lamento. Minos a Plutone: Costui vien contro le leggi de’ fati che non mandan qua giù carne non morta: forse, o Pluton, che con latenti agguati per torti il regno qualche inganno porta. 245 Gli altri che similmente sono intrati, come costui, la irremeabil porta sempre ci fur con tua vergogna e danno Sie cauto, o Pluton: qui cova inganno. Orpheo genuflesso a Plutone dice così: O regnator di tutte quelle genti 250 ch’hanno perduto la superna luce, al qual discende ciò che gli elementi, ciò che natura sotto ’l ciel produce, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
udite la cagion de’ mie’ lamenti. Pietoso amor de’ nostri passi è duce: non per Cerber legar fei questa via, ma solamente per la donna mia. Una serpe tra’ fior nascosa e l’herba mi tolse la mia donna, anzi il mio core: ond’io meno la vita in pena acerba, né posso più resistere al dolore. Ma se memoria alcuna in voi si serba del vostro celebrato antico amore, se la vecchia rapina a mente havete, Euridice mie bella mi rendete. Ogni cosa nel fine a voi ritorna, ogni cosa mortale a voi ricade: quanto cerchia la luna con suo corna convien ch’arrivi alle vostre contrade. Chi più chi men tra’ superi soggiorna, ognun convien ch’arrivi a queste strade; quest’è de’ nostri passi extremo segno: poi tenete di noi più longo regno. Così la nimpha mia per voi si serba quando suo morte gli darà natura. Hor la tenera vite e l’uva acerba tagliata havete colla falce dura. Chi è che mieta la sementa in herba e non aspetti che la sia matura? Dunque rendete a me la mia speranza: i’ non vel cheggio in don, quest’è prestanza. Io ve ne priego pelle turbide acque della palude Stigia e d’Acheronte; pel Caos onde tutto el mondo nacque e pel sonante ardor di Flegetonte; pel pomo ch’a te già, regina, piacque quando lasciasti pria nostro orizonte. E se pur me la nieghi iniqua sorte, io non vo’ su tornar, ma chieggio morte.
Fabula di Orfeo di Angelo Poliziano
92 – Quivi Cupido e’ suoi pennuti frati ................ 35 93 – Muove dal colle, mansueta e dolce .................35 94 – Raggia davanti all’uscio una gran pianta ........ 36 95 – La regia casa il sereno aier fende .....................36 96 – Le mura a torno d’artificio miro .................... 36 97 – Mille e mille color formon le porte ................ 37 98 – Ivi la Terra con distesi ammanti .....................37 99 – Nel tempestoso Egeo in grembo a Teti ...........37 100 – Vera la schiuma e vero il mar diresti .............38 101 – Giurar potresti che dell’onde uscissi .............38 102 – Questa con ambe man le tien sospesa .......... 38 103 – Indi paion levate inver le spere .....................39 104 – Nello estremo, se stesso el divin fabro .......... 39 105 – Nell’altra in un formoso e bianco tauro .......39 106 – Le ’gnude piante a sé ristrette accoglie .........40 107 – Or si fa Giove un cigno or pioggia d’oro .....40 108 – Fassi Nettunno un lanoso montone .............40 109 – Poi segue Dafne, e ’n sembianza si lagna ...... 41 110 – Dall’altra parte la bella Arianna ...................41 111 – Vien sovra un carro, d’ellera e di pampino ...41 112 – Sovra l’asin Silen, di ber sempre avido .........42 113 – Quasi in un tratto vista amata e tolta ...........42 114 – Posa giù del leone il fero spoglio .................. 42 115 – Gli omer setosi a Polifemo ingombrano .......43 116 – Dall’uno all’altro orecchio un arco face ........ 43 117 – e dica ch’ella è bianca più che il latte............ 43 118 – Duo formosi delfini un carro tirono .............44 119 – Intorno al bel lavor serpeggia acanto ............ 44 120 – Questo è ’l loco che tanto a Vener piacque ...44 121 – Or poi che ad ale tese ivi pervenne...............45 122 – Trovolla assisa in letto fuor del lembo ...........45 123 – Sovra e d’intorno i piccioletti Amori ............ 45 124 – Come avea delle penne dato un crollo .......... 46 125 – Onde vien, figlio, o qual n’apporti nuove? ...46
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
13 Scuoti, meschin, del petto il ceco errore, te stessi te fura, ad altrui porge; non nudrir di lusinghe un van furore, che di pigra lascivia e d’ozio sorge. Costui che ’l vulgo errante chiama Amore è dolce insania a chi più acuto scorge: sì bel titol d’Amore ha dato il mondo a un ceca peste, a un mal giocondo. 14 Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia per donna, o mai per lei s’allegra o dole; e qual per lei di libertà si spoglia o crede a sui sembianti, a sue parole! Ché sempre è più leggier ch’al vento foglia, e mille voltte el dì vuole e disvuole: segue chi fugge, a chi la vuol s’asconde, e vanne e vien, come alla riva l’onde. 15 Giovane donna sembra veramente quasi sotto un bel mare acuto scoglio, o ver tra’ fiori un giovincel serpenteo scoglio. Ah quanto è fra’ più miseri dolente chi può soffrir di donna il fero orgoglio! Ché quanto ha il volto più di biltà pieno, più cela inganni nel fallace seno.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
85 El chiuso e crespo bosso al vento ondeggia, e fa la piaggia di verdura adorna; el mirto, che sua dea sempre vagheggia, di bianchi fiori e verdi capelli orna. Ivi ogni fera per amor vaneggia, l’un ver l’altro i montoni armon le corna, l’un l’altro cozza, l’un l’altro martella, davanti all’amorosa pecorella. 86 E mughianti giovenchi a piè del colle fan vie più cruda e dispietata guerra, col collo e il petto insanguinato e molle, spargendo al ciel co’ piè l’erbosa terra. Pien di sanguigna schiuma el cinghial bolle, le larghe zanne arruota e il grifo serra, e rugghia e raspa e, per più armar sua forze, frega il calloso cuoio a dure scorze. 87 Pruovon lor punga e daini paurosi, e per l’amata druda arditi fansi; ma con pelle vergata, aspri e rabbiosi, e tigri infuriati a ferir vansi; sbatton le code e con occhi focosi ruggendo i fier leon di petto dansi; zufola e soffia il serpe per la biscia, mentre ella con tre lingue al sol si liscia.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
106 Le ’gnude piante a sé ristrette accoglie quasi temendo il mar che lei non bagne: tale atteggiata di paura e doglie par chiami invan le dolci sue compagne; le qual rimase tra fioretti e foglie dolenti Europa ciascheduna piagne. , suona il lito, , e ’l tor nuota e talor li bacia e piedi. 107 Or si fa Giove un cigno or pioggia d’oro, or di serpente or d’un pastor fa fede, per fornir l’amoroso suo lavoro; or transformarsi in aquila si vede, come Amor vuole, e nel celeste coro portar sospeso il suo bel Ganimede, qual di cipresso ha il biondo capo avinto, ignudo tutto e sol d’ellera cinto. 108 Fassi Nettunno un lanoso montone, fassi un torvo giovenco per amore; fassi un cavallo il padre di Chirone diventa Febo in Tessaglia un pastore: e ’n picciola capanna si ripone colui ch’a tutto il mondo dà splendore, né li giova a sanar sue piaghe acerbe perch’e’ conosca la virtù dell’erbe.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
112 Sovra l’asin Silen, di ber sempre avido, con vene grosse nere e di mosto umide, marcido sembra sonnacchioso e gravido, le luci ha di vin rosse infiate e fumide; l’ardite ninfe l’asinel suo pavido pungon col tirso, e lui con le man tumide a’ crin s’appiglia; e mentre sì l’aizono, casca nel collo, e’ satiri lo rizono. 113 Quasi in un tratto vista amata e tolta dal fero Pluto, Proserpina pare sovra un gran carro, e la sua chioma sciolta a’ zefiri amorosi ventilare; la bianca vesta in un bel grembo accolta sembra i colti fioretti giù versare: lei si percuote il petto, e ’n vista piagne, or la madre chiamando or le compagne. 114 Posa giù del leone il fero spoglio Ercole, e veste di femminea gonna colui che ’l mondo da greve cordoglio avea scampato, et or serve una donna; e può soffrir d’Amor l’indegno orgoglio chi colli omer già fece al ciel colonna; e quella man con che era a tenere uso la clava ponderosa, or torce un fuso.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Carlo Goldoni   La Sposa persiana   Atto primo  Dacché l’età primiera mi abbandonò, tre lustri Amar mi feci ancora con sughi, ed erbe industri; Con serpi, sangue, e pietre certa bevanda fassi, Che innamorar farebbe anche le piante, e i sassi. Dell’oro, e dell’argento vi entra in cotal mistura: Averne, quanto puoi, dal tuo signor procura; Recalo alle mie mani, e ne vedrai l’effetto. Figlia, senza interesse l’amor mio ti prometto (parte). Scena 6 Ircana sola Ircana Ah voglia il ciel, che mai abbiasi a usar tal’arte: Laddove amor fa d’uopo, rigor non abbia parte. Sguardi, parole, amplessi, vezzi, sospiri e pianti Son le malíe, che han forza sul cuore degli amanti. Ma allor, che un’altra donna venga con forza eguale A disputarmi un cuor, che per natura è frale, Se a sostenere il dritto il mio valor fia poco, L’arte, l’ardir, l’inganno e le malíe avran loco. Tutto tentar io voglio, sino la morte istessa; Pria di vedermi in faccia d’una rival depressa. Oh genitori ingrati, che al ciel mandaste i voti, Non per mirar, canuti, della figlia i nipoti, Ma sol, perché, accresciuto alla beltade il vezzo, Al comprator poteste vendermi a maggior prezzo! Ma se destin crudele nascer mi fe’ da gente Che per il proprio sangue tenero amor non sente, Se per costume indegno esser dovea venduta, Ah nel serraglio almeno fossi del re venuta. Sí, nell’Haram spazioso, anche fra mille, e mille Distinguer si farebbono al Sofí mie pupille; Sia vaga, o non sia vaga, incolta qual io sono, Dato avrei forse io sola il successore al trono. Ma a un Killientar venduta, venduta a un finanziere,
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Male, se a’ primi colpi un debil cuor si arrende. Se il figlio mio non langue, tosto che può mirarti, Usa di sposa amante, i vezzi, i sguardi, e l’arti. Soffri da prima il gelo, o lo vedrai fra poco Ardere ai tuoi bei lumi, ardere al tuo bel foco. Vietare io non potei, per legge, o per costume, Ch’egli non rimirasse di qualche schiava il lume. Ma spero (e lo vedrai) che sol di te contento, Ogni straniero fuoco nel suo cor sarà spento (Fatima si va contorcendo). No, non ti dia ciò pena. Fatima, tel prometto Che t’amerà; sii certa; eccolo il giovinetto. Sola con lui ti lascio; scopriti, e lo consola; Fagli gustar il dolce di qualche tua parola. Se un dardo da’ tuoi lumi entro il suo cuor sia spinto, Fatima, non temere, egli ti adora, hai vinto (parte). Scena 5 Fatima sola Fatima Misera me, che sento? Qual rio serpe geloso Prevenuto ha il momento da scoprirmi allo sposo? Negletta s’io mi vedo per una schiava audace, Come tacer penando? come soffrirlo in pace? E se un divorzio ingrato mi torna al genitore, Qual menerei mai vita tra il dispetto e il rossore? Ah mi lusingo ancora! Eccolo; giusti Dei, Piacessi agli occhi suoi, come egli piace ai miei.
La Sposa persiana di Carlo Goldoni
Già eran li due capi un divenuti, quando n’apparver due figure miste in una faccia, ov’eran due perduti. Fersi le braccia due di quattro liste; le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso divenner membra che non fuor mai viste. Ogne primaio aspetto ivi era casso: due e nessun l’imagine perversa parea; e tal sen gio con lento passo. 75 80 Come ’l ramarro sotto la gran fersa dei dì canicular, cangiando sepe, folgore par se la via attraversa, sì pareva, venendo verso l’epe de li altri due, un serpentello acceso, livido e nero come gran di pepe; 85 e quella parte onde prima è preso nostro alimento, a l’un di lor trafisse; poi cadde giuso innanzi lui disteso. Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; anzi, co’ piè fermati, sbadigliava pur come sonno o febbre l’assalisse. Elli ’l serpente, e quei lui riguardava; l’un per la piaga, e l’altro per la bocca fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Inferno Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio; ché se quello in serpente e quella in fonte converte poetando, io non lo ’nvidio; 100 ché due nature mai a fronte a fronte non trasmutò sì ch’amendue le forme a cambiar lor matera fosser pronte.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Insieme si rispuosero a tai norme, che ’l serpente la coda in forca fesse, 105 e il feruto ristrinse insieme l’orme. Le gambe con le cosce seco stesse s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura non facea segno alcun che si paresse. Togliea la coda fessa la figura 110 che si perdeva là, e la sua pelle si facea molle, e quella di là dura. Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, e i due piè de la fiera, ch’eran corti, tanto allungar quanto accorciavan quelle. 115 Poscia li piè di retro, insieme attorti, diventaron lo membro che l’uom cela, e ’l misero del suo n’avea due porti.
Divina Commedia di Dante Alighieri
L’un poco sovra noi a star si venne, e l’altro scese in l’opposita sponda, sì che la gente in mezzo si contenne. 35 Ben discernèa in lor la testa bionda; ma ne la faccia l’occhio si smarria, come virtù ch’a troppo si confonda. “Ambo vegnon del grembo di Maria”, disse Sordello, “a guardia de la valle, per lo serpente che verrà vie via”. 40 Ond’io, che non sapeva per qual calle, mi volsi intorno, e stretto m’accostai, tutto gelato, a le fidate spalle. E Sordello anco: “Or avvalliamo omai tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; grazïoso fia lor vedervi assai”. Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, e fui di sotto, e vidi un che mirava pur me, come conoscer mi volesse. 50 Temp’era già che l’aere s’annerava, ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei non dichiarisse ciò che pria serrava. Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: giudice Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra ’ rei! 55 Nullo bel salutar tra noi si tacque; poi dimandò: “Quant’è che tu venisti a piè del monte per le lontane acque?”. “Oh!”, diss’io lui, “per entro i luoghi tristi venni stamane, e sono in prima vita, ancor che l’altra, sì andando, acquisti”. E come fu la mia risposta udita, Sordello ed elli in dietro si raccolse come gente di sùbito smarrita.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Io non vidi, e però dicer non posso, come mosser li astor celestïali; 105 ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. Sentendo fender l’aere a le verdi ali, fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali. L’ombra che s’era al giudice raccolta 110 quando chiamò, per tutto quello assalto punto non fu da me guardare sciolta. “Se la lucerna che ti mena in alto truovi nel tuo arbitrio tanta cera quant’è mestiere infino al sommo smalto”, 115 cominciò ella, “se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era.
Divina Commedia di Dante Alighieri
avvegna che si mova bruna bruna sotto l’ombra perpetüa, che mai raggiar non lascia sole ivi né luna. 35 Coi piè ristetti e con li occhi passai di là dal fiumicello, per mirare la gran varïazion d’i freschi mai; e là m’apparve, sì com’elli appare subitamente cosa che disvia per maraviglia tutto altro pensare, 40 una donna soletta che si gia e cantando e scegliendo fior da fiore ond’era pinta tutta la sua via. “Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti che soglion esser testimon del core, vegnati in voglia di trarreti avanti”, diss’io a lei, “verso questa rivera, tanto ch’io possa intender che tu canti. 50 Tu mi fai rimembrar dove e qual era Proserpina nel tempo che perdette la madre lei, ed ella primavera”. Come si volge, con le piante strette a terra e intra sé, donna che balli, e piede innanzi piede a pena mette, 55 volsesi in su i vermigli e in su i gialli fioretti verso me, non altrimenti che vergine che li occhi onesti avvalli; e fece i prieghi miei esser contenti, sì appressando sé, che ’l dolce suono veniva a me co’ suoi intendimenti. Tosto che fu là dove l’erbe sono bagnate già da l’onde del bel fiume, di levar li occhi suoi mi fece dono.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Purgatorio Sì passeggiando l’alta selva vòta, colpa di quella ch’al serpente crese, temprava i passi un’angelica nota. 35 Forse in tre voli tanto spazio prese disfrenata saetta, quanto eramo rimossi, quando Bèatrice scese. Io senti’ mormorare a tutti “Adamo”; poi cerchiaro una pianta dispogliata di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. 40 La coma sua, che tanto si dilata più quanto più è sù, fora da l’Indi ne’ boschi lor per altezza ammirata. “Beato se’, grifon, che non discindi col becco d’esto legno dolce al gusto, poscia che mal si torce il ventre quindi”. Così dintorno a l’albero robusto gridaron li altri; e l’animal binato: “Sì si conserva il seme d’ogne giusto”. 50 E vòlto al temo ch’elli avea tirato, trasselo al piè de la vedova frasca, e quel di lei a lei lasciò legato. Come le nostre piante, quando casca giù la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca, 55 turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che ’l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella; men che di rose e più che di vïole colore aprendo, s’innovò la pianta, che prima avea le ramora sì sole. Io non lo ’ntesi, né qui non si canta l’inno che quella gente allor cantaro, né la nota soffersi tutta quanta.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Questa palude che ’l gran puzzo spira cigne dintorno la città dolente, u’ non potemo intrare omai sanz’ira”. 35 E altro disse, ma non l’ho a mente; però che l’occhio m’avea tutto tratto ver’ l’alta torre a la cima rovente, dove in un punto furon dritte ratto tre furïe infernal di sangue tinte, che membra feminine avieno e atto, 40 e con idre verdissime eran cinte; serpentelli e ceraste avien per crine, onde le fiere tempie erano avvinte. E quei, che ben conobbe le meschine de la regina de l’etterno pianto, “Guarda”, mi disse, “le feroci Erine. Quest’è Megera dal sinistro canto; quella che piange dal destro è Aletto; Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto. 50 Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; battiensi a palme, e gridavan sì alto, ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. “Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”, dicevan tutte riguardando in giuso; “mal non vengiammo in Tesèo l’assalto”. 55 “Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, nulla sarebbe di tornar mai suso”. Così disse ’l maestro; ed elli stessi mi volse, e non si tenne a le mie mani, che con le sue ancor non mi chiudessi. O voi ch’avete li ’ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ’l velame de li versi strani.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Allor porsi la mano un poco avante, e colsi un ramicel da un gran pruno; e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. 35 Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi”. 40 Come d’un stizzo verde ch’arso sia da l’un de’capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond’io lasciai la cima cadere, e stetti come l’uom che teme. “S’elli avesse potuto creder prima”, rispuose ’l savio mio, “anima lesa, ciò c’ha veduto pur con la mia rima, 50 non averebbe in te la man distesa; ma la cosa incredibile mi fece indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi nel mondo sù, dove tornar li lece”. 55 E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi, ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi. Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi: fede portai al glorïoso offizio, tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XVII “Ecco la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!”. 5 Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; e accennolle che venisse a proda vicino al fin d’i passeggiati marmi. E quella sozza imagine di froda sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, ma ’n su la riva non trasse la coda. La faccia sua era faccia d’uom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e d’un serpente tutto l’altro fusto; due branche avea pilose insin l’ascelle; lo dosso e ’l petto e ambedue le coste dipinti avea di nodi e di rotelle. Con più color, sommesse e sovraposte non fer mai drappi Tartari né Turchi, né fuor tai tele per Aragne imposte. 20 Come tal volta stanno a riva i burchi, che parte sono in acqua e parte in terra, e come là tra li Tedeschi lurchi lo bivero s’assetta a far sua guerra, così la fiera pessima si stava su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. 25 Nel vano tutta sua coda guizzava, torcendo in sù la venenosa forca ch’a guisa di scorpion la punta armava. Lo duca disse: “Or convien che si torca la nostra via un poco insino a quella bestia malvagia che colà si corca”.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui, 35 Anfïarao? perché lasci la guerra?”. E non restò di ruinare a valle fino a Minòs che ciascheduno afferra. Mira c’ha fatto petto de le spalle; perché volse veder troppo davante, di retro guarda e fa retroso calle. 40 Vedi Tiresia, che mutò sembiante quando di maschio femmina divenne cangiandosi le membra tutte quante; e prima, poi, ribatter li convenne li duo serpenti avvolti, con la verga, che rïavesse le maschili penne. Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, che ne’ monti di Luni, dove ronca lo Carrarese che di sotto alberga, 50 ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca per sua dimora; onde a guardar le stelle e ’l mar non li era la veduta tronca. E quella che ricuopre le mammelle, che tu non vedi, con le trecce sciolte, e ha di là ogne pilosa pelle, 55 Manto fu, che cercò per terre molte; poscia si puose là dove nacqu’io; onde un poco mi piace che m’ascolte. Poscia che ’l padre suo di vita uscìo, e venne serva la città di Baco, questa gran tempo per lo mondo gio. Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi non poteano ire al fondo per lo scuro; per ch’io: “Maestro, fa che tu arrivi da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; ché, com’i’ odo quinci e non intendo, così giù veggio e neente affiguro”. “Altra risposta”, disse, “non ti rendo se non lo far; ché la dimanda onesta si de’ seguir con l’opera tacendo”. 75 80 Noi discendemmo il ponte da la testa dove s’aggiugne con l’ottava ripa, e poi mi fu la bolgia manifesta: e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di sì diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Più non si vanti Libia con sua rena; ché se chelidri, iaculi e faree produce, e cencri con anfisibena, né tante pestilenzie né sì ree mostrò già mai con tutta l’Etïopia né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. Tra questa cruda e tristissima copia corrèan genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia: 90 95 con serpi le man dietro avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri    Divina Commedia   Inferno Ed ecco a un ch’era da nostra proda, s’avventò un serpente che ’l trafisse là dove ’l collo a le spalle s’annoda. 100 Né O sì tosto mai né I si scrisse, com’el s’accese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto XXV Al fine de le sue parole il ladro le mani alzò con amendue le fiche, gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”. 5 Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, perch’una li s’avvolse allora al collo, come dicesse ’Non vo’ che più diche’; e un’altra a le braccia, e rilegollo, ribadendo sé stessa sì dinanzi, che non potea con esse dare un crollo. 10 Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri non vidi spirto in Dio tanto superbo, non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. El si fuggì che non parlò più verbo; e io vidi un centauro pien di rabbia venir chiamando: “Ov’è, ov’è l’acerbo?”. 20 Maremma non cred’io che tante n’abbia, quante bisce elli avea su per la groppa infin ove comincia nostra labbia. Sovra le spalle, dietro da la coppa, con l’ali aperte li giacea un draco; e quello affuoca qualunque s’intoppa. 25 Lo mio maestro disse: “Questi è Caco, che sotto ’l sasso di monte Aventino di sangue fece spesse volte laco. Non va co’ suoi fratei per un cammino, per lo furto che frodolente fece del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
Divina Commedia di Dante Alighieri
onde cessar le sue opere biece sotto la mazza d’Ercule, che forse gliene diè cento, e non sentì le diece”. 35 Mentre che sì parlava, ed el trascorse e tre spiriti venner sotto noi, de’ quali né io né ’l duca mio s’accorse, se non quando gridar: “Chi siete voi?”; per che nostra novella si ristette, e intendemmo pur ad essi poi. 40 Io non li conoscea; ma ei seguette, come suol seguitar per alcun caso, che l’un nomar un altro convenette, dicendo: “Cianfa dove fia rimaso?”; per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, mi puosi ’l dito su dal mento al naso. Se tu se’ or, lettore, a creder lento ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. 50 Com’io tenea levate in lor le ciglia, e un serpente con sei piè si lancia dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia, e con li anterïor le braccia prese; poi li addentò e l’una e l’altra guancia; 55 li diretani a le cosce distese, e miseli la coda tra ’mbedue, e dietro per le ren sù la ritese. Ellera abbarbicata mai non fue ad alber sì, come l’orribil fiera per l’altrui membra avviticchiò le sue. Poi s’appiccar, come di calda cera fossero stati, e mischiar lor colore, né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
Divina Commedia di Dante Alighieri
ch’ànno sé in odio et la soverchia vita, e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi, coll’altre schiere travagliate e ’nferme, gridan: O signor nostro, aita, aita. Et la povera gente sbigottita ti scopre le sue piaghe a mille a mille, ch’Anibale, non ch’altri, farian pio. Et se ben guardi a la magion di Dio ch’arde oggi tutta, assai poche faville spegnendo, fien tranquille le voglie, che si mostran sì ’nfiammate, onde fien l’opre tue nel ciel laudate. Orsi, lupiù leoni, aquile et serpi ad una gran marmorea colomna fanno noia sovente, et a sé danno. Di costor piange quella gentil donna che t’à chiamato a ciò che di lei sterpi le male piante, che fiorir non sanno. Passato è già più che ’l millesimo anno che ’n lei mancâr quell’anime leggiadre che locata l’avean là dov’ell’era. Ahi nova gente oltra misura altera, irreverente a tanta et a tal madre! Tu marito, tu padre: ogni soccorso di tua man s’attende, ché ’l maggior padre ad altr’opera intende. Rade volte adiven ch’a l’alte imprese fortuna ingiurïosa non contrasti, ch’agli animosi fatti mal s’accorda. Ora sgombrando ’l passo onde tu intrasti, famisi perdonar molt’altre offese, ch’almen qui da se stessa si discorda: però che, quanto ’l mondo si ricorda, ad huom mortal non fu aperta la via per farsi, come a te, di fama eterno,
Canzoniere di Francesco Petrarca
XCVIII Orso, al vostro destrier si pò ben porre un fren, che di suo corso indietro il volga; ma ’l cor chi legherà, che non si sciolga, se brama honore, e ’l suo contrario abhorre? 5 Non sospirate: a lui non si pò tôrre suo pregio, perch’a voi l’andar si tolga; ché, come fama publica divolga, egli è già là, ché null’altro il precorre. Basti che si ritrove in mezzo ’l campo al destinato dì, sotto quell’arme che gli dà il tempo, amor, vertute e ’l sangue, gridando: D’un gentil desire avampo col signor mio, che non pò seguitarme, et del non esser qui si strugge et langue. XCIX Poi che voi et io più volte abbiam provato come ’l nostro sperar torna fallace, dietro a quel sommo ben che mai non spiace levate il core a più felice stato. 5 Questa vita terrena è quasi un prato, che ’l serpente tra’ fiori et l’erba giace; et s’alcuna sua vista agli occhi piace, è per lassar più l’animo invescato. Voi dunque, se cercate aver la mente anzi l’extremo dì queta già mai, seguite i pochi, et non la volgar gente. Ben si può dire a me: Frate,tu vai mostrando altrui la via, dove sovente fosti smarrito, et or se’ più che mai.
Canzoniere di Francesco Petrarca
CXCIX – Bozzolo mugnaio, essendogli mandato grano a macinare, e con la guardia d’un fante che non si partisse acciò che non lo imbolasse, fa pescare la gatta, e imbola più che mai ................................................. 425 CC – Certi gioveni di notte legano i piedi di una orsa alle fune delle campane di una chiesa, la qual tirando, le campane suonano, e la gente trae credendo sia fuoco.................................................................................. 428 CCI – Madonna Cecchina da Modena, essendo rubata, con uno pesce grosso e uno piccolo, e uno suo figlioletto, sonando la campanella.... .............................................................................................................. 430 CCII – A uno pover’uomo di Faenza è rubata a poco a poco una pezza di terra: fa sonare tutte le campane, e dice che è morta la ragione .......................................................................................................................... 432 CCIII – Barone di Spartano, dovendo ricevere un suo castello dal Papa, molto tempo con istento è tenuto in corte; di che con un notabil detto, mordendo il Papa, è spacciato .............................................................. 434 CCIV – Messer Azzo degli Ubertini nel palagio de’ signori di Firenze riprende uno soldato che si duole, domandando denari, in otto dì non essere spacciato, allegando sé per lo contrario ......................................... 436 CCV – Messer Ubaldino della Pila fa tanto dell’impronto con un  Vescovo, che fa licenziare al  Vescovo che uno suo ortolano si faccia prete, e vienli fatto .......................................................................................... 438 CCVI – Farinello da Rieti mugnaio, essendo innamorato di monna Collagia, la moglie sua, sappiendolo, fa tanto che nella casa e nel letto di monna Collagia entra e per parte della donna amata Farinello va a giacere con lei, e credendo avere a fare con monna Collagia, ha a fare con la moglie ...................................... 439 CCVII – A Buccio Malpanno d’Amelia è fatto credere, colicandosi un frate minore con una sua donna e lasciandovi le brache, che quelle son quelle di santo Francesco, ed egli se ’l crede ......................................... 444 CCVIII – Mauro pescatore da Civita-nuova, recando granchi marini gli mette nella rete sul letto, escene uno fuori la notte, e piglia la donna nel luogo della vergogna, e Mauro, soccorrendo co’ denti, è preso dal granchio per la bocca; e quello che ne seguita ........................................................................................... 447 CCIX – Il Minestra de’ Cerchi, avendo debito e guardandosi, stando a Candeghi è preso da’ messi, li quali l’aescarono con una anguilla messa in una fonte ................................................................................. 450 CCX – Certi gioveni fiorentini, uccellando alle quaglie, andando, per ben cenare con le quaglie prese, al Pantano, luogo di Curradino Gianfigliazzi si trovorono più là che Malalbergo ........................................... 453 CCXI – Il Gonnella buffone vende alle fiera di Salerno stronzi di cane per galle di grandissima virtù, e spezialmente da indovinare; e come, ricevuto di ciò gran prezzo, se ne va libero .......................................... 456 CCXII – D’una grande sperienza che ’l Gonnella buffone al tempo del re Ruberto fece verso Napoli, traendo da uno ricchissimo e avarissimo abate quello che mai da alcuno non fu possuto trarre; e per questo n’ebbe e dal re e da’ suoi baroni grandissimi doni ...................................................................................................... 459 CCXIII – Cecco degli Ardalaffi, volendo correre un’asta di lancia verso li nimici facendosi guidare a Giannino suo famiglio il quale trascorrendoli innanzi, il detto Cecco pone a lui, credendo porre a’ nimici ..................... 461 CCXIV – Uno gentiluomo nel contado di Firenze va a furare un porco, e mettelo su una cavalla; guastasi la cavalla, e ’l porco per poco sale pute; e un altro che era insalato in casa fa il simigliante; e così rimane tristo e doloroso ........................................................................................................................ 464 CCV – Jacopo di ser Zello mena uno garzone contadino da Altomena per farlo sperto orefice; e certi suoi compagni li mostrano come meni lo smalto, di che si ritorna a casa ............................................. 465 CCVI – Maestro Alberto della Magna, giugnendo a uno oste sul Po, gli fa un pesce di legno con lo quale pigliava quanti pesci volea, poi lo perde l’oste, e va cercando il maestro Alberto acciò che gliene faccia un altro, e non lo può avere ........................................................................................................................... 468 CCXVII – Uno Altopascino di Siena fa un brieve a una donna di parto, acciò che ella partorisca sanza pena, e giovali molto, e simile a molte donne a cui ella il prestò, dopo certo tempo il brieve s’apre, truovasi che dice cose strane e di grandi scherne, di che tutta Siena con grande risa ne rimase scornata ....................... 470 CCXVIII – Uno judeo fa un brieve a una donna perché uno suo figliuolo cresca, ed essendo da lei ben pagato,  se ne va; poi a certi dì s’apre il brieve, e truovasi scritto in forma di gran beffe e scorno ................................. 472 CCXIX – Due cognate moglie di duo fratelli, avendo gran voglia di far figliuoli, pigliano beveraggio da uno  judeo, e paganlo bene; poi ad alcuno mese si truova che ha dato loro uova di serpi, e quello di ciò seguìo ........... 474
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
pigliando un po’ di cuore, volle provare se, dicendo il contrario al re, gliene seguisse meglio, da che per lo ben dire glien’era colto male; incominciando a dire: — Maladetto sia l’ora e ’l dì che in questo luogo mi condusse, che credendo esser venuto a vedere un nobile re, come la fama risuona, e io sono venuto a vedere un re ingrato e sconoscente: credea esser venuto a vedere un re virtuoso, e io sono venuto a vedere un re vizioso: credea esser venuto a vedere un re discreto e sincero, e io sono venuto a vedere un re maligno, pieno di nequizia: credea esser venuto a vedere una santa e giusta corona, e io ho veduto costui che male per ben guiderdona; e la prova il dimostra, che me piccola creatura, magnificando e onorando lui, m’ha sì concio ch’io non so se mai potrò più vagliare, se mai al mio mestiero antico ritornare mi convenisse. Lo re si lieva la seconda volta più furioso che la prima, e va a una porta,  e  chiama  un  suo  barone.  Veggendo  questo  Parcittadino,  qual  elli diventò non è da domandare, però che parea un corpo morto che tremasse, e s’avvisò essere dal re ammazzato; e quando udì lo re chiamare quel barone, credette chiamasse qualche justiziere che lo crucifiggesse. Giunto il barone chiamato dal re, lo re gli disse: — Va’, da’ la cotal mia vesta a costui, e pagalo della verità, ch’io l’ho ben pagato della bugia io. Il barone va subito, e recò a Parcittadino una robba reale delle più adorne che lo re avesse, con tanti bottoni di perle e pietre preziose che, sanza le pugna e’  calci  ch’egli  ebbe,  valea  fiorini  trecento  o  più.  E  continuo  sospettando Parcittadino che quella robba non fosse serpe o badalischio che ’l mordesse, a tentone la ricevette. Dappoi rassicuratosi e messasela indosso, e dinanzi allo re si appresentò, dicendo: — Santa corona, qualora voi mi volete pagare a questo modo delle mie bugie, io dirò rade volte il vero. E conobbe lo re per quello che avea udito, e lo re ebbe più diletto di lui. Dappoi, stato quello che gli piacque, prese commiato e dal re si partì, tenendo la via per la Lombardia; dove andò ricercando tutti li signori, raccontando questa novella, la quale gli valse più di altri fiorini trecento; e tornossi  in  Toscana,  e  andò  a  rivedere  con  quella  robba  gli  suoi  parenti vagliatori  da  Linari,  tutti  polverosi  di  vagliatura  e  poveri;  li  quali maravigliandosi, Parcittadino disse loro:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
non troppo; però che poca difficultà fece da essergli tagliato il capo ad esser dormito con un corpo morto; e preso un poco di spirito e di sicurtà, cominciò a dire all’oste: — In buona fé che tu se’ un piacevol uomo; o che non mi dicevi tu iersera: egli è un morto in uno di quelli letti? Se tu me l’avessi detto, non che io ci fosse albergato, ma io sarei camminato più oltre parecchie miglia, se io dovessi essere rimaso nelle valli tra le cannucci; ché m’hai dato sì fatta battisoffia che io non sarò mai lieto, e forse me ne morrò. L’albergatore, che avea chiesto premio se lo campasse, udendo le parole di Lapaccio, ebbe paura di non averlo a fare a lui; e con le migliori parole che poteo si riconciliò insieme col detto Lapaccio. E ’l detto Lapaccio si partì, andando tosto quanto potea, guardandosi spesso in drieto per paura che la Ca’ Salvadega nol seguisse, portandone uno viso assai più spunto che l’Unghero morto, il quale gittò a terra del letto; e andonne con questa pena nell’animo, che non gli fu piccola, per un messer Andreasgio Rosso da Parma  che  aveva  meno  un  occhio,  il  quale  venne  podestà  di  Firenze;  e Lapaccio si tornò, rapportando aver fatta elezione al detto podestà, ed esso l’avea accettata. Tornato che fu il detto Lapaccio a Firenze, ebbe una malattia che ne venne presso a morte. Io credo che la fortuna, udendo costui essere così obbioso e recarsi così il ritoccare de’ morti in augurio, volesse avere diletto di lui per lo modo narrato di sopra, che per certo e’ fu nuovo caso, avvenendo in costui: in un altro non serebbe stato caso nuovo. Ma quanto sono differenti le nature degli uomeni! ché seranno molti che non che temino gli augurii, ma elli non  vi  daranno  alcuna  cosa  di  giacere  e  di  stare  tra’  corpi  morti;  e  altri seranno che non si cureranno di stare nel letto dove siano serpenti, dove siano botte, scorpioni, e ogni veleno e bruttura e altri sono che fuggono di non  vestirsi  di  verde,  che  è  il  più  vago  colore  che  sia;  altri  non principierebbono  alcun  fatto  in  venerdì,  che  è  quello  dì  nel  quale  fu  la nostra salute; e così di molte altre cose fantastice e di poco senno, che sono tante che non capirebbono in questo libro.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
In questa così fatta furia stando il detto Coppo, ed ecco venir li maestri e manovali che uscivano d’opera, e salutando Coppo, domandarono denari, come che molto il vedessino adirato. E Coppo come uno serpente volgesi a costoro, dicendo: — Voi mi salutate, e io vorrei volentieri essere a casa il diavolo; voi mi chiedete danari delle case che mi acconciate, io vorrei volentieri ch’elle rovinasseno testeso, e rovinassonmi addosso. Costoro si volgeano l’uno all’altro, maravigliandosi, dicendo: — Che vorrebb’egli? E dissono: — Coppo, se voi avete cosa che vi spiaccia, noi siamo malcontenti; se noi possiamo fare alcuna cosa, che vi levassi dalla noia che avete, ditecelo, e farenlo volentieri. Disse Coppo: —  Deh,  andatevi  con  Dio  oggi  al  nome  del  diavolo,  ch’io  vorrei volentieri  non  esser  mai  stato  al  mondo,  pensando  che  quelle  sfacciate, quelle puttane, quelle dolorose, abbiano aùto tanto ardire ch’elle sieno corse al Campidoglio per rivolere gli ornamenti. Che faranno li Romani di questo? ché Coppo, che è qui, non se ne puote dar pace: e se io potessi, tutte le farei ardere, acciò che sempre chi rimanesse se ne ricordasse: andatevene, e lasciatemi stare. Costoro per lo migliore se n’andorno, dicendo l’uno all’altro: — Che diavolo ha egli? e’ dice non so che di romani: forse da stadera. E l’altro dicea: — E’ conta non so che di puttane: avrebbegli la donna fatto fallo? E uno manovale disse: — A me pare che dicadel capo mi doglio; forse gli duole il capo. Disse un altro manovale: — A me pare che si dolga che gli sia versato un coppo d’oglio. — Che che si sia, — dicon poi — noi vorremmo e’ danari nostri, e poi abbia quel vuole. E così deliberarono di non andare più a lui per allora, ma di tornarvi la domenica mattina; e Coppo si rimase nella battaglia, della quale essendo la mattina raffreddo, e tornandovi e’ maestri, diede loro ciò che doveano avere, dicendo che la sera avea altra maninconia. Savio uomo fu costui, come che nuova fantasia gli venisse; ma ogni cosa considerata, ella si mosse da giusto e virtuoso zelo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
mi  posso  più  tenere.  Deh  dimmi,  buona  femina,  che  ti  par  esser  Santa Verdiana che dava mangiare alle serpi: non credi tu che io sappia chi tu se’? e non ti misuri, e biasimi pur me, e taglimi legne addosso. Se fusse pur quel che tu di’, tu hai aùto male cotanto tempo, e teco non ho potuto usare, e per questo se io fosse ito ad altra femina, non sarebbe stato così grande avolterio, ma io che sono stato sano già cotanto tempo, e tu hai potuto usare con me come l’altre usano co’ loro mariti, e ha’ mi fatto fallo, e non credi forse che io lo sappia? ben lo so bene. Dice la moglie: — E tu tel sappi, che se io l’ho fatto, l’ho fatto in utile della casa col nostro lavoratore, che ci fa buona misura e dacci le staia colme. Ma tu l’hai fatto  in  danno  della  casa,  e  tu  ’l  sai  che  hai  messo  in  culo  a  queste  tue troiacce, e metti ciò che tu puoi. Dice il marito: — A me pare che tu sia fatta una trecca baldella; io non sono per perdermi più il fiato con teco. Dice quella: — Io ne son certa che tu lo vuoi ben perdere con l’altre. Dice il marito: — Sa’ com’è del fatto? fa’ come ti piace, che poco impaccio m’ho dato da quinci addietro, e vie meno me ne darò da quinci innanzi. Una cosa ti ricordarò: abbi a mente l’onore tuo e pensa che tu déi morire. Disse la moglie: — Pènsavi pur tu, che morrai prima di me. Disse il marito: — E così sia; tu m’hai ben fracido; io te la do per vinta. Dice la moglie: — E tuttavia mi di’ villania, sì che io sono quella che t’ho fracido; va’ domandane i cessami tuoi, se t’hanno fracido o eglino, o io, ché tu non fosti mai degno d’avermi, che maladetta sia la fortuna, ché mio padre mi potea maritare a Baldo Baldovini che serei stata con lui come gemma in anello; e poi mi diede a una bella gioia. Dice il marito: — Io ti dico che io te la do per vinta; lasciami vivere —; e volte le spalle, se n’andò alla bottega e tornossi nel modo suo di prima: che se avesse trovato con lei quello dello staio colmo, facea vista di non vedere. Ed ella, come buona massaia, sempre s’ingegnò di fare la faccenda in utile della casa, infin ch’ella poteo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
molti si dolse e del caso e della fortuna sua; e compensato l’avere dell’oro della notte con la feccia della gatta, convenne che si desse pace. Or così interviene spesso de’ sogni; ché sono molti uomeni e feminelle che  ci  danno  tanta  fede  quanta  si  potesse  dare  a  una  cosa  ben  vera;  e guarderannosi di non passare il dì per uno luogo dove aranno sognato avere disavventura. E l’una dice all’altra: “Io sognai che la serpe mi mordea” e s’ella romperà il dì un bicchiere, dirà: “Ecco la serpe di stanotte”. L’altra avrà sognato d’affogare nell’acqua; caderà una lucerna e dirà: “Ecco il sogno mio di stanotte”. L’altra sognerà d’essere caduta nel fuoco; combatterà il dì con la fante che non abbia ben fatto, e dirà: “Ecco il sogno di stanotte”. E così si può interpretare il sogno del Riccio, che era fra oro e moneta, e la mattina si coperse di sterco di gatta.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
uno orciuolo d’acqua se n’andorono verso la Badìa a Candegghi; però che sapeano che ’l detto Minestra beeva dell’acqua d’una fonte, non molto di lungi dal luogo suo, e che la sua fante a quella andava per l’acqua per lui. Onde andorono alla detta fonte, ed entro vi misono quella anguilla. Messa che ve l’ebbono, nascosamente si misono in aguato, per essere presti a quello che poi venne lor fatto. Venendo l’ora dopo desinare, andando la fante per l’acqua forse per lavare le scodelle, guardando nella fonte, ebbe veduta questa  anguilla,  e  sforzandosi  quanto  poté  di  pigliarla,  vi  consumò  una mezz’ora;  e  in  fine,  abbandonatala,  si  torna  con  la  mezzina  dell’acqua  a casa; là dove, parendo al Minestra che troppo fosse stata, dice: — Il diavol ti ci reca; che hai tu tanto fatto? Ella risponde: — Non gridate, ché io v’ho creduto recare una bella anguilla che è nella fonte, che è grossa come quell’asta di lancia; e credendola più volte avere presa, ella m’è schizzata di mano, che sapete com’elle sdrucciolano. Disse il Minestra: — Sciocca che tu se’, ella fia una serpe; onde verrebbe l’anguilla costì? Dice la fante: — Sia col buon anno, s’io non conosco il baccello da’ paternostri! io vi dico ch’ella è un’anguilla. Il Minestra, udendo questo, ché già se la cominciava a manicare, disse: — Per certo, s’io dovesse essere preso, io non me ne terrei che io non v’andasse. E tolto un bucinetto che avea in casa da pigliare passere alle buche, andò alla detta fonte e menò seco la fante, però che elli non averebbe veduto la bufola nella neve, non che l’anguilla nella fonte. E dicendo alla fante: — Vedila tu? Ella dice che sì; ed elli li dice come ella debbe adoperare quel bucine. La fante, ubbidendo, in poco d’ora la tirò su nel bucine; e ’l Minestra così nella rete se la recò in mano dicendo: — Padella! E avviandosi con essa verso casa, ed ecco Mazzone e ’l compagno uscire dell’aguato, e giugne e piglia il Minestra, dicendo: — T u non la mangerai sanza me. Il Minestra, conoscendolo alla voce, ché poco lo scorgea con la vista, dice: — Eja, Mazzone, che vuol dir questo? Dice Mazzone: — Convientene venir con noi —; ché v’erano ancora quattro berrovieri. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
lesse le parole, le quali furono queste: “Sali su un toppo, E serai grande troppo; Se tu mi giugni, Il cul mi pugni ”. Udendo il prete e la donna e gli altri questa leggenda, ciascuno si maraviglia. La donna, come quella che non seppe occultare lo intrinseco della sua passione, aspettando della sua speranza in quella mattina avere il frutto, con grandissimo pianto disse al prete e al populo come uno judeo l’avea gabbata; e promettendoli di fare uno brieve che ’l suo figliuolo serebbe cresciuto sterminatamente, e avendone aùto buon prezzo, le parole del brieve erano fatte come ciascuno vedea. Allora chi la racconsolò di qua e chi di là; e spezialmente il prete che disse: — Questo brieve non ha mentito niente di quello che vi fu promesso; però che, se voi mettete il fanciullo su uno toppo, come dice, ben sapete ch’elli crescerà —; e così ciascuno dicea la sua. E la donna nella fine si volse al fanciullo, dicendo: — Se tu vuogli essere nano, e tu ti sia, ché mai né judeo né cristiano non m’archerà più —; e rimenatolo a casa piccolo come era, si diede pace come poteo. Quanto è nuova cosa questo aventarsi nell’opere de’ judei! e molte volte interviene che si crederrà più tosto a uno judeo che a mille cristiani: benché i cristiani sono oggi sì tristi, e con sì poca fede, che abbiansene il danno.  E  anco  non  so  dove  manchi  più  la  fede,  o  nell’uno  o  nell’altro. Credo io che, qual femina va caendo brievi per volere  fare una creatura grande che Dio ha voluto far piccola, doverrebbe ringraziare Dio di ciò che fa; e se altro volesse da Lui, con l’orazioni umilmente pregarlo, se ’l meglio dovesse essere, esaudisse i suoi prieghi: e tenersi otto fiorini in borsa e non gli dare a’ judei. CCXIX Due cognate moglie di duo fratelli, avendo gran voglia di far figliuoli, pigliano beveraggio da uno judeo, e paganlo bene; poi ad alcuno mese si truova che ha dato loro uova di serpi, e quello di ciò seguìo. Se la passata donna fu semplice, queste due giovene sequenti furono molto stolte in quello che credettono a uno altro judeo. Il mondo è pieno d’arcadori, li quali con diversi lacciuoli s’ingegnano d’uccellare o di pescare Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
fare sì che serebbe contento. David si partì con quattro fiorini, e andossi tanto aggirando che trovò uova di serpi, e quelle divise per metà, mettendole in due bocciuoli di canna con altre cose miste; e ivi a certi dì tornò il detto judeo alle donne, le quali con grande desiderio l’aspettavano; e’ mariti quasi ogni mattina venìano a Firenze, com’è d’usanza. Giunto dinanzi a loro, diede a ciascuna il suo bocciuolo, dicendo: — Direte domattina tre paternostri a reverenzia del Dio patre, e poi ciascuna pigli il suo, e con li vostri mariti ingegnatevi d’usare quanto sie possibile, e in poco sentirete grandissima prova del vostro gravidamento. Le giovani parea che n’andassino in cielo; e tolti li bocciuoli, dierono ancora denari al judeo, il quale detto loro quanto li piacque si partì, ricevendo da loro ogni cortesia che si dee fare a un povero e valentre uomo, come parea elli. La mattina vegnente la più attempata delle due cognate, come più mastra, si pensò, e fra sé stessa disse: “Che so io chi è costui che è venuto a darci questa ricetta? per lo mondo vanno di cattivi uomeni, e per uno denaio tradirebbono Cristo; e costui è judeo, che lo tradirono e venderono trenta danari: io per me non voglio avere sì gran voglia di figliuoli che io mi metta a fare cosa che mi mettesse peggiore ragione”. Diliberò al tutto di riporre il bocciuolo del beveraggio e dire alla compagna, se la domandasse: io l’ho preso; e mise questo bocciuolo in una cassa, dove era lino; e quella serrata, volle stare a vedere come la cognata di questa ricetta capitasse. E stando per uno spazio di tempo, forse più di due mesi, la più giovane cognata che era stata volontorosa a pigliare la medicina, dice alla maggiore cognata: — E’ par che mi cresca el corpo, e parmi sentir guizzare il fanciullo; sentilo tu ancora tu? E quella disse: — Io non sento ancora cosa che di fermo io potesse dire alcun sentore ch’io abbia, ma ben mi pare avere un poco di cambiamento —; e con questo si partono con gran letizia, quella che sentìa il buzzicare, credendo essere grossa, e l’altra che era stata a vedere come la barca arrivasse, lieta andava a pigliare il beveraggio che avea messo nella cassa del lino per ingrossare  come  la  compagna.  E  andata  alla  cassa  e  aperta  che  l’ebbe,  tra quello lino trovò e vide avvolte certe serpicelle, nate di picciol tempo; onde, come savia, guardando nel bocciuolo, considerò di quello cannone essere
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Franco Sacchetti   Il Trecentonovelle � uscite quelle serpi, e veramente alla sua cognata essere nate nel ventre quelle di che ella dicea sé gravida sentire. Di che, aùto il suo marito, gli disse ciò che era loro intervenuto, capitando loro uno judeo all’uscio, e quella bevanda avea loro data, la quale veramente avea presa la sua cognata, e già diceva sentire novità al corpo. —  E  per  questo,  credendo  lei  essere  gravida,  avendo  insino  a  qui voluto stare a vedere, corsi alla cassa per pigliare quello che avea lasciato a me com’a lei, di che io ho trovato queste serpicelle, come tu vedi. Il marito, assai doloroso di questa cosa, disse che male avean fatto, e che  si  volea  accozzare  col  fratello,  e  vedere  modo  che  la  giovene,  che  a quello passo era condotta, per consiglio di medici si curasse. Accozzatosi col fratello; e poi andati alla cassa e con quella donna che non avea preso, ogni cosa compresa, pensaro di avere consiglio di valentri medici; li quali, ogni cosa veduta e intesa, aoppiorono la giovane e ordinorono d’avere latte e appiccare la giovane con la bocca di sotto, e tenere alla bocca il latte, sì che li serpicini, correndo al latte, n’uscissono. E così per grande spazio, e non sanza grande industria, li serpicini per la bocca uscirono fuori al latte, e la giovane rimase libera: e destasi dello aoppiamento, le fu detto per lo marito e per lo cognato a che partito per sua stoltizia s’era messa, credendo a così fatti, non uomeni ma diavoli, essendo judei; facendo ciò che poterono in fine delle parole per giugnere quello judeo, non possendolo mai ritrovare. Così si rimase ancora questa cosa e con la beffa e col danno. Poi quando Dio volle feciono de’ figliuoli, e forse più che non averebbono voluto. O quanto  è  stolta  cosa  che  la  donna,  non  volendo Dio  che  abbia figliuoli, vorrà fare d’averli per fattura d’uno judeo, o eziandio per fattura d’alcuno uomo terreno! Gran cosa è che li cristiani uomeni e femine daranno maggiore fede a uno judeo che a cento cristiani; ed eglino niuna fede darebbono a uno cristiano! ma noi siamo vaghi di cose strane. Più tosto torranno i cristiani moglie da lunga che vicina; e più tosto comperranno un cavallo  che  meneranno  doglioso  gli  erri  dalla  Magna  a  Roma,  che  non comperranno quello del vicino, sentendolo perfetto. Ma molto è più nuova cosa che una donna voglia sforzare Dio e la natura per avere figliuoli; e molto maggior dolore è averne che non averne: nel non averne è una passione, nell’averne sono assai tormenti. Se sono cattivi, vivono assai, e mai altro che male non se n’ha; se son buoni, e’ si muoiono; e ciascuno cerca pur di volerne, e le più volte cerca la sua mala ventura.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
di quello che io sono ito, mi pento; — e con questo il prete cominciò a cantare la canzone di maestro Antonio da Ferrara: —Egli è molto da pregiare, Chi ha perduto e lascia andare. E ’l meglio che poteo si cominciò a rassettare nella camera sua; dalla quale  dubitando  il  maestro  Jacopo  non  li  convenisse  partire,  dormendo insieme col prete nel suo letto, piccolo a due, ma ben fornito, pensò, poiché più non lo potea mandare a Carrara, d’ingannarlo altramente. Onde li disse  che  di  quelli  dì  che v’era  stato  avea  trovato  nella  camera  una  gran serpe, e alcuna volta nel letto. Il prete, pauroso di ciò, come si dee credere, dicea ciò mai non avere veduto elli; e se ciò era, elli abbandonerebbe Parma, non che la camera. Disse il Pistoia: — Forse non è quello che mi pare; ma se pur fia, qualche cosa per innanzi ne vedremo. Stando il prete sbigottito, e ’l Pistoia avendo tesa la trappola, andò tanto  che  trovò  una  pelle  d’anguilla,  la  quale  di  suoi  artificii  empieo;  e acconciala, la notte vegnente dormendo insieme, la cacciò tra’ piedi al prete;  il  quale,  subito  gridando,  schizza  fuori  del  letto.  Il  Pistoia  mostra  di destarsi e dice: — Che è? Lo prete gli lo dice. Allora il Pistoia racconta al prete che guardi che al buio non li ponesse piede, che subito co’ morsi velenosi l’ucciderebbe. Dice il prete: — Come n’esco? io ci vorrei uscire. Il Pistoia allora dice: — Io sono della casa di San Paulo, se io li ponesse piede, non me ne curo; se voi volete io vi porterò... per quella scaletta, tanto che io vi caverò di qui. Il prete pauroso dice: Io ve ne priego per l’amore di Dio. Il Pistoia s’accosta allora a una cassa, e ’l prete li si cala addosso; e con questa  soma  ne  va  a  uno  uscetto,  dal  quale  scendea  una  scaletta  in  una stalla; e quando fu a mezza scala, facendo vista d’incespicare, getta il prete a terra  della  scala  nella  stalla;  e  rammaricandosi  forte,  il  Pistoia  ancora  si dolea, facendo vista d’aversi travolta o rotta la gamba. E lo prete, avendo un gran  cimbotto,  stette  parecchi  dì  nel  letto,  dicendo  che  una  gran  serpe, apparita nella sua camera, n’era stata cagione, il perché, fuggendo di notte
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Tornami a mente il dì che la battaglia D’amor sentii la prima volta, e dissi: Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! 5 Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi, Io mirava colei ch’a questo core Primiera il varco ed innocente aprissi. Ahi come mal mi governasti, amore! Perché seco dovea sì dolce affetto Recar tanto desio, tanto dolore? 10 E non sereno, e non intero e schietto, Anzi pien di travaglio e di lamento Al cor mi discendea tanto diletto? Dimmi, tenero core, or che spavento, Che angoscia era la tua fra quel pensiero Presso al qual t’era noia ogni contento? Quel pensier che nel dì, che lusinghiero Ti si offeriva nella notte, quando Tutto queto parea nell’emisfero: 20 Tu inquieto, e felice e miserando, M’affaticavi in su le piume il fianco, Ad ogni or fortemente palpitando. E dove io tristo ed affannato e stanco Gli occhi al sonno chiudea, come per febre Rotto e deliro il sonno venia manco. 25 Oh come viva in mezzo alle tenebre Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi La contemplavan sotto alle palpebre! Oh come soavissimi diffusi Moti per l’ossa mi serpeano, oh come Mille nell’alma instabili, confusi 15 30 39 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Canti di Giacomo Leopardi
Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse. Natura Islandese Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?  Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.  La Natura? Non altri.  Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?  Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono
Operette morali di Giacomo Leopardi
in casa di Egidio e di Fabio Sasso ne soleva essere una figura a sedere di braccia tre e mezzo, condotta a’ dì nostri con il resto delle altre statue in casa Farnese. Nel cortile ancora di casa La Valle sopra una finestra una lupa molto eccellente, e nel lor giardino i due prigioni legati, del medesimo porfido, i quali son quattro braccia d’altezza l’uno, lavorati da gli antichi con grandissimo giudicio, arte e disegno; i quali sono oggi lodati straordinariamente da tutte le persone eccellenti, conoscendosi la difficultà che hanno avuto a condurli per la durezza della pietra. A’ dì nostri non s’è mai condotto pietre di questa sorte a perfezzione alcuna, per avere gli artefici nostri perduto il modo del temperare i ferri e così gli altri stormenti da condurle. Vero è che se ne va segando con lo smeriglio rocchi di colonne e molti pezzi, per accomodarli in ispartimenti per piani e così in altri varii ornamenti per fabriche, andandolo consumando a poco a poco con una sega di rame senza denti tirata dalle braccia di due uomini, la quale con lo smeriglio ridotto in polvere e con l’acqua che continuamente la tenga molle, finalmente pur lo ricide. Ma per volerne fare o colonne o tavole, così si lavora: fannosi per questo effetto alcune martella gravi e grosse con le punte d’acciaio temperato fortissimamente col sangue di becco e lavorate a guisa di punte di diamanti, con le quali picchiando minutamente in sul porfido e scantonandolo a poco a poco il meglio che si può, si riduce pur finalmente o a tondo o a piano come più aggrada allo artefice, con fatica e tempo non picciolo, ma non già a forma di statue, che di questo non abbiamo la maniera; e si gli dà il pulimento con lo smeriglio e col cuoio strofinandolo, che viene di lustro molto pulitamente lavorato e finito. Succede al porfido il serpentino, il quale è pietra di color verde scuretta alquanto, con alcune crocette dentro giallette e lunghe per tutta la pietra, della quale nel medesimo modo si vagliono gli artefici per far colonne e piani per pavimenti per le fabriche; ma di questa sorte non s’è mai veduto figure lavorate, ma sì bene infinito numero di base per le colonne e piedi di tavole et altri lavori più materiali. Perché questa sorte di pietra si schianta, ancor che sia dura più che ‘l porfido, e riesce a lavorarla più dolce e men faticosa che ‘l porfido, e cavasi in Egitto e nella Grecia, e la sua saldezza ne’ pezzi non è molto grande. Più tenera poi di questa è il cipollaccio, pietra che si cava in diversi luoghi; il quale è di color verde acerbo e gialletto, et ha dentro alcune macchie nere quadre picciole e grandi, e così bianche alquanto grossette, e si veggono di questa sorte in più luoghi colonne grosse e sottili e porte et altri Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
ornamenti, ma non figure. Questa piglia il pulimento come il porfido et il serpentino et ancora si sega come l’altre sorti di pietra dette di sopra, e se ne trovano in Roma infiniti pezzi sotterrati nelle ruine che giornalmente vengono a luce, e delle cose antiche se ne sono fatte opere moderne, porte et altre sorti di ornamenti che fanno, dove elle si mettono, ornamento e grandissima bellezza. Ècci un’altra pietra chiamata mischio dalla mescolanza di diverse pietre congelate insieme e fatto tutt’una dal tempo e dalla crudezza dell’acque. E di questa sorte se ne trova copiosamente in diversi luoghi, come ne’ monti di Verona, in quelli di Carrara et in quei di Prato in Toscana , così nella Grecia e nello Egitto, che son molto più duri che i nostri italiani; e di questa ragion pietra se ne trova di tanti colori quanto la natura lor madre s’è di continuo dilettata e diletta di condurre a perfezzione. Di questi sì fatti mischi se ne veggono in Roma ne’ tempi nostri opere antiche e moderne, come colonne, vasi, fontane, ornamenti di porte e diverse incrostature per gli edifici e molti pezzi ne’ pavimenti. Se ne vede diverse sorti di più colori, chi tira al giallo et al rosso, alcuni al bianco et al nero, altri al bigio et al bianco pezzato di rosso e venato di più colori; così certi rossi, verdi, neri e bianchi che sono orientali, ch’è specie più dura e più bella di colore e più fine, come ne fanno fede oggi due colonne di braccia dodici di altezza nella entrata di San Pietro di Roma, le quali reggono le prime navate, et una n’è da una banda e l’altra dall’altra. Di questa sorte quella ch’è ne’ monti di Verona è molto più tenera che l’orientale infinitamente, e ne cavano in questo luogo d’una sorte ch’è rossiccia e tira in color ceciato; e queste sorti si lavorano tutte bene a’ giorni nostri con le tempere e co’ ferri sì come le pietre nostrali, e se ne fa e finestre e colonne e fontane e pavimenti e stipidi per le porte e cornici, come ne rende testimonanza la Lombardia e tutta la Italia ancora. Trovasi un’altra sorte di pietra durissima, molto più ruvida e picchiata di neri e bianchi e talvolta di rossi, dal tiglio e dalla grana di quella, comunemente detta granito. Della quale si truova nello Egitto saldezze grandissime e da cavarne altezze incredibili, come oggi si veggono in Roma negli obelischi, aguglie, piramidi, colonne et in que’ grandissimi vasi de’ bagni che abbiamo a San Piero in Vincola et a San Salvatore del Lauro et a San Marco et in colonne quasi infinite, che per la durezza e saldezza loro non hanno temuto fuoco né ferro; et il tempo istesso, che tutte le cose caccia a terra, non solamente non le ha distrutte, ma né pur cangiato loro il colore. E per questa cagione gli Egizzii se ne servivano per i loro morti, scrivendo in queste aguglie Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Cavasi ancora in Istria una pietra bianca livida, la quale molto agevolmente si schianta; e di questa sopra di ogni altra si serve non solamente la città di Vinegia, ma tutta la Romagna ancora, facendone tutti i loro lavori, e di quadro e d’intaglio. E con sorte di stromenti e ferri più lunghi che gli altri la vanno lavorando, e massimamente con certe martelline, e vanno secondo la falda della pietra, per essere ella tanto frangibile. E di questa sorte pietra ne ha messo in opera una gran copia M Iacopo Sansovino, il quale ha fatto in Vinegia lo edificio dorico della Panatteria et il toscano alla Zecca in sulla piazza di San Marco. E così tutti i lor lavori vanno facendo per quella città, e porte, finestre, cappelle et altri ornamenti che lor vien comodo di fare; nonostante che da Verona per il fiume dello Adige abbino comodità di condurvi i mischi et altra sorte di pietre, delle quali poche cose si veggono, per aver più in uso questa. Nella quale spesso vi commettono dentro porfidi, serpentini et altre sorti di pietre mischie che fanno, accompagnate con esse, bellissimo ornamento. Restaci la pietra serena e la bigia detto macigno e la pietra forte che molto s’usa per Italia, dove son monti e massime in Toscana, per lo più in Fiorenza e nel suo dominio. Quella ch’eglino chiamano pietra serena è quella sorte che trae in azzurrigno o vero tinta di bigio, della quale n’è ad Arezzo cave in più luoghi, a Cortona, a Volterra e per tutti gli Appennini, e ne’ monti di Fiesole è bellissima, per esservisi cavato saldezze grandissime di pietre, come veggiamo  in  tutti  gli  edifici  che  sono  in  Fiorenza  fatti  da  Filippo  di  Ser Brunellesco, il quale fece cavare tutte le pietre di San Lorenzo e di Santo Spirito et altre infinite che sono in ogni edificio per quella città. Questa sorte di pietra è bellissima a vedere, ma dove sia umidità e vi piova su o abbia ghiacciati addosso, si logora e si sfalda; ma al coperto ella dura in infinito. Ma molto più durabile di questa e regge più e molto più bel colore è una sorte di pietra azzurrigna che si dimanda oggi la pietra del Fossato; la quale quando si cava il primo filare, è ghiaioso e grosso, il secondo mena nodi e fessure, il terzo è mirabile perché è più fine. Della qual pietra Michele Agnolo s’è servito nella libreria e sagrestia di San Lorenzo, per Papa Clemente; la qual pietra è gentile di grana, et ha fatto condurre le cornici, le colonne et ogni lavoro con tanta diligenza, che d’argento non resterebbe sì bella. E questa piglia un pulimento bellissimo e non si può desiderare in questo genere cosa migliore. Fuor di questa n’è un’altra specie, ch’è detta pietra serena per tutto il monte, ch’è più ruvida e più dura e non è tanto colorita, che tiene di specie di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
stucco più pulite e lisce, nelle quali mescolano l’uno e l’altro; e quando quello è fresco, mette fra esso, per fregi e spartimenti, gongole, telline, chiocciole maritime, tartarughe e nicchi grandi e piccoli, chi a ritto e chi a rovescio. E di questi se ne fanno vasi e festoni che tali telline figurano le foglie, et altre chiocciole et i nicchi fanno le frutte, et a scorze di testuggine d’acqua vi si pone. Così si fa ancora di diversi colori un musaico rustico, che alle fornaci de’ vetri le padelle talora scoppiano; et a quelle dove si cuocono i mattoni e ch’addosso alle pietre et altre colature fanno varii colori invetriati, bianchi, neri, verdicci, rossi, secondo la violenzia del fuoco; e quelli si murano e con istucchi si fermano, e si fa nascere tra essi coralli et altri ceppi maritimi, i quali recano in sé grazia e bellezza grandissima. Così si fanno animali e figure, le quali si cuoprono di smalti in varii pezzi posti alla grossa, e con le nicchie sudette, le quali sono bizzarra cosa a vederle. E di questa specie n’è a Roma fatte moderne di molte fontane, le quali hanno desto l’animo d’infiniti a essere per tal diletto vaghi di tal lavoro. E lo stucco con che si mura e lavora, è il medesimo che inanzi abbiamo ragionato, e per la presa fatta con essa rimangono murate. A queste tali fontane di frombole, ciò è sassi di fiumi tondi e stiacciati, si fanno pavimenti murando quelli per coltello et a onde, a uso d’acque, che fanno benissimo. Altri fanno alle più gentili pavimenti di terra cotta a mattoncini con varii spartimenti et invetriati a fuoco, come in vasi di terra dipinti di varii colori e con fregi e fogliami dipinti; e questa sorte di pavimenti più convengono alle stufe et a’ bagni che alle fonti. Capitolo 6 Del modo di fare i pavimenti di commesso. Tutte  le  cose  che  truovar  si  poterono,  gli  antichi,  ancora  che  con difficultà in ogni genere o le ritrovarono o di ritrovarle cercarono, quelle dico, ch’alla vista degli uomini vaghezza e varietà indurre potessero, acciò che i posteri scorgessero l’altezza dell’ingegno loro. Trovarono fra l’altre cose belle i pavimenti di pietre ispartiti con varii misti di porfidi, serpentini e graniti, con tondi e quadri et altri spartimenti, onde s’imaginarono che fare si potessero fregi, fogliami et altri andari di disegni e figure. Onde per poter meglio ricevere l’opera tal lavoro, tritavano i marmi, acciò che essendo quegli minori, potessero per lo campo e piano con essi rigirare in tondo e diritto et a Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Capitolo 23 Del dipingere a olio su le tele. Gli uomini per potere portare le pitture di paese in paese, hanno trovato la comodità delle tele dipinte, come quelle che pesano poco et avvolte sono agevoli a trasportarsi. Queste a olio, perch’elle siano arrendevoli, se non hanno a stare ferme non s’ingessano, atteso che il gesso vi crepa su arrotolandole, però si fa una pasta di farina con olio di noce et in quello si metteno due o tre macinate di biacca, e quando le tele hanno auto tre o quattro mani di colla che sia dolce, ch’abbia passato da una banda a l’altra, con un coltello si dà questa pasta, e tutti i buchi vengono con la mano dell’artefice a turarsi. Fatto  ciò,  se  li  dà  una  o  due  mani  di  colla  dolce  e  da  poi  la  mestica  o imprimatura, et a dipignervi sopra si tiene il medesimo modo che agl’altri di sopra raconti. Capitolo 24 Del dipingere in pietra a olio, e che pietre siano bone. È cresciuto sempre lo animo ai nostri artefici pittori, faccendo che il colorito a olio, oltra lo averlo lavorato in muro, si possa volendo lavorare ancora su le pietre. Delle quali hanno trovato nella riviera di Genova quella spezie di lastre che noi dicemmo nella architettura che sono attissime a questo bisogno; perché, per esser serrate in sé e per avere la grana gentile, pigliano il pulimento piano. In su queste hanno dipinto modernamente quasi infiniti e trovato il modo vero da potere lavorarvi sopra. Hanno provato poi le pietre più fine, come mischi di marmo, serpentini e porfidi et altre simili che, sendo liscie e brunite, vi si attacca sopra il colore. Ma nel vero quando la pietra sia ruvida et arida, molto meglio inzuppa e piglia l’olio bollito et il colore dentro, come alcuni piperni gentili, i quali quando siano battuti col ferro e non arrenati con rena o sasso di tufi, si posso’ spianare con la medesima mistura che dissi nello arricciato, con quella cazzuola di ferro infocata. Percioché a tutte queste pietre non accade dar colla in principio, ma solo una mano d’imprimatura di colore a olio, ciò è mestica; e secca che ella sia, si può cominciare il lavoro a suo piacimento. E chi volesse fare una storia a olio su la pietra, può torre di quelle lastre genovesi e farle fare quadre e fermarle nel
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
ra, insieme con Giovanni Milanese se ne tornò a Fiorenza, dove nella città e di fuori, fecero tavole e pitture assaissime e di grande importanza. Et in processo di tempo lavorò e guadagnò tanto, che faccendo capitale delle facultà sopra ogni altro che in quell’arte si esercitasse ne’ tempi suoi diede principio alla ricchezza et alla nobiltà della sua famiglia. Fu Taddeo tenuto savio e molto discreto, e da’ suoi cittadini grandemente onorato in vita. Co’ discepoli suoi fu piacevole e faceto, e per questo amato da loro tenerissimamente. Dipinse in Santa Maria Novella di Fiorenza il capitolo di quel convento, allogatogli dal priore di quello con la invenzione delle pitture che e’ ci voleva. Bene è vero che per essere il lavoro grande e per essersi scoperto in quel tempo che e’ si facevano i ponti, il capitolo di Santo Spirito con grandissima fama di Simone Memmi che lo aveva dipinto, venne voglia al detto priore di chiamarlo a la metà di questa opera, e lo conferì con Taddeo; il quale ne fu molto contento, perché sommamente amava  Simone  come  compagno  et  amico  suo,  allevatosi  con  esso  lui fanciulletto a’ servizii di Giotto et inoltre conosceva e pregiava molto la sua virtù. Animi veramente gentili e spiriti nobilissimi, che senza emulazione o ambizione alcuna fraternamente amavano l’un l’altro, godendo dello onore e del pregio altrui come del suo proprio. Fu adunque spartito il lavoro, dandone tre facciate a Simone (come io dissi nella sua vita) et a Taddeo la facciata sinistra e tutta la volta, la quale fu divisa da lui in quattro spicchi o quarte, secondo gli andari di essa volta, e nel primo fece la Resurressione di Cristo, dove pare che e’ volesse tentare che lo splendore del corpo glorificato facesse lume, che apparisce ancora in una città et in alcuni scogli di monti; ma non seguitò di farlo nelle figure e nel resto, dubitandosi forse di non lo potere condurre, per la difficultà che e’ vi conosceva. Nel secondo spicchio fece Iesù Cristo che libera San Pietro da ‘l naufragio, dove sono gli Apostoli che guidano la barca certamente molto begli; e fra le altre cose vi fece uno che in su la riva del mare pesca a lenza, con grandissima affezzione, cosa fatta prima da Giotto in Roma, nel musaico della nave di Santo Pietro. Nel terzo dipinse la Ascensione di Cristo e nello ultimo la Venuta dello Spirito Santo, dove sono i Giudei a la porta che cercano volere entrare, e vi si veggono molto belle attitudini di figure. Nella faccia di sotto sono le sette Scienzie, con i caratteri di quelle, cioè la Gramatica in abito d’una donna con una porta, che insegna ad un putto, e sotto lei a sedere Donato scrittore. Di quella segue la Rettorica et a’ piè di quella una figura che ha due mani a’ libri et una terza mano si trae di sotto il mantello e se la tiene appresso alla bocca. La Logica ha il serpente 127 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte prima  dello altare maggiore, nella quale figurò Lucifero porre la sedia sua in Aquilone, e vi fece la ruina de gli angeli i quali in diavoli si tramutono, piovendo inver la terra, dove si vede in aria un San Michele che combatte con lo antico serpente di sette teste e di dieci corna; e da basso nel centro un Lucifero già mutato in bestia bruttissima. E dilettossi tanto Spinello di farlo orribile e contraffatto, che e’ si dice (tanto può la imaginazione) che la figura da lui dipinta gli apparve in sogno, domandandolo dove egli la avesse vista sì brutta e perché fattole tale scorno co’ suoi pennelli. Egli dunche svegliatosi da ‘l sonno per la paura e non potendo gridare, con tremito si scosse talmente, che la moglie destatasi lo soccorse, e fu egli nientedimanco a rischio di stringersigli il core e morire di subito. Ben che ad ogni modo spiritaticcio e con occhi tondi, poco tempo vivendo poi, si condusse a la morte, lasciando fama di sé in quella città e due figliuoli piccoli: l’uno de i quali fu Forzore orefice, che a Fiorenza mirabilissimamente lavorò di niello, e l’altro Parri, che imitando il padre, di continuo attese alla pittura, e di disegno infinitamente lo vinse. Dolse molto a gli Aretini così sinistro caso, con tutto che Spinello fosse vecchio, rimanendo privati d’una virtù e d’una bontà quale era la sua. Morì d’età d’anni LXXVII et in Santo Agostino di detta città gli fu dato sepolcro, dove ancora oggi si vede una lapida con l’arme sua, dentrovi uno spinoso. E gli fu fatto questo epitaffio:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
All’Arte de’ Corazzai fece una figura di San Giorgio, armato vivissima e fierissima. Nella testa della quale si conosce la bellezza nella gioventù, l’animo et il valore nelle armi, una vivacità fieramente terribile et un maraviglioso gesto di muoversi dentro a quel sasso. E certo nelle figure moderne non s’è veduta ancora tanta vivacità, né tanto spirito in marmo, quanto la natura e l’arte operò con la mano di Donato in questo. E nel basamento che il tabernacolo di questo regge, lavorò di marmo in basso rilievo, quando egli amazzò il serpente, fra le quali cose è un cavallo molto stimato e molto lodato. Nel frontispizio fece di basso rilievo mezzo un Dio Padre, e dirimpetto alla chiesa di detto San Michele, in detto oratorio, lavorò di marmo e con l’ordine antico detto corinzio, fuori d’ogni maniera todesca, il tabernacolo per l’arte della Mercatanzia, per collocare in esso due statue, le quali non volse fare perché non fu d’accordo del prezzo. Queste figure, dopo la morte sua, fece di bronzo Andrea del Verrocchio. Lavorò di marmo, nella facciata dinanzi del campanile di Santa Maria del Fiore, quattro figure di braccia cinque, delle quali due, ritratte da ‘l naturale, sono nel mezzo, l’una è Francesco Soderini giovane, e l’altra Giovanni di Barduccio Cherichini, oggi nominato il Zuccone. La quale per essere tenuta cosa rarissima e bella quanto nessuna che facesse mai, soleva Donato, quando voleva giurare, sì che si gli credesse, di re: “Alla fé ch’io porto al mio Zuccone”, e mentre che lo lavorava, guardandolo tuttavia gli diceva: “Favella, favella, che ti venga il cacasangue!” E da la parte di verso la canonica, sopra la porta del campanile, fece uno Abraam che vuole sacrificare Isaac, et un altro profeta; le quali figure furono poste in mezzo a due altre statue. Fuse per la Signoria di quella città un getto di metallo, che fu locato in piazza in uno arco della loggia loro, et è Giudit che ad Oloferne taglia la testa, opera di grande eccellenzia e di magisterio, la quale, a chi considererà la semplicità del di fuori, nello abito e nello aspetto di Giudit, manifestamente scuopre nel di dentro l’animo grande di quella donna e lo aiuto di Dio, sì come nella aria di esso Oloferne, il vino et il sonno e la morte nelle sue membra, che per avere perduti gli spiriti si dimostrano fredde e cascanti. Questa fu da Donato talmente condotta, che il getto con sottilità è venuto, e con pazienzia e con grandissimo amore; et appresso  fu  sì  rinetta,  che  maraviglia  grandissima  è  a  vederla.  Similmente  il basamento di granito con semplice ordine si dimostra ripieno di grazia et a gli occhi grato in aspetto. E sì di questa opra si sentì sodisfare, che più che all’altre il nome suo gli parve di dovervi imprimere, scrivendovi: Donatelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
