salmodia

[sal-mo-dì-a]
In sintesi
canto o lettura dei salmi
← dal lat. tardo psalmodĭa(m), dal gr. psalmōidía, comp. di psalmós ‘salmo’ e ōid ‘canto’.
1
Canto, recitazione di salmi || Modo di recitare i salmi || Salmodia diretta, quando il salmo è cantato da un solista o da tutto il coro insieme || Salmodia responsoriale, cantata da un solista con ritornelli intercalati e ripetuti dal coro || Salmodia antifonale, eseguita alternativamente da due cori
2
fig. Discorso, racconto e sim. fatto con voce lenta e monotona, senza variazione di toni

Citazioni
I ciechi Siedono lungo il fosso, al solleone, fuor dello stormeggiante paesello. Passa un trotto via via tra il polverone, una pesta, un alterco, uno stornello: 5 e da terra una grave salmodia si leva, una preghiera, al lor cospetto. -Il nostro pane — gemono via via: il nostro, il nostro: tu, Gesù, l’hai detto.
Myricae di Giovanni Pascoli
belle reverenze; e Monsignore e il Cancelliere si scappellarono fino alla predella della carrozza. Essi vi furono insaccati dentro alla bell’e meglio; io mi nicchiai al mio solito posto; e poi quattro cavalli di schiena ebbero un bel che fare a trascinar sul ciottolato il pesante convoglio. L ’Eccellentissimo Senatore rientrò in sala abbastanza soddisfatto del suo primo ingresso nella villeggiatura. Portogruaro non era l’ultima fra quelle piccole città di terraferma nelle quali il tipo della Serenissima Dominante era copiato e ricalcato con ogni possibile fedeltà. Le case, grandi spaziose col triplice finestrone nel mezzo, s’allineavano ai due lati delle contrade, in maniera che soltanto l’acqua mancava per completare la somiglianza con Venezia. Un caffè ogni due usci, davanti a questo la solita tenda, e sotto dintorno a molti tavolini un discreto numero  d’oziosi;  leoni  alati  a  bizzeffe  sopra  tutti  gli  edifici  pubblici; donnicciuole e barcaiuoli in perpetuo cicaleccio per le calli e presso ai fruttivendoli; belle fanciulle al balcone dietro a gabbie di canarini o vasi di garofani e di basilico; su e giù per la podesteria e per la piazza toghe nere d’avvocati, lunghe code di nodari, e riveritissime zimarre di patrizi; quattro Schiavoni in mostra dinanzi le carceri; nel canale del Lemene puzzo d’acqua salsa, bestemmiar di paroni, e continuo rimescolarsi di burchi, d’ancore e di gomene; scampanio perpetuo delle chiese, e gran pompa di funzioni e di salmodie; madonnine di stucco con fiori festoni e festoncini ad ogni cantone; mamme bigotte inginocchiate col rosario; bionde figliuole occupate cogli amorosi dietro le porte; abati cogli occhi nelle fibbie delle scarpe e il tabarrino raccolto pudicamente sul ventre: nulla nulla insomma mancava a render somigliante al quadro la miniatura. Perfino i tre stendardi di San Marco avevano colà nella piazza il loro riscontro: un’antenna tinta di rosso, dalla quale sventolava nei giorni solenni il vessillo della Repubblica. Ne volete di più?... I veneziani di Portogruaro erano riesciti collo studio di molti secoli a disimparare il barbaro e bastardo friulano che si usa tutto all’intorno, e ormai parlavano il veneziano con maggior caricatura dei veneziani stessi. Niente anzi li crucciava più della dipendenza da Udine che durava a testificare l’antica loro parentela col Friuli. Erano come il cialtrone nobilitato che abborre lo spago e la lesina perché gli ricordano il padre calzolaio. Ma purtroppo la storia fu scritta una volta, e non si può cancellarla. I cittadini di Portogruaro se ne vendicavano col prepararne una ben diversa pel futuro, e nel loro frasario di nuovo conio l’epiteto di friulano equivaleva a quelli di rozzo, villano, spilor-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo