sedicente

[se-di-cèn-te]
In sintesi
chi si attribuisce arbitrariamente un titolo o una carica
← comp. di e dicente (part. pres. di dire), sul modello del fr. soidisant.
agg.
(pl. -ti)

spreg. Che dice di essere ciò che non è, che si attribuisce qualificazioni, meriti e sim. non rispondenti a verità: un s. ingegnere navale

Citazioni
arrestare  la  signora  e  condurla  in  prigione.  Già  si  sa,  perché  era  nobile, ricca, ed illibata. A me, che sempre ho valuto meno di essa, non faceano per allora quell’onore. Ma insomma, non ci ritrovando aveano confiscato i nostri cavalli, mobili, libri, e ogni cosa. Poi sequestrate le entrate, e dichiaratici amendue emigrati. E così pure poi ci fu scritta la catastrofe e gli orrori ecc. seguiti in Parigi il dì 2 settembre, e si ringraziò e benedì la Provvidenza che ce n’avea scampati. Visto poi sempre più oscurarsi il cielo di quel paese, e nata nel terrore e nel sangue quella sedicente repubblica, noi saviamente ascrivendo a guadagno tutto quello che ci potea rimanere altrove, ci posimo in via per l’Italia il dì 1 ottobre; e per Aquisgrana, Francfort, Augusta ed Inspruch, venuti all’Alpi e lietamente varcatele, ci parve di rinascere il dì che ci ritrovammo nel bel paese qui dove il sì suona. Il piacere di esser fuori di carcere, e di ricalcare con la mia donna quelle stesse vie, che più volte avea fatte per gire a trovarla; la soddisfazione di potere liberamente godere la sua santa compagnia, e sotto l’ombra sua di potere ripigliare i miei cari studi, mi tranquillizzarono, e serenarono a segno, che da Augusta sino in Toscana mi si riaprì la fonte delle rime, e ne venni seminando e raccogliendo in gran copia. Si arrivò finalmente il dì 3 novembre in Firenze, di donde non ci siamo più mossi, e dove ritrovai il vivo tesoro della lingua, che non poco mi compensò delle tante perdite d’ogni sorte che dovei sopportare in Francia. Capitolo vigesimoterzo A poco a poco mi vo rimettendo allo studio. Finisco le traduzioni. Ricomincio a scrivere qualche coserella di mio, trovo casa piacentissima in Firenze; e mi do al recitare. Appena  giunto  in  Firenze,  ancorché  per  quasi  un  anno  non  vi  si potesse  trovar  casa  che  ci  convenisse,  tuttavia  il  sentir  di  nuovo  parlare quella sì bella, e a me sì preziosa lingua, il trovar gente qua e là che mi andava parlando delle mie tragedie, il vederle qua e là (benché male), pure frequentemente recitate, mi ridestò qualche spirito letterario, che nei due ultimi decorsi anni mi si era presso che spento nel core. La prima coserella, che mi venne ideata e fatta di mio (dopo quasi tre anni che non avea più composto nulla fuorché qualche rime) fu l’Apologia del re Luigi XVI, che scrissi nel decembre di quell’anno. Successivamente poi riprese caldamente le due traduzioni che sempre camminavan di fronte, il Terenzio e l’Eneide,
Vita di Vittorio Alfieri