in una storia a fresco, et a secco ritocca, alla Nunziata di Fiorenza nel cortile dietro il muro, dov’è dipinta la Nunziata, nella quale fece una Natività di Cristo; e quivi mise tal fine, fatica e diligenza in una capanna, che numerar si potrebbono i fili et i nodi della paglia. Vi contrafece ancora una ruina d’una casa di pietre dal tempo muffate e dalla pioggia logore e consumate, con una radice di edera grossa che una parte di quel muro ricuopre, nella quale imitò colore del ritto e del rovescio delle foglie con diligenza e con pazienza. Vi sono ritratti pastori a la usanza del paese; e mise tempo infinito a contraffare una serpe che camina per il muro. E merita egli certamente infinita lode, per lo amor che e’ portò alla arte. Dicesi che egli andò lungamente sofisticando intorno al musaico, e che non essendone mai pervenuto a quello che e’ desiderava, gli capitò a le mani un todesco che andava a Roma a le perdonanze, il quale alloggiato et intrattenuto da Alesso parecchi giorni, gli insegnò interamente il modo e la regola del condurre quella opera. Di maniera che egli arditamente si mise a lavorare di musaico; et in San Giovanni, sopra le tre porte di bronzo, fece da la banda di dentro negli archi alcuni angeli che tengono la testa di Cristo. Per il che li allogarono i Consoli della Arte de’ Mercatanti tutta la volta di quel tempio, fatta da Andrea Taffi, che e’ dovesse rinettarla e pulirla, e racconciare e rassettare quanto avesse corrotto il tempo. Il che fece Alesso in su uno edifizio di legname, fatto dal Cecca architetto, tenuto il migliore che avesse quel secolo. Insegnò il magisterio de’ musaici a Domenico Ghirlandaio, che lo  ritrasse  poi  accanto  a  se  stesso  nella  cappella  de’  Tornabuoni,  dove  è Giovacchino cacciato de ‘l tempio, et è un vecchio raso con un cappuccio rosso in testa. Visse anni LXXX e si commise nello spedale di San Paulo con alcune sue facultà; et a cagione di esservi accettato più volentieri, fece portarvi un gran cassone, dove finse di avere tesoro, dandone la chiave allo spedalingo, ma con patto che e’ non dovesse aprirsi già mai, se non dopo la morte di esso Alesso. La quale quando fu venuta, si aperse il cassone, e vi si trovò dentro solamente un libretto che insegnava fare le pietre del musaico e lo stucco, et il modo del lavorare; volendo così inferire che la fama e la virtù di chi opera è un tesoro. Fu suo discepolo il Graffione Fiorentino, che sopra la porta degli Innocenti fece a fresco il Dio Padre con quegli Angeli che vi si veggono ancora. Dicono che il Magnifico Lorenzo de’ Medici ragionando un dì co ‘l
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
cappella di Santa Lucia, la quale gli arrecò tanta lode, che per la Signoria di Fiorenza gli fu fatto dipignere una tavola a tempera, quando i Magi offeriscono a Cristo, che fu collocata a mezza scala del loro palazzo, per la quale Pesello acquistò gran fama. Fece ancora alla cappella de’ Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, una predella con figurine piccole, dentrovi storie di San Niccolò; e lavorò in casa de’ Medici una spalliera d’animali molto bella, et alcuni corpi di cassoni con storiette piccole con giostre di cavalli. E veggonsi in detta casa sino al dì d’oggi di mano sua alcune tele di leoni, i quali s’affacciano a una grata che paiono vivissimi; et altri ne fece fuori, e similmente uno che con un serpente combatte; e colorì in un’altra tela un bue et una volpe con altri animali molto pronti e vivaci. Fece ancora a Pistoia una tavola in S. Iacopo, la quale è molto diligentemente finita; e per la città sua una infinità di tondi che smarriti per le case di cittadini si veggono. Fu persona molto modesta, moderata e gentile, e sempre ch’e’ poteva giovare agli amici con amorevolezza e volentieri lo faceva. Tolse moglie giovane et ebbene Francesco detto Pesellino suo figliuolo, che attese alla pittura imitando gli andari di fra’ Filippo infinitamente. Costui se più tempo viveva, per quello che si conosce, averebbe fatto molto più ch’egli non fece, perché era studioso nell’arte, né mai restava né dì né notte di disegnare. Perché si vede ancora nella cappella del noviziato di Santa Croce, sotto la tavola di fra’ Filippo, una maravigliosissima predella di figure piccole, le quali paiono di mano di fra Filippo. Egli fece molti quadretti di figure piccole per Fiorenza, et in quella acquistato il nome se ne morì d’anni XXXI, perché Pesello ne rimase dolente; né molto stette che lo seguì lasciando il mondo non manco pieno dell’opre, che s’abbia fatto di nome. Visse in Fiorenza anni LXXVII. Et insieme col suo figliuolo fu onorato poi di questi versi: Se pari cigne il Cielo i duoi Gemelli; Tal cigne il padre e ‘l figlio la bella arte: Che Appelle fa di sé fama in le carte Come fan le rare opre a’ duoi Peselli. 33. Benozzo Chi camina con le fatiche a la strada della virtù, ancora che ella sia (come e’ dicono) e sassosa e piena di spine, a la fine della salita si ritruova pur finalmente in un largo piano, con tutte le bramate felicità. E nel riguardare a
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Imperatore, che per opera in fresco è molto praticamente condotta e con una allegrezza di colori molto vaghi. Et insiemi acompagnò questo lavoro con una tavola pur di sua mano, lavorata a tempera; quale ha dentro una Natività di Cristo da far maravigliare molto ogni persona intelligente, dove ritrasse se medesimo e fece alcune teste di pastori, che sono tenuti cosa divina. Dipinse a’ frati Giesuati una tavola per lo altar maggiore con alcuni santi in compagnia di una Nostra Donna bellissima. E nella chiesa di Cistello fece una tavola finita da David e Benedetto suoi fratelli, dentrovi la Visitazione di Nostra Donna, con alcune teste di femmine vaghissime e bellissime. Nella chiesa de gli Innocenti fece una tavola de’ Magi, molto lodata e stimata, che fu a tempera. Nella quale sono teste bellissime d’aria e di fisonomia varie, così di giovani come di vecchi; e particularmente nella testa della Nostra Donna si conosce quella onestà, bellezza e grazia, che nella madre del vero o Dio, può esser fatta da mano umana. Et in San Marco al tramezzo della chiesa, un’altra tavola, e nella forestieria un Cenacolo con diligenza l’uno e l’altro condotto; et in casa di Giovanni Tornabuoni un tondo con la storia de’ Magi, fatto con diligenza. Allo spedaletto per Lorenzo Vecchio de’ Medici, amato e stimato da lui, la storia di Vulcano, dove lavorano molti ignudi fabricando con le martella folgori o saetti a Giove. Et in Fiorenza nella chiesa d’Ogni Santi, a concorrenza di Sandro di Botticello, dipinse a fresco un San Girolamo che oggi è allato alla porta che va in chiostro, intorno al quale fece una infinità di instrumenti di libri da persone studiose. Dipinse  ancora  l’arco  sopra  la  porta  di  Santa  Maria  Ughi  et  un tabercolino dietro a la Arte de’ Linaiuoli, similmente un San Giorgio molto bello, che ammazza il serpente. E per il vero egli intese molto bene il modo  del  dipignere  in  muro,  e  facilissimamente  lo  lavorò,  essendo nientedimanco nel comporre le sue cose molto leccato. Fu chiamato a Roma da papa Sisto IIII a dipignere con altri maestri la sua cappella, e dipinsevi quando Cristo chiama a sé da le reti Pietro et Andrea, e la Resurressione di esso Iesù Cristo, della quale oggi è guasta la maggior parte per essere ella sopra la porta respetto a lo avervisi avuto a rimettere uno architrave che rovinò. Era in questi tempi medesimi in Roma, Francesco Tornabuoni onorato e ricco mercante et amicissimo di Domenico, al quale essendo morta la donna sopra parto, et avendo per onorarla come si convenia alla nobiltà loro, fattole fare una sepoltura nella Minerva, con alcune storie di marmo, piacque ancora che Domenico dipignesse tutta la faccia dove ell’era sepolta, et oltre a
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Angelo Raffaello con Tobia; e fecero nella Mercatanzia di Fiorenza alcune Virtù in quello stesso luogo dove siede, pro tribunali, il magistrato di quella. Nel Proconsolo fece il Poggio di naturale et un’altra figura, e nella cappella de’ Pucci a San Sebastiano da’ Servi, fece la tavola dello altare, che è cosa eccellente e rara, dove sono cavalli mirabili, ignudi e figure bellissime in iscorto, et il San Sebastiano stesso ritratto dal vivo, ciò è da Gino di Lodovico Capponi, e fu questa opera la più lodata che Antonio facesse già mai. Con ciò sia che per andare egli imitando la natura il più che e’ poteva, pose in uno di que’ saettatori, che appoggiatasi la balestra al petto si china a terra per caricarla, tutta quella forza che può porre uno forte di braccia in caricare quello instrumento; imperò che e’ si conosce in lui il gonfiare delle vene e de’ muscoli et il ritenere del fiato, per fare più forza. E non è questo solo ad essere condotto con advertenzia, ché tutti gli altri ancora, con le diverse attitudini, assai chiaramente dimostrano lo ingegno e la considerazione che egli aveva posto in questa opera, la quale fu certamente conosciuta da Antonio Pucci, che gli donò per questo CCC scudi, affermando che non gli pagava appena i colori. Crebbeli dunche da questo l’animo, et a San Miniato fra le torri fuor della porta dipinse un San Cristofano di X braccia, cosa molto bella e modernamente lavorata. Poi fece in tela un Crocifisso con Santo Antonino, il quale è posto alla sua cappella in S. Marco. In palazzo della Signoria di Fiorenza lavorò alla porta della catena un San Gio Batista; et in casa Medici dipinse a Lorenzo Vecchio tre Ercoli in tre quadri, che sono di cinque braccia, l’uno de’ quali scoppia Anteo, figura bellissima, nella quale sì propriamente si vede la forza di Ercole nello strignere, che i muscoli della figura et i nervi di quella sono tutti raccolti per fare crepare Anteo. E nella testa di esso Ercole si conosce il digrignare de’ denti, accordato in maniera con l’altre parti, che fino a le dita de’ piedi s’alzano per la forza. Né usò punto minore advertenzia in Anteo, che stretto da le braccia d’Ercole, si vede mancare e perdere ogni vigore, et a bocca aperta rendere lo spirito. L’altro, ammazzando il leone, gli appunta il ginocchio sinistro al petto et afferrata la bocca del leone con ammendue le sue mani, serrando i denti e stendendo le braccia, lo apre e sbarra per viva forza, ancora che la fiera per sua difesa, con gli unghioni malamente gli graffi le braccia. Il terzo, che amazza l’Idra, è veramente cosa maravigliosa, e massimamente il serpente, il colorito del quale così vivo fece e sì propriamente, che più vivo far non si può. Quivi si vede il veleno, il fuoco, la ferocità, l’ira, con tanta prontezza che merita esser celebrato e da’ buoni artefici in ciò grandemente imitato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
330 Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte seconda Alla Compagnia di Santo Angelo in Arezzo fece in sul drappo a olio un San Michele che combatte col serpe, tanto bello quanto cosa che di sua mano si possa vedere; perché v’è la figura del San Michele che con una bravura affronta il serpente, stringendo i denti et increspando le ciglia, che veramente pare disceso da ‘l cielo per fare la vendetta di Dio contra la superbia di Lucifero, et è certo cosa maravigliosa. Da l’altra banda vi fece un Crocifisso. Egli s’intese de gli ignudi più modernamente che fatto non avevano gli altri maestri inanzi a lui, e scorticò molti uomini per vedere la notomia lor sotto. E fu primo a mostrare il modo di cercare i muscoli che avessero forma et ordine nelle figure; e di quegli tutti cinti d’una catena intagliò in rame una battaglia, e fece altre stampe di sua mano con migliore intaglio che non avevano fatto gli altri. Per il che nella morte di Sisto IIII fu da Papa Innocenzio condotto a Roma, e fece di metallo la sepoltura di questo pontefice, e similmente la sepoltura di Papa Sisto suo antecessore nella sua cappella medesima in San Pietro, isolata intorno e tutta di bronzo, la quale fu cagione ch’egli nello impacciarsi coi grandi, riconosciuto della virtù sua e di continuo più inalzandosi, ricchissimo divenne. Bene è vero che, non molto dopo il fine di detta  opera,  l’uno  dopo  l’altro  in  poco  tempo  se  ne  morirono  nel MCCCCIIC. Lasciarono molte facultà, e da’ parenti in S. Pietro in Vincula in Roma furono sepolti, et in memoria loro, allato alla porta di mezzo a man sinistra entrando in chiesa, in duoi tondi di marmo sono i ritratti loro con questo epitaffio:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
va. Fu primo ancora a dar luce alle grottesche, che somiglino l’antico; e le mise in opera di terretta e colorite in fregi, con più disegno e grazia che gli inanzi a lui non avevano fatto. Maravigliosa cosa era a vedere gli strani capricci che nascevano nel suo fare, atteso che e’ non lavorò mai opera che delle cose antiche di Roma con gran studio non si servisse, invasi, calzari, trofei, bandiere, cimieri et ornamenti di templi, abbigliamenti da dosso a figure; onde grandissimo e sempiterno obligo se gli debbe avere, sendo egli stato quello che ha dato principio alla bellezza et all’ornamento di questa arte, la quale con i destri modi suoi è venuta a quella perfezzione dove ella si truova al presente. Nella sua prima gioventù diede fine alla cappella de’ Brancacci nel Carmino di Fiorenza, cominciata da Masolino e non finita da Masaccio per la morte sua; e così Filippo di sua mano la ridusse a perfezzione insieme con un resto della storia, quando San Piero e San Paolo risuscitano il nipote dello imperatore. E quando San Paolo visita San Pietro in prigione, così tutta la disputa di Simon Mago e di San Pietro dinanzi a Nerone, e la sua crocifissione. Et in questa storia ritrasse sé et il Pollaiuolo, per la quale gloria e fama grandissima apportò nella sua gioventù. Fece poi a tempera alle Campora, alla cappella di Francesco del Pugliese, una tavola di San Bernardo al quale apparisce la Nostra Donna con angeli, et esso è in un bosco che scrive; la quale è tenuta mirabile in alcune cose, come in sassi, libri, erbe e simili figure ch’egli drento vi fece, oltra che vi ritrasse Francesco di naturale che non li manca se non la parola; questa tavola fu levata per l’assedio di Fiorenza di quella cappella e messa in Fiorenza nella Badia in sagrestia per conservarla. Et a’ frati di Santo Spirito lavorò una tavola, dentrovi la Nostra Donna, San Martino e San Niccolò per Tanai de’ Nerli; et ancora in San Brancazio alla cappella de’ Rucellai una tavola, et in San Ruffello una d’un Crocifisso e due figure in campo d’oro. In San Francesco nel poggio di San Miniato, dinanzi alla sagrestia, fece uno Iddio Padre con molti fanciulli, e nel Palco a’ frati del Zoccolo fuor di Prato, castello X miglia lontano a Fiorenza, lavorò un’altra tavola; e dentro nella terra nella udienza de’ Priori di Prato fece una tavolina con tre figure molto lodata: Santo Stefano, San Giovanni Battista e la Madonna. In sul canto al Mercatale, vicino a certe sue case, fece dirimpetto alle monache di Santa Margherita un tabernacolo in fresco molto bello e lodato per esservi una Nostra Donna, e bellissima e modestissima, con un coro di Serafini in campo di splendore: il che sofisticamente dimostra che e’ cercava penetrare con lo ingegno nelle cose del Cielo. Et in questo lavoro medesimo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 339 Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte seconda dimostrò arte e bella advertenzia in un serpente che è sotto a Santa Margherita, tanto strano e sì pauroso, che e’ fa conoscere dove abita il veleno, il fuoco e la morte; et il resto di tutta l’opera è colorito con tanta freschezza e vivacità, che e’ merita di esser lodato infinitamente; et in Lucca in San Michele una tavola similmente con tre figure. In San Ponziano ne’ frati di Monte Oliveto v’è una tavola in una cappella di Santo Antonio, che ha in mezzo una nicchia, dentrovi un Santo Antonio bellissimo di rilievo, di mano d’Andrea Sansovino, cosa prontissima e bellissima. Fu ricercato con grande instanza di andare in Ungheria per il Re Mattia e ricusò d’andarvi, ma fece bene due tavole per esso in Fiorenza, che a quel re furono mandate, cosa lodata e degna di Filippo; nelle quali mostrò quanto valeva in quell’arte. Mandò suoi lavori a Genova, e fece a Bologna in San Domenico, allato alla cappella dello altar maggiore a man sinistra, una tavola di San Sebastiano, cosa molto bella e tenuta certo eccellente. A Tanai de’ Nerli fece una altra tavola a San Salvatore fuor di Fiorenza. Et a Pietro del Pugliese amico suo lavorò una storia di figure picciole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela denegò, dicendo essere impossibile di farla. Ora avendo intrinseca amicizia con Lorenzo Vecchio de’ Medici, fu da lui strettamente pregato per dovere fare una opra grandissima a Roma per Olivieri Caraffa Cardinale napolitano, amico di Lorenzo; e così per commessione di quello se ne andò a Roma a servire il detto signore, passando prima da Spoleto, come volse Lorenzo detto, per fare una sepoltura di marmo a fra’ Filippo suo padre, chiesto già da Lorenzo a gli Spoletini, ma non ottenuto, come altrove abbiamo narrato. Disegnò dunque Filippo la sepoltura con bel garbo e con buona grazia, e Lorenzo in su quel disegno suntuosamente la fece fare. Appresso condottosi a Roma, fece al cardinale nella chiesa della Minerva una cappella, dove sono istorie di San Tomaso d’Aquino molto belle et alcune poesie cristiane molto lodate, e da lui che ebbe in questo la natura sempre propizia, tutte trovate. Ritornò a Fiorenza, e cominciò in Santa Maria Novella la cappella a Filippo Strozzi, la quale con molto amore avendo avviata, quella prese a finire con sua comodità; e fatto il cielo, et a Roma ritornato, fece oltra la cappella della Minerva, la sepoltura del cardinale, ch’è di stucchi e di gessi in uno spartimento di una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Rafaellin del Garbo suo discepolo molte ne lavorò. Fu stimata detta cappella per maestro Lanzilago Padovano e per Antonio detto Antoniasso Romano, pittori de i migliori che fossero allora in Roma, due mila ducati d’oro senza le spese de gli azzurri e de’ garzoni. Per il che Filippo, riscosso i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Quivi è il fico oltra lo scortar de le foglie e le vedute de’ rami, condotto con tanto amor, che l’ingegno si smarisce solo a pensare come uno uomo possa avere tanta pacienzia. Èvvi ancora un palmizio, che ha la rotondità de le ruote de la palma lavorate con sì grande arte e maravigliosa, che altro che la pazienzia e l’ingegno di Lionardo non lo poteva fare. La quale opera altrimenti non si fece: onde il cartone è oggi in Fiorenza nella felice casa del Magnifico Ottaviano de’ Medici donatogli, non ha molto, dal zio di Lionardo. Dicesi che Ser Piero da Vinci zio di Lionardo, essendo alla villa, fu ricercato domesticamente da un suo contadino, il quale d’un fico da lui tagliato in su ‘l podere, aveva di sua mano fatto una rotella, che a Fiorenza gnene facesse dipignere, e che egli contentissimo e volentieri lo fece, sendo molto pratico il villano nel pigliare uccelli e ne le pescagioni, e servendosi grandemente di lui Ser Piero a questi esercizii. Laonde fattala condurre a Firenze, senza altrimenti dire a Lionardo di chi ella si fosse, lo ricercò che egli vi dipignesse suso qualche  cosa.  Lionardo,  arrecatosi  un  giorno  tra  le  mani  questa  rotella, veggendola torta, mal lavorata e goffa, la dirizzò col fuoco, e datala a un torniatore, di rozza e goffa che ella era, la fece ridurre delicata e pari. Et appresso ingessatala et acconciatala a modo suo, cominciò a pensare quello che vi si potesse dipignere su, che avesse a spaventare chi le venisse contra, rappresentando lo effetto stesso che la testa già di Medusa. Portò dunque Lionardo per questo effetto ad una sua stanza, dove non entrava se non e’ solo, lucertole, ramarri, grilli, serpi, farfalle, locuste, nottole et altre strane spezie di simili animali: da la moltitudine de’ quali, variamente adattata insieme, cavò uno animalaccio molto orribile e spaventoso, il quale avvelenava con l’alito e faceva l’aria di fuoco. E quello fece uscire d’una pietra scura e spezzata, buffando veleno da la gola aperta, fuoco da gli occhi e fumo dal naso sì stranamente, che e’ pareva monstruosa et orribil cosa. E penò tanto a farla, che in quella stanza era il morbo de gli animali morti troppo crudele, ma non sentito da Lionardo, per il grande amore che e’ portava alla arte. Finita questa opera, che più non era ricerca né dal villano né dal zio, Lionardo gli disse che ad ogni sua comodità mandasse per la rotella, che quanto a lui era finita. Andato dunque Ser Piero una mattina a la stanza per la rotella e picchiato alla porta, Lionardo gli aperse, dicendo che aspettasse un poco; e ritornatosi nella stanza acconciò la rotella al lume in su ‘l leggio et assettò la finestra, che facesse lume abbacinato, poi lo fece passar dentro a vederla. Ser Piero nel primo aspetto, non pensando alla cosa, subitamente si scosse, non
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Piero non fusse stato tanto astratto, et avesse tenuto più conto di sé nella vita, che egli non fece, arebbe fatto conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera che sarebbe stato adorato, dove egli per la bestialità sua fu più tosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse male se non a sé solo nella fine, e benefizio et utile con le opere a la arte sua. Per la qual cosa doverrebbe sempre ogni buono ingegno et ogni eccellente artefice ammaestrato da questi esempli aver gli occhi alla fine. Fu allogato a Piero una tavola a la cappella de’ Tedaldi nella chiesa de’ frati de’ Servi, dove eglino tengono la veste et il guanciale di Filippo lor frate, nella quale finse la Nostra Donna ritta, che è rilevata da terra in un dado e con un libro in mano, senza il Figliuolo, alza la testa al cielo, e sopra quella è lo Spirito Santo che la illumina. Né ha voluto che altro lume che quello che fa la colomba, lumeggi e lei e le figure che le sono intorno, come una Santa Margherita et una Santa Caterina che la adorano ginocchioni, e ritti son a riguardarla San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San Filippo frate de’ Servi e Santo Antonino arcivescovo di Firenze. Oltra che vi fece un paese bizzarro, e per gli alberi strani e per alcune grotte, e per il vero ci sono parti bellissime, come certe teste che mostrano e disegno e grazia, oltra il colorito molto continovato. E certamente che Piero possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto ben fatte; et infra l’altre ve n’è una, quando Santa Margherita esce de ‘l ventre del serpente, che per aver fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco e la morte, in uno aspetto veramente pauroso. E certamente che simil cose non credo che nessuno le facesse meglio di lui né le imaginasse a gran pezzo, come ne può render testimonio un mostro marino, che egli fece e donò al Magnifico Giuliano de’ Medici, che per la deformità sua è tanto stravagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che la natura usasse e tanta deformità e tanta stranezza nelle cose sue. Questo monstro è oggi ne la guardarobba del duca Cosimo de’ Medici, così come egli è appresso di S E pur di mano di Piero un libro d’animali de la medesima sorte, bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissimamente e con una pazienza inestimabile condotti. Il quale libro gli fu donato da M Cosimo Bartoli proposto di San Giovanni mio amicissimo e di tutti i nostri artefici, come quello che sempre si è dilettato et ancora si diletta di tale mestiero. Fece parimente in casa di Francesco del Pugliese intorno a una camera
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Così il Rosso fatto un rullo che girava con un ferro, quello gli teneva, acciò che per casa potesse andare, ma non saltare per le altrui come prima faceva. Perché vistosi a tal supplicio condennato, il bertuccione parve che s’indovinasse il frate essere stato di ciò cagione, onde ogni dì s’essercitava saltando di passo in passo con le gambe e tenendo con le mani il contrapeso, e così posandosi spesso al suo disegno pervenne. Perché, sendo un dì sciolto per casa, saltò appoco appoco di tetto in tetto, su l’ora che il guardiano era a cantar il vespro, e pervenne sopra il tetto della camera sua. Quivi, lasciato andare il contrapeso, vi fece per mezza ora un sì amorevole ballo, che né tegolo né coppo vi restò che non rompesse. E tornatosi in casa, si sentì fra tre dì per una pioggia le querele del priore. Avendo il Rosso finito l’opere sue, con Batistino e ‘l bertuccione s’inviò a Roma, et essendo in grandissima aspettazione, l’opre sue infinitamente erono desiderate, essendosi veduti alcuni disegni fatti per lui, i quali erano tenuti maravigliosi, atteso che il Rosso divinissimamente e con gran pulitezza disegnava. Quivi fece nella Pace sopra le cose di Raffaello una opra, della quale non dipinse mai peggio a’ suoi giorni, né posso imaginare onde ciò procedesse, se non ch’egli gonfio di vana gloria di se stesso, niente stimava le cose d’altri: per che gli avvenne che, ciò poco apprezzando, la sua fu poi meno stimata. In questo tempo fece al Vescovo Tornabuoni amico suo un quadro d’un Cristo morto, sostenuto da due angeli, che oggi è appresso Monsignor Della Casa, il quale fu una bellissima impresa. Fece al Baviera, in disegni di stampe, tutti gli dèi, intagliati poi da Iacopo Caraglio alcune, quando Saturno si muta in cavallo, e quando Plutone rapisce Proserpina. Lavorò una bozza della decollazione di San Gio Batista, che oggi è in una chiesiuola su la piazza de’ Salviati in Roma. Successe in quel tempo il sacco di Roma, dove il povero Rosso fu fatto prigione de’ Tedeschi e molto male trattato. Percioché oltra lo spoliarlo de’ vestimenti, scalzo e senza nulla in testa, gli fecero portare addosso pesi, e sgombrare quasi tutta la bottega d’un pizzicagnuolo. Per il che da quelli mal condotto, si condusse appena in Perugia, dove da Domenico di Paris pittore fu molto accarezzato e rivestito; et egli disegnò per lui un cartone di una tavola de’ Magi, il quale appresso lui si vede, cosa bellissima. Né molto restò in tal luogo, intendendo ch’al Borgo era venuto il Vescovo de’ Tornabuoni, fuggito egli ancora dal sacco, e si trasferì quivi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Era in quel tempo al Borgo Raffaello da Colle pittore, creato di Giulio Romano, che nella sua patria aveva preso a fare, per Santa Croce, Compagnia di Battuti, una tavola per poco prezzo, de la quale come amorevole si spogliò e la diede al Rosso, acciò che in quella città rimanesse qualche reliquia di suo. Per il che la compagnia si risentì, ma il vescovo gli fece molte comodità. Mentre che il Rosso lavorava questa tavola prese nome, et in quel luogo ne fu tenuto gran conto, e la tavola messa in opera in Santa Croce, nella quale fece un Deposto di Croce, il quale è cosa molto rara e bella, per avere osservato ne’ colori un certo che tenebroso per le eclisse che fu nella morte di Cristo, per essere stata lavorata con grandissima diligenza. Gli fu fatto in Città di Castello allogazione di una tavola, la quale volendo lavorare mentre che s’ingessava, le ruinò un tetto addosso che la infranse tutta. Vennegli un mal di febbre sì bestiale, che ne fu quasi per morire: per il che di Castello si fé portare al Borgo. Seguitando quel male con la quartana, si trasferì poi a la Pieve a Santo Stefano a pigliare aria, et ultimamente in Arezzo, dove fu tenuto in casa da Benedetto Spadari. Stando  egli  a’  suoi  servigi  operò  il  mezzo  di  Gio  Antonio Lappoli aretino e di quanti amici e parenti essi avevano, acciò che egli facesse alla Madonna delle Lagrime una volta, allogata già a Niccolò Soggi pittore. E perché tal memoria si lasciasse in quella città, gliele allogarono per prezzo di trecento scudi d’oro. Onde il Rosso cominciò cartoni in una stanza che gli avevano consegnata in un luogo detto Murello, e quivi ne finì quattro. In uno fece i primi parenti legati allo albero del peccato, e la Nostra Donna che cava loro il peccato di bocca, figurato per quel pomo, e sotto i piedi il serpente, e nella aria, volendo figurare ch’era vestita del sole e de la luna, fece Febo e Diana ignudi. Nell’altra fece quando l’arca federis è portata da Mosè, figurata per la Nostra Donna che le Virtù la cingono. In un’altra il trono di Salomone, a cui i voti si porgono, somigliata pur per lei, significando quei che ricorrono a lei per ritrarne aiuto e grazia, con altre bizzarrissime fantasie, che dal pellegrino e bello ingegno di M Giovan Pollastra canonico aretino et amico del Rosso furono trovate. La quale opera egli così ordinando, non restava però per sua cortesia di far del continuo disegni a tutti coloro che di Arezzo e di fuori, o per pitture o per fabbriche, n’avevano bisogno. Entrò mallevadore di questa opera Gio
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
sono, l’intelletto s’abbaglia. Perché Giulio, che capriccioso et ingegnosissimo era, volse in un canto del palazzo fare una stanza di muraglia e di pittura unita, tanto simile al vivo, che gli uomini ingannasse, et a quegli nell’entrare facesse paura. Adunque perché quello edificio in quel cantone, che è ne’ paduli, non patisse danno o impedimento da la debolezza de’ fondamenti, fece fare nella quadratura della cantonata una stanza tonda acciò che i quattro cantoni venissero di maggior grossezza, et a quella stanza una volta tonda a uso di forno. Né avendo tal camera cantoni per il girar di quella, vi fece murare le porte e le finestre e ‘l camino di pietre rustiche lavorate e scantonate a caso, e sì dall’una all’altra scommessi, che dall’una banda verso terra ruinavano. Ciò fatto, si mise a dipignere per quella una storia, quando Giove fulmina i Giganti. Aveva Giulio nel mezzo del cielo figurato su certi nugoli il trono e la sedia di Giove, con l’aquila che teneva il folgore in bocca. E Giove partito di quella, sceso e più basso, lanciava folgori, lo spavento e ‘l lampo de i quali faceva Giunone ristrignersi in se stessa, Ganimede e gli dèi fuggire per lo cielo su carri, Marte coi lupi, Mercurio coi galli, la Luna con le femmine, il Sole co’ cavalli, Saturno coi serpenti, Ercole e Bacco e Momo non manco affrettava il fuggire per l’aria, che si facessero gli altri, i quali dalla baruffa de’ venti erano nelle loro vesti involti et aviluppati. Aveva fatto il pavimento di terra di frombole di fiume acconce che giravano murate, e quelle nel piano della pittura, che veniva in terra, aveva contrafatte; perché un pezzo quelle dipinte in dentro sfuggivano, e quando da erbe e quando da sassi più grossi erano occupate et adorne. E perché la stanza aveva sopra tutto il cielo pieno di nugoli, et intorno un paese che non aveva né fine né principio, sendo quella tonda, i monti si congiungevano, et i lontani chi più inanzi o più a dietro sfuggivano. Erano i Giganti grandi di statura, che da lampi de’ folgori percossi ruinavano a terra, e quale inanzi, e quale a dietro cadeva a quelle finestre, ch’erano diventate grotte o vero edifici, e nel ruinarvi sopra i Giganti le facevano cadere, onde chi morto e chi ferito, e chi da i monti ricoperto, si scorgeva la strage e la ruina d’essi. Né si pensi mai uomo vedere di pennello cosa alcuna più orribile o spaventosa, né più naturale. Perché chi vi si trova dentro, veggendo le finestre torcere, i monti e gli edifici cadere insieme coi Giganti, dubita che essi e gli edifizi non gli ruinino addosso. Onde si conosce in questa opera quanto il valore della invenzione e dell’arte abbia avuto origine da Giulio d’imaginare di nuovo quello che di antico maestro non si scrisse mai, come delle fatiche sue lodatissime per questa opera si veggono. Fece in questo lavoro perfetto coloritore Rinaldo Mantovano che, olOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
che egli vi lavorò di sua mano. Oltra che il colorito suo è molto più vago e meglio finito che tutti gli altri. La quale opera fu cagione che egli salì in tanta fama per le lode, che non si diceva infra gli artefici altro che de le rarissime parti che egli aveva da la natura. Ma queste lode furon cagione non di addormentarlo, perché la virtù lodata cresce, anzi di maggiore studio nella arte, pigliando molto più vigore, quasi certissimo seguitandola di dovere corre que’ frutti e quegli onori, ch’egli vedeva tutto il giorno in Raffaello da Urbino et in Michelagnolo Buonarroti. E tanto più lo faceva volentieri, quanto da Giovanni da Udine e da Raffaello vedeva esser tenuto conto di lui et essere adoperato in cose importanti. Usò sempre una sommessione et una obedienzia certo grandissima verso Raffaello, osservandolo di maniera, che da esso Raffaello era amato come proprio figliuolo. Fecesi in questo tempo, per ordine di Papa Leone, la volta della sala de’ Pontefici, che è quella che s’entra in sulle logge a le stanze di papa Alexandro VI dipinte già dal Pinturicchio, la qual volta fu dipinta da Giovan da Udine e da Perino. Et in compagnia feciono e gli stucchi e tutti quegli ornamenti e grottesche et animali che ci si veggono, oltra le belle e varie invenzioni che da essi furono fatte nello spartimento, avendo diviso quella in certi tondi et ovati per sette pianeti del cielo, tirati da i loro animali, come Giove dall’aquile, Venere dalle colombe, la Luna dalle femmine, Marte da i lupi, Mercurio da i galli, il Sole da i cavalli e Saturno da i serpenti, oltra i dodici segni del Zodiaco et alcune figure delle settantadue imagini del cielo, come l’Orsa maggiore, la Canicola e molte altre che, per la lunghezza loro, le taceremo senza raccontarle per ordine, potendosi tal opera vedere, che tutte queste figure, furono gran parte di sua mano. Oltra che nel mezzo della volta è un tondo con quattro figure finte per vittorie, che tengono il Regno del papa e le chiavi, scortando al di sotto in su, lavorate con una maestrevole arte e molto bene intese. Oltra la leggiadria che egli usò ne gli abiti loro, velando lo ignudo con alcuni pannicini sottili che parte scuoprono le gambe ignude e le braccia, certo con una graziosissima bellezza. La quale opera fu veramente tenuta, et oggi ancora si tiene, per cosa molto onorata e ricca di lavoro, e cosa allegra e vaga, degna veramente di quel pontifice, il quale non mancò riconoscere le lor fatiche, degne certo di grandissima remunerazione.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
condotte di sua mano Stagio da Pietra Santa, intagliatore di marmi molto pratico e valente. E così dato principio, l’operaio pensò di riempier dentro a’ detti ornamenti di tavole a olio, e fuora seguitare a fresco storie e partimenti di stucchi, e di mano de’ migliori e più eccellenti maestri che egli trovassi, senza perdonare a spesa che ci fussi potuta intervenire; perché egli aveva già dato principio alla sagrestia e l’aveva fatta nella nicchia principale dietro a l’altar maggiore, dove era finito già l’ornamento di marmo e fatti molti quadri da Giovannantonio Sogliani pittore fiorentino, il resto de’ quali, insieme con le tavole e cappelle che mancavano, fu poi dopo molti anni fatto finire da M Sebastiano della Seta, operaio di quel duomo. Venne in questo tempo in Pisa tornando da Genova Perino, e visto questo principio per mezzo di Batista del Cervelliera, persona intendente nell’arte e maestro di legname, in prospettive et in rimessi ingegnosissimo, fu condotto allo operaio e, discorso insieme de le cose dell’opera del duomo, fu ricerco che, a un primo ornamento dentro alla porta ordinaria che s’entra, dovessi farvi una tavola, che già era finito l’ornamento, e sopra quella una storia, quando San Giorgio ammazzando il serpente libera la figliuola di quel re. Così fatto Perino un disegno bellissimo, che faceva in fresco un ordine di putti e d’altri ornamenti fra l’una cappella e l’altra, e nicchie con profeti e storie in più maniere, piacque tal cosa all’operaio. E così fattone cartone d’una di quelle, cominciò a colorire quella prima, dirimpetto alla porta detta di sopra, e finì sei putti, i quali sono molto ben condotti. E così doveva seguitare intorno intorno, che certo era ornamento molto ricco e molto bello, e sarebbe riuscita tutta insieme una opera molto onorata. Avvenne che egli volse ritornare a Genova, avendovi egli del continuo preso e pratiche amorose et altri suoi piaceri, a e’ quali egli era inclinato a certi tempi. E nella sua partita diede una tavoletta dipinta a olio, che egli aveva fatta per le monache di San Maffeo a quelle, che è dentro nel munistero fra loro. Arrivato poi in Genova, dimorò in quella molti mesi faccendo per il principe altri lavori ancora. Dispiacque molto all’operaio di Pisa la partita sua, ma molto più il rimanere quell’opera imperfetta, non cessando scriverli che tornassi, oltra al dimandare ogni giorno de la sua tornata la donna sua, la quale insieme con la figliuola aveva Perino lasciata in Pisa; e veduto poi finalmente che questa era cosa lunghissima, non rispondendo o tornando, allogò la tavola di quella cappella a Giovannantonio Sogliani, che la finì e la messe al luogo suo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
cammini per la cappella, continuo gira, e si voltan per ogni verso; così nella altra quando divide l’acqua da la terra: figure bellissime et acutezze d’ingegno degne solamente d’esser fatte dalle divinissime mani di Michelagnolo. E così seguitò sotto a questo la creazione d’Adamo, dove ha figurato Dio portato da un gruppo di angeli ignudi e di tenera età, i quali par che sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo, apparente tale mediante la venerabilissima maestà di quello e la maniera del moto, nel quale con un braccio cigne alcuni putti, quasi che egli si sostenga e, con l’altro, porge la mano destra a uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di qualità che e’ par fatto di nuovo dal sommo e primo suo creatore, più tosto che dal pennello o disegno d’uno uomo tale. Poco di sotto a questa in un’altra storia fa il suo cavar de la costa la madre nostra Eva, nella quale si vede quegli ignudi l’un quasi morto per esser prigion del sonno, e l’altra divenuta viva e fatta vigilantissima per la benedizione di Dio. Si conosce da ‘l pennello di questo ingegnosissimo artefice interamente la differenza che è da ‘l sonno a la vigilanzia, e quanto stabile e ferma possa apparire, umanamente parlando, la maestà divina. Seguitale di sotto come Adamo, a le persuasioni d’una figura mezza donna e mezza serpe, prende la morte sua e nostra nel pomo, e veggonvisi egli et Eva cacciati di Paradiso. Dove nella figura dell’Angelo appare con grandezza e nobiltà la esecuzione del mandato d’un Signore adirato, e nella attitudine di Adamo il dispiacere del suo peccato, insieme con la paura della morte; come nella femmina similmente si conosce la vergogna, la viltà e la voglia del raccomandarsi, mediante il suo restringersi nelle braccia, giuntar le mani a palme e mettersi il collo in seno; e nel torcere la testa in verso l’Angelo, che ella ha più paura della iustizia che speranza della misericordia divina. Né è di minor bellezza la storia del sacrifizio di Noè, dove sono chi porta le legne e chi soffia chinato nel fuoco et altri che scannano la vittima; la quale certo non è fatta con meno considerazione et accuratezza che le altre. Usò l’arte medesima et il medesimo giudizio nella storia del Diluvio, dove appariscono diverse morti d’uomini, che, spaventati dal terrore di que’ giorni, cercano il più che possono, per diverse vie, scampo alle lor vite. Percioché, nelle teste di quelle figure, si conosce la vita esser in preda della morte, non meno che la paura, il terrore et il disprezzo d’ogni cosa; vedevisi la pietà di molti che, aiutandosi l’un l’altro tirarsi al sommo d’un sasso, cercano scampo. Tra’ quali vi è uno che, abbracciato un mezzo morto, cerca il più che può di camparlo, che la natura non lo mostra meglio. Non si
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
aspetto per la vecchiezza, et è di forma alquanto grossa et ha un panno con poche pieghe, che è bellissimo, oltra che e’ vi è un’altra sibilla che, voltando in verso l’altare da l’altra banda col mostrare alcune scritte, non è meno da lodare coi suoi putti che si siano l’altre. Ma chi considererà quel profeta che gli è di sopra, il quale, stando molto fisso ne’ suoi pensieri, ha le gambe sopraposte l’una a l’altra e tiene una mano dentro al libro per segno del dove egli leggeva, ha posato l’altro braccio col gomito sopra il libro et appoggiato la gota alla mano, chiamato da un di quei putti che egli ha dietro, volge solamente la testa senza sconciarsi niente del resto, vedrà tratti veramente tolti da la natura stessa, vera madre dell’arte, e vedrà una figura che tutta bene studiata può insegnare largamente tutti i precetti del buon pittore. Sopra a questo profeta è una vecchia bellissima che, mentre che ella siede, studia in un libro con una eccessiva grazia, e non senza belle attitudini di due putti che le sono intorno. Né si può pensare di imaginarsi di potere aggiugnere alla eccellenzia della figura di un giovane fatto per Daniello, il quale, scrivendo in un gran libro, cava di certe scritte alcune cose e le copia con una avidità incredibile. E per sostenimento di quel peso gli fece un putto fra le gambe, che lo regge mentre che egli scrive, il che non potrà mai paragonare pennello tenuto da qualsivoglia mano; così come la bellissima figura della Libica, la quale, avendo scritto un gran volume tratto da molti libri, sta con una attitudine donnesca per levarsi in piedi, et in un medesimo tempo mostra volere alzarsi e serrare il libro: cosa difficilissima per non dire impossibile ad ogni altro ch’al suo maestro. Che si può egli dire de le quattro storie de’ canti, ne’ peducci di quella volta? Dove nell’una Davit, con quella forza puerile che più si può, nella vincita d’un gigante spiccandoli il collo, fa stupire alcune teste di soldati, che sono intorno al campo; come fanno ancora maravigliare altrui le bellissime attitudini che egli fece nella storia di Iudit, nell’altro canto, nella quale apparisce il tronco di Oloferne che, privo de la testa, si risente, mentre che ella mette la morta testa in una cesta, in capo a una sua fantesca vecchia, la quale, per esser grande di persona, si china acciò che Iudit la possa aggiugnere per acconciarla bene; e mentre che ella tenendo le mani al peso cerca di ricoprirla, e voltando la testa in verso il tronco, il quale così morto nello alzare una gamba et un braccio fa romore dentro nel padiglione, mostra nella vista il timore del campo e la paura del morto: pittura veramente consideratissima. Ma più bella e più divina di queste e di tutte l’altre ancora è la storia delle serpi di Mosè, la quale è sopra il sinistro canto dello altare, con ciò sia che in 274 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone   Canto primo Q XV Che tu fra gli egri e languidi mortali, di cui s’odono ognor gridi e lamenti, semini colaggiù martiri e mali, convien, malgrado mio, ch’io mi contenta; ma soffrirò che ‘n ciel vibri i tuoi strali, non perdonando ale beate genti? che sostengan per te strazi sì rei, serpentello orgoglioso, anco gli dei? Che più? fin dele stelle il sommo duce questo malnato di sforzar si vanta, e spesso a stato tale anco il riduce ch’or in mandra or in nido, or mugghia or canta. Un pestifero mostro, orbo di luce, avrà dunque fra noi baldanza tanta? un, che la lingua ancor tinta ha di latte, cotanto ardisce? - E ciò dicendo il batte. Con flagello di rose insieme attorte ch’avea groppi di spine, ella il percosse e de’ bei membri, onde si dolse forte, fe’ le vivaci porpore più rosse. Tremaro i poli e la stellata corte a quel fiero vagir tutta si mosse; mossesi il ciel, che più d’Amor infante teme il furor che di Tifeo gigante. Dela reggia materna il figlio uscito, con quello sdegno allor se n’allontana con cui soffiar per l’arenoso lito calcata suol la vipera africana o l’orso cavernier, quando ferito si scaglia fuor dela sassosa tana e va fremendo per gli orror più cupi dele valli lucane e dele rupi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Nela fuliginosa atra fucina dove il zoppo Vulcan, suo genitore, de’ numi eterni i vari arnesi affina tinto di fumo e molle di sudore, entra per fabricar tempra divina d’un aureo strale imperioso Amore, stral ch’efficace e penetrante e forte possa un petto immortal ferire a morte. Libero l’uscio al cieco arciero aperse la gran ferriera del divino artista, parte di già polite opre diverse, parte imperfette ancor, confusa e mista. Colà fan l’armi lampeggianti e terse del celeste guerrier superba vista, qui la folgor fiammeggia alata e rossa del gran fulminator d’Olimpo e d’Ossa. V’è di Pallade ancor lo scudo e l’asta, il rastello di Cerere e ‘l bidente, l’acuto spiedo di Diana casta, la grossa mazza d’Ercole possente, la falce, onde Saturno il tutto guasta, l’arco, ond’Apollo uccise il fier serpente, di Nettuno il trafiero e di Plutone con due punte d’acciaio havvi il forcone. Le trombe v’ha con cui volando suona la Fama e gli altrui fatti or biasma or loda; v’ha i ceppi, tra’ cui ferri Eolo imprigiona i venti insani e le tempeste inchioda; v’ha le catene, onde talor Bellona il Furor lega e la Discordia annoda; e v’ha le chiavi, ond’a dar pace o guerra Giano il gran tempio suo serra e disserra.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Con lancia o brando mai non si contrasta in queste beatissime contrade; sol di Bacco talor si vibra l’asta, onde vino e non sangue in terra cade; sol quel presidio ai nostri campi basta di tenerelle e verdeggianti spade che, nate là su le vicine sponde, stansi tremando a guerreggiar con l’onde. Borea con soffi orribili ben pote crollar la selva e batter la foresta: pacifici pensier non turba o scote di cure vigilanti aspra tempesta. E se Giove talor fiacca e percote del’alte querce la superba testa, in noi non avien mai che scocchi o mandi fulmini di furor l’ira de’ grandi. Così tra verdi e solitari boschi consolati ne meno i giorni e gli anni; quel sol, che scaccia i tristi orrori e foschi, serena anco i pensier, sgombra gli affanni; non temo o d’orso o d’angue artigli o toschi, non di rapace lupo insidie o danni, ché non nutre il terren fere o serpenti, o se ne nutre pur, sono innocenti. Se cosa è che talor turbi ed annoi i miei riposi placidi e tranquilli, altri non è ch’amor. Lasso, dapoi che mi giunse a veder la bella Filli, per lei languisco e sol per gli occhi suoi convien che quant’io viva arda e sfavilli e vo’ che chiuda una medesma fossa del foco insieme il cenere e del’ossa.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
né mai di loto abominabil frutto di secreta possanza ebbe cotanto né fu giamai con tal virtù costrutto di bevanda circea magico incanto, che non perdesse e non cedesse intutto al pasto del pastor la forza e ‘l vanto: licore insidioso, esca fallace, dolce velen ch’uccide e non dispiace. Nel giardin del Piacer le poma colse Clizio amoroso e quindi il vino espresse, ond’ebro in seno il giovinetto accolse fiamme sottili, indi s’accese in esse. Non però le conobbe e non si dolse, ché, finch’uopo non fu, giacquer soppresse, qual serpe ascosa in agghiacciata falda, che non prende vigor se non si scalda. Sente un novo desir ch’al cor gli scende e serpendo gli va per entro il petto; ama né sa d’amar, né ben intende quel suo dolce d’amor non noto affetto; ben crede e vuole amar, ma non comprende qual esser deggia poi l’amato oggetto e pria si sente incenerito il core che s’accorga il suo male essere amore. Amor ch’alzò la vela e mosse i remi quando pria tragittollo al bel paese, va sotto l’ali fomentando i semi dela fiamma ch’ancor non è palese. Fa su la mensa intanto addur gli estremi dela vivanda il contadin cortese; Adon solve il digiuno e i vasi liba, e quei segue il parlar mentr’ei si ciba
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ne’ quattro angoli suoi quasi a compasso poste le torri son tutte egualmente. Quella di mezzo è del medesmo sasso, ma del’altre maggiore e più eminente. L’una al’altra risponde e s’apre il passo per più d’un ponte eccelso e risplendente, e con arte assai bella e ben distinta ciascuna dele quattro esce ala quinta. Sì alto e sì sottile è ciascun arco che sotto ciascun ponte si distende, che ben si par che quel sublime incarco per miracol divino in aria pende. L’incurvatura, ond’ogni ponte ha varco, di tante gemme variata splende, ch’ogni arco ai lumi ed ai color che veste, somiglia in terra un’iride celeste. Le quattro torri insu i canton costrutte son fatte in quadro e son d’egual misura, tranne la principal fra l’altre tutte, ch’è fabricata in sferica figura. Son distanti del pari e son condutte le linee a fil con vaga architettura, e salvo la maggior che ‘n grembo il tiene, per ogni torre in un giardin si viene. Non di porfidi ornaro o serpentini quello strano edificio i dotti mastri, ma fer di sassi orientali e fini comignoli e cornici, archi e pilastri. Preziosi crisoliti e rubini segar di marmi invece e d’alabastri, e tutte qui del’indiche spelonche, e de’ lidi eritrei votar le conche.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
In una parte del superbo e bello uscio, ch’al vivo ogni figura esprime, scolpì Vulcan col suo divin scarpello l’alma inventrice dele biade prime. Fumar Etna si vede e Mongibello fiamme eruttar dale nevose cime. Ben sepp’egli imitar del patrio loco con rubini e carbonchi il fumo e ‘l foco. Vedesi là per la campagna aprica, tutta vestita di novella messe, biondeggiar d’oro ed ondeggiar la spica, sparsa pur or dale sue mani istesse. - Scoglio gentil (par che tacendo dica sì ben le voci ha nel silenzio espresse) siami fido custode il tuo terreno del caro pegno ch’io ti lascio in seno. Ecco ne vien con le compagne elette la vergin fuor dela materna soglia, e per ordir monili e ghirlandette de’ suoi fregi più vaghi il prato spoglia. Già par che i fior tra le ridenti erbette apra con gli occhi e con le man raccoglia. Ritrar non sapria meglio Apelle o Zeusi la bella figlia dela dea d’Eleusi. Ed ecco aperte le sulfuree grotte, mentre ch’ella compon gigli e viole, dal fondo fuor dela tartarea notte il rettor dele furie uscire al sole. Fuggon le ninfe e con querele rotte la rapita Proserpina si dole. Spuman tepido sangue e sbuffan neri aliti di caligine i destrieri.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ecco Cerere in Flegra afflitta riede, ecco gemino pin succide e svelle e, per cercarla, fattone due tede, le leva in alto ad uso di facelle. Simile al vero il gran carro si vede ricco di gemme sfavillanti e belle. Van con lucido tratto il ciel fendenti l’ali verdi battendo i duo serpenti. Dal’altro lato mirasi scolpito il giovinetto dio che ‘l Gange adora, come immaturo ancor, non partorito Giove dal sen materno il tragge fora, come gli è madre il padre, indi nutrito dale ninfe di Nisa i boschi onora. Stranio parto e mirabile, che fue una volta concetto e nacque due. In un carro di palmiti sedere vedilo altrove, e gir sublime e lieve. Tirano il carro rapide e leggiere quattro d’Ircania generose allieve. Leccano intinto il fren l’orride fere del buon licor che fa gioir chi ‘l beve. Egli tra i plausi dela vaga plebe passa fastoso e trionfante a Tebe. Il non mai sobrio e vecchiarel Sileno sovra pigro asinel vien sonnacchioso, tinto tutto di mosto il viso e ‘l seno, verdeggiante le chiome e pampinoso. Già già vacilla e per cader vien meno, reggon satiri e fauni il corpo annoso. Gravi porta le ciglia e le palpebre di vino e di stupor tumide ed ebre.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Era nela stagion, che ‘l can celeste fiamme essala latrando e l’aria bolle, ond’arde e langue in quelle parti e ‘n queste il fiore e l’erba e la campagna e ‘l colle; e ‘l pastor per spelonche e per foreste rifugge al’ombra fresca, al’onda molle mentre che Febo al’animal feroce che fu spoglia d’Alcide il tergo coce. L’olmo, il pino, l’abete, il faggio e l’orno già le braccia e le chiome ombrosi e spessi, che dar sul fil del più cocente giorno agli armenti solean grati recessi, appena or nudi e senza fronde intorno fanno col proprio tronco ombra a sestessi; e mal secura dal’eterna face ricovra agli antri suoi l’aura fugace. Già varcata ha del dì la mezza terza sul carro ardente il luminoso auriga e i volanti corsier, ch’ei punge e sferza, tranno al mezzo del ciel laurea quadriga. Tepidetto sudor, che serpe e scherza, al bell’Adon la bella fronte irriga e ‘n vive perle e liquide disciolto cristallino ruscel stilla dal volto. Sotto l’arsura del’estiva lampa, che dal più alto punto il suol percote, tutto anelante il garzonetto avampa e il grave incendio sostener mal pote. Purpureo foco gli colora e stampa di più dolce rossor le belle gote, che ‘l sol, che secca i fiori in ogni riva, in que’ prati d’amor vie più gli aviva.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Pargoleggiando il bianco collo abbraccia, bacia il bel volto e le mammelle ignude. Ride per ciancia e la vermiglia faccia dentro il varco del petto asconde e chiude. Ella, ch’ancor non sa quai le minaccia l’atto vezzoso acerbe piaghe e crude, colma di gioia tutta e di trastullo si stringe in grembo il lusinghier fanciullo. Stretto in grembo si tien la dea ridente il dolce peso entro le braccia assiso. Sul ginocchio il solleva e lievemente l’agita, il culla e se l’accosta al viso. Or degli occhi ribacia il raggio ardente, or dela bocca il desiato riso; né sa che gonfia di mortal veleno una serpe crudel si nutre in seno. Le colorite piume e le bell’ali che ‘l volo scompigliò, l’aura disperse, e le chiome incomposte e diseguali polisce con le man morbide e terse. Ma l’arco traditor, gl’infidi strali, onde dure talor piaghe sofferse, non s’arrischia a toccar, che sa ben ella qual contagio hanno in sé l’aspre quadrella. Seco però, mentre che ‘n braccio il tiene, d’alquanto divisar pur si compiace. - Figlio, dimmi (dicea) poiché conviene ch’esser tra noi non deggia altro che pace, perché prendi piacer del’altrui pene? Come sei sì protervo e tanto audace, ch’ognor con l’armi tue turbi e molesti la quiete del cielo e de’ celesti? -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Dal purpureo turcasso, ilqual gran parte dele canne pungenti in sé ricetta, parve caso improviso e fu bell’arte, la punta uscì dela fatal saetta. Punge il fianco ala madre, indi in disparte timidetto e fugace il volo affretta; in un punto medesmo il fier garzone ferille il core ed additolle Adone. Gira la vista a quel ch’Amor l’addita, che scorgerlo ben può, sì presso ei giace, ed: - Oimé! (grida) oimé ch’io son tradita, figlio ingrato e crudel, figlio fallace! Ahi! qual sento nel cor dolce ferita? ahi! qual ardor che mi consuma e piace? qual beltà nova agli occhi miei si mostra? A dio Marte, a dio ciel, non son più vostra! Pera quell’arco tuo d’inganni pieno, pera, iniquo fanciul, quel crudo dardo. Tu prole mia? no no, di questo seno no che mai non nascesti, empio bastardo! Né mi sovien tal foco e tal veleno concetto aver, per cui languisco ed ardo. Ti generò di Cerbero Megera, o del’oscuro Cao la Notte nera. Si svelle in questo dir con duolo e sdegno lo stral, ch’è nel bel fianco ancor confitto e tra le penne e ‘l ferro in mezzo al legno trova il nome d’Adon segnato e scritto. Volto ala piaga poi l’occhio e l’ingegno vede profondamente il sen trafitto e sente per le vene a poco a poco serpendo gir licenzioso foco.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
I’ men venia, sicome soglio spesso quando l’estivo can ferve e sfavilla, in questo bosco a meriggiar là presso in riva al’onda lucida e tranquilla, ch’una bolla vivente aperta in esso di cavernosa pomice distilla e forma un fonticel, ch’ale vicine odorifere erbette imperla il crine, quando il mio piè, che per l’estrema arsura, sicome vedi, è d’ogni spoglia ignudo, con repentina e rigida puntura ago trafisse ingiurioso e crudo. E bench’uopo non sia medica cura per farmi incontr’al duol riparo e scudo, colsi quest’erbe, il cui vigore affrena il corso al sangue e può saldar la vena. Ma perch’ogni mia ninfa erra lontano e chi tratti non ho l’aspra ferita, porgimi tu con la cortese mano, a te ricorro, in te ricovro, aita. Qui del trafitto piè, del cor non sano l’una piaga nasconde e l’altra addita e scioglie, testimon de’ suoi martiri, un sospiro diviso in duo sospiri. Non era Adon di rozza cote alpina, né di libica serpe al mondo nato. Ma quando fusse ancor d’adamantina selce e di crudo tosco un petto armato, ogni cor duro, ogni anima ferina fora da sì bel sol vinto e stemprato. Né meraviglia fia, qualor s’accosta, ch’arda a fiamma vorace esca disposta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ella giura e scongiura e ‘nsomma vole pur riveder quella sorella e questa; e fa con lagrimette e con parole un bacio intercessor dela richiesta; ed io col proprio crin, mentre si dole, rasciugando le vo’ la guancia mesta; lasso, che non potrà, se in me può tanto l’amorosa eloquenza del bel pianto? Nulla alfin so negarle e tosto quando s’apre il ciel mattutino ai primi albori, risorgo e lieve insu lo scoglio mando il padre fecondissimo de’ fiori. Già l’empie, che stan pur quivi aspettando, delo spirto gentil senton gli odori; ed ei pur quasi a forza insu le spalle le ritragitta ala fiorita valle. Trovan la bella e sotto liete fronti coprono il fiel che ‘l cor fellone asconde. Ella con atti pur cortesi e pronti ala mentita affezzion risponde. Caldi vapori d’odorati fonti in conche d’oro ai lassi membri infonde e ‘n ricchi seggi infra delizie immense degne le fa dele beate mense. Comanda poscia agli organi sonanti, chiama al concerto le canore voci e i ministri invisibili volanti al primo cenno suo vengon veloci. Ma quella melodia di suoni e canti, che placherebbe gli aspidi feroci, dele serpi infernali, ancorché dolce, la perfidia crudel punto non molce, CXXVII CXXVIII CXXIX 171 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Giunte, esprimendo a forza in larghe vene lagrime fuor degli umidetti rai, che sempre, e dir non so dove le tiene, quel sesso a voglia sua n’ha pur assai “Dolce (presero a dirle) amata spene, tu secura qui siedi e lieta stai e, malcauta al periglio e trascurata, l’ignoranza del mal ti fa beata. Ma noi, noi che sollecite ala cura dela salute tua siam sempre intente, convien ch’a parte d’ogni tua sciagura abbiam del commun danno il cor dolente. Sappi che quel, che ‘nsu la notte oscura giacer teco si suole, è un fier serpente; un serpente crudele esser per certo quelche teco si giace, abbiam scoverto. Videl più d’un pastor non senza rischio quando a sera talor torna dal pasto, guadar il fiume e, variato a mischio, trarsi dietro gran spazio il corpo vasto. Intorno a sé dal formidabil fischio lasciando il ciel contaminato e guasto, con lunghe spire per l’immonde arene, se vederlo sapessi, a te ne viene. Viensene in più volubili volumi divincolando il flessuoso seno. Da minacciosi e spaventosi lumi esce strano fulgor, ch’arde il terreno e di nebbia mortal torbidi fumi infetti di pestifero veleno sbuffando intorno, a lato a te si caccia e fa la cova sua fra le tue braccia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
La luce il modo allor fia che ti scopra, ben oportuna e consigliera e guida. Non temer no, che d’ambe noi nel’opra avrai, s’uopo ti fia, l’aita fida. Senz’alcuna pietà, giuntagli sopra, fa che del fier dragone il capo incida, perché con bestia sì feroce e strana qualunque umanità fora inumana.” E, così detto, l’una e l’altra prende commiato e parte; ella riman soletta, senon sol quanto agitatrici orrende seco le Furie in compagnia ricetta. Ma, seben risoluta al’opra intende e la machina appresta e ‘l tempo aspetta, pur con affetti vari in tanta impresa litigando tra sé pende sospesa. Ancor dubbia e pensosa ed ama e teme, or confida, or diffida, or vile, or forte. Quinci e quindi in un punto il cor le preme ardimento d’amor, terror di morte. In un corpo medesmo insieme insieme aborrisce il serpente, ama il consorte; e stan pugnando in un istesso loco tra rispetto e sospetto il ghiaccio e ‘l foco. Già nel’occaso i suoi corsier chiudea, giunto a corcarsi, il gran pianeta errante, e già vicin, mentre nel mar scendea, sentiva il carro d’or stridere Atlante, quand’io, che cieco in tenebre vivea dal mio terrestre sol lontano amante, per far giorno al mio cor, dal’alto polo men venni ingiù precipitando il volo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto quarto CLXX E tu sleal, pur come fusse poco d’invisibil ferita il cor piagarmi, volesti me, ch’era tua gioia e gioco, quasi serpe crudel, ferir con l’armi; e non contenta d’amoroso foco co’ tuoi begli occhi l’anima infiammarmi, hai voluto con arte empia e malvagia ardermi ancora il corpo in viva bragia. Già più volte predetto il ver ti fue, né frenar ben sapesti un van desire. Ma quelle egregie consigliere tue la pena pagheran del lor fallire. Giusto flagel riserbo ad ambedue, te sol con la mia fuga io vo’ punire. Rimanti, a Dio; da te cercato invano e col corpo e col cor già m’allontano.” Tanto le dissi; ed ella, a cui più dolse che la caduta sua la mia salita, poiché gran tratto d’aria alfin le tolse l’amata imago in apparir sparita, per lung’ora di là sorger non volse, dove attonita giacque e tramortita; poi la fronte levando afflitta e bassa tra sospiro e sospir ruppe un “ahi lassa”. “Lassa (dicea) tu m’abbandoni e vai da me lontano e fuggitivo, Amore. Fuggisti, Amor. Che più mi resta omai, senon sol di mestessa odio ed orrore? Ben dala vista mia fuggir potrai, ma non già dal pensier, non già dal core. Se ‘l ciel dagli occhi miei pur ti dilegua, fia che col core e col pensier ti segua.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Se spavento il tuo petto or non occupa ed hai pur, come mostri, animo ardito, là nel più alto colmo, onde dirupa l’acqua, hai tosto a salir con piè spedito, e dala scaturigine più cupa del fonte, che rampollo è di Cocito, tentando il fondo del’interna vena, trarmi di sacro umor quest’urna piena”. Dopo questo parlar la fronte crolla intorbidando de’ begli occhi il raggio, né ben di perseguirla ancor satolla par la minacci di più grave oltraggio. Presa da lei la cristallina ampolla, Psiche al gran monte accelera il viaggio, sperando pur ch’a tante sue ruine un mortal precipizio imponga fine. Ma come arriva ale radici prime del poggio altier, che volge al sol la schiena, vede l’erta sì aspra e sì sublime che volarvi gli augei possono apena. Inaccessi recessi, aguzze cime, dove non tuona mai, né mai balena, poich’al verno maggior le nubi e ‘l gelo gli fan dal mezzo ingiù corona e velo. Lubrico è il sasso e dale fauci aperte vomita il fiume oscuro in viva cote, che per latebre tortuose incerte e per caverne concave ed ignote serpe, e tra pietre rotto ispide ed erte con rauchi bombi i margini percote; caduto stagna e si diffonde in laghi, dove fischiano intorno orridi draghi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
E taccio come poi le venne audace di quel belletto d’Ecate desio, indi il pensier le riuscì fallace, ché ‘l Sonno fuor del bossoletto uscio, onde d’atra caligine tenace le velò gli occhi un repentino oblio e, da grave letargo oppressa e vinta, cadde immobile a terra e quasi estinta. Io, sano già dela ferita e molto da sì lunga prigion stancato omai, per un picciol balcon libero e sciolto fuor dela chiusa camera volai, e, vago pur di riveder quel volto bramato, amato e sospirato assai, parvi, battendo le veloci piante, stella cadente o folgore volante. Là dove senza mente e senza moto giace, mi calo ed a’ begli occhi volo, ne tergo il sonno e nel’avorio voto di novo il chiudo, e ben n’ha sdegno e duolo; con l’aurea punta delo stral la scuoto, pria la riprendo e poi la riconsolo, talché, con lieta speme al cor concetta, porta il dono infernale a chi l’aspetta. Giunse le palme, umile in atto, e fuori tai note espresse: “Andai sotterra e venni, eccomi fuor de’ sempiterni orrori, e ‘l licor di Proserpina n’ottenni; impommi pur difficoltà maggiori: nulla ricuserò di quanto accenni, ch’una devota affezzion tutt’osa e fa potere ogn’impossibil cosa.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ma la gelosa dea, che ‘l fallo ascolta di quel suo disleal che l’ha tradita, tosto ale Furie infuriata e stolta ricorre e ‘ncontr’al giovane l’irrita. Già di squallide serpi il crine involta vibra le faci sue, d’Averno uscita, e con foco e con tosco ecco ch’Aletto gli coce il core e gli flagella il petto. Ferve d’insana ed arrabbiata voglia di tartaree fiammelle Atide acceso, spuma, freme, il piè scalza, il manto spoglia, sì lo strugge il velen che ‘l cor gli ha preso; la feconda radice ond’uom germoglia e l’un e l’altro suo pendente peso, rei del suo mal, da gran furore indutto, miser, di propria man si tronca intutto. Testimonio pietoso al caso tristo fu di Sinade allora il vicin colle che d’ognintorno rosseggiar fu visto del sangue del garzon rabbioso e folle; del sangue bel che con la rupe misto tutto il sasso lasciò macchiato e molle, onde Frigia dipinti ancor ritiene i marmi suoi di preziose vene. Per trarsi poscia a precipizio, ascende ripida cima d’aspro monte alpino; ma mentre ingiù trabocca e in aria pende co’ piedi in alto e con la fronte al chino, la dea che l’ama ancor, pietosa il prende, l’affige in terra e lo trasforma in pino. Ed or da quel di pria cangiato tanto in tenace licor distilla il pianto. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
In ogni spazio v’ha quel dio ritratto che di quell’elemento ha sommo impero, e ciascuno elemento è sculto e fatto d’una materia somigliante al vero. Vermiglio il foco è d’un rubino intatto, ceruleo l’aere è d’un zaffir sincero, di smeraldo ridente e verdeggiante fatta è la terra e l’acqua è di diamante. Occupa il campo poi del pavimento la region del tartaro profondo, ch’a fogliami di gitto ha un partimento fatto d’or fino e dilatato in tondo; e quivi in atta tal che dà spavento, vedesi il re del tenebroso mondo; seco ha l’orride dee di Flegetonte, cui fa pompa di serpi ombra ala fronte. Nel’ampio tetto un ciel sereno è finto, opra maggior non lavorò ciclopo. Appo tante e tai gemme ond’è distinto, povero è l’Indo e scorno ha l’Etiopo; tutto di smalto, in mezzo è di giacinto, dove in forma di sol raggia un piropo; di crisoliti intorno e di balassi splendon di stelle in vece alti compassi. Veder si può d’ogni lumiera ardente il fermo stato e ‘l peregrino errore. V’ha quel co’ mostri suoi torto e serpente, che tre cerchi contien, cerchio maggiore. V’ha l’un e l’altro tropico lucente, che del lume e del’ombra adeguan l’ore. V’ha gli altri duo che girano congiunti co’ duo fissi del’orbe estremi punti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Trecce di canne e reti e gelosie ale ben larghe alee tesson le coste e dagli erbai dividono le vie compassate a misura e ben composte, le cui fabriche egregie e maestrie la dea del loco addita al suo bell’oste, movendo seco per quel suolo i passi, fatto a musaico di lucenti sassi. Amor con meraviglie inusitate semplice qui conserva il suo diletto, perché pon nele piante innamorate ogni perfezzion senza difetto e con foglie più spesse e più odorate, quando la rosa espone il bel concetto, o candida o purpurea o damaschina, nascer fa solo il fior senza la spina. Ciò ch’han di molle i morbidi Sabei, gl’Indi fecondi o gli Arabi felici, ciò che produr ne sanno i colli iblei, le piagge ebalie o l’attiche pendici, quanto mai ne nutriste orti panchei, prati d’Imetto e voi campi corici, con stella favorevole e benigna tutto in quegli orti accumulò Ciprigna. Vi suda il gatto etiope e ben discosto lascia di sua virtù traccia per l’aura, né vi manca per tutto odor composto di pasta ispana o di mistura maura. Casia, amaraco, amomo, aneto e costo e nardo e timo ogni egro cor restaura, abrotano, serpillo ed elicriso e citiso e sisimbro e fiordaliso.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Non giova a fargli schermo arte o consiglio, poiché per vie non conosciute offende. Fere, ma non fa piaga il crudo artiglio, o se pur piaga fa, sangue non rende, se rende sangue pur, non è vermiglio, ma stillato per gli occhi in pianto scende. E così lascia in disusata guisa senza il corpo toccar, l’anima uccisa. Chi non vide giamai serpe tra rose, mele tra spine o sotto mel veleno; chi vuol veder il ciel, di nebbie ombrose cinto quand’è più chiaro e più sereno, venga a mirar costui, che tiene ascose le grazie in bocca e porta il ferro in seno: lupo vorace in abito d’agnello, fera volante e corridore augello. Lince privo di lume, Argo bendato, vecchio lattante e pargoletto antico, ignorante erudito, ignudo armato, mutolo parlator, ricco mendico, dilettevole error, dolor bramato, ferita cruda di pietoso amico, pace guerriera e tempestosa calma, la sente il core e non l’intende l’alma. Volontaria follia, piacevol male, stanco riposo, utilità nocente, desperato sperar, morir vitale, temerario timor, riso dolente, un vetro duro, un adamante frale, un’arsura gelata, un gelo ardente, di discordie concordi abisso eterno, paradiso infernal, celeste inferno.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto sesto Q CXCI e, dela guancia impallidito l’ostro, di timor, di dolor palpita e langue: “Madre madre (mi dice) un picciol mostro, e mi scopre la man tinta di sangue, un che quasi non ha dente né rostro e sembra d’or e punge a guisa d’angue, minuto animaletto, alata serpe hammi il dito trafitto in quella sterpe”. Io, che ‘l conosco e so di che fier aghi s’armi sovente, ancorché vada ignudo, mentre che i lumi rugiadosi e vaghi gli asciugo e la ferita aspra gli chiudo, “Che d’animal sì piccolo t’impiaghi (rispondo) il pungiglion rigido e crudo, da pianger figlio o da stupir non hai: e tu, fanciullo ancor, che piaghe fai?” L’Cccasion, ch’è nel fuggir sì presta, vide un giorno per l’aria ir frettolosa. Suora minor dela Fortuna è questa e tien le chiavi d’ogni ricca cosa; l’ali ha su ‘l tergo e di vagar non resta, sempre andando e tornando e mai non posa; lungo, diffuso e folto il crine ha, salvo verso la coppa ov’è schiomato e calvo. Per poterla fermar, l’occhio e ‘l pensiero molto attento ed accorto aver conviene, ch’animal non fu mai tanto leggiero e vuol gran senno a custodirla bene; frutto di suo sudor non gode intero chi la prende talor né la ritiene. Egli appostolla e tante insidie tese, che, mentr’ella volava, alfin la prese.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Canta tra questi il musico pennuto, l’augel che piuma innargentata veste, quelche con canto mortalmente arguto suol celebrar l’essequie sue funeste, quelche con manto candido e canuto nascose già l’adultero celeste, quando da bella donna e semplicetta fu la fiamma di Troia in sen concetta. Del bianco collo il lungo tratto stende, apre il rostro canoro e quindi tira fiato che, mentre inver le fauci ascende, per obliquo canal passa e s’aggira. Serpe la voce tremolante e rende mormorio che languisce e che sospira, e i gemiti e i sospir profondi e gravi son ricercate flebili e soavi. Ma sovr’ogni augellin vago e gentile che più spieghi leggiadro il canto e ‘l volo versa il suo spirto tremulo e sottile la sirena de’ boschi, il rossignuolo, e tempra in guisa il peregrino stile che par maestro del’alato stuolo. In mille fogge il suo cantar distingue e trasforma una lingua in mille lingue. Udir musico mostro, o meraviglia, che s’ode sì, ma si discerne apena, come or tronca la voce, or la ripiglia, or la ferma, or la torce, or scema, or piena, or la mormora grave, or l’assottiglia or fa di dolci groppi ampia catena, e sempre, o se la sparge o se l’accoglie con egual melodia la lega e scioglie.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Piace a ciascun, ma più ch’agli altri piace agl’inquieti e travagliati amanti, né trova altro refugio ed altra pace un tormentato cor che suoni e canti. Egli è ben ver che ‘l suono è sì efficace che provoca talor sospiri e pianti e i duo contrari estremi in guisa ha misti che rallegra gli allegri, attrista i tristi.Qui tacque il gran corrier, che porta alato in man lo scettro e di due serpi attorto, perché mentre ch’Adone innamorato per l’ameno giardin mena a diporto, venir non lunge per l’erboso prato d’uomini e donne un bel drappello ha scorto, e due ninfe di vista assai gioliva come capi guidar la comitiva. Mostra ignudo il bel seno una di queste e tremanti di latte ha le mammelle, verdeggiante ghirlanda, azzurra veste ed ali, onde talor vola ale stelle; trombe, cetre, sampogne un stuol celeste di fanciulli le porta e di donzelle; nela destra sostien scettro d’alloro, stringe con l’altra man volume d’oro. Di costei la compagna ha di fioretti amorosi e leggiadri i crini aspersi, varia la gonna, in cui di vari aspetti e chiavi e note ha figurate e versi; dietro le tranno ancor ninfe e valletti misure e pesi ed organi diversi, musici libri e con ballorie e canti di vermiglio lieo vasi spumanti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Un fiore, un fiore apre la buccia e figlia, ed è suo parto un biondo crin disciolto, e dopo ‘l crin con due serene ciglia ecco una fronte e con la fronte un volto. Al principio però non ben somiglia il mezzo e ‘l fin, ma differente è molto. Vedesi ala beltà, che quindi spunta, forma di stranio augello esser congiunta. Tosto che ‘n luce a poco a poco uscio quel fantastico mostro al’improviso, non sorse in piè, ma del suo fior natio restò tra l’erbe e tra le foglie assiso. Occhio ha ridente, atto benigno e pio, ha feminile e giovenile il viso. Veston le spalle e ‘l sen penne stellate, fregian le gambe e i piè scaglie dorate. Serpentina la coda al ventre ha chiusa, lunata e qual d’arpia l’unghia pungente. Cela un amo tra’ fiori, onde delusa tira l’incauta e semplicetta gente. Tien di nettare e mel la lingua infusa, che persuade altrui soavemente. Così la bella fera i sensi alletta, fera gentil, che la Lusinga è detta. La Lusinga è costei. Lunge fuggite, o di falso piacer folli seguaci! Non ha sfinge o sirena o più mentite parolette e sembianze o più sagaci! Copron perfide insidie, aspre ferite, abbracciamenti adulatori e baci. Vipera e scorpion, con arti infide baciando morde ed abbracciando uccide.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Saturno v’è, ch’al proprio padre tronca l’oscene membra e dalle in preda a Dori; Dori l’accoglie in cristallina conca, fatta nutrice de’ nascenti ardori. Zefiro v’è, che fuor di sua spelonca batte l’ali dipinte a più colori, e del parto gentil ministro fido sospinge il flutto leggiermente al lido. Vedresti per lo liquido elemento nuotar la spuma gravida e feconda, poscia in oro cangiarsi il molle argento e farsi chioma innanellata e bionda. La bionda chioma incatenando il vento serpeggia e si rincrespa, emula al’onda. Ecco spunta la fronte a poco a poco, già l’acque a’ duo begli occhi ardon di foco. O meraviglia, e trasformar si scorge in bianche membra alfin la bianca spuma. Novo sol dal’Egeo si leva e sorge, che ‘l mar tranquilla e l’aria intorno alluma; sol di beltà, ch’altrui conforto porge e dolcemente l’anime consuma. Così Venere bella al mondo nasce, un bel nicchio ha per cuna, alghe per fasce. Mentre col piè rosato e rugiadoso il vertice del mar calca sublime e con l’eburnea man del flutto ondoso dal’auree trecce il salso umor s’esprime, gli abitator del pelago spumoso lascian le case lor palustri ed ime e fan, seguendo il lor ceruleo duce, festivi ossequi al’amorosa luce.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Con l’ingordo Desio ne vien la Speme, Perfida, adulatrice e lusinghiera. Mascherati la faccia, errano insieme l’accorto Inganno e la Menzogna in schiera. Sparsa le chiome insu la fronte estreme fuggendo va l’Occasion leggiera. Balla per mezzo la Letizia stolta, salta per tutto la Licenzia sciolta. L’esca e ‘l focile in man, sfacciata putta, tien la Lussuria ed al’Infamia applaude. Baldanzosa l’Infamia, ignuda tutta, non apprezza e non cura onore o laude. Le serpi dela chioma orrida e brutta copre di vaghi fior l’astuta Fraude e ‘l velen dela lingua aspro ed atroce, di dolce riso e mansueta voce. Tremar l’Audacia ai primi furti e starsi vedi smorto il Pallor caro agli amanti. Volan con lievi penne in aria sparsi gli Spergiuri d’amor vani e vaganti. Con l’Ire molli e facili a placarsi van le dubbie Vigilie e i rozzi Pianti e le gioconde e placide Paure e le Gioie interrotte e non secure. Ride la terra qui, cantan gli augelli, danzano i fiori e suonano le fronde, sospiran l’aure e piangono i ruscelli, ai pianti, ai canti, ai suoni Eco risponde. Aman le fere ancor tra gli arboscelli, amano i pesci entro le gelid’onde, le pietre istesse e l’ombre di quel loco spirano spirti d’amoroso foco.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Feriro il bell’Adon di meraviglia quelle forme vezzose e lascivette, e, con l’alma sospesa insu le ciglia, a contemplarle immobile ristette. Ella, d’un bel rossor tutta vermiglia, impedita da scherzi e lusinghette, col suo drudo per man dal’erba sorse ed al donzel che l’incontrava occorse. Vergata a liste d’or candida tela di sottil seta e di filato argento vela le belle membra e, quasi vela, si gonfia in onde e si dilata al vento, e l’interno soppanno apre e rivela, tra’ suoi volazzi, in cento giri e cento. Crespa le rughe il lembo e non ben chiude l’estremità dele bellezze ignude. Dal’ali del’orecchie ingiù pendente di due perle gemelle il peso porta. Sostiene il peso, di fin or lucente, sferica verga in picciol’orbe attorta. Di smeraldi cader vezzo serpente si lascia al sen con negligenza accorta e dela bianca man, ch’ad arte stende, d’indiche fiamme il vivo latte accende. Dal’estivo calor, che mentre bolle le ‘nfiamma il volto d’un incendio greve, schermo si fa d’un istromento molle di piuma vie più candida che neve e, per gonfiar di sua superbia folle con doppio vento il vano fasto e lieve, v’ha di cristallo oriental commessi duo specchi in mezzo, e si vagheggia in essi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tra’ noderosi e nerboruti amplessi del robusto amator la giovinetta geme, e con occhi languidi e dimessi dispettosa si mostra e sdegnosetta. Il viso invola ai baci ingordi e spessi, e nega il dolce, e più negando alletta; ma mentre si sottragge e gliel contende, nele scaltre repulse i baci rende. Ritrosa a studio e con sciocchezze accorte svilupparsi da lui talor s’infinge, e ‘ntanto tra le ruvide ritorte più s’incatena e più l’annoda e cinge, in guisa tal che non giamai più forte spranga legno con legno, inchioda e stringe. Flora non so, non so se Frine o Taide trovar mai seppe oscenità sì laide. Serpe nel petto giovenile e vago l’alto piacer del’impudica vista, ch’ale forze d’Amor tiranno e mago esser non può ch’un debil cor resista; anzi dal’esca dela dolce imago l’incitato desio vigore acquista; e, stimulato al natural suo corso, meraviglia non fia se rompe il morso. E la sua dea, che d’amorosi nodi ha stretto il core, a seguitarlo intenta, con detti arguti e con astuti modi pur tra via motteggiando il punge e tenta: - Godi pur (dicea seco) il frutto godi de’ tuoi dolci sospir, coppia contenta. Sospir ben sparsi e ben versati pianti, felici amori e più felici amanti!
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Deh nel core, o mio core, omai m’aventa quella lingua d’amor dolce saetta, e ‘n cote di rubino aguzzar tenta la punta ch’a morir dolce m’alletta; e fa tanto ch’anch’io morir mi senta, del tuo dolce morir dolce vendetta. Serpe sembri al ferir, ché ben ascose stan sovente le serpi infra le rose. E se, perch’ella è velenosa e schiva, forse imitar la vipera ti spiace, movila almen, sicome suol lasciva coda guizzar di rondine fugace. O pur qual fronda di novella oliva rincresparla t’insegni Amor sagace. Vibrala sì, che la tua bocca arciera emula de’ begli occhi, il cor mi fera. - Non sono (egli ripiglia) or non son questi gli occhi, onde dolci al cor strali mi scocchi? Gli occhi, onde dolce il cor dianzi m’ardesti? Begli occhi! - e ‘n questo dir le bacia gli occhi. - Begli occhi (ella soggiunge) occhi celesti cagion che di dolcezza il cor trabocchi. Core, ond’io vivo senza cor, tesoro, ond’io povera son, vita, ond’io moro. Allora il vago: - Anzi tu sol tu sei quel core onde ‘l mio cor vita riceve. Cor mio... - Più volea dir, quando colei la parola in un bacio e ‘l cor gli beve. Ella per lui si strugge, egli per lei, com’a raggio di sol falda di neve. Suonano i baci e mai dal cavo speco forse a più dolce suon non rispos’eco.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Volgesi a quella parte ond’esce il canto Adone, e vede un pescator su ‘l lito: di semplice duaggio ha gonna e manto, ed ha di polpo un capperon sdruscito; ampio cappel che si ripiega alquanto gli adombra il crin, di sottil paglia ordito; tiene a piè la cistella, in man la canna con cui del’acque il popol muto inganna. - Lilla (dicea) che sì fastosa e lieta ognor ne vai del mio tormento acerbo, deh! vienne al’ombra orché ‘l maggior pianeta scalda il Leon feroce e ‘l Can superbo; qua vienne, ove leggiadra e mansueta un’anguilla domestica ti serbo che di limo si nutre entro un forame di questo scoglio e non ha spine o squame. Più bel non vide o più vezzoso pesce del Mincio mai la celebrata pesca. Spesso qualora il mar si gonfia e cresce salta dal fondo insu la riva fresca, va per l’erba serpendo e tant’oltr’esce che vien fin nel mio grembo a prender l’esca; di fin or al’orecchie ha duo pendenti e mi vomita in man perle lucenti. Ha lunga coda e larga testa e grossa, bocca aperta e viscosa ed ampie terga; la schiena è di color tra bruna e rossa, d’auree macchie smaltata a verga a verga; si dibatte per l’acqua e per la fossa, né pur in pace un sol momento alberga; lubrica scorre, entra pertutto e guizza, e se la tocca alcun tosto si drizza.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Volgon le Muse l’una al’altra opposte le spalle al fonte ed alo stagno il viso, e ‘n diverse attitudini composte fanno corona al’armentier d’Anfriso. In piè levate e ‘n vago ordin disposte grondan perle dal crin, brine dal viso, e scalze e mezzo ignude accolte in cerchio dela gran conca reggono il coverchio. Dala conca più alta ala più bassa, che ‘n baccino maggior l’acque ricetta, dele bell’onde il precipizio passa, laqual pur le riceve e le rigetta. Nel cerchio inferior cader le lassa, dove l’acqua divisa a bere alletta. In quattro fonti piccioli è divisa, ed ogni fonte ha la sua statua incisa. Quattro le statue son; la Gloria in una, la Fama in altra parte incise stanno; la Virtù quindi e quinci la Fortuna vaghi al vago lavor termini fanno; e ‘n cima a tre scaglion posta ciascuna, ch’agiato al’altrui sete adito danno, l’acqua in vaso minor versa e ripone o per urna o per tromba o per cannone. Chi può dir poi sicome scherza e ‘n quante guise si varia la volubil vena? Or per torto sentier serpendo errante tesse di bei meandri ampia catena, or con dirotta aspergine saltante bagna lambendo il ciel l’aura serena; e poiché quanto può s’inalza e poggia, sparge l’accolto nembo in lieta pioggia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Questa tutta di sdegno accesa e tinta e di dispetto e di fastidio è piena e, da turba crudel tirata e spinta, giovinetta gentil dietro si mena, che l’una e l’altra mano al tergo avinta porta di dura e rigida catena, smarrita il viso e pallidetta alquanto ed ha bianca la gonna e bianco il manto. La Calunnia è colei, ch’al trono augusto per man la tragge e par d’astio si roda; bella la faccia ha sì, ma dietro al busto le s’attorce di serpe orrida coda. L’altra, condotta nel giudicio ingiusto, a cui le braccia indegno ferro annoda, è l’incorrotta e candida Innocenza, sovrafatta talor dal’Insolenza. Il Livor l’è dincontra, ilqual approva la falsa accusa e la risguarda in torto; aconito infernal nel petto cova e di squallido bosso ha il viso smorto, simile ad uom ch’afflitto ancor si trova da lungo morbo, onde guarì di corto. Coppia d’ancelle ala Calunnia applaude, testimoni malvagi, Insidia e Fraude. Segue costoro addolorata e piange di tal perfidia il torto e la menzogna la Penitenza, che s’afflige ed ange presso la Verità, che la rampogna e si squarcia la vesta e ‘l crin si frange e di duol si despera e di vergogna e col flagel d’una spinosa verga si batte il corpo e macera le terga.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
O già del’Arno, or dela Senna onore, Maria, piuch’altra invitta e generosa, donna non già, ma nova dea d’amore, che vinta col tuo giglio hai la sua rosa e del gallico Marte il fiero core domar sapesti e trionfarne sposa, nate colà su le castalie sponde prendi queste d’onor novelle fronde. Queste poche d’onor fronde novelle, questi fior di Parnaso e di Permesso la tua chioma real degna di stelle non sprezzi, ond’io corona oggi le tesso, poich’anco il sole, o sol del’altre belle, ch’è dela tua beltà ritratto espresso, scorno non ha che fra la luce e l’oro che gli fregiano il crin, serpa l’alloro.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto undicesimo XLVII Quella, ch’ha in man due serpi, e tanta dopo lussuria trae di barbaresche spoglie, e pende nel color del’Etiopo, ma col suo bruno al’alba il pregio toglie, e ‘l nero crine al’uso di Canopo sotto un diadema a più colori accoglie, del grand’Antonio amica, è Cleopatra, che l’ha di sua beltà fatto idolatra. Danae è colei, che semplicetta accolse nel grembo virginal l’oro impudico. Quella è l’incauta Semele, che volse mirar in trono il non ben noto amico. Ecco Europa colà, da cui già tolse la più nobil provincia il nome antico; eccoti Leda qui, che si compiacque del bianco augello, ond’Elena poi nacque. V’è Dianira, che si duol delusa d’aver ucciso l’uccisor d’Anteo. Havvi Arianna, che l’inganno accusa del troppo ingrato e perfido Teseo. Guarda Andromeda poi, che non ricusa il fido suo liberator Perseo, ed Ero guarda, che da lido a lido trasse più volte il nuotator d’Abido. Vedi una turba di progenie ebrea tutta in un groppo, che laggiù camina? in queste sol, che ‘l fior son di Giudea, arde di santo amor fiamma divina. V’ha Rebecca e Rachele e Bersabea, havvi Susanna, Ester, Dalida e Dina, e Giuditta è tra lor, la vedovella feroce e formidabile, ma bella.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
La FUGA. Dalla Gelosia, che va col suo veleno ad infettare il cor di Marte nel colmo de’ maggior trionfi, si conosce che niun petto, per forte che sia ed in qualsivoglia stato, può resistere alla violenza di questa rabbia. Dal cagnolino che lusinga e guida Adone si discopre l’affetto verso le cose terrene, da cui si lascia l’uomo assai sovente trasportare alla traccia de’ beni temporali, ombreggiati nella cerva dalle corna d’oro. Il serpente guardiano del passo, cangiato dalla maga in sì fatta forma, dimostra il misero stato di chi cerca l’occasioni del peccare, per laqual cosa perdendo l’umana effigie, ch’è ritratto della divina somiglianza, vien condannato a vivere bestialmente nelle tenebre come cieco. Nel giardino della fata de’ tesori, tutto piantato d’oro e seminato di gemme, ci viene espressa la commodità delle ricchezze, che son di notabile importanza  a  conseguir  le  lascivie.  Falsirena  travagliata  da  due  contrari pensieri,  vuol  dinotarci  l’anima  umana,  agitata  quindi  dalla  tentazione dell’oggetto piacevole e quinci dal rispetto dell’onesto. Le due donzelle che la  consigliano,  ci  figurano  la  ragionevole  e  la  concupiscibile,  che  ci persuadono quella il bene e questa il male. Dala tartarea sua caverna oscura la Gelosia pestifera si parte e, mentre col suo tosco infuria Marte, Adon sen fugge e trova alta ventura.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto dodicesimo VI Ma nel misero ancor mondo perduto non so se sì gran peste entrar ardisca e negli alberghi suoi l’istesso Pluto non ti voglia cred’io, ma t’abborrisca, perché teme al tuo ghiaccio il re temuto non forse il regno eterno incenerisca o la fiamma ch’ognor dolce il tormenta per Proserpina sua non resti spenta. Giace del freddo Tanai insu le sponde là nela Scizia una foresta negra. Non di fior, non di pomi e non di fronde spoglia mai veste in alcun tempo allegra, ma fulminate piante, alpi infeconde peggior la fan ch’Acrocerauno o Flegra. D’aure invece e d’augelli han le sue sterpi pianti di gufi e sibili di serpi. L’infausto noce e di nocente tosco consperso il tasso e ‘l funeral cipresso rendon quel sempre al sol nemico bosco con le pallide chiome ispido e spesso. Per entro il sen caliginoso e fosco d’ogni intricato suo calle e recesso marciscon l’ombre e l’aria è densa e nera quasi meno che notte e più che sera. Van per burroni cavernosi e cupi, per balzi inaccessibili ed inculti, per erme sempre e solitarie rupi o popolate sol d’aspri virgulti, draghi a tutt’ore immansueti e lupi sotto tenebre eterne errando occulti. Piangono i fonti e ‘n flebile concento sospira e spira ancor spavento il vento.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tra queste solitudini s’imbosca non so s’io deggia dir femina o fera. Alcun non è che l’esser suo conosca o ne sappia ritrar l’effigie vera; e pur ciascun col suo veleno attosca, si ritrova pertutto ed è chimera, un fantasma sofistico ed astratto, un animal difforme e contrafatto. D’antica donna ha la sembianza e ‘l nome, squallida, estenuata e macilenta. Le mostruose e scompigliate chiome tutte son serpi ond’ogni cor spaventa. Dipse, anfisbene e dragoncelli o come inasprano il dolor che la tormenta, cencri, chelidri; ed ondeggiando al tergo colman di doppio orror l’orrido albergo. Fronte ha severa, né giamai rischiara sotto il concavo ciglio il guardo torto, guance spolpate e le rincrespa ed ara di spessi solchi arido labro e smorto; versa un assenzio dala bocca amara ch’amareggia ogni gioia, ogni conforto; dala fetida gola un fiato l’esce che pestilenza al’aere oscuro accresce. Come Giano ha duo volti ed apre e gira cento lumi qual Argo e piangon tutti, sguardi di basilisco e dove mira fa gli umani piacer languir distrutti. D’aspido ha la virtù, ch’apena spira ch’appesta il core e cangia i risi in lutti. Di cervo il capo e la natura e l’atto che si rivolge indietro a tratto a tratto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Questa del’empia vecchia è la famiglia, di lei ben degna, a lei conforme anch’ella. Dal’erebo la rea l’origin piglia, del’eumenidi dee quarta sorella. Del tiranno del’alme antica figlia, nacque col mondo e Gelosia s’appella. Non so come tal nome avesse in sorte, devendosi chiamar piutosto Morte. Levò costei dala magion profonda al ciel la fronte livida e maligna. Sbiecò le luci ove di tosco immonda luce fiammeggia torbida e sanguigna e la vita mirò lieta e gioconda che ‘n braccio al caro Adon traea Ciprigna, né cotanta in altrui quiete e pace fu senza rabbia a tollerar capace. Già si risolve, al bel seren celeste passando, abbandonar l’eterna notte. D’un cilicio di spine il corpo veste e vola fuor dele solinghe grotte. Di spine il manto ha le sue fila inteste, ma le fibbie e i botton son bisce e botte; di tai fregi laggiù per lor diletto soglionla ornar Tesifone ed Aletto. Tosto che fuor dela spelonca oscura uscì quel sozzo vomito d’inferno, sentiro i fiori intorno e la verdura fiati di peste ed aliti d’averno. Poria col ciglio instupidir natura, inorridire il bel pianeta eterno, intorbidar le stelle e gli elementi senon gliel ricoprissero i serpenti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Quella larva in mirando orrida e pazza del carro ogni destrier s’arretra e sbuffa e ‘l crin che quinci e quindi erra e svolazza s’erge lor sovra il collo e si rabbuffa. Ma nel’entrar dela tremenda piazza il vincitor d’ogni dubbiosa zuffa gli affrena e volge in lei qual face o dardo pien di bravura e spaventoso il guardo: - La tua diva, il tuo ben, quella che ‘ntatta sol per te (gli diss’ella) arder s’infinge, eccola là che ‘ndegna preda è fatta d’un selvaggio garzon che ‘n sen la stringe; d’un ch’apena sostien l’arco che tratta, guarda a che bassi amori amor la spinge; e quando in braccio a lui talor s’asside de’ tuoi vani furor seco si ride. Tacque e crollò, poiché così gli disse, l’empia ceraste onde fea selva al crine ed al signor dele sanguigne risse il fianco punse di secrete spine. Poi nel core una vipera gli affisse dele chiome mordaci e serpentine e, ferito che l’ebbe in un momento, si sciolse in ombra e si disperse in vento. Come con sua virtù sottile e lenta ch’ha vigor di velen, rigor di ghiaccio, s’al’esca la torpedine s’aventa toccando l’amo e penetrando il laccio, scorre ratto ala canna ed addormenta del pescatore assiderato il braccio e, mentre per le vene al cor trapassa, tutto immobile e freddo il corpo lassa,
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto dodicesimo LXII così la furia col suo tosco orrendo di gelido stupor Marte consperse, loqual di fibra in fibra andò serpendo e ‘n profondo martir l’alma sommerse, sich’ogni senso, ogni color perdendo, lasciò di man le redine caderse, né dal’assalto di quel colpo crudo valse punto a schermirlo usbergo o scudo. Ma quel rabbioso e rigoroso gelo già già fiamma diviene a poco a poco, onde l’abitator del quinto cielo sembra da venti essercitato foco. Passato il cor di velenoso telo vendicarsi desia, né trova loco. Quell’astio omai superbo ed iracondo non cape il petto e lui non cape il mondo. D’un tenace sudore è tutto molle, fosca nebbia infernal gli occhi gli abbaglia, e soffia e smania e di dolor vien folle, tal passion l’afflige e lo travaglia. Fatto è il suo sen, che gela insieme e bolle, campo mortal di più crudel battaglia per le nari a un punto e per le labbia gitta fumi d’orror, schiume di rabbia. La noderosa e formidabil asta ch’ha nela destra allor contorce e scote, rovere immensa e sì pesante e vasta che nessun altro dio mover la pote. Poi dal seggio elevato a cui sovrasta lunge la scaglia e i nuvoli percote. Guizza per l’aure il grave tronco e fugge, ne rimbomba la terra e ‘l ciel ne mugge.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
L’Emo al bombo risponde e l’Ato insieme con orribil romor tutto risona; il Rodope vicin n’ulula e geme e ‘l nevoso Pangeo ne trema e tuona; si scote l’Ebro dale corna estreme la canicie del gel che l’incorona e con le brume, onde sovente agghiaccia, lega al’Istro il timor l’umide braccia. Rompe le nubi e i turbini disserra l’antenna folgorante e sanguinosa, mari e monti travalca ed ira e guerra porta vibrata dala man crucciosa e vola a Cipro e si conficca in terra onde ne piagne l’isola amorosa e con chioma sfrondata e volto essangue la rosa e ‘l mirto impallidisce e langue. Tolse il carro ferrato e ‘n vista oscura a quella volta il nume altier si mosse. Toccò i cavalli e dela sferza dura sentir fè loro i fischi e le percosse. Volge le luci sì che fa paura, di foco e sangue orribilmente rosse. Al lume infausto de’ maligni lampi perdono il verde i boschi, il fiore i campi. Con quel furor, con quel fragor ne venne l’orribil dio degli elmi e dele spade con cui dal ciel su le vermiglie penne vigorando sestesso il folgor cade, qualor dala prigion che chiuso il tenne fugge e, serpendo per oblique strade, con tre denti di foco in rauco suono sbrana le nubi e fa scoppiarne il tuono.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Il contracambio poi che mi prometti vo’ che senza indugiar mi sia concesso. Ma, come in prova mostreran gli effetti, fia l’util tuo, fia ‘l tuo guadagno istesso. Vo’ che la mia reina entro i’ suoi tetti ti piaccia visitar ch’è qui dapresso; né pur la cerva ch’è sì bella in vista ma ‘l cane ancor avrai che la conquista. Non lunge alberga ancorch’altrui coverta sia la strada e non trita ond’a lei vassi. Ma se tu meco vien, son più che certa, non perderai del tuo viaggio i passi. Ti fia la porta del palagio aperta dove la dea dele delizie stassi, che d’Iasio è sorella e di Mammone, di Proserpina figlia e di Plutone. Quant’oro involge tra le pallid’onde il Gange che levar vede il sol primo, quanto di prezioso il Tago asconde perentro il letto suo palustre ed imo, a lei perviene. A lei le ninfe bionde filan del’Ermo in stami il ricco limo. A lei del bel Pattolo entro le vene sudan mill’altre a crivellar l’arene. Prodigo ognor suo dritto offre a costei, il Sangario ove Mida ebbe a lavarsi. Lidia, Frigia, Cilicia, Ircania a lei cumulan solo i lor tesori sparsi. I Pannoni, i Fenici e gli Eritrei dele ricchezze lor non le son scarsi. L’auree Molucche e Manzanara e Norte ebbe dal ciel di dominare in sorte.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Hanno anco il sonno e la vigilia ed hanno providi al’opre i naturali instinti e, com’api o formiche, in ordin vanno non senza industria ale fatiche accinti. La notte e ‘l giorno e la stagion del’anno e tutti i tempi han come voi distinti; aman la luce e le lumiere belle del sole e dela luna e dele stelle. Partecipano assai degli elementi e più di quello ov’hanno albergo e loco. Com’amano il terren talpe e serpenti, come pirauste e salamandre il foco, come son l’aure molli e l’acque algenti de’ pesci e degli augei trastullo e gioco, così sono a costor care e gioconde la terra e l’aria e le faville e l’onde. Abita alcun di lor l’eterea sfera, altri la region sottoceleste, altri fonte, ruscel, lago o riviera, altri rupi, vallee, boschi e foreste. Tutte dela selvaggia ultima schiera son le ninfe che vedi ed io con queste; ed a ciascuna un’arbore è commessa quasi del vivo legno anima istessa. V’ha fauni e lari e satiri e sileni, tutti han fronte cornuta e piè caprigno. Siam noi pur come lor, numi terreni, ma di sesso men rozzo e più benigno. Ingombran l’altre ad altre piante i seni, io qui con queste in questo tronco alligno e per legge di fato e di natura dele noci a me sacre ho sempre cura. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tacque e le ninfe del frondoso monte verso Adone affrettando il piè veloce, cortesemente gli chinar la fronte, affabilmente il salutaro a voce. Poi lo guidaro ufficiose e pronte con mille ossequi al’ammirabil noce; e, lasciato lo stral, deposto l’arco, gli apriro il passo e gli spediro il varco. Repente allor del’arbore ch’io dissi crepò la scorza e ‘l voto ceppo aperse. Tutta per mezzo, o meraviglia! aprissi ed ala coppia il cavo ventre offerse. Quindi per una via che ‘nver gli abissi scender parca, Silvania il piè converse e, passando ale viscere più basse dela buccia capace, Adon vi trasse. Entra ed ha seco il precursor foriero quelche tanto gli mostra amore e fede, io dico il cagnolin che già primiero trovò posando in quella selva il piede. Questo per disusato ermo sentiero non l’abbandona mai, sempre il precede; e chiuso il tronco, ei che ‘l camino intende, per una scala a chiocciola discende. Per mille obliqui e tortuosi giri serpendo senza termine la scala e senza che di ciel raggio si miri, tra profonde ruine ingiù si cala. Sente Adon quasi greve aura che spiri adora adora alcun vapor ch’essala e sussurrando scotersi sotterra i venti che ‘l gran monte in grembo serra.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Di quelle gemme che per l’antro ombroso lampeggiando facean l’aria men nera ed affisse nel sasso aperto e roso illustravan la grotta e la riviera, il barlume indistinto e tenebroso gli servì di lucerna e di lumiera e vide a gola aperta un crocodilo di cui forse maggior non nutre il Nilo. Vennegli incontro e cominciò parole minacciose a formar d’uman linguaggio. - Taci bestia malvagia, odiosa al sole, non impedir nostro fatal passaggio. Così vuol chi quaggiù può quanto vole disse Silvania, e seguitò ‘l viaggio. Fuggì la fera ubbidiente e tacque e ritornossi ad appiattar nel’acque. - Uom fu già questi, or è dragon (soggiunse) apprendan da lui senno i più discreti. Soverchia audacia follemente il punse dela fata a spiar gli alti secreti. Fusse caso o sciocchezza un giorno ei giunse contro gl’inviolabili divieti là dov’ella talor suol per diletto cangiar la spoglia e variar l’aspetto. Videla apunto allor che per vaghezza di provar qual natura hanno i serpenti forma di serpe al’immortal bellezza dava con incantate acque possenti. Ella è sì spesso a trasformarsi avezza, che non vo’ che tu fugga o che paventi s’avien mai che t’appaia in altre membra, che non è però tal, sebene il sembra.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto dodicesimo CLVIII In mal punto costui videla apunto quando prendea la serpentina imago, né tutto il corpo avea bagnato ed unto ch’era ancor mezzo donna e mezzo drago. Sdegnosa come prima il vide giunto il volto gli spruzzò del licor mago, “stolto (dicendo) i premi tuoi sien questi, vanne, e narra se puoi ciò che vedesti”. Poich’a tai detti lo scaglioso manto gli coprì d’ognintorno il tergo e ‘l seno, rimase, astretto da perpetuo incanto, a guardar questo guado ond’io ti meno. Disse, e del’antro Adone uscito intanto giunse in paese oltre gli ameni ameno e trovò, più ridente e più giocondo, novo ciel, nova terra e novo mondo. Ghirlandato di pergole costrutte di viti e d’uve un gran giardin s’inquadra. Quattro vie dritte a dritto fil condutte con trecciere di cedri in doppia squadra, vanno un sferico spazio a ferir tutte e di sestesse a far croce leggiadra. Ai seggi che coronano il bel cerchio fa vago padiglion verde coverchio. In mezzo a questo spazio e sotto questa cupula ombrosa che di fronde è densa, dodici grifi d’or reggono in testa di cristallo di rocca un’urna immensa, che ‘n larga pioggia a guisa di tempesta l’acque ala conca inferior dispensa. D’alabastro è la conca e forma un stagno che dela bella fata è fonte e bagno.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Amo o non amo? Oimé ch’amor è foco che ‘nfiamma e strugge ed io tremando agghiaccio. Non amo io dunque. Oimé ch’a poco a poco serpe la fiamma ond’io mi stempro e sfaccio. Ahi ch’è foco, ahi ch’è ghiaccio, ahi che ‘n un loco stan, perch’io geli ed arda, il foco e ‘l ghiaccio. Gran prodigi d’amor, che può sovente gelida far l’arsura, il gelo ardente. Io gelo dunque, io ardo e non sol ardo, son trafitta e legata e ‘nsieme accesa. Sento la piaga e pur non veggio il dardo, le catene non trovo e pur son presa. Presa son d’un soave e dolce sguardo che fa dolce il dolor, dolce l’offesa. Se quelch’io sento è pur cura amorosa, amor per quelch’io sento è gentil cosa. E1 gentil cosa amor. Ma qual degg’io in amando sperar frutto d’amore? io frutto alcun non spero e non desio; dunque ama invan, quando pur ami, il core. Cor mio, deh, non amar. Quest’amor mio se speme nol sostien, come non more? Lassa, a qual cor parl’io, se ne son priva? e se priva ne son, come son viva? Io vivo e moro pur; misera sorte, non aver core e senza cor languire, lasciar la vita e non sentir la morte; ahi! che questo è un morir senza morire. O dal’anima il core è fatto forte o anima è del cor fatto il martire o quel che ‘l cor dal’anima divide è stral che fere a morte e non uccide.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ogni fera più fera e più rabbiosa la sua rabbia addolcisce e disacerba. Non è leone altier, tigre orgogliosa che non deponga allor l’ira superba. Vomita il fiel la serpe velenosa e i livid’orbi suoi stende per l’erba, e smembrata la vipera e divisa vive e rintegra ogni sua parte incisa. Ma com’è poi che i versi abbian potere di separare i più congiunti cori, e ‘l commercio reciproco e ‘l piacere santo impedir de’ maritali amori? Come del’alme il libero volere anco scaldar d’involontari ardori, ed agitar con empie fiamme insane di maligno furor le menti umane? Falsirena aspettò che piene avesse Cinzia del’orbe suo le parti sceme ed oportuno alfin quel tempo elesse che congiunte avea già le corna estreme. E veggendo anco in ciel le stelle istesse seconde al’arte sua volgersi insieme, nel loco usato a celebrar sen venne de’ sacrilegi suoi l’opra sollenne. Sorge nel sen più folto e più confuso d’un bosco antico un solitario altare, d’alti cipressi incoronato e chiuso là donde il sole orientale appare, aperto a quella parte ov’ha per uso depor la luce ed attuffarsi in mare. Opaco orror l’ingombra e lo nasconde sotto perpetue tenebre di fronde.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Poiché tai cose tutte insieme accolte nele fibre e nel core infuse gli ebbe e dal suo sputo infette altr’erbe molte virtuose e mirabili v’accrebbe, sovra il corpo incurvossi e sette volte inspirò ‘l fiato a chi risorger debbe. Al miracolo estremo alfin s’accinse e ‘l proprio spirto ad animarlo astrinse. Vestesi pria di tenebrose spoglie, poi prende nela man verga nefanda ed ale chiome che ‘n su ‘l tergo accoglie, fa d’intrecciate vipere ghirlanda. Vie più ch’altra efficace indi discioglie la fiera voce ch’a Pluton comanda e move ai detti suoi sommessa e piana lingua ch’assai discorde è dal’umana. De’ cani imita i queruli latrati ed esprime de’ lupi i rauchi suoni, forma i gemiti orrendi e gli ululati dele strigi notturne e de’ buboni, i fischi de’ serpenti infuriati, gli spaventosi strepiti de’ tuoni, del’acque il pianto, il fremer dele fronde, tante voci una voce in sé confonde. L’aer puro e seren s’ingombra e tigne a quel parlar di repentina ecclisse; veggionsi lagrimar stille sanguigne l’alte luci del ciel, mobili e fisse; bendò fascia di nubi atre e maligne, come la terra pur la ricoprisse e le vietasse la fraterna vista, dela candida dea la faccia trista.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Odi, spirito ignudo, anima errante, odi e ritorna al tuo compagno antico. Solo qual sia l’amor, qual sia l’amante rivela a me del mio crudel nemico. Riedi subito al loco ov’eri innante dato ch’avrai risposta a quant’io dico. Ritorna, alma raminga e fuggitiva, rivesti il manto e ‘l tuo consorte aviva. Ciò detto non lontan mira ed ascolta del trafitto guerrier l’ombra che geme perché del carcer primo onde fu tolta tra’ nodi rientrar paventa e teme e nel petto squarciato un’altra volta riabitar dopo l’essequie estreme. - Chi fin laggiù (prorompe) in riva a Lete mi turba ancor la misera quiete? Lasso, e chi dela spoglia ond’io son scarco l’odiato peso a sostener m’affretta? Dunque contro il destin severo e parco il fil tronco a saldar Cloto è costretta? Deh! ch’io ritorni per l’ombroso varco ala requie interrotta or si permetta. Miser, qual fato sì mi sforza e lega che di poter morire anco mi nega? Ch’ei sia sì poco ad ubbidir veloce la donna spirital disdegno prende, onde con sferza rigida e feroce di viva serpe il morto corpo offende. Poi, con più alta e più terribil voce solleva il grido che sotterra scende e penetrando i più profondi orrori minaccia al’alma rea pene maggiori.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto tredicesimo LXIX - Su su, che tardi ad informar quest’ossa? Qual più forte scongiuro ancora attendi? Credi che nel’abisso e nela fossa non ti sappia arrivar, se mel contendi? o ch’esprimer que’ nomi or or non possa inuditi, ineffabili, tremendi che venir ti faranno a me davante ciò ch’io t’impongo ad esseguir tremante? Megera e voi dela spietata suora suore ben degne e degne dee del male, m’udite? a cui parl’io? tanta dimora dunque vi lice? e sì di me vi cale? e non venite? e non traete ancora fuor del penoso baratro infernale da serpenti agitata e da facelle l’alma infelice a riveder le stelle? Io vi farò dele magion notturne a forza uscir di scosse e di flagelli. Vi seguirò per ceneri e per urne, vi scaccerò da’ roghi e dagli avelli. Sarete voi sì sorde e taciturne quand’io co’ propri titoli v’appelli? o con note più fiere ed essecrande invocar deggio pur quel nome grande? A tai detti, oh prodigo! ecco repente il sangue intepidir gelido e duro e le vene irrigar d’umor corrente che già pur dianzi irrigidite furo. Ripien di spirto e d’alito vivente movesi già l’immobil corpo oscuro; già già palpita il petto ed ogni fibra ne’ freddi polsi si dibatte e vibra.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Già dela stella a te cruda e nemica cessan gl’influssi omai maligni e tristi. Ma pria che ‘nun con la figura antica la tua perduta ancor gemma racquisti, durar ti converrà doppia fatica, tornando al loco onde primier partisti e lavarti ben ben nela fontana possente a riformar la forma umana. Del’acqua ove la fata entra a bagnarsi quando depon la serpentina spoglia, poich’avrai sette volte i membri sparsi fia che la larva magica si scioglia. Tornato al’esser tuo, vanne ove starsi in guardia troverai di ricca soglia mostro il più stravagante, il più diverso che si scorgesse mai nel’universo. Ha fattezze di sfinge e tien confuse quattr’orecchi, quattr’occhi, altrettant’ali. Due luci ha sempre aperte, altre due chiuse e le piume e l’orecchie ancor son tali. Lunghe l’orecchie a’ bei discorsi ottuse non cedono d’Arcadia agli animali. La sua faccia si muta e si trasforma, quasi camaleonte, in ogni forma. Vario sempre il color lascia e ripiglia né mai certa sembianza in sé ritenne. Come veggiam la cresta e la bargiglia del gallo altier che d’India in prima venne, bianca a un punto apparir, verde e vermiglia qualor gonfio d’orgoglio apre le penne, così sua qualità cangia sovente secondo quelche mira e quelche sente.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quattordicesimo LXXVIII Come, s’allor che più spedito corre per l’olimpica polve o per l’elea, tra via carro si schioda e viensi a sciorre una dele due rote onde correa, arresta il moto e vedesi scomporre la gemina union che ‘l sostenea, gemono gli assi e sotto il duro intoppo va serpendo il timon spezzato e zoppo, così rimase allor senza l’aita del buon german che sene gia ramingo, pallida, lagrimosa e sbigottita la verginella in quell’orror solingo. La scaramuzza intanto era inasprita e Malagor tornato al fiero arringo tra’ suoi si mise e diede in apparire vergogna ai vili, agli animosi ardire. Nel cominciar dela battaglia, un pezzo vantaggio ebbero ai bravi i farinelli, de’ quai ciascuno era gran tempo avezzo in quel sito ove gli altri eran novelli; e le vite vendendo a caro prezzo si difendean da questi assalti e quelli. Saltando or macchie, or fossi, or pruni, or selci, scudo si fean de’ frassini e del’elci. Il signor dela ciurma alza la spada e comincia a ferir colpi sì duri che la rupe ne trema e la contrada e temon d’appressarlo i più securi. Fere Armonte il primier, che non vi bada, qual uom ch’altrove intenda o poco il curi. Ma mentre al suon del ferro il volto ei volse, tra la fronte e le ciglia il colpo il colse.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Dal tridente mortal che per la cava conca del’occhio oltre la coppa il fiede, colui del lume onde la fronte ornava, orbo rimane intutto e più non vede. Pur mentre il sangue il volto e ‘l sen gli lava, drizza ver là dond’uscio ‘l colpo il piede e corre e grida e porta in man due spade ma in un’asta caduta inciampa e cade. Saetta il fier garzon dopo costoro Lupardo il nero e Serpentano il brutto e Tigrane il crudele aggiunge loro ch’avea de’ buon gran numero distrutto. Piovono a mille le quadrella d’oro, scompigliato ne sona il bosco tutto; né qui s’affrena ancor l’animo audace né riposa la man né l’arco tace. Già la faretra omai di dardi ha vota e ‘l braccio quasi indebolito e lasso, quand’ecco il fiero Orgonte, eccol che rota la spada a cerchio e s’apre intorno il passo. Fermo l’aspetta e con lo sguardo il nota, poi trae l’ultimo stral fuor del turcasso ed accelera il piede ov’empia sorte il fa quasi volar contro la morte. Presto, ovunqu’egli vada, al suo soccorso Melanto il segue pur né l’abbandona e, come il vede in sì gran rischio, il corso colà subito volge e gli ragiona: - Raccogli omai, fanciul malcauto, il morso al’ardir che tropp’oltre oggi ti sprona. Orme fin qui del tuo valor lasciasti fra’ nemici assai chiare, or tanto basti. -
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Avev’io già per uno e duo scudieri con note ardenti e di man propria espresse esposti al re mio padre i casi interi, presago, oimé, di quel ch’indi successe, perché di lei con lettre e messaggieri la pace marital m’intercedesse; ma col mio ben, cred’io, con la mia speme per più mai non tornar, partiro insieme. Io per farle talor più chiara mostra del’esser mio, di lucid’armi adorno, uscire in piazza e comparire in giostra con pompose livree soleva il giorno. La notte poi dentro la regia chiostra ale paci d’amor facea ritorno; né che fuss’io, sì sempre io mi celai, altri, trattane lei, seppe giamai. D’Argene ancor, che seco era sovente, la conoscenza in questo mezzo io presi ed un dì che tra’ fior vipera ardente venia con fauci aperte e lumi accesi per trafiggerle il piè col crudo dente, col nodoso bastone io la difesi. La serpe uccisi e l’obligo che m’ebbe molto di lei l’affezion m’accrebbe. Spesso da indi in poi tacito e cheto venia le notti a consumar con ella, né parte ebbe giamai di tal secreto, fuorché la fida Arsenia, altra donzella; così l’ore passai felice e lieto sotto destro favor d’amica stella, finché venne a mischiar la vecchia astuta tra le dolcezze mie, fiele e cicuta.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
O degli orti d’Amor cani custodi, vigilanti nel mal, garrule vecchie, tra’ più leggiadri fior tenaci nodi, nel più soave mel pungenti pecchie ! Non ha tante la volpe insidie e frodi, tante luci il Sospetto e tante orecchie, quante per danno altrui sempre n’ordite, deh vi fulmini il cieli, quante n’aprite. Dele mense amorose arpie nocenti, al riposo mortal larve moleste. La vita è un prato e voi siete i serpenti, voi sol d’ogni piacer siete la peste. Senza turbini il cielo e senza venti, senza procelle il mar, senza tempeste, quanto più lieto fora e più giocondo e senza morte e senza vecchie il mondo? Furie crude e proterve, onde gli amanti van dele gioie lor vedovi ed orbi; fantasmi vivi e notomie spiranti, sepolcri aperti, ombre di morte e morbi. Perché d’abisso infra gli eterni pianti terra omai non le chiudi e non l’assorbi? L’Invidia, credo, sol del’altrui bene le nutrisce, le move e le sostiene. Grifa, del buon villan l’empia mogliera, venne fra i nostri amori ad interporsi. Questa malvagia intolerabil fera di me s’accese ed io ben men’accorsi, peroch’a tutte l’ore intorno m’era or con scherzi noiosi, or con discorsi. Ridea talora e mi mostrava il riso voto di denti e pien di crespe il viso.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Se guerrier non appar dala tua parte, la tua donna s’assolve e tu morrai. S’alcun forse ne vien per liberarte, tu di Dorisbe il protettor sarai. S’egli t’uccide entro l’agon di Marte, chi morì più di te felice mai? S’egli ucciso è da te, felice ancora, fia che chi visse ardendo, ardendo mora”. L’inumano torrier, che pur sovente compianse al pianger mio, tentai con preghi. E qual core è di sasso o di serpente, cui supplice amator non mova o pieghi? L’oro però fu più ch’amor possente, l’oro a cui giamai nulla è che si neghi. Tratto l’avanzo fuor del mio tesoro dai ferri alfin mi liberai con l’oro. Con l’oro ebbi il destriero e, d’armi cinto, attendo che sia in ciel l’alba risorta, ch’io non vo già, se per amor fui vinto, esser vinto in amore; Amor m’è scorta. O ch’io sia inuna o in altra guisa estinto che che n’avegna pur poco m’importa, perché soffrir non può morte più ria, che non morir chi di morir desia. Non stiam dunque d’andar, ch’agghiaccio ed ardo tanto ch’al’alta impresa io m’avicini. Troppo noce l’indugio e s’io ben guardo par già la notte al’occidente inchini. Ecco il pianeta inferiore e tardo che tien degli emisperi ambo i confini. Vedrai se movi a seguitarmi il piede prova d’ardire e paragon di fede. -
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Adon, nel sepelir la coppia estinta sì del mal d’amboduo s’afflisse e dolse che conservar, benché di sangue tinta, de’ fregi lor qualche memoria volse; onde di smalto a lui tolse una cinta, a lei d’or riccamato un velo ei tolse. Poco accorto pensier, sciocco consiglio, che gli fu poi cagion d’alto periglio. L’opra apena fornita, odon le fronde scrosciar dapresso e scotersi le piante, ed ecco uscir dale vicine sponde uom che quasi statura ha di gigante. Io non so come in sì bel loco e donde venne sì sconcio e barbaro abitante. Ama le cacce e per caverne e selve, belva molto peggior, segue le belve. Lunga la capegliaia e lunga e nera la barba e ‘l vello ha l’animal feroce. Mente umana non ha né forma vera ed esprimer non sa distinta voce. Al’altre fere insidiosa fera, per nutrirsi di lor, danneggia e noce. Gli uomini ingoia e quand’ei può pigliarne ingordo è più dela più nobil carne. Vivea solingo in sotterraneo albergo, ispido il corpo e setoloso tutto. Veniva armato d’un estraneo usbergo che di pelle di tigre era costrutto. Uscian le braccia dai confin del tergo per due bocche di drago orrido e brutto; e pur di serpe entro una scorza cava molte quadrella al’omero portava.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Soggiunge indi Sidonio: - Amor mi porse, Amor figlio d’un fabro, arte ed ingegno, ond’apersi i serrami; ei mi soccorse nel’operazion del bel disegno. Non crediate però ch’io brami forse di fuggir morte, anzi a morir ne vegno; ma pria ch’io mora almen, la ragion mia, poi di me si disponga, udita sia. Piacciavi tanto sol, donna reale del’alterato cor sospender l’ire, che con clemenza ala giustizia eguale si pieghi ad ascoltar quant’io vo dire: fate i giudici vostri al tribunale vosco, vi prego, e i principi venire, ch’io vo di tutti lor l’alta presenza a proferir di me giusta sentenza. Membrando Argene che costui da morte campolla già quando la serpe uccise, non seppe in suoi rigori esser sì forte che ciò negasse e per udir s’assise. Ei, raccolta che fu tutta la corte, a piè del trono inginocchion si mise; tratta la spada poi dela vagina a lei la porse e cominciò: - Reina, sovenir ben vi dee del sacro patto giurato ala gran dea vendicatrice, che colui degno sol fia d’esser fatto dela mia donna possessor felice, ch’al regio sangue avrà pria sodisfatto col capo del figliuol del re fenice, quel nemico mortal, che già diè morte al vostro glorioso alto consorte.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Dopo molto girar, mobil compasso chiude al punto le linee e le congiunge. Da lungo corso affaticato e lasso il destriero anelando al pallio giunge. Arriva al fonte con veloce passo cerva, cui stral acuto il fianco punge. E vien tra noi dal’africano lido rondine vaga a ricomporre il nido. Dal duro essilio suo contenta e lieta torna al’orbe natio la fiamma lieve. Torna da’ giri suoi l’onda inquieta nel gran ventre del mar che la riceve. Ritorna al centro ove ‘l suo moto ha meta a gran fretta correndo il sasso greve. Ed ala patria ove ‘l suo cor soggiorna, d’errar già stanco, il peregrin ritorna. Alcun non sia però ch’unqua si vanti d’aver tanta a sentir gioia nel core, che passi quella de’ fedeli amanti quando talor gli ricongiunge amore, e nebbie e pioggie di sospiri e pianti sgombrando col seren del suo splendore, di lontana beltà guida e conduce anima cieca a riveder la luce. Con quell’affetto e ‘n quella stessa guisa che dietro al maggior cerchio il ciel si gira, o che di serpe suol parte recisa unirsi al capo che la move e tira, con quel desio sen corre alma divisa al dolce oggetto ond’ella vive e spira, che calamita a polo ha per costume, augello ad esca o farfalletta a lume.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
La fraude ad esseguir Galania essorta. Di Venere una ninfa è così detta, non men destra di man, d’ingegno accorta che di volto leggiadra e giovinetta. Quando tutta d’Adon la squadra è morta i duo freschi guerrier costei vi getta, onde l’un tende l’arco e l’altro in zuffa zappa, ringhia, nitrisce e freme e sbuffa. La bella dea del mirto e della rosa che novo scorge e non pensato aiuto sovragiunto al nemico, e strana cosa stima com’avea vinto aver perduto; lo sguardo alzando stupida e dubbiosa, sorrider vede il messaggiero astuto, onde il tratto compreso: - Or tanto basta (dice) e ‘l gioco con man confonde e guasta. E dal loco levata ov’era assisa, spinta dal’ira che nel petto accoglie, corre a Galania e la percote in guisa che con quel colpo ogni beltà le toglie. Ahi! quanto è folle, ahi! quanto mal s’avisa chi tenta opporsi ale divine voglie. Fu sì ‘l capo ala misera percosso con lo scacchier, che le rimase adosso. Da Citerea con tanta furia e forza è battuta la ninfa afflitta e mesta, che ‘ncurvato e cangiato in cava scorza sovra le spalle il tavolier le resta. La luce de’ begli occhi allor s’ammorza, sparisce l’oro dela bionda testa, la cervice, che ‘n sé rientra ed esce, quasi un mezzo divien tra serpe e pesce.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
La corona e lo scettro ha in man costui ch’al re novello consegnar si deve; ma però che la forza è scema in lui e ‘l ricco peso oltremisura è greve, di qua, di là da dui ministri e dui ed appoggio ed aita egli riceve; e d’altra gente a piè barbara e greca gran turba popolar dietro si reca. Di diamante angolar da dotta lima fatto è lo scettro e più che ‘l regno vale. Un pomo ha di rubino insu la cima il manico è d’iaspe orientale. Ma la corona che non trova stima vedesi sfavillar di luce tale ch’al mezzo di più chiaro e più sereno la corona del sol fiammeggia meno. In trenta merli di fin or massiccio del bel diadema il cerchio è compartito; per l’orlo esterior serpe un viticcio di grosse perle e candide arricchito, con cui commesso di lavor posticcio fregio s’attorce d’altre gemme ordito; e tra lor, quasi re, vie più che lampa smisurato carbon nel mezzo avampa. Avea l’oracol dela dea d’Adone quando pronunziò l’alta risposta, ordinato che ‘l dì dela tenzone fuss’ella in mano ala sua statua posta, siché ‘n prova devesse ala ragione di ciascun gareggiante esser esposta, perché di propria man la statua istessa in testa al vincitor l’avrebbe messa.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Vien Luciferno il fier dopo costui, così di Scizia un saracin si noma. Il Saca e ‘l Battrian soggiace a lui, il Margo ha vinto e la Sarmazia ha doma; e la gloria rapir presume altrui per irta barba e per irsuta chioma. Mostra ruvide membra, ossa robuste, lungo capo, ampie nari e tempie anguste. L’occhio pien di terrore e di bravura infra nero e verdiccio, altrui spaventa e con torvo balen di luce oscura la fierezza e ‘l furor vi rappresenta. Portamento ha superbo e guatatura sì feroce ed atroce e violenta, che rassembra aquilon qualor più freme e col torbido Egeo combatte insieme. Su la giuba che tinta ha di morato, rete si stende d’or sottile e ricca, e con puntali pur d’oro smaltato gli angoli dele maglie insieme appicca; porta sotto l’ascella il manto alzato, il manto che dal’omero si spicca e ‘l lembo che dal braccio a terra cade, con lunga striscia il pavimento rade. Di lavoro azimin la scimitarra larga, breve e ricurva appende al’anca; dietro ha il carcasso e per traverso sbarra l’arco serpente insu la spalla manca. In forma di piramide bizzarra un globo intorno al crin di tela bianca erge, com’è de’ barbari costume, d’aviluppate fasce alto volume.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciassettesimo XXXVIII Qui tace e poi soggiunge: - Ahi! che serpendo mi va per entro il petto un freddo ghiaccio. Temo non tu, da me sazia fuggendo, al caro Marte tuo ne torni in braccio. Se questo è ver, di propria mano intendo scior del’amore e dela vita il laccio. Crudel, se non ti move il mio cordoglio, ben sei figlia del mar, nata di scoglio. Risponde l’altra allor: - Raro vien solo un mal, per aspro e per mortal che sia. Il separarmi con fugace volo dala tua vista e dala vita mia, sappi, ch’egli non m’è sì grave duolo né mi dà pena tanto acerba e ria, quanto il vederti piangere e sentire sì profondo dolor del mio partire. Ma l’udirmi incolpar di poco fida, ciò più m’afflige. E credi, anima ingrata, ch’io con lo dio guerriero ed omicida cangiar mai deggia la mia pace amata? In lui spavento, in te beltà s’annida; ei tutto ferro e tu con chioma aurata; egli con fiere e sanguinose palme uccide i corpi e tu dai vita al’alme. Poi segue: - Se giamai porrò in oblio del mio costante amor l’alta fermezza, il ciel di me si scordi; o se pur io rimembrar giamai deggio altra bellezza, destin mi faccia ingiurioso e rio scontar con mille affanni una dolcezza. Facciami acerba e dispietata sorte pianger la vita mia nela tua morte. -
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
L’una a destra le siede e con la destra lucido speglio le sostiene ed erge; l’altra lo sparso crin dala sinestra di finissimo nettare consperge; la terza poi con man scaltra e maestra le scarmigliate fila ordina e terge e dale spalle con eburneo dente ara le vie del crespo oro lucente. Al’aura il crin, ch’al’auro il pregio toglie, si sparge e spande in mille giri avolto e ‘l vel, ch’avaro in sua prigion l’accoglie, fugge e licenzioso erra su ‘l volto. Sestesso lega e poi sestesso scioglie, ma legato non men lega che sciolto e si gonfia e s’attorce e scherza e vola per le guance serpente e per la gola. Spesso ala fronte candida e serena qual corona dintorno aurea risplende; or fa degli orbi suoi rete e catena, or i suoi lunghi tratti a terra stende; talor diffuso in preziosa piena quasi largo torrente al sen le scende e par, mentre si versa in ricco nembo, Giove che piova ala sua Danae in grembo. Ma quei liberi error frena e comparte l’ingegnosa ministra e lor dà legge. Molti ne lascia abbandonati ad arte, molti con morso d’or doma e corregge; parte ne chiude in reticella e parte per ordir groppi e cerchi ella n’elegge; e qual di lor per emular l’aurora di fiori ingemma e qual di gemme infiora;
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Segue Forba con Forco; e Nereo il primo che ‘ntreccia il bianco crin di verdi erbette, per farle onor dal fondo oscuro ed imo raguna ostriche fresche e perle elette; Melicerta il fanciul tra l’alga e ‘l limo bacche e viole tenere framette; Ino l’abbraccia e mormorando insieme Palemon con Portun rauco ne freme. Chi giù s’attuffa e chi risorge a galla, chi balza in aria e chi nel mar si corca; altri portato è da una foca in spalla, altri da una pistrice, altri da un’orca; qual sovra un bue marin trescando balla, qual su le terga d’una orribil porca; questi da un nicchio concavo è condotto e quegli immane una balena ha sotto. Ed ecco insu quel punto uscir di fianco Proteo, del ciel del’acque umido nume, Proteo, che ‘l gregge suo canuto e bianco menar ai salsi paschi ha per costume, Proteo, saggio indovin che talor anco si cangia in sterpo, in sasso, in fonte, in fiume, talor prende d’augel mentito volto, talor sen fugge in fiamma o in aura sciolto. Or con l’armento mansueto e vago pasce giovenco la materna mamma; or salta orso brancuto, or serpe drago, segnato il tergo di sanguigna squamma; or veste di leon superba imago, armando gli occhi di terribil fiamma; or vien tigre, or cinghiale, or per le rupi latra fra’ cani ed ulula fra’ lupi.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Di Zacinto al bel margine s’accosta che ‘n spessi boschi in mezzo al’onda è steso, né molto da Melena si discosta che da Cefalo poscia il nome ha preso. D’Itaca schiva la sassosa costa, picciolo scoglio e sterile e scosceso, ma per Ulisse suo chiaro riluce: così sola virtù gloria produce. Resta Dulichio indietro e ‘ndietro resta dela famosa Elea la piaggia bella, ch’ai destrier vincitor la palma appresta onde il lustro e poi l’anno Olimpia appella. Indi per colà dove aspra tempesta le rive ognor di Lepanto flagella striscia, serpe, volteggia e nel ritorno l’isole degli Echini aggira intorno. Passando per l’Echinadi la dea a quel tragico mar rivolse il ciglio che del sangue latin prima devea e del barbaro poi farsi vermiglio. - O sacre al crudo Marte acque (dicea) quant’ira, quant’orror, quanto scompiglio, quai l’Europa da voi, quai l’Asia attende sciagure e mali in due battaglie orrende? Di due pugne famose e memorande sarai campo fatal, piaggia funesta. Per l’una, celebrar Roma la grande deve al suo vincitor trionfo e festa. Per l’altra alte ruine e miserande Bizanzio piangerà misera e mesta, e per questa e per quella in mille lustri Leucate fia ch’eterno grido illustri.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Ritrovollo solingo e come quella che di prudenza a fren mai non soggiacque, gli fè con lunga e lubrica favella cose udir che d’udir forte gli spiacque: narrò gli amori dela dea più bella e de’ progressi lor nulla gli tacque, l’età del vago e la beltà dipinse e ‘n più discorsi il suo parlar distinse. Scioglie la lingua baldanzosa e pronta e non senza alcun fregio il ver gli espone; gli afferma che per fargli oltraggio ed onta data s’è in preda a un rustico garzone. E l’istoria e la beffa indi gli conta quando nascose e fè fuggire Adone, che per tema appartato alquanto il tenne, poi richiamato subito rivenne. Dicegli che di lui seco soletta sempre si ride e scorni aggiunge a scorni, gli soggiunge ancor poi che la diletta partita è dal suo ben per qualche giorni. E gli conchiude alfin che la vendetta molto facil gli fia pria ch’ella torni. E gl’insegna e gli mostra e gli divisa il tempo, il loco commodo e la guisa. Nel fier signor dele sanguigne risse non era intutto ancor spento il sospetto e, daché l’infernal serpe il trafisse, sempre un freddo velen celò nel petto; onde quando colei così gli disse l’agghiacciò lo stupor, l’arse il dispetto. Tacque e ‘l ciel minacciando e gli elementi torse gonfi di rabbia i lumi ardenti.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Quest’era il caro, il favorito e nato d’una cagna spartana era e d’un pardo. Non fu giamai sì lieve augello alato, non sì rapido mai partico dardo, non sì veloce zefiro ch’a lato al suo presto volar non fusse tardo. Non corse unqua sì snella o damma o tigre ch’appo a quel can non rassembrasser pigre. Spirto vivace avea, corpo ben fatto e la fuga sì pronta e sì leggiera, che spesso il daino e il cervo agile e ratto fermò col dente e giunse ala carriera. Avea testa di serpe e piè di gatto, schiena di lupo e pelo di pantera. Saetta egli avea nome ed era al corso saetta sì, ma più saetta al morso. Era al collo il collar conforme apunto, ricco monil che l’amorosa dea d’un bel serico brun tutto trapunto di propria man con sottil ago avea. E v’avea, non pensando, in forte punto istoria espressa dolorosa e rea: di Cefalo la caccia empia e funesta, tragico augurio, è in quel lavor contesta. Così guernito, con secura faccia, colà sen gio dove fortuna il trasse, nela famosa e memorabil caccia il bell’Adone a compartir le lasse; già ‘l lungo odor dela ferina traccia seguono i bracchi con le teste basse, già vanno i veltri a coppia a coppia intorno, ma non si sente ancor voce né corno.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Scalza ne vien colei che di Triqueta l’isola regge e quasi è tutta ignuda, senon ch’un drappo d’amariglia seta cela quanto convien che celi e chiuda. In cima al capo e ‘nsu la fronte lieta, ch’ha le luci infocate e sempre suda, serpe un serto di spiche e, in mezzo a loro, fabricato torreggia un castel d’oro. Piante d’argento e fronte ha di zaffiro la dea di quell’umor che manca e cresce. Cinge fregiata di ceruleo giro scagliosa spoglia d’iperboreo pesce. L’ondosa chioma poi d’ostri di Tiro e di ciottoli e conche intreccia e mesce. Il cristallino sen, che stilla gelo, copre di talco un trasparente velo. Non ha di piuma il mento ancor vestito Cinzio e di schietto minio infiamma il volto. Gli circonda il bel crin lauro fiorito, il crine in bionda zazzera disciolto, di fila d’oro il ricco manto ordito, di raggi d’oro un cerchio in fronte accolto. Con la manca sostien gemmata cetra e gli pende dal tergo aurea faretra. Nel viso di Lieo ride dipinto di fresca rosa un giovenil vermiglio. Tien nela destra il tirso e d’edre avinto e d’uve il crin che gli fann’ombra al ciglio. Di caspia tigre attraversato e cinto, che di fin oro ha l’un e l’altro artiglio, porta il bel fianco e l’omero celeste, rancio coturno il bianco piè gli veste.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Somiglia il gioco, ond’io con lui combatto, di due mastri da scherma accorto assalto. Or va per dritto, or di rovescio il tratto, or di posta or di balzo, or basso or alto. Or il colpo, che vien rapido e ratto, s’incontra in aria ed or s’aspetta il salto, or si trincia la palla ed or caduta tra gli angoli del muro è ribattuta. Or quinci or quindi, ed or veloce or piano l’enfiato cuoio si saetta e scocca. Per lo tetto talor vola lontano, talor rade la corda e non la tocca e, regolato da maestra mano, né serpe per lo suol né si rimbocca. Tosto ch’urtato vien da quella banda si rimette da questa e si rimanda. Quasi in duello singolar di Marte l’un e l’altro la destra a tempo move. L’un e l’altro egualmente aggiunge al’arte astuzie e finte inaspettate e nove, sich’accenna talvolta in una parte e poi riesce al’improviso altrove con tanta leggiadria che mai non falla la flagellata e travagliata palla. Già segnate ha due cacce ognun di noi, onde, stando delpar, si cangia sito finch’abbia il gioco alfin per l’un de’ doi la vittoria o la perdita finito. Ciascun si studia co’ vantaggi suoi schivar il fallo e guadagnar l’invito ed a ben adoprar cauto procede in un tempo con l’occhio il pugno e ‘l piede.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CVII Serpe la nova pianta e i rami ombrosi piegando intorno l’incurvate cime, serbano ancor ritorti e flessuosi l’antica effigie dele corna prime. Mutasi in vino il sangue e sanguinosi gli acini sono, onde ‘l licor s’esprime e quella spoglia, ch’insensata e priva era intutto di vita, in vite viva. Tosto ch’io vidi il trasformato busto vestir del vago autunno i verdi onori e i tronchi ignudi del vicino arbusto dela pompa arricchir de’ suoi tesori, venni in desio d’assaporar col gusto de’ bei racemi i generosi umori e dal’estinto autor de’ miei tormenti colsi i maturi grappoli pendenti. Premuto il dolce frutto infra le mani, stille n’uscir melate e rugiadose e scaturir dal gonfio seno i grani acqua odorata e di color di rose. Raccolser meco stupidi i silvani quelle porpore belle e preziose e con le labra e con le man vermiglie del prodigio essaltar le meraviglie. Ed io quando di manna umidi e gravi schiacciai col dente i turgidi rubini e vie più dolci li trovai che i favi, di pampini fregiar mi volsi i crini; ed, “o Pampino (dissi) ancor soavi sono i costumi tuoi più che divini; fatto il bel corpo tuo frondoso e verde le sue prime dolcezze ancor non perde.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Quivi in sì fiere e sì crucciose voci sue querele spiegò languide e meste e d’urli sì terribili e feroci l’aure intronò, le piagge e le foreste, che seben de’ duo mostri infra le foci fremea pien di procelle e di tempeste, giacer parve senz’onda il mar immoto e tacer euro ed aquilone e noto. Fer tenore e risposta a’ suoi lamenti le spelonche vicine e ‘l mar istesso. Gemer gufi s’udir, fischiar serpenti, lupi ulular per que’ vallon dapresso. Corser le ninfe a que’ dogliosi accenti, Nettuno, il genitor, vi corse anch’esso e ne piansero in suon flebile e rauco Tritone e Proteo e Melicerta e Glauco. “Va pur (dicea) va dormi, occhio dolente, tu, cui tanto è il dormir caro e soave e fra straniera e traditrice gente fa pur il sonno tuo profondo e grave. Va dormi va, ma intanto ampio torrente d’infruttuose lagrime ti lave. Occhio sciocco, occhio pigro, occhio gravoso, come t’ha concio il tuo mortal riposo. Quando più nel’inganno e nel periglio sguardo devevi aver d’aquila e d’Argo, allor men cauto il sonnacchioso ciglio sparger ti piacque d’infernal letargo. Va dormi va, ma intanto egro e vermiglio versa di sangue un rio tepido e largo e questa fosca tua vota caverna chiudi in sonno perpetuo, in notte eterna.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Tacerò, memorabili fra tutti, Calamo e Carpo, gl’infortuni vostri? Che non pur non lasciar con occhi asciutti alcuno abitator de’ regni nostri, ma dier materia entro i miei salsi flutti d’amaro pianto ai più spietati mostri; e fer per gran pietà de’ lor cordogli singhiozzar l’onde e lagrimar gli scogli. Su per l’oblique e tortuose rive del bel Meandro e tra’ suoi guadi aprici passavan lieti le cald’ore estive di pari età duo fanciulletti amici. Simil beltà non si racconta o scrive, ch’altrui desser giamai stelle felici. Lasciato avrian per lor l’Alba Orione e la diva di Delo Endimione. Daché la bella coppia al mondo nacque, mentre crescendo entrambo ivano al paro tanto il genio del’uno al’altro piacque, che ‘n perpetua amistà l’alme legaro. Scherzavan dunque infra l’arene e l’acque del fiume che scorrea tranquillo e chiaro, attraversando con suoi giri ondosi, quasi serpe d’argento, i prati erbosi. Piantato avean nel verde margo un legno e quivi appesa una ghirlanda in cima, proposta in premio a qual de’ duo quel segno giunto fusse, nuotando, a toccar prima. Sforzavasi ciascun con ogni ingegno d’acquistar vincitor la spoglia opima e ‘n così fatti lor giochi e trastulli travagliavano aprova i duo fanciulli.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Da tai nemici combattuto il mare, con tumido bollor rauco stridendo, mar più non già, ma diventato pare di caligini e d’urli inferno orrendo. E1 nero il ciel, ma fiammeggianti e chiare le saette ch’ognor scendon cadendo, fanno per l’aria più che pece bruna dele stelle l’ufficio e dela luna. Nubi di foco gravide e di gelo, portate a forza da feroci venti, scoppiando partoriscono dal cielo lampi sanguigni e fulmini serpenti e mandan giù dal tenebroso velo un diluvio di laghi e di torrenti. Aver sembra ogni nube ed ogni nembo i fiumi no, ma tutti i mari in grembo. Per lo stretto canal che ‘n sì gran zuffa incapace di sé, si frange e freme, va brancolando e si contorce e sbuffa il nuotator ch’al cominciar non teme. In sestesso si libra, indi s’attuffa e le braccia e le gambe agita insieme; l’acque batte e ribatte e dala faccia, col soffio e con la man, lunge le scaccia. Serpe alo striscio, al volo augel somiglia, battello ai remi e corridore al morso. Or l’ascelle agilmente a meraviglia dilata e stende, or le ripiega al corso, or sospeso l’andar, riposo piglia e volge verso il mar supino il dorso, or sorge e zappa il flutto ed anelante rompe la via co’ calci e con le piante.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
- Dolci gli essempi e dolci e belle invero son le ragion (diss’ella), alme immortali, con cui cercate agevole e leggiero rendermi il fascio di sì gravi mali. Ma di temprar in vece il dolor fiero, voi l’inasprite con pungenti strali, che ‘l rimembrar de’ vostri antichi danni raddoppia forza ai miei presenti affanni. Lassa, non più del ciel chiaro pianeta, non più son io d’Amor madre gioconda, non sarò più la dea ridente e lieta ma di doglie e di pianti idra feconda. Questo mio cinto, ch’ogni sdegno acqueta, vo’ che si cangi in vipera iraconda. Vo’ che di rose in vece il biondo crine mi vengano a cerchiar triboli e spine. Diverranno i bei mirti, i vaghi fiori neri cipressi omai, stecchi pungenti. Le Grazie amorosette e i grati Amori, Furie crudeli ed orridi serpenti. Cornici infauste e nunzie di dolori, le semplici colombe ed innocenti. Simile ai corvi vestirà ciascuno de’ miei candidi cigni abito bruno. Deh! perché dala man di Radamanto ricomprar non poss’io l’amato amore? Che ‘l core e l’alma io pagherei col pianto quando non fusser suoi l’anima e ‘l core. Perché non pote almeno impetrar tanto dal destin rigoroso il mio dolore? ché, se ‘n terra tra fior giace il bel velo, tra le stelle lo spirto abiti in cielo?
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Sovr’otto alte colonne e sotto un cerchio ripiegato in mezz’arco, un’arca giace, che la statua d’Amor tien nel coverchio piangente e ‘n atto d’ammorzar la face. Nulla di scarso e nulla ha di soverchio per esser d’un cadavere capace; ed è di pietra lucida ma bruna, semplice, schietta e senza macchia alcuna. Di qua di là la machina funesta ha d’una e d’altra parte un nicchio voto. La Morte in quella e la Fortuna in questa scolpite son, ch’aver sembrano il moto. Nel’altro spazio inferior che resta altri duo n’ha; nel’uno espressa è Cloto, Cloto che piagne e l’orride sorelle par che ‘n troncando un fil, piangano anch’elle. Dincontro a queste havvi le Grazie incise, che volte a risguardar le dee crudeli, dale vedove chiome al suol recise straccian, dolenti, le ghirlande e i veli. Lo scultor che l’ha finte in cotai guise, fa che ciascuna pianga e si quereli e per farle spirar dona e comparte del’istessa Natura il fiato al’Arte. Vago festone ale cornici altere tesse serpendo intorno intorno un fregio e v’ha di cani sculti e v’ha di fere, di dardi e lasse un magistero egregio. In cima al’arco Adon si può vedere sovr’aureo trono e di mirabil pregio; una gloria d’Amori alto il sostenta ed al vivo l’effigie il rappresenta.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Non consentì la Poesia che fusse priva di lei la compagnia sollenne, e tutta seco la famiglia addusse fuor la Comedia sol che non vi venne; e tutti neri gli abiti costrusse, i cigni istessi nere ebber le penne, le bianche penne co’ purpurei rostri tutte eran tinte de’ più puri inchiostri. Con occhi molli e languidi e dimessi le Muse afflitte e con turbata faccia, cinte il crin di mortelle e di cipressi, una gran lira d’or tirano a braccia. Seguon d’absinzio incoronati anch’essi cento poeti la medesma traccia e di dogliose e querule elegie fanno pertutto risonar le vie. Mercurio col drappel delo dio biondo volse ch’anco il suo stuolo unito andasse, e ‘n simil modo un numero facondo d’altrettanti oratori in schiera trasse e vi raccolse di quant’Arti ha il mondo liberali e meccaniche ogni classe, che di Minerva con ossequio sacro precedeano e seguiano il simulacro. L’imago ancor, qual l’adorò già Roma, tra mille palme di smeraldo e d’oro v’era dela Virtù, cinta la chioma di verde oliva e d’immortale alloro. Reggeano altre insu ‘l tergo immensa soma un caduceo di sovruman lavoro, tutto d’argento smisurato ed alto, salvo le serpi sol ch’eran di smalto.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Reca del’abondanza il fertil corno un’altra parte e di fin or costrutto ch’ha di biade mature il grembo adorno e di semi fecondi è colmo tutto. Squadra gli va di contadini intorno con armi proprie a coltivar quel frutto, vomeri e zappe e falci e cribri e pale, con quanto dela messe al’opra vale. Accompagnan di Cerere gli adusti dal sol ardente e rustici cultori i custodi de’ prati e degli arbusti, Pomona con Vertun, Zefir con Clori; ed han canestri d’auree poma onusti e versan pieni calati di fiori; ed a queste ed a quelli il crin circonda di Ciparisso la funerea fronda. Trae poscia del licor che brilla e fuma la gente sua lo dio giocondo e fresco; giovani scelti di novella piuma portano avante la credenza e ‘l desco; ciascuno ha in man d’un bel rubin che spuma vasel d’oro distinto e d’arabesco; e per tutto il camino a quando a quando vanno a prova bevendo e propinando. Di verde mitra adorno havvi Filisco, sacerdote di Libero e poeta, con tutto quello stuol che ‘l secol prisco appellò Mimallonide e Maceta. Qual di smilace il crin, qual di lentisco cerchia, deposta ogni sembianza lieta; e van tutti vibrando orribilmente chi coltello, chi tirso e chi serpente.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
E Tirinto e Filino, i duo fratelli, mostran d’entrar nel numero desire, nati in Tessaglia e di ferine pelli vestiti e molto esperti a ben ferire. Vogliono cento e cent’altri e questi e quelli del primo gioco al paragone uscire. Vuol, per accrescer liti, Amor istesso ala prova del’arco esser ammesso. Or per cessar gli sdegni, onde dolersi sol dela sorte poi deggian gli esclusi, scriver fa Citerea nomi diversi e porgli in urna d’or serrati e chiusi; e poich’ivi per entro alfin dispersi son con più d’una scossa e ben confusi, ad un ad un dal’agitato vaso per la man d’un fanciul fa trargli a caso. Dentro l’urna il fanciul la mano ascose e Mitrane n’uscì nel primo scritto, Mitrane, che lasciate ha le famose sponde del fiume onde s’impingua Egitto. Fatto è l’arco, ch’ei tien, di due ramose corna d’un cervo di sua man trafitto ed ha nel mezzo le divise punte con bel manico eburneo insieme aggiunte. D’un dragone african macchiato a stelle voto scoglio squamoso ha per frecciera e sgangherando l’orride mascelle il teschio serpentin gli fa baviera. Scalze ha le piante e con la bionda pelle dela più brava e generosa fera tra quante n’ha Getulia unqua produtte, ammanta il resto dele membra tutte.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Raso il mento e la chioma e bruno il volto, lunga ha la giubba e d’un tabì cangiante, sferico lino in larghe fasce involto gli tesse intorno al capo ampio turbante. Di scaglie d’oro intarsiate e scolto l’arco ha d’orribil vipera sembiante; serpe rassembra e ‘n quella parte e ‘n questa chiude l’estremità gemina testa. Grossa canna indiana acconcia in modo di vagina agli strali, in campo tratta, d’un sol bocciuol dal’un al’altro nodo dal’istessa natura ad arte fatta. Prende il suo posto e ben acuto e sodo un ne sceglie tra molti e poi l’adatta. D’un anel d’osso il maggior dito cinge, indi il calce v’appoggia e l’arco stringe. Stringe, col pugno manco, il legno torto, col dritto a più poter la corda tira, l’un piede indietro e l’altro innanzi sporto; curva gli omeri alquanto insu la mira, serra il lume sinistro e l’altro accorto su l’asta aguzza e ‘l braccio al segno gira, sbarra alfin l’arco e quel caccia lo strale; fremono intorno l’aure e fischian l’ale. Lieve più che balen, fendendo il cielo, lo stral nel caprio a sdrucciolar sen viene. Nol fiede già, né pur gli tocca il pelo ma nel canape dà che preso il tiene. Vien nela corda ad incontrarsi il telo e fa tremar il cor, gelar le vene ala fera che tenta a’ suoi legami romper intutto i già sfilati stami.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Scotonsi allor gl’imbossolati brevi e n’escon duo, l’un prima e l’altro dopo. Frizzardo è l’un, con le quadrella lievi uso a chius’occhi ad affrontar lo scopo, natio del’arso e non da piogge o nevi rinfrescato giamai clima etiopo, là dove d’acque e d’ombre ognor mendica soggiace al primo sol Siene aprica. Cotta ha la pelle e tutto ignudo il busto, sol cinto in mezzo di listati lini; tinge la chioma arsiccia e ‘l pelo adusto d’odoriferi unguenti e purpurini; tien di piume vermiglie il capo onusto e di folte saette impenna i crini, e, coronata di sì strania cresta, è faretra al’arcier la propria testa. L’ultimo è Dardiren, là nel’arena nato ove nasce il solitario Oronte, la cui serpente e flessuosa vena ha tra ‘l Libano e ‘l Tauro il primo fonte. Garzon di crespo crin, d’aria serena, di viso grato e di modesta fronte, non sol famoso a guerreggiar con l’armi, ma maestro de’ suoni anco e de’ carmi. Duo archi, un dale corde un dagli strali, usa e con l’un e l’altro egli ferisce. Quello stampa in altrui piaghe vitali, questo dà morte a chi sfidarlo ardisce; e de’ corpi e de’ cori ha palme eguali e la dolcezza ala fierezza unisce. Sembra, di doppio arnese ornato il collo, con la faretra e con la cetra, Apollo.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Immobilmente il popolo sospeso pende da’ moti di colei che balla. Stupisce ognun che dele membra il peso estolla al ciel qual ripercossa palla; serpa in obliquo o vada a passo steso, opra il tutto con arte e mai non falla, ond’alza un grido alfin garrulo e roco e ‘l sol termina il giorno ed ella il gioco, e la madre d’Amor, con queste lodi, dele sorelle sue celebra il vanto: - Dive immortali, vergini custodi del pregiato licor del fiume santo, da cui per fare al Tempo eterne frodi hanno i miei bianchi augelli appreso il canto, qual dono offrir vi può che vil non sia o la sfera o la terra o l’onda mia? Ecco nove corone. Elette queste sono a fregiar le vostre chiome bionde, peso ben degno di sì degne teste poiché de’ cieli al numero risponde. Son merlate di gemme ed han conteste di smeraldo finissimo le fronde, la cui verdura si conforma al verde del’arbor che giamai foglia non perde. A te, che fatto hai qui novo Elicona chiudendo il festeggiar di questo giorno, oltre ch’avrai dela gentil corona, come l’altre compagne, il crine adorno, questo ricco monile anco si dona da cerchiar nove volte il collo intorno, da cui di bel zaffir pende un branchiglio che dal’isole vien del mar Vermiglio.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Cadde con quel fragor che suole al basso cader smosso dal’onde argine o ponte e parve apunto che scosceso il sasso venisse quasi a dirupare un monte. Tutti a quella ruina, a quel fracasso segno mostrar d’alta letizia in fronte e con grido e stupore al riso misto, favorire applaudendo ognun fu visto. Mentre intorno ridea la turba pazza, confondendo al’applauso alto bisbiglio, fattosi Citerea venire in piazza stranio vasel, volse a Corimbo il ciglio: - Tua sia questa (gli disse); in questa tazza che ‘n India conquistò lo dio vermiglio, Giove bevea nel tempo già, che pria di Ganimede a mensa Ebe il servia. La tazza ha il ventre assai capace e grande e, come vedi, è di cristallo alpino; sorge vite dal fondo e dale bande le serpe intorno e fa corona al vino; son di smeraldo i pampini che spande, l’uve son di topazio e di rubino; e ‘n guisa tal che l’arte assembra caso, il tronco inferior fa piede al vaso. In mezzo al vaso ricco e prezioso sta con arte mirabile piantato un cespo intier del’arboscel ramoso che fu già da Medusa insanguinato, onde il dolce licor d’un fresco ombroso sparge, né men ch’al labro al’occhio è grato e mesce il rosso al verde e ‘nsieme serra le delizie del mare e dela terra.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Tra ‘l segno inferior ch’è nela gola e ‘l secondo di mezzo il tronco ei spezza; e benché ‘l pregio è d’una botta sola, Vener, che molto il suo fedele apprezza, col dono avantaggiato il riconsola d’un fornimento pien d’alta ricchezza, guernigion da destrier superba e bella con testiera e groppiera e fascia e sella. A lui succede un saracin di Tarso che la corazza e la divisa ha nera e di serpi d’argento il campo sparso dela cotta che l’arma ala leggiera. Con l’asta in pugno è nel’agon comparso, che pur di negro in cima ha la bandiera; sul sinistro galon curva la storta e ‘l turcasso con l’arco al tergo porta. Passato un cor d’acuto strale e crudo ha per cimier la cappellina bruna. Di gran foglie d’acciar fasciato scudo, scudo a sembianza di non piena luna, copre senza bracciale il braccio ignudo, né color v’ha né v’ha pittura alcuna fuor due righe di bianco e dice: - O morte, l’anima senza corpo, o miglior sorte. Avea per la bellissima Adamanta, figlia del re d’Arabia, il cor ferito. Era però dala vezzosa infanta ogni servigio suo poco gradito e, benché fusse in lui prodezza quanta illustrar possa altrui, languia schernito, perché mento avea raso, irsuto labro, viso pallido, brun, rugoso e scabro.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Del più fin or ch’invia l’alpe arimaspa fabricata e contesta ha sella e frangia. Serra la coda, il pavimento raspa e le gemme del fren rumina e mangia. Con tanta maestria le braccia innaspa, con tal arte in andando il passo cangia, che ne’ suoi vaghi atteggiamenti e moti par che ‘n aria schermisca e ‘n terra nuoti. Poiché conosce che il guerrier risolve dar spettacolo grato al’altrui viste, non sai dir, così destro ei si rivolve, se vola in aria o se nel suol sussiste; né pur col vago piè segna la polve, né su la messe offenderia l’ariste. E quegli or lo sospinge, or lo ritira, or lo sospende, or com’un torno il gira. A suon di tamburini e di trombette, lo cui strepito rauco il ciel assorda, tre volte e quattro intorno egli il rimette, ed al pronto ubbidir l’aiuto accorda, sempre applicando ai salti, ale corvette col dolce impero del’agevol corda, dela gamba, del piede e del tallone or la polpa, or la staffa ed or lo sprone. Talor l’arresta, di saltar già lasso, e nel raccorlo imprime orma sovr’orma. Poi di novo il volteggia a salto e passo mutando a un punto e disciplina e norma e mentre va con repolon più basso terra terra serpendo, un cerchio forma. Chiunque il mira al variar stupisce di tanti e tali e giramenti e bisce.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Governa il fren d’un gran frison cortaldo ch’è del color del dattilo maturo, a par d’un monte ben quartato e saldo e tre talloni ha bianchi e l’altro oscuro. Mostra nel’occhio il cor focoso e caldo, segna la fronte nera argento puro; e col piè forte e col gagliardo passo stamperia le vestigia anco nel sasso. Petto largo ha tre spanne e doppia spina e corta schiena e spaziosa coda, bocca squarciata e testa serpentina, di corno terso unghia sonante e soda; leva a tempo e ripon quando camina le grosse gambe e le ripiega e snoda. Tremoto è il nome suo, però che ‘n guerra ciò ch’urta abbatte e fa tremar la terra. Nel’incognita coppia ognuno affisse, pien di diletto e di stupore, il ciglio e come un doppio sol quivi apparisse, d’ognintorno ne nacque alto bisbiglio. Il nome d’amboduo prima si scrisse, il guerrier dal leone e quel dal giglio; indi fur dala sorte in egual loco a vicenda e delpari ammessi al gioco. Dà di piedi al destrier prima colui che ‘l giglio porta e rompe insu la cresta. Quel che porta il leon va dopo lui e nel loco medesmo il colpo assesta. Altre due volte corrono ambodui, né v’ha vantaggio in quella parte o in questa, che l’un e l’altro con tre lance rotte viene egualmente a guadagnar tre botte.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Vennero alfin tra questa parte e quella per maritaggio ad amicar le spade e ‘l re gallo al bretton diè la sorella, Fiordigiglio, che fior fu di beltade, Fiordigiglio gentil, di cui più bella non ebbe il mondo in questa o in altra etade dal lucid’orto al’occidente oscuro, dal’umid’austro al’agghiacciato arturo. Ambiziosa di cotanto bene, Anglia con general pompa festiva la ricettò nele beate arene com’a sposa real si convenia. Felice chiama e fortunata tiene la disgiunta dal mondo estrema riva, dove seco traendo un dì novello sorge al cader del sole un sol più bello. Loda il candido sen, la treccia bionda, le fresche guance, i seren’occhi ammira. Diresti ben che gelosia n’ha l’onda de l’ocean, ch’or viene, or si ritira, né per altro quell’isola circonda e dintorno a’ suoi lidi si raggira, senon per custodir sì bel tesoro quasi serpe che guardi i pomi d’oro. Era Morgano uom di gran forze ed era di membra poco men che gigantee, ma non avea quella prudenza intera che costumato principe aver dee. D’aspra natura impaziente e fiera, d’opre malvage e scelerate e ree. E ben fede facean di quanto ha detto la terribil sembianza e ‘l sozzo aspetto.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
ancora in una lancia un pennoncello che ’n man portava vidi, e simigliante vi vidi quella ventilarsi in quello. Di quanti a lui ve n’andasser davante nullo ne fu che tanto mi piacesse né tanto valoroso nel sembiante. Appresso poi parea che li corresse volonteroso e sì forte Ottaviano, che dentro al cerchio già parea ch’avesse messa più che nessun la destra mano: bello era e nello aspetto grazioso quanto alcun altro fosse mai mondano. A lui seguiva poi molto pensoso, palido nello aspetto, il gran Pompeo, tal che di lui mi fé tornar pietoso, mirando dietro a sé a Tolomeo che il seguiva, cui fé re d’Egitto, che poi uccider là vilmente il feo. A loro Marco Antonio quiviritto seguiva e Cleopatra ancor con esso, che, in Cicilia, fuggì sanza rispitto, ridottando Ottavian, perché commesso le parea forse aver sì fatta offesa che non sperava mai perdon da esso. Ivi non potend’ella far difesa al fuoco che l’ardeva forse il core di libidine e d’ira, ond’era accesa, a fuggir quello oltraggioso furore con due serpenti in una sepoltura sofferse sostener mortal dolore; ed ancor quivi nella sua figura palida, si vedeano i due serpenti alle sue zizze dar crudel morsura. Prima che questi, credo più di venti, era ’l primo Africano Scipione, ch’a Roma fé con sua forza ubbidenti
Amorosa visione (testo A) di Giovanni Boccaccio
Ove io vidi in ordine dipinto sì come Bacco, per forza d’amore, in forma d’uva ad amar fu sospinto la figlia di Ligurgo; il cui ardore quivi con lei in braccio si vedea temperar, non in forma né in colore che si sdicesse, e ’l simil mi parea d’Erigonèn; e del suo gran disio così sé quivi si sodisfacea. Ivi seguiva poi, al parer mio, Pan che Siringa gia perseguitando, ch’avanti li fuggia in atto pio; e lei fuggente l’andava pregando, ma ’l pregar non valeva, anzi tornata in canna poi la vidi in forma stando. Poi di quella i bucciuoli spessa fiata sonati fur, però che primamente da esso fu la sampogna trovata. Appresso lui vi vid’io il dolente Saturno in forma di cavallo stare, a Fillara accostarsi dolcemente. Così appresso vidi, ciò mi pare, Pluto li tristi regni abbandonati avere e quivi intendere ad amare. Ed a lui presso con atti sfrenati prender vedea Proserpina e con essa fuggirsi a’ regni di luce privati, pur con istudio e con noiosa pressa, come se stato fosse seguitato da Giove per volerlo privar d’essa. Oltre nel loco vidi figurato Mercurio con Ersèn: molto stretto, amando lei, dimorava abracciato, insieme avendo piacevol diletto. Dopo ’l quale io vedeva tutto bianco Borea quivi, con un freddo aspetto.
Amorosa visione (testo A) di Giovanni Boccaccio
ancora in una lancia un pennoncello che ’n man portava vidi, e simigliante vi vidi quella ventilarsi in quello. Di quanti a lui ve n’andasser davante nullo ne fu che tanto mi piacesse né tanto valoroso nel sembiante. Appresso poi parea che li corresse volonteroso e sì forte Ottaviano, che dentro al cerchio già parea ch’avesse messa più che nessun la destra mano: bello era e nello aspetto grazioso quanto alcun altro fosse mai mondano. A lui seguiva poi molto pensoso, palido nello aspetto, il gran Pompeo, tal che di lui mi fé tornar pietoso, mirando dietro a sé a Tolomeo che il seguiva, cui fé re d’Egitto, che poi uccider là vilmente il feo. A loro Marco Antonio quiviritto seguiva e Cleopatra ancor con esso, che, in Cicilia, fuggì sanza rispitto, ridottando Ottavian, perché commesso le parea forse aver sì fatta offesa che non sperava mai perdon da esso. Ivi non potend’ella far difesa al fuoco che l’ardeva forse il core di libidine e d’ira, ond’era accesa, a fuggir quello oltraggioso furore con due serpenti in una sepoltura sofferse sostener mortal dolore; ed ancor quivi nella sua figura palida, si vedeano i due serpenti alle sue zizze dar crudel morsura. Prima che questi, credo più di venti, era ’l primo Africano Scipione, ch’a Roma fé con sua forza ubbidenti
Amorosa visione - testo A di Giovanni Boccaccio
Ove io vidi in ordine dipinto sì come Bacco, per forza d’amore, in forma d’uva ad amar fu sospinto la figlia di Ligurgo; il cui ardore quivi con lei in braccio si vedea temperar, non in forma né in colore che si sdicesse, e ’l simil mi parea d’Erigonèn; e del suo gran disio così sé quivi si sodisfacea. Ivi seguiva poi, al parer mio, Pan che Siringa gia perseguitando, ch’avanti li fuggia in atto pio; e lei fuggente l’andava pregando, ma ’l pregar non valeva, anzi tornata in canna poi la vidi in forma stando. Poi di quella i bucciuoli spessa fiata sonati fur, però che primamente da esso fu la sampogna trovata. Appresso lui vi vid’io il dolente Saturno in forma di cavallo stare, a Fillara accostarsi dolcemente. Così appresso vidi, ciò mi pare, Pluto li tristi regni abbandonati avere e quivi intendere ad amare. Ed a lui presso con atti sfrenati prender vedea Proserpina e con essa fuggirsi a’ regni di luce privati, pur con istudio e con noiosa pressa, come se stato fosse seguitato da Giove per volerlo privar d’essa. Oltre nel loco vidi figurato Mercurio con Ersèn: molto stretto, amando lei, dimorava abracciato, insieme avendo piacevol diletto. Dopo ’l quale io vedeva tutto bianco Borea quivi, con un freddo aspetto.
Amorosa visione - testo A di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Caccia di Diana � 40 45 50 55 poi la Crespana seguì nel sermone e di Bolin Caterina piacente e Caterina di Serpando, e poi Caterina Fellapan similmente. Giovannola de’ Coppoli ampoi si chiamò e la Lucciola dop’essa, e Fiore Canovara ne’ dir suoi chiamò appresso, e oltre con lor messa de’ Gambatelli Vannella fu ancora, come intesi nella voce espressa. Ma quella donna cui Amore onora più ch’altra per la sua somma virtute, che tutte l’altre accresce e rinvigora, fu l’ultima chiamata, e per salute dell’altre, quasi com’una guardiana, avanti gio per guidarle tute: e ’n compagnia del messo di Diana, che più non ne chiamò (né nomò lei, perché a suo nome laude più sovrana si converria, che dir qui non potrei) sen gì in parte ov’io le seguitai con l’altre insieme, infin ch’io discernei ciò ch’elle fer, come appresso udirai.
Caccia di Diana di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Caccia di Diana � 40 45 50 55 E, dati i cani e Forti reti d’accia, girfalchi, astori ed archi con saette e spiedi aguti che’ cinghiari impaccia, quelle che ella avea per sé elette (cioè Cecca Bozzuta e Caterina Fellapane, con le qua’ poi seguette insieme Biancifiore Caffettina, la Crespana e Catrina Caradente e quella di Serpando e la Pipina, e Marella Melia similemente) sopra ’l più picciol monte se n’andaro, ch’era disteso verso l’oriente. Quivi la caccia prime incominciaro le quattro sopra ’l monte, e l’altre al basso avevan fatto con reti riparo, acciò che nulla fiera ad alcun passo lor potesse fuggir sanza esser presa o ferita da’ ferri del turcasso. Poi passar dentro, e ciascheduna intesa andava per la selva, riguardando per l’altrui danno e per la lor difesa, sì, come segue, con senno cacciando.
Caccia di Diana di Giovanni Boccaccio
avean levato, e sé tacitamente dietro ad un alber pose, e ver di lui uno spiedo drizzò lungo e tagliente. Di squama pien, furioso costui venia, da’ can d’ogni parte addentato, ed infiammato di nuocere altrui; e nello spiedo a lui innanzi parato ferì con rabbia sì che vi rimase da una parte in altra trapassato. Biancifior Caffettina, che ispase avea le reti insieme con Catella a piè del monte, fieramente invase tre gran cerbi cornuti, che in ella incappati eran dalli can cacciati, e con loro a pigliarli fu Marella de’ Melii; e poi che fur pigliati, voltate a di Serpando Caterina, che ’ntorno al monte co’ cani affannati era gita di ’nfin dalla mattina sanza aver presa fiera e nella valle che tra l’un monte e l’altro si declina, seguiro un lupo, e nelle dure spalle Caterina gittò col suo forte arco una saetta che impedì il suo calle; e questo preso ritornaro al varco.
