sedizioso

[se-di-zió-so]
In sintesi
sovversivo, ribelle, rivoltoso, in senso spregiativo
← dal lat. seditiōsu(m).

A
agg.

1
Che costituisce sedizione: atti, moti sediziosi; adunata sediziosa || Che sobilla, spinge alla sedizione: grida sediziose
2
Di persona, che suscita, promuove o partecipa a una sedizione: popolazioni sediziose; cittadini sediziosi SIN. ribelle, rivoltoso

B
s.m.

(f. -sa) Persona sediziosa: una riunione di sediziosi

Citazioni
Renzo non potesse più tornar con Lucia, né metter piede in paese; e a questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d’insidie, che, venendogli all’orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po’ di colore al tentativo fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un’aggressione, un atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà ch’era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d’aprirsi col dottor Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo desiderio. – Le gride son tante! – pensava: – e il dottore non è un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome. – Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al dottore, come all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodoché, dopo essersi un po’ impazientito, s’adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch’eran più vicini all’uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co’ nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano, in quello stato d’animo che ognuno può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch’era più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone! Quando si tratteneva
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
nò a tutti i fornai che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette a’ paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a ogni forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mattino, a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gl’inquieti, con l’autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i consigli con un po’ di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di metter le mani addosso a qualche sedizioso: e questa era principalmente la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno può pensare che sentimenti avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una pezzetta d’acqua vulneraria sur uno degli organi della profondità metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal principio del tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l’oste, un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo, e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo. Sentite quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto subito assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il colpo maestro di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda più sicura della città; ma gli andò fallito, come avete visto. Poté però portare a casa la notizia sicura del nome, cognome e patria, oltre cent’altre belle notizie congetturali; dimodoché, quando l’oste capitò lì, a dir ciò che sapeva intorno Renzo, ne sapevan già più di lui. Entrò nella solita stanza, e fece la sua deposizione: come era giunto ad alloggiar da lui un forestiero, che non aveva mai voluto manifestare il suo nome. “Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia;” disse un notaio criminale, mettendo giù la penna, “ma già lo sapevamo.” – Bel segreto! – pensò l’oste: – ci vuole un gran talento! – “E sappiamo anche,” continuò il notaio, “quel riverito nome.” – Diavolo! il nome poi, com’hanno fatto? – pensò l’oste questa volta. “Ma voi,” riprese l’altro, con volto serio, “voi non dite tutto sinceramente.” “Cosa devo dire di più?” “Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione.” “Vien uno con un pane in tasca; so assai dov’è andato a prenderlo.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Perché, a parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli visto che un pane solo.” “Già; sempre scusare, difendere: chi sente voi altri, son tutti galantuomini. Come potete provare che quel pane fosse di buon acquisto?” “Cosa ho da provare io? io non c’entro: io fo l’oste.” “Non potrete però negare che codesto vostro avventore non abbia avuta la temerità di proferir parole ingiuriose contro le gride, e di fare atti mali e indecenti contro l’arme di sua eccellenza.” “Mi faccia grazia, vossignoria: come può mai essere mio avventore, se lo vedo per la prima volta? È il diavolo, con rispetto parlando, che l’ha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede bene che non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome.” “Però, nella vostra osteria, alla vostra presenza, si son dette cose di fuoco: parole temerarie, proposizioni sediziose, mormorazioni, strida, clamori.” “Come vuole vossignoria ch’io badi agli spropositi che posson dire tanti urloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere a’ miei interessi, che sono un pover’uomo. E poi vossignoria sa bene che chi è di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano, tanto più quando sono una brigata, e...” “Sì, sì; lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli sarà passato il ruzzo. Cosa credete?” “Io non credo nulla.” “Che la canaglia sia diventata padrona di Milano?” “Oh giusto!” “Vedrete, vedrete.” “Intendo benissimo: il re sarà sempre il re; ma chi avrà riscosso, avrà riscosso: e naturalmente un povero padre di famiglia non ha voglia di riscotere. Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca.” “Avete ancora molta gente in casa?” “Un visibilio.” “E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su la gente, a preparar tumulti per domani?” “Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto.” “Dunque avete molta gente... Basta; badate a non lasciarlo scappare.” – Che devo fare il birro io? – pensò l’oste; ma non disse né sì né no. “Tornate pure a casa; e abbiate giudizio,” riprese il notaio.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro”. Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore. Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perché, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
attraversato dal partito della regina madre, Maria de’ Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan moversi, e nemmeno dichiararsi, se prima un esercito francese non fosse calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano, con la corte di Madrid e col governatore di Milano, stavano sulle proteste, sulle proposte, sull’esortazioni, placide o minacciose, secondo i momenti. Il papa raccomandava il Nevers agli amici, intercedeva in suo favore presso gli avversari, faceva progetti d’accomodamento; di metter gente in campo non ne voleva saper nulla. Così i due alleati alle offese poterono, tanto più sicuramente, cominciar l’impresa concertata. Il duca di Savoia era entrato, dalla sua parte, nel Monferrato; don Gonzalo aveva messo, con gran voglia, l’assedio a Casale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che s’era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La corte non l’aiutava a seconda de’ suoi desidèri, anzi gli lasciava mancare i mezzi più necessari; l’alleato l’aiutava troppo: voglio dire che, dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella assegnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si possa dire; ma temendo, se faceva appena un po’ di rumore, che quel Carlo Emanuele, così attivo ne’ maneggi e mobile ne’ trattati, come prode nell’armi, si voltasse alla Francia, doveva chiudere un occhio, mandarla giù, e stare zitto. L’assedio poi andava male, in lungo, ogni tanto all’indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto degli assediati, e per aver lui poca gente, e, al dire di qualche storico, per i molti spropositi che faceva. Su questo noi lasciamo la verità a suo luogo, disposti anche, quando la cosa fosse realmente così, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quell’impresa sia restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno, e, ceteris paribus, anche soltanto un po’ meno danneggiati i tegoli di Casale. In questi frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci accorse in persona. Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche menzione della fuga ribelle e clamorosa di Renzo, de’ fatti veri e supposti ch’erano stati cagione del suo arresto; e gli si seppe anche dire che questo tale s’era rifugiato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza fermò l’attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt’altra parte, che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l’assedio da Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran pensiero: tanto più che, subito dopo quell’avvenimento, era arriva-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
ben acconcio, che al gusto lor pare delicatissimo; poi risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore e fastidio nell’animo, ma ‘l corpo, accordandosi col giudicio della mente, per forza vomita quel cibo.” XVII Seguitava ancor il signor Ottaviano il suo ragionamento; ma il Magnifico Iuliano interrompendolo, “Signor Ottaviano,” disse, “se bene ho inteso, voi avete detto che la continenzia è virtù imperfetta, perché ha in sé parte d’affetto; ed a me pare che quella virtù la quale, essendo nell’animo nostro discordia tra la ragione e l’appetito, combatte e dà la vittoria alla ragione,  si  debba  estimar  più  perfetta  che  quella  che  vince  non  avendo cupidità né affetto alcuno che le contrasti; perché pare che quell’animo non si astenga dal male per virtù, ma resti di farlo perché non ne abbia voluntà.” Allor il signor Ottaviano, “Qual,” disse, “estimareste voi capitano di più valore, o quello che combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gli nemici, o quello che per virtù e saper suo lor toglie le forze, riducendogli a termine che non possano combattere, e così senza battaglia o pericolo alcuno gli vince?” “Quello,” disse il Magnifico Iuliano, “che più sicuramente vince, senza dubbio è più da lodare, pur che questa vittoria così  certa  non  proceda  dalla  dapocagine  degl’inimici.”  Rispose  il  signor Ottaviano: “Ben avete giudicato; e però dicovi che la continenzia comparare si po ad un capitano che combatte virilmente e, benché gli inimici sian forti e potenti, pur gli vince, non però senza gran difficultà e pericolo; ma la temperanzia libera da ogni perturbazione è simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed avendo in quell’animo dove si ritrova non solamente sedato, ma in tutto estinto il foco delle cupidità, come bon principe in guerra civile, distrugge i sediziosi nemici intrinsechi e dona lo scettro e dominio intiero alla ragione. Così questa virtù non sforzando l’animo, ma infundendogli per vie placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onestà, lo rende quieto e pien di riposo, in tutto equale e ben misurato, e da ogni canto composto d’una certa concordia con se stesso, che lo adorna di così serena tranquillità che mai non si turba, ed in tutto diviene obedientissimo alla ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento e seguirla ovunque condur lo voglia, senza repugnanzia alcuna; come tenero agnello, che corre, sta e va sempre presso alla madre e solamente  secondo  quella  si  move.  Questa  virtù  adunque  è  perfettissima  e conviensi massimamente ai prìncipi, perché da lei ne nascono molte altre.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
non è prudenzia ma astuzia; e quando questa bontà manca, sempre l’arte e suttilità dei causidici non è altro che ruina e calamità delle leggi e dei iudìci, e la colpa d’ogni loro errore si ha da dare a chi gli ha posti in officio. Direi come dalla giustizia ancora depende quella pietà verso Idio, che è debita a tutti, e massimamente ai prìncipi, li quali debbon amarlo sopra ogn’altra cosa ed a lui come al vero fine indrizzar tutte le sue azioni; e, come dicea Senofonte, onorarlo ed amarlo sempre, ma molto più quando sono in prosperità, per aver poi più ragionevolmente confidenzia di dimandargli grazia quando sono in qualche avversità; perché impossibile è governar bene né se stesso né altrui senza aiuto di Dio; il quale ai boni alcuna volta manda la seconda fortuna per ministra sua, che gli rilievi da’ gravi pericoli; talor la avversa, per non gli lassar addormentare nelle prosperità tanto che si scordino di lui, o della prudenzia umana, la quale corregge spesso la mala fortuna, come bon giocatore i tratti mali de’ dadi col menar ben le tavole. Non lassarei ancora di ricordare al principe che fosse veramente religioso, non superstizioso, né dato alle vanità d’incanti e vaticini, perché, aggiungendo alla prudenzia umana la pietà divina e la vera religione, avrebbe ancor la bona fortuna e Dio protettore, il qual sempre gli accrescerebbe prosperità in pace ed in guerra. XXXIII Appresso li direi come dovesse amar la patria e i populi suoi, tenendogli non in troppa servitù, per non si far loro odiosa; dalla qual cosa nascono le sedizioni, le congiure e mille altri mali; né meno in troppa libertà, per non esser vilipeso; da che procede la vita licenziosa e dissoluta dei populi, le rapine, i furti, gli omicidii, senza timor alcuno delle leggi; spesso la ruina ed  esizio  totale  delle  città  e  dei  regni.  Appresso,  come  dovesse  amare  i propinqui di grado in grado, servando tra tutti in certe cose una pare equalità, come  nella  giustizia  e  nella  libertà;  ed  in  alcune  altre  una  ragionevole inequalità, come nell’esser liberale, nel remunerare, nel distribuir gli onori e dignità secondo la inequalità dei meriti, li quali sempre debbono non avanzare, ma esser avanzati dalle remunerazioni; e che in tal modo sarebbe non che amato ma quasi adorato dai sudditi; né bisogneria che esso per custodia della vita sua si commettesse a forestieri, ché i suoi per utilità di se stessi con la propria la custodiriano, ed ognun voluntieri obediria alle leggi, quando  vedessero  che  esso  medesimo  obedisse  e  fosse  quasi  custode  ed
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Fu di Tessaglia aventuroso il monte, dove si celebrar questi imenei. Di mirti e lauri gli fiorì la fronte, del trionfo d’amor fregi e trofei; e le stelle gli fur propizie e pronte, e le genti mortali e gli alti dei, se non spargea dissension crudele tra le dolci vivande amaro fiele. Senza invidia non è gioia sincera, né molto dura alcun felice stato. Quel gran piacer dala Discordia fiera, madre d’ire e di liti, ecco è turbato; ch’esclusa fuor dela divina schiera e dal convito splendido e beato, gli alti diletti e l’allegrezze immense venne a contaminar di quelle mense. Al’arti sue ricorre e, col consiglio di quella rabbia che la punge e rode, corre al giardin d’Esperia e dà di piglio ale piante che ‘l drago ebber custode. Quindi un pomo rapisce aureo e vermiglio, de’ cui rai senz’offesa il guardo gode. Di minio e d’oro un fulgido baleno vibra e gemme per semi accoglie in seno Nela scorza lucente e colorita, il cui folgore lieto i lumi abbaglia, la diva, di disdegno inviperita, cui nulla Furia in fellonia s’agguaglia, di propria man, come il furor l’irrita, parole poi sediziose intaglia. Dice il motto da lei scolpito in quella: “Diasi questo bel dono ala più bella”.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
glio morire. Vedesi questo modo essere quasi osservato da’ Svizzeri, i quali fanno i condannati ammazzare popularmente dagli altri soldati. Il che è bene considerato e ottimamente fatto; perché, a volere che uno non sia defensore d’uno reo, il maggiore rimedio che si truovi è farlo punitore  di  quello;  perché  con  altro  rispetto  lo  favorisce  e  con  altro disiderio brama la punizione sua, quando egli proprio ne è esecutore, che quando la esecuzione perviene ad uno altro. Volendo adunque che uno non sia negli errori sua favorito da uno popolo, gran rimedio è fare che il popolo l’abbia egli a giudicare. A fortificazione di questo si può addurre lo esemplo di Manlio Capitolino; il quale, essendo accusato dal senato, fu difeso dal popolo infino a tanto che non ne diventò giudice; ma, diventato arbitro nella causa sua, lo condannò a morte.È adunque un modo di punire questo da levare i tumulti e da fare osservare la giustizia.  E  perché  a  frenare  gli  uomini  armati  non  bastono  né  il  timore delle leggi, né quello degli uomini, vi aggiugnevano gli antichi l’autorità di Iddio; e però con cerimonie grandissime facevano a’ loro soldati giurare l’osservanza della disciplina militare, acciò che contrafaccendo, non solamente avessero a temere le leggi e gli uomini, ma Iddio; e usavano ogni industria per empiergli di religione. Batista. Fabrizio. Permettevano i Romani che negli loro eserciti fussero femmine, o vi si usasse di questi giuochi oziosi che si usano oggi? Proibivano l’uno e l’altro. E non era questa proibizione molto difficile, perché egli erano tanti gli esercizi ne’ quali tenevano ogni dì i soldati, ora  particolarmente,  ora  generalmente  occupati, che  non  restava  loro tempo a pensare o a Venere o a’ giuochi, né ad altre cose che facciano i soldati sediziosi e inutili. Piacemi.  Ma  ditemi:  quando  lo  esercito  si  aveva  a  levare, che  ordine tenevano? Sonava la tromba capitana tre volte. Al primo suono si levavano le tende e facevano le balle; al secondo caricavano le some; al terzo movevano in quel modo dissi di sopra, con gli impedimenti dopo, ogni parte di armati, mettendo le legioni in mezzo. E però voi aresti a fare muovere uno battaglione  ausiliare  e,  dopo  quello,  i  suoi  particolari  impedimenti  e, con quegli la quarta parte degli impedimenti publici; che sarebbero tutti quegli che fussero alloggiati in uno di quegli quadri che poco fa dimostrammo. E però converrebbe avere ciascuno di essi consegnato ad uno battaglione, acciò che, movendosi lo esercito, ciascuno sapesse quale luogo fusse il suo nel camminare. E così debbe andare via ogni batta-
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
ossidione, presi da questa speranza di espugnare la terra: e stettono contenti a  seguire  la  impresa,  tanto  che  Cammillo  fatto  Dittatore  espugnò  detta città, dopo dieci anni che la era stata assediata. E così la religione, usata bene, giovò e per la espugnazione di quella città, e per la restituzione del Tribunato nella Nobilità che, sanza detto mezzo, difficilmente si sarebbe condotto e l’uno e l’altro. Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro esemplo. Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di Terentillo tribuno, volendo lui proporre certa legge, per le cagioni che di sotto, nel suo luogo, si diranno; e tra i primi rimedi che vi usò la Nobilità, fu la religione, della quale si servirono in due modi. Nel primo, fecero vedere i libri Sibillini, e rispondere come alla città, mediante la civile sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non perdere la libertà: la quale cosa, ancora che fusse scoperta da’ tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne’ petti della plebe, che la raffreddò nel seguirli. L’altro modo fu che, avendo un Appio Erdonio, con una moltitudine di sbanditi e di servi, in numero di quattromila uomini, occupato di notte il Campidoglio, in tanto che si poteva temere che, se gli Equi e i Volsci, perpetui inimici al nome romano, ne fossero venuti a Roma,  la  arebbono  espugnata;  e  non  cessando  i  tribuni,  per  questo, continovare nella pertinacia loro, di proporre la legge  Terentilla, dicendo che quello insulto era simulato e non vero; uscì fuori del Senato un Publio Ruberio, cittadino grave e di autorità, con parole, parte amorevoli, parte minaccianti, mostrandogli i pericoli della città, e la intempestiva domanda loro; tanto ch’ei costrinse la plebe a giurare di non si partire dalla voglia del consolo: tanto che la plebe, ubbidiente, per forza ricuperò il Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio consolo, subito fu rifatto consolo Tito Quinzio, il quale, per non lasciare riposare la plebe, né darle spazio a pensare alla legge Terentilla, le comandò s’uscisse di Roma per andare contro ai Volsci, dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il consolo, era obligata a seguirlo: a che i tribuni si opponevano, dicendo come quel giuramento s’era dato al consolo morto, e non a lui. Nondimeno Tito Livio mostra come la Plebe, per paura della religione, volle più tosto ubbidire al consolo, che credere a’ tribuni, dicendo in favore della antica religione queste parole: “Nondum haec, quae nunc tenet saeculum, negligentia Deum venerat, nec interpretando sibi quisque jusjurandum et leges aptas faciebat”. Per la quale cosa dubitando i Tribuni di non perdere
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro primo  i i i i i i i correva in Roma fu grande; e di qualità che, mosso poi Manlio o da invidia o dalla sua cattiva natura, a fare nascere sedizione in Roma e cercando guadagnarsi il popolo, fu, sanza rispetto alcuno de’ suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio che esso prima, con tanta sua gloria, avea salvo. XXV Chi  vuole  riformare  uno  stato  anticato  in  una  città  libera,  ritenga  almeno l’ombra de’ modi antichi. Colui  che  desidera  o  che  vuole  riformare  uno  stato  d’una  città,  a volere che sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco de’ modi antichi, acciò che a’ popoli non paia avere mutato ordine, ancorché, in fatto, gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perché lo universale degli uomini si pascono così di quel che pare come di quello che è: anzi, molte volte si muovono più per le cose  che  paiono  che  per  quelle  che  sono.  Per  questa  cagione  i  Romani, conoscendo nel principio del loro vivere libero questa necessità, avendo in cambio d’uno re creati duoi consoli, non vollono ch’egli avessono più che dodici littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai re. Oltre a di questo, faccendosi in Roma uno sacrificio anniversario, il quale non poteva essere fatto se non dalla persona del re, e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli re alcuna cosa delle antiche; crearono uno capo di detto sacrificio, il quale loro chiamarono Re Sacrificulo, e sottomessonlo al sommo Sacerdote: talmente che quel popolo per questa via venne a sodisfarsi di quel sacrificio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di disiderare la ritornata de’ re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono scancellare un antico vivere in una città, e ridurla a uno vivere nuovo e libero: perché, alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle alterazioni ritenghino più dello antico sia possibile; e se i magistrati variano, e di numero e d’autorità e di tempo, degli antichi, che almeno ritenghino il nome. E questo, come ho detto, debbe osservare colui che vuole ordinare uno vivere politico, o per via di republica o di regno: ma quello che vuole fare una potestà assoluta, la quale dagli autori è chiamata tirannide, debbe rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirà.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
