savio

[sà-vio]
In sintesi
equilibrio mentale e morale
← dal provenz. savi, sabi, che è dal lat. volg. *sapĭu(m), deriv. di sapĕre ‘essere saggio’.

A
agg.

1
Che è ritenuto mentalmente sano: agire, parlare da uomo s., non da folle
2
Che mostra buon senso, avvedutezza, discernimento: è una ragazza savia || Quieto, giudizioso, spec. riferito ai bambini: cerca di essere s.! || Che rivela saggezza: una proposta savia; un pensiero s. SIN. assennato CONT. avventato
3
ant. Dotto, sapiente || ant. Savia donna, levatrice

B
s.m.
(f. -via)

1
Chi è ritenuto in pieno possesso delle facoltà mentali
2
Persona assennata, accorta, saggia: oggi non invidio più né stolti né savi (Leopardi)
3
estens. Uomo di grande esperienza, ricco di sapienza: i grandi savi dell'India; i Sette Savi della Grecia antica || per anton. Il Savio, Salomone
4
ST Nel Medioevo e nel Rinascimento, uomo chiamato a ricoprire cariche pubbliche con funzioni consultive: il consiglio dei savidim. savierèllo || accr. saviòtto

Citazioni
fatica per questa sera, essendoci massimamente tanti omini, che non è pericolo  che  manchin  giochi.”  “Così  faremo,”  rispose  la  signora  Emilia;  ed imponendo silenzio a madonna Costanza, si volse a messer Cesare Gonzaga, che le sedeva a canto, e gli commandò che parlasse; ed esso così cominciò: VIII “Chi vol con diligenzia considerar tutte le nostre azioni, trova sempre in esse varii diffetti; e ciò procede perché la natura, così in questo come nell’altre cose varia, ad uno ha dato lume di ragione in una cosa, ad un altro in un’altra: però interviene che, sapendo l’un quello che l’altro non sa ed essendo ignorante di quello che l’altro intende, ciascun conosce facilmente l’error del compagno e non il suo, ed a tutti ci pare essere molto savi, e forse più in quello in che più siamo pazzi; per la qual cosa abbiam veduto in questa casa esser occorso che molti, i quali al principio son stati reputati savissimi, con processo di tempo si son conosciuti pazzissimi; il che d’altro non è proceduto che dalla nostra diligenzia. Ché, come si dice che in Puglia circa gli atarantati, s’adoprano molti instrumenti di musica e con varii suoni si va investigando, fin che quello umore che fa la infirmità, per una certa convenienza ch’egli ha con alcuno di que’ suoni, sentendolo, sùbito si move e tanto agita lo infermo, che per quella agitazion si riduce a sanità, così noi, quando abbiamo sentito qualche nascosa virtù di pazzia, tanto sottilmente e con tante varie persuasioni l’abbiamo stimulata e con sì diversi modi, che pur al fine inteso abbiamo dove tendeva; poi, conosciuto lo umore, così ben l’abbiam agitato, che sempre s’è ridutto a perfezion di publica pazzia; e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la minera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti maravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato possa multiplicar quasi in infinito. Però vorrei che questa sera il gioco nostro fusse il disputar questa materia e che ciascun dicesse: avendo io ad impazzir publicamente, di che sorte di pazzia si crede ch’io impazzissi e sopra che cosa, giudicando questo esito per le scintille di pazzia che ogni dì si veggono di me uscire; il medesimo si dica de tutti gli altri,  servando  l’ordine  de’  nostri  giochi,  ed  ognuno  cerchi  di  fondar  la opinion sua sopra qualche vero segno ed argumento. E così di questo nostro gioco ritraremo frutto ciascun di noi di conoscere i nostri diffetti, onde Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Scena 9 La contessa Isabella ed il Dottore. Isabella Dottore Isabella Dottore Isabella Dottore Isabella Non mi parlate piú di riconciliarmi con Doralice, perché è impossibile. Ella ha ragione, signora contessa. Può darsi una impertinente maggiore di questa? È una petulante. Assolutamente, assolutamente, la voglio fuori di questa casa. Savissima risoluzione. Io sono la padrona.
La Famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni
lo suo cerchio; l’altra sì è che sopra tutti li altri pianeti esso è alto. E queste due proprietadi sono ne l’Astrologia: ché nel suo cerchio compiere, cioè ne lo apprendimento di quella, volge grandissimo spazio di tempo, sì per le sue [dimostrazioni], che sono più che d’alcuna de le sopra dette scienze, sì per la esperienza che a ben giudicare in essa si conviene. E ancora è altissima di tutte le altre, però che, sì come dice Aristotile nel cominciamento de l’Anima, la scienza è alta di nobilitade per la nobilitade del suo subietto e per la sua certezza; e questa più che alcuna de le sopra dette è nobile e alta per nobile e alto subietto, ch’è de lo movimento del cielo; e alta e nobile per la sua certezza, la quale è sanza ogni difetto, sì come quella che da perfettissimo e regolatissimo principio viene. E se difetto in lei si crede per alcuno, non è da la sua parte, ma, sì come dice Tolomeo, è per la negligenza nostra, e a quella si dee imputare. XIV Appresso le comparazioni fatte de li sette primi cieli, è da procedere a li altri, che sono tre, come più volte s’è narrato. Dico che lo Cielo stellato si puote comparare a la Fisica per tre proprietadi, e a la Metafisica per altre tre: ch’ello ci mostra di sé due visibili cose, sì come le molte stelle, e sì come la Galassia, cioè quello bianco cerchio che lo vulgo chiama la Via di Sa’Iacopo; e mostraci l’uno de li poli, e l’altro tiene ascoso; e mostraci uno suo movimento, da oriente ad occidente, e un altro, che fa da occidente ad oriente, quasi ci tiene ascoso. Per che per ordine è da vedere prima la comparazione de la Fisica, e poi quella de la Metafisica. Dico che lo Cielo stellato ci mostra molte stelle: ché, secondo che li savi d’Egitto hanno veduto, infino a l’ultima stella che appare loro in meridie, mille ventidue corpora di stelle pongono, di cui io parlo. Ed in questo ha esso grandissima similitudine con la Fisica, se bene si guardano sottilmente questi  tre  numeri,  cioè  due  e  venti  e  mille.  Ché  per  lo  due  s’intende  lo movimento locale, lo quale è da uno punto ad un altro di necessitade. E per lo venti significa lo movimento de l’alterazione; ché, con ciò sia cosa che, dal diece in su, non si vada se non esso diece alterando con gli altri nove e con se stesso, e la più bella alterazione che esso riceva sia la sua di se medesimo, e la prima che riceve sia venti, ragionevolemente per questo numero lo detto movimento significa. E per lo mille significa lo movimento del crescere; ché in nome, cioè questo “mille”, è lo maggiore numero, e più crescere non si può se non questo multiplicando. E questi tre movimenti soli mostra la Fisica, sì come nel quinto del primo suo libro è provato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
“Spirto”, diss’io, “che per salir ti dome, se tu se’ quelli che mi rispondesti, 105 fammiti conto o per luogo o per nome”. “Io fui sanese”, rispuose, “e con questi altri rimendo qui la vita ria, lagrimando a colui che sé ne presti. Savia non fui, avvegna che Sapìa 110 fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia. E perché tu non creda ch’io t’inganni, odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle, già discendendo l’arco d’i miei anni. 115 Eran li cittadin miei presso a Colle in campo giunti co’ loro avversari, e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Manfredi Adimari, Pagno Bordoni, Dino Compagni autore di questa Cronaca, e Dino di Giovanni, vocato Pecora, che furono da dì XV d’aprile a dì XV di giugno 1289. La cagione della discordia fu, che alcuni di loro voleano le castella del Vescovo, e spezialmente Bibiena bello e forte, alcuni no; né non voleano la guerra, considerando il male che di quella segue: pur infine per tutti si consentì di pigliarle, ma non per disfarle. E d’accordo rimisono in Dino Compagni, perché era buono e savio uomo, ne facesse quanto li paresse: il quale mandò per messer Durazzo, nuovamente fatto da lui cavaliere, e in lui commise conchiudesse il trattato col Vescovo il meglio potesse. Il Vescovo d’Arezo in questo mezo pensò, che se consentisse al trattato, sarebbe traditore; e però raunò i principali di sua parte, e quelli confortò prendessono accordo co’ Fiorentini: e che egli non volea perdere Bibbiena, e che la fusse afforzata e difesa; altrimenti prenderebbe accordo egli. Gli Aretini, sdegnati per le parole sue, perché ogni loro disegno si rompeva, ordinavano di farlo uccidere: se non che messer Guglielmo de’ Pazi, suo consorto,  che  era  nel  consiglio,  disse  che  sarebbe  stato  molto  contento l’avessono fatto, non l’avendo saputo; ma essendo richiesto non lo consentirebbe, ché non volea esser micidiale del sangue suo. Allora deliberarono di pigliarla eglino; e come disperati, sanza altro consiglio si misono in punto. Capitolo IX Sentitasi pe’ Fiorentini la loro diliberazione, i capitani e governatori della guerra tennono consiglio nella chiesa di san Giovanni, per qual via fusse il megliore andare, sì che fornire si potesse il campo di quel bisognasse. Alcuni lodavano l’andata per Valdarno, acciò che, andando per altra via, gli Aretini non cavalcassono quivi, e non ardessono i casamenti del contado: alcuni lodavano la via del Casentino, dicendo che quella era migliore via, assegnandone  molte  ragioni.  Uno  savio  vecchio,  chiamato  Orlando  da Chiusi, e Sasso da Murlo, gran castellani, temendo di loro deboli castella, dierono per consiglio si pigliasse quella via, dubitando che, se altra via si pigliasse, non fussono dagli Aretini disfatte, ché erano di lor contado; e messer Rinaldo de’ Bostoli, che era degli usciti d’Arezo, con loro s’accordò. Dicitori vi furono assai; le pallottole segrete si dierono: vinsesi d’andare per Casentino. Ma con tutto fusse più dubbiosa e pericolosa via, il meglio ne seguì.
Cronica di Dino Compagni
93 Quanto  uno  privato  erra  verso  el  principe  e  committe  crimen  lese maiestatis  volendo fare quello che appartiene al principe, tanto erra uno principe e committe  crimen lesi populi, faccendo quello che appartiene a fare al popolo e a’ privati: però merita grandissima riprensione el duca di Ferrara faccendo mercatantie, monopoli e altre cose meccaniche che aspettano a fare a’ privati. 94 Chi sta in corte de’ prìncipi e aspira a essere adoperato da loro, stia quanto può loro innanzi agli occhi, perché nascono spesso faccende che, vedendoti,  si  ricorda  di  te  e  spesso  le  commette  a  te;  le  quali,  se  non  ti vedessi, commetterebbe a un altro. 95 Bestiale  è  quello  che,  non  conoscendo  e  pericoli,  vi  entra  drento inconsideratamente; animoso quello che gli conosce, ma non gli teme più che si bisogni. 96 E1 antico proverbio che tutti e savî sono timidi, perché conoscono tutti e pericoli, e però temono assai. Io credo che questo proverbio sia falso, perché non può più essere chiamato savio chi stima uno pericolo più che non merita essere stimato; savio chiamerò quello che conosce quanto pesi el pericolo e lo teme a punto quanto si debbe. Però più presto si può chiamare  savio  uno  animoso  che  uno  timido;  e  presupposto  che  tutt’a  dua vegghino assai, la differenza dall’uno all’altro nasce perché el timido mette a entrata tutti e pericoli che conosce che possono essere, e presuppone sempre el peggio de’ peggi; l’animoso, che ancora lui gli conosce tutti, considerando quanti se ne possino schifare dalla industria degli uomini, quanti ne fa smarrire el caso per se stesso, non si lascia confondere da tutti, ma entra nelle imprese con fondamento e con speranza che non tutto quello che può essere abbia a essere.
