rozzo

[róʒ-ʒo]
In sintesi
grezzo; grossolano
← lat. volg. *rudĭus, compar. neutro di dis; cfr. rude.

A
agg.

1
Grezzo, naturale, non trasformato dalla mano dell'uomo: un sedile di rozza pietra; un muro r. || Ruvido, scabro: tessuto r. || estens. Grossolano, non rifinito, imperfetto: un lavoro troppo r.
2
fig. Non raffinato, privo di educazione e cultura: è un tipo simpatico, ma un po' troppo r. || non com. Semplice, naturale: la rozza onestà degli antichi (Boccaccio)
3
fig., spreg. Volgare, villano, maleducato: maniere rozze SIN. zotico

B
s.m.

(f. -za) Persona rozza: sei un maleducato, un r., un villanoaccr. rozzòtto; rozzóne

Citazioni
“L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti...” – Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? – Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. – Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l’opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch’è peggio, ne’ luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d’eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que’ passi insomma che richiedono bensì un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch’è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani. – Nell’atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. – Perché non si potrebbe, pensai, prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? – Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo. Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
con  le  loro.  Gertrude,  appena  entrata  nel  monastero,  fu  chiamata  per antonomasia la signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all’altre per esemplare: chicche e carezze senza fine, e condite con quella famigliarità un po’ rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno abituale di superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate a tirar la poverina nel laccio: ce n’eran molte delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte non s’accorgevan bene di tutti que’ maneggi, parte non distinguevano quanto vi fosse di cattivo, parte s’astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d’essere stata, con simili arti, condotta a quello di cui s’era pentita poi, sentiva compassione della povera innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d’educazione, ce n’erano alcune che sapevano d’esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de’ suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All’immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichìo che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e l’educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva che, alla fin de’ conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte loro; che lo poteva, pur che l’avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva in fatti. L’idea della
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
bravo: non voglio. E perché i pareri gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consigliera fece pagar questo a Gertrude, con tante beffe sulla sua dappocaggine. La lettera fu concertata tra quattro o cinque confidenti, scritta di nascosto, e fatta ricapitare per via d’artifizi molto studiati. Gertrude stava con grand’ansietà, aspettando una risposta che non venne mai. Se non che, alcuni giorni dopo, la badessa, la fece venir nella sua cella, e, con un contegno di mistero, di disgusto e di compassione, le diede un cenno oscuro d’una gran collera del principe, e d’un fallo ch’ella doveva aver commesso, lasciandole però intendere che, portandosi bene, poteva sperare che tutto sarebbe dimenticato. La giovinetta intese, e non osò domandar più in là. Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque Gertrude sapesse che andava a un combattimento, pure l’uscir di monastero, il lasciar quelle mura nelle quali era stata ott’anni rinchiusa, lo scorrere in carrozza per l’aperta campagna, il riveder la città, la casa, furon sensazioni piene d’una gioia tumultuosa. In quanto al combattimento, la poveretta, con la direzione di quelle confidenti, aveva già prese le sue misure, e fatto, com’ora si direbbe, il suo piano. – O mi vorranno forzare, – pensava, – e io starò dura; sarò umile, rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che di non dire un altro sì; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno con le buone; e io sarò più buona di loro; piangerò, pregherò, li moverò a compassione: finalmente non pretendo altro che di non essere sacrificata. – Ma, come accade spesso di simili previdenze, non avvenne né una cosa né l’altra. I giorni passavano, senza che il padre né altri le parlasse della supplica, né della ritrattazione, senza che le venisse fatta proposta nessuna, né con carezze, né con minacce. I parenti eran seri, tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perché. Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un’indegna: un anatema misterioso pareva che pesasse sopra di lei, e la segregasse dalla famiglia, lasciandovela soltanto unita quanto bisognava per farle sentire la sua suggezione. Di rado, e solo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia de’ parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva più sensibile e più doloroso l’abbandono in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso; e quando essa arrischiava timidamente qualche parola, che non fosse per cosa necessaria, o non attaccava, o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o severo. Che se, non potendo più soffrire una così amara e umiliante distinzione, insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po’ d’amore, si
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
“Andiamo pure,” disse la principessa. “Vo a dar gli ordini,” disse il principino. “Ma...” proferì sommessamente Gertrude. “Piano, piano,” riprese il principe: “lasciam decidere a lei: forse oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?” “Domani,” rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancor di far qualche cosa, prendendo un po’ di tempo. “Domani,” disse solennemente il principe: “ha stabilito che si vada domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno per l’esame.” Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe di lì a due giorni. In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di bene. Avrebbe desiderato riposar l’animo da tante commozioni, lasciar, per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a sé stessa di ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata, andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. L’occupazioni si succedevano senza interruzione, s’incastravano l’una con l’altra. Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita dalla sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l’ultima mano, che furon avvertite ch’era in tavola. Gertrude passò in mezzo agl’inchini della servitù, che accennava di congratularsi per la guarigione, e trovò alcuni parenti più prossimi, ch’erano stati invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de’ due felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione. La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire e da fare a rispondere a’ complimenti che le fioccavan da tutte le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come un’accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco dopo alzati da tavola, venne l’ora della trottata. Gertrude entrò in carrozza con la madre, e con due zii ch’erano stati al pranzo. Dopo un solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava lo spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata. Gli zii parlarono anche a Gertrude, come portava la convenienza in quel giorno: e uno di loro, il qual pareva che, più dell’altro, conoscesse ogni persona, ogni Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
137 Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo decimo carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei tutt’a un tratto, e le disse: “ah furbetta! voi date un calcio a tutte queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl’impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso in carrozza.” Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S’entrò nella sala della conversazione. La sposina ne fu l’idolo, il trastullo, la vittima. Ognuno la voleva per sé: chi si faceva prometter dolci, chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi discorreva, con gran sapore, della gran figura ch’essa avrebbe fatta là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così assediata, stavano spiando l’occasione di farsi innanzi, e sentivano un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco a poco, la compagnia s’andò dileguando; tutti se n’andarono senza rimorso, e Gertrude rimase sola co’ genitori e il fratello. “Finalmente,” disse il principe, “ho avuto la consolazione di veder mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei s’è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.” Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la mattina seguente. Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po’ gonfiata da tutti que’ complimenti, si rammentò in quel punto ciò che aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare dell’auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere. “Come!” disse il principe: “v’ha mancato di rispetto colei! Domani, domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le dispiaccia.” Così detto, fece chiamare un’altra donna, e le ordinò di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
pe, e un giorno, il signor principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signorina! Perché mi guarda così incantata? A quest’ora dovrebbe esser fuor della cuccia.” All’immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che s’erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere all’apparir del nibbio. Ubbidì, si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que’ tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile. Quando vennero a avvertir ch’era attaccato, il principe tirò la figlia in disparte, e le disse: “orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima figura. V’aspettano...” È inutile dire che il principe aveva spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. “V’aspettano, e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole con un fare sciolto: che non s’avesse a dire che v’hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non sanno nulla dell’accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.” Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in carrozza. Gl’impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada, il principe rinnovò l’istruzioni alla figlia, e le ripeté più volte la formola della risposta. All’entrare in Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non so qual complimento. Ripreso il cammino, s’andò quasi di passo al monastero, tra gli sguardi de’ curiosi, che accorrevano da tutte le parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura, davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si smontò tra due ale di popolo, che i servitori
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
il quale profittò della confusione nata nella confusione; e, quatto quatto sul principio, poi giocando di gomita a più non posso, s’allontanò da quel luogo, dove non c’era buon’aria per lui, con l’intenzione anche d’uscire, più presto che potesse, dal tumulto, e d’andar davvero a trovare o a aspettare il padre Bonaventura. Tutt’a un tratto, un movimento straordinario cominciato a una estremità, si propaga per la folla, una voce si sparge, viene avanti di bocca in bocca: “Ferrer! Ferrer!” Una maraviglia, una gioia, una rabbia, un’inclinazione, una ripugnanza, scoppiano per tutto dove arriva quel nome; chi lo grida, chi vuol soffogarlo; chi afferma, chi nega, chi benedice, chi bestemmia. “È qui Ferrer! – Non è vero, non è vero! – Sì, sì; viva Ferrer! quello che ha messo il pane a buon mercato. – No, no! – È qui, è qui in carrozza. – Cosa importa? che c’entra lui? non vogliamo nessuno! – Ferrer! viva Ferrer! l’amico della povera gente! viene per condurre in prigione il vicario. – No, no: vogliamo far giustizia noi: indietro, indietro! – Sì, sì: Ferrer! venga Ferrer! in prigione il vicario!” E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s’annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano né più né meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant’è, tutti s’alzavano. In fatti, all’estremità della folla, dalla parte opposta a quella dove stavano i soldati, era arrivato in carrozza Antonio Ferrer, il gran cancelliere; il quale, rimordendogli probabilmente la coscienza d’essere co’ suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa, o almeno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d’acquietarla, e d’impedirne almeno il più terribile e irreparabile effetto: veniva a spender bene una popolarità mal acquistata. Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro; non vorrebbero che il tumulto avesse né fine né misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
irritata e procellosa. Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi l’avesse preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con quell’osso in bocca, s’acquietava un poco, e dava luogo agli altri opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi. I partigiani della pace, ripreso fiato, secondavano Ferrer in cento maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitando col loro il pubblico applauso, e cercando insieme di far ritirare la gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo, ripetendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro parevano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi ostinati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile adunanza. “Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer?  Tu non vorresti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son birboni che non vogliono una giustizia da cristiani: e c’è di quelli che schiamazzano più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario! Viva Ferrer! Largo a Ferrer!” E crescendo sempre più quelli che parlavan così, s’andava a proporzione abbassando la baldanza della parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero anche a dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro, a levar loro dall’unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano anche, cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po’ di dibattimento, coloro furon respinti: gli altri s’impadroniron della porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l’adito a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa (fessure non ne mancava), gli avvisò che arrivava soccorso, e che facessero star pronto il vicario, “per andar subito... in prigione: ehm, avete inteso?” “È quel Ferrer che aiuta a far le gride?” domandò a un nuovo vicino il nostro Renzo, che si rammentò del vidit Ferrer che il dottore gli aveva gridato all’orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella tale. “Già: il gran cancelliere,” gli fu risposto. “È un galantuomo, n’è vero?” “Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste.” Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo tredicesimo incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e gomitate da alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a arrivare in prima fila, proprio di fianco alla carrozza. Era questa già un po’ inoltrata nella folla; e in quel momento stava ferma, per uno di quegl’incagli inevitabili e frequenti, in un’andata di quella sorte. Il vecchio Ferrer presentava ora all’uno, ora all’altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, tutto amoroso, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando si trovasse alla presenza di don Filippo IV; ma fu costretto a spenderlo anche in quest’occasione. Parlava anche; ma il chiasso e il ronzìo di tante voci, gli evviva stessi che si facevano a lui, lasciavano ben poco e a ben pochi sentir le sue parole. S’aiutava dunque co’ gesti, ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole lentamente fuori d’uno sportello, per chiedere un po’ di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po’ di silenzio. Quando n’aveva ottenuto un poco, i più vicini sentivano e ripetevano le sue parole: “pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia”. Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sé: – por mi vida, que de gente! – “Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane!” “Sì; pane, pane,” rispondeva Ferrer: “abbondanza; lo prometto io,” e metteva la mano al petto. “Un po’ di luogo,” aggiungeva subito: “vengo per condurlo in prigione, per dargli il giusto gastigo che si merita:” e soggiungeva sottovoce: “si es culpable”. Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere, gli diceva in fretta: “adelante, Pedro, si puedes”. Il cocchiere sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo ineffabile, dimenava adagio adagio la frusta, a destra e a sinistra, per chiedere agl’incomodi vicini che si ristringessero e si ritirassero un poco. “Di grazia,” diceva anche lui, “signori miei, un po’ di luogo, un pochino; appena appena da poter passare.” Intanto i benevoli più attivi s’adopravano a far fare il luogo chiesto così gentilmente. Alcuni davanti ai cavalli facevano ritirar le persone, con
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Alessandro Manzoni    I Promessi sposi    Capitolo tredicesimo buone parole, con un mettere le mani sui petti, con certe spinte soavi: “in là, via, un po’ di luogo, signori”; alcuni facevan lo stesso dalle due parti della carrozza, perché potesse passare senza arrotar piedi, né ammaccar mostacci; che, oltre il male delle persone, sarebbe stato porre a un gran repentaglio l’auge d’Antonio Ferrer. Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella decorosa vecchiezza, conturbata un po’ dall’angustia, aggravata dalla fatica, ma animata dalla sollecitudine, abbellita, per dir così, dalla speranza di togliere un uomo all’angosce mortali, Renzo, dico, mise da parte ogni pensiero d’andarsene; e si risolvette d’aiutare Ferrer, e di non abbandonarlo, fin che non fosse ottenuto l’intento. Detto fatto, si mise con gli altri a far far largo; e non era certo de’ meno attivi. Il largo si fece; “venite pure avanti”, diceva più d’uno al cocchiere, ritirandosi o andando a fargli un po’ di strada più innanzi. “Adelante, presto, con juicio”, gli disse anche il padrone; e la carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con un sorriso d’intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e di questi sorrisi ne toccò più d’uno a Renzo, il quale per verità se li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che non avrebbe potuto fare il più bravo de’ suoi segretari. Al giovane montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d’aver fatto amicizia con Antonio Ferrer. La carrozza, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno adagio, e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era forse più che un tiro di schioppo;  ma  riguardo  al  tempo  impiegatovi,  avrebbe  potuto  parere  un viaggetto, anche a chi non avesse avuto la santa fretta di Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra e a sinistra della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a una nave che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scordato, più assordante di quello della tempesta era il frastono. Ferrer, guardando ora da una parte, ora dall’altra; atteggiandosi e gestendo insieme, cercava d’intender qualche cosa, per accomodar le risposte al bisogno; voleva far alla meglio un po’ di dialogo con quella brigata d’amici; ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli fosse ancora capitata, in tant’anni di gran-.cancellierato. Ogni tanto però, qualche parola, anche qualche frase, ripetuta da un crocchio nel suo passaggio, gli si faceva sentire, come lo scoppio d’un razzo più forte si fa sentire nell’immenso scoppiettìo d’un fuoco artifiziale. E lui, ora ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
queste grida, ora dicendo a buon conto le parole che sapeva dover esser più accette, o che qualche necessità istantanea pareva richiedere, parlò anche lui per tutta la strada. “Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in prigione: sarà gastigato... si es culpable. Sì, sì, comanderò io: il pane a buon mercato.  Asì es... così è, voglio dire: il re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame. Ox! ox! guardaos: non si facciano male, signori. Pedro, adelante con juicio. Abbondanza, abbondanza. Un po’ di luogo, per carità. Pane, pane. In prigione, in prigione. Cosa?” domandava poi a uno che s’era buttato mezzo dentro lo sportello, a urlargli qualche suo consiglio o preghiera o applauso che fosse. Ma costui, senza poter neppure ricevere il “cosa?”, era stato tirato indietro da uno che lo vedeva lì lì per essere schiacciato da una rota. Con queste botte e risposte, tra le incessanti acclamazioni, tra qualche fremito anche d’opposizione, che si faceva sentire qua e là, ma era subito soffogato, ecco alla fine Ferrer arrivato alla casa, per opera principalmente di que’ buoni ausiliari. Gli altri che, come abbiam detto, eran già lì con le medesime buone intenzioni, avevano intanto lavorato a fare e a rifare un po’ di piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia, ripigia, incalza di qua e di là, con quel raddoppiare di voglia, e con quel rinnovamento di forze che viene dal veder vicino il fine desiderato; gli era finalmente riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere indietro le due calche; tanto che, tra la porta e la carrozza, che vi si fermò davanti, v’era un piccolo spazio voto. Renzo, che, facendo un po’ da battistrada, un po’ da scorta, era arrivato con la carrozza, poté collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che facevano, nello stesso tempo, ala alla carrozza e argine alle due onde prementi di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle, si trovò anche in un bel posto per poter vedere. Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuol dire non aperta; del resto i gangheri eran quasi sconficcati fuor de’ pilastri: i battenti scheggiati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo lasciavano veder fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto, allentato, e quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva insieme. Un galantuomo s’era affacciato a quel fesso, a gridar che aprissero; un altro spalancò in fretta lo sportello della carrozza: il vecchio mise fuori la testa, s’alzò, e afferrando con la destra il braccio di quel galantuomo, uscì, e scese sul predellino.
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
La folla, da una parte e dall’altra, stava tutta in punta di piedi per vedere: mille visi, mille barbe in aria: la curiosità e l’attenzione generale creò un  momento  di  generale  silenzio.  Ferrer,  fermatosi  quel  momento  sul predellino, diede un’occhiata in giro, salutò con un inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano sinistra al petto, gridò: “pane e giustizia”; e franco, diritto, togato, scese in terra, tra l’acclamazioni che andavano alle stelle. Intanto quelli di dentro avevano aperto, ossia avevan finito d’aprire, tirando via il catenaccio insieme con gli anelli già mezzi sconficcati, e allargando lo spiraglio, appena quanto bastava per fare entrare il desideratissimo ospite. “Presto, presto,” diceva lui: “aprite bene, ch’io possa entrare: e voi, da bravi, tenete indietro la gente, non mi lasciate venire addosso... per l’amor del cielo! Serbate un po’ di largo per tra poco... Ehi! ehi! signori, un momento,” diceva poi ancora a quelli di dentro: “adagio con quel battente, lasciatemi passare: eh! le mie costole; vi raccomando le mie costole. Chiudete ora: no; eh! eh! la toga! la toga!” Sarebbe in fatti rimasta presa tra i battenti, se Ferrer non n’avesse ritirato con molta disinvoltura lo strascico, che disparve come la coda d’una serpe, che si rimbuca inseguita. Riaccostati i battenti, furono anche riappuntellati alla meglio. Di fuori, quelli che s’eran costituiti guardia del corpo di Ferrer, lavoravano di spalle, di braccia e di grida, a mantener la piazza vota, pregando in cuor loro il Signore che lo facesse far presto. “Presto, presto,” diceva anche Ferrer di dentro, sotto il portico, ai servitori, che gli si eran messi d’intorno ansanti, gridando: “sia benedetto! ah eccellenza! oh eccellenza! uh eccellenza!” “Presto, presto,” ripeteva Ferrer: “dov’è questo benedett’uomo?” Il vicario scendeva le scale, mezzo strascicato e mezzo portato da altri suoi servitori, bianco come un panno lavato. Quando vide il suo aiuto, mise un gran respiro; gli tornò il polso, gli scorse un po’ di vita nelle gambe, un po’ di colore sulle gote; e corse, come poté, verso Ferrer, dicendo: “sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza. Ma come uscir di qui? Per tutto c’è gente che mi vuol morto”. “Venga usted con migo, e si faccia coraggio: qui fuori c’è la mia carrozza; presto, presto.” Lo prese per la mano, e lo condusse verso la porta, facendogli coraggio tuttavia; ma diceva intanto tra sé: – acqui està el busilis; Dios nos valga! –
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
La porta s’apre; Ferrer esce il primo, l’altro dietro, rannicchiato, attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino alla sottana della mamma. Quelli che avevan mantenuta la piazza vota, fanno ora, con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, una nuvola, per sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine il vicario; il quale entra il primo nella carrozza, e vi si rimpiatta in un angolo. Ferrer sale dopo; lo sportello vien chiuso. La moltitudine vide in confuso, riseppe, indovinò quel ch’era accaduto; e mandò un urlo d’applausi e d’imprecazioni. La parte della strada che rimaneva da farsi, poteva parer la più difficile e la più pericolosa. Ma il voto pubblico era abbastanza spiegato per lasciar andare in prigione il vicario; e nel tempo della fermata, molti di quelli che avevano agevolato l’arrivo di Ferrer, s’eran tanto ingegnati a preparare e a mantener come una corsìa nel mezzo della folla, che la carrozza poté, questa seconda volta, andare un po’ più lesta, e di seguito. Di mano in mano che s’avanzava,  le  due  folle  rattenute  dalle  parti,  si  ricadevano  addosso  e  si rimischiavano, dietro a quella. Ferrer, appena seduto, s’era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per l’amor del cielo; ma l’avvertimento era superfluo. Lui, in vece, bisognava che si facesse vedere, per occupare e attirare a sé tutta l’attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima, fece al mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo, e il più sconnesso nel senso che fosse mai; interrompendolo però ogni tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si voltava a bisbigliar nell’orecchio del suo acquattato compagno. “Sì, signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà! Por ablandarlos. È troppo giusto; s’esaminerà, si vedrà. Anch’io voglio bene a lor signori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. Una meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. Perdone, usted. La passerà male, la passerà male... si es culpable. Sì, sì, li faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. Animo; estàmos ya quasi fuera.” Avevano in fatti attraversata la maggior calca, e già eran vicini a uscir al largo, del tutto. Lì Ferrer, mentre cominciava a dare un po’ di riposo a’ suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que’ soldati spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giacché sostenuti e diretti da qualche cittadiOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
no, avevano cooperato a mandare in pace un po’ di gente, e a tenere il passo libero all’ultima uscita. All’arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l’arme al gran cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto a sinistra; e all’ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo, disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: “beso a usted las manos”: parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto! In risposta, fece un altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perché l’ufiziale non intendeva il latino. A Pedro, nel passar tra quelle due file di micheletti, tra que’ moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, e chi conduceva; e gridando: “ohe! ohe!” senz’aggiunta d’altre cerimonie, alla gente ormai rada abbastanza per poter esser trattata così, e sferzando i cavalli, fece loro prender la rincorsa verso il castello. “Levantese, levantese; estàmos ya fuera”, disse Ferrer al vicario; il quale, rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s’alzò; e riavutosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo liberatore. Questo, dopo essersi condoluto con lui del pericolo e rallegrato della salvezza: “ah!” esclamò, battendo la mano sulla sua zucca monda, “que dirà de esto su excelencia, che ha già tanto la luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi? Que dirà el conde duque, che piglia ombra se una foglia fa più rumore del solito? Que dirà el rey nuestro señor, che pur qualche cosa bisognerà che venga a risapere d’un fracasso così? E sarà poi finito? Dios lo sabe.” “Ah! per me, non voglio più impicciarmene,” diceva il vicario: “me ne chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza, e vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita, lontano, lontano da questa gente bestiale.” “Usted  farà  quello  che  sarà  più  conveniente  por  el  servicio  de  su magestad”, rispose gravemente il gran cancelliere. “Sua maestà non vorrà la mia morte,” replicava il vicario: “in una grotta, in una grotta; lontano da costoro.” Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il nostro autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover’uomo in castello, non fa più menzione de’ fatti suoi. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
La folla rimasta indietro cominciò a sbandarsi, a diramarsi a destra e a sinistra, per questa e per quella strada. Chi andava a casa, a accudire anche alle sue faccende; chi s’allontanava, per respirare un po’al largo, dopo tante ore di stretta; chi, in cerca d’amici, per ciarlare de’ gran fatti della giornata. Lo stesso sgombero s’andava facendo dall’altro sbocco della strada, nella quale la gente restò abbastanza rada perché quel drappello di spagnoli potesse, senza trovar resistenza, avanzarsi, e postarsi alla casa del vicario. Accosto a quella stava ancor condensato il fondaccio, per dir così, del tumulto; un branco di birboni, che malcontenti d’una fine così fredda e così imperfetta d’un così grand’apparato, parte brontolavano, parte bestemmiavano, parte tenevan consiglio, per veder se qualche cosa si potesse ancora intraprendere; e, come per provare, andavano urtacchiando e pigiando quella povera porta, ch’era stata di nuovo appuntellata alla meglio. All’arrivar del drappello, tutti coloro, chi diritto diritto, chi baloccandosi, e come a stento, se n’andarono dalla parte opposta, lasciando il campo libero a’ soldati, che lo presero, e vi si postarono, a guardia della casa e della strada. Ma tutte le strade del contorno erano seminate di crocchi: dove c’eran due o tre persone ferme, se ne fermavano tre, quattro, venti altre: qui qualcheduno si staccava; là tutto un crocchio si moveva insieme; era come quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per l’azzurro del cielo, dopo una burrasca; e fa dire a chi guarda in su: questo tempo non è rimesso bene. Pensate poi che babilonia di discorsi. Chi raccontava con enfasi i casi particolari che aveva visti; chi raccontava ciò che lui stesso aveva fatto; chi si rallegrava che la cosa fosse finita bene, e lodava Ferrer, e pronosticava guai seri per il vicario; chi, sghignazzando, diceva: “non abbiate paura, che non l’ammazzeranno: il lupo non mangia la carne del lupo”; chi più stizzosamente mormorava che non s’eran fatte le cose a dovere, ch’era un inganno, e ch’era stata una pazzia il far tanto chiasso, per lasciarsi poi canzonare in quella maniera. Intanto il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte d’un colore; e molti, stanchi della giornata e annoiati di ciarlare al buio, tornavano verso casa. Il nostro giovine, dopo avere aiutato il passaggio della carrozza, finché c’era stato bisogno d’aiuto, e esser passato anche lui dietro a quella, tra le file de’ soldati, come in trionfo, si rallegrò quando la vide correre liberamente, e fuor di pericolo; fece un po’ di strada con la folla, e n’uscì, alla prima cantonata, per respirare anche lui un po’ liberamente. Fatto ch’ebbe pochi passi al largo, in mezzo all’agitazione di tanti sentimenti, di tante immagini, recenti
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
un galantuomo, un signore alla mano; e oggi s’è potuto vedere com’era contento di trovarsi con la povera gente, e come cercava di sentir le ragioni che gli venivan dette, e rispondeva con buona grazia. Bisogna andar da Ferrer, e dirgli come stanno le cose; e io, per la parte mia, gliene posso raccontar delle belle; che ho visto io, co’ miei occhi, una grida con tanto d’arme in cima, ed era stata fatta da tre di quelli che possono, che d’ognuno c’era sotto il suo nome bell’e stampato, e uno di questi nomi era Ferrer, visto da me, co’ miei occhi: ora, questa grida diceva proprio le cose giuste per me; e un dottore al quale io gli dissi che dunque mi facesse render giustizia, com’era l’intenzione di que’ tre signori, tra i quali c’era anche Ferrer, questo signor dottore, che m’aveva fatto veder la grida lui medesimo, che è il più bello, ah! ah! pareva che gli dicessi delle pazzie. Son sicuro che, quando quel caro vecchione sentirà queste belle cose; che lui non le può saper tutte, specialmente quelle di fuori; non vorrà più che il mondo vada così, e ci metterà un buon rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, devono aver piacere che s’ubbidisca: che è anche un disprezzo, un pitaffio col loro nome, contarlo per nulla. E se i prepotenti non vogliono abbassar la testa, e fanno il pazzo, siam qui noi per aiutarlo, come s’è fatto oggi. Non dico che deva andar lui in giro, in carrozza, ad acchiappar tutti i birboni, prepotenti e tiranni: sì; ci vorrebbe l’arca di Noè. Bisogna che lui comandi a chi tocca, e non solamente in Milano, ma per tutto, che faccian le cose conforme dicon le gride; e formare un buon processo addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle bricconerie; e dove dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e dire ai podestà che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e metterne de’ meglio: e poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una mano. E ordinare a’ dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in difesa della ragione. Dico bene, signori miei?” Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall’esordio, una gran parte de’ radunati, sospeso ogni altro discorso, s’eran rivoltati a lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori. Un grido confuso d’applausi, di“bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo”, fu come la risposta dell’udienza. Non mancaron però i critici. “Eh sì,” diceva uno: “dar retta a’ montanari: son tutti avvocati”; e se ne andava. “Ora,” mormorava un altro, “ogni scalzacane vorrà dir la sua; e a furia di metter carne a fuoco, non s’avrà il pane a buon mercato; che è quello per cui ci siam mossi.” Renzo però non sentì che i complimenti; chi gli prendeva una mano, chi gli prendeva l’altra. “A rivederci a domani. – Dove? – Sulla piazza del duomo. – Va bene. – Va bene. – E qualcosa si farà. – E qualcosa si farà.” Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte I di Alessandro Manzoni
lontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a sé stesso, o di soffogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per riafferrare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer sé stesso ch’era ancor quello. Così in quest’occasione, aveva subito impegnata la sua parola a don Rodrigo, per chiudersi l’adito a ogni esitazione. Ma appena partito costui, sentendo scemare quella fermezza che s’era comandata per promettere, sentendo a poco a poco venirsi innanzi nella mente pensieri che lo tentavano di mancare a quella parola, e l’avrebbero condotto a scomparire in faccia a un amico, a un complice secondario; per troncare a un tratto quel contrasto penoso, chiamò il Nibbio, uno de’ più destri e arditi ministri delle sue enormità, e quello di cui era solito servirsi per la corrispondenza con Egidio. E, con aria risoluta, gli comandò che montasse subito a cavallo, andasse diritto a Monza, informasse Egidio dell’impegno contratto, e richiedesse il suo aiuto per adempirlo. Il messo ribaldo tornò più presto che il suo padrone non se l’aspettasse, con la risposta d’Egidio: che l’impresa era facile e sicura; gli si mandasse subito una carrozza, con due o tre bravi ben travisati; e lui prendeva la cura di 20 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
una specie di volta. Lucia, entrandovi, e vedendola affatto solitaria, sentì crescere la paura, e allungava il passo; ma poco dopo si rincorò alquanto, nel vedere una carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, davanti allo sportello aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e in là, come incerti della strada. Andando avanti, sentì uno di que’ due, che diceva: “ecco una buona giovine che c’insegnerà la strada”. Infatti, quando fu arrivata alla carrozza, quel medesimo, con un fare più gentile che non fosse l’aspetto, si voltò, e disse: “quella giovine, ci sapreste insegnar la strada di Monza?” “Andando di lì, vanno a rovescio,” rispondeva la poverina: “Monza è di qua...” e si voltava, per accennar col dito; quando l’altro compagno (era il Nibbio), afferrandola d’improvviso per la vita, l’alzò da terra. Lucia girò la testa indietro atterrita, e cacciò un urlo; il malandrino la mise per forza nella carrozza: uno che stava a sedere davanti, la prese e la cacciò, per quanto lei si divincolasse e stridesse, a sedere dirimpetto a sé: un altro, mettendole un fazzoletto alla bocca, le chiuse il grido in gola. In tanto il Nibbio entrò presto presto anche lui nella carrozza: lo sportello si chiuse, e la carrozza partì di carriera. L’altro che le aveva fatta quella domanda traditora, rimasto nella strada, diede un’occhiata in qua e in là, per veder se fosse accorso qualcheduno agli urli di Lucia: non c’era nessuno; saltò sur una riva, attaccandosi a un albero della macchia, e disparve. Era costui uno sgherro d’Egidio; era stato, facendo l’indiano, sulla porta del suo padrone, per veder quando Lucia usciva dal monastero; l’aveva osservata bene, per poterla riconoscere; ed era corso per una scorciatoia, ad aspettarla al posto convenuto. Chi potrà ora descrivere il terrore, l’angoscia di costei, esprimere ciò che passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per ansietà di conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva subito, per il ribrezzo e per il terrore di que’ visacci: si storceva, ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte le sue forze, e dava delle stratte, per buttarsi verso lo sportello; ma due braccia nerborute la tenevano come conficcata nel fondo della carrozza; quattro altre manacce ve l’appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca per cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo in gola. Intanto tre bocche d’inferno, con la voce più umana che sapessero formare, andavan ripetendo: “zitta, zitta, non abbiate paura, non vogliamo farvi male”. Dopo qualche momento d’una lotta così angosciosa, parve che s’acquietasse; allentò le braccia, lasciò cader la testa all’indietro, alzò a stento le palpebre, tenendo l’occhio immobile; e quegli orridi visacci che le stavan davanti le parvero
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
confondersi e ondeggiare insieme in un mescuglio mostruoso: le fuggì il colore dal viso; un sudor freddo glielo coprì; s’abbandonò, e svenne. “Su, su, coraggio,” diceva il Nibbio. “Coraggio, coraggio,” ripetevan gli altri due birboni; ma lo smarrimento d’ogni senso preservava in quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci. “Diavolo! par morta,” disse uno di coloro: “se fosse morta davvero?” “Oh! morta!” disse l’altro: “è uno di quegli svenimenti che vengono alle donne. Io so che, quando ho voluto mandare all’altro mondo qualcheduno, uomo o donna che fosse, c’è voluto altro.” “Via!” disse il Nibbio: “attenti al vostro dovere, e non andate a cercar altro. Tirate fuori dalla cassetta i tromboni, e teneteli pronti; ché in questo bosco dove s’entra ora, c’è sempre de’ birboni annidati. Non così in mano, diavolo! riponeteli dietro le spalle, lì stesi: non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla? Se vede armi, è capace di morir davvero. E quando sarà rinvenuta, badate bene di non farle paura; non la toccate, se non vi fo segno; a tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me.” Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s’era inoltrata nel bosco. Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi, come da un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a distinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere i suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione. Il primo uso che fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e non poté che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo per cui passava. Cacciò di nuovo un urlo; ma il Nibbio, alzando la manaccia col fazzoletto, “via,” le disse, più dolcemente che poté; “state zitta, che sarà meglio per voi: non vogliamo farvi male; ma se non istate zitta, vi faremo star noi”. “Lasciatemi andare! Chi siete voi? Dove mi conducete? Perché m’avete presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!” “Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete capire che noi non vogliamo farvi male. Non vedete che avremmo potuto ammazzarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni? Dunque state quieta.” “No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco.” “Vi conosciamo noi.” “Oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi andare, per carità. Chi siete voi? Perché m’avete presa?”
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
“Perché c’è stato comandato.” “Chi? chi? chi ve lo può aver comandato?” “Zitta!” disse con un visaccio severo il Nibbio: “a noi non si fa di codeste domande.” Lucia tentò un’altra volta di buttarsi d’improvviso allo sportello; ma vedendo ch’era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, “oh!” diceva: “per l’amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare! Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà trovar la mia strada.” “Non possiamo.” “Non potete? Oh Signore! perché non potete? Dove volete condurmi? Perché...?” “Non possiamo: è inutile: non abbiate paura, che non vogliamo farvi male: state quieta, e nessuno vi toccherà.” Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse il più che poté, nel canto della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e con più affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr’ore; e dopo il quale avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al castello dove l’infelice era aspettata. Era aspettata dall’innominato, con un’inquietudine, con una sospension d’animo insolita. Cosa strana! quell’uomo, che aveva disposto a sangue freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per nulla i dolori da
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
lui cagionati, se non qualche volta per assaporare in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, nel metter le mani addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina, sentiva come un ribrezzo, direi quasi un terrore. Da un’alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco spuntar la carrozza, e venire innanzi lentamente: perché quel primo andar di carriera aveva consumata la foga, e domate le forze de’ cavalli. E benché, dal punto dove stava a guardare, la non paresse più che una di quelle carrozzine che si danno per balocco ai fanciulli, la riconobbe subito, e si sentì il cuore batter più forte. – Ci sarà? – pensò subito; e continuava tra sé: – che noia mi dà costei! Liberiamocene. – E voleva chiamare uno de’ suoi sgherri, e spedirlo subito incontro alla carrozza, a ordinare al Nibbio che voltasse, e conducesse colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un “no” imperioso che risonò nella sua mente, fece svanire quel disegno. Tormentato però dal bisogno di dar qualche ordine, riuscendogli intollerabile lo stare aspettando oziosamente quella carrozza che veniva avanti passo passo, come un tradimento, che so io? come un gastigo, fece chiamare una sua vecchia donna. Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di esso, e aveva passata lì tutta la sua vita. Ciò che aveva veduto e sentito fin dalle fasce, le aveva impresso nella mente un concetto magnifico e terribile del potere de’ suoi padroni; e la massima principale che aveva attinta dall’istruzioni e dagli esempi, era che bisognava ubbidirli in ogni cosa, perché potevano far del gran male e del gran bene. L’idea del dovere, deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme co’ sentimenti d’un rispetto, d’un terrore, d’una cupidigia servile, s’era associata e adattata a quelli.  Quando  l’innominato,  divenuto  padrone,  cominciò  a  far  quell’uso spaventevole della sua forza, costei ne provò da principio un certo ribrezzo insieme e un sentimento più profondo di sommissione. Col tempo, s’era avvezzata a ciò che aveva tutto il giorno davanti agli occhi e negli orecchi: la volontà potente e sfrenata d’un così gran signore, era per lei come una specie di giustizia fatale. Ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasciò l’ossa sur una strada, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece subito, le diede una consolazione feroce, e le accrebbe l’orgoglio di trovarsi sotto una tal protezione. D’allora in poi, non mise piede fuor del castello, che molto di
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
rado; e a poco a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle che ne riceveva in quel luogo. Non era addetta ad alcun servizio particolare, ma, in quella masnada di sgherri, ora l’uno ora l’altro, le davan da fare ogni poco; ch’era il suo rodimento. Ora aveva cenci da rattoppare, ora da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione, ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i rimproveri, i ringraziamenti, eran conditi di beffe e d’improperi: vecchia, era il suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno sempre ci se n’attaccava, variavano secondo le circostanze e l’umore dell’amico. E colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, ch’erano due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle volte que’ complimenti con parole, in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo ingegno, che in quelle de’ provocatori. “Tu vedi laggiù quella carrozza!” le disse il signore. “La vedo,” rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato, e aguzzando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli su gli orli dell’occhiaie. “Fa allestir subito una bussola, entraci, e fatti portare alla Malanotte. Subito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza: già la viene avanti col passo della morte. In quella carrozza c’è... ci dev’essere... una giovine. Se c’è, dì al Nibbio, in mio nome, che la metta nella bussola, e lui venga su subito da me. Tu starai nella bussola, con quella... giovine; e quando sarete quassù, la condurrai nella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello, guarda di non...” “Oh!” disse la vecchia. “Ma,” continuò l’innominato, “falle coraggio.” “Cosa le devo dire?” “Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole! Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in que’ momenti? Dille di quelle parole: trovale, alla malora. Va.” E partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzò al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guardò le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare, con l’autorità di quel nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva spicciar tutti; perché a nessuno veniva in testa che ci fosse uno tanto ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Malanotte un po’ prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscì di bussola, fece segno al cocchiere che fermasse, s’avvicinò allo sportello; e al Nibbio, che mise il capo fuori, riferì sottovoce gli ordini del padrone. Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie di letargo. Si sentì da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca e gli occhi, e guardò. Il Nibbio s’era tirato indietro; e la vecchia, col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: “venite, la mia giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio”. Al suono d’una voce di donna, la poverina provò un conforto, un coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento più cupo. “Chi siete?” disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonito in viso alla vecchia. “Venite, venite, poverina,” andava questa ripetendo. Il Nibbio e gli altri due, argomentando dalle parole e dalla voce così straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero l’intenzioni del signore, cercavano di persuader con le buone l’oppressa a ubbidire. Ma lei seguitava a guardar fuori; e benché il luogo selvaggio e sconosciuto, e la sicurezza de’ suoi guardiani non le lasciassero concepire speranza di soccorso, apriva non ostante la bocca per gridare; ma vedendo il Nibbio far gli occhiacci del fazzoletto, ritenne il grido, tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola. Dopo, c’entrò la vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che andassero dietro, e prese speditamente la salita, per accorrere ai comandi del padrone. “Chi siete?” domandava con ansietà Lucia al ceffo sconosciuto e deforme: “perché son con voi? dove sono? dove mi conducete?” “Da chi vuol farvi del bene,” rispondeva la vecchia, “da un gran... Fortunati quelli a cui vuol far del bene. Buon per voi, buon per voi. Non abbiate paura, state allegra, ché m’ha comandato di farvi coraggio. Glielo direte, eh? che v’ho fatto coraggio?” “Chi è? perché? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove sono; lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che mi portino in qualche chiesa. Oh! voi che siete una donna, in nome di Maria Vergine...!” Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne’ primi anni,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
e poi non più invocato per tanto tempo, né forse sentito proferire, faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento, un’impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino. Intanto l’innominato, ritto sulla porta del castello, guardava in giù; e vedeva la bussola venir passo passo, come prima la carrozza, e avanti, a una distanza che cresceva ogni momento, salir di corsa il Nibbio. Quando questo fu in cima, il signore gli accennò che lo seguisse; e andò con lui in una stanza del castello. “Ebbene?” disse, fermandosi lì. “Tutto a un puntino,” rispose, inchinandosi, il Nibbio: “l’avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma...” “Ma che?” “Ma... dico il vero, che avrei avuto più piacere che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso.” “Cosa? cosa? che vuoi tu dire?” “Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M’ha fatto troppa compassione.” “Compassione! Che sai tu di compassione? Cos’è la compassione?” “Non l’ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è più uomo.” “Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione.” “O  signore  illustrissimo!  tanto  tempo...!  piangere,  pregare,  e  far cert’occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole...” – Non la voglio in casa costei, – pensava intanto l’innominato. – Sono stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando sarà lontana... – E alzando la testa, in atto di comando, verso il Nibbio, “ora,” gli disse, “metti da parte la compassione: monta a cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e va di corsa a casa di quel don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi... ma subito subito, perché altrimenti...” Ma un altro “no” interno più imperioso del primo gli proibì di finire. “No,” disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sé stesso il comando di
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
A questo punto della nostra storia, noi non possiam far a meno di non fermarci qualche poco, come il viandante, stracco e tristo da un lungo camminare per un terreno arido e salvatico, si trattiene e perde un po’ di tempo all’ombra d’un bell’albero, sull’erba, vicino a una fonte d’acqua viva. Ci siamo abbattuti in un personaggio, il nome e la memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo, alla mente, la ricreano con una placida commozione di riverenza, e con un senso giocondo di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore, dopo la contemplazione d’una moltiplice e fastidiosa perversità! Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d’andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente. Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d’una grand’opulenza, tutti i vantaggi d’una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume. Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla puerizia a quelle parole d’annegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità e a’ veri beni, che, sentite o non sentite ne’ cuori, vengono trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a quelle massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prender per norma dell’azioni e de’ pensieri quelle che erano il vero. Persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile e santa. Nel 1580, manifestò la risoluzione di dedicarsi al ministero ecclesiastico, e ne prese l’abito dalle mani di quel suo cugino Carlo, che una fama, già fin d’allora antica e universale, predicava santo. Entrò poco dopo nel collegio fondato da questo in Pavia, e che porta ancora il nome del loro casato; e lì, applicandosi assiduamente alle occupazioni che trovò prescritte, due altre ne assunse di sua volontà; e furono d’insegnar la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del popolo, e di visitare, servire, consolare e soccorrere 42 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
chiesa, si levò il cappello, e chinò quella fronte tanto temuta, fin sulla criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio la benedica! Don Abbondio si levò anche lui il cappello, si chinò, si raccomandò al cielo; ma sentendo il concerto solenne de’ suoi confratelli che cantavano a distesa, provò un’invidia, una mesta tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime. Fuori poi dell’abitato, nell’aperta campagna, negli andirivieni talvolta affatto deserti della strada, un velo più nero si stese sui suoi pensieri. Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia lo sguardo, che il lettighiero, il quale, essendo al servizio del cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene,  e  insieme  non  aveva  aria  d’imbelle.  Ogni  tanto,  comparivano viandanti, anche a comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; ed era un ristoro per don Abbondio; ma passeggiero, ma s’andava verso quella valle tremenda, dove non s’incontrerebbe che sudditi dell’amico: e che sudditi! Con l’amico avrebbe desiderato ora più che mai d’entrare in discorso, tanto per tastarlo sempre più, come per tenerlo in buona; ma vedendolo così soprappensiero, gliene passava la voglia. Dovette dunque parlar con sé stesso; ed ecco una parte di ciò che il pover’uomo si disse in quel tragitto: ché, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un libro. – È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e non si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian  tirare  in  ballo,  se  potessero,  tutto  il  genere  umano;  e  che  i  più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’esser lasciato vivere! Quel matto birbone di don Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l’uomo il più felice di questo mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovine, lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare; e bisogna che vada accattando guai per sé e per gli altri. Potrebbe far l’arte di Michelaccio; no signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine: il più pazzo, il più ladro, il più arrabbiato mestiere di questo mondo; potrebbe andar in paradiso in carrozza, e vuol andare a casa del diavolo a piè zoppo. E costui!... – E qui lo guardava, come se avesse sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri, – costui, dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra con la conversione... se sarà vero. Intanto tocca a me a farne l’esperienza!... È finita: quando son nati con quella smania in corpo, bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Passato quel primo sfogo d’abbracciamenti e di singhiozzi, Agnese volle sapere i casi di Lucia, e questa si mise affannosamente a raccontarglieli. Ma, come il lettore sa, era una storia che nessuno la conosceva tutta; e per Lucia stessa c’eran delle parti oscure, inesplicabili affatto. E principalmente quella fatale combinazione d’essersi la terribile carrozza trovata lì sulla strada, per l’appunto quando Lucia vi passava per un caso straordinario: su di che la madre e la figlia facevan cento congetture, senza mai dar nel segno, anzi senza neppure andarci vicino. In quanto all’autor principale della trama, tanto l’una che l’altra non potevano fare a meno di non pensare che fosse don Rodrigo. “Ah anima nera! ah tizzone d’inferno!” esclamava Agnese: “ma verrà la sua ora anche per lui. Domeneddio lo pagherà secondo il merito; e allora proverà anche lui...” “No, no, mamma; no!” interruppe Lucia: “non gli augurate di patire, non l’augurate a nessuno! Se sapeste cosa sia patire! Se aveste provato! No, no! preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli tocchi il cuore, come ha fatto a quest’altro povero signore, ch’era peggio di lui; e ora è un santo.” Il ribrezzo che Lucia provava nel tornare sopra memorie così recenti e così crudeli, la fece più d’una volta restare a mezzo; più d’una volta disse che non le bastava l’animo di continuare, e dopo molte lacrime, riprese la parola a stento. Ma un sentimento diverso la tenne sospesa, a un certo punto del racconto: quando fu al voto. Il timore che la madre le desse dell’imprudente e della precipitosa; e che, come aveva fatto nell’affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per forza; o che, povera donna, dicesse la cosa a qualcheduno in confidenza, se non altro per aver lume e consiglio, e la facesse così divenir pubblica, cosa che Lucia, solamente a pensarci, si sentiva venire il viso rosso; anche una certa vergogna della madre stessa, una ripugnanza inesplicabile a entrare in quella materia; tutte queste cose insieme fecero che nascose quella circostanza  importante,  proponendosi  di  farne  prima  la  confidenza  al  padre Cristoforo. Ma come rimase allorché, domandando di lui, si sentì rispondere che non c’era più, ch’era stato mandato in un paese lontano lontano, in un paese che aveva un certo nome! “E Renzo?” disse Agnese. “È in salvo, n’è vero?” disse ansiosamente Lucia.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
avranno fatto laggiù, che cabale? I poveri, ci vuol poco a farli comparir birboni.” “È vero pur troppo,” disse il cardinale: “m’informerò di lui senza dubbio”: e fattosi dire nome e cognome del giovine, ne prese l’appunto sur un libriccin di memorie. Aggiunse poi che contava di portarsi al loro paese tra pochi giorni, che allora Lucia potrebbe venir là senza timore, e che intanto penserebbe lui a provvederla d’un luogo dove potesse esser al sicuro, fin che ogni cosa fosse accomodata per il meglio. Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti. Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatti fare dal curato, e domandò se sarebbero stati contenti di ricoverare, per que’ pochi giorni, le ospiti che Dio aveva loro mandate. “Oh! sì signore,” rispose la donna, con un tono di voce e con un viso ch’esprimeva molto più di quell’asciutta risposta, strozzata dalla vergogna. Ma il marito, messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un’occasione di tanta importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta forza l’arco dell’intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo d’idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale accennava già d’avere interpretato il silenzio: il pover’uomo aprì la bocca, e disse: “si figuri!” Altro non gli volle venire. Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la compiacenza del grand’onore ricevuto. E quante volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pensiero in quella circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che tutte sarebbero state meglio di quell’insulso “si figuri!” Ma, come dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse. Il cardinale partì, dicendo: “la benedizione del Signore sia sopra questa casa”. Domandò  poi  la  sera  al  curato  come  si  sarebbe  potuto  in  modo convenevole ricompensare quell’uomo, che non doveva esser ricco, dell’ospitalità costosa, specialmente in que’ tempi. Il curato rispose che, per verità, né i guadagni della professione, né le rendite di certi campicelli, che il buon sarto aveva del suo, non sarebbero bastate, in quell’annata, a metterlo in istato d’esser liberale con gli altri; ma che, avendo fatto degli avanzi negli anni addietro, si trovava de’ più agiati del contorno, e poteva far qualche spesa di più, senza dissesto, come certo faceva questa volentieri; e che, del
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
sarebbe rimasto apposta per affrontarlo, anzi per cercar l’occasione di dare un esempio a tutti sopra qualcheduno de’ più arditi; ma chi lo cacciò, fu l’essersi saputo per certo, che il cardinale veniva anche da quelle parti. Il conte zio, il quale di tutta quella storia non sapeva se non quel che gli aveva detto Attilio, avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura simile, don Rodrigo facesse una gran figura, e avesse in pubblico dal cardinale le più distinte accoglienze: ora, ognun vede come ci fosse incamminato. L’avrebbe preteso, e se ne sarebbe fatto render conto minutamente; perché era un’occasione importante di far vedere in che stima fosse tenuta la famiglia da una primaria autorità. Per levarsi da un impiccio così noioso, don Rodrigo, alzatosi una mattina prima del sole, si mise in una carrozza, col Griso e con altri bravi, di fuori, davanti e di dietro; e, lasciato l’ordine che il resto della servitù venisse poi in seguito, partì come un fuggitivo, come (ci sia un po’ lecito di sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra comparsa, a far le sue vendette. Intanto, il cardinale veniva visitando, a una per giorno, le parrocchie del territorio di Lecco. Il giorno in cui doveva arrivare a quella di Lucia, già una gran parte degli abitanti erano andati sulla strada a incontrarlo. All’entrata del paese, proprio accanto alla casetta delle nostre due donne, c’era un arco trionfale, costrutto di stili per il ritto, e di pali per il traverso, rivestito di paglia e di borraccina, e ornato di rami verdi di pugnitopo e d’agrifoglio, distinti di bacche scarlatte; la facciata della chiesa era parata di tappezzerie; al davanzale d’ogni finestra pendevano coperte e lenzoli distesi, fasce di bambini disposte a guisa di pendoni; tutto quel poco necessario che fosse atto a fare, o bene o male, figura di superfluo. Verso le ventidue, ch’era l’ora in cui s’aspettava il cardinale, quelli ch’eran rimasti in casa, vecchi, donne e fanciulli la più parte, s’avviarono anche loro a incontrarlo, parte in fila, parte in truppa, preceduti da don Abbondio, uggioso in mezzo a tanta festa, e per il fracasso che lo sbalordiva, e per il brulicar della gente innanzi e indietro, che, come andava ripetendo, gli faceva girar la testa, e per il rodìo segreto che le donne avesser potuto cicalare, e dovesse toccargli a render conto del matrimonio. Quand’ecco si vede spuntare il cardinale, o per dir meglio, la turba in mezzo a cui si trovava nella sua lettiga, col suo seguito d’intorno; perché di tutto questo non si vedeva altro che un indizio in aria, al di sopra di tutte le
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
né desiderio di cosa di questo mondo, fuorché di poter presto riunirsi con sua madre; le più volte, il pianto veniva opportunamente a troncar le parole. “Sai perché ti par così?” diceva Agnese: “perché hai tanto patito, e non ti par vero che la possa voltarsi in bene. Ma lascia fare al Signore; e se... Lascia che si veda un barlume, appena un barlume di speranza; e allora mi saprai dire se non pensi più a nulla.” Lucia baciava la madre, e piangeva. Del resto, tra loro e i loro ospiti era nata subito una grand’amicizia: e dove nascerebbe, se non tra beneficati e benefattori, quando gli uni e gli altri son buona gente? Agnese specialmente faceva di gran chiacchiere con la padrona. Il sarto poi dava loro un po’ di svago con delle storie, e con de’ discorsi morali: e, a desinare soprattutto, aveva sempre qualche bella cosa da raccontare, di Bovo d’Antona o de’ Padri del deserto. Poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d’alto affare; don Ferrante e donna Prassede: il casato, al solito, nella penna dell’anonimo. Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta. Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in quell’occasione, si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla; e mandò una carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la figlia. Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva fatta loro l’imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finché s’era trattato di gente alla buona che cercava
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
parso un gran che; ma le disgrazie fanno diventar disinvolti; fino a Monza ci sono andata, e so cos’è viaggiare. Prendo con me un uomo di proposito, un parente, come sarebbe a dire Alessio di Maggianico: ché, a voler dir proprio in paese, un uomo di proposito non c’è: vengo con lui: già la spesa la facciamo noi, e... intendi?” Ma vedendo che, in vece d’animarsi, Lucia s’andava accorando, e non dimostrava che una tenerezza senz’allegria, lasciò il discorso a mezzo, e disse: “ma cos’hai? non ti pare?” “Povera mamma!” esclamò Lucia, gettandole un braccio al collo, e nascondendo il viso nel seno di lei. “Cosa c’è?” domandò di nuovo ansiosamente la madre. “Avrei dovuto dirvelo prima,” rispose Lucia, alzando il viso, e asciugandosi le lacrime; “ma non ho mai avuto cuore: compatitemi.” “Ma dì su, dunque.” “Io non posso più esser moglie di quel poverino!” “Come? come?” Lucia, col capo basso, col petto ansante, lacrimando senza piangere, come chi racconta una cosa che, quand’anche dispiacesse, non si può cambiare, rivelò il voto; e insieme, giungendo le mani, chiese di nuovo perdono alla madre, di non aver parlato fin allora; la pregò di non ridir la cosa ad anima vivente, e d’aiutarla ad adempire ciò che aveva promesso. Agnese era rimasta stupefatta e costernata. Voleva sdegnarsi del silenzio tenuto con lei; ma i gravi pensieri del caso soffogavano quel dispiacere suo proprio; voleva dirle: cos’hai fatto? ma le pareva che sarebbe un prendersela col cielo: tanto più che Lucia tornava a dipinger co’ più vivi colori quella notte, la desolazione così nera, e la liberazione così impreveduta, tra le quali la promessa era stata fatta, così espressa, così solenne. E intanto, ad Agnese veniva anche in mente questo e quell’esempio, che aveva sentito raccontar più volte, che lei stessa aveva raccontato alla figlia, di gastighi strani e terribili, venuti per la violazione di qualche voto. Dopo esser rimasta un poco come incantata, disse: “e ora cosa farai?” “Ora,” rispose Lucia, “tocca al Signore a pensarci; al Signore e alla Madonna. Mi son messa nelle lor mani: non m’hanno abbandonata finora; non m’abbandoneranno ora che... La grazia che chiedo per me al Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell’anima, è che mi faccia tornar con voi: e me la concederà, sì, me la concederà. Quel giorno... in quella carrozza... ah Ver-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tribunali di sanità, non accadde mai a un altro presidente d’un tal corpo, di fare un ragionamento simile; se ragionamento si può chiamare. In quanto a Don Gonzalo, poco dopo quella risposta, se n’andò da Milano; e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva rimosso per i cattivi successi della guerra, della quale era stato il promotore e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta sotto il suo governo. (Quello che aveva fatto per la peste, o non si sapeva, o certo nessuno se n’inquietava, come vedremo più avanti, fuorché il tribunale della sanità, e i due medici specialmente.) All’uscir dunque, in carrozza da viaggio, dal palazzo di corte, in mezzo a una guardia d’alabardieri, con due trombetti a cavallo davanti, e con altre carrozze di nobili che gli facevan seguito, fu accolto con gran fischiate da ragazzi ch’eran radunati sulla piazza del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa. Entrata la comitiva nella strada che conduce a porta ticinese, di dove si doveva uscire, cominciò a trovarsi in mezzo a una folla di gente che, parte era lì ad aspettare, parte accorreva; tanto più che i trombetti, uomini di formalità, non cessaron di sonare, dal palazzo di corte, fino alla porta. E nel processo che si fece poi su quel tumulto, uno di costoro, ripreso che, con quel suo trombettare, fosse stato cagione di farlo crescere, risponde: “caro signore, questa è la nostra professione; et se S.E. non hauesse hauuto a caro che noi hauessimo sonato, doveva comandarne che tacessimo”. Ma don Gonzalo, o per ripugnanza a far cosa che mostrasse timore, o per timore di render con questo più ardita la moltitudine, o perché fosse in effetto un po’ sbalordito, non dava nessun ordine. La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando: “la va via la carestia, va via il sangue de’ poveri”, e peggio. Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni, torsoli, bucce d’ogni sorta, la munizione solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un’ultima scarica sulle carrozze che uscivano. Subito dopo si sbandarono. In luogo di don Gonzalo, fu mandato il marchese Ambrogio Spinola, il cui nome aveva già acquistata, nelle guerre di Fiandra, quella celebrità militare che ancor gli rimane. Intanto  l’esercito  alemanno,  sotto  il  comando  supremo  del  conte Rambaldo di Collalto, altro condottiere italiano, di minore, ma non d’ultima fama, aveva ricevuto l’ordine definitivo di portarsi all’impresa di Mantova; e nel mese di settembre, entrò nel ducato di Milano.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
ria, lui meno d’ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. Con tutto ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell’antica ferocia, e la vista della mansuetudine presente, una, che doveva aver lasciati tanti desidèri di vendetta, l’altra, che la rendeva tanto agevole, cospiravano in vece a procacciargli e a mantenergli un’ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era quell’uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s’era umiliato da sé. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura degli altri, si dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza pericolo, una soddisfazione che non avrebbero potuta promettersi dalla più fortunata vendetta, la soddisfazione di vedere un  tal  uomo  pentito  de’  suoi  torti,  e  partecipe,  per  dir  così,  della  loro indegnazione. Molti, il cui dispiacere più amaro e più intenso era stato per molt’anni, di non veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forti di colui, per ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato, e in atto di chi non farebbe resistenza, non s’eran sentiti altro impulso che di fargli dimostrazioni d’onore. In quell’abbassamento volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza che lui lo sapesse, un non so che di più alto e di più nobile; perché ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d’ogni pericolo. Gli odi, anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e tenuti in rispetto dalla venerazione pubblica per l’uomo penitente e benefico. Questa era tale, che spesso quell’uomo si trovava impicciato a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan fatte, e doveva star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto e negli atti il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per non esser troppo esaltato. S’era scelto nella chiesa l’ultimo luogo; e non c’era pericolo che nessuno glielo prendesse: sarebbe stato come usurpare un posto d’onore. Offender poi quell’uomo, o anche trattarlo con poco riguardo, poteva parere non tanto un’insolenza e una viltà, quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento degli altri poteva servir di ritegno, ne partecipavano anche loro, più o meno. Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure da lui le vendette della forza pubblica, e gli procuravano, anche da questa parte, la sicurezza della quale non si dava pensiero. Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d’una condotta esem-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
