serafico

[se-rà-fi-co]
In sintesi
tranquillo e sereno, pacifico
← dal lat. eccl. seraphĭcu(m), deriv. di serăphin ‘serafino’.

A
agg.

1
Di, da serafino, degno di un serafino: ardore s.; carità serafica || Il padre serafico, S. Francesco d'Assisi || Il dottor serafico, S. Bonaventura || estens. Ordine serafico, serafica famiglia, ordine dei francescani
2
fig. Placido, sereno, tranquillo: un volto s.

B
s.m.

per anton. Il serafico, S. Francesco d'Assisi

Citazioni
meglio ce ne potrem guardare; e se la vena di pazzia che scopriremo sarà tanto abundante che ci paia senza rimedio, l’aiutaremo e, secondo la dottrina di fra Mariano, averemo guadagnato un’anima, che non fia poco guadagno.” Di questo gioco si rise molto, né alcun era che si potesse tener di parlare;  chi  diceva,  “Io  impazzirei  nel  pensare”;  chi,  “Nel  guardare”;  chi dicea, “Io già son impazzito in amare”; e tali cose. IX Allor  fra  Serafino,  a  modo  suo  ridendo:  “Questo,”  disse,  “sarebbe troppo lungo; ma se volete un bel gioco, fate che ognuno dica il parer suo, onde è che le donne quasi tutte hanno in odio i ratti ed aman le serpi; e vederete  che  niuno  s’apporrà,  se  non  io,  che  so  questo  secreto  per  una strana via.” E già cominciava a dir sue novelle; ma la signora Emilia gli impose silenzio, e trapassando la dama che ivi sedeva, fece segno all’Unico Aretino, al qual per l’ordine toccava; ed esso, senza aspettar altro comandamento, “Io,” disse, “vorrei esser giudice con autorità di poter con ogni sorte di tormento investigar di sapere il vero da’ malfattori; e questo per scoprir gl’inganni d’una ingrata, la qual, cogli occhi d’angelo e cor di serpente, mai non  accorda  la  lingua  con  l’animo  e  con  simulata  pietà  ingannatrice  a niun’altra cosa intende, che a far anatomia de’ cori: né se ritrova così velenoso serpe nella Libia arenosa, che tanto di sangue umano sia vago, quanto questa falsa; la qual non solamente con la dolcezza della voce e meliflue parole, ma con gli occhi, coi risi, coi sembianti e con tutti i modi è verissima sirena. Però, poiché non m’è licito, com’io vorrei, usar le catene, la fune o ‘l foco per saper una verità, desidero di saperla con un gioco, il quale è questo: che ognun dica ciò che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in fronte; perché, avvenga che certamente questo ancor sia un artificioso velame per poter ingannare, per avventura si gli dirà qualche interpretazione da lei forse non pensata, e trovarassi che la fortuna, pietosa riguardatrice dei martìri degli omini, l’ha indutta con questo piccol segno a scoprire non volendo l’intimo desiderio suo, di uccidere e sepellir vivo in calamità chi la mira o la serve.” Rise la signora Duchessa, e vedendo l’Unico ch’ella voleva escusarsi di questa imputazione, “Non,” disse, “non parlate, Signora, che non è ora il vostro loco di parlare.” La signora Emilia allor si volse e disse: “Signor Unico, non è alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto più nel conoscer l’animo della signora Duchessa; e
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
spesso ama una seconda o settima, che in sé è dissonanzia aspera ed intollerabile;  e  ciò  procede  che  quel  continuare  nelle  perfette  genera  sazietà  e dimostra una troppo affettata armonia; il che mescolando le imperfette si fugge, col far quasi un paragone, donde più le orecchie nostre stanno suspese e più avidamente attendono e gustano le perfette, e dilettansi talor di quella dissonanzia  della  seconda  o  settima,  come  di  cosa  sprezzata.”  “Eccovi adunque,” rispose il Conte, “che in questo nòce l’affettazione, come nell’altre cose. Dicesi ancor esser stato proverbio presso ad alcuni eccellentissimi pittori  antichi  troppo  diligenzia  esser  nociva,  ed  esser  stato  biasmato Protogene da Apelle, che non sapea levar le mani dalla tavola.” Disse allora messer Cesare: “Questo medesimo diffetto parmi che abbia il nostro fra Serafino, di non saper levar le mani dalla tavola, almen fin che in tutto non ne sono levate ancora le vivande.” Rise il Conte e suggiunse: “Voleva dire Apelle che Protogene nella pittura non conoscea quel che bastava; il che non era altro, che riprenderlo d’esser affettato nelle opere sue. Questa virtù adunque  contraria  alla  affettazione,  la  qual  noi  per  ora  chiamiamo sprezzatura,  oltra  che  ella  sia  il  vero  fonte  donde  deriva  la  grazia,  porta ancor seco un altro ornamento, il quale accompagnando qualsivoglia azione umana, per minima che ella sia, non solamente sùbito scopre il saper di chi la fa, ma spesso lo fa estimar molto maggior di quello che è in effetto; perché negli animi delli circunstanti imprime opinione, che chi così facilmente  fa  bene  sappia  molto  più  di  quello  che  fa,  e  se  in  quello  che  fa ponesse studio e fatica, potesse farlo molto meglio. E per replicare i medesimi esempi, eccovi che un uom che maneggi l’arme, se per lanzar un dardo,  o  ver  tenendo  la  spada  in  mano  o  altr’arma,  si  pon  senza  pensar scioltamente in una attitudine pronta, con tal facilità che paia che il corpo e tutte le membra stiano in quella disposizione naturalmente e senza fatica alcuna, ancora che non faccia altro, ad ognuno si dimostra esser perfettissimo in quello esercizio. Medesimamente nel danzare un passo solo, un sol movimento della persona grazioso e non sforzato, sùbito manifesta il sapere de chi danza. Un musico, se nel cantar pronunzia una sola voce terminata con suave accento in un groppetto duplicato, con tal facilità che paia che così gli venga fatto a caso, con quel punto solo fa conoscere che sa molto più di quello che fa. Spesso ancor nella pittura una linea sola non stentata, un sol colpo di penello tirato facilmente, di modo che paia che la mano, senza esser guidata da studio o arte alcuna, vada per se stessa al suo termine
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
proprie che si avessero ad usare? non vi par adunque che abbiamo ragionato a bastanza di questo?” “A bastanza parmi,” rispose el signor Gasparo. “Pur  desidero  io  d’intendere  qualche  particularità  ancor  della  foggia dell’intertenersi con omini e con donne; la qual cosa a me par di molta importanzia, considerato che ‘l più del tempo in ciò si dispensa nelle corti; e se questa fosse sempre uniforme, presto verria a fastidio.” “A me pare,” rispose messer Federico, “che noi abbiam dato al cortegiano cognizion di tante cose, che molto ben po variar la conversazione ed accommodarsi alle qualità delle persone con le quai ha da conversare, presuponendo che egli sia di bon giudicio e con quello si governi, e secondo i tempi talor intenda nelle cose gravi, talor nelle feste e giochi.” “E che giochi?” disse il signor Gasparo. Rispose allor messer Federico ridendo: “Dimandiamone consiglio a fra Serafino, che ogni dì ne trova de’ novi.” “Senza motteggiare,” replicò il signor Gasparo, “parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi?” “A me no,” disse messer Federico, “eccetto a cui nol facesse troppo assiduamente e per quello lasciasse l’altre cose di maggior importanzia, o veramente non per altro che per vincer denari, ed ingannasse il compagno e perdendo mostrasse dolore e dispiacere tanto grande, che fosse argomento d’avarizia.” Rispose il signor Gasparo: “E che dite del gioco de’ scacchi?” “Quello certo è gentile intertenimento ed ingenioso,” disse messer Federico, “ma parmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo è che se po saperne troppo, di modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de’ scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar  qualche  nobil  scienzia,  o  far  qualsivoglia  altra  cosa  ben d’importanzia; e pur in ultimo con tanta fatica non sa altro che un gioco; però in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cioè che la mediocrità sia più laudevole che la eccellenzia.” Rispose il signor Gasparo: “Molti Spagnoli trovansi eccellenti in questo ed in molti altri giochi, i quali però non vi  mettono  molto  studio,  né  ancor  lascian  di  far  l’altre  cose.”  “Credete, rispose  messer  Federico,  “che  gran  studio  vi  mettano,  benché dissimulatamente.  Ma  quegli  altri  giochi  che  voi  dite,  oltre  agli  scacchi, forse sono come molti ch’io ne ho veduti fare pur di poco momento, i quali non serveno se non a far maravigliare il vulgo; però a me non pare che meritino altra laude né altro premio, che quello che diede Alessandro Magno a colui che, stando assai lontano, così ben infilzava i ceci in un ago.