Ricordi di Francesco Guicciardini
E ser Mazzeo dice: — Monsignore lo re, la più bella istoria che sia in tutta la Bibbia è quando la reina di Saba, udendo la sapienza mirabile di Salamone, si mosse così  da  lungi  per  andare  a  vedere  le  terre  sue  e  lui  in  Egitto;  la  quale, giugnendo alle terre governate per Salamone, tanto trovava ogni cosa ragionevolmente disposta che quanto più vedea, più si maravigliava, e più s’infiammava di vedere Salamone, tanto che, giugnendo alla principal città, pervenne al suo palazzo, e di passo in passo ogni cosa mirando e considerando, vidde li servi e’ sudditi suoi molto ordinati e costumati; tanto che, giunta in su la gran sala, fece dire a Salamone come ella era e perché quivi venuta. E Salamone subito uscìo della camera e faglisi incontro; il quale la detta  reina  veggendo,  si  gittò  inginocchioni,  dicendo  ad  alta  voce:  “O sapientissimo re, benedetto sia il ventre  che portò tanta prudenza, quanta in te regna”. E qui ristette ser Mazzeo. Disse allora il re Federigo: — Be’, che vuoi tu dir, ser Mazzeo? E ser Mazzeo rispose: — Monsignor lo re, voglio dire che se questa reina comprese bene, per l’ordine e costume delle terre e de’ sudditi di Salamone, esser lui il più savio uomo del mondo; io per quella medesima forma posso considerare voi essere il più matto re che viva, pensando che io, vostro minimo servo, venendo con questo usato dono alla vostra maestà, li servi vostri m’abbino concio come voi vedete. Lo re, veggendo e considerando ser Mazzeo, lo consolò con parole, volendo sapere chi e come era stato, quelli tali fece dinanzi a sé venire, e corressegli e punì innanzi a ser Mazzeo, e del suo servizio gli cacciò; comandando a tutti gli altri che quando ser Mazzeo volesse venire a lui, giammai porta non gli fusse tenuta e sempre a lui facessono onore: e così seguirono di fare, maravigliandosi il detto del fine di sì notabile istoria, a proposito detta per un vecchierello a cui la mente già diffettava. Fu cagione questo ser Mazzeo, col suo dire, che questo re d’allora innanzi  tenne  molto  meglio  accostumata  la  sua  famiglia  che  prima  non tenea: ed è talor di necessità che si truovino uomeni di questa forma.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
legge l’Avarchide dell’Alamanni perch’è un’immagine fedelissima dell’Iliade? Ma l’avere queste cose in dispregio, e il ricercare quelle che ho dette più sopra, non ce l’hanno insegnato i romantici. Non hanno insegnato i romantici al Parini che si aprisse una nuova strada, al Metastasio e all’Alfieri che non somigliassero il Rucellai lo Speroni il Giraldi il Gravina, al Monti che non imitasse Dante ma l’emulasse. Sappiano i nuovi filosofi che oramai lo scagliarsi contro i pedanti è verissima e formale pedanteria, che o non essendoci più pedanti, o se ci sono non potendo più nulla, e il tartassargli essendo vano, perché ad essi non giova, agli altri non occorre, o le voci o le risa dei savi si volgeranno contro i successori de’ pedanti che sono i romantici, non per giovare a loro, che anche questo è impossibile, ma per rispetto degli altri, quantunque il bisogno sia poco; sappiano che la pedanteria non ha per natura d’essere quanto agli oggetti del suo culto o greca o latina o italiana soltanto, ma può essere, come in fatti è presentemente, inglese tedesca europea mondiale; ch’è del pari pedantesco l’abborrire ciecamente uno scrittore, e l’amarlo ciecamente; ch’è molto più pazzo e intollerabile il dispregiare uno scrittore insigne e venerato da tutto il mondo, che non l’adorarlo; si vergognino d’esser pronti a lodare chiunque citi in materia di poesia lo Schlegel il Lessing la Staël, e di schernire chi cita Aristotele Orazio Quintiliano; avvertano che se altri ride e se essi ridono di amplificazione di prosopopea di metonimia di protasi di epitasi e cose tali, non si sa perché non s’abbia da ridere di analogia di... e di idee che armonizzano insieme, e d’altre inarmoniche, e d’altre che simpatizzano; e chi vuole andar dietro a contare i vocaboli o i modi o le cose pedantesche e ridicole de’ libri romantici? i quali non va messo in dubbio che non sia più ristretto assunto il confutare che il deridere. Ma lasciamo queste inezie. Quanto debba o possa concedere il poeta alle credenze e ai costumi presenti, è un soggetto che ha mestieri d’essere trattato da altri filosofi, o chiarito da altri poeti che non sono i romantici e non sono io. Però non ci pongo bocca. E queste pochissime cose sieno dette intorno allo studio degli antichi; la qual materia vastissima e rilevantissima, non nego, anzi confesso e affermo spontaneamente che, non a caso, ma a bello studio, perché questo discorso non si trasmuti in un libro, lascio poco meno che intatta. Ma i romantici e fra i romantici il Cavaliere s’appoggiano forte a quello che il Cavaliere chiama patetico, distinguendolo con ragione dal tristo e lugubre o sia dal malinconico proprio, quantunque esso patetico abbia ordinariamente o sempre un colore di malinconia; e volendo che consista nel
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
non se gli senta in parte riconciliato; come nessuno è conosciuto da noi sì malvagio, che salutandoci cortesemente, non ci apparisca meno malvagio che innanzi. Le quali osservazioni vagliono a dimostrare la debolezza dell’uomo, non a giustificare né i malvagi né il mondo. XXVI L’inesperto della vita, e spesso anche l’esperto, in sui primi momenti che si conosce colto da qualche infortunio, massime dove egli non abbia colpa, se pure gli corrono all’animo gli amici e i familiari, o in generale gli uomini, non aspetta da loro altro che commiserazione e conforto, e, per tacere qui d’aiuto, che gli abbiano o più amore o più riguardo che innanzi; né cosa alcuna è sì lungi dal cadergli in pensiero, come vedersi, a causa della sventura occorsagli, quasi degradato nella società, diventato agli occhi del mondo quasi reo di qualche misfatto, venuto in disgrazia degli amici, gli amici e i conoscenti da tutti i lati in fuga, e di lontano rallegrarsi della cosa, e porre lui in derisione. Similmente, accadendogli qualche prosperità, uno de’ primi pensieri che gli nascono, è di avere a dividere la sua gioia cogli amici, e che forse di maggior contento riesca la cosa a loro che a lui; né gli sa venire in capo che debbano, all’annunzio del suo caso prospero, i volti de’ suoi cari distorcersi ed oscurarsi, e alcuno sbigottire; molti sforzarsi in principio di non credere, poi di rappiccinire nell’estimazione sua, e nella loro propria e degli altri, il suo nuovo bene; in certi, a causa di questo, intepidirsi l’amicizia, in altri mutarsi in odio; finalmente non pochi mettere ogni loro potere ed opera per ispogliarlo di esso bene. Così è l’immaginazione dell’uomo ne’ suoi concetti, e la ragione stessa, naturalmente lontana e aborrente dalla realtà della vita. XXVII Nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita. XXVIII Il genere umano e, dal solo individuo in fuori, qualunque minima porzione di esso, si divide in due parti: gli uni usano prepotenza, e gli altri la
Pensieri di Giacomo Leopardi
O vedi il mastro Manfurio che sen va? Lascialo col diavolo! Seguita il proposito incominciato: fermamoci cqua. Or dunque, ier sera, all’osteria del Cerriglio, dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che non avendo lo tavernaio del bisogno, lo mandaimo a procacciare altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate ed altre bagattelle da  passar  il  tempo.  Dopo  che  non  sapevamo  che  più  dimandare,  un  di nostri compagni finse non so che debilità; e l’oste essendo corso con l’aceto, io dissi: “Non ti vergogni, uomo da poco! camina, prendi dell’acqua namfa, di fiori di cetrangoli, e porta della malvasia di Candia”. Allora il tavernaio non so che si rinegasse egli, e poi comincia a cridare, dicendo: “In nome del diavolo, sete voi marchesi o duchi? sete voi persone di aver speso quel che avete speso? Non so come la farremo al far del conto. Questo che dimandate, non è cosa da osteria”. “Furfante, ladro, mariolo”, dissi io, “pensi ad aver a far con pari tuoi? tu sei un becco cornuto, svergognato”. “Hai mentito per cento canne”: disse lui. Allora, tutti insieme, per nostro onore, ci alzaimo di tavola, ed acciaffaimo, ciascuno, un spedo di que’ più grandi, lunghi da diece palmi... Buon principio, messere. ... li quali ancor aveano la provisione infilzata; ed il tavernaio corre a prendere  un  partesanone;  e  dui  di  suoi  servitori  due  spadi  rugginenti.  Noi, benché fussimo sei con sei spedi più grandi che non era la partesana, presimo delle caldaia, per servirne per scudi e rotelle... Saviamente. ... Alcuni si puosero certi lavezzi di bronzo in testa per elmetto over celata... Questa  fu  certo  qualche  costellazione  che  puose  in  esaltazione  i  lavezzi, padelle e le caldaie ... E cossì bene armati, reculando, ne andavamo defendendo e retirandoci per le scale in giù, verso la porta, benché facessimo finta di farci avanti... “Bel combattere! un passo avanti e dui a dietro, un passo avanti e dui a dietro”: disse il signor Cesare da Siena. ... Il tavernaio, quando ci vedde molto più forti, e timidi più del dovero, in loco di gloriarsi, come quel che si portava valentemente, entrò in non so che suspizione:... Ci sarebbe entrato Scazzolla. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Candelaio di Giordano Bruno
Iudit per inanimirla, chinata giù con la persona, teneva bassa una sporta per ricevere in essa il capo del sonnacchioso amante Oloferne. Storia che fu delle più belle e meglio condotte che il Francia facesse mai; la quale andò per terra nelle rovine di quello edifizio nella uscita de’ Bentivogli, insieme con un’altra storia sopra questa medesima camera, contraffatta di colore di bronzo, d’una disputa di filosofi molto eccellentemente lavorata et espressovi il suo concetto. Le quali opere furono cagione che M Giovanni e quanti eran di quella casa, lo amassino et onorassino; e dopo loro, tutta quella città. Fece nella cappella di Santa Cecilia, attaccata con la chiesa di San Iacopo, due storie lavorate in fresco, in una delle quali dipinse quando la Nostra Donna è sposata da Giuseppo e nell’altra fece la morte di Santa Cecilia, tenute cosa molto lodata da’ Bolognesi; e nel vero il Francia prese tanta pratica e tanto animo nel veder comparirsi a perfezzione l’opere che egli voleva, che e’ lavorò molte cose che io non ne farò memoria; bastandomi mostrare a chi vorrà veder l’opere sue, solamente le più notabili e le migliori. Né per questo la pittura gl’impedì mai che egli non seguitasse e la Zecca e l’altre cose delle medaglie, come e’ faceva sino da ‘l principio. Ebbe il Francia, secondo che si dice, grandissimo dispiacere de la partita di M Giovanni Bentivogli, il quale avendogli fatti tanti benefizii gli dolse infinitamente; ma pure come savio e costumato che egli era, attese d’opere sue. Fece dopo la sua partita di quello tre tavole, che andarono a Modena, in una delle quali era quando San Giovanni battezza Cristo, nell’altra una Nunziata bellissima, e nella ultima una Nostra Donna nell’aria con molte figure, la qual fu posta nella chiesa de’ frati de l’Osservanza. Spartasi dunque per cotante opere la fama di così eccellente maestro, facevano le città a gara per aver dell’opere sue. Laonde fece egli in Parma, ne’ frati di San Giovanni, una tavola con un Cristo morto in grembo alla Nostra Donna et intorno molte figure, tenuta universalmente cosa bellissima; e così, trovandosi serviti, i medesimi frati operorono che egli facesse un’altra a Reggio di Lombardia in uno luogo loro, dove egli fece una Nostra Donna con molte figure. A Cesena fece un’altra tavola pure per la chiesa di questi frati, e vi dipinse la Circoncisione di Cristo colorito vagamente. Né volsono avere invidia i Ferraresi a gli altri circonvicini, anzi diliberati ornare de le fatiche del Francia il lor duomo, gli allogarono una tavola, che vi fece su un gran numero di figure, e la intitolorono la tavola di Ogni Santi. Fecene in Bologna una in San Lorenzo, con una Nostra Donna e due figure per banda, e due putti sotto, molto lodata. Né ebbe appena finita questa, che
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
che a vederlo par fatto or ora; et imaginossi nel componimento di questa opera il dolore che hanno i parenti stretti nel riporre il corpo di quella persona più cara, nella quale veramente consista il bene, l’onore e l’utile della loro famiglia. E certamente chi considera la diligenzia, l’amore, l’arte e la grazia di questa opera, giustamente si maraviglia, perché ella fa stupire ognuno, con la dolcezza dell’arie nelle figure, la bellezza de’ panni e la bontà in ogni cosa. Finito questo lavoro se ne ritornò a Fiorenza, conoscendo l’utile dello studio che ci aveva fatto, et ancora trattovi dall’amicizia. E veramente per chi impara tali arti è Fiorenza luogo mirabile, per le concorrenze, per le gare e per le invidie, che sempre vi furono e molto più in que’ tempi. Gli fu da i Dèi, cittadini fiorentini, allogata una tavola, che andava alla cappella dell’altar loro in Santo Spirito; et egli la cominciò, et a buonissimo termine la condusse bozzata. E fece un quadro, che si mandò in Siena, il quale nella partita di Rafaello rimase a Ridolfo del Ghirlandaio, perch’egli finisse un panno azzurro che vi mancava. E questo avvenne perché Bramante da Urbino, essendo a’ servigi di Giulio II per un poco di parentela che avevano insieme e per essere di un paese medesimo, gli scrisse che aveva perato col papa che, volendo far certe stanze, egli potrebbe in quelle mostrare il valor suo. Piacque il partito a Rafaello, e lasciò l’opere di Fiorenza, trasferendosi a Roma; per il che la tavola de’ Dèi non fu più finita, e dopo la morte sua rimase a M Baldassarre da Pescia che la fece porre a una cappella fatta fare da lui nella pieve di Pescia. Giunto Rafaello a Roma trovò che gran parte delle camere di palazzo erano state dipinte, e tuttavia si dipignevano da più maestri; e così stavano come si vedeva, che ve n’era una che da Pietro della Francesca vi era una storia finita, e Luca da Cortona aveva condotta a buon termine una facciata, e Don Pietro della Gatta Abbate di San Clemente di Arezzo vi aveva cominciato alcune cose; similmente Bramantino da Milano vi aveva dipinto molte figure, le quali la maggior parte erano ritratti di naturale, che erano tenuti bellissimi. Laonde Rafaello nella sua arrivata avendo ricevute molte carezze da Papa Iulio cominciò nella camera della Segnatura una storia quando i teologi accordano la filosofia e l’astrologia con la teologia, dove sono ritratti tutti i savi del mondo e di certe figure abbigliò tal cosa, che alcuni astrologi di caratteri di geomanzia e d’astrologia cavano, et a i Vangelisti quelle tavole mandano. Et in fra costoro è un Diogene con la sua tazza a ghiacere in su le scalee, figura molto considerata et astratta, che per la sua bellezza e per lo suo abito così a·ccaso è degna d’essere lodata. Simile vi è Aristotile e Platone,
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Ei, di demenza orribile percosso, Com’ebbro il capo scuote, 125 E vorria pur vedere un po’ di rosso Ne l’òr de le sue ruote. Veglio! son pompe di ferocie vane In che il tuo cor si esala, E in van t’afforza a troncar teste umane 130 Quei che salvò i La Gala. Due tu spegnesti; e a la chiamata pronti Son mille, ancor più mille. I nostri padiglion splendon su i monti, Ne’ piani e per le ville, 135 Dovunque s’apre un’alta vita umana A la luce a l’amore: Noi siam la sacra legion tebana, Veglio, che mai non muore. Sparsa è la via di tombe, ma com’ara 140 Ogni tomba si mostra: La memoria de i morti arde e rischiara La grande opera nostra. Savi, guerrier, poeti ed operai, Tutti ci diam la mano: 145 Duro lavor ne gli anni, e lieve omai Minammo il Vaticano. Splende la face, e il sangue pio l’avviva; Splende siccome un sole: Sospiri il vento, e su l’antica riva 150 Cadrà l’orrenda mole. E tra i ruderi in fior la tiberina Vergin di nere chiome Al peregrin dirà: Son la ruina D’un’onta senza nome. 30 novembre 1868 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Giambi ed epodi di Giosue Carducci
blandi e quieti, ch’a lei simigliasse; e sì parean mirabili i suoi atti, ch’Amor pareva lì s’innamorasse. Oh come nello aspetto, in detti e ’n fatti, savia parea, con alto intendimento, pensando a’ suo’ sembianti ed a’ suoi tratti! Contemplando ad Amore il suo talento parea fermasse en la sua chiara luce: com’aquila a’ figliuo’ nel nascimento con amor mostra ond’ella li produce a seguir sua natura, così questa credo che faccia a chi la si fa duce. A rimirar contento questa onesta donna mi stava, che in atti dicesse parea parole assai piene di festa, come lo ’mmaginar par che intendesse.
Amorosa visione (testo A) di Giovanni Boccaccio
blandi e quieti, ch’a lei simigliasse; e sì parean mirabili i suoi atti, ch’Amor pareva lì s’innamorasse. Oh come nello aspetto, in detti e ’n fatti, savia parea, con alto intendimento, pensando a’ suo’ sembianti ed a’ suoi tratti! Contemplando ad Amore il suo talento parea fermasse en la sua chiara luce: com’aquila a’ figliuo’ nel nascimento con amor mostra ond’ella li produce a seguir sua natura, così questa credo che faccia a chi la si fa duce. A rimirar contento questa onesta donna mi stava, che in atti dicesse parea parole assai piene di festa, come lo ’mmaginar par che intendesse.
Amorosa visione - testo A di Giovanni Boccaccio
l’opererà ne’ bisogni; Pallade la dolcezza de’ suoi studi, i costui fatti sentendo,  d’animo  diventata  maggiore,  e  quelli  lascia  alcuna  volta;  e  Minerva robusta si fa mansueta intendendoli; e la fredda Diana ne ’ntiepidisce; e Appollo più focose porge le sue saette. Che più? I satiri, le ninfe, le driade e le naiade e qualunque altro semone, seguitandolo, se n’abelliscono, e udendoli piacciono a tutti. Adunque chi sarà colui che per altra sollecitudine ragionevolmente sotto sì alto duca dica non militare? Certo niuno; e se alcuno n’è, io non son esso. E se io il seguo, ché ’l séguito, sì come a lui e alla  mia  anima  piace,  per  donna,  alla  quale  simigliante  formare  la  savia natura né l’arte industriosa posero le sante mani, non i triunfi di Marte, non le lascivie di Bacco, non l’abondanze di Cerere, ma del mio prencipe le vittorie mi si fa di cantare. Delle quali il cielo e la terra sono pieni; e ènne il numero tale che più tosto delle stelle e delle marine arene si prenderia che di quelle. Per che con voce convenevole al mio umele stato, sanza paura di riprensione, non poeta, ma piuttosto amante, quella, di cui io sono, aiutandomi, canterò. E lasciando quel tempo, come se stato non fosse, nel quale Amore, forse con non giusto parere, mi parve grave, acciò che a coloro che gravoso il sostengono, porga di bene speranza, e diletto a chi lieto possiede i cari beni, la graziosa vista de’ suoi tesori, a me indegno mostrati in terra, racconterò nel mio verso. E però chi ama, ascolti; degli altri non curo: la loro sollecitudine gli abbia tutti. II Quella virtù che già l’ardito Orfeo mosse a cercar le case di Plutone, allor che forse lieta gli rendeo la cercata Erudice a condizione e dal suon vinto dell’arguto legno e dalla nota della sua canzone, per forza tira il mio debole ingegno a cantar le tue lode, o Citerea, insieme con le forze del tuo regno. Dunque per l’alto cielo, ove se’ dêa, per quella luce che più ti fa bella ch’altra a cui Febo del suo lume dèa, per lo tuo Marte, o graziosa stella,
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
ne? Se tu hai sentimento quanto solevi, non discerni tu che questo è luogo di corporal morte e di perdimento d’anima, che è molto peggio? Come ci se’ tu venuto, qual tracutanza t’ha qui guidato? Io, costui  udendo,  e  parendomi  nel  suo  sembiante  di  me  pietoso, prima ch’io potessi alla risposta avere la voce, dirottamente, di me stesso increscendomi, a piagnere cominciai. Ma, poi che alquanto sfogata fu la nuova compassione per le lagrime, raccolte alquanto le forze dell’animo in uno, con rotta voce e non senza vergogna, rispuosi: — Sí come io estimo, il falso piacere delle caduche cose, il quale più savio ch’io non sono già trasviò molte volte e forse a non minor pericolo condusse, qui, prima che io m’accorgessi dov’io m’andassi, m’ebbe menato: là dove in amaritudine incomportabile e senza speranza alcuna, da poi che io mi ci vidi, che è sempre stato di notte, dimorato sono. Ma, poi che la divina  grazia,  sí  come  io  credo,  e  non  per  mio  merito,  mi  t’ha  innanzi parato, io ti priego, se colui se’ il quale molte volte già in altra parte veder mi parve, che tu, per quello amore che alla comune patria dèi e appresso per quello d’Iddio per lo quale ogni cosa si dee, e se in te è alcuna umanità, che  di  me  t’incresca;  e,  se  sai,  m’insegni  com’io  di  luogo  di  tanta  paura pieno partir mi possa: dalla quale già sí vinto mi sento che appena conosco s’io o vivo o morto mi sono. Parvemi allora, nel viso guardandolo, che egli alquanto delle mie parole ridesse con seco stesso; e poi dicesse: — Veramente mi fa il qui vederti e le tue parole assai manifesto, se altrimenti nol conoscessi, te del vero sentimento essere uscito e non conoscere se vivo ti sii o morto; il quale se da te non avessi cacciato, ricordandoti quali occhi fossero quelli e di cui, la cui luce, secondo il vostro parlare, t’aperse il cammino che qui t’ha condotto, e fecetelo parere cosí bello, e conoscendo quanto già fossero a me, tu non avresti avuto ardire di pregarmi per la tua salute; ma, veggendomi, ti saresti ingegnato di fuggire per tema di non perderne alquanta che ancora t’è rimasa. E, se io fossi colui che io già fui, per certo non aiuto ti presterei ma confusione e danno, sí come a colui  che  ottimamente  l’hai  meritato.  Ma,  per  ciò  che  io,  poi  che  dalla vostra mortale vita sbandito fui, ho la mia ira in carità trasmutata, non sarà alla tua domanda negato il mio aiuto. Alle cui parole stando io attento quanto io poteva, come io udi’: “poi che dalla vostra mortale vita fui sbandito”, e di sùbito riconoscendo non
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  18 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio      Decameron – Giornata prima quasi vota, addivenne, sì come io poi da persona degna di fede sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a sì fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne tutte l’una all’altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadra onestà. Li nomi delle quali io in propria forma racconterei, se giusta cagione da dirlo non mi togliesse, la quale è questa: che io non voglio che per le raccontate cose da loro, che seguono, e per l’ascoltate nel tempo avvenire alcuna di loro possa prender vergogna, essendo oggi alquanto ristrette le leggi al piacere che allora, per le cagioni di sopra mostrate, erano non che alla loro età ma a troppo più matura larghissime; né ancora dar materia agl’invidiosi, presti a mordere ogni laudevole vita, di diminuire in niuno atto l’onestà delle valorose donne con isconci parlari. E però, acciò che quello che ciascuna dicesse senza confusione si possa comprendere appresso, per nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in tutto o in parte intendo di nominarle: delle quali la prima, e quella che di più età era, Pampinea chiameremo e la seconda Fiammetta, Filomena la terza e la quarta Emilia, e appresso Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile, e l’ultima Elissa non senza cagion nomeremo. Le quali, non già da alcuno proponimento tirate ma per caso in una delle parti della chiesa adunatesi, quasi in cerchio a seder postesi, dopo più sospiri lasciato stare il dir de’ paternostri, seco della qualità del tempo molte e varie cose cominciarono a ragionare. E dopo alcuno spazio, tacendo l’altre, così Pampinea cominciò a parlare: – Donne mie care, voi potete, così come io, molte volte avere udito che a niuna persona fa ingiuria chi onestamente usa la sua ragione. Natural ragione è, di ciascuno che ci nasce, la sua vita quanto può aiutare e conservare e difendere: e concedesi questo tanto, che alcuna volta è già addivenuto che, per guardar quella, senza colpa alcuna si sono uccisi degli uomini. E se questo concedono le leggi, nelle sollecitudini delle quali è il ben vivere d’ogni mortale, quanto maggiormente, senza offesa d’alcuno, è a noi e a qualunque altro onesto alla conservazione della nostra vita prendere quegli rimedii che noi possiamo? Ognora che io vengo ben raguardando alli nostri modi di questa mattina e ancora a quegli di più altre passate e pensando chenti e quali
Decameron di Giovanni Boccaccio
cosa,  e  un’altra  negli  atti mostrarne;  egli  non  t’è  bisogno  celarmi  quello che io, già sono più giorni, in te manifestamente conobbi. Ohimè!  che  quando  io  udii  così,  quasi  dolendomi  e  sperando  e crucciandomi, le dissi: — Dunque, se tu il sai, di che addimandi? A te più non bisogna se non celare quello che conosci. — Veramente — disse ella allora — celerò io quello che non è licito che altri sappia; e avanti s’apra la terra e me tranghiotta, che io mai cosa che a te torni a vergogna, palesi: gran tempo è che io a tenere celate le cose apparai.  E  perciò  di  questo  vivi  sicura,  e  con  diligenza  guarda  non  altri conosca quello che io, senza dirlomi tu o altri, ne’ tuoi sembianti ho conosciuto.  Ma,  se  quella  sciocchezza,  nella  quale  io  ti  conosco  caduta,  ti  si conviene, se in quel senno fossi nel quale già fosti, a te sola il lascerei a pensare, sicurissima che in ciò luogo il mio ammaestrare non avrebbe. Ma perciò che questo crudele tiranno, al quale, sì come giovine, non avendo tu presa guardia di lui, semplicemente ti se’ sommessa, suole insieme con la libertà il conoscimento occupare, mi piace di ricordarti e di pregarti che tu del casto petto esturbi e cacci via le cose nefande, e ispegni le disoneste fiamme, e non ti facci a turpissima speranza servente. E ora è tempo da resistere con forza, però che chi nel principio bene contrastette, cacciò il villano amore, e sicuro rimase e vincitore; ma chi con lunghi pensieri e lusinghe il nutrica, tardi può poi ricusare il suo giogo, al quale quasi volontario si sommise. — Ohimè — dissi io allora — quanto sono più agevoli a dire queste cose che a menarle ad effetto! — Come ch’elle sieno a fare assai malagevoli, pure possibili sono, — disse ella — e fare si convengono.  Vedi se l’altezza del tuo parentado, la gran  fama  della  tua  virtù,  il  fiore  della  tua  bellezza,  l’onore  del  mondo presente, e tutte quell’altre cose che a donna nobile debbono essere care, e sopra a tutte la grazia del tuo marito, da te tanto amato e tu da lui, per questa sola di perdere disideri. Certo volere nol dei, né credo che ’l vogli, se savia teco medesima ti consigli. Dunque, per Dio, ritienti, e i falsi diletti promessi dalla sozza speranza caccia via, e con essi il preso furore. Io supplicemente, per questo vecchio petto e nelle molte cure affaticato, dal quale tu prima li nutritivi alimenti prendesti, ti priego che tu medesima t’aiuti, e alli tuoi onori provvegga, e li miei conforti in questo non rifiutare: pensa che parte della sanità fu il volere essere guarita. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
di non vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi esser negato  il  suo  disio?  Ella  fu  femina  mentre  ella  ne  stette  in  forse  con isperanza. O re, tu credi apparecchiare fredde acque all’ardente fuoco, e tu v’aggiugni legne. Tu t’apparecchi di dare non conosciuti pensieri a’ due amanti sanza alcuna utilità di te o di loro, e affrettiti di pervenire a quel  punto  il  quale  tu  con  disio  ti  credi  più  fuggire.  Oh  quanto  più saviamente adoperresti lasciandoli semplicemente vivere nelle semplici fiamme, che voler loro a forza fare sentire quanto sieno amari o dilettevoli i sospiri che da amoroso martiro procedono! Elli amano ora tacitamente. Né niuno disidera più avanti che solo il viso, il quale per forza conviene che per troppa copia, se stare gli lascia, rincresca, però che delle cose di che l’uomo abondevole si truova sfastidiano. Ma che si può qui più dire, se non che il benigno aspetto, col quale la somma benivolenza riguarda la necessità  degli  abandonati,  non  volle  che  il  nobile  sangue,  del  quale Biancofiore era discesa, sotto nome d’amica divenisse vile, ma acciò che con matrimoniale nodo il suo onore si servasse, consentì che le pensate cose sanza indugio si mettessero in effetto? 10 Diede il giorno luogo alla sopravegnente notte, e le stelle mostrarono la lor luce, ma poi che Febo co’ tiepidi raggi recò nuovo splendore, il re fece a sé chiamare Florio, e con lieto viso ricevuto il suo saluto, a sé l’accolse, e così gli disse: — Bello figliuolo, a me sopra tutte cose caro, ascoltino le tue orecchi pazientemente  le  mie  parole;  e  i  miei  comandamenti,  i  quali  da  te debitamente deono essere osservati, per te sieno messi ad effetto. Con ciò sia cosa che niuna speranza rimasa fosse alla mia lunga età di gloria, agl’iddi piacque di donarmi te, in cui la mia speme, sanza fallo già secca, ritornò verde, e dissi: “Omai la fama del nostro antico sangue non perirà, poi che gl’iddi ci hanno conceduto degna erede”; e sopra te tutto il mio intendimento fermai, sì come sopra unico bastone della mia vecchiezza. E volendo che l’alto uficio a che gl’iddi t’hanno apparecchiato, sì come è a ornare la tua fronte di splendida corona degli occidentali regni, non patisse difetto di savio duca, ancora che io nella tua effigie conoscessi che  valoroso  uomo  dovevi  per  natura  pervenire,  nondimeno  con essaminato animo imaginai che per le accidentali scienze molto t’avanze-
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Come Ipolita trattò patti con Teseo e poi li si arrendé. 123 Poi che cotal sentenzia fu fermata, Ipolita due donne fé venire, Polisto e Dinastora, e informata ebbe ciascuna di ciò c’hanno a dire e poi che lor libertà ebbe data quanta ne bisognava a ciò fornire, disse: — Omai, donne, a vostra posta andate, ma sanza pace qui non ritornate. — Fur costoro a Teseo, e è con esse e dopo lungo d’una e d’altra cosa parlar, fermarsi che esso prendesse Ipolita per sua etterna sposa, e che la terra per lui si tenesse, sotto le leggi della valorosa Ipolita reina, e accordarsi con molti altri più patti e ritornarsi. Ipolita era a maraviglia bella e di valore accesa nel coraggio; ella sembiava matutina stella o fresca rosa del mese di maggio giovine assai e ancora pulcella, ricca d’avere, e di real legnaggio, savia e ben costumata, e per natura nell’armi ardita e fiera oltre misura. A cui le donne, da Teseo venute, e a molte altre i patti raccontaro, recando a tutte da Teseo salute; il che fu alle più grazioso e caro. E poi che fur le parole compiute, le donne l’arme di botto lasciaro, e ella comandò, per suo amore, ch’a Teseo e a’ suoi sia fatto onore.
Teseida di Giovanni Boccaccio
sono  reputati  diletti.  Certo  io  non  affermo  queste  cose  a  Dante  essere avvenute, ché nol so; come che vero sia che, o simili cose a queste, o altre che ne fosser cagione, egli, una volta da lei partitosi, che per consolazione de’ suoi affanni gli era stata data, mai né dove ella fosse volle venire, né sofferse che là dove egli fosse ella venisse giammai; con tutto che di più figliuoli egli insieme con lei fosse parente. Né creda alcuno che io per le su dette cose voglia conchiudere gli uomini non dover tôrre moglie; anzi il lodo molto, ma non a ciascuno. Lascino i filosofanti lo sposarsi a’ ricchi stolti,  a’  signori  e  a’  lavoratori,  e  essi  con  la  filosofia  si  dilettino,  molto migliore sposa che alcuna altra. Natura generale è delle cose temporali, l’una l’altra tirarsi di dietro. La familiar cura trasse Dante alla publica, nella quale tanto l’avvilupparono li vani onori che alli publici ofici congiunti sono, che, senza guardare donde s’era partito e dove andava con abandonate redine, quasi tutto al governo di quella si diede; e fugli tanto in ciò la fortuna seconda, che niuna legazion s’ascoltava, a niuna si rispondea, niuna legge si fermava, niuna se ne abrogava, niuna pace si faceva, niuna guerra publica s’imprendeva, e brievemente niuna diliberazione, la quale alcuno pondo portasse, si pigliava, se egli in ciò non dicesse prima la sua sentenzia. In lui tutta la publica fede, in lui ogni speranza, in lui sommariamente le divine cose e l’umane parevano esser fermate. Ma la Fortuna, volgitrice de’ nostri consigli e inimica d’ogni umano stato, come che per alquanti anni nel colmo della sua rota gloriosamente reggendo il tenesse, assai diverso fine al principio recò a lui, in lei fidantesi di soperchio. Era  al  tempo  di  costui  la  fiorentina  cittadinanza  in  due  parti perversissimamente  divisa,  e,  con  l’operazioni  di  sagacissimi  e  avveduti prencipi  di  quelle,  era  ciascuna  assai  possente;  intanto  che  alcuna  volta l’una  e  alcuna  l’altra  reggeva  oltre  al  piacere  della  sottoposta.  A  volere riducere ad unità il partito corpo della sua republica, pose Dante ogni suo ingegno,  ogni  arte,  ogni  studio,  mostrando  a’  cittadini  più  savi  come  le gran cose per la discordia in brieve tempo tornano al niente, e le picciole per la concordia crescere in infinito. Ma, poi che vide essere vana la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori ostinati, credendolo giudicio di Dio, prima propose di lasciar del tutto ogni publico oficio e vivere seco privatamente; poi dalla dolcezza della gloria tirato e dal vano favor popolesco e ancora dalle persuasioni de’ maggiori, credendosi, oltre a questo, se tempo gli occorresse, molto più di bene potere operare per la sua città, se nelle Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio
che vòto non fosse e rasciutto. Una guastadetta v’era assai picciola, e tutta piena di un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi ne volesse; e non istette guari che egli vide venire un uomo grande di statura, antico e con venerabile aspetto, il quale, riguardando le scatole ed il vassellamento dello spezial cattivello, e trovando quale vòto e quale versato e la maggior parte rotto, gli venne veduto la guastadetta che io dissi: per che,  postalasi  a  bocca,  tutto  quel  liquore  si  ebbe  tantosto  bevuto  sì  che gocciola non ve ne rimase; e dopo questo se ne uscì quindi, come gli altri avean fatto: della qual cosa pareva a messer Flaminio di maravigliarsi grandemente. Per che rivolto allo speziale, gli addimandava: – Maestro, questi chi è? e per qual cagione sì saporitamente l’acqua della guastadetta bevve egli tutta, la quale tutti gli altri aveano rifiutata? – A cui parea che lo speziale rispondesse: – Figliuolo, questi è messer Domeneddio; e l’acqua da lui solo bevuta e da ciascun altro, come tu vedesti, schifata e rifiutata fu la discrezione; la quale, sì come tu puoi aver conosciuto, gli uomini non vogliono assaggiare per cosa del mondo. – Questi così fatti sogni dico io bene potersi raccontare e con molta dilettazione e frutto ascoltare, perciocché più si rassomigliano a pensiero di ben desta che a visione di addormentata mente o virtù sensitiva che dir debbiamo: ma gli altri sogni senza forma e senza sentimento, quali la maggior parte de’ nostri pari gli fanno (perciocché i buoni e gli scienziati  sono,  eziandio  quando  dormono,  migliori  e  più  savi  che  i  rei  e  che gl’idioti), si deono dimenticare e da noi insieme col sonno licenziare. XIII E, quantunque niuna cosa paia che si possa trovare più vana de’ sogni, egli ce n’ha pure una ancora più di loro leggera; e ciò sono le bugie: perocché  di  quello  che  l’uomo  ha  veduto  nel  sogno  pure  è  stato  alcuna ombra e quasi un certo sentimento, ma della bugia né ombra fu mai né imagine alcuna. Per la qual cosa meno ancora si richiede tenere impacciati gli orecchi e la mente di chi ci ascolta con le bugie che co’ sogni, comeché queste alcuna volta siano ricevute per verità; ma a lungo andare i bugiardi non solamente non sono creduti, ma essi non sono ascoltati sì come quelli le parole de’ quali niuna sustanza hanno in sé né più né meno come s’eglino non favellassino ma soffiassino. E sappi che tu troverai di molti che mentono, a niun cattivo fine tirando né di proprio loro utile né di danno o di vergogna altrui, ma perciocché la bugia per sé piace loro come chi bee non
Galateo di Giovanni Della Casa
IL REMO CONFITTO E per nove anni al focolar sedeva, di sua casa, l’Eroe navigatore: ché più non gli era alcuno error marino dal fato ingiunto e alcuno error terrestre. Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra a poco a poco. Ora dovea la morte fuori del mare giungergli, soave, molto soave, e né coi dolci strali dovea ferirlo, ma fiatar leggiera sopra la face cui già l’uragano frustò, ma fece divampar più forte. E i popoli felici erano intorno, che il figlio, nato lungi alle battaglie, savio reggeva in abbondevol pace. Crescean nel chiuso del fedel porcaio fioridi i verri dalle bianche zanne, e nei ristretti pascoli più tanti erano i bovi dalle larghe fronti, e tante più dal Nerito le capre pendean strappando irsuti pruni e stipe, e molto sotto il tetto alto giaceva oro, bronzo, olezzante olio d’oliva. Ma raro nella casa era il convito, né più sonava l’ilare tumulto per il grande atrio umbratile; ché il vecchio più non bramava terghi di giovenco, né coscie gonfie d’adipe, di verro; amava, invano, la fioril vivanda, il dolce loto, cui chi mangia, è pago, né altro chiede che brucar del loto. Così le soglie dell’eccelsa casa or d’Odissèo dimenticò l’aedo dai molti canti, e il lacero pitocco, che l’un corrompe e l’altro orna il convito. E il Laertiade ora vivea solingo
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
la dura coda svincola, saluta il mondo bello. Prima, esso non c’era: 30 ci si ritrova: fiuta l’aria, fiuta la terra: all’aria sobbalzando avventa le brevi corna della fronte bruta; e con le zampe irrequiete tenta la terra. Il cielo è tutto pieno d’oro, Nelly, ed il suolo è tutto pien di menta. 35 Vuole empir della sua gioia il sonoro spazio, il vitello, e trae dalle profonde fauci un muglio arrotato, agro, di toro. Una giovenca lontana risponde. III 40 Dunque, Nelly, rimeni oggi un torello: savio, però, che sempre ha te di fronte con nella mano il grande albero snello. Arrivi a Castelvecchio, alla sua fonte nuova, perenne, a cui vengono in fila le gravi mucche nel calar dal monte. 45 Queste, da un canto, alla marmorea pila succhiano l’acqua; e quando alzano il collo, l’acqua dalle narici nere fila. Dall’altro, suona, empiendosi al rampollo vivo, la secchia: una fanciulla aspetta con sui riccioli bruni il suo corollo. A questa fonte, o Nelly, ora s’affretta il tuo torello, a bere: dalla piena conca l’acqua discende alla cunetta, così ch’ell’ha come un pulsar di vena.
Primi poemetti di Giovanni Pascoli
i  suoi  le  loro  saette,  ordinò  che  tutte  quelle  di  sua  gente  fossono  sanza cocca, e le corde di suoi archi con pallottiera, che poteano saettare le loro e quelle de Saracini. E ciò fatto, con ordine, a certo suo segno fatto montarono a cavallo, e aspramente assalirono i Saracini per modo che assai tosto gli mise in isconfitta e in fugga; ma molti Saracini vi furono morti e presi, e lasciarono tutto il loro campo e arnesi di grande ricchezza. E ciò fatto, quasi tutte  le  terre  di  Soria  e  di  Gerusalem  si  renderono  al  detto  Casano,  e divotamente  andò  a  visitare  il  santo  Sepolcro;  e  ciò  fatto,  non  potendo guari dimorare in Soria, convenendogli tornare in Persia al Turigi, per guerra  che  gli  era  cominciata  da  altri  signori  de’  Tartari,  sì  mandò  suoi ambasciadori in ponente a papa Bonifazio VIII, e al re di Francia, e agli altri re cristiani, che mandassono de’ signori e gente cristiana a ritenere le città e terre di Soria e della Terrasanta ch’egli avea conquistate; la quale ambasciata fue intesa, ma male messa a seguizione, perché per lo papa e per gli altri signori de’ Cristiani s’intendea più alle singulari guerre e quistioni tra·lloro, ch’al bene comune della Cristianità; che con poca gente e piccola spesa si racquistava e tenea per gli Cristiani la Terrasanta conquistata per Casano, la quale con grande vergogna, e non sanza merito di pena, per gli Cristiani s’abandonò. Onde partito di Soria il detto Casano, poco tempo appresso i Saracini si ripresono Gerusalem e l’altre terre di Soria. Il detto Casano fue figliuolo d’Argon Cane, onde addietro in alcuna parte facemmo menzione. Questi  fu  piccolo  e  isparuto  di  sua  persona,  ma  virtudioso  fu  molto,  e savio, e pro’ di sua persona, e aveduto in guerra, cortesissimo e largo donatore, amico grandissimo de’ Cristiani, e elli e molti di sua buona gente si fece per la fede di Cristo battezzare. E la cagione perché Casano divenne Cristiano nonn-è da tacere, ma da farne notabile memoria in questo nostro trattato  a  deficazione  della  nostra  fede,  per  lo  bello  miracolo  ch’avenne. Quando Casano fu fatto imperadore, si fece cercare per avere moglie per la più bella femmina che si trovasse, non guardandosi per tesoro o per altro, e però mandò suoi ambasciadori per tutto levante; e trovandosi la più bella la figliuola del re d’Erminia, e quella adimandata, il padre l’acettò, in quanto piacesse a la pulcella. Quella molto savia rispuose ch’era contenta al piacere del padre, salvo ch’ella volea essere libera di potere adorare e coltivare il nostro signore Gesù Cristo, bene che ’l marito fosse pagano; e così fu promesso e accettato per gli ambasciadori di Casano. Il re d’Erminia mandò la figliuola con frate Aiton suo fratello, e con altri frati e religiosi, e con ricca compagnia di cavalieri, e donne, e damigelle; e venuta a Casano, molto gli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
e dal fratello con sommo onore magnificati, lei exterminando e umiliando annullò,  e  quasi  a  extrema  perdizione  ricondusse.  Oltra  di  ciò  quante  e quali fussen le necessitadi e gli infortunî che lo avolo e ’l padre mio soffersono, lungo sarebbe a racontare. Vegno a me adunque, il quale, in quegli extremi anni che la recolenda memoria del vittorioso re Alfonso di Aragona passò da le cose mortali a più tranquilli secoli, sotto infelice prodigio di comete, di terremoto, di pestilenzia, di sanguinose battaglie nato, e in povertà, o vero, secondo i savî, in modesta fortuna nudrito, sí come la mia stella e i fati volsono, appena avea otto anni forniti che le forze di amore a sentire incominciai, e de la vaghezza di una picciola fanciulla, ma bella e leggiadra più che altra che vedere mi paresse giamai, e da alto sangue discesa, inamorato, con più diligenzia che ai puerili anni non si conviene, questo mio desiderio teneva occolto. Per la qual cosa colei, senza punto di ciò avvedersi, fanciullescamente meco giocando, di giorno in giorno, di ora in ora più con le sue eccessive bellezze le mie tenere medolle accendeva; intanto che con gli anni crescendo lo amore, in più adulta età et a li caldi desii più inclinata pervenimmo. Né per tutto ciò la solita  conversazione  cessando,  anzi  quella  ognor  più  domesticamente ristringendosi, mi era di maggiore noia cagione. Perché parendomi lo amore, la benivolenzia e la affezzione grandissima da lei portatami, non essere a quel fine che io avrei desiderato, e conoscendo me avere altro nel petto, che di  fuori  mostrare  non  mi  bisognava;  né  avendo  ancora  ardire  di discoprirmegli  in  cosa  alcuna  per  non  perdere  in  un  punto  quel  che  in molti anni mi parea avere con industriosa fatica racquistato, in sí fiera malinconia e dolore intrai che, ’l consueto cibo e ’l sonno perdendone, più a ombra di morte che a uom vivo assomigliava. De la qual cosa molte volte da lei domandato qual fusse la cagione, altro che un sospiro ardentissimo in risposta non gli rendea. E quantunque nel letticciuolo de la mia cameretta molte cose ne la memoria mi proponesse di dirli, nientedimeno quando in sua presenza era, impallidiva, tremava e diveniva mutolo; in maniera che a molti forse, che ciò vedeano, diedi cagione di sospettare. Ma lei, o che per innata bontà non se ne advedesse giamai, o che fusse di sí freddo petto che amore non potesse ricevere, o forse, quel che più credibile è, che fusse sí savia che migliore di me sel sapesse nascondere, in atti e in parole sovra di ciò  semplicissima mi si mostrava. Per la qual cosa io né di amarla mi sapea distraere, né dimorae in sí misera vita mi giovava. Dunque per
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
Ovvero  breve  introduzione  sui  motivi  di  queste  mie  Confessioni,  sul famoso  castello  di  Fratta  dove  passai  la  mia  infanzia,  sulla  cucina  del prelodato  castello,  nonché  sui  padroni,  sui  servitori,  sugli  ospiti  e  sui  gatti che  lo  abitavano  verso  il  1780.  Prima  invasione  di  personaggi;  interrotta qua  e  là  da  molte  savie  considerazioni  sulla  Repubblica  Veneta,  sugli  ordinamenti  civili  e  militari  d’allora,  e  sul  significato  che  si  dava  in  Italia alla  parola  «patria»,  allo  scadere  del  secolo  scorso.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
rimpatriare. Io crollava la testa perché omai la speranza mi era uscita affatto dal cuore: ma la Pisana mi dava sulla voce sclamando che era uno sciocco a scoraggiarmi a quel modo, e che eravamo abbastanza fortunati di camparla onestamente senza tante fatiche. Solamente talvolta nello sgridarmi di quella mia prostrazione d’animo ella punzecchiava alquanto col suo umorismo bizzarro e maligno di altri tempi. Ma non passava un minuto che si rifaceva buona e paziente, quasiché o il suo temperamento si fosse cambiato del tutto o avesse preso a dipendere dalla volontà e dalla ragione. Insomma vi saranno figli che costano molto alle madri, e amanti che deggiono assai alle amanti, e mariti che ebbero dalle spose le più grandi prove d’affetto, ma un uomo che riconosca da una donna maggiori beneficii che io dalla Pisana non è, credo, sì facile trovarlo. Né madre né amante né sposa potea fare di più per l’oggetto dell’amor suo. Se poi la sua condotta fosse giudicata anche a mio riguardo molto balzana e irregolata, e le fosse data taccia di pazza, come da taluno de’ suoi conoscenti di Venezia, appunto per la magnanima spensieratezza di tanti sacrifizi, io benedirei allora la pazzia e vorrei abbattere l’altare della sapienza per innalzarne un altro ad essa mille volte più santo e meritato. Ma pur troppo, essendo stabilito che i pochi debbano esser pazzi, e i savi i più, al tempo che corre vanno rinchiusi all’ospedale coloro che pensano prima alla generosità indi alla regolarità e all’interesse delle loro azioni. Se il cervello rispondesse meglio ai palpiti del cuore, e le braccia rispondessero ubbidienti più a questo che a quello, credete voi che tutto si avrebbe a rifare?... Oh no, la nostra storia si sarebbe chiusa con un magnifico «Fine»; e saremmo ora occupati, tutt’al più, in qualche gloriosa appendice. Pur troppo bisognerà cambiar strada; e il rinnovamento nazionale appoggiarlo necessariamente ad un concorso tale di interessi che lo dimostrino un ottimo capitale con grassi e sicuri dividendi. Questo pure non è possibile; ma qual differenza coi sublimi e generosi slanci d’una volta!... Un povero cieco, e una donna avvezza fin’allora a tutti i commodi dell’oziosa nobiltà veneziana, v’immaginerete dunque come potessero vivere in quel gran turbine soffocante e affaccendato che è Londra. I profughi politici non godevano d’un certo favore, né la moda ne avea fatto una specie curiosissima di bestie da serraglio. Ci facevano pagare perfin l’acqua che si beveva, e meno gli scarsi aiuti mandatici da casa, la Pisana a tutto dovea provvedere. Ma cosa son mai a Londra tre in quattrocento ducati che mi potevano capitare in un anno da Venezia o da Cordovado!... Miserie! Massi-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