XXVI Il vilipendio e l’improperio genera odio contro a coloro che l’usano, sanza alcuna loro utilità. Io  credo che sia una delle grandi prudenze che usono gli uomini, astenersi o dal minacciare o dallo ingiuriare alcuno con le parole: perché l’una cosa e l’altra non tolgono forze al nimico; ma l’una lo fa più cauto, l’altra gli fa avere maggiore odio contro di te, e pensare con maggiore industria di offenderti. Vedesi questo per lo esemplo de’ Veienti, de’ quali nel capitolo superiore si è discorso; i quali alla ingiuria della guerra, aggiunsono, contro a’ Romani, l’obbrobrio delle parole; dal quale ogni capitano prudente debbe fare astenere i suoi soldati; perché le sono cose che infiammano ed accendano  il  nimico  alla  vendetta,  ed  in  nessuna  parte  lo  impediscono, come è detto, alla offesa; tanto che le sono tutte armi che vengono contro a te. Di che ne seguì già uno esemplo notabile in Asia: dove Gabade, capitano de’ Persi, essendo stato a campo a Amida più tempo, ed avendo deliberato, stracco dal tedio della ossidione, partirsi; levandosi già con il campo, quegli della terra, venuti tutti in su le mura, insuperbiti della vittoria, non perdonarono a nessuna qualità d’ingiuria, vituperando, accusando, e rimproverando la  viltà  e  la  poltroneria  del  nimico.  Da  che  Gabade  irritato, mutò  consiglio;  e  ritornato  alla  ossidione  tanta  fu  la  indegnazione  della ingiuria,  che  in  pochi  giorni  gli  prese  e  saccheggiò.  E  questo  medesimo intervenne a’ Veienti: a’ quali, come è detto, non bastando il fare guerra a’ Romani, ancora con le parole gli vituperarono, ed andando infino in su lo steccato del campo a dire loro ingiuria, gl’irritarono molto più con le parole che con le armi: e quegli soldati che prima combattevano mal volentieri, costrinsero i Consoli a appiccare la zuffa, talché i Veienti portarono la pena, come gli antedetti, della contumacia loro. Hanno dunque i buoni principi di eserciti, ed i buoni governatori di republica, a fare ogni opportuno rimedio, che queste ingiurie e rimproveri non si usino o nella città o nello esercito suo, né infra loro, né contro al nimico: perché, usati contro al nimico, ne riescono gl’inconvenienti soprascritti; infra loro, farebbero peggio, non vi si riparando, come vi hanno sempre gli uomini prudenti riparato. Avendo le legioni romane, state lasciate a Capova, congiurato contro a’ Capovani, come nel suo luogo si narrerà; ed essendone di questa congiura nata una sedizione,  la  quale  fu  poi  da  Valerio  Corvino  quietata,  intra  le  altre 181 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro secondo  constituzioni che nella convenzione si fece ordinarono pene gravissime a coloro che rimproverassero  mai  a  alcuni  di  quegli  soldati  tale  sedizione. Tiberio Gracco, fatto, nella guerra di Annibale, capitano sopra certo numero di servi che i Romani, per carestia d’uomini, avevano armati, ordinò, intra le prime cose, pena capitale a qualunque rimproverasse la servitù a alcuno di loro. Tanto fu stimato dai Romani, come di sopra si è detto, cosa dannosa il vilipendere gli uomini ed il rimproverare loro alcuna vergogna; perché non è cosa che accenda tanto gli animi loro, né generi maggiore isdegno, o da vero o da beffe che si dica:  “Nam facetiae asperae, quando nimium ex vero traxere, acrem sui memoriam relinquunt”. XXVII Ai principi e  republiche  prudenti  debbe  bastare  vincere;  perché,  il  più  delle volte, quando e’ non basta, si perde. Lo usare parole contro al nimico poco onorevoli, nasce il più delle volte da una insolenzia che ti dà o la vittoria o la falsa speranza della vittoria; la quale falsa speranza fa gli uomini non solamente errare nel dire, ma ancora nello operare. Perché questa speranza, quando la entra ne’ petti degli  uomini,  fa  loro  passare  il  segno;  e  perdere,  il  più  delle  volte,  quella occasione dell’avere uno bene certo, sperando di avere un meglio incerto. E perché questo è un termine che merita considerazione, ingannandocisi dentro gli uomini molto spesso, e con danno dello stato loro, e’ mi pare da dimostrarlo particularmente con esempli antichi e moderni, non si potendo con le ragioni così distintamente dimostrare. Annibale, poi ch’egli ebbe rotti i Romani a Canne, mandò suoi oratori a Cartagine a significare la vittoria, e chiedere sussidi. Disputossi in Senato di quello che si avesse a fare. Consigliava Annone, uno vecchio e prudente cittadino cartaginese, che si usasse questa vittoria saviamente in fare pace con i Romani, potendola avere con condizioni oneste, avendo vinto; e non si aspettasse di averla a fare dopo la perdita: perché la intenzione de’ Cartaginesi doveva essere, mostrare a’ Romani come e’ bastavano a combatterli; ed avendosene avuto vittoria, non si cercasse di perderla per la speranza d’una maggiore. Non fu preso questo partito; ma fu bene poi, dal Senato cartaginese, conosciuto savio, quando la occasione fu perduta. Avendo Alessandro Magno già preso tutto l’oriente, la republica di Tiro, nobile in quelli tempi, e potente per avere la loro città