o di paese in paese e di bocca in bocca, o portate lassù da qualcheduno, che da principio aveva voluto restarsene a casa, e scappava in ultimo, senza aver potuto salvar nulla, e a un bisogno anche malconcio: e ogni giorno c’era qualche nuova storia di sciagura. Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne davan poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri; d’alcuni si raccontavan l’imprese passate, si specificavano le stazioni e le marce: quel giorno, il tale reggimento si spandeva ne’ tali paesi, domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d’aver informazione, e si teneva il conto de’ reggimenti che passavan di mano in mano il ponte di Lecco, perché quelli si potevano considerar come andati, e fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo. Lo squadron volante de’ veneziani finì d’allontanarsi anche lui; e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò libero. Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime, eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un temporale d’autunno, si vede dai palchi fronzuti d’un grand’albero uscire da ogni parte gli uccelli che ci s’erano riparati. Credo che i nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene; e ciò per volere di don Abbondio, il quale temeva, se si tornasse subito a casa, di trovare ancora in giro lanzichenecchi rimasti indietro sbrancati, in coda all’esercito. Perpetua ebbe un bel dire che, quando più s’indugiava, tanto più si dava agio ai birboni del paese d’entrare in casa a portar via il resto; quando si trattava d’assicurar la pelle, era sempre don Abbondio che la vinceva; meno che l’imminenza del pericolo non gli avesse fatto perdere affatto la testa. Il giorno fissato per la partenza, l’innominato fece trovar pronta alla Malanotte una carrozza, nella quale aveva già fatto mettere un corredo di biancheria per Agnese. E tiratala in disparte, le fece anche accettare un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe in casa; quantunque, battendo la mano sul petto, essa andasse ripetendo che ne aveva lì ancora de’ vecchi. “Quando vedrete quella vostra buona, povera Lucia...” le disse in ultimo: “già son certo che prega per me, poiché le ho fatto tanto male: ditele
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
adunque ch’io la ringrazio, e confido in Dio, che la sua preghiera tornerà anche in tanta benedizione per lei.” Volle poi accompagnar tutti e tre gli ospiti, fino alla carrozza. I ringraziamenti umili e sviscerati di don Abbondio e i complimenti di Perpetua, se gl’immagini il lettore. Partirono; fecero, secondo il fissato, una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa del sarto, dove sentirono raccontar cento cose del passaggio; la solita storia di ruberie, di percosse, di sperpero, di sporchizie: ma lì, per buona sorte, non s’eran visti lanzichenecchi. “Ah signor curato!” disse il sarto, dandogli di braccio a rimontare in carrozza: “s’ha da far de’ libri in istampa, sopra un fracasso di questa sorte”. Dopo un’altra po’ di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder co’ loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi; schiantati, scapezzati gli alberi; sforacchiate le siepi; i cancelli portati via. Ne’ paesi poi, usci sfondati, impannate lacere, paglia, cenci, rottami d’ogni sorte, a mucchi o seminati per le strade; un’aria pesante, zaffate di puzzo più forte che uscivan dalle case; la gente, chi a buttar fuori porcherie, chi a raccomodar le imposte alla meglio, chi in crocchio a lamentarsi insieme; e, al passar della carrozza, mani di qua e di là tese agli sportelli, per chieder l’elemosina. Con queste immagini, ora davanti agli occhi, ora nella mente, e con l’aspettativa di trovare altrettanto a casa loro, ci arrivarono; e trovarono infatti quello che s’aspettavano. Agnese fece posare i fagotti in un canto del cortiletto, ch’era rimasto il luogo più pulito della casa; si mise poi a spazzarla, a raccogliere e a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata; fece venire un legnaiolo e un fabbro, per riparare i guasti più grossi, e guardando poi, capo per capo, la biancheria regalata, e contando que’ nuovi ruspi, diceva tra sé: – son caduta in piedi; sia ringraziato Iddio e la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire d’esser caduta in piedi. – Don Abbondio e Perpetua entrano in casa, senza aiuto di chiavi; ogni passo che fanno nell’andito, senton crescere un tanfo, un veleno, una peste, che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all’uscio di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove metterli, per iscansar più che possono la porcheria che copre il pavimento; e danno un’occhiata in giro. Non c’era
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
far danari per via d’imprestiti, d’imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po’alla Sanità, un po’a’ poveri: un po’ di grano compravano: supplivano a una parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute. Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro per principale, un padre Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva una gran fama di carità, d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza d’animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata;  e  per  compagno  e  come  ministro  di  lui,  un  padre  Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto. Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri cappuccini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro 170 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
gar per i morti dell’altro contagio, ch’eran sepolti là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse. Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dovè servir poco a propagarla. In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
no. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. Tra le storie che quel delirio dell’unzioni fece immaginare, una merita che se ne faccia menzione, per il credito che acquistò, e per il giro che fece. Si raccontava, non da tutti nell’istessa maniera (che sarebbe un troppo singolar privilegio delle favole), ma a un di presso, che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivare sulla piazza del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran personaggio, con una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti, e il labbro atteggiato di minaccia. Mentre quel tale stava intento a guardare, la carrozza s’era fermata; e il cocchiere l’aveva invitato a salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi rigiri, erano smontati alla porta d’un tal palazzo, dove entrato anche lui, con la compagnia, aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne e sale; e in esse, fantasime sedute a consiglio. Finalmente, gli erano state fatte vedere gran casse di danaro, e detto che ne prendesse quanto gli fosse piaciuto, con questo però, che accettasse un vasetto d’unguento, e andasse con esso ungendo per la città. Ma non avendo voluto acconsentire, s’era trovato, in un batter d’occhio, nel medesimo luogo dove era stato preso. Questa storia, creduta qui generalmente dal popolo, e, al dir del Ripamonti, non abbastanza derisa da qualche uomo di peso, girò per tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece una stampa: l’elettore arcivescovo di Magonza scrisse al cardinal Federigo, per domandargli cosa si dovesse credere de’ fatti maravigliosi che si raccontavan di Milano; e n’ebbe in risposta ch’eran sogni. D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti.  Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando”, scrive il Tadino,
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Renzo s’abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di porta Nuova. (C’era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa, accanto a dove  ora  è  san  Francesco  di  Paola,  una  vecchia  chiesa  col  titolo  di sant’Anastasia.) Tanta era stata in quel vicinato la furia del contagio, e il fetor de’ cadaveri lasciati lì, che i pochi rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicché, alla mestizia che dava al passeggiero quell’aspetto di solitudine e d’abbandono, s’aggiungeva l’orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della recente abitazione. Renzo affrettò il passo, facendosi coraggio col pensare che la meta non doveva essere così vicina, e sperando che, prima d’arrivarci, troverebbe mutata, almeno in parte, la scena; e infatti, di lì a non molto, riuscì in un luogo che poteva pur dirsi città di viventi; ma quale città ancora, e quali viventi! Serrati, per sospetto e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli che fossero spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri inchiodati e sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente di peste; altri segnati d’una croce fatta col carbone, per indizio ai monatti, che c’eran de’ morti da portar via: il tutto più alla ventura che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir gli ordini, o fare un’angheria. Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale! Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze, ogni grido di venditori, ogni chiacchierìo di passeggieri, era ben raro che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da rumor di carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d’infermi, da urli di frenetici, da grida di monatti. All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto. Morti a quell’ora forse i due terzi de’ cittadini, andati via o ammalati una buona parte del resto, ridotto quasi a nulla il concorso della gente di
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
guardava il fatto; e, tra gli altri, l’uomo che aveva salutato il commissario. Interrogato di più, se passando lui per la Vedra de’ Cittadini, vidde le muraglie imbrattate, risponde: non li feci fantasia, perché fin’ all’hora non si era detto cosa alcuna. Era già stato dato l’ordine d’arrestare il Piazza, e ci volle poco. Lo stesso giorno 22, referisce... fante della compagnia del Baricello di Campagna al prefato Signor Capitano, il quale ancora era in carrozza, che andava verso casa sua, sicome passando dalla casa del Signor Senatore Monti Presidente della Sanità, ha ritrovato avanti a quella porta, il suddetto Guglielmo Commissario, et haverlo, in esecuzione dell’ordine datogli, condotto in prigione. Per ispiegare come la sicurezza dello sventurato non diminuisse punto la preoccupazione de’ giudici, non basta certo l’ignoranza de’ tempi. Avevano per un indizio di reità la fuga dell’imputato; che di lì non fossero condotti a intendere che il non fuggire, e un tal non fuggire, doveva essere indizio del contrario! Ma sarebbe ridicolo il dimostrar che uomini potevano veder cose che l’uomo non può non vedere: può bensì non volerci badare. Fu subito visitata la casa del Piazza, frugato per tutto, in omnibus arcis, capsis, scriniis, cancellis, sublectis, per veder se c’eran vasi d’unzioni, o danari, e non si trovò nulla: nihil penitus compertum fuit. Né anche questo non gli giovò punto, come pur troppo si vede dal primo esame che gli fu fatto, il giorno medesimo, dal capitano di giustizia, con l’assistenza d’un auditore, probabilmente quello del tribunale della Sanità. È interrogato sulla sua professione, sulle sue operazioni abituali, sul giro che fece il giorno prima, sul vestito che aveva; finalmente gli si domanda: se sa che siano stati trovati alcuni imbrattamenti nelle muraglie delle case di questa città, particolarmente in Porta Ticinese. Risponde: mi non lo so, perché non mi fermo niente in Porta Ticinese. Gli si replica che questo  non è verisimile; si vuol dimostrargli che lo doveva sapere. A quattro ripetute domande, risponde quattro volte il medesimo, in altri termini. Si passa ad altro, ma non con altro fine: ché vedrem poi per qual crudele malizia s’insistesse su questa pretesa inverisimiglianza, e s’andasse a caccia di qualche altra. Tra i fatti della giornata antecedente, de’ quali aveva parlato il Piazza, c’era d’essersi trovato coi deputati d’una parrocchia. (Eran gentiluomini eletti in ciascheduna di queste dal tribunale della Sanità, per invigilare, girando per la città, sull’esecuzion de’ suoi ordini.) Gli fu domandato chi eran quelli con cui s’era trovato; rispose: che li conosceva  solamente di vista e non di
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Prima di tutti questi, nel secolo XIII, Guido da Suzara, trattando della tortura, e applicando a quest’argomento le parole d’un rescritto di Costanzo, sulla custodia del reo, dice esser suo intento “d’imporre qualche moderazione ai giudici che incrudeliscono senza misura.” Nel secolo seguente, Baldo applica il celebre rescritto di Costantino contro il padrone che uccide il servo, “ai giudici che squarcian le carni del reo, perché confessi”; e vuole che, se questo muore ne’ tormenti, il giudice sia decapitato, come omicida. Più tardi, Paride dal Pozzo inveisce contro que’ giudici che, “assetati di sangue, anelano a scannare, non per fine di riparazione né d’esempio, ma come per un loro vanto (propter gloriam eorum); e sono per ciò da riguardarsi come omicidi”. “Badi il giudice di non adoprar tormenti ricercati e inusitati; perché chi fa tali cose è degno d’esser chiamato carnefice piuttosto che giudice,” scrive Giulio Claro. “Bisogna alzar la voce (clamandum est) contro que’ giudici severi e crudeli che, per acquistare una gloria vana, e per salire, con questo mezzo, a più alti posti, impongono ai miseri rei nuove specie di tormenti,” scrive Antonio Gomez. Diletto e gloria! quali passioni, in qual soggetto! Voluttà nel tormentare uomini, orgoglio nel soggiogare uomini imprigionati! Ma almeno quelli che le svelavano, non si può credere che intendessero di favorirle. A queste testimonianze (e altre simili se ne dovrà allegare or ora) aggiungeremo qui, che, ne’ libri su questa materia, che abbiam potuti vedere, non ci è mai accaduto di trovar lamenti contro de’ giudici che adoprassero tormenti troppo leggieri. E se, in quelli che non abbiam visti, ci si mostrasse una tal cosa, ci parrebbe una curiosità davvero. Alcuni de’ nomi che abbiam citati, e di quelli che avremo a citare, son messi dal Verri in una lista di “scrittori, i quali se avessero esposto le crudeli loro dottrine e la metodica descrizione de’ raffinati loro spasimi in lingua volgare, e con uno stile di cui la rozzezza e la barbarie non allontanasse le persone sensate e colte dall’esaminarli, non potevano essere riguardati se non coll’occhio medesimo col quale si rimira il carnefice, cioè con orrore e ignominia”. Certo, l’orrore per quello che rivelano, non può esser troppo; è giustissimo questo sentimento anche per quello che ammettevano; ma se, per quello che ci misero, o ci vollero metter del loro, l’orrore sia un giusto senti-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
commandate, risponderò quello che m’occorre a messer Federico, il quale ha  diverso  parer  dal  mio;  e  forse  mi  bisognerà  ragionar  un  poco  più diffusamente che non si conviene; ma questo sarà quanto io posso dire. E primamente dico che, secondo il mio giudicio, questa nostra lingua, che noi chiamiamo vulgare, è ancor tenera e nova, benché già gran tempo si costumi; perché, per essere stata la Italia non solamente vessata e depredata, ma lungamente abitata da’ barbari, per lo commerzio di quelle nazioni la lingua  latina  s’è  corrotta  e  guasta,  e  da  quella  corruzione  son  nate  altre lingue; le quai, come i fiumi che dalla cima dell’Appennino fanno divorzio e  scorrono  nei  dui  mari,  così  si  son  esse  ancor  divise  ed  alcune  tinte  di latinità pervenute per diversi camini qual ad una parte e quale ad altra, ed una tinta di barbarie rimasta in Italia. Questa adunque è stata tra noi lungamente incomposta e varia, per non aver avuto chi le abbia posto cura, né in essa scritto, né cercato di darle splendor o grazia alcuna; pur è poi stata alquanto più culta in Toscana, che negli altri lochi della Italia; e per questo par che ‘l suo fiore insino da que’ primi tempi qui sia rimasto, per aver servato quella nazion gentil accenti nella pronunzia ed ordine grammaticale in quello che si convien, più che l’altre; ed aver avuti tre nobili scrittori, a i quali ingeniosamente e con quelle parole e termini che usava la consuetudine de’ loro tempi hanno espresso i lor concetti; il che più felicemente che agli altri, al parer mio, è successo al Petrarca nelle cose amorose. Nascendo poi di tempo in tempo, non solamente in Toscana ma in tutta la Italia, tra gli omini nobili e versati nelle corti e nell’arme e nelle lettere, qualche studio di parlare e scrivere più elegantemente, che non si faceva in quella prima età rozza ed inculta, quando lo incendio delle calamità nate da’ barbari non era ancor sedato, sonsi lassate molte parole, così nella città propria di Fiorenza ed in tutta la Toscana, come nel resto della Italia, ed in loco di quelle riprese dell’altre, e fattosi in questo quella mutazion che si fa in tutte le cose umane; il che è intervenuto sempre ancor delle altre lingue. Ché se quelle prime scritture antiche latine fossero durate insino ad ora, vederemmo che altramente parlavano Evandro e Turno e gli altri Latini di que’ tempi, che non fecero poi gli ultimi re romani e i primi consuli. Eccovi che i versi che cantavano i Salii a pena erano dai posteri intesi; ma, essendo di quel modo dai primi institutori ordinati, non si mutavano per riverenzia della religione. Così successivamente gli oratori e i poeti andarono lassando molte  parole  usate  dai  loro  antecessori;  ché  Antonio,  Crasso,  Ortensio,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
discordanti l’un dall’altro. Eccovi quanto essa po, che già trasse un pesce a lassarsi cavalcar da un omo per mezzo il procelloso mare. Questa veggiamo operarsi ne’ sacri tempii nello rendere laude e grazie a Dio; e credibil cosa è che ella grata a lui sia ed egli a noi data l’abbia per dolcissimo alleviamento delle fatiche e fastidi nostri. Onde spesso i duri lavoratori de’ campi sotto l’ardente sole ingannano la lor noia col rozzo ed agreste cantare. Con questo la inculta contadinella, che inanzi al giorno a filare o a tessere si lieva, dal  sonno  si  diffende  e  la  sua  fatica  fa  piacevole;  questo  è  iocundissimo trastullo dopo le piogge, i venti e le tempeste ai miseri marinari; con questo consolansi i stanchi peregrini dei noiosi e lunghi viaggi e spesso gli afflitti prigionieri delle catene e ceppi. Così, per maggiore argumento che d’ogni fatica e molestia umana la modulazione, benché inculta, sia grandissimo refrigerio, pare che la natura alle nutrici insegnata l’abbia per rimedio precipuo del pianto continuo de’ teneri fanciulli; i quali al suon di tal voce s’inducono a riposato e placido sonno, scordandosi le lacrime così proprie, ed a noi per presagio del rimanente della nostra vita in quella età da natura date.” XLVIII Or quivi tacendo un poco il Conte, disse il Magnifico Iuliano: “Io non son già di parer conforme al signor Gaspar; anzi estimo per le ragioni che voi dite e per molte altre esser la musica non solamente ornamento, ma necessaria al cortegiano. Vorrei ben che dechiaraste in qual modo questa e l’altre qualità che voi gli assignate siano da esser operate, ed a che tempo e con che maniera; perché molte cose che da sé meritano laude, spesso con l’operarle fuor di tempo diventano inettissime e, per contrario, alcune che paion di poco momento, usandole bene, sono pregiate assai.” XLIX Allora il Conte, “Prima che a questo proposito entriamo, voglio,” disse, “ragionar d’un’altra cosa, la quale io, perciò che di molta importanza la estimo, penso che dal nostro cortegiano per alcun modo non debba esser lasciata addietro: e questo è il saper disegnare ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere. Né vi maravigliate s’io desidero questa parte, la qual oggidì forsi par mecanica e poco conveniente a gentilomo; ché ricordomi aver letto che gli antichi, massimamente per tutta Grecia, voleano che i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Scena 7 Fabrizio, poi Succianespole. Fabrizio Sono in impegno di farmi onore. Voglio, che tutti possano dir bene di me; se vado anch’io per il mondo, mi verranno incontro colle carrozze, coi tiri a sei, colle trombette. Mi dispiace, che non ci ho altri che un servitore solo vecchio, stordito. Ma farò io. I buoni piatti li farò io. Ehi, Succianespole. Signore. Come stiamo in cucina? Bene. È acceso il foco? Gnor no. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Gl innamorati di Carlo Goldoni
sior barba, la sarà un dei primi mercanti della Sicilia. Florindo Io, caro signor Pantalone, sono in un grado di non aver piú bisogno di far il mercante. Ho tanti capitali, ho tanti crediti, ho tanto danaro in cassa da poter vivere comodamente, senza continuare la mercatura. La me perdona se me avanzo troppo. Cossa gh’àla d’investío? Oh poco! A riserva d’un bel palazzo per villeggiare con tre, o quattro campi tirati a giardino; non ho poi comprato né terreni, né case. La senta, e l’ascolta un omo vecchio, pratico delle cosse del mondo, e interessà per i so vantazi. I bezzi i se spende, e quando, che in tel scrigno se cava, e no se mette, presto se ghe vede el fin. La mercanzia la val poco in te le man de chi no seguita a negoziar; e i crediti i gh’à la so gran tara, e no se scuode quando  che  se  vol.  Voggio  mo  dir,  che  continuando  a  negoziar,  la  pol mantegnir, e aumentar i bezzi, e el capital; che lassando el negozio, la pensa almanco a investir, per non aver un zorno da suspirar. La xè zovene, la xè novizzo, probabilmente l’averà dei fioi, a questi, anca solamente previsti, semo obbligai a pensar. La fazza conto de ste parole, e la le receva da un omo, che per etae, per amor, e per debito, se protesta d’esserghe come pare. Caro il mio amatissimo signor Pantalone; voi siete pieno di bontà per me, vi ringrazio de’ salutevoli documenti, e vi prometto di porli in pratica. Quando la crede, che mi ghe diga la verità, e che la sia persuasa de voler mantegnir in credito la so dita, mi la conseggio andar al so paese, tender ai so negozi, e seguitar le pratiche, le usanze, e le corrispondenze de so sior barba. Ho i miei ministri, che agiscono in mia vece. I ministri i xè bei, e boni; ma col paron no gh’abada, le cosse no le va mai ben. Tutti cerca el proprio interesse, e pochi xè quei, che s’impegna con zelo, e con calor in favor dei so principali. Quanto prima tornerò a Castell’a Mare; ma giacchésono in Palermo, non è giusto,  ch’io  parta  senza  farvedere  alla  mia  sposa  le  cose  principali  della città. Se la commanda, mi la farò servir. Vi vorrebbe qualche signora, che si prendesse l’incomodo di accompagnare mia moglie. Gh’ò una nezza maridada in t’un dei primi marcanti. La gh’à carrozza, la gh’à staffieri, la la servirà ela.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 4 Donna Rosaura nell’altra camera, e poi esce, e detti; poi Brighella. Rosaura Florindo Rosaura Florindo Pantalone Rosaura Florindo Cosa volete? (di dentro). Favorite, venite qui, che vi ho da parlare. Non vi è nessuno, che alzi la portiera? (come sopra). Non vi è nessuno. Gh’àla mal ai brazzi? La servirò mi (alza la portiera). Obbligatissima alle sue grazie (esce). Il signor Pantalone è tutto bontà, tutto gentilezza. Sentite le belle esibizioni, ch’egli ci fa. Ci offerisce la buona grazia d’una signora sua nipote, la quale ci favorirà colla sua carrozza, e ci condurrà alla conversazione. È dama questa sua nipote? (a Pantalone). No la xè dama, ma la xè una delle prime mercantesse de sta città. Va alla conversazione delle dame? La va alle conversazion de par soo; de signore tutte oneste, e civil; signore, che non xè nobili; ma che gh’à dei soldi. Signor Pantalone, la riverisco (vuol partire). Come! No la se degna de lassarse servir da mia nezza? Sí, anzi, mi farà piacere (sprezzante). Vago subito a dirghe, che la se prepara per vegnirla a riverir. No, no, per oggi non s’incomodi. Mi duole il capo.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Presto, presto, essa pure vi scarterà. Per qual motivo? Può essere per causa mia. Per sí bella cagione, rinunzierei tutte le piú belle dame del mondo. Mi burlate? Dico davvero. Caro Conte! Adorabile madamina! Lustrissima. La signora Contessa Beatrice, l’è fermada colla carrozza alla porta; e la manda a veder, se  Vosustrissima è in casa, e se la pol vegnir a farghe una visita. Padrona (s’alza). (Adesso la camisa no ghe tocca el preterito) (parte). Veramente è sollecita questa dama. Spero, che resterete contenta. Ha marito? Sí. Il Conte Onofrio. È un buonissimo uomo; mangia, e beve, e non pensa ad altro. Lascia far tutto alla moglie? Tutto. Felici quelle donne, che possono far cosí. Bisognerà andarle incontro. Ma dove? Io direi alla scala. Oh no, Contino mio, basterà, ch’io vada alla porta di camera. Per la prima volta, che viene a visitarvi, potete far qualche cosa di piú. Se lo facessi una volta, sarei obbligata di farlo sempre. Abbondare in gentilezza è cosa sempre ben fatta. Chi troppo si abbassa non esige rispetto.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Le Femmine puntigliose   Atto primo  � Beatrice Rosaura Beatrice Rosaura Rosaura Brighella Scena 10 Potreste intanto prendere il ventaglio, e prepararvi per montare in carrozza (a Rosaura). Ho tempo d’accomodarmi la testa? Eh, che siete accomodata abbastanza! Servitevi della cioccolata; vengo subito. Ehi? Servitevi della cioccolata; vengo subito. Ehi? (chiama. Brighella viene). Alza quella portiera (a Brighella, e passa nell’altra camera). (Se i la vedesse a Castell’a Mar, i creperia da rider) (da sé, parte).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Andiamo, andiamo (prende Lelio per la mano). Mio marito verrà in carrozza con noi? (a Beatrice). In carrozza non vi si sta piú di quattro. Verrà a piedi. Basta... abbiamo anche noi la nostra carrozza. Dunque verrà colla vostra (parte con Lelio). Florindo, abbiate pazienza. Ehi? Avete buon cuoco? (Florindo). Sí signore, buono. Lo proveremo (parte con Rosaura).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Don Florindo solo. Florindo Ed io ho da andare a piedi, o solo nella mia carrozza a vettura? E il signor Conte Onofrio mi usa questa bella creanza? E la signora Contessa Beatrice, che vuol trattar mia moglie, fa di me questa stima? E quel che è peggio, mia moglie lo comporta? Ma io sono stato una bestia. Ma l’ha detto il signor Pantalone, me l’ha detto. Rosaura ha pagate le cento doppie, e queste serviranno a comprarci mille dispiaceri, mille torti, mille affronti. Tra i mercanti io era distinto. Qui tra i Cavalieri non sono considerato. Mai piú non faccio simile bestialità. Dalla Contessa Beatrice non ci voglio andare, e quando torna mia moglie a casa, faccio i bauli, e subito prendo le poste, e la riconduco a Castell’a Mare (parte).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Vi ha pur fatto dire da suo marito, che abbiate la bontà di trattenervi, se ella tardasse alcun poco a venir a casa. Queste ambasciate si fanno fare alle serve, non alle dame, che sono al par di lei, e qualche cosa piú di lei. Si vede bene, che i vizi di suo marito le hanno fatto non solo consummare l’entrate, ma perdere ancora la civiltà. Anche voi vi riscaldate, Contessina Clarice? Mi riscaldo con ragione, e se non avessi licenziato la mia carrozza, me ne anderei assolutamente. Venite nella mia, andiamo. Già io sto poco di qua lontano. Vi contenterete, che smonti al mio palazzo, e vi farete servire a casa. (Vuol esser servita prima lei?) No, no, vi ringrazio. Aspetterò ancora un poco. Sentite una carrozza, sarà quella della Contessa Beatrice. Sarà la mia, sarà la mia. Or ora ve lo saprò dire (parte per assicurarsene, e poi torna). Per che causa mai ci ha fatto venir qui stamattina? Non lo so nemmen io. Ma suo marito, che è stato a invitarmi, mi ha fatto una gran premura. È stato il Conte Onofrio a invitarvi? Egli in persona Ed a me ha mandato il bracciere, non so perché abbia a usar questa differenza. Ha voluto far a me questa finezza. Dunque voi restate, ed io partirò (in atto di andarsene). Per dove, signora Contessa? (incontrandola). Dove mi pare, e piace. Cosí risoluta? Risolutissima; e voi che mi avete accompagnata qui, riaccompagnatemi sino a casa. Brava, e io resterò sola come una pazza. Io non posso dividermi in due.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Le Femmine puntigliose   Atto primo  � Clarice Ottavio Clarice Ottavio Eleonora Clarice Eleonora Ottavio Clarice Ottavio E bene, di chi era la carrozza? (ad Ottavio). Non era né la vostra, né quella della Contessa Beatrice. Dunque di chi? Era della Contessa Flamminia. E per qual ragione non è smontata? Sarà stata invitata come noi; non ha trovato la dama in casa, e se ne sarà andata. Ha fatto benissimo, andiamo anche noi. Epure non è partita per questo. Dunque perché? Mentre  voleva  smontare,  ha  veduto  venire  la  carrozza  della  Marchesa Ortensia, e per non essere obbligata a salutarla, ha ordinato al suo cocchiere tirar di lungo. Se s’incontravano, a chi toccava di loro a salutare l’altra? Toccava alla Marchesa, perché la Contessa era ferma, ed ella andava. Ma la Marchesa Ortensia è qualche cosa di piú della Contessa Flamminia. Siamo cugine di sangue. Circa al sangue, la Contessa Flamminia non è punto inferiore; e imparentata anche colla mia casa. Sentite un’altra carrozza. Sarà la mia, sarà la mia. Ne domanderò ai servitori (parte). Se viene la Contessa Flamminia vado via subito. Non siete amiche? Non sapete, che cosa mi ha fatto? Non lo so da donna d’onore. L’altro giorno, che eravamo alle nozze dellaBaronessa Lucrezia, mi passò dinanzi due volte senzanemmen salutarmi. Ma per che causa? Ve lo dirò io perché. Ha collera con me, perché nell’ultimo festino, che
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Obbligatissima, ah, ah, ah (ride, guardando Clarice). La ringrazio, ah, ah, ah (ride, guardando Eleonora). (Come! Mi deridono? E la Contessa Beatrice non parla?) (Prevedo, che voglia nascere qualche brutta scena) (piano a Beatrice). (Le avete scelte dal mazzo queste due signore) (piano alla detta). I servitori con tre cioccolate Ecco la cioccolata per chi non l’ha bevuta. Noi l’abbiamo presa. I servitori la portano ad Eleonora. Non ne voglio. I servitori la presentano a Clarice. L’ho bevuta. Non la volete? La beverò io (ne prende una chicchera). Il servitore va da Ottavio. Obbligato. L’ho presa. Questa signora ha molta stima per le dame palermitane; ed è venuta apposta a Palermo per conoscerne alcuna delle piú cortesi, e poter poi rappresentare al di lei paese con quanta urbanità, e pulitezza si trattino da noi le persone di merito come lei. La signora Contessa Beatrice mi fa troppo onore. Infatti presso le persone del secondo ordine passa la nostra nobiltà per austera, e troppo sostenuta; non è mal fatto disingannare chi pensa malamente di noi, e dobbiamo ringraziare la signora donna Rosaura, che ci abbia offerta l’occasione di far conoscere al mondo, che sappiamo distinguere il merito in ogni rango, e in ogni carattere. Sentimenti propri d’un Cavalier generoso. Mi pare, che il signor don Florindo abbia tralasciato di negoziare (a Rosaura). Sí signore. Sono piú di tre mesi. E poi, una bella donna si ammette per tutto. Quel giovine, guardate se è venuta la mia carrozza (ad un Servitore, e s’alza).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Contessa, è tardi, bisogna ch’io vada (a Beatrice, e tutti s’alzano). (Ho inteso. Queste dame non mi vogliono; ma la Contessa Beatrice me ne renderà conto) (da sé). (va vicino a Clarice, e le parla piano) (Cara amica, vi prego, fatemi questa finezza, dissimulate qualche poco. Soffrite per amor mio. Se sapeste in qual impegno mi trovo, mi compatireste). (Vi pare una cosa ben fatta? Mettermi a sedere vicino ad una mercantessa?) (a Beatrice, piano). (Cara signora Contessa non fate questo dispiacere alla Contessa Beatrice, non le fate un affronto di questa sorta) (ad Eleonora, piano). (L’affronto l’ha fatto a me, invitandomi a questa bella conversazione) (a Lelio, piano). (È una giovane propria, e civile, mi è stata raccomandata da un ministro della  corte.  Ella  ha  dell’altissime  protezioni.  Credetemi,  che  questa  cosa vuol esser la mia rovina) (a Clarice, piano). (Se fossi sola, non m’importerebbe, ma ho riguardo per la Contessa Eleonora. La  conoscete;  sapete  chi  è.  Una  ciarliera,  che  lo  direbbe  per  tutto.  Fate ch’ella se ne vada, e vedrete se le farò delle cortesie) (piano a Beatrice). (Finalmente non è una plebea; è una signora ricca, onesta, e civile; possibile che abbiate cuore dimortificarla cosí?) (piano a Eleonora). (A casa mia, o a casa sua non averei difficoltà di trattarla, ma qui dove vi sono due altre dame, guardimi il Cielo) (piano a Lelio). Illustrissima, la carrozza non è venuta (a Clarice). Grand’asino quel cocchiere! Non la finisce mai. Contessa Eleonora, se volete andare, non restate per me, ch’io aspetterò la carrozza. Il servitore va via. Dunque anderò io. Amica, compatitemi, non posso piú trattenermi (a Beatrice). Signora Rosaura, vi riverisco (sostenuta). Serva sua (mortificata). (Povera ragazza, mi fa compassione) (a Lelio, piano). (Volete, che andiamo a casa sua a consolarla?) (Se credessi, che non si sapesse, lo farei volentieri).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 15 La contessa Beatrice, la contessa Clarice, Donna Rosaura, il conte Onofrio e il conte Lelio. Rosaura La carrozza della signora Contessa Clarice non è ancora venuta, onde per non farla maggiormente arrossire colla mia conversazione anderò via, se mi date licenza (a Beatrice). Oh cara donna Rosaura, che dite? Voi avete preso in sinistra parte le mie parole. Godo infinitamente della vostra conversazione, e mi rincresce, che l’ora è tarda, che per altro vi pregherei lasciarvi servire nella mia carrozza, e vi condurrei per Palermo, senza alcuna difficoltà. (Il dirlo non mi costa niente) (da sé). Mi sorprende questa vostra inaspettata dichiarazione, la quale non corrisponde certamente al trattamento, che ho ricevuto fin ora da voi e dalla Contessa Eleonora. Oh, in quanto a quella pazza di Eleonora, non occorre abbadarvi. Ella è sempre cosí. Anzi mi sarò burlata delle sue caricature, e voi avrete creduto, ch’io ridessi di voi. Me ne dispiace infinitamente. (Che femmine accorte! Che femmine maliziose!) (da sé). (Che dite amica, vi do piacere?) (piano a Beatrice). (Vi sarò eternamente obbligata) (piano a Clarice). Posso assicurarvi, signora donna Rosaura, che la Contessa Clarice è piena di buon cuore, e non è né superba, né puntigliosa. Guardimi il Cielo. Voglio bene a tutti. Tratto bene con tutti, e non fo male
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
creanze a nessuno. Anzi, per farvi vedere, che fo stima di voi, oggi verrò a visitarvi (a Rosaura). Rosaura Beatrice Clarice Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Beatrice Clarice Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Beatrice Clarice Onofrio Servitore Clarice Beatrice Clarice Sarò infinitamente obbligata alle vostre finezze. (Cara amica, quanto vi sono tenuta) (piano a Clarice). (Lo fo unicamente per voi) (piano a Beatrice). Ditemi, fate mai venir del salvaggiume dal vostro paese? (a Rosaura). Sí signore; spessissimo. Anzi ieri sera mi hanno mandato delle starne. Oh buone! Due fagiani. Oh cari! E due cotorni. Oh vita mia! Se volete venir questa sera a favorirmi, li mangieremo insieme. Si, vengo, vengo. Quando si tratta di salvaggiume, non mi fo pregare. Se queste dame si degnassero, lo riceverei per onore. Non ricuserei le vostre grazie, ma non so, se la Contessa Clarice vorrà venire all’albergo. Cara Contessa Beatrice, queste cose non si dicono nemmeno. Facciamo una cosa. Mandate qui, e si cenerà qui da noi (a Rosaura). Questo sarà per voi troppo incomodo. Niente affatto. Staremo meglio, e con libertà. E la signora Contessa Clarice ci sarà? In casa mia, spererei non dicesse di no. Quando non vi sia soggezione, verrò volentieri. A tavola non ha da venir altri: siamo anche troppi. Illustrissima, è qui la sua carrozza (a Clarice). Contessa, a rivederci (a Beatrice). Ricordatevi che vi aspettiamo. Verrò senz’altro.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Le Femmine puntigliose   Atto secondo  � Atto II Scena 1 Camera prima nella locanda, con bauli e robe su’ tavolini Don Florindo, Pantalone e Brighella Florindo Subito, Brighella, ma subito, subito, senza perder tempo, va’ alla posta, fa’ attaccare al mio carrozzino quattro cavalli, e fa’ che il postiglione venga qui col legno immediatamente. Ma volela partir subito? Senza disnar? Non cercar di piú, fa’ quello, che ti ordino, e torna colla risposta. Vado senz’altro. (Oh che matti! Oh che matti! Qualche volta i troppi bezzi i fa dar volta al cervello) (da sé, parte). Donca, la vol andar via? Quando ritorna a casa la mia signora consorte, voglio che trovi il carrozzino pronto, e che ritorni meco a Castell’a Mare. Ma perché sta resoluzion repentina? Non voglio soggiacere a maggiori affronti. Ne ho sofferti abbastanza. Ma, la me perdona, l’esser pontiglioso xè proprio delle donne; vorla esser pontiglioso anca ela? Il mio risentimento non può chiamarsi puntiglio, mentre, come voi m’insegnate,  il  puntiglio  non  è,  che  una  pretensione,  o  ridicola,  o  ingiusta,  o eccedente. Ma io non ho, che a dolermi del trattamento, che qui ricevo, e voglio assolutamente partire. Se la se fusse degnada de accettar le mie esibizion, no ghe sarabe successo sti inconvenienti. Dite bene; quella pazza di mia moglie, col fanatismo della nobiltà in capo, mi vuole esposto agli scherni, e alle derisioni. E ela la xè tanto debole de lassarse guidar da una donna? Da una donna, che gh’à  sta  sorte  de  pregiudizi  in  testa?  Da  una  donna,  che  va  cercando  el precipizio della so casa? Io sono uomo di bon cuore. Amo mia moglie, e cerco di compiacerla. Amar la muggier xè una cossa bona, ma no bisogna amarla a costo della propria rovina. L’amor bisogna misurarlo col merito della persona; e no
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 2 Don Florindo, poi Arlecchino. Florindo Veramente il signor Pantalone dice bene. Son uomo, sono marito, tocca a me a comandare. Mia moglie dovrà principiar da oggi a fare a modo mio. Saprò farmi obbedire; saprò farmi stimare. Non dico di bastonarla, perché ella forse bastonerebbe me; ma troverò il modo di ridurla senza strepito, e senza violenza. Ehi, moro, dove sei? Comandar, patron. Hai finito di spazzare i miei panni? Sono all’ordine per riporli? Mi aver fatto tutto. Presto dunque, riponi ogni cosa in quei bauli, che or ora abbiamo a partire. Come! Partir avanti magnar? Si mangerà per viaggio. Ah patron, se mi andar viaggio senza magnar, cascar morto in mezzo de strada. Via, mangerai qualche cosa prima di partire. Sbrigati, e termina que’ bauli. Dove star maledetto Brighella? Brighella è andato fuori di casa d’ordine mio. E mi far tutto? Ma se mi fadigar come aseno, seguro voler magnar come porco, patron (va e torna con un abito da uomo). Oh come vuol arrivar nuova a mia moglie questa mia risoluzione! Patron, sentir carrozza; vegnir patrona (con l’abito). Presto, presto, termina il baule, e s’ella t’ordinasse diversamente, seguita a fare  il  fatto  tuo.  Dille,  ch’io  te  l’ho  comandato,  che  sei  in  necessità d’obbedirmi, e avverti bene, che se non eseguirai i miei ordini, ti caricherò ben bene di bastonate. Per so grazia, no per mio merito. Voglio terminar di vestirmi, per essere pronto a partire (parte). Arlecchino mette l’abito nel baule; se ne va a prendere un altro da donna, e mentre va per riporlo, incontra quelli che vengono.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 4 Florindo con bastone, e detti. Florindo Arlecchino Rosaura Florindo Onofrio Rosaura Florindo Rosaura Florindo Rosaura Florindo Rosaura Florindo Arlecchino Onofrio O metti quell’abito nel baule, o ti rompo le braccia (ad Arlecchino). (Star fresca, star fresca) (da sé). Che intenzione avete, signor consorte? Che andiamo immediatamente a casa nostra. Senza desinare? Come? Perché? Or ora verrà il postiglione col carrozzino attaccato. L’ho da saper ancor io. Porta via quell’abito (ad Arlecchino, minacciandolo). Lascia lí quell’abito (al medesimo, minacciandolo). E perché vorreste fare una simile bestialità? Perché degli affronti ne ho ricevuti abbastanza. Niente per altro? Porta l’abito nel guardaroba (ad Arlecchino, come sopra). Metti l’abito nel baule (al medesimo, come sopra). (Star fresco, star fresco) (da sé, con paura). Amico, queste risoluzioni repentine, sono per lo piú sconsigliate, e importune. Pensateci un poco. Fate una cosa; desinate, e frattanto avrete luogo a riflettere (a Florindo). Vi ho pensato tanto che basta. E voi signor Conte Onofrio, in questo non ci avete da entrare. C’entro, perché siete mio buon amico. Se foste mio amico, non mi avreste piantato qui come un villano, obbligandomi a venire a piedi, quando voi andavate in carrozza. Veramente mio marito non dice male, e se non avessi avuto riguardo alla Contessa Beatrice, non sarei nemmen io venuta nella vostra carrozza. Ho piacere che ancor voi comprendiate la verità (a Rosaura). Metti quell’abito nel baule (ad Arlecchino, come sopra). Lascia stare. Portalo nel guardaroba (al medesimo, come sopra). Io resto stordito di questa cosa. Non ci ho abbadato. Se mi dicevate qualche
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 5 Arlecchino, poi Brighella. Arlecchino Oh, questa star bella. Cossa mo aver da far? Se star qua, no magnar; se metter robba baula, padrona bastonar; se portar guardaroba, padron romper brazza. Mi star imbroiada come pulesa in perucca tegnosa. Dov’è el padron? Brighella, star vegnuda a tempo. Cossa voler? Tegnir abita (gli dà l’abito). Cossa aver da far? Quel, che ti voler. Cusí mi no metter, mi no portar: né patron, né patrona mi bastonar (parte). Costú l’è un gran matto. Vado a avvisar el patron, che el carrozzin l’è pronto (parte).
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 6 Camera d’udienza nell’appartamento di don Florindo Donna Rosaura sola. Rosaura Manco  male,  che  mi  è  riuscito  di  acquietar  mio  marito.  L’aveva  fatta  la risoluzione, e s’io non arrivava in tempo, trovava i bauli sul carrozzino. Per obbligarlo a restare, non è stato mal fatto, ch’io gli abbia dipinto diversamente il trattamento delle due dame. Veramente mi hanno fatto ingoiare qualche boccone amaro; ma spero, che si cangeranno, e quelle buone grazie, che non mi hanno usato stamane, spero, che le otterrò questa sera. Con le buone maniere, con le parole rispettose, e obbliganti, e co i buoni offici della Contessa Beatrice, spero d’ottener l’intento. Mi basta una sol volta poter dire di essere stata in una conversazione numerosa di dame, accolta, trattata, e ammessa indistintamente con esse. Dopo ciò, me ne vado immediatamente alla patria, e per conseguir un tale onore farei qualunque gran sagrifizio.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 7 Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Brighella Rosaura Lustrissima.  Gh’è  la  siora  Contessa  Clarice  in  carrozza,  che  la  manda l’imbassada per vegnirla a reverir, se la se contenta. È padrona. Chi ha mandato? El braccier. Digli, ch’è padrona, e poi torna qui. A Castell’a Mar donca, no se va piú. No, non si va per ora. Se la sentisse, cossa che dise el postiglion. Bene, che cosa dice? El dise robba del diavolo. El canta de musica come un sopran (e mi sotto ghe fazzo el basso) (da sé; parte, poi torna). Si vede, che la Contessa Clarice fa stima di me, manda a farmi l’ambasciata per il bracciere, e non per lo staffiere. (torna) Ghe l’ho dito. Presto, prepara le seggiole. Subito (tira innanzi due seggiole della camera). No, no, va’ in sala, prendi una sedia grande coi bracciuoli. La servo (va, e torna con un seggiolone antico e pesante). Ho imparato come si fa. Non mi fo piú burlare. Eccola qua, la pesa, che l’ammazza. Metti lí (gli addita il luogo). Dove? Qua? No, un poco piú là. Qua, come el trono. E qui la mia (in distanza dell’altra). E qua la sua. Vanne, vanne, che vien la Contessa. Alza la portiera.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 9 Rosaura, poi Brighella. Rosaura Ora capisco. Si è voluta far accompagnare sino alla porta. Sin dove arriva il puntiglio! Ambisce di essere complimentata anche per forza, anche in luogo, ove nessuno la vede. Non importa; voglio soffrir tutto per superare il mio punto. Se arrivo ad essere ammessa, e ben accettata in una pubblica conversazione di dame, son contenta, ma se ciò non mi riesce, prima di partir da Palermo voglio lasciare qualche memoria di me. Lustrissima, un’altra visita. L’è qua la signora Contessa Eleonora. La Contessa Eleonora? Che stravaganza è questa! E dov’è ella? In carrozza, che l’aspetta la risposta dell’ambassada. Ha veduto la Contessa Clarice?
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Le Femmine puntigliose   Atto secondo  � Brighella L’è arrivada giusto in tempo, che la signora Contessa Clarice montava in carrozza. Le s’ha fermà tutte do, le ha fatto un atto d’amirazion, e po le s’ha parlà sotto vose, ma mi ho sentido tutto. E che cosa hanno detto? Ha  dito  la  signora  Contessa  Eleonora  a  quell’altra:  che  cosa  fate  qui? Responde la signora Contessa Clarice: sono venuta dalla mercantessa a comprar ventiquattro braccia di stoffa d’oro. Brava! (ha dito la signora Contessa Eleonora); ed io vengo a comprare della tela d’Olanda. Possibile, che abbiano parlato cosí? Le ha dito cusí in coscienza mia. (Ecco il puntiglio! Una non vuol far credere all’altra d’aver della stima per me. Ma ancora mi convien dissimulare; quando sarà tempo di parlare, parlerò) (da sé). Porta via questo tavolino con queste stoffe, acciò non dica, ch’io vendo la roba a braccio, e di’ al bracciere, che venga pure, ch’è padrona. (Che bella cosa! Vegnir a Palermo a spender i so quattrini per farse burlar) (da sé; parte col tavolino, poi torna). Parmi un sogno, che la Contessa Eleonora venga a casa mia, dopo la scena fatta in casa della Contessa Beatrice; o viene per iscusarsi, o viene per insultarmi. Nel primo caso sarebbe troppo umile, nel secondo troppo ardita. Ma siccome saprei far buon uso delle sue giustificazioni, cosí saprei anche rispondere alle sue impertinenze (vedendo ritornar Brighella). E bene, dov’è la Contessa Eleonora? No la s’incomoda, che l’è tornada indrio. È ritornata indietro? Perché? Perché Vosustrissima ha fatto aspettar el braccier avanti da darghe la risposta. Asinaccio, sei stato tu, che l’ha fatto aspettare. Mi co la m’ha dito, che vada, son andà. Dovevi andar subito. Mo se la m’ha fatto dir... Presto,  corri;  raggiungi  la  carrozza  della  Contessa  Eleonora;  dille  che  il mancamento  è  provenuto  da  te,  ch’io  le  domando scusa,  e  che  la  prego degnarsi di favorirmi. Ma la carrozza la va a forte. La sarà lontana... Va’ subito, che ti caschi la testa. Mi son staffier, e no son el lacchè (parte). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 10 Donna Rosaura, poi il conte Onofrio, poi Don Florindo. Rosaura Onofrio Rosaura Onofrio Rosaura Questo disordine mi dispiace infinitamente. La Contessa Eleonora veniva a domandarmi scusa, e il diavolo ha fatto, che se n’è andata. Animo, signora donna Rosaura, che la zuppa è in tavola. Dispensatemi, che oggi non desino. No? Pazienza, mangeremo noi. Ho altro in capo che mangiare. Mi sta sul cuore questo inconveniente colla signora Contessa Eleonora, spero per altro che si appagherà delle mie giustificazioni, e che ritornerà a visitarmi. Perché, non volete venir a pranzo? Perché non ho volontà di mangiare. Venite almeno per compagnia. Lasciatemi in pace; non mi disturbate da vantaggio. Vi è successo qualche inconveniente? Mi è succeduto quello, che suol succedere, quando si tiene servitú in casa, che non sa il suo mestiere. Una dama è venuta per visitarmi. Brighella ha tardato a recar la risposta al bracciere, e la dama si è chiamata offesa, ed è ritornata indietro. Toccava a voi a mandar subito la risposta. Ho spedito Brighella di volo dietro la carrozza per far le mie scuse colla Contessa. Eccolo, che ritorna.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Ohimè, non posso piú. Presto, che ha detto la Contessa Eleonora? Vuole tornare a vedermi? La me lassa chiappar fià. Ho corso come un daino, no posso piú. Sbrigati, asinaccio. Via, abbiate un poco di carità. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 52 Carlo Goldoni   Le Femmine puntigliose   Atto secondo  � Brighella Son arrivado alla carrozza, e l’ho fatta fermar. Me son presentà alla dama, ho principià a parlar; l’ha interrotto le mie parole, e la m’ha dito, che no la se degna de parlar con un staffier; mi voleva seguitar a dir, e ela m’ha fatto dar dal cocchier una scuriada in tel muso, e l’è tirada de longo. Va’ via di qua. Subito la servo. (Questo l’è quel, che se guadagna a servir de sta sorte de matti). Rosaura Un affronto al mio staffiere? Vostro danno. Impacciatevi con gente par vostra. E voi ve la passate cosí placidamente? E che volete, ch’io faccia? La dama ha ragione. Quando le volevate far una scusa non conveniva mandare uno staffiere. E chi avevo da mandare, se voi avete licenziato il cameriere? L’ho licenziato stamattina, quando avevo risoluto di andarmene. Florindo, venite, o non venite? Caro signor Conte, compatitemi: ho sempre di questi maladetti imbarazzi. Se non vuol venir ella, almeno venite voi. Volete usare questa mala creanza al signor Conte? Non volete venire a tavola? Il signor Conte mi dispenserà. Sí, vi dispenso. Anche voi Florindo, se volete restare, restate, basta ch’io lo sappia, del resto mangerò anche solo, quando si tratta di compiacervi. Signor Conte, favorite mandarmi il moro. Subito ve lo mando. (Oh che cappone! Ha tanto di lardo). Che cosa volete fare del moro? Voglio mandarlo a far le mie scuse colla Contessa Eleonora. Il moro? fareste peggio. Il moro non è staffiere. È un servitore, è uno schiavo, e un buffone. Dunque andateci voi. Io non vi anderei, se mi deste mille zecchini. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 14 Onofrio Beatrice Onofrio Beatrice Lelio Onofrio Rosaura Onofrio Ehi, Contessa, aspettatemi. Siete ancor qui? Abbiamo finito di desinare in questo momento. Voglio venire in carrozza ancor io. Ho tanto mangiato, che non posso piú stare in piedi. Andiamo, andiamo. Gran ghiottone! (È venuta a interromperci sul piú bello). Oh che cappone! Oh che zuppa! Oh che ragú! Oh che fricassé. Mi dispiace, che questa sera non vi farete onore col salvaggiume. Non  mi  farò  onore?  Vi  farò  stordire.  Da  qui  a  mezz’ora  torno  ad  esser fresco, come la mattina a digiuno.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 1 Florindo Rosaura Florindo Rosaura Tant’è, voglio sfidar alla spada, quel mangione del Conte Onofrio. Quando lo volete sfidare? Subito; domani mattina. Mi parrebbe di commettere un’azione indegna, se restassi a Palermo sino a domani. Mandate subito a prendere il carrozzino; ordinate, che attacchino i quattro cavalli, e avanti che suoni la mezza notte usciamo da questa città. E mi persuadereste partire senza dimostrare dell’affronto ricevuto un qualche risentimento? Questa è una cosa, alla quale tocca a pensare a me. Ci devo pensar io, che sono vostro marito. No, Florindo, fidatevi questa volta di me. Può essere, che mi riesca far le vostre vendette, senza sfoderare la spada. Eh, che per fare a vostro modo, sinora ho fatto delle bestialità, non voglio, che mi meniate piú per il naso. Ora non vi domando di secondarmi per un capriccio, per un piacere, ma solamente vi chiedo, che siccome sono io stata la cagione di questo male, lasciate fare a me a procurare il rimedio. Ditemi che cosa avete intenzione di fare. No, non lo voglio dire. Bastivi sapere, che il pensiero è tutto mio, che la vendetta  è  sicura,  e  che  mancherà  il  tempo  di  farla  se  inutilmente  ci trattenghiamo. Dunque che abbiamo a fare? Mandate subito a ordinare il carrozzino con i quattro cavalli. E la roba? La roba si consegnerà al padron dell’albergo, e la manderà poi a Castell’a Mare. Volete far uccidere qualcheduno? Eh, pensate! La vendetta ha da essere senza sangue. Io non vi so capire. Sollecitate, e saprete la mia intenzione. Brighella?
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 2 Brighella Florindo Lustrissimo. Va’ subito alla posta, ordina nuovamente il carrozzino con i quattro cavalli, e  di’  al  postiglione,  che  venga  immediatamente,  poiché  voglio  da  qui  a pochi momenti partire. A st’ora? Sàla, che sarà tre ore de notte? La porta si farà aprire. Va’ subito; non tardare. (Oh, cosa che vol rider el postiglion!). Bravo, ora vedo che mi volete bene, e che vi fidate di me. Ma si può sapere che cosa abbiate intenzione di fare? Or ora lo saprete. Moro? Commandar. Ascolta bene ciò, che ti ordino, e bada di non fallare. Mi star omo, mi no fallar. Informati dove è il palazzo della Contessa Eleonora del Poggio. Introduciti bel bello nel primo ingresso, e domanda a quei servitori, se colà vi sono ancora le dame, ch’erano al festino della Contessa Beatrice, e portami subito la risposta. No voler altro? Questo, e non altro; mi preme subito. In do salti andar, e in quattro salti tornar. Dunque le dame, che erano al festino, sono andate dalla Contessa Eleonora? Cosí mi ha detto il cocchiere. E voi che pensate di fare dopo, che sarete di ciò assicurata? Gran curiosità! Lo saprete da qui a poco tempo.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Carlo Goldoni   Le Femmine puntigliose   Atto terzo � Rosaura Brighella Rosaura Florindo Rosaura Brighella Rosaura Brighella Florindo Rosaura Io monto in carrozzino tale, qual mi vedete. Gh’è l’illustrissimo sio Conte Lelio, che li voria reverir. Digli che non ci sono. Sentiamo che cosa dice. Non lo voglio ricevere. Cosa gh’òio da dir? Digli che non ci siamo, e se non lo crede, digli che io non lo voglio ricevere. La sarà servida. Credete, che il Conte Lelio, abbia colpa nell’affronto che ci hanno fatto? O colpa, o non colpa, non voglio piú nessuno di costoro d’intorno. Vado nella mia camera, e quando viene il carrozzino, avvisatemi.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Scena 5 Pantalone Florindo Pantalone Se pol vegnir? Venite, venite, signor Pantalone. L’ho cercada per tutto a bonora, per dirghe una cossa de premura, e no l’ho trovada. Se l’avesse trovà in tempo, pol esser, che avesse potesto prevegnir un desordene, che sento a dir, che sia nato. Com’è? Xè la verità, che gh’è stà fatto un affronto? Giera a casa, e i me lo xè vegnú a contar. Pur troppo è la verità. Se la me avesse badà a mi, no ghe saria successo sto inconveniente. Causa mia moglie. Causa el mario, e no la muggier. Col mario no segonda, la muggier no pol gnente. Basta, avete fatto bene a venirmi a favorire, mentre aspetto il carrozzino, e subito parto. La farà come stamattina. Non ci è pericolo.
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Come! Qui? Che temerità è questa? Signore mie, per grazia, per clemenza. Non vengo in conversazione, non vengo per framischiarmi con voi, vengo a chiedervi scusa, vengo a domandarvi perdono. Oh, via, signora donna Rosaura, questo è troppo. Conte Ottavio, giacché voi mostrate essere penetrato dalla mia umiliazione, impetratemi voi da queste dame la grazia di poter parlare, assicurandole, che non eccederà il mio discorso il periodo di pochi minuti; che alla porta di questo palazzo vi è il carrozzino, che mi attende per ritornare alla patria mia, e che non venendo io per trattenermi in conversazione, ma per dar loro una ben giusta soddisfazione, posso essere ascoltata, senza offendere le leggi rigorose delle loro adunanze. Signore mie, che cosa dite? Siete persuase dell’istanza, senza che vi aggiunga niente del mio per indurvi ad ascoltare una donna, che con tanta civiltà ve ne supplica? Sentiamo che cosa sa dire. Parlate, signora donna Rosaura; queste dame ve lo permettono. Ringrazio queste dame della loro bontà; le ringrazio delle finezze, che alcuna di esse si è degnata farmi in privato, e le ringrazio della libertà, che mi danno di poter per l’ultima volta ad esse in pubblico favellare. Confesso aver  io  estese  troppo  le  mire,  allorché  mi  sono  lusingata  di  poter  essere ammessa alla loro conversazione, ma spero sarò compatita allora che farò Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Non si sa ancora. L’ora non è stabilita. M’immagino che anderete in una carrozza da quattro posti. Io ho ordinato un calesso per mia sorella e per me, ed un cavallo per il mio cameriere. Ed io come vengo? Come volete. Via, via. Il signor Ferdinando verrà con me, voi anderete nello sterzo col signor  Filippo  e  la  signora  Giacinta  (a  Leonardo). (Farò  meglio  figura  a andar in calesso con lui, che con mio fratello). Ma siete poi risoluta di voler partire? (a Vittoria). Che? Ci ha qualche diflicoltà? Vi potrebbe essere una picciola difficoltà. Se non siete sicuri di partire, ditemelo liberamente. Se non vado con voi andrò con qualchedun altro. Tutti vanno in campagna, e non voglio che dicano, ch’io resto a far la guardia a Livorno. (Sarebbe anche per me una grandissima mortificazione).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Ed usano il palossetto ritorto. E portano l’ombrellino per ripararsi dal sole. E poi dicono di noi. Se fanno peggio di noi! Io non so niente di tutto questo. So che come s’andava cinquant’anni sono, vado ancora presentemente. Questi sono discorsi inutili. Favoritemi sei zecchini. Sí, veniamo alla conclusione; lo spendere è sempre stato alla moda. Mi pare di essere delle piú discrete. Oh! signore, non sapete niente. Date un’occhiata in villa a quel che fanno le altre, e me la saprete poi raccontare. Sicché  dunque  devo  ringraziare  la  mia  figliuola,  che  mi  fa  la  finezza  di farmi risparmiare moltissimo. Vi assicuro che una fanciulla piú economa non si dà. Mi contento del puro puro bisognevole, e niente piú. Figliuola mia, sia bisognevole, o non sia bisognevole, sapete ch’io desidero soddisfarvi, e i sei zecchini venite a prenderli nella mia camera, che ci saranno. Ma circa all’economia, studiatela un poco piú, perché, se vi maritate, sarà difficile che troviate un marito del carattere di vostro padre. A che ora si parte? (A proposito). Io penso verso le ventidue. Oh! credo che si partirà prima. E chi viene in carrozza con noi? Ci verrò io, ci verrà vostra zia, e per quarto un galantuomo, un mio amico che conoscete anche voi. Qualche vecchio forse? Vi dispiacerebbe che fosse un vecchio? Oh!  non  signore.  Non  ci  penso,  basta  che  non  sia  una  marmotta.  Se  è anche vecchio, quando sia di buon umore, son contentissima. È un giovane. Tanto meglio. Perché tanto meglio?
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Scena 11 Giacinta e Brigida. Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Brigida Giacinta Sei contenta? Brava la mia padrona. Oh! io poi ho questo di buono: faccio far alla gente tutto quello che io voglio. Ma, come andrà la faccenda col signor Leonardo? Su che proposito? Sul proposito del signor Guglielmo: sapete quanto è geloso; e se lo vede in carrozza con voi... Converrà che lo soffra, Io ho paura che si disgusterà. Con chi? Con voi. Eh! per appunto. Gliene ho fatte soffrir di peggio. Compatitemi, signora padrona, il poverino vi vuol troppo bene. Ed io non gli voglio male. Ei si lusinga, che siate un giorno la di lui sposa. E può anche essere che ciò succeda. Ma se avesse questa buona intenzione, procurate un poco piú di renderlo soddisfatto. Anzi per lo contrario, prevedendo ch’ei possa un giorno essere mio marito, vo’ avvezzarlo  per tempo a non esser geloso, a non esser sofistico, a non privarmi dell’onesta mia libertà. Se principia ora a pretendere, a comandare,  se  gli  riesce  ora  d’avvilirmi,  di  mettermi in  soggezione,  è  finita:  sarò schiava perpetuamente. O mi vuol bene, o non mi vuol bene. Se mi vuol bene, s’ha da fidare, se non mi vuol bene, che se ne vada. Dice per altro il proverbio: chi ama, teme; e se dubita, dubiterà per amore. Questo è un amore che non mi comoda. Diciamola fra di noi: voi l’amate pochissimo il signor Leonardo.
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Ella non incomoda mai; favorisce sempre. È cosí grazioso, che favorisce sempre (con ironia). Non sono io il grazioso. Il grazioso lo averà seco lei nella sua carrozza. Io  non  dispongo,  signore.  Mio  padre  è  il  padrone,  ed  è  padrone  di  far venire chi vuole. Ma la figliuola si accomoda volentieri. Se volentieri, o malvolentieri, voi non avete da far l’astrologo~. Alle corte, signora Giacinta. Quella compagnia non mi piace. È inutile che a me lo diciate. E a chi lo devo dire? A mio padre. Con lui non ho libertà di spiegarmi. Né io ho l’autorità di farlo fare a mio modo. Ma se vi premesse la mia amicizia, trovereste la via di non disgustarmi. Come? Suggeritemi voi la maniera. Oh! non mancano pretesti, quando si vuole. Per esempio? Per esempio si fa nascere una novità che differisca l’andata, e si acquista tempo; e quando preme, si tralascia d’andare, piuttosto che disgustare una persona per cui si ha qualche stima. Sí, per farsi ridicoli, questa è la vera strada. Eh! dite che non vi curate di me. Ho della stima, ho dell’amore per voi; ma non voglio per causa vostra fare una trista figura in faccia del mondo. Sarebbe un gran male, che non andaste un anno in villeggiatura? Un anno senza andare in villeggiatura! Che direbbero di me a Montenero? Che direbbero di me a Livorno? Non avrei piú ardire di mirar in faccia nessuno. Quand’è cosí, non occorr’altro. Vada, si diverta, e buon pro le faccia. Ma ci verrete anche voi. Non signora, non ci verrò. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
il dover discendere. Io non ho tanta virtú che basti. Sono in un’afflizione grandissima, e il mio maggior tormento è l’invidia. Se le altre non andassero in villa, non ci sarebbe pericolo ch’io mi rammaricassi per non andarvi. Ma chi sa mai, se Giacinta ci vada o non ci vada? Ella mi sta sul cuore piú delle altre. Vo’ assicurarmene, lo vo’ sapere di certo. Vo’ andar io medesima a ritrovarla. Dica mio fratello quel che sa dire. Questa curiosità vo’ cavarmela. Nasca quel che sa nascere, vo’ soddisfarmi. Son donna, son giovane. Mi hanno sempre lasciato fare a mio modo, ed è difficile tutt’ad un tratto farmi cambiar costume, farmi cambiare temperamento (parte). Scena 7 Camera in casa di Filippo Filippo e Brigida. Brigida Filippo Sicché dunque il signor Leonardo ha mandato a dire che non può partire per ora? Sí certo, l’ha mandato a dire. Ma ciò non sarebbe niente. Può essergli sopraggiunto  qualche  affare  d’impegno.  Non  stimo  niente.  Mi  fa  specie  che  ha mandato alla posta a levar l’ordine dei cavalli per lui e dei cavalli per me, come s’egli avesse paura ch’io non pagassi, e che dovesse toccar a lui a pagare. (L’ho detto io, l’ho detto. La padrona vuol far di sua testa, che il cielo la benedica). Io non mi aspettava da lui questo sgarbo. E cosí, signor padrone, come avete pensato di fare? Ho pensato che posso avere i cavalli senza di lui, e li ho mandati a ordinare per oggi. Se è lecito, quanti cavalli avete ordinato? Quattro, secondo il solito, per il mio carrozzino. E per me, poverina? Bisognerà che tu ti accomodi ad andar per mare. Oh! per mare non ci vado assolutamente. E come vorresti tu ch’io facessi? Ch’io levassi per te una sedia? Fino che ci fosse stato il cameriere del signor Leonardo, per una metà avrei supplito
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Sí, signore, cosí non venisse. Godremmo piú libertà, e potrebbe venire con noi quella povera Brigida, che si raccomanda. E non avreste piacere d’aver in viaggio una compagnia da discorrere, da divertirvi? Io non ci penso, e non v’ho mai pensato. Non siete stato voi che l’ha invitato? Ho detto niente io, perché lo facciate venire? (Mia figliuola ha piú giudizio di me). Ehi, chi è di là? Un servitore. Subito lo vado io a chiamare. E che volete far dire al signor Guglielmo? Che non s’incomodi, e che non lo possiamo servire. Oh bella scena! bella, bella, bellissima scena (con ironia). Glielo dirò con maniera. Che buona ragione, gli saprete voi dire? Che so io?... Per esempio... che nella carrozza ha da venire la cameriera, e che non c’è loco per lui. Meglio, meglio, e sempre meglio (come sopra). Vi burlate di me, signorina? Io mi maraviglio certo di voi, che siete capace di una simile debolezza. Che cosa  volete  ch’ei  dica?  Che cosa  volete  che  dica  il  mondo?  Volete  essere trattato da uomo incivile, da malcreato? Vi pare cosa ben fatta, che un giovane venga in sterzo con voi? Sí, è malissimo fatto, e non si può far peggio; ma bisognava pensarvi prima. Se l’avessi invitato io, potreste dir non lo voglio; ma l’avete invitato voi. E bene, io ho fatto il male, ed io ci rimedierò. Basta che il rimedio non sia peggiore del male. Finalmente, s’ei viene con me, c’è la zia, ci siete voi: è male; ma non è gran male. Ma se dite ora di non volerlo, se gli fate la mal’azione di licenziarlo, non arriva domani, che voi ed io per Livorno e per Montenero siamo in bocca di tutti: si alzano sopra di noi delle macchine, si fanno degli almanacchi, Chi dirà: erano innamorati, e si son disgustati. Chi dirà: il padre si è accorto di qualche cosa. Chi sparlerà di voi, chi sparlerà di me; e per non fare una cosa innocente, ne patirà la nostra riputazione. (Quanto pagherei che ci fusse Fulgenzio che la sentisse!) Non sarebbe meglio che lasciassimo stare d’andar in campagna?
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Scena 2 Leonardo, poi Cecco. Leonardo Cecco Leonardo Eh! dice bene; mi saprò regolare; metterò la testa a partito. Ehi, chi è di là? Signore. Va subito dal signor Filippo e dalla signora Giacinta. Di’ loro che mi sono liberato da’ miei affari, e che oggi mi darò l’onore di essere della loro partita per Montenero. Soggiungi che avrei una compagnia da dare a mia sorella in calesso, e che, se me lo permettono, andrò io nella carrozza con loro. Fa presto e portami la risposta. Sarà obbedita. Di’ al cameriere che venga qui, e che venga subito. Sí, signore. (Oh quante mutazioni in un giorno!) (parte). Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Scena 3 Leonardo, poi Paolo. Leonardo Ora  che  nella  carrozza  loro  non  va  Guglielmo,  non  ricuseranno  la  mia compagnia; sarebbe un torto manifesto che mi farebbono. E poi, se il signor Fulgenzio gli parla, se il signor Filippo è contento di dare a me sua figliuola, come non dubito, la cosa va in forma; nella carrozza ci ho d’andar io. Con mia sorella vedrò che ci vada il signor Ferdinando. Già so com’egli è fatto, non si ricorderà piú di quello che gli ho detto. Eccomi a’ suoi comandi. Presto, mettete all’ordine quel che occorre, e fate ordinare i cavalli, che a ventun’ora s’ha da partire. Oh bella! E spicciatevi. E il desinare? A me non importa il desinare. Mi preme che siamo lesti per la partenza. Ma io ho disfatto tutto quello che aveva fatto. Tornate a fare. È impossibile. Ha da esser possibile, e ha da esser fatto. (Maledetto sia il servire in questa maniera). E voglio il caffè, la cera, lo zucchero, la cioccolata. Io ho reso tutto ai mercanti. Tornate a ripigliare ogni cosa. Non mi vorranno dar niente. Non mi fate andar in collera. Ma signore... Non c’è altro da dire. Spicciatevi. Vuole che gliela dica? Si faccia servire da chi vuole, ch’io non ho abilità per servirla.
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Scena 5 Leonardo, poi Cecco. Leonardo È fuor di sé dalla consolazione. Certo, che se restava in Livorno, non le si poteva dare una mortificazione maggiore. E io? Sarei stato per impazzire. Ma! il puntiglio fa fare delle gran cose. L’amore fa fare degli spropositi. Per un puntiglio, per una semplice gelosia, sono stato in procinto di abbandonare la villeggiatura. Eccomi di ritorno. E cosí, che hanno detto? Li ho trovati, padre e figlia, tutti e due insieme. M’hanno detto di riverirla; che avranno piacere della di lei compagnia per viaggio, ma che circa il posto nella  carrozza,  abbia  la  bontà  di  compatire,  che  non  la  possono  servire, perché sono impegnati a darlo al signor Guglielmo. Al signor Guglielmo? Cosí m’hanno detto. Hai tu capito bene? Al signor Guglielmo? Al signor Guglielmo. No, non può essere. Sei uno stolido, sei un balordo. Io le dico che ho capito benissimo, e in segno della mia verità, quando io scendeva le scale, saliva il signor Guglielmo col suo servitore col valigino. Povero me! non so dove mi sia. Mi ha tradito Fulgenzio, mi scherniscono tutti, son fuor di me. Sono disperato (siede).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Scena 11 Guglielmo e detti. Guglielmo Fulgenzio Filippo Fulgenzio Guglielmo Filippo Fulgenzio Guglielmo Fulgenzio Guglielmo Fulgenzio Guglielmo Fulgenzio Filippo Guglielmo Filippo Guglielmo Filippo Guglielmo Filippo Guglielmo Signore, le vent’una sono poco lontane. Se comandate anderò io a sollecitare i cavalli. Cosa vedo? Guglielmo ? (Che tu sia maladetto!) No, no, non importa; non si partirà piú cosí presto. Ho qualche cosa da fare... (Non so nemmeno quel che mi dica). Si va in campagna, signor Guglielmo? Per obbedirla. (Io non ho coraggio di dirgli niente). E con chi va in campagna, se è lecito? Col signor Filippo. In carrozza con lui? Per l’appunto. E colla signora Giacinta? Sí, signore. (Buono!) O via, andate a sollecitare i cavalli (a Guglielmo). Ma se dite che vi è tempo. No, no, andate, andate. Io non vi capisco. Fate che diano loro la biada, e fatemi il piacere di star lí presente, perché la mangino, e che gli stallieri non gliela levino. La pagate voi la biada? La pago io. Andate. Non occorr’altro. Sarete servito (parte).
Le smanie per la villeggiatura di Carlo Goldoni
Prontezza della pena Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile. Dico più giusta, perchè risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione e col sentimento della propria debolezza; più giusta, perchè la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia d’un cittadino finchè sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove dei delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel più breve tempo possibile. Qual più crudele contrasto che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? I comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte e dall’altra le lagrime, lo squallore d’un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la più efficace per gli altri e la meno dura che sia possibile  per  chi  la  soffre,  perchè  non  si  può  chiamare  legittima  società quella dove non sia principio infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili. Ho detto che la prontezza delle pene è più utile, perchè quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena, talchè insensibilmente si considerano uno come cagione e l’altra come effetto necessario immancabile. Egli è dimostrato che l’unione delle idee è il cemento che forma tutta la fabbrica dell’intelletto umano, senza di cui il piacere ed il dolore sarebbero sentimenti isolati e di nessun effetto. Quanto più gli uomini si allontanano dalle idee generali e dai principii universali, cioè quanto più sono volgari, tanto più agiscono per le immediate e più vicine associazioni, trascurando le più remote e complicate, che non servono che agli uomini fortemente appassionati per l’oggetto a cui tendono, poichè la luce dell’attenzione rischiara un solo oggetto, lasciando gli  altri  oscuri.  Servono  parimente  alle  menti  più  elevate,  perchè  hanno acquistata l’abitudine di scorrere rapidamente su molti oggetti in una volta, ed hanno la facilità di far contrastare molti sentimenti parziali gli uni cogli altri, talchè il risultato, che è l’azione, è meno pericoloso ed incerto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 42 Cesare Beccaria   Dei delitti e delle pene � Egli è dunque di somma importanza la vicinanza del delitto e della pena, se si vuole che nelle rozze menti volgari, alla seducente pittura di un tal delitto vantaggioso, immediatamente riscuotasi l’idea associata della pena. Il lungo ritardo non produce altro effetto che di sempre più disgiungere queste due idee, e quantunque faccia impressione il castigo d’un delitto, la fa meno come castigo che come spettacolo, e non la fa che dopo indebolito negli animi degli spettatori l’orrore di un tal delitto particolare, che servirebbe a rinforzare il sentimento della pena. Un altro principio serve mirabilmente a stringere sempre più l’importante connessione tra ‘l misfatto e la pena, cioè che questa sia conforme quanto più si possa alla natura del delitto. Questa analogia facilita mirabilmente il contrasto che dev’essere tra la spinta al delitto e la ripercussione della pena, cioè che questa allontani e conduca l’animo ad un fine opposto di quello per dove cerca d’incamminarlo la seducente idea dell’infrazione della legge.
Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria
che sotto l’acqua è gente che sospira, e fanno pullular quest’acqua al summo, 120 come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, portando dentro accidïoso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra”. 125 Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra”. Così girammo de la lorda pozza grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo, con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. 130 Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Questi, scacciato, il dubitar sommerse in Cesare, affermando che ’l fornito sempre con danno l’attender sofferse”. 100 Oh quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata ne la strozza Curïo, ch’a dir fu così ardito! E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, levando i moncherin per l’aura fosca, 105 sì che ’l sangue facea la faccia sozza, gridò: “Ricordera’ti anche del Mosca, che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, che fu mal seme per la gente tosca”. E io li aggiunsi: “E morte di tua schiatta”; 110 per ch’elli, accumulando duol con duolo, sen gio come persona trista e matta. Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, e vidi cosa, ch’io avrei paura, sanza più prova, di contarla solo; 115 se non che coscïenza m’assicura, la buona compagnia che l’uom francheggia sotto l’asbergo del sentirsi pura.