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
troppo per scherzare e poco per far da dovero. E disse, essendogli referito quanto il re Ferrando minore fosse agile e disposto della persona nel correre, saltare, volteggiare e tai cose, che nel suo paese i schiavi facevano questi esercizi,  ma  i  signori  imparavano  da  fanciulli  la  liberalità  e  di  questa  si laudavano. Quasi ancora di tal manera, ma un poco più ridiculo, fu quello che disse l’arcivescovo di Fiorenza al cardinale Alessandrino, che gli omini non hanno altro che la robba, il corpo e l’anima: la robba è lor posta in travaglio dai iurisconsulti, il corpo dai medici e l’anima dai teologi.” Rispose allor il Magnifico Iuliano: “A questo giunger si potrebbe quello che diceva Nicoletto, cioè che di raro si trova mai iurisconsulto che litighi, né medico che pigli medicina, né teologo che sia bon cristiano.” LXVII Rise messer Bernardo, poi suggiunse: “Di questi sono infiniti esempi, detti da gran signori ed omini gravissimi. Ma ridesi ancora spesso delle comparazioni, come scrisse il nostro Pistoia a Serafino: “Rimanda il valigion che assimiglia’; ché, se ben vi ricordate, Serafino s’assimigliava molto ad una valigia. Sono ancora alcuni che si dilettano di comparar omini e donne a cavalli, a cani, ad uccelli e spesso a casse, a scanni, a carri, a candeglieri; il che talor ha grazia, talor è freddissimo. Però in questo bisogna considerare il loco, il tempo, le persone e l’altre cose che già tante volte avemo detto.” Allor il signor Gaspar Pallavicino: “Piacevole comparazione,” disse, “fu quella che fece il signor Giovanni Gonzaga nostro, di Alessandro Magno al signor Alessandro suo figliolo.” “Io non lo so” rispose messer Bernardo. Disse il signor Gasparo: “Giocava il signor Giovanni a tre dadi e, come è sua usanza, aveva perduto molti ducati e tuttavia perdea; ed il signor Alessandro suo figliolo, il quale, ancor che sia fanciullo, non gioca men volentieri che ‘l padre, stava con molta attenzione mirandolo, e parea tutto tristo. Il Conte di  Pianella,  che  con  molti  altri  gentilomini  era  presente,  disse:  “Eccovi, signore, che ‘l signor Alessandro sta mai contento della vostra perdita e si strugge aspettando pur che vinciate, per aver qualche cosa di vinta; però cavatilo di questa angonia, e prima che perdiate il resto donategli almen un ducato,  acciò  che  esso  ancor  possa  andare  a  giocare  co’  suoi  compagni’. Disse  allor  il  signor  Giovanni:  “Voi  v’ingannate,  perché  Alessandro  non pensa a così piccol cosa; ma, come sì scrive che Alessandro Magno, mentre
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXXVII Sono  ancor  arguti  quei  motti  che  hanno  in  sé  una  certa  nascosa suspizion di ridere, come, lamentandosi un marito molto e piangendo sua moglie, che da se stessa s’era ad un fico impiccata, un altro se gli accostò, tiratolo per la veste, disse: “Fratello, potrei io per grazia grandissima aver un rametto  de  quel  fico,  per  inserire  in  qualche  albero  dell’orto  mio?’  Son alcuni altri motti pazienti e detti lentamente con una certa gravità; come, portando un contadino una cassa in spalla, urtò Catone con essa, poi disse: “Guarda’. Rispose Catone: “Hai tu altro in spalla che quella cassa?’ Ridesi ancor quando un omo, avendo fatto un errore, per remediarlo dice una cosa  a  sommo  studio,  che  par  sciocca,  e  pur  tende  a  quel  fine  che  esso disegna, e con quella s’aiuta per non restar impedito. Come a questi dì, in consiglio di Fiorenza ritrovandosi doi nemici, come spesso interviene in queste republice, l’uno d’essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva vicino, per ridere, benché ‘l suo avversario, che era di casa Alamanni, non parlasse né avesse parlato, toccandolo col cubito lo risvegliò e disse: “Non odi tu ciò che il tale dice? rispondi, ché gli Signori dimandano del parer tuo’. Allora l’Altoviti, tutto sonnacchioso e senza pensar altro, si levò in piedi e disse: “Signori, io dico tutto il contrario di quello che ha detto l’Alamanni’. Rispose l’Alamanni: “Oh, io non ho detto nulla’. Sùbito disse l’Altoviti: “Di quello che tu dirai’. Disse ancor di questo modo maestro  Serafino,  medico  vostro  urbinate,  ad  un  contadino,  il  qual,  avendo avuta una gran percossa in un occhio, di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d’andar per rimedio a maestro Serafino; ed esso, vedendolo, benché conoscesse esser impossibile il guarirlo, per cavargli denari delle mani, come quella percossa gli avea cavato l’occhio della testa, gli promise largamente di guarirlo; e così ogni dì gli addimandava denari, affermando che fra cinque o sei dì cominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel poco che aveva; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, cominciò a dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcuno, né discernea con quello occhio più che se non l’avesse aùto in capo. In ultimo, vedendo maestro Serafino che poco più potea trargli di mano, disse: “Fratello mio, bisogna aver pacienzia: tu hai perduto l’occhio, né più v’è rimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell’altro’. Udendo questo, il contadino si mise a piangere e dolersi forte e disse: “Maestro, voi m’avete assassinato e rubato i miei denari: io mi lamentarò al signor Duca’; e facea
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
i maggior stridi del mondo. Allora maestro Serafino in collera e per svilupparsi, “Ah villan traditor’, disse, “dunque tu ancor vorresti avere dui occhi, come hanno i cittadini e gli omini da bene? vattene in malora’: e queste parole accompagnò con tanta furia, che quel povero contadino spaventato si tacque e cheto cheto se n’andò con Dio, credendosi d’aver il torto. LXXVIII È ancor bello quando si dechiara una cosa o si interpreta giocosamente. Come alla corte di Spagna comparendo una mattina a palazzo un cavaliero, il quale era bruttissimo, e la moglie, che era bellissima, l’uno e l’altro vestiti di damasco bianco, disse la Reina ad Alonso Carillo: “Che vi par, Alonso, di questi dui?’ “Signora’, rispose Alonso, “parmi che questa sia la dama e questo lo asco’, che vol dir schifo. Vedendo ancor Rafaello de’ Pazzi una lettra del Priore di Messina, che egli scriveva ad una sua signora, il soprascritto della qual dicea: Esta carta s’ha de dar a quien causa mi penar, “Parmi’, disse,  “che  questa  lettera  vada  a  Paolo  Tolosa’.  Pensate  come  risero  i circunstanti, perché ognuno sapea che Paolo Tolosa aveva prestato al Prior dieci mila ducati; ed esso, per esser gran spenditor, non trovava modo di rendergli. A questo è simile quando si dà una ammonizion famigliare in forma di consiglio, pur dissimulatamente. Come disse Cosimo de’ Medici ad  un  suo  amico,  il  qual  era  assai  ricco,  ma  di  non  molto  sapere,  e  per mezzo  pur  di  Cosimo  aveva  ottenuto  un  officio  fuor  di  Firenze;  e dimandando costui nel partir suo a Cosimo, che modo gli parea che egli avesse a tenere per governarsi bene in questo suo officio, Cosimo gli rispose: “Vesti di rosato, e parla poco’. Di questa sorte fu quello che disse il conte Ludovico ad uno che volea passar incognito per un certo loco pericoloso e non sapea come travestirsi; ed essendone il Conte addimandato, rispose: “Véstiti da dottore, o di qualche altro abito da savio’. Disse ancor Giannotto de’ Pazzi ad un che volea far un saio d’arme dei più diversi colori che sapesse trovare: “Piglia parole ed opre del Cardinale di Pavia’. LXXIX Ridesi ancor d’alcune cose discrepanti; come disse uno l’altro giorno a  messer  Antonio  Rizzo  d’un  certo  Forlivese:  “Pensate  s’è  pazzo,  che  ha nome Bartolomeo’. Ed un altro: “Tu cerchi un maestro Stalla, e non hai Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
conoscenza), pure risplende nel nostro intelletto alcuno lume de la vivacissima loro essenza, in quanto vedemo le sopra dette ragioni, e molt’altre; sì come afferma chi ha li occhi chiusi l’aere essere luminoso, per un poco di splendore, o vero raggio, c[om]e passa per le pupille del vispistrello: ché non altrimenti sono chiusi li nostri occhi intellettuali, mentre che l’anima è legata e incarcerata per li organi del nostro corpo. V Detto è che per difetto d’ammaestramento li antichi la veritade non videro de le creature spirituali, avvegna che quello popolo d’Israel fosse in parte  da  li  suoi  profeti  ammaestrato,  “ne  li  quali,  per  molte  maniere  di parlare e per molti modi, Dio avea loro parlato”, sì come l’Apostolo dice. Ma noi semo di ciò ammaestrati da colui che venne da quello, da colui che le fece, da colui che le conserva, cioè da lo Imperatore de l’universo, che è Cristo,  figliuolo  del  sovrano  Dio  e  figliuolo  di  Maria  Vergine,  femmina veramente e figlia di Ioacchino e d’Adamo: uomo vero, lo quale fu morto da noi, per che ci recò vita. “Lo qual fu luce che allumina noi ne le tenebre”, sì come dice Ioanni Evangelista, e disse a noi la veritade di quelle cose che noi sapere sanza lui non potavamo, né veder veramente. La prima cosa e lo primo secreto che ne mostrò, fu una de le creature predette:  ciò  fu  quello  suo  grande  legato  che  venne  a  Maria,  giovinetta donzella di tredici anni, da parte del Sanator celestiale. Questo nostro Salvatore con la sua bocca disse che ’l Padre li potea dare molte legioni d’angeli; questi non negò, quando detto li fu che ’l Padre avea comandato a li angeli  che  li  ministrassero  e  servissero.  Per  che  manifesto  è  a  noi  quelle creature [essere] in lunghissimo numero; per che la sua sposa e secretaria Santa Ecclesia — de la quale dice Salomone: “Chi è questa che ascende del diserto, piena di quelle cose che dilettano, appoggiata sopra l’amico suo?” — dice, crede e predica quelle nobilissime creature quasi innumerabili. E partele per tre gerarchie, che è a dire tre principati santi o vero divini, e ciascuna gerarchia ha tre ordini; sì che nove ordini di creature spirituali la Chiesa tiene e afferma. Lo primo è quello de li Angeli, lo secondo de li Arcangeli, lo terzo de li Troni; e questi tre ordini fanno la prima gerarchia: non prima quanto a nobilitade, non a creazione (ché più sono l’altre nobili e  tutte  furono  insieme  create),  ma  prima  quanto  al  nostro  salire  a  loro altezza. Poi sono le Dominazioni; appresso le  Virtuti; poi li Principati: e questi fanno la seconda gerarchia. Sopra questi sono le Potestati e li Cherubini, e sopra tutti sono li Serafini: e questi fanno la terza gerarchia. Ed è Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