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Lucio Tarquinio, il quale per la povertà militava a piede. Notasi, come è detto, l’onore che si faceva in Roma alla povertà; e come a un uomo buono e valente, quale era Cincinnato, quattro iugeri di terra bastavano a nutrirlo. La quale povertà si vede come era ancora ne’ tempi di Marco Regolo; perché, sendo in Affrica con gli eserciti, domandò licenza al Senato per potere tornare a custodire la sua villa, la quale gli era guasta da’ suoi lavoratori. Dove si vede due cose notabilissime: l’una, la povertà, e come vi stavano dentro contenti, e come e’ bastava a quelli cittadini trarre della guerra onore, e l’utile tutto lasciavano al publico. Perché, s’egli avessero pensato d’arricchire della guerra, gli sarebbe dato poca briga che i suoi campi fussono stati guasti. L’altra è considerare la generosità dell’animo di quelli cittadini, i quali, preposti ad uno esercito, saliva la grandezza dello animo loro sopra ogni principe, non stimavono i re, non le republiche; non gli sbigottiva né spaventava cosa alcuna; e tornati dipoi privati, diventavano parchi, umili, curatori  delle  piccole  facultà  loro,  ubbidienti  a’  magistrati,  reverenti  alli loro maggiori: talché pare impossibile che uno medesimo animo patisca tale mutazione. Durò questa povertà ancora infino a’ tempi di Paulo Emilio, che furono quasi gli ultimi felici tempi di quella Republica, dove uno cittadino, che col trionfo suo arricchì Roma, nondimeno mantenne povero sé. Ed in tanto si stimava ancora la povertà, che Paulo, nell’onorare chi si era portato bene nella guerra, donò a uno suo genero una tazza d’ariento, il quale fu il primo ariento che fusse nella sua casa. Potrebbesi, con un lungo parlare, mostrare quanto migliori frutti produca la povertà che la ricchezza, e come l’una ha onorato le città, le provincie, le sétte, e l’altra le ha rovinate; se questa materia non fusse stata molte volte da altri uomini celebrata. XXVI  Come per cagione di femine si rovina uno stato. Nacque nella città d’Ardea intra i patrizi e gli plebei una sedizione per cagione d’uno parentado: dove, avendosi a maritare una femina ricca, la domandarono parimente uno plebeo ed uno nobile; e non avendo quella padre, i tutori la volevono congiugnere al plebeo, la madre al nobile: di che nacque tanto tumulto, che si venne alle armi; dove tutta la Nobilità si armò in favore del nobile, e tutta la plebe in favore del plebeo. Talché, essendo superata la plebe, si uscì d’Ardea, e mandò a’ Volsci per aiuto: i nobili man-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
costoro fusse bene considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque principe, a mostrargli la via della gloria o del biasimo, e della sicurtà o del timore suo. Perché, di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimino, sedici ne furono ammazzati, dieci morirono ordinariamente e se di quelli che furono morti ne fu alcun buono come Galba e Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nei soldati. E se tra quelli che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scelerato, come Severo, nacque da una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose pochi uomini accompagnano. Vedrà ancora, per la lezione di questa istoria, come si può ordinare un regno buono: perché tutti gl’imperadori che succederono all’imperio per eredità, eccetto Tito, furono cattivi, quelli che per adozione, furono tutti buoni come furono quei cinque da Nerva a Marco: e come l’imperio cadde negli eredi, e’ ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli  con  quelli  che  erano  stati  prima  e  che  furono  poi;  e  dipoi elegga in quali volesse essere nato, o a quali volesse essere preposto. Perché, in quelli governati da’ buoni, vedrà un principe sicuro in mezzo de’ suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo; vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati co’ suoi onori; godersi i cittadini ricchi le loro ricchezze, la nobilità e la virtù esaltata; vedrà ogni quiete ed ogni bene; e, dall’altra parte, ogni rancore, ogni licenza, corruzione e ambizione spenta; vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e difendere quella opinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pieno di riverenza e di gloria il principe, d’amore e sicurtà i popoli. Se considererà, dipoi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà atroci per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne; l’Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e saccheggiate le cittadi di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’ suoi cittadini disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà il mare pieno di esilii, gli scogli pieni di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi e la nobilità, le ricchezze, i passati onori, e sopra tutto la virtù, essere imputate a peccato capitale.  Vedrà premiare gli calunniatori, essere corrotti i servi contro al signore, i liberti contro al padrone; e quelli a chi fussero mancati inimici, essere  oppressi  dagli  amici.  E  conoscerà  allora  benissimo  quanti  oblighi Roma, l’Italia, e il mondo, abbia con Cesare.