69 Parigi intanto avea l’assedio intorno dal famoso figliuol del re Troiano; e venne a tanta estremitade un giorno, che n’andò quasi al suo nimico in mano: e se non che li voti il ciel placorno, che dilagò di pioggia oscura il piano, cadea quel dì per l’africana lancia il santo Imperio e ’l gran nome di Francia. 70 Il sommo Creator gli occhi rivolse al giusto lamentar del vecchio Carlo; e con subita pioggia il fuoco tolse: né forse uman saper potea smorzarlo. Savio chiunque a Dio sempre si volse; ch’altri non poté mai meglio aiutarlo. Ben dal devoto re fu conosciuto, che si salvò per lo divino aiuto. 71 La notte Orlando alle noiose piume del veloce pensier fa parte assai. Or quinci or quindi il volta, or lo rassume tutto in un loco, e non l’afferma mai: qual d’acqua chiara il tremolante lume, dal sol percossa o da’ notturni rai, per gli ampli tetti va con lungo salto a destra et a sinistra, e basso et alto. 72 La donna sua, che gli ritorna a mente, anzi che mai non era indi partita, gli raccende nel core e fa più ardente la fiamma che nel dì parea sopita. Costei venuta seco era in Ponente fin dal Cataio; e qui l’avea smarrita, né ritrovato poi vestigio d’ella che Carlo rotto fu presso a Bordella.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Dialoghi dell' arte della guerra    Libro primo  vita  non  solamente  militare,  ma  ancora  civile,  saviamente  da  uno sapientissimo uomo disputate, imparino. Dico pertanto che, tornando Fabrizio Colonna di Lombardia, dove più tempo aveva per il re cattolico con grande sua gloria militato, diliberò, passando per Firenze, riposarsi alcuno giorno in quella città, per vicitare la eccellenza del duca e rivedere alcuni gentili uomini co’ quali per lo addietro aveva tenuto qualche familiarità. Donde che a Cosimo parve convitarlo ne’ suoi orti, non tanto per usare la sua liberalità quanto per avere cagione di parlar seco lungamente, e da quello intendere ed imparare varie cose, secondo che da un tale uomo si può sperare, parendogli avere occasione di spendere  uno  giorno  in  ragionare  di  quelle  materie  che  allo  animo  suo sodisfacevano.  Venne  adunque  Fabrizio,  secondo  che  quello  volle,  e  da Cosimo  insieme  con  alcuni  altri  suoi  fidati  amici  fu  ricevuto,  tra’  quali furono Zanobi Buondelmonti, Batista della Palla e Luigi Alamanni, giovani tutti amati da lui e de’ medesimi studi ardentissimi, le buone qualità de’ quali,  perché  ogni  giorno  e  ad  ogni  ora  per  se  medesime  si  lodano, ommettereno.  Fabrizio  adunque  fu,  secondo  i  tempi  e  il  luogo,  di  tutti quegli onori che si poterono maggiori onorato; ma passati i convivali piaceri e levate le tavole e consumato ogni ordine di festeggiare, il quale, nel conspetto degli uomini grandi e che a pensieri onorevoli abbiano la mente volta si consuma tosto, essendo il dì lungo e il caldo molto, giudicò Cosimo, per sodisfare meglio al suo disiderio, che fusse bene, pigliando l’occasione dal  fuggire  il  caldo,  condursi  nella  più  segreta  e  ombrosa  parte  del  suo giardino. Dove pervenuti e posti a sedere, chi sopra all’erba che in quel luogo è freschissima, chi sopra a sedili in quelle parti ordinati sotto l’ombra d’altissimi arbori, lodò Fabrizio il luogo come dilettevole; e considerando particolarmente  gli  arbori  e  alcuno  di  essi  non  ricognoscendo  stava  con l’animo sopeso. Della qual cosa accortosi Cosimo, disse: “Voi per avventura non  avete  notizia  di  parte  di  questi  arbori;  ma  non  ve  ne  maravigliate, perché ce ne sono alcuni più dagli antichi, che oggi dal comune uso, celebrati”. E dettogli il nome di essi, e come Bernardo suo avolo in tale cultura si era affaticato, replicò Fabrizio: “Io pensava che fusse quello che voi dite e questo luogo e questo studio mi faceva ricordare d’alcuni principi del Regno, i quali di queste antiche culture e ombre si dilettano”. E fermato in su questo il parlare e stato alquanto sopra di sé come sospeso, soggiunse: “Se io non credessi offendere, io ne direi la mia opinione; ma io non lo credo fare,
Dialoghi dell arte della guerra di Niccolo Machiavelli
credere che alcuno di quelli re o di quelli popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli avessero sottomessi: come si vide che volle fare Mezio, il quale,  benché  subito  dopo  la  vittoria  de’  Romani  si  confessassi  vinto,  e promettessi la ubbidienza a Tullo, nondimeno nella prima espedizione che gli ebbero a convenire contro a’ Veienti, si vide come ei cercò d’ingannarlo; come quello che tardi si era avveduto della temerità del partito preso da lui. E perché di questo terzo notabile se n’è parlato assai, parlereno solo degli altri due ne’ seguenti duoi capitoli. XXIII Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; e, per questo, spesso il guardare i passi è dannoso. Non  fu  mai  giudicato  partito  savio  mettere  a  pericolo  tutta  la fortuna  tua  e  non  tutte  le  forze.  Questo  si  fa  in  più  modi.  L’uno  è faccendo come Tullo e Mezio, quando e’ commissono la fortuna tutta della patria loro, e la virtù di tanti uomini quanti aveva l’uno e l’altro di costoro negli eserciti suoi alla virtù e fortuna di tre de’ loro cittadini, che veniva a essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. Né si avvidono, come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori nell’ordinare la republica, per farla vivere lungamente libera e per fare i suoi cittadini difensori della loro libertà, era quasi che stata vana, stando nella potenza di sì pochi a perderla. La quale cosa da quelli re non poté essere peggio considerata. Cadesi ancora in questo inconveniente quasi sempre per coloro, che, venendo il nimico, disegnano di tenere i luoghi difficili, e guardare i passi: perché  quasi  sempre  questa  diliberazione  sarà  dannosa,  se  già  in  quello luogo difficile commodamente tu non potesse tenere tutte le forze tue. In questo caso, tale partito è da prendere; ma sendo il luogo aspro, e non vi potendo tenere tutte le forze, il partito è dannoso. Questo mi fa giudicare così lo esemplo di coloro, che, essendo assaltati da un inimico potente, ed essendo il paese loro circundato da’ monti e luoghi alpestri, non hanno mai tentato di combattere il nimico in su’ passi ed in su’ monti, ma sono iti a rincontrarlo di là da essi; o, quando non hanno voluto fare questo, lo hanno  aspettato  dentro  a  essi  monti,  in  luoghi  benigni  e  non  alpestri.  E  la cagione ne è stata la preallegata: perché, non si potendo condurre alla guar-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
ti, nascere accidente alcuno, che lui non avesse el remedio. Ma  quanto  allo  esercizio  della  mente,  debbe  il  principe  leggere  le istorie, e in quelle considerare le azioni degli uomini eccellenti; vedere come si sono governati nelle guerre; esaminare le cagioni delle vittorie e perdite loro, per potere queste fuggire, e quelle imitare; e, sopra tutto, fare come ha fatto per lo adrieto qualche uomo eccellente, che ha preso ad imitare se alcuno innanzi a lui è stato laudato e gloriato, e di quello ha tenuto sempre e’ gesti ed azioni appresso di sé: come si dice che Alessandro Magno imitava Achille; Cesare, Alessandro; Scipione, Ciro. E qualunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce di poi nella vita di Scipione quanto quella imitazione li fu di gloria, e quanto, nella castità, affabilità, umanità, liberalità Scipione si conformassi con quelle cose che di Ciro da Senofonte sono sute scritte. Questi  simili  modi  debbe  osservare  uno  principe  savio,  e  mai  ne’ tempi pacifici stare ozioso; ma con industria farne capitale, per potersene valere nelle avversità, acciò che, quando si muta la fortuna, lo truovi parato a resisterle. Capitolo XV De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur. Resta  ora  a  vedere  quali  debbano  essere  e’  modi  e  governi  di  uno principe con sudditi o con gli amici. E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi massime, nel disputare questa materia, dagli ordini degli altri. Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente  andare  drieto  alla  verità  effettuale  della  cosa,  che  alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. Lasciando, adunque, indrieto le cose circa uno principe imaginate, e
Il Principe di Niccolo Machiavelli
presono il nome dai Bianchi e Neri. Erano  capi  della  parte  bianca  i  Cerchi,  e  a  loro  si  accostorono  gli Adimari, gli Abati, parte de’ Tosinghi, de’ Bardi, de’ Rossi, de’ Frescobaldi, de’ Nerli e de’ Mannelli, tutti i Mozzi, gli Scali, i Gherardini, i Cavalcanti, Malespini,  Bostechi,  Giandonati,  Vecchietti  e  Arrigucci;  a  questi  si aggiunsono  molte  famiglie  populane,  insieme  con  tutti  i  Ghibellini  che erano in Firenze; tale che, per lo gran numero che gli seguivano, avevono quasi che tutto il governo della città. I Donati da l’altro canto, erano capi della parte nera, e con loro erano quella parte che delle sopranomate famiglie  a’  Bianchi  non  si  accostavano,  e  di  più  tutti  i  Pazzi,  i  Bisdomini,  i Manieri,  Bagnesi,  Tornaquinci,  Spini,  Buondelmonti,  Gianfigliazzi, Brunelleschi. Né solamente questo umore contaminò la città, ma ancora tutto il contado divise; donde che i Capitani di parte e qualunque era de’ Guelfi e della republica amatore temeva forte che questa nuova divisione non facesse, con rovina della città, risuscitare le parti ghibelline. E mandorono di nuovo a papa Bonifazio perché pensasse al rimedio, se non voleva che quella città, che era stata sempre scudo della Chiesa, o rovinasse o diventasse ghibellina. Mandò pertanto il Papa in Firenze  Matteo d’Acquasparta, cardinale Portuese, legato; e perché trovò difficultà nella parte bianca, la quale per parergli essere più potente temeva meno, si partì di Firenze sdegnato, e la interdisse; di modo che la rimase in maggiore confusione che la non era avanti la venuta sua. Capitolo XVII Essendo per tanto tutti gli animi degli uomini sollevati, occorse che ad uno mortoro trovandosi assai de’ Cerchi e de’ Donati vennono insieme a parole, e da quelle alle armi; dalle quali, per allora, non nacque altro che tumulti. E tornato ciascuno alle sue case, deliberorono i Cerchi di assaltare i Donati, e con gran numero di gente gli andorono a trovare; ma per la virtù di messer Corso furono ributtati e gran parte di loro feriti. Era la città tutta in arme; i Signori e le leggi erano dalla furia de’ potenti vinte; i più savi e migliori cittadini pieni di sospetto vivevano. I Donati e la parte loro temevono più, perché potevono meno; donde che, per provedere alle cose loro, si ragunò messer Corso con gli altri capi neri e i Capitani di parte; e convennono che si domandasse al Papa uno di sangue reale, che venisse a riformare  Firenze,  pensando  che  per  questo  mezzo  si  potesse  superare  i
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Scena ottava Messer Nicia solo (travestito) Messer Nicia. Quanti lezzi ha fatto questa mia pazza! Ella ha mandato le fante a casa la madre, e ‘l famiglio in villa. Di questo io la laudo; ma io non la lodo già che, innanzi che la ne sia voluta ire al letto, ell’abbi fatto tante schifiltà: Io non voglio!... Come farò io?... Che mi fate voi fare?... Ohimé, mamma mia!... E, se non che la madre le disse el padre del porro, la non entrava in quel letto. Che le venga la contina! Io vorrei ben vedere le donne schizzinose, ma non tanto, che ci ha tolto la testa, cervel di gatta! Poi  ch’i  dicessi:“Che  impiccata  sia  la  più  savia  donna  di  Firenze”  la direbbe:“ Che t’ho io fatto?”— Io so che la Pasquina enterrà in Arezzo, ed innanzi che io mi parta da giuoco, io potrò dire, come mona Ghinga: “Di veduta, con queste mani”. Io sto pur bene! Chi mi conoscerebbe? Io paio maggiore, più giovane, più scarzo: e’ non sarebbe donna, che mi togliessi danari di letto. Ma dove troverrò io costoro?
Mandragola di Niccolo Machiavelli
Anzi sì. Tu vuoi dir dei Todeschi: essi son quasi tutti fattori d’altri; e perciò si guardano di venire a te, come ti ho detto. Ma i mercatanti grandi, i padri dei denari, l’anguinaia che gli giunga da che vogliono che lo stato puttanesco dirivi da quel che ci danno a soldo a soldo: e per un che spenda, ce ne son venti che han sempre amannito “Io gli ho dati a usura, volli dire a cambio”, quando gli chiedi una cosa. Ma il tradimento è che falliscano coi sacchetti pieni, murandosi in casa o sepellendosi vivi ne le chiese; e poi dicano “La tal puttana mi ha rovinato”. Io ti consiglio, Pippa, a dargli la cassia: perché le menchione, non sapendo perché, tengano che sia gran riputazione la loro amicizia;  e  come  si  dice  “Chi  è  quello?”,  par  che  lo  intendere  che  sia mercatante le canonizzi per dee; ma non son tante cose, non, per l’animamia. Ve lo credo. Altro che guanti e lettere in mano e che anello in dito bisogna che mostrino al fatto nostro. Così credo io. Figliuola, io ti ho detto una leggenda da duchessa; e sappi che de le tue madri non ne nascano per le siepi; e non conosco predicatore in Maremma che ti avesse fatto il sermone che ti ho fatto io: e se lo terrai a mente, io voglio esser messa in gogna se non sei adorata per la più ricca e per la più savia cortigiana che fosse mai e che sia e che sarà; onde io morendo morrò contenta. E sappi che le puzze, i mocci, gli sputacci, i fastidi dei fiati, dei lezzi, de le bizzarrie e de le maladizioni dei tuoi amici son come il vino che ha la muffa: che chi ne bee tre dì si scorda del tufo. Ma odi anche due paroline circa due coselle. Circa quali? La prima è che non tenghi i guanciali di velluto suso i matarazzi di seta: che le  spuzzette  gittano  per  terra  facendo  stare  inginocchioni  chi  gli  favella (porche poltrone che vi morrete anco di fame ne le carrette). Doppo questo abbi discrezion ne le mani, e menale pei bossoletti bellamente, e non ti intonicare il viso a la lombardonaccia: un pochettin pochettin di rosso basta a cacciar via quel pallido che spesso spesso sparge ne le guance una mala notte, una indisposizione e il farlo troppo. Risciacquati la bocca la mattina a digiuno con l’acqua del pozzo; e se pur vuoi che la pelle ti si netti e stia lucida e sempre in uno essere, ti darò il libro da le mie recette, dove impararai a mantener la faccia e a far vaga la carne, e ti farò fare una acqua di talco mirabile; e per le mani ti darò una lavanda delicata delicatissima. Ho una cosa da tenere in bocca che, oltra che conserva i denti, converte il fiato in Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo di Pietro Aretino
Nell’ultimo quadro ci erano dipinti tutti i modi e tutte le vie che si può chiavare e farsi chiavare; e sono obligate le moniche, prima che le si mettino in campo con gli amici loro, di provare di stare negli atti vivi che stanno le dipinte: e questo si fa per non rimanere poi goffe nel letto, come rimangono alcune che si piantano là in quattro sanza odore e senza sapore, che chi ne gusta ne ha quel piacere che si ha di una minestra di fave sanza olio e sanza sale. Adunque bisogna una maestra che insegni la scrima? C’è bene la maestra che mostra a chi non sa come si deve stare, caso che la lussuria stimoli l’uomo sì che sopra una cassa, su per una scala, in una sede, in una tavola, o nello spazzo voglia cavalcarle; e quella medesima pacienza che ci ha chi ammaestra un cane, un pappagallo, uno stornello e una gazzuola, ha colei che insegna le attitudini alle buone moniche: e il giocar di mano con le bagattelle è meno difficile a imparare che non è lo accarezzare lo uccello sì che ancora che non voglia si rizzi in piedi. Certo? Certissimo. Ora, venuto a noia la dipintura e il ragionare e lo scherzare, come sparisce la strada dinanzi ai barberi che corrono il palio o, per dir meglio, la vacca dinanzi a coloro che sono confinati a mangiare in tinello, o vero le lasagne dinanzi alla fame contadina, sparvero lemoniche, i frati, i preti e i secolari, non lasciandoperciò i cherichetti né i fratini, né meno l’apportatore dei cotali di vetro. Solamente il baccelliere rimase meco: che sendo sola, quasi tremando restai muta; ed egli dicendomi “Suora Cristina” (che così fui rebattezzata tosto che ebbi lo abito indosso), “a me tocca menarvi alla cella vostra, nella quale si salva l’anima nei trionfi del corpo”, io volea  pur  stare  su  le  continenze:  onde  tutta  ritrosetta  in  contegno,  non rispondea  nulla;  ed  egli  presami  per  quella  mano  con  cui  io  teneva  il salsiccione di vetro, appena lo scampai che non gisse in terra, onde non potei  contenermi  di  non  ghignare:  talché  ‘l  padre  santo  prese  animo  di basciarmi; e io che era nata di madre di misericordia, e non di pietra, stetti ferma mirandolo con occhio volpino. Saviamente. E così mi lasciava guidare da lui come lo orbo dalla cagnola. Che più? Egli mi condusse in una cameretta posta nel mezzo di tutte le camere: le quali erano divise da un ordine di semplici mattoni; e così male incalcinate le commessure del muro, che ogni poco d’occhio che si dava ai fessi, si potea vedere ciò che si operava dentro gli alberghetti di ciascuna. Giunta ivi, il baccalaro appunto apriva la bocca per dirmi (credo io) che le mie bellezze
Ragionamento di Pietro Aretino
tanto io non mi pento d’avervi dato questo sinistro: e chi sa, se io ne ho a fare più alcuno altro? Ma, lasciando questo da parte, se io credessi che voi, fatto chiaro di quelle cose delle quali dite che ci addimandereste volentieri, pensaste di scrivere alcuna volta con quella lingua con la quale ragionate sempre, io direi che noi, o qui o in altro luogo dove a voi piacesse, insieme ci ritrovassimo medesimamente domani a questo fine. Ma io non lo spero, in maniera v’ho io conosciuto in ogni tempo lontano da questo consiglio. — Sicuramente — disse lo Strozza — così è stato di me come voi dite, infino a questo giorno, che non ho mai potuto volger l’animo allo scrivere in questa favella. Non perciò dovete voi di ragionarne meco rimanervi, che egli potrebbe bene avenire che io muterei sentenza, udendo le vostre ragioni. E domani che possiamo noi meglio fare, massimamente niuna cosa affare avendo, come  non  abbiamo?  se  costor  due  tuttavolta  maggiore opera non hanno a fornire, che m’abbia io —. I quali rispondendo che essi niuna ne aveano, e quando n’avesser molte avute, essi non sapeano che cosa si potesse per loro fare, che loro più piacesse che si facesse di questa, — Dunque, — disse mio fratello — poscia che voi il fate possibile, per me non voglio già io che rimanga, che non vi sia ogni occasion data, messer Ercole, della vostra falsa openione di dipartirvi —. E così conchiuso per ciascuno che il seguente giorno appresso desinare pure a casa mio fratello si venisse, essi da sedere si levarono, e preso da tutti il passo verso le scale, che alquanto lontane erano dalla parte, nella quale dimorando ragionato aveano, disse lo  Strozza:  —  Se  di  questo  dubbio  voi  mi  potete,  messer  Carlo,  così caminando far chiaro, ditemi: quando alcun fosse, il quale nello scrivere, né a quella antica toscana lingua, né a questa nuova in tutto tenendosi, delle quali disputato avete, ma dell’una e dell’altra le migliori parti pigliando, amendue le mescolasse e facessene una sua, non lo lodereste voi più che se egli non le mescolasse? — Io — disse mio fratello — il loderei, quando egli tuttavia facesse in modo che la sua mescolata lingua fosse migliore, che non è la semplice antica. Ma ciò sarebbe più malagevole affare, che altri per aventura non istima; con ciò sia cosa che il men buono aggiunto al migliore non lo può miglior fare di quello che egli è, men buono sì il fa egli sempre; ché  il  pane  del  grano  non  si  fa  miglior  pane  per  mescolarvi  la  saggina. Perché io per me non saprei lodare, messer Ercole, questo mescolamento —. Così detto, e scese le scale, e alle porte, che dal canto dell’acqua erano, pervenuti,  mio  fratello  si  rimase,  e  gli  tre,  in  una  delle  nostre  barchette saliti, si dipartirono. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 34 Pietro Bembo   Prose della volgar lingua   Libro secondo  � Secondo libro I Due sono, monsignor messer Giulio, per comune giudicio di ciascun savio, della vita degli uomini le vie; per le quali si può, caminando, a molta loda di sé con molta utilità d’altrui pervenire. L’una è il fare le belle e le laudevoli cose; l’altra è il considerare e il contemplare, non pur le cose che gli uomini far possono, ma quelle ancora che Dio fatte ha, e le cause e gli effetti loro e il loro ordine, e sopra tutte esso facitor di loro e disponitore e conservator Dio. Perciò che e con le buone opere, e in pace e in guerra, si fa in diversi modi e alle private persone e alle comunanze de’ popoli e alle nazioni giovamento, e per la contemplazione diviene l’uom saggio e prudente e può gli altri di molta virtù abondevoli fare similmente, loro le cose da sé trovate e considerate dimostrando. E in tanto furono l’una e l’altra per sé di queste vie dagli antichi filosofi lodata, che ancora la quistion pende, quale di loro preporre all’altra si debba e sia migliore. Ora se alle buone opere e alle belle contemplazioni la penna mancasse, né si trovasse chi le scrivesse, elle così giovevoli non sarebbono di gran lunga, come sono. Con ciò sia cosa che essendo lor tolto il modo del poter essere da tutte genti, e per molti secoli, conosciute, esse né con l’essempio gioverebbono né con l’insegnamento, se non in picciola e menomissima parte a rispetto di quel tanto, che far possono con la memoria e col testimonio degl’inchiostri; a’ quali, quando elle state sono raccomandate con vaga e leggiadra maniera, non solo gran frutto rendono, ma ancora maraviglioso diletto apportano alle umane menti, vaghe naturalmente sempre d’intendere e di sapere. Per la qual cosa primieramente da quelli d’Egitto infinite cose si scrissero, infinite poscia da’ Fenici, dagli Assirii, da’ Caldei e da altre nazioni sopra essi; infinite sopra tutto da’ Greci, che di tutte le scienze e le discipline e di tutti i modi dello scrivere stati sono grandi e diligenti maestri; infinite ultimatamente da’ Romani, i quali  co’  Greci garreggiarono  della  maggioranza  delle  scritture, istimando per aventura, sì come nelle arti della cavalleria e del signoreggiare fatto aveano, di vincernegli così in questa, nella quale tanto oltre andarono; che la latina lingua n’è divenuta tale, chente la vediamo. II È ora, monsignor messer Giulio, e a questi ultimi secoli successa alla latina lingua la volgare; et è successa così felicemente, che già in essa, non pur molti, ma ancora eccellenti scrittori si leggono, e nel verso e nella prosa. Perciò che da quel secolo, che sopra Dante infino ad esso fu, cominciando, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
uno degli altri acquisti, seguiterò, per non impedirlovi. Risposta. E perché si passa alla mutola il malvagio consiglio dato da Ubaldo, indotto dal Tasso per savio e fedele amico, a Rinaldo nel dipartirsi da Armida? Forestiero Se  avesse  detto  consiglio  d’uomo  poco  avveduto,  non  avrei  peraventura dato risposta per non contradire al giudizio del signor Flamminio Nobile, uomo dottissimo, che già tale nominò Ubaldo quando da prima vide il mio libro, quantunque avessi potuto; ma dicendo malvagio, si può rispondere che i malvagi consigli inducono a le cose malvagie, e questo non persuade alcuna malvagità. Dialogo. Ma in questa maniera del costume, osservantissimo, s’io non m’inganno, è stato il Tasso ec. Risposta. D’alcun di questi s’è già mostro il contrario. Se le dimostrazioni sono fatte, chi prenderà le machine per gittarle a terra? poi ch’io non posso riprovarle in altro modo che in quello nel quale stimo d’averle riprovate? Dialogo. I quali furono a punto o saggi, o forti, o audaci, o arditi, conservando la verità dell’istoria. Risposta.  L’audacia non fu riposta tra’ buoni costumi, essendo da bestie, non da persone. Se qui fosse l’oppositore, io gli chiederei se l’audacia fosse contraria a la fortezza. Risponderebbe, se non m’inganno, ch’è contraria; quantunque si legga appresso Platone che tutti i forti sono audaci, ma non tutti gli audaci forti. S’egli  con  Platone  rispondesse,  sarebbe  terminata  la  questione;  ma  con Aristotele rispondendo, io direi che i contrari sogliono essere intorno al medesimo subietto. Sogliono. Dunque, se l’una è da uomo, l’altra non è da bestia. Non è da bestia; tuttavia non si ripone fra i buoni costumi. Anzi è riposta: perché l’audacia imita la fortezza in quelle cose che può, e cerca d’assomigliarla; e i simili son riposti fra’ simili: Irim de coelo misit Saturnia Iuno audacem ad Rutulum. Segretario Dialogo. Quando non se gli attribuisca a fallo l’aver finto Rinaldo, tronco di casa d’Este, figliuolo di Bertoldo, aver militato nella guerra di Gerusalemme, ec. Risposta. Benché ci abbia esempi di questo vizio, non pur ne’ poeti, ma anco ne’ più illustri componitori di dialoghi, non resta che non sia vizio.
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
timento. Diceva ancora Socrate che l’uom dotto non devrebbe esser men savio de l’agricoltore, il quale non sparge que’ semi che gli son carissimi, e da’ quali aspetta preziosissimi frutti negli orti d’Adone, per coglierne fiori caduchi, la cui bellezza dura a pena otto giorni, o se mai è solito di ciò fare, ha risguardo ad alcuna solenne festa: per altro semina in campi fecondissimi, da’ quali ne lo spazio d’otto mese possa raccogliere i suoi frutti. Similmente l’uomo ch’abbia la scienza de le cose giuste e de l’ingiuste, non dee seminar con la penna i suoi concetti ne l’acqua negra, non potendo né darli aiuto contra il gielo o la tempesta né raccoglierne a bastanza la verità, ma dee spargere più tosto i semi de la sua dottrina negli animi gentili de’ ben disposti ascoltatori, i quali contra l’oblivione de la sopravegnente vecchiezza faranno quasi preciosa conserva de’ preziosissimi, nobilissimi tesori. Questa, o signor Danese, è l’opinione del re d’Eggitto, anzi di Socrate medesimo, il quale nulla scrisse, ma molto ragionò e con molti: e ne l’animo di Platone e di Senefonte e degli altri seminò quella dottrina la quale nudrisce ancora i nobilissimi intelletti di Grezia e d’Italia e di tutta l’Europa. T.T. Tuttavolta, se Platone o Senefonte non avessero scritta la sua opinione, noi, quasi  digiuni  e  famelici  del  cibo  intellettuale,  saressimo  privi  del  debito nutrimento. Fu dunque il parlar di Socrate necessario in quel secolo, non utile; ma più necessario lo scrivere di Platone o di Senefonte, perché la voce ha sempre bisogno de la scrittura; ma la scrittura basta a se medesima senza la voce: la voce è mobile imagine del concetto, le lettere sono quasi statue esimolacri saldissimi. Laonde io assomigliarei la voce ad un vento che non lassi alcun vestigio, o ad una nuvola che, portata da’ venti, tosto sparisca, o pure  ad  una  velocissima  nave  in  alto  mare;  ma  le  scritture  sono  a  guisa d’ancora che possa fermarla: e chi edifica con le parole senza lettere, fa uno edificio ruinoso ne l’arena; ma sovra le lettere s’edifica quasi in saldissima pietra. Oltre acciò la voce afferma e niega, e spesse volte è contraria a se medesima e commossa per timore e per amore e per odio e per misericordia, e da tutte le passioni è agitata; ma le lettere, che sogliono esser scritte con animo quieto e vacuo da le perturbazioni, dimostrano non l’animosità ma la verità, e sempre sono conformi a se stesse: quel ch’affermarono una volta affermano continuamente, usano nel negare la medesima costanza, fanno  presenti  i  lontani  e  quasi  vivi  i  morti:  e  questa  vince  ogni  altra maraviglia.  Incerte,  leggiere,  vane,  discordi,  tumultuose,  agitate  sono  le parole; certe, gravi, stabili, concordi a se medesme e vacue d’ogni perturbazione le scritture: amiche de l’opinione, de lo strepito e de l’applauso del volgo sono le parole, e co ‘l favore e quasi con l’aura popolare sono portate in alto e poi caggiono a guisa di foglie levate dal vento o pur di minuta polvere sovra i capi e sovra le corone ancora de gli altissimi re; ma spesso da
Il Cataneo overo de le conclusioni amorose di Torquato Tasso
Milano, 6 Febbraro 1799. Diriggi le tue lettere a Nizza di Provenza perch’io domani parto verso Francia; e chi sa? forse assai più lontano: certo che in Francia non mi starò lungamente. Non rammaricarti, o Lorenzo, di ciò; e consola quanto tu puoi la povera madre mia. Tu dirai forse ch’io dovrei fuggire prima me stesso, e che  se  non  v’ha  luogo  dov’io  trovi  stanza,  sarebbe  omai  tempo  ch’io m’acquetassi. È vero, non trovo stanza; ma qui peggio che altrove. La stagione, la nebbia perpetua, quest’aria morta, certe fisonomie – e poi – forse m’inganno – ma parmi di trovar poco cuore; nè posso incolparli; tutto si acquista; ma la compassione e la generosità, e molto più certa delicatezza di animo nascono sempre con noi, e non le cerca se non chi le sente. – Insomma domani. E mi si è fitta in fantasia tale necessità di partire, che queste ore d’indugio mi pajono anni di carcere. Malaugurato! perchè mai tutti i tuoi sensi si risentono soltanto al dolore, simili a quelle membra scorticate che all’alito più blando dell’aria si ritirano? goditi il mondo com’è, e tu vivrai più riposato e men pazzo. – Ma se a chi mi declama sì fatti sermoni, io dicessi: Quando ti salta addosso la febbre, fa che il polso ti batta più lento, e sarai sano – non avrebbe egli ragione da credermi farneticante di peggior febbre? come dunque potrò io dar leggi al mio sangue che fluttua rapidissimo? e quando urta nel cuore io sento che vi si ammassa bollendo, e poi sgorga impetuosamente; e spesso all’improvviso e talora fra il sonno par che voglia spaccarmisi il petto. – O Ulissi! eccomi ad obbedire alla vostra saviezza, a patti ch’io, quando vi veggo dissimulatori, agghiacciati, incapaci di soccorrere alla povertà senza insultarla, e di difendere il debole dalla ingiustizia; quando vi veggo, per isfamare le vostre plebee passioncelle, prostrati appiè del potente che odiate e che vi disprezza, allora io possa trasfondere in voi una stilla di questa mia fervida bile che pure armò spesso la mia voce e il mio braccio contro la prepotenza; che non mi lascia mai gli occhi asciutti nè chiusa la mano alla vista della miseria; e che mi salverà sempre dalla bassezza. Voi vi credete savi, e il mondo vi predica onesti: ma toglietevi la paura! – Non vi affannate dunque; le parti sono pari: Dio vi preservi dalle mie pazzie; ed io lo prego con tutta l’espansione dell’anima mia perchè mi preservi dalla vostra saviezza. E s’io scorgo costoro, anche quando passano senza vedermi, io corro subitamente a cercare rifugio nel tuo petto, o Lorenzo. Tu rispetti amorosamente le mie passioni, quantunque tu abbia sovente veduto il leone ammansarsi alla sola tua voce. Ma ora! Tu il vedi: ogni consiglio e ogni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
Il caso ch’io aveva invitato da burla, picchiò al mio uscio davvero. Or fu egli forse pazzia? spensieratezza? filosofia? pervicacia? – che fu egli mai, per cui quando La Fleur mi lasciò solo co’ miei pensieri, non v’era verso  che  potessi  darmi  ad  intendere  ch’io  non  doveva  pensare  come  io aveva parlato ad Eugenio? – E quanto alla Bastiglia! il terrore sta nel vocabolo – Datti anche per disperato, diss’io, la  Bastiglia non è se non un vocabolo invece di torre; e torre un altro invece di  casa donde non hai forza d’uscire – miserere de’ podagrosi! ci sono due volte l’anno – ma con nove lire al giorno, carta, penna, calamaio e pazienza, tu puoi ben anche a uscio chiuso passartela ragionevolmente – non foss’altro, per un mese, un mese e mezzo; dopo di che, se tu se’ un uomo dabbene, l’innocenza trionfa; e se entrasti buono e savio, n’esci migliore e savissimo. Fatti ch’ebbi questi conti, m’occorse di andare (nè mi ricordo perchè) nel cortile; so bensì ch’io scendeva per quella scala gloriandomi del vigore del mio raziocinio – Pèra il tetro pennello! diceva io baldanzoso – s’abbia chi vuole, ch’io non l’invidio, l’abilità di dipingere i guai della vita con sì orribile e lugubre colorito: lo spirito si lascia sbigottire dalle cose ch’ei funesta e magnifica da per sè; riducale alla tinta e alla forma lor naturale, e le guarderà appena. È vero! dissi io moderando la proposizione; la Bastiglia non è disgrazia da riderne – ma tranne quelle sue torri – appiana il fosso – togli le spranghe alle porte – chiamala solamente una clausura; e poni che tu se’ prigione, non della tirannide, ma d’un’infermità – la disgrazia si dimezza, e tu tolleri in pace l’altra metà. Fui nel fervore del soliloquio interrotto da una voce che mi parve rammarichio di bambino, e dolevasi: “Che non poteva uscir fuori” – Guardai lungo l’andito; non vidi nè uomo, nè donna, nè bambino; e non ci pensai più che tanto. Ritornando per l’andito, intesi dire e ridire le stesse parole, e alzando gli occhi vidi uno stornello in una gabbietta ivi appesa – I can’t get out – I can’t get out, dicea lo stornello: Non posso uscire – Non posso uscire. E stetti a mirarlo; e verso chiunque andava e veniva, quel tapinello dibattendo l’ali accorreva, e tuttavia lamentando con le stesse parole la sua schiavitù – I can’t get out, dicea lo stornello – Dio ti accompagni! esclamai, perch’io ti farò uscire, e costi che può. Andai attorno la gabbia a trovar lo sportello, ma era tortigliato e ritortigliato a tanti doppi di fil di ferro che
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
nobili feudatari sono esclusivamente tenuti a chiedere licenza al re di uscire per ogni minimo tempo dagli Stati suoi: e questa licenza si otteneva talvolta con qualche difficoltà, o sgarbetto, dal ministro, e sempre poi si ottenea limitata.  Quattro  o  cinque  volte  mi  era  accaduto  di  doverla  chiedere,  e benché sempre l’avessi ottenuta, tuttavia trovandola io ingiusta (poiché né i cadetti, né i cittadini di nessuna classe, quando non fossero stati impiegati, erano costretti di ottenerla) sempre con maggior ribrezzo mi vi era piegato, quanto più in quel frattempo mi si era rinforzata la barba. L’ultima poi, che mi era venuta chiesta, e che, come di sopra accennai mi era stata accordata con una spiacevol parola, mi era riuscita assai dura a inghiottirsi. Crescevano, oltre ciò, di giorno in giorno i miei scritti. La Virginia, ch’io avea distesa  con  quella  dovuta  libertà  e  forza  che  richiede  il  soggetto;  l’avere steso quel libro della Tirannide come se io fossi nato e domiciliato in paese di giusta e verace libertà; il leggere, gustare, e sentir vivamente e Tacito e il Machiavelli, e i pochi altri simili sublimi e liberi autori; il riflettere e conoscere profondamente quale si fosse il mio vero stato, e quanta l’impossibilità di rimanere in Torino stampando, o di stampare rimanendovi; l’essere pur troppo convinto che anche con molti guai e pericoli mi sarebbe avvenuto di stampar fuori, dovunque ch’io mi trovassi, finché rimaneva  pur suddito di una legge nostra, che quaggiù citerò; aggiunto poi finalmente a tutte queste non lievi e manifeste ragioni la passione che di me nuovamente si era, con tanta mia felicità ed utilità, impadronita; non dubitai punto, ciò visto, di lavorare con la maggior pertinacia ed ardore all’importante opera di spiemontizzarmi per quanto fosse possibile; ed a lasciare per sempre, ed anche a qualunque costo il mio mal sortito nido natio. Più d’un modo di farlo mi si presentava alla mente. Quello, di andar prolungando, d’anno in anno la licenza, chiedendola; ed era forse il più savio, ma rimaneva anche dubbio, né mai mi vi potea pienamente affidare, dipendendo dall’arbitrio altrui. Quello di usar sottigliezze, raggiri, e lungaggini, simulando dei debiti, con vendite clandestine, e altri simili compensi per realizzare il fatto mio, ed estrarlo da quel nobil carcere. Ma questi mezzi eran vili, ed incerti; né mi piacevano punto, fors’anche perché estremi non erano. Del resto, avvezzo io per carattere a sempre presupporre le cose al peggio, assolutamente voleva anticipando schiarire e decidere questo fatto, al quale mi conveniva poi a ogni modo un giorno o l’altro venirci, o rinunziare all’arte e alla gloria di indipendente e veridico autore. Deter-
Vita di Vittorio Alfieri