Divina Commedia di Dante Alighieri
CXXXI – Essendo andato una volta Salvestro Brunelleschi al bagno per contentar la donna, per generare figliuoli, la donna l’altro anno vi vuole ritornare; Salvestro gli dice che non è più buono a ciò, e ch’ella provi con altrui, e la donna vi va sanza lui......................................................................................... 243 CXXXII – Essendo stati assaliti quelli da Macerata dal conte Luzzo, una notte venendo una grande acqua, credendo che siano li nimici, con nuovi modi tutta la terra va a romore ......................................................... 244 CXXXIII – Uberto degli Strozzi, essendo de’ Priori, al tempo che lo Imperadore Carlo passò a pigliare la corona, in uno dì con due piacevoli detti quella tristizia fa convertire in risa ............................................... 247 CXXXIV – Petruccio da Perugia, essendoli dato per debitore il Crocifisso dal suo prete, va con una scure percotendo il Crocifisso, e volendo da lui per ogni denaio cento, in fine è pagato ........................................... 249 CXXXV – Bertino da Castelfalfi, facendo una cortese lemosina a uno saccardo povero e infermo, essendo da’ nimici preso, dal detto saccardo in avere e in persona è liberato ................................................................ 251 CXXXVI – Prova maestro Alberto, che le donne fiorentine con loro sottigliezza sono i migliori dipintori del mondo, e ancora quelle che ogni figura diabolica fanno diventare angelica, e visi contraffatti e torti maravigliosamente dirizzare ........................................................................................................................... 253 CXXXVII – Come le donne fiorentine, senza studiare o apparare leggi, hanno vinto e confuso già con le loro legge, portando le loro fogge, alcuno dottore di legge ................................................................... 255 CXXXVIII – Non essendo obbedito dalla sua famiglia Buonanno di ser Benizo, armatosi tutto a ferro, corre la casa per sua ....................................................................................................................................... 257 CXXXIX – Uno Massaleo da Firenze, essendo in prigione con uno giudice stato della Mercatantia, con una strana piacevolezza usata nel giudice si mostra avere errato ............................................................... 259 CXXXIX – Tre ciechi fanno compagnia insieme, e veggendo la loro ragione a Santa Gonda, vegnono a tanto che si mazzicano molto bene insieme, e dividendo l’oste e la moglie, sono da loro anco mazzicati .................. 260 CXLI – Come a uno Rettore capitò innanzi con una questione una femmina con tre sordi, e come nuovamente e piacevolmente diffinì la loro questione ........................................................................................................ 265 CXLII – Uno buffone di Casentino morde uno avaro con una nuova risposta,  e fàllo ricredente della sua miseria ... 267 CXLIII – Il Piovano da Settimo rimane scornato, perché uno, che era bastardo, scontrandolo gli dimostra, con una piacevole novella, come anco elli è mulo ........................................................................................... 268 CXLIV – Stecchi e Martellino, con un nuovo giuoco e con un lordo, in presenza di messer Mastino, con la parte di sotto gittando molto fastidio, o feccia stemperata, infardano due Genovesi con li loro ricchi vestimenti, da capo a piede ............................................................................................................................ 269 CXLV – Facendosi cavaliere messer Lando da Gobbio in Firenze per essere Podestà, messer Dolcibene schernisce la sua miseria, e poi nella sua corte essendo mossa questione a messer Dolcibene, con nuova astuzia e con le peta vince la questione ............................................................................. ............. 275 CXLVI – Uno standosi in contado, facendo volentieri dell’altrui suo, imbola un porco, e con sottil malizia nel mena, e morto che l’ha con sottil frodo il mette in Firenze, il quale, essendo scoperto, paga lire ventotto, e ancora lo restituisce a cui l’avea imbolato, e in tutto gli costa fiorini dieci, e rende il porco .......................... 278 CXLVII –  Volendo frodare un ricco di danari la gabella, s’empie le brache d’uova; essendo detto a’ gabellieri, quando passa il fanno sedere, e tutte l’uova rompe, impiastrandosi tutto di sotto; e pagando il frodo,rimane vituperato ............................................................................................................... 281 CXLVIII – Bartolo Sonaglini con una nuova e sottile astuzia fa sì che, essendosi per porre molte gravezze, d’essere convenevolmente ricco, è reputato poverissimo, ed ègli posto una minima prestanza ......................... 285 CXLIX – Uno abate di Tolosa con una falsa ipocrisia, facendo vita che da tutti era tenuto santo, fu eletto vescovo di Parigi, là dove essendo a quello che sempre avea desiderato, facendo una vita pomposa  e magnifica, si dimostrò tutto il contrario, recando molto bene a termine li beni del vescovado .................... 288 CL – Uno cavaliere, andando in una podesterìa, porta uno suo cimiero; uno Tedesco il vuole combatter con lui .. ed elli  niega la battaglia: in fine si fa dare fiorini cinque, che gli è costato, e pigliane un altro, e avanza fiorini tre ..... 290 CLI – Fazio da Pisa volendo astrologare e indovinare innanzi a molti valentri uomeni, da Franco Sacchetti è confuso per molte ragioni a lui assegnate per forma che non seppe mai rispondere ...................................... 292
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CLII – Messer Giletto di Spagna dona uno piacevole asino a messer Bernabò, e Michelozzo da Firenze, avvisandosi il detto signore essere vago d’asini, gliene manda due coverti di scarlatto, de’ quali gli è fatto poco onore, con molte nuove cose che per quello dono ne seguirono ............................................................. 295 CLIII  –  Messer  Dolcibene,  andando  a  vicitare  uno  cavaliere  novello,  ricco  e  avaro,  con  uno  piacevol  morso il desta a farsi fare qualche dono .................................................................................................................... 300 CLIV – Uno giovene di Genova, avendo menata moglie, non possendo così le prime notti giacere con lei, preso sdegno se ne va in Caffa, e stato là più di due anni, ritorna a casa con più denari che non portò, avendolo la moglie aspettato a bell’agio a casa il padre ................................................................................... 302 CLV – Maestro Gabbadeo da Prato è condotto a Firenze, per avviarsi dopo la morte del maestro Dino, il quale venuto, gl’interviene che guardando uno orinale a cavallo, e ’l cavallo aombrando, corre a suo mal grado insino alla porta al Prato, ed egli non lasciò mai l’orinale ............................................................................... 306 CLVI – Messer Dolcibene fa in forma di medico nel contado di Ferrara tornare una mana a una fanciulla, che era sconcia e svolta, nel suo luogo; e questo fa gittandovisi su a sedere ..................................................... 309 CLVII – Messer Francesco da Casale signore di Cortona mena Pietro Alfonso a mostrarli il corpo di santo Ugolino, là dove con nuove parole si raccomanda a lui, e con vie più nuove si sta, e parte dal detto messer Francesco .......... 313 CLVIII – Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, essendo capitano di Santo Miniato, usa certe astuzie con la malizia de’ Sanminiatesi; e in fine, sanza tenere la metà de’ fanti, vinse le sètte loro, ed ebbe onore ............. 315 CLIX – Uno cavallaccio di Rinuccio di Nello, sciogliendosi, per correre drieto a una cavalla in Firenze, e ’l detto  Rinuccio, seguendolo, con nuovi casi fece quasi correre a seguirlo la maggior parte de’ Fiorentini ................. 318 CLX – Uno mulo traendo calci in Mercato vecchio fa fuggire tutta la piazza, e guasta la carne ed e’ panni di cui era carico, fa venire in quistione i lanaiuoli co’ beccari; e dopo molte nuove cose, il fine che n’è seguito ......... 323 CLXI – Il vescovo Guido d’Arezzo fa dipignere a Bonamico alcuna storia, la quale essendo spinto da una bertuccia la notte quello che ’l dì dipignea, le nuove cose che ne seguirono .................................................... 329 CLXII – Popolo d’Ancona buffone, per grande improntitudine e con nuova sottigliezza di parole, cava una cappa di dosso al cardinale Egidio, quasi contro al suo volere, e vassene con essa ............................................ 332 CLXIII – Ser Bonavere di Firenze, essendo richiesto a rogare un testamento e non trovando nel calamaio inchiostro, è chiamato un altro notaio a farlo; di che elli ne compera una ampolla, e portandola allato, si versa sopra una roba d’uno judice a palagio ............................................................................................................ 334 CLXIV – Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è più tapino che mai ..................................................................................... 337 CLXV – Carmignano da Fortune con una nuova immaginazione sfinisce una questione di tavole passando per la via, la quale non si potea sfinire per chi non avesse veduto .................................................................... 339 CLXVI – Alessandro di ser Lamberto, con nuovo artificio fa cavare un dente a un suo amico dal Ciarpa, fabbro in Pian di Mugnone............................................................................................................................ 341 CLXVII – Messer Tommaso di Neri manda un suo lavorante di lana al maestro  Tommaso perché lo curi d’alcuno difetto; e portando l’orina al maestro, ne porta un pieno orinale e un mezzo orciuolo; e quello che ne seguita ...... 344 CLXVIII – Maestro Gabbadeo con una bella cura fa uscire a uno contadino certe fave che gli erano entrate nell’orecchia, battendole su l’aia ..................................................................................................................... 346 CLXIX – Bonamico dipintore dipignendo santo Ercolano su la piazza di Perugia, il dipigne col diadema di lasche in capo, e quello che ne seguita ........................................................................................................ 348 CLXX – Bartolo Gioggi dipintore avendo dipinto una camera a messer Pino Brunelleschi di Firenze, il nuovo motto e altro che seguì ..................................................................................................................... 350 CLXXI – Il  Vescovo dell’Antella di Firenze avendo fatto dipignere  l’altare di Santo  Bastiano  nella maggior chiesa.... ..........351 CLXXII ................................................................................................................................................................ 351 CLXXIII – Gonnella buffone predetto in forma di medico, capitando a Roncastaldo arca certi gozzuti, e ancora il Podestà di Bologna; e con la borsa piena si va con Dio, e loro lascia col danno e con le beffe ......... 352 CLXXIV – Gonnella medesimo domanda denari che non dee avere, a due mercatanti, l’uno gli dà denari, l’altro il paga di molte pugna ......................................................................................................................... 356
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
esser mai lieto né contento. La brigata tutta comincia a ridere, e a Neri si turò la strozza in sì fatta forma che si partì, e mai non disse parola. La terza fu che Giovanni Zati, non essendo ancora cavaliero, essendo molto piccolo e sparuto, e avendo il padre prestato in Frioli, volle mordere il Croce dell’anima nel prestare che avea fatto, e lui mettea in parole nel paradiso; e ’l Croce disse dopo molte parole: — Giovanni, io ti vorrei fare una piccola questione; e questa è che io vorrei saper da te, se tu andassi al luogo comune, e fatto el mestiero del corpo, e avessi bisogno d’adoperare la pezza, e in quel luogo fosse dall’un lato sciamiti, dall’altro drappi, da un’altra parte fossono pezze per quello mestiero, qual piglieresti per nettarti? Rispose: — Piglierei le pezze da quel mestiero. E ’l Croce disse presto: — E così farà il diavolo di te. Costui sentendosi così mordere, e la sparuta vista e l’opere sue, che ancora non meritavono paradiso, come si dava a credere, mai né allora né poi si stese in simil ragionamenti con lui. E così questo Croce cavò d’errore questi tre errati di loro medesimi, li quali sono molti come costoro che s’ingannono sì forte che credono che tutti gli altri siano ciechi, e a loro pare avere gli occhi del lupo cerviere, non pensando chi siano, né quanto vaglino l’opere loro, essendo peggiori che tali con cui contendono, si vogliono fare di buona terra, mostrandosi buoni, essendo il contrario. E per questo nacque quel proverbio: “Lo sbandito corre drieto al condennato”. Ma a tutti intervenisse che s’abbattessono al Croce, il quale non essendo Socrate, non Pittagora, non Origene, né degli altri filosofi ch’ebbono profonde sentenzie, ma uno omicciatto disutile, con così  nuove  ragioni  che  gli  confondesse  come  confuse  questi  tre  con  cui venne a questione: questo non gli diede scienza, ma sottigliezza e ingegno di natura.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
be forte errare; e non abbiate a male, ché io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini; la natura dell’asino è questa: che quando molti ne sono insieme, dando d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanto è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. Li Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente egli hanno la natura del porco, però che essendo una moltitudine di porci stretta insieme, e uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi gli percuote; e questa è veramente la natura loro: e se mai queste figure mi parvono proprie, mi paiono al presente. Voi percotesti l’altro dì li Viniziani: e’ si sono serrati verso voi a lor difesa e a vostra offesa; e hanno cotante galee in mare con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro; e non avete se non cotante galee armate: egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia. Poi fa fine a queste parole, dicendo: — Non l’abbiate a male, ché io serei crepato, s’io non mi fusse sfogato. Or questa cotanta predica udi’ io, e torna’ mi a casa; l’avanzo lasciai udire  agli  altri.  Avvenne  per  caso  quel  medesimo  dì  che  nel  luogo  de’ mercatanti, essendo io dov’erano in un cerchio e Genovesi, e Fiorentini, e Pisani, e Lucchesi, e ragionandosi de’ valenti uomini, disse uno savio Fiorentino che ebbe nome Carlo degli Strozzi: —  Per  certo  voi  Genovesi  siete  gli  migliori  guerrieri  e  più prod’uomini  che  siano  al  mondo:  noi  Fiorentini  siamo  da  fare  l’arte della lana, e nostre mercanzie. Ed io risposi: — E’ c’è ben la ragione. Il perché tutti dissono: — Come? E io rispondo: — Li nostri frati, quando predicano a Firenze, ci ammaestrano del digiuno  e  dell’orare, e  che  dobbiamo  perdonare,  e  che  dobbiamo seguire la pace e non far guerra; li frati che predicano qui insegnano tutto  il  contrario;  però  che  in  questa  mattina  ritrovandomi  in  Santo Lorenzo,  io  porsi  gli  orecchi  a  un  frate  romitano  che  predicava;  gli ammaestramenti e gli esempli che il populo qui poté udire furono que-
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
LXXXIII A Tommaso Baronci, essendo de’ Priori, sono fatte da’ Priori tre piacevoli beffe. Essendo de’ Priori ne’ loro tempi Marco del Rosso degli Strozzi, e  ommaso T Federighi, e Tommaso Baronci, e altri, avvenne, come spesso interviene, che volendo pigliare il detto Marco e Tommaso Federighi alcuno piacere d’alcuno de’ compagni, ebbono procurato  Tommaso Baronci esser quello di cui gran piacere si potea pigliare. Essendo il detto Tommaso Baronci Proposto, uno suo paio di scarpette co’ becchetti grosse (essendo andato al letto) gli arrovesciorono una sera; e la mattina, levandosi, e sonando in fretta a’ collegi, mettendosi le dette scarpette al buio, essendo sollecitato, n’andò nella udienza; e là postosi a sedere, statovi gran pezza, tanto che tutti i collegi v’erano, Marco guardando a’ pie’ di Tommaso, disse: — Che è questo Proposto? Vuo’ tu andare a cacciare con coteste scarpette? Quelli guatale e dice: — Come! che mala ventura è questa? Elle non paiono le mia, benché io non le veggo bene, se io non ho gli occhiali. E cavossi gli occhiali da lato, e misseseli, e con essi si chinava quanto potea, facendosi verso la finestra; ciascun guatava che scarpette son quelle. Dicea Tommaso: — Elle non sono le mie, ch’ell’aveano i becchetti, e queste non l’hanno.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
detta cosa agli orecchi di Giovanni Manfredi. Non potendosi il detto dar pace, sanza dir alcuna cosa, la seguente notte se ne va con alcuno nell’orto del Minonna, e tagliato molti belli cavoli che v’erano, e colti quelli frutti che poté portare, e fare danno, fece. Arriva la novella al Minonna, e subito si pensa essere stato Giovanni Manfredi; e comincia a soffiare che parea un porco fedito, con un naso sgrignuto e con un leggìo di drieto per ispalle, che parea un dalfino quando sopra il mare si getta soffiando a indovinare tempesta. Subito si mette la via fra gambe, e caccia il capo innanzi con la foggia, come andava, per andare alle Panche; e passando con questo impeto dalla bottega di Caperozzolo, di fuori nella via era uno bariglione su uno desco con non so che cose da fare o lattovari o savori in molle, e davvi si fatta entro che ’l bariglione e ’l desco, con ciò che v’era, andò per terra; e va pur oltre a suo cammino. Caperozzolo, o suo lavoratore, che pestava dentro, vedendo questo, esce fuori e guata dietro al Minonna, gridando: — Morto sie tu a ghiado, o non vedi tu lume? che perdere postù gli occhi. Il Minonna fece vista di non udire, e va pur via, e giugne alle Panche, ed entra nell’orto, e va tastando li cavoli con ciò che v’è, dolendosi forte, e massimamente de’ cavoli de’ quali spesso mangiava gran minestre; e stette alcun dì, mostrando non sapere chi ciò gli avesse fatto. Alla per fine pensò che  la  cosa  non  rimanesse  qui.  Una  sera  ebbe  due  contadini,  e  pregolli fussino con lui, e così fu; ché venuta la notte, con due sacca e con coltellini andorono all’orto di Giovanni Manfredi, dove era un campo d’agli di smisurata bellezza, e de’ quali il detto Giovanni sempre ragionava, e questi agli divegliendo  a  uno  a  uno,  tagliarono  li  capi  e  mettevano  ne’  sacchi,  e  ’l gambo rificcavono nella terra, e così tutti gli ebbono divelti e portati i capi e lasciati i gambi nel luogo loro. Da  ivi  a  due  dì,  essendo  e  Giovanni  e  Minonna  al  Trebbio,  dove usavono, il Minonna si dolea de’ cavoli suoi. Dice Giovanni Manfredi: —  Io  vorrei  che  mi  fussino  stati  innanzi  tolti  gli  agli  miei,  che  si guastassino come pare che si guastino. Dice il Minonna: — Come? egli erano così belli. E quelli dice: — E’ sono tutti appassati da ieri in qua.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
XCIX Bartolino farsettaio, veggendo la sua donna esser molto nera, con belle parole la morde, come ch’ella non mostrasse intenderle. Bartolino  farsettaio  menò  moglie  una  donna  vedova,  la  quale  era nerissima; e la sera andando al letto, questa donna era tutta spogliata, e sedea sul letto, segnandosi, dicendo sue orazioni. Bartolino era già coricato, e  non  coricandosi  la  donna,  e  quelli  la  guata,  e  pareagli  ch’ella  fosse  in gonnella  monachina,  però  che  le  carne  sua  aveano  quel  colore.  Dice Bartolino: — Spogliati, e vatti al letto. Dice la donna: — Io sono spogliata. Bartolino la tocca; ed ella squittisce. — O di’ tu di vero? entra sotto. Ed ella entrò. Questo ho detto per tanto ch’ella era nerissima, tanto che fra l’altre volte Bartolino desinando una mattina carne di castrone, e oltre disse facesse molto bene della salsa, ché n’era vago. Venneli innanzi piccola scodellina di salsa. Dice Bartolino: — O che vuol dir questo, che io ho sì poca salsa? La donna disse: — E’ non si trovorono dell’erbe. Dice Bartolino: — E’ mi pare bene che se ne trovassino, che tu te l’hai mangiata, per tal segnale che tu hai il viso tutto verde. Dice la donna: — E’ non è quel che tu credi. — O che è? — È che io mi voglio levare questa carne salvatica di sopra, che per lo stare in contado è arrozzita. Dice Bartolino: — Datte ben fatica, che poi che tu foste mia moglie t’ha’ fatto più volte  il  dibuccio,  come  che  tu  creda  che  io  non  me  ne  sia  avveduto;  e quanto più cavi, più mi pare che truovi il nero; e però per lo mio amore, donna mia, non cavare più, però che tu potrai trovare lo ’nferno, tanto
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
polso che quasi aveano perduto, dando licenza ad ogni uomo che ritornasse a casa. E di questa novella, e per Macerata e per l’altre terre da presso, più dì n’ebbono gran piacere considerando all’acqua e alla caduta di frate Antonio. E così sono spesse volte e ignoranti e matti i popoli che in tempo di guerra massimamente, cadendo un quarto di noci, o rompendo una gatta uno catino, si moveranno a romore credendo che siano inimici: e su questo come tordi ebbri s’anderanno avviluppando perdendo ogni loro intelletto. CXXXIII Uberto degli Strozzi, essendo de’ Priori, al tempo che lo Imperadore Carlo passò a pigliare la corona, in uno dì con due piacevoli detti quella tristizia fa convertire in risa. Quando lo imperadore Carlo re di Buem passò in Italia a pigliare la corona, essendo in Italia molto prosperato, e spezialmente in Toscana, avendo Pisa e Siena e Lucca, a’ Fiorentini parea stare assai male. Era fra quelli tempi de’ priori Uberto degli Strozzi e Salvino Beccanugi, e altri loro compagni; li quali facendo un consiglio di richesti, ed essendo molti cittadini ragunati nella sala, e confortandosi per li savi la gente; dicendo alcuni esso, per non aver denari, convenirsi tosto partire di Toscana; altri diceano: “Di maggiori pericoli  siamo  campati”;  e  confortavasi  la  brigata  molto  con  gli  aglietti, Uberto degli Strozzi che era de’ priori, era uno uomo antico e piacevolissimo quanto avesse la nostra città, e con questo era molto povero; Salvino Beccanugi era anco poverissimo. Di che essendo nel consiglio de’ richiesti per li consiglieri detto quanto facea di bisogno; Uberto degli Strozzi per l’ufficio de’ priori si levò su, e disse: —  Savi  consiglieri,  i  Signori  hanno  udito  li  vostri  consigli,  e veggendogli  molto  uniti  n’hanno  preso  grandissimo  conforto,  pensando tosto metterli ad esecuzione. Una cosa vi voglio dire come Uberto: il diavolo non è nero come si dipigne. Questo imperadore ci può star molti dì, come volare per aria; però che veramente sappiamo ch’egli è più povero che non è Salvino Beccanugi, che è qui nostro compagno. Salvino era molto antico: sente dire questo a Uberto, levasi e faglisi incontro, dicendo:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
bella, e avetemela forse mostrata per cacciarmi; e io me ne voglio andare, però che a me ha ella fatto grandissima paura, tale che fatevi con Dio, e di me non fate ragione mentre che in Cortona questo corpo di santo Ugolino fia. E salito a cavallo, disse al signore: — Fatevi con santo Ugolino, e io voglio fare sanza lui. E ’l signore rispose: — Pietro, poiché ti vuogli pur partire, vattene con santo Ugolino. E Pietro disse: — Signore mio, voi direte poco più, che io non saperò se io mi debba stare, o se io me ne debbo andare —; e dato degli sproni, e detto al signore: — Rimanetevi con santo Ugolino —; si partì. E così avviene oggi nel mondo, che li signori e gli altri viventi sono sì vaghi di cose nuove che se elli potessono, muterìano la signoria del cielo, come spesso mutano quella delle terre. Abbiamo li santi canonezzati e cerchiamo di quelli che non sappiamo se sono. Abbiamo il nostro Signore Jesu Cristo, la sua Madre, gli Apostoli e gli altri maggiori del Paradiso, e andremo dietro a san Barduccio. Dall’una parte diremo che chi muore scomunicato, il corpo  suo  si  sta  intero  e  non  si  disfà:  dall’altra  parte  diremo  un corpo morto, che non si consuma, essere santo. E segue tanto questa idolatria che s’abbandonano li veri per questi tali, che spesse volte, essendo dipinti, è fatto loro maggiore luminaria e posto più immagini di cera che al nostro Signore. E così spesso s’abbandona la via vecchia per la nuova; e’ religiosi spesso ne sono cagione, dicendo spesso che alcuno corpo sotterrato alla chiesa loro averà fatto miracolo, e dipingonlo per tirare, non acqua a lor mulino, ma cera e denari; e la fede si rimane dall’uno de’ lati. CLVIII Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, essendo capitano di Santo Miniato, usa certe astuzie con la malizia de’ Sanminiatesi; e in fine, sanza tenere la metà de’ fanti, vinse le sètte loro, ed ebbe onore. Al  tempo  che  ’l  Comune  di  Santo  Miniato  in  Toscana  era  in  sua libertà,  come  avea  per  usanza,  mandava  quasi  continuo  la  elezione  del capitanato a uno fiorentino, e per la diversità degli uomeni di quello e per
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
lo male reggimento de’ rettori, che là andavano, rade volte intervenìa che alli più di questi rettori non fosse fatta vergogna, e talora tanta che talora se ne venìano in camicia, e talora erano presso che morti. Avvenne per caso che fu eletto per capitano un Soldo di messer Ubertino degli Strozzi, uomo piacevolissimo e saputo, e non abbiente, ed era forte gottoso, e quasi di ciò perduto. Avendo costui la elezione, cominciò a pensare, e dall’una parte il tirava il bisogno, e dicea: “Io voglio andare”; dall’altra dicea: “Io non voglio andare a morire; io sono vecchio, e sono attratto di gotte: li Sanminiatesi hanno fatto sì e sì al tale e così all’altrettale; egli è meglio ch’io rifiuti”. Alla per fine, combattendo molte cose nella sua mente deliberò d’andare, per sovvenire alla sua necessità, e con una sottile astuzia, per riparare alle furie e alle sètte de’ Sanminiatesi; e così accettoe. E venuto il tempo, andò nel detto officio; nel quale stando, apparì una gran mortalità, la quale fu molto prosperevole al detto Soldo, come appiede di questa novella si dimostrerrà. Ora stando costui nel principio del suo capitanato, apparve un caso, che uno da Coligarli, o di quello paese, fu preso per alcuno eccesso, del quale, essendo colpevole, meritava d’essere dicapitato. Come la setta di messer Bindaccio Mangiadori il seppe, subito furono a lui, protestando che ’l detto non  morisse;  e  per  opposito  la  setta  de’  Ciccioni  con  ogni  loro  forza  e argomento voleano che ’l preso non campasse. E questa era un’aspra contesa, come spesso interviene tra due sètte. Veggendo Soldo questo, fra sé medesimo comincia a dire: “Io non debbo essere venuto qui per farmi uccidere, e sono poco adatto a combattere con costoro, però che io sono vecchio e infetto: a me conviene avere senno per la loro.. e portarmene quello che io avanzerò, che n’ho bisogno. E così pensato, disse una mattina all’una setta e all’altra che la sera andassono al banco a lui, e che piglierebbe lodo tale su’ fatti del preso che l’una parte e l’altra doverrebbe rimanere per contenta; e così si partirono. E venuto poi l’ora del vespro, essendo Soldo al banco, l’una e l’altra setta comparirono alla difesa e all’offesa, dicendo ciascuna parte ciò che voleano. Disse Soldo: — Io v’ho intesi, e serei molto contento della vostra pace e della vostra concordia, però che unitamente credo, se ciò fosse, consigliereste che io facesse giustizia, la quale ho giurato di fare, facendo ragione a ciascheduno; e di questo non me ne storrei, se già per voi non si facesse una cosa. Udendo questo quelli che voleano che ’l preso campasse, dissono fare
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
CLXIII Ser Bonavere di Firenze, essendo richiesto a rogare un testamento e non trovando nel calamaio inchiostro, è chiamato un altro notaio a farlo; di che elli ne compera una ampolla, e portandola allato, si versa sopra una roba d’uno judice a palagio. Nel  popolo  di  Santo  Brancazio  di  Firenze  fu  già  uno  notaio,  il quale ebbe nome ser Buonavere; ed era uno uomo grande e grosso di sua persona e molto giallo, quasi impolminato e mal fatto, sì come fosse stato  dirozzato  col  piccone;  sempre  con  desiderio  era  piatitore  e  del quistionare  a  ritto  e  a  torto  giammai  non  finava:  e  con  questo  era sgovernato, che mai nel pennaiuolo che portava non avea né calamaio, né penna, né inchiostro. Se fosse stato richiesto, andando per una via, facesse  un  contratto,  cercavasi  el  pennaiuolo  e  dicea  avere  lasciato  il calamaio e la penna a casa per dimenticanza; e pertanto dicea andassono allo speziale e recassono il calamaio e ’l foglio. Avvenne per caso che un ricco uomo di quelle contrade, dopo lunga infirmità venendo a morte, volendo fare testamento subito, avendo i suoi parenti paura che non sopravvenisse la morte prima che lo potesse fare, facendosi alcuno di loro alla finestra, ebbono veduto questo ser Buonavere passar per la via; onde lo chiamò che andasse suso, e feceglisi incontro a mezza scala, dicendo che per Dio venisse a fare quel testamento, che era di gran  bisogno.  Ser  Buonavere  si  cercò  il  pennaiuolo  e  disse  non  avere  il calamaio, e subito disse andare per esso e così andò. Giunto a casa, penò ben un’ora a trovare il calamaio e a trovare una penna. Quelli, che voleano che ’l buon uomo che moriva testasse, vedendo tanto stare ser Buonavere, avendo paura che l’infermo non morisse, andorono subito per ser Nigi da Santo Donato e a lui feciono fare il testamento. E partitosi che fu, ser Buonavere, avendo penato a macerare i peli del calamaio buono spazio di tempo, giunse per fare il testamento. Fugli detto che era tanto stato che l’aveano fatto fare a ser Nigi; onde tutto scornato si tornò indrieto; e fra sé facendo grandissimo lamento della perdita che gli parea avere fatto, si pensò di fornirsi per grandissimo tempo d’inchiostro e di fogli e di penne e di pennaiuolo fornito, acciò che tal caso non potesse più intervenire. E andatosene a uno speziale, comperò un quaderno di fogli e legandogli stretti, se gli misse nel carnaiuolo, e comperò un’ampolla con
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
contrario, che egli volò in alto e tanto di lunge che lo perderono di veduta. Onde il re, veggendo questo, mandò circa otto de’ suoi scudieri sergenti e lo  sparveratore  a  seguire  lo  sparviero,  tanto  che  lo  ritrovassino.  E  così andorono  per  diverse  parti,  consumando  otto  giorni  che  mai  niente  ne poterono trovare, e ritornorono a Parigi rapportando ciò al re. Di che il re se ne dié malinconia, come che fosse uno valoroso re, e questo fosse un nobile sparviere... tutto dì incontra. E stando per alcuno spazio, e non essendo appresentato lo sparviero per alcuno che l’avesse preso, fece mettere un bando che chi pigliasse il detto sparviero, e rappresentasselo, averebbe da lui duecento franchi, e chi non lo rappresentasse, anderebbe al giubbetto. E così andò e la grida e la fama, e conseguendo per spazio d’uno mese, questo sparviero capitò nel contado di... là dove essendo su uno arbore, e ’l contadino narrato di sopra, lavorando ne’ campi appiè di quello, ebbe sentito e’ sonagli, e accostandosi quasi per scede, e mostrando la callosa e rozza mano, con uno allettare assai disusato, lo sparviero gli venne in mano. Al contadino, oltre al ghermire degli artigli, parv’essere impacciato; ma veduti i sonagli col segno reale, e avendo due fanciulle da marito, perché avea inteso la fama del bando, come uomo poco sperto a questa faccenda, gli parve essere mezzo impacciato; ma pur, presi i geti e lasciata la zappa, s’avviò verso la sua casa, e tagliata una cordella da un basto d’uno asino, l’attaccò a’ geti e legollo su una stanga. E considerando chi egli era, e come era adatto a portarlo a Parigi innanzi la presenza del re, tutto venìa meno. E com’egli era a questo punto, un mastro usciere del re, per alcuna faccenda passando dalla casa di costui, sentendo li sonagli, disse: — Tu hai preso lo sparviere del re. Quelli rispose: — Io credo di sì. Allora costui gli lo chiede, dicendo: — Tu lo guasteresti, se tu lo portassi, dàllo a me. Il contadino rispose: — Egli è ben vero ciò che voi dite, ma piacciavi non mi tòr quello che la fortuna m’ha dato; io lo porterò il meglio che potrò. Costui si sforzò e con parole e con minacce averlo dal contadino, e mai non vi fu modo; di che gli disse: — Or ecco, se non vuogli far questo, fammi un servigio; io sono
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
verso loro, disse: — E voi state sempre qui poveri a rivolgere le zolle! E  veggendo uno figliuolo d’uno ivi presente, che avea forse sedici anni, disse se volea darlilo, che lo avviarebbe e farebbelo buon uomo. Al contadino  parve  mill’anni,  credendo  subito  che  divenisse  ricco,  e spezialmente considerando alla valuta della spazzatura ch’egli avea detto. E tornando Jacopo a Firenze, ne menò il detto garzone con seco, e l’altro dì vegnente il menò alla sua bottega; e passato in uno fondachetto, dove lavoravono due piacevoli uomeni, li quali l’uno era chiamato Miccio e  l’altro  Mascio,  il  raccomandò  loro,  dicendo  che  come  a  sua  cosa gl’insegnassono  ben  l’arte.  Costoro  dissono  di  farlo:  e  partitosi  un  poco Jacopo da loro, dice l’uno all’altro: — Questo nostro maestro è un nuovo pesce, che non gli pare che noi abbiamo tanto a fare a digrossare l’ariento, che ci mena di contado contadini a dirozzare. — Alle guagnele! — dice Mascio, — che io gl’insegnerò come fia degno. E andato su per una scaletta, il detto Mascio, come s’era composto col Miccio, salì su un palco dove menavano lo smalto, e là su chiamò il garzone; il quale giunto suso, e Mascio mettendosi mani alle brache, dice a costui: — Va’, mena qua. Il giovene tutto vergognoso si volge d’altra parte. E Mascio dice: — Va’, mena qua, ti dico. Risponde il garzone: — Io non so che voi mi vogliate far fare; io non ci venni per questo. E Mascio,  dettogli  ancora  che  menasse,  e  ’l  giovane  aombrando  e contradicendo, però che avea ragione, Miccio, che era di sotto e ogni cosa udìa, chiama Jacopo e dice: —  Voi  ci  menate  gent’ebrea,  e  voleteli  fare  orafi!  quel  vostro  da Altomena è sul palco, e non vuol fare cosa che Mascio gli dica. Come Mascio sente Jacopo di sotto, grida forte al garzone, che meni; e dice forte: — O Jacopo, e’ non vuole menare. Jacopo che avea il pensiero al menare dello smalto, grida, volgendosi in su: — Mena, che sie mort’a ghiado, e’ mi sta molto bene, io ho tolto a dirozzare villani: mena, che tu sia tagliato a pezzi. Il giovane, sentendosi tanto dire, andò verso Mascio, per ubbidire al suo maestro, e non senza grande e temerità e vergogna. E Mascio, veggendo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Tanto mi desse fastidio il volar de gli uccelli, quanto mi fanno difficultà le artiglierie e tutte le altre esperienze arrecate di sopra! Ma questi uccelli, che ad arbitrio loro volano innanzi e ‘n dietro e rigirano in mille modi, e, quel che importa più, stanno le ore intere sospesi per aria, questi, dico, mi scompigliano  la  fantasia,  né  so  intendere  come  tra  tante  girandole  e’  non ismarriscano il moto della Terra, o come e’ possin tener dietro a una tanta velocità, che finalmente supera a parecchi e parecchi doppi il lor volo. Veramente il dubitar vostro non è senza ragione, e forse il Copernico stesso non ne dovette trovar scioglimento di sua intera sodisfazione, e perciò per avventura lo tacque, se ben anco nell’esaminar l’altre ragioni in contrario fu assai conciso, credo per altezza d’ingegno, e fondato su maggiori e più alte contemplazioni, nel modo che i leoni poco si muovono per l’importuno abbaiar de i picciol cani. Serberemo dunque l’instanza de gli uccelli in ultimo, e ‘n tanto cercheremo di dar sodisfazione al signor Simplicio nell’altre, col mostrargli, al modo solito, che egli stesso ha le soluzioni in mano, se bene  non  se  n’accorge.  E  facendo  principio  da  i  tiri  di  volata,  fatti,  col medesimo pezzo polvere e palla, l’uno verso oriente e l’altro verso occidente,  dicami  qual  cosa  sia  quella  che  lo  muove  a  credere  che  ‘l  tiro  verso occidente (quando la revoluzion diurna fusse del globo terrestre) dovrebbe riuscir più lungo assai che l’altro verso levante. Muovomi a così credere, perché nel tiro verso levante la palla, mentre che è fuori dell’artiglieria, viene seguita dall’istessa artiglieria, la quale, portata dalla Terra, pur velocemente corre verso la medesima parte, onde la caduta della palla in terra vien poco lontana dal pezzo. All’incontro nel tiro occidentale, avanti che la palla percuota in terra, il pezzo si è ritirato assai verso levante, onde lo spazio tra la palla e ‘l pezzo, cioè il tiro, apparirà più lungo dell’altro quanto sarà stato il corso dell’artiglieria, cioè della Terra, ne’ tempi che amendue le palle sono state per aria Io vorrei che noi trovassimo qualche modo di far una esperienza corrispondente al moto di questi proietti come quella della nave al moto de i cadenti da alto a basso e vo pensando la maniera. Credo che prova assai accomodata sarebbe il pigliare una carrozzetta scoperta, ed accomodare in essa un balestrone da bolzoni a meza elevazione acciò il tiro riuscisse il massimo di tutti, e mentre i cavalli corressero, tirare una volta verso la parte dove si corre, e poi un’altra verso la contraria, facendo benissimo notare dove si trova la carrozza in quel momento di tempo che ‘l bolzone si ficca in terra, sì nell’uno come nell’altro tiro; ché così potrà vedersi per appunto quanto l’uno riesce maggior dell’altro.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � Simplicio Parmi che tale esperienza sia molto accomodata e non ho dubbio che ‘l tiro, cioè che lo spazio tra la freccia e dove si trova la carrozza nel momento che la freccia si ficca in terra, sarà minore assai quando si tira verso il corso della carrozza, che quando si tira per l’opposito. Sia, per esempio, il tiro in se stesso trecento braccia, e ‘l corso della carrozza, nel tempo che il bolzone sta per aria, sia braccia cento: adunque, tirandosi verso il corso, delle trecento braccia del tiro la carrozzetta ne passa cento, onde nella percossa del bolzone in terra lospazio tra esso e la carrozza sarà braccia dugento solamente; ma all’incontro nell’altro tiro, correndo la carrozza al contrario del bolzone, quando il bolzone arà passate le sue trecento braccia e la carrozza le sua cento altre in contrario, la distanza traposta si troverà esser di braccia quattrocento. Sarebbec’egli modo alcuno per far che questi tiri riuscissero eguali? Io non saprei altro modo che col far star ferma la carrozza. Questo si sa: ma io domando, facendo correr la carrozza a tutto corso. Chi non ingagliardisse l’arco nel tirar secondo il corso, e poi l’indebolisse per tirar contro al corso. Ecco dunque che pur ci è qualch’altro rimedio. Ma quanto bisognerebbe ingagliardirlo di più, e quanto poi indebolirlo? Nell’esempio nostro, dove aviamo supposto che l’arco tirasse trecento braccia, bisognerebbe, per il tiro verso il corso, ingagliardirlo sì che tirasse braccia quattrocento, e per l’altro indebolirlo tanto che non tirasse più di dugento, perché così l’uno e l’altro tiro riuscirebbe di braccia trecento in relazione alla carrozza, la quale col suo corso di cento braccia, che ella sottrarrebbe al tiro delle quattrocento e l’aggiugnerebbe a quel delle dugento, verrebbe a ridurgli amendue alle trecento. Ma che effetto fa nella freccia la maggior o minor gagliardia dell’arco? L’arco gagliardo la caccia con maggior velocità, e ‘l più debole con minore; e  l’istessa  freccia  va  tanto  più  lontana  una  volta  che  l’altra,  con  quanta maggior velocità ella esce della cocca l’una volta che l’altra. Talché per far che la freccia tirata tanto per l’uno quanto per l’altro verso s’allontani  egualmente  dalla  carrozza  corrente,  bisogna  che  se  nel  primo tiro dell’esempio proposto ella si parte, verbigrazia, con quattro gradi di velocità, nell’altro tiro ella si parta con due solamente. Ma se si adopra il medesimo arco, da esso ne riceve sempre tre gradi.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � Simplicio Salviati Simplicio Salviati Così è; e per questo, tirando con l’arco medesimo, nel corso della carrozza i tiri non posson riuscire eguali. Mi ero scordato di domandar con che velocità si suppone, pur in questa esperienza particolare, che corra la carrozza. La velocità della carrozza bisogna supporla di un grado, in comparazione di quella dell’arco, che è tre. Sì, sì, così torna il conto giusto. Ma ditemi: quando la carrozza corre, non si muovono ancora con la medesima velocità tutte le cose che son nella carrozza? Senza dubbio. Adunque il bolzone ancora, e l’arco, e la corda su la quale è teso. Così è. Adunque, nello scaricare il bolzone verso il corso della carrozza l’arco imprime i suoi tre gradi di velocità in un bolzone che ne ha già un grado, mercé della carrozza che verso quella parte con tanta velocità lo porta, talché nell’uscir della cocca e’ si trova con quattro gradi di velocità; ed all’incontro, tirando per l’altro verso, il medesimo arco conferisce i suoi medesimi tre gradi in un bolzone che si muove in contrario con un grado, talché nel separarsi dalla corda non gli restano altro che dua soli gradi di velocità. Ma già voi stesso avete deposto che per fare i tiri eguali bisogna che il bolzone si parta una volta con quattro gradi e l’altra con due: adunque, senzamutar arco, l’istesso corso della carrozza è quello che aggiusta le partite, e l’esperienza è poi quella che le sigilla a coloro che non volessero o non potessero esser  capaci  della  ragione.  Ora  applicate  questo  discorso  all’artiglieria,  e troverete che, muovasi la Terra o stia ferma, i tiri fatti dalla medesima forza hanno a riuscir sempre eguali, verso qualsivoglia parte indrizzati. L’errore di Aristotile, di Tolomeo, di Ticone, vostro, e di tutti gli altri, ha radice in quella fissa e inveterata impressione, che la Terra stia ferma, della quale non vi potete o sapete spogliare né anco quando volete filosofare di quel che seguirebbe, posto che la Terra si movesse; e così nell’altro argomento, non considerando che mentre che la pietra è su la torre, fa, circa il muoversi o non muoversi, quel che fa il globo terrestre, perché avete fisso nella mente che la Terra stia ferma, discorrete intorno alla caduta del sasso sempre come se si partisse dalla quiete, dove che bisogna dire: Se la Terra sta ferma, il sasso si parte dalla quiete e scende perpendicolarmente; ma se la  Terra si muove, la pietra altresì si muove con pari velocità, né si parte dalla quiete, ma dal moto eguale a quel della Terra, col quale mescola il sopravegnente in giù e ne compone un trasversale. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Finché la sposa giovanetta il fido Brando cingeva al caro lato, e poi Spandea le negre chiome Sul corpo esangue e nudo Quando e’ reddia nel conservato scudo. Virginia, a te la molle Gota molcea con le celesti dita Beltade onnipossente, e degli alteri Disdegni tuoi si sconsolava il folle Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri Nella stagion ch’ai dolci sogni invita, Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe Il bianchissimo petto, E all’Erebo scendesti Volonterosa. A me disfiori e scioglia Vecchiezza i membri, o padre; a me s’appresti, Dicea, la tomba, anzi che l’empio letto Del tiranno m’accoglia. E se pur vita e lena Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena.
Canti di Giacomo Leopardi
poesia non possa né debba ingannare, e se ella può e deve ingannare, tutti i raziocini susseguenti del Cavaliere e dei romantici, non avendo dove posino, è forza che caschino a terra. Imperocché non c’è chi non sappia che bisogna distinguere due diversi inganni; l’uno chiameremo intellettuale, l’altro fantastico. Intellettuale è quello per esempio d’un filosofo che vi persuada il falso. Fantastico è quello delle arti belle e della poesia a’ giorni nostri; giacché non è più quel tempo che la gente si guadagnava il vitto cantando per le borgate e pe’ chiassuoli i versi d’Omero, e che tutta la Grecia raunata e seduta in Olimpia ascoltava e ammirava le storie d’Erodoto più soavi del mele, onde poi nel vederlo, l’uno diceva all’altro, mostrandolo a dito: Questi è quegli che ha scritte le guerre di Persia, e lodate le vittorie nostre:  ma  oggi  i  lettori  o uditori del poeta non sono altro che persone dirozzate e, qual più qual meno, intelligenti: vero è ch’il poeta in certo modo deve far conto di scrivere pel volgo; se bene i romantici pare che vengano a volere per lo contrario ch’egli scriva pel volgo e faccia conto di scrivere per gl’intelligenti, le quali due cose sono contraddittorie, ma quelle che ho detto io, non sono; perché la fantasia degl’intelligenti può bene, massime leggendo poesie e volendo essere ingannata, quasi discendere e mettersi a paro di quella degl’idioti, laddove la fantasia degl’idioti non può salire e mettersi a paro di quella degl’intelligenti. Ora di questi che ho detto essere i lettori o uditori del poeta, l’intelletto non può essere ingannato dalla poesia, ben può essere ed è ingannata molte volte l’immaginativa. Il Cavaliere dunque e col Cavaliere i romantici quando gridano che il poeta nel fingere s’adatti ai costumi e alle opinioni nostre e alle verità conosciute presentemente, non guardano che il poeta non inganna gl’intelletti né gl’ingannò mai, se non per avventura in quei tempi antichissimi che ho detto di sopra, ma solamente le fantasie; non guardano che sapendo noi così tosto come, aperto un libro, lo vediamo scritto in versi, che quel libro è pieno di menzogne, e desiderando e proccurando quando leggiamo poesie, d’essere ingannati e nel metterci a leggere preparando e componendo quasi senza avvedercene la fantasia a ricevere e accogliere l’illusione, è ridicola a dire che il poeta non la possa illudere quando non s’attenga alle opinioni e ai costumi nostri, quasi che noi non le dessimo licenza di lasciarsi ingannare più che tanto, e che ella non avesse forza di scordarsi né il poeta di farle scordare e opinioni e consuetudini e checchessia, non guardano che l’intelletto in mezzo al delirio dell’immaginativa conosce benissimo ch’ella vaneggia, e onninamente e sempre tanto crede al meno falso quanto al più falso, tanto agli Angeli del
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
nostri primi padri che se questi risuscitassero, si può credere che a stento ci ravviserebbero per figli loro. Laonde non è maraviglia se noi così pratici e dotti e così cambiati come siamo, ai quali è manifesto quello che agli antichi era occulto, e noto un mondo di cagioni che agli antichi era ignoto, e certo quello che agli antichi era incredibile, e vecchio quello che agli antichi era nuovo, non guardiamo più la natura ordinariamente con quegli occhi, e nei diversi casi della vita nostra appena proviamo una piccolissima parte di quegli effetti che le medesime cagioni partorivano ne’ primi padri. Ma il cielo e il mare e la terra e tutta la faccia del mondo e lo spettacolo della natura e le sue stupende bellezze furono da principio conformate alle proprietà di spettatori naturali: ora la condizione naturale degli uomini è quella d’ignoranza; ma la condizione degli scienziati che contemplando le stelle, sanno il perché delle loro apparenze, e non si maravigliano del lampo né del tuono, e contemplando il mare e la terra, sanno che cosa racchiuda la terra e che cosa il mare, e perché le onde s’innoltrino e si ritirino, e come soffino i venti e corrano i fiumi e quelle piante crescano e quel monte sia vestito e quell’altro nudo, e che conoscono a parte a parte gli affetti e le qualità umane, e le forze e gli ordigni più coperti e le attenenze e i rispetti e le corrispondenze del gran composto universale, e secondo il gergo della nuova disciplina le armonie della natura e le analogie e le simpatie, è una condizione artificiata: e in fatti la natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti: ma la natura così violentata e scoperta non concede più quei diletti che prima offeriva spontaneamente. E quello che dico degli scienziati dico proporzionatamente più o meno di tutti gl’inciviliti, e però di noi, massime di quella parte di noi che non è plebe, e tra la plebe di quella parte ch’è cittadina, e di qualunque è più discosto dalla condizione primitiva e naturale degli uomini. Non contendo già dell’utile, né mi viene pure in mente di gareggiare con quei filosofi che piangono l’uomo dirozzato e ripulito e i pomi e il latte cambiati in carni, e le foglie d’alberi e le pelli di bestie rivolte in panni, e le spelonche e i tuguri in palazzi, e gli eremi e le selve in città: non è del poeta ma del filosofo il guardare all’utile e al vero: il poeta ha cura del dilettoso, e del dilettoso alla immaginazione, e questo raccoglie così dal vero come dal falso, anzi per lo più mente e si studia di fare inganno, e l’ingannatore non cerca il vero ma la sembianza del vero. Le bellezze dunque della natura conformate da principio alle qualità ed ordi-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
per rispetto di questo non ne potranno più somministrare legittimamente. La seconda cagione del diletto recato dai romantici è la rozzezza e durezza di molti cuori e di molte fantasie che di rado e appena s’accorgono dei tasti delicatissimi della natura: ci vogliono urtoni e picchiate e spuntonate romantiche per iscuoterle e svegliarle: gente alla quale i diletti fini e purissimi sono come il rasoio alle selci: palati da sale e aceto, che par ch’abbiano fatto il callo ai cibi e liquori gentili. Questa durezza molti l’hanno da natura, molti dall’incivilimento, moltissimi da ambedue, corroborata potentemente o aiutata la disposizione ingenita, che forse avrebbe potuto cedere e illanguidire, dai costumi e dagli abiti e dalla snaturatezza cittadinesca. Nella fantasia di costoro fa molto più caso qualche lampada mezzo morta fra i colonnati d’un chieson gotico dipinta dal poeta, che non la luna su di un lago o in un bosco; più l’eco e il rimbombo di un appartamento vasto e solitario, che non il muggito de’ buoi per le valli; più qualche processione o spettacolo o festa o altra opera di città, che non messe o battitura o vendemmia o potagione o tagliatura di legne, o pastura di greggi o d’armenti, o cura d’api o di fratte o di fossi o di rivi o d’orti, o uccellagione o altra faccenda di agricoltori o di pastori o di cacciatori; più lo stile corrotto e cittadinesco e moderno, che non il semplice e primitivo. Non già che questi non sieno capaci di nessuna dolcezza naturale e fina, né che la natura di quando in quando non li solletichi e diletti senza ch’essi ci badino, ma nella poesia per un torpore d’immaginazione che a smuoverla ci bisognano gli argani, e che pena a strascinarsi lontano una spanna, vogliono oggetti presenti, che la fantasia non abbia da fare un passo per trovargli, e si contentano del piacere secco e grosso di quelle tali immagini, lasciando il sugoso e sostanzioso e squisito della natura e della poesia naturale. E oltreché l’imitazione dell’incivilimento e dell’arte a petto all’imitazione della natura è soprammodo grossolana per se medesima, e perciò meglio atta a fare impressione in quei cuori e in quelle immaginative, i romantici poi, cercando avidamente, e scegliendo con infinito amore le cose straordinarie e pellegrine, e le sterminatezze e gli eccessi anche dove imitano veramente la natura, menano a quelle fantasie manrovesci tali che la crosta ch’hanno dintorno, per dura che sia, non ci può reggere che non ne sbalzi via qualche pezzo, restandone scoperto il vivo, o più tosto, quantunque gli oggetti  sieno  lontani,  tuttavia  con  quelle  stranezze  a  marcia  forza  le spoltroniscono, e comeché sia ce le tirano: onde quelle immaginazioni che resistono eccellentemente ai sospiri d’un poeta tenero e infelice per una don-
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista. Moda Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiano fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori: abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno. In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano. Ma stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo,
Operette morali di Giacomo Leopardi
anche a loro; come si può conoscere dagli allettamenti coi quali sono tratti alle reti o alle panie, negli uccellari e paretai. Si può conoscere altresì dalla condizione di quei luoghi alla campagna, nei quali per l’ordinario è più frequenza di uccelli, e il canto loro assiduo e fervido. Laddove gli altri animali, se non forse quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini, o nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell’amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da maravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. Dicono alcuni, e farebbe a questo proposito, che la voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più modulato, nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e conchiudono che gli uccelli, anco essendo liberi, pigliano alcun poco della civiltà di quegli uomini alle cui stanze sono usati. O che questi dicano il vero o no, certo fu notabile provvedimento della natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per l’ordinario in luogo alto; donde ella si spandesse all’intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che l’aria, la quale si è elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che agli uomini, l’udire il canto degli uccelli. E ciò credo io che nasca principalmente, non dalla soavità de’ suoni, quanta che ella si sia, né dalla loro varietà, né dalla convenienza scambievole; ma da quella significazione di allegrezza che è contenuta per natura, sì nel canto in genere, e sì nel canto degli uccelli in ispecie. Il quale è, come a dire, un riso, che l’uccello fa quando egli si sente star bene e piacevolmente. Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l’uomo di ridere: il quale non hanno gli altri animali; e perciò pensarono alcuni che siccome l’uomo è definito per animale intellet-
Operette morali di Giacomo Leopardi
tivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile, parendo loro che il riso non fosse meno proprio e particolare all’uomo, che la ragione. Cosa certamente mirabile è questa, che nell’uomo, il quale infra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile ancora si è l’uso che noi facciamo di questa facoltà: poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d’animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza; nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanità dei predetti beni, e l’infelicità della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati al riso. La natura del quale generalmente, e gl’intimi principii e modi, in quanto si è a quella parte che consiste nell’animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non se forse dicendo che il riso è specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocché gli uomini, non essendo mai soddisfatti né mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a cercare, donde e in quale occasione più verisimilmente, l’uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere questa sua potenza. Imperocché non è dubbio che esso nello stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo più serio, come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico. Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare controversia veruna; ma che penasse un buono spazio di tempo a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual tempo, né la madre sorridesse al bambino, né questo riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile, incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo principalmente in virtù dell’esempio, perché veggono altri che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza; altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna specie di civiltà; poiché sappiamo che quasi non si ritrova popolo così rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini, come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali, eziandio sono dilettati più che qualunque
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Paralipomeni della Batracomiomachia    Canto primo 225 Senton gli estrani, ogni memoria un nulla Esser a quella ond’è l’Italia erede; Sentono, ogni lor patria esser fanciulla Verso colei ch’ogni grandezza eccede; E veggon ben che se strozzate in culla 230 Non fosser quante doti il ciel concede, Se fosse Italia ancor per poco sciolta, Regina torneria la terza volta.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Più che mezze oramai l’ore notturne Eran passate, e il corso all’oceano Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo in sul deserto piano. Deserto al topo in ver, ma le diurne Cure sopian da presso e da lontano Per boschi, per cespugli ed arboscelli Molte fere terrestri e molti uccelli. E biancheggiar tra il verde all’aria bruna, Or ne’ campi remoti, or su la via, Or sovra colli qua e là più d’una Casa d’agricoltor si discopria; E di cani un latrar da ciascheduna Per li silenzi ad or ad or s’udia, E rovistar negli orti; e nelle stalle Sonar legami e scalpitar cavalle. Trottava il conte al periglioso andare Affrettando co’ suoi le quattro piante, A piedi intendo dir, che cavalcare Privilegio è dell’uomo, il qual di tante Bestie che il suol produce e l’aria e il mare, Sol per propria natura è cavalcante, Come, per conseguenza ragionevole, Solo ancor per natura è carrozzevole. Era maggio, che amor con vita infonde, E il cuculo cantar s’udia lontano, Misterioso augel, che per profonde Selve sospira in suon presso che umano, E qual notturno spirto erra e confonde Il pastor che inseguirlo anela invano, Né dura il cantar suo, che in primavera Nasce e il trova l’ardor venuto a sera.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Brancaforte quel granchio era nomato, Scortese a un tempo e di servile aspetto; Dal qual veduto il conte e dimandato Chi fosse, onde venuto, a quale effetto, 165 Rispose che venuto era legato Del proprio campo, e ben legato e stretto Era più che mestier non gli facea, Ma scherzi non sostien l’alta epopea. E seguitò che s’altri il disciogliesse, 170 Mostrerebbe il mandato e le patenti. Per questo il General non gli concesse Ch’a strigarlo imprendessero i sergenti, E perché legger mai non gli successe, Eran gli scritti a lui non pertinenti, 175 Ma chiese da chi date ed in qual nome Assunte avesse l’oratorie some. E quel dicendo che de’ topi il regno, Per esser nella guerra il re defunto, E non restar di lui successor degno, 180 Deliberato avria sopra tal punto Popolarmente, e che di fede il segno Rubatocchi al mandato aveva aggiunto, Il qual per duce, e lui per messaggero Scelto aveva a suffragi il campo intero; 185 Gelò sotto la crosta a tal favella, Popol, suffragi, elezioni udendo, Il casto lanzo, al par di verginella A cui con labbro abbominoso orrendo Le orecchie tenerissime flagella 190 Fango intorno e corrotte aure spargendo, Oste impudico o carrozzier. Si tinge Ella ed imbianca, e in sé tutta si stringe.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
Microscopici o in tutto anche nascosti All’occhio uman quanto si voglia armato 355 Ha quivi la sua bocca. E son disposti Quei fori sì che de’ maggiori allato I minori per ordine son posti. Della maggior balena e smisurato È il primo, e digradando a mano a mano 360 L’occhio s’aguzza in su gli estremi invano. Porte son questi d’altrettanti inferni Che ad altrettanti generi di bruti Son ricetti durabili ed eterni Dell’anime che i corpi hanno perduti. 365 Quivi però da tutti i lidi esterni Venian radendo l’aria intenti e muti Spirti d’ogni maniera, e quella bocca Prendea ciascun ch’alla sua specie tocca. Cervi, bufali, scimmie, orsi e cavalli, 370 Ostriche, seppie, muggini ed ombrine, Oche, struzzi, pavoni e pappagalli, Vipere e bacherozzi e chioccioline, Forme affollate per gli aerei calli Empiean del tetro loco ogni confine, 375 Volando, perché il volo anche è virtude Propria dell’alme di lor membra ignude. Ben quivi discernean Dedalo e il conte Queste forme che al Sol non avean viste, Bench’alle spalle ai fianchi ed alla fronte 380 Sempre al lor volo assai ne fur commiste, Che d’ogni valle, o poggio, o selva, o fonte Van per l’alto ad ogni ora anime triste, Verso quel loco che l’eterna sorte Lor seggio destinò dopo la morte.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
E dell’uscir di là nessun desio Provano i morti, se ben hanno il come; Che spiccato che fu de’ topi l’io, Non si rappicca alle corporee some, E ritornando dall’eterno obblio, Sanno ben che rizzar farian le chiome; E fuggiti da ognuno e maledetti Sarian per giunta da’ parenti stretti. Premii né pene non trovò nel regno De’ morti il conte, ovver di ciò non danno Le sue storie antichissime alcun segno. E maraviglia in questo a me non fanno, Che i morti aver quel ch’alla vita è degno, Piacere eterno ovvero eterno affanno, Tacque, anzi mai non seppe, a dire il vero, Non che il prisco Israele, il dotto Omero. Sapete che se in lui fu lungamente Creduta ritrovar questa dottrina, Avvenne ciò perché l’umana mente, Quei dogmi ond’ella si nutrì bambina Veri non crede sol ma d’ogni gente Natii quantunque antica o pellegrina. Dianzi in Omero errar di ciò la fama Scoprimmo: ed imparar questo si chiama. Né mai selvaggio alcun di premii o pene Destinate agli spenti ebbe sentore, Né già dopo il morir delle terrene Membra l’alme credè viver di fuore, Ma palpitare ancor le fredde vene, E in somma non morir colui che more, Perch’un rozzo del tutto e quasi infante La morte a concepir non è bastante.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi
quelli, di rado li faran tener quel grado, nel quale non se gli prepona un tale, che gli faccia conoscere, quanto l’autorità vale sopra i meriti, e che imeriti non vagliono, se non quanto quella permette e dispensa. Or vedete con qual similitudine potrete intendere, perché Teofilo essaggere tanto questa materia:  la  qual,  quantunque  rozza  vi  paia,  è  pur  altra  cosa  ch’esaltar  la salza, l’orticello, il culice, la mosca, la noce e cose simili, con gli antichi scrittori; e con que’ di nostri tempi, il palo, la stecca, il ventaglio, la radice, la gniffeguerra, la candela, il scaldaletto, il fico, la quintana, il circello, ed altre cose, che non solo son stimate ignobili, ma son anco molte di quelle stomacose. Ma si tratta dell’andar a ritrovar tra gli altri un par di suppositi, che portan seco tal significazione, che certo gran cosa ne promette il cielo. Non sapete che quando il figlio di Cis, chiamato Saul, andava cercando gli asini, fu in punto d’esser stimato degno ed esser ordinato re del popolo israelita? Andate, andate a leggere il primo libro di Samuele; e vi vedrete, che quel gentil personaggio tuttavia fea più conto di trovar gli asini, che d’esser onto re. Anzi par che non si contentava del regno, se non trovava gli asini. Onde, tutte volte che Samuele gli parlava di coronarlo, lui rispondeva: — E dove son gli asini? gli asini dove sono? Mio padre m’ha inviato a ritrovar gli asini, e non volete voi ch’io ritrove gli miei asini? In conclusione, non si quietò mai, sin tanto che non gli disse il profeta, che gli asini eran trovati; volendo accennar forse ch’avea quel regno, per cui possea contentarsi,  che  valeva  per  gli  suoi  asini,  e  d’avantaggio  ancora.  Ecco  dunque come alle volte tal cosa si è andata cercando, che quel cercare è stato presagio di regno. Gran cosa dunque ne promette il cielo. Or séguita, Teofilo, il tuo discorso. Narra i successi di questo cercare, che facea il Nolano; fanne udire il restante dei casi di questo viaggio. Prudenzio Smitho Bene est, pro bene est, prosequere, Theophile. Ispedite presto, perché s’accosta l’ora d’andar a cena. Dite brevemente quel che vi occorse dopo che vi risolveste di seguitar più tosto il lungo e fastidioso camino che ritornar a casa. Alza i vanni,  Teofilo, e ponti in ordine, e sappi ch’al presente non s’offre occasione di apportar de le più alte cose del mondo. Non hai qua materia di parlar di quel nume de la terra, di quella singolare e rarissima Dama, che da questo freddo cielo, vicino a l’artico parallelo, a tutto il terrestre globo rende sì chiaro lume: Elizabetta dico, che per titolo e dignità regia non è inferiore a qualsivoglia re, che sii nel mondo; per il giodicio, saggezza, conseglio e governo, non è facilmente seconda ad altro, che porti scettro in terra: ne la cognizione de le arti, notizia de le scienze, intelligenza e prattica de tutte lingue, che da persone popolari e dotte possono in Europa parlarsi, lascio al
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
mondo tutto giudicare qual grado lei tenga tra tutti gli altri principi. Certo, se l’imperio de la fortuna corrispondesse e fusse agguagliato a l’imperio del generosissimo spirto ed ingegno, bisognerebbe che questa grande Amfitrite aprisse le sue fimbrie, ed allargasse tanto la sua circonferenza, che sì come gli comprende una Britannia ed Ibernia, gli desse un altro globo intiero, che  venesse  ad  uguagliarsi  a  la  mole  universale,  onde  con  più  piena significazione la sua potente mano sustente il globo d’una generale ed intiera monarchia. Non hai materia di parlar di tanto maturo, discreto eprovido conseglio, con il quale quell’animo eroico, già vinticinque anni e più, col cenno de gli occhi suoi, nel centro de le borasche d’un mare d’adversità, ha fatto trionfar la pace e la quiete, mantenutasi salda in tanto gagliardi flutti e tumide onde  di  sì  varie  tempeste;  con  le  quali  a  tutta  possa  gli  ha  fatto  impeto quest’orgoglioso e pazzo Oceano, che da tutti contorni la circonda. Quivi, bench’io come particolare non le conosca, né abbia pensiero di conoscerli, odo  tanto  nominar  gl’illustrissimi  ed  eccellentissimi  cavallieri,  un  gran tesorier del regno, e Roberto Dudleo, Conte di Licestra; la generosissima umanità di quali è tanto conosciuta dal mondo, nominata insieme con la fama della Regina e regno, tanto predicata ne le vicine provinze, come quella ch’accoglie con particolar favore ogni sorte di forastiero, che non si rende al tutto incapace di grazia ed ossequio. Questi, insieme co’ l’eccellentissimo signor Francesco Walsingame, gran secretario del Regio Conseglio, come quelli che siedono vicini al sole del regio splendore, con la luce de la lor gran civiltade son sufficienti a spengere ed annullar l’oscurità, e con il caldo de l’amorevol cortesia desrozzir e purgare qualsivoglia rudezza e rusticità, che ritrovar si possa non solo tra brittanni, ma anco tra sciti, arabi, tartari, canibali ed antropofagi. Non ti viene a proposito di referire l’onesta conversazione, civilità e buona creanza di molti cavallieri e molto nobili personaggi del regno, tra’ quali è tanto conosciuto ed a noi particolarissimamente, per fama prima, quando eravamo in Milano ed in Francia, e poi per esperienza, or che siamo ne la sua patria, manifesto, il molto illustre ed eccellente  cavalliero,  signor  Filippo  Sidneo;  di  cui  il  tersissimo  ingegno,  oltre  i lodatissimi costumi, è sì raro e singolare, che difficilmente tra’ singolarissimi e rarissimi, tanto fuori quanto dentro Italia, ne trovarete un simile. Ma, a proposito, importunissimamente ne si mette avanti gli occhi una gran parte de la plebe; la quale è una sì fatta sentina che, se non fusse ben ben suppressa da gli altri, mandarebbe tal puzza e sì mal fumo, che verrebbe ad offuscar tanto il nome di tutta la plebe intiera, che potrebe vanOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
36 Giordano Bruno   La Cena de le Ceneri   Dialogo secondo  � tarsi l’Inghilterra d’aver una plebe, la quale in essere irrespettevole, incivile, rozza, rustica, salvatica e male allevata non cede ad altra, che pascer possa la terra nel suo seno. Or, messi da canto molti soggetti, che sono in quella degni di qualsivoglia onore, grado e nobiltà, eccovi proposta avanti gli occhi un’altra parte, che, quando vede un forastiero, sembra, per Dio, tanti lupi, tanti orsi, che con suo torvo aspetto gli fanno quel viso, che saprebe far un porco ad un che venesse a torgli il tinello d’avanti. Questa ignobilissima porzione, per quanto appartiene al proposito, è divisa in due specie; ... Prudenzio Teofilo Omnis diviso debet esse bimembris, vel reducibilis ad bimembrem. ... de quali l’una è de arteggiani e bottegari, che, conoscendoti in qualche foggia forastiero, ti torceno il musso, ti ridono, ti ghignano, ti petteggiano co’ la bocca, ti chiamano, in suo lenguaggio, cane, traditore, straniero; e questo appresso loro è un titolo ingiuriosissimo, e che rende il supposito capace a ricevere tutti i torti del mondo, sia pur quanto si voglia uomo giovane o vecchio, togato o armato, nobile o gentiluomo. Or qua, se per mala sorte ti vien fatto che prendi occasione di toccarne uno, oporre mano a  l’armi,  ecco  in  un  punto  ti  vedrai,  quantoè  lunga  la  strada,  in  mezzo d’uno esercito di coteconi; i quali più di repente che, come fingono i poeti, da’ denti del drago seminati per Iasone risorsero tanti uomini armati, par che sbuchino da la terra, ma certissimamente esceno da le botteghe; e facendo una onoratissima e gentilissima prospettiva de una selva de bastoni, pertiche lunghe, alebarde, partesane e forche rugginenti (le quali, benché ad ottimo uso gli siano state concesse dal prencipe, per questa e simili occasioni han sempre apparecchiate e pronte); cossì con una rustica furia te le vedrai  avventar  sopra,  senza  guardare  a  chi,  perché,  dove  e  come,  senza ch’un se ne referisca a l’altro: ognuno sfogando quel sdegno naturale c’ha contra il forastiero, ti verrà di sua propria mano (se non sarà impedito da la calca de gli altri, che poneno in effetto simil pensiero) e con la sua propria verga, a prendere la misura del saio; e se non sarai cauto, a saldarti ancora il cappello in testa. E se per caso vi fusse presente qualch’uomo da bene, o gentiluomo, al quale simil villania dispiaccia, quello, ancor che fusse il conte o il duca, dubitando, con suo danno, senza tuo profitto, d’esserti compagno (perché questi non hanno rispetto a persona, quando si veggono in questa foggia armati), sarà forzato a rodersi dentro ed aspettar, stando discosto, il fine. Or, al tandem, quando pensi che ti sii lecito d’andar a trovar il barbiero, e riposar il stanco e mal trattato busto, ecco che trovarai quelli medesimi esser tanti birri e zaffi, i quali, se potran fengere che tu abbi tocco alcuno, potreste aver la schena e gambe quanto si voglia rotte, come avessi gli talari di Mercurio, o fussi montato sopra il cavallo Pegaseo, o premessi la schena al destrier di Perseo, o cavalcassi l’ippogrifo d’Astolfo, o ti menasse il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
nodi della pietra; la quale regge all’acqua, al ghiaccio, e se ne fa figure et altri ornamenti intagliati. E di questa n’è la Dovizia, figura di man di Donatello in su la colonna di Mercato Vecchio in Fiorenza, così molte altre statue fatte da persone eccellenti non solo in quella città, ma per il dominio. Cavasi per diversi luoghi la pietra forte, la qual regge all’acqua, al sole, al ghiaccio et a ogni tormento; e vuol tempo a lavorarla, ma si conduce molto bene; e non v’è molte gran saldezze. Della quale se n’è fatto, e per i Cotti e per i moderni, i più belli edifici che siano per la Toscana. Questa ha il colore alquanto gialliccio, con alcune vene di bianco sottilissime che le danno grandissima grazia; e così se n’è usato fare qualche statua ancora, dove abbiano a esser fontane, perché reggano all’acqua. E di questa sorte pietra è murato il palazzo de’ Signori, la Loggia, Or San Michele, et il di dentro di tutto il corpo di Santa Maria del Fiore e così tutti i ponti di quella città, il palazzo de’ Pitti e quello de gli Strozzi. Questa vuole esser lavorata con le martelline, perch’è più soda; e così l’altre pietre sudette vogliono esser lavorate nel medesimo modo che s’è detto del marmo e dell’altre sorti di pietre. Imperò, nonostante le buone pietre e le tempere de’ ferri, è di necessità l’arte, l’intelligenza e giudicio di coloro che le lavorano; perch’è grandissima differenza ne gli artefici, tenendo una misura medesima da mano a mano, in dar grazia e bellezza all’opere che si lavorano. E questo fa discernere e conoscere la perfezzione del fare da quegli che sanno a quei che manco sanno. Per consistere adunque tutto il buono e la bellezza delle cose estremamente lodate ne gli estremi della perfezzione che si dà alle cose, che tali son tenute da coloro che intendono, bisogna con ogni industria ingegnarsi sempre di farle perfette e belle, anzi bellissime e perfettissime. Capitolo 2 Che cosa sia il lavoro di quadro semplice et il lavoro di quadro intagliato. Avendo noi ragionato così in genere di tutte le pietre, che o per ornamenti o per iscolture servono a gli artefici nostri ne’ loro bisogni, diciamo ora che quando elle si lavorano per la fabrica tutto quello dove si adopera la squadra e le seste e che ha cantoni, si chiama lavoro di quadro. E questo cognome deriva dalle facce e da gli spigoli che son quadri, perché ogni ordine di cornici o cosa che sia diritta o vero risaltata et abbia cantonate, è opera che ha il nome di quadro, e però volgarmente si dice fra gli artefici lavoro di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
quadro. Ma s’ella non resta così pulita, intagliandosi poi in tai cornici, fregi, fogliami, uovoli, fusaruoli, dentelli, guscie et altre sorti d’intagli, in que’ membri che sono eletti a intagliarsi da chi le fa, ella si chiama opra di quadro intagliata o vero lavoro d’intaglio. Di questa sorte opra di quadro e d’intaglio se ne fanno tutte le sorti ordini: rustico, dorico, ionico, corinto e composto, e così se ne fece al tempo de’ Gotti il lavoro tedesco; e non si può lavorare nessuna sorte d’ornamenti, che prima non si lavori di quadro e poi d’intaglio, così pietre mischie e marmi e d’ogni sorte pietra, così come ancora di mattoni, per avervi a incrostar su opra di stucco intagliata, similmente di legno di noce e d’albero e d’ogni sorte legno. Ma perché molti non sanno conoscere le differenze che sono da ordine a ordine, ragioneremo distintamente nel capitolo che segue di ciascuna maniera o modo più brevemente che noi potremo. Capitolo 3 De’ cinque ordini d’architettura: rustico, dorico, ionico, corinto, composto, e del lavoro tedesco. Il lavoro chiamato rustico è più nano di tutti gli altri e di più grossezza che tutti gli altri, per essere il principio e fondamento di tutti gli altri ordini; e si fa nelle modanature delle cornici più semplici, così ne’ capitelli o base et in ogni suo membro. I suoi zoccoli o piedistalli che gli vogliam chiamare, dove posano le colonne, sono quadri di proporzione, con l’avere da piè la sua fascia soda e così un’altra di sopra, che lo ricinga in cambio di cornice. L’altezza della sua colonna si fa di sei teste, a imitazione di persone nane et atte a regger peso; e di questa sorte se ne vede in Toscana molte logge pulite et alla rustica, con bozze e nicchie fra le colonne e senza, e così molti portichi che gli costumarono gli antichi nelle lor ville; et in Campagna se ne vede ancora molte sepolture, come a Tigoli, et a Pozzuolo. Servironsi di questo ordine gli antichi per porte, finestre, ponti, acquidotti, erarii da conservar tesori, castelli, torri e rocche da conservar munizione, artiglieria, e porti di mare, prigioni e fortezze, dove si fa cantonate a punte di diamanti et a più facce bellissime. E di questa opera n’è molto per le ville de’ Fiorentini, portoni, entrate e case e palazzi dove e’ villeggiono; che non solo recano bellezza et ornamento infinito a quel contado, ma utilità e comodo grandissimo a i cittadini. Ma molto più è dotata la città di fabriche stupendissime fatte di bozze, come Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 16 Q Giorgio Vasari   Le Vite   Introduzione quella di casa Medici, la facciata del palazzo de’ Pitti, quello de gli Strozzi et altri infiniti. Questa sorte di edificii tanto quanto più sodi e semplici si fanno e con buon disegno, tanto più maestria e bellezza vi si conosce dentro; et è necessario che questa sorte di fabrica sia più eterna e durabile di tutte l’altre, avvenga che sono i pezzi delle pietre maggiori, e molto miglior commettiture, dove si va collegando tutta la fabrica con una pietra che lega l’altra pietra. E perché elle son pulite e sode di membri, non hanno possanza i casi di fortuna o del tempo nuocergli tanto rigidamente quanto fanno alle altre pietre intagliate e traforate o, come dicono i nostri, campate in aria dalla diligenza degli intagliatori. L’ordine dorico fu il più massiccio che avessero i Greci e più robusto di fortezza e di corpo, e molto più de gli altri loro ordini collegato insieme, e non solo i Greci ma i Romani ancora dedicarono questa sorte di edificii a quelle persone ch’erano armigeri come imperatori de gli esserciti, consoli e pretori; ma a gli dèi loro molto maggiormente, come a Giove, Marte, Ercole et altri, avendo sempre avvertenza di distinguere, secondo il lor genere, la differenza della fabrica o pulita o intagliata o più semplice o più ricca, acciò che si potesse conoscere da gli altri il grado e la differenza fra gl’imperatori o di chi faceva fabricare. Diremo adunque che questa sorte di lavoro si può usare solo da sé et ancora metterlo nel secondo ordine da basso sopra il rustico, et alzando mettervi sopra uno altro ordine variato, come ionico o corinto o composto, nella maniera che mostrarono gli antichi nel Culiseo di Roma, nel quale ordinatamente usarono arte e giudicio. Perché, avendo i Romani trionfato non solo de’ Greci ma di tutto il mondo, misero l’opra composta in cima, per averla i Toscani composta di più maniere, e la misero sopra tutte, come superiore e di forza e di bellezza, e come più apparente de le altre, avendo a far corona allo edificio; che per essere ornata di be’ membri, fa nell’opra un finimento onoratissimo e da non desiderarlo altrimenti. E per tornare al lavoro dorico, dico che la colonna si fa di sette teste di altezza; et il suo zoccolo ha da essere poco manco d’un quadro e mezzo d’altezza e larghezza un quadro, facendoli poi sopra le sue cornici e di sotto la sua fascia col bastone e duo piani, secondo che tratta Vitruvio; e la sua base e capitello tanto d’altezza una quanto l’altra, computando del capitello dal collarino in su, la cornice sua col fregio et architrave appiccata, risaltando a ogni dirittura di colonna con que’ canali, che gli chiamano tigrifi ordinariamente, che vengono partiti fra un risalto e l’altro un quadro, dentrovi o teste di buoi secche o trofei o maschere o targhe o altre fantasie. Serra l’architrave risaltando con Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
che si possa poi segare il bronzo che avanza di questa materia; e questo si fa perché venga più netta. Ordina il metallo che vuole, e per ogni libra di cera ne mette dieci di metallo. Fassi la lega del metallo statuario di due terzi rame et un terzo ottone, secondo l’ordine italiano. Gli Egizzii, dai quali quest’arte ebbe origine, mettevano nel bronzo i due terzi ottone et un terzo rame. Il metallo ellettro, de gl’altri più fine, due parti rame e la terza argento. Le campane per ogni cento di rame xx di stagno, et a l’artiglierie per ogni cento di rame, dieci di stagno, acciò che il suono di quelle sia più squillante et unito. Restaci ora ad insegnare, che venendo la figura con mancamento perché fosse il bronzo cotto o sottile o mancassi in qualche parte, il modo dell’innestarvi un pezzo. Et in questo caso lievi lo artefice tutto quanto il tristo che è in quel getto, e facciavi una buca quadra cavandola sotto squadra; di poi le aggiusta un pezzo di metallo attuato a quel pezzo, che venga in fuora quel che li piace. E commesso appunto in quella buca quadra col martello tanto lo percuota che lo saldi, e con lime e ferri faccia sì che lo pareggi e finisca in tutto. Ora volendo l’artefice gettare di metallo le figure picciole, quelle si fanno di cera, o avendone di terra o di altra materia, vi fa sopra il cavo di gesso come alle grandi, e tutto il cavo si empie di cera. Ma bisogna che il cavo sia bagnato, perché buttandovi detta cera, ella si rappiglia per la freddezza della acqua e del cavo. Di poi, sventolando e diguazzando il cavo, si vota la cera ch’è in mezzo dil cavo, di maniera che il getto resta voto nel mezzo; il qual voto o vano riempie lo artefice poi di terra e vi mette perni di ferro. Questa terra serve poi per anima, ma bisogna lasciarla seccare bene. Da poi fa la cappa, come a l’altre figure grandi, armandola e mettendovi le cannelle per i venti, la cuoce di poi e ne cava la cera; e così il cavo si resta netto, sì che agevolmente si possono gittare. Il simile si fa de’ bassi e de’ mezzi rilievi e d’ogni altra cosa di metallo. Finiti questi getti, lo artefice di poi, con ferri appropriati, ciò è bulini, ciappole, strozzi, ceselli, puntelli, scarpelli e lime, lieva dove bisogna e dove bisogna spigne a lo indentro, e rinetta le bave, e con altri ferri che radono, raschia e pulisce il tutto con diligenzia et ultimamente con la pomice gli dà il pulimento. Questo bronzo piglia co ‘l tempo per se medesimo un colore che trae in nero e non in rosso come quando si lavora. Alcuni con olio lo fanno venire nero, altri con l’aceto lo fanno venire verde, et altri con la vernice li danno il colore di nero, tale che ognuno lo conduce come più gli piace.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
rando che ella non mi lasci opprimere nel suo concetto dell’altrui maligne relazioni fino a tanto che la vita e l’opere mie mostreranno il contrario di quello che e’ dicono. Ora con quello animo che io tengo d’onorarla e di servira sempre dedicandole questa mia rozza fatica, come ogni altra mia cosa, e me medesimo l’ho dedicato, la supplico che non si sdegni di averne la protezzione o di mirar almeno a la devozione di chi gliela porge; et alla sua buona grazia raccomandandomi,  umilissimamente  le  bacio  le  mani.  D  V Eccellenzia umilissimo servitore Giorgio Vasari, Pittore Aretino.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
siano  le  buone  sculture,  con  tutti  gli  ammaestramenti  più  segreti  e  più necessarii. Ultimamente discorrendo de la pittura, dirò de ‘l disegno, de’ modi del colorire, de ‘l perfettamente condurre le cose, de la qualità di esse pitture e di qualunche cosa che da questa dependa, de’ musaici d’ogni sorte, de ‘l niello, de gli smalti, de’ lavori a la damaschina e finalmente poi de le stampe delle pitture. E così mi persuado che queste fatiche mie diletteranno coloro che non sono di questi esercizii, e diletteranno e gioveranno a chi ne ha fatto professione. Perché, oltra che nella introduzzione rivedranno i modi dello operare, e nelle vite di essi artefici impareranno dove siano l’opere loro et a conoscere agevolmente la perfezzione o imperfezzione di quelle e discernere tra maniera e maniera, e’ potranno accorgersi ancora quanto meriti lode et onore chi con le virtù di sì nobili arti accompagna onesti costumi e bontà di vita; et accesi di quelle laudi che hanno conseguite i sì fatti, si alzeranno essi ancora a la vera gloria. Né si caverà poco frutto de la storia, vera guida e maestra delle nostre azzioni, leggendo la varia diversità di infiniti casi occorsi a  gli  artefici,  qualche  volta  per  colpa  loro  e  molte  altre  della  fortuna. Resterebbemi a fare scusa de lo avere alle volte usato qualche voce non ben toscana, de la qual cosa non vo’ parlare, avendo avuto sempre più cura di usare le voci et i vocaboli particulari e proprii delle nostre arti che i leggiadri o gli snelli della delicatezza degli scrittori. Siami lecito adunche usare nella propria lingua le proprie voci de’ nostri artefici, e contentisi ognuno de la buona volontà mia, la quale si è mossa a fare questo effetto, non per insegnare ad altri, che non so per me, ma per desiderio di conservare almanco questa memoria degli artefici più celebrati, poiché in tante decine di anni non ho saputo vedere ancora chi n’abbia fatto molto ricordo. Con ciò sia che io ho più tosto voluto con queste rozze fatiche mie, ombreggiando gli egregii fatti loro, renderli in qualche parte l’obligo che io tengo alle opere sue che mi sono state maestre ad imparare quel tanto che io so, che malignamente, vivendo in ozio, esser censore delle opere altrui, accusandole e riprendendole come i nostri spesso costumano. Ma egli è già tempo di venire a lo effetto.
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
questa parte vorrà discretamente considerare, giudicherà come io, quando di sopra io dissi, il principio di queste arti essere stata la istessa natura e l’innanzi, o modello, la bellissima fabrica del mondo et il maestro quel divino lume, infuso per grazia singulare in noi, il quale non solo ci ha fatti superiori alli altri animali, ma simili (se è lecito dire) a Dio. E se ne’ tempi nostri e’ si è veduto (come io credo per molti esempli poco inanzi poter mostrare) che i semplici fanciulli e rozzamente allevati ne’ boschi, in sullo esempio solo di queste belle pitture e sculture della natura, con la vivacità del loro ingegno da per  se  stessi  hanno  cominciato  a  disegnare,  quanto  più  si  può  e  debbe verisimilmente pensare, que’ primi uomini, e’ quali quanto manco erano lontani dal suo principio e divina generazione, tanto erono più perfetti e di migliore ingegno, essi da per loro, avendo per guida la natura, per maestro l’intelletto purgatissimo, per esempio sì vago modello del mondo, aver dato origine a queste nobilissime arti, e da picciol principio a poco a poco migliorandole, condottole finalmente a perfezzione? Non voglio già negare che e’ non sia stato un primo che cominciasse, ché io so molto bene che e’ bisognò che qualche volta e da qualcuno venissi il principio; né anche negherò esser stato possibile che l’uno aiutassi l’altro et insegnassi et aprissi la via al disegno, al colore et al rilievo, perché io so che l’arte nostra è tutta imitazione della natura principalmente e poi, per chi da sé non può salir tanto alto, delle cose che da quelli che miglior maestri di sé giudica sono condotte. Ma dico bene che il volere determinatamente affermare chi costui o costoro fussero, è cosa molto pericolosa a giudicare e forse poco necessaria a sapere, poiché veggiamo la vera radice et origine donde ella nasce. Perché, poi che delle opere che sono la vita e la fama delli artefici, le prime e di mano in mano le seconde e le terze, per il tempo che consuma ogni cosa venner manco, e non essendo allora chi scrivesse, non potettono essere almanco per quella via conosciute da’ posteri, vennero ancora a essere incogniti gli artefici di quelle; ma da che gli scrittori cominciorono a far memoria delle cose state inanzi a loro, non potettono già parlare di quelli de’ quali non avevano potuto aver notizia, i·mmodo che primi appo loro vengono a esser quelli, de’ quali era stata ultima a perdersi la memoria. Sì come il primo de’ poeti per consenso comune si dice esser Omero, non perché inanzi a lui non ne fussi qualcuno, che ne furono, se bene non tanto eccellenti e nelle cose sue istesse si vede chiaro, ma perché di que’ primi, tal quali essi furono, era persa già dumila anni fa ogni cognizione. Però, lasciando questa parte indietro, troppo per
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
sche le pitture che vi si veggono al presente. Finiti gli Ostrogotti, che da Narse furono spenti, abitandosi per le rovine di Roma in qualche maniera pur malamente, venne dopo cento anni Costante secondo Imperatore di Costantinopoli, e ricevuto amorevolmente da i Romani, guastò, spogliò e portossi via tutto ciò che nella misera città di Roma era rimaso più per sorte che per libera volontà di coloro che l’avevono rovinata. Bene è vero che e’ non potette godersi di questa preda, perché, da la tempesta del mare trasportato nella Sicilia, giustamente occiso da i suoi, lasciò le spoglie, il regno e la vita, tutto in preda della fortuna. La quale, non contenta ancora de’ danni di Roma, perché le cose tolte non potessino tornarvi già mai, vi condusse una armata di Saracini, a’ danni dell’isola; i quali e le robe de’ Siciliani e le stesse spoglie di Roma se ne portorono in Alessandria, con grandissima vergogna e danno della Italia e del Cristianesimo. E così tutto quello che non avevono guasto i pontefici, e San Gregorio massimamente, il quale si dice che messe in bando tutto il restante delle statue e delle spoglie degli edificii, per le mani di questo sceleratissimo greco finalmente capitò male. Di maniera che, non trovandosi più né vestigio né indizio di cosa alcuna che avesse del buono, gl’uomini  che  vennono  appresso,  ritrovandosi  rozzi  e  materiali,  e particularmente nelle pitture e nelle scolture, incitati dalla natura et assottigliati dall’aria, si diedero a fare, non secondo le regole dell’arti predette, che non le avevano, ma secondo la qualità degli ingegni loro. E così nacquero da le lor mani quei fantocci e quelle goffezze, che nelle case vecchie ancora oggi appariscono. Il medesimo avvenne de la architettura; perché, bisognando pur fabricare et essendo smarrita in tutto la forma et il modo buono per gl’artefici morti, e per l’opere distrutte e guaste, coloro che si diedero a tale esercizio non edificavano cosa, che per ordine o per misura avesse grazia, né disegno, né ragion alcuna. Onde ne vennero a risorgere nuovi architetti, che delle loro barbare nazioni fecero il modo di quella maniera di edifici ch’oggi da noi son chiamati tedeschi, i quali facevano alcune cose più tosto a noi moderni ridicole, che a loro lodevoli; finché la miglior forma trovarono poi i migliori artefici, come si veggono di quella maniera per tutta Italia le più vecchie chiese, e non antiche, che da essi furono edificate, sì com’in Pisa la pianta del duomo da Buschetto Greco da Dulichio architetto, edificata nel MXVI; a onore del quale furono fatti, per commemorazione del troppo esser valente in quella età rozza, questi versi oggi in duomo di Pisa alla sua sepoltura:
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Fu il Duomo di Milano fatto nella medesima maniera, edificato l’anno 1388, e quello di Siena et infiniti edifici alla tedesca di quella medesima sorte e molti palazzi e varie fabriche, che per tutt’Italia e fuor di essa si veggono; come San Marco di Vinegia, la Certosa di Pavia, il Santo di Padova, San etronio di Bologna, San Martino di Lucca, il Duomo di Arezzo, la Pieve, il Vescovado fatto finire da Papa Gregorio X piacentino della famiglia de’ Visconti, e così il tempio di Santa Maria del Fiore in Fiorenza, fabbricato da Arnolfo Tedesco architettore. Stettero poi oltra le ruine di Roma per le guerre sotterrati i modi delle sculture e de le pitture da le ruine di Totila fino a gl’anni di Cristo MCCL, nel qual tempo era rimasto in Grecia un residuo d’artefici che vecchi erano, i quali facevano imagini di terra e di pietra, e dipignevano altre figure mostruose e col primo lineamento e col campo di colore. E quegli per esser soli in tale professione, l’arte della pittura in Italia portarono insieme col musaico e con la scultura, e quella come sapevano, a gl’uomini italiani insegnarono rozzamente. Onde gl’uomini di que’ tempi, non essendo usati a veder altra bontà né maggior perfezzione nelle cose, di quelle ch’essi vedevano, solamente si maravigliavano e quelle, ancora che baroncesche fossero, nondimeno per le migliori apprendevano. Pur gli spirti di coloro che nascevano, aitati in qualche luogo dalla sottilità dell’aria, si purgarono tanto che nel MCCL, il cielo, a pietà mossosi de i belli ingegni che ‘l terren toscano produceva ogni giorno, gli ridusse a la forma primiera. E se bene gli inanzi a loro avevano veduto residui di archi o di colossi o di statue, o pili, o colonne storiate, nell’età che furono dopo i sacchi e le ruine e gli incendi di Roma, e’ non seppono mai valersene o cavarne profitto alcuno, sino al tempo detto di sopra; nel quale venuti su, come io diceva, ingegni più begli, conoscendo assai bene il buono da ‘l cattivo, abbandonando le maniere vecchie, ritornarono ad imitare le antiche, con tutta la industria et ingegno loro. Ma perché più agevolmente si intenda quello che io chiami vecchio et antico, antiche furono le cose inanzi Costantino, di Corinto, d’Atene e di Roma, e d’altre famosissime città, fatte fino a sotto Nerone, a i Vespasiani, Traiano, Adriano et Antonino; percioché
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Salvestro nella chiesa di Santa Croce. Le loro pitture furono nello anno MCCCXXXVIIII. 9. A. Pisano Non fiorì mai per tempo nessuno l’arte della pittura, che gli scultori non facessino il loro esercizio con eccellenza. E di ciò ne sono testimonii molte cose a chi ben riguarda le opere di tutte le età sì come ci dimostra al presente nella sua Andrea Pisano. Il quale, esercitando la scultura nel tempo di Giotto, fece tanto miglioramento in tale arte che, e per pratica e per istudio, fu stimato in quella professione il maggior uomo che avessino avuto insino a’ tempi suoi i Toscani. Per il che da chiunque lo conobbe furono talmente onorate e premiate le opere sue, e massimo da’ Fiorentini, che non gli increbbe cambiar patria, parenti, facultati et amici, mostrando quell’animo valoroso che il più delle volte suol mostrare ogni da bene artefice quando, lavorando continovamente, è aiutato dalla natura, dagli uomini, dalla pace e dal premio. A costui giovò molto quella difficultà che avevano avuta nella scultura i maestri che erano stati avanti a lui, perché avevano usato di fare le loro sculture sì rozze e sì dozzinali, che chi le vedeva a paragone di quelle di questo uomo aveva molto da lodarlo. E che quelle prime fussero goffe ne fanno fede alcune che sono sopra la porta di San Paulo di Firenze, nell’arco della porta principale de la detta chiesa, e nella chiesa di Ognisanti, dove sono alcune cose lavorate di pietra che senza dubbio muovono più tosto gl’intelletti d’altrui a ridersi et a farsi beffe delle fatiche loro, che ad alcuna maraviglia di tal opere. E certamente l’arte della scultura si può molto meglio ritrovare quando si perdesse lo esser delle statue, avendo gli uomini il vivo et il naturale, che è tutto tondo come vuole ella, che non può l’arte della pittura, non essendo così presto o facile il ritrovare i be’ dintorni e la maniera buona per metterla in luce: le quali cose, nelle opere che fanno i pittori, arrecano maiestà, bellezza, grazia et ornamento. Et ebbe Andrea nelle fatiche sue grandissimo vantaggio, essendo state condotte in Pisa mediante le molte vittorie che per mare con le lor galee e legni ebbero i Pisani, molte anticaglie e pili, che ancora sono intorno al Duomo et al Campo Santo che gli fecero tal lume certamente, che tale non lo potette avere Giotto da le opere di Cimabue e degli altri pittori, per non si esser conservate le pitture antiche tanto quanto la scultura. La quale, ancora
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
15. L’Orgagna Rare volte è uno ingegnoso e valente, che non sia ancora accorto e sagace, né mai la natura partorì uno spirto in una cosa eccellente, che ancora in molte non operasse il medesimo, o vero delle altrui non fusse almeno intelligentissimo, come fece nell’Orgagna, il quale fu pittore, scultore, architetto e poeta. Dimostrossi costui molto valente nella pittura e di avere di quella gran pratica, e nella scultura similmente, come ancora le sculture sue ne possono far fede, e nella architettura, il tabernacolo di Orto San Michele, e nella poesia alcuni sonetti che di suo si leggono ancora, scritti da lui già vecchio al Burchiello allora giovanetto. Mostrossi molto accorto nelle sue operazioni, e vedesi espressamente che mai non si parte da ‘l buono chi, nascendo con esso, nelle azzioni sue non fa mai cosa che non sia con buon garbo e con bellissimo disegno. Il che mostrò lo spirito del garbatissimo Orgagna, il quale fece il principio delle pitture sue in Pisa, che sono alcune storie in Campo Santo, allato a quelle di Giob, che furono fatte da Taddeo Gaddi.  Fece  in  Fiorenza  la  capella  grande  di  Santa  Maria  Novella  de’ Tornabuoni, ridipinta nel 1485 da Domenico Ghirlandai, il quale ne trasse molte invenzioni di cose che in detto operar si servì. Fece ancora in detta chiesa la capella degli Strozzi, con Bernardo suo fratello, vicina alla porta della sagrestia che sale una scala di pietra, nella quale lavorò una tavola a tempera dove pose il nome suo. E nelle facce di essa figurò l’Inferno et i cerchi e le bolge di Dante, dilettandosi con ogni studio cercare di intenderlo. In Santo Romeo fece una tavola et a Santo Apollinare con Bernardo predetto finì a fresco la facciata fuor della chiesa. In Santa
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
23. Spinello Aretino Quando un solo è cagione di illustrare una virtù usatasi rozzamente in una patria già per molti anni e, rendendole il vero splendore, la fa conoscere per lodata et ispiritosa, pare che tutti quegli che di sapere e di virtù operano, si voltino a lodarlo, a favorirlo, a inalzarlo e ad onorarlo; di maniera che molto si sente caricare il peso delle fatiche quel tale in cercare d’inalzarsi in quella virtù o scienza. Atteso che diventano obbligati a gli onori tutti coloro a’ quali per le virtù e per le fatiche son fatti commodi e favori nell’arte ingegnose che anno apprese, come fu fatto in Arezzo a Spinello di Luca Spinelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giorgio Vasari   Le Vite   Parte prima  altro fuoco, né miglior cimento di questo, non cerchi perché quegli che sono rozzi di natura ringentiliscono, et i gentili in maggior gentilezza e grazia riescono. Come fece Gherardo di Iacopo Starnini pittor fiorentino, il quale ancora che fosse di sangue più che di buona natura, nondimeno nelle pratiche era molto duro e rozzo; onde a sé più ch’a gli amici faceva danno. Per il che trasferitosi in Ispagna quivi imparò ad essere tanto gentile, cortese, trattabile e benigno, che ritornando a Fiorenza, infiniti di quegli i quali inanzi la sua partita a morte lo odiavano, con grandissima tenerezza nel suo ritorno lo amarono, per essersi fatto sì gentile e sì cortese. Gherardo fu discepolo d’Antonio da Vinegia, et i suoi primi principii furono in Santa Croce nella cappella di Santo Antonio de’ Castellani, ove fece in fresco alcune cose, le quali furono poi cagione di farlo conoscere a’ mercanti spagnuoli, che venuti a Fiorenza per lor bisogni, partendosi, in Ispagna appresso il loro re lo condussero; dove molti anni dimorando e grandissima copia de’ lavori faccendo e di quelli premio onorato traendo, a la sua patria desideroso di farsi rivedere e conoscere fece ritorno. Nella quale, con molte carezze da gli amici e da’ cittadini ricevuto, non andò molto tempo che gli fu data a dover dipignere la cappella di San Girolamo nel Carmino, storie di esso dipignendo, nelle quali figurò nella storia di Paula et Eustochio e di Girolamo alcuni abiti spagnuoli in quel tempo usatisi in quel paese; le quali storie furono da lui con invenzione molto propria intese e condotte con abondanza di modi e di pensieri nelle attitudini delle figure, con quel magisterio e con quella bontà che gli aveva largito il cielo. Fece in una storia, quando San Girolamo impara le prime lettere et il maestro che ha fatto levare a cavallo un fanciullo addosso ad un altro. Il quale, mentre che per il duolo della sferza mena le gambe, pare che gridando tenti mordere l’orecchio a colui che lo tiene; il che con grazia molto leggiadramente espresse Gherardo come persona che andava ghiribizzando le cose della natura. Similmente nel testamento di San Girolamo per esser vicino a morte, contraffece alcuni frati, i quali chi scrivendo e chi ascoltando, osservano l’ultime parole del lor maestro con grande affetto. La quale opra gli acquistò appresso agli artefici grado e fama, et i costumi, con la dolcezza della pratica, grandissima riputazione. Fu similmente di mano di Gherardo il San Dionigi alla Parte Guelfa a sommo della scala, nella faccia dinanzi, fatto nella ricuperazione di Pisa l’anno MCCCLXVI; il quale per esser ben colorito e meglio lavorato a fresco, è stato sempre tenuto pittura degna di molta lode. E così si tiene al presente per essersi mantenuta fresca e bella,
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
migliorarono assai, e fece non poco acquisto sotto di loro; perché e’ la ridussero a migliore proporzione e fecero le lor fabbriche non solamente stabili e gagliarde, ma ancora in qualche parte ornate; certo è nientedimeno che gli ornamenti loro furono confusi e molto imperfetti, e per dirla così, non con grande ornamento. Perché nelle colonne non osservarono quella misura e proporzione che richiedeva l’arte, né distinsero ordine che fusse più dorico che corinto o ionico o toscano, ma alla mescolata con una loro regola senza regola, faccendole grosse grosse o sottili sottili, come tornava lor meglio. E le invenzioni furono tutte, parte di lor cervello, parte de ‘l resto delle anticaglie vedute da loro. E facevano le piane parte cavate da ‘l buono, parte agiuntovi lor fantasie, che rizzate con le muraglie avevano un’altra forma. Nientedimeno chi comparerà le cose loro a quelle dinanzi, vi vedrà migliore ogni cosa, e vedrà delle cose che danno dispiacere in qualche parte a’ tempi nostri, come sono alcuni tempietti di mattoni lavorati di stucchi a Santo Ianni Laterano di Roma. Questo medesimo dico de la scultura, la quale in quella prima età della sua rinascita ebbe assai del buono, perché, fuggita la maniera goffa greca che era tanto rozza che teneva ancora più della cava che dello ingegno degli artefici, essendo quelle loro statue intere intere senza pieghe o attitudine o movenzia alcuna, e proprio da chiamarsi statue, dove, essendo poi migliorato il disegno per Giotto, molti migliorarono ancora le figure d’i marmi e delle pietre, come fece Andrea Pisano e Nino suo figliuolo e gli altri suoi discepoli che feron molto meglio che i primi, e storsono più le lor statue, e dettono loro migliore attitudine assai; come que’ due sanesi Agostino et Agnolo che feciono la sepoltura di Guido  Vescovo di Arezzo, e que’ Todeschi che feciono la facciata d’Orvieto. Vedesi adunque in questo tempo la scultura essersi un poco migliorata e dato qualche forma migliore alle figure, con più bello andar di pieghe di panni e qualche testa con migliore aria, certe attitudini non tanto intere, et infine cominciato a tentare il buono; ma avere tuttavolta mancato di infinite parti per non esser in quel tempo in gran perfezzione il disegno, né vedersi troppe cose di buono da potere imitare. Laonde que’ maestri che furono in questo tempo, e da me son stati messi nella prima parte, meriteranno quella lode e d’esser tenuti in quel conto, che meritano le cose fatte da loro, pur che si consideri, come anche quelle delli architetti e de’ pittori di que’ tempi,  non ebbono innanzi aiuto et avevano a trovare la via da per loro; et il principio, ancora che piccolo, è degno sempre di lode non piccola. Non corse troppo miglior fortuna la pittura in questi tempi, se non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
10. Masaccio Costuma la benigna madre natura, quando ella fa una persona molto eccellente in alcuna professione, comunemente non la far sola, ma in quel tempo medesimo, e vicino a quella, farne un’altra a sua concorrenza, a cagione che elle possino giovare l’una a l’altra nella virtù e nella emulazione, spignere avanti con eccellenzia quelle stesse arti dove elle adoprano, a benefizio dello universo. La qual cosa, oltra il singular giovamento di quegli stessi che in ciò concorrono, accende ancora oltra modo gli animi di chi viene dopo quella età a sforzarsi con ogni studio e con ogni industria, di guadagnare quello onore e quella gloriosa reputazione, che ne’ passati tutto il giorno altamente sente lodare. E che questo sia il vero, lo aver Fiorenza prodotto in una medesima  età  Filippo,  Donato,  Lorenzo,  Paulo  Uccello  e  Masaccio, eccellentissimi ciascuno nel genere suo, non solamente levò via le rozze e goffe maniere, mantenutesi fino a quel tempo, ma per le belle opere di costoro incitò et accese tanto gli animi di chi venne poi, che lo operare in questi mestieri si è ridotto in quella grandezza et in quella perfezzione che si  vede  ne’  tempi  nostri.  Di  che  abbiamo  noi,  per  il  vero,  uno  obligo singulare a que’ primi, che mediante le loro fatiche ci mostrarono la vera
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
(mentre egli la faceva murare) si adoperò grandemente. Et il simile fece fuor di Fiorenza la torre e la casa della Petraia a Castello. Nel palazzo dove abitava la Signoria ordinò e spartì, dove era l’ufizio delli ufiziali di monte, tutte quelle stanze e vi fece e porte e finestre nella maniera cavata da lo antico, allora non usatesi molto per essere l’architettura rozzissima in Toscana. Avenne che in Fiorenza volevon fare far i frati di Santo Spirito una statua di Santa Maria Madalena in penitenzia di legname di tiglio, per porre a una cappella, e Filippo, che aveva fatto molte cosette piccole di scultura, desideroso mostrare che ancora nelle cose grandi varrebbe similmente, prese a far detta figura, la qual finita e messa in opera fu tenuta cosa molto bella; ma nell’incendio poi di quel tempio, l’anno MCCCCLXXI abruciò insieme con altre pitture notabili. Attese molto alla prospettiva allora molto in male uso adoperata per molte falsità che vi si facevano. Nella quale perse molto tempo, perfino che egli trovò da sé un modo che ella potesse venir giusta e perfetta, che fu il levarla con la pianta e proffilo e per via della intersegazione, cosa veramente ingegnosissima et utile all’arte del disegno. Di questa prese tanta vaghezza, che di sua mano ritrasse la piazza di Santo Giovanni, con tutti quegli spartimenti della incrostatura murati di marmi neri e bianchi, che diminuivano con una grazia singulare, e similmente fece la casa della Misericordia, con le botteghe de, cialdonai e la volta de’ Pecori e da l’altra banda la colonna di Santo Zanobi. La qual opera, essendoli lodata dalli artefici e da chi aveva giudizio in quell’arte, gli diede animo che non sté molto che egli misse mano a una altra, e ritrasse il palazzo, la piazza e la loggia de’ Signori, insieme col tetto de’ Pisani e tutto quel che intorno si vede murato. Le quali opere furon cagione di destare l’animo a gli altri artefici, che vi atteseno di poi con grande studio. Egli particularmente la insegnò a Masaccio, pittore allor giovane, molto suo amico, il quale gli fece onore in quello che gli mostrò, come appare negli edifizii dell’opere sue; né restò di mostrare a quelli che lavoravono le tarsie, che è un’arte di commettere legni di colori, e tanto gli stimolò, ch’e’ fu cagione di metterla in buono uso; che si fece di quel magisterio, et allora e di poi molte cose eccellenti che hanno recato e fama et utile a Fiorenza per molti anni. Avvenne che tornò da studio M Paulo dal Pozzo Toscanelli et una sera trovandosi in uno orto a cena con certi suoi amici, per farli onore invitarono Filippo, il quale, uditolo ragionare de l’arti matematiche, prese tal familiarità con seco, che egli imparò la geometria da lui. E se bene Filippo non aveva lettere, gli rendeva sì ragione delle cose, con
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
il naturale della pratica e sperienza, che molte volte lo confondeva. E così seguitando, dava opera alle cose della scrittura cristiana, né restava continuo di intervenire alle dispute et alle prediche delle persone dotte, delle quali faceva tanto capitale per la mirabil memoria sua, che m Paulo predetto, celebrandolo, usava dire che nel sentir arguir Filippo gli pareva un nuovo Santo Paulo. Diede ancora molto opera in questo tempo alle cose di Dante, le quali furon da lui bene intese circa i siti e le misure, e spesso, nelle comparazioni allegandolo, se ne serviva ne’ suoi ragionamenti. Né mai col pensiero faceva altro che machinare et immaginarsi cose ingegnose e difficili. Né poté trovar  mai  ingegno  che  più  lo  satisfacessi  che  Donato,  con  il  quale domesticamente  confabulando,  pigliavano  piacere  l’uno  dell’altro,  e  le difficultà del mestiero conferivano insieme. Avvenne che Donato in que’ giorni aveva finito un Crocifisso di legno, il qual fu posto in S. Croce di Fiorenza sotto la storia del fanciullo che risucita S. Francesco, dipinto da Taddeo Gaddi; del quale Crocifisso pigliandone Donato parere con Filippo, gli rispose che egli aveva messo un contadino in croce, onde ne nacque il detto di: “Togli del legno, e fanne uno tu”, come largamente si ragiona nella vita di Donato. Per il che Filippo, il quale ancor che fusse provocato a ira, mai si adirava per cosa che li fusse detta, stette cheto molti mesi, tanto ch’e’ condusse di legno un Crocifisso della medesima grandezza, di tal bontà e sì con arte, disegno e diligenza lavorato, che nel mandar Donato a casa innanzi a lui, quasi ad inganno (perché non sapeva che Filippo avessi fatto tale opera) un grembiule che egli aveva pieno di uova e di cose per desinarle insieme, gli cascò mentre lo guardava uscito di sé per la maraviglia e per la ingegnosa et artifiziosa maniera che aveva usato Filippo nelle gambe, nel torso e nelle braccia di detta figura, disposta et unita talmente insieme, che Donato, oltra il chiamarsi vinto, lo predicava per miracolo. La qual opera è oggi posta in Santa Maria Novella, fra la cappella de gli Strozzi e de’ Bardi da  Vernia, lodata ancora da i moderni per il medesimo infinitamente. Laonde vistosi la virtù di questi maestri veramente eccellenti, fu lor fatto allogazione dall’Arte de’ Beccai e dall’Arte de’ Linaiuoli, di due figure di marmo, da farsi nelle lor nicchie che sono intorno a Ort San Michele, le quali Filippo lasciò fare a Donato da sé solo, avendo preso altre cure, e Donato le condusse a perfezzione. Era l’anno MCCCCI che s’era deliberato, vedendo la scultura essere salita in tanta altezza, di rifare le due porte di bronzo del tempio e batisteo di Santo Giovanni, perché da la morte di Andrea Pisano in qua, non avevono avuti
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
do egli in consuetudine di non ritoccare o racconciare alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per credere (secondo che egli diceva) che così fusse la volontà di Dio. Dicono alcuni che fra Giovanni non arebbe preso i pennelli se prima non avesse fatto orazione. Non fece mai Crocifisso, che e’ non si bagnasse le gote di lagrime. Onde certamente si conosce nelle attitudini delle figure sue, la bontà del grande animo suo nella religion cristiana. Perciò sentì la fama sua Papa Niccola V e mandato per lui, et a Roma condottolo, gli fece fare la cappella del palazzo, dove il papa ode la messa, con un Deposto di Croce e con istorie bellissime di San Lorenzo, dove ritrasse Papa Niccola di naturale. Fece ancora nella Minerva la tavola dello altar maggiore con una Nunziata, che ora è locata allato alla cappella grande a canto un muro. È la cappella del Sagramento in palazzo per detto papa, ruinata al tempo di Papa Paulo III per drizzarvi le scale; cosa molto eccellente nella maniera sua. E perché al papa pareva persona di santissima vita, quieto e modesto, et aveva respetto et amore alla sua bontà, vacando in quel tempo l’Arcivescovado di Fiorenza, ordinò che fra’ Giovanni ne fusse investito, parendogli ch’egli più d’ogni altro degno ne dovessi essere. Intendendo ciò, il frate supplicò a Sua Santità che provvedesse d’uno altro, percioché egli non era buono a governar popoli; ma che nella religione avevano un frate amorevole de’ poveri, il quale era persona santa, dottissima e di grandissimo governo, il quale amava egli quanto se stesso. Per il che se e’ piacesse a Sua Santità di darlo a questo tale, lo riputerebbe propriamente, come se e’ fusse collocato nella stessa persona sua. Il papa, sentendo questo, gli fece la grazia liberamente; e così fu fatto Arcivescovo di Fiorenza frate Antonio dello ordine de’ predicatori, che da Papa Adriano VI fu poi canonizzato ne’ tempi nostri. Era fra’ Giovanni tanto continovo nella arte, che e’ lavorò infinite cose, le quali si sono smarrite, e pure tuttavia se ne ritruova qualcuna in diversi luoghi. Aiutò sempre i poveri de le sue fatiche, né mai abbandonò la religione. Morì di anni LXVIIII nel MCCCCLV. E lasciò suoi discepoli Benozzo Fiorentino, che imitò sempre la sua maniera; Zanobi Strozzi, che fece quadri e tavole per tutta Fiorenza per le case de’ cittadini, e particularmente una tavola posta oggi nel tramezzo di Santa Maria Nuova allato a quella di fra’ Giovanni; Gentile da Fabbriano, e parimente Domenico di Michelino, il quale in Santo Apolinare fece la tavola a lo altare di San Zanobi, e nel convento degli Agnoli un Giudizio con infinito numero di figure. Fu sepolto fra’ Giovanni da’ frati suoi nella Minerva di
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Donato, quantunque da la natura avesse egli grazia grandissima e leggiadria nelle teste. E veggonsi l’arie sue di femmine e di fanciulli, con delicata, dolce e vezzosa maniera aiutate tanto dalla natura che inclinato a questo lo aveva, quanto era ancora da lui esercitato l’ingegno dall’arte. Fece nella sua giovanezza il basamento del David di Donato, ch’è in palazzo de’ Signori in Fiorenza, nel quale Desiderio fece di marmo alcune arpie bellissime et alcuni viticci di bronzo molto graziosi e bene intesi, e nella facciata della casa de’ Gianfigliazzi un’arme grande con un lione, bellissima, et altre cose di pietra, le quali sono in detta città. Fece nel Carmine alla cappella de’ Brancacci uno agnolo di legno; et in San Lorenzo finì di marmo la cappella del Sacramento, la quale egli con molta diligenza condusse a perfezzione. Eravi un fanciullo di marmo tondo, il qual fu levato, et oggi si mette su lo altare per le feste della Natività di Cristo, cosa mirabile e dilicata; in cambio del quale ne fece un altro Baccio da Monte Lupo, di marmo pure, che sta continovamente sopra il tabernacolo del Sacramento. In Santa Maria Novella fece di marmo la sepoltura della Beata Villana, cosa garbata; e nelle monache delle Murate, sopra una colonna in un tabernacolo, una Nostra Donna piccola di leggiadra e graziata maniera, onde l’una e l’altra cosa è in grandissima stima et in bonissimo pregio. Fece ancora a San Piero Maggiore, il tabernacolo del Sacramento di marmo, con la solita diligenza. Et ancora che in quello non siano figure, e’ vi si vede però una bella maniera et una grazia infinita, come nell’altre cose sue. Egli similmente di marmo ritrasse di naturale la testa della Marietta de gli Strozzi, la quale essendo bellissima gli riuscì molto eccellente. Fece la sepoltura di M Carlo Marsupini aretino in Santa Croce, la quale non solo in quel tempo fece stupire gli artefici e le persone intelligenti che  la  guardarono,  ma  quegli  ancora  che  al  presente  la  veggono  se  ne maravigliano; dove egli avendo lavorato in una cassa fogliami, benché un poco spinosi e secchi, per non essere allora scoperte molte antichità, furono tenuti cosa bellissima. Ma fra l’altre parti che in detta opra sono, vi si veggono alcune ali che a una nicchia fanno ornamento a piè della cassa, che non di marmo, ma piumose si mostrano; cosa difficile a potere imitare nel marmo, atteso ch’a i peli et alle piume non può lo scarpello agiugnere. Èvvi di marmo una nicchia grande, più viva che se di osso proprio fosse. Sonvi ancora alcuni fanciulli et alcun’angeli condotti con maniera bella e vivace; similmente è di somma bontà e di artificio il morto su la cassa, et in un tondo una Nostra Donna di basso rilievo, lavorato secondo la maniera di Donato, con giudicio e con grazia mirabilissima. Per il che se la morte sì tosto non toglieva al
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
Dante Allghieri e M Francesco Petrarca. Fece in Santa Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la cappella, una sepoltura di marmo nero, et un tondo con la Nostra Donna e certi angeli di marmo per Filippo Strozzi Vecchio, la quale è con somma diligenza lavorata. Volse fare il Magnifico Lorenzo Vecchio in Santa Maria del Fiore la memoria del ritratto di Giotto pittore fiorentino, e l’allogò a Benedetto, il quale sopra quello epitaffio fece di marmo la figura che dipigne, la quale è molto lodevole. Aveva lavorato molte cose a Napoli Giuliano suo zio, per il Re Alfonso insieme con esso, e per essere egli morto a’ servigi di quello, gli convenne per la eredità e robe sue trasferirsi a Napoli; onde prese a fare opere a quel re, et inoltre fece al Conte di Terra Nuova una tavola di marmo nel monistero de’ monaci di Monte Oliveto, dentrovi una Nunziata con certi santi e fanciulli intorno bellissimi, che reggono alcuni festoni; e molti bassi rilievi lavorò nella predella di detta opera. Chiamato a Faenza, lavorò nel duomo di quella una bellissima sepoltura di marmo, per il corpo di San Savino nella quale fece di basso rilievo sei istorie de la vita di quel santo, con grandissima diligenzia et arte e disegno, e ne’ casamenti e nelle figure. Di maniera che per questa e per l’altre opere sue fu conosciuto per uomo eccellente e di grande ingegno. A Fiorenza tornato, fece a Pietro Mellini in Santa Croce il pergamo di marmo, cosa rarissima e tenuta bella sopra ogni altra di quel grado, per vedersi lavorate le figure di marmo nelle storie di S. Francesco, con tanta bontà e diligenza, che di marmo non si potrebbe desiderar meglio. Avendo egli con artificio di buona maniera  intagliato  alberi,  sassi,  casamenti,  prospettive  et  alcune  cose maravigliosamente spiccate; et inoltre in terra un ribattimento di detto pergamo per la lor sepoltura con tanto disegno, che impossibile è lodarlo tanto che basti. Dicesi che egli ebbe difficultà con gli operai di Santa Croce, perché sendo appoggiato detto pergamo a una colonna che regge gli archi, i quali sostengono il tetto dello edificio, volendola forare per fare la scala per salire a predicare, non volevano consentire, perché dubbitavano d’indebolirla col vacuo della salita, e che il detto peso non la sforzasse sì, che ruinasse il tempio. Per il che diede loro securtà che finirebbe l’opra senza alcun danno della chiesa. Onde sprangò di fascie di bronzo di fuori la colonna, che è ricoperta dal pergamo in giù di pietra forte; e la scala di dentro per salirvi, tanto quanto egli bucò per farla di fuora, ingrossò detto lavoro di quella pietra. E quello con stupore di chi lo vede al presente, a perfezzione ridusse mostrando nella
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
piccolezza delle figure di detta opra, la bontà e la vivezza che i rari mostrano nelle grandi. Dicesi che Filippo Strozzi Vecchio, volendo fare il palazzo suo, ne prese parere con Benedetto, e che egli ne fece un modello in su ‘l quale si cominciò lo edifizio, che fu poi finito dal Cronaca per la morte di esso Benedetto. Il quale avendosi acquistato modo di vivere, poche altre opere volse far poi; né più lavorò di marmo, ma finì in Santa Trinita una Santa Maria Maddalena, cominciata da Desiderio da Settignano, e fece ancora il Crocifisso che è sopra lo altare di Santa Maria del Fiore, et alcuno altro per la città; e condottosi ad anni LIIII venne a morte l’anno MCCCCIIC e con esequie onorate fu sepellito nella chiesa di San Lorenzo. 51. A. Mantegna Quanto possa il premio nella virtù, colui che opera virtuosamente lo sa; che non sente il freddo, gli incomodi, i disagi, né lo stento, solo per venire allo effetto dello esser premiato, et ha tanta forza l’ambizione nel vedersi onorare e guiderdonare, che la virtù si fa ogni giorno più vaga, più lucida, più chiara e più divina. Onde chi senza quella si muove ad alzarsi in buon credito fra  gli  uomini,  indarno  consuma  se  medesimo  nelle  fatiche  e  si  empie d’amaritudine l’animo e la mente senza far frutto. Perché vedendo premiare più di sé chi nol merita, cadono nella mente e nello animo pensieri tanto maligni, che si scorda in una ora quel che in molti anni e con molte fatiche aveva da ‘l cielo e dalla natura conseguito. Per il che si dà in preda il valore alla desperazione, di maniera che deviano da ‘l primo essere e vanno in abbandono i principii buoni cominciati altamente. Onde viene che gli spiriti eccellenti s’attoscano, e non producono i frutti che tengono vivi i nomi dopo la morte. Laonde veggiamo quello che avvenne nella remunerazione e nella sorte in Andrea Mantegna, il quale sendo stimato, onorato e premiato, non fu maraviglia se la virtù che aveva sempre andò crescendo. E fu grandissima ventura la sua che, sendo nato d’umilissima stirpe in contado, e pascendo gli armenti, tanto s’alzasse col valore della sorte e della virtù, ch’egli meritasse di venire cavaliere onorato. Nacque, secondo la opinione di molti, Andrea in una villa vicino a Mantova, e col tempo condotto in quella città, imparò l’arte della pittura. E fece molte opere nella sua giovanezza che li diedon nome e lo fecion conoscere; e da chi vide l’opere sue fu molto avuto in pregio, e massime in Lombardia da que’ signori fu poi molto stimato et in molte città fuor di quella Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
dimostrò arte e bella advertenzia in un serpente che è sotto a Santa Margherita, tanto strano e sì pauroso, che e’ fa conoscere dove abita il veleno, il fuoco e la morte; et il resto di tutta l’opera è colorito con tanta freschezza e vivacità, che e’ merita di esser lodato infinitamente; et in Lucca in San Michele una tavola similmente con tre figure. In San Ponziano ne’ frati di Monte Oliveto v’è una tavola in una cappella di Santo Antonio, che ha in mezzo una nicchia, dentrovi un Santo Antonio bellissimo di rilievo, di mano d’Andrea Sansovino, cosa prontissima e bellissima. Fu ricercato con grande instanza di andare in Ungheria per il Re Mattia e ricusò d’andarvi, ma fece bene due tavole per esso in Fiorenza, che a quel re furono mandate, cosa lodata e degna di Filippo; nelle quali mostrò quanto valeva in quell’arte. Mandò suoi lavori a Genova, e fece a Bologna in San Domenico, allato alla cappella dello altar maggiore a man sinistra, una tavola di San Sebastiano, cosa molto bella e tenuta certo eccellente. A Tanai de’ Nerli fece una altra tavola a San Salvatore fuor di Fiorenza. Et a Pietro del Pugliese amico suo lavorò una storia di figure picciole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela denegò, dicendo essere impossibile di farla. Ora avendo intrinseca amicizia con Lorenzo Vecchio de’ Medici, fu da lui strettamente pregato per dovere fare una opra grandissima a Roma per Olivieri Caraffa Cardinale napolitano, amico di Lorenzo; e così per commessione di quello se ne andò a Roma a servire il detto signore, passando prima da Spoleto, come volse Lorenzo detto, per fare una sepoltura di marmo a fra’ Filippo suo padre, chiesto già da Lorenzo a gli Spoletini, ma non ottenuto, come altrove abbiamo narrato. Disegnò dunque Filippo la sepoltura con bel garbo e con buona grazia, e Lorenzo in su quel disegno suntuosamente la fece fare. Appresso condottosi a Roma, fece al cardinale nella chiesa della Minerva una cappella, dove sono istorie di San Tomaso d’Aquino molto belle et alcune poesie cristiane molto lodate, e da lui che ebbe in questo la natura sempre propizia, tutte trovate. Ritornò a Fiorenza, e cominciò in Santa Maria Novella la cappella a Filippo Strozzi, la quale con molto amore avendo avviata, quella prese a finire con sua comodità; e fatto il cielo, et a Roma ritornato, fece oltra la cappella della Minerva, la sepoltura del cardinale, ch’è di stucchi e di gessi in uno spartimento di una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Rafaellin del Garbo suo discepolo molte ne lavorò. Fu stimata detta cappella per maestro Lanzilago Padovano e per Antonio detto Antoniasso Romano, pittori de i migliori che fossero allora in Roma, due mila ducati d’oro senza le spese de gli azzurri e de’ garzoni. Per il che Filippo, riscosso i Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume primo di Giorgio Vasari
mo sole posto sopra la terra, circondano il mondo ornatissimo e pieno di bellezza. Perché la gran madre nostra, del seme de’ suoi genitori con l’opere di loro stessi, fanno diventare di rustica, pulita, e di rozza, leggiadra e colta, e con le virtù di lei medesima infinitamente crescere de grado. Laonde il cielo, che gli intelletti forma nel nascere, veggendo quegli sì belle fabbriche cavarsi della fantasia, gioisce nel vedere esprimere i concetti delle menti divine et i grandissimi intelletti de gli uomini. E nel vero, quando tali ingegni vengono al mondo, e tali e tanti benefici gli fanno, ha grandissimo torto la crudeltà della morte a impedirli il corso della vita. Ancora che non potrà ella però già mai con ogni sua invidia troncare la gloria e la fama di quegli eccellenti, consecrati alla eternità; la onorata memoria de’ quali (mercé degli scrittori) si andrà continuamente perpetuando di lingua in lingua, a dispetto della morte e del tempo; come le stesse fabbriche e scritti del chiarissimo Antonio da San Gallo. Il quale nella architettura fu tanto illustre e mirabile et in ogni sua opera  considerato  sì,  che  per  le  sue  fatiche  merita  non  minor  fama  di qualsivoglia architetto antico o moderno, considerando quanto di valore e di grandissimo animo fosse. Era costui nel discorrere le cose eloquente e saputo, nel risolverle savissimo e presto, et in esequirle molto sollecito. Né mai fu architetto moderno, che tanti uomini tenesse in opra, né che più risolutamente in esercizio gli facesse operare. Aveva tanta pratica per la moltitudine dell’opere infinite che aveva fatte, et era il giudicio di esso tanto sano e maraviglioso nel conoscere le cose ben misurate, che e’ pareva certo impossibile che ingegno umano sapesse tanto. Tenne continuo gli occhi nelle cose che fece, che non uscissero fuor de’ termini e misure di Vitruvio, e continuamente infin che morì studiò quello, e veramente lo mostrò d’intendere nella maravigliosa fabbrica e nel modello di San Pietro, come a suo luogo diremo. Fu figliuolo Antonio di Bartolomeo Picconi di Mugello bottaio, il quale,  nella  sua  fanciullezza  imparando  l’arte  del  legnaiuolo,  si  partì  di Fiorenza, sentendo che Giuliano da San Gallo suo zio era in faccende a Roma insieme con Anton suo fratello. Per il che da bonissimo animo, volto a le faccende dell’arte dell’architettura, seguitando quegli, prometteva di sé que’ fini che nella età matura cumulatamente veggiamo per tutta l’Italia, in tante cose fatte da lui. Avvenne che Giuliano, per lo impedimento che ebbe di quel suo male di pietra, fu sforzato ritornare a Fiorenza, et Antonio venuto in cognizione di Bramante da Casteldurante architetto, cominciò per esso, che era vecchio e dal parletico impedito le mani, non poteva come prima
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
inviasse a ‘l giardino, dove egli desiderava di esercitargli e creargli in una maniera, che onorasse e lui e la città sua. Laonde da Domenico gli furono per ottimi giovani dati fra gli altri Michele Agnolo e Francesco Granaccio; per il che, andando eglino a ‘l giardino, vi trovarono che il Torrigiano, giovane de’ Torrigiani, lavorava di terra certe figure tonde, che da Bertoldo gli erano state date. Michele Agnolo, vedendo questo, per emulazione alcune ne fece; dove Lorenzo, vedendo sì bello spirito, lo tenne sempre in molta aspettazione, et egli inanimito dopo alcuni giorni si mise a contrafare con un pezzo di marmo una testa antica che v’era.  Onde  Lorenzo,  molto  contento,  ne  fece  gran  festa  e  gli  ordinò provisione, per aiutar suo padre e per crescergli animo, di cinque ducati il mese, e per rallegrarlo gli diede un mantello paonazzo, et al padre uno officio in dogana. Vero è che tutti quei giovani erano salariati, chi assai e chi poco, da la liberalità di quel magnifico e nobilissimo cittadino, e da lui, mentre ch’e’ visse, furono premiati. Era il giardino tutto pieno d’anticaglie e di eccellenti cose molto adorno, per bellezza, per studio e per piacere ragunate in quel loco.  eneva di continuo T Michele Agnolo la chiave di questo loco, e molto più sollecito che gli altri in tutte le sue azzioni, e con viva fierezza sempre pronto si mostrava. Disegnò molti mesi nel Carmino alle pitture di Masaccio, dove con tanto giudicio quelle opere ritraeva, che ne stupivano gli artefici e gli altri uomini, di maniera che gli cresceva l’invidia insieme col nome. Dicesi che, avendo il Torrigiano contratto seco amicizia e scherzando, mosso da invidia di vederlo più onorato di lui e più valente nell’arte, con tanta amorevolezza gli percosse d’un pugno il naso, che rotto e schiacciatolo di mala sorte lo segnò per sempre. Lavorò costui un fanciullo di marmo in una stanza, che lo comperò poi Baldessarre de ‘l Milanese, dove, contrafacendo la maniera antica, fu portato a Roma e sotterrato in una vigna, onde cavatosi e tenuto per antico, fu venduto gran prezzo. Conobbe Michele Agnolo nel suo andare a Roma ch’egli era di sua mano, benché difficilmente ogni altro lo credesse. Fece il Crocifisso di legno, ch’è in Santo Spirito di Fiorenza, posto ancora sopra il mezzo tondo dello altar maggiore. E pure in Fiorenza, nel palazzo de gli Strozzi, fece uno Ercole di marmo che fu stimato cosa mirabile, il quale fu poi da Giovan Batista della Palla condotto in Francia. Dipinse nella maniera antica una tavola a tempera d’un San Francesco con le stimite, che è locato a man sinistra nella prima cappella di San Piero a Montorio in Roma. Venne volontà ad Agnolo Doni, cittadino fiorentino amico suo, sì come quello che molto si dilettava aver cose belle, così d’antichi come di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Quivi è il fico oltra lo scortar de le foglie e le vedute de’ rami, condotto con tanto amor, che l’ingegno si smarisce solo a pensare come uno uomo possa avere tanta pacienzia. Èvvi ancora un palmizio, che ha la rotondità de le ruote de la palma lavorate con sì grande arte e maravigliosa, che altro che la pazienzia e l’ingegno di Lionardo non lo poteva fare. La quale opera altrimenti non si fece: onde il cartone è oggi in Fiorenza nella felice casa del Magnifico Ottaviano de’ Medici donatogli, non ha molto, dal zio di Lionardo. Dicesi che Ser Piero da Vinci zio di Lionardo, essendo alla villa, fu ricercato domesticamente da un suo contadino, il quale d’un fico da lui tagliato in su ‘l podere, aveva di sua mano fatto una rotella, che a Fiorenza gnene facesse dipignere, e che egli contentissimo e volentieri lo fece, sendo molto pratico il villano nel pigliare uccelli e ne le pescagioni, e servendosi grandemente di lui Ser Piero a questi esercizii. Laonde fattala condurre a Firenze, senza altrimenti dire a Lionardo di chi ella si fosse, lo ricercò che egli vi dipignesse suso qualche  cosa.  Lionardo,  arrecatosi  un  giorno  tra  le  mani  questa  rotella, veggendola torta, mal lavorata e goffa, la dirizzò col fuoco, e datala a un torniatore, di rozza e goffa che ella era, la fece ridurre delicata e pari. Et appresso ingessatala et acconciatala a modo suo, cominciò a pensare quello che vi si potesse dipignere su, che avesse a spaventare chi le venisse contra, rappresentando lo effetto stesso che la testa già di Medusa. Portò dunque Lionardo per questo effetto ad una sua stanza, dove non entrava se non e’ solo, lucertole, ramarri, grilli, serpi, farfalle, locuste, nottole et altre strane spezie di simili animali: da la moltitudine de’ quali, variamente adattata insieme, cavò uno animalaccio molto orribile e spaventoso, il quale avvelenava con l’alito e faceva l’aria di fuoco. E quello fece uscire d’una pietra scura e spezzata, buffando veleno da la gola aperta, fuoco da gli occhi e fumo dal naso sì stranamente, che e’ pareva monstruosa et orribil cosa. E penò tanto a farla, che in quella stanza era il morbo de gli animali morti troppo crudele, ma non sentito da Lionardo, per il grande amore che e’ portava alla arte. Finita questa opera, che più non era ricerca né dal villano né dal zio, Lionardo gli disse che ad ogni sua comodità mandasse per la rotella, che quanto a lui era finita. Andato dunque Ser Piero una mattina a la stanza per la rotella e picchiato alla porta, Lionardo gli aperse, dicendo che aspettasse un poco; e ritornatosi nella stanza acconciò la rotella al lume in su ‘l leggio et assettò la finestra, che facesse lume abbacinato, poi lo fece passar dentro a vederla. Ser Piero nel primo aspetto, non pensando alla cosa, subitamente si scosse, non
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
diverse storie di figure piccole, né si può esprimere la diversità de le cose fantastiche che egli in tutte quelle si dilettò dipignere, e di casamenti e d’animali e di abiti e strumenti diversi, et altre fantasie che gli sovennono, per essere storie di favole, come un quadro di Marte e Venere con i suoi amori e Vulcano, fatto con una grande arte e con una pazienza incredibile. Dipinse Piero per Filippo Strozzi Vecchio, un quadro di figure piccole, quando Perseo libera Andromeda da ‘l monstro, che v’è dentro certe cose assai belle. Il quale è oggi in camera di Lorenzo suo figliuolo. Era molto amico di Piero lo Spedalingo de li Innocenti, e volendo far fare una tavola che andava all’entrata di chiesa a man manca, la allogò a Piero, il quale con suo agio la condusse al fine, ma prima fece disperare lo Spedalingo; che non ci fu mai ordine che la vedesse se non finita, e quanto ciò gli paresse strano, e per l’amicizia e per il sovvenillo tutto il dì di danari e non vedere quel che si faceva, egli stesso lo dimostrò, che all’ultima paga non gliele voleva dare se non vedeva l’opera. Ma minacciato da Piero che guasterebbe quel che aveva fatto, fu forzato dargli il resto, e con maggior collora che prima aver pazienza che la mettesse su, et in questa sono veramente assai cose buone. Prese  a  fare  per  una  cappella  una  tavola  ne  la  chiesa  di  San  Piero Gattolini, e vi fece una Nostra Donna a sedere con quatro figure intorno e due angeli in aria che la incoronano. Opera condotta con tanta diligenzia, che n’acquistò lode et onore. Fece una tavoletta de la Concezzione nel tramezzo de la chiesa di S. Francesco da Fiesole, la quale è assai buona cosetta, sendo le figure non molto grandi. Lavorò per Giovan Vespucci, che stava dirimpetto a San Michele della via de’ Servi, dove è oggi di Pier Salviati alcune storie baccanarie che sono intorno a una camera, nelle quali fece sì stran’ fauni, satiri e silvani e putti e baccanti, che è una maraviglia a vedere la diversità de’ zaini e delle vesti e la varietà delle cere caprine, con una grazia et imitazione verissima. Èvvi in una storia Sileno a cavallo su uno asino con molti fanciulli, chi lo regge e chi gli dà bere, e si vede una letizia al vivo fatta con grande ingegno. E nel vero si conosce in quel che si vede di suo, uno spirito molto vario et astrattato da gli altri, et una certa sottilità nello investigare certe sottigliezze della natura, che penetrano, senza guardare a tempo o fatiche, solo per suo diletto e per il piacere della arte; e non poteva già essere altrimenti, perché innamorato di lei, non curava de’ suoi comodi, e si riduceva a mangiar continuamente ova sode, che per rispiarmare il fuoco, le coceva
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
quale egli punto dalle concorrenze de gli artefici suoi, per il voto dello onore fece molte fatiche nella giovanezza sua; et in quelle perseverando, pervenne ad ultima perfezzione di quel grado, che per fama e per opre s’acquista studiando. Si partì da Cosimo, e lavorò alla porta San Piero Gattolini nelle sue case, nelle quali fece molti quadri di pittura. Per il che la fama sua si divulgò talmente, che da Gerozzo di Monna Venna Dini gli fu fatta allogazione d’una cappella nel cimiterio, dove sono l’ossa de’ morti nello spedale di Santa Maria Nuova, e cominciovi un Giudicio a fresco, il quale condusse con tanta diligenza e bella maniera in quella parte ch’e’ finì, che acquistandone grandissima fama, oltra quella che aveva, molto fu celebrato per aver egli con bonissima considerazione espresso la gloria del Paradiso e Cristo con i dodici Apostoli giudicare le dodici tribù, le quali con bellissimi panni sono morbidamente colorite. Oltra che si vede nel disegno, che restò a finirsi, queste figure che sono ivi tirate all’Inferno, la disperazione, il dolore e la vergogna della morte eterna; così come si conosce la contentezza e la letizia che sono in quelle che si salvano; ancora che questa opera rimanesse imperfetta, avendo egli più voglia d’attendere alla religione che alla pittura. Perché trovandosi in questi tempi in San Marco fra’ Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’ordine de’ Predicatori, teologo famosissimo, e continovando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui e dimorava quasi continuamente in convento avendo anco con gli altri frati fatto amicizia. Avvenne che un giorno si levarono le parti contrarie a fra’ Girolamo per pigliarlo e metterlo nelle forze della giustizia, per le sedizioni che aveva fatte in quella città. Il che vedendo, gli amici del frate si ragunarono essi ancora, in numero più di cinquecento, e si rinchiusero dentro in San Marco; e Baccio insieme con esso loro, per la grandissima affezzione che egli aveva a quella parte. Vero è che essendo pure di poco animo, anzi troppo timido e vile, sentendo poco appresso dare la battaglia al convento e ferire et uccidere alcuni, cominciò a dubitare fortemente di se medesimo. Per il che fece voto, se e’ campava da quella furia, di vestirsi subito l’abito di quella religione, et interamente poi lo osservò. Con ciò sia che finito il rumore e preso e condannato il frate alla morte, egli in quello stesso convento si fece frate, con grandissimo dispiacere di tutti gli amici suoi, che infinitamente si dolsero di averlo perduto, e massime per sentire che egli aveva postosi in animo di non attendere più alla pittura. Laonde Mariotto Albertinelli, fido amico e compagno suo, a preghi di Gerozzo Dini prese le robbe da fra’ Bartolomeo, che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA G. D’Anna Thèsis Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
7. M . Albertinelli Di grandissima possanza è un commerzio nell’amicizia che piaccia, et i costumi et una maniera che stringa, a osservare per la dilettazione non solo i gesti nelle azzioni, ma i caratteri, i lineamenti e l’arie nelle figure. E certamente si vede gli stili che le persone seguono essere quegli che più ci entrano nel core, sforzandoci del continuo contrafar quegli sì bene, che si giudica spesso spesso la medesima mano: dove i giudicii de gli artefici possono appena conoscere la vera da la imitata; come si può vedere nell’opre dipinte da Mariotto Albertinelli pittore, il quale fu nella domestichezza tanto unito con  Baccio  della  Porta  innanzi  al  suo  farsi  frate  in  San  Marco,  ch’egli continovando senza ch’egli avesse volontà seguitare la pittura, i modi della dolcezza nella compagnia a quella arte il condussero. E non lo ne divenne pittor grande, ma imitò tanto la maniera del frate, che l’una da l’altra non si conosceva. Egli cominciò tale arte d’età d’anni XX, avendo prima dato opera al battiloro, et in tutto abbandonatolo. Dove prese tanto animo, vedendosi riuscir sì bene le cose sue, che imitando la maniera e l’andar del compagno, era da molti presa la mano di Mariotto per quella del frate. Perché intervenendo l’andata di Baccio nel farsi frate di S. Marco, Mariotto per il compagno perduto era quasi smarrito e fuor di se stesso. E sì strana gli parve questa novella, che disperato di cosa alcuna non si rallegrava. E se in quella parte Mariotto non avesse avuto a noia il commerzio de’ frati, del quale di continuo diceva male, et era della parte che teneva contra la fazzione di frate Girolamo da Ferrara, arebbe l’amore di Baccio operato talmente, che a forza nel convento medesimo col suo compagno si sarebbe incapucciato egli ancora e sarebbesi fatto frate. Ma da Gerozzo Dini, che faceva fare nell’ossa il Giudicio, che Baccio aveva lasciato imperfetto, fu pregato che, avendo quella medesima maniera, gli volesse dar fine. Et inoltre perché v’era il cartone finito di mano di Baccio et altri disegni, e pregato ancora da fra’ Bartolomeo, che aveva avuto a quel conto danari e si faceva coscienza di non avere osservato la promessa, Mariotto all’opra diede fine; dove con diligenza e con amore condusse il resto dell’opera, talmente che molti non lo sapendo, pensano che d’una sola mano ella sia lavorata. Per il che tal cosa gli diede grandissimo
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
vano a quel mestiero. Conoscendosi per le opere sue quanto egli fussi buono imitatore delle cose antiche e quanto egli osservassi le regole di Vetruvio e le opere di Filippo di Ser Brunellesco. Era allora in Fiorenza quel Filippo Strozzi, che oggi a differenzia del figliuolo si chiama il Vecchio, il quale per le sue ricchezze desiderava lassare di sé alla patria et a’ figliuoli, tra le altre, una memoria di un bel palazzo. Per la qual cosa Benedetto da Maiano, chiamato a questo effetto da lui, gli fece un modello isolato intorno intorno, che poi non si fece, non volendo alcuni vicini fargli commodità de le case loro. Onde cominciò il palazzo in quel modo che e’ poté, e condusse il guscio di fuori avanti la morte sua pressoché al fine. Fecelo di fuori con ordine rustico e graduato, come si vede: percioché la parte de’ bozzi dal primo finestrato in giù, insieme con le porte, è rustica grandemente e la parte dal primo finestrato al secondo è meno rustica assai. Ora accadde che, partendosi Benedetto di Fiorenza e tornandovi da Roma il Cronaca, fu messo per le mani a Filippo, e gli piacq tanto per il modello fattoli da lui del cortile e del cornicione che va di fuori intorno al palazzo, che conoscuta la eccellenzia di quello ingegno, volle che tutto si governasse per le sue mani, e servissi da indi innanzi sempre di lui. Fecevi dunque il Cronaca, oltra la bellezza di fuori con ordine toscano, in cima una cornice corinzia molto magnifica, ch’è per fine del tetto. Della quale la metà al presente si vede finita e con tanto singular grazia e garbo all’occhio si mostra, che desiderando apporgli menda nessuna non vi si può mostrare. Similmente le pietre di tutto il palazzo sono tanto finite e sì ben commesse, che non può nessuno quasi vedere ch’elle siano murate. Et in detto palazzo per ornamento fece fare ferri di finestre mirabili e campanelle con bellissimo garbo, e similmente le lumiere su canti che da Niccolò Grosso Caparra, fabbro fiorentino furono con grandissima diligenza lavorate. Vedesi in quelle le cornici, le colonne, i capitegli, le mensole saldate di ferro con maraviglioso magistero. Né mai ha lavorato moderno alcuno di ferro machine sì grandi e sì difficili con tanta scienza e pratica. Era Niccolò Grosso persona fantastica e di suo capo, ragionevole nelle sue cose e d’altri, né mai voleva di quel d’altrui. Non volse mai far credenza a nessuno de’ suoi lavori, ma sempre voleva l’arra, e per questo Lorenzo de’ Medici lo chiamava il Caparra e da molti altri ancora per tal nome era conosciuto.
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
sagra di tal chiesa furono dipinti da Lorenzo di Bicci, furono allogate cinque figure di marmo: una a Benedetto da Maiano, una a Iacopo Sansovino allora giovane, una a Michele Agnolo Buonaroti, una a Baccio Bandinelli, e similmente una ad Andrea da Fiesole; acciò la gara e la concorrenza di tutti dovesse essere sprone a quegli. Per il che Andrea cominciò tal figura ch’era di quattro braccia, e quella con bella pratica e giudicio più che disegno rese finita. Dove acquistò lode non quanto gli altri, ma grado di buono e pratico maestro; e per questo di continuo lavorò nell’opera mentre che visse, et in quella fece la testa di Marsilio Ficino, ch’è posta in Santa Maria del Fiore da la porta della canonica. Fece ancora una fonte di marmo, che fu tenuta lodatissima, la quale si mandò al Re d’Ungheria, e grande onore gli fece. Attese assai alle cose di quadro. E perché egli era persona molto modesta e da bene, quietamente vivere si contentava; onde fu molto amato e stimato da quei che lo conobbero. Prese a fare la sepoltura di M Antonio Strozzi, la quale da Madonna Antonia de’ Vespucci sua consorte fu fatta finire, che ne le figure di essa, per la vecchiezza di lui, due agnoli furono lavorati per Maso Boscoli da Fiesole suo creato, il quale molte opere ha condotte et a Roma et altrove; e similmente per Silvio da Fiesole suo creato la Nostra Donna che si ci vede. La quale opera rimase a mettersi su, intervenendo la morte di lui l’anno MDXXII; per il che Silvio la pose in opera. Il quale seguitando l’arte della scultura con fierezza straordinaria ha molte cose lavorato bravissimamente e bizzarrissimamente finito con un modo di pratica e con disegno nel marmo con l’essempio di natura in esso fatti sì leggiadri, che nel vero di gagliardezza la sua maniera ha passati infiniti, massimamente in bizzarrie di cose alla grottesca, come si vede ancora in Santa Maria Novella nella cappella de’ Minerbetti una sepoltura, nella quale sono alcuni cimieri e targhe benissimo condotte. Fece in Pisa allo altar maggiore due angeli di marmo, che sono su due colonne; et a Monte Nero vicino a Livorno lavorò una tavola ne’ frati Giesuati. Fece la sepoltura di M Rafaello Volterrano in Volterra; et a Milano, a Genova et a Padova et in molti altri luoghi per Italia appariscono opere sue. E certo se la morte non gli toglieva così tosto la vita, arebbe fatto di sé cose maravigliose, per lo spirito che dava pronto all’opre da lui fatte. Il quale sì come passò Maestro Andrea di magisterio, arebbe ancora vivendo avanzato molti altri. Finì il corso della vita sua d’età d’anni XXXVIII, l’anno MDXL. E gli fu fatto questo epitaffio:
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
e quando Perseo le taglia la testa, con molte altre storie ne’ peducci di quella volta, la quale è uno ornamento di tutta l’opera, tirato in prospettiva, et è di stucco coi colori contrafatti, che non pare colore, ma vivo e di rilievo. E può veramente questo credersi che il mirabile Tiziano, pittore onoratissimo et eccellentissimo, menandolo io a vedere tale opera, non voleva credermi che fosse pittura; per il che fummo sforzati mutar veduta, onde rimase maravigliato di tal cosa. Sono in questo luogo alcune cose fatte da Sebastian Veniziano della prima maniera, e dal divino Raffaello d’Urbino una Galatea rapita da gli dèi marini. Egli fece ancora, passato Campo di Fiore per andare a piazza Giudea, una facciata bellissima di terretta, con prospettive mirabili, la quale fu fatta finire da un cubiculario del papa, et oggi è posseduta da Iacopo Strozzi fiorentino. E similmente fece nella Pace una cappella a M Ferrando Ponzetti che fu poi cardinale, alla entrata della chiesa a man manca, con storie del Testamento vecchio piccole, cosa in fresco lavorata con molta diligenza. Ma molto più mostrò il valore della arte della pittura e la prospettiva nel medesimo tempio vicino allo altar maggiore, per M Filippo da Siena cherico di camera, in una storia quando la Nostra Donna va a ‘l tempio, che sale i gradi; nella quale sono molte figure tutte degne di lode, come un gentiluomo vestito alla antica, il quale scavalcato d’un suo cavallo, mentre i servidori lo aspettano, mosso da compassione, dà la elemosina ad un povero tutto ignudo e meschinissimo, il quale con grande affetto gliela chiede. Sonovi casamenti varii et ornati bellissimi, e tal cosa fu lavorata in fresco e contrafatta con uno ornamento di stucco attorno, mostrando essere appiccata con campanelle grandi al muro, che paresse una tavola a olio. Fece ancora la facciata di M Francesco Buzio vicino alla piazza de gli Altieri, e nel fregio di quella mise tutti i cardinali romani che erano allora ritratti di naturale, et in essa figurò le storie di Cesare, quando i tributi di tutto il mondo gli sono presentati. E sopra vi fece i dodici imperadori, i quali posano su certe mensole e scortano le vedute al di sotto in su, con grandissima arte lavorate e da lui intese; nella quale opera meritò comendazione infinita. Lavorò in Banchi una arme di Papa Lione, nella quale fece tre fanciulli a fresco, che di tenerissima carne e vivi parevano. Fece a fra’ Mariano Fetti frate del Piombo a Monte Cavallo un San Bernardo di terretta nel giardino, bellissimo; et alla Compagnia di Santa Caterina da Siena in strada Giulia alcune altre cose. E diede per Roma disegni di architettura a case infinite. Similmente in Siena, diede il disegno dell’organo del Carmino, et ancora molte altre
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
voltava la testa a un putto, che par gli dica che fermi il colpo; il qual di bellezza non si può far meglio, senza che l’abito, l’attitudine et i calzari et altre cose di quel vecchio avevono una grandissima maestà. Oltra che si vedeva ignudo la bellissima e tenera età di Isaac, che dal timore della morte si vedeva quasi tremare e morire innanzi al ferillo, avendo per fino contrafatto il collo, tinto dal calore del sole, et il resto de l’ignudo candidissimo per la coperta de’ panni. Senza che vi era un montone fra le spine vivo et i panni d’Isaac in terra, veri più che dipinti, oltre a certi servi ignudi che guardavano un asino che pasceva, con un paese da mostrare a chi guardava questa pittura, non essere stato quel fatto altrimenti che come Andrea l’aveva lavorato. La qual pittura dopo la sua morte e la cattura di Batista, fu venduta a Filippo Strozzi. Il qual ne fece degno Alfonso Davolos Marchese del  Vasto, et il marchese lo fece portare ne l’isola d’Ischia, vicina a Napoli in alcune stanze in compagnia d’altre dignissime pitture. Ne l’altro fece una Carità bellissima con tre putti, simile di bontà allo Abraam sudetto, la quale comprò de la sua donna dopo la morte Domenico Conti pittore, che la vendé poi a Niccolò Antinori, che lo tiene per cosa rara come egli è veramente. Aveva grandissimo desiderio il Magnifico Ottaviano de’ Medici di avere un quadro di sua mano in quell’ultimo, vedendo quanto egli aveva migliorato, per il che Andrea che desiderava farli servizio, conoscendo quanto gli fussi tenuto per i benefizii ricevuti e per aver avuto egli sempre in protezzione l’ingegni buoni nella pittura, deliberò servirlo. E fatto un quadro molto bello, dentrovi una Nostra Donna che siede in terra con un putto in su le gambe a cavalcione, svoltando la testa a un San Giovanni anche egli fanciullo, il quale sostenuto da una vecchia, figurata per una Santa Elisabetta, molto viva e naturale, con ogni minuzia e diligenzia et arte, disegno e grazia lo lavorò. E per lo assedio andato a trovarlo, dicendoli come li aveva finito il quadro, gli rispose M Ottaviano che lo dessi a chi e’ voleva, che per essere in que’ frangenti et a pericol della vita, et avendo occupato l’animo a altro che pitture, lo scusassi, e che lo ringraziava. Andrea non rispose altro, se non: “la fatica è durata per voi, e vostro sarà sempre, se non lo volete ora, ve lo serberò”. “Vendilo e serviti de’ danari — rispose M Ottaviano — che so quel che mi dico”. Partissi Andrea e lo serbò fin fatto lo assedio, né per chieste che li fussen fatte lo volse mai dare; ma ritornati i Medici in Fiorenza, lo portò a M Ottaviano, il quale presolo volentieri e ringraziatolo de l’atto, gnene pagò doppiamente con lo avergli obligo di continuo. La qual opera è oggi in camera di Madonna Francesca sua donna, sorella del Reverendissimo Salviati, la quale non tiene men conto delle belle pitture lasciateli dal magnifico suo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
libertà moderata e senza invidia fiorir si vede in dolce sicurezza non custodita e ‘n disarmata pace. Cingea popolo inerme un muro d’innocenza e di virtute, assai più impenetrabile di quello che d’animati sassi canoro fabro a la gran Tebe eresse. E, quando più di guerre e di tumulti arse la Grecia e gli altri suoi guerrieri popoli armò l’Arcadia, a questa sola fortunata parte, a questo sacro asilo strepito mai non giunse né d’amica né di nemica tromba. E sperò tanto sol Tebe e Corinto e Micene e Megara e Patra e Sparta di trionfar del suo nemico, quanto l’ebbe cara e guardolla questa amica del ciel devota gente, di cui fortunatissimo riparo fûr esse in terra, ella di lor nel cielo, pugnando altri con l’armi, ella co’ prieghi. E, benché qui ciascuno abito e nome pastorale avesse, non fu però ciascuno né di pensier né di costumi rozzo, però ch’altri fu vago di spiar tra le stelle e gli elementi di natura e del ciel gli alti segreti; altri di seguir l’orme di fuggitiva fèra; altri con maggior gloria d’atterrar orso o d’assalir cignale. Questi rapido al corso, e quegli al duro cesto fiero mostrossi ed a la lotta invitto;
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
o che più tosto esser dovresti, parlo di cosa umana; e, se di cotal nome forse ti sdegni, guarda che nel disumanarti non divenghi una fèra, anzi che un dio. Né sì famoso mai né mai sì forte stato sarebbe il domator de’ mostri, dal cui gran fonte il sangue mio deriva, s’e’ non avesse pria domato Amore. Vedi, cieco fanciul, come vaneggi! Dove saresti tu, dimmi, s’amante stato non fosse il tuo famoso Alcide? Anzi, se guerre vinse e mostri ancise, gran parte Amor ve n’ebbe. Ancor non sai che, per piacer ad Onfale, non pure volle cangiar in femminili spoglie del feroce leon l’ispido tergo, ma, de la clava noderosa in vece, trattare il fuso e la conocchia imbelle? Così de le fatiche e degli affanni prendea ristoro, e nel bel sen di lei, quasi in porto d’Amor, solea ritrarsi, ché sono i suoi sospir dolci respiri de le passate noie e quasi acuti stimoli al cor ne le future imprese. E come il rozzo ed intrattabil ferro, temprato con più tenero metallo, affina sì, che sempre e più resiste e per uso più nobile s’adopra; così vigor indomito e feroce, che nel proprio furor spesso si rompe, se con le sue dolcezze Amor il tempra, diviene a l’opra generoso e forte. Se d’esser dunque imitator tu brami d’Ercole invitto e suo degno nipote, poi che lasciar non vuoi le selve, almeno
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
un che può d’altra donna essere amante? un ch’ardisce mirarmi e non m’adora? e dal mio volto si difende in guisa che per amor non more? Ed io, che lui devrei veder come molti altri i’ veggio, supplice e lagrimoso ai piedi miei; supplice e lagrimosa a’ piedi suoi sosterrò di cadere? Ah, non fia mai!”. Ed in questo pensier tant’ira accoglio contra di lui, contra di me che volsi a seguirlo il pensier, gli occhi a mirarlo, che ‘l nome di Mirtillo e l’amor mio odio più che la morte, e lui vorrei vedere il più dolente, il più infelice pastor che viva; e, se potessi, allora con le mie proprie man l’anciderei. Così sdegno e desire, odio ed amore mi fanno guerra, ed io, che stata sono sempre fin qui di mille cor la fiamma, di mill’alme il tormento, ardo e languisco, e provo nel mio mal le pene altrui; io che tant’anni in cittadina schiera di vezzosi, leggiadri e degni amanti fui sempre insuperabile, schernendo tante speranze lor, tanti desiri, or da rustico amor, da vile amante, da rozzo pastorel son presa e vinta. Oh più d’ogn’altra misera Corisca, che sarebbe di te, se sprovveduta ti trovassi or d’amante? che faresti per mitigar quest’amorosa rabbia? Impari a le mie spese oggi ogni donna a far conserva e cumulo d’amanti. S’altro ben non avessi, altro trastullo che l’amor di Mirtillo, non sarei ben fornita di vago? Oh mille volte malconsigliata donna, che si lascia
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
si condiscon le gioie del fortunato tuo lieto rivale. Quivi, per dirti in somma, molto sovente suole la tua fida Amarilli a rozzo pastorel recarsi in braccio. Or va’, piagni e sospira; or serva fede: tu n’hai cotal mercede. Oimè! Corisca, dunque il ver mi narri e pur convien che il creda? Quanto più vai cercando, tanto peggio udirai e peggio troverai. E l’hai veduto tu, Corisca? ahi lasso! Non pur l’ho vedut’io, ma tu ancor il potrai per te stesso vedere, ed oggi a punto, ch’oggi l’ordine è dato, e questa è l’ora. Talché, se tu t’ascondi tra qualcuna di queste fratte vicine, la vedrai tu stesso scender ne l’antro ed indi a poco il vago. Sì tosto ho da morir? Vedila a punto, che per la via del tempio vien pian piano scendendo. La vedi tu, Mirtillo? e non ti par che mova furtivo il piè, com’ha furtivo il core? Or qui l’attendi, e ne vedrai l’effetto. Ci rivedrem da poi. Già ch’io son sì vicino a chiarirmi del vero, sospenderò con la credenza mia e la vita e la morte.
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
è ben affisso! Qui bisogna il tronco spinger di forza e penetrar sì dentro, che questa mole alquanto si divella. Il consiglio fu buono. Anco si faccia il medesmo di qua. Come s’appoggia tenacemente! È più dura l’impresa di quel che mi pensava. Ancor non posso svellerlo, né per urto anco piegarlo. Forse il mondo è qui dentro? o pur mi manca il solito vigor? Stelle perverse, che machinate? il moverò mal grado. Maladetta Corisca e, quasi dissi, quante femmine ha il mondo! O Pan Liceo, o Pan che tutto se’, che tutto puoi, moviti a’ prieghi miei: fosti amante ancor tu di cor protervo. Vendica ne la perfida Corisca i tuoi scherniti amori. Così virtù del tuo gran nume il movo, così in virtù del tuo gran nume e’ cade. La mala volpe è ne la tana chiusa; or le si darà il foco, ov’io vorrei veder quante son femmine malvage in un incendio solo arse e distrutte. Come se’ grande, Amore, di natura miracolo e del mondo! qual cor sì rozzo o qual sì fiera gente il tuo valor non sente? ma qual sì scaltro ingegno e sì profondo il tuo valor intende? Chi sa gli ardori che ‘l tuo foco accende, importuni e lascivi, dirà: “Spirto mortal, tu regni e vivi ne la corporea salma”. Ma chi sa poi come a virtù l’amante si desti e come soglia farsi al suo foco, ogni sfrenata voglia
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Battista Guarini   Il Pastor fido   Atto quarto Scena seconda Dorinda Linco Dorinda, Linco E conosciuta certo tu non m’avevi, Linco? Chi ti conoscerebbe sotto queste sì rozze, orride spoglie per Dorinda gentile? S’io fossi un fiero can, come son Linco, mal grado tuo t’avrei troppo ben conosciuta. Oh, che veggio? oh, che veggio? Un affetto d’amor tu vedi, Linco, un effetto d’amare misero e singolare. Una fanciulla, come tu, sì molle e tenerella ancora, ch’eri pur dianzi, si può dir, bambina; e mi par che pur ieri t’avessi tra le braccia pargoletta, e, le tenere piante reggendo, t’insegnassi a formar “babbo” e “mamma”, quando ai servigi del tuo padre i’ stava; tu che qual damma timida solevi, prima ch’amor sentissi, paventar d’ogni cosa ch’a lo ‘mprovviso si movesse; ogn’aura, ogn’augellin che ramo scotesse, ogni lucertola che fuori de la fratta corresse, ogni tremante foglia ti facea sbigottire; or vai soletta errando per montagne e per boschi, né di fèra hai paura né di veltro?
Il Pastor fido di Giovan Battista Guarini
Ma quando quell’ardir ch’or gli anni avanza, sciogliendo al vento la paterna insegna per domar la superbia e la possanza del tiranno crudel che ‘n Asia regna, vinta col suo valor l’altrui speranza fia che ‘nsu ‘l fiore a maturar si vegna, allor, con spada al fianco e cetra al collo, l’un di noi sarà Marte e l’altro Apollo. Così la dea del sempreverde alloro, parca immortal de’ nomi e degli stili, ale fatiche mie con fuso d’oro di stame adamantin la vita fili e dia per fama a questo umil lavoro viver fra le pregiate opre gentili, come farò che fulminar tra l’armi s’odan co’ tuoi metalli anco i miei carmi. La donna che dal mare il nome ha tolto dove nacque la dea ch’adombro in carte, quella che ben a lei conforme molto produsse un novo Amor d’un novo Marte, quella che tanta forza ha nel bel volto quant’egli ebbe nel’armi ardire ed arte, forse m’udrà, né sdegnerà che scriva tenerezze d’amor penna lasciva. Ombreggia il ver Parnaso e non rivela gli alti misteri ai semplici profani, ma con scorza mentita asconde e cela, quasi in rozzo Silen, celesti arcani. Però dal vel che tesse or la mia tela in molli versi e favolosi e vani questo senso verace altri raccoglia: smoderato piacer termina in doglia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Mentr’è caldo il metallo, i tre fratelli ch’un sol occhio hanno in fronte e son giganti, con vicende di tuoni i gran martelli movono a grandinar botte pesanti e ‘l dotto mastro al martellar di quelli, che fan tremar le volte arse e fumanti, per dar effetto a quel ch’ha nel disegno, pon gli stromenti in opera e l’ingegno. Tosto che ‘l ferro è raffreddato, in prima sbozza il suo lavorìo rozzo ed informe, poi, sotto più sottil minuta lima, con industria maggior gli dà le forme; l’arrota intorno e lo forbisce in cima, applicando al pensier studio conforme; col foco alfin l’indora e col mordente e fa l’acciaio e l’or terso e lucente. Poiché l’egregio artefice alo strale pertutto il liscio e ‘l lustro ha dato apieno, n’arma il fanciullo un’asticciuola frale, ma che trafige ogni più duro seno; gl’impenna il calce di due picciol ale e ‘l tinge di dolcissimo veleno e, tutto pien d’una superbia stolta, pon la caverna e i lavoranti in volta. Va dela dea che generaro i flutti il baldanzoso e temerario figlio spiando intorno e i ferramenti tutti dela scola fabril mette in scompiglio; or de’ ciclopi mostruosi e brutti la difforme pupilla e ‘l vasto ciglio, or il corto tallon del piè paterno prende con risi e con disprezzi a scherno.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Da’ molli campi, i cui bennati fiori nutre di puro umor vena vivace, dolce confusion di mille odori sparge e ‘nvola volando aura predace: aura, che non pur là con lievi errori suol tra’ rami scherzar spirto fugace, ma per gran tratto d’acque anco da lunge peregrinando i naviganti aggiunge. Va oltre Adone e Filomena e Progne garrir ode pertutto ovunque vanne e di stridule pive e rauche brogne sonar foreste e risonar cappanne di villane sordine e di sampogne, di boscherecci zuffoli e di canne e, con alterno suon, da tutti i lati doppiar muggiti e replicar balati. Solitario garzon posarsi stanco vede al’ombra d’un lauro in rozza pietra; ha l’arco a’ piedi e gli attraversa il fianco d’un bel cuoio linceo strania faretra; veste pur di cerviero a negro e bianco macchiata spoglia e tiene in man la cetra; dolce con questa al mugolar de’ tori accorda il suon de’ suoi selvaggi amori. Di dorato coturno ha il piè vestito, eburneo corno a verde fascia appende; ride il labro vivace e colorito, sereno lampo il placid’occhio accende; ha fiorita la guancia, il crin fiorito e fiorita è l’età che bello il rende; tutto in somma di fiori è sparso e pieno, fior la man, fior la chioma e fiori il seno.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ma così son d’amor dolci gli strali, sì la sua fiamma e la catena è lieve, che mille strazi rigidi e mortali non vagliono un piacer che si riceve. Anzi pur vaga de’ suoi propri mali conosciuto velen l’anima beve e ‘n quegli occhi ov’alberga il suo dolore, volontaria prigion procaccia il core. Curi dunque chi vuol delizie ed agi, io sol piacer di villa apprezzo ed amo; co’ tuguri cangiar voglio i palagi, altro tesor che povertà non bramo; sazio de’ vezzi perfidi e malvagi, ch’han sotto l’esca dolce amaro l’amo, qui sol quella ottener gioia mi giova che ciascun va cercando e nessun trova. Non ti meravigliar che la selvaggia vita tanto da me pregiata sia, ch’ancor di Giano insu la patria spiaggia ne cantai già con rustica armonia; onde vanto immortal d’arguta e saggia concesse Apollo ala sampogna mia, de’ cui versi lodati in Elicona il ligustico mar tutto risona. Del maestro d’amor gli amori ascolta stupido Adone ed a’ bei detti intento. Colui, poich’affrenò la lingua sciolta, fè da’ rozzi valletti in un momento recar copia di cibi, a cui la molta fame accrebbe sapore e condimento; mel di diletto e nettare d’amore soave al gusto e velenoso al core; CLX CLXI CLXII 45 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
- Signor, tu vedi il sol ch’aventa i rai di mezzo l’arco, onde saetta il giorno; però qui riposar meco potrai tanto che ‘l novo dì faccia ritorno. Ben da sincero cor, prometto, avrai in albergo villan lieto soggiorno; avrai con parca mensa e rozzo letto accoglienze cortesi e puro affetto. Tosto che sussurrar tra ‘l mirto e ‘l faggio io sentirò l’auretta mattutina, teco risorgerò per far passaggio ala casa d’Amor ch’è qui vicina. Tu poi quindi prendendo altro viaggio, potrai forse saldar l’alta ruina, conosciuto che sii l’unico e vero successor dela reggia e del’impero. Benché non tema il folgorar del sole, tra fatiche e disagi Adon nutrito, di quell’oste gentil non però vole sprezzar l’offerta o ricusar l’invito. Risposto al grato dir grate parole, quivi di dimorar prende partito e ringrazia il destin che, lasso e rotto, a sì cara magion l’abbia condotto. Sceso intanto nel mar Febo a corcarsi lasciò le piagge scolorite e meste e, pascendo i destrier fumanti ed arsi nel presepe del ciel biada celeste, di sudore e di foco umidi e sparsi nel vicino Ocean lavar le teste; e l’un e l’altro sol stanco si giacque, Adon tra’ fiori, Apollo in grembo al’acque.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Io renunzio al’arbitrio; esser tra voi arbitro idoneo inquanto a me non posso, ché s’ad una aderisco, io non vo’ poi l’odio del’altre due tirarmi addosso. Amo dipar ciascuna, i casi suoi pari zelo a curar sempre m’ha mosso. Potess’io trionfanti e vincitrici vedir così dipar tutte felici. Pastor vive tra’ boschi in Frigia nato, ma sol nel nome e nel’ufficio è tale, ché, s’ancor non tenesse invido fato chiuso tra rozze spoglie il gran natale, al mondo tutto il suo sublime stato conto fora e ‘l legnaggio alto e reale. Di Priamo è figlio, imperador troiano, di Ganimede mio maggior germano. Paride ha nome, e non è forse indegno ch’egli tra voi la question decida, poich’ha l’integrità pari al’ingegno da poter acquetar tanta disfida. Sconosciuto si sta nel patrio regno dove il Gargaro altier s’estolle in Ida. Itene dunque là, colui che porta l’ambasciate del ciel vi sarà scorta”. Così diss’egli e con applauso i detti raccolti fur del gran rettor superno, e scritti per man d’Atropo fur letti nel bel diamante del destino eterno; e le dive a quel dir sedar gli affetti, pur di vento pascendo il fasto interno. Già s’apprestano a prova al gran viaggio, e ciascuna s’adorna a suo vantaggio.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Può ben d’umane cose ingegno umano talor deliberar senza periglio. Trattar cause divine ardisce invano senz’aiuto divin saggio consiglio. Come dunque poss’io rozzo e villano nonché le labbra aprir, volgere il ciglio, dove l’istessa ancor somma scienza non seppe in ciel pronunziar sentenza? Com’esser può che l’esquisita e piena perfezzion dela beltà conosca uom, ch’oltre la caligine terrena tra queste verdi tenebre s’imbosca, dov’altro mai di sua luce serena non n’è dato mirar ch’un’ombra fosca? Certo inabil mi sento e mi confesso di tali estremi a misurar l’eccesso. S’avessi a giudicar fra toro e toro, o decretar fra l’una e l’altra agnella, discerner saprei ben forse di loro qual si fusse il migliore e la più bella. Ma così belle son tutte costoro, che distinguer non so questa da quella. Tutte egualmente ammiro e tutte sono degne di laude eguale e d’egual dono. Dogliomi, che tre pomi aver vorrei qual’è quest’un ch’a litigar l’ha mosse ch’allor giusto il giudizio io crederei, quando commun la lor vittoria fosse. Aggiungo poi che degli eterni dei paventar deggio pur l’ire e le posse, poiché di questa schiera aventurosa due son figlie di Giove e l’altra è sposa.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Le naiadi lascive, i fauni osceni abbandonano gli antri, escon del’onde. Ciascun per far con gli occhi ai bianchi seni qualche furto gentil, presso s’asconde. Vegeta amor ne’ rozzi sterpi, e pieni d’amor ridono i fior, l’erbe e le fronde. Ai sassi esclusi dal piacere immenso spiace sol non avere anima e senso. Paride istesso in quelle gioie estreme non vive no, senon per gli occhi soli. Tanto eccesso di luce il miser teme non la vista e la vita inun gl’involi. Sguardo non ha per tanti raggi insieme, né cor bastante a sostener tre soli. Triplicato balen gli occhi gli serra, un sole in cielo e tre ne vede in terra. “O dei (dicea) che meraviglie veggio? chi del’ottimo a trar m’insegna il meglio? Son prodigi del ciel? sogno o vaneggio? qual di lor lascio o qual fra l’altre sceglio? Deh poiché ‘nvan, per far ciò che far deggio, i sensi affino e l’intelletto sveglio, in tanto dubbio alcun de’ raggi vostri, o bellezze divine, il ver mi mostri. Perché non son colui che d’occhi pieno la giovenca di Giove in guardia tenne? Avessi in fronte, avessi intorno almeno quante luci la Fama ha nele penne. Fossi la notte o fossi il ciel sereno, poiché dal ciel tanta bellezza venne, per poter rimirar cose sì belle con tante viste quante son le stelle.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
So che sei tal che signoria non brami, né di scettri novelli uopo ti face, ch’ad appagar del tuo desir le fami il gran regno paterno è ben capace. Da guerreggiar non hai, poiché i reami e di Frigia e di Lidia or stanno in pace, né dei tu, d’ozi amico e di riposi, altri conflitti amar che gli amorosi. Le battaglie d’amor non son mortali, né s’essercita in lor ferro omicida. Dolci son l’armi sue, son dolci i mali, senza sangue le piaghe e senza strida. Ma non pertanto ad imenei reali denno aspirar le villanelle d’Ida, né dee povera ninfa ardere il core a chi pote obligar la dea d’amore. Ad uom che d’alta stirpe origin tragge, sposa non si convien di bassa sorte. Nulla teco hanno a far nozze selvagge, nulla confassi a te rozza consorte. Cedano a’ tetti illustri inculte piagge, ceda l’umil tugurio al’ampia corte. Curar non dee di contadini amori pastor fra’ regi e rege infra’ pastori. Tu fra quanti pastor guardano ovili sei per forma il più degno e per etate; ma le fortune tue rustiche e vili mi fan certo di te prender pietate. Peregrini costumi e signorili, pregio di gioventù, fior di beltate, deh! che giovano a te, se gli anni verdi e te medesmo inutilmente perdi?
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ben egli è ver che quella fiamma è tale, che non senza piacer langue e sospira; e vaga pur del non curato male, mille in sé di pensier machine aggira. Or si rivolge al velenoso strale, or l’esca del suo ardor lunge rimira e ‘n questi accenti ale confuse voglie con un ahi doloroso il groppo scioglie: - Ahi ben d’ogni mortal femina vile omai lo stato invidiar mi deggio, poiché di furto e con insidia ostile da chi meno il devria schernir mi veggio. Mi ferisce il suo stral, m’arde il focile, né dele mie sventure è questo il peggio; ch’alfin le fiamme sue son tutte spente, se la madre d’Amore amor non sente. Ma ch’io soggiaccia a sì perversa sorte, che le bellezze mie si goda un fabro, un aspro, un rozzo, un ruvido consorte, inculto, irsuto, affumigato e scabro? e che legge immortal peggior che morte mi costringa a baciar l’ispido labro? labro assai più nel’orride fornaci atto a soffiar carbon, ch’a porger baci? Un ch’altro unqua non sa, che col martello tempestando l’ancudini infernali, le caverne assordar di Mongibello per temprar del mio padre i fieri strali, che dan cadendo in questo lato e ‘n quello vano spavento ai semplici mortali e, del maestro lor sembianti espressi, com’è torto il suo piè son torti anch’essi? XLVIII XLIX L 106 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
I’ men venia, sicome soglio spesso quando l’estivo can ferve e sfavilla, in questo bosco a meriggiar là presso in riva al’onda lucida e tranquilla, ch’una bolla vivente aperta in esso di cavernosa pomice distilla e forma un fonticel, ch’ale vicine odorifere erbette imperla il crine, quando il mio piè, che per l’estrema arsura, sicome vedi, è d’ogni spoglia ignudo, con repentina e rigida puntura ago trafisse ingiurioso e crudo. E bench’uopo non sia medica cura per farmi incontr’al duol riparo e scudo, colsi quest’erbe, il cui vigore affrena il corso al sangue e può saldar la vena. Ma perch’ogni mia ninfa erra lontano e chi tratti non ho l’aspra ferita, porgimi tu con la cortese mano, a te ricorro, in te ricovro, aita. Qui del trafitto piè, del cor non sano l’una piaga nasconde e l’altra addita e scioglie, testimon de’ suoi martiri, un sospiro diviso in duo sospiri. Non era Adon di rozza cote alpina, né di libica serpe al mondo nato. Ma quando fusse ancor d’adamantina selce e di crudo tosco un petto armato, ogni cor duro, ogni anima ferina fora da sì bel sol vinto e stemprato. Né meraviglia fia, qualor s’accosta, ch’arda a fiamma vorace esca disposta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Par ch’oltre a sé si sporga e ‘n sé rientre e ne’ lubrici tratti onda somiglia, e fuggendo e seguendo il proprio ventre, lascia sestesso e sestesso ripiglia. Poi chiude i giri in un sol groppo e mentre in mille obliqui globi s’attortiglia, di ben profondo solco, ove s’accampa, quasi vomere acuto, il prato stampa. Quando del cupo suo nativo bosco dala fame ad uscir per forza è spinto, d’un verde bruno e d’un ceruleo fosco mostra l’ali fregiate e ‘l dorso tinto. Squallido d’oro e turgido di tosco, di macchie il collo a più ragion dipinto, scopre di quanti al sol vari colori l’arco suo rugiadoso iride infiori. Ahi! che figura abominanda e sozza, se talor per lo pian stende le strisce, e poiché vomitata ha dala strozza carne di gente uccisa, ei la lambisce, o, se del sangue che maisempre ingozza avien che ‘l tergo e ‘l petto al sol si lisce, il tergo e ‘l petto armato a piastre e maglie, di doppie conche e di minute scaglie: livido foco che le selve appuzza spira la gola ed aliti nocenti. Vibra tre lingue e nele fauci aguzza un tripartito pettine di denti. Sanguigne schiume dala bocca spruzza ed ammorba co’ fiati gli elementi; l’aure corrompe, mentre l’aria lecca, strugge i fior, l’erbe uccide e i campi secca.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Sì per poco ti sdegni? e tocco apena da picciola scintilla t’addolori? Quest’alma or che farà d’incendio piena? Che farà questo cor fra tanti ardori?” Così doleasi, e copiosa vena versando intanto d’angosciosi umori, sommersi dale lagrime cadenti in bocca le morir gli ultimi accenti. Dopo molto lagnarsi in piè risorge, ratto poi drizza al vicin prato il passo, ché con corso pacifico vi scorge torcersi un fiumicel tra sasso e sasso. Va su l’estremo margine, che sporge l’orlo curvo e pendente al fondo basso, e desperata e dal dolor trafitta precipitosamente ingiù si gitta. Ma quel cortese e mansueto rio, o ch’a me compiacer forse volesse, ricordevole pur che son quell’io che so fiamme destar tra l’acque istesse, o che con gli occhi, ov’arde il foco mio, rasciutte un sì bel sol l’onde gli avesse, del’altra riva insu le spiagge erbose con innocente vomito l’espose. Vede, uscita dal rischio, al’ombra assiso d’Arcadia il rozzo dio ch’ivi soggiorna. Tutto d’ebuli e mori ha tinto il viso e di pelle tigrina il fianco adorna; fa d’edra fresca un ramoscel reciso ombroso impaccio al’onorate corna, e tien, con l’edra incatenando il faggio, impedito di fronde il crin selvaggio.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Istromento sonoro, or grati, or gravi, or di latte, or di mel sparge torrenti. Son del suo dire inun fieri e soavi tuoni le voci e fulmini gli accenti. Accoppia in sé del’api e gli aghi e i favi, atti a ferire, a raddolcir possenti; divin suggel che, mentr’esprime i detti, imprime altrui negli animi i concetti. Ma come spada che difende o fere s’avien che bene o male oprata sia, secondo il divers’uso, in più maniere qualità cangia e divien buona o ria e, se dal dritto suo fuor del devere in malvagio sermon torta travia, trafige, uccide e, del mordace dente, benché tenera e molle, è più pungente. Seben però, qualor saetta o tocca, stampa sempre in altrui piaghe mortali, non fa colpo maggior che quando scocca in petto giovenil melati strali. Versa catene d’or faconda bocca che, molcendo e traendo i sensi frali, tesson legame al cor dolce e tenace ch’imprigiona e lusinga e noce e piace. Un mezzano eloquente, un scaltro messo, paraninfo di cori innamorati, che viene e torna e patteggiando spesso dele compre d’Amor tratta i mercati, con le parole sue fa quell’istesso ne’ rozzi petti e ne’ desir gelati che suol ne’ ferri far la cote alpina, che non ha taglio e le coltella affina.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
La maestà d’un sì sublime amante bramoso d’involar corpo sì bello, dela ministra sua prese sembiante, ché non degnò cangiarsi in altro augello, peroché tutto il popolo volante più magnanimo alcun non n’ha di quello, degno, daché portò tanta beltate, d’aver di stelle in ciel l’ali gemmate. Bello era e non ancor gli uscia su’l mento l’ombra ch’aduggia il fior de’ più begli anni. Iva tendendo a rozze prede intento ai cervi erranti insidiosi inganni. Ed ecco il predator che ‘n un momento, falcate l’unghie e dilatati i vanni, in alto il trasse e per lo ciel sostenne l’amato incarco insu le tese penne. Mira da lunge stupido e deluso lo stuol de’ servi il vago augel rapace. Seguon latrando e risguardando insuso i cani la volante ombra fugace. Il volo oblia d’alto piacer confuso, Giove, e di gioia e di desir si sface, gli occhi fiso volgendo e le parole, aquila fortunata, al suo bel sole: “Fanciul (dicea) che piagni? a che paventi cangiar col cielo, ah semplicetto, i boschi? con l’aure sfere e con le stelle ardenti le tane alpestri e gli antri ombrosi e foschi? e con gli dei benigni ed innocenti le fere armate sol d’ire e di toschi? Fatto, mercé di lui ch’el tutto move, di rozzo cacciator coppier di Giove?
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Poiché perfido io stesso e malaccorto di propria man d’ogni tesor m’ho privo e, perduta ogni gioia ogni conforto, lieti oggetti e giocondi aborro e schivo, fa, prego, o ciel, senza il mio ben ch’è morto, ch’io fra tanto dolor non resti vivo; fa ch’io non senta almeno e che non miri senon feretri e lagrime e sospiri.” Apena egli ha vigor d’esprimer questo, che la pelle gl’indura e ‘l busto ingrossa. Sorge piramidal tronco funesto, rozzo legno si fan le polpe e l’ossa. Verdeggia il crin frondoso e quanto al resto tutta da lui l’antica forma è scossa. Funeral pianta e tragica diviene e, quant’uom desiava, arbore ottiene. S’un amante divin più ch’una fera, come ragion chiedea, curato avesse, forse non avria questi in tal maniera dato campo al destin che poi l’oppresse. Or tu non far, ch’occasion leggiera t’involi a lei che suo signor t’elesse, perché lontan da chi n’ha zelo e cura scompagnata beltà non va secura. So che sovente per le selve errando, dove strani animali hanno ricetto, di girne ardito e ‘ntrepido cacciando o con spiedo o con stral prendi diletto. Deh! non voler, tanto piacer lasciando, tra i perigli de’ boschi entrar soletto. S’al viver tuo troncar non vuoi le fila, sovengati talor del caso d’Ila.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Con queste fole e favolette avea del sommo Giove il messaggier sagace persuaso il garzon; né qui ponea freno al garrir, novellator loquace. Ma troncando il cianciar, stese la dea la man di neve al foco suo vivace e parve il cor con un sospiro aprisse, mentre queste parole ella gli disse: - Adon cor mio, mio core, omai serena la mente ombrosa e lascia ogni altra cura. O tre volte mio cor, deh, prego, affrena quel desio di cacciar ch’a me ti fura. Non far, se m’ami, ch’acquistata apena perdano gli occhi miei tanta ventura; non voler dato a me, da me disgiunto e ricca farmi e povera in un punto. Non sottopor de’ boschi ai duri oltraggi le dilicate membra e giorno e notte; lascia a più rozzi cori e più selvaggi dele fere il commercio e dele grotte. Che ti giova menar tra l’elci e i faggi spezzati i sonni e le vigilie rotte e in ozio travagliato e faticoso inquieta quiete, aspro riposo? Che ti val la faretra ognor di strali e di mostri la selva impoverire? Dele dive celesti ed immortali bastiti co’ begli occhi il cor ferire, senza voler de’ rigidi animali con tuo danno e mio duol l’orme seguire. Perché di questo sen denno le selve e di me più felici esser le belve?
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Parte in gioco più strano e più diverso dispensano del dì l’ore serene: nel molle grembo il capo ingiù converso vaga donzella d’un garzon si tiene; ciascun altro la man, ch’egli a traverso dopo ‘l tergo rivolge, a batter viene né solleva ei giamai la testa china, se chi battuto l’ha non indovina. Odesi di lontan scoppio di riso, quando per legge di colui che regna di bella ninfa perditrice il viso, che ‘n foco avampa, col carbon si segna. Altri più dolci e con più saggio aviso trar dal trionfo suo spoglie s’ingegna, ché, con un bacio in bocca o su la gota,. vuol che ‘l perduto pegno ella riscota. Chi con le carte effigiate in mano prova quanto fortuna in terra possa; chi le corna agitate in picciol piano fa ribalzar dele volubil ossa; chi con maglio leggier manda lontano l’eburnea palla ad otturar la fossa; chi, poiché dal cannel le sorti ha tratte, su tavolier le tavole ribatte. Van le vergini belle a schiera sparte scalze il piè, scinte il seno e sciolte il crine; rozza incoltura in lor, beltà senz’arte fa del’anime altrui maggior rapine. Parte per l’erba va scherzando e parte tra le linfe argentate e cristalline, parte coglie viole ed amaranti per farne dono ai fortunati amanti.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto sesto Q LXXI L’argentata del ciel luce sovrana deposta alfin la lusingata diva, ale promesse dela bianca lana dal suo chiaro balcon scender non schiva; vedila, or chi dirà che sia Diana? col rozzo amante in solitaria riva e ‘n vece di lassù guidar le stelle, su ‘l frondoso Liceo tonder l’agnelle. Poi vedi Endimion dal’altro lato quindi avampar d’un amoroso sdegno, e col capo e col dito il nume amato di rampognar, di minacciar fa segno: “Perfida (par le dica in vista irato) perfida, orché non celi il lume indegno? perfida, avara e disleale amante, più volubil nel cor, che nel sembiante.” Dela fiamma gentil, che nel mar nacque, ecco poscia arde il mare, arde l’inferno; arder quel dio si vede in mezzo l’acque, che del’acque e del mar volge il governo; arde per la beltà, che sì gli piacque, il tiranno crudel del’odio eterno; strugge ardore amoroso il cor severo a quel signor, ch’ha degli ardori impero. Sì dice l’un, l’altro gli sguardi e l’orme ale mura superbe intento gira e mentre queste ed altre illustri forme, di cui son tutte effigiate, ammira, sembra, né sa s’ei vegghia o pur s’ei dorme, statua animata, imagine che spira, anzi più tosto un’insensata e finta tra figure spiranti ombra dipinta.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Mercurio incominciò: - Tra quante abbraccia maggior delizie il cerchio dela luna, cosa non ha di cui più si compiaccia Venere o ‘l figlio suo, che di quest’una, né trov’io che più vaglia o che più faccia lusingamento o tenerezza alcuna, che la soavità dei molli odori, molto possenti ad allettar gli amori. Ostie crudeli e sacrifici infausti, miseri tori ed innocenti agnelle offre la gente al ciel, tanto ch’essausti restan gli armenti ognor di questi e quelle e, sol per far salir d’empi olocausti un fumo abominevole ale stelle, aggiunto il foco ale svenate strozze, arde agli eterni dei vittime sozze e crede stolta ancor, che questi suoi di sangue vil contaminati altari aborriti lassù non sien da noi, che siam pur sì pietosi, anzi sien cari; com’uopo abbian di pecore e di buoi cittadini del ciel beati e chiari o le dolcezze lor sempre immortali deggian cangiar con immondizie tali. Doni i più preziosi, i più graditi che possan farsi a quegli eccelsi numi, di natural simplicità conditi son frutti e fiori, aromati e profumi. Ma sovra quanti mai più reveriti rotano i raggi in ciel celesti lumi, Adon, la bella dea, con cui tu vai, di queste offerte si diletta assai,
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto settimo VI Dolce velen, che d’umor dolce e puro irrigando il palato innebri l’alma, dal tuo lieto furor non fu securo chi pria t’espresse con la rozza palma. Del tuo sommo poter, fra quanti furo oppressi mai di così grave salma, Erode e Baldassare ed Oloferne han lasciate tra noi memorie eterne. Ma vie più ch’alcun altro Adone è quello che ne fa chiara prova, espressa fede. Eccolo là che verso il terzo ostello con la madre d’Amor rivolge il piede. E ‘l portinaio ad ospite sì bello aperto il passo e libero concede e, per via angusta e flessuosa e torta, d’un in altro piacer fassi sua scorta. Stava costui con pettine sonoro sollecitando armonico stromento. Un cinghiale in disparte, un cervo, un toro teneano a quel sonar l’orecchio intento. Ma, deposta la lira, al venir loro fè su ‘l cardin croccar l’uscio d’argento. D’argento è l’uscio e certe conche ha vote che s’odon tintinnir, quando si scote. - Dela bella armonia (di Mirra al figlio disse il figlio di Maia) è questi il duce; anch’ei dela tua dea servo e famiglio al piacer del’udire altrui conduce. Né fatto è senza provido consiglio ch’alberghi con Amor chi amor produce, poiché non è degli amorosi metri cosa in amor che maggior grazia impetri.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Dica costei che ‘l sa, costei che ‘l sente, di questa invenzion l’origin vera; fa che l’istesso Amor, ch’è qui presente, ti narri onde l’apprese e ‘n qual maniera. Contan ch’un dì nela fucina ardente, che d’Etna alluma la spelonca nera, dove alternano i fabri i colpi in terzo, l’ingegnoso fanciullo entrò per scherzo ed osservando de’ martelli i suoni librati insu l’ancudini percosse, le cui battute a tempo a tempo e i tuoni facean parer ch’un bel concerto fosse, le regole non note e le ragioni dele misure a specolar si mosse, e con stupor del padre e de’ ministri gl’intervalli trovò de’ bei registri. Dela prim’opra il semplice lavoro fu rozza alquanto e maltemprata cetra e da compor quell’organo sonoro la materia gli diè l’aurea faretra. Per fabricarne le chiavette d’oro ruppe lo stral, che rompe anco la pietra. L’arco proprio adoprò d’archetto in vece e dela corda sua le corde fece. Apollo, il dotto dio, meglio dispose l’ordine poi de’ tasti e de’ concenti, ed io, che vago son di nove cose, novi studi mostrai quindi ale genti e ‘n più forme leggiadre e dilettose d’inventar m’ingegnai vari stromenti, onde certa e perfetta alfin ne nacque la bella facoltà che tanto piacque.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Non fu già tanto il Sol col divin raggio mosso per zelo a palesar quell’onte, quanto per vendicar con tale oltraggio la saetta ch’uccise il suo Fetonte, che, quando al troppo ardito e poco saggio garzon, ch’ei tanto amò, ferì la fronte, non men ch’al figlio il corpo, al genitore trafisse di pietà l’anima e ‘l core. Poiché distintamente il modo e ‘l loco del’alta ingiuria sua da Febo intese, nel petto ardente delo dio del foco foco di sdegno assai maggior s’accese. Temprar nel’ira sua si seppe poco colui che tempra ogni più saldo arnese. De’ fulmini il maestro al’improviso fulminato restò da quell’aviso. Vassen là dove de’ ciclopi ignudi ala fucina il rozzo stuol travaglia. Fa percosse sonar le curve incudi, dà di piglio ala lima, ala tanaglia, e ponsi a fabricar con lunghi studi pieghevol rete di minuta maglia. D’un infrangibil filo adamantino la lavorò l’artefice divino. Di quel lavor la maestria fabrile se sia diamante o fil mal s’argomenta. Non men che forte egli l’ordì sottile, la fè sì molle e dilicata e lenta che di filar giamai stame simile l’emula di Minerva indarno tenta e, quantunque con man si tratti e tocchi, invisibil la trama è quasi agli occhi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Gran padre e tu che l’universo reggi, vienne a mirar la tua pudica prole. Così serba Imeneo le sacre leggi? tali ignominie il ciel permetter suole? E che fa dunque Astrea negli alti seggi, se punir i colpevoli non vole? Son cose tollerabili? son atti degni di deità scherzi sì fatti? Ama la figlia tua questo soldato sano, gagliardo e di giocondo aspetto, e perché va pomposo e ben ornato, di giacersi con lui prende diletto. Schiva il mio crin malculto e rabbuffato, del mio piè diseguale odia il difetto, l’arsiccio volto aborre e con disprezzo mi schernisce talor, s’io l’accarezzo. Se zoppo mi son io tal qual mi sono, Giove e Giunon, mi generaste voi; e generato forse agile e buono, perché dal ciel precipitarmi poi? Se pur volevi, o gran rettor del tuono, sotto giogo perpetuo accoppiar noi, non devevi così prima sconciarmi o non devevi poi genero farmi. La colpa non è mia dunque se guasti del piede i nervi e le giunture ho rotte; se rozzo e senza pompe e senza fasti tinta ho la faccia di color di notte, tu sei che colaggiù mi confinasti abitator dele sicane grotte. Ma s’ancor quivi io ti ministro e servo, non meritai di trasformarmi in cervo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Nonch’altro i tronchi istessi, i tronchi, i tralci senton dolci d’amor nodi e ferite. Chi può dir com’agli olmi e com’ai salci l’edra sempre s’abbarbichi e la vite? E chi non sa che, se con scuri o falci da spietato boschier son disunite, lagrimando d’amor così recise, si lagnan dela man che l’ha divise? Fronda in ramo non vive o ramo in pianta cui non sia dato entro la ruvid’alma sentir quella virtù feconda e santa che con nodo reciproco le ‘ncalma. Con sibili amorosi amor si vanta far sospirare il frassino e la palma. Baciansi i mirti, e con scambievol groppo alno ad alno si sposa e pioppo a pioppo. Ma qual sì dura o gelida si trova cosa quaggiù che ferro agguagli o pietra? la pietra e ‘l ferro ancor baciansi a prova, né dal rozzo seguace ella s’arretra. Da viva pietra, ov’altri il tratti e mova, vive d’amor faville il ferro spetra, e ‘l ferro istesso intenerito e molle in fucina d’amor s’incende e bolle. S’amor dunque sostegno è di natura, s’amor è pace d’ogni nostra guerra, s’ale forze d’amor forza non dura, se le glorie d’amor meta non serra, se la virtù del’amorosa arsura in ciel regna, in abisso, in mare, in terra, qual fia, che non adori, alma gentile le catene d’amor, l’arco e ‘l focile? -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Con l’ingordo Desio ne vien la Speme, Perfida, adulatrice e lusinghiera. Mascherati la faccia, errano insieme l’accorto Inganno e la Menzogna in schiera. Sparsa le chiome insu la fronte estreme fuggendo va l’Occasion leggiera. Balla per mezzo la Letizia stolta, salta per tutto la Licenzia sciolta. L’esca e ‘l focile in man, sfacciata putta, tien la Lussuria ed al’Infamia applaude. Baldanzosa l’Infamia, ignuda tutta, non apprezza e non cura onore o laude. Le serpi dela chioma orrida e brutta copre di vaghi fior l’astuta Fraude e ‘l velen dela lingua aspro ed atroce, di dolce riso e mansueta voce. Tremar l’Audacia ai primi furti e starsi vedi smorto il Pallor caro agli amanti. Volan con lievi penne in aria sparsi gli Spergiuri d’amor vani e vaganti. Con l’Ire molli e facili a placarsi van le dubbie Vigilie e i rozzi Pianti e le gioconde e placide Paure e le Gioie interrotte e non secure. Ride la terra qui, cantan gli augelli, danzano i fiori e suonano le fronde, sospiran l’aure e piangono i ruscelli, ai pianti, ai canti, ai suoni Eco risponde. Aman le fere ancor tra gli arboscelli, amano i pesci entro le gelid’onde, le pietre istesse e l’ombre di quel loco spirano spirti d’amoroso foco.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Se si rischiara il mondo o se s’imbruna, spieghi, o pieghi la notte il fosco velo, del’aurora ha sospetto e dela luna, ch’a lei nol furi e non sel porti in cielo. Odia come rival l’aura importuna, gli augelli, i tronchi, i fior l’empion di gelo. Ha quasi gelosia de’ propri baci, de’ propri sguardi suoi troppo voraci. Sotto le curve e spaziose spalle d’un incognito al sol poggio frondoso, cinto da cupa e solitaria valle, s’appiatta in cavo sasso antro muscoso. Raro de’ suoi recessi il chiuso calle altri tentò che ‘l Sonno e che ‘l Riposo. L’ombre sue sacre, i suoi riposti orrori e fere reveriscono e pastori. Questo, l’Arte imitando, avea Natura di rozzi fregi a meraviglia adorno. L’avea con vaga e rustica pittura sparso di fronde e fior dentro e dintorno. Gli fea d’appio e di felce un’ombra oscura schermo al’ingiurie del cocente giorno. Difendea l’edra incontr’al sol l’entrata di cento braccia e cento branche armata. Qui spesso ricovrar da’ campi aprici la bellissima coppia avea costume, e ‘n liet’ozio passar l’ore felici, secura dal’ardor del maggior lume. Eran de’ sonni lor l’aure nutrici, cortinaggi le fronde e l’erbe piume, secretarie le valli e le montagne, e l’erme solitudini compagne.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Altri colà, dove Parnaso al cielo erge in due corna le frondose cime, per coronarsi del più verde stelo sudi a poggiar per calle erto e sublime. Io sol del vostro altero orgoglio anelo su’l monte alpestro a sollevar le rime, e vo’ che ‘l guiderdon de’ miei sudori sia corona di mirti e non d’allori. Amor solo è il mio Febo ed Amor solo con l’arco istesso onde gli strali ei scocca, perché la gloria si pareggi al duolo, dela mia lira ancor le corde tocca. Dal’ali del pensier che spiega il volo là donde poi qual Icaro trabocca, anzi pur dala sua, svelse la penna con cui scrivo talor quant’ei m’accenna. Se fossi un degli augei saggi e canori, ch’oggi innanzi ala dea vengono in lite e ‘n que’ vitali e virtuosi umori osassi d’attuffar le labra ardite, io spererei non pur de’ vostri onori note formar men basse o più gradite, ma con stil forse, a cui par non rimbomba, cangiar Venere in Marte, il plettro in tromba; e ‘l duce canterei famoso e chiaro che, di giusto disdegno in guerra armato, vendicò del Messia lo strazio amaro nel sacrilego popolo ostinato; e canterei col Sulmonese al paro il mondo in nove forme trasformato; ma poich’a rozzo stil non lice tanto, seguo d’Adone e di Ciprigna il canto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Tua sarà se l’accetti e se ti piace deporre alquanto il dispietato orgoglio; del tuo vivaio entro l’umor vivace io di mia mano imprigionar la voglio. O di quest’animal vie più fugace, più dura al mio pregar di questo scoglio, vienne a temprar deh! vienne un doppio ardore e se ‘l pesce non vuoi prenditi il core. Chiede a Venere Adon chi sia colui che sì ben col cantar l’aure lusinga. - E1 de’ nostri (risponde) Amor di lui non avrà mai chi più fort’arda o stringa. Fileno ha nome, e dal’insidie altrui è qui giunto a menar vita solinga. Naque colà nela felice terra che la morta sirena in grembo serra. Ma se ti cal più oltre intender forse di sue fortune, andianne ov’egli stassi. Così sen giro ed ei, quando s’accorse ver lui drizzar la bella coppia i passi, di cotanta beltà stupido sorse per reverirla da que’ rozzi sassi; ma con man gli accennò l’amica dea che di là non partisse ove sedea. - Per romper (dice) o per turbar non vegno i tuoi dolci riposi o i bei lavori. Sai ben che quando del mio patrio regno prendesti in prima a celebrar gli onori, io diedi forza al tuo affannato ingegno, svegliandolo a cantar teneri amori, onde il nome immortale ancor pertutto serban di Lilla tua l’arena e ‘l flutto,
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Ma però che ‘l furor suole in gran parte di que’ petti guerrieri esser tiranno, e le penne pacifiche e le carte con aste e spade conversar non sanno, e tra gli scoppi e i timpani di Marte i concenti d’Amor voce noti hanno, questo scoglio romito e questo lido feci de’ miei pensier refugio e nido. Qui mi vivo a mestesso e ‘n quest’arena che cosa sia felicità comprendo, e qui purgando la mia rozza vena, da’ tuoi candidi cigni il canto apprendo, con cui sfogar del cor la dolce pena la pescatrice mia m’ode ridendo. Vena povera certo ed infeconda, ma schietta e natural com’è quest’onda. Così vinto il rigor del fier destino, con cui vera virtù sempre combatte, di Pausilipo e Nisida e Pioppino risarcisco le perdite ch’ho fatte. Il puro stagno e ‘l bel fonte vicino, le lor rive fiorite e l’onde intatte son mia corte e mia reggia; altro non bramo che l’erba e l’acqua e la cannuccia e l’amo. Uom ch’anelante a vani acquisti aspira e ‘n cose frali ogni suo studio ha messo, fa qual turbo o paleo che mentre gira, la sepoltura fabrica a sestesso e, dopo molte rote, alfin si mira aver al moto il precipizio appresso. Che val tanto sudar, gente inquieta, s’angusta fossa ale fatiche è meta?
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto nono CLXXXVII Mentre a garrir s’appresta, acconcio in atto che dela nobil turba il gioco accresce, e scote l’ali e in un medesmo tratto gli urli tra’ canti ambizioso ei mesce, loquacissima pica il contrafatto uccellato uccellone a sfidar esce, e con strilli importuni in rozzi carmi dassi anch’ella a gracchiar d’amori e d’armi. Ma che? non prima a balbettar si mise quel suo, canto non già, strepito e strido, ch’alto levossi in mille e mille guise infra i volanti ascoltatori un grido, ed empiè sì, che Citerea ne rise, quasi di festa popolare il lido. Tacque alfine e fuggi non senza rischio, del vulgo degli augei favola e fischio. - Non è gran fatto che l’audacia stolta di questa gazza che sì mal borbotta, l’adunanza gentil ch’è qui raccolta (disse Venere bella) abbia interrotta. Già volse in altra forma un’altra volta con la schiera pugnar famosa e dotta, ma con l’altre Pieridi confuse, vergogna accrebbe a sé, gloria ale Muse. Amor che vede di quel canto lieto la madre intesa ala piacevol guerra, volando intanto ove ‘l vicin mirteto insidiosa chiave asconde e serra, volge anelletto picciolo e secreto e con gagliardo piè batte la terra; ed ecco d’acqua un repentino velo che fa pelago al suolo e nube al cielo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo XIV Se corpo ha il ciel, dunque materia tiene; s’egli è material, dunque è composto; se composto me ‘l dai, ne segue bene ch’è de’ contrari ale discordie esposto; se soggiace a’ contrari, ancor conviene ch’ala corrozzion sia sottoposto; e pur, del ciel parlando, udito ho sempre ch’egli abbia incorrottibili le tempre. Tace e ‘n tal suono ai detti apre la via il dotto timonier del carro aurato: - Negar non vo’ che corpo il ciel non sia di palpabil materia edificato, ché far col moto suo quell’armonia non potrebbe ch’ei fa mentr’è girato; è tutto corporal ciò che si move e ciò ch’ha il quale e ‘l quanto, il donde e ‘l dove. Ma sappi che non sempre è da natura la materia a tal fin temprata e mista perch’abbia a generar cotal mistura quelche perde mutando in quelch’acquista, ma perché quantità prenda e figura e del corpo ala forma ella sussista né di material quanto è prodotto dee necessariamente esser corrotto. Materia dar questa materia suole al discorso mortal, che sovent’erra: chi fabricata la celeste mole di foco e fumo tien, chi d’acqua e terra; s’arrivassero al ver sì fatte fole, sarebbe quivi una perpetua guerra. Così, di quelche l’uom non sa vedere, favoleggiando va mille chimere.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo CXXII Colei ch’è prima e tiene in man le chiavi dela sublime e spaziosa porta, di tutte l’altre facoltà più gravi agli anni rozzi è fondamento e scorta. Quella che con ragion belle e soavi loda, biasma, difende, accusa, essorta, è la diletta mia, che dala bocca, mentreché versa il mel, l’aculeo scocca. V’è l’altra poi con la faretra alato, sottil arciera a saettar intenta, che ben acuti ognor dal’arco aurato di strali in vece i sillogismi aventa. Passa ogni petto d’aspri dubbi armato, nega, prova, conferma ed argomenta, scioglie, dichiara e dale cose vere distingue il falso, alfin conchiude e fere. Vedi quell’altre ancor quattro donzelle di sembiante e di volto alquanto oscure; tutte d’un parto sol nacquer gemelle e trattan pesi e numeri e misure: l’una contemplatrice è dele stelle e suol vaticinar cose future; vedi ch’ha in man la sfera e de’ pianeti si diletta d’espor gli alti secreti. L’altra, che con la pertica disegna e triangoli e tondi e cubi e quadri, con linee e punti il ver mostrando, insegna righe e piombi adoprar, compassi e squadre, La terza di sua man figura e segna tariffe egregie e calcoli leggiadri; sottrae la somma, la radice trova, moltiplica il partito e fa la prova.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Per reverenza dele insegne ibere toglie a Nizza l’assedio e si ritragge. Quindi van di cavalli armate schiere d’Incisa e d’Acqui a disertar le piagge. Tragedia miserabile a vedere, le culte vigne divenir selvagge e dal furor del foco e dele spade abbattuti i villaggi, arse le biade. Trema Casale; a temprar armi intesi sudano i fabri ale fucine ardenti; l’acciar manca a tant’uopo, onde son presi mille dagli ozi lor ferri innocenti; rozzi non solo e villarecci arnesi, ma cittadini artefici stromenti forma cangiano ed uso, e far ne vedi elmi e scudi, aste ed azze e spade e spiedi. Il vomere già curvo, or fatto acuto a Bellona è donato, a Cerer tolto; su la sonante incudine battuto, d’aratore in guerrier vedi rivolto; l’antico agricoltor rastro forcuto, nel fango e nela rugine sepolto, vestendo di splendor la viltà prima ringiovanisce al foco ed ala lima. Intanto e quinci e quindi ecco spediti vanno e vengono ognor corrieri e messi, ché ‘l buon re ch’io dicea vuol che sopiti sieno i contrasti e la gran pugna cessi; ed accioché gli affar di tante liti in non sospetta man restin rimessi, ai deputati imperiali e regi fa consegnar dela vittoria i pregi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Che tue lodi garrisca e di te canti stridula voce, ignobil cetra e vile, che i tuoi sì chiari e sì famosi vanti adombri oscuro inchiostro, oscuro stile, che i pregi tuoi sì spaziosi e tanti raccolga angusto foglio, alma gentile, sdegnar non dei, ch’è gloria e non oltraggio illustrar l’ombre altrui col proprio raggio. Sai che pur rauco a salutar l’Aurora infra i cigni canori il corvo sorge; in picciol onda, in picciol vetro ancora chiusa del ciel l’immensità si scorge; né suol celeste dea, quando talora simulacro votivo altri le porge, ricco di sua bellezza aver a sdegno rozzo lin, rozzo piombo e rozzo legno. Tu del’ingegno mio propizia stella per quest’acqua, ch’io corro, esser ben dei, poiché i divini amor canto di quella dela cui stirpe originata sei, e di volto e di cor benigna e bella ben la somigli e ti pareggi a lei, a cui, per farsi a te deltutto eguale, quanto sol manca è l’onestà reale. Troppo audace talor tento ben io cantando alzarmi al tuo celeste foco, ma le penne al’ardir, l’aure al desio mancano, e caggio augel tarpato e roco. Pur se del’opre tue nel cantar mio il più si tace e quelch’io scrivo è poco, gran fiamma secondar breve favilla suole, e fiume talor succede a stilla.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto undicesimo CXLIII Fien magnanime imprese, opre virili del suo nobil pensier le cure prime: al’ago, al’aspo, a’ rozzi studi e vili non piegherà giamai l’alma sublime; ma dale basse valli erger gli umili, i superbi abbassar dal’alte cime, maneggiar scettri e dispensar tesori, questi fien di sua man degni lavori. Uopo che molle amomo unga il bel crine o che barbaro nastro unqua lo stringa non avrà già, che gli ori e l’ambre fine fia che col suo biondor d’invidia tinga; non dela guancia l’animate brine artefice color fia che dipinga altro che quel color di fiamme e rose che Beltà sol con Onestà vi pose. Non in terso cristallo avrà costume de’ begli occhi arrotar lo stral pungente, ma le fra solo il chiaro antico lume del suo sangue real specchio lucente; sangue real che, quasi altero fiume, di grandezza immortal colmo e possente, verrà dal fonte di sì ricche vene le belle a fecondar galliche arene. Tenteran Morte rea, Fortuna avara, ambe d’Amor nemiche e di Natura, di quest’inclito sol la luce chiara con benda vedovil render oscura; ma nel manto funesto assai più cara fra de’ begli occhi suoi la dolce arsura e, come fiamma di notturna sfera, scoprirà doppio lume in spoglia nera.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto undicesimo CLXVII Dal mare ancor costui fia che s’appelli, per in parte adeguar l’alto suggetto, ma presso al mar d’onor sì grandi e belli fra picciol fiume il suo rozzo intelletto. Pur come, benché poveri, i ruscelli corrono al mare ed han dal mar ricetto, così sprezzato ancor non fia ‘l suo stile, di mar sì vasto tributario umile. O fortunato, o ben felice ingegno, destinato a cantar divini amori, sì dal ciel favorito e fatto degno di tanti e tanto invidiati onori! Tu sarai di quel nome alto sostegno, che fia ricca mercede a’ tuoi sudori, di cui fia che risoni e Sona e Senna, ornamento immortal dela tua penna. Io, quanto a me, non poserò volando, benché sia ‘l mondo a tanta gloria angusto, finché le lodi sue non spiego e spando dal’Atlante nevoso al’Indo adusto. E con bisbiglio armonico essaltando in petto feminil pensiero augusto, sebene il falso al ver mescer mi piace, sarò, lodando lei, sempre verace. E giuro ancor di quest’aurata tromba il sonoro metallo enfiar sì forte ch’a quell’alto romor che ne rimbomba l’ali al Tempo cadran, l’armi ala Morte. Né vietar potrà mai letargo o tomba, perfida invidia, ingiuriosa sorte, che dovunque virtù la scorge e chiama non la segua per tutto anco la Fama. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Io credo e giurerei che quanta bruma la tua Tracia ricetta, il cor t’agghiaccia. E pur tanto è l’amor che mi consuma; malgrado mio t’accolgo in queste braccia. Deh, s’egual nel tuo petto ardor s’alluma e s’egual nodo l’anima t’allaccia, come può farlo ognor tepido e lento ogni foglia che ‘n aria agita il vento? Pur il mio zoppo e povero marito di contentarmi almen mostra desio e rozzo qualqual siasi e malpolito pende in ogni atto suo dal cenno mio; e, quantunque da me poco gradito, pur non ricuserà, se ‘l comand’io, nele fornaci in Mongibello accese a temedesmo edificar l’arnese. E tu per cui schernita ir mi conviene con infamia immortal fra gli altri dei, sol intento a recarmi affanni e pene, nulla curi giamai gli oltraggi miei, anzi ver me, con l’odio entro le vene, rigido sempre ed implacabil sei, onde benché d’Amor sia genitrice, tra le felicità vivo infelice. Con tai lamenti lo garrisce e sgrida la baldanzosa adultera sagace, onde il meschin, che crede a cieca guida, tutto confuso la rimira e tace. A pena d’acquetarla si confida né gli par poco se n’ottien la pace ed ha per grazia alfin, quantunque accorto, chiamarsi ingrato e confessare il torto.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Morir non può perch’immortale è nata ma ben ha chi la prende alta fortuna. Non è pertanto, se non vuol la fata, chi la sappia pigliar sotto la luna. Onde di te cred’io più fortunata creatura mortal non vive alcuna, poiché non sol da te non si diparte, ma di proprio voler viene a cercarte. Se le fere innamori a tuo talento, qual fia cosa giamai ch’altri ti neghi? In grazia tua sua libertà consento, cedo d’un tanto intercessore ai preghi. Con un tuo sguardo sol, con un accento ogni core imprigioni, ogni alma leghi; onde vinta da te qual io mi sono, tutta mestessa e quanto è in me ti dono. Né dale stelle, il ver convien ch’io dica, l’origin piglio, né dal ciel discendo. Driade son io che, cittadina antica di questo bosco, a seguir fere intendo. Ma benché sia del’aspre cacce amica, con gli uomini talor piacer mi prendo. Silvania ho nome e ‘n ruvida corteccia traggo inospita vita e boschereccia. Non pensar tu che ne’ silvestri spirti cortesia pur non regni e gentilezza. Non siam noi senza core, anzi vo’ dirti ch’anco fra i rozzi tronchi amor s’apprezza. Aman le palme, aman gli allori e i mirti e conoscono ancor ciò ch’è bellezza, né vive in pianta né germoglia in piaggia priva di questo senso, alma selvaggia.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Hanno anco il sonno e la vigilia ed hanno providi al’opre i naturali instinti e, com’api o formiche, in ordin vanno non senza industria ale fatiche accinti. La notte e ‘l giorno e la stagion del’anno e tutti i tempi han come voi distinti; aman la luce e le lumiere belle del sole e dela luna e dele stelle. Partecipano assai degli elementi e più di quello ov’hanno albergo e loco. Com’amano il terren talpe e serpenti, come pirauste e salamandre il foco, come son l’aure molli e l’acque algenti de’ pesci e degli augei trastullo e gioco, così sono a costor care e gioconde la terra e l’aria e le faville e l’onde. Abita alcun di lor l’eterea sfera, altri la region sottoceleste, altri fonte, ruscel, lago o riviera, altri rupi, vallee, boschi e foreste. Tutte dela selvaggia ultima schiera son le ninfe che vedi ed io con queste; ed a ciascuna un’arbore è commessa quasi del vivo legno anima istessa. V’ha fauni e lari e satiri e sileni, tutti han fronte cornuta e piè caprigno. Siam noi pur come lor, numi terreni, ma di sesso men rozzo e più benigno. Ingombran l’altre ad altre piante i seni, io qui con queste in questo tronco alligno e per legge di fato e di natura dele noci a me sacre ho sempre cura. -
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Quel fonte è il centro onde la linea piglia ciascuna dele vie che dianzi ho detto, talché la vista è bella a meraviglia e scopre di lontan qualunque oggetto. Circonda il bel giardin ben quattro miglia e ‘n ciascun capo è un bel palagio eretto e i palagi non son di rozzi sassi, ma tutti di diaspri e di balassi. Cristalline son l’acque, auree l’arene, smalto le sponde, i lor canali argento e dove l’onda a dilagar si viene fan grosse perle ai margini ornamento; gli orti, invece di fior, le siepi han piene di cento gemme peregrine e cento e sempre verdi al freddo e fresche al caldo l’erbe e le fronde lor son di smeraldo. La rosa le sue foglie ha tuttequante fatte di puro oriental rubino, il bianco giglio d’indico diamante, di lucido cameo l’ha il gelsomino, di zaffir la viola e fiammeggiante il bel giacinto è di giacinto fino. Di topazio il papavere si smalta e di schietto crisolito la calta. Non so poscia in qual guisa o per qual via fassi il duro metallo abile al culto, o di natura o d’arte industria sia, o miracol del cielo al mondo occulto. L’oro ne’ campi genera e si cria, pullula in sterpo e germina in virgulto e, fondando radici, alzando bronchi, vegeta a poco a poco e cresce in tronchi.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Non so se ‘n vista sì tremenda e rea là nela notte più profonda e muta per la spiaggia di Colco uscir Medea l’erbe sacre a raccor fu mai veduta, quand’ella già rinovellar volea del padre di Giason l’età canuta. Atropo forse sola a lei s’agguaglia qualor d’alcun mortal lo stame taglia. Scelse un meschin di quella mischia sozza che passato di fresco era di vita. Intero il volto, intera avea la strozza ma d’un troncon nel petto ampia ferita. Se sia guasto il polmon, se rotta o mozza sia l’aspra arteria ond’ha la voce uscita prendendo a perscrutar, trova la maga ch’ha le viscere intatte e senza piaga. Pende il fato da lei di molti uccisi che del’alta sentenza in dubbio stanno e qual di tanti dal mortal divisi voglia ala luce rivocar non sanno. Se vuol tutti annodar gli stami incisi convien che ceda l’infernal tiranno e, le leggi del’erebo distrutte, renda ale spoglie lor l’anime tutte. Or del misero corpo a cui prescritta l’ultima linea ancor non era in sorte, lubrico intorno al collo un laccio gitta e con groppi tenaci il lega forte. Indi accioché più lacera e trafitta resti la carne ancor dopo la morte fin dov’entra nel monte un cupo speco su per sassi e per spine il tira seco.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Orché pur d’Imeneo le sacre piume questa indegna del ciel furia d’inferno con novo scorno di macchiar presume, vuolsi ancora punir con novo scherno; e posciaché ‘l suo indomito costume a corregger non val freno o governo, dela stirpe commun pensar bisogna a cancellar la publica vergogna. Se l’obbrobrio e l’infamia in ciò non vale, vagliane omai la crudeltate e ‘l sangue. Io ti darò quest’arco e questo strale che ‘n Tessaglia ferì l’orribil angue. Poi quel rozzo berton, quel vil mortale per cui sospira innamorata e langue, io vo ch’apposti sì con la mia guida ch’oggi di propria man tu gliel’uccida. Con questi detti a vendicar quel torto il torto dio perfidamente induce. Poi là donde passar deve di corto il trasformato giovane il conduce e di tutto il successo il rende accorto il portator dela diurna luce. Gli disegna l’augel, gl’insegna l’arte del trattar l’arco e gliel consegna e parte. Ma qual fatto è sì occulto il qual non sia al tuo divin saver palese e noto, virtù del tutto esploratrice e spia, intelligenza del secondo moto? Non consente Mercurio opra sì ria, ma vuol che quel pensier riesca a voto e, dal rischio mortal campando Adone, l’arte schernir del’assassin fellone.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Chi dal’orlo del ponte ingiù trabocca, chi dala ripa e nel fossato affonda; altri dal ferro che ‘l persegue e tocca, fugge e nel foco inciampa o muor nel’onda. Di su la vetta del’eccelsa rocca, da cui discopre Adon tutta la sponda, chiaro il tutto gli mostra al’aria bruna lo splendor del’incendio e dela luna. La chioma che, cresciuta, il feminile uso imitando, infin al sen gli scende, disciolta allor, con rozzo ferro e vile tronca quell’or che sovra l’or risplende; poi degli stami del bel crin sottile treccia forte e tenente attorce e stende quasi lubrica fune in linea lunga, tanto che dal balcone a terra giunga. Ma Malagor che ‘n que’ mortali ardori la nova fiamma sua serba ancor viva, né tra l’armi e le furie oblia gli amori, ripensando ala vergine cattiva, per salvarla ove salva i suoi tesori lascia la zuffa ed al’albergo arriva apunto allor che per l’aurata scala vede che sdrucciolando ingiù si cala. Adon che ‘n preda del’iniquo duce si trova pur, del fier destin si lagna. Per mano il prende e sotto dubbia luce ala valle vicina ei l’accompagna. In una occulta grotta indi il conduce che le viscere fora ala montagna, dentro i cui penetrali ermi e riposti i bottini più ricchi ei tien nascosti.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
A que’ sembianti angelici diventa qual più rigido cor molle e cortese. Trattiene i colpi e con man lieve e lenta schermo si fa dal’innocenti offese. Mal garzon più s’inaspra e più s’aventa tra le più dubbie e men secure imprese; e chi gli cede irrita e di chi ‘l mira contro sestesso e sua beltà s’adira. Melanto nato al freddo Tronto in riva là tra l’Alpe picena e la peligna, suo curator, suo difensor veniva e seco inun facea l’erba sanguigna. Per la calca maggior questi il seguiva e, fermando talor l’asta ferrigna, volgeasi a rimirar quai più mortali del’occhio o dela man fusser gli strali. Or davante, or da tergo ed or da’ fianchi gli lasciava i guerrier feriti e vinti, perché gli avanzi suoi storditi e stanchi fusser da lui con minor rischio estinti. In cotal guisa ove i più fieri e franchi segnalarsi vedea di sangue tinti, le fatiche scemando al bel fanciullo di spianargli la strada avea trastullo. Così strozziero al’aghiron talora, spuntando il lungo rostro e i curvi artigli, al falcon giovinetto e non ancora uso ale cacce agevola i perigli. Così leon, traendo al bosco fora del’aspra cova i non chiomati figli, caprio o torel cui di branar disdegna lor mezzo ucciso a divorare insegna.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Va tra’ nemici Armillo e l’arco tende ch’è di fin’or pomposamente adorno e ‘l cordone ha di seta e tutto splende di sottil minio e di lucente corno. Con la manca nel mezzo il nervo prende ed al dritto del’occhio il gira intorno, con l’altra il laccio tira e fuor del legno fa guizzar l’asta ed accertar nel segno. Or chi può dir quanti da te fur morti, baldanzoso donzel, prodi guerrieri? Ferracozzo fu il primo, un de’ più forti partigiani d’Orgonte e de’ più fieri; e ben volgea, se non volgea sì corti i suoi stami la parca, alti pensieri, ma gli passò crudel saetta ed empia tutto il cervel dal’una al’altra tempia. Poi vide Orcan, che la sua fame ingorda pascea di strage e facea prove eccelse e d’ostil sangue distillante e lorda la scimitarra avea fin sovra l’else; tosto per porlo insu la tesa corda e commetterlo al’aure un strale ei scelse e torcendo il gagliardo arco leggiero fè d’una luna scema un cerchio intero. Volea gli accenti allor trar dela gola l’altro e scior contro lui la lingua irata, quando in aprir la bocca, ecco che vola a chiuderla al meschin la morte alata, e la vita in un punto e la parola per mezzo il gorgozzuol gli fu troncata. La voce intanto infra le fauci mozza gorgogliava bestemmie entro la strozza.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Tosto, che stesa al pian, col volto in suso, vide giacer la misera donzella, sbarrando i ringhi e distendendo il muso, inchinossi a lambir la faccia bella; e come a tai vivande assai ben uso il capo tutto divorò di quella e poiché l’ebbe a pien mangiato e guasto la bocca sollevò dal fiero pasto. Mentre nel bianco vel forbisce e netta l’orrenda lingua e la spietata zanna, ecco su la sbranata giovinetta giunge Filauro e per error s’inganna. L’orme seguendo dela sua diletta trova il crudo mastin che la tracanna. Così pensò schernito dala vesta e dal tronco che scema avea la testa. Imaginò senz’alcun dubbio al mondo Licasta esser colei ch’era Filora, onde rivolto al’animale immondo trangugiator dela beltà ch’adora e rapito dal’impeto iracondo, un stiletto ch’avea traendo fora, strozzollo e con mortal colpo improviso il fè cader sovra l’uccisa, ucciso. Stringendo tuttavia l’acuto stile il bel busto stracciato ei tolse in braccio: - Deh! s’ancor per quest’aere, ombra gentile, voli sciolta (dicea) dal caro laccio, gradisci il sacrificio, ancorché vile, ch’oggi col core e con la man ti faccio; ecco ad offrir due vittime ti vegno, l’una offerta è d’amor, l’altra di sdegno.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Amor, ma che non tenta? o che non osa? Amor, che tutto regge e tutto move, m’inspirò nel pensier froda ingegnosa, arti insegnommi inusitate e nove; Amor, ch’ad onta della dea gelosa cangiar seppe in più forme il sommo Giove, Amor stato, sembianza, abito e nome a mutar mi costrinse e dirò come. Giardin che di frondose ombre verdeggia, le falde infiora al gran palagio augusto, là, dove unico varco al’alta reggia apre in solingo calle un uscio angusto. Ma cautamente il guarda e signoreggia il fido Erbosco, un vecchiarel robusto, del bel verziero, ov’altri entra di raro, sollecito cultor, custode avaro. Scender assai sovente ivi a diporto le donzelle di corte hanno per uso, però che intorno intorno il nobil orto d’insuperabil muro è tutto chiuso. Qui da stella benigna a caso scorto, qui di stupor, qui di piacer confuso passando un dì, mentre il villan n’uscia, io vidi spaziar l’anima mia. Soviemmi tosto un amoroso inganno, sembiante e qualità trasformo e fingo: di rotta spoglia e di mendico panno, fatto vil contadin, mi vesto e cingo; scingo la spada e, sicom’essi fanno, grossa e ruvida pala in man mi stringo; ai rozzi arnesi, al rozzo andar che vede povero zappador ciascun mi crede.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Rispondo: “Io fui che ‘n dono ottenni il vase dal gran signor del’odorata messe, quando Fauno al cantar vinto rimase, giudice il re, che vincitor m’elesse, e ‘l crin di lauro entro le regie case cinsemi ancor con le sue mani istesse. E questo il canto fu, s’io ben rammento ogni numero apunto ed ogni accento: Non son non son pastor, perché mi veggia sotto manto villan ninfa gentile premer il latte e pascolar la greggia, tonder la lana ed abitar l’ovile. Lasciai per umil mandra eccelsa reggia, copre pensieri illustri abito vile. Amor m’ha chiuso in questa rozza spoglia, ma se cangio vestir non cangio voglia”. Con queste note al’unica bellezza di rossor virginal la guancia sparsi. Turbar la vidi e vidila gran pezza tutta sovrapensier sospesa starsi. Dal mirarmi più spesso, allor certezza presi e da quel sì subito cambiarsi, che di quelch’era a dubitar s’indusse e di quelche bramava anco che fusse. Che quei che fece il genitor morire quei mi fuss’io, sospezion non ebbe. Persuadersi un così stolto ardire potuto in modo alcun mai non avrebbe; né tal secreto io poi le volsi aprire, ch’uomo in donna fidar tanto non debbe. Credeami ben sott’abito vulgare cavalier di gran guisa e d’alto affare.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Che mi val dominar popoli e regni se di crudo signor serva languisco e posseduta da desiri indegni tra le regie ricchezze impoverisco? Poiché ‘l tuo giogo, Amor, soffrir m’insegni, ecco al’empia tirannide ubbidisco e, soggiacendo al duol che mi tormenta, vivo reina sì, ma non contenta. O ombre, o sogni, o fumi, o d’arid’erba vie più vili e più frali, onori e fasti, o di mortale ambizion superba abissi senza fin voraci e vasti, s’alcun rispetto Amor vosco non serba a che più nel mio cor fate contrasti? Povera signoria, mendiche pompe, se ‘l corso al bel desio per voi si rompe. Dorisbe, e che ragioni? Insana voglia come offusca ala mente il lume intutto? Qual diletto aver può vergin che coglia d’illeggittimo amor furtivo frutto? Sai le leggi d’Egitto. Ah! non discioglia l’anima il freno a desir folle e brutto, onde tu deggia poi tardi pentita perder a un punto ed onestate e vita. E vorrai dunque tu che fosti in sorte a degno eroe per degna sposa eletta, gir poverella e misera consorte a pastor rozzo in rozza cappannetta. Dal palagio al tugurio? ed usa in corte ad esser donna, a farti altrui soggetta, celebrando colà tra gli orni e i faggi nozze palustri ed imenei selvaggi?”
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Ludovico Ariosto    Orlando furioso   Canto quattordicesimo CCCXXXVIII La rozza bestia, che non mai creduto in lui trovar tanta difesa avria, visto che contro il ferro il cuoio irsuto non giova, Adone afferra e ‘l porta via. Si dibatte il fanciullo e chiede aiuto, ma invan, che già colui l’ha in sua balia, ond’a sdegno e pietà mosso il guerriero prestamente rimonta insu ‘l destriero. Per dar al mesto giovane soccorso nela foresta a tutta briglia il caccia, ma di stender apien spedito il corso la spessura degli arbori l’impaccia. L’insolente fellon senza discorso, ch’Adone impaurito ha tra le braccia, quando giunto si vede, a terra il getta, poi si rimbosca ed a fuggir s’affretta. Volgesi alfine e d’un grand’olmo antico per spiccarne un troncon le cime abbassa, ma tronche intanto il feritor nemico su ‘l ramo istesso ambe le man gli lassa. Raddoppia il colpo e in men ch’io nol ridico un’occhio imbrocca e ‘l cerebro gli passa, ond’a cader sen va con fier muggito il difforme salvatico ferito. Per una ripa che dal’orlo al fondo trecento braccia ha dirupato il sasso, Sidonio allor lo smisurato pondo spinge col piede e lo trabocca al basso. Cerca Adon poscia indarno e perché ‘l mondo già si rischiara, alfin ritira il passo e quindi esce al’aperto in largo piano che da Pafo non è molto lontano.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Or tutti uniti in assemblea si sono quei che ‘l sovrano arbitrio hanno in balia per essaltar colui solo al gran trono che ‘l più bello da lor stimato sia. Pubblicato ha di ciò la Fama il suono, già di Persia vi tragge e di Soria gioventù concorrente, e del’editto il mattino che segue è il dì prescritto. Diman su ‘l primo albor, tosto che spunta, vivo sol di quest’occhi, il sol novello, vo’ che tu tene vada in Amatunta dove s’aduna l’elettor drappello. Abbagliata e confusa ala tua giunta cederà la beltà d’ogni altro bello, in quella guisa pur che ceder suole lo splendor dele stelle ai rai del sole. Soletto là senza corteggio intorno ten’andrai pien d’una sprezzata asprezza. Altri conduca entro ‘l real soggiorno pompa di servi e d’abiti ricchezza. Vattene tu non d’altri fregi adorno che di tua propria e natural bellezza, che rozzezza, incultura o povertate non si trova giamai dov’è beltate. Anch’io, non ti turbar, celeste guida teco verronne e compagnia divina pertutto e sempre ufficiosa e fida, o tu vada o tu stia, m’avrai vicina. Non pensar ch’io da te mai mi divida voglimi cacciatrice o peregrina; che seben ne languisco e ne sospiro diletta apar di te cosa non miro.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Gemma così che di natie fiammelle sfavilla e di color vago s’inostra, cela in sue tempre ancor lucide e belle virtù corrispondente a quelche mostra. Quantunque il sol, la luna e l’altre stelle sien chiari oggetti dela vista nostra, fanno agli occhi però visibil fede d’altro lume maggior che non si vede. La corporea beltà chiaro argomento suol dar di non men bella alma gentile, per cento indizi dinotando e cento di nascondere in sé forma simile. E quasi velo dilicato e lento o qual cristallo limpido e sottile, fa tralucer difuor gl’interni lumi de’ signorili e candidi costumi. E sicome le ricche e nobil arche e le vasella d’alabastro e d’oro, non di materia vil si tengon carche ma di cose pregiate e di tesoro e gemmati monili ed auree marche, balsami ed ambre sol serbansi in loro, così sotto bei membri e belle forme chiuder non si suol mai spirto difforme. E come i rozzi affumigati tetti e le case selvagge ed impagliate non son da regi per albergo eletti avezzi ad abitar logge dorate, ma son villani e rustici ricetti di basse genti ignobilmente nate, così nel nido d’una spoglia oscura rade volte soggiorna anima pura.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto sedicesimo VI Deh! qual si può fra gli ordini mortali discordanza veder che men convegna, che man regger talor verghe reali d’aratro ancor nonché di scettro indegna? Ed orribili arpie, sfingi infernali coronar del diadema onde si regna e sozze fere e contrafatti mostri che si scopron poi tali a’ danni nostri? Fu ben saggio consiglio e sano aviso quando fu in Cipro il novo rege eletto a non voler nel regio trono assiso uom di laido sembiante e rozzo aspetto ma chi per grazia e nobiltà di viso a sé traesse il popolare affetto, sicome già del’amorosa dea l’oracolo immortal deciso avea. L’editto intanto dela dea di Gnido in ogni angolo estremo il mondo intese, e poiché dela Fama il chiaro grido divulgandol pertutto il fè palese, mill’alme in questo e ‘n quel remoto lido vano desio d’ambizione accese; né dal contorno sol l’arabo e ‘l siro, ma confin più riposti il suon n’udiro. Le vicine contrade e le lontane l’odon dal Tanai al Nil, dal Gange al Beti, region, nazion non vi rimane per quanto e scalda Apollo e bagna Teti. Carchi di turbe già barbare e strane batton le penne i volatori abeti. Omai di Cipro è ricoverta e piena di navi e padiglion l’onda e l’arena.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Principe e re non dirò già di regno, che spesso è dono di Fortuna insana, ma di titolo d’uomo ancora indegno, vivo spirto ferino in forma umana. Vil pensier, rozzo cor, selvaggio ingegno, intesa a basse cure alma villana veggio nel tuo sembiante infellonito, che ti mostra malnato e malnutrito. E pur entrando al’onorata gara, così ne vien sovr’ogni merto audace come fusse lo dio che ‘l dì rischiara o il bel fanciul dal’arco e dala face. Villania per valor non fu mai cara, più gentilezza che beltà ne piace. Amor più fere allor ch’è men feroce e bellezza innocente assai più noce. Alfin di questo dir gli occhi volgendo al’orgoglioso barbaro insolente, videlo dal’altar scender fremendo delo strano rifiuto impaziente, ed accusando con sembiante orrendo la bella dea d’ingiusta e d’inclemente, detestando del figlio e fiamme e dardi, batteva i denti e stralunava i guardi. Così toro non domo a cui le spalle giogo non preme ancor duro e pesante, poiché lasciò nela diletta valle il rival vincitore e trionfante, mugghiando va per solitario calle rabbioso insieme e sconsolato amante e, pien d’angoscia il cor grave ed acerba, aborre il fonte e gli dispiace l’erba.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Pensando ai torti suoi sì gravi e tanti, geme in un mormorio flebile e fioco, si distempra in sospir, si stilla in pianti e giace in ghiaccio e si disfoga in foco. Ha le labra di fiel verdi e spumanti, né trova al gran martir requie, né loco; e sì forte è l’affanno e sì possente che le corde del cor spezzar si sente. Mentre che con l’amor l’ira combatte, il dolor s’interpone; e dice alfine: - Dunque di quelle ch’io stimava intatte bellezze incomparabili e divine posseditrici indegne, oimé, son fatte rozze braccia selvagge e contadine? quelch’io bramar apena osai lontano, preda divien d’un cacciator villano? O vie più dele passere fugaci che tranno il carro tuo vaga e leggiera, quanto ne’ vezzi tuoi finti e fallaci stolto è chi crede e misero chi spera. Mi promisero questo i detti e i baci dela bocca bugiarda e lusinghiera, quand’io, credulo a quel che mi giurasti, lasciai caderti a piè tutti i miei fasti? Chi mai tanta beltà vide in suggetto sì mobile, incostante e disleale? e in amante sì fido e sì perfetto tanta disaventura e tanto male? Or qual sarà entro l’inferno Aletto se la figlia di Giove in cielo è tale? che faran l’altre donne infami e ree se scelerate son l’istesse dee?