Caccia di Diana di Giovanni Boccaccio
che Vannella Brancazza con disiro vidi discender sopra l’un, che vinto era da’ cani e dal greve martiro. E quel, di sangue quasi tutto tinto, se ne tirò; ma poi vidi Dalfina uccidere ’l secondo; e ’l terzo, avvinto da’ can, Gostanza con fiera rapina ferì con uno spiedo sì feroce, che di morte li fè sentir ruina. Poi, richiamando i cani ad una voce, tutti raccolsero, addietro tornando con loro insieme, con romore atroce. Iacopa Aldimaresca, che cercando con Mariella Passerella andava per la piacevol selva riguardando, com’ella ad una ripa trapassava, a costa i can si fermar di presente ad una buca, e ciascuno abbaiava. Quella guardava e non vedea niente; li can volea cacciar, ma ecco fore di quella uscia la coda d’un serpente, e dentro ritornossi al lor romore.
Caccia di Diana di Giovanni Boccaccio
graziosa laude; ma più la cortese bocca, difendente alla vista co’ bellissimi labbri gli argentei denti, servanti l’ordine de’ più belli. E il bellissimo mento,  lungamente  da  Ameto  mirato,  concede  che  egli  discenda  alla  diritta gola, vaga ne’ moti suoi, a cui il collo candidissimo non era dissimigliante, residenti come diritta colonna sopra gli omeri equali, da bella vesta in parte nascosi. E quella parte che dello spazioso petto era ad Ameto palese ebbe forza di tenere a sé lungamente li suoi occhi sospesi, però che a quello luogo vicino dove con esso si congiungono i preziosi drappi, in mezzo da ogni parte igualmente levata la bella carne, vede una graziosa via, la quale alle case degli iddii non una volta ma molte s’imaginò ch’ella andasse; e per quella, quanto il più puote, con sottile riguardo più fiate l’ardito occhio sospinse. E rimirando sopra i nascondenti vestiri avvisa dove perverrebbe la pronta mano, se data le fosse licenzia, e loda le rilevate parti in aguta e tonda forma mostrate dalli strignenti drappi. E le braccia, lunghe non più che ’l dovere né meno, li piacciono, e le candide mani, articulate di distese dita, le quali, sparte sopra il porporino vestimento, largo ricadente su le ginocchia della sedente ninfa, più aperta mostran la loro bellezza. Egli lei nella cintura non grossa, manifestantelo i panni per sé dimoranti, cinta la vede con largo volgimento di strema lista; e ampia, ove conviensi, in sé lei con l’altra loda sanza misura, non meno gli occhi a loro che gli orecchi a’ parlamenti di Lia tenendo sospesi. X Avea  già  Lia  la  sua  orazione  compiuta,  quando  a’  loro  orecchi  da vicina parte una sonante sampogna con dolce voce pervenne; e a quella rivolti, vidono in luogo assai grazioso sedere uno pastore, quivi delle vicine piagge disceso con la sua mandra; e a quella, ruminante e stesa sopra le verdi erbette co’ caldi corpi, sonava all’ombre ricenti; e sonando aggiugneva alcuna volta belle parole con grazioso verso alla sua nota. Il quale veduto da loro,  di  concordia  là  dove  egli  era  n’andarono,  e  lui,  per  la  loro  venuta tacente, pregarono che la canzone ricominciando cantasse. E chi avrebbe alle petizioni di coloro negata alcuna cosa? Non i freddi marmi di Persia, né le querce d’Ida né i serpenti di Libia né i sordi mari d’Elesponto: per la qual cosa a’ prieghi di quelle mosso Teogapen, la bocca posta alla forata canna, così dopo il suono, a petizione delle donne, ricominciò a cantare: 25 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
l’effetto seguendo quello, venuto in età ferma, per servidore il diede al suo Vertunno e, poi che a quelli anni fu pervenuto ov’io correa, a me per marito l’aggiunse. Egli mi piacque e piace sopra tutte le cose, né altro mai me ’l fece  o  farebbe  dimenticare.  Tenendomi  adunque  così  di  costui  l’amore, com’egli Vertunno così io Pomena proposi di seguitare e d’essere nelle sue arti dotta per fuggire gli ozii; né fu dall’avviso di lungi l’effetto, però che, a’ suoi servigi profertami, da essa graziosamente ricevuta fui. La quale me, dalle facce di Diana nomata, continuo mi chiamò Adiona; e presami per la destra mano mi disse: “ ’Vieni vedi gli studi miei: vedi dove io le mie fatiche consumo’. “E mossa, mi menò ad una porta d’un suo giardino, nella quale entrata, mi fece conte le sue delizie. Per lo quale io seguitandola, vidi mirabile ordine ne’ suoi fatti; e Apollo tenente del cielo quella parte che ora trascorre,  più  i  lavorii  abelliva.  Egli,  secondo  l’avviso  dell’occhio,  corrente  per tutte  le  parti  presto,  era  quadro,  di  bella  grandezza;  e  ciascuna  faccia  di quello, da alte mura difesa, con dritto riguardo rendeva a una plaga delle mondane, né d’esso vacante particella alcuna, né occupata male, vi si potea conoscere. Egli avea intorno di sé per tutto pianissima via, non d’altra larghezza che quella che noi, qui dimoranti, diritta mena al tempio dove oggi fummo. La quale per tutto si puote non altrimenti veder coperta delle fila e delli stami delle figliuole del re Mineo, legate e stese con mani maestre sopra le incrocicchiate piante di Siringa, che sieno i lunghi atrii de’ gran palagi con tonda testuggine di pietra coperti; e co’ loro fiori, odori graziosi rendenti ne’ tempi dovuti, si possono vedere cariche d’uve dorate e purpuree di diverse forme, i pedali delle quali, congiuntissimi col muro, niuno impedimento porgono a chi vi passa. Intorno al quale, in picciolo poggio levati, per luogo de’ faticati sono di pietra graziosi scanni, li quali tanto dal muro con la loro ampiezza si scostano che, non togliendo luogo a chi sedesse, largo spazio concedono ad erbe di mille ragioni. “Quivi si vede la calda salvia con copioso cesto in palida fronda, e èvvi in più alto ramo con istrette foglie il ramerino utile a mille cose; e più innanzi vi si truova copiosa quantità di brettonica, piena di molte virtù, e l’odorifera maiorana con picciiole foglie tiene convenevoli spazii insieme con la menta; e in un canto si troverebbe molta della frigida ruta e d’alta senape, del naso nimica e utile a purgarsi la testa. Quivi ancora abonda il serpillo, occupante la terra con sottilissime braccia, e il crespo bassilico, ne’ 60 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
rinfrescava le aride gole. E chi dubita che Tanais sotto freddo cielo, se ancora si vedeva alcuno popolo, era loro caro per quei bisogni? E i regni che doveano  essere  di  Danao,  rigati  d’Acheloo,  d’Alfeo  e  da  Penneo,  ancora non padre della rigida vergine, e di molti altri, erano tutti per tale mestiere spesso riveduti insieme con Inaco. E Xanto e Simois, non aventi ancora vedute le rocche di nettuno, furono più cari a quel tempo per bere che poi per ispegnere le greche fiamme, se alcuno fu che con isperanza di campare l’adoperasse. E Rubicone, che dovea l’ardito passo prestare a Cesare, e Albula, lui aspettante, e a cui gli onori del mondo doveano tutti essere sottoposti e palesi, non avente ancora per lo ricevuto re nelle sue onde mutato nome, se non aveano popoli, care davano le loro onde agli animali. E il tempestoso Danubio, crescente per le risolute nevi, e Isera erano lietamente gustati da’ popoli, oggi di quelle nemici, altressì come Eridano a’ Liguri. “ ’E brievemente in ogni parte Tetis, graziosa delle sue onde, sanza porgere cagione di vizio, usava le sue cortesie. Questi così fatti popoli coprivano i corpi loro, ancora non tementi i rigidi freddi, delle vellosi pelli delli scorticati leoni o di qualunque altro animale; e il sangue del tiro non era ancora conosciuto né caro per dare i varii colori alle lane, che per sé medesime cadevano delle non tondute pecore, solo per lo loro latte tenute care. Gli altissimi pini erano, a queste, graziose ombre e a’ caldi e alle piove, e le cresciute erbe davano graziosi sonni, e ciascuno in sé, ad essemplo degli altri animali, teneva i libidinosi voleri reprimuti, fuori che allo ingenerare. “ ’Questi così fatti tempi trascorrevano con picciolo bisogno delle mie fatiche sì come ristretti solamente nelle bisognevoli cose alla natura. Ma la  Terra, prontissima a’ danni suoi, cacciato Saturno, ricevette per re Giove, le cui leggi furono molto più larghe e i suoi secoli meno cari. Costui generò Cerere, la quale, aggiunti i carri suoi a’ colli de’ tiranti serpenti che mai per solco di bionda biada non erano iti, discorse il mondo; e la terra, sostenitrice di tutti gli affanni, ancora intera, rotta da Saturno col ricurvo aratro, ricevette i nuovi semi con diversi lavori prestati alla sua fede, e la non conosciuta biada con alte spighe rendé in molti doppi. E così recate da Cerere le non sapute abondanze, si tolse via l’uso delle non libidinose vivande. E a costei sopravenne Bacco, nato della consumata Semelè, iddio riverito molto da’ Tebani, il quale, ne’ suoi giovani anni fattosi per molti paesi cognoscere, riempié de’ suoi doni Naxon e Chia e Nisa e Elea e il monte Falerno e Veseo e altri luoghi assai; e infino in India i suoi usi n’an-
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � 15 20 25 30 35 40 XXVIII lonza che tira il carro di colui presta si fugge e trista nella mente; e simil fauno i serpenti da cui tirato è quel di Cerere, la quale umile vien, come piace ad altrui. Quinci si fugge quella che del male del padre nacque nell’onde salate, ristando sol nel toro geniale. Minerva le sue fila, compilate con artificio ad uso non villano come le piace, le presta ordinate. Il modo abominevole e istrano del viver simigliante a Palemone di costei nel cospetto è nullo e vano. Ristrigne e dà quanto vuolsi il sermone; e ’l passo lungo o corto altrui disegna secondo i tempi o movente cagione. Le ’mprese furibonde vieta e sdegna, disponendo a’ pensier gli atti futuri dentro alle savie menti ov’ella regna. I pensati consigli dà maturi agli occhi ben disposti, aperti e chiari, e a’ contrarii, ruvidi e oscuri; e ove spander vuolsi, non ha cari i suoi tesor, ma con degna misura li spande, aprendo gli avuti ripari. E com’io dissi, già alla cultura degli orti suoi sollecita si muove, non obliando la debita cura, col cuore amando sempre il sommo Giove.
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
difende forte con ardito petto Bellona, cui servire io m’argomento. Questa presta arme sanza alcun difetto contra Pluton, degli animi invaghito, come già fu del grazioso aspetto di Proserpina allora che fedito fu da Cupido, avendo e’ riguardato il fondamento del cicilian sito. E oltre a ciò fa chi la segue grato, magnanimo alle ’mprese e liberale dove conviensi e secondo lo stato, lunganimo e di moti sempre equale faccendo quel, sanza tristarsi mai per fortunal sopravenuto male. E così come in questo non ha guai, così ne’ falsi ben nulla allegrezza prende più ch’un che non l’ebbe già mai, in ogni cosa mostrando fortezza, curando il mondo quanto il mondo il cura, lui schernendo con la sua bellezza. Così con mente rigida e sicura dirizza altrui al ben che ’l ciel ne mostra sempre girando con sembianza pura, al qual, se ben ci portiàn nella giostra data nel cuore ognor, sanza ristare, da’ vizii opposti alla salute nostra, seco ne mena in quello ad abitare.
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
quantunque crescesse la loro progenie; e data forma con ricurvo aratro alla nuova terra, in due divisa per li due popoli, lì di due isole arrivati, prima stati uno in Caprea, quella nominarono Cumme. “Ma l’antico figliuolo del troiano Anchise ancora in quella non avea la vivace Sibilla veduta, né colti ne’ fruttiferi colli i santi rami per offerere a Proserpina, né date le pietose membra di Meseno ad etterno sepolcro, quando le mura, già in alto levate, e le rocche fortissime, in essa toccanti il cielo, e i templi grandissimi già la mostravano città nobilissima e popolata. Alla quale Giunone invidiosa, diede cagione di mancamento a’ multiplicati uomini, e minacciando peggio, non valendo sacrificii né prieghi, fu cagione miserabile a molti d’abandonare le propie case. Li quali, partendosi quindi e novella stanzia cercando, dietro alle spalle i non conosciuti ancora tiepidi e dilettevoli bagni di Baia s’aveano lasciati e le montagne sulfuree; e già sopra Falerno, coperto di vigne portanti vino ottimissimo, ancora non forato da Cesare, eran saliti; e il viso tenevano alle fiamme di Veseo, che, sanza danno, loro porgeva paura. Ma poi che da quelle, mirandosi a’ piedi, levando gli occhi, gli stesero al piano, fermarono il passo; e quello con estimazione sottilissima riguardando, videro quello con brieve fatica utile a’ loro divisi. Essi primieramente, essaminata la condizione del cielo, umile e accostante alle loro compressioni la trovarono, e il luogo, sollevato con picciolo colle dal mare, videro fruttifero e abondante di ciascuno bene; e i marini porti, lieti e graziosi, si mostravano utili, bene che d’acque i luoghi poveri discernano alquanto; ma fidandosi di dare a ciò riparo, diliberano che sanza più cercare quivi si fermino i passi loro; e con questo consiglio, declinando del monte, vicini alle poche onde che tra Falerno e Veseo stanche mettono in mare, nelli eminenti luoghi fondarono nuove mura. Delle quali ancora non avevano veduti le fosse i fondi loro, quando Giunone, le sue ire infignendo, li fece rivocare alle prime case. Alle quali tornare non furono difficili, però che già per pessimo agurio dubitavano l’opera incominciata avanzare. Essi, nel primo fondare, di candido marmo una nobile sepoltura della terra nel ventre trovarono, il titolo della quale, di lettera appena nota, tra loro leggendolo, trovarono che dicea: Qui Partenope vergine sicula morta giace. Onde essi, sterilità e mortalità dubitando, tornarono a’ primi luoghi meno utili che’ lasciati, e a’ lasciati lasciarono per etterno cognome il nome di quella che essi aveano trovata. Ricolti dunque la seconda volta ne’ luoghi loro,  non  guari  vi  stettero  che  l’ire  lungamente  nascose  tutte  s’apersero,
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
capelli coronata di quercia, nel viso di luce mirabile risplendente. Per che, quanto alcuna che quivi sia, dopo lunga estimazione, la sente bella, e sé della colei grazia ricco sentendosi, tenendo l’animo fermo in lei, danna gli avuti pensieri quando con fervente disio cercava d’essere Affron o di mutarsi in Ibrida o divenire Dioneo o parere Apaten o Apiros o Caleone. Non che l’essere alle passate ninfe suggetto li paia grave o il rifiuti, ma solamente gli altri, di quelle suggetti, avere più di sé felici tenuti condanna. Ma sentendo già la ninfa avere finito, in sé tornato, inverso la sua Lia con umile priego  mosse  pietose  voci,  dicendo  che,  come  l’altre  avevano  detto,  ella dicesse; la quale sorridendo così cominciò a parlare: XXXVIII Poche parole narrerieno i nostri amori, ma però che il tempo è molto, il quale ancora ci resta infino alle fresche ore, e io sola ho a parlare, acciò che elli sanza i nostri ragionamenti ozioso non passi, tirando in istesa novella i miei parlari, prima l’origine e’ casi della nostra città che i fuochi di Venere in me vi farò manifesti, a quelli poi come si converrà discendendo. I  furti  commessi  d’Europa  da  Giove  erano  occulti  allora  che  ’l  sollecito Agenore, per la figliuola cercante pietoso e dispietato divenuto ad una ora, la crudele legge impuose al figliuolo Cadmo, il quale, ricevuto il comandamento, ubidiente e sbandito si fece insieme. E mentre che elli pellegrino indarno la perduta sirocchia ricerca, nell’alto animo entrano eccelsi pensieri, cioè di dare a sé e a’ compagni sidonii nuove mura. E quinci, avuto il consiglio d’Appollo, seguio la non domata giovenca tra’ monti aonii, e dove ella,  mugghiando,  finio  il  corso  suo,  insieme  co’  figliuoli  de’  serpentini denti fermò la terra nominata Boezia; la quale, se vergini meno belle avesse produtte, più lunga fortuna s’avria riserbata ch’ella non fece. Questa, già l’ire di Giunone sostenute forse per Danne e per la misera Semelè, stata chiusa  da  Anfione  dopo  le  miserie  d’Atamante,  nelle  mani  pervenne  di Laio; e già grandissima e piena di nobile popolo, forte contra ciascuna altra possente, lieta ne’ sacrificii di Bacco vivea. Questi, pochi dì avanti che dal figliuolo ricevesse il mortal colpo, maritò una sua sorella picciola, nominata Ionia, ad Orcamo, nobilissimo uomo ne’ regni suoi. La quale, i mezzi termini della vita toccati, alla grave vecchiezza sanza figliuoli declinava correndo, e già vedendosi vicina alla età de’ parti contraria, ancora che Tebe in pistolenzioso stato con battaglie continue dimorasse per l’ira de’ due fratel-
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
sarie e promesse cose ignorante m’ha arrecato. Sia adunque la deità reverita da voi testimonia alle mie parole, la quale io strano invoco ne’ miei aiuti, e dêa al vero effetto, e con miracolo punisca i falsi detti. Sì come a voi non dêe essere occulto, diverse sono le disposizioni degli iddii e sempre nuove cose apparecchiano al mondo; delle quali se voi, com’io credo, avete alcuna volta sentite, con minore maraviglia i miei fati ascolterete, e quello che al vostro e mio iddio è piacere benivoli adempierete. Io, nato di tebano padre e per madre delli sventurati prencipi della città medesima, picciolissimo nelle ultime tribulazioni della mia terra trasportato nelle terre del narizio duca, vi fui cresciuto; e da lui, il quale io seguitai a vendicare l’onte de’ Greci, dopo le frigie fiamme lasciato nell’isola del foco, quivi nutricato da erbe, temente le cieche mani del furioso Ciclopo, vidi più soli in molta miseria. Nella quale mentre io già con barba prolissa e con ravolti capelli, da’ logori vestimenti lasciato ignudo, miseramente vivea, già più bestia parendo che uomo, più volte udii gli amori di quello portati a Galatea in rozza canzone; e dopo quelli, della privata luce dolendosi, più s’accendeva nell’ire.  Onde  io,  più  volte  stato  presso  alle  sordide  mani  tentanti  ogni cespuglio, spesse fiate m’imaginai co’ miei membri compiere la sua rabbiosa fame; e timido, non sappiendo che farmi, in ultima disperazione, posto con le ginocchia curvate sopra la salvatica terra, levato il viso al cielo, cotali voci porsi al nostro iddio: “ ’ ’O Marte, ne’ cui servigii dinanzi a’ monti Ogigii cadde il padre mio, e il quale io ho sempre seguito nelle fiere battaglie, e seguirei se luogo mi fosse dato, volgiti pietoso a’ danni miei. E se nella tua deità vive quella virtù che già più volte, da Agamennone cantata, pervenne ne’ miei orecchi, questa  vita  ferina  non  dêe  essere  mia  né  disarmato  debbo  per  sepultura avere  le  crudeli  interiora  del  Ciclopo.  Alla  quale  se  tu  non  sovvieni,  già disperato e più non possente a sostenere le presenti tristizie, alle lungamente fuggite mani per ultimo fine de’ danni miei moribundo mi porgerò di presente’. “ ’Io avea di poco queste parole finite; e quasi come se nell’aure perdute l’avessi, la morte, alla quale sanza indugio mi disponea, pietoso di me medesimo lagrimava, quando tra li rotti monti e i fracassati alberi orribile voce, forse come a Cadmo venne rimirante il serpente, mi percosse gli orecchi con queste parole: “ ’ ’O figliuolo di Ionia, serva la vita tua utile ad alti fati. Tu, tolto di
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
tutto ’l giorno, o davanti agli occhi de’ mariti, sotto le ceste o nelle arche gli amanti nascondere? Quante nel letto medesimo co’ mariti farli tacitamente intrare? Quante, sole e di notte, e per mezzo gli armati e ancora per mare e per li cimiteri delle chiese se ne truovano continuo dietro andare a chi me’ lavora? E, che maggior vituperio è, veggenti i mariti, ne sono infinite che presummono fare i lor piaceri? Oh quanti parti, in quelle o che più temono o che più delli loro sconci falli arrossano, innanzi al tempo periscono! Per questo  la  misera  savina,  più  che  gli  altri  alberi,  si  truova  sempre  pelata, quantunque esse a ciò abbiano altri argomenti infiniti. Quanti parti per questo, mal lor grado venuti a bene, nelle braccia della fortuna si gittano! Riguardinsi gli spedali. Quanti ancora, prima che essi il materno latte abbino gustato, se n’uccidono! Quanti a’ boschi, quanti alle fiere se ne concedono e agli uccelli! Tanti e in sí fatte maniere ne periscono che, bene ogni cosa considerata, il minore peccato in loro è l’avere l’appetito della lussuria seguíto. Ed è questo esecrabil sesso femineo, oltre ad ogni altra comparazione, sospettoso e iracondo. Niuna cosa si potrà con vicino, con parente o con amico trattare, che, se ad esse non è palese, che esse subitamente non suspichino contro a loro adoperarsi e in loro detrimento trattarsi; benché di ciò gli uomini non si debbono molto maravigliare, per ciò che naturale cosa è di quelle cose che altri sempre opera in altrui, di quelle da altrui sempre temere; per questo sogliono i ladroni ben sapere riporre le cose loro. Tutti i pensieri delle femmine, tutto lo studio, tutte l’opere a niuna altra cosa tirano,  se  non  a  rubare,  a  signoreggiare  e  ad  ingannare  gli  uomini;  perché leggiermente credono sopra loro d’ogni cosa, che non sanno, simili trattati tenersi. Da questo gli strolagi, li negromanti, le femmine maliose, le ’ndovine sono da loro visitate, chiamate, aute care; e in tutte le loro opportunità, di niente  servendo  se  non  di  favole,  di  quello  de’  mariti  cattivelli  sono abbondevolmente sovvenute e sustentate, anzi arricchite; e, se da queste pienamente saper non possono la loro intenzione, ferocissime e con parole altiere e velenose, s’ingegnano di certificarsi da’ loro mariti; a’ quali, quantunque  il  ver  dicano,  radissime  volte  credono.  Ma,  sí  come  animale  a  ciò inchinevole, subitamente in sí fervente ira discorrono che le tigre, i leoni, i serpenti hanno più d’umanità, adirati, che non hanno le femine; le quali, chente che la cagione si sia, per la quale in ira accese si sieno, subitamente a’ veleni, al fuoco e al ferro corrono. Quivi non amico, non parente, non fratello, non padre, non marito, non alcuno de’ suoi amanti è risparmiato;
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
divenuto servidore, ora ti duoli), e vedrai dove e nelle cui mani il tuo peccato e la troppa, sùbita credenza t’aveano condotto. La prima notizia di questa femina di cui noi parliamo, la quale molto più dirittamente “drago” potrei chiamare, mi diedono le nozze sue: per ciò che, essendo io per morte abbandonato da quella che prima a me era venuta, e di cui io molto meno mi potea scontentare che di questa, non so se per lo mio peccato o per celeste forza che ’l si facesse, avvenne che, essendo e volere e piacere de’ miei amici e parenti, a costei, mal da me conosciuta, fui ricongiunto. La qual, già d’altro marito essendo stata moglie e assai bene l’arte dello ’ngannare avendo appresa, non partendosi dal loro universal costume, in guisa d’una mansueta  e  semplice  colomba  entrò  nelle  case  mie;  e,  acciò  che  io  ogni particularità raccontando non vada, ella non vide prima tempo alle occulte insidie, e forse lungamente serbate, poter discoprire, ch’ella, di colomba, subitamente  divenne  serpente:  di  che  io  m’avvidi  la  mia  mansuetudine, troppo rimessamente usata, essere d’ogni mio male certissima cagione. Io dirò  il  vero:  io  tentai  alquanto  di  volere  porre  freno  a  questo  indomito animale; ma perduta era ogni fatica, già tanto s’era il male radicato, che più tosto sostenere che medicare si potea. Per che, avveggendomi che ogni cosa, la quale io intorno a ciò facea, non era altro che aggiugnere legne al fuoco o olio gittare sopra le fiamme, piegai le spalle, nella fortuna e in Dio me e le cose mie rimettendo. Costei adunque, con romori e con minacce e con battere alcuna volta la mia famiglia corsa la casa mia per sua e in quella fiera tiranna  divenuta,  quantunque  assai  leggier  dote  recata  v’avesse,  come  io non  tutto  pienamente  a  sua  guisa  alcuna  cosa  fatta  o  non  fatta  avessi, soprabbondante nel parlare e magnifica dimostrantesi, come se io stato fossi da Capalle ed ella della casa di Soave, cosí la nobilità e le magnificenzie de’ suoi m’incominciò a rimproverare, quasi come se a me non fosse noto chi essi furono già o sieno pure ora al presente; bench’io sia certissimo che essa niuna cosa ne sa altro, se non ch’essa, come vana, credo che spesso vada gli scudi, che per le chiese sono appiccati, annoverando, e dalla vecchiezza di quelli e dalla quantità argomenta sé essere nobilissima, poi tanti cavalieri sono suti tra’ suoi passati e ancora più. Ma, se per dieci cattivi della sua schiatta, più avventurata in crescere in numero d’uomini che in valore o in onore  alcuno,  fosse  stato  uno  solo  scudo  appiccato  e  spiccatone  uno  di quelli  per  la  cui  cavalleria  appiccati  vi  furono,  a’  quali  ella  cosí  bene  e convenientemente stette come al porco la sella, non dubito punto che, dove
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
abbandona me per volere con le sue disonestà andare in zoccoli per l’asciutto, e io m’ingegnerò di portare altrui in nave per lo piovoso. Io il presi per marito e diedigli grande e buona dota sappiendo che egli era uomo e credendol vago di quello che sono e deono essere vaghi gli uomini; e se io non avessi creduto ch’e’ fosse stato uomo, io non l’avrei mai preso. Egli che sapeva che io era femina, perché per moglie mi prendeva se le femine contro all’animo gli erano? Questo non è da sofferire. Se io non avessi voluto essere al mondo, io mi sarei fatta monaca; e volendoci essere, come io voglio e sono, se io aspetterò diletto o piacer di costui, io potrò per avventura invano aspettando invecchiare; e quando io sarò vecchia, ravedendomi, indarno mi dorrò d’avere la mia giovanezza perduta, alla qual dover consolare m’è egli assai buon maestro e dimostratore in farmi dilettare di quello che egli si diletta. Il quale diletto fia a me laudevole, dove biasimevole è forte a lui: io offenderò le leggi sole, dove egli offende le leggi e la natura.” Avendo adunque la buona donna così fatto pensiero avuto, e forse più d’una volta, per dare segretamente a ciò effetto si dimesticò con una vecchia che pareva pur santa Verdiana che dà beccare alle serpi, la quale sempre co’ paternostri in mano andava a ogni perdonanza, né mai d’altro che della vita de’ Santi Padri ragionava e delle piaghe di san Francesco e quasi da tutti era tenuta  una  santa.  E  quando  tempo  le  parve,  l’aperse  la  sua  intenzion compiutamente; a cui la vecchia disse: “Figliuola mia, sallo Idio, che sa tutte le cose, che tu molto ben fai; e quando per niuna altra cosa il facessi, sì il dovresti far tu e ciascuna giovane per non perdere il tempo della vostra giovanezza, per ciò che niun dolore è pari a quello, a chi conoscimento ha, che è a avere il tempo perduto. E da che diavol siam noi poi, da che noi siam vecchie, se non da guardar la cenere intorno al focolare? Se niuna il sa o ne può render testimonianza, io sono una di quelle: che ora, che vecchia sono, non senza grandissime e amare punture d’animo conosco, e senza pro, il tempo che andar lasciai: e bene che io nol perdessi tutto, ché non vorrei che tu credessi che io fossi stata una milensa, io pur non feci ciò che io avrei potuto fare, di che quando io mi ricordo, veggendomi fatta come tu mi vedi, che non troverei chi mi desse fuoco a cencio, Dio il sa che dolore io sento. Degli uomini non avvien così: essi nascono buoni a mille cose, non pure a questa, e la maggior parte sono da molto più vecchi che giovani; ma le femine a niuna altra cosa che a fare questo e figliuoli ci nascono, e per questo son tenute care. E se tu non te ne avvedessi a altro, sì te ne dei tu avvedere a
Decameron di Giovanni Boccaccio
il coperto, leggier cosa mi sarebbe al presente i tuoi essaudire; ma se cotanto ora più che per lo passato del tuo onor ti cale e ètti grave il costà sù ignuda dimorare, porgi cotesti prieghi a colui nelle cui braccia non t’increbbe, quella notte che tu stessa ricordi, ignuda stare, me sentendo per la tua corte andare i denti battendo e scalpitando la neve, e a lui ti fa aiutare, a lui ti fa i tuoi panni recare, a lui ti fa por la scala per la qual tu scenda, in lui t’ingegna di metter tenerezza del tuo onore, per cui quel medesimo, e ora e mille altre volte, non hai dubitato di mettere in periglio. Come nol chiami tu che ti venga a aiutare? e a cui appartiene egli più che a lui? Tu se’ sua: e quali cose guarderà egli o aiuterà, se egli non guarda e aiuta te? Chiamalo, stolta che tu se’, e pruova se l’amore il quale tu gli porti e il tuo senno col suo ti possono dalla mia sciocchezza liberare; la qual, sollazzando con lui, domandasti quale gli pareva maggiore o la mia sciocchezza o l’amor che tu gli portavi. Né essere a me ora cortese di ciò che io non disidero né negare il mi puoi se io il disiderassi: al tuo amante le tue notti riserba, se egli avvien che tu di qui viva ti parti: tue si sieno e di lui: io n’ebbi troppo d’una, e bastimi d’essere stato una volta schernito. E ancora, la tua astuzia usando nel favellare, t’ingegni col commendarmi la mia benivolenzia acquistare e chiamimi gentile uomo e valente, e tacitamente che io come magnanimo mi ritragga dal punirti della tua malvagità t’ingegni di fare; ma le tue lusinghe non m’adombreranno ora gli occhi dello ‘ntelletto, come già fecero le tue disleali promessioni: io mi conosco, né tanto di me stesso apparai mentre dimorai a Parigi, quanto tu in una sola notte delle tue mi facesti conoscere. Ma presupposto che io pur magnanimo fossi, non se’ tu di quelle in cui la magnanimità debba i suoi effetti mostrare: la fine della penitenza nelle salvatiche fiere come tu se’, e similmente della vendetta, vuole essere la morte, dove negli uomini quello dee bastare che tu dicesti. Per che, quantunque io aquila non sia, te non colomba ma velenosa serpe conoscendo, come antichissimo nemico con ogni odio e con tutta la forza di perseguire intendo, con tutto che questo che io ti fo  non  si  possa  assai  propriamente  vendetta  chiamare  ma  più  tosto gastigamento,  in  quanto  la  vendetta  dee  trapassar  l’offesa,  e  questo  non v’agiugnerà: per ciò che se io vendicar mi volessi, riguardando a che partito tu ponesti l’anima mia, la tua vita non mi basterebbe togliendolati, né cento altre alla tua simiglianti, per ciò che io ucciderei una vile e cattiva e rea feminetta. E da che diavol, togliendo via cotesto tuo pochetto di viso, il quale pochi anni guasteranno riempiendolo di crespe, se’ tu più che qualun-
Decameron di Giovanni Boccaccio
levatosi e della sua donna ricordandosi, per vedere che di lei fosse se ne tornò alla torre e il suo fante che ancora era digiuno ne mandò a mangiare; il quale avendo la donna sentito, debole e della grave noia angosciosa, venne sopra la cateratta e postasi a sedere piangendo cominciò a dire: “Rinieri, ben ti se’ oltre misura vendico, ché, se io feci te nella mia corte di notte agghiacciare, tu hai me di giorno sopra questa torre fatta arrostire, anzi ardere, e oltre a ciò di fame e di sete morire: per che io ti priego per solo Idio che qua sù salghi e, poi che a me non soffera il cuore di dare a me stessa la morte, dallami tu, ché io la disidero più che altra cosa, tanto e tale è il tormento che io sento. E se tu questa grazia non mi vuoi fare, almeno un bicchier d’acqua mi fa venire che io possa bagnarmi la bocca, alla quale non bastano le mie lagrime, tanta è l’asciugaggine e l’arsura la quale io v’ho dentro.” Ben conobbe lo scolare alla voce la sua debolezza e ancor vide in parte il corpo suo tutto riarso dal sole, per le quali cose e per gli umili suoi prieghi un poco di compassione gli venne di lei; ma non per tanto rispose: “Malvagia donna, delle mie mani non morrai tu già, tu morrai pur delle tue, se voglia te ne verrà; e tanta acqua avrai da me a sollevamento del tuo caldo, quanto fuoco io ebbi da te a alleggiamento del mio freddo. Di tanto mi dolgo forte, che la infermità del mio freddo col caldo del letame puzzolente si convenne curare, ove quella del tuo caldo col freddo della odorifera acqua rosa si curerà; e dove io per perdere i nervi e la persona fui, tu da questo caldo scorticata non altramenti rimarrai bella che faccia la serpe lasciando il vecchio cuoio.” “O misera me!” disse la donna “queste bellezze in così fatta guisa acquistate dea Idio a quelle persone che mal mi vogliono; ma tu, più crudele che ogni altra fiera, come hai potuto sofferire di straziarmi a questa maniera? Che più doveva io aspettar da te o da alcuno altro, se io tutto il tuo parentado sotto crudelissimi tormenti avessi uccisi? Certo io non so qual maggior crudeltà si fosse potuta usare in un traditore che tutta una città avesse messa a uccisione, che quella alla qual tu m’hai posta a farmi arrostire al sole e manicare alle mosche: e oltre a questo non un bicchier d’acqua volermi dare, che a’ micidiali dannati dalla ragione, andando essi alla morte, è dato ber molte volte del vino pur che essi ne domandino. Ora ecco, poscia che io veggio te star fermo nella tua acerba crudeltà né poterti la mia passione in parte alcuna muovere, con pazienzia mi disporrò alla morte ricevere, acciò che Idio abbia misericordia dell’anima mia, il quale io priego che con giusti occhi questa tua operazion riguardi.” E queste parole dette, sì trasse con gra-
Decameron di Giovanni Boccaccio
Vivendo adunque contenta, e in festa continua dimorando, la fortuna,  sùbita  volvitrice  delle  cose  mondane,  invidiosa  de’  beni  medesimi che essa avea prestati, volendo ritrarre la mano, né sappiendo da qual parte mettere li suoi veleni, con sottile argomento a’ miei occhi medesimi fece all’avversità trovare via; e certo niuna altra che quella onde entrò v’era al presente.  Ma  gl’iddii,  a  me  favorevoli  ancora,  e  a’  miei  fatti  di  me  più solleciti, sentendo le occulte insidie di costei, vollero, se io prendere l’avessi sapute, armi porgere al petto mio, acciò che disarmata non venissi alla battaglia nella quale io dovea cadere; e con aperta visione ne’ miei sonni, la notte precedente al giorno il quale a’ miei danni dovea dare principio, mi chiarirono le future cose in cotale guisa. A me, nello ampissimo letto dimorante con tutti li membri risoluti nell’alto sonno, pareva, in un giorno bellissimo e più chiaro che alcuno altro, essere, non so di che, più lieta che mai; e con questa letizia, a me, sola fra verdi erbette, era avviso sedere in un prato dal cielo difeso e da’ suoi lumi da diverse ombre d’alberi vestiti di nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còlti, de’ quali tutto il luogo era dipinto, con le candide mani, in uno lembo de’ miei vestimenti raccoltili, fiore da fiore sceglieva, e degli scelti leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. E così ornata levatami, quale Proserpina allora che Pluto la rapì alla madre, cotale m’andava per la nuova primavera cantando; poi, forse stanca, tra la più folta erba a giacere postami, mi posava. Ma non altramente il tenero piè d’Euridice trafisse il nascoso animale, che me sopra l’erbe distesa, una nascosa serpe vegnente tra quelle, parve che sotto la sinistra mammella mi trafiggesse; il cui morso, nella prima entrata degli acuti denti, parea che mi cocesse; ma poi, assicurata, quasi di peggio temendo, mi pareva mettere nel mio seno la fredda  serpe,  imaginando  lei  dovere,  col  beneficio  del  caldo  del  proprio petto, rendere a me più benigna. La quale, più sicura fatta per quello e più fiera, al dato morso raggiunse la iniqua bocca, e dopo lungo spazio, avendo molto del nostro sangue bevuto, mi pareva che, me renitente, uscendo del mio seno, vaga vaga fra le prime erbe col mio spirito si partisse. Nel cui partire il chiaro giorno turbato, dietro a me vegnendo, mi copria tutta, e secondo l’andare di quella così la turbazione seguitava, quasi come a lei tirante fosse la moltitudine de’ nuvoli appiccata, e seguissela; e non dopo molto, come bianca pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si toglie alla vista de’ riguardanti, così si tolse agli occhi miei. Allora il cielo di som-
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
sua nobiltà e qualunque altra cosa non avanzavano molto quelle di Panfilo?  Or  chi  ne  dubita?  Dunque  perché  lui  per  altrui  abandonasti?  Qual cecità, quale traccutanza, quale peccato, quale iniquità vi ti condusse? Ohimè! che io medesima nol conosco. Solamente le cose liberamente possedute sogliono essere reputate vili, quantunque elle sieno molto care; e quelle che con malagevolezza s’hanno, ancora che vilissime sieno, sono carissime reputate.  La  troppa  copia  del  mio  marito,  a  me  da  dovere  essere  cara, m’ingannò, e io, forse potente a resistere, quello che io non feci miseramente piango; anzi senza forse era potente, se io voluto avessi, pensando a quello che gl’iddii e dormendo e vigilando m’aveano mostrato la notte, e la mattina precedente alla mia ruina. Ma ora che da amare, per ch’io voglia, non mi posso partire, conosco qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si partì del mio sangue; e similmente veggo quello che la corona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugne questo avvedimento. Gl’iddii forse a purgare alcuna ira contra me concreata, pentuti de’ dimostrati segni, di quelli mi tolsero la conoscenza, non potendo indietro tornarli, altresì come Apollo all’amata Cassandra, dopo la data divinità tolse l’essere creduta: laond’io, in miseria costituta non senza ragionevole colore, consumo la mia vita. E così dolendomi e voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta la notte passai senza potere alcuno sonno pigliare, il quale, se forse pure  entrava  nel  tristo  petto,  sì  debole  in  quello  dimorava,  che  ogni piccolo mutamento l’avrebbe rotto; e come che egli ancora fievole fosse, senza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla mia mente non dimorava con meco. E questo non solamente quella notte, della quale di sopra parlo, m’avvenne, ma prima molte volte, e poi quasi continuamente m’è avvenuto; per che iguale tempesta, vegghiando e dormendo, sente e ha sentito l’anima tuttavia. Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne, anzi, quasi come del dolermi scusata, per le bugie dette al mio marito, quasi da quella notte innanzi non mi sono ridottata di piagnere e di dolermi in publico molte volte. Ma pure venuta la mattina la fida nutrice, alla quale niuna parte de’ danni miei era nascosa, però che essa era stata la prima che nel mio viso aveva  gli  amorosi  stimoli  conosciuti  e  ancora  in  esso  aveva  i  casi  futuri
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
te, tu mi lascerai accompagnata di molti e varii pensieri: il mio petto sarà sempre pieno di molte sollecitudini, e nascosamente sosterrò maggior affanno, sempre di te dubitando, ch’io non potrei mai fare venendo teco. O Tiberio Gracco, fu tanta la pietà che tu avesti di Cornelia, tua cara sposa, quando lasciasti la femina serpe, risparmiando anzi la sua vita che la tua propia, quanto fu quella di Lelio vedendo le lagrime della cara compagna? Certo appena! Ond’egli le rispose: — Giulia, poni fine alle tue lagrime, ché i lontani templi da me sanza te non saranno cercati; e però disponi il tuo virile animo al nuovo cammino, che al nuovo giorno credo cominceremo. Giulia contenta si tacque.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
14 Mentre che il re con lagrime e con sospiri faceva la detta orazione, volgendo alquanto i lagrimosi occhi verso quella parte dalla quale il furioso  toro  era  fuggito,  vide  il  toro  in  uno  vicino  bosco  per  difetto  di sangue  caduto,  e  sopr’esso  essere,  come  folgore  volando,  disceso  da cielo il divino uccello, e sopr’esso toro per grande spazio essersi pasciuto, e appresso quindi levarsi e volare verso quelle parti onde doveano quello giorno prendere il loro cammino i suoi popoli. La qual cosa veduta, in se medesimo preso il volo di quello uccello per buono agurio, assai più d’allegrezza e di speranza si riempié, che non fece Paulo alla voce di Tarsia quando disse: — Persio è morto —, o Lucio Silla quando vide dallato del suo altare cadere il morto serpente ne’ campi di Nola. E mutato il lagrimoso aspetto in lieto, con alta voce cominciò a dire al suo popolo: — Rallegratevi e prendete debito conforto, signori, però che Giove pietosamente ha mutato consiglio e, fatto verso noi pietoso, gli è de’ nostri danni incresciuto, però ch’io ho veduto che il sacrificio da noi rifiutato e che delle nostre mani fuggì, egli l’ha benignamente accettato: e ciò ci manifesta il suo santo uccello, al quale io vidi il toro, già con poca forza rimaso, abbattere nel vicino bosco, e sopr’esso per lungo spazio si pascé, levandosi poi, ha il suo volo ripreso, verso i nostri avversari, quasi mostrandoci che via noi dobbiamo fare. Onde pare che Giove benignamente ricevuto l’abbia, poi che alle nostre schiere ha mandato sì fatto duca. Or dunque cacciate da voi ogni dolore, e pieni d’allegrezza accendete i fuochi sopra i santi altari, e date agl’iddi divoti prieghi per la nostra vittoria, e poi sanza niuno indugio i nostri passi verso quella parte, onde volò il santo uccello, dirizziamo, però che già si manifesta agli occhi la disiderata vendetta dovere pervenire fatta a prosperevole fine. 15 Arsi i fatti fuochi e dissoluti i nebulosi fummi avvolti ne’ sacri templi, le trombe sonarono e i cavalli presti alle fiere battaglie, udito il suono, cominciarono a fremire; e allora il re, acceso di focoso disio per la speranza presa del detto agurio, comandò che le reali bandiere fossero spiegate a’ venti e che tutti i suoi, abandonandosi a’ fortunosi fati, verso Marmorina dirizzassero il loro cammino: al quale comandamento le ban-
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
e Salpadin per le loro scuse sprigionati, il re fece chiamare a consiglio molta gente, e principalmente coloro che con lui erano quella mattina stati alla tavola, e adunato con molti in una camera, disse così: — Sanza dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato  in  vostra  presenza  voluto  avvelenare;  e  chi  questo  abbia  voluto fare, ancora è apertissimo per molte ragioni che Biancofiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere che sanza debita punizione si trapassi, pensando al grande onore che io nella mia corte l’ho fatto, si come di recarla da serva a libertate, farla ammaestrare in iscienza e continuamente vestirla di vestimenti reali col mio figliuolo, datala in compagnia alla mia sposa, credendo di lei non nimica ma cara figliuola avere. E sì come avete potuto questa mattina udire, non si finiva questo anno che io intendea di maritarla altamente, però che vedea già la sua età richiedere ciò. E di tutto questo m’è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi aquiloni soffiano, che egli è il primo morso da lei. Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m’ha voluto uccidere: e sì avrebbe ella fatto, se ’l vostro avedimento non fosse stato. Laonde io intendo, come detto v’ho, di volerla di ciò gravemente punire, acciò che mai alcuna altra a sì fatto inganno fare non si metta. Ma però che di ciò dubito non mi seguisse più vergogna che onore, se subitamente il facessi, però che parrà a molti impossibile a credere questo per la sua falsa piacevolezza, la  quale ha molto presi gli animi, n’ho voluto e voglio primieramente il vostro consiglio, e ciò tutti fidelmente porgere mi dovete, disiderando il mio onore e la mia vita, sì come membri e vero corpo di me, vostro capo. 38 Lungamente si tacque ciascuno, poi che il re ebbe parlato; e bene avrebbero volontieri risposto il duca e Ascalion, però che a loro parea manifestamente conoscere chi questo veleno avea mandato e ordinato; ma però che la volontà del re conobbero, ciascuno si tacque, dubitando di non dispiacergli. E similmente fecero tutti quelli che presente lui erano, fuori che Massamutino, il quale dopo lungo spazio, dimorando tutti gli altri taciti, si levò e disse: — Caro signore, io so che ’l mio consiglio sarà forse tenuto da questi gentili uomini qui presenti sospetto per la presura che di me subita
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
piagnere della intera fede la quale mai né ti ruppi, né disiderai di romperti m’ha mossa a lagrimare e istrinta a scriverti, disiderosa di farti certo te mai da me non essere dimenticato, né potere possibile mai divenire che io ti dimentichi. Io, o grazioso giovane, non credo me essere nata de’ ferocissimi leoni barbarici, né delle robuste querce d’Ida, né delle fredde marmore di Persia, dalle quali cose risomigliando passi di rigidezza i libiani serpenti; ma di pietoso padre e di benigna madre, sì come più fiate m’è stato detto, discesi, e per quella legge che sono gli umani corpi dalla natura tratti, e io similemente, ma non dalla fortuna. Né appresi mai, né so essere, né disidero di saperlo, crudele e sanza umano conoscimento come tu imagini. Tu mi scrivi che Amore me, come te, ne’ nostri puerili anni, insiememente ferì: della qual cosa io non meno di te mi ricordo. E certo egli mi trovò atta e disposta ad amare come te similemente, né più durezza credo che trovasse nel mio che nel tuo cuore, o abbia mai trovata. Per la qual cosa, se tu con affanni infiniti se’ lontano a me dimorato, io non dimorai mai né dimoro con diletto a te lontana, anzi mi sento da diverse punture molestare per simile cagione che senti tu, né mai infinta lagrima né falsa parola per più accenderti udisti da me: ma volessero gl’iddi che possibile fosse te aver potuto vedere e udire le vere, le quali se vedute avessi, forse più temperatamente avresti scritto, quando dicesti me non essere costante a sostenere per te uno affanno, né in amarti. Ma però che tutto questo spero con l’aiuto degl’iddi ancora doversi manifestare a te con apertissimo segno, più non mi stendo a scrivertene, essendo non meno da più grave dolore costretta, sentendo te credere essere da me per Fileno abandonato, sì come la tua lettera mostra, la quale quando vidi, assalita da non picciola doglia, per poco non mori. Ohimè, quanto m’è la fortuna avversa! Tu vai cercando di mostrarmi cagioni per le quali io debbia aver te per Fileno lasciato, e quelle tu medesimo l’annulli: e veramente da annullare sono! E se di te quel senno non è partito che aver suoli, dovresti pensare che io non sono del senno uscita, che io non conosca manifestamente te di nobiltà avanzare Fileno, semplice cavaliere della tua corte, e me picciolissima serva di te e del tuo padre, a cui tu rimproveri, faccendoti beffe di me, me esser discesa degli antichi imperadori romani, i quali gl’iddi guardino che sì poco torni la loro potenza, che ad essere servi, com’io sono, torni la loro sementa. Né ancora mi si occulta la tua virtù, né la tua bellezza piena di graziosa piacevolezza, a me cagio-
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
fuggitore di sollecitudine, mitigatore delle fatiche e sovenitore degli affanni, igualissimo donatore de’ tuoi beni, se a te è caro che Cinzia si possa con gli altri dei, a te e a me igualmente consorti, di te laudare comanda che Fileno, innocente giovane, ne’ suoi sonni conosca l’apparecchiate insidie contro di lui, acciò che conosciutole, da quelle guardare si possa. E questo detto, per quella via onde era venuta, appena da sé potendo sonno cacciare, se ne tornò. 29 Svegliò l’antico iddio gl’infiniti figliuoli, de’ quali alcuni in uomini, altri in fiere, e quali in serpenti, e chi in terra, e tali in acqua, e alcuni in trave e in sassi, e in tutte quelle forme le quali negli umani animi possono vaneggiare, v’avea di quelli che si trasformavano: tra’ quali poi che egli ebbe eletti quelli che a tali bisogni gli pareano sofficienti, appena destati, gli ammaestrò che essi dovessero i comandamenti della santa dea adempiere sanza alcuno indugio. A’ quali essi disposti, sanza più stare, del luogo si partirono per adempierlo. 30 Mentre che i fati le cose sinistre così per Fileno trattavano, Fileno di tutte ignorante si stava pensando alla bellezza di Biancofiore, con sommo disio disiderando quella, quando subito sonno l’assalì, e, gli occhi gravati, sopra il suo letto riposandosi s’adormentò. Al quale sanza alcuno dimoro furono presenti i ministri del pregato iddio adoperando ciascuno i suoi ufici: e parvegli nel sonno subitamente essere in un bellissimo  prato  tutto  soletto,  e  rimirare  il  cielo,  lodando  le  sue  bellezze,  e adequando quelle di Biancofiore alla chiarità delle stelle che in quello vedea. E così stando, subitamente uno di quelli uficiali in forma d’un caro suo amico gli parve che gli apparisse piangendo e correndo verso lui, e dicessegli: — O Fileno, che fai tu qui? Fuggiti, ch’io ti so dire che l’amore che tu hai portato a Biancofiore t’ha acquistata morte. Tu non potrai essere fuori di questo prato, che Florio armato con molti compagni ci saranno suso, cercando di levarti la vita. Fuggi di qui, o caro amico, sanza niuno indugio. Non volere che io di tal compagno, quale io ti tengo, rimanga orbato.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
un fiume. Quivi stese verso le stelle le braccia, tre volte rivoltandosi ad esse, e tante i bianchi capelli nella corrente acqua bagnò, domandando altretante volte con altissima voce il loro aiuto; poi poste le ginocchie sopra la dura terra, cominciò così a dire: “O notte, fidatissima segreta dell’alte cose, e voi, o stelle, le quali al risplendente giorno con la luna insieme succedete, e tu, o somma Ecate, la quale aiutatrice vieni alle cose incominciate da noi, e tu, o santa Cerere, rinnovatrice dell’ampia faccia della terra, e voi qualunque versi, o arti, o erbe, e tu qualunque terra producente virtuose piante, e voi aure, e venti, e monti, e fiumi, e laghi, e ciascuno iddio de’ boschi o della segreta notte, per li cui aiuti io già rivolsi i correnti fiumi faccendogli tornare nelle loro fonti, e già feci le correnti cose stare ferme, e le ferme divenire correnti, e che già deste a’ miei versi potenza di cacciare i mari e di cercare sanza dubbio i loro fondi, e di rischiarare il nuvoloso tempo, e il chiaro cielo riempiere a mia posta d’oscuri nuvoli, faccendo i venti cessare e venire come mi pareva, e  con  quelli  rompendo  le  dure  mascelle  degli  spaventevoli  dragoni, faccendo ancora muovere le stanti selve e tremare gli eccelsi monti, e ne’ morti corpi tornare da’ paduli di Stige le loro ombre e vivi uscire de’ sepolcri,  e  tal  volta  tirare  te,  o  luna,  alla  tua  ritondità,  alla  quale  per adietro i sonanti bacini ti soleano aiutare venire, faccendo ancora tal volta la chiara faccia del sole impalidire: siate presenti, e ’l vostro aiuto mi porgete. Io ho al presente mestiere di sughi e d’erbe, per li quali l’arida terra, prima d’autunno, ora dal freddissimo verno, de’ suoi fiori, frutti e erbe spogliata, faccia in parte ritornare fiorita, mostrando, avanti il dovuto termine, primavera”. Questo detto, molte altre cose tacitamente aggiunse a’ suoi prieghi. Poi tacendo, le stelle non dieron luce invano, ma più veloce che volo d’alcuno uccello un carro da due dragoni tirato gli venne avanti, sopra il quale egli montò, e, recatesi le redine de’ posti freni a’ due dragoni in mano, suso in aria si tirò. E pigliando per l’alte regioni il cammino, lasciò Spagna e cercò l’isola di Creti: di quindi Pelion, e Ocris e Ossa, e ’l monte Nero Pacchino, Peloro e Appennino in brieve corso cercò tutti, di tutti svellendo e segando con aguta falce quelle radici e erbe che a lui piacevano, né dimenticò quelle che divelte avea quando da Tarolfo fu trovato in Tesaglia. Egli prese pietre d’in sul monte Caocaso, e dell’arene di Gange e di Libia recò lingue di velenosi serpenti. Egli vide le bagnate rive del Rodano, di Senna, d’Amprisi e di Ninfeo, e del gran
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
cantò come degli altri avea cantato, mostrando nella sua fine la combustione avvenuta per lo malvagio reggimento del carro della luce usato da Fetonte, spaventato dall’animale uscito della terra a ferire Orione: la cui prima faccia, come di Libra l’ultima, fu combusta, di lui seguendo, come di quella avea detto, e di Chirone Aschiro seguitando, nella fine di cui pose lo iemale solstizio; poi cantando della nutrice di Giove, e del suo Pincerna, e de’ Pesci, da Venere nel luogo ove dimorano situati, dicendo nella fine di quelli il coluro d’Ariete cominciarsi insieme con l’equinozio del detto segno: mostrando appresso così de’ pianeti, come de’ segni le complessioni e’ sessi e le potenze diterminate negli umani membri, e come alla loro signoria prima in sette e poi in dodici parti sia tutto il mondo diviso, così quello che sotto li sette climati s’abita, come l’altro, con questo dicendo la variazione delle loro elevazioni per li diversi orizonti, e che legge da loro sia servata nel ritondo anno, mutando i tempi. E con non meno maestrevole verso l’udi, dopo questo, cantare e dimostrare nel suo canto come Calisto e Cinosura più presso al polo artico dimorassero, faccendo cenìt alle maggiori notti, e assegnare la cagione per che le loro stelle in mare non possono né siano lasciate da Occeano come l’altre bagnare. E seguitò dove Boote e la corona d’Adriana e Alcide, vincitore dell’alte pruove, fossero locati; e sanza mutar nota cantò del Corvo, per la recente acqua mandato da Febo, il quale, per lo soperchio tempo messo ad aspettare i non maturi fichi, meritò per la bella bugia, egli con l’apportato  Serpente  e  con  lo  caro  Crate  d’oro,  essere  in  cielo  dal mandatore locati e ornati di più stelle. E insieme con questi raccontò il luogo dove colei che la palma delibuta porta e dove il Portatore del serpente e Eridano e la paurosa Lepre co’ due Cani dimorassero, cantando poi del Nibbio, il quale le ’nteriora del fatato Toro, ucciso da Briareo, portò  in  cielo,  ove  egli  fu  da  Giove  locato  e  adornato  di  nove  stelle, seguendo appresso d’Erisim, d’Istuc e d’Auriga i luoghi, e dell’Australe Corona, movendo con più soave suono come Orione, cantando sopra il portante Dalfino, fuggì il mortal pericolo, e poi per li meriti del l’uno e dell’altro meritassero il cielo, e qual parte d’esso; e dove il primo Cavallo e l’altro intero, e la Nave che prima solcò il non usato mare dimorassero, dimostrò; e segnò la gloria di Perseo, e ’l suo luogo, con la testa d’Algol e dell’Idra, crescente per li suoi danni, e il luogo del Vaso. E rimembromi che disse ancora del Centauro e del celestial Lupo le stelle, di dietro a’
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Parte  prima .............................................................. 5 I – Intorn’ad una fonte in un pratello ................... 5 II  –  All’ombra  di  mill’arbori  fronzuti ................... 5 III – Il Cancro ardea passata la sest’ora ................. 6 IV–  Guidommi  Amor  ardendo  ancora  il  sole ........ 6 V– Non credo il suon tanto soave fosse................. 7 VI  –  Sulla  poppa  sedea  d’una  barchetta................ 7 VII – Chi non crederà assai agevolmente .............. 8 VIII – Quel dolce canto col qual già Orfeo........... 8 IX  –  Candide  perle  orientali  e  nuove .................... 9 X – Se bionde trecce chioma crespa e d’oro .......... 9 XI  –  Quella  splendida  fiamma  il  cui  fulgore ...... 10 XII  –  Quell’amorosa  luce  il  cui  splendore .......... 10 XIII – Il folgor de’ begli occhi el qual ... ............ 11 XIV – Il gran disio che l’amorosa fiamma........... 11 XV – Mai non potei per mirar molto fiso ........... 12 XVI – Le parole soave e ’l dolce riso.................... 12 XVII  –  Spesso  m’avvien  ch’essendom’io  ... .......... 13 XVIII – Com’io vi veggo bella donna e cara ........ 13 XIX – Con quanta affezion io vi rimiri ............... 14 XX  –  Sì  dolcemente  a’  sua  lacci  m’adesca ........... 14 XXI  –  Biasiman  molti  spiacevoli  Amore ............. 15 XXII – Amor che con sua forza e virtù regna ...... 16 XXIII – Questo amoroso fuoco è sì soave ............ 17 XXIV  –  Quello  spirto  vezzoso  che  nel  core......... 18 XXV – Quante fiate per ventura il loco .............. 18 XXVI – A quella parte ov’io fui prima accesa ..... 19 XXVII  –  Quando  s’accese  quella  prima  fiamma . 19 XXVIII – Misero me ch’io non oso mirare ......... 20 XXIX – S’io ti vedessi Amor pur una volta ......... 20 XXX –  Trovato  m’hai  Amor  solo  e  senz’armi ...... 21 XXXI  –  Che  fabrichi?  che  tenti?  che  limando .... 21 XXXII  –  Pallido  vinto  e  tutto  transmutato ......... 22 XXXIII – Come in sul fonte fu preso Narcisso ... 22 XXXIV  –  Quando  posso  sperar  che  mai  ............ 23 XXXV – Se quella fiamma che nel cor m’accese . 23 XXXVI  –  Scrivon  alcun  Partenopè  sirena ............ 24 XXXVII –  Vetro son fatti i fiumi ed i ruscelli ..... 24 XXXVIII  –  Pervenut’è  insin  nel  secul  nostro ...... 25 XXXIX – Sì tosto come il sole a noi s’asconde .... 25 XL – Chi nel suo pianger dice che ventura ......... 26 XLI  –  Cesare  poi  ch’ebbe  per  tradimento ........... 26 XLII – Se zefiro omai non disacerba.................... 27 XLIII  –  L’alta  speranza  che  li  mia  martiri ........... 27 XLIV – S’egli avvien mai che tanto gli anni miei 28 XLV – O iniquo uomo o servo disleale ............... 28 XLVI  –  Quante  fiate  indrieto  mi  rimiro ............. 29 XLVII  –  Se  io  potessi  creder  ch’in  cinqu’anni ..... 29 XLVIII – Dice con meco l’anima tal volta .......... 30 XLIX – Son certi augei sì vaghi della luce........... 30 L – L’oscure fami e i pelagi tirreni ....................... 31 LI – Le lagrime e i sospiri e il non sperare .......... 31 LII – Se mi bastasse allo scriver l’ingegno ........... 32 LIII – Dentro dal cerchio a cui intorno si gira .... 32 LIV – Così ben fusse inteso il mio parlare .......... 32 LV  –  Fuggano  i  sospir  mei  fuggasi  il  pianto ........ 33 LVI – Se quel serpente che guarda il tesoro ........ 33 LVII – Qualor mi mena Amor dov’io vi veggia ... 34 LVIII – Amor se questa donna non s’infinge ....... 34 LIX – Non deve alcuno per pena soffrire ............ 35 LX – Chi che s’aspetti con piacer i fiori .............. 35 LXI – Intra ’l Barbaro monte e ’l mar Tirreno .... 36 LXII – Toccami ’l viso zefiro tal volta .................. 36 LXIII – E Cinzio e Caucaso Ida e Sigeo .............. 37 LXIV  –  Colui  per  cui  Misen  primieramente ...... 37 LXV – Se io temo di Baia e il cielo e il mare ...... 38 LXVI – Ben che si fosse per la tuo’ partita .......... 38 LXVII – Poscia che gli occhi mia la vaga vista..... 39 LXVIII – Deh quanto è greve la mia sventura .... 39 LXIX  –  Contento  quasi  ne’  pensier  d’amore ...... 40 LXX  –  Amor  dolce  signore .................................. 42 LXXI  –  L’aspre  montagne  e  le  valli  profonde ...... 43 LXXII – Perir possa il tuo nome Baia e il loco .... 44 LXXIII  –  O  miseri  occhi  miei  più  ch’altra  cosa .. 44 LXXIV – Cader postù in que’ legami Amore ...... 45 LXXV – I’ non ardisco di levar più gli occhi ...... 45 LXXVI – Non so qual i’ mi voglia ...................... 46 LXXVII – Il fior che ’l valor perde ...................... 46 LXXVIII  –  Riccio  barbiere  a  messer  Boccaccio ... 47 LXXVIIIbis  –  Risposta  a  Riccio  Barbiere ............ 47 LXXIX – Sonetto di ser Cecco di Meletto .......... 48 LXXIXbis  –  Risposta  di  messer  Boccaccio. ......... 48 LXXX  –  L’arco  degli  anni  tuoi  trapassat’hai ....... 49 LXXXI  –  Ad  Antonio  Pucci. ............................... 49 LXXXIbis    –  Risposta  d’  Antonio  Pucci ............. 50 LXXXII  –  Dietro  al  pastor  d’Ameto  alle  ... ........ 50 LXXXIII – S’io veggio il giorno Amor che mi .... 51 LXXXIV – Sì fuor d’ogni pensier nel qual .......... 51 LXXXV  –  Quand’io  riguardo  me  vie  più  che ..... 52 LXXXVI  –  Ippocrate  Avicenna  o  Galieno ........... 52 LXXXVII – S’Amor li cui costumi già molt’anni .. 53 LXXXVIII –  Grifon  lupi  leon  bisce  e  serpenti .... 53
Rime di Giovanni Boccaccio
LV Fuggano i sospir mei, fuggasi il pianto, fugga l’angoscia e fuggasi el disio che auto ho di morir; vada in oblio ciò che contra ad Amor già pensai tanto; torni la festa, torni el riso e ’l canto, torni gli onor devuti al signor mio, li meriti del qual han fatto ch’io aggia la grazia bramata cotanto. Lo sdegno, el qual a torto me negava el vago sguardo degli occhi lucenti, coi qual Amor mi prese, è tolto via; e quel saluto, ch’io più desiava, con umil voce e con atti piacenti pur testé mi rendé la donna mia. 5 10 LVI Se quel serpente che guarda il tesoro, del qual m’ha fatto Amor tanto bramoso, ponesse pur un poco el capo gioso, io crederei con un sottil lavoro trovar al pianto mio alcun ristoro: né in ciò sarebbe il mio cor temoroso, come che pria, in punto assai dubbioso, già mi negasse il promess’adiutoro. Ma pria Mercurio chiuderà que’ d’Argo cantando di Siringa, che ’n que’ due io possa metter sonno col mio verso; e prima nelle lagrime ch’io spargo morendo adempierò le voglie tue, crudel Amor, ver me fiero e perverso!
Rime di Giovanni Boccaccio
LXXVIII Riccio barbiere a messer Giovanni Boccaccio S’io avesse più lingue che Carmente non ebbe, o fosse Appollo in me inchiuso, sarebbe el sole nell’orion rinchiuso più d’una volta, del nostro oriente, che io potessi dire enteramente vostra magnificenza e moderno uso: ond’io però di ciò a voi mi scuso a guisa ch’al maestro fa el discente. Ma più del dubbio ha presso lo ’ntelletto, il qual di vera luce più m’affosca, che non fa la nebbia verde lama. Se uom può più amar che non conosca e se conoscer può più che non ama, come da voi per altra volta è detto, da voi siami chiarito con effetto. 5 10 15 LXXVIIIbis Risposta a Riccio Barbiere Allor che ’l regno d’Etiopia sente il rodopeo cristallo esser deluso, e de’ sui ogni serpe leva el muso, surge a mortali un nobile ascendente, del quale fé la Sidonia dolente pruove, al parlar, che sai, alto e diffuso; non Pompeo Magno, Giuba o il nobil Druso videro el ciel mai oprare altrimente. Però, se ben ti recherai al petto, con quale ago vedrai punga la mosca di ciò che ’l tuo disio sì caldo brama. Vedrai ancora che la gente tosca risponder sappia quand’altri la chiama, e per rampogna rendere un sonetto: ben ch’arte non sia a te qual l’intelletto.
Rime di Giovanni Boccaccio
31 Li due novelli amanti ogni mattino, nello apparir primier dell’aurora levati, rimiravan nel giardino per veder se in quel venuta ancora fosse colei il cui viso divino oltre ad ogni misura gl’innamora; né di quel loco si potean levare mentre lei nel giardin vedeano stare. 32 È si credevan, mirandola bene, saziar l’ardente sete del disio e minor far le lor gravose pene: e essi più dal valoroso iddio Cupido si stringean nelle catene; e or con lieto aspetto e or con pio si dimostravan rimirando quella, sol per piacere a lei quanto a loro ella. 33 E come avven che ’l dente del serpente pria lede altrui con picciola morsura, sé dilatando poi subitamente offusca il membro della sua mistura, poi l’uno a l’altro successivamente, infin che ’l corpo tutto quanto oscura; così costor di dì in dì, mirando, d’amore il fuoco gieno aumentando. 34 E sì per tutto l’avevan raccolto, che ogni altro pensier dato avea loco e a ciascun già si parea nel volto per le vigilie lunghe e per lo poco cibo che è prendean; ma di ciò molto davan la colpa a l’allegrezza e ’l gioco ch’aver soleano, e ora eran prigioni; così coprendo le vere cagioni. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Teseida di Giovanni Boccaccio
62 Quivi era Archesto con altri Pisani, li quali il preser per tirarlo a loro e a caval riporlo; ma’ Tebani forte il tenean per lo busto fra loro; onde co’ ferri vennero alle mani, sé percotendo agramente costoro; altri il tiravan per lui riavere e altri forte per lui ritenere. 63 E tal rissa era tra costor, qual vene tra ’l gioviale uccello e il serpente il quale i parvi nati di lei tene: quella di riaverli con tagliente becco ricerca, adiungendoli pene; questi solo al fuggire sta intendente con essi; onde la briga cresce ognora, mentre il serpente li presi divora. 64 Così era tra questi, ma Eleno gridò: — Signor, se voi nol ci lasciate, tra noi e voi qui lo straziereno. — Ma non eran le sue voci ascoltate; ond’elli insieme col fiero Parmeno, gravanti scuri nelle man recate, feriro Archesto e Limaco sì forte, che ad amendun sentir fecer la morte. 65 Gli altri, per far di se stessi difesa, lasciarono Ida quivi, e per vengiare de’ lor compagni la crudele offesa cominciar colpi spietati a menare; ma poco valse lor focosa impresa, ché pure ad Ida ne convenne andare, malgrado suo, per prigione a posarsi là dove gli altri lì vedeva starsi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Teseida di Giovanni Boccaccio
4 Ell’avea poco avanti visitati gli oscuri regni dell’ardente Dite, e al re nero aveva palesati i suoi disii; per che di quella uscite più furie eran con alti mandati; ma ella, Erinis presa, a l’altre: — Gite dove vi piace — disse; e poi a questa tutta la voglia sua fé manifesta. 5 Venne costei di ceraste crinita, e di verdi idre li suoi ornamenti erano a cui in Elisso la vita riconfortata avea, le quai lambenti le sulfuree fiamme, che uscita di bocca le facevan puzzolenti, più fiera la faceano; e questa Dea di serpi scuriata in man tenea. 6 La cui venuta diè tanto d’orrore a chi nel teatro stava a vedere, ch’ognuno stava con tremante core, né il perché nessun potea sapere. Li venti dier non usato romore, e ’l ciel più ner cominciò a parere; il teatro tremò, e ogni porta cigolò forte ne’ cardini storta.
Teseida di Giovanni Boccaccio
L’orazione d’Arcita a Mercurio. 94 — O caro iddio, di Proserpina figlio, a cui sta via l’anime portare de’ corpi, e quelle secondo ’l consiglio che da te prendi le puoi allogare, piacciati trarmi di questo periglio soavemente, per le tue sante are le quali ancora calde per me sono che a te in su quelle offersi eletto dono. 95 E quinci me intra l’anime pie, le quai sono in Eliso, mi trasporta; ché, se tu miri ben, l’opere mie non m’hanno fatto dell’aura morta degno, sì come fur l’anime rie de’ miei maggiori, a’ quai crudele scorta fece Giunon, adirata con loro con ragion giusta, a lor donando ploro. 96 Io non uccisi il sacrato serpente all’alto Marte ne’ campi dircei, come fé Cadmo, della nostra gente avol primaio; né nelli baccei sacrificii tolsi fieramente la vita al mio figliuol, come colei che dopo il danno riconobbe il fallo né poté poi con lagrime emendallo;
Teseida di Giovanni Boccaccio
Canzone di marzo Che torbida notte di marzo! Ma che mattinata tranquilla! che cielo pulito! che sfarzo di perle! Ogni stelo, una stilla che ride: sorriso che brilla  su lunghe parole. Le serpi si sono destate col tuono che rimbombò primo Guizzavano, udendo l’estate, le verdi cicigne tra il timo; battevan la coda sul limo  le biscie acquaiole. Ancor le fanciulle si sono destate, ma per un momento; pensarono serpi, a quel tuono; sognarono l’incantamento. In sogno gettavano al vento  le loro pezzuole. Nell’aride bresche anco l’api si sono destate agli schiocchi. La vite gemeva dai capi, fremevano i gelsi nei nocchi. Ai lampi sbattevano gli occhi  le prime viole. Han fatto, venendo dal mare, le rondini tristo viaggio. Ma ora, vedendo tremare sopr’ogni acquitrino il suo raggio, cinguettano in loro linguaggio,  ch’è ciò che ci vuole.
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Le canzoni di re Enzio – La canzone del carroccio 70 75 80 Serpeggia il rovo dove fu la Chiesa, l’edera monta dove fu l’Arengo. Non hanno più la lor città di pietra: questa di legno hanno, e ramenghi vanno. Poservi su quanto è più dolce al mondo, quanto è più sacro, quanto è suo per sempre. Poservi il dritto, che vivente e sano da fiamme e da rovine esce e da mucchi di morti: il dritto della nuova Italia. E però stanno ai mozzi delle ruote, guardia e scorta, con le lunghe spade ignude sulle spalle.
Le canzoni di re Enzio di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Le canzoni di re Enzio – La canzone del carroccio 35 40 del suo giudicio, e gli affidò la verga che si fa serpe e si disnoda e fischia appiè dei re; che dove si distende, i laghi in sangue, muta i fiumi in sangue, ogni acqua in sangue, e nella terra intiera fa che non sia che sangue. Ora il Gran Prete alza la mano, e parla: “La terra esulta e si rallegra il cielo: dov’è colui ch’era nemico al Cristo? dov’è il gigante di Babel, possente in faccia a Dio, saettator dei giusti? dove il Nerone, dove il nuovo Erode? dove il Soldano me’ che imperadore? Scendeva un maglio ad or ad or sul mondo. Non s’ode più. Cadde di mano al Fabbro. Spada di Pietro, lancia di Maurizio, e’ si voltò contro la Croce e Pietro. E Dio lo franse. Egli dovea le notti schiarar, del sonno e degli errori, Luna, che da noi Sole ha, quant’ella ha, di luce; né volle; e invase, ombra deforme, il giorno. La notte eterna or lo riprese e cinse. Noi pose in Roma trionfal suo carro Dio! Pose a noi Dio stesso nelle mani destra e sinistra, le due briglie lunghe del cielo e della terra!” Torna il Carroccio e il Popolo nel chiaro lume d’ottobre. Splendono le rosse pampane intorno, splendono le vesti rosse e l’argento delle curve mazze. Dice Innocenzio: “E voi sterpate il seme del reo Nembròd ch’e’ non rimetta ancora.” Dice Innocenzio: “Buoso da Dovara vuo’ che da voi, per amor mio, sia sciolto.”
Le canzoni di re Enzio di Giovanni Pascoli
a G. V. Dava moglie la Rana al suo figliolo. Or con la pace vostra, o raganelle, il suon lo chiese ad un cantor del brolo. Egli cantò: la cobbola giuliva parve un picchierellar trito di stelle nel ciel di sera, che ne tintinniva. Le campagne addolcì quel tintinnìo e i neri boschi fumiganti d’oro. τιò τιò τιò τιò τιò τιò τιò τιò τοροτοροτοροτοροτíΕ τοροτοροτοροτορολιλιλíΕ È notte: ancora in un albor di neve sale quest’inno come uno zampillo; quando la Rana chiede, quanto deve: 15 se quattro chioccioline, o qualche foglia d’appio, o voglia un mazzuolo di serpillo, o voglia un paio di bachi, o ciò che voglia. Oh! rispos’egli: nulla al Rosignolo, nulla tu devi delle sue cantate: ei l’ha per nulla e dà per nulla: solo, sì l’ascoltate e poi non gracidate. Al lume della luna ogni ranocchia gracidò: Quanta spocchia, quanta spocchia!
Myricae di Giovanni Pascoli
Benedizione È la sera: piano piano passa il prete paziente, salutando della mano ciò che vede e ciò che sente. 5 Tutti e tutto il buon piovano benedice santamente: anche il loglio, là, nel grano; qua, ne’ fiori, anche il serpente. Ogni ramo, ogni uccellino sì del bosco e sì del tetto, nel passare ha benedetto: anche il falco, anche il falchetto nero in mezzo al ciel turchino, anche il corvo, anche il becchino, poverino, che lassù nel cimitero raspa raspa il giorno intiero.
Myricae di Giovanni Pascoli
Il piccolo aratore Scrive... (la nonna ammira): ara bel bello, guida l’aratro con la mano lenta; semina col suo piccolo marrello: il campo è bianco, nera la sementa. 5 D’inverno egli ara: la sementa nera d’inverno spunta, sfronza a primavera; fiorisce, ed ecco il primo tuon di marzo rotola in aria, e il serpe esce dal balzo.
Myricae di Giovanni Pascoli
La morte del Papa I “Oh! nonna! il Papa” uno gridò “sta male!” un seggiolaio che da Montebono salìa lungo Corsonna: “è sul giornale”. 5 Andava all’Alpe, dove più non sono che greggi erranti, e dove non si sente, fuor che di foglie al vento, altro frastuono; o il solitario scroscio del torrente dopo un’acquata, o il conversar tranquillo, presso le bianche nuvole, di gente, 10 che non si vede, intorno cui lo squillo de’ campanacci va per le pratina odorate di menta e di serpillo. La vecchietta filava. A lei vicina una sua pecorella da guadagno strappava ciuffi d’erba pannocchina. Essa filava all’ombra d’un castagno centenario, e parlava alla sua recchia. Infilato nel braccio era il cavagno. 20 E tra ch’ell’era dura un po’ d’orecchia, e che il cielo echeggiava di cicale, aspre dal sole, a mezzodì; la vecchia “Chi?” disse. “Il Papa”. “Il Papa, che?” “Sta male”.
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
I Filugelli CANTO PRIMO I Con chi partisci quell’esigua messe? La deve qualche luccioletta avere, che ti fa lume? o il ragno, che ti tesse? 5 o la formica? Le formiche nere t’han fatto il mucchio, che somiglia un poggio? E mezzo devi il grano del podere, e lo misuri: e il tuo ditale è il moggio. II T’han fatto, o Rosa, le formiche il mucchio. Ora partisci, benché sia d’aprile; San Marco, appunto; quando il gelso è in succhio. E il tuo grano è una polvere sottile e sembra nato tuttto in una zolla... Lo tribbiò il grillo dentro il suo cortile, e la vanessa ventilò la lolla. III 15 Te lo tribbiò le lunghe sere il grillo trillando acuto... Oppur codesto grano tu l’hai mietuto al regamo e al serpillo? O scosso t’hai nel cavo della mano l’urna del fiore dell’oblio, del fiore del dolce sonno? Vi s’udiva un vano scrosciar di pioggia in un lontano albore...
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
IV Ma sazi alfine i tuoi voraci allievi, or l’uno or l’altro, lasciano la foglia. Erano pigri, agili sono e lievi. 25 Vagano spinti da non so qual voglia. Talvolta alcuno qua e là s’arresta. Sembrano ciechi che da soglia a soglia vadano tentennando con la testa. V 30 Tu sai, tu vegli: a tempo tu facesti nella tua selva, o Rosa, quando c’eri pei primi funghi, irsute stipe e cesti. Rami d’ulivi, anche di meli e peri, anche di viti, tu serbasti insieme, e, quali alberi, piccoli ma veri, 35 gambi di rape, dopo colto il seme. VI Di questi rami ed alberi minori alzi in un tiepido angolo tranquillo un bosco secco senza foglie e fiori. 40 — Che rifiorisca? — par che rida il grillo. Non ride il ragno: egli fa pur le tele! Né l’ape ch’ama il regamo e il serpillo: tutto può darsi; ella fa pure il miele! 61 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Nuovi poemetti – Pietole IV tu sopra vieni; e ti si fanno incontro tutte, dai florei pascoli e dai bugni, l’api con suon d’avene e di campestri buccine e franto strepere di trombe; ecco e piegare al tuo passaggio i pioppi, i lunghi pioppi, con l’ondulamento d’opre che a tondo menino le falci; ecco e fiottare al tuo passaggio i campi d’orzo e di grano, come ad un fecondo soffio, in un lustro tremolìo di reste; e impazienti a te muggir le stalle chiuse; dall’aie a te squittir la forza fida dei cani; a te, dal pingue concio, rosso plaudir, battendo l’ale, il gallo: perché tu vieni ai dolci campi, ai noti fiumi, ritorni al tuo natio villaggio, alla tua gente ed alla tua tribù, V 70 VIRGILIO! O tu, cui partorì la madre nei campi, al sole, dentro un solco aperto dal curvo aratro per il pio frumento; o tu, che avesti per gemello un pioppo che si levò su tutti gli altri al cielo, sì che ai suoi rami si stessean le nubi: appiè del dio, chiuso nell’aureo musco, venìan le incinte, e i loro blandi voti s’unìan lassù col pigolìo dei nidi: o tu cui l’arnie, di cucite scorze o di tessuti lenti vinchi, all’ombra dell’oleastro, persuadeano il sonno col grave rombo, quando a te tra i fiori era la cuna: fiori d’ulivella, timbra e serpillo che lontano odora, e di viole scese a bere al fonte, al fonte che scivola molle e va; 55 60 65 75 80 85 121 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuovi poemetti di Giovanni Pascoli
O dove è il curvo bifolco? Trepida schiere ho vedute muovere squallide in umile cappa al luogo ov’è un solo che zappa. Zappa, non ara; zappa e non semina; talor con uno, pallido pallido e tacito, appresso; nell’ombra d’un lungo cipresso... L’uomo è men lieto della cutrettola: pensano e vanno, pensano e piangono; ed oggi più. Certo n’è causa quel campo deserto. Oh! là tra i tanti fiori che odorano, c’è il serpe. Io voglio domani al lugubre umano aratore, seguendone il solco “Fa cuore!”
Odi e inni di Giovanni Pascoli
L’ederella Prima che pur la primula, che i crochi, che le viole mammole, fiorisci tu, qua e là, veronica, coi pochi petali lisci. 5 Su le covette, sotto l’olmo e il pioppo, vai serpeggiando, e sfoggi la tua veste povera sì, sbiadita sì, ma, troppo, vedi, celeste. Per ogni luogo prodighi, per ogni tempo, te stessa, e chiami a te leggiera ogni passante per la via, che sogni la primavera. Ti guarda e passa. Tu non sei viola! Di sempre sei! Non hai virtù che piaccia! La gente passa, e tutti una parola gettano: Erbaccia! Tu non odori, o misera, e non frutti; né buona mai ti si credé, né bella mai ti si disse, pur tra i piedi a tutti, sempre, ederella!
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Odi e inni – Odi Ad una rócca Chi te, non grave scettro, bello, aureo, diritto, col tuo boccio colmo, tessé di bionda paglia e di porpora, nell’aia, all’ombra del grande olmo; 5 nei mesti giorni, che arrugginiscono le foglie, e il sole già si vela; che insegna e fregio fóssi sul candido corredo e l’odorosa tela? Nei giorni dolci, che i bovi e gli uomini e il sole, alfine un po’, riposa; per esulante vergine, o vergine giungente nuova all’uscio sposa, chi te, già prima, solingo e tacito, traendo la sorrisa bocca, formò di curve lucide gretole sul gambo d’avellano, o rócca? Te fece in una rupe d’un’isola, solingo oh! sì, tacito oh! come, uno chiamato sempre per numero, un prigioniero senza nome, ne’ suoi brevi ozi, quando gli attoniti occhi velava la sua pena, e come un lungo serpe all’immemore dormiva ai piedi la catena. 25 Oh! aie bianche nel plenilunio, spiranti vecchio odor di grano! Oh! rare e grandi fiere del prossimo villaggio, allor così lontano!