Canto IV Intra due cibi, distanti e moventi d’un modo, prima si morria di fame, che liber’omo l’un recasse ai denti; 5 sì si starebbe un agno intra due brame di fieri lupi, igualmente temendo; sì si starebbe un cane intra due dame: per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, da li miei dubbi d’un modo sospinto, poi ch’era necessario, né commendo. 10 Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, più caldo assai che per parlar distinto. Fé sì Beatrice qual fé Danïello, Nabuccodonosor levando d’ira, che l’avea fatto ingiustamente fello; e disse: “Io veggio ben come ti tira uno e altro disio, sì che tua cura sé stessa lega sì che fuor non spira. 20 Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, la vïolenza altrui per qual ragione di meritar mi scema la misura?”. Ancor di dubitar ti dà cagione parer tornarsi l’anime a le stelle, secondo la sentenza di Platone. 25 Queste son le question che nel tuo velle pontano igualmente; e però pria tratterò quella che più ha di felle. D’i Serafin colui che più s’india, Moïsè, Samuel, e quel Giovanni che prender vuoli, io dico, non Maria, 15 30 347 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Divina Commedia di Dante Alighieri
Canto VIII Solea creder lo mondo in suo periclo che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo; 5 per che non pur a lei faceano onore di sacrificio e di votivo grido le genti antiche ne l’antico errore; ma Dïone onoravano e Cupido, quella per madre sua, questo per figlio, e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; 10 e da costei ond’io principio piglio pigliavano il vocabol de la stella che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. Io non m’accorsi del salire in ella; ma d’esservi entro mi fé assai fede la donna mia ch’i’ vidi far più bella. E come in fiamma favilla si vede, e come in voce voce si discerne, quand’una è ferma e altra va e riede, 20 vid’io in essa luce altre lucerne muoversi in giro più e men correnti, al modo, credo, di lor viste interne. Di fredda nube non disceser venti, o visibili o no, tanto festini, che non paressero impediti e lenti 25 a chi avesse quei lumi divini veduti a noi venir, lasciando il giro pria cominciato in li alti Serafini; e dentro a quei che più innanzi appariro sonava ’Osanna’ sì, che unque poi di riüdir non fui sanza disiro.
Divina Commedia di Dante Alighieri
però che andasse ver’ lo suo diletto la sposa di colui ch’ad alte grida disposò lei col sangue benedetto, 35 in sé sicura e anche a lui più fida, due principi ordinò in suo favore, che quinci e quindi le fosser per guida. L’un fu tutto serafico in ardore; l’altro per sapïenza in terra fue di cherubica luce uno splendore. 40 De l’un dirò, però che d’amendue si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, perch’ad un fine fur l’opere sue. Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo, fertile costa d’alto monte pende, onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole; e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo. 50 Di questa costa, là dov’ella frange più sua rattezza, nacque al mondo un sole, come fa questo talvolta di Gange. Però chi d’esso loco fa parole, non dica Ascesi, ché direbbe corto, ma Orïente, se proprio dir vuole. 55 Non era ancor molto lontan da l’orto, ch’el cominciò a far sentir la terra de la sua gran virtute alcun conforto; ché per tal donna, giovinetto, in guerra del padre corse, a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra; e dinanzi a la sua spirital corte et coram patre le si fece unito; poscia di dì in dì l’amò più forte.
Divina Commedia di Dante Alighieri
la cui virtù, col mio veder congiunta, mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio la somma essenza de la quale è munta. Quinci vien l’allegrezza ond’io fiammeggio; per ch’a la vista mia, quant’ella è chiara, la chiarità de la fiamma pareggio. Ma quell’alma nel ciel che più si schiara, quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso, a la dimanda tua non satisfara, 90 95 però che sì s’innoltra ne lo abisso de l’etterno statuto quel che chiedi, che da ogne creata vista è scisso.
Divina Commedia di Dante Alighieri
chinare il capo anche stavolta, toglierlo dalla cerca e metterlo ai servizi interni del convento. Vito, contentone, badava a far la sua strada. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, barcamenandosi fra questo e quell’altro, che il convento è come un piccolo mondo, e le nimicizie covano anche fra i servi di Dio. Quando s’accapigliavano fra di loro, e volavano le scodelle, lui orbo e sordo. A tempo e luogo poi lisciare i pezzi grossi pel verso del pelo, e pigliare ciascuno pel vizio suo, fra Serafino col tabacco buono di Licodia, fra Mansueto chiudendo un occhio in portineria, il Padre Lettore a colpi d’incensiere. – Ah, che grazia v’ha fatto il Signore! Quante cose sapete, vossignoria! – Figliuol mio, ho sudato sangue. Vedi, ho tutti i peli bianchi. Che mi giova? Padre Lettore, e nulla più. – Birbonate! La solita storia che chi più merita meno ha.., M’intendo io, se fossi padre da messa e avessi voce in capitolo, quando fanno il guardiano... Il guaio era che per entrare in noviziato ed arrivare padre da messa ci voleva un po’ di latino, e 20 onze di patrimonio. Quanto al latino, pazienza, Vito Scardo, picchia e ripicchia, sudando sui libracci come Gesù all’orto, tendendo l’orecchio a questo e a quello, pigliandosi la testa a due mani – testa fine di villano che quel che voleva voleva – coll’aiuto di Dio e del Padre Lettore riescì a farvi entrare quel che ci voleva. Ma trovare le 20 onze del patrimonio era un altro paio di maniche. Ci si struggeva mattina e sera, senza contare i digiuni, le astinenze, e simili privazioni, che ormai era diventato tutto pelo e naso, e le divote susurravano anche che portava il cilizio sotto la tonaca. In chiesa poi servizievole con tutti quanti, premuroso colle figlie penitenti del guardiano e dei pezzi grossi, innamorato del Patriarca San Giuseppe, sì che la vedova Brogna s’indusse a fare l’altare nuovo, e fu tutto merito suo. Insomma, se il Patriarca non gli faceva trovare i denari per entrare in noviziato e darsi a Dio, voleva dire che non c’è religione né nulla. – O tu che credi d’arrivare Papa? – Gli diceva alle volte il guardiano ridendo. E lui, minchione minchione: – Papa, no. Bene, se il Patriarca non voleva farlo, l’avrebbe fatto lui il miracolo, Vito Scardo. A un tratto, corse la voce che guariva asini e muli, con certi rimedi che sapeva lui – e la fede viva. Se mancava la fede, addio virtù dei semplici, e tanto peggio per la bestia che crepava, salute a noi. Poi furono i numeri del lotto che gli vennero in mente, come un’ispirazione del cielo che gli diceva all’orecchio: Escirà il tale, il tale, e il tal altro numero. Veramente a
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
Basta, per toglierselo dai piedi lo mandarono a fare il noviziato fuori provincia, alla Certosa di Santa Maria. Ci pensassero intanto quegli altri frati a vedere se spuntava grano o loglio da quel seme. E Vito Scardo zitto; fece l’obbedienza, fece il noviziato, girò anche un po’ il mondo, come piaceva ai superiori, e tornò fra Giobattista da Militello, monaco fatto, con tanto di barba e qualche pelo bianco. Però colla barba e i peli bianchi gli era cresciuto anche il giudizio. Trovò il paese sottosopra: bandiere, luminarie, ritratti di Pio IX, da per tutto, Scaricalasino a spasso per le strade, e il padre guardiano colla coda fra le gambe. Cose che non potevano durare, in una parola. Intanto si doveva riunire il capitolo per la nomina dei superiori. Malcontenti ce n’erano molti, minchioni la più parte, che pensavano ciascuno: Ora infine tocca a me! E brigavano, s’arrabattavano, trappolandosi gli uni e gli altri, liberali e realisti. Lui invece né carne né pesce, affabile con tutti, rispettoso coi superiori, e tanto di coltello poi sotto la tonaca, a buon conto. Come si avvicinava il gran giorno delle elezioni, il convento sembrava un formicaio messo in subbuglio. Un va e vieni di frati sospettosi – quelli che andavano a caccia di voti – quelli che stavano a spiare – quelli che montavano la trappola – un fruscìo di tonache e di piedi scalzi, specie la notte, capannelli nei corridoi, conciliaboli di religiosi fino in sagrestia, vestendosi per la santa messa, e occhiate torve, anche in refettorio, il campanello della portineria che tintinnava ogni momento, gente di fuori che veniva a confabulare, le figlie penitenti che si guardavano in cagnesco fra di loro esse pure, il servizio divino sbrigato alla diavola, tutti colle orecchie tese alle notizie che giungevano di fuori, al vento che soffiava. – Vincono i regi. – Vincono i rivoltosi. – Hanno bombardato Messina. – Catania si difende. – Gli umori e le alleanze segrete che ondeggiavano collo spirare del vento. Fra Giobattista vedeva e taceva, o al più rispondeva: – Ah? – Eh? – Oh! – quando venivano a tastarlo anche lui, tirandolo ognuno dalla sua parte – Fra Mansueto che gli raccomandava in tutta segretezza di guardarsi bene di Scaricalasino, il quale voleva reso conto del pezzo di terra venduto da sua moglie – Il Padre Lettore che lo incensava lui adesso: – Il merito deve premiarsi. Chi l’avrebbe detto di cos’era capace Vito Scardo se non fosse stato lui? – Lo stesso fra Serafino che veniva a sfogare le sue amarezze, dopo quarant’anni di religione, rimasto sempre a veder salire gli altri e vivere di elemosina – anche per una presa di tabacco! – Potete dirlo voi stesso, eh! Che ve ne pare? Non è un’ingiustizia? 51 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
do con un vincastro senza riguardo giù per la nuca e traverso alle guancie; ma quando sopraggiungeva la Rosa od il fattore ad interrompere i nostri comuni trastulli che erano, come dissi, contro la volontà della Contessa, ella strepitava, pestava i piedi, gridava che voleva bene a me solo più che a tutti gli altri, che voleva stare con me e via via; finché dimenandosi e strillando fra le braccia di chi la portava, i suoi gridari si ammutivano dinanzi al tavolino della mamma. Quelle smanie, lo confesso, erano il solo premio della mia abnegazione, benché dappoi spesse volte ho pensato che l’era più orgoglio ed ostinazione che amore per me. Ma non mescoliamo i giudizi temerari dell’età provetta colle illusioni purissime dell’infanzia. Il fatto sta che io non sentiva le busse che mi toccavano sovente per quella mia arroganza di volermi accomunar nei giochi alla Contessina, e che contento e beato mi riduceva nella mia cucina a guardar Martino che grattava formaggio. L’altra figliuola della Contessa, che avea nome Clara, era già zitella quando io apersi gli occhi a guardare le cose del mondo. Era dessa la primogenita, una fanciulla bionda, pallida e mesta, come l’eroina d’una ballata o l’Ofelia di Shakespeare; pure ella non avea letto nessuna ballata e non conosceva certo l’Amleto neppur di nome. Pareva che la lunga consuetudine colla nonna inferma avesse riverberato sul suo viso il calmo splendore di quella vecchiaia serena e venerabile. Certo non mai figliuola vegliò la madre con maggior cura di quella ch’essa adoperava nell’indovinar perfin le brame della nonna: e le indovinava sempre perché la continua usanza fra di loro le aveva avvezzate ad intendersi con un sol giro di occhiate. La contessa Clara era bella come lo potrebbe essere un serafino che passasse fra gli uomini senza pur lambire il lezzo della terra e senza comprenderne l’impurità e la sozzura. Ma agli occhi dei più poteva parer fredda, e questa freddezza anche scambiarsi per una tal qual alterigia aristocratica. Eppure non v’aveva anima più candida, più modesta della sua; tantoché le cameriere la citavano per un modello di dolcezza e di bontà; e tutti sanno che negli elogi delle padrone il suffragio di due cameriere equivale di per sé solo ad un volume di testimonianze giurate. Quando la nonna abbisognava d’un caffè, o d’una cioccolata, e non era alcuno nella stanza, non s’accontentava ella di sonar la campanella, ma scendeva in persona alla cucina per dar gli ordini alla cuoca; e mentre questa approntava il bisognevole, stava pazientemente aspettando coi ginocchi un po’ appoggiati allo scalino del focolare; od anche le dava mano nel ritirar la cocoma dal fuoco. Vedendola starsi a quel modo, la cucina mi pareva allor
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo