sbalestrato

[ʃba-le-strà-to]
part. pass. di sbalestràre
In sintesi
disorientato

A
agg.

1
Disorientato, confuso, spaesato: questi ultimi avvenimenti ci hanno lasciato sbalestrati
2
Non equilibrato, incoerente, disordinato: è un ragazzo un po' s.; idee sbalestrate || Dissestato: un'azienda sbalestrata

B
s.m.

(f. -ta) Persona disordinata nelle idee, nel modo di vivere: è uno s.

Citazioni
aveva qualcosa lì! – e si picchiava la fronte dinanzi alla Grazia, fissandole gli occhi addosso come volesse mangiarsela, lei e la sua dote. Si scervellò un mese intero, col capo fra le mani, a cercare un bel titolo pel suo teatrino, qualcosa che pigliasse la gente per gli occhi e pei capelli, lì, nel cartellone dipinto e coi lumi dietro. – Le Marionette parlanti! – Sì, com’è vero ch’io mi appello Candeloro Bracone! parlanti e viventi meglio di voi e di me! Non deve passare un cane che abbia un soldo in tasca dinanzi al mio teatro, senza che dica: – Spendiamo l’osso del collo per andare a vedere cosa sa fare don Candeloro! L’oste veramente non si sarebbe lasciato prendere a quelle spampanate, perché sapeva che gli avventori serii preferiscono andare a bere il buon vino nel solito cantuccio oscuro; e del resto, lui voleva un genero con una professione da cristiano, come la sua, a mo’ d’esempio, e non un commediante con la zazzera inanellata, che parlava come un libro e gli incuteva soggezione. – Quello è un tizio che ci farebbe muovere a suo piacere come i burattini, te e me! – disse alla figliuola. – Bada ai fatti tuoi: le buone parole, qualche risatina anche, con gli avventori. E poi orecchie di mercante. Hai inteso? Ma il tradimento gli venne da un finestrino che dava sul palcoscenico, al quale la ragazza correva spesso di nascosto a mettere un occhio, e dove si scaldava il capo con tutte quelle storie di paladini e di principesse innamorate. Don Candeloro, dacché s’era dichiarato con lei, lasciava socchiusa apposta l’impannata, e le sfuriate di amore, Rinaldo e gli altri personaggi, le rivolgevano lassù; tanto che la ragazza ne andava in solluchero, e aveva a schifo poi di lavare i piatti e imbrattarsi le mani in cucina. “– Non pur me, ma infiniti signori questo amore ha fatto suoi vassalli, principessa adorata!...” – Tu non me la dai a intendere! – brontolava l’oste colla figliuola. – Che diavolo hai in testa? Mi sbagli il conto del vino... Gli avventori si lamentano... Questa storia non può durare. La catastrofe avvenne alla gran scena in cui la bella Antinisca ritorna alla città di Presopoli, e Guerino “quando la vidde” dice la storia “s’accese molto più del suo amore”. Smaniava per la scena, sbalestrando le gambe di qua e di là, alzando tratto tratto le braccia al cielo, squassando il capo quasi colto dal mal nervoso. Diceva, con la bella voce cantante di don Candeloro: “– O Dio, dammi grazia ch’io mi possa difendere da questa fragil carne, tanto ch’io trovi il padre mio, e la mia generazione.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
Allora vuol dire che non arriveremo mai a prendere il mestolo in mano, né voi né io! Fra Giobattista, rassegnato invece, si stringeva nelle spalle. – Eh, tenere il mestolo... al giorno d’oggi... È un affare serio... Ci vuol prudenza... ci vuol giustizia... ci vuol carità. – Tante belle cose. – E al Padre Lettore: – Non dubitate. Il vostro tempo è venuto. Ci vogliono uomini di testa e di lettere adesso. E senza di voi... Guardate, mettessero anche l’ultimo del convento a quel posto, mettessero me, guardate... Senza il vostro aiuto che potrei fare? – E dare perfino ragione a fra Mansueto, ch’era il capo dei malcontenti. – Ci vuol politica... Chiudere un occhio. Non siamo più ai tempi che il guardiano faceva il commissario di polizia. In verità il povero guardiano aveva altro da fare adesso. La tremarella da una parte, e la bile che gli toccava ingoiare dall’altra, e far buon viso a chi gli mirava al cuore. Questo vuol dir politica, ora che il Santo Padre aveva mutato casacca, e il Re, Dio guardi, mandava truppe a far sacco e fuoco. Se la spuntava, bene. Ma se no, chi vi andava di mezzo per il primo era lui, padre Giuseppe Maria. Un calcio nella schiena, e lo sbalestravano chissà dove, a far penitenza, semplice fraticello, giacché i pochi a lui fedeli gli nicchiavano in mano anch’essi. Era quella famosa settimana santa del 48; le stesse funzioni sacre si trascinavano svogliate, la chiesa quasi vuota, tutta la gente in piazza dalla mattina alla sera, ad aspettare le notizie col naso in aria. Giungevano fuggiaschi, carri di masserizie che temevano il sacco anch’essi, e rivoltosi di tutte le fogge, che contavano d’aver fatto prodigi, e correvano ad aspettare i regi laggiù, a Palermo, per massacrarli tutti. Il sindaco, a buon conto, fece armare i galantuomini per tener d’occhio la roba del paese. La folla correva ogni tanto sulla collina del Calvario, in cima al villaggio, per vedere se era già cominciato il fuoco nella città laggiù, lontano, in fondo alla pianura verde – uomini, donne, cappuccini anche, ciascuno pel suo motivo. Vito Scardo invece non si muoveva, badava alla chiesa, badava al convento, badava ad aggiustare le sue faccende con questo e con quello, a quattr’occhi, intanto che fra Mansueto e il Padre Lettore perdevano il tempo a vendersi vesciche per lanterne l’un l’altro, o a correre lassù al Calvario a cercar notizie e le stelle di mezzogiorno. – Signori miei, badate a quel che fate! – ammoniva Vito Scardo. – Vincano questi, vincano quegli altri, badate a quel che fate!
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga