saccente

[sac-cèn-te]
pl. -ti
In sintesi
presunzione di conoscenza superiore a quella posseduta
← lat. sapiĕnte(m), part. pres. di sapĕre ‘essere saggio’, attrav. i dialetti meridionali.

A
agg.

1
Che fa mostra di ciò che sa in maniera presuntuosa e petulante || Che presume di sapere: un ragazzo s.
2
estens. Che rivela affettazione e presunzione di sapere: avere un'aria, un fare, un tono s.
3
ant. Sapiente, istruito || estens. Sagace, accorto: un de' suoi, il più s., bene accompagnato, mandò all'abate (Boccaccio)

B
s.m. e f.

Persona saccente ‖ dim. saccentèllo; saccentìno || accr. saccentóne

Citazioni
A cui messer Corso disse: “Tu sie ‘l ben venuto: e per ciò che egli è tempo, andianne.” Postisi adunque a tavola, primieramente ebbero del cece e della sorra, e appresso del pesce d’Arno fritto, senza più. Ciacco, accortosi dello ‘nganno di Biondello e in sé non poco turbatosene, propose di dovernel pagare; né passar molti dì che egli in lui si scontrò, il qual già molti aveva fatti rider di questa beffa. Biondello, vedutolo, il salutò e ridendo il domandò chenti fossero state le lamprede di messer Corso; a cui Ciacco rispondendo disse: “ Avanti che otto giorni passino tu il saprai molto meglio dir di me.” E senza mettere indugio al fatto, partitosi da Biondello, con un saccente barattier si convenne del prezzo; e datogli un bottaccio di vetro il menò vicino della loggia de’ Cavicciuli e mostrogli in quella un cavaliere chiamato messer Filippo Argenti, uom grande e nerboruto e forte, sdegnoso, iracundo e bizzarro più che altro, e dissegli: “Tu te n’andrai a lui con questo fiasco in mano e dira’gli così: “Messere, a voi mi manda Biondello, e mandavi pregando che vi piaccia d’arubinargli questo fiasco del vostro buon vin vermiglio, ch’e’ si vuole alquanto sollazzar con suoi zanzeri”; e sta bene accorto che egli non ti ponesse le mani addosso, per ciò che egli ti darebbe il mal dì, e avresti guasti i fatti miei.” Disse il barattiere: “Ho io a dire altro?” Disse Ciacco: “No, va pure; e come tu hai questo detto, torna qui a me col fiasco, e io ti pagherò.” Mossosi adunque il barattiere fece a messer Filippo l’ambasciata. Messer Filippo, udito costui, come colui che piccola levatura avea, avvisando che Biondello, il quale egli conosceva, si facesse beffe di lui, tutto tinto nel viso dicendo: “Che “arrubinatemi” e che “zanzeri” son questi? che nel malanno metta Idio te e lui!” si levò in piè e distese il braccio per pigliar con la mano il barattiere; ma il barattiere, come colui che attento stava, fu presto e fuggì via e per altra parte ritornò a Ciacco, il quale ogni cosa veduta avea, e dissegli ciò che messer Filippo aveva detto. Ciacco contento pagò il barattiere, e non riposò mai che egli ebbe ritrovato Biondello, al quale egli disse: “Fostù a questa pezza dalla loggia de’ Cavicciuli?” Rispose Biondello: “Mai no; perché me ne domandi tu?” Disse Ciacco: “Per ciò che io ti so dire che messer Filippo ti fa cercare, non so quel ch’e’ si vuole.”
Decameron di Giovanni Boccaccio
LVI Colui che fece di “grembiul” “grembiale”, e di “candide” ancor “sacrate” ha fatto, io mi vo’ tôrre, quand’e’ voglia, a patto di mostrargli ch’egli è un animale, un animal che tutto intende male anzi che intende quanto intende un matto, e di lingua non sa niente affatto. bench’e’ faccia il saccente e ‘l ser cotale. Già sparso è già per Elicona il caso, e le Muse sdegnate in modo strano voglion mostrargli dov’e’ metta il naso: e gli scrittori del parlar toscano l’aspettan sulla strada di Parnaso,
Poesie di Ripano Eupilino di Giuseppe Parini
più che egli considera l’opposizione di sua moglie come una lesione alla propria autorità, e questo sentimento tirannesco lo rende ancor più inflessibile. E nondimeno è di ottimo cuore; e quella sua aria sincera, e quell’accarezzare sempre la sua figliuola e alcuna volta compiangerla sommessamente, mostrano ch’ei vede gemendo la dolorosa rassegnazione di quella povera fanciulla, ma – E per questo quand’io veggo come gli uomini cercano per una certa fatalità le sciagure con la lanterna, e come vegliano, sudano, piangono per fabbricarsele dolorosissime, eterne; io mi sparpaglierei le cervella temendo che non mi si cacciasse per capo una simile tentazione. Ti lascio, o Lorenzo; Michele mi chiama a desinare: tornerò a scriverti, s’altro non posso, a momenti. Il mal tempo s’è diradato, e fa il più bel dopo pranzo del mondo. Il Sole squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta Natura, diffondendo su la faccia di lei un suo raggio. Ti scrivo di rimpetto al balcone donde miro la eterna luce che si va a poco a poco perdendo nell’estremo orizzonte tutto raggiante di fuoco. L’aria torna tranquilla; e la campagna, benchè allagata, e coronata soltanto d’alberi già sfrondati e cospersa di piante atterrate pare più allegra che la non era prima della tempesta. Così, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo barlume della speranza, e inganna la sua trista ventura, con que’ piaceri a’ quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperità. – Frattanto il dì m’abbandona: odo la campana della sera; eccomi dunque a dar fine una volta alla mia narrazione. Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiar dalla lunga la casetta che un tempo accoglieva Quel Grande alla cui fama e angusto il mondo, Per cui Laura ebbe in terra onor celesti. Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de’ miei padri, e come uno di que’ sacerdoti che taciti e riverenti s’aggiravano per li boschi abitati dagl’Iddii. La sacra casa di quel sommo italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro. Il viaggiatore verrà invano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del Petrarca. Piangerà invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe selvatiche fra le quali la volpe solitaria avrà fatto il suo covile. Italia! placa l’ombre de’ tuoi grandi. – Oh! io mi risovvengo col gemito nell’anima, delle estreme parole di Torquato Tasso. Dopo d’esseOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 15 � Ugo Foscolo   Le ultime lettere di Iacopo Ortis   Parte prima re vissuto quaranta sette anni in mezzo a’ dileggi de’ cortigiani, le noje de’ saccenti, e l’orgoglio de’ principi, or carcerato ed or vagabondo, e tuttavia a melancolico, infermo, indigente; giacque finalmente nel letto della morte, e scriveva, esalando l’eterno sospiro:  Io non mi voglio dolere della malignità della fortuna, per non dire della ingratitudine degli uomini, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico. O mio Lorenzo, mi suonano queste parole sempre nel cuore! e’ mi par di conoscere chi forse un giorno morrà ripetendole. Frattanto io recitava sommessamente con l’anima tutta amore e armonia la canzone: Chiare, fresche, dolci acque; e l’altra: Di pensier in pensier, di monte in monte; e il sonetto:  Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra; e quanti altri di que’ sovrumani versi la mia memoria agitata seppe allora suggerire al mio cuore. Teresa e suo padre se n’erano iti con Odoardo il quale andava a rivedere i conti al fattore d’una tenuta ch’egli ha in que’ dintorni. Ho poi saputo ch’e’ sta sulle mosse per Roma, stante la morte di un suo cugino; nè si sbrigherà così in fretta, perchè essendosi gli altri parenti impadroniti de’ beni del morto, l’affare si ridurrà a’ tribunali. Come tornarono, quella famigliuola d’agricoltori ci allestì da colazione, dopo di che ci siamo avviati verso casa. Addio, addio. Avrei a narrarti delle altre cose; ma, a dirti il vero, ti scrivo svogliatamente. – Appunto: mi dimenticava di dirti che, ritornando, Odoardo accompagnò a passo a passo Teresa e le parlò lungamente quasi importunandola e con un’aria di volto autorevole. Da alcune poche parole che mi venne fatto d’intendere, sospetto ch’egli la torturasse per sapere a ogni patto di che abbiamo parlato. Onde tu vedi ch’io devo diradar le mie visite – almeno finch’ei si parta. Buona notte, Lorenzo. Serbati questa lettera: quando Odoardo si porterà seco la felicità, ed io non vedrò più Teresa, nè più scherzerà su queste ginocchia la sua ingenua sorellina, in que’ giorni di noja ne’ quali ci è caro perfino il dolore, rileggeremo queste memorie sdrajati su l’erta che guarda la solitudine d’Arquà, nell’ora che il dì va mancando. La rimembranza che Teresa fu nostra amica rasciugherà il nostro pianto. Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo