scabro

[scà-bro]
In sintesi
ruvido; essenziale
1
Non liscio in superficie, caratterizzato da irregolarità; ruvido, scabroso: muro, intonaco s. || lett. Di terreno, roccioso, aspro, brullo
2
fig. Privo di orpelli, semplice, essenziale: una prosa scabra

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Poemi conviviali – L’ultimo viaggio 40 fuori del mare, come il vecchio remo scabro di salsa gromma, che piantato lungi avea dalle salse aure nel suolo, e strettolo, ala, tra le glebe gravi. E il grigio capo dell’Eroe tremava, avanti al mormorare della fiamma, come là, nella valle solitaria, quel remo al soffio della tramontana.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
postomi Fedro in mano, con molta sorpresa sua e rossore mio, vide e mi disse che non l’intendeva, ancorché l’avessi già spiegato in età di dieci anni; ed in fatti provandomici a leggerlo traducendolo in italiano, io pigliava dei grossissimi granchi, e degli sconci equivoci. Ma il valente pedagogo, avuto ch’egli ebbe così ad un tempo stesso il non dubbio saggio e della mia asinità, e della mia tenacissima risoluzione, m’incoraggì molto, e in vece di lasciarmi il Fedro mi diede l’Orazio, dicendomi: “Dal difficile si viene al facile; e così  sarà  cosa  più  degna  di  lei.  Facciamo  degli  spropositi  su  questo scabrosissimo  principe  dei  lirici  latini,  e  questi  ci  appianeran  la  via  per scendere  agli  altri”.  E  così  si  fece;  e  si  prese  un  Orazio  senza  commenti nessuni; ed io spropositando, costruendo, indovinando, e sbagliando, tradussi a voce tutte l’Odi dal principio di gennaio a tutto il marzo. Questo studio  mi  costò  moltissima  fatica,  ma  mi  fruttò  anche  bene,  poiché  mi rimise in grammatica senza farmi uscire di poesia. In quel frattempo non tralasciava però di leggere e postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone qualcuno dei nuovi, come il Poliziano, il Casa,  e  ricominciando  poi  da  capo  i  primari;  talché  il  Petrarca  e  Dante nello spazio di quattr’anni lessi e postillai forse cinque volte. E riprovandomi di tempo in tempo a far versi tragici, avea già verseggiato tutto il Filippo. Ma benché fosse venuto alquanto men fiacco e men sudicio della Cleopatra, pure quella versificazione mi riusciva languida, prolissa, fastidiosa e triviale. Ed in fatti quel primo Filippo, che poi alla stampa si contentò di annoiare il pubblico con soli millequattrocento e qualche versi, nei due primi tentativi pertinacemente volle annoiare e disperare il suo autore con più di due  mila  versi,  in  cui  egli  diceva  allora  assai  meno  cose,  che  nei millequattrocento dappoi. Quella lungaggine e fiacchezza di stile, ch’io attribuiva assai più alla penna mia che alla mente mia, persuadendomi finalmente ch’io non potrei mai dir bene italiano finché andava traducendo me stesso dal francese, mi fece  finalmente  risolvere  di  andare in  Toscana  per  avvezzarmi  a  parlare, udire, pensare, e sognare in toscano, e non altrimenti mai più. Partii dunque nell’aprile del ’76, coll’intenzione di starvi sei mesi, lusingandomi che basterebbero a disfrancesarmi. Ma sei mesi non disfanno una triste abitudine di dieci e più anni. Avviatomi alla volta diPiacenza e di Parma, me n’andava a passo tardo e lento, ora in biroccio, ora a cavallo, in compagnia de’ miei poetini tascabili, con pochissimo altro bagaglio, tre soli cavalli, due
Vita di Vittorio Alfieri
persona  nessuna,  un  sì  nefando  amore.  In  somma  l’ideai  a  bella  prima, ch’ella dovesse nella mia tragedia operare quelle cose stesse, ch’ella in Ovidio descrive; ma operarle tacendole. Sentii fin da quel punto l’immensa difficoltà  ch’io  incontrerei  nel  dover  far  durare  questa  scabrosissima fluttuazione dell’animo di Mirra per tutti gl’interi cinque atti, senza accidenti accattati d’altrove. E questa difficoltà che allora vieppiù m’infiammò, e  quindi  poi  nello  stenderla,  verseggiarla,  e  stamparla  sempre  più  mi  fu sprone a tentare di vincerla, io tuttavia dopo averla fatta, la conosco e la temo quant’ella s’è; lasciando giudicar poi dagli altri s’io l’abbia saputa superare nell’intero, od in parte, od in nulla. Questi tre nuovi parti tragici mi raccesero l’amor della gloria, la quale io non desiderava per altro fine oramai, se non se per dividerla con chi mi era più caro di essa. Io dunque allora da circa un mese stava passando i miei giorni beati, e occupati, e da nessunissima amarezza sturbati, fuorché dall’anticipato orribile pensiero che al più al piùfra un altro mesetto era indispensabile il separarci di nuovo. Ma, quasi che questo sovrastante timore non fosse bastato egli solo a mescermi infinita amarezza al poco dolce brevissimo  ch’io  assaporava,  la  fortuna  nemica  me  ne  volle  aggiungere  una dose non piccola per farmi a caro prezzo scontare quel passeggero sollievo. Lettere di Siena mi portarono nello spazio di otto giorni, prima la nuova della morte del fratello minore del mio Gori, e la malattia non indifferente di esso; successivamente le prossime nuove mi portarono pur anche la morte di esso in sei soli giorni di malattia. Se io non mi fossi trovato con la mia donna al ricevere questo colpo sì rapido ed inaspettato, gli effetti del mio giusto  dolore  sarebbero  stati  assai  più  fieri  e  terribili.  Ma  l’aver  con  chi piangere menoma il pianto d’assai. La mia donna conosceva essa pure e moltissimo amava quel mio Francesco Gori; il quale l’anno innanzi, dopo avermi accompagnato, come dissi, a Genova, tornato poi in Toscana erasi quindi portato a Roma quasi a posta per conoscerla, e soggiornatovi alcuni mesi l’aveva continuamente trattata, ed aveala giornalmente accompagnata nel visitare i tanti prodotti delle bell’arti di cui egli era caldissimo amatore e sagace conoscitore. Essa perciò nel piangerlo meco non lo pianse soltanto per me, ma anche per sé medesima, conoscendone per recente prova tutto il valore. Questa disgrazia turbò oltre modo il rimanente del breve tempo che si stette insieme; ed approssimandosi poi il termine, tanto più amata ed orribile ci riuscì questa separazione seconda. Venuto il temuto giorno, biso-
Vita di Vittorio Alfieri