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
quand’ei ch’una gran caccia il giorno dianzi dentro il loco medesmo avea bandita, più d’una truppa a far ch’oltre s’avanzi di cacciatori e cacciatrici invita. Clizio il gentil pastor si tragge innanzi e gli promette ogni fedele aita. La bella Citerea pria che partisse, - Ti raccomando il bell’Adon - gli disse. Tosto i più fieri e generosi cani, di cui gran moltitudine adunossi, per densi boschi e per aperti piani fur da’ maestri lor guidati e mossi. Segusi e veltri e co’ feroci alani vennervi i formidabili molossi, figli d’angliche madri e corse e sarde ed altre varie ancor razze bastarde. Armasi Adon, da folle audacia spinto, e gli arnesi malvagi appresta e prende. Già del’arco essecrando il collo ha cinto, già l’infausta faretra al lato appende, il curvo corno ha dopo ‘l tergo avinto in cui lo smalto insu l’avorio splende. Ma l’avorio però candido e bianco cede ala bella mano ed al bel fianco. Oltre l’arco e gli strali ha nella destra grossa mazza pesante e noderuta, che fu rozzo troncon d’elce silvestra e ferrata è da capo a punta acuta. Con la manca conduce ed ammaestra un suo levrier che ‘n ogni affar l’aiuta; né movon mai discompagnati il piede con bel cambio tra lor d’amore e fede.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Quest’è l’albergo, del cinghial non dico, ma del’ira del ciel che lo produsse. Taccia pur Calidonia il grido antico del flagello crudel che la distrusse. L’arabo inculto o il garamanto aprico mostro non ebbe mai ch’egual gli fusse. Qui s’accovaccia e dentro l’acqua nera stassi attuffata la solinga fera. Nel pantan che circonda un mezzo miglio tra siringhe palustri il ventre adagia. Splende nel fosco e minaccioso ciglio d’un orribile ardor luce malvagia. Fiaccola accesa par l’occhio vermiglio, spruzzato ferro o stuzzicata bragia. Calloso ha il cuoio, il fianco e ‘l rozzo tergo arma di dure sete ispido usbergo. Ossa sporge ben lunghe e di sanguigna schiuma bavose il grugno, aguzze e torte, la cui materia rigida e ferrigna è vie più che l’acciar tagliente e forte, onde qualor le batte e le degrigna pria che faccia morir mostra la morte, talché ‘n dubbio è chi muor, né s’assecura se la piaga l’uccida o la paura. Dà fiato allor subitamente al corno stupido Adon d’un animal sì grosso, onde di ninfe e di sergenti intorno con cani e dardi un folto stuol s’è mosso. che tentan fuor del’umido soggiorno farlo sbucar del paludoso fosso. D’urli confusi e di latrati insieme, che danno anima agli antri, il bosco freme.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Chi dunque stupirà che del fratello ardesse Bibli con infame ardore? e Mirra, di cui nacque Adone il bello, ad amar s’accendesse il genitore? Qual meraviglia fia che questo e quello per la propria sua specie infiammi Amore, se nel cor d’una fera ebbe ancor loco sì violento e mostruoso foco? L’animoso garzon veggendo il verro che gli si gira intorno e gli s’accosta, non monta per salvarsi olmo né cerro, non cerca per fuggir grotta riposta, ma gitta l’arco e del’astato ferro gli rivolge la punta inver la costa e sovra il guado ove la strada ha presa intrepido si ferma ala difesa. Prima il guinzaglio al suo Saetta allenta e la lassa discioglie ornata e ricca, loqual non si spaventa, anzi s’aventa per l’orecchio afferrargli e ‘l salto spicca; quel volge il grifo ove la presa ei tenta e nela gola il curvo osso gli ficca; con la zanna di sangue immonda e sozza al coraggioso cane apre la strozza. Ode guaire il suo fedele e gira Adon le luci ov’ei si giace ucciso e d’affetto gentil, mentre che ‘l mira, informa il vago e dilicato viso. Corre pietoso ov’anelando spira, malvolentier dal suo signor diviso; gli chiede aita con lo spirto in bocca, col muso il lecca e con la zampa il tocca.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Vidi senz’alcun velo il fianco ignudo, il cui puro candor l’avorio vinse, che per farsi al calor riparo e scudo dela spoglia importuna il peso scinse; onde il mio labbro scelerato e crudo per un bacio involarne oltre si spinse. Lasso, ma senza morso e senza danno l’ispide labbra mie baciar non sanno. Questo dente crudel, dente rabbioso, d’ogni dolcezza tua fu l’omicida. Questo ale gioie mie tanto dannoso punisci e di tua man or si recida; e come del’altrui fu sanguinoso, tinto del sangue suo si dolga e strida. Ma sappi, o dea, che se t’offese il dente, scusimi Amor, fu l’animo innocente. Con tanto affetto al’unica beltate i suoi rigidi amori il mostro espresse, che del rozzo rival mossa a pietate, di quel fallo il perdon pur gli concesse; e per ambizion che del’amate bellezze un mostro ancor notizia avesse, men fosco il guardo a’ suoi scudier rivolto, subito comandò che fusse sciolto. Sciolta l’afflitta e desperata belva cercando va la più riposta grotta; fugge dal sole in solitaria selva tra folti orrori ove mai sempre annotta. Per vergogna e per duol quivi s’inselva e la zanna crudel vi lascia rotta; la zanna ch’oscurò tanta bellezza, contro que’ duri sassi a terra spezza.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
La notte tenebrosa, il ciel turbato si rischiarava de’ begli occhi al lume. Il vago piede imporporava il prato, la bianca mano innargentava il fiume. Qualor liev’aura con soave fiato confondendogli il crin, scotea le piume, parea sparso su ‘l collo il bel tesoro sovra un colle d’avorio un bosco d’oro. “Che veggio oimé! (diss’io quando ferito fui pria dalo splendor del chiaro raggio) chi è costui? di qual contrada uscito? Deh qual seme il produsse? o qual legnaggio? Non già, benché tra selve ei sia nutrito, di ninfa il partorì ventre selvaggio. No no, non nacque mai nel terren nostro dela schiatta de’ fauni un sì bel mostro. Esser non può giamai che beltà tanta di così rozza origine proceda. Mercurio è certo ala sembianza santa o più tosto Imeneo, quant’io mi creda. Ma dove son del’una e l’altra pianta i pennuti talari? ov’è la teda? poich’ha il crin d’oro, esser dee forse Apollo senza faretra e senza cetra al collo. O se il giudicio mio non è fallace, se non m’ingannan le fattezze rare, sarà, benché non porti arco né face, il figlio di colei che nacque in mare; ma, scusimi la dea, sia con sua pace, io dirò ch’impossibile mi pare che membra sì gentili e sì leggiadre deggian Marte o Vulcano aver per padre.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Gli aspri egipani e i ruvidi sileni rompeano anch’essi il cristallino gelo. S’attuffavan nel gorgo i fauni osceni col capo al’acqua e con le piante al cielo e scoprivan di fuor, curvando i seni, de’ rozzi dorsi il rabbuffato pelo, poi de’ pesci dorati insu le sponde traean le prede dale lucid’onde. Altri lungo il bel rio ch’entro le vene preziose ricchezze avea celate e diffondea su le purpuree arene seminatrici d’oro acque gemmate, le rilucenti pietre, ond’eran piene, iva scegliendo e le conchiglie aurate; ed io sempre ala pesca, al nuoto, al bagno del vezzoso fanciullo era compagno. Per qualunque di Lidia estrania riva sempre il seguia con piè spedito e presto. Se cantava talor, lieto io l’udiva, se poi taceasi, io n’era afflitto e mesto. La notte in odio avea che mi rapiva quel sol, senza il cui lume or cieco resto. Così passai, mentr’ebbi i fati amici, col satiretto mio l’ore felici. Ma volse il ciel che da me lunge un giorno su ‘l tergo, oimé! d’un fiero tauro ascese; di verdi foglie un guernimento adorno per lo petto e per l’omero gli stese; legato in fronte al’un e l’altro corno un fiocco di papaveri gli appese; ed ala bocca per frenarlo al corso di pieghevol corimbo ei fece il morso.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CIII Così doleami e ‘l rozzo stuol caprigno seguiva, alto ululando, i miei lamenti. Giaceva il busto squallido e sanguigno, ma scintillavan pur gli occhi ridenti. Ancora il volto amabile e benigno rose fresche nutriva e fiamme ardenti, né dale labra smorte e scolorite eran l’afflitte Grazie ancor partite. Quand’ecco Atropo grida: “Il sommo Giove più non vuol, Bacco, omai che ti quereli. Il fato al pianger tuo con grazie nove dal’usato tenor distorna i cieli, e ‘l gran decreto a cancellar si move dele Parche implacabili e crudeli onde, malgrado dele stelle ree, non passerà ‘l tuo amor l’acque letee. Vive Pampino vive e benché sembri spento de’ suoi begli occhi il lume chiaro, vedrai tosto cangiati i vaghi membri nel buon licor ch’altrui sarà sì caro. Ti diè, so che con duol tene rimembri, morendo aspra cagion di pianto amaro, per dar al mondo tutto, orch’egli è morto, cagion poi di letizia e di conforto”. Disse, e miracol novo allor m’apparse, prese altra forma il giovane infelice. Il cadavere essangue abbarbicarse vidi ratto nel suol con la radice e, fatto lungo stipite, consparse vari rampolli poi dala cervice. Le braccia germogliar tralci novelli, divenner foglie i panni, uve i capelli.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
“Ah! che ben ti vegg’io (colmo d’orgoglio) non fuggir Galatea (disse il gigante); ti veggio e la vendetta omai non voglio più differir di tante ingiurie e tante; e vendicarmi vo’ con questo scoglio ch’è del tuo duro cor vero sembiante e la luce per te non troppo allegra segnar di questo dì con pietra negra”. Detto e fatto, in un punto ecco un fracasso, ond’intorno il ciel freme e ‘l mar rimbomba e d’alto inun precipitato a basso mezzo il gran monte impetuoso piomba. Sovra il miser garzon ruina il sasso e gli porta in un punto e morte e tomba; sotto la rupe che ‘l percote e pesta, fulminato e sepolto insieme resta. Io non so qual affetto al’improviso più nel cor dela ninfa allor s’avanzi; l’ira contro il fellon, ch’abbia reciso il bel nodo ch’Amor strinse pur dianzi, o la pietà del giovinetto ucciso loqual sì bello ancor le giace innanzi, che non con altri forse atti e pallori, se potesser morir, morrian gli Amori. “Dunque per te (prorompe alfin gridando) il fior d’ogni mio ben langue distrutto, perfido lestrigon, mostro essecrando, portento di natura immondo e brutto? Così grazia e mercé s’impetra amando? così s’ottien dele fatiche il frutto? Non credo no, né fia mai ver, ch’un core rozzo e villano ingentilisca amore.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Ricerca il feritor, né sa, né vede dove né come al suo furor si fura. Al’avanzo de’ miseri ne chiede che tien sepolti entro la grotta oscura, ma la voce tremante indietro riede ed è tolta a ciascun dala paura; il tuon del grido, il picchio dela clava, tutta fa risentir l’ombrosa cava. Aprendo l’uscio alfin del cavo speco, si terge il sangue onde la fronte è sozza e, quando al chiaro sol si trova cieco, molti di quella turba uccide e strozza. Smembra i compagni del facondo greco, come leon faria lepre o camozza. Parte al sasso n’aventa e non indugia ch’un ne sbrana, un ne scanna, un ne trangugia. Perduto il dì, ch’a lui per sempre annotta, battesi ad ambe man l’estinto lume, e dala piaga dela fronte rotta fa di sangue sgorgar torbido fiume; fuor dele labra, per l’opaca grotta, stilla bave sanguigne e nere schiume e nel fango del suolo e nela polve sestesso immerge e bruttamente involve. Del crin che, rabbuffato e non tonduto, con lunghe ciocche insu le spalle pende, del mento inculto, squallido e barbuto da cui ben folto il pelo al petto scende, del petto istesso, il cui pelame irsuto rigido tutto e setoloso il rende, gli aghi pungenti e l’irte lane e grosse per ira e per dolor si straccia a scosse.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Almen non fia che strale in me più scocchi Amor, né ch’io m’affisi in altri rai, sich’acceso il mio cor da sì begli occhi di bellezza minor non arda mai, anzi se i miei pensier non eran sciocchi, io stesso il primo dì che ti mirai ammorzar mi devea questa facella per giamai non mirar cosa men bella”. Tutti questi discorsi al’onde, ai venti sparge il meschino e l’ode il vento e l’onda, né v’ha chi per la spiaggia ai mesti accenti, salvo Ceice ed Alcion, risponda. Al fin nel fiero cor, dopo i lamenti, l’ira e ‘l dispetto oltremisura abonda. Vuol uccidere sestesso o nel’aperta gola del mar precipitar dal’erta. La numerosa fistula ch’aggrava il rozzo fianco ad ambe mani afferra ed ogni canna sua forata e cava spezza col dente e poi la scaglia a terra. Il nodoso troncon, l’immensa clava che fece a mille fere oltraggio e guerra, gitta lontano e con le note estreme in questa guisa si lamenta e geme: “Fido baston, già mio compagno antico, che mi fosti gran tempo arme e sostegno, rimanti in pace in questo lido aprico orch’io peggio che morto, orbo divegno. Forse ad uso miglior destino amico ti serba e, volto in remo o in curvo legno, solcando i campi del gran padre mio godrai tu la beltà che non god’io.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Or chi può d’Ero sua narrar la doglia? come strecciossi il crin stracciossi il volto, quando dala finestra inver la soglia lo sguardo al nuovo giorno ebbe rivolto e vide ai rai del sol la fredda spoglia del suo bel sole estinto ed insepolto? Gittossi in mar la misera fanciulla e sepoltura sua fu la tua culla. D’amorosa pietà colmi i delfini lo sventurato accompagnar fur visti. I mergi, degli scogli cittadini, con gridi il circondar flebili e tristi. Gli fer l’essequie i popoli marini di nereidi e tritoni uniti e misti, ed io lo trasformai nel fior d’un’erba che di Leandro ancora il nome serba. Ahi ma perché non narro e dove lasso d’Achille mio lo sfortunato fine? L’istorie altrui racconto e taccio e passo le mie proprie sventure e le ruine. Scoglio sì duro e di sì rozzo sasso non ricettano in sen l’onde marine che, quando ebb’io quel mesto annunzio udito, non si fusse a’ miei pianti intenerito. Tutti voi vi lagnate afflitti dei, tanto d’un van piacer può la membranza; se pianger voless’io quanto devrei, com’avrian mai quest’occhi acque a bastanza? Tanto han vantaggio ai vostri i dolor miei, quanto natura ha più ch’amor possanza, perch’al’amor con cui s’amano i figli, amor altro non è che s’assomigli.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Or perché ‘l corpo del garzon defunto fin ne’ più chiusi penetrali interni già tutto olezza imbalsamato ed unto de’ preziosi aromati materni, mentr’al mortorio in un medesmo punto apparecchian la pompa i numi eterni, con la ruina dela selva impone la pira accumularsi al morto Adone. Vansi a troncar dela foresta annosa le piante già per lunga età vetuste. Cominciasi a sfrondar la chioma ombrosa, tremano le radici aspre e robuste. Scote la vecchia rovere nodosa di rozze ghiande le gran braccia onuste e percossa dal ferro e dala mano, si distacca dal ceppo e cade al piano. L’elce superba e ‘l platano sublime trabocca e ‘l faggio verde e l’orno nero; inchina il dritto abete al suol le cime e precipita a terra il pino altero; ala scure, che ‘l fiede e che l’opprime, cede abbattuto il frassino guerriero e corron col mortifero cipresso anco il cedro e l’alloro un fato istesso. Fuggon le fere da’ covili usati, abbandonan gli augei timidi i nidi; abbracciano partendo i tronchi amati le ninfe allieve con lamenti e stridi ed ululando i satiri scacciati lasciano a forza i lor ricovri fidi, si straccia Pale i crin lunghi e canuti e piagne il buon Silvan gli ozi perduti.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto diciannovesimo CCCLXXXIII Tinti d’ebuli e mori i volti informi, dopo ‘l cultor degli orti lampsacei armenti di bicorni e di biformi, gregge di semicapri e semidei, satiri, fauni ed altri a lor conformi numi esclusi dal ciel rozzi e plebei, sospingon, da cent’argani tirato, un immenso colosso e smisurato. Forma ha d’immenso e giganteo colosso d’oricalco dorato un itifallo, cento cubiti lungo e venti grosso sì che stride, al gran peso, il piedestallo, e nel mezzo del vertice che rosso innestato il rubino ha su ‘l metallo, sì chiara scintillar stella si scorge che lucifero par quando in ciel sorge. Non vide Roma infra le sue colonne mai miracolo egual piantato e dritto, né tra quante più vaste edificonne piramide maggior celebra Egitto. Va dele verginelle e dele donne di Citera e di Gnido il coro afflitto e, cantando per via meste canzoni, l’incorona di serti e di festoni. Passò poi dela dea che ‘n Cipro impera tutto il corteggio e con diversi incarchi; di cento sagittari armata schiera veniva innanzi con turcassi ed archi, di brocchieri lunati ala leggiera e di lievi loriche adorni e carchi, senz’elmi in testa e con corone aurate e l’armi erano azzurre e d’or fregiate.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Oltre Cerere e Bacco, oltre la madre del forte Achille e ‘l figlio di Latona, d’altri dei, d’altre dee v’ha varie squadre, Berecinzia con Cinzia, Isi e Bellona: Temi e Vesta vi son, né men leggiadre Iride ed Ebe e Flora èvvi e Pomona, Giano, Como, Talassio, indi s’asside tra gli immortali immortalato Alcide. L’ordin non si confonde, a ciascun dassi secondo il proprio merito la sede; e Mercurio, il mazzier, dispon le classi e d’onor pari al grado altrui provede. A tutti gli altri dei, che stan più bassi, con l’alta sposa il gran motor precede, e giù deposto il fulmine tra loro eminente si mostra in soglio d’oro. Dopo colui che l’universo regge, ponsi il signor che sovra l’onde regna. Ai principi minor ch’han da lui legge loco non lunge inferior s’assegna. Tien presso al gran Nettun le prime segge Nereo con Forco e gente altra più degna. Stan con mill’altri poi cerulei numi degli umid’antri usciti, i vecchi fiumi. Segue terzo la serie il re profondo, genero dela dea che ‘n Etna impera, e seco ha quella che dal nostro mondo discese ad abitar la città nera. Succede, setoloso e rubicondo, lo dio d’Arcadia con la rozza schiera; corna e piante ha salvatiche e caprigne e di minio le guance ognor sanguigne.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � soprastante caldo, sotto una fronzuta quercia, di riposo vago, dispose la ricca  soma,  e  sopra  le  nate  erbette  disteso  il  vago  corpo,  alle  soavi  aure aperse il ruvido seno; e, cacciatisi dal viso i sucidi sudori con la rozza mano, l’arida bocca si rinfrescò con l’umide frondi delle verdi piante; e ricreato alquanto,  con  li  suoi  cani,  ora  l’uno  ora  l’altro  chiamando,  cominciò  a ruzzare; e quindi levato in piede, trascorrendo tra loro or qua or là, all’uno la gola all’altro la coda e qual per li piedi tirando scherzando, dalla lasciviente turba da diverse parti era assalito, e talvolta i non ricchi drappi, stracciati da quella, il moveano ad ira: in questo trastullo, ora stendendoli in terra, ora sé fra loro stendendo, si stava. Ma mentre che così prendeva in nuova maniera sollazzo, essendo il sole caldissimo, sùbito dalla vicina riva pervenne a’ suoi orecchi graziosa voce in mai non udita canzone. Per che elli, avendo di ciò maraviglia, fra sé disse: “Iddii sono in terra discesi, e io più volte oggi l’ho conosciuto, ma nol credea: i boschi più pieni d’animali si sono dati che non soleano, e Febo più chiari n’ha pórti i raggi suoi, e l’aure più soavemente m’hanno le fatiche più che l’usato, testimoniano la lor venuta. Essi, per lo caldo affannati com’io, qui vicini si posano e usano i celestiali diletti, con le loro voci forse avvilendo i mondani. Io non ne vidi mai alcuno, e, disideroso di vederli se così sono bella cosa come si dice, ora gli andrò a vedere, il sole guidante li passi miei; e acciò ch’e’ mi sieno benivoli, se di preda li vedrò vòti, della mia abondevoli li farò, se vorranno”. E con fatica a’ cani, a quali con lusinghe e a quali con occhi torvi e con voce sonora mazze mostrando, pose silenzio, e verso quella parte ove il canto estimava, porse, piegando la testa sopra la manca spalla, l’orecchie ritto; e ascoltato alquanto, rivolto a’ cani, quelli con li usati legami attaccati, alla presente quercia raccomandò, e preso uno noderoso bastone, col quale, portando  la  pesante  preda,  a’  suoi  omeri  alcuno  alleggiamento  porgeva, verso quella parte dove udiva la dolce nota volse i passi suoi; e con la testa alzata non prima le chiare onde scoperse del fiumicello ch’elli all’ombra di piacevoli albuscelli, fra’ fiori e l’erba altissima, sopra la chiara riva vide più giovinette; delle quali alcune, mostrando nelle basse acque i bianchi piedi, per quelle con lento passo vagando s’andavano; altre, posti giuso li boscherecci archi e li strali, sopra quelle sospesi i caldi visi, sbracciate, con le candide mani rifacean belli con le fresche onde; e alcune, data da’ loro vestimenti da ogni parte all’aure via, sedeano attente a ciò che una di loro più gioconda
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
sedendo cantava, dalla quale conobbe la canzone prima alle sue orecchie esser venuta. Né più tosto le vide che, loro dèe estimando, indietro timido ritratto,  s’inginocchiò  e,  stupefatto,  che  dir  dovesse  non  conoscea.  Ma i giacenti cani delle riposanti ninfe, levati di colui alla vista, esso forse pensando fiera, veloci con alto latrato gli corsero sopra. E elli, poi che ’l fuggire non li valse, sopragiunto da quelli, col bastone, con le mani e con la fuga e con le rozze parole da sé, quanto poteva, cessava i morsi loro; le quali non conosciute dalle orecchi usate di ricevere i donneschi suoni, più fieri lui, già più morto per paura che vivo, seguieno; e egli, rimembrandosi d’Atteon, con le mani si cercava per le corna la fronte, in sé dannando il preso ardire di volere raguardare le sante dèe. Ma le ninfe, turbato il lor sollazzo per la canina rabbia, levate, con alte voci appena in pace puosero i presti cani, e lui con piacevole riso, conosciuto suo essere, racconsolandolo, feciono sicuro; e al loro luogo tornate, avendo d’Ameto avuta festa, così ricominciò la sua canzone la cantante: IV Cefiso con le sue piacevoli onde disteso in dritta e quando in torta via per la terra d’Aonia ch’egli infonde, come Liriopè, la madre mia, co’ suoi ravvolgimenti vinse e prese con disusata e nuova maestria, e sì per lei di Venere s’accese che, toltale la sua virginitate, non valendole prieghi né difese, me ingenerò, la qual tante fiate, quant’io veggo onde, tante son costretta del mio padre onorar la deitate; avvegna che ciò far molto diletta a me perciò che ’n esse riguardando, mi rendon la mia forma leggiadretta. La qual come sia bella in me pensando, di verdi erbette, di rami e di fiori adorno lei, d’ogni labe purgando. Sopr’esse prendo più lunghi dimori
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � rallegra; poi, con più sottile investigazione ricercandosi, danna la rozzezza della sua forma con l’avuta letizia, e indegno si reputa della ninfa; ma dopo questo pensiero riforma il primo, e dopo il primo nel secondo ricade, ora dannando, ora sé lodando nella sua mente. E così in continui combattimenti s’accende del piacere di colei la quale mai più non aveva davanti veduta; e quanto che elli imagini il nuovo disio non dovere al disiderato fine arrecare, cotanto più di quello l’appetito s’affuoca. Egli, grosso e nuovo in queste cose, non sappiendo onde tal passione si movesse, né chi lo stimoli, mirando la ninfa, alli mai non sentiti amori apre la via e già conosce il suo — disio dagli occhi di colei ricevere alcun conforto: per la qual cosa, più e più fiso mirandoli, credendosi forse porre fine a quello col riguardarla, più forte gli apparecchia principio e più l’alluma, e, non sappiendo come, bevendo con gli occhi il non conosciuto fuoco, s’accende tutto. E sì come la fiamma si suole nella superficie delle cose unte con sùbito movimento gittare e, quelle leccando, leccate fuggire e poi tornare, così Ameto, colei rimirando, s’affuoca; e come da lei gli occhi toglie, fugge la nuova fiamma, ma per lo sùbito più mirare, torna più fiera. Né prima di questo si prese il giovane guardia che amore inestinguibile nella calda mente prese etterne forze. Onde egli, in sé molte volte le parole della udita canzone ripensando, tutte le ’ntende, ma solamente chi questo Amore si sia, non conosce; per che così fra sé quivi con voce tacita cominciò a parlare: “O celestiali iddii, di tutti ho già, co’ satiri dimorando, la mirabile potenzia ascoltata e ciascuno in parte m’è noto; ma solamente questo Amore, per cui costei si diletta d’essere seguita e del quale ella cotanto canta, io nol  conosco,  né  le  sue  vie  vidi  già  mai;  per  che  io  voi  e  lui  per  li  suoi medesimi meriti priego che mi si faccia conoscere, acciò  che io sappia in che piacere a costei, gli occhi di cui hanno avuta forza di trarmi dalle mie ombre, di farmi dimenticare la mia preda, d’abandonare l’arco, le saette e i cani miei. Ella sola mi piace: io non so se questo si chiama Amore o se cotale effetto muove dalla colui deità, nome prendendo dal suo motore. S’egli è così, sopra ogni altra cosa m’è caro, e se così non è, ella pur piace”. E, dette queste parole, la riguardava da capo; ma come ella verso lui i vaaghi occhi volgeva, così i suoi, da subita vergogna vinti, bassava, e in sé follia estimava da lui sì bella cosa, da disio mosso, esser mirata. Ma poi, dallo occulto fuoco sospinto, da capo alzava gli occhi, dicendo:
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
“O qualunque deità negli occhi di costei dimori, che così mi stimoli, perdona: non prendere con più forza ch’e’ si convenga il non usato animo, se ti piace che io a’ suoi piaceri mi disponga: molte minori forze ti bisognano a strignermi”. Poi appresso fra sé dicea: “Deh, a che mi dispongo io? Or non ho io già udito quanto grave cosa siano gl’imperii delle giovani, le quali niuna quiete vogliono ne’ lor suggetti? Chi mi reca a volere il bene sempre tenuto sommettere, cioè la libertà? Le tenebre e le luci sono mie, com’io le voglio usare: e a me sta il risparmiare il lento arco e le mie saette e a prendere a mia posta l’ombre e lasciarle; e la preda, per mia sollecitudine acquistata, dono come mi piace. Dunque che vo’ fare? Io mi voglio mettere a seguitare, e non so che. Onde, o  pietosi  iddii,  questo  furore,  venuto  non  so  donde  nella  mia  mente, fuggasene: e’ non si conviene alla mia forma seguire sì fatta giovane. Io in abito  rozzo,  ne’  boschi  nato  e  nutricato,  debbo  lasciare  queste  cose  più convenevolmente usare a coloro che più volte l’hanno usate. Io non sono Giove a cui sì bella cosa si confaccia, il quale è da credere che le sue parole infino di sopra le stelle nota; e, più presto di me, con molta più arte s’ingegnerà di piacere a costei; e a lui è, ciò che a me si disdice, dicevole. A me non è la forma d’Adone né le ricchezze di Mida né la cetera d’Orfeo né la milizia di Marte né la sagacità d’Atlanciade né la tirannia de’ Ciclopi, per le quali cose, o per alcuna d’esse, io possa, piacendo o per forza, nell’animo entrare a lei con sollecitudine, com’ella s’ingegna d’entrare a me con la sua bellezza. Ella ancora, nata di dio, vorrà di dio avere figliuoli, e non d’un semplice cacciatore. Lascerò adunque queste cose e, a’ vecchi ufici tornando, la incominciata vita in quelli con quelli recherò all’ultimo fine”. Poi, alquanto verso Lia rivolto, muta proposito, come la forma di lei entra negli occhi suoi, e in tutto si dispone nelle sue rozze opere di piacere,  ogni  altro  pensiero  contrario  abbattuto.  Per  che,  rimossi  alquanto i suoi capelli non stanti in alcuno ordine dinanzi al viso, l’irsuta barba costrigne di stare in piano, e a suo potere cuopre i difetti del non sano vestimento, già cominciandosi a vergognare se alcuna cosa in sé forse conosceva deforme, e così dice: “La bella ninfa, nuovamente a’ miei occhi apparita, nel suo cantare, se io ho bene udito, non invita più altrui che me alle sue bellezze: perché dunque, divenendo vile, non ardirò io di tentare quello da che io ancora
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
XI Nasce del buon voler di questa diva, ne’ sacrifici della qual cantiamo divoti quanto può la voce attiva, tutto quel ben che noi con noi tegnamo; il qual se cessa nel nostro operare, semo oziosi o indarno facciamo. E, ben che io non possa appien mostrare nel canto mio la sua benevolenza, parte nel verso ne farò sonare. Quando ne’ cuor di noi la sua potenza discende intenta, prima ogni rozzezza caccia, mutando in ben la nostra essenza; la quale, adorna d’etternal bellezza, e lei disposta a ben, fa eloquente, umile dando a sua voce chiarezza, e fuggir falle ogni luogo eminente, in pietra ferma riposando altrui, acciò che di cader non sia temente. Soave e sanza furia è colui là dov’ell’entra e ’l suo operar piano, grazioso e piacevole ad altrui. Né è negli occhi mai d’alcun villano suo portamento angelico e soave, con tutti lieto, pietoso e umano. E fallo liberal di quel ch’egli ave, a ricevere ardito, non sentendo nelle sue cose aver vòlta la chiave. E ’l suo sommo diletto è pur servendo, in quanto puote, a chi servigio chiede e a’ tementi andarlo profferendo. Fontana il fa di pietosa merzede, non cupido di più ch’e’ li bisogni; ma soperchio tener sempre si crede né aspettante ch’altri il suo agogni; anzi pertratta sì l’utili cose
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
quale a donna non fuori misura si chiede. Egli appresso, la vermigliuzza bocca mirando, così in sé l’estima a vedere quale fra bianchissimi gigli vermiglie rose si veggiono; e oltre modo i baci di quella reputa graziosi. E il mento, non tirato in fuori ma ritondo e concavo in mezzo, merita grazia negli occhi d’Ameto; e similmente la candida e diritta gola e il morbido collo dal verde mantello coperto, il quale però non toglie alcuna parte del petto, dal vestire consentita, agli occhi di colui che ardendo rimira; il quale iguali e di carne pieno, ben rispondente agli omeri, degni d’essere sovente d’amorosi pesi premuti, con avido sguardo è da Ameto mirato. E poi ch’egli con sottili avvedimenti ha le scoperte parti guardate, alle coperte più lo ’ntelletto che l’occhio dispone. Egli non guari di sotto la scollatura discerne le rilevate parti in picciola altezza e con l’occhio mentale trapassa dentro a’ vestimenti e con diletto vede chi di quello rilievo porga cagione, non meno dolci  sentendole  ch’elle  siano.  Egli  le  bene  fatte  braccia,  in  istrettissima manica dall’omero infino alla mano aperta, e in alcune parti con isforzate affibbiature congiunta, in sé le loda con le mani bellissime, ornate di molte anella; e i vestimenti, come quelle, dalle latora aperti di sotto alle braccia infino alla cintura, con simile affibbiamento ristretti, commenda, però che intera mostrano di colei la grossezza. E per quelle apriture mettendo l’occhio, di vedere s’argomenta ciò che uno bianchissimo vestimento, al verde dimorante di sotto, gli nega, e ben conosce che il frutto di ciò c’ha veduto e’ riposto nelle parti nascose; il quale non altri che Giove reputa degno di possedere. Egli, miratola in una parte e in altra più volte, tanto di pregio in sé le dona quanto acquistasse la bella Ciprigna nel cospetto de’ popoli suoi; e in sé piange la rozza vita, per adietro ne’ boschi menata, dolendosi che sì lunga stagione sì alte delizie agli occhi suoi apparite non erano. XIII Mentre  che  Ameto  riguarda,  examina,  distingue  e  conferma  in  sé delle venute ninfe la mira bellezza, Teogapen, contentate le donne, finisce la sua canzone; al quale Lia ringraziandolo disse: “Meritino gl’iddii sì alta fatica a te grazioso, il quale sì accettevole il tuo verso hai pórto ne’ nostri orecchi, quale a’ faticati si presta sopra le verdi erbe il leno sonno, o le chiare fontane e frigide agli assetati”. Non rispose contra Teogapen; ma, intento alle risse incominciate quivi tra’ sopravenuti pastori in merito del suo canto, addomandò che le donne
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
ch’ancor più non avanzi; e honne tante ch’io non ne posso il numero sapere. Né, perché il lupo se ne porti alquante io non me ’n curo; tale è la pastura che tosto più ne rende o altrettante. Io do loro ombre di bella verdura, né con vincastro quelle vo battendo: come le piace ognuna ha di sé cura, vicine a molti rivi, che correndo dintorno vanno a loro, ove la sete ispenta, poi la vanno raccendendo. Ma voi, Arcadi, sì poche n’avete che ’l numero v’è chiaro; e tanto affanno donate lor che tutte le perdete. E, non che pascer, ma elle non hanno ne’ monti ber che basti; e pur pensate di più saper di noi con vostro danno. Le nostre in fonti chiare, derivate di viva pietra, beon con sapore tal che le serva in lieta sanitate: ma le tue molte tirano il liquore mescolato con limo e, tabefatte, corrompon l’altre e muoion con dolore. E le tue, furibonde, rozze e matte, diversi cibi avendo a rugumare, debili e per ebbrezza liquefatte si rendon, né non posson perdurare in vita guari; e il lor latte è rio, né può vitali agne’ mai nutricare. Ma il cibo buon, che il pecuglio mio dalla pietra divelto pasce e gusta, lor poche serva buone; e ciò che io ne mungo è saporoso; e quella angusta fatica del salir le fa vogliose e veder chiar dall’erba la locusta. L’aria del monte le fa copiose
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
con lussurioso occhio rimira lunga fiata il piè di lei, andante calzato di sola scarpetta, la quale poco più che le dita di quello, sottile e stretta, copriva; e, nera, pensa che lui bianco faccia parere. Quelle donne, considerando Ameto le dette cose, pervennero al luogo ove egli, solo, attendendole si sedea; il quale, alla loro venuta levatosi, poi che fra loro onorate, disposte l’arme e’ mantelli, assettate si furono, si ripuose a sedere. E tutte insieme e ciascuna per sé lungamente mirate, così lieto cominciò a cantare: XVI O voi, qualunque iddii, abitatori delle superne e belle regioni, di tutti i ben cagioni e donatori, che noi e’ ciel’ con etterne ragioni reggete e correggete, disponendo sempre a buon fine i tempi e le stagioni, e te massimamente, a cui intendo, o sommo Giove, i voti dirizzare focosi del disio ond’io m’accendo, con quella voce ch’io posso più dare divota, vi ringrazio di tal bene qual v’è piaciuto agli occhi miei mostrare. Tantalo, Tizio o qualunque altro tene di Dite la città, vedendo queste, sentiria gioia, obliando le pene. Voi le creaste e belle le faceste con virtù liete, savie e graziose, e a’ nostri piacer le disponeste: adunque a’ prieghi miei sempre gioiose, servando lor la bellezza e l’onore, le fate, sì come son, disiose. E tu, da me non conosciuto, Amore, da poco tempo in là, il qual m’hai tratto dalla vita selvaggia e dallo errore, istato rozzo infino allora e matto, ché col suo canto e con gli occhi la via m’aperse Lia a darmiti con atto 5 10 15 20 25 40 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
non istinguibil della mente mia, non notar ciò che la mia voce canta, ma ciò che ’l cuor, subietto a te, disia. Io rendo grazie al tuo valor con quanta virtù si puote esprimer nella voce, umile sempre a tua deità santa; e bench’io senta il raggio tuo, che coce me, per la forza degli occhi di quella ch’alla tua via rozzissimo mi doce, son io disposto sempre la tua stella come duce seguir, fermo sperando a buon porto venir, guidandomi ella. L’arco, li strali e il cacciar lasciando le paurose fiere, e’ vo’ seguire le belle donne, sempre omai amando, maladicendo il tempo che reddire non puote indietro, nel qual già diletto ebbi, faccendo le bestie fuggire, sì ch’i’ ’l potessi spender nello effetto de’ tuoi servigi; ma s’e’ me ne avanza, darolti tutto quel ch’omai aspetto. Qual selva fu o qual lieta speranza col seguitato ben, mi desse mai tanto di gioia, o quale ombrosa stanza, quant’ho sentita, poi ch’io rimirai di prima Lia e ch’io vidi costoro le quali, in ben di me, raccolte ci hai? Certo nessuna; e credo, se nel coro fossi de’ tuoi regni, i’ non starei la metà ben che rimirando loro. Per ch’io ti priego pe’ meriti miei, s’alcun ne feci o debbo fare o posso, e teco insieme tutti gli altri dèi, che dal mio domandar non sia rimosso tosto l’effetto, ma compiutamente segua il disio che da pietate è mosso:
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
non pronta affannava; sopra li quali così andante, a sé mi trasse più nuovo pensiero, però che, ver l’acque mirando, in picciola barca fluttuante vidi di bella forma uno giovane, il nome del quale, sì come poi apparai da’ suoi, era chiamato Affron. Egli, sì come io con vista infallibile presi, vago de’ diletti dell’acque e pauroso di quelle, né gli alti mari pigliava né in terra del picciolo legno discendere volea, ma, a quella vicino, mareggiando con mal dotta mano semplicetto s’andava. E poi che io con più intento riguardo l’ebbi mirato, piacque agli occhi miei la sua bellezza e, sospinta dalla santa dèa di cui qui, come posto avemo, ora ragioniamo, con voce assai soave il cominciai a rivocare in ferma terra. Ma egli, o per salvatichezza o per disdegno che se ’l facesse, non che egli consentisse a me chiamante, ma appena mi pur rispuose; e su per li vicini liti con maggior forza mosse la inferma barca. Io seguiva lui non scostantesi guari da’ marini liti e con focoso disio mirava la rozza forma e sollecita temea i suoi pericoli manifesti agli occhi miei; e, con tutto che oltre al dovere verso di me il vedessi salvatico, pure, da amore vinta, gli predicava i danni suoi, confortandolo a fuggir quelli. Ma le mie voci operavan niente e tanto più cresceva il mio disio, onde più volte in mare mi volli gittare per prendere lui; ma temente degli iddii dell’acque, ricordantemi di ciò che già fatto aveano alla misera Silla e alla fuggente Aretusa e a molte altre, con paura temperai le mie voglie e ritorna’mi pure al rimedio delle mie boci, pensando con quelle, più che con la corporale forza, giovare a’ miei disii; e così dissi: “ ’O giovane, cui fuggi tu? Se tu fuggi me, niuna cosa ti dovrà far sicuro: io non sono fiera pistilenziosa cercante di lacerare i membri tuoi, come i cani d’Atteone miseramente cercarono il lor signore, né baccata ti seguo con quel furore che la misera Agave con le sue sorelle seguitaro e giunsono Penteo. Io sono di questi luoghi nobilissima ninfa, te sopra tutte le cose del mondo amante; dunque non me, ma più tosto, a me venendo, fuggi i tempestosi mari, a te e a qualunque altro in quelli mareggiante sotto falsa  bonaccia  continuo  serbanti  ascosa  fortuna.  Chi  dubita  che  Danne vorrebbe avere più tosto Febo aspettato, poi che con riposato animo conobbe  la  sua  deità,  che  avere  sì  subitamente  lo  inrevocabile  aiuto  degl’iddii ricevuto, per lo quale ancora si mostra verde? Nullo che con diritta mente penserà a’ dilettevoli congiugnimenti avuti poi da lui con Climenès. Adunque e tu similmente la durezza, apparecchiante nocimento se tu non vieni, fuggila: tu sarai da me ricevuto non con altro abbracciamento che il faticato e molle Leandro fosse dalla sua Ero; del quale abbracciamento mai simile Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
che se a me, bella, potente e larga delli miei doni, non vieni, le mie orazioni con giusta ira toccheranno gl’iddii ne’ tuoi pericoli; e te, come Anfiorao, nel cospetto de’ Tebani lasciando la terra, per la fessura di quella subito co’ suoi carri visitò Dite, farò dallo aperto mare con la tua nave inghiottire. “Io il chiamai più volte e reiterai le promesse e le minacce, ma co’ venti se n’andavano le mie parole. E se non fosse che l’apparate cose non ingannevoli mi davano del futuro non falsa speranza, così di lui disperata me  ne  sarei  gita  come  la  misera  Biblis  per  lo  non  pieghevole  Cauno  se n’andò all’ombre di Stigia. Ma perché di lui mi distenderò io multiplicando in parole? Quanto più verso me la sua acerbità indurava, tanto più la santa dèa Venere, di sopra intenta alle mie battaglie, di lui m’accendea con le sue fiamme. Per ch’io a nuovi argomenti lo ’ngegno prestai; e ancora che forse paia atto di dissoluta ciò che io feci, però che tutte di ciò che io ardo vi sento accese, cacciata la vergogna da me, la quale con focosa rossezza già mi sento nel viso venire, ve ’l pur dirò. Io dico che i lunghi drappi, toccanti terra come ora fanno, essendomi io cinta sopra l’anche, quasi paurosa dell’onde mostrandomi, in alto molto più che il dovere li tirai; per che agli occhi suoi le candide gambe si fecero conte, le quali, sì com’io m’avidi, con occhio avido riguardò; ma pure fermo nella ostinazione contraria a’ miei voleri si rimase. Onde io, disposta a vincere lui, levato a me di sopra agli omeri miei il non pesante mantello, come vinta dal caldo, aperto il vago seno,  le  bellezze  di  quello,  alquanto  bassandomi,  gli  feci,  sanza  parlare, scoperte; le quali elli non prima vide che, rotta ogni durezza, volse la prora a noi con queste parole: “ ’Giovane donna, attendi: io sono vinto dalle tue bellezze; ecco ch’io vegno presto a’ tuoi piaceri’. “Le quali voci, come a’ miei orecchi pervennero, non altrimenti mi fecero lieta che fosse il narizio duca già ne’ porti della figliuola del Sole, di Cileno conosciuto l’avvento a sua salute. Egli, disceso in terra e fatto de’ miei abbracciamenti degno, dopo la grave rozzezza disposta, si rendé solennissimo: né più sommo di lui nelle nostre arti né di maggiore fama alcuno oggi risuona ne’ nostri regni. La qual cosa, considerata l’avuta fatica, l’ardente fiamma e il ben seguito fine, d’ornarmi, di cantare e di far festa mi sono sovente cagione. E però che favorevole fu Venere a’ miei amori, con incensi solenni e continui nelle sue feste visito i suoi altari e spero visitare sempre col mio Affron”. E queste voci finite, con piacevole nota e soave cantando, cominciò questi versi: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
ancora le sparte reliquie della terra che per adietro, da Nettuno construtta al suono della cetera d’Appollo, fu d’altissime mura murata. Della quale, poi che il greco furore d’ogni cosa arsibile ebbe le sue fiamme pasciute, e l’alte rocche, con dispendio grandissimo tirate inverso il cielo, toccarono il piano con le loro sommità, e la rapita, cagione di queste cose, ricercò le camere male da lei per molti abandonate, uscirono giovani dannati ad etterno essilio. E vagabundi lasciati i liti africani, e la gran massa premente la testa del  superbo  Tifeo  e  gli  abondevoli  regni  d’Ausonia  e  le  rapaci  onde  di Rubicone e del Rodano trapassate, sopra le piacenti di Senna ritennero i passi loro; e forse con non altro agurio che Cadmo le tebane fortezze fermasse,  fondarono  una  loro  terra  per  abitazione  perpetua  e  di  loro  e  de’ successori. De’ quali essendo già dodici secoli trapassati e del tredecimo delle dieci parti le nove compiute, come ora del quartodecimo delle cinque le due, poi che dal cielo nuova progenie nacque intra’ mondani, di nobili parenti discese una vergine la quale essi pietosi ad uno armigero di Marte congiunsono con dolorose tede in matrimonio, bene sperantisi d’operare. E così in quelli luoghi andanti le cose, tra bretti monti surgenti quasi in mezzo tra Corito e la terra della nutrice di Romulo, di Tritolemo, uomo plebeio di nulla fama e di meno censo, già dato a’ servigii di Saturno e di Cerere  per  bisogno,  e  d’una  rozza  ninfa  nacque  un  giovinetto  di  cui,  sì come di non degno di fama, il nome taccio. Egli, benché mutasse abito, coperti sotto ingannevole viso li rozzi costumi, ritenne del padre in ogni cosa materiale e agreste e, non imitante i vestigii del generante, si dispuose a seguitare con somma sollicitudine Giunone la quale, a lui favorevole, in quelli luoghi il produsse; e ne’ servigii di lei, abondevolmente trattando i beni di quella, per lungo spazio trasse sua dimoranza, e agl’incoli parlando sé nobile, a’ nobili cotale mestiere, quale il suo era, essere per consuetudine antica mentiva. Dove dimorante elli, il dolente gufo donante tristi agurii a’ nuovi matrimonii della già detta vergine, con crudele morte vegnenti le sue significazioni, fu levato di mezzo colui che, poco più che fosse vivuto, mi saria stato padre; e lei, di senno e d’età giovinetta, sanza compagno rimasa nel vedovo letto, nelle oscure notti triste dimoranze traeva piangendo, infino a tanto che agli occhi vaghi di lei l’aveniticcio giovane di venusta forma, non simile al rustico animo, apparve, ma non so dove; la quale non altrimenti, vedendolo, sentì di Cupido le fiamme che facesse Didone, veduto lo strano Enea. E come colei di Sicceo, così questa del primo marito la memo-
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
gli occhi d’uno albero nelle tenere cortecce dell’altro pigliassero forze. E dopo questo m’aperse come sopra i susini nascessero i mandorli, e i robusti peri nutricassero gli altrui figliuoli e qualunque altri; e poi mi disse quando con curva falce i lussurianti rami di tutte le piante siano da reprimere e come da legare, e in quali ore l’onde si debbano porgere agli assetati solchi e similmente i semi, e di che erbe si debbano gli orti purgare e quali in essi con abondanza lasciare multiplicare, e come chiuderli e da cui guardarli, e in che modo si servino i ricevuti frutti. Tutte queste cose mi furono carissime; e con diligenzia dandole l’apprensiva, alla memoria le guardava. E con lei mi diedi a nuovi lavorii nel grazioso giardino, nel quale se forse alcuna volta dalle fatiche o dal caldo eravamo vinte, o sedenti sopra le tenere erbe davamo gli orecchi a’ canti de’ varii uccelli o con diverse parole imbolavamo le non utili ore a’ nostri affanni. Ella mi solea alcuna volta dilettare con queste parole, dicendo: “ ’Giovane, a me come me medesima cara, io non dubito che, vedendo tu il giovane giardino e il mio viso non mostrante ancora alcuna crespa, me reputi d’età vòta: ma io, antichissima, ho la presente forma con laudevole stilo servata ne’ miei lavori bella, come tu vedi; e voglio che ti sia nota cosa di maggior maraviglia. Io fui nata ne’ primi secoli e co’ primi uomini la mia puerizia consunsi, li quali di me niuno bisogno aveano; e il perché udirai. Allora che la mia madre mi diede al mondo, Saturno i cari regni dell’oro governava ne’ correnti secoli sotto caste leggi, e nel suo senno abondava ciascuna provincia tenente uomini. E la terra, più copiosa di beni che di gente, per sé a’ rozzi popoli fedele donava nutrimenti, però che le ramose querce abondanti di molte ghiande sodisfaceano a tutti i digiuni. E credesi che Dadona allora per santissima selva e sì come molto utile al mondo fosse da’ viventi con festevole voce onorata. E i fuochi solamente o nell’acque o sopra le sue brace davan le carni mal cotte de’ presi animali a’ cacciatori, e le crude radici delle non conosciute erbe parevan dolcissimo cibo a qualunque persona. Niuno fiume era che non desse dolcissimi beveraggi a’ suoi popoli:  Ganges,  dante  le  prime  vie  al  sole  con  le  care  arene  ancora  non conosciute, dava, alli suoi, soavissimi beri con le chiare onde, e Idaspen era per molte cose caro agl’Indiani; ma più per quella. Nifate similmente era nella sua chiarezza con diligenzia dalli Ermini servato a mitigare le seti; e i celestiali Tigri e Eufraten di questa medesima cosa contentavano i Persi, e l’egiziaco Nilo, bagnante per sette porte la secca terra, con argentate onde
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
darono. Questi al mondo, già più pieno di gente, mostrò diversi modi agli usi suoi, e aggiunse odori e forze diversamente di più spezie a’ suoi licori, e in tutto s’ingegnò di tôrre via le forze della già poco potente Tetide. E venne chi trovò mille modi, con nuove vivande, da lusingare la non sazievole gola: e i già mutati compagni d’Aceste, e Dirce, figliuola del superbo Nino, e la non savia Nais co’ suoi giovani paurosi nuotano per le nascose acque, con gli altri lungamente stati sicuri dalla età non conoscente le loro carni viscose. E il lino, cresciuto già ne’ campi, in danno degli uccelli mostrò le forze sue, e gli spezzati monti e la terra cotta, con lavorato bitume raggiunti, più sicure  tolsero  via  l’uso  dell’ombre  de’  pini.  E  Minerva,  mostratasi  rozza infino a quelli tempi alle genti che di così fatta [vita] erano contente, con più sottile ingegno mostrò i suoi artificii e insegnò le raccolte lane tirare in ritondo filo e di quelle comporre tele più utili a’ vestimenti che le salvatiche pelli. E l’erbe, mostranti ne’ campi ancora i loro colori, fece conoscere come, in quelle lane operantesi, le muterebbono in varii, e i piccioli aragni faccenti più preziose fila, usi di consumarsi in esse, cominciarono ad essere rubati da cupide mani. E infino a questi tempi Cupido con picciolissime penne, non  potendo  volare,  nel  seno  della  madre  s’era  nutricato;  ma  venuto  in perfetta  età  e  avendo  l’alie  grandissime,  cominciato  a  volare,  con  le  sue saette minacciando e ferendo, come gli parve il mondo discorse. Venne poi Sardanapalo a mostrare come le camere s’ornino, e Gaio Pensilia trovò l’uso de’ bagni non mai saputo; e molte altre cose sopravennero, le quali insieme diedero aperta via a’ superbienti Giganti e a’ peccati di Licaone e a qualunque altro, onde seguio che la terra, non avente ancora gustato il sangue umano, nella battaglia di Flegra l’assaggiò. Da queste cose e dal non bene cultivato iddio nacquero i diluvii e le varie mutazioni delle umane forme, e i mali ebbero luogo nelle menti degli uomini; laonde io, bisognevole alle età dissolute, cominciai ad avere sollicita cura de’ miei giardini, come tu puoi vedere’. “Queste parole ascoltai io, e a tutte diedi debita fede e vere l’affermai con la mia risposta. Ma poi che con così fatti ragionamenti o con simili avevamo alle sopravenute fatiche rendute vigorose forze, noi ci levavamo a’ nostri lavori sanza lasciare passare perduta alcuna particella del non ricomperevole tempo. E mentre che io, alcuna volta con la mia Pomena e altre sola, andava per lo bello giardino aprendo le vie all’acque, risecando i troppi lunghi rami e rilegando gli sciolti, avvenne un giorno per avventura che, avendo io con la falce tagliate
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
superflue mortine e fattami una ghirlanda, sì come a Pomena in altra forma apparve il suo  Vertunno, così nella propia mi si mostrò la santa dèa di cui parliamo, con non mutato aspetto dalla sua divinità; e a me stupefatta, con voce alla nostra dissimile, così disse: “ ’Dea, così sia di me nel tuo cospetto come ti piace’. “Questa allora lieta appressantesi a me, credendo io ch’ella mi volesse baciare, espirommi non so che in bocca; né prima così ebbe fatto, che io mi sentii dentro accendere d’uno subito fuoco e ardere non altrimenti che le raccolte paglie negli sparti campi di monte Gargano, poi che il lavoratore v’ha sottoposte l’accese fiaccole. “E partitasi la santa dea, già cominciava ad avere maggior paura, quando  con  piacevoli  parole  la  mia  Pomena  mi  rifece  sicura,  lodandomi  che queste fiamme mandassi fuori per alcuna bellezza: ma io, rozza in queste cose, appena la ’ntesi. E pure seguendo lei, avvenne un giorno che, andando noi dintorno all’orto nostro, dinanzi m’apparve un giovane di maravigliosa bellezza, dal cui viso con maestra mano la barba era stata levata. E i capelli, biondi come oro, con maraviglioso ordine ricadevano ne’ loro luoghi, e i vestimenti, di color varii, d’oro eran lucenti e di pietre; e così ornato quasi come una donna, pieno di sonno per soperchi cibi, come io avvisai, in atto lascivo con parlare rotto, sozzo e non continuo disteso stava a fresche ombre. Non i modi di costui, ma la forma piacque agli occhi miei, li quali io propuosi di fare ch’egli lasciasse; ma non potendo tosto come io volli, più volte mi fu cagione di dannare me medesima per elezione pessima fatta di tale amante. E s’io avessi potuto tirare indietro l’ardente disio, sanza dubbio l’avrei tirato; ma sì era già forte il fuoco acceso ch’elli crescea, quando l’aure s’ingegnavano di spegnerlo. Laonde io, come vinta, propuosi di seguitare con fermo animo la ’ncominciata opera; e quando con occhio vago e quando con altri cenni mostrandogli le mie fiamme, m’ingegnava d’accenderlo di quello disio nel quale io ardeva; ma egli, non curantesi di me, solo alle sue lascivie sollecito trascorreva. “Adunque, costui così da me seguito più tempo sanza muoverlo se non come pietra, quasi disperatamente, avvenne, un dì, essendo già il sole caldo, come elli è ora, che io ne’ santi templi da noi visitati il trovai; quivi mi dispuosi d’aprirli il mio disio con vere parole e di sentire l’ultimo fine del suo intendimento, disposta da spegnere per forza i miei disii, se lui a quelli pieghevole non trovassi. Ma prima con altre parole volli tentare il
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
altari  erano  meno  visitati  da’  vegnenti  nel  tempio,  che  la  mia  faccia igualmente mirata da’ giovani e dalle donne per lunghi ispazii infinite fiate. “Tra’ quali molti, un giovane di grazioso aspetto, benché agreste e satiro di povero cuore e Apaten nominato (domandandone, il conosce’ di consanguinità strettissimo alla bella donna che prima parlò e con cui io venni qui), vidi tra tutti con più fervente vista mirarmi. E in questo quello giorno perseverò; e qualunque altro qui o in altra parte m’avesse veduta,  questi  continuo  seguiva  i  passi  miei.  Costui,  non  temente  le notturne  tenebre,  con  varii  suoni  e  laudevoli  voci  cantanti  piacevoli versi le mie case visitava; e più volte i già presi sonni mi fece lasciare; né alcuno altro modo lasciava nel quale mi potesse mostrare quanto io gli piacea o arrecarmi a tale che egli piacesse a me. Ma la sua fatica si perdeva co’ venti: io teneva l’usato modo e sola seguiva la mia Bellona, e Venere non sapea, né più mi movea a’ suoi affanni che facciano le petrose sommità de’ monti d’Emazia a’ lievi venti mossi da Eolo; anzi più tosto lui pusillanimo e cupido biasimava, e in me più volte lui più degno a cultivare i campi che a mirare gli occhi miei il riputai. Egli, sì come io seppi poi, mai tali fiamme non avea sentite, e sì nelle nuove era acceso che  lui,  mal  sofferente,  oltre  modo  stimolavano;  ma  vedendo  la  mia durezza, pietoso di sé medesimo, essendo elli e io ne’ detti templi, sì come io vidi, umile dinanzi a’ santi altari, a Venere porse cotali parole: “ ’O santissima dèa, madre delli ardenti amori, per la quale quanto di bene  si  possa  operare  conoscono  le  menti  nostre,  se  io,  giovane  rozzo  e nuovo a’ tuoi servigii, merito di servirti, presta pietosa gli orecchi a’ preghi miei e per quelli, se giusti sono, per me adopera le tue forze; e se io non merito quello ch’io cerco, gittami da’ tuoi altari sanza indugio. Acrimonia, bellissima ninfa in tutta Sicania, m’ha col piacere degli occhi suoi acceso ne’ tuoi santi fuochi; e conoscente me ardere per lei, non solamente le mie angosce, ma la tua forza superbiente schernisce. Onde io, ad una ora pietoso de’ danni miei e sollecito a’ tuoi onori, ti priego che, se quella potenzia vive ne’ dardi tuoi la quale fu già dagl’iddii come da me sentita, che tu l’accenda; e così come io, che più che alcuno altro amo, ardendo nelle tue fiamme per lei, così ella per me ardente divenga; e così vendicherai con uno medesimo colpo la tua ingiuria e la mia: e’ si conviene che il novero de’ tuoi sudditi s’empia di così bella cosa. O somma dèa, io ti priego per me più tosto che per altrui, se essere puote, il quale se forse indegno sono, accendila pure per cui ti piace, sì che le mie schernite fiamme da lei, con vicendeOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
sciate l’estremità, con la confortante dèa mi renderono sicura. E partita la luce, me tra l’altre giovani innamorata trovai novellamente, e agli occhi già disiderosi di riguardare mi vidi davanti il giovane per li cui prieghi venuti erano i nuovi caldi. Egli m’incominciò a piacere; e già m’erano cari i passi suoi, seguenti le mie pedate, e l’usata salvatichezza abandonò il petto e gli occhi miei, disposti ad amare più che ad altro. E non dopo lungo tempo Apaten, da me dispregiato in prima, avrebbe potuto dispregiar me, s’e’ gli fosse piaciuto. Niuna altra cosa piaceva agli occhi miei se non Apaten, a’ cui beni io mi disposi tutta; e la biasimata rusticità co’ mie’ ammaestramenti cercai d’annullare; e così feci. Io il rendei, di rozzo satiro, dotto giovane, e di pusillanimo magnanimo il feci e nelle imprese lunganimo, e di cupido liberale e piacevole ad ogni gente, tale che di nobile in brieve si poté nobilissimo reputare. E così non sanza fatica il feci degno delle mie bellezze, il quale sempre più caro che altra cosa guardo nella mia mente. Adunque per questo modo in me lungamente stata fredda, operò ad instanzia d’Apaten la santa dèa, la quale tanto all’animo m’agradò e agrada, che sempre come Bellona e con iguali incensi la reverii e onorerò sempre”. E quinci cantando processe a questi versi: XXX Da’ caldi fiati del turbido Noto, da sozze piove e nuvoli premuto, d’ogni letizia nello aspetto vòto, dal freddissimo Borea canuto, l’acque strignente, e dal veloce Eoo o da quale altro, fiero o len tenuto, e dall’onde ravolte d’Acheloo, pazze non men che il dolente Oreste, sanza la vera fé di Peritoo, e dalle varie e timide tempeste de’ regni di Nettunno e da’ furori del troppo iddio lodato da Aceste, e dalli male in fuor gittati ardori del perfido Tifeo e dal momento che fanno i monti per li suoi dolori quando vuol leviare il suo tormento,
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
curo se più mi fo nota: e però, come voi avete fatto, e io farò. In Acaia, bellissima parte di Grecia, surge un monte appiè del quale corre un picciolo fiume,  ne’  tempi  estivi  poverissimo  d’onde  e  abondante  di  quelle  negli acquazzosi,  sopra  il  quale  agresti  satiri  furono  ne’  primi  tempi  d’abitare costumati con le ninfe quelli luoghi colenti. Tra quelli così rozzi nacquero i primi del padre mio, li quali, sì come lione col suono della chiara cetera le dure pietre mosse a chiudere Tebe, così essi con le propie mani già molte ne costrinsero stare in ordine d’alte mura. E come che la fortuna, ciecamente trattante i beni mondani, indegni gli traesse a molte copie, lasciate le prime arti, le quali, avvegna che più umili, sanza fallo più utili sarebbono loro riuscite, si dierono a seguitare di Mercurio l’astuzie: oh quanto più degni a’ ligoni di Saturno! La fama delle loro delizie, così sùbita ancora casura come salio, riempie il mondo; e essi, di plebei mescolati tra’ nobili, male conoscenti  di  sé  medesimo  per  gli  accumulati  beni  entrati  nella  speranza  di Flagrareo e de’ seguaci, con tempesto pensiero cercano il cielo; e l’occulta vendetta, con giusta ira già mossa a’ falli loro, si cela agli occhi che si debbono in poco tempo chiudere di morte etterna. “Deh, perché mi distendo io più a vaticinare i danni miei? Il padre mio è di questi, il quale, passate le poche onde per antico ponte, pervenne a’ luoghi abitati dalla mia madre; i parenti della quale, più ricchi che nobili, trovò che intendevano, oltre alla naturale ragione d’Amatuta, a fare partorire i metalli a’ metalli medesimi, e tutti d’oro coperti, portavano in vermiglia cintura la inargentata Febea con le sue corna. Non curo questi dello abominevole  mestiere  di  coloro,  ma  cupido  di  denari,  de’  quali  quelli abondavano gran quantità, mediante di quelli con giunonica legge la mia madre si giunse e quella seco trasse alle sue case, là dove io, nata di loro, con pietoso studio fui nutricata; e la mia età puerile passò semplice, né mi furono a cura alcuni studii né nota deità nulla. Ma, già multiplicata negli anni e in bellezza, con tutto l’animo desiderava le nozze mie, le quali sperava che gl’iddii avessero promesse a degno giovane, per aspetto e per età simile a me, che era bella; ma il mio pensiero era ad una cosa e i cieli ne dispuosero un’altra; però che a possedere le bellezze da me lungo tempo studiate fu dato un vecchio, avvegna che copioso, onde io mi dolsi; ma non osò passare i denti il mio dolore. Elli da’ patrocinanti le quistioni civili sopra minate [aiutato], avente forse veduti più secoli che il rinnovante cervio, dagli anni in poca forma era tirato. E la testa con pochi capelli e bianchi ne dànno
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
operante Giunone; né tale miseria si vide in Egina, regnante Eaco, quale quivi veduta sariesi, da qualunque nemico piagnevole. Onde i mobili popoli, pochi rimasi, pensano di nuove sedie; né d’altre più sane deliberano che  quelle  trovate  da’  primi  sopra  le  sepulte  membra  partenopee,  danti migliore interpretazione a’ versi scritti nell’antico avello che’ primi non fecero, dicendo che quivi sepulta ogni virginità e ogni mortalità sanza fallo saria con la sicula vergine, e le terre vivaci e fruttiferi [i] popoli renderebbono, così a’ Siculi avversi nell’armi come alla vergine negli effetti. “E come due erano entrati in Cumme, così quivi due, abandonata l’antica città, se ne vengono; e la parte maggiore i cominciati fondamenti altra volta rinnova nelle piagge alte e a quelli aggiugne mura fortissime, le quali infino al mare tirate con forti ostaculi chiudono la nuova terra, così da loro nominata a differenza dell’antica abandonata. Gli altri, in numero minori ma non negli effetti, infra Falerno e essi si puorsero nel poco piano, per una gittata di pietra vicini a’ primi posti. Una lingua, uno abito e que’ medesimi iddii erano all’uno che all’altro; solamente gli abituri erano divisi. E in picciolo tempo di teatri, di templi e d’alti abituri bellissima si poté riguardare; e ciascuno giorno multiplicando di bene in meglio, poté essere dalle circustanti città menomanti invidiata; e ne’ presenti secoli più bella che mai e di popolo ornatissima piena si vede e in tanto ampliata che, l’una con l’altra delle antiche terre congiunta, sono una città divenute, notabile a tutto il mondo. “Ma mentre che le dette cose così procedono di tempo in tempo a’ popoli fortunati, Enea, lasciati i luoghi natali, cacciato delle Strofade, fuggito de’ liti africani, di Cicilia partito e tornato dalle sedie infernali, entra nelle foci dello imperiale Tevero co’ troiani iddii; e presa l’amicizia di Evandro d’Arcadia e sacrificata la bianca troia alla crucciata Giunone e ucciso Turno, con la sua Lavina lieto tiene Laurenza e dà principio alla gente giulia. De’ quali, della vergine sacra e di Marte, Romulo trae invitta origine; e lieto con rigorosa giustizia e con non pieghevole forza l’antiche case di Evandro ristora; e di mura co’ suoi successori cingono l’arci di Palatino, e monte Celio e Aventino con gli altri colli già da umile piano erano levati a soggiogare il mondo. E finita la signoria de’ re nella città nomata dal suo fattore e già lungamente vivuta sotto il libero uficio de’ consoli, si poteano vedere i campidogli non rozzi, con iscaglioni di zolle né di paglia coperti, ma chiari di candidi marmi e d’oro molto lucenti, e i templi altissimi e mirabili, pieni 93 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � raccolsero co’ loro compagni e, accesi pietosi fuochi e uccise cento pecore e altrettanti vitelli, le loro intestine poste sopra i fatti altari, con divota voce così cominciarono a dire: “ ’O fortissimo prencipe, o duca delle battaglie, o reverendo Marte, li cui focosi raggi i nostri antichi menarono a questi luoghi, exaudevole prendi i nostri prieghi, e i liberi sacrificii, avvegna che rozzi, come lietamente son fatti, così da noi li ricevi; e per la potenzia de’ tuoi regni e per le tue eccellenti vittorie, le quali ancora le sparte membra de’ Giganti testimoniano in Flegra, e per li santi amori da te alla madre di Cupido portati, prospera i passi nostri e ne’ tuoi servigi gli avanza; e questo luogo, il quale quasi nelle estremità del nostro sito natale a’ tuoi sacrificii primi abbiamo eletto, sempre  potente  serva  a’  tuoi  servigi,  e  questa  albore,  sotto  le  cui  ombre divoti porgiamo i prieghi con agurio di maggiore tempio, accresci con migliori rami; dintorno alla quale, quanto il nostro arco per ogni parte si può una gittata distendere, come propria nostra ereditaria ragione ti doniamo, il rimanente libera lasciando al reggente fratello. Questa sempre sia inculta da’ successori a’ tuoi servigi servata; qui giuochi perpetui in onore della tua deità in simile giorno ogn’anno si celebrino ad etterna memoria della nostra partenza’. “Aveano detto, quando il cielo, di maggiore luce risplendente e con disusata chiarezza il luogo illuminando, diede segni che quelli prieghi avesse  in  sé  ricevuti,  e  le  passe  frondi  per  lo  soperchio  sole  levarono  i  loro caccumi. La qual cosa manifestata a tutti i circunstanti, lieti sopra il verde strame con ottima speranza de’ tempi futuri si diedono a mangiare; e presi i cibi, i due fratelli co’ loro compagni, abbracciando quelli che rimanieno e teneramente dicendo addio, dirizzarono i passi loro a quelle parti le quali ancora etterna memoria tengono de’ fatti loro. Il luogo rimase reverendo a’ Coritani, e secondo la promessa de’ due fratelli li dierono termini, e sacrificii e  giuochi  ordinarono  al  potente  iddio,  e  il  luogo  da’  ricurvi  aratri  e  da qualunque morso con sollecitudine inleso servarono; né violenta mano in quello  sanza  agra  punizione  s’adoperava  già  mai.  Quivi  i  Coritani  e  i circunstanti popoli, se alcuno ce ne aveva, delle bisognevoli cose alla rozza vita trattavano, quivi le solennità de’ loro matrimonii celebravano, quivi, i dì solenni festeggiando, dimoravano le vergini e i loro amanti sotto le grate ombre dell’albero, nel quale la santa deità di Marte estimavano inchiusa, prendendo sopra la verde erba diversi diletti. Ma già ne’ secoli delle vittorie
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
sarie e promesse cose ignorante m’ha arrecato. Sia adunque la deità reverita da voi testimonia alle mie parole, la quale io strano invoco ne’ miei aiuti, e dêa al vero effetto, e con miracolo punisca i falsi detti. Sì come a voi non dêe essere occulto, diverse sono le disposizioni degli iddii e sempre nuove cose apparecchiano al mondo; delle quali se voi, com’io credo, avete alcuna volta sentite, con minore maraviglia i miei fati ascolterete, e quello che al vostro e mio iddio è piacere benivoli adempierete. Io, nato di tebano padre e per madre delli sventurati prencipi della città medesima, picciolissimo nelle ultime tribulazioni della mia terra trasportato nelle terre del narizio duca, vi fui cresciuto; e da lui, il quale io seguitai a vendicare l’onte de’ Greci, dopo le frigie fiamme lasciato nell’isola del foco, quivi nutricato da erbe, temente le cieche mani del furioso Ciclopo, vidi più soli in molta miseria. Nella quale mentre io già con barba prolissa e con ravolti capelli, da’ logori vestimenti lasciato ignudo, miseramente vivea, già più bestia parendo che uomo, più volte udii gli amori di quello portati a Galatea in rozza canzone; e dopo quelli, della privata luce dolendosi, più s’accendeva nell’ire.  Onde  io,  più  volte  stato  presso  alle  sordide  mani  tentanti  ogni cespuglio, spesse fiate m’imaginai co’ miei membri compiere la sua rabbiosa fame; e timido, non sappiendo che farmi, in ultima disperazione, posto con le ginocchia curvate sopra la salvatica terra, levato il viso al cielo, cotali voci porsi al nostro iddio: “ ’ ’O Marte, ne’ cui servigii dinanzi a’ monti Ogigii cadde il padre mio, e il quale io ho sempre seguito nelle fiere battaglie, e seguirei se luogo mi fosse dato, volgiti pietoso a’ danni miei. E se nella tua deità vive quella virtù che già più volte, da Agamennone cantata, pervenne ne’ miei orecchi, questa  vita  ferina  non  dêe  essere  mia  né  disarmato  debbo  per  sepultura avere  le  crudeli  interiora  del  Ciclopo.  Alla  quale  se  tu  non  sovvieni,  già disperato e più non possente a sostenere le presenti tristizie, alle lungamente fuggite mani per ultimo fine de’ danni miei moribundo mi porgerò di presente’. “ ’Io avea di poco queste parole finite; e quasi come se nell’aure perdute l’avessi, la morte, alla quale sanza indugio mi disponea, pietoso di me medesimo lagrimava, quando tra li rotti monti e i fracassati alberi orribile voce, forse come a Cadmo venne rimirante il serpente, mi percosse gli orecchi con queste parole: “ ’ ’O figliuolo di Ionia, serva la vita tua utile ad alti fati. Tu, tolto di
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
Rinaldo d’Asti, rubato, capita a Castel Guiglielmo e è albergato da una donna vedova; e, de’ suo’ danni ristorato sano e salvo si torna a casa sua. Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza modo risero le donne, e massimamente tra’ giovani Filostrato; al quale, per ciò che appresso di Neifile sedea, comandò la reina che novellando la seguitasse. Il quale senza indugio alcuno incominciò: – Belle donne, a raccontarsi mi tira una novella di cose catoliche e di sciagure e d’amore in parte mescolata, la quale per avventura non fia altro che utile avere udita; e spezialmente a coloro li quali per li dubbiosi paesi d’amore sono caminanti, ne’ quali chi non ha detto il paternostro di san Giuliano spesse volte, ancora che abbia buon letto, alberga male. Era adunque, al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un mercatante chiamato Rinaldo d’Asti per sue bisogne venuto a Bologna; le quali avendo fornite e a casa tornandosi, avvenne che, uscito di Ferrara e cavalcando verso Verona, s’abbatté in alcuni li quali mercatanti parevano, e erano masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione, con li quali ragionando incautamente s’accompagnò. Costoro, veggendol mercatante e estimando lui dovere portar denari, seco diliberarono che, come prima tempo si vedessero, di rubarlo: e per ciò, acciò che egli niuna suspeccion prendesse, come uomini modesti e di buona condizione pure d’oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando, rendendosi in ciò che potevano e sapevano umili e benigni verso di lui: per che egli gli avergli trovati si reputava in gran ventura, per ciò che solo era con un suo fante a cavallo. E così camminando, d’una cosa in altra, come ne’ ragionamenti addivien, trapassando, caddero in sul ragionare delle orazioni che gli uomini fanno a Dio; e l’uno de’ masnadieri, che eran tre, disse verso Rinaldo: “E voi, gentile uomo, che orazione usate di dir camminando?” Al quale Rinaldo rispose: “Nel vero io sono uomo di queste cose materiale e rozzo, e poche orazioni ho per le mani, sì come colui che mi vivo all’antica e lascio correr due soldi per ventiquatro denari; ma nondimeno ho sempre avuto in costume, camminando, di dir la mattina, quando esco dell’albergo, un paternostro e una avemaria per l’anima del padre e della madre di san Giuliano, dopo il quale io priego Idio e lui che la seguente notte mi deano buono albergo. E assai volte già de’ miei dì sono stato, camminando, in gran pericoli, de’ quali tutti scampato pur sono la notte poi stato in buon
Decameron di Giovanni Boccaccio
Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti scampato con un rubino si torna a casa sua. – Le pietre da Landolfo trovate – cominciò la Fiammetta, alla quale del novellare la volta toccava – m’hanno alla memoria tornata una novella non guari meno di pericoli in sé contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in tanto differente da essa, in quanto quegli forse in più anni e questi nello spazio d’una sola notte addivennero, come udirete. Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il quale, avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli, messisi in borsa cinquecento fiorin d’oro, non essendo mai più fuori di casa stato, con altri mercatanti là se n’andò: dove giunto una domenica sera in sul vespro, dall’oste suo informato la seguente mattina fu in sul Mercato, e molti ne vide e assai ne gli piacquero e di più e più mercato tenne, né di niuno potendosi accordare, per mostrare che per comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto più volte in presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa sua borsa de’ fiorini che aveva. E in questi trattati stando, avendo esso la sua borsa mostrata, avvenne che una giovane ciciliana bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo, senza vederla egli, passò appresso di lui e la sua borsa vide e subito seco disse: “Chi starebbe meglio di me se quegli denari fosser miei?” e passò oltre. Era con questa giovane una vecchia similmente ciciliana, la quale, come vide Andreuccio, lasciata oltre la giovane andare, affettuosamente corse a abbracciarlo: il che la giovane veggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle parti la cominciò a attendere. Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e conosciutala, le fece gran festa, e promettendogli essa di venire a lui all’albergo, senza quivi tenere troppo lungo sermone, si partì: e Andreuccio si tornò a mercatare ma niente comperò la mattina. La giovane, che prima la borsa d’Andreuccio e poi la contezza della sua vecchia con lui aveva veduta, per tentare se modo alcuno trovar potesse a dovere aver quelli denari, o tutti o parte, cautamente incominciò a domandare chi colui fosse o donde e che quivi facesse e come il conoscesse. La quale ogni cosa così particularmente de’ fatti d’Andreuccio le disse come avrebbe per poco detto egli stesso, sì come colei che lungamente in Cicilia col padre di lui e poi a Perugia dimorata era, e similmente le contò dove tornasse e perché venuto fosse. La giovane, pienamente informata e del parentado di lui e de’ nomi, al
Decameron di Giovanni Boccaccio
del quale era una bellissima fontana e fredda, allato alla quale vide sopra il verde prato dormire una bellissima giovane con un vestimento indosso tanto sottile, che quasi niente delle candide carni nascondea, e era solamente dalla cintura in giù coperta d’una coltre bianchissima e sottile; e a’ piè di lei similmente dormivano due femine e uno uomo, servi di questa giovane. La quale come Cimon vide, non altramenti che se mai più forma di femina veduta non avesse, fermatosi sopra il suo bastone, senza dire alcuna cosa, con ammirazion grandissima la incominciò intentissimo a riguardare; e nel rozzo petto, nel quale per mille ammaestramenti non era alcuna impressione di cittadinesco piacere potuta entrare, sentì destarsi un pensiero il quale nella materiale e grossa mente gli ragionava costei essere la più bella cosa che già mai per alcun vivente veduta fosse. E quinci cominciò a distinguer le parti di lei, lodando i capelli, li quali d’oro estimava, la fronte, il naso e la bocca, la gola e le braccia e sommamente il petto, poco ancora rilevato: e di lavoratore,  di  bellezza  subitamente  giudice  divenuto,  seco  sommamente disiderava di veder gli occhi, li quali ella da alto sonno gravati teneva chiusi; e per vedergli più volte ebbe volontà di destarla. Ma parendogli oltre modo più bella che l’altre femine per adietro da lui vedute, dubitava non fosse alcuna dea; e pur tanto di sentimento avea, che egli giudicava le divine cose essere di più reverenza degne che le mondane, e per questo si riteneva, aspettando che da se medesima si svegliasse; e come che lo ‘ndugio gli paresse troppo, pur, da non usato piacer preso, non si sapeva partire. Avvenne adunque che dopo lungo spazio la giovane, il cui nome era Efigenia, prima che alcun de’ suoi si risentì, e levato il capo e aperti gli occhi e  veggendosi  sopra  il  suo  bastone  appoggiato  star  davanti  Cimone,  si maravigliò forte e disse: “Cimone, che vai tu a questa ora per questo bosco cercando?” Era Cimone, sì per la sua forma e sì per la sua rozzezza e sì per la nobiltà e richezza del padre, quasi noto a ciascun del paese. Egli non rispose alle parole d’Efigenia alcuna cosa; ma come gli occhi di lei vide aperti, così in quegli fiso cominciò a guardare, seco stesso parendogli che da quegli una soavità si movesse la quale il riempiesse di piacere mai da lui non provato. Il che la giovane veggendo, cominciò a dubitare non quel suo guardar così fiso movesse la sua rusticità a alcuna cosa che vergogna le potesse tornare: per che, chiamate le sue femine, si levò sù dicendo: “Cimone, rimanti con Dio.”
Decameron di Giovanni Boccaccio
A cui allora Cimon rispose: “Io ne verrò teco.” E quantunque la giovane sua compagnia rifiutasse, sempre di lui temendo, mai da sé partir nol poté infino a tanto che egli non l’ebbe infino alla casa di lei accompagnata; e di quindi n’andò a casa il padre, affermando sé in niuna guisa più in villa voler ritornare: il che quantunque grave fosse al padre e a’ suoi, pure il lasciarono stare aspettando di vedere qual cagion fosse quella che fatto gli avesse mutar consiglio. Essendo adunque a Cimone nel cuore, nel quale niuna dottrina era potuta entrare, entrata la saetta d’Amore per la bellezza d’Efigenia, in brevissimo tempo, d’uno in altro pensiero pervenendo, fece maravigliare il padre e tutti i suoi e ciascuno altro che il conoscea. Egli primieramente richiese il padre che il facesse andare di vestimenti e d’ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui andavano: il che il padre contentissimo fece. Quindi usando co’ giovani valorosi e udendo i modi, quali a’ gentili uomini si convenieno e massimamente agl’innamorati, prima, con grandissima ammirazione d’ognuno, in assai brieve spazio di tempo non solamente le prime lettere apparò ma valorosissimo tra’ filosofanti divenne. E appresso questo, essendo di tutto ciò cagione l’amore il quale a Efigenia portava, non solamente la rozza voce e rustica in convenevole e cittadina ridusse, ma di canto divenne maestro e di suono, e nel cavalcare e nelle cose belliche, così marine come di terra, espertissimo e feroce divenne. E in brieve, acciò che io non vada ogni particular cosa delle sue virtù raccontando, egli non si compié il quarto anno dal dì del suo primiero innamoramento, che egli riuscì il più leggiadro e il meglio costumato e con più particulari virtù che altro giovane alcuno che nell’isola fosse di Cipri. Che dunque, piacevoli donne, diremo di Cimone? Certo niuna altra cosa se non che l’alte vertù dal cielo infuse nella valorosa anima fossono da invidiosa fortuna in picciolissima parte del suo cuore con legami fortissimi legate e racchiuse, li quali tutti Amor ruppe e spezzò, sì come molto più potente di lei; e come eccitatore degli adormentati ingegni, quelle da crudele obumbrazione offuscate con la sua forza sospinse in chiara luce, apertamente mostrando di che luogo tragga gli spiriti a lui subgetti e in quale gli conduca co’ raggi suoi. Cimone, adunque, quantunque amando Efigenia in alcune cose, sì come i giovani amanti molto spesso fanno, trasandasse, nondimeno Aristippo, considerando che amor l’avesse di montone fatto tornare uno uomo, non
Decameron di Giovanni Boccaccio
uomo forte contento, poi che vide che alle mani di coloro non era venuta e faccendosi già dì, le disse: “Omai che il dì ne viene, se ti piace noi t’accompagneremo infino a un castello che è presso di qui cinque miglia, e serai in luogo sicuro; ma converratti venire a piè, per ciò che questa mala gente che ora di qui si parte se n’ha menato il ronzin tuo.” La giovane, datasi pace di ciò, gli pregò per Dio che al castello la menassero; per che entrati in via in su la mezza terza vi giunsero. Era il castello d’uno degli Orsini, il quale si chiamava Liello di Campo di Fiore, e per ventura v’era una sua donna, la qual bonissima e santa donna era; e veggendo la giovane, prestamente la ricognobbe e con festa la ricevette e ordinatamente volle sapere come quivi arrivata fosse. La giovane gliele contò tutto. La donna, che cognoscea similmente Pietro, sì come amico del marito di lei, dolente fu del caso avvenuto; e udendo dove stato fosse preso, s’avisò che morto fosse stato. Disse adunque alla giovane: “Poi che così è che Pietro tu non sai, tu dimorerai qui meco infino a tanto che fatto mi verrà di potertene sicuramente mandare a Roma.” Pietro, stando sopra la quercia quanto più doloroso esser potea, vide in sul primo sonno venir ben venti lupi, li quali tutti, come il ronzin videro, gli furon dintorno. Il ronzin sentendogli, tirata la testa ruppe le cavezzine e cominciò a volersi fuggire, ma essendo intorniato e non potendo gran pezza co’ denti e co’ calci si difese: alla fine da loro atterrato e strozzato fu e subitamente sventrato, e tutti pascendosi, senza altro lasciarvi che l’ossa, il divorarono e andar via. Di che Pietro, al qual pareva del ronzino avere una compagnia e un sostegno delle sue fatiche, forte sbigottì, e imaginossi di non dover mai di quella selva potere uscire. E essendo già vicino al dì, morendosi egli sopra la quercia di freddo, sì come quegli che sempre da torno guardava si vide innanzi forse un miglio un grandissimo fuoco; per che, come fatto fu il dì chiaro, non senza paura della quercia disceso, verso là si dirizzò e tanto andò, che a quello pervenne; dintorno al quale trovò pastori che mangiavano e davansi buon tempo, da’ quali esso per pietà fu raccolto. E poi che egli mangiato ebbe e fu riscaldato, contata loro la sua disaventura e come quivi solo arrivato fosse, gli domandò se in quelle parti fosse villa o castello dove egli andar potesse. I pastori dissero che ivi forse a tre miglia era un castello di Liello di Campo di Fiore, nel quale al presente era la donna sua; di che Pietro contentissimo gli pregò che alcun di loro infino al castello l’accompagnasse, il che due di loro fecero volentieri.
Decameron di Giovanni Boccaccio
unghie,  imitando  oficio  di  remi,  con  forte  petto  vietando  il  profondo, godé della sua rapina. Quello che per Semelè nella propria forma facesse, quello che per Almena mutato in Anfitrione, quello che per Calisto mutato in Diana, o per Danae divenuto oro già fece, non diciamo, ché sarebbe troppo lungo. E il fiero iddio delle armi, la cui rossezza ancora spaventa li giganti, sotto la sua potenza temperò li suoi aspri effetti, e divenne amante. E il costumato al fuoco fabro di Giove, e facitore delle trisulche folgori, da quel di costui più possente fu cotto. E noi similmente, ancora che madre gli  siamo,  non  ce  ne  siamo  potuta  guardare,  sì  come  le  nostre  lagrime fecero aperto nella morte d’Adone. Ma perché ci fatichiamo noi in tante parole? Niuna deità è nel cielo da costui non ferita, se non Diana: questa sola,  ne’  boschi  dilettandosi,  l’ha  fuggito,  la  quale,  secondo  l’oppinione d’alcuno, non fuggito, ma piuttosto nascoso. Ma se tu forse gli essempli del cielo incredula schifi e cerchi chi del mondo gli abbia sentiti, tanti sono, che da cui cominciare appena ci occorre; ma tanto ti diciamo veramente, che tutti sono stati valorosi. Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo di Almena, il quale, poste giù le saette e la minaccevole le pelle del gran leone, sostenne d’acconciarsi alle dita i verdi smeraldi, e di dar legge alli rozzi capelli, e con quella mano, con la quale poco innanzi portato avea la dura mazza e ucciso il grande Anteo e tirato lo infernale cane, trasse le fila della lana data da Jole dietro al procedente fuso, e gli omeri, sopra li quali l’alto cielo s’era posato mutando spalla Atlante, furono in prima dalle braccia di Jole premuti, e poi coperti, per piacerle, di sottili  vestimenti  di  porpora.  Che  fece  Parìs  per  costui,  che  Elena,  che Clitemestra, e che Egisto, tutto il mondo il conosce; e similmente di Achille, di Silla, di Adriana, di Leandro, di Didone, e di più molti, non dico, ché non bisogna. Santo è questo fuoco, e molto potente, credimi. Udito hai il cielo e la terra soggiogata dal mio figliuolo negl’iddii e negli  uomini;  ma  che  dirai  tu  ancora  delle  sue  forze,  estendentisi  negli animali  irrazionali,  così  celesti  come  terreni?  Per  costui  la  tortora  il  suo maschio séguita, e le nostre colombe alli suoi colombi vanno dietro con caldissima affezione, e nessun altro n’è che dalla maniera di questi fugga alcuna volta; e ne’ boschi li timidi cervi, fatti tra sé feroci quando costui li tocca, per le disiderate cervie combattono, e, mugghiando, delli costui caldi mostrano segnali; e i pessimi cinghiari, divenendo per ardore spumosi, aguzzano gli eburnei denti; e i leoni africani, da amore tocchi, vibrano i
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
occupato, errando per le contrade da lui non conosciute dietro a Panfilo, non concedendo a’ lassi membri quiete alcuna? Oh come è dilettevole, e quanto è grazioso con tranquillo e libero animo il priemere le ripe de’ trascorrenti fiumi, e sopra i nudi cespiti menare  li  lievi  sonni,  li  quali  il  fuggente  rivo  con  mormorevoli  suoni  e  dolci senza paura nutrica! Questi senza alcuna invidia sono conceduti al povero abitante le ville, molto più da disiderare che quelli, li quali, allettati con più lusinghe,  sovente  o  da  pronte  sollecitudini  cittadine  o  da  strepiti  di tumultuante famiglia sono rotti. La costui fame, se forse alcuna volta lo stimola, li còlti pomi nelle fedelissime selve raccolti la scacciano, e le nuove erbette di loro propria volontà fuori della terra uscite sopra li piccoli monti ancora gli ministrano saporosi cibi. Oh quanto gli è, a temperare la sete, dolce l’acqua della fonte presa e del rivo con concava mano. Oh infelice sollecitudine de’ mondani, a sostentamento de’ quali la natura richiede e apparecchia leggierissime cose! Noi nell’infinita multitudine di cibi la sazietà del corpo crediamo compiere, non accorgendoci in quelli essere le cagioni nascose, per le quali gli ordinati omori spesse volte sono piuttosto corrotti che sostentati; e alli lavorati beveraggi apprestando l’oro e le cavate gemme, sovente in essi veggiamo gustare li veleni frigidissimi, e se non questi, almeno Venere pur si bee; e talvolta per quelli a sicurtà soperchia si viene, per la quale, o con parole o con fatti, misera vita o vituperevole morte s’acquista. E spesse volte ancora avviene che, molti di quelli avendo bevuti, assai peggio che insensato corpo n’è renduto il bevitore. A costui li Satiri, li Fauni, le Driadi, le Naiadi, le Ninfe fanno semplice compagnia; costui non sa che si sia Venere né il suo biforme figliuolo, e se pur la conosce, rozzissima sente la forma sua, e poco amabile. Deh, or fosse stato piacere d’Iddio, che io similmente mai conosciuta l’avessi,  e  da  semplice  compagnia  visitata,  rozza  mi  fossi  vivuta!  Io  sarei lontana da queste insanabili sollecitudini che io sostengo, e l’anima insieme con la mia fama santissime non curerebbero di vedere le mondane feste simili al vento che vola, né da quelle vedute avrebbero angoscie come io ho. A costui non l’alte torri, non l’armate case, non la molta famiglia, non i dilicati letti, non i risplendenti drappi, non i correnti cavalli, non centomilia altre cose involatrici della miglior parte della vita, sono cagione d’ardente cura. Questi, de’ malvagi uomini, non cercanti ne’ luoghi rimoti e oscuri li furti loro, vive senza paura; e, senza cercare nell’altissime case i dubbiosi
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
riposi, l’aere e la luce dimanda, e alla sua vita è il cielo testimonio. Oh, quanto  è  oggi  cotale  vita  male  conosciuta,  e  da  ciascuno  cacciata  come nemica, dove piuttosto dovrebbe essere, come carissima, cercata da tutti! Certo io arbitro che in cotale maniera vivesse la prima età, la quale insieme gli uomini e gl’iddii produceva. Ohimè! niuna è più libera né senza vizio o migliore che questa, la quale li primi usarono e che colui ancora oggi usa, il quale, abandonate le città, abita nelle selve. Oh felice il mondo, se Giove mai non avesse cacciato Saturno, e ancora l’età aurea durasse sotto caste leggi! Però che tutti alli primi simili viveremmo. Ohimè! che chiunque è colui li primi riti servante, non è nella mente infiammato dal cieco furore della non sana Venere, come io sono; né è colui che sé dispose ad abitare ne’ colli de’ monti, suggetto ad alcuno regno: non al vento del popolo, non all’infido vulgo, non alla pestilenziosa invidia, né ancora al favore fragile di fortuna, al quale io troppo fidandomi, in mezzo l’acque per troppa sete perisco. Alle piccole cose si presta alta quiete, come che grandissimo fatto sia senza le grandi potere sostenere di vivere. Quegli che alle grandissime cose soprasta, o disidera soprastare, séguita li vani onori delle trascorrenti ricchezze; e certo le più volte alli falsi uomini piacciono gli alti nomi; ma quegli è libero da paura e da speranza, né conosce il nero lividore dell’invidia divoratrice e mordente con dente iniquo, che abita le solitarie ville, né sente gli odii varii, né gli amori incurabili, né li peccati de’ popoli mescolati alle cittadi, né, come conscio, di tutti gli strepiti ha dottanza, né gli è a cura il comporre fittizie parole, le quali lacci sono ad irretire gli uomini di pura fede: ma quell’altro, mentre sta eccelso, mai non è senza paura, e quello medesimo coltello, che arma il lato suo, teme. Oh quanto buona cosa è a niuno resistere, e sopra la terra giacendo, pigliare li cibi sicuro! Rade volte, o non mai, entrano li peccati grandissimi nelle piccole case. Alla prima età niuna sollecitudine d’oro fu, né niuna sacrata pietra fu arbitra a dividere i campi alli primi popoli. Essi con ardita nave non secavano il mare; solamente ciascuno si conoscea li liti suoi, né li forti  steccati,  né  li  profondi  fossi,  né  l’altissime  mura  con  molte  torri cignevano i lati delle città loro, né le crudeli armi erano acconce né trattate da’ cavalieri, né era alcuno edificio che con grave pietra rompesse le serrate porte; e se forse tra loro era alcuna piccola guerra, la mano ignuda combatteva,  e  li  rozzi  rami  degli  alberi  e  le  pietre  si  convertivano  in  armi.  Né ancora era la sottile e lieve asta di cornio armata di ferro nell’acuto spuntone,
Elegia di Madonna Fiammetta di Giovanni Boccaccio
loro mani, per lo dolente cammino più volte ho sostenuto mortal dolore —; e co’ pugni stretti, dette queste parole, cadde semiviva nelle loro braccia, la quale essi piangendo portarono sopra un letto, richiamando con freddi liquori le forze esteriori. 38 Incominciossi nel gran palagio un amarissimo pianto, e quasi per tutta Roma, ovunque il grazioso giovane e la piacente Giulia erano conosciuti, si piangea. L’aere risonava tutto di dolenti voci, tali che per lo preterito tempo alcuno anziano non si ricordava che tal doglia vi fosse stata per alcuno accidente. E certo che tu appena, o Bruto, riformatore della libertà del romano popolo, vi fosti tanto lagrimato dal rozzo popolo. E da quell’ora inanzi ciascun romano cominciò ad essere pauroso d’andar cercando gli strani altari o di portare gl’incensi a’ lontani iddi fuori di Roma; e per lo gran dolore del morto Lelio lungamente lasciarono i nobili adornamenti, vestendo lugubri veste, così gli altri romani come i suoi distretti parenti. 39 Mentre la fortuna con la sua sinistra voltava queste cose, s’appressò il  termine  del  partorire  alla  reina,  e  simigliantemente  a  Giulia;  e  nel giocondo giorno eletto per festa de’ cavalieri, essendo Febo nelle braccia di Castore e di Polluce insieme, non essendo ancora la tenebrosa notte partita, sentirono in una medesima ora quelle doglie che partorendo per l’altre femine si sogliono sentire. Dopo molte grida, essendo già la terza ora del giorno trapassata, e la reina del gravoso affanno, partorendo un bel garzonetto, si diliberò, contenta molto in se medesima di tal grazia, sanza fine lodando i celestiali iddi; e similmente il re, udita la novella, fece grandissima festa, però che sanza alcun figliuolo era infino a quello giorno dimorato. Niuno altare fu in Marmorina negli antichi templi sanza divoto  fuoco.  E  i  freschi  giovani  con  vari  suoni,  cantando,  andavano faccendo  smisurata  festa.  L’aere  risonò  d’infiniti  sonagli  per  li  molti armeggiatori, continuando per molti giorni grandissima gioia.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
altramente e simigliantemente gli amanti novelli sono, né mai altro fuoco non li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere seguendo il parer mio, né niuna più legger via ci è che dividere l’uno dall’altro; la qual cosa in questa maniera si può fare. Florio, già ne’ santi studi dirozzato, è da mettere  a  più  sottili  cose;  e  voi  sapete  che  noi  abbiamo  qui  vicino Feramonte, duca di Montoro, a noi per consaguinità congiuntissimo, e in niuna parte del nostro regno più solenne studio si fa che a Montoro. Noi possiamo sotto spezie di studio mandar Florio là a lui, e quivi faccendolo per alcuno spazio dimorare, gli potrà agevolemente della memoria uscir questa giovane, non vedendola egli. E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l’aggia, allora noi gli potremo dare sposa di real sangue sanza alcuno indugio, e così potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio. E già  però esso non ci sarà tanto lontano, che noi nol possiamo ben sovente vedere. Ond’io, caro signore, vi priego che questa malinconia cacciate da voi prendendo sanza indugio questo rimedio. 9 Piacque al re il consiglio della reina, il quale giovare non dovea ma nuocere, però che quanto più si strigne, il fuoco con più forza cuoce; e poi ch’egli sopra ciò ebbe lungamente pensato, le rispose che ciò farebbe, però che altra via a tal pericolo fuggire non vedea. Ma, oh quanto fu tale imaginazione vana, con ciò sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de’ superiori corpi, avvegna che possibile! Venus era nell’auge del suo epiciclo, e nella sommità del differente nel celestiale Toro, non molto lontana al sole, quando ella fu donna, sanza alcuna resistenza d’opposizione o d’aspetto o di congiunzione corporale o per orbe d’altro pianeto, dello ascendente della loro natività; il saturnino cielo, non che gli altri, pioveva amore il giorno che elli nacquero. Ohimè, che mai acqua lontana non spense vicino fuoco! Ove credea il re potere mandar Florio sanza la sua Biancofiore, con ciò fosse cosa che ella era continuamente nel suo animo figurata con più bellezza che il vero viso non possedea, e quello che prende e lascia amore era sempre con Biancofiore? I corpi si doveano allontanare, ma le menti con più sollecitudine si doveano far vicine. Niuna cosa è più disiderata che quella che è impossibile, o molto malagevole, ad avere. Per quale altra cagione diventò il gelso vermiglio, se non per l’ardente fiamma costretta, la quale prese più forza ne’ due amanti costretti
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
te, mostrandomi quello amore che parimente insieme ci portavamo; ma tu, credo, invidiosa di sì graziosa gioia com’io sentiva, non sostenesti tener ferma la tua volubile rota, ma voltando, non sanza mio gran dolore, allontanandomi dal bel viso, mi pingesti a Montoro. Qui con grandissimi tormenti stando, imaginava me essere nella più infima parte della tua rota, né credea più potere discendere; ma tosto con maggiore infortunio mi facesti conoscere quella avere più basso luogo: e questo fu quando non bastandoti me avere allontanato da lei, t’ingegnasti d’opporre alle forze degl’iddi, volendola far morire, alla cui salute, non tua mercé, io fui arditissimo difenditore. E in tale stato, con più sospiri che per lo passato tempo avuti non avea, mi tenesti grande stagione, sperando io di dovere risalire, se si voltasse: però che tanto m’era paruto scendere, che ’l centro dell’universo mi parea toccare. Ma tutto ciò non bastandoti, ancora volesti che niuno luogo fosse nella tua rota, che da me non fosse cercato; e ha’mi ora in sì basso luogo tirato, che con la tua potenza, ancora che benigna mi ritornassi come già fosti, trarre non me ne potresti. Io sono nel profondo de’ dolori e delle miserie, pensando che la mia Biancofiore abbia me per altrui abandonato. O dolore sanza comparazione! O miseria mai non sentita da alcuno amante che è la mia! Avvegna che io non sia il primo abandonato, io son solo colui che sanza legittima cagione sono lasciato. La misera Isifile fu da Giansone abandonata per giovane non meno bella e gentile di lei e per la salute propia della sua vita, la quale sanza Medea avere non potea. Medea poi per la sua crudeltà fu giustamente da lui lasciata, trovando egli Creusa più pietosa di lei. Oenone fu abandonata da Paris per la più bella donna del mondo. E chi sarebbe colui che avanti non volesse una reina discesa del sangue degl’immortali iddi, che una rozza femina usata ne’ boschi? Oh quanti essempli a questi simili si troverebbero! Ma al mio dolore niuno simile se ne troverebbe, che un figliuolo d’un re per un semplice cavaliere sia lasciato dove la virtù avanza nell’abandonato. Deh, misera fortuna, se io avessi ad inganno avuto l’amore di Biancofiore, come Aconzio ebbe quello di Cidipe, certo alquanto parrebbe giusto che io fossi per più piacevole giovane dimenticato; ma io non con inganno, non con forza, non con lusinghe ricevetti il grazioso amore, anzi benignamente e con propia volontà di lei, cercando co’ propi occhi se io era disposto a prenderlo, e trovando di sì, mel donò: il qual ricevuto, a lei del mio feci subitamente dono. Adunque perché questa noia? Perché consentire me per altro essere dimenticato? Ohimè, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
occulta per non crescere l’onta, nondimeno elle sono nell’animo contente. Poi il sempre usare un cibo è tedioso, e sovente abbiamo veduto i dilicati per li grossi cibi lasciare, tornando poi a quelli quando l’appetito degli altri è contentato. Ma però che, come dicemmo, licito non è l’altrui cose con ingiusta cagione disiderare, le maritate lasceremo a’ loro mariti, e prenderemo dell’altre, delle quali copiosa quantità ci para davanti agli occhi  la  nostra  città,  e  più  tosto  le  vedove  seguiremo  amando  che  le pulcelle, però che le pulcelle, rozze e grosse a tale mestiere, non sanza molto affanno si recano abili a’ disideri dell’uomo: quello che nelle vedove non bisogna. Appresso, se le pulcelle amano, esse non sanno che si disiderare, e però con intero animo non seguono i vestigi dell’amante come le vedove, in cui già l’antico fuoco riprende forze, e falle disiderare quello che per lungo abuso aveano obliato, e è loro tardi di venire a tale effetto, piangendo il perduto tempo, e le solinghe e lunghe notti che hanno trapassate ne’ vedovi letti: però queste siano amate più tosto, secondo il nostro parere, da coloro in cui libertà il sommettersi dimora. 53 Rispose allora Feramonte: —  Reina,  ciò  che  della  maritata  diceste,  aveva  io  nell’animo diliberato che così dovesse essere, e più ora da voi udendolo ne sono certo; ma delle pulcelle e delle vedove tengo contraria oppinione, lasciando le maritate andare per le ragioni da voi poste: però che mi pare che più tosto le pulcelle che le vedove si dovriano seguire, con ciò sia cosa che l’amore della pulcella più che quello della vedova paia fermo. La vedova sanza dubbio ha già altra volta amato, e ha vedute e sentite molte cose d’amore, e i suoi dubbi, e quanta vergogna e onore seguiti di quello; e però, queste cose meglio che la pulcella conoscendo, o ama lentamente e dubitando, o, non amando fermo, disidera ora questo ora quello, e non sappiendo a quale per più diletto e onore di lei s’aggiunga, talora né l’uno né l’altro vuole, e così per la mente di lei la deliberazione vacilla, né vi può amorosa passione prendere fermezza. Ma queste cose alla pulcella sono ignote, e però, come a lei è avviso che ella molto piaccia a uno de’ molti giovani, così sanza più essaminazione quello per amante elegge, e a lui solo il suo amore dispone sanza saper mostrare alcuno atto contrario al suo piacere per più fermo l’amante legare: niuna altra delibe-
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
a me è stato cortese, forte saria che io tal presente prendessi, però che a Giove saria grandissimo e accettevole cotale dono. E fatta prendere la coppa di mano a Parmenione, gli disse: — Voi potrete di colui che vi manda pensare quello che del più nobile uomo del mondo si possa dire, e però che io mi sento insofficiente a rendere grazie convenevoli di tanto dono, a quelle non procedo, se non che per questo: egli ha me, e le mie cose, e ciò che per me si potesse, sì a sé obligato, quanto io potessi essere più. Parmenione, fatta convenevole riverenza, si partì. 100 Rimasi  costoro  insieme,  e  levate  le  tavole,  per  li  pensieri  del castellano niuna cosa andava, se non la gran nobiltà che gli parea quella di Filocolo, e con effetto in sé dicea: — Che potre’ io per degno merito di tanta larghezza fare a costui, acciò che io interamente gli potessi mostrare quant’io per lui farei, e quant’io sia di tal dono conoscente? E poi a se medesimo rispondea. — Tu se’ sì suo, che tu mai interamente mostrare non gliele potresti, salvo se gran bisogno non gli venisse, ove tu la persona e l’avere per lui disponessi. Ma  dopo  questo,  volendo  a  Filocolo  parte  del  suo  buon  volere dimostrarli, con seco in una camera solo il chiamò, e quivi amenduni postisi a sedere, così cominciò con lui a ragionare: 101 — Giovane, per quella fé che tu dei agl’iddi e per l’amore che tu porti  a  me,  aprimisi  la  tua  nobiltà,  acciò  che  io,  di  quella  pigliando essemplo, possa nobile divenire. Io vidi già ne’ miei dì molti nobili uomini, chi per antico sangue, chi per infiniti tesori, chi per be’ costumi, e chi per una maniera e chi per un’altra; ma e’ non mi soviene che io mai così nobile cosa, come tu se’ vedessi. Che operai io mai, o che potrei per te operare, che un tanto e tale dono mi si convenisse? Io porto oppinione che tu trapassi di piacevolezza e di cortesia tutti gli uomini del mondo. A costui rispose così Filocolo: — Signor mio, non vogliate me rozzo ancora ne’ costumi con que- 359 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
quali del Pesce e dello Alare i luoghi dimostrò, con quelli di Cefeo, e del Triangolo, e di Ceto, e d’Andromaca, e del pagaseo Cavallo; passando dietro a questi dentro alle regioni degl’iddi con più sottile canto col suo suono. Queste cose ascoltai io con somma diligenza, e tanto dilettarono la rozza mente, ch’io mi diedi a voler conoscere quelle, e non come arabo, ma seguendo con istudio il dimostrante: per la qual cosa di divenire esperto meritai. E già abandonata la pastorale via, del tutto a seguitar Pallade mi disposi, le cui sottili vie ad imaginare, questo bosco mi prestò agevoli  introducimenti,  per  la  sua  solitudine.  Nel  quale  dimorando, m’avvidi lui essere alcuna stagione dell’anno, e massimamente quando Ariete in sé Delfico riceve, visitato da donne, le quali più volte, lente andando, io con lento passo le seguitai, di ciò agli occhi porgendo grazioso diletto, continuamente i dardi di Cupido fuggendo, temendo non forse, ferito per quelli, in detrimento di me aumentassi i giorni miei: e disposto a fuggire quelli, prima alla cetera d’Orfeo, poi ad essere arciere mi diedi, e prima con la paura del mio arco, del numero delle belle donne, le quali già per lunga usanza tutte conoscea, una bianca colomba levai, e fra’ giovani albuscelli segui con le mie saette più tempo, vago delle sue piume. Né per non poterla avere punse però mai di malinconia il cuore, che più del suo valore per poco che d’altro si dilettava. Dallo studio di costei seguire, del luogo medesimo levata, mi tolse una nera merla, la quale movendo col becco rosso piacevoli modi di cantare, oltre modo disiderare mi si fece, non però in me voltando le mie saette; e più volte fu ch’io credetti quella ricogliere negli apparecchiati seni. E di questo intendimento un pappagallo mi tolse, delle mani uscito ad una donna della piacevole  schiera.  A  seguire  costui  si  dispose  alquanto  più  l’animo, ch’alcuno degli altri uccelli, il quale andando le sue verdi piume ventilando, fra le frondi del suo colore agli occhi mi si tolse, né vidi come. Ma il discreto arciere Amore, che per sottili sentieri sottentrava nel guardingo animo, essendo rinnovato il dolce tempo, nel quale i prati, i campi e gli arbori partoriscono, andando le donne all’usato diletto, fece del piacevole coro di quelle levare una fagiana, alla quale io per le cime de’ più alti arbori con gli occhi andai di dietro; e la vaghezza delle variate penne prese tanto l’animo a più utili cose disposto, che, dimenticando quelle, a seguire questa tutto si dispose, non risparmiando né arte né saetta né ingegno  per  lei  avere,  sentendo  il  puro  cuore  già  tutto  degli  amorosi
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
mi rimase, né per ciò risparmiai lagrime, né prieghi, né affanni. Ma la concreata nequizia a niuna delle dette cose prestò audienzia, né concedé occhio, per che io con affanno in tribulazione disperato rimasi, morte per mia consolazione cercando, la quale avere mai non potei, non essendo ancora il termine del dover finire venuto. Il quale io volendo, come Dido fece o Biblide, in me recare, e già levato in piè di questo prato, ov’io piangendo sedeva, mi sentii non potermi avanti mutare, anzi soprastare a me Venere, di me pietosa, vidi, e disiderante di dare alle mie pene sosta. I piedi, già stati presti, in radici, e ’l corpo in pedale, e le braccia in rami, e  i  capelli  in  frondi  di  questo  albero  trasmutò,  con  dura  corteccia cignendomi tutto quanto. Né variò la condizione d’esso dalla mia natura, se ben, si riguarda: egli verso le stelle più che altro vicino albero la sua cima distende, così come io già tutto all’alte cose inteso mi distendea. Egli i suoi frutti di fuori fa durissimi, e dentro piacevoli e dolci a gustare. Ohimè, che in questo la mia lunga durezza al contrastare agli amorosi dardi si dimostra, la quale volessero gl’iddi ch’io ancora avessi! Ma l’agute saette, passata la dura e rozza forma di me povero pastore, trovarono il cuore abile alle loro punte. Questo mio albero ancora in sé mostra le frondi verdi, e mostrerà mentre le triste radici riceveranno umore dalla circunstante terra, in che la mia speranza, molte volte ingannata, né ancora secca, né credo che mai secchi, si può comprendere. E se voi ben riguardate, egli ancora mostra del mio dolore gran parte: che esso, lagrimando, caccia fuori quello che dentro non può capere; e così come questo legno meglio arde ch’alcuno altro, così io, prima stato ad amare duro, poi più che alcun amante arsi, e per ogni piccolo sguardo sì mi raccendo come mai acceso fossi. Né il dilettevole odore ch’io porgo poté mai fare tanti di quello disiderosi, ch’io altro che a quella, per cui questa pena porto, mi dilettassi di piacere. Potete adunque per le mie parole e per me comprendere quanta poca fede le mondane cose servino agli speranti, e massimamente le femine, nelle quali niuno bene, niuna fermezza, né niuna ragione si truova. Esse, schiera sanza freno, secondo che la corrotta volontà le muta, così si muovono: per la qual cosa, se licito mi fosse, con voce piena d’ira verso gl’iddi crucciato mi volgerei, biasimandogli perché l’uomo, sopra tutte le loro creature nobile, accompagnarono di sì contraria cosa alla sua virtù”.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
guire  così  care  pedate,  quando  altrui  che  voi,  di  ciò  che  cerchiamo, dimandammo; ma poi che a voi piace verso di noi per vostra virtù essere cortesi, procedete, certe che contentissimi siamo di seguirvi. 14 Mossersi le graziose giovani, il nome delle quali l’una Alcimenal, l’altra Idamaria era, e con voci soavi e radi ragionamenti, passo inanzi passo, i disideranti menarono alla fontana, alla quale essi più volte erano stati vicini, né veduta l’aveano. Ma ciò non è da maravigliare, però che la natura, maestra di tutte le cose, co’ suoi ingegni nelle ’nteriora del monte aveva volto un rozzo arco, sopra ’l quale fortissima lammia si posava, coperchio delle chiare onde, e quel luogo, il quale essa scoperto vi lasciò per porger luce, alberi di frondi pieni l’aveano occupato. Ad essa venuti, Alcimenal disse: — Signori, qui è la fresca fonte che cercate, e quinci s’entra ad essa —, mostrando loro un piccolo pertugio, dentro al quale a scendere all’acque alcuno grado scendere si conveniva. 15 Entrò in quella Filocolo, e quasi opposito all’entrata vide il bianco marmo soprastante a parte dell’acqua, e sceso in essa, fresca e dilettevole molto la vide: e ben che, di fuori dimorando, la fontana fosse d’alberi nascosa agli occhi de’ viandanti, nondimeno dentro fra fronda e fronda graziosa luce vi trapassava. Ella era d’una parte e d’altra di spine, per adietro state cariche di fresche rose; e per mezzo, a fronte al marmo, un bellissimo melogranato, le cui radici fino al fondo si distendeano, era, le cui foglie e frutti gran parte de’ solari raggi cacciava dalla fontana. Filocolo si rinfrescò le mani e ’l viso con la chiara acqua; poi, posto a sedere allato al bianco marmo, così da tutti udito cominciò a dire: 16 — O pietà, santissima passione de’ giusti cuori, tu negli umili e miserabili luoghi del misericordioso seno di Giove discendi e visiti i commossi petti dalle vedute e talora dalle udite cose. Tu fai i sostenitori e i veditori d’una medesima pena partecipi. Tu rechi agli occhi quelle lagri-
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio     Il Filocolo    Libro quinto � accompagnati da molti de’ servidori, andarono per conoscere la cagione di tanto romore, e usciti del folto bosco videro nel piano, alla riva del picciolo fiume, dall’una parte e dall’altra, molta gente rustica nel sembiante, a’ quali non tenda, non padiglione era, ma tagliati rami dava loro le  disiate  ombre;  né  alcuno  v’era  di  cappello  d’acciaio  o  d’elmo  che rilucesse, né alcuno cavallo facea fremire il povero campo, né tromba risonare, ma rozzi corni movea la disordinata gente a’ suoi mali; e quasi la maggior parte delle loro arme erano bastoni, e poche spade teneano occupati i loro lati, le quali poche non aveano forza di piegare i solari raggi in altra parte, che dove il sole gli mandava. I loro scudi erano ad alcuni le dure scorze del morbido ciriegio, e altri si copriano di quelle della robusta quercia, e alcuni, forse più nobili, gli aveano, ma sì affumicati, che in essi niun’altra cosa che nera si vedea. In luogo di balestra usavano rombole, e i loro quadrelli erano ritondi ciottoli; le loro lance si prendeano da’ fronduti canneti. Archi erano loro assai, le cui saette in luogo di ferro erano apuntate col coltello, né era loro bandiera alcuna, fuori che una di tela assai vile, la quale mezza bianca e mezza vermiglia si mostrava al vento, credo più tosto di pecorino sangue tinta che di colore; e simigliante l’avversa parte l’avea di tanto diversa, che all’una era il bianco di sopra e all’altra di sotto; e di dietro a queste ora qua, ora là, quale poco e quale assai, correano disordinati. 39 Come il duca e Messaallino videro il rozzo popolo, di loro si risero, e alquanto gli riguardarono, e già aveano determinato di ritornarsi indietro, quando Messaallino disse: — Perché non andiamo noi a loro, e di loro condizione ci facciamo certi, acciò che tornando a Filocolo, il quale di tutto loro essere ci domanderà, non sappiendogliele ridire, non siamo da lui scherniti? — Andiamo — rispose il duca; e verso quelli che già mostravano di loro dubitare, con segno di pace s’appressarono, e con graziosa voce, non mostrando d’avere la loro picciola condizione a schifo, gli salutarono, e quelli, che sopra la riva del fiume dimoravano dal lato del bosco, domandarono chi essi fossero e perché quivi stessero, e quale era stata la cagione del loro romore poco avanti. A’ quali uno di loro, il quale forse degli altri
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
voluto ch’io incominci. A cui Biancofiore disse: — Signor mio, a tua posta sta e l’andare e ’l dimorare; ma se di ciò il mio disio si seguisse, il più tosto che si potesse saremmo in cammino. — E sì saremo noi — rispose Filocolo. 47 Egli era già al piccolo monte levata tutta la verde chioma, né niuna cosa alta sopra quello si vedea se non le mura del vecchio tempio, quando Filocolo, fatti prendere buoi, con profondo solco disegnò i fondamenti delle future mura, e appresso ordinò i luoghi delle torri e in quali parti le  mura  aperte  per  dar  luogo  agli  entranti  dovessero  rimanere.  E similemente divisò le diritte rughe, e quali luoghi per etterne abitazioni rimanessero. E fatto questo, chiamò a sé Galeone, a cui egli disse: — Giovane, tu, secondo il tuo parlare, ami crudelissima donna sanza essere da lei amato; e se io ho bene le tue parole per adietro notate, così come già ti fu caro l’essere suggetto ad amore, così ora carissimo partirti del tutto da lui ti saria: alla qual cosa fare, ottimo oficio t’ho trovato, quando e’ ti piaccia. Io, come tu vedi, la nuova terra ho cominciata, la quale producere a fine, concedendolo gl’iddi, ho proposto, e con ciò sia cosa che sollecitudine mi stringa maggiore, questo affatto intendo di commettere altrui, insieme col quale il dominio del luogo concederò a chi il prenderà. Se tu il vuoi prendere, la sollecitudine tua converrà essere molta, e  in  molte  cose  e  diverse,  la  quale  avendo,  la  vaga  anima  per  forza abandonerà gli amorosi pensieri, e quelli abandonando, metterà in dimenticanza, e dimenticati, potrai dire te essere dalla infermità ché sostieni liberato, e fuori delle mani dell’amore della crudele donna. E non ti sia noia se io edificatore ti faccio di mura, e gente rozza e grossa ti do a governare più tosto che terra fatta con gente ordinata, la quale alla tua gran virtù conosco si converria, però che se io ti dessi quelli a reggere, il loro ordine e la loro mansuetudine poco affanno o niuno daria alla tua mente, e così in quelli pensieri ove dimori, in quelli perseverando staresti, né mai liberato saresti da amore. Ma costoro, inordinati e materiali, sovente  ti  moveranno  ad  ira,  la  quale  tu  paziente  sosterrai,  e  la  loro inordinatezza ti sarà materia di pensare come a ordine li possi recare: de’
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
quali pensieri, e d’altri molti, quello che già ti dissi ti seguirà. A diverse infermità, diversi impiastri adopera il savio medico: prendi questo alla tua per mio consiglio, se disideri di sanare. 48 Galeone, udendo il savio consiglio e conoscendo la liberalità di Filocolo, e similmente il perpetuo onore e l’utile che di ciò che Filocolo gli proferea gli potea seguire, rispose: — Signor mio, a molto più valoroso di me sì alto uficio si converria, il quale ancora, come voi dite, ottimo rimedio il conosco alla mia infermità, e però in luogo di grazia singulare da voi il ricevo, apparecchiato ad ogni riconoscenza che voi vorrete di tanto dono; e là dov’io insofficiente fossi, quant’io posso divoto priego gl’iddi che in luogo di me il mio difetto suppliscano, e voi lungo tempo conservino in vita, sempre di bene in meglio aumentando. Concessegli adunque Filocolo il luogo, e de’ suoi tesori gran parte gli fece donare, acciò che la cominciata opera potesse magnificamente adempiere; e fatti convocare tutti e due i pacificati popoli, i quali del nuovo luogo doveano essere abitatori, a Galeone fece intera fedeltà giurare, e promettere che elli lui per signore e per difenditore avrebbero sempre, né i suoi comandamenti in alcuno atto trapasserebbero: i quali se passassero, secondo il suo giudicio del passamento sosterrieno la punizione; e quelle leggi, che egli desse loro, quelle serverieno, essi e i loro discendenti. E così similemente Galeone promise di servarli e guardarli e governarli come cari fratelli e suggetti, da qualunque persona ingiustamente offendere li volesse. Allora Filocolo disse a Galeone: — Omai edifica, e di bene in meglio la tua terra, la quale tu chiamerai Calocepe, accrescerai. E fatti i suoi arnesi acconciare, a ciascuno vietando che sanza sua licenza chi e’ fossero non manifestasse ad alcuno, in abito di pellegrini montarono a cavallo, e accomiatati da Galeone, cavalcarono verso Roma. 49 Rimase Galeone col rozzo popolo chiamato Calocepi, e il primo comandamento fatto da lui alla nuova gente fu che da essi fossero tutte le loro case disfatte e che essi dentro al cerchio fatto per le mura future 462 Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Giovanni Boccaccio     Teseida    Libro sesto 38 A cui da l’armo pendeva sinestro uno scudo, assai rozzo per lavoro, nel qual pareasi Atlanciade, silvestro fatto, Argos ingannar col suo sonoro nuovo strumento, e lui uccider destro lì si vedeva ancor, sanza dimoro; eravi ancor quando divenne Geta per far del padre la volontà cheta. 39 Eravi ancor ciò che per Erse fece; e altre opere sue v’eran distinte, le qua’ per brevità dir qui non lece; ma pur tra l’altre da parte dipinte, l’opere sue già fatte dritte o biece, eran le braccia sue al collo avvinte di Carmenta, di cui Evandro nacque ne’ tempi ch’ella in Cilleno a lui piacque. 40 In cotal guisa co’ suoi, rugginoso dell’arme e del sudor, venne in Attene; e ben che bel non paia, valoroso chiunque il vede veramente il tene; e fé del modo suo, non borioso ma utile, parlare a tutti bene; ben s’amiraron della condizione, chiunque il vide, a sì fatto barone.
Teseida di Giovanni Boccaccio
D’altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, sì come le sue opere troppo più manifestano agl’intendenti che non potrebbono fare le mie lettere. Vaghissimo fu e d’onore e di pompa per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richesto. Ma che? qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tocca? E per questa vaghezza credo che oltre ad ogni altro studio amasse la poesia, veggendo, come che la filosofia ogni  altra  trapassi  di  nobiltà,  la  eccellenzia  di  quella  con  pochi  potersi comunicare, e esserne per lo mondo molti famosi: e la poesia più essere apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti rarissimi. E perciò, sperando per la poesì allo inusitato e pomposo onore della coronazione dell’alloro poter pervenire, tutto a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disiderio veniva intero, se tanto gli fosse stata la Fortuna graziosa, che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale sola sopra le fonti di San  Giovanni s’era disposto di coronare; acciò che quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse  il  secondo.  Ma  così  andò  che,  quantunque  la  sua  sufficienzia fosse molta, e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto l’onore  della  laurea  pigliare  (la  quale  non  iscienzia  accresce,  ma  è  della acquistata  certissimo  testimonio  e  ornamento);  pur,  quella  tornata,  che mai  non  doveva  essere,  aspettando,  altrove  pigliar  non  la  volle;  e  così, senza il molto disiderato onore avere, si morì. Ma, perciò che spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesì e che il poeta, e donde sia questo nome  venuto  e  perché  di  lauro  sieno  coronati  i  poeti,  e  da  pochi  pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna trasgressione, nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come più tosto potrò, al proposito. La prima gente ne’ primi secoli, come che rozzissima e inculta fosse, ardentissima  fu  di  conoscere  il  vero  con  istudio,  sì  come  noi  veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte l’altre ordinasse, sì come superiore potenzia da niuna altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s’immaginarono quella, la quale “divinità”  ovvero  “deità”  nominarono,  con  ogni  cultivazione,  con  ogni onore e con più che umano servigio esser, da venerare. E perciò ordinaro-
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio
no, a reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime e egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare così di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini s’abitavano; e nominaronle “templi”. E similmente avvisarono doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a’ divini servigi vacassero, per maturità, per età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono “sacerdoti”. E oltre a questo, in rappresentamento della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a’ servigi di quella vasellamenti d’oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a’ sacrifici per loro istabiliti. E, acciò che a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d’alto suono essa fosse da umiliare e alle loro necessità rendere propizia. E così come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilità, così vollono che, di lunghi da ogni plebeio o publico stilo di parlare, si trovassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinità, nelle quali le si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, acciò che queste parole paressero avere più d’efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artificiosa e esquisita e nuova convenne che si  facesse.  La  quale  forma  li  Greci  appellano  poetes;  laonde  nacque,  che quello che in cotale forma fatto fosse s’appellasse poesis; e quegli, che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chiamassero “poeti”. Questa  adunque  fu  la  prima  origine  del  nome  della  poesia,  e  per consequente de’ poeti, come che altri n’assegnino altre ragioni, forse buone: ma questa mi piace più. Questa buona e laudevole intenzione della rozza età mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e dove i primi una sola deità onoravano, mostrarono i seguenti molte esserne, come che quella  una  dicessono  oltre  ad  ogni  altra  ottenere  il  principato;  le  quali molte vollero che fossero il Sole, la Luna, Saturno, Giove e ciascuno degli altri de’ sette pianeti, dagli loro effetti dando argomento alla loro deità; e da  questi  vennero  a  mostrare  ogni  cosa  utile  agli  uomini,  quantunque terrena fosse, deità essere, sì come il fuoco, l’acqua, la terra e simiglianti. Alle quali tutte e versi e onori e sacrifici s’ordinarono. E poi susseguentemente cominciarono diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno, chi con un
Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Della Casa   Galateo � maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spazio addietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù che io ho dette: e, come i piacevoli e gentili modi hanno forza di eccitare la benivolenza di color co’ quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio e a disprezzo di noi. Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinato  le  leggi  alla  spiacevolezza  ed  alla  rozzezza  de’  costumi  sì  come  a  quel peccato che loro è paruto leggeri, e certo egli non è grave, noi veggiamo nondimeno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina, privandoci per questa cagione del consorzio e della benivolenza degli uomini: e certo, come i peccati gravi più nuocono, così questo leggeri più noia, o noia almeno più spesso; e, sì come gli uomini temono le fiere salvatiche e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno e nondimeno, per la continua noia che eglino ricevono da loro, più spesso si rammaricano di questi che di quelle non fanno, così addiviene che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini ed i rincrescevoli quanto i malvagi o più. Per la qual cosa niuno può dubitare che a chiunque si dispone di vivere non per solitudini o ne’ romitorii, ma nelle città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne’ suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole: senza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano, dove questa senza altro patrimonio è ricca e possente, sì come quella che consiste in parole e in atti solamente. II Il che acciocché tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere che a te convien temperare e ordinare i tuoi modi non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co’ quali tu usi, e a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente perciocché chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza pare più tosto buffone o giucolare, o per avventura lusinghiero, che costumato gentiluomo; sì come, per lo contrario, chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero è zotico e scostumato e disavvenente. Adunque, conciossiaché le nostre maniere sieno allora dilettevoli quando noi abbiamo risguardo all’altrui e non  al  nostro  diletto,  se  noi  investigheremo  quali  sono  quelle  cose  che dilettano generalmente il più degli uomini e quali quelle che noiano, potre-
Galateo di Giovanni Della Casa
così eglino, piangendo, della loro infirmità guarissero. Ma, come ciò sia, a noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui favelliamo, massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo e non per piagnere: ché, se pure alcuno è che infermi per vaghezza di lagrimare, assai legger cosa fia di medicarlo con la mostarda forte o porlo in alcun luogo al fumo. Per la qual cosa in niuna maniera si può scusare il nostro Filostrato della proposta che egli fece piena di doglia e di morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga che di letizia. Conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconose, e più tosto tacersi. Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca giammai che i loro bambini e la donna e la balia loro: – Il fanciullo mio mi fece ieri sera tanto ridere. – Udite; voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di Momo mio. – La donna mia è cotale. – La Cecchina disse. – Certo voi no ‘l credereste del cervello ch’ella ha. – Niuno è sì scioperato che possa né rispondere né badare a sì fatte sciocchezze, e viensi a noia ad ognuno. XII Male  fanno  ancora  quelli  che  tratto  tratto  si  pongono  a  recitare  i sogni  loro  con  tanta  affezione  e  facendone  sì  gran  maraviglia  che  è  un isfinimento di cuore a sentirli; massimamente che costoro sono per lo più tali che perduta opera sarebbe lo ascoltare qualunque s’è la loro maggior prodezza, fatta eziandio quando vegghiarono. Non si dee adunque noiare altrui con sì vile materia come i sogni sono, spezialmente sciocchi, come l’uom  gli  fa  generalmente.  E,  comeché  io  senta  dire  assai  spesso  che  gli antichi savi lasciarono ne’ loro libri più e più sogni scritti con alto intendimento e con molta vaghezza, non perciò si conviene a noi idioti né al comun popolo di ciò fare ne’ suoi ragionamenti. E certo di quanti sogni io abbia mai sentito riferire, comeché io a pochi soffera di dare orecchio, niuno me ne parve mai d’udire che meritasse che per lui si rompesse silenzio; fuori solamente uno che ne vide il buon messer Flaminio Tomarozzo gentiluomo romano, e non mica idiota né materiale ma scienziato e di acuto ingegno. Al quale, dormendo egli, pareva di sedersi nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino, nella quale poco stante, qual che si fosse la cagione, levatosi il popolo a romore, andava ogni cosa a ruba, e chi toglieva un lattovaro, e chi una confezione, e chi una cosa, e chi altra, e mangiavalasi di presente; sicché in poco d’ora né ampolla né pentola né bossolo né alberello vi rimanea
Galateo di Giovanni Della Casa
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Pascoli    Canti di Castelvecchio – Canti di Castelvecchio  30 Noi s’era in otto, nove con essa, nella carrozza, piccoli, stretti a lei che stava bianca e dimessa tra lo scoppiare dei mortaretti; che si vedeva pallida e magra tra il rintoccare delle campane. Noi si tornava per una sagra senza più padre senza più pane. E disse un uomo; disse: e l’udiva ella e ne pianse le lunghe notti e ne fu trista fin che fu viva, un anno: “Un nido, ve’, di farlotti!” Verlette, quando v’odo cantare, nunzie che il caldo viene e la state, nelle mattine tacite e chiare, nelle opaline lunghe serate;
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Oh! — dico — il nido fatto tra i rovi. il vostro nido messo tra il rusco, oh! che il villano non ve lo trovi, il molle nido pieno di musco! che rozzo è fuori, radiche e stecchi, ma dentro è tutto lana e lichene, dove d’un solo tratto sei becchi s’aprono a un solo grillo che viene! viene nel becco vostro, che intanto state sur una vetta vicine spiando il cibo raro e col canto cullando il nido ch’è tra le spine! Oh! voi non, mentre gettate il grido che salva gli altri, predi l’astore; né il bruco e il grillo manchi nel nido, né il calduccino di sotto il cuore! 50 55 60 121 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Il ritratto I Nel collegio d’Urbino il mio fratello faceva in grande un piccolo ritratto. Quando il già fatto a noi parea pur bello, sotto la gomma il bello era già sfatto. 5 Tornavamo scontenti alla finestra per guardare, intrecciati alla ringhiera, se una carrozza per la via maestra montava nella pace della sera. Era pace nei cuori. Era l’esame passato alfine con le sue lunghe ore: tranquillo alfine da più dì lo sciame ronzava nella nuova arnia maggiore. Più grande all’improvviso ogni fanciullo si ritrovava dopo tante acquate; il boccio apriva i petali in un frullo meravigliando che già fosse estate; e che fosse già colto, anzi, il ciliegio, ma che di rosa si tingesse il melo; che fosse tanto verde oltre il collegio, ch’oltre la scuola fosse tanto cielo. Si ronzava: non altro. Fra due scuole già chiuse, una di fronte, una alle spalle, nel mezzo c’era l’aria, c’era il sole, odor di timo e voli di farfalle. 25 Ma nell’ore, più brevi ma più lente, di studio, tra due libri, ch’uno troppo sapeva e l’altro non sapea più niente, stanchi del nostro insolito galoppo,
Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli
Sonetti eterocliti     LEGGENDO  “IL MAGO ” DI SEVERINO FERRARI Giù pei cieli diafani e tranquilli discende il mago radiante in volto: un vecchio rospo a un larice suffolto gli gorgheggia: ben venga il signor Brilli. 5 Ed e’ muggire alla campagna i grilli ode e nitrir le rane dentro il folto canneto: un bacherozzo, uom savio e colto, accorre al braccio di donna Amarilli: e i rosignoli vanno per le strade con certi borzacchini di pantano grattando il violin nelle contrade... Era tutto, da presso e da lontano, uno zillare sotto le rugiade nell’infinita chiarità del piano. Il mago, della mano fatto un soave cenno a’ rosignoli, fe’ un passo e: Grazie, disse, a quei figliuoli.                A S EVERINO FERRARI Se’ tu dunque arrivato in Broceglianda nel caffè de li Servi, o nel divino pian della Zena, al garrulo Alberino dove regna, conversa in rana, Urganda? 5 Tra gli alberi ogni macero tramanda un odore d’assai dolce bottino, quasi che, per incanto o per destino, il gracchiare in profumo si rispanda.
Poesie varie di Giovanni Pascoli
perché m’accenni della man fuggente, perché rivolgi il viso, ridi e dilegui luminosamente 100 nel lampo del sorriso? Dilegui, e l’ombre calano, ed io sento un brusìo d’acque ignote, e ascolto appena il crepito onde il vento le foglie morte scuote; 105 mentre il cavallo piega le ginocchia lente nel reo cammino, di qualche pina il suono odo che crocchia su nel silvestre pino. Alessandro Manzoni - Adelchi [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Adelchi.txt Alessandro Manzoni - Il Conte di Carmagnola [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Il Conte di Carmagnola.txt Alessandro Manzoni - Inni Sacri [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Inni Sacri.txt Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte I [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte II [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte II.txt Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Parte I.txt Alessandro Manzoni - Odi [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Odi.txt Alessandro Manzoni - Poesie giovanili [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Poesie giovanili.txt Alessandro Manzoni - Storia della colonna infame [ebook ITA].pdf Alessandro Manzoni - Storia della colonna infame.txt Amico di Dante - Canzoni - poesia 1200 [ebook ITA].pdf Amico di Dante - Canzoni - poesia 1200.txt Angelo Poliziano - Fabula di Orfeo [ebook ITA].pdf Angelo Poliziano - Fabula di Orfeo.txt Angelo Poliziano - Rime [ebook ITA].pdf Angelo Poliziano - Rime.txt Angelo Poliziano - Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici [ebook ITA].pdf Angelo Poliziano - Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici.txt Anonimo - Il Novellino [ebook ITA].pdf Anonimo - Il Novellino.txt Anonimo - Laude cortonesi [ebook ITA].pdf Anonimo - Laude cortonesi.txt Anonimo romano - Cronica [ebook ITA].pdf Anonimo romano - Cronica.txt Baldassare Castiglione - Il Libro del Cortegiano [ebook ITA].pdf Baldassare Castiglione - Il Libro del Cortegiano.txt Bonagiunta Orbicciani - Rime [ebook ITA].pdf Bonagiunta Orbicciani - Rime.txt Bono Giamboni - Libro de vizi e delle virtudi [ebook ITA].pdf Bono Giamboni - Libro de vizi e delle virtudi.txt Brunetto Latini - Il Favolello [ebook ITA].pdf Brunetto Latini - Il Favolello.txt Brunetto Latini - Il Tesoretto [ebook ITA].pdf Brunetto Latini - Il Tesoretto.txt Carlo Goldoni - Gl innamorati [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Gl innamorati.txt Carlo Goldoni - Il Campiello [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il Campiello.txt Carlo Goldoni - Il servitore di due padroni [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il servitore di due padroni.txt Carlo Goldoni - Il Teatro comico [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il Teatro comico.txt Carlo Goldoni - Il Ventaglio [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Il Ventaglio.txt Carlo Goldoni - I Rusteghi [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - I Rusteghi.txt Carlo Goldoni - La Bottega del caffe [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Bottega del caffe.txt Carlo Goldoni - La Famiglia dell’antiquario [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Famiglia dell’antiquario.txt Carlo Goldoni - La Locandiera [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Locandiera.txt Carlo Goldoni - La Sposa persiana [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - La Sposa persiana.txt Carlo Goldoni - Le Baruffe chiozzotte [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Le Baruffe chiozzotte.txt Carlo Goldoni - Le Femmine puntigliose [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Le Femmine puntigliose.txt Carlo Goldoni - Le smanie per la villeggiatura [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Le smanie per la villeggiatura.txt Carlo Goldoni - Una delle ultime sere di Carnovale [ebook ITA].pdf Carlo Goldoni - Una delle ultime sere di Carnovale.txt Cecco Angiolieri - Rime [ebook ITA].pdf Cecco Angiolieri - Rime.txt Cenne da la Chitarra - Risposta alla Corona dei mesi [ebook ITA].pdf Cenne da la Chitarra - Risposta alla Corona dei mesi.txt Cesare Beccaria - Dei delitti e delle pene [ebook ITA].pdf Cesare Beccaria - Dei delitti e delle pene.txt Chiaro Davanzati - Canzoni e sonetti [ebook ITA].pdf Chiaro Davanzati - Canzoni e sonetti.txt Cielo d Alcamo - Contrasto [ebook ITA].pdf Cielo d Alcamo - Contrasto.txt Cino da Pistoia - Canzoni sonetti e ballate [ebook ITA].pdf Cino da Pistoia - Canzoni sonetti e ballate.txt Dante Alighieri (attribuito a) - Il Fiore [ebook ITA].pdf Dante Alighieri (attribuito a) - Il Fiore.txt Dante Alighieri - Convivio [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Convivio.txt Dante Alighieri - Detto d amore [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Detto d amore.txt Dante Alighieri - De vulgari eloquentia [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - De vulgari eloquentia.txt Dante Alighieri - Divina Commedia [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Divina Commedia.txt Dante Alighieri - Epistole [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Epistole.txt Dante Alighieri - Rime [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Rime.txt Dante Alighieri - Vita nuova [ebook ITA].pdf Dante Alighieri - Vita nuova.txt Dante da Maiano - Sonetti [ebook ITA].pdf Dante da Maiano - Sonetti.txt Dino Compagni - Cronica [ebook ITA].pdf Dino Compagni - Cronica.txt Dino Frescobaldi - Canzoni e sonetti [ebook ITA].pdf Dino Frescobaldi - Canzoni e sonetti.txt Enzo Re - S eo trovasse Pietanza [ebook ITA].pdf Enzo Re - S eo trovasse Pietanza.txt Federigo Della Valle - La reina di Scozia [ebook ITA].pdf Federigo Della Valle - La reina di Scozia.txt Folgore da San Gimignano - Corona dei mesi [ebook ITA].pdf Folgore da San Gimignano - Corona dei mesi.txt Francesco d Assisi - Laudes creaturarum - Cantico di frate Sole [ebook ITA].pdf Francesco d Assisi - Laudes creaturarum - Cantico di frate Sole.txt Francesco De Sanctis - Storia della letteratura italiana - Tomo I [ebook ITA].pdf Francesco De Sanctis - Storia della letteratura italiana - Tomo II [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Ricordi [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Ricordi.txt Francesco Guicciardini - Storia d Italia - Volume primo (libri I-VI) [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Storia d Italia - Volume secondo (libri VII-XIII) [ebook ITA].pdf Francesco Guicciardini - Storia d Italia - Volume terzo (libri XIV-XX) [ebook ITA].pdf Francesco Petrarca - Canzoniere [ebook ITA].pdf Francesco Petrarca - Canzoniere.txt Francesco Petrarca - Trionfi (Triumphi) [ebook ITA].pdf Francesco Petrarca - Trionfi (Triumphi).txt Franco Sacchetti - Il Trecentonovelle [ebook ITA].pdf Franco Sacchetti - Il Trecentonovelle.txt Galileo Galilei - Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo [ebook ITA].pdf Galileo Galilei - Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.txt Giacomino Pugliese - Morte perche m hai fatta si gran guerra [ebook ITA].pdf Giacomino Pugliese - Morte perche m hai fatta si gran guerra.txt Giacomo da Lentini - Rime [ebook ITA].pdf Giacomo da Lentini - Rime.txt Giacomo Leopardi - Canti [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Canti.txt Giacomo Leopardi - Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.txt Giacomo Leopardi - Operette morali [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Operette morali.txt Giacomo Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia.txt Giacomo Leopardi - Pensieri [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Pensieri.txt Giacomo Leopardi - Poesie varie [ebook ITA].pdf Giacomo Leopardi - Poesie varie.txt Gianni Alfani - Ballate [ebook ITA].pdf Gianni Alfani - Ballate.txt Gianni Lapo - Canzoni e ballate [ebook ITA].pdf Gianni Lapo - Canzoni e ballate.txt Giordano Bruno - Il Candelaio [ebook ITA].pdf Giordano Bruno - Il Candelaio.txt Giordano Bruno - La Cena de le Ceneri [ebook ITA].pdf Giordano Bruno - La Cena de le Ceneri.txt Giorgio Vasari - Le Vite - Volume primo [ebook ITA].pdf Giorgio Vasari - Le Vite - Volume primo.txt Giorgio Vasari - Le Vite - Volume secondo [ebook ITA].pdf Giorgio Vasari - Le Vite - Volume secondo.txt Giosue Carducci - Giambi ed epodi [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Giambi ed epodi.txt Giosue Carducci - Juvenilia [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Juvenilia.txt Giosue Carducci - Levia Gravia [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Levia Gravia.txt Giosue Carducci - Odi barbare [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Odi barbare.txt Giosue Carducci - Rime e ritmi [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Rime e ritmi.txt Giosue Carducci - Rime nuove [ebook ITA].pdf Giosue Carducci - Rime nuove.txt Giovan Battista Guarini - Il Pastor fido [ebook ITA].pdf Giovan Battista Guarini - Il Pastor fido.txt Giovan Battista Marino - L Adone - Volume primo (canti 1-13) [ebook ITA].pdf Giovan Battista Marino - L Adone - Volume primo (canti 1-13).txt Giovan Battista Marino - L Adone - Volume secondo (canti 14-20) [ebook ITA].pdf Giovan Battista Marino - L Adone - Volume secondo (canti 14-20).txt Giovanni Boccaccio - Amorosa visione - testo A [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Amorosa visione (testo A) [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Amorosa visione - testo A.txt Giovanni Boccaccio - Amorosa visione (testo A).txt Giovanni Boccaccio - Caccia di Diana [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Caccia di Diana.txt Giovanni Boccaccio - Comedia delle ninfe fiorentine [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Comedia delle ninfe fiorentine.txt Giovanni Boccaccio - Corbaccio [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Corbaccio.txt Giovanni Boccaccio - Decameron [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Decameron.txt Giovanni Boccaccio - Elegia di Madonna Fiammetta [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Elegia di Madonna Fiammetta.txt Giovanni Boccaccio - Filostrato [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Filostrato.txt Giovanni Boccaccio - Il Filocolo [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Il Filocolo.txt Giovanni Boccaccio - Ninfale fiesolano [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Ninfale fiesolano.txt Giovanni Boccaccio - Rime [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Rime.txt Giovanni Boccaccio - Teseida [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Teseida.txt Giovanni Boccaccio - Trattatello in laude di Dante [ebook ITA].pdf Giovanni Boccaccio - Trattatello in laude di Dante.txt Giovanni Della Casa - Galateo [ebook ITA].pdf Giovanni Della Casa - Galateo.txt Giovanni Della Casa - Rime [ebook ITA].pdf Giovanni Della Casa - Rime.txt Giovanni Pascoli - Canti di Castelvecchio [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Canti di Castelvecchio.txt Giovanni Pascoli - Le canzoni di re Enzio [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Le canzoni di re Enzio.txt Giovanni Pascoli - Myricae [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Myricae.txt Giovanni Pascoli - Nuovi poemetti [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Nuovi poemetti.txt Giovanni Pascoli - Odi e inni [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Odi e inni.txt Giovanni Pascoli - Poemi conviviali [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Poemi conviviali.txt Giovanni Pascoli - Poemi del Risorgimento [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Poemi del Risorgimento.txt Giovanni Pascoli - Poemi italici [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Poemi italici.txt Giovanni Pascoli - Poesie varie [ebook ITA].pdf
Poesie varie di Giovanni Pascoli
le salde zampe guazzano nel fango, 120 fiutan le nari il suolo.