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
assai popolani Grandi, e assai Grandi popolani; e per potere alle forze di fuora opporsi, messer Giovanni Aguto, di nazione inghilese e reputatissimo nelle  armi,  soldorono,  il  quale  aveva  per  il  papa  e  per  altri  in  Italia  più tempo militato. Il sospetto di fuora nasceva da intendersi come più compagnie di gente d’arme da Carlo di Durazzo per fare l’impresa del Regno si ordinavano, con il quale era fama essere molti fuori usciti fiorentini. Ai quali pericoli, oltre alle forze ordinate, con somma di danari si provide; perché, arrivato Carlo in Arezzo, ebbe dai Fiorentini quarantamila ducati, e promisse non molestargli; seguì di poi la sua impresa, e felicemente occupò il regno di Napoli, e la reina Giovanna ne mandò presa in Ungheria. La quale vittoria di nuovo il sospetto a quelli che in Firenze tenevono lo stato accrebbe, perché non potevono credere che i loro danari più nello animo del Re potessero, che quella antica amicizia la quale aveva quella casa con i Guelfi tenuta, i quali con tanta ingiuria erano da loro oppressi. Capitolo XX Questo sospetto adunque, crescendo, faceva crescere le ingiurie; le quali non lo spegnevano, ma accrescevano; in modo che per la maggiore parte degli uomini si viveva in malissima contentezza. A che la insolenzia di messer Giorgio Scali e di messer Tommaso Strozzi si aggiugneva; i quali con la autorità loro quella de’ magistrati superavano, temendo ciascuno di non essere da loro, con il favore della plebe, oppresso. E non solamente a’ buoni, ma  ai  sediziosi  pareva  quel  governo  tirannico  e  violento.  Ma  perché  la insolenzia di messer Giorgio qualche volta doveva avere fine, occorse che da uno suo familiare fu Giovanni di Cambio, per avere contro allo stato tenute pratiche, accusato; il quale da il Capitano fu trovato innocente; tale che il giudice voleva punire lo accusatore di quella pena che sarebbe stato punito il reo se si trovava colpevole; e non potendo messer Giorgio con prieghi né con alcuna sua autorità salvarlo, andò egli e messer Tommaso Strozzi, con moltitudine di armati, e per forza lo liberorono, e il palagio del Capitano  saccheggiorono,  e  quello  volendo  salvarsi,  a  nascondersi constrinsono. Il quale atto riempié la città di tanto odio contro a di lui, che i suoi nimici pensorono di poterlo spegnere e di trarre la città, non solamente delle sue mani, ma di quelle della plebe, la quale tre anni, per la arroganza sua, l’aveva soggiogata. Di che dette ancora il Capitano grande occasione: il quale, cessato il
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
73 Né sol l’estrane genti avien che mova il duro caso e ’l gran publico danno, ma l’antiche cagioni a l’ira nova materia insieme e nutrimento danno. Ogni sopito sdegno or si rinova: chiamano il popol franco empio e tiranno, e in superbe minaccie esce diffuso l’odio che non può starne omai più chiuso. 74 Così nel cavo rame umor che bolle per troppo foco, entro gorgoglia e fuma; né capendo in se stesso, al fin s’estolle sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma. Non bastano a frenare il vulgo folle que’ pochi a cui la mente il vero alluma; e Tancredi e Camillo eran lontani, Guglielmo e gli altri in podestà soprani. 75 Corrono già precipitosi a l’armi confusamente i popoli feroci, e già s’odon cantar bellici carmi sediziose trombe in fere voci. Gridano intanto al pio Buglion che s’armi molti di qua di là nunzi veloci, e Baldovin inanzi a tutti armato gli s’appresenta e gli si pone a lato. 76 Egli, ch’ode l’accusa, i lumi al cielo drizza e pur come suole a Dio ricorre: — Signor, tu che sai ben con quanto zelo la destra mia del civil sangue aborre, tu squarcia a questi de la mente il velo, e reprimi il furor che sì trascorre; e l’innocenza mia, che costà sopra è nota, al mondo cieco anco si scopra. —
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Il prence?... Il prence, sì: molti intercetti fogli, e segreti messaggi, e aperte altere sediziose voci sue, pur troppo! certo men fanno. Ah! per te stessa il pensa; di re tradito, e d’infelice padre, qual sia lo stato; e a sì colpevol figlio qual sorte a giusto dritto omai si aspetti, per me tu il di’. Misera me!... Vuoi, ch’io del tuo figlio il destino?... Arbitra omai tu, sì, ne sei; né il re temer, né il padre dei lusingar: pronunzia. Altro non temo, che di offendere il giusto. Innanzi al trono spesso indistinti e l’innocente e il reo...
Filippo di Vittorio Alfieri