Odi e inni di Giovanni Pascoli
d’un palpito immenso risuona la notte. Tu credi, pastore, a fragore d’acquate. Serpeggia sui tetri burroni la fila dei muli tra i massi del fosco Belàh: scintillano a tratti i cannoni, tentennano i cofani ai passi: si va! si va! si va! si va! III I monti son irti di guglie, piramidi, coni: son chiuse da roccie le valli. Avanti! Quei punti là, neri... Pattuglie? sciacalli? Quei gridi... Nemici? leoni? Dal cielo che fulgido guarda quel muto brusìo, la Croce del Sud a te brilla... Oh! non a tua madre che forse con tarda pupilla tra gli astri va in cerca di Dio! Avanti sui neri burroni! Quaggiù, tutto ignoto; ed ignote le stelle lassù! Scintillano a tratti i cannoni, tentennan gli affusti e le ruote: mai più! mai più! mai più! mai più!
Odi e inni di Giovanni Pascoli
Allora io vidi, o Deliàs, con gli occhi, l’ultima volta. O Deliàs, la dea vidi, e la cetra della dea: con fila sottili e lunghe come strie di pioggia tessuta in cielo; iridescenti al sole. E mi parlò, grave, e mi disse: Infante! qual dio nemico a gareggiar ti spinse, uomo con dea? Chi con gli dei contese, non s’ode ai piedi il balbettìo dei bimbi, reduce. Or va, però che mite ho il cuore: voglio che il male ti germogli un bene. Sarai felice di sentir tu solo, tremando in cuore, nella sacra notte, parole degne de’ silenzi opachi. Sarai felice di veder tu solo, non ciò che il volgo vìola con gli occhi, ma delle cose l’ombra lunga, immensa, nel tuo segreto pallido tramonto. Disse, e disparve; e, per tentar che feci le irrequiete palpebre, più nulla io vidi delle cose altro che l’ombra, 130 pago, finché non m’apparisti al raggio della tua voce limpida, o fanciulla di Delo, o palma del canoro Inopo, sola tu del mio sogno anche più bella, maggior dell’ombra che di te serpeggia 135 nel mio segreto pallido tramonto. Ora a te sola ridirò le storie meravigliose, che sentii quel giorno come vie bianche lontanar tra i pioppi. E quale il tuo, che non maggior potevi, 140 tale il mio dono, né potrei maggiore; ché il bene in te qui lascerò, come ape che punge, e il male resterà più grave, grave sol ora, al tuo cantor, cui diede la Musa un bene e, Deliàs, un male! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poemi conviviali – L’ultimo viaggio 40 sferzava lor le groppe di serpente. Soli nel mare erano l’uomo e il nume; e il nume ergeva su l’ondate il torso largo, e scoteva il gran capo; e tra il nembo folgoreggiava il lucido tridente. E il Laertiade al cuore Suo parlava, ch’altri non v’era; e sotto avea la barra.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
e dove uomini in forma di leoni battean le lunghe code in veder noi, o non so dove. E vi ritorno. Io vedo che ciò che feci è già minor del vero. Voi lo sapete, che portaste al lido negli otri l’orzo triturato, e il vino color di fiamma nel ben chiuso doglio, che l’uno è sangue e l’altro a noi midollo. E spalmaste la pece alla carena, ch’è come l’olio per l’ignudo atleta; e portaste le gomene che serpi dormono in groppo o sibilano ai venti; e toglieste le pietre, anche portaste l’aerea vela; alla dormente nave, che sempre sogna nel giacere in secco, portaste ognun la vostra ala di remo; e ora dunque alla ben fatta nave che manca più, vecchi compagni? Al mare la vecchia nave: amici, ecco il timone”. Così parlò tra il sussurrìo dell’onde.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
LA CIVETTA “O tristi capi! O solo voci! O schiene vaie così come la biscia d’acqua! Via di costì!” gridava agro il custode della prigione. Era selvaggio il luogo, deserto, in mezzo della sacra Atene, con sue deformi catapecchie al piede di bigie roccie dalle strie giallastre, piene di buchi, verdeggianti appena qua e là di partenio e di serpillo. Il sole era sui monti, e nell’azzurro passava fosco a ora a ora un volo d’aspri rondoni che girava attorno, sopra la rocca, alla gran Dea di bronzo, forte strillando. Ed anche in terra un gruppo di su di giù correva, di fanciulli; strillando anch’essi. Ed ecco s’aprì l’uscio della casa degli Undici, e il custode alzò dal tetro limitar la voce. Egli diceva: “È per voi scianto ancora? Ieri da Delo ritornò la nave sacra, e le feste sono ormai finite. Non è più tempo di legar col refe gli scarabei! Non più, di fare a mosca di bronzo!” Un poco più lontano il branco trasse, in silenzio. Poi gridarono: “Ohe? che parli tu di scarabei, di mosche? È una civetta”. In vero una civetta tutta arruffata era nel pugno a Gryllo figlio di Gryllo facitor di scudi, ch’era il più grande. Ma l’avea pocanzi in un crepaccio Hyllo predata, il figlio d’Hyllo vasaio, ch’era il più piccino. In un crepaccio della bigia rupe, sotto un cespuglio di parietaria,
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
fuga, tumulto, e scrosci di foreste schiantate e grosso crepitar di fiamme. Era un serpente enorme che con torve spire seguiva, e i culti campi largamente prostrava e sradicava i boschi e con la coda distruggea le intere città; che tutto con la bocca ardente dava alle fiamme, insieme, ed alla morte. Era la violenta idra straniera, la sventura d’Italia, che d’allora avrebbe osato rompere i confini sacri, in eterno, e sulla devastata terra l’immane corpo arrotolare e covar sopra ceneri di messi e sopra roghi di città distrutte. Allora in prima il mal serpente infranse, per farsi via, le rupi ond’è costrutto, insino al cielo, il Termine d’Italia; Termine immenso che da mare a mare, col fondamento nel lor fondo, incurva sé stesso e sembra, a Dio caduto, un arco. Allora in prima con le spade in mano guizzanti, voi sbalzaste su, Taurini, e sulla soglia della patria terra gettaste il sangue, sin d’allor col sangue segnando il patto con il vostro fato. Ma voi vedeste chi, le italiche Alpi, da questa Italia le ascendea Romano; ma voi vedeste poi le italiche armi oltre i confini propagar la pace del giusto Lazio. In mezzo a voi, Taurini, come nel marmo in cui la vita scorra, Cesare apparve. Nel paludamento imperiale ei conducea l’Alauda fulva le chiome: intorno a lui le scuri nei fasci, e i pili della sua coorte.
Poemi del Risorgimento di Giovanni Pascoli
freddo, gelato, nulla c’è che splenda; il posto buono per la pesca, il luogo mobile oscuro ove s’accoglie il pesce, nei frangenti, tra pazze onde che s’urtano, nell’infinito dell’oceano, è un punto grande due volte quella stanza appena. Or la notte, in decembre, tra la bruma e i marosi, ne va, di maestria e di pazienza, a calcolare il vento e la marea, timoneggiar sicuri per rincontrar quel punto in quel deserto. Strisciano lungo i fianchi orride l’onde come verdi serpenti, e il cupo vortice nelle sue spire smisurate aggirasi, e spaventati fa cigolar gli argani e fischiar le carrucole e le gomene. Egli pensa a Lucia di tra la notte dal freddo mar. Lucia lo chiama e piange. Ed ecco nella oscurità s’incontrano i lor pensieri, come uccelli in via.
Poesie varie di Giovanni Pascoli
Giovanni Verga     Don Candeloro e C.i Le marionette parlanti Si  rappresenta Come il MESCHINO andò per le CAVERNE E trovò MACCO in forma di SERPENTE Col  quale  parlò E giunse alla PORTA della Fata Indi  farsa  con Pulcinella Il cartellone portava dipinto il Meschino, armato di tutto punto contro un drago verde, il quale vomitava delle lettere rosse che dicevano: Ebbi nome  MACCO ,  e  andai  facendo  male  sin  da  piccino:  tutta  opera  di  don Candeloro, il quale dipingeva anche le scene, suonava la gran cassa, vestiva i burattini e li faceva parlare, aiutato dalla moglie e dai cinque figliuoli, talché in certe rappresentazioni c’erano fin venti e più personaggi sulla scena, combattimento ad arma bianca, musica e fuochi di bengala, che chiamavano gran gente. Diciamo cinque figliuoli, però uno di essi veramente era figlio non si sa di chi, raccolto da don Candeloro sulla pubblica via per carità, ed anche perché aiutasse a lavare i piatti, suonar la tromba e chiamar gente, vestito da pagliaccio, all’ingresso del teatro. – Martino, fate vedere i vostri talenti, e ringraziate questi signori. Martino voltava la groppa, si buttava a quattro zampe e imitava il raglio dell’asino. Egli era il buffo della Compagnia, faceva il solletico alle donne, e andava a cacciare il naso fra le assi del dietro scena, mentre si vestivano per la farsa. Colla ragazza poi inventava cento burlette che la facevano ridere, e le mettevano come una fiamma negli occhi ladri e sulla faccia lentigginosa. – Be’, Violante, vogliamo rappresentare al vivo la scena fra Rinaldo e Armida? Una volta che don Candeloro lo sorprese a far la prova generale colla sua figliuola, la quale si accalorava anch’essa nella parte, e abbandonavasi su di un mucchio di cenci, quasi fossero le rose del giardino incantato, amministrò a tutti e due tal salva di calci e schiaffi da farne passare la voglia anche a dei gatti in gennaio. – Ah bricconi! Ah traditori! V’insegno io!... – La Violante ne portò un pezzo il segno sulla guancia. Ma ormai aveva preso gusto alle monellerie di Martino, sicché andava a cercarlo apposta dietro le quinte, fra le scene arrotolate, e i cassoni delle marionette, mentre lui smoccolava i
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
passava a picchiare di porta in porta, per chiamare i compagni. Però, come giunsero sul lido, davanti al mare nero, dove si specchiavano le stelle, e che russava lento sul greto, e si vedevano qua e là le lanterne delle barche, anche ‘Ntoni si sentì allargare il cuore. – Ah! esclamò stirandosi le braccia. È una bella cosa tornare a casa sua. Questa marina qui mi conosce. – Già padron ‘Ntoni diceva sempre che un pesce fuori dell’acqua non sa starci, e chi è nato pesce il mare l’aspetta. Nella paranza lo canzonavano perché la Sara l’aveva piantato, mentre serravano le vele, e la Carmela vogava in tondo lenta lenta, lasciandosi dietro le reti come la coda di un serpente. – “Carne di porco ed uomini di guerra durano poco”, dice il proverbio; per questo Sara ti ha piantato. – “Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano”; aggiunse lo zio Cola. – Delle innamorate ne ho quante ne voglio, rispose ‘Ntoni; a Napoli mi correvano dietro come i cagnolini. – A Napoli ci avevi il vestito di panno, e il berretto collo scritto, e le scarpe ai piedi, disse Barabba. – Che ci son delle belle ragazze come qui, a Napoli? – Le belle ragazze di qui non sono degne di portargli le scarpe, a quelle di Napoli. Io ne avevo una colla veste di seta, e nastri rossi nei capelli, il corsetto ricamato, e le spalline d’oro come quelle del comandante. Un bel pezzo di ragazza così, che portava a spasso i bambini dei padroni, e non faceva altro. – Bello stare deve essere da quelle parti! osservò Barabba. – A voi di sinistra! fermi i remi! gridò padron ‘Ntoni. – Sangue di Giuda! che mi fate andare la paranza sulle reti! cominciò a strillare lo zio Cola dal timone. La volete finire colle chiacchiere; stiamo qui a grattarci la pancia, o a fare il mestiere? – È la maretta che ci accula; disse ‘Ntoni. – Staglia da quella parte, figlio di porco, gli gridò Barabba; colle regine che ci hai in testa ci fai perdere la giornata! – Sacramento! rispose allora ‘Ntoni col remo in aria, se lo dici un’altra volta, te lo do sulla testa. – Che novità è questa? saltò su lo zio Cola dal timone, l’hai imparato da soldato, che non si può dire più una parola? – Allora me ne vado; rispose ‘Ntoni.
I Malavoglia di Giovanni Verga
fuori dalla stoppa anche noi; e se le anime del Purgatorio ci aiutano a levarci il debito dei lupini, si potrà cominciare a pensare alle altre cose. Tuo nonno non ci dorme, sta tranquilla, e quanto a questo non ve lo farà sentire che avete perso il padre, ché è come un altro padre, lui. Poco dopo arrivò padron ‘Ntoni carico di reti, che pareva una montagna, e non gli si vedeva la faccia. – Son venuto a riprenderle dalla paranza, disse, e bisogna riveder le maglie giacché domani armeremo la Provvidenza. – Perché non vi siete fatto aiutare da ‘Ntoni? gli rispose Maruzza tirando per un capo, mentre il vecchio girava in mezzo al cortile come un arcolaio, per dipanare le reti che non finivano più, e pareva un serpente colla coda. – L’ho lasciato di là, da mastro Pizzuto. Povero ragazzo, ha da lavorare tutta la settimana! E’ fa caldo anche in gennaio con quel po’ di roba sulle spalle. Alessi rideva del nonno, vedendolo così rosso e curvo come un amo, e il nonno gli disse: – Guarda che qui fuori c’è quella povera Locca; suo figlio è in piazza senza far nulla, e non hanno da mangiare. – Maruzza mandò Alessi dalla Locca, con quattro fave, e il vecchio, asciugandosi il sudore colla manica della camicia, soggiunse: – Ora che ci abbiamo la nostra barca, se arriviamo all’estate, coll’aiuto di Dio, lo pagheremo il debito. – Ei non sapeva dir altro, e guardava le sue reti, seduto sotto il nespolo, come se le vedesse piene. – Adesso bisogna far la provvista del sale, prima che ci mettano il dazio, se è vero,  –  andava  dicendo  colle  mani  sotto  le  ascelle.  Compare Zuppiddu lo pagheremo coi primi denari, ed egli mi ha promesso che allora ci darà a credenza la provvista dei barilotti. – Nel canterano ci sono cinque onze della tela di Mena; aggiunse Maruzza. – Bravo! con lo zio Crocifisso non voglio farci più debiti, perché non me lo dice il cuore dopo l’affare dei lupini; ma trenta lire ce le darebbe per la prima volta che andiamo in mare colla Provvidenza. – Lasciatelo stare! esclamò la Longa, i danari dello zio Crocifisso portano disgrazia! Anche stanotte ho sentito cantare la gallina nera! – Poveretta! esclamò il vecchio sorridendo, al vedere la gallina nera che passeggiava pel cortile colla coda in aria e la cresta sull’orecchio, come se non fosse fatto suo. Essa fa pure l’uovo tutti i giorni. Allora Mena prese la parola e si affacciò sull’uscio – Ce n’è un paniere pieno, di uova, aggiunse, e lunedì, se compare Alfio va a Catania, potete mandare a venderle al mercato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Malavoglia di Giovanni Verga
questi birri qui!”; e ruminando come potesse fare a tenerseli amici andò all’osteria, dove lo zio Santoro gli disse che non s’erano visti né Rocco Spatu né Cinghialenta, e passò dalla cugina Anna, la quale poveretta non aveva dormito, e stava sulla porta guardando di qua e di là, colla faccia pallida. Lì davanti incontrò pure la Vespa, la quale veniva a vedere se comare Grazia ci avesse un po’ di lievito, per caso. – Ho incontrato or ora compare Mosca; disse allora lui per far quattro chiacchiere. – Era senza il carro, e scommetto che andava a ronzare nella sciara, dietro l’orto della Sant’Agata. “Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio”. – Bella santa da attaccarsi al muro, quella Mena! cominciò a sbraitare la Vespa, la vogliono dare a Brasi Cipolla, e seguita a civettare con questo e con quello! – Puh! che porcheria! – Lasciatela fare! lasciatela fare! così gli altri conosceranno che roba è, e apriranno gli occhi. Ma non lo sa compare Mosca che vogliono darle Brasi Cipolla? – Sapete come sono gli uomini, se c’è una fraschetta che li guarda, le corrono tutti dietro per divertirsi. Ma poi, quando vogliono far sul serio, cercano una come m’intendo io. – Compare Mosca dovrebbe prendere una come voi. – Io non ci penso per ora a maritarmi; ma certo che da me ci troverebbe quel che ci vuole. A buon conto il mio pezzo di chiusa ce l’ho, e nessuno ci tiene le unghie addosso, come la casa del nespolo, che se soffia la tramontana se la porta via. Questa sarebbe da vedere, se soffia la tramontana! – Lasciate fare! lasciate fare! che non è sempre bel tempo, e il vento se le porta all’aria le frasche. Oggi ho da parlare con vostro zio Campana di legno, per quell’affare che sapete. Campana di legno era proprio ben disposto per parlare di quell’affare che non finiva più, e “le cose lunghe diventano serpi”. Padron ‘Ntoni gli cantava sempre che i Malavoglia erano galantuomini, e avrebbero pagato, ma ei voleva poi vedere di dove li avrebbero scavati i denari. Già nel paese si sapeva quel che possedeva ciascuno, fino all’ultimo centesimo, e quei galantuomini dei Malavoglia, magari a vendersi l’anima al turco, non avrebbero potuto pagare nemmeno la metà, di lì a Pasqua; e per prendersi la casa del nespolo ce ne voleva della carta bollata, e delle altre spese, questo lo sapeva, e avevano ragione don Giammaria e lo speziale quando parlavano del Gover-
I Malavoglia di Giovanni Verga
– No, non mi tentate, Casalengo! Sapete che mi chiamano Carmen! Il vostro amico è “biondo e bello e di gentile aspetto”; è ingenuo, timido e cavalleresco... ritorna adesso dagli antipodi... Insomma, mi piace assai. Non voglio conoscerlo. – Essa gliel’aveva detto! Invece Casalengo credeva che scherzasse: leggerezza, vanità, orgoglio d’amante che fosse stato in lui; cecità di stolto che Dio voglia perdere; incanto di quelle labbra che avrebbero fatto commettere qualsiasi sciocchezza per vederle sorridere ancora in siffatta maniera; distrazione procuratagli dai monili serpentini che tintinnavano scorrendo giù pel braccio nudo, il quale levavasi minaccioso, col dito rivolto al cielo: – Guardate, Casalengo! C’è un Dio lassù per queste cose!... Ma quando lui, col sorriso fatuo che gli segnava già le prime rughe sottili accanto agli occhi, s’ostinò a fare la presentazione: – Il mio amico Aldini... – Essa rispose semplicemente: – Gli amici dei nostri amici... – E stese la mano al nuovo arrivato con tanta cordialità, così lieta di scorgere nel giovanetto l’omaggio di un grande imbarazzo, che volle pure ringraziarne Casalengo con un’occhiata rapida: un’occhiata in cui era il sorriso del diavolo. Aldini, che aveva sentito parlare sino a Zanzibar della gran passione per cui il suo amico Casalengo s’era giuocate le spalline di comandante, provava adesso una certa sorpresa dinanzi a quella donna che non aveva poi nulla d’estraordinario. Un viso delicato e pallido, come appassito precocemente, come velato da un’ombra, dei grandi occhi parlanti, in cui era della febbre, dei capelli morbidi e folti, posati mollemente in un grosso nodo sulla nuca, e il bel fiore carnoso, della bocca – la bocca terribile – come dicevano amici e gelosi. Ma lo turbava il profumo mondano, la carne mortificata dalla gran vita, che traspariva fra le trine preziose, il segno che il braccialetto le lasciava sulla pelle delicata – e gli dava un gran da fare per non mangiarsela cogli occhi. Ella se ne avvide, e mise cinque minuti buoni a infilarsi il guanto, in premio  dell’ammirazione  muta  che  le  tributavano  gli  occhi  sinceri  del giovinetto, i rossori fugaci, le parole mozze... Da abbracciarlo, lì, dinanzi a tutti quanti! E gli lasciò in pegno il ventaglio, tornando a ballare il valzer – un legame, lo scettro della sultana. – Eccoti comandato... servizio particolare! – gli disse Casalengo ridendo. – Se avevi qualche impegno, ti scuserò io, caro Riccardo...
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
– Non temere... no! – rispose lui con la voce grossa. All’udir gente nella piazzetta, dal portone dei Trao, che rimbombò come una cannonata, uscì correndo don Luca: – Signor barone!... sta per morire vostro cugino don Diego!... solo come un cane!... Non c’è nessuno in casa!... Rimpetto al palazzo nero e triste dei Trao splendeva il balcone lucente dei Margarone, e in quella luce disegnavasi l’ombra di donna Fifì, rammentandogli un’altra ombra che soleva aspettarlo altra volta alla finestra del palazzo smantellato. Don Ninì se ne andò frettoloso, a capo chino, portandosi seco negli occhi i ricordi di quella finestra chiusa e senza lume. – Bella porcheria!... Me lo lasciano sulle spalle!... a me solo! – brontolò don Luca tornando nella camera del moribondo. Don Ferdinando stava seduto a piè del letto, senza dir nulla, simile a una mummia. Di tanto in tanto andava a guardare in viso suo fratello; guardava poi don Luca, stralunato, e tornava a chinare il capo sul petto. Alla sfuriata del sagrestano però si rizzò all’improvviso, quasi gli avessero dato uno scossone, e domandò piano, con la voce assonnata di uno che parli in sogno: – Dorme? – Sì, dorme!... Andate a dormire voi pure, se volete!... Ma l’altro non si mosse. Il malato da prima voleva sapere ogni momento che ora fosse; poi, verso mezzanotte, non domandò più nulla. Stava cheto, col naso contro il muro, e la coperta sino alle orecchie. Grazia, di ritorno, aveva accostato l’uscio, messo il lume accanto, sul tavolino, ed era andata a dare una occhiata a casa sua. Il marito si accomodò alla meglio su due sedie. Don Ferdinando, di tratto in tratto, si alzava di nuovo, in punta di piedi, si chinava sul letto, simile a un uccello di malaugurio, e tornava a domandare piano, all’orecchio di don Luca: – Che fa? dorme? – Sì! sì!... Andate a dormire voi pure!... andate! E l’accompagnò lui stesso in camera sua, per liberarsi almeno da quella noia. Don Ferdinando sognava che il cane nero dei vicini Motta gli si era accovacciato sul petto, e non voleva andarsene, per quanto egli cercasse di svincolarsi e di gridare. La coda del cane, lunga, lunga che non finiva più, gli si era attorcigliata al collo e alle braccia, al pari di un serpente, e lo stringeva, soffocandolo, gli strozzava la voce in gola, quando udì un’altra voce che lo fece balzare dal letto, con una gran palpitazione di cuore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Scusatemi, io so parlare col cuore in mano... tale e quale come m’ha fatta mia madre... Ora che siete padre anche voi, don Gesualdo, capirete quel che devo averci in cuore... che spina... che tormento!... Guardava ora la nipote ed ora suo marito cogli occhi acuti, col sorriso semplice e buono che le avevano insegnato i genitori pei negozi spinosi. Don Gesualdo stava a sentire tranquillamente. Bianca, imbarazzata da quell’esordio, colla figliuoletta in grembo, sembrava una statua di cera. – Saprete le chiacchiere che corrono, di Ninì con quella comica? Bene. Di ciò non mi darei pensiero. Non è la prima e l’ultima. Suo padre, buon’anima, era fatto anch’esso così. Ma sinora gli ho impedito di commettere qualche sciocchezza. Adesso però ci sono di mezzo i birboni, i cattivi compagni... Senti, Bianca, io, la mia figliuola, non l’avrei data da battezzare a quel canonico lì!... Bianca, sbigottita, muoveva le labbra smorte senza arrivare a trovar parole. Don Gesualdo invece aveva fatto la bocca a riso, come la baronessa scappò in quell’osservazione. Essa, udendo che tornava gente, gli domandò infine apertamente: – Ditemi la verità. V’ha fatto chiedere del denaro in prestito, eh?... Gliene avete dato? Don Gesualdo rideva più forte. Poi vedendo che la baronessa diveniva rossa come un peperone, rispose: – Scusate... scusate... Se mai... Perché non lo domandate a lui?... Questa è bella!... Io non sono il confessore di vostro figlio... Mèndola irruppe nella camera narrando fra le risate la scena che aveva avuta con quell’orso di don Ferdinando il quale non voleva venire a far la pace col cognato. La Rubiera, senza dir altro, asciugavasi le labbra col fazzoletto ancora appiccicoso di dolciume, mentre i parenti toglievano commiato. Nell’andarsene ciascuno aveva una parola d’elogio sul modo in cui erano andate le cose. Donna Marianna diceva alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire anche lei, per non dar nell’occhio, per far tacere le male lingue... L’altra rispose con un’occhiataccia che donna Agrippina colse al volo: – M’è giovata assai! Serpi sono! Non vi dico altro. Ci siam messa la vipera nella manica!... Vedrete poi... Don Gesualdo, rimasto solo colla moglie, tracannò di un fiato un gran bicchiere di acqua fresca, senza dir nulla. Bianca, disfatta in viso, quasi fosse per sentirsi male, seguiva ogni suo movimento con certi occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno la bambina. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Tè, vuoi bere? – disse lui. – Devi aver sete anche tu. Ella accennò di sì. Ma il bicchiere le tremava talmente nelle mani che si versò tutta l’acqua addosso. – Non importa, non importa, – aggiunse il marito. – Adesso nessuno ci vede. E si mise ad asciugare il lenzuolo col fazzoletto. Poi tolse in braccio la bambina che vagiva, ballottandola per farla chetare, portandola in giro per la camera. – Hai visto, eh, che gente? che parenti affezionati? Ma tuo marito non se lo mettono in tasca, no. Fuori, nella piazza, tutti i vicini erano affacciati per vedere uscire gli invitati. Alla finestra dei Margarone, laggiù in fondo, al di sopra dei tetti, c’era pure dell’altra gente che faceva capolino ogni momento. La Rubiera cominciò a salutare da lontano, col ventaglio, col fazzoletto, mentre discorreva col marchese Limòli, talmente accesa che sembrava volessero accapigliarsi. – Razze di serpi, sono! Cime di birbanti! Se lo mangiano in un boccone quello scomunicato di mio figlio!... Ma prima l’ha da fare con me! Sentite, accompagnatemi un momento dai Margarone... È un pezzo che non ci vediamo... Infine non è un motivo per romperla con dei vecchi amici... una ragazzata... Voi siete un uomo ammodo... e alle volte... una parola a proposito... Venne ad aprire donna Giovannina con tanto di muso. Si vedeva in fondo l’uscio del salotto buono spalancato; tolte le fodere ai mobili. Un’aria di cerimonia insomma. – Che c’è? – chiese il marchese entrando. – Cosa accade? – Io non so nulla! – esclamò donna Giovannina la quale sembrava sul punto di scoppiare a piangere. – Ci sarà gente di là, credo; ma io non ne so nulla. – Povera bambina! povera bambina! – Il marchese indugiava in anticamera, accarezzando la ragazza. Le aveva preso con due dita il ganascino da canonico, ammiccando con malizia, guardandosi intorno per dirle sottovoce: – Che vuoi farci? Pazienza! Chi primo nasce primo pasce. Ci sarà donna Fifì, colla mamma, a ricevere le visite, eh? Don Bastiano, eh? il Capitan d’Arme?...
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
zione di mia madre se gli è toccata questa fortuna!... Dunque farai il possibile per indurlo ad accordarmi questa dilazione? – E tu cosa gli hai detto? – domandò don Gesualdo trovando la moglie ancora agitata dopo quella visita. – Nulla... Non so... Mi son sentita male... – Bene. Hai fatto bene. Sta tranquilla che agli affari ci penso io. Serpi nella manica sono i parenti... Hai visto? Cercano di te, solo quando ne hanno bisogno; ma del resto non gli importa di sapere se sei morta o viva. Lascia fare a me che la risposta gliela mando coll’usciere, a tuo cugino... Così era venuto quel matrimonio, ché il barone Rubiera prima aveva messo sottosopra cielo e terra per trovare i denari da pagare don Gesualdo; e infine donna Giuseppina Alòsi, la quale aveva delle belle terre al sole, aveva dato l’ipoteca. Don Gesualdo, ottenuta la sua brava iscrizione sulle terre, non parlò più di aver bisogno del denaro. – Col tempo... – confidò alla moglie. – Lasciali tranquilli. Loro non pagano né frutti né capitali, e col tempo quelle terre serviranno per la dote d’Isabella. Che te ne pare? Non è da ridere? Lo zio Rubiera che pensa a mettere insieme la dote della tua figliuola!... Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da solo a solo con sua moglie, quando era contento della sua giornata, prima di coricarsi, mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia. A quattr’occhi con lei mostravasi proprio quel che era, bonaccione, colla risata larga che mostrava i denti grossi e bianchi, passandosi anche la lingua sulle labbra, quasi gustasse già il dolce del boccone buono, da uomo ghiotto della roba. Isabella fatta più grandicella passò dal Collegio di Maria al primo educatorio di Palermo. Un altro strappo per la povera mamma che temeva di non doverla più rivedere. Il marito, onde confortarla, in quello stato, le disse: – Vedi, noi ci ammazziamo per fare il suo meglio, ciascuno come può, ed essa un giorno non penserà neppure a noi. Così va il mondo. Anzi devi metterti in testa che tua figlia non puoi averla sempre vicina. Quando si marita anderà via dal paese. Qui non ce n’è uno che possa sposarla, colla dote che le darò. Se ho fatto tanto per lei, voglio almeno sapere a chi lo dò il sangue mio. Adesso che ti parlo è già nato chi deve godersi il frutto delle mie fatiche, senza dirmi neppure grazie... Aveva il cuore grosso anche lui, poveraccio, e se sfogavasi a quattr’occhi colla moglie alle volte, per discorrere, non si rifiutava però a fare ciò
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
tragedia a casa sua!... Padre e madre in una notte... fulminati dal colèra!... Nessuno ha il mio cuore, no!... Una povera donna senza aiuto e che non sa dove andare!... Se mi date la chiave delle due camerette che avete laggiù a Mangalavite, vicino alla vostra casina!... le camere del palmento... Siete il solo parente a cui ricorrere, voi, don Gesualdo!... – Sì, sì, – rispose lui – ma non lo dite agli altri... – Glielo dirò anzi!... Voglio rinfacciarlo a tutti quanti, se campo! Capitolo secondo Quella che chiamavano la casina, a Mangalavite, era un gran casamento annidato in fondo alla valletta. Isabella dalla sua finestra vedeva il largo viale alpestre fiancheggiato d’ulivi, la folta macchia verde che segnava la grotta dove scorreva l’acqua, le balze in cui serpeggiava il sentiero, e più in su l’erta chiazzata di sommacchi, Budarturo brullo e sassoso nel cielo che sembrava di smalto. La sola pennellata gaia era una siepe di rose canine sempre in fiore all’ingresso del viale, dimenticate per incuria. Pei dirupi, ogni grotta, le capannuccie nascoste nel folto dei fichidindia, erano popolate di povera gente scappata dal paese per timore del colèra. Tutt’intorno udivasi cantare i galli e strillare dei bambini; vedevansi dei cenci sciorinati al sole, e delle sottili colonne di fumo che salivano qua e là, attraverso gli alberi. Verso l’avemaria tornavano gli armenti negli ovili addossati al casamento, branchi interi di puledri e di buoi che si raccoglievano nei cortili immensi. Tutta la notte poi era un calpestìo irrequieto, un destarsi improvviso di muggiti e di belati, uno scrollare di campanacci, un sito di stalla e di salvatico che non faceva chiudere occhio ad Isabella. Di tanto in tanto correva una fucilata pazza per le tenebre, lontano; giungevano sin laggiù delle grida selvagge d’allarme; dei contadini venivano a raccontare il giorno dopo di aver sorpreso delle ombre che s’aggiravano furtive sui precipizi; la zia  Cirmena  giurava  di  aver  visto  dei  razzi  solitarii  e  luminosi  verso Donferrante. E subito spedivano gente ad informarsi se c’erano stati casi di colèra. Il barone Zacco, ch’era da quelle parti, rispondeva invece che i fuochi si vedevano verso Mangalavite. Don Gesualdo, meno la paura dei razzi che si vedevano la notte, e il sospetto di ogni viso nuovo che passasse pei sentieri arrampicati lassù sui greppi, ci stava come un papa, fra i suoi armenti, i suoi campi, i suoi conta-
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Il signor Polidori, e la signora Rinaldi si amavano – o credevano di amarsi – ciò che è precisamente la stessa cosa, alle volte; e in verità, se mai l’amore è di questa terra, essi erano fatti l’uno per l’altro: Polidori si godeva quarantamila lire di entrata, e una pessima riputazione di cattivo soggetto, la signora Rinaldi era una donnina vaporosa e leggiadra, e aveva un marito che lavorava per dieci, onde farla vivere come se possedesse quarantamila lire di rendita. Però sul conto di lei non era corsa la più innocente maldicenza, sebbene tutti gli amici di Polidori fossero passati in rivista, col fiore all’occhiello, dinanzi alla fiera beltà. Finalmente la fiera beltà era caduta – il caso, la fatalità, la volontà di Dio, o quella del diavolo, l’avevano tirata pel lembo della veste. Quando si dice cadere intendesi che aveva lasciato cadere sul Polidori quel primo sguardo languido, molle, smarrito, che fa tremare le ginocchia al serpente messo in agguato sotto l’albero della seduzione. Le cadute a rotta di collo son rare, e alle volte fanno scappare il serpente. La signora Rinaldi, prima di scendere da un ramo all’altro, voleva vedere dove metteva i piedi, e faceva mille graziose moine col pretesto di voler fuggire verso le cime alte. Da circa un mese ella si era appollaiata sul ramoscello della corrispondenza epistolare, ramoscello flessibile e pericoloso, agitato da tutte le aurette profumate. – Avevano cominciato col pretesto di un libro da chiedere o da restituire, di una data da precisare, o che so io – la bella avrebbe voluto fermarvisi un pezzo, su quel ramo, a cinguettare graziosamente, perché le donne cinguettano sempre a meraviglia, così cullandosi fra il cielo e la terra; Polidori, il quale aveva vuotato il sacco, divenne presto arido, laconico, categorico che era una disperazione. La poveretta chiuse gli occhi e le ali, e si lasciò scivolare un altro po’. – Non ho letto la vostra lettera; né voglio leggerla! – gli disse incontrandolo all’ultimo ballo della stagione, mentre seguivano la fila delle coppie. – Giacché non volete essere quello che vi avevo ideato, lasciatemi rimanere quale voglio essere io. Polidori la fissava serio serio, tormentandosi i baffi, ma colla fronte china. Gli altri ballerini che non avevano nessuna ragione per stare a chiacchierare nel vano dell’uscio, li spingevano verso il salone. La donna arrossì, quasi fosse stata sorpresa in un abboccamento secreto con lui. Polidori – il serpente – notò quella vampa fugace. – Sapete che vi obbedirò ad ogni costo, rispose semplicemente.
Novelle sparse di Giovanni Verga
La brezza del lago fece vacillare tutta notte le fiammelle dei candelabri posti sul caminetto di lei, che si guardava nello specchio per delle ore intere, senza vedersi, con occhi fissi, arsi dalla febbre. Il signor Polidori passeggiava da un pezzo pel viale deserto in un’ora mattutina che gli ricordava un convegno di caccia; non si accorgeva del paesaggio incantevole per altra cosa che per sprofondarvi delle lunghe occhiate impazienti. Di tratto in tratto si fermava in ascolto, e rizzava il capo proprio come un levriere. Finalmente si udì un passo leggiero e timido di selvaggina elegante. Maria giungeva, e appena scorse Polidori, sebbene sapesse di trovarlo là, si arrestò all’improvviso, sgomenta, immobile come una statua. Il suo fine profilo arabo sembrava tagliare il velo fitto. Polidori, a capo scoperto, si inchinò profondamente, senza osare di toccarle la mano, né di rivolgerle una sola parola. Ella, anelante, turbata, sentiva per istinto quanto fosse imbarazzante il silenzio: – Sono stanca! mormorò con voce rotta. – L’emozione la soffocava. Così dicendo seguitò ad inoltrarsi pel viale che saliva serpeggiando per la china del monte, ed ei le andava accanto, senza parlare, soggiogati entrambi da una forte commozione. Così giunsero ad una specie di monumento funerario. Maria si fermò ad un tratto appoggiando le spalle alla roccia e col viso fra le mani. Infine scoppiò in lagrime. Allora ei le prese le mani, e vi appoggiò lievemente le labbra, come uno schiavo. Allorché sentì finalmente che il tremito di quelle povere manine andava calmandosi, le disse piano, ma con un’intonazione ineffabile di tenerezza: – Dunque vi faccio paura? – Voi non mi disprezzate ora? disse Maria. – Non è vero? Egli giunse le mani, in un’espressione ardente di passione ed esclamò: – Io? Disprezzarvi io? Maria sollevò il viso disfatto e lo fissò con occhi sbarrati, e colle lagrime ancora sul viso mormorava confusamente parole insensate: – È la prima volta!... ve lo giuro! Ve lo giuro, signore!... – Oh! esclamò Polidori con impeto. – Perché mi dite questo? a me che vi amo? che vi amo tanto! Quelle parole vibravano come cosa viva dentro di lei; un’istante ella se le premé forte colle mani dentro il petto, chiudendo gli occhi; ma immediatamente le avvamparono in viso, come avessero compito in un lampo tutta la circolazione del suo sangue, e le avessero arso tutte le vene. – No! no!
Novelle sparse di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giuseppe Parini   Il Giorno (I redazione) 865 Fa gemer Latte dall’inciso capo De’ papaveri suoi perchè, qualora Non ben felice amor l’alma t’attrista, Lene serpendo per le membra, acqueti A te gli spirti, e ne la mente induca 870 Lieta stupidità che mille aduni Imagin dolci e al tuo desìo conformi. A questi arnesi il Cannocchiale aggiugni, E la guernita d’oro anglica Lente. Quel notturno favor ti presti allora 875 Che in teatro t’assidi, e t’avvicini Gli snelli piedi e le canore labbra Da la scena rimota, o con maligno Occhio ricerchi di qualch’alta loggia Le abitate tenebre, o miri altrove 880 Gli ognor nascenti e moribondi amori De le tenere Dame onde s’appresti Per l’eloquenza tua nel dì vicino Lunga e grave materia. A te la Lente Nel giorno assista, e de gli sguardi tuoi 885 Economa presieda, e sì li parta, Che il mirato da te vada superbo, Nè i malvisti accusarti osin giammai. La Lente ancora all’occhio tuo vicina Irrefragabil giudice condanni 890 O approvi di Paladio i muri e gli archi O di Tizian le tele: essa a le vesti, Ai libri, ai volti feminili applauda Severa o li dispregi. E chi del senso Comun sì privo fia che opporsi unquanco 895 Osi al sentenziar de la tua Lente? Non per questi però sdegna, o Signore, Giunto a lo specchio, in gallico sermone Il vezzoso Giornal; non le notate Eburnee Tavolette a guardar preste 900 Tuoi sublimi pensier fin ch’abbian luce Doman tra i begli spirti; e non isdegna Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Giorno di Giuseppe Parini
Gran Semidèo che a sè solo somiglia. Fama è così, che il dì quinto le Fate Loro salma immortal vedean coprirsi Già d’orribili scaglie, e in feda serpe Volta strisciar sul suolo a sè facendo De le inarcate spire impeto e forza; Ma il primo sol le rivedea più belle Far beati gli amanti, e a un volger d’occhi Mescere a voglia lor la terra e il mare. Fia d’uopo ancor, che da le lunghe cure T’allevj alquanto, e con pietosa mano Il teso per gran tempo arco rallenti. Signore, al Ciel non è più cara cosa Di tua salute: e troppo a noi mortali È il viver de’ tuoi pari util tesoro. Tu adunque allor che placida mattina Vestita riderà d’un bel sereno Esci pedestre, e le abbattute membra All’aura salutar snoda e rinfranca. Di nobil cuojo a te la gamba calzi Purpureo stivaletto, onde il tuo piede Non macchino giammai la polve e ‘l limo, Che l’uom calpesta. A te s’avvolga intorno Leggiadra veste che sul dorso sciolta Vada ondeggiando, e tue formose braccia Leghi in manica angusta a cui vermiglio O cilestro velluto orni gli estremi. Del bel color che l’elitropio tigne Sottilissima benda indi ti fasci La snella gola: E il crin... Ma il crin, Signore, Forma non abbia ancor da la man dotta Dell’artefice suo; che troppo fora, Ahi! troppo grave error lasciar tant’opra De le licenziose aure in balìa. Non senz’arte però vada negletto Su gli omeri a cader; ma, o che natura A te il nodrisca, o che da ignota fronte
Il Giorno di Giuseppe Parini
I muscoli giocar soavi e molli: E le grazie, piegandosi dintorno, Vestiran nuove forme, or da le dita Fuggevoli scorrendo, ora su l’alto De’ bei nodi insensibili aleggiando, Et or de le pozzette in sen cadendo, Che dei nodi al confin v’impresse Amore. Mille baci di freno impazienti Ecco sorgon dal labbro ai convitati; Già s’arrischian, già volano, già un guardo Sfugge dagli occhi tuoi, che i vanni audaci Fulmina, et arde, e tue ragion difende. Sol de la fida sposa a cui se’ caro Il tranquillo marito immoto siede: E nulla impression l’agita e scuote Di brama, o di timor; però che Imene Da capo a piè fatollo. Imene or porta Non più serti di rose avvolti al crine, Ma stupido papavero grondante Di crassa onda Letèa: Imene, e il Sonno Oggi han pari le insegne. Oh come spesso La Dama dilicata invoca il Sonno Che al talamo presieda, e seco invece Trova Imenèo; e stupida rimane Quasi al meriggio stanca villanella Che tra l’erbe innocenti adagia il fianco Queta e sicura; e d’improviso vede Un serpe; e balza in piedi inorridita; E le rigide man stende, e ritragge Il gomito, e l’anelito sospende; E immota e muta, e con le labbra aperte Obliquamente il guarda! Oh come spesso Incauto amante a la sua lunga pena Cercò sollievo: et invocar credendo Imene, ahi folle! invocò il Sonno; e questi Di fredda oblivion l’alma gli asperse; 47 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Giorno di Giuseppe Parini
Presso al marito; e pranzerai negletto Col popol folto degli Dei minori. Ma negletto non già dagli occhi andrai De la Dama gentil, che a te rivolti Incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urto Arderà di faville: e Amor con l’ali L’agiterà. Nel fortunato incontro I messaggier pacifici dell’alma Cambieran lor novelle, e alternamente Spinti, rifluiranno a voi con dolce Delizioso tremito sui cori. Tu le ubbidisci allora, o se t’invita Le vivande a gustar che a lei vicine L’ordin dispose, o se a te chiede in vece Quella che innanzi a te sue voglie punge Non col soave odor, ma con le nove Leggiadre forme onde abbellir la seppe Dell’ammirato cucinier la mano. Con la mente si pascono gli Dei Sopra le nubi del brillante Olimpo: E le labbra immortali irrita e move Non la materia, ma il divin lavoro. Nè intento meno ad ubbidir sarai I cenni del bel guardo allor che quella Di licor peregrino ai labbri accosta Colmo bicchiere a lo cui orlo intorno Serpe dorata striscia; o a cui vermiglia Cera la base impronta, e par, che dica: Lungi o labbra profane: al labbro solo De la Diva che qui soggiorna e regna Il castissimo calice si serbi: Nè cavalier con l’alito maschile Osi appannarne il nitido cristallo, Nè dama convitata unqua presuma Di porvi i labbri; e sien pur casti e puri, E quant’esser si può cari all’amore.
Il Giorno di Giuseppe Parini
Te con lo sguardo, e con l’orecchio beva La Dama dalle tue labbra rapita: Con cenno approvator vezzosa il capo Pieghi sovente: e il calcolo, e la massa, E l’inversa ragion sonino ancora Su la bocca amorosa. Or più non odia De le scole il sermone Amor maestro; Ma l’accademia e i portici passeggia De’ filosofi al fianco, e con la molle Mano accarezza le cadenti barbe. Ma guardati, o Signor, guardati oh dio Dal tossico mortal che fuora esala Dai volumi famosi; e occulto poi Sa, per le luci penetrato all’alma, Gir serpendo nei cori; e con fallace Lusinghevole stil corromper tenta Il generoso de le stirpi orgoglio Che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli, Che ciascun de’ mortali all’altro è pari; Che caro a la Natura, e caro al Cielo È non meno di te colui che regge I tuoi destrieri, e quei ch’ara i tuoi campi; E che la tua pietade, e il tuo rispetto Dovrien fino a costor scender vilmente. Folli sogni d’infermo! Intatti lascia Così strani consiglj; e sol ne apprendi Quel che la dolce voluttà rinfranca, Quel che scioglie i desiri, e quel che nutre La libertà magnanima. Tu questo Reca solo a la mensa: e sol da questo Cerca plausi ed onor. Così dell’api L’industrioso popolo ronzando, Gira di fiore in fior, di prato in prato; E i dissimili sughi raccogliendo, Tesoreggia nell’arnie: un giorno poi Ne van colme le pàtere dorate Sopra l’ara de’ numi; e d’ogn’intorno
Il Giorno di Giuseppe Parini
E sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie Ondeggeranno li ritondi fianchi. Quale oggi cocchio trionfanti al corso Vi porterà: se quel cui l’oro copre; O quel su le cui tavole pesanti Saggio pennello i dilicati finse Studj dell’ago, onde si fregia il capo E il bel sen la tua Dama; e pieni vetri Di freschissima linfa e di fior varj Gli diede a trascinar. Cotanta mole Di cose a un tempo sol nell’alta mente Rivolgerai: poi col supremo auriga Arduo consiglio ne terrai, non senza Qualche lieve garrir con la tua Dama. Servi le leggi tue l’auriga: e intanto Altre v’occupin cure. Il gioco puote Ora il tempo ingannare: ed altri ancora Forse ingannar potrà. Tu il gioco eleggi Che due soltanto a un tavoliere ammetta; Tale Amor ti consiglia. Occulto ardea Già di ninfa gentil misero amante Cui null’altra eloquenza usar con lei, Fuor che quella degli occhi era concesso; Poichè il rozzo marito ad Argo eguale Vigilava mai sempre; e quasi biscia Ora piegando, or allungando il collo, Ad ogni verbo con gli orecchi acuti Era presente. Oimè, come con cenni, O con notata tavola giammai O con servi sedotti a la sua ninfa Chieder pace ed aita? Ogni d’Amore Stratagemma finissimo vinceva La gelosìa del rustico marito. Che più lice sperare? Al tempio ei corre Del nume accorto che le serpi intreccia All’aurea verga, e il capo e le calcagna 66 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Giorno di Giuseppe Parini
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi De la cara tua patria a cui dell’avo Il forte braccio e il viso almo celeste Del nipote dovean portar salute. Non vedi omai qual con solerte mano Rechin di vesti a te pubblico arredo I damigelli tuoi? Rodano e Senna Le tesserono a gara; e qui cucille Opulento sartor cui su lo scudo Serpe intrecciato a forbici eleganti Il titol di monsù: nè sol dà leggi A la materia la stagion diverse, Ma qual più si conviene al giorno e all’ora Varj sono il lavoro e la ricchezza. Vieni o fior de gli eroi vieni; e qual suole Nel più dubbio de’ casi alto monarca Avanti al trono suo convocar lento Di satrapi concilio a cui nell’ampia Calvizie de la fronte il senno appare; Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo Grave t’assidi, e lor sentenza ascolta. Un giacendo al tuo piè mostri qual deggia Liscia e piana salir su per le gambe La docil calza: un sia presente al volto, Un dietro al capo: e la percossa luce Quinci e quindi tornando, a un tempo solo Tutto al giudizio de’ tuoi guardi esponga L’apparato dell’arte. Intanto i servì A te sudino intorno; e qual piegate Le ginocchia in sul suol prono ti stringa Il molle piè di lucidi fermagli; E qual del biondo crin che i nodi eccede Su le schiene ondeggiante in negro velo I tesori raccoglia; e qual già pronto Venga spiegando la nettarea veste. Fortunato garzone a cui la moda
Il Giorno di Giuseppe Parini
880 Nè men pronto di quello e all’uopo stesso L’imitante un cuscin purpureo drappo Reca turgido il sen d’erbe odorate Che l’aprica montagna in tuo favore Al possente meriggio educa e scalda. 885 Ecco vien poi da cristallina rupe Tolto nobil vasello. Indi traluce Prezioso confetto ove a gli aromi Stimolanti s’unì l’ambra o la terra Che il Giappon manda a profumar de’ grandi 890 L’etereo fiato, o quel che il Caramano Fa gemer latte dall’inciso capo De’ papaveri suoi; perchè se mai Non ben felice amor l’alma t’attrista, Lene serpendo per li membri acquete 895 A te gli spirti, e ne la mente induca Lieta stupidità che mille adune Imagin dolci e al tuo desio conformi. A tanto arredo il cannocchial succeda E la chiusa tra l’oro Anglica lente. 900 Quel notturno favor ti presti allora Che al teatro t’assidi, e t’avvicini O i piè leggeri o le canore labbra Da la scena remota; o con maligno Guardo dell’alte vai logge spiando 905 Le abitate tenèbre; o miri altronde Gli ognor nascenti e moribondi amori De le tenere dame, onde s’appresti All’eloquenza tua nel dì venturo Lunga e grave materia. A te la lente 910 Nel giorno assista; e de gli sguardi tuoi Economa presieda; e sì li parta Che il mirato da te vada superbo, Nè i mal visti accusarte osin giammai. La lente ancor su l’occhio tuo sedendo 915 Irrefragabil giudice condanni
Il Giorno di Giuseppe Parini
1060 E il pensier ubbioso al par di nebbia Per lo vasto vedrai aere smarrirsi A i raggi de la gloria onde t’investi; E di te pago sorgerai qual pria Gran semideo che a sè solo somiglia. 1065 Fama è così che il dì quinto le Fate Loro salma immortal vedean coprirsi Già d’orribili scaglie, e in feda serpe Volta strisciar sul suolo a sè facendo De le inarcate spire impeto e forza: 1070 Ma il primo sol le rivedea più belle Far beati gli amanti e a un volger d’occhi Mescere a voglia lor la terra e il mare.  Assai l’auriga bestemmiò finora I tuoi nobili indugi: assai la terra 1075 Calpestàro i cavalli. Or via veloce Reca o servo gentil, reca il cappello Ch’ornan fulgidi nodi: e tu frattanto Fero genio di Marte a guardar posto De la stirpe de’ numi il caro fianco, 1080 Al mio giovan eroe cigni la spada Corta e lieve non già, ma qual richiede La stagion bellicosa al suol cadente, E di triplice taglio armata e d’else Immane. Quanto esser può mai sublime 1085 L’annoda pure onde la impugni all’uopo La destra furibonda in un momento. Nè disdegnar con le sanguigne dita Di ripulire ed ordinar quel nastro Onde l’else è superbo. Industre studio 1090 È di candida mano. Al mio signore Dianzi donollo, e gliel appese al brando L’altrui fida consorte a lui sì cara. Tal del famoso Artù vide la corte Le infiammate d’amor donzelle ardite 1095 Ornar di piume e di purpuree fasce
Il Giorno di Giuseppe Parini
I fatati guerrier; sì che poi lieti Correan mortale ad incontrar periglio In selve orrende fra i giganti e i mostri.  Volgi o invitto campion, volgi tu pure Il generoso piè dove la bella E de gli eguali tuoi scelto drappello Sbadigliando t’aspetta all’alte mense. Vieni, e godendo, nell’uscire il lungo Ordin superbo di tue stanze ammira. Or già siamo all’estreme: alza i bei lumi A le pendenti tavole vetuste Che a te de gli avi tuoi serbano ancora Gli atti e le forme. Quei che in duro dante Strigne le membra, e cui sì grande ingombra Traforato collar le grandi spalle, Fu di macchine autor; cinse d’invitte Mura i Penati; e da le nere torri Signoreggiando il mar, verso le aduste Spiagge la predatrice Africa spinse. Vedi quel magro a cui canuto e raro Pende il crin da la nuca, e l’altro a cui Su la guancia pienotta e sopra il mento Serpe triplice pelo? Ambo s’adornano Di toga magistral cadente a i piedi: L’uno a Temi fu sacro: entro a’ Licei La gioventù pellegrinando ei trasse A gli oracoli suoi; indi sedette Nel senato de’ padri; e le disperse Leggi raccolte, ne fe’ parte al mondo: L’altro sacro ad Igeia. Non odi ancora Presso a un secol di vita il buon vegliardo Di lui narrar quel che da’ padri suoi Nonagenarj udì, com’ei spargesse Su la plebe infelice oro e salute Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande A cui sì fosco parruccon s’innalza
Il Giorno di Giuseppe Parini
405 Fulmina ed arde e tue ragion difende. Sol de la fida sposa a cui se’ caro Il tranquillo marito immoto siede: E nulla impression l’agita o move Di brama o di timor; però che Imene 410 Da capo a piè fatollo. Imene or porta Non più serti di rose al crine avvolti; Ma stupido papavero grondante Di crassa onda letèa, che solo insegna Pur dianzi era del Sonno. Ahi quante volte 415 La dama delicata invoca il Sonno Che al talamo presieda; e seco in vece Trova Imenèo; e timida s’arretra Quasi al meriggio stanca villanella, Che fra l’erbe innocenti adagia il fianco 420 Lieta e secura; e di repente vede Un serpe, e balza in piedi inorridita, E le rigide man stende, e ritragge Il cubito, e l’anelito sospende, E immota e muta e con le labbra aperte 425 Il guarda obliquamente. Ahi quante volte Incauto amante a la sua lunga pena Cercò sollievo; e d’invocar credendo Imène, ahi folle! invocò il Sonno: e questi Di fredda oblivion l’alma gli asperse; 430 E d’invincibil noia e di torpente Indifferenza gli ricinse il core. Ma se a la dama dispensar non piace Le vivande o non giova, allor tu stesso La bell’opra intraprendi. A gli occhi altrui 435 Più così smaglierà l’enorme gemma, Dolc’esca a gli usurai che quella osàro A le promesse di signor preporre Villanamente: e contemplati fièno I manichetti, la più nobil opra 440 Che tessesser giammai angliche Aracni.
Il Giorno di Giuseppe Parini
Quella che innanzi a te sue voglie pugne Non col soave odor, ma con le nove Leggiadre forme onde abbellir la seppe Dell’ammirato cucinier la mano. Con la mente si pascono le dive Sopra le nubi del brillante Olimpo: E lor labbra immortali irrita e move Non la materia, ma il divin lavoro. Nè allor men destro ad ubbidir sarai Che di raro licor la bella strigne Colmo bicchiere, a lo cui orlo intorno Serpe striscia dorata; e par che dica: Lungi o labbra profane: a i labbri solo De la diva che qui soggiorna e regna È il castissimo calice serbato: Nè cavalier con alito maschile Osi appannarne il nitido cristallo; Nè dama convitata unqua presuma I labbri apporvi; e sien pur casti e puri, E quanto esser può mai cari all’Amore. Tu al cenno de’ bei guardi e de la destra, Che reggendo il bicchier sospesa ondeggia Affettuoso attendi. I lumi tuoi Di gioia sfavillando accolgan pronti Il brindisi segreto: e ti prepara In simil modo a tacita risposta. Ecco d’estro già punta ecco la Musa Brindisi grida all’uno e all’altro amante; All’altrui fida sposa a cui se’ caro, E a te signor sua dolce cura e nostra. Quale annoso licor Lièo vi mesce, Tale Amore a voi mesca eterna gioia Non gustata al marito, e da coloro Invidiata che gustata l’hanno. Veli con l’ali sue sagace oblio Le alterne infedeltà che un cor dall’altro Porieno un giorno separar per sempre:
Il Giorno di Giuseppe Parini
960 Te con lo sguardo e con l’orecchio beva La dama da le tue labbra rapita: Con cenno approvator vezzosa il capo Pieghi sovente: e il calcolo e la massa E la inversa ragion sonino ancora 965 Su la bocca amorosa. Or più non odia De le scole il sermone Amor maestro: E l’accademia e i portici passeggia De’ filosofi al fianco; e con la molle Mano accarezza le cadenti barbe. 970 Ma guardati o signor guardati oh dio Dal tossico mortal che fuora esala Da i volumi famosi: e occulto poi Sa per le luci penetrato all’alma Gir serpendo ne’ cori; e con fallace 975 Lusinghevole stil corromper tenta Il generoso de le stirpi orgoglio, Che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli Che ciascun de’ viventi all’altro è pari; E caro a la natura e caro al cielo 980 È non manco di te colui che regge I tuoi destrieri e quel ch’ara i tuoi campi; E che la tua pietade o il tuo rispetto Devrien fino a costor scender vilmente. Folli sogni d’infermo! Intatti lascia 985 Così strani consigli: e solo attigni Ciò che la dolce voluttà rinfranca, Ciò che scioglie i desiri e ciò che nudre La libertà magnanima. Tu questo Reca solo a la mensa; e sol da questo 990 Plauso cerca ed onor: così dell’api L’industrioso popolo ronzando Gira di fiore in fior di prato in prato; E i dissimili sughi raccogliendo Tesoreggia nell’arnie: un giorno poi 995 Ne van colme le pàtere dorate Sopra l’ara de’ numi; e d’ogni lato Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Giorno di Giuseppe Parini
Stratagemma finissimo vincea La gelosia del rustico marito. Che più lice sperare? Al tempio ei viene Del nume accorto che le serpi annoda All’aurea verga, e il capo e le calcagna D’ali fornisce. A lui si prostra umìle; E in questi detti lagrimando il prega. “O propizio a gli amanti, o buon figliuolo De la candida Maia, o tu che d’Argo Deludesti i cent’occhi, e a lui rapisti La guardata giovenca, i preghi accogli D’un amante infelice; e a lui concedi Se non gli occhi ingannar, gli orecchi almeno D’importuno marito”. Ecco si scote Il divin simulacro, a lui s’inchina, Con la verga pacifica la fronte Gli percote tre volte: e il lieto amante Sente dettarsi ne la mente un gioco, Che i mariti assordisce. A lui diresti Che l’ali del suo piè concesse ancora Il supplicato dio, cotanto ei vola Velocissimamente a la sua donna. Là bipartita tavola prepara, Ov’èbano ed avorio intarsiati Regnan sul piano, e partono alternando In due volte sei case ambe le sponde. Quindici nere d’èbano rotelle E d’avorio bianchissimo altrettante Stan divise in due parti; e moto e norma Da duo dadi gittati attendon, pronte Gli spazj ad occupar, e quinci e quindi Pugnar contrarie. Oh cara a la fortuna Quella che corre innanzi all’altre; e seco Trae la compagna, onde il nemico assalto Forte sostenga! Oh giocator felice Chi pria l’estrema casa occupa; e l’altro De gli spazj a sè dati ordin riempie
Il Giorno di Giuseppe Parini
E fuor trabocca e spande: E anch’ei col pianto, che celar desìa, Grida tacendo: questa figlia è mia. Ma dal cimento glorioso e bello Tanto stupore è nato, Che già reca per te premio novello L’erudito Senato. Già vien su le tue chiome Di lauro a serpeggiar fronda immortale: E fra lieto tumulto in alto sale Strepitoso il tuo nome; E il tuo sesso leggiadro a te dà lode De’ novi onori, onde superbo ei gode. Oh amabil sesso, che su l’alme regni Con sì possente incanto, Qual’alma generosa è che si sdegni Del novello tuo vanto? La tirannìa virile Frema, e ti miri a gli onorati seggi Salir togato, e de le sacre leggi Interprete gentile, Or che d’Europa ai popoli soggetti Fin dall’alto dei troni anco le detti. Tu sei, che di ragione il dolce freno Sul forte Russo estendi; Tu che del chiaro Lusitan nel seno L’antico spirto accendi. Per te Insubria beata, Per te Germania è gloriosa e forte; Tal che al favor de le tue leggi accorte Spero veder tornata L’età dell’oro, e il viver suo giocondo, Se tu governi, ed ammaestri il mondo. E l’albero medesmo, onde fu colto Il ramoscel, che ombreggia A la dotta Donzella il nobil volto,
Le odi di Giuseppe Parini
le più elevate cime? Chi vedrà mai nel mondo pastor tanto giocondo, che cantando fra noi sì dolci rime sparga il bosco di fronde e di bei rami induca ombra su l’onde? Pianser le sante Dive la tua spietata morte; i fiumi il sanno e le spelunche e i faggi; pianser le verdi rive, l’erbe pallide e smorte, e ’l sol più giorni non mostrò suoi raggi; né gli animai selvaggi usciro in alcun prato, né greggi andàr per monti né gustaro erbe o fonti, tanto dolse a ciascun l’acerbo fato; tal che al chiaro et al fosco  sonava il bosco. Dunque fresche corone a la tua sacra tomba e voti di bifolci ognor vedrai; tal che in ogni stagione, quasi nova colomba, per bocche de’ pastor volando andrai; né verrà tempo mai che ’l tuo bel nome estingua, mentre serpenti in dumi saranno, e pesci in fiumi. Né sol vivrai ne la mia stanca lingua, ma per pastor diversi in mille altre sampogne e mille versi. Se spirto alcun d’amor vive fra voi, querce frondose e folte, fate ombra a le quiete ossa sepolte.
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
ne caddi sí ch’ancor mi dole il cubito. Deh, se qui fusse alcuno a cui ricorrere per giustizia potesse! Or che giustizïa? Sol dio sel veda, che ne può soccorrere! Due capre e duo capretti per malizïa quel ladro traditor dal gregge tolsemi; sí signoreggia al mondo l’avarizïa! Io gliel dire; ma chi mel disse volsemi legar per giuramento, ond’esser mutolo conviemmi; e pensa tu se questo dolsemi! Del furto si vantò, poi ch’ebbe avutolo; ché sputando tre volte fu invisibile agli occhi nostri; ond’io saggio riputolo: ché se ’l vedea, di certo era impossibile uscir vivo da’ cani irati e calidi, ove non val che l’uom richiami o sibile. Erbe e pietre mostrose e sughi palidi, ossa di morti e di sepolcri polvere, magichi versi assai possenti e validi    portava indosso, che ’l facean risolvere in vento, in acqua, in picciol tubo o félice; tanto si può per arte il mondo involvere! Questo è Protèo, che di cipresso in élice, e di serpente in tigre transformavasi, e feasi or bove or capra or fiume or selice.
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
senza lesione fuor di pena. Al quale soggiunse una lodola, dicendo in una terra di Grecia, de la quale io ora non so il nome, essere il fonte di Cupidine, del  quale  chiunque  beve,  depone  subitamente  ogni  suo  amore.  A  cui  il dolce uscignuolo suavemente piangendo e lamentandosi rispondeva ne le acque non essere virtú alcuna. In questo veniva una nera merla, un frisone et un lucarino; e riprendendolo de la sua sciocchezza, che nei sacri fonti non credeva celesti potenzie fusseno infuse, cominciarono a racontarli le virtú di tutti i fiumi, fonti e stagni del mondo; dei quali lui appieno tutti i nomi, e le nature, e i paesi dove nascono e dove correno mi seppe dire, che non ve ne lasciò un solo, sí bene gli teneva ne la memoria riposti. Significommi  ancora  per  nome  alcuni  ucelli,  del  sangue  dei  quali mescolato e confuso inseme, si genera un serpe mirabilissimo, la cui natura è tale, che qualunque uomo di mangiarlo si arrisca, non è sí strano parlare di ucelli, che egli appieno non lo intenda. Similmente mi disse non so che animale, del sangue del quale chi bevesse un poco, e trovassesi in sul fare del giorno sovra alcun monte, ove molte erbe fusseno, potrebbe pianamente intendere quelle parlare e manifestare le sue nature, quando tutte piene di rogiada aprendosi ai primi raggi del sorgente sole ringraziano il cielo de le infuse grazie che in sé possedono; le quali veramente son tante e tali, che beati i pastori che quelle sapessono. E se la memoria non mi inganna, mi disse ancora, che in un paese molto strano e lontano di qui, ove nascon le genti tutte nere come matura oliva, e còrrevi sí basso il sole, che si potrebbe di leggiero, se non cocesse, con la mano toccare, si trova una erba, che in qualunque fiume o lago gittata fusse, il farebbe subitamente seccare, e quante chiusure toccasse, tutte senza resistenza aperire; et altra, la quale chi seco portasse, in qualunque parte del mondo pervenisse, abondarebbe di tutte le cose, né sentirebbe fame, sete, né penuria alcuna. Né celò egli a me, né io ancora celarò a voi, la strana potenzia de la spinosa eringe, notissima erba nei nostri liti; la radice de la quale ripresenta a le volte similitudine del sesso virile o femineo, benché di raro si trova; ma se per sòrte ad alcuno quella del suo sesso pervenisse ne le mani, sarebbe senza dubbio in amore fortunatissimo. Appresso a questa soggiunse la religiosa verbena, gratissimo sacrificio agli antichi altari; del sugo de la quale qualunque si ungesse, impetrarebbe da ciascuno quanto di dimandare gli aggradasse, pur che al tempo di coglierla fusse accorto. Ma che vo io affatigandomi in dirvi queste cose? Già il luogo ove egli dimora ne è vicino; e saràvi concesso udirlo da lui appieno racontare. — Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
quale continuamente discorrendo intorno al mondo, vede senza impedimento veruno tutte le opere de’ mortali. Appresso convocarò quanti Dii abitano ne l’alto cielo, ne la ampia terra e ne lo undoso mare; e ’l grandissimo Oceano padre universale di tutte le cose, e le vergini Ninfe generate da lui: cento che ne vanno per le selve, e cento che guardano i liquidi fiumi; et oltra a questi, Fauni, Lari, Silvani e Satiri, con tutta la frondosa schiera de’ semidei, e ’l sommo Aere, e ’l durissimo aspetto de la bruta Terra, i stanti Laghi, i correnti Fiumi e i sorgenti Fonti. Né lascerò li oscuri regni de li sutterranei Dii; ma convocando la tergemina Ecate, vi aggiungerò il profondo Caos, il grandissimo Erebo e le infernali Eumenidi abitatrici de le stigie acque; e alcuna altra deità è là giú, che con degno supplicio punisca le scelerate colpe degli uomini, che siano tutte presenti al mio sacrificio. E cosí dicendo, prenderò un vaso di generoso vino e versarollo ne la fronte de la dannata pecora, e disvellendoli da mezzo le corna la fosca lana, la gitterò nel fuoco per primi libamenti; dopo, aprendoli la gola col destinato coltello,  riceverò  in  una  patera  il  caldo  sangue,  e  quello  con  gli  estremi  labri gustato, versarò tutto in una fossa fatta dinanzi a l’altare, con oglio e latte inseme, acciò che ne goda la madre terra. E preparato che ti avrò in cotal modo, sovra la pelle di quella ti farò distendere; e di sangue di nottola ti ungerò gli occhi con tutto il viso, che le tenebre de la notte al vedere non ti offendano, ma come chiaro giorno ti manifestino tutte le cose. Et acciò che le strane e diversissime figure de’ convocati Dii non ti spaventino, ti porrò indosso una lingua, uno occhio et una spoglia di libiano serpente, con la destra parte del core d’un leone inveterato e secco all’ombra solamente de la piena luna. Appresso a questo comanderò ai pesci, a le serpi, a le fiere et agli ucelli (dai quali, quando mi piace, intendo e proprietà de le cose e gli occolti secreti  degli  Dii)  che  vegnano  tutti  a  me  di  presente,  senza  fare  dimora alcuna. Per la qual cosa quelli solamente retinendo meco che mistiero mi faranno, gli altri rimanderò via ne le loro magioni. Et aperta la mia tasca, ne trarrò veleni potentissimi, coi quali a mia posta soglio io transformarmi in lupo, e lasciando i panni appiccati ad alcuna quercia, mescolarmi fra gli altri ne le deserte selve; non già per predare come molti fanno, ma per intendere i loro secreti, e gl’inganni che si apparecchiano a’ pastori di fare; i quali potranno ancora al tuo bisogno commodamente servire. E se uscire da amore totalmente vorrai, con acqua lustrale e benedetta ti inaffiarò  tutto,  soffumigandoti  con  vergine  solfo,  con  issopo  e  con  la  casta
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
pinte molte cose; ma tra l’altre una Ninfa ignuda, con tutti i membri bellissimi, dai piedi in fuori, che erano come quegli de le capre. La quale sovra un gonfiato otre sedendo, lattava un picciolo Satirello, e con tanta tenerezza  il  mirava,  che  parea  che  di  amore  e  di  carità  tutta  si  struggesse;  e  ’l fanciullo ne l’una mammella poppava, ne l’altra tenea distesa la tenera mano, e con l’occhio la si guardava, quasi temendo che tolta non gli fosse. Poco discosto da costoro si vedean duo fanciulli pur nudi, i quali avendosi posti duo volti orribili di mascare, cacciavano per le bocche di quelli le picciole mani, per porre spavento a duo altri che davanti gli stavano; de’ quali l’uno fuggendo si volgea indietro e per paura gridava, l’altro caduto già in terra piangeva, e non possendosi altrimente aitare, stendeva la mano per graffiarli. Ma di fuori del vaso correva a torno a torno una vite carica di mature uve; e ne l’un de’ capi di quella un serpe si avolgeva con la coda, e con la bocca aperta venendo a trovare il labro del vaso, formava un bellissimo e strano manico da tenerlo. Incitò molto gli animi de’ circonstanti a dovere lottare la bellezza di questo vaso; ma pure stettono a vedere quello che i maggiori e piú reputati facessono. Per la qual cosa Uranio, veggendo che nessuno ancora si movea, si levò súbito in piedi e spogliatosi il manto, cominciò a mostrare le late spalle. Incontro al quale animosamente uscí Selvaggio, pastore notissimo e molto stimato fra le selve. La espettazione de’ circonstanti era grande, vedendo duo tali pastori uscire nel campo. Finalmente l’un verso l’altro approssimatosi, poi che per bono spazio riguardati si ebbero dal capo insino ai piedi, in un impeto furiosamente si ristrinsero con le forti braccia; e ciascuno deliberato di non cedere, parevano a vedere duo rabbiosi orsi o duo forti tori, che in quel piano combattessono. E già per ogni membro ad ambiduo correva il sudore, e le vene de le braccia e de le gambe si mostravano maggiori e rubiconde per molto sangue; tanto ciascuno per la vittoria si affaticava. Ma non possendosi in ultimo né gittare né dal luogo movere, e dubitando  Uranio  che  a  coloro,  i  quali  intorno  stavano,  non  rincrescesse  lo aspettare, disse: — Fortissimo et animosissimo Selvaggio, il tardare, come tu vedi, è noioso: o tu alza me di terra, o io alzarò te; e del resto lassiamo la cura agli Dii —; e cosí dicendo il sospese da terra. Ma Selvaggio, non dimenticato de le sue astuzie, gli diede col talone dietro a la giuntura de le ginocchia una gran botta, per modo che facendoli per forza piegare le gambe il fe’ cadere sopino, e lui senza potere aitarsi gli cadde di sopra. Allora
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
La signora Contessa aveva abbandonato solo da qualche mese la sua vita brillante di Venezia, quando le capitò il canestro; laonde figuratevi se ne vide con poca stizza il contenuto! Con tutte quelle noie e fastidi che l’aveva, aggiungersele anche questo di aver un bambino da dar a balia — e per giunta il bambino d’una sorella che avea disonorato sé e la famiglia; e impasticciato quel suo matrimonio con un mezzo galeotto di Torcello, che non ci si avea ancor potuto veder dentro chiaro! La signora Contessa fin dalla prima occhiata sentì adunque per me l’odio più sincero; ed io non tardai a provarne le conseguenze. Primo punto si giudicò inutile per un serpentello uscito non si sapeva dove, prender in casa od assoldare una balia. Perciò io fui consegnato alle cure della Provvidenza, e mi facevano girare da questa casa a quella dove vi fossero mammelle da succhiare, come il porcello di sant’Antonio, o il figlio del Comune. Io sono fratello di latte di tutti gli uomini, di tutti i vitelli e di tutti i capretti che nacquero in quel torno nella giurisdizione del castello di Fratta; ed ebbi a balie oltre tutte le mamme, le capre e le giovenche, anche tutte le vecchie e i vecchi del circondario. Martino infatti mi raccontava che vedendomi qualche volta innaspato per la fame, avea dovuto compormi un certo intingolo di acqua burro zucchero e farina, col quale m’ingozzava finché il cibo giunto alla gola mi impedisse di piangere. E lo stesso mi succedeva in molte case dove le mammelle tassate per nutrirmi in quella giornata erano già state munte da qualche affamato bamboccio di diciotto mesi. Vissuto così nei primi anni per un vero miracolo, il portinaio del castello, che era anche il registratore dell’orologio della torre e l’armaiuolo del territorio, aveva partecipato con Martino alla gloria di farmi fare i primi passi. L’era un certo mastro Germano, un vecchio bulo della generazione passata che aveva forse sull’anima parecchi omicidii, ma che avea certo trovato il modo di rappaciarsi con Domeneddio, perché cantava e burlava da mattino a sera raccogliendo immondizie lungo le vie in una sua carriuola per concimarne un campetto che teneva in affitto dal padrone. E beveva all’osteria i suoi boccaletti di Ribola con una serenità veramente patriarcale. Pareva a vederlo la coscienza più tranquilla della parrocchia. E la memoria di quell’uomo mi condusse poi a conchiudere che la coscienza ognuno di noi se l’aggiusta a proprio grado; cosicché per molti sarebbe un sorbir un uovo quello che pare ad altri gravissimo malefizio. Mastro Germano ne aveva accoppati alquanti in tempo di sua gioventù in servizio del castellano di
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Ippolito Nievo     Le Confessioni di un italiano    Capitolo terzo di acqua che serpeggiava nella pianura qua e là, sotto grandi ombre di pioppi d’ontani e di salici, come una forosetta che abbia tempo da perdere, o poca voglia  di  lavorare.  Là  sotto  canticchiava  sempre  un  perpetuo  cinguettio d’augelletti; l’erba vi germinava fitta ed altissima, come il tappeto nel più segreto gabinetto d’una signora. Vi si avvolgevano fronzuti andirivieni di macchie spinose e d’arbusti profumati, e parevano preparare i più opachi ricoveri e i sedili più morbidi ai trastulli dell’innocenza o ai colloqui d’amore. Il mormorio dell’acqua rendeva armonico il silenzio, o raddoppiava l’incanto delle nostre voci fresche ed argentine. Quando sedevamo sulla zolla più verde e rigonfia, il verde ramarro fuggiva sull’orlo della siepe vicina, e di là si volgeva a guardarci, quasi avesse voglia di domandarci qualche cosa, o di spiare i fatti nostri. Per quelle pose tanto gradevoli noi sceglievamo quasi sempre una sponda della fiumiera, dove essa dopo un laberinto di giravolte susurrevoli e capricciose si protende diritta per un buon tratto queta e silenziosa, come una matterella che d’improvviso si sia fatta monaca. Il meno rapido pendio la calmava dalla sua correntia, ma la Pisana diceva che l’acqua, come lei, era stanca di menar le gambe e che bisognava imitarla e sedere. Non crediate peraltro che stesse tranquilla a lungo la civettuola. Dopo avermi fatto qualche carezza od essersi arresa al mio ruzzo di giocarellare secondo il tenore dell’estro, si levava in piedi non curante e dimentica di me come la non mi avesse mai conosciuto, e si protendeva sull’acqua a specchiarsi dentro, o vi sciaguattava entro colle braccia, o si ficcava nella fratta a cercarvi chiocciole da farne braccialetti e collane, senza curarsi allora se il guarnellino si sciupava, o se le maniche o le scarpine si immollavano. Io la chiamava allora e l’ammoniva, più per golaggine di averla ancora a’ miei trastulli che per rispetto alle sue vesti; ma la non si dava neppur pensiero di rispondere. Capace di disperarsi se le si sconciava una maglia del collaretto nell’accondiscendere ai capricci altrui, avrebbe rotto e stracciato tutto, compresi i suoi lunghi e bei capelli neri, e le sue guance rosee e ritondette, e le sue manine brevi e polpute, se i capricci da accontentarsi erano i suoi. Qualche volta per tutto il resto della passeggiata non giungeva più a stornarla da que’ suoi giochi gravi solitari e senza fine. Ella si ostinava per mezz’ora a voler bucare coi denti e colle unghie una chiocciola da infilarla in un vimine e appendersela alle orecchie, e se io faceva le viste di volerla aiutare, la mi grugniva contro, pestando i piedi, quasi piangendo e menandomi nello stomaco delle buone gomitate. Pareva ch’io le avessi fatto qualche gran torto; ma tutto era un
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
s’insaldavano colla fragile commettitura d’un innesto ma colle mille barbe d’una radice quercina, cresciuta lentamente prima di germogliare o di dar frutto. Ora, sopra un innesto sfruttato attecchisce un altro innesto; ma le radici o non si spiantano, o spiantate disseccano: e Leopardo aveva la testa informata a modo che non la potea reggere sul collo che ad un magnanimo o ad un pazzo. O così o nulla. Ecco il significato formale e il motto araldico della sua indole. Leopardo visse beatamente fino a ventitré anni senza fare o soffrire interrogazioni da chicchessia. I precetti dei genitori e dei maestri collimavano così finitamente colle sue viste che né a lui era mestier domandare a loro, né ad essi domandar nulla a lui. Ma l’origine di tutti i guai fu la fontana di Venchieredo. Dopo che egli prese a bere l’acqua di quella fontana, cominciò da parte di suo padre il martello delle interrogazioni dei consigli e dei rimbrotti. Siccome poi tutti questi discorsi non secondavano per nulla i pensieri di Leopardo, così egli si diede per parte sua a ruggire ed a guardare in cagnesco. Allora, direbbe Sterne, l’influsso bestiale del suo nome prese il disopra; e se è così, al signor Antonio dovrebbe esser costata piuttosto cara la sua passione per le bestie. Mettiamo ora un po’ in chiaro questo indovinello. — Tra Cordovado e Venchieredo, a un miglio dei due paesi, v’è una grande e limpida fontana che ha anche voce di contenere nella sua acqua molte qualità refrigeranti e salutari. Ma la ninfa della fontana non credette fidarsi unicamente alle virtù dell’acqua per adescare i devoti e si è recinta d’un così bell’orizzonte di prati di boschi e di cielo, e d’una ombra così ospitale di ontani e di saliceti che è in verità un recesso degno del pennello di Virgilio questo ove le piacque di porre sua stanza. Sentieruoli nascosti e serpeggianti, sussurrio di rigagnoli, chine dolci e muscose, nulla le manca tutto all’intorno. È proprio lo specchio d’una maga, quell’acqua tersa cilestrina che zampillando insensibilmente da un fondo di minuta ghiaiuolina s’è alzata a raddoppiar nel suo grembo l’immagine d’una scena così pittoresca e pastorale. Son luoghi che fanno pensare agli abitatori dell’Eden prima del peccato; ed anche ci fanno pensare senza ribrezzo al peccato ora che non siamo più abitatori dell’Eden. Colà dunque  intorno  a  quella  fontana,  le  vaghe  fanciulle  di  Cordovado,  di Venchieredo  e  perfino di  Teglio,  di  Fratta,  di  Morsano,  di  Cintello  e  di Bagnarola,  e  d’altri  villaggi  circonvicini,  costumano  adunarsi  da  tempo immemorabile le sere festive. E vi stanno a lungo in canti in risa in conversari in merende finché la mamma l’amante e la luna le riconducano a casa. Non
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Allora fu una piccola battaglia di urli di graffiate di morsi; ma la cameriera la vinse e la disperatella fu menata bellamente a dormire. «Cosa  devo  poi  rispondere  alla  Contessa  vecchia  in  quanto  alla contessina Clara?» domandò la donna nell’andarsene colla Pisana che le strepitava fra le braccia... «Ditele che è perduta, che non la si trova, che tornerà domani!» rispose la Contessa. «Sarebbe meglio darle ad intendere che sua zia di Cisterna è venuta a prenderla, se è lecito il consiglio» soggiunse il fattore. «Sì, sì! datele ad intendere qualche fandonia!» sclamò la signora «ché non la pensi di farci disperare ché dei crucci ne abbiamo anche troppi.» La Faustina se n’andò, e s’udirono i pianti della Pisana dileguarsi lungo il corridoio. «Ora a noi, serpentello» mi disse il fattore prendendomi garbatamente per un’orecchia. «Sentiamo cosa sarai buono di farci una volta uscito dal castello!» «Io... io prenderò un giro per la campagna» soggiunsi «e poi, come se nulla fosse, capiterò all’osteria, dove sono quei signori, a piangere e a lagnarmi di non poter rientrare in castello... Dirò che sono uscito nel dopopranzo, che era insieme colla contessina Clara e che poi mi son perduto a correre dietro le farfalle e non ho più potuto raggiungerla. Allora chi ne sa me ne darà notizia ed io tornerò dietro le scuderie a zufolare, e l’ortolano mi allungherà una tavola sulla quale ripasserò il fossato come lo avrò passato nell’uscire.» «A meraviglia: tu sei un paladino!» rispose il fattore. «Di che cosa si tratta?» mi domandò Martino che si sgomentiva di tutti quei discorsi che mi vedeva fare, senza poterne capire gran che. «Vado fuori in cerca della Contessina che non è ancora rientrata» io gli risposi con tutto il fiato dei polmoni. «Sì, sì, fai benissimo» soggiunse il vecchio «ma abbi gran prudenza. «Per non comprometter noi» continuò la Contessa. «Peraltro andrà bene che tu stia un poco origliando i discorsi degli scherani che sono all’osteria per conoscere le loro intenzioni» aggiunse il Conte. «Così potremo regolarci per le pratiche ulteriori.» «Sì, sì! e torna presto, piccino!» riprese la Contessa accarezzandomi quella zazzera disgraziata cui tante volte era toccata una sorte ben diversa.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Non c’era dubbio; quei cavalleggieri erano francesi, e si misero a picchiare colle loro lance nella porta del Capitaniato, urlando e bestemmiando con tutte le peste e i sacrebleu del loro vocabolario. Io gridai dall’alto che si sarebbe aperto sul momento; e le mie parole furono accolte da un raddoppio di grida e d’entusiasmo nella folla. «Bravo il signor Avogadore!... Avanti il signor Avogadore!» Commosso da tanta bontà io m’inchinai e corsi poi dentro per fare che si aprisse. Ma dentro nessuno mi udiva, tutti fuggivano all’impazzata qua e là per le stanze; alcuni si rimpiattavano negli armadi vuoti dell’archivio; altri cercavano le chiavi delle carceri per mescolarsi ai prigionieri; gli Schiavoni di scolta se l’erano data a gambe per la porticciuola del vicolo, e dovetti scendere io stesso per togliere le sbarre alla porta. Si salvi chi può; appena socchiuse le imposte si precipitò nell’atrio col cavallo e colla lancia un dannato sergente che per poco non m’infilzò da banda a banda; e dietro a lui tutti quegli altri spiritati benché davanti alle soglie ci fosse una gradinata di sette scalini: e poi nell’atrio volteggiavano di gran trotto alla rinfusa quasi per infilar la scala e salir Dio sa dove. Il Vice-capitano e i suoi satelliti udendo sotto i piedi quel baccano che facea tremar le muraglie si raccomandavano alla beata Vergine del Terremoto. Io poi cercava farmi intendere dal sergente e persuaderlo a scender da cavallo se intendeva salir le scale come pareva sua idea. Il sergente con grande mia meraviglia mi rispose in buon italiano che cercava del Sopraintendente ai granai, che cercava del Vice-capitano, e che se costoro non gli comparivano tosto dinanzi li avrebbe fatti impiccare all’albero della libertà. Un evviva frenetico alla libertà sancì da parte del popolo questa sentenza; l’atrio era già invaso dalla turba e fra i cavalli dei Francesi e il gridare dei cittadini succedette un bell’inferno. Finalmente il sergente, vedendo di non poter salire le scale a cavallo e che il Vice-capitano non si dava alcuna premura di scendere, balzò da cavallo, e mi disse che lo accompagnassi presso quei signori magistrati. Al veder me avviato del pari coll’officiale francese, un’altra gridata scrollò il Capitaniato dalle fondamenta. «Viva il signor Avogadore!» Saliti che fummo io ed il sergente, dopo molte indagini ci venne fatto di stanare il Cassiere della camera dei dazi, il Sopraintendente ai granai ed il Vice-capitano, i quali si erano stretti a mucchio come tre serpenti in un canto della soffitta. Ma ebbimo un bel che fare a salvarli dall’unghie del popolo che ci aveva seguito; e solamente colla mia autorità spalleggiata da qualche
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
dottor Lucilio si facea notare per la sua fervorosa devozione alla causa dei Francesi; e forse l’addentellato a questo zelo virile si trovava da lungo tempo disposto nelle misteriose turbolenze della sua gioventù. Si sa già ch’egli era, come allora si diceva, filosofo; e fra i filosofi principalmente si cernevano i caporioni delle società secrete, che serpeggiavano fin d’allora cupe e corrosive sotto  la  vernice  crepolante  della  vecchia  società.  Ad  ogni  modo  nel  suo apostolato liberalesco ei ci metteva tutto il calore tutta l’accortezza di cui era capace; e i patrizi che lo incontravano in Piazza, tremavano, come i peccatori alla notturna apparizione d’un demonio. Gli è vero che se uno d’essi ammalava, non era restio dal ricorrere a questo demonio, perché trovasse il bandolo di guarirlo. Allora il celebre medico tastava quei polsi, guardava quelle facce con un certo ghigno che lo vendicava dell’odio sofferto. Pareva che dicesse: “Io vi disprezzo tanto che voglio anche guarirvi, e so che mi siete nemici, ma non me ne cale.” Le signore dimostravano a Lucilio quel rispetto timido e vergognoso che pare uno stregamento, e suole ad una sola occhiata ad un sol cenno trasformarsi più che in amore in venerazione e in servitù. Dicevano ch’egli fosse maestro nell’arte di Mesmer e ne contavano miracoli; certo peraltro di quel suo potere egli usava assai parcamente. E non vi fu donna che potesse dire di aver raccolto da’ suoi occhi il lampo d’un desiderio. Serbava l’indipendenza la castità il mistero del mago; ed io solo conosceva forse il segreto di tale sua ritenutezza, poiché i costumi d’allora e più la sua fama di gran medico, di gran filosofo, non consentivano il sospetto d’un amore che lo preoccupasse tutto. Eppur era; e ve lo posso dir io; e quell’amore, allargatosi in un’anima capace come la sua, pigliava oggimai la forza e la grandezza d’una passione irresistibile. Direte voi che egli avea lasciata tranquilla la Clara presso sua madre, che non s’era sbizzarrito nel darle la scalata al balcone, o nel cantarle la serenata dalla gondola, ché l’avea lasciata entrare in convento e che so io. Ma l’amor suo non apparteneva ai comuni: egli non voleva rapire ma ottenere: sicuro della Clara e ch’essa lo avrebbe aspettato un secolo senza piegare e senza disperarsi, egli agognava e maturava con ogni fervore d’opere e di sacrifici il momento quando lo avrebbero pregato di prendersela, tenendosi onorati del suo parentado. L’amore e la religione politica s’erano confusi in un solo sentimento tanto vivace tanto potente tanto ostinato quanto possono esserlo tutte le forze d’un’indole così robusta, strette e attortigliate in un solo fascio. Quand’egli si abbatteva nel viso adunco e orgoglioso della Contessa,
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Ciò dicendo le sue membra si sciolsero, e la testa cadutagli penzolone mi si appoggiò sopra una spalla. Io allora feci per muovermi e per dimandar soccorso, ma egli si riebbe quel tanto da accorgersi delle mie intenzioni, e da proibirmelo. «Non hai capito?...» mormorò fiocamente. «Voglio te solo... ed il prete!...» Io lo compresi pur troppo, e volsi uno sguardo pieno di odio e di ribrezzo alla porta, dietro la quale la Doretta dormiva placidi i suoi sonni. Indi passai un braccio sotto il collo di Leopardo, e vedendo che in quella posizione sembravano diminuire gli spasimi, mi sforzai di tenerlo sollevato a quel modo. Il peso mi cresceva sulle braccia, e tremava tutto non so bene se di fatica o di dolore, quando rientrò la portinaia col prete. Avendo picchiato indarno alla porta del parroco, essa ne aveva condotto uno nel quale per sorte si era abbattuta. Colui, renitente dapprincipio, si era deciso a seguirla udendo che si trattava d’un colpo fulminante, come appunto Leopardo avea definito alla portinaia il suo male. Ma qual non fu il mio stupore quando levando gli occhi in quel sacerdote riconobbi il padre Pendola!... Anche lui, il buon padre, diede un guizzo certo non minore del mio, e così rimasimo un istante, che la sorpresa ci vietava ogni altro movimento. Leopardo a quel silenzio alzò faticosamente uno sguardo e, appena fisatolo in volto a quel prete, saltò in piedi come morsicato nel cuore da un serpente. Il padre si tirò indietro due passi, e la portinaia per la paura si lasciò cader il lume di mano. «Non lo voglio! ch’egli vada via, che se ne vada tosto!» gridava Leopardo dibattendosi fra le mie braccia come un ossesso. Il reverendo aveva una voglia grandissima di accettare il consiglio; ma lo trattenne la vergogna della portinaia, e volle alla peggio salvare l’onore dell’abito. Questo gli riuscì più facile di quanto temeva, perché Leopardo s’era tosto acchetato da quella furia subitanea, e tornava già quieto come un agnellino. Il buon padre se gli avvicinò delicatamente con un sorriso angelico, e prese a confortargli l’anima con una vocerellina che partiva proprio dal cuore. «Padre reverendo, la prego di andar via!» gli bisbigliò nell’orecchio Leopardo con voce cupa e minacciosa. «Ma figliuolo dilettissimo, pensate all’anima, pensate che avete ancora pochi momenti, e che io, quantunque indegno ministro del Signore, posso...»
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
amai col maggior cuore che aveva, e collocai in te ogni mia ambizione. La tua domestichezza aggiunse forza e dolcezza a tali sentimenti; e con questo che ora ti scrivo sembrami darti una prova che sono tuo padre davvero.” “In procinto di tornare alla mia vita avventurosa e piena di pericoli per inseguir ancora quel fantasma che mi è sfuggito quando appunto credeva di averlo fra le braccia, sul momento di imbarcarmi per una spedizione che potrebbe finire colla morte, non volli tacere un ette di quanto riguarda i nostri legami di sangue. Ho una gran vendetta da compiere, e la tenterò con tutti quei mezzi che la fortuna mi consente: ma tu sei ancora a parte delle mie speranze, e compìto quel grande atto di giustizia, a te s’aspetterà di raccoglierne l’onore ed il frutto. Per questo volli che tu rimanessi, oltreché per le altre ragioni che ti espressi a voce. Bisogna che tu stia sotto gli occhi de’ tuoi concittadini per accaparrartene l’affetto e la stima. Rimani, rimani, figliuol mio! Il fuoco della gioventù serpeggia nella gente da Venezia a Napoli; chi pensa di valersene per far carbone a proprio profitto, potrebbe da ultimo trovare un qualche intoppo. Così almeno io confido che sarà. Se a me stesse designarti un posto, sceglierei Ancona o Milano; ma tu sarai giudice migliore secondo le circostanze. Intanto hai saggiato a prova questi ciarloni francesi; volgi contro di essi le loro arti; usane a tuo vantaggio, com’essi abusarono di noi a lor solo giovamento. Pensa sempre a Venezia, pensa a Venezia, dove erano i Veneziani che comandavano.” “Ora nulla ti è nascosto; puoi giudicarmi come meglio ti aggrada, perché se non ti ho fatto colla viva bocca questa confessione fu solamente a cagione dell’esser io il padre e tu il figliuolo. Non voleva difendermi, voleva raccontare: vedi anzi che ho filosofato più del bisogno per chiarire la parte così ai buoni come ai cattivi sentimenti. Giudicami adunque, ma tien conto della mia sincerità, e non dimenticare che se tua madre fosse al mondo ella godrebbe di vederti amoroso ed indulgente figliuolo.” Scorsa questa lunga lettera tanto diversa dalla consueta cupezza di mio padre, e nella quale l’indole di lui si scopriva intieramente colle sue buone doti, coi suoi molti difetti, e col singolare acume del suo ingegno, rimasi qualche tempo soprappensiero. Ebbi finalmente la buona ispirazione di sollevarmi anch’io all’altezza delle cose sante ed eterne; là trovai scolpito a caratteri indelebili quel comandamento che è proprio degno di Dio: Onora tuo padre e tua madre. Questo duplice affetto non può separarsi; e l’onorare mia madre implicava in sé di perdonare a colui, al quale certo ella avrebbe perdo-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
l’orientale, le rimembranze nostre che ci sprizzavano fuori da ogni sguardo, da ogni parola, da ogni atto, la bellezza incantevole del suo visino sorridente, dove le rose si rincoloravano appena allora di sotto ai madori del sonno, tutto mi eccitava a rappiccar un anello di quella catena che era rimasta per tanto tempo sospesa. Presi dalle sue labbra un solo bacio; ve lo giuro; un bacio solo dalle sua labbra, ed anco ne mescolai la dolcezza coll’amaro del caffè. Si dirà poi che al secolo passato non c’era virtù!... Ce n’era sì; ma la costava doppia fatica per la nessuna cura che si davano di educarla in abitudine. Vi assicuro che sant’Antonio non ebbe tanto merito di resistere nel deserto alle tentazioni del demonio, quanto io di ritirare le labbra dalla coppa, prima di avermi levata la sete. Cionullameno io era certo e deliberato a levarmela  un  giorno  o  l’altro;  questo  potrebbe  mutare  la  mia  virtù  in  un raffinamento di ghiottornia. Allora, appena fui alzato, ci convenne pensare a vivere: cioè ad ire in traccia d’una donna che attendesse alla cucina e ai fatti più grossolani della casa. Non si potea campare di solo caffè, massime coll’amore che ci divorava. Io stesso per la prima volta in mia vita mi occupai con tutto il piacere di queste minute faccenduole. Conosceva qualche comare nel Campo vicino, mi raccomandai a questa e a quella, e mi accomodarono d’una serva che almeno a vederla dovea bastare di per sé a guardare una casa contro i Turchi e gli Uscocchi. Brutta come l’accidente, ed alta e scarnata che pareva un granatiere dopo quattro mesi di campagna; con occhi e capelli grigi e un fazzoletto rosso attorcigliato intorno al capo alla foggia dei serpenti di Medusa. Era un pochettino losca, e discretamente barbuta, con una vociaccia sonata pel naso che non parlava né veneziano, né schiavone, ma un certo gergo imbastardito a mezza strada. Costei aveva ricevuto da madre natura tutte le più brutte impronte della fedeltà: perché io ho sempre osservato che fedeltà ed avvenenza litigano sovente fra loro e s’acconciano assai di rado a una vita tranquilla e comune. Di più era certo che chi volesse entrare in casa e s’affacciasse a quello spettacolo, sarebbe ito piuttosto a casa del diavolo che avanzar un passo oltre la soglia; tanto era graziosa e piacevole. S’intende che io le diedi precetto assoluto di dir sempre ed a tutti che i padroni eran fuori di Venezia; e di restar nascosto ci aveva molti buoni perché. Sarebbe bastato quello della felicità; che già appena gli altri uomini se n’accorgono, non possono fare a meno di saltarvi addosso per guastarvela. Or dunque appostato questo mio Cerbero alla cucina, e provveduto che ebbi alla sicurezza ed al vitto, tornai alla Pisana e mi dimenticai di tutto il resto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Mentre io mi faceva dì per dì sempre più casalingo e campagnuolo, e al mio piccolo Luciano che già trottolava nel cortile aggiungeva un secondo fanciulletto cui misimo nome Donato in onore dello zio che gli fu padrino, nel mondo strepitavano le glorie guerresche di Napoleone. Vinceva la Prussia a Jena, l’Austria a Wagram; s’imparentava colle vecchie dinastie, e signore dell’Europa chiudeva il continente all’Inghilterra e minacciava il mezzo asiatico impero degli Czar. L’Italia, tutta in suo pugno sbocconcellata a capriccio, aveva tuttavia ritto a Milano lo stendardo dell’unità. Si avvezzavano a guardar quello, e Napoleone piuttosto nemico che protettore, per la sua ambizione smisurata e noncurante di storia o di popoli. Ma quando la spada dataci da lui fosse caduta a terra chi avrebbe osato impugnarla? A questo non pensavano. Si credevano forti, non sapendo che la forza riposava sopra il colosso e con lui si sarebbe fiaccata. Di cento che armeggiavano uno solo pensava, e agli altri novantanove sarebber cadute le armi e le braccia nel maggior cimento. Io non era spettatore, ma indovinava. Spiro frattanto scriveva lettere sempre più animate e misteriose; e ben m’accorgeva che qualche sublime idea fermentava nell’anima del greco mercante. Rigas il poeta aveva fondato la prima Eteria; e ottenutone per ricompensa il tradimento dai cristiani naturali alleati e il palo dai Turchi. Una seconda congiura si ordiva in Italia a profitto dei Greci, protetta da Napoleone. Sognavano di contrapporre al nuovo  Carlomagno  un  nuovo  impero  di  Bisanzio.  Ed  erano  sogni,  ma raccendevano le ceneri non mai spente dei greci vulcani e si cantava fra le montagne dei Mainotti: «Un fucile una sciabola e s’altro manca una fionda, ecco l’armi nostre.» «Io vidi gli agà prosternati a’ miei piedi; mi chiamavano loro signore e padrone.» «Io avea rapito loro il fucile, la sciabola, le pistole» «O Greci, alto le fronti umiliate! prendete il fucile la sciabola la fionda. E i nostri oppressori ci nomeranno ben presto loro signori e padroni.» Fra le orde selvagge degli Albanesi e le tribù pastorecce del Montenegro, ove è un insulto dire: «I tuoi son morti a lor letto!» serpeggiava il fuoco dell’entusiasmo. Alì Tebelen trionfava colla crudeltà e colla perfidia ma gli esuli dell’Ellade inspiravano a tutta Grecia il disegno di terribili rappresaglie. Quella non si manifestava ancora ma era forza verace; forza invincibile d’una nazione che ha meditato da lungo la propria sventura, ha accumulato gli insulti e aspetta paziente il momento della vendetta. Il vecchio Apostulos
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
così come sono tanto importa posseder l’amore e la stima del proprio cane che quella di costoro. Io per me vi rinunzio volontieri e per sempre! «Non dir per sempre, Giulio, ché non lo puoi! Sei troppo giovane! (Egli sorrise, come tutti i giovani, quando si appunta loro mancanza d’esperienza). Quegli uomini che tu giudichi così pazzi così tristi possono sollevarsi per uno slancio magnanimo da quella solita abiezione e riavere momenti sublimi di giustizia e di generosità!... Ora se tu, Giulio, in quei momenti dovessi sopportare il loro disprezzo, credilo, ti spezzerebbe l’anima, a meno che tu non abbia perduto ogni pudore ogni dignità umana. In quei momenti non è l’ostracismo della pazzia e della nequizia che soffrirai, ma la sentenza della generosità e della giustizia!... E non potrai illuderti, non potrai difenderti!... Contro uno contro due contro dieci potrai insorgere, fremere, vendicarti; ma contro l’opinione d’un popolo non v’ha riparo: gli è come un incendio che compresso da una parte divampa subitaneo e maggiore dall’altra!... In tanta sciagura uno solo è il ricovero che la Provvidenza permette all’onest’uomo; il ricovero della coscienza. Ma tu, Giulio, come ti troverai di faccia alla coscienza?... quali conforti ti darà essa? A te che ti sei fatto una gloria di calpestare quanto di più nobile di più etereo racchiude l’umana speranza?... A te che professando un disprezzo profondo degli uomini senza pur conoscerli, ti sei accostato ai peggiori, e hai con ciò dato appiglio a credere che tu disprezzi te stesso più di ogni altro?... Via, rispondi; non ti pare che fra i tuoi maestri, i tuoi amici, fra il dottor Ormenta, fra Augusto Cisterna, i suoi figliuoli e il resto della gente non corra alcun divario? Ma se la gente accusa, vitupera, perseguita le azioni di quelli, non è segno che almeno la coscienza pubblica è migliore della loro, e che v’è una vita possibile possibilissima, e se non felice e dignitosa in tutto, certo più degna di quella cui essi ti hanno invitato?... Temi, temi, Giulio, di esser confuso con simil razza di serpenti; temi che la contraddizione non ti trascini più oltre di quanto non vuoi; e che per la tua smania di distinguerti e di capitaneggiarti, non ti si faccia carico dei delitti e dei vizii di coloro che stanno ora dietro a te, e che al maggior uopo avranno la furberia di lasciarti solo.» «Ti sbagli di grosso sul mio conto» rispose Giulio colla massima pacatezza e senza onorare la mia predica neppur d’un istante di esame. «Io non ho adottato il credo di nessuno. Il dottor Ormenta e il signor Augusto Cisterna sono vecchi furbi e scostumati non migliori né peggiori degli altri; ho continuato a stare con loro per abitudine e perché non ci vedea ragione di mutar compa-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
debbo obbedire ad un ghiribizzo. Fortuna che è discreto; perché dal principio dell’anno non ho empito che due carte, e prima che riprenda la penna dopo averla lasciata questa volta, Dio sa quanto tempo vorrà passare!... Convengo peraltro col mio capriccio, che questi paesi sforzano a scrivere. Partiti una volta, bisognerà ricorrere ai segni scritti della nostra ammirazione per non credere che la memoria ci inganni, e che il prisma della lontananza ci cangi i minuzzoli in montagne e in diamanti i sassi. Tutto qui è grandioso intatto sublime. Montagne, torrenti, selve, pianure, tutto serba l’impronta dell’ultima rivoluzione che ha sconvolto il creato, e tràttone l’ordine meraviglioso della vita presente. Ma la vita della natura somiglia qui tanto all’europea, come la cadente esistenza d’un vecchio alla robusta e piena salute del giovine. Accavallamenti e serragli di montagne che s’aggruppano, s’addentrano, s’addossano le une alle altre circondate da boschi misteriosi, e vomitanti, frammezzo alle nevi, eterni vortici di fiamme. Piante secolari, ognuna delle quali sarebbe una selva sui fianchi scarnati dell’Appennino; vallate dove l’erba nasconde tutta una persona, e i tori selvatici fuggono cornando l’aspetto d’un uomo; torrenti abbandonati in cascate di cui l’occhio misura appena l’altezza; e le acque si disperdono in una lieve atmosfera nebbiosa che occupa tutta la valle e la immerge in un’iride incantevole; le viscere della terra chiudono l’oro e l’argento; i macigni si spaccano e ne escono diamanti; il gran fiume si volve immenso e tortuoso come un gran serpente addormentato, fra rive ombrose di banani e di catalpe. La terra lussureggiante, il sole infocato, il cielo quasi sempre sereno, ma la fresca brezza delle Ande consola ogni giornata di qualche ora di primavera. Oh  se  si  avessero  qui  le  grandi  ferrovie  delle  valli  dell’Ohio  e  del Mississippì! Se questa provincia non fosse lontana tre mesi di cammino da Rio Janeiro! È inutile: la distanza aumenta la mestizia della separazione; e per quanto sia irragionevole, due anni nel Mato-Grosso devono sembrar più lunghi di dieci e di venti in Francia od in Svizzera. Pure Venezia è tanto in Francia ed in Svizzera come nel Mato-Grosso, ma sembra che l’aria ci porti più facilmente qualche sospiro dei nostri cari. Noi siamo alloggiati da principi, ma la natura ci fa le spese e la mano dell’uomo ci ha poco merito. Una casa costrutta di pietra viva ma che somiglia una tenda, tanto è aperta per ogni lato da logge, da atrii, da gallerie; dietro un gran giardino che finisce alla sponda del fiume, dinanzi un cortile dove s’affaccendano gli schiavi e nitriscono i puledri quando sulla sera li rac-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Noto sopra l’ale humide et maligne la nebbia porta, et par di nuovo il vesta: così Morello irato, hor carco hor lieve, minaccia al piano subiecto hor acqua hor neve. 105 Partesi de Ethyopia caldo et tinto Austro, et satia l’assetate spugne nell’onde salse di Tirreno intinto; appena a’ destinati luoghi giugne, gravido d’acqua et da’ nugoli cinto 110 et stanco, stringe poi ambo le pugne: e fiumi lieti contro all’acque amiche escono allhor delle caverne antiche. Rendon gratie ad Occean padre, adorni d’ulva et di fronde fluviali le tempie; 115 suonan per festa e rochi et torti corni; tumido il ventre, già superbo, s’empie; lo sdegno, conceputo molti giorni contro alle ripe timide, s’adempie: spumoso ha rotto già lo inimico argine, 120 né serva il corso dello antico margine. Non per vie lunghe o per cammino oblico a guisa di serpenti, a gran volumi, sollecitan la via al padre antico: congiungon l’onde insieme e lontan’ fiumi 125 et dice l’uno all’altro, come amico, nuove del suo paese et de’ costumi: così insieme, in una strana voce, cercon, né truovon, la smarrita foce. Quando gonfiato et largo si ristrigne 130 tra li alti monti d’una chiusa valle, stridon frenate, turbide et maligne l’onde, et miste con terra paion gialle; et grave petre sopra petre pigne, irato a’ sassi dello angusto calle;
Poemetti in ottava rima di Lorenzo de Medici
Deh, non aver il cor tanto severo! Tre lustri già della tua casta vita servito hai di Diana il duro impero: 35 non basta questo? Or dammi qualche aita, ninfa, che se’ sanza pietate alcuna. Ma, lasso a me, non è la voce udita! Se almen di mille udita ne fussi una! Io so ch’e versi posson, se li sente, di cielo in terra far venir la luna. 40 I versi feron già l’itaca gente in fere trasformar: ne’ verdi prati rompono i versi il frigido serpente. Adunque i rozzi versi e poco ornati daremo al vento; et or ho visto come saranno a lei li mia pianti portati. L’aura move degli arbor’ l’alte chiome, che rendon, mosse, un mormorio suave, ch’empie l’aere et i boschi del suo nome: 50 se porta questo a me, non li fia grave portar mio pianto a questa dura femmina per gli alti monti e per le valli cave, ov’abita Eco, ch’e mia pianti gemina; o questo o il vento a lei lo portin seco: io so che ‘l pianto in pietra non si semina. 55 Forse ode ella vicina in qualche speco; non so se sei qui presso: so ben ch’io, fuggi dove tu vuoi, sempre son teco. Se ‘l tuo crudo voler fussi più pio, s’io ti vedessi qui, s’io ti toccassi le bianche mani e ‘l tuo bel viso, o Dio!;
Poemetti in terzine di Lorenzo de Medici
Furtum Veneris et amoris Venere.  Su, nymphe, hornate il glorioso monte di canti e balli et resonante lire; fate di fior’ grillande alme alla fronte, 5 ché mi par Marte, amico mio, sentire e dalla plaga lactea su nel cielo e visto ho la stella sua lieta apparire. Spargete all’aura i crini avolti in velo e liete tutte nel fonte Acidalio gratiose vi lavate il volto e ‘l pelo. 10 Le sacre Muse dal licor castalio di dolci carmi piene invitarete; stendete drappi, hornate il ciel col palio. Bacco, Sileno mio liete acogliete, e se Cerer non è sdegnata ancora per Proserpìna sua, la chiamerete. Va’, Climen, nympha mia, dall’Aurora: digli che indugi alquanto il bel mactino; lieta col suo Titon facci dimora. 20 Tu, Clitia, andrai nel bel monte Pachinno, tu nel Peloro, e tu nel Lilibeo: guardate di Sicilia ogni confino, sì che Vulcano mio fabro flegreo cum Marte non mi truovi in adultèro, donde fabula sia poi d’ogni iddeo. 25 Ascondi, Luna, il lucido emispero; voi per le selve non latrate, o cani, sì che d’infamia non si scuopri il vero. Vien, lieta notte, e voi, profundi Mani, scurate l’ora; e tu, figliuol Cupido: mi do nelle tua braccia, in le tue mani.
Poemetti in terzine di Lorenzo de Medici
Canto I, ott. A ................................................. 10 Canto I, ott. B ................................................. 10 Canto primo .................................................. 11 1 – Sorge tra il duro Scita e l’Indo molle ......... 11 2 – Cento braccia è d’altezza, da la prima ........ 11 3 – Ha cento facce, ha cento canti, e quelli ..... 11 4 – Gli altri ornamenti, chi m’ascolta o legge ... 11 5 – Quivi s’intende, si ragiona e tratta ............. 12 6 – Venuto l’anno e ‘l giorno che raccorre ....... 12 7 – Portate alcune in gran navi di vetro ........... 12 8 – Chi d’oro, e chi d’argento, e chi si fece ..... 13 9 – Queste, ch’or Fate, e da li antichi fòro ....... 13 10 – Sola Morgana, come l’altre volte ............. 13 11 – Con atti mesti il gran Collegio inchina.... 13 12 – Poi che da forza temeraria astretta ........... 14 13 – Non accade ch’io narri e come e quando... 14 14 – Dico di quel che non sapete forse ............ 14 15 – A me convien meglio chiarirvi quella ...... 15 16 – Non è particolare e non è sola ................. 15 17 – Se toleriam l’ingiuria, oltra che segno ...... 15 18 – E seguitò parlando, e disponendo ............ 15 19 – Levarsi Alcina non potea dal core ............ 16 20 – Né potuto ella avria, senza accusarla........ 16 21 – Ella dicea che, come universale ............... 16 22 – Sapeva ben che fatto era cristiano ............ 17 23 – Per questo avea fier odio, acerbo isdegno ... 17 24 – Odia l’imperator, odia il nipote ............... 17 25 – Poi ch’ebbe acconciamente Fallerina ........ 17 26 – Poi l’Aquilina e poi la Silvanella .............. 18 27 – chi di Dudone e chi di Brandimarte ........ 18 28 – Quelle che da dolersi per se stesse ........... 18 29 – Tutte per questo eccettuando solo ........... 19 30 – Poi che Demogorgon, principe saggio ..... 19 31 – Come nei casi perigliosi spesso ................ 19 32 – Come chi tardi i suo’ denar dispensa ....... 19 33 – questa mette da parte e quella lassa.......... 20 34 – Dopo molto girar, si ferma alfine ............ 20 35 – Stato era grande appresso a Carlo Gano .... 20 36 – Gano superbo, livido e maligno .............. 21 37 – Poi, quando si trovava appresso a Carlo ... 21 38 – Fra i monti inaccessibili d’Imavo ............. 21 39 – Le vie, l’entrate principal son sette .......... 21 40 – S’accosta alla spelunca spaventosa ............ 22 41 – E di cento ministri ch’avea intorno .......... 22 42 – Tosto che vide Alcina così ornata ............. 22 43 – Pallido più che bosso, e magro e afflitto .... 23 44 – O delli imperatori imperatrice................. 23 45 – una vil gente che fuggì da Troia ............... 23 46 – dove aiutando or questo or quel vicino.... 23 47 – Puoi tu patir che la già tante volte ........... 24 48 – Alle mortal grandezze un certo fine ......... 24 49 – E seguitò mostrando altra cagione ........... 24 50 – Al detto de la fata, brevemente ................ 25 51 – E chi gli cortigiani e chi gli amanti .......... 25 52 – E de’ suoi brutti serpi venenosi ............... 25 53 – Le fantastiche forme seco tolto ................ 25 54 – Tutta la nobiltà di Chiaramonte .............. 26 55 – Poi di veder il populo gli è aviso .............. 26 56 – In questa vision l’Invidia il core ............... 26 57 – De l’aureo albergo essendo il Sol già uscito ... 27 58 – Da quell’ora il meschin mai più riposo.... 27 59 – Già fuor di tende, fuor de padiglioni ....... 27 60 – E come saggio padre di famiglia .............. 27 61 – A chi collane d’oro, a chi vasella .............. 28 62 – A Rinaldo il governo di Guascogna ......... 28 63 – e promesse lo scettro e la corona.............. 28 64 – In somma, ogni guerrier d’alta virtute ..... 29 65 – Né feudi nominando né livelli................. 29 66 – Or, sopra gli altri, quei di Chiaramonte .. 29 67 – E perché, d’astio e di veneno pregno ....... 29 68 – et era il suo pensiero ire in Levante ......... 30 69 – Indi andar in Arabia avea disposto........... 30 70 – e che Marsilio armasse in Catalogna ........ 30 71 – Or fattasi fornir una galea ....................... 31 72 – indi i monti Ligustici, e riviera ................ 31 73 – Il vento tra maestro e tramontana............ 31 74 – che per mezo da un’acqua era partita....... 31 75 – D’odoriferi cedri era il bel colle ............... 32 76 – Gano, che di natura era bramoso ............ 32 77 – Tosto ch’egli dal mar si pose in via ........... 32 78 – che con cortesi e belli inviti fenno ........... 33 79 – E dai demoni tutto in una notte .............. 33 80 – Tenea Gloricia splendida e gran corte ...... 33
I cinque canti di Ludovico Ariosto
50 Al detto de la fata, brevemente diè l’Invidia risposta, che farebbe. Gli suoi ministri ha separatamente, che ciascun sa per sé quel che far debbe: tutti hanno impresa di tentar la gente; ognun guadagnar anime vorrebbe: stimula altri i signori, altri i plebei; chi fa gli vecchi e chi i fanciulli rei. 51 E chi gli cortigiani e chi gli amanti, e chi gli monachetti e i loro abbati: quei che le donne tentano son tanti, che seriano a fatica noverati. Ella venir se li fe’ tutti innanti, e poi che ad un ad un gli ebbe mirati, stimò sé sola a sì importante effetto sufficiente, e ciascun altro inetto. 52 E de’ suoi brutti serpi venenosi fatto una scelta, in Francia corre in fretta, e giunger mira in tempo ch’ai focosi destrieri il fren la bionda Aurora metta, allor ch’i sogni men son fabulosi, e nascer veritade se n’aspetta: con nuovo abito quivi e nuove larve al conte di Maganza in sogno apparve. 53 Le fantastiche forme seco tolto l’Invidia avendo, apparve in sogno a Gano; e gli fece veder tutto raccolto in larga piazza il gran popul cristiano,
I cinque canti di Ludovico Ariosto
che gli occhi lieti avea fissi nel volto d’Orlando e del signor di Mont’Albano, ch’in veste trionfal, cinti d’alloro, sopra un carro venian di gemme e d’oro. 54 Tutta la nobiltà di Chiaramonte sopra bianchi destrier lor venìa intorno: ognun di lauro coronar la fronte, ognun vedea di spoglie ostili adorno; e la turba con voci a lodar pronte gli parea udir, che benediva il giorno che, per far Carlo a null’altro secondo, la valorosa stirpe venne al mondo. 55 Poi di veder il populo gli è aviso, che si rivolga a lui con grand’oltraggio, e dir si senta molta ingiuria in viso, e codardo nomar, senza coraggio; e con batter di man, sibilo e riso, s’oda beffar con tutto il suo lignaggio; né quei di Chiaramonte aver più loda, che gli suoi biasmo, par che vegga et oda. 56 In questa vision l’Invidia il core con man gli tocca più fredda che neve; e tanto spira in lui del suo furore, che ‘l petto più capir non può, né deve. Al cor pon delle serpi la piggiore, un’altra onde l’udita si riceve, la terza agli occhi; onde di ciò che pensa, di ciò che vede et ode ha doglia immensa.
I cinque canti di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto   I cinque canti   Canto secondo  � 22 Quel cade addormentato; Alcina il prende, e scongiurando gli spirti infernali fa venir quivi un carro, e su vel stende, che tiran duo serpenti c’hanno l’ali; poi verso Italia in tanta fretta scende, che con la più non van di Giove i strali. La medesima notte è in Lombardia, in ripa di Ticin dentro a Pavia: 23 là dove il re de’ Longobardi allora l’antiquo seggio, Desiderio, avea. Nel ciel oriental sorgea l’aurora quando perdé il vigor l’acqua letea: lasciò il sonno il Sospetto; e quel, che fuora e lontan dal castel suo si vedea, morto saria, se non fosse già morto; ma la fata ebbe presta al suo conforto. 24 Gli promesse ella indietro rimandarlo senza alcun danno; e in guisa gli promesse, che poté in qualche parte assicurarlo, non sì però ch’in tutto le credesse; ma prima in Desiderio, che di Carlo temea le forze, entrasse gli commesse, e che non se gli levi mai del seno fin che tutto di sé non l’abbia pieno. 25 Mentre fu Carlo i giorni inanzi astretto dal re d’Africa a un tempo e da Marsiglio, il re de’ Longobardi, per negletto e per perduto avendo posto il giglio,
I cinque canti di Ludovico Ariosto
ma poi che a partorir in Bettelemme Maria venne il figliuol del Re superno; quivi regnare non poté, o non volse, e di vista degli uomini si tolse. 117 E ne l’antiqua selva, fra la torma de li demoni suoi tornò a celarsi, dove ogni ottavo dì sua bella forma in bruttissima serpe avea a mutarsi. Per questa opinion, vestigio et orma di piede uman nissun potea trovarsi inanzi a questo dì di ch’io vi parlo, che l’aurea fiamma alzò in Boemia Carlo. 118 L’imperador commanda che dal piede taglin le piante a lor bisogno et uso: l’esercito non osa, perché crede, da lunga fama e vano error deluso, che chi ferro alza incontra il bosco, fiede sé stesso e more, e ne l’inferno giuso visibilmente in carne e in ossa è tratto, o resta cieco o spiritato o attratto. 119 Carlo, fatta cantar una solenne messa da l’arcivescovo Turpino, entra nel bosco, et alza una bipenne, e ne percuote un olmo più vicino: l’arbor, che tanta forza non sostenne, ché Carlo un colpo fe’ da paladino, cadde in duo tronchi, come fu percosso; e sette palmi era d’intorno grosso!
I cinque canti di Ludovico Ariosto
74 La figliuola d’Amon, che non sa ancora che Rinaldo rubel sia de l’Impero, veduto il giglio che sì Francia onora, la croce bianca e l’uccel bianco e il nero, e poi Vertunno in su la prima prora, ch’avea l’insegna e il viso di Ruggiero, senza timor, senz’armi corse al lito, credendosi ire in braccio al suo marito; 75 il qual sia, per alcun nuovo accidente, tornato a lei con parte de l’armata: non dal marito, ma dal fraudolente Gano si ritrovò ch’era abbracciata. Come chi còrre il fior volea, e il serpente truova che ‘l punge; così disarmata, e senza poter farli altra difesa, dagli nimici suoi si trovò presa. 76 Si trovò presa ella e la rocca insieme, ché non vi poté far difesa alcuna. Il popul, che ciò sente e peggio teme, chi qua chi là con l’armi si raguna; il rumor s’ode, come il mar che freme vòlto in furor da sùbita fortuna: ma poi Gano parlandogli, e di Carlo mostrando commission, fece acchetarlo. 77 Disegna il traditor che di vita esca la sua inimica, innanzi ch’altri il viete; poi muta voglia, non che gli n’incresca né del sangue di lei non abbia sete;
I cinque canti di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto   I cinque canti   Canto quarto � Scritto ha nel suo Evangelio: “Ch’in me crede, uccide nel mio nome ogni serpente, il venen bee senza che mal gli faccia, sana gli infermi e gli demoni scaccia.” 82 E dice altrove: “Quando con perfetta fede ad un monte a commandar tu vada: “Di qui ti leva, e dentro il mar ti getta’; che ‘l monte piglierà nel mar la strada.” Ma perché fede quasi morta è detta quella che sta senza fare opre a bada, procacciamo con buon’opre che sia più grata a Dio la tua fede e la mia. 83 Proviam di trarre alla vera credenza quest’altri che son qui presi con nui; di che già fatto ho qualche esperienza, ma poco un parer mio può contra dui. Forse saremo a mutar lor sentenza meglio insieme tu et io, ch’io sol non fui; e se potiam questi al demonio tòrre, non ha qua dentro poi dove si porre. 84 E Dio, tutti vedendone fedeli pregar la sua clemenza che n’aiute, dal fonte di pietà scender dai cieli farà qua dentro un fiume di salute. — Così dicean; poi salmi, inni e vangeli, orazion che a mente avean tenute, incominciar i cavallier devoti, e a porr’in opra i prieghi e i pianti e i voti.
I cinque canti di Ludovico Ariosto
137 Il grave odor che la palude esala non lascia al legno far troppo soggiorno. Quindi a un greco-levante spiegò ogni ala, volando da man destra a Cipro intorno, e surse a Pafo, e pose in terra scala; e i naviganti uscîr nel lito adorno, chi per merce levar, chi per vedere la terra d’amor piena e di piacere. 138 Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco si va salendo inverso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il loco, e mille altri soavi arbori han pieno. Serpillo e persa e rose e gigli e croco spargon da l’odorifero terreno tanta suavità, ch’in mar sentire la fa ogni vento che da terra spire. 139 Da limpida fontana tutta quella piaggia rigando va un ruscel fecondo. Ben si può dir che sia di Vener bella il luogo dilettevole e giocondo; che v’è ogni donna affatto, ogni donzella piacevol più ch’altrove sia nel mondo: e fa la dea che tutte ardon d’amore, giovani e vecchie, infino all’ultime ore. 140 Quivi odono il medesimo ch’udito di Lucina e de l’Orco hanno in Soria, e come di tornare ella a marito facea nuovo apparecchio in Nicosia. Quindi il padrone (essendosi espedito, e spirando buon vento alla sua via) l’ancore sarpa, e fa girar la proda verso ponente, et ogni vela snoda.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
9 in premio promettendola a quel d’essi ch’in quel conflitto, in quella gran giornata, degli infideli più copia uccidessi, e di sua man prestassi opra più grata. Contrari ai voti poi furo i successi; ch’in fuga andò la gente battezzata, e con molti altri fu ’l duca prigione, e restò abbandonato il padiglione. 10 Dove, poi che rimase la donzella ch’esser dovea del vincitor mercede, inanzi al caso era salita in sella, e quando bisognò le spalle diede, presaga che quel giorno esser rubella dovea Fortuna alla cristiana fede: entrò in un bosco, e ne la stretta via rincontrò un cavallier ch’a piè venìa. 11 Indosso la corazza, l’elmo in testa, la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; e più leggier correa per la foresta, ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo. Timida pastorella mai sì presta non volse piede inanzi a serpe crudo, come Angelica tosto il freno torse, che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse. 12 Era costui quel paladin gagliardo, figliuol d’Amon, signor di Montalbano, a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo per strano caso uscito era di mano. Come alla donna egli drizzò lo sguardo, riconobbe, quantunque di lontano, l’angelico sembiante e quel bel volto ch’all’amorose reti il tenea involto.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto settimo � 57 Di medolle già d’orsi e di leoni ti porsi io dunque li primi alimenti; t’ho per caverne et orridi burroni fanciullo avezzo a strangolar serpenti, pantere e tigri disarmar d’ungioni, et a vivi cingial trar spesso i denti, acciò che, dopo tanta disciplina, tu sii l’Adone o l’Atide d’Alcina? 58 E’ questo, quel che l’osservate stelle, le sacre fibre e gli accoppiati punti, responsi, augùri, sogni e tutte quelle sorti, ove ho troppo i miei studi consunti, di te promesso sin da le mammelle m’avean, come quest’anni fusser giunti: ch’in arme l’opre tue così preclare esser dovean, che sarian senza pare? 59 Questo è ben veramente alto principio onde si può sperar che tu sia presto a farti un Alessandro, un Iulio, un Scipio! Chi potea, ohimè! di te mai creder questo, che ti facessi d’Alcina mancipio? E perché ognun lo veggia manifesto, al collo et alle braccia hai la catena con che ella a voglia sua preso ti mena. 60 Se non ti muovon le tue proprie laudi, e l’opre escelse a chi t’ha il cielo eletto, la tua succession perché defraudi del ben che mille volte io t’ho predetto? Deh, perché il ventre eternamente claudi, dove il ciel vuol che sia per te concetto la gloriosa e soprumana prole ch’esser de’ al mondo più chiara che ’l sole?
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
77 Tu vedi ben quella bandiera grande, ch’insieme pon la fiordaligi e i pardi: quella il gran capitano all’aria spande, e quella han da seguir gli altri stendardi. Il suo nome, famoso in queste bande, è Leonetto, il fior de li gagliardi, di consiglio e d’ardire in guerra mastro, del re nipote, e duca di Lincastro. 78 La prima, appresso il gonfalon reale, che ’l vento tremolar fa verso il monte, e tien nel campo verde tre bianche ale, porta Ricardo, di Varvecia conte. Del duca di Glocestra è quel segnale, c’ha duo corna di cervio e mezza fronte. Del duca di Chiarenza è quella face; quel arbore è del duca d’Eborace. 79 Vedi in tre pezzi una spezzata lancia: gli è ’l gonfalon del duca di Nortfozia. La fulgure è del buon conte di Cancia; il grifone è del conte di Pembrozia. Il duca di Sufolcia ha la bilancia. Vedi quel giogo che due serpi assozia: è del conte d’Esenia; e la ghirlanda in campo azzurro ha quel di Norbelanda. 80 Il conte d’Arindelia è quel c’ha messo in mar quella barchetta che s’affonda. Vedi il marchese di Barclei; e appresso di Marchia il conte e il conte di Ritmonda: il primo porta in bianco un monte fesso, l’altro la palma, il terzo un pin ne l’onda. Quel di Dorsezia è conte, e quel d’Antona, che l’uno ha il carro, e l’altro la corona.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto dodicesimo Canto 12 1 Cerere, poi che da la madre Idea tornando in fretta alla solinga valle, là dove calca la montagna Etnea al fulminato Encelado le spalle, la figlia non trovò dove l’avea lasciata fuor d’ogni segnato calle; fatto ch’ebbe alle guancie, al petto, ai crini e agli occhi danno, al fin svelse duo pini; 2 e nel fuoco gli accese di Vulcano, e diè lor non potere esser mai spenti: e portandosi questi uno per mano sul carro che tiravan dui serpenti, cercò le selve, i campi, il monte, il piano, le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, la terra e ’l mare; e poi che tutto il mondo cercò di sopra, andò al tartareo fondo. 3 S’in poter fosse stato Orlando pare all’Eleusina dea, come in disio, non avria, per Angelica cercare, lasciato o selva o campo o stagno o rio o valle o monte o piano o terra o mare, il cielo, e ’l fondo de l’eterno oblio; ma poi che ’l carro e i draghi non avea, la gìa cercando al meglio che potea. 4 L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia per Italia cercarla e per Lamagna, per la nuova Castiglia e per la vecchia, e poi passare in Libia il mar di Spagna. Mentre pensa così, sente all’orecchia una voce venir, che par che piagna: si spinge inanzi; e sopra un gran destriero trottar si vede inanzi un cavalliero,
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto tredicesimo � Canto 13 1 Ben furo aventurosi i cavallieri ch’erano a quella età, che nei valloni, ne le scure spelonche e boschi fieri, tane di serpi, d’orsi e di leoni, trovavan quel che nei palazzi altieri a pena or trovar puon giudici buoni: donne, che ne la lor più fresca etade sien degne d’aver titol di beltade. 2 Di sopra vi narrai che ne la grotta avea trovato Orlando una donzella, e che le dimandò ch’ivi condotta l’avesse: or seguitando, dico ch’ella, poi che più d’un signiozzo l’ha interrotta, con dolce e suavissima favella al conte fa le sue sciagure note, con quella brevità che meglio puote. 3 — Ben che io sia certa (dice), o cavalliero, ch’io porterò del mio parlar supplizio, perché a colui che qui m’ha chiusa, spero che costei ne darà subito indizio; pur son disposta non celarti il vero, e vada la mia vita in precipizio. E ch’aspettar poss’io da lui più gioia, che ’l si disponga un dì voler ch’io muoia? 4 Isabella sono io, che figlia fui del re mal fortunato di Gallizia. Ben dissi fui; ch’or non son più di lui, ma di dolor, d’affanno e di mestizia. Colpa d’Amor: ch’io non saprei di cui dolermi più che de la sua nequizia; che dolcemente nei principii applaude, e tesse di nascosto inganno e fraude.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
37 Ne la spelonca una gran mensa siede grossa duo palmi, e spaziosa in quadro, che sopra un mal pulito e grosso piede, cape con tutta la famiglia il ladro. Con quell’agevolezza che si vede gittar la canna lo Spagnuol leggiadro, Orlando il grave desco da sé scaglia dove ristretta insieme è la canaglia. 38 A chi ’l petto, a chi ’l ventre, a chi la testa, a chi rompe le gambe, a chi le braccia; di ch’altri muore, altri storpiato resta: chi meno è offeso, di fuggir procaccia. Così talvolta un grave sasso pesta e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia, gittato sopra un gran drapel di biscie, che dopo il verno al sol si goda e liscie. 39 Nascono casi, e non saprei dir quanti: una muore, una parte senza coda, un’altra non si può muover davanti, e ’l deretano indarno aggira e snoda; un’altra, ch’ebbe più propizii i santi, striscia fra l’erbe, e va serpendo a proda. Il colpo orribil fu, ma non mirando, poi che lo fece il valoroso Orlando. 40 Quei che la mensa o nulla o poco offese (e Turpin scrive a punto che fur sette), ai piedi raccomandan sue difese: ma ne l’uscita il paladin si mette; e poi che presi gli ha senza contese, le man lor lega con la fune istrette, con una fune al suo bisogno destra, che ritrovò ne la casa silvestra.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
13 Stordilano e Tesira e Baricondo, l’un dopo l’altro, mostra la sua gente: Granata al primo, Ulisbona al secondo, e Maiorica al terzo è ubidiente. Fu d’Ulisbona re (tolto dal mondo Larbin) Tesira, di Larbin parente. Poi vien Gallizia, che sua guida, in vece di Maricoldo, Serpentino fece. 14 Quei di Tolledo e quei di Calatrava, di ch’ebbe Sinagon già la bandiera, con tutta quella gente che si lava in Guadiana e bee della riviera, l’audace Matalista governava; Bianzardin quei d’Asturga in una schiera con quei di Salamanca e di Piagenza, d’Avila, di Zamora e di Palenza. 15 Di quei di Saragosa e de la corte del re Marsilio ha Ferraù il governo: tutta la gente è ben armata e forte. In questi è Malgarino, Balinverno, Malzarise e Morgante, ch’una sorte avea fatto abitar paese esterno; che, poi che i regni lor lor furon tolti, gli avea Marsilio in corte sua raccolti. 16 In questa è di Marsilio il gran bastardo, Follicon d’Almeria, con Doriconte, Bavarte e Largalifa et Analardo, et Archidante il sagontino conte, e Lamirante e Langhiran gagliardo, e Malagur ch’avea l’astuzie pronte, et altri et altri, di quai penso, dove tempo sarà, di far veder le pruove.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
105 Alla città, che molte miglia gira, da molte parti si può dar battaglia: ma perché sol da un canto assalir mira, né volentier l’esercito sbarraglia, oltre il fiume Agramante si ritira verso ponente, acciò che quindi assaglia; però che né cittade né campagna ha dietro, se non sua, fin alla Spagna. 106 Dovunque intorno il gran muro circonda, gran munizioni avea già Carlo fatte, fortificando d’argine ogni sponda con scannafossi dentro e case matte; onde entra ne la terra, onde esce l’onda, grossissime catene aveva tratte: ma fece, più ch’altrove, provedere là dove avea più causa di temere. 107 Con occhi d’Argo il figlio di Pipino previde ove assalir dovea Agramante; e non fece disegno il Saracino, a cui non fosse riparato inante. Con Ferraù, Isoliero, Serpentino, Grandonio, Falsirone e Balugante, e con ciò che di Spagna avea menato, restò Marsilio alla campagna armato. 108 Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna, con Pulian, con Dardinel d’Almonte, col re d’Oran, ch’esser gigante accenna, lungo sei braccia dai piedi alla fronte. Deh perché a muover men son io la penna, che quelle genti a muover l’arme pronte? che ’l re di Sarza, pien d’ira e di sdegno, grida e bestemmia, e non può star più a segno.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
81 D’un suo scudier una grossa asta afferra, e vede Prusion poco lontano, re d’Alvaracchie, e adosso se gli serra, e de l’arcion lo porta morto al piano. Morto Agricalte e Bambirago atterra: dopo fere aspramente Soridano; e come gli altri l’avria messo a morte, se nel ferir la lancia era più forte. 82 Stringe Fusberta, poi che l’asta è rotta, e tocca Serpentin, quel da la Stella. Fatate l’arme avea, ma quella botta pur tramortito il manda fuor di sella. E così al duca de la gente scotta fa piazza intorno spaziosa e bella; sì che senza contesa un destrier puote salir di quei che vanno a selle vòte. 83 E ben si ritrovò salito a tempo, che forse nol facea, se più tardava; perché Agramante e Dardinello a un tempo, Sobrin col re Balastro v’arrivava. Ma egli, che montato era per tempo, di qua e di là col brando s’aggirava, mandando or questo or quel giù ne l’inferno a dar notizia del viver moderno. 84 Il buon Rinaldo, il quale a porre in terra i più dannosi avea sempre riguardo, la spada contra il re Agramante afferra, che troppo gli parea fiero e gagliardo (facea egli sol più che mille altri guerra); e se gli spinse adosso con Baiardo: lo fere a un tempo et urta di traverso, sì che lui col destrier manda riverso.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
9 Quivi gran parte era del populazzo, sperandovi trovare aiuto, ascesa; perché forte di mura era il palazzo, con munizion da far lunga difesa. Rodomonte, d’orgoglio e d’ira pazzo, solo s’avea tutta la piazza presa: e l’una man, che prezza il mondo poco, ruota la spada, e l’altra getta il fuoco. 10 E de la regal casa, alta e sublime, percuote e risuonar fa le gran porte. Gettan le turbe da le eccelse cime e merli e torri, e si metton per morte. Guastare i tetti non è alcun che stime; e legne e pietre vanno ad una sorte, lastre e colonne, e le dorate travi che furo in prezzo agli lor padri e agli avi. 11 Sta su la porta il re d’Algier, lucente di chiaro acciar che ’l capo gli arma e ’l busto, come uscito di tenebre serpente, poi c’ha lasciato ogni squalor vetusto, del nuovo scoglio altiero, e che si sente ringiovenito e più che mai robusto; tre lingue vibra, et ha negli occhi foco: dovunque passa, ogn’animal dà loco. 12 Non sasso, merlo, trave, arco o balestra, né ciò che sopra il Saracin percuote, ponno allentar la sanguinosa destra che la gran porta taglia, spezza e scuote; e dentro fatto v’ha tanta finestra, che ben vedere e veduto esser puote dai visi impressi di color di morte, che tutta piena quivi hanno la corte.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
41 Essendo la battaglia in questo stato, l’imperatore assalse il retroguardo dal canto ove Marsilio avea fermato il fior di Spagna intorno al suo stendardo. Con fanti in mezzo e cavallieri allato, re Carlo spinse il suo popul gagliardo con tal rumor di timpani e di trombe, che tutto ’l mondo par che ne rimbombe. 42 Cominciavan le schiere a ritirarse de’ Saracini, e si sarebbon volte tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse, per mai più non potere esser raccolte; ma ’l re Grandonio e Falsiron comparse, che stati in maggior briga eran più volte, e Balugante e Serpentin feroce, e Ferraù che lor dicea a gran voce: 43 — Ah (dicea) valentuomini, ah compagni, ah fratelli, tenete il luogo vostro. I nimici faranno opra di ragni, se non manchiamo noi del dover nostro. Guardate l’alto onor, gli ampli guadagni che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro: guardate la vergogna e il danno estremo, ch’essendo vinti, a patir sempre avremo. — 44 Tolto in quel tempo una gran lancia avea, e contra Berlingier venne di botto, che sopra Largaliffa combattea, e l’elmo ne la fronte gli avea rotto: gittollo in terra, e con la spada rea appresso a lui ne fe’ cader forse otto. Per ogni botta almanco, che disserra, cader fa sempre un cavalliero in terra.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
49 Nel padiglion ch’è più verso ponente sta il re d’Algier, c’ha membra di gigante. Gli pon lo scoglio indosso del serpente l’ardito Ferraù con Sacripante. Il re Gradasso e Falsiron possente sono in quell’altro al lato di levante, e metton di sua man l’arme troiane indosso al successor del re Agricane. 50 Sedeva in tribunale amplo e sublime il re d’Africa, e seco era l’Ispano; poi Stordilano, e l’altre genti prime che riveria l’esercito pagano. Beato a chi pôn dare argini e cime d’arbori stanza che gli alzi dal piano! Grande è la calca, e grande in ogni lato populo ondeggia intorno al gran steccato. 51 Eran con la regina di Castiglia regine e principesse e nobil donne d’Aragon, di Granata e di Siviglia, e fin di presso all’atlantee colonne: tra quai di Stordilan sedea la figlia, che di duo drappi avea le ricche gonne, l’un d’un rosso mal tinto, e l’altro verde; ma ’l primo quasi imbianca e il color perde. 52 In abito succinta era Marfisa, qual si convenne a donna et a guerriera. Termoodonte forse a quella guisa vide Ippolita ornarsi e la sua schiera. Già, con la cotta d’arme alla divisa del re Agramante, in campo venut’era l’araldo a far divieto e metter leggi, che né in fatto né in detto alcun parteggi.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
77 — Gli è teco cortesia l’esser villano (disse il Circasso pien d’ira e di isdegno); ma più chiaro ti dico ora e più piano, che tu non faccia in quel destrier disegno: che te lo defendo io, tanto ch’in mano questa vindice mia spada sostegno; e metteròvi insino l’ugna e il dente, se non potrò difenderlo altrimente. 78 Venner da le parole alle contese, ai gridi, alle minaccie, alla battaglia, che per molt’ira in più fretta s’accese, che s’accendesse mai per fuoco paglia. Rodomonte ha l’osbergo et ogni arnese, Sacripante non ha piastra né maglia; ma par (sì ben con lo schermir s’adopra) che tutto con la spada si ricuopra. 79 Non era la possanza e la fierezza di Rodomonte, ancor ch’era infinita, più che la providenza e la destrezza con che sue forze Sacripante aita. Non voltò ruota mai con più prestezza il macigno sovran che ’l grano trita, che faccia Sacripante or mano or piede di qua di là, dove il bisogno vede. 80 Ma Ferraù, ma Serpentino arditi trasson le spade, e si cacciâr tra loro, dal re Grandonio, da Isolier seguiti, da molt’altri signor del popul Moro. Questi erano i romori, i quali uditi ne l’altro padiglion fur da costoro, quivi per accordar venuti invano col Tartaro, Ruggiero e ’l Sericano.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
117 Di cocenti sospir l’aria accendea dovunque andava il Saracin dolente: Ecco, per la pietà che gli n’avea, da’ cavi sassi rispondea sovente. — Oh feminile ingegno (egli dicea), come ti volgi e muti facilmente, contrario oggetto proprio de la fede! Oh infelice, oh miser chi ti crede! 118 Né lunga servitù, né grand’amore che ti fu a mille prove manifesto, ebbono forza di tenerti il core, che non fossi a cangiarsi almen sì presto. Non perch’a Mandricardo inferiore io ti paressi, di te privo resto; né so trovar cagione ai casi miei, se non quest’una, che femina sei. 119 Credo che t’abbia la Natura e Dio produtto, o scelerato sesso, al mondo per una soma, per un grave fio de l’uom, che senza te saria giocondo: come ha produtto anco il serpente rio e il lupo e l’orso, e fa l’aer fecondo e di mosche e di vespe e di tafani, e loglio e avena fa nascer tra i grani. 120 Perché fatto non ha l’alma Natura, che senza te potesse nascer l’uomo, come s’inesta per umana cura l’un sopra l’altro il pero, il sorbo e ’l pomo? Ma quella non può far sempre a misura: anzi, s’io vo’ guardar come io la nomo, veggo che non può far cosa perfetta, poi che Natura femina vien detta.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
97 Come ch’in viso pallida e smarrita sia la donzella, et abbia i crini inconti; e facciano i sospir continua uscita del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti; et altri testimoni d’una vita misera e grave in lei si veggan pronti; tanto però di bello anco le avanza, che con le Grazie Amor vi può aver stanza. 98 Tosto che ’l Saracin vide la bella donna apparir, messe il pensiero al fondo, ch’avea di biasmar sempre e d’odiar quella schiera gentil che pur adorna il mondo. E ben gli par dignissima Issabella, in cui locar debba il suo amor secondo, e spenger totalmente il primo, a modo che da l’asse si trae chiodo con chiodo. 99 Incontra se le fece, e col più molle parlar che seppe, e col miglior sembiante, di sua condizione domandolle: et ella ogni pensier gli spiegò inante; come era per lasciare il mondo folle, e farsi amica a Dio con opre sante. Ride il pagano altier ch’in Dio non crede, d’ogni legge nimico e d’ogni fede. 100 E chiama intenzione erronea e lieve, e dice che per certo ella troppo erra; né men biasmar che l’avaro si deve, che ’l suo ricco tesor metta sotterra: alcuno util per sé non ne riceve, e da l’uso degli altri uomini il serra. Chiuder leon si denno, orsi e serpenti, e non le cose belle et innocenti.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
53 L’aspra percossa agghiacciò il cor nel petto, per dubbio di Ruggiero, ai circonstanti, nel cui favor si conoscea lo affetto dei più inchinar, se non di tutti quanti. E se Fortuna ponesse ad effetto quel che la maggior parte vorria inanti, già Mandricardo saria morto o preso: sì che ’l suo colpo ha tutto il campo offeso. 54 Io credo che qualche agnol s’interpose per salvar da quel colpo il cavalliero. Ma ben senza più indugio gli rispose, terribil più che mai fosse, Ruggiero. La spada in capo a Mandricardo pose; ma sì lo sdegno fu subito e fiero, e tal fretta gli fe’, ch’io men l’incolpo se non mandò a ferir di taglio il colpo. 55 Se Balisarda lo giungea pel dritto, l’elmo d’Ettorre era incantato invano. Fu sì del colpo Mandricardo afflitto, che si lasciò la briglia uscir di mano. D’andar tre volte accenna a capo fitto, mentre scorrendo va d’intorno il piano quel Brigliador che conoscete al nome, dolente ancor de le mutate some. 56 Calcata serpe mai tanto non ebbe, né ferito leon, sdegno e furore, quanto il Tartaro, poi che si riebbe dal colpo che di sé lo trasse fuore. E quanto l’ira e la superbia crebbe, tanto e più crebbe in lui forza e valore: fece spiccare a Brigliadoro un salto verso Ruggiero, e alzò la spada in alto.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
49 Ma già lo stuolo avendo fatto unire, sia volontà del cielo o sia aventura, vuol fare i Saracin prima fuggire, e liberar le parigine mura. Ma consiglia l’assalto differire, che vi par gran vantaggio, a notte scura, ne la terza vigilia o ne la quarta, ch’avrà l’acqua di Lete il Sonno sparta. 50 Tutta la gente alloggiar fece al bosco, e quivi la posò per tutto ’l giorno; ma poi che ’l sol, lasciando il mondo fosco, alla nutrice antiqua fe’ ritorno, et orsi e capre e serpi senza tòsco e l’altre fere ebbeno il cielo adorno, che state erano ascose al maggior lampo, mosse Rinaldo il taciturno campo: 51 e venne con Grifon, con Aquilante, con Vivian, con Alardo e con Guidone, con Sansonetto, agli altri un miglio inante, a cheti passi e senza alcun sermone. Trovò dormir l’ascolta d’Agramante: tutta l’uccise, e non ne fe’ un prigione. Indi arrivò tra l’altra gente Mora, che non fu visto né sentito ancora. 52 Del campo d’infedeli a prima giunta la ritrovata guardia all’improviso lasciò Rinaldo sì rotta e consunta, ch’un sol non ne restò, se non ucciso. Spezzata che lor fu la prima punta, i Saracin non l’avean più da riso; che sonnolenti, timidi et inermi, poteano a tai guerrier far pochi schermi.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto trentaduesimo � 17 Il termine passò d’uno, di dui, di tre giorni, di sei, d’otto e di venti; né vedendo il suo sposo, né di lui sentendo nuova, incominciò lamenti ch’avrian mosso a pietà nei regni bui quelle Furie crinite di serpenti; e fece oltraggio a’ begli occhi divini, al bianco petto, all’aurei crespi crini. 18 — Dunque fia ver (dicea) che mi convegna cercare un che mi fugge e mi s’asconde? Dunque debbo prezzare un che mi sdegna? Debbo pregar chi mai non mi risponde? Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna? un che sì stima sue virtù profonde, che bisogno sarà che dal ciel scenda immortal dea che ’l cor d’amor gli accenda? 19 Sa questo altier ch’io l’amo e ch’io l’adoro, né mi vuol per amante né per serva. Il crudel sa che per lui spasmo e moro, e dopo morte a darmi aiuto serva. E perché io non gli narri il mio martoro atto a piegar la sua voglia proterva, da me s’asconde, come aspide suole, che, per star empio, il canto udir non vuole. 20 Deh ferma, Amor, costui che così sciolto dinanzi al lento mio correr s’affretta; o tornami nel grado onde m’hai tolto quando né a te né ad altri era suggetta! Deh, come è il mio sperar fallace e stolto, ch’in te con prieghi mai pietà si metta; che ti diletti, anzi ti pasci e vivi di trar dagli occhi lacrimosi rivi!
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
117 Rispose Astolfo: — Né l’angel di Dio, né son Messia novel, né dal ciel vegno; ma son mortale e peccatore anch’io, di tanta grazia a me concessa indegno. Io farò ogn’opra acciò che ’l mostro rio, per morte o fuga, io ti levi del regno. S’io il fo, me non, ma Dio ne loda solo, che per tuo aiuto qui mi drizzò il volo. 118 Fa questi voti a Dio, debiti a lui; a lui le chiese edifica e gli altari. Così parlando, andavano ambidui verso il castello fra i baron preclari. Il re commanda ai servitori sui che subito il convito si prepari, sperando che non debba essergli tolta la vivanda di mano a questa volta. 119 Dentro una ricca sala immantinente apparecchiossi il convito solenne. Col Senapo s’assise solamente il duca Astolfo, e la vivanda venne. Ecco per l’aria lo stridor si sente, percossa intorno da l’orribil penne; ecco venir l’arpie brutte e nefande, tratte dal cielo a odor de le vivande. 120 Erano sette in una schiera, e tutte volti di donne avean, pallide e smorte, per lunga fame attenuate e asciutte, orribili a veder più che la morte. L’alaccie grandi avean, deformi e brutte; le man rapaci, e l’ugne incurve e torte; grande e fetido il ventre, e lunga coda, come di serpe che s’aggira e snoda.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
77 Ami d’oro e d’argento appresso vede in una massa, ch’erano quei doni che si fan con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai patroni. Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, et ode che son tutte adulazioni. Di cicale scoppiate imagine hanno versi ch’in laude dei signor si fanno. 78 Di nodi d’oro e di gemmati ceppi vede c’han forma i mal seguiti amori. V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi, l’autorità ch’ai suoi dànno i signori. I mantici ch’intorno han pieni i greppi, sono i fumi dei principi e i favori che dànno un tempo ai ganimedi suoi, che se ne van col fior degli anni poi. 79 Ruine di cittadi e di castella stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sì mal par che si cuopra. Vide serpi con faccia di donzella, di monetieri e di ladroni l’opra: poi vide boccie rotte di più sorti, ch’era il servir de le misere corti. 80 Di versate minestre una gran massa vede, e domanda al suo dottor ch’importe. — L’elemosina è (dice) che si lassa alcun, che fatta sia dopo la morte. Di varii fiori ad un gran monte passa, ch’ebbe già buono odore, or putia forte. Questo era il dono (se però dir lece) che Constantino al buon Silvestro fece.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
65 Che fosse Rodomonte, era più presto ad aver, che fosse altri, opinione; e perché ancor da lui debba udir questo, pensa, né imaginar può la cagione. Fuor che con lui, non sa di tutto ’l resto del mondo, con chi lite abbia e tenzone. Intanto la donzella di Dordona chiede battaglia, e forte il corno suona. 66 Vien la nuova a Marsilio e ad Agramante, ch’un cavallier di fuor chiede battaglia. A caso Serpentin loro era avante, et impetrò di vestir piastra e maglia, e promesse pigliar questo arrogante. Il popul venne sopra la muraglia; né fanciullo restò, né restò veglio, che non fosse a veder chi fêsse meglio. 67 Con ricca sopravesta e bello arnese Serpentin da la Stella in giostra venne. Al primo scontro in terra si distese: il destrier aver parve a fuggir penne. Dietro gli corse la donna cortese, e per la briglia al Saracin lo tenne, e disse: — Monta, e fa che ’l tuo signore mi mandi un cavallier di te migliore. 68 Il re african, ch’era con gran famiglia sopra le mura alla giostra vicino, del cortese atto assai si maraviglia, ch’usato ha la donzella a Serpentino. — Di ragion può pigliarlo, e non lo piglia, diceva, udendo il popul saracino. Serpentin giunge, e come ella commanda, un miglior da sua parte al re domanda.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
9 Festi, barbar crudel, del capo scemo il più ardito garzon che di sua etade fosse da un polo a l’altro, e da l’estremo lito degl’Indi a quello ove il sol cade. Potea in Antropofàgo, in Polifemo la beltà e gli anni suoi trovar pietade; ma non in te, più crudo e più fellone d’ogni Ciclope e d’ogni Lestrigone. 10 Simile esempio non credo che sia fra gli antiqui guerrier, di quai li studi tutti fur gentilezza e cortesia; né dopo la vittoria erano crudi. Bradamante non sol non era ria a quei ch’avea, toccando lor gli scudi, fatto uscir de la sella, ma tenea loro i cavalli, e rimontar facea. 11 Di questa donna valorosa e bella io vi dissi di sopra, che abbattuto aveva Serpentin quel da la Stella, Grandonio di Volterna e Ferrauto, e ciascun d’essi poi rimesso in sella; e dissi ancor che ’l terzo era venuto, da lei mandato a disfidar Ruggiero, là dove era stimata un cavalliero. 12 Ruggier tenne lo ’nvito allegramente, e l’armatura sua fece venire. Or mentre che s’armava al re presente, tornaron quei signor di nuovo a dire chi fosse il cavallier tanto eccellente, che di lancia sapea sì ben ferire; e Ferraù, che parlato gli avea, fu domandato se lo conoscea.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
77 Amor, pietà, sdegno, dolore et ira, disio di morte e di vendetta insieme quell’infelice et orbo padre aggira, che, come il mar che turbi il vento, freme. Per vendicarsi va a Drusilla, e mira che di sua vita ha chiuse l’ore estreme; e come il punge e sferza l’odio ardente, cerca offendere il corpo che non sente. 78 Qual serpe che ne l’asta ch’alla sabbia la tenga fissa, indarno i denti metta; o qual mastin ch’al ciottolo che gli abbia gittato il viandante, corra in fretta, e morda invano con stizza e con rabbia, né se ne voglia andar senza vendetta: tal Marganor d’ogni mastin, d’ogni angue via più crudel, fa contra il corpo esangue. 79 E poi che per stracciarlo e farne scempio non si sfoga il fellon né disacerba, vien fra le donne di che è pieno il tempio, né più l’una de l’altra ci riserba; ma di noi fa col brando crudo et empio quel che fa con la falce il villan d’erba. Non vi fu alcun ripar, ch’in un momento trenta n’uccise, e ne ferì ben cento. 80 Egli da la sua gente è sì temuto, ch’uomo non fu ch’ardisse alzar la testa. Fuggon le donne col popul minuto fuor de la chiesa, e chi può uscir, non resta. Quel pazzo impeto al fin fu ritenuto dagli amici con prieghi e forza onesta, e lasciando ogni cosa in pianto al basso, fatto entrar ne la ròcca in cima al sasso.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
29 Quelli che entraro in mar, contati fôro ventisei mila, e gente d’ogni sorte. Dudon andò per capitano loro, cavallier saggio, e in terra e in acqua forte. Stava l’armata ancora al lito moro, miglior vento aspettando, che la porte, quando un navilio giunse a quella riva, che di presi guerrier carco veniva. 30 Portava quei ch’al periglioso ponte, ove alle giostre il campo era sì stretto, pigliato avea l’audace Rodomonte, come più volte io v’ho di sopra detto. Il cognato tra questi era del conte, e ’l fedel Brandimarte e Sansonetto, et altri ancor, che dir non mi bisogna, d’Alemagna, d’Italia e di Guascogna. 31 Quivi il nocchier, ch’ancor non s’era accorto degli inimici, entrò con la galea, lasciando molte miglia a dietro il porto d’Algieri, ove calar prima volea, per un vento gagliardo ch’era sorto, e spinto oltre il dover la poppa avea. Venir tra i suoi credette e in loco fido, come vien Progne al suo loquace nido. 32 Ma come poi l’imperiale augello, i gigli d’oro e i pardi vide appresso, restò pallido in faccia, come quello che ’l piede incauto d’improviso ha messo sopra il serpente venenoso e fello, dal pigro sonno in mezzo l’erbe oppresso; che spaventato e smorto si ritira, fuggendo quel, ch’è pien di tòsco e d’ira.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
5 Forse fu da Dio vindice permesso che vi trovaste a quel caso impedito, acciò che ’l crudo e scelerato eccesso che dianzi fatto avean, fosse punito; che, poi ch’in lor man vinto si fu messo il miser Vestidel, lasso e ferito, senz’arme fu tra cento spade ucciso dal popul la più parte circonciso. 6 Ma perch’io vo’ concludere, vi dico che nessun’altra quell’ira pareggia, quando signor, parente, o sozio antico dinanzi agli occhi ingiuriar ti veggia. Dunque è ben dritto per sì caro amico, che subit’ira il cor d’Orlando feggia; che de l’orribil colpo che gli diede il re Gradasso, morto in terra il vede. 7 Qual nomade pastor che vedut’abbia fuggir strisciando l’orrido serpente che il figliuol che giocava ne la sabbia ucciso gli ha col venenoso dente, stringe il baston con còlera e con rabbia; tal la spada, d’ogni altra più tagliente, stringe con ira il cavallier d’Anglante: il primo che trovò, fu ’l re Agramante; 8 che sanguinoso e de la spada privo, con mezzo scudo e con l’elmo disciolto, e ferito in più parti ch’io non scrivo, s’era di man di Brandimarte tolto, come di piè all’astor sparvier mal vivo, a cui lasciò alla coda invido o stolto. Orlando giunse, e messe il colpo giusto ove il capo si termina col busto.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quarantaduesimo � 37 Da iniqua stella e fier destin fu giunto a ber la fiamma in quel ghiacciato rivo; perché Angelica venne quasi a un punto a ber ne l’altro di dolcezza privo, che d’ogni amor le lasciò il cor sì emunto, ch’indi ebbe lui più che le serpi a schivo: egli amò lei, e l’amor giunse al segno in ch’era già di lei l’odio e lo sdegno. 38 Del caso strano di Rinaldo a pieno fu Malagigi dal demonio instrutto, che gli narrò d’Angelica non meno, ch’a un giovine african si donò in tutto; e come poi lasciato avea il terreno tutto d’Europa, e per l’instabil flutto verso India sciolto avea dai liti ispani su l’audaci galee de’ Catallani. 39 Poi che venne il cugin per la risposta, molto gli disuase Malagigi di più Angelica amar, che s’era posta d’un vilissimo barbaro ai servigi; et ora sì da Francia si discosta, che mal seguir se ne potria i vestigi: ch’era oggimai più là ch’a mezza strada, per andar con Medoro in sua contrada. 40 La partita d’Angelica non molto sarebbe grave all’animoso amante; né pur gli avria turbato il sonno, o tolto il pensier di tornarsene in Levante: ma sentendo ch’avea del suo amor colto un Saracino le primizie inante, tal passione e tal cordoglio sente, che non fu in vita sua, mai, più dolente.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
45 Ha sempre in mente, e mai non se ne parte, come esser puote ch’un povero fante abbia del cor di lei spinto da parte merito e amor d’ogni altro primo amante. Con tal pensier che ’l cor gli straccia e parte, Rinaldo se ne va verso Levante; e dritto al Reno e a Basilea si tiene, fin che d’Ardenna alla gran selva viene. 46 Poi che fu dentro a molte miglia andato il paladin pel bosco aventuroso, da ville e da castella allontanato, ove aspro era più il luogo e periglioso, tutto in un tratto vide il ciel turbato, sparito il sol tra nuvoli nascoso, et uscir fuor d’una caverna oscura un strano mostro in feminil figura. 47 Mill’occhi in capo avea senza palpèbre; non può serrarli, e non credo che dorma: non men che gli occhi, avea l’orecchie crebre; avea in loco de crin serpi a gran torma. Fuor de le diaboliche tenèbre nel mondo uscì la spaventevol forma. Un fiero e maggior serpe ha per la coda, che pel petto si gira e che l’annoda. 48 Quel ch’a Rinaldo in mille e mille imprese più non avvenne mai, quivi gli avviene; che come vede il mostro ch’all’offese se gli apparecchia, e ch’a trovar lo viene, tanta paura, quanta mai non scese in altri forse, gli entra ne le vene: ma pur l’usato ardir simula e finge, e con trepida man la spada stringe.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quarantaduesimo � 49 S’acconcia il mostro in guisa al fiero assalto, che si può dir che sia mastro di guerra: vibra il serpente venenoso in alto, e poi contra Rinaldo si disserra; di qua di là gli vien sopra a gran salto. Rinaldo contra lui vaneggia et erra: colpi a dritto e a riverso tira assai, ma non ne tira alcun che fera mai. 50 Il mostro al petto il serpe ora gli appicca, che sotto l’arme e sin nel cor l’agghiaccia; ora per la visiera gliele ficca, e fa ch’erra pel collo e per la faccia. Rinaldo da l’impresa si dispicca, e quanto può con sproni il destrier caccia: ma la Furia infernal già non par zoppa, che spicca un salto, e gli è subito in groppa. 51 Vada al traverso, al dritto, ove si voglia, sempre ha con lui la maledetta peste; né sa modo trovar, che se ne scioglia, ben che ’l destrier di calcitrar non reste. Triema a Rinaldo il cor come una foglia: non ch’altrimente il serpe lo moleste; ma tanto orror ne sente e tanto schivo, che stride e geme, e duolsi ch’egli è vivo. 52 Nel più tristo sentier, nel peggior calle scorrendo va, nel più intricato bosco, ove ha più asprezza il balzo, ove la valle è più spinosa, ov’è l’aer più fosco, così sperando tôrsi da le spalle quel brutto, abominoso, orrido tòsco; e ne saria mal capitato forse, se tosto non giungea chi lo soccorse.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
53 Ma lo soccorse a tempo un cavalliero di bello armato e lucido metallo, che porta un giogo rotto per cimiero, di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo; così trapunto il suo vestire altiero, così la sopravesta del cavallo: la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco, e la mazza all’arcion, che getta foco. 54 Piena d’un foco eterno è quella mazza, che senza consumarsi ognora avampa: né per buon scudo o tempra di corazza o per grossezza d’elmo se ne scampa. Dunque si debbe il cavallier far piazza, giri ove vuol l’inestinguibil lampa: né manco bisognava al guerrier nostro, per levarlo di man del crudel mostro. 55 E come cavallier d’animo saldo, ove ha udito il rumor, corre e galoppa, tanto che vede il mostro che Rinaldo col brutto serpe in mille nodi agroppa, e sentir fagli a un tempo freddo e caldo; che non ha via di torlosi di groppa. Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco e lo fa trabboccar dal lato manco. 56 Ma quello è a pena in terra che si rizza, e il lungo serpe intorno aggira e vibra. Quest’altro più con l’asta non l’attizza; ma di farla col fuoco si delibra. La mazza impugna, e dove il serpe guizza, spessi come tempesta i colpi libra; né lascia tempo a quel brutto animale, che possa farne un solo o bene o male:
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
73 Un tratto d’arco fuor di strada usciro, e inanzi un gran palazzo si trovaro, onde scudieri in gran frotta veniro con torchi accesi, e fêro intorno chiaro. Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro, e vide loco il qual si vede raro, di gran fabrica e bella e bene intesa; né a privato uom convenia tanta spesa. 74 Di serpentin, di porfido le dure pietre fan de la porta il ricco vòlto. Quel che chiude è di bronzo, con figure che sembrano spirar, muovere il volto. Sotto un arco poi s’entra, ove misture di bel musaico ingannan l’occhio molto. Quindi si va in un quadro ch’ogni faccia de le sue loggie ha lunga cento braccia. 75 La sua porta ha per sé ciascuna loggia, e tra la porta e sé ciascuna ha un arco: d’ampiezza pari son, ma varia foggia fe’ d’ornamenti il mastro lor non parco. Da ciascuno arco s’entra, ove si poggia sì facil, ch’un somier vi può gir carco. Un altro arco di su trova ogni scala; e s’entra per ogni arco in una sala. 76 Gli archi di sopra escono fuor del segno tanto, che fan coperchio alle gran porte; e ciascun due colonne ha per sostegno, altre di bronzo, altre di pietra forte. Lungo sarà, se tutti vi disegno gli ornati alloggiamenti de la corte; e oltr’a quel ch’appar, quanti agi sotto la cava terra il mastro avea ridotto.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
73 e di bei modi e tanto graziosi, che parea tutto amore e leggiadria; e di molto più forse, ch’ai riposi, ch’allo stato di lui non convenia. Tosto che l’ebbe, quanti mai gelosi al mondo fur, passò di gelosia: non già ch’altra cagion gli ne desse ella, che d’esser troppo accorta e troppo bella. 74 Ne la città medesma un cavalliero era d’antiqua e d’onorata gente, che discendea da quel lignaggio altiero ch’uscì d’una mascella di serpente, onde già Manto, e chi con essa fêro la patria mia, disceser similmente. Il cavallier, ch’Adonio nominosse, di questa bella donna inamorosse. 75 E per venire a fin di questo amore, a spender cominciò senza ritegno in vestire, in conviti, in farsi onore, quanto può farsi un cavallier più degno. Il tesor di Tiberio imperatore non saria stato a tante spese al segno. Io credo ben che non passâr duo verni, ch’egli uscì fuor di tutti i ben paterni. 76 La casa ch’era dianzi frequentata matina e sera tanto dagli amici, sola restò, tosto che fu privata di starne, di fagian, di coturnici. Egli che capo fu de la brigata, rimase dietro, e quasi fra mendici. Pensò, poi ch’in miseria era venuto, d’andare ove non fosse conosciuto.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
77 Con questa intenzione una mattina, senza far motto altrui, la patria lascia; e con sospiri e lacrime camina lungo lo stagno che le mura fascia. La donna che del cor gli era regina, già non oblia per la seconda ambascia. Ecco un’alta aventura che lo viene di sommo male a porre in sommo bene. 78 Vede un villan che con un gran bastone intorno alcuni sterpi s’affatica. Quivi Adonio si ferma, e la cagione di tanto travagliar vuol che gli dica. Disse il villan, che dentro a quel macchione veduto avea una serpe molto antica, di che più lunga e grossa a’ giorni suoi non vide, né credea mai veder poi; 79 e che non si voleva indi partire, che non l’avesse ritrovata e morta. Come Adonio lo sente così dire, con poca pazienza lo sopporta. Sempre solea le serpi favorire; che per insegna il sangue suo le porta in memoria ch’uscì sua prima gente de’ denti seminati di serpente. 80 E disse e fece col villano in guisa che, suo mal grado, abbandonò l’impresa; sì che da lui non fu la serpe uccisa, né più cercata, né altrimenti offesa. Adonio ne va poi dove s’avisa che sua condizion sia meno intesa; e dura con disagio e con affanno fuor de la patria appresso al settimo anno.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
97 “Se ben non mi conosci, o cavalliero, son tua parente, e grande obligo t’aggio: parente son, perché da Cadmo fiero scende d’amenduo noi l’alto lignaggio. Io son la fata Manto, che ’l primiero sasso messi a fondar questo villaggio; e dal mio nome (come ben forse hai contare udito) Mantua la nomai. 98 De le fate io son una; et il fatale stato per farti anco saper ch’importe, nascemo a un punto, che d’ogn’altro male siamo capaci, fuor che de la morte. Ma giunto è con questo essere immortale condizion non men del morir forte; ch’ogni settimo giorno ogniuna è certa che la sua forma in biscia si converta. 99 Il vedersi coprir del brutto scoglio, e gir serpendo, è cosa tanto schiva, che non è pare al mondo altro cordoglio; tal che bestemmia ogniuna d’esser viva. E l’obligo ch’io t’ho (perché ti voglio insiememente dire onde deriva), tu saprai che quel dì, per esser tali, siamo a periglio d’infiniti mali. 100 Non è sì odiato altro animale in terra, come la serpe; e noi, che n’abbiàn faccia, patimo da ciascuno oltraggio e guerra; che chi ne vede, ne percuote e caccia. Se non troviamo ove tornar sotterra, sentiamo quanto pesa altrui le braccia. Meglio saria poter morir, che rotte e storpiate restar sotto le botte.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
101 L’obligo ch’io t’ho grande, è ch’una volta che tu passavi per quest’ombre amene, per te di mano fui d’un villan tolta, che gran travagli m’avea dati e pene. Se tu non eri, io non andava asciolta, ch’io non portassi rotto e capo e schene, e che sciancata non restassi e storta, se ben non vi potea rimaner morta: 102 perché quei giorni che per terra il petto traemo avvolte in serpentile scorza, il ciel ch’in altri tempi è a noi suggetto, niega ubbidirci, e prive siàn di forza. In altri tempi ad un sol nostro detto il sol si ferma e la sua luce ammorza; l’immobil terra gira e muta loco; s’infiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco. 103 Ora io son qui per renderti mercede del beneficio che mi festi allora. Nessuna grazia indarno or mi si chiede ch’io son del manto viperino fuora. Tre volte più che di tuo padre erede non rimanesti, io ti fo ricco or ora: né vo’ che mai più povero diventi, ma quanto spendi più, che più augumenti. 104 E perché so che ne l’antiquo nodo, in che già Amor t’avinse, anco ti trovi, voglioti dimostrar l’ordine e ’l modo ch’a disbramar tuoi desiderii giovi. Io voglio, or che lontano il marito odo, che senza indugio il mio consiglio provi; vadi a trovar la donna che dimora fuori alla villa, e sarò teco io ancora”.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quarantatreesimo � 105 E seguitò narrandogli in che guisa alla sua donna vuol che s’appresenti; dico come vestir, come precisamente abbia a dir, come la prieghi e tenti; e che forma essa vuol pigliar, devisa; che, fuor che ’l giorno ch’erra tra serpenti, in tutti gli altri si può far, secondo che più le pare, in quante forme ha il mondo. 106 Messe in abito lui di peregrino il qual per Dio di porta in porta accatti: mutosse ella in un cane, il più piccino di quanti mai n’abbia Natura fatti, di pel lungo, più bianco ch’armellino, di grato aspetto e di mirabili atti. Così trasfigurato, entraro in via verso la casa de la bella Argia: 107 e dei lavoratori alle capanne, prima ch’altrove, il giovene fermosse; e cominciò a sonar certe sue canne, al cui suono danzando il can rizzosse. La voce e ’l grido alla padrona vanne, e fece sì, che per veder si mosse. Fece il romeo chiamar ne la sua corte, sì come del dottor traea la sorte. 108 E quivi Adonio a comandare al cane incominciò, et il cane a ubbidir lui, e far danze nostral, farne d’estrane, con passi e continenze e modi sui, e finalmente con maniere umane far ciò che comandar sapea colui, con tanta attenzion, che chi lo mira non batte gli occhi, e a pena il fiato spira.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
53 Ma se fa senza indugio, come ha detto, suocero de la figlia Costantino; s’alla promessa non avrà rispetto di Rinaldo e d’Orlando suo cugino, fattami inanzi al vecchio benedetto, al marchese Uliviero, al re Sobrino, che farò? vo’ patir sì grave torto? o, prima che patirlo, esser pur morto? 54 Deh che farò? farò dunque vendetta contra il padre di lei di questo oltraggio? Non miro ch’io non son per farlo in fretta, o s’in tentarlo io mi sia stolto o saggio. Ma voglio presupor ch’a morte io metta l’iniquo vecchio e tutto il suo lignaggio: questo non mi farà però contento; anzi in tutto sarà contra al mio intento. 55 E fu sempre il mio intento, et è, che m’ami la bella donna, e non che mi sia odiosa: ma, quando Amone uccida, o facci o trami cosa al fratello o agli altri suoi dannosa, non le do iusta causa che mi chiami nimico, e più non voglia essermi sposa? Che debbo dunque far? debbol patire? Ah non, per Dio! più tosto io vo’ morire. 56 Anzi non vo’ morir; ma vo’ che muoia con più ragion questo Leone Augusto, venuto a disturbar tanta mia gioia: io vo’ che muoia egli e ’l suo padre ingiusto. Elena bella all’amator di Troia non costò sì, né a tempo più vetusto Proserpina a Piritoo, come voglio ch’al padre e al figlio costi il mio cordoglio.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
verso quest’altro, che mai non riceve né termine né fin, vivere eterno. Volga Fortuna il perno alla sua ruota in che i mortali aggira; tu quel ch’acquisti mira, da la tua via non declinando i passai; e quel che a perder hai, se tu la lassi. Non abbia forza il ritrovar di spine e di sassi impedito il stretto calle, di farti dar le spalle al santo monte per cui al ciel tu poggi, sì che all’infida e mal sicura valle che ti rimane a drieto, il piè decline; le piagge e le vicine ombre soavi d’alberi e di poggi non t’allentino sì che tu v’alloggi; ché, se noia e fatica fra li sterpi senti al salir la poco trita roccia, non v’hai da temer altro che ti noccia, se forse il fragil vel non vi discerpi. Ma velenosi serpi per le verde, vermiglie e bianche e azurre campagne, per condurre a crudel morte con insidiosi morsi, tra’ fiori e l’erba stanno ascosi. La nera gonna, il mesto oscuro velo, il letto vedovil, l’esserti priva di dolci risi, e schiva fatta di giochi e d’ogni lieta vista, non ti spiacciano sì che ancor captiva vada del mondo, e il fervor torni in gelo, c’hai di salir al cielo, si che fermar ti veggia pigra e trista: ché quest’abito inculto ora t’acquista, con questa noia e questo lieve danno,
Rime di Ludovico Ariosto
verso ove il Nilo al gran cader remugge. Ma da corone e manti e scettri e seggi, 155 per stretta affinità, luce non hai da sperar che li rai e ‘l chiaro sol di tua virtù pareggi; sol perché non vaneggi drieto al desir, che come serpe annoda, 160 ti guadagni la loda che ‘l patre e li avi e’ tuoi maggiori invitti si guadagnar con l’arme ai gran conflitti. Quel cortese signor ch’onora e illustra Bibiena, e inalza in terra e ‘n ciel la fama, 165 se come, fin che là giù m’ebbe appresso, n’amò quanto se stesso, così lontano e nudo spirto m’ama; s’ancora intende e brama satisfare a’ miei preghi, come suole, 170 queste fide parole a Filiberta mia scriva o rapporti, e preghi per mio amor che si conforti.
Rime di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Ludovico Ariosto   Satire   Satira II – A messer Galasso Ariosto, suo fratello � Satira II A messer Galasso Ariosto, suo fratello Perc’ho molto bisogno, più che voglia, d’esser in Roma, or che li cardinali a guisa de le serpi mutan spoglia; or che son men pericolosi i mali a’ corpi, ancor che maggior peste affliga le travagliate menti de’ mortali: quando la ruota, che non pur castiga Ission rio, si volge in mezzo Roma l’anime a cruciar con lunga briga; Galasso, appresso il tempio che si noma da quel prete valente che l’orecchia a Malco allontanar fe’ da la chioma, stanza per quattro bestie mi apparecchia, contando me per due con Gianni mio, poi metti un mulo, e un’altra rózza vecchia. Camera o buca, ove a stanzar abbia io, che luminosa sia, che poco saglia, e da far fuoco commoda, desio. Né de’ cavalli ancor meno ti caglia; che poco gioveria ch’avesser pòste, dovendo lor mancar poi fieno o paglia. Sia per me un mattarazzo, che alle coste faccia vezzi, o di lana o di cottone, sì che la notte io non abbia ire al’oste. Provedimi di legna secche e buone; di chi cucini, pur così ala grossa, un poco di vaccina o di montone. Non curo d’un che con sapori possa de vari cibi suscitar la fame, se fosse morta e chiusa ne la fossa. Unga il suo schidon pur o il suo tegame sin al’orecchio a ser Vorano il muso, venuto al mondo sol per far lettame; che più cerca la fame, perché giuso mandi i cibi nel ventre, che, per trarre la fame, cerchi aver de li cibi uso.
Satire di Ludovico Ariosto
9 Erano in corte tutti i paladini Per onorar quella festa gradita, E da ogni parte, da tutti i confini Era in Parigi una gente infinita. Eranvi ancora molti Saracini, Perché corte reale era bandita, Ed era ciascaduno assigurato, Che non sia traditore o rinegato. 10 Per questo era di Spagna molta gente Venuta quivi con soi baron magni: Il re Grandonio, faccia di serpente, E Feraguto da gli occhi griffagni; Re Balugante, di Carlo parente, Isolier, Serpentin, che fôr compagni. Altri vi fôrno assai di grande afare, Come alla giostra poi ve avrò a contare. 11 Parigi risuonava de instromenti, Di trombe, di tamburi e di campane; Vedeansi i gran destrier con paramenti, Con foggie disusate, altiere e strane; E d’oro e zoie tanti adornamenti Che nol potrian contar le voci umane; Però che per gradir lo imperatore Ciascuno oltra al poter si fece onore. 12 Già se apressava quel giorno nel quale Si dovea la gran giostra incominciare, Quando il re Carlo in abito reale Alla sua mensa fece convitare Ciascun signore e baron naturale, Che venner la sua festa ad onorare; E fôrno in quel convito li assettati Vintiduo millia e trenta annumerati. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
29 Or son tre gran campioni alla ventura: Lasciali andar, che bei fati farano, Rainaldo e Orlando, ch’è di tanta altura, E Feraguto, fior d’ogni pagano. Tornamo a Carlo Magno, che procura Ordir la giostra, e chiama il conte Gano, Il duca Namo e lo re Salomone, E del consiglio ciascadun barone. 30 E disse lor: - Segnori, il mio parere È che il giostrante ch’al rengo ne viene, Contrasti ciascaduno al suo potere, Sin che fortuna o forza lo sostiene; E ‘l vincitor dipoi, come è dovere, Dello abbattuto la sorte mantiene, Sì che rimanga la corona a lui, O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. 31 Ciascuno afferma il ditto de Carlone, Sì come de segnore alto e prudente: Lodano tutti quella invenzione. L’ordine dasse: nel giorno seguente Chi vôl giostrar se trovi su l’arcione. E fu ordinato che primieramente Tenesse ‘l rengo Serpentino ardito A real giostra dal ferro polito. 32 Venne il giorno sereno e l’alba gaglia: Il più bel sol giamai non fu levato. Prima il re Carlo entrò ne la travaglia, Fuor che de gambe tutto disarmato, Sopra de un gran corsier coperto a maglia, Ed ha in mano un bastone e il brando a lato. Intorno a’ pedi aveva per serventi Conti, baroni e cavallier possenti. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
36 Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto secondo � 33 Eccoti Serpentin che al campo viene, Armato e da veder meraviglioso: Il gran corsier su la briglia sostiene; Quello alcia i piedi, de andare animoso. Or qua, or là la piaza tutta tiene, Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso; Ringe il feroce e non ritrova loco, Borfa le nari e par che getti foco. 34 Ben lo somiglia il cavalliero ardito, Che sopra li venìa col viso acerbo; Di splendide arme tutto era guarnito, Nello arcion fermo e ne l’atto superbo. Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito; Di tal valor si mostra e di tal nerbo, Che ciascadun ben iudica a la vista, Che altri che lui quel pregio non acquista. 35 Per insegna portava il cavalliero Nel scudo azuro una gran stella d’oro; E similmente il suo ricco cimiero, E sopravesta fatta a quel lavoro, La cotta d’arme e il forte elmo e leggiero Eran stimati infinito tesoro; E tutte quante l’arme luminose Frixate a perle e pietre preciose. 36 Così prese l’arengo quel campione, E poi che l’ebbe intorno passeggiato, Fermosse al campo, come un torrione. Ma già suonan le trombe da ogni lato; Entrono giostratori a ogni cantone, L’un più che l’altro riccamente armato, Con tante perle e oro e zoie intorno, Che il paradiso ne sarebbe adorno. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
37 Colui che vien davanti, è paladino; Porta nel blavo la luna de argento, Sir di Bordella, nomato Angelino, Maestro di guerra e giostra e torniamento. Subitamente mosse Serpentino, Con tal velocità che parve un vento. Da l’altra parte, menando tempesta, Viene Angelino,e pone l’asta a resta. 38 Là dove l’elmo al scudo se confina, Ferì Angelino a Serpentino avante; Ma non se piega adietro, anze se china Adosso al colpo il cavalliero aitante, E lui la vista incontra in tal ruina, Che il fe’ mostrare al cielo ambe le piante. Levasi il grido in piaza, ogni om favella Che ‘l pregio al tutto è di quel dalla Stella. 39 Ora se mosse il possente Ricardo, Che signoreggia tutta Normandia. Un leon d’oro ha quel baron gagliardo Nel campo rosso, e ben ratto venìa. Ma Serpentino a mover non fu tardo, E rescontrollo a mezo della via, Dandogli un colpo de cotanta pena, Che il capo gli fe’ batter su l’arena. 40 O quanto Balugante se conforta, Veggendo al figliol sì franca persona! Or vien colui che i scacchi al scudo porta, E d’oro ha sopra l’elmo la corona: Re Salamone, quella anima acorta. Stretto a la giostra tutto se abandona; Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere, E lui getta per terra e il suo destriere. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
41 Astolfo alla sua lancia diè de piglio, Quella che l’Argalia lasciò su il prato. Tre pardi d’oro ha nel campo vermiglio, Ben ne venìa su l’arcione assettato. Ma egli incontrò grandissimo periglio, Ché il destrier sotto li fu trabuccato. Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede, E dislocosse ancora il destro piede. 42 Spiacque a ciascuno del caso malvaggio, E forse più che a gli altri a Serpentino, Perché sperava gettarlo al rivaggio; Ma certamente era falso indovino. Il duca fu portato al suo palaggio, E ritornògli il spirto pelegrino; E similmente il piede dislocato Gli fu raconcio e stretto e ben legato. 43 E benché Serpentin tanto abbia fatto, Danese Ogier di lui non ha spavento. Mosse il destrier sì furioso e ratto, Quale è nel mar di tramontana il vento. Era la insegna del guerrero adatto Il scudo azzurro e un gran scaglion d’argento; Un basalisco porta per cimero Di sopra a l’elmo lo ardito guerrero. 44 Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta E vengonsi a ferir quei duo campioni. Non fu quel giorno botta sì rubesta, Ché parve nel colpir scontro de troni. Danese Ogieri con molta tempesta Ruppe di Serpentin ambi li arcioni: E per la groppa del destrieri il mena, Sì che disteso il pose in su l’arena. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
1 Segnor, nell’altro canto io ve lasciai Sì come Astolfo al Saracin per scherno Dicea: - Briccone, non te vantarai, Se forse non te vanti ne l’inferno, Di tanti alti baron che abattuto hai. Sappi, come io te piglio, io ti governo Nella galea. Poi che sei gigante, Farotte onore, e serai baiavante. 2 Il re Grandonio, che sempre era usato Dire onta ad altri, e mai non l’ascoltare, Per la grande ira tanto fu gonfiato, Quanto non gonfia il tempestoso mare Alor che più dal vento è travagliato E fa il parone ardito paventare. Tanto Grandonio se turba e tempesta, Battendo e denti e crollando la testa, 3 Soffia di sticcia che pare un serpente, Ed ebbe Astolfo da sé combiatato; E rivoltato nequitosamente, Arresta quel gran fusto e smisurato; E ben se crebbe lui certanamente Passarlo tutto, insin da l’altro lato, O de gettarlo morto in sul sabbione, O trarlo in duo cavezzi de l’arcione. 4 Or ne viene il pagano furioso. Astolfo contra lui è rivoltato, Pallido alquanto e nel cor pauroso, Bench’al morir più che a vergogna è dato. Così con corso pieno e ruinoso Se è un barone e l’altro riscontrato. Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso Alla caduta qual fu quel fraccasso. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
21 Per riparare al tenebroso assedio, Benché si creda non poter giovare, Né lui sa imaginare alcun remedio, Che non convenga il regno abandonare; E per malanconia e molto atedio Sol se ne sta, né si lascia parlare. Ora ad un tempo li viene lo aiuto Di Carlo Magno, e gionse Feraguto. 22 Era con lui già prima Serpentino, Isoliere e Spinella e il re Morgante, E Matalista, il franco Saracino, Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante. Ogni altro baron grande e piccolino, Che al re Marsilio obediva davante, Coi fratel Balugante e Falsirone, Tutti son morti, o son nella pregione. 23 Imperoché Gradasso smisurato, Da poi che se partì de Sericana, Tutto il mar de India avea conquistato, E quella isola grande Taprobana, La Persia con la Arabia lì da lato, Terra de’ negri, che è tanto lontana; E mezo il mondo ha circuito in mare, Pria che ‘l stretto di Spagna abbia intrare. 24 E tanta gente avea seco adunata, E tanti re, che adesso non vi naro, Che più non ne fu insieme alcuna fiata. Discese in terra, e prese Zibeltaro, Arse e disfece il regno di Granata; Sibilia né Toledo fier’ riparo. Venne dapoi a Valenzia meschina; Con Aragona la pose in ruina. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
25 Sì come io dissi, aveva in sua pregione Ogni baron che a Marsilio obedia, Tratti coloro de cui fei ragione, Che dentro da Sirona seco avia, E de Grandonio, che in opinione De esser ben presto preso se vedia: Ché Barcellona da sera a matina È combattuta, e mai non se rafina. 26 Ora tornamo al re Marsilione, Che riceve Ranaldo a grande onore, E molto ne ringrazia il re Carlone. Ma Feraguto bacia con amore, Dicendo: - Figlio, io tengo opinione Che la tua forza e l’alto tuo valore Abbatterà Gradasso, quel malegno, A noi servando il nostro antiquo regno. 27 Ordine dasse, che il giorno seguente Se debba verso Barcellona andare, Perché Grandonio continüamente Con foco aiuto aveva a dimandare. Così fôrno ordinate incontinente Le schiere, e chi le avesse a governare. La prima che se parte al matutino, Guida Spinella e il franco Serpentino. 28 Vinti millia guerreri è questa schiera. Segue Ranaldo, il franco combattente: Cinquanta millia sotto sua bandiera. Matalista vien drieto e il re Morgante, Con trenta millia di sua gente fiera; Ed Isolier da poi con lo Amirante, Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto Trenta milliara mena Feraguto. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
37 L’un campo a l’altro più se fa vicino, Ché le bandiere a l’incontro se vano. Ciascun dalle due parte è saracino, Fuor che la gente del re Carlo Mano. Spinella de Altamonte e Serpentino Con la lor schiera son gionti nel piano; Levasi il crido de una e d’altra gente, Che par che il cel profondi veramente. 38 Risuona il monte e tutta la rivera Di trombe, di tamburi e d’altre voce. Serpentin sta davanti alla frontera, Sopra a corsier terribile e veloce. Ora si move il gran gigante Alfrera: Cosa non fu giamai tanto feroce, Quanto è colui, che trenta piedi è altano Su la zirafa, ed ha un bastone in mano. 39 Di ferro è tutto quanto quel bastone: Tre palmi volge intorno per misura. Serpentin contra lui va di rondone Con l’asta a resta, e già non ha paura. Ferì il gigante e ruppe il suo troncone; Ma quella contrafatta creatura Ha con tal forcia Serpentin ferito, Che lo distese in terra tramortito. 40 Nulla ne cura e lascialo disteso; Con la zirafa passa entro la schiera. Trova Spinella, e nel braccio l’ha preso; Via nel portò, come cosa leggiera. Tutta la gente, di furore acceso, Col baston batte, e branca la bandiera, E quella al re Gradasso via mandone, Insieme con Spinella, chi è prigione. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
41 Ranaldo la sua schiera avea lasciata In man de Ivone e del fratello Alardo, E la battaglia avea tutta guardata, E quanto il grande Alfrera era gagliardo. Veggendo quella gente sbarattata, Tempo non parve a lui de esser più tardo: Manda a dire ad Alardo che si mova; Lui con la lancia il gran gigante trova. 42 Or che li potrà far, che quel portava Un coi’ di serpa sopra la coraccia? Ma pur con tanta furia lo inscontrava, Che la ziraffa e lui per terra caccia. Poi tra la schiera Bagliardo voltava, E ben de intorno con Fusberta spaccia. Tutti i Cristiani intanto ve arivaro; Non vi fu a’ Saracini alcun riparo. 43 Vanno per la campagna in abandono; Rotta, stracciata fu la sua bandiera, Benché dugento millia armati sono. Or di terra si leva il forte Alfrera, Più terribile assai ch’io non ragiono; Ma poi che vide in volta la sua schera, Con la ziraffa se messe a seguire, Non so se per voltarli o per fuggire. 44 Ranaldo è con lor sempre mescolato, Ed a destra e sinistra il brando mena; Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato, Le teste in l’elmi cadeno a l’arena. Come un branco di capre disturbato, Cotal Ranaldo avanti sé li mena: Ora convien che ‘l faccia maggior prove, Ché il re Faraldo la sua schiera move. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
45 Era quel re de Arabia incoronato, E non aveva fin la sua possanza. Or non può suo valore aver mostrato, Perché Ranaldo de un contro di lanza L’ha per il petto alle spalle passato. Tocca Bagliardo, e con molta arroganza Dà tra gli Aràbi, ché nulla li preza: Con l’urto atterra e con la spada speza. 46 Era però Ranaldo accompagnato, Per le più volte, de assai buon guerreri; Guizardo e Ricciardetto li era a lato, E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri; Ed ora Serpentino era arivato, Chi è risentito e tornato a destrieri. Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore; De ogni bel colpo lui solo ha l’onore. 47 Tutta la gente de li Aràbi è in piega, Gambili e dromendarii a terra vano; Ranaldo li cacciò più de una lega. Or vien Framarte, il gran re persiano, La sua bandiera d’oro al vento spiega, Ben lo adocchia il segnor di Montealbano. Adosso a lui con la lancia se caccia; Dopo le spalle il passa ben tre braccia. 48 Quel gran re cade morto alla pianura, Fuggeno i suoi per la campagna aperta. Ranaldo mena colpi a dismisura: Non dimandar se ‘l frappa con Fusberta. Ecco Orione, la sozza figura; Mai non fu visto cosa più deserta: Negro fra tutti, e nulla porta indosso, Ma la sua pelle è dura più che un osso. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
49 Venne il gigante nudo alla battaglia, Uno arbor avea in mano il maledetto; Tutta la schiera de’ Cristian sbaraglia, Non ve ha diffesa scudo o bacinetto. Avea d’intorno a sé tanta canaglia, Che per forza Ranaldo fu costretto Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta, Per ritornar più stretto l’altra volta. 50 Ma mentre con li altri se consiglia, Ed halli il suo partito dimostrato, E già la lancia su la cossa piglia, Giunse l’Alfrera, quello ismisurato, Con tanta gente, che è una meraviglia. Ed eccoti arivar da l’altro lato L’alto Balorza; e tanta gente viene, Che in ogni verso sette miglia tiene. 51 Venian cridando con tanto rumore, Che la terra tremava e il celo e il mare. Ivone e Serpentino e ogni segnore Dicean che aiuto si vôl domandare. Dicea Ranaldo: - E’ non serebbe onore. Voi vi potete adietro retirare: Ed io soletto, come io son, mi vanto Metter quel campo in rotta tutto quanto. 52 Né più parole disse il cavalliero, Ma strenge i denti e tra color se caccia; Rompe la lancia lo ardito guerriero, Poi con Fusberta se fa far tal piaccia, Che aiuto de altri non li fa mestiero; E con voce arrogante li minaccia: - Via! populaccio vil, senza governo! Che tutti ancòi vi metto nello inferno. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
53 Il re Marsilio da il monte ha veduto Movere a un tratto cotanta canaglia; Per un suo messo dice a Ferraguto Che ogni sua schiera meni alla battaglia. Ranaldo già de vista era perduto: Lui tra la gente saracina taglia, Tutta la sua persona è sanguinosa; Mai non se vide più terribil cosa. 54 Or si comincia la battaglia grossa. A tutti Feraguto vien davante: Giamai non fu pagan di tanta possa. Isolier, Matalista e il re Morgante, Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l’ossa. L’Argalifa vien drieto e lo Amirante; Prima entrato era Alardo e Serpentino, Ivone e Ricciardetto ed Angelino. 55 Il re Balorza, con la faccia scura, Ne porta sotto il braccio Ricciardetto; Combatte tutta fiata, e non ha cura De aver nel braccio manco il giovanetto. Ogniun ben de aiutarlo se procura, Ma il gigante il porta al lor dispetto. Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno: Esso de tutti fa gran beffe e scorno. 56 Il terribile Alfrera avea levato, Al suo dispetto, Isolier dello arcione. Feraguto li è sempre nel costato, Né vôl che ‘l porta senza questione. Vero è che ‘l suo destriero è spaventato, Né può accostarse con nulla ragione: Per la ziraffa, lo animal diverso, Fugge il cavallo indrieto ed a traverso. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
69 Passa nel ponte con vista sicura, Ché già non lo divieta quel gigante. Egli ha provata Durindana dura, Dàgli la strata: Orlando passa avante. Per una tomba tenebrosa e oscura Monta alla cima quel baron aitante, Dove, entro a un sasso rotto per traverso, Stava quel monstro orribile e diverso. 70 Avea crin d’oro e la faccia ridente Come donzella, e petto di lione, Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente, Le braccie d’orso e branche di grifone, E busto e corpo e coda di serpente; L’ale depinte avea come pavone. Sempre battendo la coda lavora, Con essa e sassi e il forte monte fora. 71 Quando quel monstro vede il cavalliero, Distese l’ale e la coda coperse: Altro che il viso non mostrava intiero. La pietra sotto lui tutta se aperse. Orlando disse a lui con viso fiero: - Tra le provenze e le lingue diverse, Dal freddo al caldo e da sira a l’aurora, Dimmi ove adesso Angelica dimora. 72 Dolce parlando, la maligna fiera Così risponde a quel che Orlando chiede: - Quella per cui tua mente se dispera, Presso al Cataio in Albraca si vede. Ma tu respondi ancora a mia manera: Qual animal passeggia senza piede? E poi qual altro al mondo se ritrova, Che con quattro, dui, tre de andar se prova? Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
81 Ogni pallotta vinte libbre pesa. Da capo a piede è di un serpente armato, Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa; La simitara avea dal manco lato. Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa, Perché, quando alcun l’abbia contrastato, Ed abbia ardire e forza a meraviglia, Con la rete di ferro al fine il piglia. 82 E questa rete non si può vedere, Perché coperta è tutta ne l’arena; Lui col piede la scocca a suo piacere, E il cavallier con quella al fiume mena. Rimedio non si pote a questo avere; Qualunche è preso, è morto con gran pena. Non sa di questa cosa il franco conte: Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte. 83 Il scudo ha in braccio e Durindana in mano, Guarda il nemico grande ed aiutante; Tanto ne cura il senator romano, Quanto quel fusse un piccoletto infante. Dura battaglia fu sopra quel piano. Ma in questo canto più non dico avante, Ché quello assalto è tanto faticoso, Che, avendo a dirlo, anch’io chiedo riposo.
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
1 Stati ad odir, segnor, la gran battaglia, Che un’altra non fu mai cotanto oscura. Di sopra odisti la forza e la taglia De Zambardo, diversa creatura. Ora odireti con quanta travaglia Fu combattuto, e la disaventura Che intravenne ad Orlando senatore, Qual forse non fu mai, né fia maggiore. 2 Lo ardito cavallier monta su il ponte; Zambardo la sua mazza in mano afferra. A mezza cossa non li aggiunge il conte, Ma con gran salti si leva da terra, Sì che ben spesso li tien fronte a fronte. Ecco il gigante che il baston disserra: Orlando vede il colpo che vien d’alto, Da l’altro canto se gittò de un salto. 3 Forte se turba quel saracin fello; Ma ben lo fece Orlando più turbare, Perché nel braccio il gionse a tal flagello, Che il baston fece per terra cascare. Subitamente poi parve uno uccello, Che l’altro colpo avesse a radoppiare; Ma tanto è duro il cor’ di quel serpente, Che sempre poco ne tocca, o niente. 4 La simitara avea tratto Zambardo, Da poi ch’in terra gli cadde il bastone. Ben vide quel barone esser gagliardo, E de adoprar la rete fa rasone; Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo. Or mena della spada un riversone; A meza guancia fu il colpo diverso: Ben vinti passi Orlando andò in traverso. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
5 Per questo è il conte forte riscaldato, Il viso gli comincia a lampeggiare; L’un e l’altro occhio aveva stralunato. Questo gigante ormai non può campare: Il colpo mena tanto infulminato, Che Durindana facea vinculare, Ed era grossa, come Turpin conta, Ben quattro dita da l’elcio alla ponta. 6 Orlando lo colpisce nel gallone, Spezza le scaglie e il dosso del serpente. Avea cinto di ferro un corrigione: Tutto lo parte quel brando tagliente. Sotto lo usbergo stava il pancirone, Ma Durindana ciò non cura niente; E certamente per mezo il tagliava, Se per lui stesso a terra non cascava. 7 A terra cadde, o per voglia, o per caso, Io nol so dir; ma tutto se distese. Color nel volto non gli era rimaso, Quando vidde il gran colpo sì palese; Il cor gli batte, e freddo ha il mento e ‘l naso. Il suo baston, ch’è in terra, ancor riprese; Così a traverso verso Orlando mena, E gionsel proprio a mezo alla catena. 8 Il conte di quel colpo andò per terra, E l’un vicino a l’altro era caduto. Così distesi, ancora se fan guerra; Più presto in piedi Orlando è rivenuto. Nella barbuta ad ambe man lo afferra; Lui anco è preso dal gigante arguto, E stretto se lo abbraccia sopra al petto; Via ne ‘l porta nel fiume il maledetto. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
9 Orlando ad ambe man gli batte il volto, Ché Durindana in terra avea lasciata; Sì forte il batte, che ‘l cervel gli ha tolto: Cadde il gigante in terra un’altra fiata. Incontinente il conte si è rivolto Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata. Balordito è il gigante, e non gli vede, Ma al dispetto de Orlando salta in piede. 10 Or si rinova il dispietato assalto: Questo ha il bastone, e quello ha Durindana. Già nol puotea ferire Orlando ad alto, Standose fermo in su la terra piana, Ma sempre nel colpire alciava un salto: Battaglia non fu mai tanto villana. Vero è che Orlando del scrimire ha l’arte; Già ferito è il gigante in quattro parte. 11 Mostra Zambardo un colpo radoppiare, Ma nel ferire a mezo se rafrena; E, come vede Orlando indietro andare, Passagli adosso, e forte a due man mena. Non vale a Orlando il suo presto saltare; Sibilla il cielo e suona ogni catena. Non se smarisce quel conte animoso, Col brando incontra ‘l colpo roinoso: 12 Ed ha rotto il bastone e fraccassato. E non crediati poi ch’el stia a dormire; Ma d’un riverso al fianco gli ha menato, Là dove l’altra volta ebbe a colpire. Quivi il cor’ del serpente era tagliato: Or che potrà Zambardo ben guarnire? Ché Durindana vien con tal furore, Che la saetta de ‘l tron non l’ha maggiore. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
57 Via caminando van senza riposo, Fin che son gionti di Francia al confino. Or tornamo a Gradasso furioso: Tutta sua gente fa armare al matino. Marsilio da altra parte è pauroso, Ché preso è Ferraguto e Serpentino, Né vi ha baron che ardisca di star saldo: Fugirno i Cristian, perso è Ranaldo. 58 Viene lui stesso, con basso visaggio, Avante al re Gradasso ingenocchione; De’ Cristiani raconta lo oltraggio, Che fuggito è Ranaldo, quel giottone. Esso promette voler fare omaggio, Tenir il regno come suo barone; Ed in poche parole èssi acordato; L’un campo e l’altro insieme è mescolato. 59 Uscì Grandonio fuor de Barcellona; E fece poi Marsilio il giuramento Di seguir de Gradasso la corona Contra di Carlo e del suo tenimento. Esso in secreto e palese ragiona Che disfarà Parigi al fondamento, Se non gli è dato il suo Baiardo in mano; E tutta Francia vôl gettare al piano. 60 Già Ricciardetto con tutta la gente È gionto dal re Carlo imperatore; Ma di Ranaldo non sa dir niente. Di questo è nato in corte un gran romore. Quei di Magancia assai vilanamente Dicono che Ranaldo è un traditore. Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire, E vôl battaglia con chi lo vôl dire. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
33 Il ponte cala lo ardito guerrero; Sopra vi monta lui con l’accia in mano. Ora di aver boni occhi li è mestiero, Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano, E ciascadun vôle essere il primero. Meschiato è tra lor seco alcun pagano; Ben lo cognosce il Danese possente, E con quella accia fa ciascun dolente. 34 Gionge la furia de’ pagani in questa: Avanti a tutti gli altri è Serpentino. Sopra del ponte salta con tempesta, L’accia mena il Danese paladino, E gionge a Serpentino in su la testa. Tutto se avampa a foco l’elmo fino, Perché di fatasone era sicura Del franco Serpentin quella armatura. 35 Sente il Danese la folta arivare: Gionge Gradasso e Ferragù possente. Ben vede lui che non può riparare, Tanto gli ingrossa d’intorno la gente; Il ponte alle sue spalle fa tagliare. Giamai non fu un baron tanto valente; Contra tanti pagan tutto soletto Diffese un pezo il ponte al lor dispetto. 36 Intorno li è Gradasso tutta fiata, E ben comanda che altri non se impaccia. Sente il Danese la porta serrata: Ormai più non si cura, e mena l’accia. Gradasso con la man l’ebbe spezzata; Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia. Grande è il Danese e forte campione, Ma pur Gradasso lo porta prigione. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
49 Astolfo, come prima apparve il giorno, Baiardo ha tutto a pardi copertato; Di grosse perle ha l’elmo al cerchio adorno Guarnito, e d’ôr la spada al manco lato. E tante ricche petre aveva intorno, Che a un re de tutto il mondo avria bastato: Il scudo è d’oro; e su la coscia avia La lancia d’ôr, che fu de l’Argalia. 50 Il sole a punto alora si levava, Quando lui giunse in su la prataria. A gran furore il suo corno sonava, E ad alta voce dopo il suon dicia: - O re Gradasso, se forse te grava Provarti solo alla persona mia, Mena con teco il gran gigante Alfrera, E, se te piace, mille in una schiera. 51 Mena Marsilio e il falso Balugante, Insieme Serpentino e Falsirone; Mena Grandonio, che è sì gran gigante, Che un’altra volta il tratai da castrone, E Ferraguto, che è tanto arrogante: Ogni tuo paladino, ogni barone Mena con teco, e tutta la tua gente; Ché te con tutti non temo niente. 52 Con tal parole Astolfo avea cridato: Oh quanto il re Gradasso ne ridia! Pur se arma tutto e vassene sul prato, Ché de pigliar Baiardo voglia avia. Cortesemente Astolfo ha salutato, Poi dice: - Io non so già che tu ti sia; Io domandai de tua condizione: Gano me dice che tu sei buffone. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
33 Lui, come a caccia, tutto disarmato Va per la selva, e forte suona un corno; Il cortese Grifon l’ebbe ascoltato, Ch’era nel bosco ancora lui quel giorno. In quella parte presto ne fu andato: Marchino il falso si guardava intorno, E, come non avesse alcun veduto, Forte diceva: “Io l’averò perduto.” 34 Poi ver Grifon se ne vene a voltare. Come il vedesse allor primeramente, Diceva: “Io vengo un mio cane a cercare, Ma in questo loco non so andar niente.” Or vanno insieme, e vengon a rivare Ove Marchino ha nascoso la gente; E, per venir più presto al compimento, Occiserlo costoro a tradimento. 35 Con la sua insegna la rocca pigliaro, Né dentro vi lasciâr persona viva; Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo, Ed ogni dama fu de vita priva. La bella Stella qua dentro trovaro, Che la sventura sua forte piangiva. Molte carezze li facea Marchino: Mai non se piega quel cor pellegrino. 36 Ella pensava lo oltraggio spietato Che li avea fatto il falso traditore, E Grifon, che da lei fu tanto amato, Sempre li stava notte e dì nel core; Né altro desia che averlo vendicato, Né trova qual partito sia il megliore. Infin li offerse il suo voler crudele Quello animal che al mondo è di più fele. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 155 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ottavo 37 Lo animal che è più crudo e spaventevole, Ed è più ardente che foco che sia, È la moglie che un tempo fu amorevole, Che, disprezata, cade in zelosia: Non è il leon ferito più spiacevole, Né la serpe calcata è tanto ria, Quanto è la moglie fiera in quella fiata Che per altrui sé vede abandonata. 38 Ed io ben lo so dir, che lo provai, Quando advisata fui di questa cosa. Io non sentetti maggior doglia mai, E quasi venni in tutto rabbiosa: Ben lo mostrò la crudeltà che usai, Che forse ti parrà meravigliosa; Ma dove zelosia strenge lo amore, Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore. 39 Duo fanciulletti avevo di Marchino; Il primo lo scanai con la mia mano. Stava a guardarme l’altro piccolino, E dicea: “Matre, deh per Dio! fa piano.” Io presi per li piedi quel meschino, E detti il capo a un sasso prossimano. Te par ch’io vendicassi il mio dispetto? Ma questo fu un principio, e non lo effetto. 40 Quasi vivendo ancora lo squartai; De il petto a l’uno e a l’altro trassi il core. Le piccolette membra minuzzai: Pensa se, ciò facendo, avia dolore! Ma ancor mi giova ch’io mi vendicai. Servai le teste, non già per amore, Ché in me non era amor, né anco pietade: Servalle per usar più crudeltade. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
53 Poi che la usanza cruda, ismisurata, Fu per Ranaldo pienamente intesa, E l’orribil cagione e scelerata Che fie’ la bestia, a chi non val diffesa, Rivolto a quella vechia dispietata, Disse: - Deh! matre, non mi far contesa. Concedime, per Dio, che dentro vada, Armato come io sono, e con la spada. 54 Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia! Quante arme vôi, ti lasciarò portare; Ché il monstro con suo dente il ferro taglia, Né contra alle ungie sue se pote armare. A te convien morir, non far battaglia, Ché la sua pelle non se può tagliare; Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta, Perché la bestia più lo armato stenta. 55 Sì come apparve il giorno il sol lucente, Ranaldo dentro al muro è giù calato, E fu una porta alciata: incontinente Esce ‘l monstro diverso e sfigurato. Sì forte batte l’uno a l’altro dente, Che ciascun sopra al muro è spaventato, Né di star tanto ad alto se assicura: Altri se asconde e fugge per paura. 56 Solo è Ranaldo lui senza spavento: Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta. Ma credo io che a voi tutti sia in talento Di quel monstro saper la forma aperta. Acciò che abbiati il suo cominciamento, Fiello il demonio, questa è cosa certa, Del seme de Marchin, che ‘n corpo porta Quella donzella che da lui fu morta. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 160 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ottavo 57 Egli era più che un bove di grandezza: Il muso aveva proprio di serpente; Sei palme avea la bocca di longhezza, Ben mezo palmo è lungo ciascun dente. La fronte ha de cingiale, in tal fierezza Che non si può guardarla per niente; E di ciascuna tempia usciva un corno, Che move a suo piacere e volge intorno. 58 Ciascuno corno taglia come spata; Mugia con voce piena di terrore, La pelle ha verde e gialla e variata Di negro e bianco e di rosso colore; Avea la barba sempre insanguinata, Occhi di foco e guardo traditore; La mano ha d’omo ed armata de ungione Maggior che quel de l’orso o del leone. 59 Ne l’ungie e dente avea cotanta possa, Che piastra o maglia non li può durare; E la pelle sì dura e tanto grossa, Che nulla cosa la potria tagliare. Questa bestia feroce ora se è mossa, E va con furia Ranaldo a trovare Su duo piè ritta, con la bocca aperta. Mena Ranaldo un colpo con Fusberta, 60 E proprio a mezo il muso l’ebbe còlta. Or par di foco la bestia adirata, E con più furia a Ranaldo rivolta Con la mano alta tira una ciampata. Troppo non gionse avanti quella volta, Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata, Tanto avea duro il dispietato ungione! Sino alla carne disarmò il barone. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
37 Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto Di quel giardino, e ringraziò il palmiero. Indi se parte e, passato il deserto, In trenta giorni gionse al bel verziero; Ed essendo del fatto bene esperto, Intra per Povertate de leggiero. Mai ad alcun se chiude quella porta, Anci vi è sempre chi de entrar conforta. 38 Sembrava quel giardino un paradiso Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura. De un specchio avea il baron coperto il viso, Per non veder Medusa e sua figura; E prese nello andar sì fatto aviso, Che all’arbor d’oro agionse per ventura. La dama, che apoggiata al tronco stava, Alciando il capo nel specchio mirava. 39 Come se vide, fu gran meraviglia, Ché esser credette quel che già non era; E la sua faccia candida e vermiglia Parve di serpe terribile e fera. Lei paürosa a fuggir se consiglia, E via per l’aria se ne va leggiera; Il baron franco, che partir la sente, Gli occhi disciolse a sé subitamente. 40 Quinci andò al tronco, poi che era fuggita Quella Medusa, falsa incantatrice, Che, de la sua figura sbigotita, Avea lasciata la ricca radice. Prasildo un’alta rama ebbe rapita, E smontò in fretta, e ben si tien felice; Venne alla porta che guarda Ricchezza, Che non cura virtute o gentilezza. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
21 Ciascun le botte de’ baron misura, Ché ben iudica e colpi a cui non dole; Ma quei duo cavallier senza paura Facean de’ fatti, e non dicean parole. E già durata è la battaglia dura A l’ora sesta da il levar del sole, Né alcun di loro ancor si mostra stanco, Ma ciascun di loro è più che pria franco. 22 Sì come alla fucina in Mongibello Fabrica troni il demonio Vulcano, Folgore e foco batte col martello, L’un colpo segue a l’altro a mano a mano; Cotal se odiva l’infernal flagello Di quei duo brandi con romore altano, Che sempre han seco fiamme con tempesta; L’un ferir suona a l’altro, e ancor non resta. 23 Orlando gli menò d’un gran riverso Ad ambe man, di sotto alla corona, E fu il colpo tanto aspro e sì diverso, Che tutto il capo ne l’elmo gli intona. Avea Agricane ogni suo senso perso; Sopra il col di Baiardo se abandona, E sbigotito se attaccò allo arcione: L’elmo il campò, che fece Salamone. 24 Via ne lo porta il destrier valoroso; Ma in poco de ora quel re se risente, E torna verso Orlando, furioso Per vendicarse a guisa di serpente. Mena a traverso il brando roinoso, E gionse il colpo ne l’elmo lucente: Quanto puote ferire ad ambe braccia, Proprio il percosse a mezo della faccia. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
5 Il lungo tempo e le fatiche assai Ch’io sosteneva al diverso paese, Pur me alentarno gli amorosi guai De che ebbi l’osse e le medolle accese; E poi Prasildo, a cui quella lasciai, Fo un cavallier sì prodo e sì cortese, Che ancor me giova avermi per lui privo, E sempre giovarà, se sempre vivo. 6 Or, seguendo la istoria, io me ne andava Cercando il mondo, come disperato, E, come volse la fortuna prava, Nel paese de Orgagna io fu’arivato. Una dama quel regno governava, Ché il suo re Poliferno era asembrato Con Agricane insieme, a far tenzone Per una figlia de il re Galafrone. 7 La dama che quel regno aveva in mano, Sapea de inganni e frode ogni mistiero; Con falsa vista e con parlare umano Dava recetto ad ogni forastiero. Poi che era gionto, se adoprava in vano Indi partirse, e non vi era pensiero Che mai bastasse di poter fuggire, Ma crudelmente convenia morire. 8 Però che la malvaggia Falerina (Ché cotal nome ha quella incantatrice Che ora de Orgagna se appella regina) Avea un giardino nobile e felice; Fossa nol cinge, né sepe di spina, Ma un sasso vivo intorno fa pendice, E sì lo chiude de una centa sola, Che entro passar non puote chi non vola. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 298 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto decimosettimo 9 Aperto è il sasso verso il sol nascente, Dove è una porta troppo alta e soprana; Sopra alla soglia sta sempre un serpente, Che di sangue se pasce e carne umana. A questo date son tutte le gente Che sono prese in quella terra strana: Quanti ne gionge, prende ciascuna ora, E là li manda; e il drago li divora. 10 Or, come io dissi, in quella regione Fui preso a inganno, e posto a la catena; Ben quattro mesi stetti in la pregione, Che era de cavallieri e dame piena. Io non ti dico la compassione Che era a vederci tutti in tanta pena; Duo ne eran dati al drago in ogni giorno, Come la sorte se voltava intorno. 11 Il nome de ciascuno era signato Insieme de una dama e cavalliero; E così ne era a divorar mandato Quel par che alla pregione era primiero. Or, stando in questa forma impregionato, Né avendo de campare alcun pensiero, La ria fortuna che me avia battuto, Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto. 12 Perché Prasildo, quel baron cortese Per cui dolente abandonai Tisbina E Babilonia, il mio dolce paese, Ebbe a sentir de mia sorte meschina. Io non sapria già dir come lo intese; Ma giorno e notte lui sempre camina, E, con molto tesoro, iscognosciuto Fu ne’ confini de Orgagna venuto. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
13 Ivi se pose quel baron soprano Per il mio scampo molto a praticare, E proferse grande oro al guardiano, Se di nascosto me lasciava andare; Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano, Né a prieghi o prezo lo pote piegare, Ottenne per danari o per bel dire Che, per camparmi, lui possa morire. 14 Così fui tratto della pregion forte, E lui fo incatenato al loco mio. Per darmi vita, lui vôl prender morte: Vedi quanto è il baron cortese e pio! Ed oggi è il giorno della trista sorte, Che lui serà condotto al loco rio Dove il serpente e miseri divora; Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora. 15 E bench’io sappia e cognosca per certo Che bastante non sono a darli aiuto, Voglio mostrare a tutto il mondo aperto Quanto a quel cor gentile io sia tenuto A render guidardon di cotal merto; Però che, come quivi fia venuto, Con quei che il menan prenderò battaglia, Benché sian mille e più quella canaglia. 16 E quando io sia da quella gente occiso, Serami quel morir tanto iocondo Ch’io ne andarò di volo in paradiso, Per starmi con Prasildo a l’altro mondo. Ma quando io penso che serà diviso Lui da quel drago, tutto mi confondo, Poi ch’io non posso, ancor col mio morire, Tuorli la pena di tanto martìre. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
17 Aveva Oberto una estrema possanza, E fu de’ digni cavallier del mondo; Sprona il destriero ed impugna la lanza. Non fu mai corso tanto foribondo Quanto hanno e duo baron pien de arroganza Credendo metter l’uno l’altro al fondo; Poco vantaggio fu nel gionger saldo, Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo. 18 E ritornarno con brandi taglienti Alla terribil zuffa, inanimati Per darsi morte, a guisa de serpenti, Sempre menando colpi disperati. Avean tagliati tutti e guarnimenti, E rotti e scudi e li usberghi spezzati; Ma Ranaldo con lui de maestria E ancor di forza vantaggio avia. 19 Menando le botte aspere e diverse, Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto; Però che, come Oberto se scoperse, Gionse Fusberta, e l’elmo ebbe disciolto. La barbuta e il guancial tutto li aperse, E crudelmente lo ferì nel volto; E fu il colpo sì fiero e smisurato, Che come morto lo distese al prato. 20 Questo veggendo il franco re Adriano, Che stava apparecchiato alla riscossa, Mosse a gran furia, correndo nel piano Con una lanza smisurata e grossa. Era senza asta il sir de Montealbano, Ché l’avea rotta alla prima percossa, Ma correndo ne vien col brando nudo; Il re Adriano il gionse a mezo il scudo. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
33 E, ritrovato il brando che avea perso, Voltò contra Aquilante il corridore, Acceso di furor troppo diverso; Con quanta forza mai puote maggiore, Lo gionse a mezo l’elmo nel traverso. Non valse ad Aquilante il suo valore, Né l’arme fatte per incantamento, Ché stramortito perse il sentimento. 34 Ranaldo già niente indugiava, Perché era d’ira pieno a quella fiata, E l’elmo prestamente li slaciava, E ben gli avrebbe la testa tagliata: Ma Chiarione la lancia arrestava, Così come era la cosa ordinata; Né de lui se accorgendo il fio d’Amone, Di traverso il ferì sopra il gallone. 35 Piastra non lo diffese o maglia grossa, Ma crudelmente al fianco l’ha ferito. Alor che ebbe Ranaldo la percossa, Grifone aponto se fo risentito, Ch’era stato gran pezzo in molta angossa E fuora de intelletto sbalordito; Via passò Chiarion, rotta ha la lancia, Ché tenire il destrier non ha possancia. 36 Or, come io dissi, Grifon se risente, Alor che via ne andava Chiarione, E non sapea de Aquilante niente, Né de questo altro ancor la questione, Ché mosso non serebbe certamente; Ma così come uscì de stordigione, Per vendicarse il colpo che avea còlto Verso a Ranaldo furioso è vòlto. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 401 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoterzo 37 Non era ancora il sir de Montealbano Aconcio ne l’arcione e rassettato, Per quello incontro sì crudo e villano Che quasi fuor di sella andò nel prato, Quando gionse Grifon col brando in mano; Trovandolo improviso e sbarattato, Gli donò un colpo orribile e possente: Voltosse il fio de Amon come un serpente. 38 Come un serpente per la coda preso, Che gonfia il collo e il busto velenoso, Cotal Ranaldo, de grand’ira acceso, A Grifon se rivolse nequitoso; E ben l’avrebbe per terra disteso, Tanto menava un colpo furioso; Se non che Chiarion, ch’era voltato, Giongendo sturbò il gioco cominciato. 39 E sopra il braccio destro lo percosse, Come ebbe de improviso ad arivare, E con tanta ruina lo commosse, Che quasi il fece il brando abandonare. Pensati se Ranaldo ora adirosse, Che perder non vo’ tempo al racontare; Forte cridando, giura a Dio divino Che tutti non gli stima un vil lupino. 40 E se rivolta contra a Chiarione, E darli morte al tutto è delibrato; Ma già per questo non resta Grifone, Né il lascia prender lena e trare il fiato. Ecco Aquilante ariva alla tenzone, Che era de stordigion già ritornato, Ma non già al tutto, perché veramente Non s’accorgea de gli altri duo niente: Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
41 Benché sofferto avesse molto affanno Il franco conte alla battaglia dura, A lui pareva ciascuna ora uno anno De poter trare a fin tanta ventura; Né stima che per forza o per inganno Possa esser vinta sua mente sicura. Senza altramente adunque riposare, Prende il bel corno e comincia a suonare. 42 Era smontata giù del palafreno Quella donzella che portava il corno, E nel bel prato de fioretti pieno Se avea d’una ghirlanda il capo adorno; Ma, come il suon del conte venne meno, Tremò quella campagna tutta intorno, E un piccol monticel ch’era in quel loco, Se aperse in cima e fuor gettò gran foco. 43 Stavasi queto il figlio di Melone, Per veder ciò che al fine avesse a uscire. Ecco fuor di quel monte esce un dragone, Terribil tanto, ch’io nol posso dire. La dama, che sapea la fatasone, Tenne quell’altra, che volea fuggire, Dicendo: - Sopra me sta’ti sicura, Ché solo al cavallier tocca paura. 44 Questa facenda a noi non apartiene, Ma quel barone al tutto fia deserto. Rispose l’altra: - Ben se gli conviene, Ché un più malvaggio al mondo non è certo. Adunque ciascadun m’intenda bene, Perché il caso de Orlando mostra aperto Che ogni servigio di dama si perde Chi non adacqua il suo fioretto verde. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 417 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoquarto 45 Or torno a ragionar di quel serpente Che un altro non fu mai visto maggiore. Di scaglie verde e d’oro era lucente, L’ale ha depinte in diverso colore. Tre lingue avea ed acuto ogni dente, Battea la coda con molto rumore, Sempre gettava foco e fiamma viva, Che da l’orecchie e di bocca li usciva. 46 Come il serpente in tutto si scoperse, Il conte, che teniva il libro in mano, Gli vide scritto ove prima lo aperse: “Nel mondo tutto, per monte e per piano, Tanta fatica mai altrui sofferse Come tu soffrirai, baron soprano; Ma forse ancora potresti campare, Se quel ch’io dico, te amenti di fare. 47 Questa battaglia conviene esser presta, Perché il serpente è di tossico pieno, E getta fumo e fiamma sì molesta, Che ti farebbe tosto venir meno; Ma stu potesti tagliarli la testa, Non dubitar di foco o di veleno, E piglia pur quel capo arditamente: Rompilo sì, che ne traggi ogni dente. 48 E questi denti tu seminerai In questa terra per te lavorata, E poi mirabil cosa vederai: Di tal semente nascer gente armata, Forte ed ardita, e tu lo provarai. Or va, che se tu campi a questa fiata E se tu porti di tal guerra onore, Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.” Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
418 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoquarto 49 Non par che in quel libro altro più se scriva: Il conte prestamente lo serrava, Perché il serpente già sopra gli ariva Con l’ale aperte, e gran furia menava, Gettando sempre foco e fiama viva. Con alto ardire Orlando l’aspettava; La bocca aperse il diverso dragone, Credendosi ingiottirlo in un boccone. 50 Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese, E tutto quanto l’ebbe dissipato. Era di legno, e sì forte se accese, Che presto e incontinente fu bruciato; E così il sbergo e l’elmo e ogni altro arnese Venne quasi rovente ed affocato: Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero Ardea tuttora in capo al cavalliero. 51 Non ebbe il conte mai cotal battaglia, Poi che a quel foco contrastar conviene; Forza non giova o arte di scrimaglia, Perché gran fumo, che con fiamma viene, Gli entra ne l’elmo e la vista li abaglia, Né apena vede il brando che in man tiene; Ma, ben che abbia il veder quasi già perso, Pur mena il brando a dritto ed a roverso. 52 Così di qua di là sempre menando In quella zuffa oscura e tenebrosa, Nel collo il gionse pure al fin col brando, E via tagliò la testa sanguinosa; Quella poi prese il conte e, remirando, Ben gli parve quel capo orribil cosa, Ch’era vermiglio, d’oro, verde e bruno; Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
9 Ranaldo prese un cruccio sì diverso, Che alla sua vita mai n’ebbe cotanto; E menò ad ambe mano un gran roverso, Tal che, se l’elmo non fosse de incanto, Tutto l’avrebbe spezzato e disperso; E per quel colpo orribile e tamanto Orlando se stordì per tal maniera, Che non sapea quel loco dove egli era. 10 Il suo destrier correndo andava intorno, Portandol stramortito in su la sella. Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno Non durarà fra noi questa novella. E per darli di morte ultimo scorno Un altro colpo adosso li martella; Io non saprebbi ben dir la cagione, Ma il conte alora uscì de stordigione. 11 E risentito, cognobbe Ranaldo, Qual gli era sopra per farlo morire. Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo, Mala ventura te ha fatto venire, Però che morto sei se tu stai saldo, E vergognato se prendi a fuggire. Or te diffendi, s’hai cotanto orgoglio, Ché averti alcun riguardo più non voglio. 12 Così dicendo il conte a due man prese, Forte turbato, Durindana dura, E percosse ne l’elmo, e quel se accese A foco e fiamma con molta paura. Ranaldo su le croppe se distese Per quel gran colpo fuor d’ogni misura: Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano; Via ne l’arcione il porta Rabicano. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 456 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimosettimo 13 Ma non fu giamai drago ni serpente, Che racogliesse in sé tanto veleno, Quanto Ranaldo alor che si risente: Il cor avea di foco e il viso pieno. Verso de Orlando iniquitosamente Prende a due mano il brando e lascia il freno; E similmente il senator romano Contra lui vene, e mena ad ambe mano. 14 Ferîr l’un l’altro con alto romore, Ciascun più furioso e disperato; E sempre cresce la zuffa maggiore, E l’arme a pezzi a pezzi vanno al prato; Né scorger ben se può chi aggia il megliore, Ché in poco tempo cangiasi il mercato; Or se veggion ferir de animo accesi, Or su le croppe andar morti e distesi. 15 E si feriano con tanta nequizia Che a vendetta crudel serìa bastante, E con aspro parlar l’un l’altro astizia. Diceva al fio d’Amone il sir d’Anglante: - Oggi hai trovato il brando di iustizia! Confessa le tue amende tutte quante; Che sei per fama publico ladrone, Io vo’ che tu ‘l confessi, e far ragione. 16 - Tu te credi tuttora essere in Franza, Disse Ranaldo - e gli altri minacciare. Chi cambia terra, die’ cambiare usanza; Re Carlo quivi non può comandare. Tu me di’ villania con arroganza, E credi ch’io te ‘l voglia comportare? Ed a farne la prova in ogni loco, Io son meglior di te molto, e non poco. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
17 A poco a poco più l’ira s’accende: Ranaldo sopra l’elmo gionse il conte; Taglio del brando a questo non offende, Però che era incantato e fu de Almonte, Ma il cavallier stordito se distende Per quel colpo superbo che ebbe in fronte, E rivenne in se stesso in poco d’ora; Ira e vergogna al petto lo divora. 18 Stringendo e denti, il forte paladino Mena a Ranaldo un colpo nella testa: Gionse ne l’elmo che fu de Mambrino; Non fu veduta mai tanta tempesta. Quel baron tramortito andava e chino, Via fugge Rabicano, e non s’arresta, Intorno al campo, e par che metta l’ale; Al conte Orlando il suo spronar non vale. 19 Non fu veduto mai tanto peccato, Quanto era di Ranaldo valoroso, Ch’era sopra l’arcione abandonato, E strasinava il brando al prato erboso; Fuor de l’elmo uscia il sangue da ogni lato, Però che a quel gran colpo furioso Tanta angoscia sofferse e tanta pena, Che ‘l sangue gli crepò fuor d’ogni vena. 20 Fuor della bocca usciva e fuor del naso, Già ne era l’elmo tutto quanto pieno; Spirto nel petto non gli era rimaso, Correndo il suo destriero a voto freno. E così stette in quel dolente caso Quasi una ora compita, o poco meno; Ma non fu giamai drago ni serpente Quale è Ranaldo, allor che se risente. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
21 Lunga è la sala cinquecento passi, E larga cento aponto per misura: Il cel tutto avea d’oro a gran compassi, Con smalti rossi e bianchi e di verdura. Giù per le sponde zaffiri e ballassi Adornavan nel muro ogni figura, Però che ivi intagliata, con gran gloria, Del re Alessandro vi è tutta la istoria. 22 Lì si vedea lo astrologo prudente, Qual del suo regno se ne era fuggito, Che una regina in forma de serpente Avea gabbata, e preso il suo appetito. Poi se vedeva apresso incontinente Nato Alessandro, quel fanciullo ardito, E come dentro ad una gran foresta Prese un destrier che avea le corna in testa. 23 Buzifal avea nome quel ronzone: Così scritto era in quella depintura; Sopra vi era Alessandro in su l’arcione, E già passato ha il mar senza paura. Qui son battaglie e gran destruzione: Quel re di tutto il mondo non ha cura; Dario gli venne incontra in quella guerra, Con tanta gente che coprì ogni terra. 24 Alessandro il superbo l’asta abassa, Pone a sconfitta tutta quella gente, E più Dario non stima ed oltra passa; Ma quel ritorna ancora più possente, E di novo Alessandro lo fraccassa. Poi se vedeva Basso il fraudolente, Che a tradimento occide il suo segnore, Ma ben lo paga il re di tanto errore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
25 E poi si vede in India travargato, Natando il Gange, che è sì gran fiumana; Dentro a una terra soletto è serrato, Ed ha d’intorno la gente villana. Ma lui ruina il muro in ogni lato Sopra a’ nemici e quella terra spiana; Passa più oltra e qui non se ritiene; Ecco il re d’India, che adosso gli viene. 26 Porone ha nome, ed è sì gran gigante: Non ritrova nel mondo alcun destriero, Ma sempre lui cavalca uno elefante. Or sua prodezza non gli fa mestiero, Né le sue gente, che n’avea cotante, Perché Alessandro, quel segnore altiero, Vivo lo prende; e, com’om di valore, Poi che l’ha preso, il lascia a grande onore. 27 Eravi ancora come il basilisco Stava nel passo sopra una montagna, E spaventa ciascun sol col suo fisco, E con la vista la gente magagna; Come Alessandro lui se pose a risco Per quella gente ch’era alla campagna, E, per consiglio di quel sapiente, Col specchio al scudo occise quel serpente. 28 In somma ogni sua guerra ivi è depinta Con gran ricchezza e bella a riguardare. Possa che fu la terra da lui vinta, A duo grifon nel cel si fa portare Col scudo in braccio e con la spada cinta; Poi dentro a un vetro se calla nel mare, E vede le balene e ogni gran pesce, E campa, e ancor quivi di fuora n’esce. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
57 Già tutti insieme avean prima ordinato Che l’un con l’altro se debba aiutare, Perché la dama ha l’animo adirato E contra a tutti vôlse vendicare. Come Ballano adunque fu voltato, Lei prende dietro a quello a speronare, Cridando: - Volta! volta! can fellone, Ché oggi non giongi tu dentro al girone. 58 Così cridando il segue per il piano; Ma il forte Antifor de Albarossia Di drieto la ferisce ad ambe mano; Lei non mostra curare e tira via. Disposta è di pigliare il re Ballano, Che a spron battuti innanzi le fuggia; Vien di traverso Oberto a gran tempesta, E lei ferisce al mezo della testa. 59 Non se ne cura la dama niente, Ché dietro al re Ballano in tutto è volta. Or Chiarione a guisa di serpente Mena a due mani e ne l’elmo l’ha còlta, Ma lei non cura il colpo e non lo sente; Tutta a seguir Ballano è lei disciolta. Lui, che a le spalle sente la regina, Voltasi e mena un colpo a gran ruina. 60 Mena a due mano e le redine lassa, Gionse nel scudo alla dama rubesta; Come una pasta per traverso il passa, E mezo il tira a terra a gran tempesta. Lei gionse lui ne l’elmo e lo fraccassa, E ferillo aspramente nella testa; Sì come morto l’abatte disteso, Dalle sue gente incontinente è preso. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
17 Mulabuferso, che è re di Fizano, Fier di persona e d’ogni cosa esperto, Cercato ha tutto quel gran monte invano, Qua verso il mare e là verso il deserto, Sì che nel fuoco poneria la mano, Che in cotal loco non è lui di certo; Onde a Biserta torna ad Agramante, E con tal dire a lui si pone avante: 18 - Segnor, per fare il tuo comandamento Cercato ho di Carena il monte altiero; Dopo lunga fatica e grave stento Visto ho l’ultimo dì quel che il primiero. Onde io te acerto e affermo in iuramento, Che là non se ritrova alcun Rugiero; Quel già fu morto a Rissa con gran guai, Né altro credo io che sia più nato mai. 19 Sì che, piacendo al re di Garamanta, Dove il dimori puote indovinare, Poi che quella arte di saper si vanta; Ma noi ben siam più pacci ad aspettare Questo vecchiardo, che le serpe incanta, Ché già dovremmo aver passato il mare. Lui va cercando quel che non se trova, Perché tua gente a guerra non se mova. 20 Re Rodamonte, come l’ebbe odito, A gran fatica lo lasciò finire. Forte ridendo, con sembiante ardito Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire, Che quello aveva il nostro re schernito, Volendo questa guerra differire. Mal aggia l’omo che dà tanta fede Al ditto di altri e a quel che non si vede! Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
49 Perché l’uno è Grifon, l’altro Aquilante, Che son condotti a morte da costoro. Una donzella, poco a quei davante, Era legata sopra a Brigliadoro. Pallida in viso e trista nel sembiante, Condutta è con questi altri al rio martoro: Orrigille è la dama, quella trista. Ben lei cognobbe il conte in prima vista; 50 Ma nol dimostra, e va tra quella gente, E chiede di tal cosa la cagione. Un che avea la barbuta ruginente E cinto bene al dosso un pancirone, Disse: - Condutti son questi al serpente Il qual divora tutte le persone Che arrivan forastiere in quel paese, Dove fôr questi ed altre gente prese. 51 Questo è il regno de Orgagna, se nol sai, E sei presso al giardin de Fallerina. Cosa più strana al mondo non fu mai: Fatto l’ha per incanto la regina; E tu securo in queste parte vai? Ma serai preso con molta roina E dato al drago, come gli altri sono, Se presto non te fuggi in abandono. 52 Molto fu alegro alora il paladino, Poi che cognobbe in questo ragionare Che egli era pervenuto a quel giardino, Qual convenia per forza conquistare. Ma quel bravel, che ha viso di mastino, Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare? Come qui t’abbia il capitano scorto, Incontinente serai preso e morto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
17 Fuor della porta non esce niente, Ma stavi sopra come guardiano; Il conte se avicina arditamente Col scudo in braccio e col bastone in mano. La bocca tutta aperse il gran serpente, Per ingiottire quel baron soprano; Lui, che di tal battaglia era ben uso, Mena il bastone e colse a mezo ‘l muso. 18 Per questo fu il serpente più commosso, E verso Orlando furioso viene; Lui con quel ramo de olmo verde e grosso Menando gran percosse gli dà pene. Al fin con molto ardir gli salta adosso, E cavalcando tra le coscie il tiene; Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta Colpi radoppia a colpi in su la testa. 19 Rotto avea l’osso, e il suo cervello appare, Quella bestia diversa, e cadde morta. Il sasso, che era aperto a questo intrare, S’accolse insieme, e chiuse questa porta. Or non sa il conte ciò che debba fare, E nella mente alquanto se sconforta; Guardasi intorno e non sa dove gire, Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire. 20 Era alla sua man destra una fontana, Spargendo intorno a sé molta acqua viva; Una figura di pietra soprana, A cui del petto fuor quella acqua usciva, Scritto avea in fronte: “Per questa fiumana Al bel palagio del giardin se ariva.” Per infrescarse se ne andava il conte Le man e ‘l viso a quella chiara fonte. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
53 Ché fu più volte per guardare in suso; Ma pur se ricordava del libretto, E sotto il scudo se ne stava chiuso. Alciò la coda il monstro maledetto, E l’acqua avelenata smaltì giuso. Quella cade nel scudo, e per il petto Calla stridendo, come uno oglio ardente; Ma nella vista non toccò niente. 54 Orlando se lasciò cadere in terra, Tra l’erbe, come ceco, brancolando. Calla l’occello e nel sbergo l’afferra, E verso il tronco il tira strasinando. Il conte a man riversa un colpo serra; Proprio a traverso lo gionse del brando, E da l’un lato a l’altro lo divise, Sì che, a dir breve, quel colpo l’occise. 55 Poi che mirato ha il conte quello occello, Sotto il suo tronco a l’ombra morto il lassa, E raconcia il cimiero alto a pennello, E ‘l scudo al braccio nel suo loco abassa. Verso la porta dove è l’asinello, Drieto a ponente, in ripa al fiume passa, E poco caminò che ivi fu gionto, E vide aprir la porta in su quel ponto. 56 Mai non fo visto sì ricco lavoro Come è la porta nella prima faccia. Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro; Non la diffende né spata né maccia Ma uno asino coperto a scaglie d’oro, Ed ha l’orecchie lunghe da due braccia: Come coda di serpe quelle piega, E piglia e strenge a suo piacere e lega. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
65 Ma prima ancor che se possa arivare A quella porta, che è tutta d’argento, Per quella serrata, vi è molto che fare, E bisognavi astuzia e sentimento. Ma il conte a questo non stette a pensare, Come colui che avea molto ardimento, Seco dicendo a sua mente animosa: “Chi può durare, al fin vince ogni cosa.” 66 Così fra sé parlando il camin prese Giù per la costa verso tramontana, E vide, come al campo giù discese, Una valle fiorita e tutta piana, Ove tavole bianche eran distese, Tutte apparate intorno alla fontana; Con ricche coppe d’oro in ogni banda Eran coperti de optima vivanda. 67 Né quanto intorno se puote mirare, Disotto al piano e di sopra nel monte, Non vi è persona che possi guardare Quella ricchezza che è intorno alla fonte; E le vivande se vedean fumare. Gran voglia di mangiare aveva il conte; Ma prima il libracciol trasse del petto, E, quel leggendo, prese alto sospetto. 68 Guardando quel libretto, il paladino Vide la cosa sì pericolosa. Di là dal fonte è un boschetto di spino, Tutto fiorito di vermiglia rosa, Verde e fronzuto; e dentro al suo confino Una Fauna crudel vi sta nascosa: Viso di dama e petto e braccia avia, Ma tutto il resto d’una serpe ria. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
1 Non fu, signor, contato più giamai Battaglia sì diversa e tanto orribile, Perché, come di sopra io vi contai, Rodamonte di Sarza, quel terribile, Contra de Naimo, che avea gente assai, Solo è afrontato, che è cosa incredibile; Ma Turpin, che dal ver non se diparte, Per fatto certo il scrisse alle sue carte. 2 Né so se ‘l fu piacer del celo eterno Donar tanta prodezza ad un Pagano, O se ‘l demonio, uscito dell’inferno, Combattesse per lui quel giorno al piano; E’ pose nostra gente in tal squaderno, Che non fu data, al ricordare umano, Cotal sconfitta a nostra gente santa, Quale in quel giorno che il mio dir vi canta. 3 Tutte le schiere, come io ve ho contato, Giù della costa son callate al basso; Da l’altra parte Rodamonte armato Ha fesa la battaglia a gran fraccasso. La nostra gente come erba di prato Taglia a traverso e manda morta al basso; Pedoni e cavallier, debili e forti L’un sopra a l’altro van spezzati e morti. 4 Sempre ferendo va quello africante Dritti e roversi, e cridando minaccia; Egli ha i nemici di dietro e davante, Ma lui col brando se fa ben far piaccia. Ecco gionta alla zuffa Bradamante, Quella donzella ch’è di bona raccia; Come fùlgor del cielo, o ver saetta, Ver Rodamonte la sua lancia assetta. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 118 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto settimo 5 Dal lato manco il gionse nel traverso E passò il scudo questa dama ardita, E quasi a terra lo mandò riverso, Benché non fece a quel colpo ferita; Ché ‘l saracin, che fu tanto diverso, Ed avea forza incredibile e infinita, Portava sempre alla battaglia indosso Un cor di serpe, mezo palmo grosso. 6 Ma non di manco pur fo per cadere, Come io ve dissi, per quella incontrata, Quando la dama che ha tanto potere Lo ferì al fianco con lancia arrestata; Tutta la gente che l’ebbe a vedere, Levò gran crido e voce smisurata; Né già per questo al pagan se avicina, Ma sol cridando aiuta la fantina. 7 Lei già rivolto ha il suo destrier coperto, E torna adosso a quel saracin crudo. Or fuor de schiera uscì il conte Roberto E ferì Rodamonte sopra il scudo, Ed Ansuardo de battaglia esperto, Egli sprona anco adosso a brando nudo; Onde la gente, che ha ripreso core, Tutta se mosse insieme a gran furore, 8 - Adosso! adosso! - ciascadun cridando, Con sassi e lancie e dardi oltra misura. Rideva il saracin questo mirando, Come colui che fu senza paura; Mena a traverso il furioso brando, E gionse proprio a loco di cintura Quello Ansuardo, conte di Lorena, E morto a terra il pose con gran pena. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
17 Come al decembre il vento che s’invoglia, Quando comincia prima la freddura: L’arbor se sfronda e non vi riman foglia; Così van spessi e morti a la pianura. Ecco Americo, il duca di Savoglia, Ch’è rivoltato in sua mala ventura, E gionse a mezo il petto lo Africano, Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano; 18 Ché a lui ferì il pagan sopra la testa, E tutto il parte insin sotto al gallone. Or fugge ciascaduno e non se arresta; Mai non se vidde tal confusione. Il duca Naimo una grossa asta arresta, E move la sua schiera il bon vecchione, E seco ha quattro figli, ogniom più fiero, Avino, Avorio, Ottone e Belengiero. 19 Cresce la zuffa e il crido se rinova, E levasi il rumore e ‘l gran polvino. Primeramente Avorio il pagan trova, E ben rompe sua lancia il paladino; Ma Rodamonte sta fermo alla prova, E non se piega il forte saracino; E similmente nel colpir de Ottone Stette in duo piedi saldo al parangone. 20 L’un dopo l’altro Avino e Belengero A lui feriano adosso arditamente, E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero; Ma, come gli altri, pur fece niente. Al quinto colpo quel saracin fiero Alciò la faccia a guisa de serpente; Crollando il capo disse: - Via, canaglia! Ché tutti non valeti un fil di paglia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
61 Del rio viaggio Orlando non se cura, Ché la fatica è pasto a l’animoso. Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura, E levasi un gran vento furioso; Pioggia mischiata di grandine dura Batte per tutto il campo doloroso; Perito è il sole e non si vede il giorno, Se il ciel non s’apre fulgorando intorno. 62 Tuoni e saette e fùlgori e baleni E nebbia e pioggia e vento con tempesta Aveano il cielo e i piani e i monti pieni: Sempre cresce il furore e mai non resta. Quivi la serpe e tutti i suoi veleni Son dal mal tempo occisi alla foresta, Volpe e colombi ed ogni altro animale: Contra a fortuna alcun schermo non vale. 63 Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio, Né ve impacciati de sua mala sorte, Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio: Fuggir se vôle il mal sino alla morte; Abenché lui tornasse in bon viaggio, Perché ogni cosa vince l’omo forte; Ma chi può, scampar debbe al tempo rio. Bella brigata, io ve acomando a Dio.
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
21 Segue Dudone e nel castel se caccia, Ché non temeva il giovane altro scorno. Come fu dentro, gionse entro una piaccia Edificata di colonne intorno, Con volte alte e dorate in ogni faccia. Il sôl di sotto è di marmoro adorno, Né persona si vede in verun lato Fuor che ‘l gigante, che è già disarmato. 22 Poste avea l’arme e’ pagni il fraudolente, E tutto quanto ignudo se mostrava, Ed avea il collo e il capo di serpente, E ‘l resto a poco a poco tramutava. Ambe le braccia fece ale patente, E l’una gamba e l’altra se avingiava, E fiersi coda; e poi d’ogni gallone Uscirno branche armate e grande ongione. 23 Mutato, come io dico, a poco a poco, Tutto era drago il perfido gigante, Gettando per l’orecchie e bocca foco, Con tal romore e con fiaccole tante, Che le muraglie intorno di quel loco Pareano incese a fiamma tutte quante. Ben puotea fare a ciascadun paura, Perché era grande e sozzo oltra misura. 24 Ma non smarritte la persona franca Del giovanetto, degno d’ogni loda. Viensene il drago e nel scudo lo branca, E per le gambe volta la gran coda, Sì che, prendendo intorno ciascuna anca, Giù per le coscie insino ai piè l’annoda; Non se spaventa per questo Dudone, Getta la mazza e prende quel dragone. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
25 Nel collo il prese, a presso de la testa, Ad ambe mani, e sì forte l’afferra, Che a quella bestia, che è tanto robesta, Il fiato quasi e l’anima gli serra. Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta Lo gira ad alto e trallo in su la terra, Che era la strata a pietra marmorina; Sopra vi batte il drago a gran roina. 26 Là dove gionse, se aperse la piaccia, Tutto si fese il marmo da quel lato; Sotto la terra il serpente se caccia, Benché di fora è subito tornato. Ma già cangiata avea persona e faccia, Ed era istranamente trasformato, Ché il busto ha d’orso e ‘l capo de cingiale: Mai non se vidde il più crudo animale. 27 Fatto avea il capo de porco salvatico Costui, che in ogni forma sapea vivere, E non serìa poeta, né grammatico Che lo sapesse a ponto ben descrivere. Ora, ben che de ciò poco sia pratico, Dal muso al piè convien che tutto il livere: Poi che io cominciai sua forma a dire, Come era fatto vi voglio seguire. 28 Lunghi duo palmi avea ciascadun dente E gli occhi accesi de una luce rossa, Piloso il busto e d’orso veramente, Con le zampe adongiate e di gran possa; La coda ritenuta ha di serpente, Sei braccia lunga ed a bastanza grossa; L’ale avea grande e la testa cornuta: Più strana bestia mai non fu veduta. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
25 Ed ha già preso Ziliante a mano, E fora del giardin con esso viene, Né della fata teme incanto istrano, Poi che nel zuffo ben presa la tiene. Lei pur se dole e se lamenta invano, E non trova soccorso alle sue pene; Ora lusinga, or prega ed or minazza, Ma il conte tace e vien dritto alla piazza. 26 Quella passarno, e cominciarno a gire Su per la scala e tra que’ sassi duri, E quando furno a ponto per uscire Fuor della porta e de quei lochi oscuri, Allora il conte a lei cominciò a dire: - Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri Per lo Demogorgone a compimento Mai non mi fare oltraggio o impedimento. 27 Sopra ogni fata è quel Demogorgone (Non so se mai lo odisti racontare), E iudica tra loro e fa ragione, E quello piace a lui, può di lor fare. La notte se cavalca ad un montone, Travarca le montagne e passa il mare, E strigie e fate e fantasime vane Batte con serpi vive ogni dimane. 28 Se le ritrova la dimane al mondo, Perché non ponno al giorno comparire, Tanto le batte a colpo furibondo, Che volentier vorian poter morire. Or le incatena giù nel mar profondo, Or sopra al vento scalcie le fa gire, Or per il foco dietro a sé le mena, A cui dà questa, a cui quella altra pena. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
5 La dama, che era a piedi, pur seguia, A benché fosse a lui molto lontana. Il cavalliero incontra gli venìa Con Fiordelisa per la terra piana; E l’altra dama, che questa vedia, Cridando incominciò: - Falsa puttana! Non ti varrà costui ch’è la tua scorta, Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. 6 Lasciò la briglia, battendo ogni mano, E ben se tenne morta Fiordelisa, Perché cognobbe presto aperto e piano Che quella dispietata era Marfisa, La qual seguito avea Brunello invano (Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa); Avendo quel giottone assai seguito, Trovò la dama e il cavalliero ardito. 7 Era Brunello adunque il varletino Ch’è sopra a quel destrier di tanta lena; Lui via passò, fuggendo al suo camino, Né con la vista lo seguirno apena. Quando Marfisa l’occhio serpentino Voltò, di doglia e di grande ira piena, Mirando Brandimarte e la sua dama Far la vendetta sopra a questi ha brama. 8 E le parole che ho sopra contate A Fiordelisa disse minacciando; E benché l’arme avesse dispogliate, E senza destrier fusse e senza brando, Di sommo ardire avea tanta bontate Che, Brandimarte armato riguardando, Volea seco battaglia a ogni partito; Ma a lui non piacque de accettar lo invito. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
9 Ch’è Manilardo, il re de la Norizia, La qual di là da Setta è mille miglia; De pecore e di capre ha gran divizia, E la sua gente a ciò se rassomiglia. Non han moneta e non hanno avarizia De oro e de argento; e non è maraviglia, Che tra noi anco il bove né il montone Ciò non desia, perché è senza ragione. 10 Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo, Che è longi al mare ed abita fra terra. Grande è il paese, tutto ardente e caldo, Sempre sua gente con le serpe han guerra. Il giorno va ciascun sicuro e baldo, La notte ne le tane poi si serra; D’erba se pasce, e non so che altro guste: Scrive Turpin che vive de locuste. 11 Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa: Non trovo gente di questa peggiore; Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa, Biastemando chi ‘l fece e ‘l suo splendore. La feccia qua del mondo se roversa, Per dar travaglia a Carlo imperadore. Or vengano pur via, gente balorda, Che ogni cristian ne avrà cento per corda. 12 E se nulla vi manca, per aiuto Già Puliano, il re di Nasamona, Con gente di sua terra è qua venuto. Non trovaresti armata una persona; Chi porta mazza e chi bastone acuto, Trombe ni corni a sua guerra si suona; Avengaché il suo re sia bene armato, Di molto ardire e gran forza dotato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
9 Ma poi la corte di Marsilione, Di tanto pregio e tal cavalleria. Serpentin de la Stella, il fier garzone, Ed Isolier s’aspetta tuttavia, Che è sir de Pampaluna, e Folicone, Del re bastardo e conte de Almeria; Non par di Spagna il terzo, né il secondo, Quel colorito, e questo bianco e biondo. 10 Ma perché vi faccio io tanta dimora Il nome e le provenze a racontare, Che poi ne le battaglie in poco de ora Gli sentireti a ponto divisare? Re Carlo giongerà senza dimora, Poscia per tutti vi serà che fare, A benché alcun pagan qua non l’aspetti, Che tutti in zoia stanno e gran diletti. 11 Aveano usanza tutti i re pagani, La quale in questo tempo anco è rimasa, Che, campeggiando, o vicini o lontani, Ma’ le lor dame lasciavano a casa; Né so se lor pensier sian fermi o vani, Ché pur sta mal la paglia con la brasa; Ma, da altra parte ancora, per amore Lo animo cresce e più se fa de core. 12 Per questo erano in campo le regine Quasi di tutta Spagna, e pur le belle; Ma sopra a tutte l’altre peregrine Era stimata il fior de le donzelle La Doralice; come tra le spine Splende la rosa e tra foglie novelle, Così lei di persona e di bel viso Sembra tra l’altre dea del paradiso. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
17 Ciascun di lor quel giorno se destina Di non parer de l’altro mai peggiore. Ahi sventurata gente saracina, Che adosso ben ti viene un gran romore! Quei duo baron faran tanta ruina, Che mai fu fatta al mondo la maggiore. Or tacete, segnori, e non v’incaglia, Ch’io vo’ contare un’aspra e gran battaglia. 18 Re Carlo Mano avea fatte le schiere Molto ordinate e con gran sentimento; Il nome de ciascuno e le bandiere Poi sentirete e l’altro guarnimento, Secondo che usciran le gente fiere Che contra lor ne van con ardimento. Ma la prima che è gionta alla campagna E¡ Salamone, il bon re de Bertagna. 19 Con la bandiera a scacchi neri e bianchi Ricardo e’ soi Normandi è seco in schiera; Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi, L’un de Monforte e l’altro de Riviera. Sei de sei millia non credo che manchi Di questa gente, che è animosa e fiera; Ne vien correndo e mena gran pulvino, Per assalire il campo saracino. 20 Marsilio avea mandato Balugante, Che refrenasse quello assalto un poco, Acciò che le sue gente, che son tante, Potesse trare alquanto di quel loco. Serpentino era seco e lo Amirante E il re Grandonio, l’anima di foco; Con più de trenta millia de Pagani Callarno il monte e gionsero in que’ piani. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
21 Suonâr le trombe, e con molta tempesta L’un verso l’altro a gran crido se mosse A tutta briglia, con le lancie a resta, E con fraccasso l’un l’altro percosse. Aspra battaglia non fu più di questa: Volarno i tronchi al cel de l’aste grosse E l’arme resuonarno insieme e’ scudi, Quando scontrarno insieme a li urti crudi. 22 Era al principio questo un bel riguardo Per l’arme relucente e per cimieri; Ciascun destriero ancora era gagliardo, Coperte e paramenti erano intieri; Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo E Iachetto con Guido, e baron fieri, Intrarno furiosi alla gran folta, La bella vista in brutta fu rivolta. 23 Roncioni e cavallier morti e tagliati Tutto infiamarno il campo sanguinoso, E l’arme rotte e gli elmi spenacchiati Facean riguardo tristo e doloroso. E paramenti e’ squarci dissipati, E ciascun pien di sangue e polveroso; Il ruinare a terra e il gran fraccasso Avrian smariti gli occhi a un satanasso. 24 Ricardo entrò primiero alla battaglia, Il qual portava per cimiero un nido, E Salamone adosso alla canaglia, E Iachetto con seco e ‘l franco Guido. Ciascun sì crudamente i Pagan taglia, Che sino al cel se odiva andare il crido; Ma alor se mosse incontra Balugante, Grandonio e Serpentino e lo Amirante. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
29 Questo è il re Stordilano, e Malgarino E Baricondo è seco e Sinagone, E Maradasso più gli era vicino: La schiera guida al campo Falcirone. Costui portava al suo stendardo un pino Col foco ne le rame e nel troncone, Ed ha la gente spessa come piova: Ben vi so dir che il gioco se rinova. 30 Alor Grandonio, quella anima accesa, Qual mai non se ha potuto adoperare, Sol per tenir la sua gente diffesa (Ché a ricoprirla troppo avea che fare), Ora una lancia in su la coscia ha presa, E sopra Salamon se lascia andare. Avendo posta già quella asta a resta, Roverso al campo il getta con tempesta. 31 Guido abattuto fu da Serpentino, Io dico Guido il conte de Monforte, E non il Borgognon, che è paladino, Il qual si stava con re Carlo in corte. Or Balugante, il forte saracino, Al conte de Rivera diè la morte, Dico a Iachetto; gionselo al costato, E via passando lo distese al prato. 32 Quando il Danese vidde Balugante, Che avea in tal modo morto il giovanetto, Turbato acerbamente nel sembiante Sprona il ronzone adosso al maledetto. Gionse al cimier, che è un corno de elefante, E specciòl tutto e roppe il bacinetto, E se dritto il colpiva a compimento, Tutto il fendeva di sotto dal mento. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
33 Ma il brando per traverso un poco calla, Sì che una guanza con la barba prese, E venne gioso e colse nella spalla, Né piastra grossa o maglia la diffese. Nel scudo de osso il bon brando non falla, Ma seco ne menò quanto ne prese, E fo sì gran ferita e sì diversa, Che quasi ha lui da poi la vita persa. 34 Ma Balugante volta il suo ronzone Menando le calcagne forte e spesso, Sin che fo avante al re Marsilione, Come io vi contarò qua poco apresso. Ora Oliviero abatte Sinagone, Ed hagli il capo insino ai denti fesso: Barbuta non gli valse o l’elmo fino; E poi se volta e segue Malgarino. 35 Ma non lo aspetta lui, che è impaurito; Mostrògli Sinagon ciò che ‘l die’ fare, Ed ebbe senno a pigliar bon partito. Ecco Grandonio, che un serpente pare: E gionse Avino, il giovanetto ardito, E sottosopra il fece trabuccare; Poi Belengero abatte in sul sabbione, E seco Avorio e il suo fratello Ottone. 36 Gionse anche Serpentino a un’altra banda E scontrò il bon Ricardo paladino: For dello arcione alla campagna il manda; Né qui se arresta e scontrase a Turpino, E benché ‘l prete a Dio se ricomanda, Pur fu abattuto da quel saracino. Rimescolata è tutta quella traccia, Qua fugge questo, e là quell’altro caccia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
41 Gionse Grandonio, e ben gli bisognava, Ché non potea durar lunga stagione; Presto Oliviero a questo se voltava, Lasciando mezo morto Falcirone. Or l’uno e l’altro gran colpi menava; Benché più forte sia quel can fellone, Era Olivier di lui poi più maestro, Ma molto accorto e più legiero e destro. 42 Menò Grandonio un colpo a quel marchese, E nel fondo del scudo agionse al basso, Qual ponto nol coperse né diffese, Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso, E passò il brando ed arivò allo arnese: Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso. Poco prese la coscia, e nello arcione Via passò il brando e gionse ‘l bon ronzone. 43 Colse il ronzone a quella spalla stanca, E sconciamente l’ebbe innaverato; Per questo ad Oliviero il cor non manca, Mena a due mano il suo brando affilato; Gionse a Grandonio quella anima franca Sopra del scudo, e tutto l’ha spezzato, Né piastra integra al forte usbergo lassa: Tutte le speza e dentro al petto passa. 44 Come io ve dico, ove gionse Altachiera Non lascia a quello usbergo piastra sana; Spezza ogni cosa quella spada fiera, E ‘l fianco aperse più de una gran spana. Ciascadun de essi a tristo partito era, Spargendo il sangue in su la terra piana, Né per ciò l’uno a l’altro dava loco, Ed ogni colpo accresce legne al foco. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 385 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoterzo 45 Cresce lo assalto dispietato e fiero, E ben de l’arme sentirno il polvino; Ma da altra parte il bon danese Ogiero Per tutto il campo caccia Malgarino, E di suo scampo non ve era mestiero, Se non vi fosse agionto Serpentino, Quel dalla Stella, il giovanetto adorno, Che avea fatate l’arme tutte intorno. 46 Come fu gionto, e vidde che il Danese Condotto ha Malgarino a mal partito, Sopra de Ogiero un gran colpo distese Dal lato manco in su l’elmo forbito, Quale era grosso e ponto nol diffese, Perché aspramente al capo l’ha ferito. Volta il Danese a lui, forte adirato: Bene ha di che, sì come io vi ho contato. 47 Cominciarno battaglia aspra e feroce Que’ duo guerrer mostrandosi la fronte, Benché Curtana a quelle arme non nôce, Ché eran fatate per tagli e per ponte. Or cresce un novo crido ed alte voce, Ché un’altra schiera giù calla del monte, Maggiore assai de l’altre due davante: Non fur vedute mai gente cotante. 48 Colui che vien davanti è Folicone, Il figlio de Marsilio, che è bastardo, Che ha de Almeria la terra e il bel girone: Ben vi posso acertar che egli è gagliardo. Larbin de Portugallo, il fier garzone, Gli viene apresso in su un corsier leardo; Maricoldo il Galego, che è gigante, Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
1 Se mai rime orgogliose e versi fieri Cercai per racontare orribil fatto, Ora trovarle mi farà mestieri, Però che io me conduco a questo tratto Alla battaglia con duo cavallieri, Che questo mondo e l’altro avrian disfatto; Tra ferro e foco inviluppato sono, Ché l’altre guerre ancor non abandono. 2 Perché dove è il Danese e Serpentino, Ov’è Olivieri e Grandonio si geme; E il re Marsilio e il figlio di Pipino, Quanto se può, ciascun sopra se preme; Ranaldo e Feraguto il saracino Fan più lor duo che tutti gli altri insieme; Ed or di novo Orlando e Rodamonte Per più ruina son condutti a fronte. 3 Sì come a l’altro canto io vi ebbi a dire, Ciascun di loro avanti avea gran cazza; Cristian né Saracin potean soffrire, Perché l’un più che l’altro assai ne amazza. Quando la gente gli vide venire, Ognun a più poter fa larga piazza; Come avante al falcone e storni a spargo, Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! 4 E quei duo cavallier con gran baldanza Se urtarno adosso, senza più pensare. Avea prima ciascun rotta sua lanza, Ma con le spade ben vi fo che fare, Menando i colpi con tanta possanza, Che ciascadun che sta intorno a mirare Di trare il fiato apena non se attenta, Tanto al ferire estremo se spaventa. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
25 Come fu gionto alla porta davante, Dentro mirando vidde una gran piazza Con loggie istoriate tutte quante: Di quadro avea la corte cento brazza. Quasi a mezo di questa era un gigante, Qual non avea né spada né mazza, Né piastra o maglia, od altre arme niente, Ma per la coda avea preso un serpente. 26 Il cavallier de ciò ben si conforta, Poi che ha trovata sì strana aventura; Ma in su quel dritto aperta è un’altra porta, Che del giardin mostrava la verdura, E un cavallier, sì come alla sua scorta, Si stava armato ad una sepoltura; La sepoltura è in su la soglia aponto Di questa porta, sì come io vi conto. 27 Ora il gigante stava in gran travaglia Con quel serpente, come io vi contai, Ma sempre a un modo dura la battaglia: Quel per la coda nol lascia giamai. Benché il serpente, che de oro ha la scaglia, Piegasse a lui la testa volte assai, Mai nol puote azaffare o darli pena, Ché per la coda sempre intorno il mena. 28 Mentre il gigante quel serpente agira Brandimarte alla porta ebbe veduto, Onde, soffiando di disdegno e de ira, Correndo verso lui ne fo venuto, E detro a sé il dragon per terra tira. Or doni il celo a Brandimarte aiuto, Ché questo è il più stupendo e grande incanto Che abbia la terra e il mondo tutto quanto. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
418 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoquinto 29 Come è gionto, il gigante alcia il serpente, Con quello a Brandimarte mena adosso. Non ebbe mai tal doglia al suo vivente, Perché quel drago è lunghissimo e grosso; Pur non se sbigotisce de niente, Ma quel gigante ha del brando percosso Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco: Lunga è la piaga un braccio, o poco manco. 30 Crida il gigante e pur alcia il dragone, E gionse Brandimarte ne la testa, E tramortito lo trasse de arcione, E, il serpente menando, non se arresta; Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone, E disteselo a terra con tempesta. Rivene il cavalliero, e in molta fretta E¡ destinato a far la sua vendetta. 31 Col brando in mano il gran gigante affronta, E se accomanda alla virtù soprana; Ma quel mena del drago a prima gionta, E di novo il distese a terra piana. Già Brandimarte avea tratto una ponta, E passato l’avea più de una spana; Avendo l’uno e l’altro il colpo fatto, Quasi alla terra se ne andarno a un tratto. 32 Ma quel serpente fece capo umano, Sì come proprio avea prima il gigante, E collo e petto e busto e braccie e mano E insieme l’altre membre tutte quante; E quel gigante venne un drago istrano, Proprio come questo altro era davante, E, sì come era per terra disteso, Fo dal gigante per la coda preso. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
33 E verso Brandimarte torna ancora Menando, come il primo fatto avia; Lui, che levato fu senza dimora, Già di tal cosa non se sbigotia, Anci menando del brando lavora, Dando e cogliendo colpi tuttavia; Tanto animoso e fiero è Brandimarte! Ferito ha già il gigante in quattro parte. 34 A benché anco esso pisto e percosso era, Tanto il feriva spesso il maledetto; E la battaglia assai fo lunga e fiera; Ma, per venire in ultimo allo effetto, Brandimarte lo agionse de Tranchera, E tutto lo divise insino al petto, Onde se fece drago incontinente, E fo gigante quel che era serpente. 35 Sì come in prima, per la coda il prese, E verso il cavalliero anco se calla, Tornando pur di novo alle contese; Ma Brandimarte il gionse in una spalla Ed a terra mandò quanto ne prese, Né già per questo il brando se aristalla, Ma giù callando a gran destruzione Tutto lo fende insin sotto al gallone. 36 Come davanti se fôr tramutati, Questo è gigante e quello era dragone, E ben sei volte a ciò fôrno incontrati, Crescendo sempre più la questione. Sei volte Brandimarte gli ha atterrati, Né trova più rimedio quel barone, Onde dolente e con gran disconforto Senza alcun dubbio estima de esser morto. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
420 � Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto ventesimoquinto 37 Pur, come quel che molto era valente, Non avea al tutto ancor l’animo perso, Anci con gran ruina arditamente Mena un gran colpo orribile e diverso, E gionse a mezo il busto del serpente Dietro da l’ale, e tagliollo a traverso. Quando il gigante vide quel ferire, Trasse via il resto e posese a fuggire. 38 Verso la porta, ove è la sepoltura, Fugge il gigante forte lamentando, Ché di quel che gli avenne avea paura. Il cavallier gli pose in testa il brando, E partil tutto insino alla cintura, Onde lui cadde alla terra tremando; Poi che in tal forma del compagno è privo, Moritte al tutto e non tornò più vivo. 39 Non era a terra quel gigante apena, Che il campion che a l’altra porta stava, Ver Brandimarte venne di gran lena, Onde la zuffa qua se cominciava, E de gran colpi l’uno a l’altro mena, Ma sempre Brandimarte lo avanzava; E per conclusione in uno istante Morto il distese apresso a quel gigante. 40 E Fiordelisa, quale era seguita Dentro alla loggia il cavallier soprano, Veggendo la battaglia esser finita Dio ne ringraziava a gionte mano. Or la porta ove entrarno, era sparita, E per vederla se riguarda in vano; Ben per trovarla se affannarno assai, Ma non se vede ove fusse pur mai. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
5 - Come! Un baso? - rispose il cavalliero. - E¡ questo il tutto? Ora èvvi altro che fare? Non ha lo inferno un demonio sì fiero, Che io non gli ardisca il viso de accostare. Di queste cose non aver pensiero, Che dece volte lo averò a basare, Non che una sola, e sia quello che voglia; Orsù! Che quella pietra indi si toglia. 6 Così dicendo prende uno annel d’oro, Che avea il coperchio de la sepoltura, E, riguardando quel gentil lavoro, Vide intagliata al marmo una scrittura, La qual dicea: “Fortezza, né tesoro, Né la beltate, che sì poco dura, Né senno, né lo ardir può far riparo, Ch’io non sia gionta a questo caso amaro.” 7 Poi che ebbe Brandimarte questo letto, La sepoltura a forza disserrava, Ed uscinne una serpe insino al petto, La qual forte stridendo zuffelava; Ne gli occhi accesa e d’orribil aspetto, Aprendo il muso gran denti mostrava. Il cavalliero, a tal cosa mirando, Se trasse adietro e pose mano al brando. 8 Ma quella dama cridava: - Non fare! Non facesti, per Dio, baron giocondo! Ché tutti ci farai pericolare, E caderemo a un tratto in quel profondo. Or quella serpe ti convien baciare, O far pensier de non essere al mondo: Accostar la tua bocca a quella un poco, O morir ti conviene in questo loco. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
9 - Come? Non vedi che e denti digrigna? Disse il barone - e tu vôi che io la basi? Ed ha una guardatura sì maligna, Che de la vista io mi spavento quasi. - Anci - disse la dama - ella t’insigna Come dèi fare; e molti altri rimasi Son per viltate in quella sepoltura: Or via te accosta e non aver paura. 10 Il cavallier se accosta, e pur di passo, Ché molto non gli andava volentiera; Chinandosi alla serpe tutto basso, Gli parve tanto terribile e fiera, Che venne in viso morto come un sasso, E disse: - Se fortuna vôl ch’io pèra, Tanto fia un’altra fiata come adesso, Ma dar cagion non voglio per me stesso. 11 Così certo fossi io del paradiso, Come io son certo, chinandomi un poco, Che quella serpe me trarà nel viso, O pigliarami a’ denti in altro loco. Egli è proprio così come io diviso! Altri che me fia gionto a questo gioco, E dàmmi quella falsa tal conforto Per vendicare il suo baron che è morto. 12 Dicendo questo indietro se retira, E destinato è più non se accostare. Or ben forte la dama se martira, E dice: - Ahi vil baron! che credi fare? Tanta tristezza entro il tuo cor se agira, Che in grave stento te farà mancare. Del suo scampo lo aviso, e non mi crede! Così fa ciascadun che ha poca fede. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
13 Or Brandimarte per queste parole Pur tornò ancora a quella sepoltura, Benché è pallido in faccia, come suole, E vergognosse de la sua paura. L’un pensier gli disdice, e l’altro vôle, Quello il spaventa, e questo lo assicura; Infin tra l’animoso e il disperato A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato. 14 Sì come l’ebbe alla bocca baciata, Proprio gli parve de toccare un giaccio; La serpe, a poco a poco tramutata, Divenne una donzella in breve spaccio. Questa era Febosilla, quella fata Che edificato avea l’alto palaccio E il bel giardino e quella sepoltura Ove un gran tempo è stata in pena dura. 15 Perché una fata non può morir mai, Sin che non gionge il giorno del iudicio, Ma ben nella sua forma dura assai, Mille anni, o più, sì come io aggio indicio Poi (sì come di questa io ve contai, Qual fabricata avea il bello edificio) In serpe si tramuta e stava tanto Che di basarla alcun se doni il vanto. 16 Questa, tornata in forma de donzella, Tutta de bianco se mostra vestita, Coi capei d’oro, a meraviglia bella: Gli occhi avea neri e faccia colorita. Con Brandimarte più cose favella, E proferendo a dimandar lo invita Quel che ella possa de incantazione, De affatar l’arme o vero il suo ronzone. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
49 Perché Usbego, mirando alla apparenza Del giovinetto che mostrava fero, Alle parole sue dette credenza, Come avrian fatto molti de ligiero; Però che non avea sua cognoscenza, Né avria stimato mai che un forestiero Fusse venuto tanto di lontano Per quello amor che lui stimava vano. 50 Senza altramente palesarse ad esso, Fece Gambone adietro ritornare, E poi secreto il dimandò lui stesso Ciò che con quel garzone avesse a fare. Il schiavo, che era un giotto molto espresso, Seppe la cosa in tal modo narrare, Che per un dito fo creduto un braccio, E campò lui, e me trasse de impaccio. 51 Non creder già che per questa paura Che era incontrata, io me fossi smarita, Ma più volte me posi alla ventura Dicendo: “Agli animosi il celo aita.” E benché sempre uscisse alla sicura, Non fu la zelosia giamai partita Dal mio marito, e crebber sempre sdegni, E pur comprese al fin de’ brutti segni. 52 E di guardarme quasi disperato, Se consumava misero e dolente, Sempre cercando un loco sì serrato Che non se apresse ad anima vivente; E trovò al fine il palazo incantato, Ma non vi era il gigante, né il serpente, Qual ritrovasti alla porta davante: Questo a sua posta fece un negromante. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
13 Era costui nomato Bardarico, Che in occidente ha sua terra lontana. Poi venne Balifronte, il vecchio antico, E Dudrinasso, il re de Libicana; Fo re di Mulga quel vecchio ch’io dico, E porta in campo azurro una fontana; E Dudrinasso alla bandiera e al scudo Porta nel rosso un fanciulletto nudo. 14 E Dardinello, il giovanetto franco, Ha le sue nave a queste altre congionte. Il quartiero ha costui vermiglio e bianco, Come suolea portare il padre Almonte; E pur cotale insegna, più né manco, Portava indosso ancora Orlando il conte. Ma ad un di lor portarla costò cara; Questo garzone è re de la Zumara. 15 Presso vi viene il forte Cardorano, Il re di Cosca; e porta per insegna Un drago verde, il quale ha il capo umano. Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna, E seco Marbalusto, il re de Orano; Quello avia al scudo una serpe malegna, Che intorno avolto ha il busto tutto quanto, Per non odire il verso de lo incanto. 16 E Marbalusto un capo de regina Portava, intorno a quello una ghirlanda. Poi Farurante, che è re di Maurina, Che al scudo verde ha una vermiglia banda. Alzirdo ha la sua armata a lui vicina (In campo azurro avea d’oro una gianda); E de Almasilla il re Tanfirione, Qual porta in bianco un capo di leone. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
25 Là se vedea Ranaldo e Feraguto, L’un più che l’altro alla battaglia fiero; E il re Grandonio orribile e membruto Avea afrontato il marchese Oliviero; Ad alcun de essi non bisogna aiuto. E Serpentino e il bon danese Ogiero Se facean guerra sopra di quel piano; E il re Marsilio contra a Carlo Mano. 26 Ma Rodamonte il crudo e Bradamante Avean tra lor la zuffa più diversa; Ché, come io dissi, il bon conte de Anglante Avea de un colpo la memoria persa, Quando il percosse il perfido africante, Che tramortito a dietro lo riversa. Tutta la cosa vi narrai a ponto, Però trapasso e più non la riconto. 27 Se non che, essendo quella dama altiera Ora affrontata al saracino ardito, E durando la zuffa orrenda e fiera, Il conte Orlando se fu risentito; E ben serìa tornato volentiera A vendicarse, come aveti odito: Essendo dal pagan sì forte offeso, Gli avria pan cotto per tal pasto reso. 28 Ma pur, temendo a farli villania, Poi che era de altra mischia intravagliato, Sua Durindana al fodro rimettia, E, lor mirando, stavasi da lato. Quel loco ove era la battaglia ria, Posto è tra duo colletti in un bel prato, Lontano a l’altra gente per bon spaccio, Sì che persona non gli dava impaccio. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
53 E Barigano, el duca de Baiona, E Gulielmier di Scoccia, Daniforte. De Carlo Mano la real corona Feritte in testa Balifronte a morte. Re Moridano avea franca persona, Né de lui Sinibaldo era men forte, Sinibaldo de Olanda, il conte ardito: Costor toccâr l’un l’altro a bon partito. 54 Apresso Daniberto, il re frisone, Col re de la Norizia, Manilardo; Brunello il piccolin, che è un gran giottone, Stava da canto con molto riguardo. Ma poco apresso il re Tanfirione S’affrontò con Sansone, il bon picardo; E gli altri tutti, senza più contare, Chi qua chi là se avean preso che fare. 55 E¡ la battaglia in sé ramescolata, Come io ve dico, a questo assalto fiero; De crido in crido al fin fu riportata Sin là dove era il marchese Oliviero, Che combattuto ha tutta la giornata Contra a Grandonio, il saracino altiero, E fatto ha l’un a l’altro un gran dannaggio, Benché vi è poco o nulla d’avantaggio. 56 Ma, sì come Olivier per voce intese L’alta travaglia ove Carlo è condotto, Forte ne dolse a quel baron cortese: Lasciò Grandonio e là corse di botto. Così fu reportato anche al Danese, Qual combatteva, e non era al desotto, Anci ben stava a Serpentino al paro; De la lor zuffa vi è poco divaro. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro II di Matteo Maria Boiardo
57 A lor davanti cantava una dama, E con la lira a sé facea tenore, Narrando e gesti antichi e di gran fama, Strane aventure e bei moti d’amore; E mentre che de odire avean più brama, Odirno per la corte un gran romore. - Ahimè! ahimè! - dicean - che cosa è questa, Che ‘l nano suona il corno a tal tempesta? 58 Così dicean le dame tutte quante, E ciascuna nel viso parea morta. Già Mandricardo non mutò sembiante, Ché era venuto a posta per tal scorta. Perché intendiati il tutto, quel gigante De cui vi dissi, avea rotta la porta, E del romore e gran confusione Che ora vi conto, lui ne era cagione. 59 Entrò cridando quel dismisurato: Parean tremar le mura alla sua voce; De una spoglia di serpe ha il busto armato, Che spata o lancia ponto non vi nôce. Portava in mano un gran baston ferrato Con la catena il malandrin feroce; In capo avea di ferro un bacinetto, Nera la barba e grande a mezo il petto. 60 Quando egli entrava ne la loggia aponto, Tratto avea Mandricardo il brando apena; Né stette a calcular la posta o il conto, Ma nel primo arivare assalta e mena, Ed ebbe nella cima il baston gionto, E via tagliò di netto la catena. Ricopra il colpo e tira un manroverso, E tagliò tutto il scudo per traverso. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro III di Matteo Maria Boiardo
17 Di tutta forza al tronco s’abbracciava, E pone a radicarla ogni vigore, Ma dibattendo forte la crollava, Onde a ogni foglia si spiccava il fiore, E giù cadendo per l’aria volava. Odeti se mai fu cosa maggiore: Cadendo foglie e fiori a gran fusone, Qual corbo diveniva, e qual falcone. 18 Astori, aquile e guffi e barbagianni Con seco cominciarno a far battaglia; A benché non potean stracciarli e panni, Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia, Pur eran tanti, che davano affanni D’intorno a gli occhi e sì fatta travaglia, Che non potea fornire il suo lavoro De trare il tronco alle radice d’oro. 19 Ma come quel che avea molto ardimento, Non teme impaccio e la forza radoppia, Sì che in fin la divelse a grave istento, E nel stirparla parbe tuon che scoppia. Con orribil romore uscitte un vento, E tutti quelli ocelli a l’aria soffia: Il vento uscitte, come Turpin dice, Dal buco proprio ove era la radice. 20 For di quel buco il gran vento rimbomba Gettando con romor le pietre in sue Come fossero uscite de una fromba; E riguardando il cavallier là giue, Vide una serpe uscir di quella tomba; Indi li parbe non una, ma due, Poi più de sei e più de otto le crede, Cotante code invilupate vede. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro III di Matteo Maria Boiardo
27 Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto secondo � 21 Or, perché sia la cosa manifesta, Era la serpe di quel buco uscita, Quale avea solo un busto ed una testa, Ma dietro in dece code era partita; E Mandricardo ponto non se arresta, Ché volea sua ventura aver finita; Col brando in mano alla serpe se accosta, E il primo colpo a mezo il collo aposta. 22 Ben gionse il tratto dove era apostato, Dietro alla testa, a ponto nella coppa; Ma quel serpente aveva il coio fatato. Sì come un scoglio al legno che se intoppa, Adosso al cavallier se fu lanciato; E con due code alle gambe lo agroppa, Con altre il busto e con altre le braccia, Sì che legato a forza in terra il caccia. 23 Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco, E l’occhio par un foco che riluca; Con quello azaffa il cavalliero al fianco, La piastra come pasta se manduca. Lui se rivolge assai, ben che sia stanco, E rivolgendo cade in quella buca Ove uscia quel gran vento oltre misura: Non è da dimandar s’egli ha paura. 24 Ma sua ventura nel cader fu questa, Ché in altro modo da la morte è preso: Cadendo nel profondo con tempesta, Fiaccò il capo al serpente col suo peso, Sì che schiantar gli fie’ gli occhi di testa, Onde se sciolse e tutto s’è disteso; Dibattendo le code tutte quante, Rimase a terra morto in uno istante. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro III di Matteo Maria Boiardo
28 Matteo Maria Boiardo    Orlando innamorato   Canto secondo � 25 Morto il serpente, or guarda il cavalliero La scura grotta de sopra e de intorno (Lucea un carbonchio a guisa de doppiero, Qual rendea lume come il sole al giorno): La tomba era de un sasso tutto intiero, Ma quello era coperto e tanto adorno De ambra e corallo e de argento brunito, Che non si vede di quel sasso un dito. 26 Avea nel mezo un palco edificato, De uno avorio bianchissimo e perfetto, E sopra un drapo azuro ad ôr stellato, Posto come dossiero o capoletto. Parea là sopra un cavalliero armato, Che se posasse senza altro sospetto: Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note: Sol vi eran l’arme, e dentro eran poi vote. 27 Queste arme fôr de la franca persona Che viene al mondo tanto racordata, De Ettòr, dico io, che ben fu la corona De ogni virtute al mondo apregiata. Sua guarnison, di cui mo se ragiona, Priva è del scuto e priva de la spata. Ove stia il scuto, poco su se spiana; La spata ha Orlando, e quella è Durindana. 28 Forbite eran le piastre e luminose, Che apena soffre l’occhio di vederle, Frissate ad oro e pietre preziose, Con rubini e smiraldi e grosse perle. Mandricardo ha le voglie disiose, Mille anni a lui pare de indosso averle; Guarda ogni arnese e lo usbergo d’intorno, Ma sopra a tutto l’elmo tanto adorno. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro III di Matteo Maria Boiardo
33 Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio Che avesse cotal nome fu secondo; Ma fu tra gli altri di virtute un raggio, De ogni prodezza più compiuto a tondo. Morto fu poscia con estremo oltraggio, Né maggior tradimento vidde il mondo, Perché Beltramo, il perfido inumano, Traditte il patre e il suo franco germano. 34 Risa la terra andò tutta a ruina, Arse le case, e fu morta la gente; La moglie di Rugier, trista, tapina, Galaciella, dico, la valente, Se pose disperata alla marina, E gionta sendo al termine dolente Che più il fanciullo in corpo non si porta, Me parturitte, e lei rimase morta. 35 Quindi mi prese un negromante antico, Qual di medolle de leoni e nerbi Sol me nutritte, e vero è quel ch’io dico. Lui con incanti orribili ed acerbi Andava intorno a quel diserto ostìco, Pigliando serpe e draghi più superbi, E tutti gli inchiudeva a una serraglia; Poi me ponea con quelli alla battaglia. 36 Vero è che prima ei gli cacciava il foco E tutti e denti fuor de la mascella: Questo fo il mio diletto e il primo gioco Che io presi in quell’etate tenerella; Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco, Non me volse tenir più chiuso in cella, E per l’aspre foreste e solitarie Me conducea, tra bestie orrende e varie. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro III di Matteo Maria Boiardo
25 Quand’il servo il signor d’aspra catena senz’altra speme in carcer tien legato, volge in tal uso el suo misero stato, che libertà domanderebbe appena. E el tigre e ‘l serpe ancor l’uso raffrena, e ‘l fier leon ne’ folti boschi nato; e ‘l nuovo artista, all’opre affaticato, coll’uso del sudor doppia suo lena. Ma ‘l foco a tal figura non s’unisce; ché se l’umor d’un verde legno estinge, il freddo vecchio scalda e po’ ‘l nutrisce, e tanto il torna in verde etate e spinge, rinnuova e ‘nfiamma, allegra e ‘ngiovanisce, c’amor col fiato l’alma e ‘l cor gli cinge. E se motteggia o finge, chi dice in vecchia etate esser vergogna amar cosa divina, è gran menzogna.
Rime di Michelangelo Buonarroti
33 Sie pur, fuor di mie propie, c’ogni altr’arme difender par ogni mie cara cosa; altra spada, altra lancia e altro scudo fuor delle propie forze non son nulla, tant’è la trista usanza, che m’ha tolta la grazia che ‘l ciel piove in ogni loco. Qual vecchio serpe per istretto loco passar poss’io, lasciando le vecchie arme, e dal costume rinnovata e tolta sie l’alma in vita e d’ogni umana cosa, coprendo sé con più sicuro scudo, ché tutto el mondo a morte è men che nulla. Amore, i’ sento già di me far nulla; natura del peccat’è ‘n ogni loco. Spoglia di me me stesso, e col tuo scudo, colla pietra e tuo vere e dolci arme, difendimi da me, c’ogni altra cosa è come non istata, in brieve tolta. Mentre c’al corpo l’alma non è tolta, Signor, che l’universo puo’ far nulla, fattor, governator, re d’ogni cosa, poco ti fie aver dentr’a me loco; ... ... ... ... che d’ogn’uomo veril son le vere arme, senza le quali ogn’uom diventa nulla.
Rime di Michelangelo Buonarroti
54 Io crederrei, se tu fussi di sasso, amarti con tal fede, ch’i’ potrei farti meco venir più che di passo; se fussi morto, parlar ti farei, se fussi in ciel, ti tirerei a basso co’ pianti, co’ sospir, co’ prieghi miei. Sendo vivo e di carne, e qui tra noi, chi t’ama e serve che de’ creder poi? I’ non posso altro far che seguitarti, e della grande impresa non mi pento. Tu non se’ fatta com’un uom da sarti, che si muove di fuor, si muove drento; e se dalla ragion tu non ti parti, spero c’un dì tu mi fara’ contento: ché ‘l morso il ben servir togli’a’ serpenti, come l’agresto quand’allega i denti. Ë non è forza contr’a l’umiltate, né crudeltà può star contr’a l’amore;
Rime di Michelangelo Buonarroti
Saviamente. Anzi pazzamente. Perché? Perché dice il canto figurato che Chi s’alleva il serpe in seno le intervien come al villano: come l’ebbe caldo e sano, lo pagò poi di veleno. Ti dirò ben poi del traditore. Tosto che la signora ebbe messe le corna a la buona memoria de lo andato a porta inferi un tempo prima, la fama cicala, la fama scioperata, la fama malalingua l’andò bandendo per tutto: talché i signori che la avevano chiesta in matrimonio, ne diedero l’anima a Satanasso con le maggior braverie del mondo; e dissero del Cielo e de la fortuna mille mali. Intanto il gaino, il qual si vede sfamato, rivestito e rifatto a suo modo, chiama i compagni e gli dice: “Fratelli, Roma mi è apparsa in visione, e mi comanda da parte d’ogni santi che io mi parta di qui; perché io sono deputato  a  rifarne  una  altra  molto  più  bella:  perciò  mettetevi  a  ordine  queti queti; e mentre farete ciò che io vi dico, trovarò qualche destra via da licenziarmi da la signora”. Ma chi pò gittar la cenere negli occhi degli innamorati, i quali veggano quello che non si vede e odano quello che non si sente? Prima ella vidde le cose sottosopra, onde si accorse che la buona limosina voleva fare con la sua nave il leva eius: e posta in furor per ciò, senza lume e senza animo correva per la terra come insensata; e giunta inanzi al barone col viso smorto, con gli occhi molli e con le labbra asciutte, snodò la lingua ingroppata nei lacci de la passione lasciandosi cader di bocca cotali voci: “Credesti, disleale, trafugarti di qui senza mia saputa, ah? E ti basta la vista che l’amor nostro, la fede promessa e la morte a la qual son disposta non possa ritenerti del partir deliberato? Ma tu sei pur crudele ancor inver te stesso, da che vuoi navicare or che il verno è ne la maggior furia de l’anno; dispietato che non solamente  doveresti cercare i paesi strani, ma non
Dialogo di Pietro Aretino
Come sì? Ognun  che  spende  da  contentarsene,  dee  montar  suso,  sia  pur  ricco  in fondo e pelacane e plebeo a sua posta: perché i ducati tanto lucano ne le palme dei famigli quanto dei padroni; e sì come gli scudi d’uno acquaruolo, rimescolati con quei d’un caca-spezie, son de la medesima valuta, e chi gli piglia non vantaggia questi da quelli, così, essendoci la pecunia, tanto si dee aprir al re quanto al servo. Per la qual cosa ogni puttana che vuol denari, e non ispade e bastoni, è pasto del popolo. Non si pò dir meglio. Dimandinsi i pergami, non pure i predicatori, se noi siamo felici e contente. Eglino si recano lassuso, e dannoci drento: “Ahi! scelerate concubine del cento-paia, spose dei foletti, sorelle di Lucifero, vergogna del mondo, vitupero del sesso de lo in mulieribus: i dragoni de lo inferno vi divoraranno l’anima, ve l’abbrusciaranno, le caldaie del zolfo bollente vi aspettano, gli spedoni infocati vi chiamano; i graffi dei demoni vi squartaranno; voi sarete  carne  degli  uncini  loro,  e  sarete  scudisciate  dai  serpi:  in  eternum,  in eternum”.  Ecco  poi  il  confessore:  “Ite  in  igne,  in  igne  dico,  ribaldacce, valige da peccati, rovinatrici di uomini, maliarde, streghe, fatucchiaie, spie del diavolo, luponacce”; e non ci vogliono pure udire, non che assolverci. E venendo la stomana santa, i Giudei, i quali conficcarono in croce il nostro Signore, son meglio visti di noi; e la coscienzia ci rimorde, e dicici “Andatevi a sotterrare in un monte di litame, e non comparite fra i Cristiani”. E perché siamo condotte a sì rio partito? Per amor degli uomini, per sodisfare a loro, e perché ci hanno così fatte. Perché non si grida agli uomini come a noi altre? Questo voleva dire io: doverebbe la paternità de la Reverenzia di messer lo predicatore voltarsi a le loro Signorie, dicendogli: “O voi, o spiriti tentennini, perché sforzate, perché contaminate, perché piegate le donne puracce, le donne lascele-stare, le donne balocche? e se pur le colcate donde vi pare, a che  fine  svaligiarle?  a  che  proposito  sfregiarle?  e  a  che  far  bandirle?”.  Il frataccio  doveria  far  sì,  che  quei  serpenti,  quelle  caldaie,  quelli  spedoni, quelle fruste di bisce, e i graffi, gli uncini e i satanassi si spedissero inverso le lor magagne. Forse lo faranno. Non ci pensare, non te lo credere, non ci far disegno; perché tristo a chi manco ci può: e perciò gli uomini son grattati, non isgridati, dai frati. Ora al farci pagare da chi ci trassina per in giù e per in su.
Dialogo di Pietro Aretino
Misericordia. Dicendo ella tai parole, le spine, rintenerite per ciò, le fecero luogo: onde l’erbe verdi e fresche, cresciute sotto le spini, la riceverono in grembo; nel quale  fece  un  bambino  che  aveva  tutte  le  fattezze  di  chi  lo  acquistò.  In questo eccoti un servo con viso di demonio che piglia la creatura pel braccio e dice: “Il re mio vuole che io l’uccida, acciò che finisca in un tratto il suo odio, la tua vita e il seme vile”; ciò ditto, il coltello che mi passò il core aperse le membra non rassodate ancora; e lo spiritello, il qual vidde prima il Cielo che il sole, sciolse lo stame del vivere appunto nel far del nodo. E questa è la morte più dolce che la vita: il morire quando altri non sa ciò che si sia vita, è simile a la beatitudine dei santi. Ve lo credo; ma chi sopporta così crude crudeltà? Doppo questo ella fu rivestita, e nel volere sfogarsi col piagnere, ecco in un bacin d’oro il laccio, il veleno e il pugnale. Quando la sciagurata ode dirsi “Eleggi uno di questi fini, i quali per tre vie ti traranno di impaccio l’anima e il corpo”, non si sbigottendo e non si movendo, preso la corda, il tosco e il coltello, isforzossi di tòrsi la vita con tre morti in un tratto: e non potendo,  si  dolse  del  Cielo  il  quale  non  consentì  che  in  un  tempo  potesse  e impiccarsi e avelenarsi e ferirsi. O Iddio mio. Ella  si  cinse  il  collo  con  la  fune:  e  attaccatela,  si  gittò  giuso,  e  quella  si ruppe, e non poté morire; bevve l’arsenico, e non l’offese: perché, sendo bambina,  suo  padre  le  aveva  dato  i  ripari  contra  il  tosco;  e  pigliando  il pugnale, alzò il braccio per trapassarsi il core: e inquello che volse ficcarci la punta, Amore entrato tra il ferro e il seno, gli mostrò il ritratto del suo idolo falso, il quale aveva di varia seta ricamato nel petto; onde le cadde il colpo di mano, avendo più riguardo a la sua imagine dipinta che egli non aveva a la sua vita. Mai più non si udì cose sì stranie. Né ti credere che egli, che per esser lei del sangue del suo nimico la odiava più che la morte, per la pietà mostrata inverso la sua effigie diventassi compassionevole; anzi la fece avventare nel mare vicino: e le sue dee la riportarono a la riva sana e salva. Voglio accendere a le dee che dite due candele. Come il serpente la vidde su la riva, chiamò uno uomo terribile e disse: “Isfodera cotesta spada e mozzale il collo”; egli è ubidito: la spada è in aria, la piomba giuso, e la nostra Donna l’aiuta. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Adunque il padre generale consumò il giorno in contemplazioni, ah? Nol consumò miga: che posto il suo pennello nello scudellino del colore, umiliatolo prima con lo sputo, lo facea torcere nella guisa che si torceno le donne per le doglie del parto o per il mal della madre. E perché il chiodo stesse  più  fermo  nel  forame,  accennò  dietrovia  al  suo  erba-da-buoi,  che rovesciatogli le brache fino alle calcagna, mise il cristeo alla sua Riverenza visibilium; la quale tenea fissi gli occhi agli altri dui giovanastri che, acconce due suore a buon modo e con agio nel letto, gli pestavano la salsa nel mortaio, facendo disperare la loro sorellina: che per esser alquanto loschetta e di carnagion nera, refutata da tutti, avendo empito il vetriolo bernardo di acqua scaldata per lavar le mani al messere, recatasi sopra un coscino in terra, appuntando le piante dei piedi al muro della camera, pontando contra lo smisurato pastorale, se lo avea riposto nel corpo come si ripongono le spade nelle guaine. Io all’odore del piacer loro struggendomi più che non si distruggono i pegni per le usure, fregava la monina con la mano nel modo che di gennaio fregano il culo per i tetti i gatti. Ah! ah! ah! Che fine ebbe il giuoco? Menatosi e dimenatosi mezza ora, disse il generale: “Facciamo tutti ad un’otta; e tu, pinchellon mio, basciami; così tu, colomba mia”; e tenendo una mano nella scatola dell’angeletta, e con l’altra facendo festa alle mele dell’angelone, basciando ora lui e ora lei, facea quel viso arcigno che a Belvedere fa quella figura di marmo ai serpi che l’assassinano in mezzo dei suoi figli. Alla fine le suore del letto, e i giovincelli, e il generale, e colei alla quale egli era sopra, colui il quale gli era dietro, con quella dalla pestinaca muranese, s’accordaro di fare ad una voce come s’accordano i cantori o vero i fabbri martellando: e così, attento ognuno al compire, si udiva un “ahi, ahi’, un “abbracciami’, un “voltamiti’, “la lingua dolce’, “dàmmela’, “tòtela’, “spinge forte’, “aspetta ch’io faccio’, “oimè fà’, “stringemi’, “aitami’; e chi con sommessa voce e chi con alta smiagolando, pareano quelli dalla sol fa, mi rene; e faceano uno stralunare d’occhi, un alitare, un menare, un dibattere, che le banche, le casse, la lettiera, gli scanni e le scodelle se ne risentivano come le case per i terremoti. Fuoco! Eccoti poi otto sospiri ad un tratto, usciti dal fegato, dal polmone, dal core e dall’anima del reverendo e cetera, dalle suore e dai fraticelli, che ferno un vento sì grande che avrieno spenti otto torchi; e sospirando caddero per la
Ragionamento di Pietro Aretino
Io te lo ho voluto dire, ed emmisi scordato: parla alla libera, e dì “cu, ca, po’ e fo’’, che non sarai intesa se non dalla Sapienza Capranica con cotesto tuo “cordone nello anello’, “guglia nel coliseo’, “porro nello orto’, “chiavistello ne l’uscio’, “chiave nella serratura’, “pestello nel mortaio’, “rossignuolo nel nido’, “piantone nel fosso’, “sgonfiatoio nella animella’, “stocco nella guaina’; e così “il piuolo’, “il pastorale’, “la pastinaca’, “la monina’, “la cotale’, “il cotale’, “le mele’, “le carte del messale’, “quel fatto’, “il verbigrazia’, “quella cosa’, “quella faccenda’, “quella novella’, “il manico’, “la freccia’, “la carota’, “la radice’ e la merda che ti sia non vo’ dire in gola, poi che vuoi andare su le punte dei zoccoli; ora dì sì al sì e no al no: se non, tientelo. Non sai tu che l’onestà è bella in chiasso? Dì a tuo modo, e non ti corruccerai. Dico che, ottenuto il capretto, e fittoci dentro il coltello proprio da cotal carne, godea come un pazzo del vederlo entrare e uscire; e nel cavare e nel mettere avea quel sollazzo che ha un fante di ficcare e sficcare le pugna nella pasta.  Insomma  il  piovano  Arlotto,  facendo  prova  della  schiena  del  suo papavero, ci portò suso di peso la serpolina fino al letto; e calcando il suggello nella cera a più potere, si fece da un capo del letto, rotolando, fino al piede, poi fino al capo; e di nuovo ritornando in suso e in giuso, una volta veniva la suora a premere la faccenda del piovano, e una volta il piovano a premere la faccenda della suora; e così, tu a me e io a te, ruotolaro tanto, che venne la piena: e allagato il piano delle lenzuola, caddero uno in qua e l’altro in là, sospirando come i mantici abandonati da chi gli alza, che soffiando s’arrestano. Noi non ci potemmo tenere di ridere quando, schiavata la serratura, il venerabil prete ne fece segno con una sì orrevole correggia (salvo il tuo naso) che rimbombò per tutto il monestero: e se non che ci serravamo la bocca con la mano l’uno a l’altro, saremmo stati scoperti. Ah! ah! ah! E chi non avrebbe smacellato? E partitici a tentoni dalla ciancia che facea lecose sue da dovero, vedemmo la maestra delle novizie che traeva di sotto il letto un facchino più sporco che non è un monte di cenci; e gli dicea: “Vieni fuora il mio Ettor troiano,
Ragionamento di Pietro Aretino
Nel dentro del primo girone tutte le figure matematiche, più che non scrisse Euclide ed Archimede, con la lor proposizione significante. Nel di fuore vi è la carta della terra tutta, e poi le tavole d’ogni provinzia con li riti e costumi e leggi loro, e con l’alfabeti ordinati sopra il loro alfabeto. Nel dentro del secondo girone vi son tutte le pietre  preziose e non preziose, e minerali, e metalli veri e pinti, con le dichiarazioni di due versi per uno. Nel di fuore vi son tutte sorti di laghi, mari e fiumi, vini ed ogli ed altri liquori, e loro virtù ed origini e qualità; e ci son le caraffe piene di diversi liquori di cento e trecento anni, con li quali sanano tutte l’infirmità quasi. Nel dentro del terzo vi son tutte le sorti di erbe ed arbori del mondo pinte, e pur in teste di terra sopra il rivellino e le dichiarazioni dove prima si ritrovâro, e le virtù loro, e le simiglianze c’hanno con le stelle e con li metalli e con le membra umane, e l’uso loro in medicina. Nel di fuora tutte maniere di pesci di fiumi, lachi e mari, e le virtù loro, e ‘l modo di vivere, di generarsi e allevarsi, e a che serveno, e le simiglianze c’hanno con le cose celesti e terrestri e dell’arte e della natura; sì che mi stupii, quando trovai pesce vescovo e catena e chiodo e stella, appunto come son queste cose tra noi. Ci sono ancini, rizzi, spondoli e tutto quanto è degno di sapere con mirabil artedi pittura e di scrittura che dichiara. Nel quarto, dentro vi son tutte sorti di augelli pinti e lor qualità, grandezze e costumi, e la fenice è verissima appresso loro. Nel di fuora stanno tutte sorti di animali rettili, serpi, draghi, vermini, e l’insetti, mosche, tafani ecc., con le loro condizioni, veneni e virtuti; e son più che nonpensamo. Nel quinto, dentro vi son l’animali perfetti terrestri di tante sorti che è stupore. Non sappiamo noi la millesima parte, e però, sendo grandi di corpo, l’han pinti ancora nel fuore rivellino; e quante maniere di cavalli solamente, o belle figure dichiarate dottamente! Nel sesto, dentro vi sono tutte l’arti meccaniche, e l’inventori loro, e li diversi modi, come s’usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi son  tutti  l’inventori  delle  leggi  e  delle  scienze  e  dell’armi.  Trovai  Moisè, Osiri, Giove, Mercurio, Macometto ed altri assai; e in luoco assai onorato era Gesù Cristo e li dodici Apostoli, che ne tengono gran conto, Cesare, Alessandro, Pirro e tutti li Romani; onde io ammirato come sapeano quelle istorie, mi mostrâro che essi teneano di tutte nazioni lingua, e che mandavano apposta per il mondo ambasciatori, e s’informavano del bene e del male di tutti; e godeno assai in questo. Viddi che nella China le bombarde e le stampe fûro prima ch’a noi. Ci son poi li mastri di queste cose; e li figliuoli,  senza  fastidio,  giocando,  si  trovano  saper  tutte  le  scienze istoricamente prima che abbin dieci anni. Il Amore ha cura della generazione, con unir li maschi e le femine in modo che faccin buona razza; e si riden di noi che attendemo alla razza de Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Citta del Sole di Tommaso Campanella
poche più potrebbe parer dettato in lingua fidenziana, le cui pulcherrime eleganze non lascia anco tal volta di contrafare. Fidenziana. - Audace ascesi un equo conductizio. Tasso. - Scende, ed ascende un suo cavallo in fretta. Forestiero Segretario Forestiero Segretario Forestiero Ecco lo scherzo, simile a quello,  via invia vivis, usato da  Virgilio; ma la pedanteria ov’è? nella parola ascende? Non mi pare che sia in quella, perché si legge nel Petrarca: e così n’ascendemmo in loco aprico. Dunque se n’è tutta rimasa con quello equo conductizio, su ‘l quale io non voglio montare. E' meglio peregrinare a piedi che l’andar male a cavallo. Ma peraventura l’oppositore ha voluto con lo scherzo accennar ch’egli scherza; e la voce pulcherrima n’è buono argomento, perciò ch’ella non è mia, ma di Dante, il qual disse: Mal dare e mal tenere il mondo pulcro. Dialogo.  Che altro, se non quel che dice Aristotele, che a l’epico poeta è solo concesso d’usar voci straniere? intendendosi, a lui più ch’a gli altri. Risposta. S’intende acqua, e non tempesta, ec. A picciol numero, dunque, si ristringono nel Goffredo le parole e i modi di questa lingua: perché, chi ne levasse, oltre le dette pedantesche e lombarde, alcune particolari, che vi si trovano in ogni stanza: serpere, torreggiare, scuotere, riscuotere, precipitare, la guarda, breve, trattar l’armi, matutina, notturna, vetusto, capitano, legge il cenno, vide e vinse, augusto, diadema, lance per bilance, fera, ostile, mercare, e susurrare, come che ancora buona parte di queste ripor si possa tra le primiere, leggier fatica si prenderebbe chiunque del rimanente formar volesse uno stratto. E quali chiama le dette, pedantesche e lombarde? Niuna n’ha detto, se non ascende. E questa non è pedantesca né lombarda. Non è. E se l’altre simigliano a questa, né pedantesche saran giudicate, né lombarde. Così stimo. Dunque, i modi e le parole non essendo della pedantesca lingua, né della lombarda, saranno o della toscana o della latina, o pur d’alcuna nobile straniera, com’è della provenzale, o della francese, o della spagnuola. Di queste, e non d’altre.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Che, perché Mille cose riguardi intento e fiso, Solo una donna veggio e ‘l suo bel viso; e altrove: Peroché spesso (or chi fia che me ‘l creda?) Ne l’acqua chiara e sovra l’erba verde Io l’ho veduta, e nel troncon d’un faggio, E ‘n bianca nube sì fatta che Leda Avria ben detto che sua figlia perde, Come stella che ‘l sol copre co ‘l raggio. E  prima  di  lui  il  prencipe  de’  poeti,  ragionando  di  Didone  innamorata d’Enea, dice: Illum absens absentem auditque videtque; e poco appresso: Eumenidum veluti demens videt agmina Pentheus Et solem geminum et duplices se ostendere Thebas, Aut Agamemnonius scenis agitatus Orestes Armatam facibus matrem et serpentibus atris. E Orazio, da la medesima imaginazione rapito, grida: Quo me, Bacche, rapis tui Plenum? Quae nemora et quos agor in specus Velox mente nova? e appresso: ... Ut mihi devio Rupes et vacuum nemus Mirari libet, o Naiadum potens, Baccharumque valentium Proceras manibus vertere fraxinos. Né Dante si mostra meno da la fantasia sforzato, quando, doppo aver visti li fantasmi d’Assuero e del giusto Mardocheo e di Lavinia che lagrimava, prorompe in questa esclamazione: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Messaggiero di Torquato Tasso
ricever le ragioni ch’io da l’altra parte addurrò, con quiete e umiltà di mente;  le  quali  prima  ti  mostreranno  ch’i  demoni  e  gli  angioli  siano  oltre  il numero de le sfere celesti e poi quel che essi siano. E percioché in due modi teco posso procedere, l’uno, argomentando da quelle cose che a voi mortali sono più note a quelle che a’ vostri sensi si nascondono, l’altro, cominciando da quelle che prima sono per natura e da noi prima conosciute e discendendo a l’altre de le quali voi avete maggior conoscenza, mi giova nel principio usar la prima maniera di prove e argomentar da’ sensi. Dico dunque che, se gli angioli e i demoni non fossero, non si potrebbe  render  la  cagione  di  molti  effetti  che  si  vedono,  e  il  progresso  e l’ordine de l’universo in alcun modo sarebbe manchevole e discorde a se stesso,  e  ‘l  mondo  intieramente  d’ogni  ornamento  non  sarebbe  fornito: onde così per dar alcuna cagione di quel ch’appare, come per non conceder o difetto ne la natura o imperfezion nel mondo, è necessario ch’i demoni sian  conceduti.  E  cominciando  distender  gli  argomenti  da  gli  effetti maravigliosi, se sono i maghi e le streghe e li spiritati, sono i demoni; ma di quelli non si può dubitare ch’in ogni età non se ne siano ritrovati alcuni: dunque è irragionevole il dubitare che si ritrovino i demoni. Ch’i maghi e le streghe siano, assai chiaro il prova l’auttorità de le vostre leggi, le quali vanamente avrebbono imposte le pene a cotali artefici, se non si ritrovasse chi cotal arte essercitasse: e s’alcuno è a cui l’auttorità de le leggi non faccia bastevole argomento, costui almeno non rivocarà in dubbio l’istorie,  de  la  verità  de  le  quali  chi  dubita,  non  più  dubiterà  se  siano  i demoni che se siano stati i Romani o i Greci.  Tu hai letto i miracoli di Simon Mago, e hai letto le maraviglie che facevano i maghi di Faraone, convertendo  le  verghe  in  serpenti  ad  emulazione  di  Mosè;  e  se  pur  hai maggior vaghezza de l’istorie de’ gentili che de le cristiane o giudaiche, devi ancor  ricordarti  di  quel  che  leggesti  d’Apollonio  Tianeo  e  di  quella  così mirabil mensa de’ Gimnosofisti e de gli altri miracoli loro e di Bracmani e del maraviglioso modo co ‘l quale Apollonio uscì de la prigione, ove l’avea rinchiuso l’ira de l’imperatore. Che dirò de le cose di Settentrione? Non hai tu letto che Regnero, re di Svezia, a guisa d’uno altro Ercole perseguitato da la matrigna, combatté con uno essercito di larve e di fantasmi notturni? E Gormone, similmente re, guerreggiò con un greggie di ferocissimi mostri oltra la Buarmia in luoghi privi d’ogni luce e per oscurissime tenebre terribili e spaventosi. E quale
Il Messaggiero di Torquato Tasso
è  maggior  maraviglia  di  quella  d’Erico,  tutto  che  la  narrazione  ne  rechi tanto  spavento?  Aveva  costui  un  cappello  e,  dovunque  il  rivolgeva, subitamente  da  quella  parte  spirava  il  vento  desiderato:  laonde  da l’avenimento fu chiamato il cappello ventoso; i Finni il vendono a’ mercanti che sono impediti dal tempo contrario: laonde non ci debbiam più tanto maravigliar de le favole d’Omero ne le quali Eolo il rinchiude ne gli otri. Agberta, figliuola del gigante Vagnosto, per arte magica soleva trasformarsi in tutte le forme: e alcuna volta pareva che toccasse il cielo con la fronte, alcuna altra, rannichiandosi, diveniva di picciolissima statura, e si credeva che potesse tirar giù il cielo, sospender la terra, indurare i fonti, intenerire i monti, portar le navi sopra le stelle, precipitar gli dei ne l’abisso, estinguere il sole, illuminar l’inferno. Da un’altra maga Adingo re fu condotto sotto terra, e gli furono mostrati i regni de l’inferno e i mostri che fanno la guardia a la reggia di Plutone. Taccio di Gruttunna, la quale accecò i difensori d’Almerico in guisa che volsero l’armi contra se stessi, non altrimenti che facessero i guerrieri usciti da’ seminati denti del serpente. Taccio le pentole riversate, commune instrumento di tutte le maghe. Taccio il mago marino, che passava l’oceano usando alcune ossa incantate in vece di nave, né superava più tardi gli impedimenti de l’acque ch’altri faccia con le vele e co’ venti. Né ti riduco a mente Oddone, che fu mago e corsale similmente, e più noceva a’ nemici con l’arte magica che con quella d’andare in corso; né ti ricordo Otino, vecchissimo oltre tutti gli altri incantatori, il quale condusse e ricondusse schernito il re Adingo per l’altissime onde del grossissimo mare; né ti vo’ ragionare di Gilberto, che fu legato da Catillo suo maestro. Ma non posso tacer di Nerone, il quale desiderò di saper l’arte magica per poter a gli dei comandare com’a gli uomini signoreggiava: nondimeno non poté imparar l’arte del mago Tiridate, quantunque gli avesse assegnato un regno. Ma tu per aventura non presterai credenza a scrittore che non sia confermato dal comune parere de le genti: onde io non ti conforto a credere di lui se non quel che ti detta la ragione. Ma a l’istorie de’ Romani qual è così barbara nazione che non dia fede,  o  qual  religione  che  non  approvi  le  cose  ch’in  esse  si  contengono, come vere? E se tu credi a l’istorie de’ Romani, come puoi credere che gli spiriti non sieno? Quel serpente che d’Epidauro e dal tempio di Esculapio seguì volontariamente i legati de’ Romani sino a Roma, ove giunto liberò la
Il Messaggiero di Torquato Tasso
di fare oltraggio e scorno al ciel tentâr poggiando altri giganti. E monte aggiunto a monte, e tomba a tomba, alte ruine e scogli in mar sonanti a folgori tonanti, son opre degne ancor di chiara tromba. D’altri divi altri figli i regni nostri reggeano un tempo, altre famose palme ebber le nobili alme e que’ che già domâr serpenti e mostri. E là ‘ve pria fendean con mille rostri le navi che portâr cavalli e salme, poscia sostenne il pondo degli esserciti armati il mar profondo. Ed ora il re ch’il freno allenta e stringe, de l’auree spoglie d’occidente onusti cento avi suoi vetusti può numerare, e di gran padre è figlio. A lui, che per onor la spada cinge, deh rivolgi dal ciel pietosa il ciglio, s’è vicino il periglio, tu che sei pronta a’ valorosi e giusti. E se l’alme, deposto il grave incarco, a le sedi tornâr del Ciel serene da le membra terrene, tardi ei sen rieda a te leggiero e scarco. Ed armato il paventi al suon de l’arco l’ultima Tile e le remote arene, e la più rozza turba, e s’altri a noi contrasta, o noi perturba. O diva, i rami sacri tranquilla oliva a te non erge e spande, né si tesson di lei varie ghirlande; ma pur altra in sua vece il re consacri alma e felice pianta; tu sgombra i nostri errori, o saggia e santa.
Il re Torrismondo di Torquato Tasso
73 Ché, poi che legge d’onestate e zelo non vuol che qui sì lungamente indugi, a cui ricovro intanto? ove mi celo? o quai contra il tiranno avrò rifugi? Nessun loco sì chiuso è sotto il cielo ch’a lor non s’apra: or perché tanti indugi? Veggio la morte, e se ’l fuggirla è vano, incontro a lei n’andrò con questa mano. — 74 Qui tacque, e parve ch’un regale sdegno e generoso l’accendesse in vista; e ’l piè volgendo di partir fea segno, tutta ne gli atti dispettosa e trista. Il pianto si spargea senza ritegno, com’ira suol produrlo a dolor mista, e le nascenti lagrime a vederle erano a i rai del sol cristallo e perle. 75 Le guancie asperse di que’ vivi umori che giù cadean sin de la veste al lembo, parean vermigli insieme e bianchi fiori, se pur gli irriga un rugiadoso nembo, quando su l’apparir de’ primi albori spiegano a l’aure liete il chiuso grembo; e l’alba, che li mira e se n’appaga, d’adornarsene il crin diventa vaga. 76 Ma il chiaro umor, che di sì spesse stille le belle gote e ’l seno adorno rende, opra effetto di foco, il qual in mille petti serpe celato e vi s’apprende. O miracol d’Amor, che le faville tragge del pianto, e i cor ne l’acqua accende! Sempre sovra natura egli ha possanza, ma in virtù di costei se stesso avanza.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
17 Ma il barbaro signor, che sol misura quanto l’oro o ’l domino oltre si stenda, e per sé stima ogni virtute oscura cui titolo regal chiara non renda, non può soffrir che ’n ciò ch’egli procura seco di merto il cavalier contenda, e se ne cruccia sì ch’oltra ogni segno di ragione il trasporta ira e disdegno. 18 Tal che ’l maligno spirito d’Averno, ch’in lui strada sì larga aprir si vede, tacito in sen gli serpe ed al governo de’ suoi pensieri lusingando siede. E qui più sempre l’ira e l’odio interno inacerbisce, e ’l cor stimola e fiede; e fa che ’n mezzo a l’alma ognor risuona una voce ch’a lui così ragiona: 19 Teco giostra Rinaldo: or tanto vale quel suo numero van d’antichi eroi? Narri costui, ch’a te vuol farsi eguale, le genti serve e i tributari suoi; mostri gli scettri, e in dignità regale paragoni i suoi morti a i vivi tuoi. Ah quanto osa un signor d’indegno stato, signor che ne la serva Italia è nato! 20 Vinca egli o perda omai, ché vincitore fu insino allor ch’emulo tuo divenne, che dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore): “Questi già con Gernando in gara venne. ’ Poteva a te recar gloria e splendore il nobil grado che Dudon pria tenne; ma già non meno esso da te n’attese: costui scemò suo pregio allor che ’l chiese.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
69 Oh! pur avessi fra l’etade acerba diece altri di valor al tuo simìle, come ardirei vincer Babèl superba e la Croce spiegar da Battro a Tile. Ma cedi or, prego, e te medesmo serba a maggior opre e di virtù senile. Pongansi poi tutti i nomi in un vaso, come è l’usanza, e sia giudice il caso; 70 anzi giudice Dio, de le cui voglie ministra e serva è la fortuna e ’l fato. — Ma non però dal suo pensier si toglie Raimondo, e vuol anch’egli esser notato. Ne l’elmo suo Goffredo i brevi accoglie; e poi che l’ebbe scosso ed agitato, nel primo breve che di là traesse, del conte di Tolosa il nome lesse. 71 Fu il nome suo con lieto grido accolto, né di biasmar la sorte alcun ardisce. Ei di fresco vigor la fronte e ’l volto riempie; e così allor ringiovenisce qual serpe fier che in nove spoglie avolto d’oro fiammeggi e ’ncontra il sol si lisce. Ma più d’ogn’altro il capitan gli applaude e gli annunzia vittoria, e gli dà laude. 72 E la spada togliendosi dal fianco, e porgendola a lui, così dicea: — Questa è la spada che ’n battaglia il franco rubello di Sassonia oprar solea, ch’io già gli tolsi a forza, e gli tolsi anco la vita allor di mille colpe rea; questa, che meco ognor fu vincitrice, prendi, e sia così teco ora felice. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto settimo 81 Qui l’asta si conserva onde il serpente percosso giacque, e i gran fulminei strali, e quegli ch’invisibili a la gente portan l’orride pesti e gli altri mali; e qui sospeso è in alto il gran tridente, primo terror de’ miseri mortali quando egli avien che i fondamenti scota de l’ampia terra, e le città percota. 82 Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi scudo di lucidissimo diamante grande che può coprir genti e paesi quanti ve n’ha fra il Caucaso e l’Atlante; e sogliono da questo esser difesi principi giusti e città caste e sante. Questo l’angelo prende, e vien con esso occultamente al suo Raimondo appresso. 83 Piene intanto le mura eran già tutte di varia turba, e ’l barbaro tiranno manda Clorinda e molte genti instrutte, che ferme a mezzo il colle oltre non vanno. Da l’altro lato in ordine ridutte alcune schiere di cristiani stanno, e largamente a’ duo campioni il campo vòto riman fra l’uno e l’altro campo. 84 Mirava Argante, e non vedea Tancredi, ma d’ignoto campion sembianze nove. Fecesi il conte inanzi, e: — Quel che chiedi, è — disse a lui — per tua ventura altrove. Non superbir però, ché me qui vedi apparecchiato a riprovar tue prove, ch’io di lui posso sostener la vice o venir come terzo a me qui lice. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
69 Or che faremo noi? dée quella mano, che di morte sì ingiusta è ancora immonda, reggerci sempre? o pur vorrem lontano girne da lei, dove l’Eufrate inonda, dove a popolo imbelle in fertil piano tante ville e città nutre e feconda, anzi a noi pur? Nostre saranno, io spero, né co’ Franchi comune avrem l’impero. 70 Andianne, e resti invendicato il sangue (se così parvi) illustre ed innocente, benché, se la virtù che fredda langue fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente, questo che divorò, pestifero angue, il pregio e ’l fior de la latina gente, daria con la sua morte e con lo scempio a gli altri mostri memorando essempio. 71 Io, io vorrei, se ’l vostro alto valore, quanto egli può, tanto voler osasse, ch’oggi per questa man che l’empio core, nido di tradigion, la pena entrasse. — Così parla agitato, e nel furore e ne l’impeto suo ciascuno ei trasse. — Arme! arme! — freme il forsennato, e insieme la gioventù superba — Arme! arme! — freme. 72 Rota Aletto fra lor la destra armata, e co ’l foco il venen ne’ petti mesce. Lo sdegno, la follia, la scelerata sete del sangue ognor più infuria e cresce; e serpe quella peste e si dilata, e de gli alberghi italici fuor n’esce, e passa fra gli Elvezi, e vi s’apprende, e di là poscia a gli Inghilesi tende.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto nono 25 Porta il Soldan su l’elmo orrido e grande serpe che si dilunga e il collo snoda, su le zampe s’inalza e l’ali spande e piega in arco la forcuta coda. Par che tre lingue vibri e che fuor mande livida spuma, e che ’l suo fischio s’oda. Ed or ch’arde la pugna, anch’ei s’infiamma nel moto, e fumo versa insieme e fiamma. 26 E si mostra in quel lume a i riguardanti formidabil così l’empio Soldano, come veggion ne l’ombra i naviganti fra mille lampi il torbido oceano. Altri danno a la fuga i piè tremanti, danno altri al ferro intrepida la mano; e la notte i tumulti ognor più mesce, ed occultando i rischi, i rischi accresce. 27 Fra color che mostraro il cor più franco, Latin, su ’l Tebro nato, allor si mosse, a cui né le fatiche il corpo stanco, né gli anni dome aveano ancor le posse. Cinque suoi figli quasi eguali al fianco gli erano sempre, ovunque in guerra ei fosse, d’arme gravando, anzi il lor tempo molto, le membra ancor crescenti e ’l molle volto. 28 Ed eccitati dal paterno essempio aguzzavano al sangue il ferro e l’ire. Dice egli loro: — Andianne ove quell’empio veggiam ne’ fuggitivi insuperbire, né già ritardi il sanguinoso scempio, ch’ei fa de gli altri, in voi l’usato ardire, però che quello, o figli, è vile onore cui non adorni alcun passato orrore. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
69 La destra di Gerniero, onde ferita ella fu già, manda recisa al piano: tratta anco il ferro, e con tremanti dita semiviva nel suol guizza la mano. Coda di serpe è tal, ch’indi partita cerca d’unirsi al suo principio invano. Così mal concio la guerriera il lassa, poi si volge ad Achille e ’l ferro abbassa, 70 e tra ’l collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e ’l gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso, che giù cadesse il tronco; il tronco resta (miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren con mille rote calcitrando il destrier da sé lo scote. 71 Mentre così l’indomita guerriera le squadre d’Occidente apre e flagella, non fa d’incontra a lei Gildippe altera de’ saracini suoi strage men fella. Era il sesso il medesmo, e simil era l’ardimento e ’l valore in questa e in quella. Ma far prova di lor non è lor dato, ch’a nemico maggior le serba il fato. 72 Quinci una e quindi l’altra urta e sospinge, né può la turba aprir calcata e spessa; ma ’l generoso Guelfo allora stringe contra Clorinda il ferro e le s’appressa, e calando un fendente alquanto tinge la fera spada nel bel fianco, ed essa fa d’una punta a lui cruda risposta ch’a ferirlo ne va tra costa e costa.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
49 — Io per me — gli risponde — or qui mi celo contra mio grado, e d’ira ardo e di scorno. — Ciò disse a pena, e immantinente il velo de la nube, che stesa è lor d’intorno, si fende e purga ne l’aperto cielo, ed ei riman nel luminoso giorno, e magnanimamente in fero viso rifulge in mezzo, e lor parla improviso: 50 — Io, di cui si ragiona, or son presente, non fugace e non timido Soldano, ed a costui ch’egli è codardo e mente m’offero di provar con questa mano. Io che sparsi di sangue ampio torrente, che montagne di strage alzai su ’l piano, chiuso nel vallo de’ nemici e privo al fin d’ogni compagno, io fuggitivo? 51 Ma se più questi o s’altri a lui simìle, a la sua patria, a la sua fede infido, motto osa far d’accordo infame e vile, buon re, sia con tua pace, io qui l’uccido. Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile e le colombe e i serpi in un sol nido, prima che mai di non discorde voglia noi co’ Francesi alcuna terra accoglia. — 52 Tien su la spada, mentre ei sì favella, la fera destra in minaccievol atto. Riman ciascuno a quel parlar, a quella orribil faccia, muto e stupefatto. Poscia con vista men turbata e fella cortesemente inverso il re s’è tratto: — Spera, — gli dice — alto signor, ch’io reco non poco aiuto: or Solimano è teco. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
25 Ed in tua vece una fanciulla nera pensa mostrargli, poco inanzi nata. E perché fu la torre, ove chius’era, da le donne e da me solo abitata, a me, che le fui servo e con sincera mente l’amai, ti diè non battezzata; né già poteva allor battesmo darti ché l’uso no ’l sostien di quelle parti. 26 Piangendo a me ti porse, e mi commise ch’io lontana a nudrir ti conducessi. Chi può dire il suo affanno, e in quante guise lagnossi e raddoppiò gli ultimi amplessi? Bagnò i baci di pianto, e fur divise le sue querele da i singulti spessi. Levò alfin gli occhi, e disse: O Dio, che scerni l’opre più occulte, e nel mio cor t’interni, 27 s’immaculato è questo cor, s’intatte son queste membra e ’l marital mio letto, per me non prego, che mille altre ho fatte malvagità: son vile al tuo cospetto; salva il parto innocente, al qual il latte nega la madre del materno petto. Viva, e sol d’onestate a me somigli; l’essempio di fortuna altronde pigli. 28 Tu, celeste guerrier, che la donzella togliesti del serpente a gli empi morsi, s’accesi ne’ tuo’ altari umil facella, s’auro o incenso odorato unqua ti porsi, tu per lei prega, sì che fida ancella possa in ogni fortuna a te raccòrsi. Qui tacque; e ’l cor le si rinchiuse e strinse, e di pallida morte si dipinse.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
45 E forza è pur che fra mill’arme e mille percosse il lor disegno al fin riesca. Scopriro i chiusi lumi, e le faville s’appreser tosto a l’accensibil esca, c’ha i legni poi l’avolse e compartille. Chi può dir come serpa e come cresca già da più lati il foco? e come folto turbi il fumo a le stelle il puro volto? 46 Vedi globi di fiamme oscure e miste fra le rote del fumo in ciel girarsi. Il vento soffia, e vigor fa ch’acquiste l’incendio e in un raccolga i fochi sparsi. Fère il gran lume con terror le viste de’ Franchi, e tutti son presti ad armarsi. La mole immensa, e sì temuta in guerra, cade, e breve ora opre sì lunghe atterra. 47 Due squadre de’ cristiani intanto al loco dove sorge l’incendio accorron pronte. Minaccia Argante: — Io spegnerò quel foco co ’l vostro sangue —, e volge lor la fronte. Pur ristretto a Clorinda, a poco a poco cede, e raccoglie i passi a sommo il monte. Cresce più che torrente a lunga pioggia la turba, e li rincalza e con lor poggia. 48 Aperta è l’Aurea porta, e quivi tratto è il re, ch’armato il popol suo circonda, per raccòrre i guerrier da sì gran fatto, quando al tornar fortuna abbian seconda. Saltano i due su ’l limitare, e ratto diretro ad essi il franco stuol v’inonda ma l’urta e scaccia Solimano; e chiusa è poi la porta, e sol Clorinda esclusa.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
89 Tace, e in colui de l’un morir la tema poté de l’altro intepidir la voglia. Nel cor dà loco a que’ conforti, e scema l’impeto interno de l’interna doglia, ma non così che ad or ad or non gema e che la lingua a lamentar non scioglia, ora seco parlando, or con la sciolta anima che dal Ciel forse l’ascolta. 90 Lei nel partir, lei nel tornar del sole chiama con voce stanca, e prega e plora, come usignuol cui ’l villan duro invole dal nido i figli non pennuti ancora, che in miserabil canto afflitte e sole piange le notti, e n’empie i boschi e l’òra. Al fin co ’l novo dì rinchiude alquanto i lumi, e ’l sonno in lor serpe fra ’l pianto. 91 Ed ecco in sogno di stellata veste cinta gli appar la sospirata amica: bella assai più, ma lo splendor celeste orna e non toglie la notizia antica; e con dolce atto di pietà le meste luci par che gli asciughi, e così dica: Mira come son bella e come lieta, fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta. 92 Tale i’ son, tua mercé: tu me da i vivi del mortal mondo, per error, togliesti; tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi, per pietà, di salir degna mi fésti. Quivi io beata amando godo, e quivi spero che per te loco anco s’appresti, ove al gran Sole e ne l’eterno die vagheggiarai le sue bellezze e mie.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
21 Esce allor de la selva un suon repente che par rimbombo di terren che treme, e ’l mormorar de gli Austri in lui si sente e ’l pianto d’onda che fra scogli geme. Come rugge il leon, fischia il serpente, come urla il lupo e come l’orso freme v’odi, e v’odi le trombe, e v’odi il tuono: tanti e sì fatti suoni esprime un suono. 22 In tutti allor s’impallidìr le gote e la temenza a mille segni apparse, né disciplina tanto o ragion pote ch’osin di gire inanzi o di fermarse, ch’a l’occulta virtù che gli percote son le difese loro anguste e scarse. Fuggono al fine; e un d’essi, in cotal guisa scusando il fatto, il pio Buglion n’avisa: 23 — Signor, non è di noi chi più si vante troncar la selva, ch’ella è sì guardata ch’io credo (e ’l giurerei) che in quelle piante abbia la reggia sua Pluton traslata. Ben ha tre volte e più d’aspro diamante ricinto il cor chi intrepido la guata; né senso v’ha colui ch’udir s’arrischia come tonando insieme rugge e fischia. — 24 Così costui parlava. Alcasto v’era fra molti che l’udian presente a sorte: l’uom di temerità stupida e fera, sprezzator de’ mortali e de la morte; che non avria temuto orribil fèra, né mostro formidabile ad uom forte, né tremoto, né folgore, né vento, né s’altro ha il mondo più di violento.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
65 Sì canta l’empia, e ’l giovenetto al sonno con note invoglia sì soavi e scòrte. Quel serpe a poco a poco, e si fa donno sovra i sensi di lui possente e forte; né i tuoni omai destar, non ch’altri, il ponno da quella queta imagine di morte. Esce d’aguato allor la falsa maga e gli va sopra, di vendetta vaga. 66 Ma quando in lui fissò lo sguardo e vide come placido in vista egli respira, e ne’ begli occhi un dolce atto che ride, benché sian chiusi (or che fia s’ei li gira?), pria s’arresta sospesa, e gli s’asside poscia vicina, e placar sente ogn’ira mentre il risguarda; e ’n su la vaga fronte pende omai sì che par Narciso al fonte. 67 E quei ch’ivi sorgean vivi sudori accoglie lievemente in un suo velo, e con un dolce ventillar gli ardori gli va temprando de l’estivo cielo. Così (chi ’l crederia?) sopiti ardori d’occhi nascosi distempràr quel gelo che s’indurava al cor più che diamante, e di nemica ella divenne amante. 68 Di ligustri, di gigli e de le rose le quai fiorian per quelle piaggie amene, con nov’arte congiunte, indi compose lente ma tenacissime catene. Queste al collo, a le braccia, a i piè gli pose: così l’avinse e così preso il tiene; quinci, mentre egli dorme, il fa riporre sovra un suo carro, e ratta il ciel trascorre.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
45 Ben co ’l lume del dì ch’anco riluce insino al monte andar per voi potrassi. — Essi al congedo de la nobil duce poser nel lido desiato i passi, e ritrovàr la via ch’a lui conduce agevol sì ch’i piè non ne fur lassi; ma quando v’arrivàr, da l’oceano era il carro di Febo anco lontano. 46 Veggion che per dirupi e fra ruine s’ascende a la sua cima alta e superba, e ch’è fin là di nevi e di pruine sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba. Presso al canuto mento il verde crine frondeggia, e ’l ghiaccio fede a i gigli serba ed a le rose tenere: cotanto puote sovra natura arte d’incanto. 47 I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio chiuso d’ombre, fermàrsi a piè del monte; e come il ciel rigò co ’l novo raggio il sol, de l’aurea luce eterno fonte: — Su su — gridaro entrambi, e ’l lor viaggio ricominciàr con voglie ardite e pronte. Ma esce non so donde, e s’attraversa fèra serpendo orribile e diversa. 48 Inalza d’oro squallido squamose le creste e ’l capo, e gonfia il collo d’ira, arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose tien sotto il ventre, e tòsco e fumo spira; or rientra in se stessa, or le nodose ruote distende, e sé dopo sé tira. Tal s’appresenta a la solita guarda, né però de’ guerrieri i passi tarda.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto decimoquinto 49 Già Carlo il ferro stringe e ’l serpe assale, ma l’altro grida a lui: — Che fai? che tente? per isforzo di man, con arme tale vincer avisi il difensor serpente? — Egli scote la verga aurea immortale sì che la belva il sibilar ne sente, e impaurita al suon, fuggendo ratta, lascia quel varco libero e s’appiatta. 50 Più suso alquanto il passo a lor contende fero leon che rugge e torvo guata, e i velli arrizza, e le caverne orrende de la bocca vorace apre e dilata. Si sferza con la coda e l’ire accende, ma non è pria la verga a lu