Poesie varie.txt Giovanni Pascoli - Primi poemetti [ebook ITA].pdf Giovanni Pascoli - Primi poemetti.txt Giovanni Verga - Don Candeloro e C i [ebook ITA].pdf Giovanni Verga - Don Candeloro e C i.txt Giovanni Verga - I Malavoglia [ebook ITA].pdf Giovanni V di Giovanni Pascoli
Così dicendo fece mostra di aprirle le braccia confidenzialmente. Ella vi mise soltanto la pelliccia, sedendo accanto al principe, il quale le baciò la mano. – Un successone!... un vero trionfo! – ripeteva intanto il coro. Ma essa non dava retta. Sembrava assorta, un po’ stordita dell’applauso, e interrogava solo Barbetti con uno sguardo insistente. Questi chinò il capo affermando, senza dire una parola. – Ci penserete voi al telegrafo? – diss’ella un momento dopo. Barbetti esitò. – Va bene, ci penserò io... c’è tempo... Una dozzina di persone pigiavansi nel camerino. E delle altre teste si ammonticchiavano all’uscio, degli altri visitatori sopraggiungevano: il direttore d’orchestra che veniva a congratularsi “del legittimo successo”, un compositore famoso per cercare dei complimenti da per tutto, col pretesto di farne agli altri: – Ah, signora Celeste, non ci siete che voi!... il vostro metodo!... la vostra voce!... l’arte vostra!... Per cinque  minuti  si  parlò  anche  d’arte  e  di  musica.  Il  giovanetto tartaglione, strozzato dall’emozione, balbettò qualche frase sconnessa, facendosi rosso, di una fiamma sincera d’entusiasmo che avvivava le sue guance e i suoi occhi giovanili, e faceva sorridere la commediante. La poetessa si fece avanti alla fine, bisbigliando a mezza voce: – Mia cara... Non ho saputo resistere... Quali sensazioni deliziose!... Il principe si era alzato per cederle il posto; ma essa preferiva drappeggiarsi nel suo mantello, per recitare con voce dimessa un madrigale pomposo. Barbetti che si era messo a sedere sul bracciolo del canapè e la guardava insolentemente, si chinò poi all’orecchio della signora Celeste, dicendole: – Ah, figliuola mia, se m’innamorate anche le donne, adesso!... L’attrice riceveva tutti quegli omaggi negligentemente seduta sul canapè, come in trono, sorridendo a mala pena di tanto in tanto, in aria distratta, quasi rendesse ancora l’orecchio al rumore degli applausi, quasi cercando ancora il suo pubblico delirante coll’occhio assorto che fissavasi incerto su chi parlava. E tornava a sorridere incontrando gli occhi sfavillanti del giovinetto ingenuo che la divoravano. Fragranze rare e delicate emanavano dai fiori ammucchiati da per tutto, sulla poltrona, sulle seggiole, sul tavolinetto che reggeva lo specchio, fra le quinte: dei mazzi enormi, dei monogrammi in-
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
– Bello! bellissimo... le mot de la fin!... – esclamò Barbetti, e intanto spingeva fuori la gente, come uno di casa. Il Re di cuori era rimasto cercando il cappello, aspettando dalla diva la parola o l’occhiata che essa gli aveva promesso per quella sera. – Caro Sereni, – gli disse Barbetti, – non facciamo dei gelosi... – Barbetti, ehi! il telegrafo l’avete dimenticato? – esclamò la signora Celeste passando la testa nell’apertura della tenda. – Eh, no... pur troppo... – A Milano! E rammentatemi anche a Napoli, dove farò la quaresima... Non lo dimenticate... Vi accompagnerà Sereni perché non lo dimentichiate, al vostro solito... Aspettate, Sereni, vi dò un rigo per memoria. E lì, scrivendo sul ginocchio anche lei come Barbetti, colla tunica di Aida semiaperta che scopriva il fine contorno della gamba coperta dalla maglia carnicina, buttò due parole su di un pezzetto di carta strappato da un mazzo di fiori, e sporse dalla tenda il braccio nudo per dare il bigliettino a Sereni, il quale lo prese avidamente, mentre dietro la cortina, con un fruscìo frettoloso di vestiti, si udiva ancora la bella voce allegra di lei ripetere: – Andatevene! Andate via tutti quanti! I suoi fedeli però l’aspettavano ostinatamente dietro l’uscio del camerino, Macerata che voleva aver l’onore di darle il braccio sino alla carrozza, il principe d’Antona discorrendo con una figurante che non gli nascondeva nulla, Ettore Baroncini il quale non sapeva risolversi ad andarsene dopo aver preso apposta il treno, temendo di passare per uno zotico, Sereni che fiutava un rivale e Barbetti che odorava la cena. Finalmente la bella ricomparve col berrettino di lontra sugli occhi, imbacuccata sino al naso, seguita dalla cameriera contegnosa che portava la borsetta delle gioie, sgridando Barbetti e tutti gli altri, che si precipitavano ad accompagnarla, Macerata impadronendosi del braccio di lei che gli era costato uno spillo di brillanti, il principe staccandosi garbatamente dalla figurante, la quale schermivasi allora coprendo il petto colle mani, Barbetti canticchiando: – Andiam! partiam! a cena andiam!... Non dico a voi, cara Celeste. Voi andrete a dormire tranquillamente... Sentirete che brindisi, dal vostro letto!... – Ah! meraviglia delle meraviglie! Angeli e ministri di grazia, soccorretemi voi! Quest’ultimo complimento era diretto all’altra diva del ballo “La stella” che attraversava in quel punto il dietro scena, seminuda, colle spalle e il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
seno appena coperti da una ricca mantellina, tutta vaporosa nella cipria e nei veli diafani, col sorriso mordente delle labbra e degli occhi tinti che salutava gli amici e gli ammiratori della cantante, suoi ammiratori anch’essi e suoi amici, quasi librandosi sulla punta delle scarpette di raso all’incitamento della musica che la chiamava, per correre all’applauso che aspettava impaziente lei pure. Il tenore, con cui la diva del canto aveva delirato d’amore in musica, e per cui era morta sul palcoscenico mezz’ora prima, le passò vicino adesso senza salutarla, rialzando il bavero della pelliccia, col fazzoletto sulla bocca. Ed essa non lo guardò neppure, scambiando invece un’occhiata ostile coll’altra diva della danza. – No, no, non vi lascio andar sola... Ho paura che vi rubino, i vostri ammiratori... – diceva il principe che ostinavasi a voler montare in carrozza con lei, dopo aver messo da banda tranquillamente Macerata. Ed essa rispondeva con la risatina squillante: – Sciocco!... via! andate via!... Barbetti?... – Sì, sì, il telegrafo, non l’ho dimenticato. Signori belli, cosa si fa adesso? Si va a cena, a finir la serata della diva? Ehi, dico, Sereni, è quanto possiamo far di meglio. Non ti cavare gli occhi sotto quel lampione, che lo scritto so io cosa dice. Ma il principe si scusò dicendo di avere un appuntamento al Circolo, e Macerata non si sentiva di pagare anche i brindisi che gli altri avrebbero fatti alla diva. Rimasero Baroncini, il quale non voleva passare per straccione o per avaro, ricusando di pagar da cena, e Sereni che aveva letto: “Impossibile per questa sera, mio caro... Abbiate pazienza... Sono affranta... Sognerò di voi...”. Per altro, tutti e due avevano bisogno di pensare alla diva, vicino a degli altri che avrebbero pure pensato a lei o parlato di lei. Nei fumi del vino, più tardi, poiché Baroncini aveva fatto le cose bene, Barbetti, commosso anche lui, sentenziava: – Cari amici miei... Il telegrafo non sapete cosa significhi... L’impresario... l’agente teatrale... Dei colpi di gran cassa per far quattrini... Siamo giusti... il mondo gira su di un pezzo da cinque lire... Ciascuno secondo il suo mestiere... L’arte, il giornalismo... tutte belle cose... Segui bene il mio ragionamento, Sereni. Io sono un artista... Bene... Io appartengo al pubblico... il pubblico è il mio amante, .. Tu sei innamorato di me, artista... bene... Se Venere, in camicia, venisse a dirmi in certi momenti... Barbetti, dammi una notte d’amore... No, no, e poi no!
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
tanta grazia divina recalcitrava egli stesso, semplice frate laico, senza neppure gli ordini sacri. Resisteva alla tentazione, si confessava indegno, faceva il sordo o lo scemo, arrivava a tapparsi le orecchie insino, quando i poveri giuocatori gli correvano dietro supplicando: – Per la santa tonaca che portate! – Per l’anima dei vostri morti! – e per questo, e per quest’altro – Due parole sole, e ci togliete dai guai! – Intanto i numeri che gli ballavano dentro, e le dita stesse che si tradivano e accennavano il terno, senza sua voglia, soltanto al modo di lisciare la barba e di far segno: zitto! – Chi sapeva intendere poi e cavarne il terno ci pigliava l’ambo almeno. E l’elemosine fioccavano. Il padre guardiano, uomo rozzo all’antica, prese infine Vito Scardo a quattr’occhi, e gli fece una bella lavata di capo: – A che giuoco giuochiamo? Che significa questa faccenda? – Lui a testa bassa, colle mani in croce nei maniconi, rispose tutto compunto che significava che il Signore lo chiamava in religione, e se non lo lasciavano entrare in noviziato sarebbe andato a fare l’eremita in cima a una montagna. – Fra Giuseppe Maria capì il latino. – A fare il santo per conto tuo, eh? E tirar l’acqua al tuo molino? – Vito Scardo non capiva neppure. – L’acqua? – Il santo? – Il mulino? – E le 20 onze del patrimonio, per pigliar messa? le 20 onze le hai? – aggiunse il guardiano per tagliar corto. – Ah, le 20 onze?... Come abbia fatto a procurarsele, quel diavolo di Vito Scardo, lo sa Dio e lui. O che siano stati frutti di stola, come dicevano le male lingue, denari rubati allo stesso San Francesco, messi da parte sulla cerca, in barba a lui; o che la vedova Brogna abbia fatto anche questa, e si sia lasciato toccare il cuore; o sia stata infine carità fiorita di qualche altra benefattrice, che tirava anime a salvamento – la Scaricalasino vendé allora un pezzo di terra, suo di lei. – Il fatto è che all’impensata saltò fuori il padre di Vito Scardo, Malannata, uno che il soprannome stesso diceva chi fosse, povero e pezzente che avrebbe cavato la pelle piuttosto al suo figliuolo per rattoppare la sua, e mise fuori i denari del patrimonio. – Qui, ecco le 20 onze! – Il guardiano, che cercava pretesti ancora, voleva sapere donde venivano e donde non venivano. Ma Vito Scardo che piangeva di tenerezza e di gratitudine, abbracciando gnor padre e baciandogli le mani, abbrancò il suo gruzzolo e minacciò di piantar su due piedi baracca e burattini. – Allora, benedicite! Allora vi lascio la tonaca e me ne vo, giacché non volete salvarmi l’anima neppur col fatto mio! – Questo diavolo ci darà da fare a tutti quanti! – disse poi in capitolo il padre guardiano. E disse bene, che gli parlava il cuore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
– Tu vattene, se non hai nocciuoli per giuocare. – Ora vi pigliano la casa. Infatti la vigilia di Natale venne apposta l’usciere in carrozza pei Malavoglia, talché tutto il paese si mise in subbuglio; e andò a lasciare un foglio di carta bollata sul canterano, accanto alla statua del Buon Pastore. – L’avete visto l’usciere che è venuto pei Malavoglia? andava dicendo comare Venera. Ora stanno freschi! Suo marito, che non gli pareva vero di aver ragione, allora cominciò a gridare e a strepitare. – Io l’avevo detto, santi del Paradiso! che quel ‘Ntoni a bazzicare per la casa non mi piaceva! – Voi state zitto che non sapete nulla! gli imbeccava la Zuppidda. Questi sono affari nostri. Le ragazze si maritano così, se no vi restano sulla pancia, come le casseruole vecchie. – Che maritare! ora che è venuto l’usciere! Allora la Zuppidda gli piantava le mani sulla faccia. – Che lo sapevate che doveva venire l’usciere? Voi abbaiate sempre a cose fatte, ma un dito, che è un dito, non lo sapete muovere. Infine l’usciere non se la mangia, la gente. L’usciere è vero che non si mangia la gente, ma i Malavoglia erano rimasti come se li avesse presi un accidente tutti in una volta, e stavano nel cortile, seduti in cerchio, a guardarsi in viso, e quel giorno dell’usciere non si misero a tavola, in casa dei Malavoglia. – Sacramento! esclamò ‘Ntoni. Stiamo sempre come i pulcini nella stoppa, ed ora mandano l’usciere per tirarci il collo. – Cosa faremo? diceva la Longa. Padron ‘Ntoni non lo sapeva, ma infine si prese in mano la carta bollata e andò a trovare lo zio Crocifisso coi due nipoti più grandicelli, per dirgli di prendersi la Provvidenza, che mastro Turi l’aveva rattoppata allora allora, e al  poveraccio  gli  tremava  la  voce  come  quando  gli  era  morto  il  figlio Bastianazzo. – Io non so niente, gli rispose Campana di legno. Io non c’entro più. Ho venduto il mio credito a Piedipapera e dovete sbrigarvela con lui. Piedipapera appena li vide venire in processione cominciò a grattarsi il capo. – Cosa volete che ci faccia? rispose lui; io sono un povero diavolo e ho bisogno di quei denari, e della Provvidenza non so che farne, perché non è il
I Malavoglia di Giovanni Verga
– Sì, anche queste aiutano a levare il debito! disse padron ‘Ntoni; ma voi altri dovreste mangiarvelo qualche uovo, quando avete voglia. – No, non ne abbiamo voglia, – rispose Maruzza, e Mena soggiunse: – Se le mangiamo noi, compare Alfio non avrà più da venderne al mercato; ora metteremo le uova di anitra sotto la chioccia, e i pulcini si vendono otto soldi l’uno. Il nonno la guardò in faccia e le disse: – Tu sei una vera Malavoglia, la mia ragazza! Le galline starnazzavano nel terriccio del cortile, al sole, e la chioccia, tutta ingrullita, colla sua penna nel naso, scuoteva il becco in un cantuccio; sotto le frasche verdi dell’orto, lungo il muro, c’era appeso su dei piuoli dell’altro ordito ad imbiancare, coi sassi al piede. – Tutta questa roba fa danari, ripeteva padron ‘Ntoni; e colla grazia di Dio, non ci manderanno più via dalla nostra casa. “Casa mia, madre mia”. – Ora i Malavoglia devono pregare Dio e San Francesco perché la pesca riesca abbondante, diceva intanto Piedipapera. – Sì, colle annate che corrono! esclamò padron Cipolla, ché in mare ci devono aver buttato il colèra anche per i pesci! Compare Mangiacarrubbe diceva di sì col capo, e lo zio Cola tornava a parlare del dazio del sale che volevano mettere, e allora le acciughe potevano starsene tranquille, senza spaventarsi più delle ruote dei vapori, che nessuno sarebbe più andato a pescarle. – E ne hanno inventata un’altra! aggiunse mastro Turi il calafato, di mettere anche il dazio sulla pece. Quelli a cui non gliene importava della pece non dissero nulla; ma lo Zuppiddu seguitò a strillare che egli avrebbe chiuso bottega, e chi aveva bisogno di calafatare la barca poteva metterci la camicia della moglie per stoppa. Allora si levarono le grida e le bestemmie. In questo momento si udì il fischio della macchina, e i carrozzoni della ferrovia sbucarono tutt’a un tratto sul pendio del colle dal buco che ci avevano fatto, fumando e strepitando come avessero il diavolo in corpo. – Ecco qua! conchiuse padron Fortunato: la ferrovia da una parte e i vapori dall’altra. A Trezza non ci si può più vivere, in fede mia! Nel villaggio successe un casa del diavolo quando volevano mettere il dazio sulla pece. La Zuppidda, colla schiuma alla bocca, salì sul ballatoio, e si mise a predicare ch’era un’altra bricconata di don Silvestro, il quale voleva rovinare il paese, perché non l’avevano voluto per marito: non lo volevano nemmeno per compagno alla processione, quel cristiano, né lei né sua figlia!
I Malavoglia di Giovanni Verga
mattina a sera, e non trovare un cane che vi voglia; per questo egli ne aveva le tasche piene di quella vita; preferiva piuttosto di non far niente davvero, e starsene in letto a fare il malato, come quando era seccato dal servizio militare, e il nonno poi non stava a cercare il pelo nell’uovo come il dottore della fregata. – Che hai? gli domandava. – Nulla ho. Ho che sono un povero diavolo. – E che vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati. Egli si lasciava caricare svogliatamente degli attrezzi meglio di un asino, e lungo la giornata non apriva bocca che per bestemmiare o brontolava: “Chi cade nell’acqua è forza che si bagni”. Se suo fratello si metteva a cantare, mentre stavano alla vela, – Sì, sì, canta pure. Quando sarai vecchio poi abbaierai come il nonno. – Ad abbaiare adesso non ci guadagni nulla nemmeno; rispondeva il ragazzo. – Hai ragione, perché la vita è bella! – Bella o no, non l’abbiamo fatta noi così com’è, conchiudeva il nonno. La sera mangiava ingrugnato la sua minestra, e la domenica andava a gironzare attorno all’osteria, dove la gente non aveva altro da fare che ridere e spassarsi, senza pensare che il giorno dopo si tornava a fare quel che si era fatto in tutta la settimana; oppure stava delle ore intere seduto sugli scalini della chiesa, col mento in mano, a veder passare la gente, almanaccando su quei mestieri in cui non ci era nulla da fare. La domenica almeno si godeva quelle cose che si hanno senza quattrini, il sole, lo star colle mani sotto le ascelle a non far nulla, e allora gli seccava anche quella fatica di pensare al suo stato, di desiderare quelle cose che aveva visto da soldato, col ricordo delle quali ingannava il tempo nei giorni di lavoro. Gli piaceva stendersi come una lucertola al sole, e non far altro. E come incontrava i carrettieri che andavano seduti sulle stanghe – Bel mestiere che fanno! borbottava. Vanno in carrozza tutto il giorno! e se vedeva passare qualche povera donnicciuola, che tornava dalla città, curva sotto il carico come un asino stanco, e andava lamentandosi per via, secondo il costume dei vecchi: – Vorrei farlo io quello che fate voi, sorella mia! le diceva per confortarla. Alla fin fine è come andare a spasso.
I Malavoglia di Giovanni Verga
Anche voialtri siete nati padroni. Vuoi che compriamo prima la barca coi denari della casa? Ora sei grande, e devi dirla anche tu la tua parola, perché devi avere più giudizio di me, che son vecchio. Cosa vuoi fare? Nulla voleva fare, lui! Che gliene importava della barca e della casa? Poi veniva un’altra malannata, un altro colèra, un altro guaio, e si mangiava la casa e la barca, e si tornava di nuovo a fare come le formiche. Bella cosa! E poi quando si aveva la casa e la barca che non si lavorava più? o si mangiava pasta e carne tutti i giorni? Mentre laggiù, dov’era stato lui, c’era della gente che andava sempre in carrozza, ecco quello che faceva. Gente appetto dei quali don Franco ed il segretario lavoravano come tanti asini a sporcar cartacce, e a pestare l’acqua sporca nel mortaio. Almeno voleva sapere perché al mondo ci doveva essere della gente che se la gode senza far nulla, e nasce colla fortuna nei capelli, e degli altri che non hanno niente, e tirano la carretta coi denti per tutta la vita? Poi quella storia d’andare a giornata non gli andava affatto, a lui ch’era nato padrone, l’aveva detto anche il nonno. Vedersi comandare a bacchetta, da gente che erano venuti su dal nulla, che tutti lo sapevano, in paese, come avevano fatto i loro denari a soldo a soldo, sudando ed affaticandosi! A giornata ci andava proprio perché il nonno ve lo conduceva, e non gli bastava ancora l’anima di dir di no. Ma quando il soprastante gli stava addosso come un cane, e gli gridava dalla poppa: – Oh! laggiù, ragazzo! che facciamo? gli veniva voglia di dargli del remo sulla testa, e preferiva starsene ad aggiustare le nasse, e rifare le maglie delle reti, seduto sulla riva, colle gambe distese, e la schiena appoggiata ai sassi; che allora se pure stava un momento colle mani sotto le ascelle nessuno gli diceva nulla. Là veniva anche a stirarsi le braccia Rocco Spatu, e  Vanni Pizzuto, quando non aveva che fare, fra una barba e l’altra, ed anche Piedipapera, che era il suo mestiere di chiacchierare con questo e con quello per cercare le senserie. E si discorreva di ciò che succedeva in paese, di quello che donna Rosolina aveva raccontato a suo fratello, sotto il sigillo della confessione, quando era stato il tempo del colèra, che don Silvestro le aveva truffato 25 onze, e non poteva andare dal giudice, perché le 25 onze donna Rosolina le aveva rubate a suo fratello il vicario, e si sarebbe saputo il motivo per cui aveva dato in mano a don Silvestro quel denaro, per sua vergogna. –  Poi,  osservò  Pizzuto,  donde  l’erano  venute  le  25  onze  a  donna Rosolina? “Roba rubata non dura”.
I Malavoglia di Giovanni Verga
stanco di fare quella vita, e voleva finirla – come diceva don Franco. E siccome all’osteria lo vedevano di malocchio, andava a girandolare per la piazza, specialmente la domenica, e si metteva sugli scalini della chiesa per vedere che faccia facevano quegli svergognati che venivano lì a gabbare il mondo, e far le corna al Signore e alla Madonna sotto i loro occhi stessi. La Santuzza, dacché incontrava ‘Ntoni che faceva la sentinella sulla porta della chiesa, se ne andava ad Aci Castello per la messa, di buon mattino,  onde  sfuggire  la  tentazione  di  far  peccati.  ‘Ntoni  vedeva  passare  la Mangiacarrubbe, col naso nella mantellina, senza guardar più nessuno, ora che aveva acchiappato il marito. La Vespa, tutta in fronzoli, e con tanto di rosario in mano, andava a pregare il Signore a liberarla di quel castigo di Dio di suo marito; e ‘Ntoni sghignazzava loro dietro: – Ora che l’hanno pescato il marito non hanno più bisogno di nulla. Ci è chi deve pensare a dar loro da mangiare! Lo zio Crocifisso aveva persa anche la devozione, dacché si era messa la Vespa addosso, e non andava nemmeno in chiesa, per stare lontano dalla moglie almeno il tempo della messa; così si dannava l’anima. – Questo è l’ultimo anno per me! andava piagnucolando; e adesso correva a cercare padron ‘Ntoni, e gli altri disgraziati al pari di lui. – Nella mia vigna ci ha grandinato, e alla vendemmia non ci arrivo di certo. – Sapete, zio Crocifisso, rispondeva padron ‘Ntoni; quando vogliamo andare dal notaio per quell’affare della casa io son pronto, e ci ho qui i denari. – Colui non pensava ad altro che alla sua casa, e non gliene importava un corno degli affari degli altri. – Non mi parlate di notaio, padron ‘Ntoni! Quando sento parlare di notaio, mi rammento del giorno in cui mi ci lasciai trascinare dalla Vespa, maledetto sia il giorno che ci misi i piedi! Ma compare Piedipapera che fiutava la senseria, gli diceva: – Quella strega della Vespa, se morite voi, è capace di dargliela per un pezzo di pane la casa del nespolo; ed è meglio che li facciate voi i vostri affari, finché ci avete gli occhi aperti. Allora lo zio Crocifisso rispondeva: – Sì, sì, andiamoci pure dal notaio; ma bisogna che mi facciate guadagnare qualche cosa su questo affare. Vedete quante perdite ho fatte! – E Piedipapera aggiungeva, fingendo di parlare con lui: – Quella strega di vostra moglie se sa che avete ripreso i denari della casa, è capace di strozzarvi, per comprarsene tante collane e fazzoletti di 177 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Malavoglia di Giovanni Verga
tutta per lei, affabilissima anche con Alvise, dimenticando quasi che io fossi lì, come un intruso in quel terzetto spensierato che lasciava suonare la campana della partenza senza badarci. Infine la ragazza che andava in giro col piattello a raccogliere i soldi pei virtuosi che ci avevano strimpellato l’augurio di buon viaggio, il cameriere che spingeva verso la scaletta i venditori di cannocchiali e di pettini di tartaruga, fecero capire ch’era il momento di separarci. Le due amiche si buttarono le braccia al collo. Alvise s’ebbe pure la sua stretta di mano all’inglese dalla signora Maio, la quale trovò un mondo di saluti da lasciargli, per lui, pei suoi amici, per tutto il genere umano, occupandolo, impadronendosene, pigliandoselo tutto per sé, tenendolo sempre per mano, mentre Ginevra stringeva la mia forte forte – fu l’unico segno – e le labbra che tremavano, il sorriso che spasimava, e l’occhiata lunga... Poi la rivolse sull’amica, scintillante, e quasi minacciosa. – Buona Ginevra! – osservò la Maio, rispondendo al saluto che essa continuava a mandare dalla barchetta, mentre si allontanava in compagnia di Alvise. – E pensare che le toccherà pigliarsi delle osservazioni da quell’orso del Comandante, se egli arriva a sapere... La gentile signora volle ancora restar lì, appoggiata al parapetto, perché la nostra amica potesse continuare a salutarci, rispondendo al saluto col fazzoletto anche lei, di tanto in tanto, sbadatamente e guardando altrove. Poi mi lasciò solo, e scese nella cabina, allorché il fazzolettino della barchetta poté seguitare a sventolare da lontano senza compromettersi. Caro fazzolettino che tremava nella brezza, e palpitava verso di me, e moriva nella caligine della sera, sul fondo già scuro del bel lido che cominciava a formicolare di lumi, a destra verso Portici, a sinistra per la Riviera. Quante volte avevo colà cercato i nastri rossi del tuo cappellino, amor mio, e i tuoi occhi bramosi mi avevano detto: – Sì, sì, lo so!... Io pure!... – Tu pure pensi a me in questo momento, e cerchi il lume del mio bastimento fra gli altri lumi che si allontanano dal porto, mentre Alvise ti dà la mano per aiutarti a scendere a terra, seccatore! Egli può ancora udire lo scricchiolìo delle tue scarpette che si affrettano verso una carrozzella, e vedere il tuo piedino che si posa sul montatoio. Qual via farai per andare a casa? San Ferdinando... Chiaia... Le vetrine scintillanti del Caffè d’Europa, dinanzi a cui tu passi come una visione... Gli oziosi che stanno a vederti dal marciapiedi! Quante volte ti ho aspettata anch’io, lì!... Lo sai che ti vedo... e ti accompagno cogli occhi, io pure... passo passo, come tu promettesti di pensare a me?... Come ero felice di sentirti parlare, di sen-
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
le, tossendo in mezzo al fumo delle sigarette, diceva sempre di no, ridendo e colle lagrime agli occhi. – No, no... Dite anche di no, voialtri signori mariti!... Aiutatemi!... Lo faccio per voialtri... È tardi... Me ne dispiace, miei cari giovinotti, ma questo non era nel programma... Non voglio farmi tanti nemici... Il Comandante Silverio l’appoggiava ridendo. Anzi, si avvicinò alla moglie, per farle osservare dolcemente ch’erano circa le due, che essa aveva l’aria un po’ stanca, che si sarebbe affaticata troppo e sarebbe stata una vera imprudenza per lei così delicata... così cagionevole... Invano Gemma vi frapponeva le sue preghiere, il suo ventaglio, l’impegno con Serravalle. La sua amica, in un momento che nessuno poteva udirla, l’aveva supplicata: – Non mi lasciare andare!... Ho paura!... I giovanotti muovevano cielo e terra. Infine, come la vinsero, appena risuonarono le prime battute festanti del valzer, la bella peccatrice si lasciò prendere dal ballo, tutta, diventata tutt’altra donna da un momento all’altro, col viso acceso, gli occhi ebbri, il seno palpitante, spensierata, gaia, una bambina, dimenticando ogni cosa, passando da un ballerino all’altro senza un’esitazione o una preferenza. Quando incontrò la mano di Alvise, febbrile e parlante, nella contraddanza, essa gli porse due dita inguantate, come a tutti gli altri. Casalengo ballava anche lui disperatamente, senza riposarsi un minuto, senza lasciare il tempo a un pensiero a ad una parola molesta di intromettersi fra lui e le ballerine che andava invitando una dopo l’altra, quasi indovinando e obbedendo a una parola d’ordine. A un dato punto, nel bel mezzo d’uno sfrenato galoppo, la signora Gemma gli buttò sul viso poche parole rapide. Le signore s’accomiatavano infine, ancora anelanti, un po’ rosse, coll’allegria e l’eccitazione nelle parole e nel gesto. Alvise Casalengo, che era venuto a salutare fino in anticamera la signora Ginevra, disse tranquillamente al marito di lei che l’aiutava ad infilare la pelliccia: – Comandante, per terminare quel rapporto che mi ha ordinato mi occorrono alcuni schiarimenti... Ero venuto a chiederglieli... ieri sera... – Ah! – rispose Silverio piantandogli gli occhi in faccia. – Va bene. Mi spiegherà poi... Alvise vide biancheggiare fugacemente le sottane di lei che montava in carrozza senza neppure osare di volgere il capo, e rimase inquieto sulla porta, lasciando spegnere il sigaro, colpito dallo sguardo del marito, il quale espri- 24 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
bugie che ti sembravano deliziose nella sua bocca... E l’ebbrezza della vittoria, poi! il ricordo di certi momenti che ti si ficca nelle carni col sospetto di un rivale latente fra te e lei... Proprio  un  affare  serio,  anche  per  un  uomo  meno  innamorato  di Casalengo – giacché l’immagine di un rivale passato, presente o futuro c’entra un po’ in tutti i romanzi del cuore. Una tentazione da farvi perdere il lume degli occhi. – Sentite, Ginevra!... È assurdo... quando si ama... se si ama... non cercare... non trovare in tutta Napoli un cantuccio, un momento per ritrovarsi, come prima... fosse anche per cinque minuti soli... A meno che... – A meno che, nulla! Lo sapete e avete torto. Pure gli aveva accordato quell’appuntamento, proprio perché non ne aveva voglia, per lealtà, perché era un’imprudenza e un pericolo serio in quel momento, col marito che le stava alle costole, e sembrava fiutasse in aria qualcosa anche lui. Gliel’aveva accordato fars’anche perché indovinava i sospetti di lui, e sentivasi colpevole, in fondo in fondo. Le donne hanno di coteste delicatezze che noi uomini non arriveremo mai a comprendere. – Ebbene, – gli disse, – giacché lo volete assolutamente... Sia pure. Ditemi quando e dove... Non importa. Cercate voi. Casalengo aveva trovato: un alberguccio losco che essendo brutto assai sembravagli non potesse essere scoperto da altri. Essa ripeté: – Sia pure... dove volete. Non importa. Prese a due mani il suo coraggio e le sue sottane, e salì in punta di piedi quella scaletta sudicia, sfidando alteramente gli sguardi avidi e indiscreti del servitore bisunto, appena velata da un pezzetto di trina che si era cacciata in tasca, come non s’era curata del viso che aveva fatto la cameriera vedendola uscire a quell’ora e vestita così dimessamente, come s’era rassegnata all’insolenza del lazzarone che l’aveva scarrozzata sino al vicoletto oscuro, dopo mille andirivieni sospetti, ghignando e ammiccando alla gente che incontrava, per accusare il soffietto traballante sotto il quale tentava di nascondersi la povera signora messa così alla berlina, rinfacciandole al termine della corsa: – Cinque lire? A chi le date? Un servizio come questo! Casalengo aspettava dietro la finestra, colle tendine calate, il cuore in sussulto, innamorato sino ai capelli, dopo tanto tempo che non si erano più visti... o quasi. Essa entrò senza esitare, pallidissima, premendosi il petto anche lei. Ritirò la mano che egli le aveva presa, e cavò dal manicotto una
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
– Badate, Alvise!... Siete proprio sicuro che nessuno m’abbia vista?... Voglio dire che nessuno abbia potuto vedermi... mentre venivo?... – Ma... certamente... – Perché... m’è sembrato che qualcuno mi seguisse... una carrozzella, sì... dalla Villa sino a Foria... E anche nel salir la scala... Lui non pareva risolversi ad uscire. M’ha chiesto se andavo al concerto... Siete sicuro della gente di questa casa? – Sicurissimo... Chi volete... Nessuno vi conosce... Alvise non connetteva più, dal momento che quella manina gli si era posata sulla bocca. Cercava le parole, balbettava, tentava di rifarsi al punto di prima e di riguadagnare il tempo perso, indispettito di vederselo fuggire a quel modo, stupidamente, dopo tanti ostacoli e tante difficoltà per trovarsi un’ora insieme!... Ma lei però aveva il coraggio di pensare a tante altre cose in quel momento; badava a difendere la sua veletta e il manicotto!... – No... davvero... Alvise... Ho paura!... – Ah, sì!... la carrozzella... Foria... la scala!... – Ecco! – rispose lei corrucciata. – Ecco come siete! – Ma io sono come uno che ama, cara mia! Non ho i vostri ma e i vostri se... E neanche voi li avevate, prima... – Ecco! ecco! Me lo merito! – Oh, Ginevra!... oh!... Ella si era messo il fazzoletto agli occhi: un’altra gran tentazione, il profumo di quel fazzoletto, e le lagrime di quegli occhi! Alvise le afferrò di nuovo le mani, baciandole, baciando il fazzoletto, gli occhi, il vestito, fuori di sé, delirante, chiedendole se l’amava ancora, proprio, tutta tutta, se sentiva anche lei quello struggimento e quella frenesia. Essa diceva di sì, di sì, coi cenni del capo, col rossore del viso, col tremito delle mani, abbandonandoglisi a poco a poco, mutandosi in viso, fissandolo col turbamento delizioso negli occhi, balbettando anche lei, vinta alla fine: – Non vedete... Non vedi... Sarei qui forse?... Vi pare che sia una cosa da nulla?... – Sì, è vero! Perdonami, povera bimba! Bimbetta bella e cara!... Come batte quel cuoricino!... Anch’io, sai!... Ma è un’altra cosa... Non è vero?... Guardami! Sorridimi! È stato un grande affare, eh, questa scappata?... Un colpo di testa!... Non siam fatti per le tempeste grosse dell’amore! Preferiamo la maretta che ci culla e ci accarezza!... Non è vero? di’, confessalo! Siamo
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
giorno che il salotto era pieno di gente, e la bella Silverio faceva gran festa a tutti. – Ah, Casalengo! Bravo! Temevo che fosse partito, o che mi avesse dimenticata. Egli vi ritornò altre volte, nei giorni di ricevimento e anche dopo. Si fermava allo sportello della sua carrozza, al passeggio; e andava a salutarla nel palchetto, al San Carlo. Era sempre uno degli intimi, come prima, il cavalier servente dell’elegante mondana, mentre il marito di lei viaggiava lontano, talché non c’era persona che sapesse vivere la quale invitando la signora Ginevra dimenticasse di invitare Casalengo, e viceversa. Proprio il nido d’amore, tappezzato da Levera, e col terrazzino sul golfo di Napoli per contemplare le stelle, e la luna di miele. Erano liberi, soli e senza alcun sospetto. Ma non era più la stessa cosa, o almeno non era più la stessa casa di prima. Nella loro felicità aprivasi una lacuna, una crepa in cui s’abbarbicavano delle male piante che aduggiavano il bel sole d’amore e facevano impaccio alle parole e alle cose gentili. Lei, infine, non sapeva perdonare a Casalengo l’inchino profondo, l’aria troppo rispettosa con la quale veniva a salutarla, in teatro, al ballo, fra i suoi amici. Lui aggrottava le ciglia suo malgrado, tal quale come Silverio, se qualcheduno di essi mostravasi più appiccichino degli altri, più assiduo e premuroso degli altri verso di lei – tacendole le sue pene, oppure stordendola col cinguettarle alle orecchie delle sciocchezze che la facessero ridere. – Le conosceva anche lui le arti di cotesti seccatori... e anche lei un po’ civettuola lo era stata sempre... per incoraggiare ogni sciocchezza che le tubassero all’orecchio. – Una noia, cara Ginevra... Non capisco come certuni si buttino addosso a una signora e le facciano gli occhi dolci per dirle magari: buona sera! – Quello che facevate voi, mio caro... allora... nei bei tempi... Quando vi dicevo: Né mai, né sempre...
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
pianto poi dietro l’uscio di lei. – Gli altri, coloro che cercavano di spiegare le sue follie, se non di scusarle, dicevano ch’era ammalata, ch’era matta – tutti i d’Altona erano morti tisici o dementi – che aveva provato dei gran dolori e dei gran disinganni, ch’era ferita a morte, condannata senza speranza, e voleva vivere vent’anni in venti mesi. – Gliel’ha detto anche a lei, il mio amico Casalengo, che mi chiamano Carmen? – chiese ella ad Aldini, col sorriso mordente, la prima volta che un’ondata di folla glielo mise di nuovo faccia a faccia, all’uscire dal Sannazzaro. Ma gli stese la mano senza rancore. Poscia, mentre aspettava la carrozza, stretta nella pelliccia, e con quell’aria di stanchezza e di noia che faceva scappare la gente, soggiunse: – M’accompagni. Servirà ad insegnarle la strada... quando vorrà venire a farmi una visita. Troveremo qualche amico a casa... degli amici suoi e miei, per prendere il thè insieme... se non ha paura che l’avveleni come la Lucrezia Borgia di stasera... una Lucrezia tremenda, da morir di noia!... Fu in tal modo che lo prese, – come, per fargli posto nel legnetto, aveva preso e raccolto a due mani il suo vestito, – e lo avvolse fra le pieghe di esso, e lo stordì col suo profumo, allorché la pelliccia, scivolandole giù per le spalle, gli buttò al viso e alla testa la trasparenza di quegli omeri rosei – senza volerlo, quasi senza avvedersene, in quell’ora di uggia e d’umor nero che l’avrebbe fatta dar della testa nell’imbottitura del coupé, e che egli le leggeva sul viso smorto, mentre guardava distrattamente attraverso il cristallo, ai bagliori fugaci che gettavano le vetrine scintillanti dentro la carrozza che correva su per Toledo – senza dirgli una parola, né rivolgergli un’occhiata, quasi non pensasse più a lui, o subisse ancor essa lo strano imbarazzo di quell’incontro, di quel silenzio, dell’oscurità che li avvolse tutti e due a un tratto nello stesso mistero e nella stessa tentazione, appena il legno svoltò pel corso Vittorio Emanuele – o sapesse che ciò doveva bastare a mettergli nel cuore, a lui, nelle carni, incancellabile, la febbre di quell’occasione che fuggiva rapida, la sete di quelle labbra di donna che si celavano nell’ombra, il turbamento di quella sfinge che rimaneva per lui impenetrabile, nello stesso tempo che gli palpitava allato. – Degli angeli godono così di sfiorare la colpa colle loro ali candide – ed essa non era un angelo, no, povera signora! Talché quando lo presentò ai suoi amici che l’accoglievano festanti: – Il tenente Aldini! – con un’aria di trionfo, quasi avesse detto: – Ecco il Figliuol Prodigo! – era così pallido e stralunato, il povero Figliuol Prodigo, e come abbagliato dalla pie-
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
Quando la signora Silverio tornò insieme al marito – da Nuova York, da Melburne, chi lo sa? – tutti videro ch’era finita per lei, povera Ginevra. Metteva del rossetto; portava ancora la pelliccia nel mese di maggio; veniva a cercare il sole e l’aria di mare alla Riviera di Chiaja, dalle due alle quattro, nella carrozza chiusa, come un fantasma. Ma ciò che stringeva maggiormente il cuore era la macchia sanguigna di quell’incarnato falso nel pallore mortale delle sue guance, e il sorriso con cui rispondeva al saluto degli amici – quel triste sorriso che voleva rassicurarli. Anche il Comandante non si riconosceva più: aveva la barba quasi grigia, le spalle curve, e delle rughe che dicevano assai su quella faccia abbronzata d’uomo di mare. Indovinavasi ciò che avessero dovuto fargli soffrire i farfalloni che svolazzavano un tempo intorno alla sua bella Ginevra, adesso che non era più geloso di lei, ed era tornato a prendersela sotto il braccio pietosamente, chinando il capo a tutti i suoi capricci, quasi sapesse che la poveretta non ne avrebbe avuti per molto tempo... Dopo era ripartito subito, per ordine superiore, dicevasi; e dicevasi pure che l’ordine d’imbarcare l’avesse chiesto colla stessa sollecitudine con cui un tempo aveva desiderato di non lasciare la moglie e il Dipartimento di Napoli. Essa, disperatamente, s’attaccava alla vita colle manine scarne, povera donna, e affaticavasi a menare a spasso i suoi guai e i suoi terrori segreti, ai balli, in teatro, come ripresa dalla febbre mondana – e forse era la stessa febbre che la teneva in piedi, sotto le armi, torturandosi delle ore dinanzi allo specchio, per strascinarsi poi col fiato ai denti sino al suo palchetto, o per passare soltanto da una sala da ballo. – Ma così felice, sotto la carezza dei binoccoli che si puntavano sul suo petto anelante, e sembravano scaldarle il sangue nelle vene! Così grata a quell’anima buona che venisse a farle un briciolo di corte! – Senza cadere in tentazione, no! La tentazione ormai era lontana, e le aveva lasciato i lividori sulle carni. – Tanto che sorrideva al marito, quando egli era ancora lì, come a dirgli: – Vedi, che male c’è?... Aveva preso un quartiere in via di Chiaja, per stare notte e giorno in mezzo al rumore e al movimento della città; perché gli amici venissero a trovarla più facilmente, all’uscire dal teatro o prima di pranzo, e riceveva specialmente il mercoledì sera. Suo marito stesso me ne aveva fatto cenno al caffè, prima di partire, dimenticando le sue prevenzioni contrarie e forse anche i suoi sospetti: – Venga a trovarla, povera Ginevra. Le farà tanto piacere.
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
Nel luglio e l’agosto stette meglio. Però non si lasciò indurre a mutar paese per qualche tempo. Il silenzio e la quiete della campagna le facevano paura. Volle piuttosto andare alla festa di Piedigrotta. S’era fatto fare apposta un vestito elegantissimo, e aveva combinato una carrozzata allegra, nella quale ero invitato io pure. – La Maio, no! – mi disse sfavillante. Tutto quel chiasso e quel movimento l’eccitavano assai. Tornò stanchissima e si mise a letto per due o tre giorni. Dopo si strascinò ancora un pezzo fra letto e lettuccio. La tristezza delle giornate autunnali la pigliava lentamente. Se non mi vedeva all’ora solita, mi teneva il broncio, quasi avessi mancato a una tacita promessa. Faceva spesso dei progetti per l’avvenire; s’illudeva più facilmente, ora che le fuggiva la terra sotto i piedi, e che non aveva più la forza di strascinarsi sino al canapè. Così tenacemente s’attaccava al mio braccio, che le parlavo anch’io di Sorrento e di Nizza col cuore stretto. Ella diceva di sì, di sì, tutta contenta, tornando ad affermare col capo, tornando a sorridere come una bambina. Consultava insieme a me delle guide e dei giornali di mode, e aveva fissato l’epoca del viaggio: – Dopo il carnevale, appena tornerà la primavera. Tornerò a rifiorire anch’io, vedrete! Tutti v’invidieranno la vostra bella amica... Amica, veh! Aveva ordinato degli abiti da ballo per quell’inverno. Si faceva bella ancora per me. Diceva “che erano le sue prove generali”. Una sera si fece trovare in abito da ballo, presso un gran fuoco. Com’era contenta, povera Ginevra! Quel sorriso ingenuo nella bocca e negli occhi che le mangiavano il viso, mi mise un brivido nei capelli: lo stesso brivido che mi faceva trasalire quando l’udivo gemere sottovoce nella stanza accanto per abbigliarsi – e quel giorno che la cameriera mi chiamò spaventata, cercando colle mani tremanti la boccettina d’etere sopra la tavoletta. Essa, pure in quel momento, coprivasi colle mani il misero petto scarno. – Una volta mi disse: – Quanto saremmo stati felici... allora... di poterci vedere liberamente, come adesso!... In dicembre peggiorò rapidamente. Non si alzò più dal letto; non parlò più di viaggi. Il parlare stesso la stancava. La baraonda e l’allegria fragorosa del Natale napoletano le davano noia. Sembrava distaccarsi a poco a poco da ogni cosa. Però voleva ancora che andassi a vederla spesso, più che potevo, e lagnavasi che tutti l’abbandonassero. Stava poi ad ascoltarmi, immobile,
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
mento. Poscia quando l’ultima carrozza fu partita, e non rimase a piè della scalone che il piccolo coupé del marchese, e la carretta inglese che portava alla stazione il bagaglio degli sposi, mentre Bice era andata a cambiarsi d’abito, rimasti soli un momento la contessa e Roberto: – Fatela felice! – disse lei. Danei era nervoso; abbottonava macchinalmente il soprabito da viaggio e tornava a cavarsi i guanti. Non disse nulla. Madre e figlia s’abbracciarono teneramente, a lungo. Infine la contessa respinse quasi bruscamente la figliuola, dicendo: – È tardi. Perderete il treno. Andate, andate! La contessa Orlandi aveva tossito un poco quell’inverno, e di tanto in tanto aveva avuto bisogno del medico. Costui, onde non spaventarla, la sgridava, perché essa soleva passare la mattinata in chiesa – a salvarsi l’anima e perdere il corpo – diceva lui. Il buon uomo pigliava la cosa leggermente, per rassicurarla, ma in realtà era inquieto, e ingannandosi a vicenda con una finta gaiezza, pensavano entrambi a una minaccia più grave. Bice scriveva che stava bene, che si divertiva tanto, che era tanto felice, e più tardi accennò anche vagamente a un altro avvenimento che avrebbe affrettato il loro ritorno prima che finisse l’anno. La contessa telegrafò di non farne nulla, di aspettare l’avvenimento là dove si trovavano, protestando che temeva per la figliuola lo strapazzo del viaggio. Piuttosto sarebbe andata lei stessa a raggiungerli. Però non andava mai, cercando mille pretesti, differendo di giorno in giorno quel viaggio, quasi le pesasse. I telegrammi si succedevano. Infine Roberto ebbe un dispaccio: – Arrivo stasera. La prima persona che Anna vide sul marciapiedi della stazione, giungendo, fu Roberto che l’aspettava, solo. Ella si premeva con forza il manicotto sul cuore, quasi le mancasse il respiro. Il marchese le baciò la mano, sul guanto, e le diede il braccio, mentr’essa balbettava: – Bice?... Come sta? Fuori era fermo il piccolo coupé del marchese, col servitore accanto alla sportello aperto. Ella esitò un istante, al momento di montare insieme a lui. Poi si strinse nel suo cantuccio, chiusa nella pelliccia, col velo sul viso. – Bice sta bene, – rispondeva lui, – per quanto è possibile... Sarà tanto contenta! – Sembrava che cercasse le parole, col viso rivolto allo sportello, impaziente d’arrivare. Sfilavano le case e le botteghe illuminate. A un tratto
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
Roberto giunse il giorno dopo, spaventato. – Bice non sta bene, – disse al dottore che l’aspettava. – Sono inquieto anche per lei. Non sa nulla... Ho temuto che la notizia... l’agitazione... il viaggio... – Ha ragione... Anche la salute della marchesa ha bisogno di molti riguardi... È una malattia gentilizia, pur troppo!... Io stesso non avrei preso su di me tale responsabilità... E se non fosse stata la gravità del caso... – Molto grave? – chiese Roberto. Il dottore scosse il capo. L’inferma, appena le annunziarono la visita del genero, entrò in una grande agitazione. – E Bice? – chiese appena lo vide. – Perché non è venuta? Egli balbettava, quasi pallido quanto lei, sentendosi anch’esso un sudore freddo alla radice dei capelli. – Siete stato voi... a dirle che non venisse?... – seguitava lei colla voce tronca e soffocata. Egli non le aveva mai udito quella voce, né visto quegli occhi. Una donna, china sul capezzale, sforzavasi di calmare l’inferma. Infine essa tacque, abbassando le palpebre, stringendo forte le mani sul petto. Volle confessarsi la sera stessa. Dopo che si fu comunicata fece chiamare di nuovo il genero, e gli strinse la mano, quasi per chiedergli perdono. Nella stanza vagava ancora l’odore dell’incenso – l’odore della morte; soffocata di tratto in tratto da un odore più acuto di etere, penetrante, che pigliava alla gola. Delle ombre livide sembravano errare sul volto della moribonda. – Ditele... – balbettò la poveretta. – Dite a mia figlia... L’affanno la vinceva soffocandole le parole nella strozza, facendole stralunare gli occhi deliranti. Allora accennò che non poteva più, con un moto del capo desolato. Di tanto in tanto bisognava sollevare di peso sui guanciali quel povero corpo consunto, nell’angoscia suprema dell’agonia. Ella però faceva segno che Roberto non la toccasse. Le si erano quasi sciolti i capelli, tutti bianchi. – No... no... – furono le ultime sue parole che si udirono gorgogliare indistinte. Giunse le mani per chiudere la battista che le si era aperta sul petto, e così passò, colle mani in croce.
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
zo alla scorta di galanti che si affrettavano a metterle la pelliccia sulle spalle, a darle il braccio, ad aprir lo sportello del legnetto tiepido e profumato come un nido, aveva sentito un brivido scenderle per le belle spalle nude, ancora ansanti pel valzer, sotto la lontra del mantello. Il suo medico, il medico delle signore eleganti, era venuto il giorno dopo a fare quattro chiacchiere, sprofondato nella gran poltrona ai piedi del letto, buttando giù svogliatamente prima d’andarsene, senza togliersi i guanti, due o tre lineette della sua bella scrittura da signora su d’un foglietto medioevo con la corona a cinque foglie. Alla porta era una vera processione di carrozze, di amici, di servitori in livrea; tutti che lasciavano una parola, un nome, una carta di visita, di cui il portiere ogni sera recava in anticamera un vassoio pieno zeppo, colla lista fitta di condoglianze e di auguri, insieme al bollettino della giornata, redatto in guisa da poter passare sotto gli occhi dell’inferma, la quale voleva leggere ogni giorno i nomi di coloro che si erano ricordati di lei. Se ne parlava al Circolo, al teatro, come s’incontravano fra di loro, amici e conoscenti di lei, in visita, dal confettiere, allo sportello delle carrozze, a Villa Borghese. – La povera Donna Vittoria!... – Le visite si succedevano a casa Delfini: delle signore eleganti, degli uomini che venivano un momento a stringere la mano al marito di lei, delle coppie che vi si davano ritrovo, delle ondate di profumi leggieri e delicati che passavano nell’atmosfera greve, delle osservazioni brevi che si scambiavano i visitatori a bassa voce, nell’uscire, con un segno del capo, o della mazzettina, stringendo il manicotto al seno, o stringendosi nelle spalle. La sera miss Florence lasciava il romanzo che stava leggendo, e scendeva colla bimba nella camera della signora, la quale accoglieva entrambi con un sorriso pallido. La figliuola, una ragazzina bianca e delicata, con lunghe trecce color d’oro pendenti giù per le spalle, e la compostezza di una donnina, andava a baciare la mamma in punta di piedi, col passo leggiero di signorina ben educata. Le chiedeva della salute in inglese o in tedesco, secondo  la  giornata;  poi  le  augurava  la  buona  notte,  e  se  ne  andava  dietro all’istitutrice, diritta e impettita. Però una mattina il dottore s’era fatto serio all’udire Donna Vittoria lagnarsi di un altro guaio serio, sopravvenutale nella notte: un dolore pungente che le attraversava il petto, dalle spalle al seno: – Come dicono che sia il mal d’amore... – Donna Vittoria ne parlava in tono di scherzo, con una specie di febbre d’amore realmente negli occhi, sulle guance, e nella voce rotta – Il dottore la pregò di lasciarsi osservare, così, sollevandosi un poco, una cosa da nulla. Una cosa che le faceva un effetto
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
curioso, a lei, al sentire contro la batista quel viso di uomo che pareva l’abbracciasse, e le faceva battere il cuore davvero, e la faceva scomporre in volto, senza saper perché, mentre si forzava ancora di ridere, fra due colpetti di tosse: – Proprio il mal d’amore, eh, dottore? – Egli non rispose subito, intento, coll’orecchio sulle sue spalle delicate che trasalivano e s’imporporavano. Poi aveva espresso il desiderio “di consultarsi con qualche collega sul metodo di cura”, e s’era fermato un momento in anticamera a discorrere sottovoce col marito dell’inferma. Calava la sera, una sera tiepida di primavera. Per la via udivasi il rumore non interrotto delle carrozze che tornavano dal passeggio. Soltanto nella camera dell’inferma, che dava sul giardino, regnava un gran silenzio. Quando la figliuola era andata ad augurarle la buona notte, secondo il solito, Donna Vittoria aveva trattenuto la ragazzina per mano, e le aveva detto, nella sua lingua nativa, poche parole che accusavano la febbre, col sorriso già triste nel viso color di cera. La bimba ascoltava seria e zitta, coi grand’occhi azzurri spalancati. Sino a tarda ora, come s’era sparsa la notizia del consulto tenutosi in casa Delfini, erano venuti degli amici di Donna Vittoria, che il marito di lei riceveva nel suo salottino da fumare – un salottino da scapolo, con delle figure scollacciate alle pareti, e dove scoppiettava una fiammata allegra – distribuendo dei sigari e delle strette di mano, discorrendo di ciò che avevano detto i medici, e di quel che dicevasi al Circolo e nei crocchi mondani. Qualche signora, venendo a chiedere notizie dell’amica, dopo il teatro, s’avventurò a cacciare un momento la testolina incappucciata in quel recesso profano, scandalezzandosi “degli orrori” che v’erano in mostra, sgridando Delfini e lasciandogli un saluto per la cara Vittoria empiendo le sale del fruscìo dei loro strascichi, e del gaio cinguettìo che fugava le idee nere. I domestici sbadigliarono un po’ più del solito in anticamera, e sino a tarda ora lo stesso coupé che aveva ricondotto la padrona dal ballo in casa Roccaglia stette attaccato a piè della scalone, coi due fanali accesi che si riverberavano nell’acqua della fontana. Null’altro. Ma la stessa notte l’inferma aveva peggiorato rapidamente. Il medico, chiamato in fretta e in furia sin dall’alba, si turbò in viso al primo vederla. Stette appena cinque minuti e promise di tornare fra qualche ora. Intanto fece prevenire il suo collega del consulto, suggerì alla cameriera di svegliare Delfini, che dormiva ancora, prescrisse un sacco d’ordinazioni che fecero perdere la testa ai servitori e alle cameriere. Per un momento la casa fu tutta
I ricordi del capitano d Arce di Giovanni Verga
farsi udire comare Speranza, che era rauca dal gridare, strappando i vestiti di dosso alla gente per farsi largo, colle unghie sfoderate come una gatta e la schiuma alla bocca: – Dalla scala ch’è laggiù, in fondo al corridoio! – Tutti corsero da quella parte, lasciando don Diego che seguitava a chiamare dietro l’uscio della sorella: – Bianca! Bianca!... – Udivasi un tramestìo dietro quell’uscio; un correre all’impazzata, quasi di gente che ha persa la testa. Poi il rumore di una seggiola rovesciata. Nanni l’Orbo tornò a gridare in fondo al corridoio: – Eccolo! eccolo! – E si udì lo scoppio del pistolone di Pelagatti, come una cannonata. La Giustizia! Ecco qua gli sbirri! – vociò dal cortile Santo Motta. Allora si aprì l’uscio all’improvviso, e apparve donna Bianca, discinta, pallida come una morta, annaspando colle mani convulse, senza profferire parola, fissando sul fratello gli occhi pazzi di terrore e d’angoscia. Ad un tratto si piegò sulle ginocchia, aggrappandosi allo stipite, balbettando: – Ammazzatemi, don Diego!... Ammazzatemi pure!... ma non lasciate entrare nessuno qui!... Quello che accadde poi, dietro quell’uscio che don Diego aveva chiuso di nuovo spingendo nella cameretta la sorella, nessuno lo seppe mai. Si udì soltanto la voce di lui, una voce d’angoscia disperata, che balbettava: – Voi?... Voi qui?... Accorrevano il signor Capitano, l’Avvocato fiscale, tutta la Giustizia. Don Liccio Papa, il caposbirro, gridando da lontano, brandendo la sciaboletta sguainata: – Aspetta! aspetta! Ferma! ferma! – E il signor Capitano dietro di lui, trafelato come don Liccio, cacciando avanti il bastone: – Largo! largo! Date passo alla Giustizia! – L’Avvocato fiscale ordinò di buttare a terra l’uscio. – Don Diego! Donna Bianca! Aprite! Cosa vi è successo? S’affacciò don Diego, invecchiato di dieci anni in un minuto, allibito, stralunato, con una visione spaventosa in fondo alle pupille grige, con un sudore freddo sulla fronte, la voce strozzata da un dolore immenso: – Nulla!... Mia sorella!... Lo spavento!... Non entrate nessuno!... Pelagatti inferocito contro Nanni l’Orbo: – Bel lavoro mi faceva fare!... Un altro po’ ammazzavo compare Santo!... – Il Capitano gli fece lui pure una bella lavata di capo: – Con le armi da fuoco!... Che scherzate?... Siete una bestia! – Signor Capitano, credevo che fosse il ladro, laggiù al buio... L’ho visto con questi occhi! – Zitto! zitto, ubbriacone! – gli diede sulla voce l’Avvocato fiscale. – Piuttosto andiamo a vedere il fuoco.
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Essa sembrava esitante. Seguitava ad avviarsi verso la porta della chiesa, passo passo, tenendo gli occhi bassi, come infastidita dall’insistenza del sagrestano. – Giacché i miei fratelli hanno detto di no... – Una sciocchezza hanno detto! Avrei voluto condurli per mano alla Canziria, e fargli vedere se non vale tutti i vostri ritratti affumicati!... Scusatemi, donna Bianca!... parlo nell’interesse di vossignoria... I vostri fratelli tengono al fumo perché sono vecchi... hanno i piedi nella fossa, loro!... Ma voi che siete giovine, come rimanete? Non si rovina così una sorella!... Un marito simile non ve lo manda neppure san Giuseppe padre della provvidenza!... Sono pazzi a dir di no i vostri fratelli!... pazzi da legare!... Le terre della Contea se le piglierà tutte lui, don Gesualdo!... e poi le mani in pasta da per tutto.  Non  si  mura  un  sasso  che  non  ci  abbia  il  suo  guadagno  lui... Domeneddio in terra! Ponti, mulini, fabbriche, strade carreggiabili!... il mondo sottosopra mette quel diavolo! Fra poco si andrà in carrozza sino a Militello, prima Dio e don Gesualdo Motta!... Sua moglie andrà in carrozza dalla mattina alla sera!... camminerà sull’oro colato, come è vero Dio! Anche padre Angelino vi avrà consigliato la stessa cosa che vi dico io... Non ho udito nulla, per non violare il suggello della confessione, ma padre Angelino è un uomo di giudizio... vi avrà consigliato di prendere un buon marito... di mettervi in grazia di Dio. Donna Bianca lo guardò sbigottita, col mento aguzzo dei Trao che sembrava convulso. Indi alzò verso il crocifisso gli occhi umidi di lagrime, colle labbra pallide serrate in una piega dolorosa. Con quelle labbra senza sangue rispose infine sottovoce: – I miei fratelli sono padroni... tocca a loro decidere... Don Luca a corto d’argomenti rimase un istante quasi sbalordito, piantandosi dinanzi a lei per non lasciarla scappare, soffocato da tante buone ragioni che aveva in gola, balbettando, annaspando, grattandosi rabbiosamente il capo, con gli occhietti scintillanti che andavano come frugandola tutta da capo a piedi per trovare il punto debole, scuotendole dinanzi le mani giunte, minaccioso e supplichevole. Alla fine proruppe: – Ma è giustizia, santo Dio? è giustizia far tribolare in tal modo un galantuomo che vi vuol tanto bene?... Dare un calcio alla fortuna?... Scusatemi, donna Bianca! io parlo nel vostro interesse... Dovete pensarci voi! Non siete più sotto tutela, alla fin fine!... Mi scaldo il sangue per voi... perché
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Nossignore... si vergognano... C’è stato un casa del diavolo! Io son venuto per tener d’occhio il trattamento... E aprì l’uscio per farglielo vedere: una gran tavola carica di dolci e di bottiglie di rosolio, ancora nella carta ritagliata come erano venuti dalla città, sparsa di garofani e gelsomini d’Arabia, tutto quello che dava il paese, perché la signora Capitana aveva mandato a dire che ci volevano dei fiori; quanti candelieri si erano potuti avere in prestito, a Sant’Agata e nell’altre chiese. Diodata ci aveva pure messi in bell’ordine tutti i tovagliuoli arrotolati in punta, come tanti birilli, che portavano ciascuno un fiore in cima. – Bello! bello! – approvò il marchese. – Una cosa simile non l’ho mai vista!... E questi qui, cosa fanno? Ai due lati della tavola, come i giudei del Santo Sepolcro, ci erano Pelagatti e Giacalone, che sembravano di cartapesta, così lavati e pettinati. – Per servire il trattamento, sissignore!... Mastro Titta e l’altro barbiere suo compagno si son rifiutati, con un pretesto!... Vanno soltanto nelle casate nobili quei pezzenti!... Temevano di sporcarsi le mani qui, loro che fanno tante porcherie!... Giacalone, premuroso, corse tosto con una bottiglia per ciascuna mano. Il marchese si schermì: – Grazie, figliuol mio!... Ora mi rovini il vestito, bada! – Di là ci sono anche le tinozze coi sorbetti! – aggiunse don Santo. Ma appena aprì l’uscio della cucina, si videro fuggire delle donne che stavano a guardare dal buco della serratura. – Ho visto, ho visto, caro parente. Lasciateli stare; non li spaventate. In quel momento si udì un baccano giù in istrada, e corsero in tempo al balcone per vedere arrivare la carrozza degli sposi. Nanni l’Orbo, a cassetta, col cappello sino alle orecchie, faceva scoppiettare la frusta come un carrettiere, e vociava: – Largo!... A voi!... Guardatevi!... – Le mule, tolte allora dall’armento, ricalcitravano e sbuffavano, tanto che il canonico Lupi propose di smontare lì dov’erano, e Burgio s’era già alzato per scavalcare lo sportello. Ma le mule tutt’a un tratto abbassarono il capo insieme, e infilarono il portone a precipizio. – Morte subitanea! – esclamò il canonico, ricadendo col naso sui ginocchi della sposa. Salivano a braccetto. Don Gesualdo con una spilla luccicante nel bel mezzo del cravattone di raso, le scarpe lucide, il vestito coi bottoni dorati, il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Questo è tuo cognato, – disse il marchese a Bianca. Il notaro ripigliò di lì a un momento: – Guardate! guardate! Sembra lo sbarco di Cristoforo Colombo! Vedevasi sull’uscio dell’anticamera un mucchio di teste che si pigiavano, fra curiose e timide, quasi stesse per scoppiare una mina. Il canonico fra gli altri monelli scorse Nunzio, il nipotino di don Gesualdo, e gli fece segno d’entrare, ammiccandogli. Ma il ragazzo scappò via come un selvaggio; e il canonico, sempre sorridendo, disse: – Che diavoletto!... tutto sua madre... Il marchese, sdraiato sulla sedia a bracciuoli, accanto alla nipote, sembrava un presidente, chiacchierando soltanto lui. – Bravo! bravo!... Tuo marito ha fatto le cose bene!... Non ci manca nulla in questa casa!... Ci starai da principessa!... Non hai che a dire una parola... mostrare un desiderio... – Allora ditegli che vi comperi delle altre mule – aggiunse il canonico ridendo. – È vero; sei alquanto pallida... Ti sei forse spaventata in carrozza? – Sono mule troppo giovani... appena tolte dall’armento... non ci sono avvezze... Ora usano dei cavalli per la carrozza – disse il canonico. – Certamente! certamente! – si affrettò a rispondere don Gesualdo. – Appena potrò. I denari servono per spenderli... quando ci sono. Il marchese e il canonico Lupi tenevano viva la conversazione, don Gesualdo approvando coi cenni del capo; gli altri ascoltavano: la zia Cirmena con le mani sul ventre e un sorrisetto amabile che faceva cascare le parole di bocca: un sorriso che diceva: – Bisogna pure! giacché son venuta!... Valeva proprio la pena di mettersi in gala!... – Bianca sembrava un’estranea, in mezzo a tutto quel lusso. E suo marito imbarazzato anche lui, fra tanta gente, la sposa, gli amici, i servitori, dinanzi a quegli specchi nei quali si vedeva tutto, vestito di nuovo, ridotto a guardare come facevano gli altri se voleva soffiarsi il naso. – Il raccolto è andato bene! – disse il marchese a voce più alta, perché gli altri lo seguissero dove voleva arrivare. – Io ne parlo per sentita dire. Eh? eh? massaro Fortunato? . – Sissignore, grazie a Dio!... Sono i prezzi che non dicono!... – Ci sarà tanto da fare in campagna! Nel paese non c’è più nessuno. La zia Cirmena allora non poté frenarsi: – Ho vista al balcone la cugina Sganci... credevo che venisse, anzi!... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Donna Sarina si dimenava sulla seggiola per tener la lingua in freno: – Quanto a me!... – disse poi – grazie a Dio!... La prova è che il ragazzo La Gurna, Corradino, viene da me per la villeggiatura. Lui non ci ha colpa, povero innocente! – No, no, è meglio star seduti in una bella sedia soffice come questa, che andare a buscarsi il pane di qua e di là, come i La Gurna!... quando si può buscarselo anche!... E avere una buona tavola apparecchiata, e la carrozza per far quattro passi dopo, e la vigna per la villeggiatura, e tutto il resto!... La buona tavola sopratutto!... Son vecchio, e mi dispiace che il marchesato non possa servirsi in tavola... Il fumo è buono soltanto in cucina... La so lunga... C’è più fumo nella cucina, che arrosto sulla tavola in molte case... quelle che ci hanno lo stemma più grosso sul portone... e che arricciano più il naso!... Se torno a nascere, voglio chiamarmi mastro Alfonso Limòli, ed esser ricco come voi, nipote mio... Per godermi i miei denari fra me e me... senza invitar nessuno... no!... – Tacete!... Sento il campanello! – interruppe donna Sarina. – È un pezzo che suonano mentre voi state a predicare... Però era un tintinnìo sommesso di gente povera. Santo corse ad aprire, e si trovò faccia a faccia col sagrestano, seguito dalla moglie, la quale portava sotto il braccio un tovagliuolo che pareva un sacco, quasi fosse venuta per lo sgombero. Al primo momento don Luca rimase imbarazzato, vedendo il fratello di Speranza che gli aveva mandato a dire mille improperi con suo marito Burgio; ma non si perse d’animo per questo, e trovò subito il pretesto: – C’è il canonico Lupi?... Mia moglie, qui, m’ha detto ch’era montato in carrozza cogli sposi... La gnà Grazia allora entrò svolgendo adagio adagio il tovagliuolo, e ne cavò una caraffina d’acqua d’odore, tappata con un batuffoletto di cenci. – L’acqua benedetta!... Abbiamo pensato per donna Bianca! E si misero ad aspettare tranquillamente, marito e moglie, in mezzo alla sala. In quel momento tornò il canonico Lupi, rosso in viso, sbuffando, asciugandosi il sudore. E a prevenire ogni domanda si rivolse subito al padrone di casa, sorridendo, coll’aria indifferente: – Don Gesualdo... se avete intenzione di farci fare la bocca dolce!... Mi pare che sia tempo!... All’alba ho da dir messa, prima d’andare in campagna. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Verga     Mastro don Gesualdo     Parte seconda di contadini un po’ più in là, alla debita distanza; e ogni dieci minuti la vecchia berlina del barone Mèndola che scarrozzava la madre di lui, sorda come una talpa, dal Rosario a Santa Maria di Gesù: le orecchie pelose e stracche delle mule che ciondolavano fra la folla, il cocchiere rannicchiato a cassetta, colla frusta fra le gambe, accanto al cacciatore gallonato, colle calze di bucato che sembravano imbottite di noci, e le piume gialle del cappellone della baronessa che passavano e ripassavano su quell’ondeggiare di berrette bianche. Tutt’a un tratto accadde un fuggi fuggi: una specie di rissa dinanzi all’osteria. Don Liccio Papa cercava d’arrestare Santo Motta, perché aveva gridato la mattina; e il capitano l’incitava da lontano, brandendo la canna d’India: – Ferma! ferma!... la giustizia! Ma Santo si liberò con uno spintone, e prese a correre verso Sant’Agata. La folla fischiava ed urlava dietro allo sbirro che tentava d’inseguirlo. – Ahi! ahi! – disse Bomma ch’era salito su di una sedia per vedere. – Se non rispettano più l’autorità!... – Tavuso gli fece segno di tacere, mettendosi l’indice attraverso la bocca. – Sentite qua, don Bastiano! – E si misero a discorrere sottovoce, tirandosi in disparte. Dalla Maddalena scendeva lemme lemme il notaro, col bastone dietro la schiena. Bomma cominciò a fargli dei segni da lontano; ma il notaro finse di non accorgersene; accennò al Capitano che s’avviava verso il Collegio, ed entrò in chiesa anche lui dalla porta piccola. Il Capitano passando dinanzi alla farmacia fulminò i libertini di un’occhiataccia, e borbottò, rivolto al principale: – Badate che avete moglie e figliuoli!... – Sangue di!... corpo di!... – voleva mettersi a sbraitare il farmacista. In quel momento suonava la campanella della benedizione, e quanti erano in piazza s’inginocchiarono. Poco dopo, Ciolla, che ingannava il tempo sgretolando delle fave abbrustolite, seduto dinanzi alla bottega del sorbettiere, vide una cosa che gli fece drizzar le orecchie: il notaro Neri che usciva di chiesa insieme al canonico Lupi, e risalivano verso la Maddalena, passo passo, discorrendo sottovoce. Il notaro scrollava le spalle, guardando sottecchi di qua e di là. Ciolla tentò di unirsi a loro, ma essi lo piantarono lì. Bomma, da lontano, non li perdeva di vista, dimenando il capo. – Badate a quel che fate!... Pensate alla vostra pelle!... – gli disse il Capitano passandogli di nuovo accanto. – Becco!... – voleva gridargli dietro il farmacista. – Badate a voi piuttosto!... – Ma il dottore lo spinse dentro a forza. Ciolla era corso dietro al Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
– Non temere... no! – rispose lui con la voce grossa. All’udir gente nella piazzetta, dal portone dei Trao, che rimbombò come una cannonata, uscì correndo don Luca: – Signor barone!... sta per morire vostro cugino don Diego!... solo come un cane!... Non c’è nessuno in casa!... Rimpetto al palazzo nero e triste dei Trao splendeva il balcone lucente dei Margarone, e in quella luce disegnavasi l’ombra di donna Fifì, rammentandogli un’altra ombra che soleva aspettarlo altra volta alla finestra del palazzo smantellato. Don Ninì se ne andò frettoloso, a capo chino, portandosi seco negli occhi i ricordi di quella finestra chiusa e senza lume. – Bella porcheria!... Me lo lasciano sulle spalle!... a me solo! – brontolò don Luca tornando nella camera del moribondo. Don Ferdinando stava seduto a piè del letto, senza dir nulla, simile a una mummia. Di tanto in tanto andava a guardare in viso suo fratello; guardava poi don Luca, stralunato, e tornava a chinare il capo sul petto. Alla sfuriata del sagrestano però si rizzò all’improvviso, quasi gli avessero dato uno scossone, e domandò piano, con la voce assonnata di uno che parli in sogno: – Dorme? – Sì, dorme!... Andate a dormire voi pure, se volete!... Ma l’altro non si mosse. Il malato da prima voleva sapere ogni momento che ora fosse; poi, verso mezzanotte, non domandò più nulla. Stava cheto, col naso contro il muro, e la coperta sino alle orecchie. Grazia, di ritorno, aveva accostato l’uscio, messo il lume accanto, sul tavolino, ed era andata a dare una occhiata a casa sua. Il marito si accomodò alla meglio su due sedie. Don Ferdinando, di tratto in tratto, si alzava di nuovo, in punta di piedi, si chinava sul letto, simile a un uccello di malaugurio, e tornava a domandare piano, all’orecchio di don Luca: – Che fa? dorme? – Sì! sì!... Andate a dormire voi pure!... andate! E l’accompagnò lui stesso in camera sua, per liberarsi almeno da quella noia. Don Ferdinando sognava che il cane nero dei vicini Motta gli si era accovacciato sul petto, e non voleva andarsene, per quanto egli cercasse di svincolarsi e di gridare. La coda del cane, lunga, lunga che non finiva più, gli si era attorcigliata al collo e alle braccia, al pari di un serpente, e lo stringeva, soffocandolo, gli strozzava la voce in gola, quando udì un’altra voce che lo fece balzare dal letto, con una gran palpitazione di cuore. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
che vi capita nell’armento... Bisogna mandare alla fiera la giovenca che si è rotte le corna, e chiudere gli occhi sul prezzo. Bisogna chinare il capo, per amore o per forza. Del resto non avete altri figliuoli... Almeno sapete di farla una signorona!... Il marchese nel tempo istesso andava a far visita alla nipotina. La pigliava colle buone, col giudizio che ci vuole per toccare certi tasti: – Hai ragione! Piangi pure che hai ragione! Sfogati con me che capisco queste cose... Un brucio, una cosa che sembra di morire! Tuo padre non ne capisce nulla, poveretto. È stato sempre in mezzo ai suoi negozi, ai suoi villani... un po’ rozzo anche, se vogliamo... Ma ha lavorato per te, per farti ricca.  Tu, col nome di tua madre, e coi quattrini di lui, puoi rappresentare la prima parte anche in una grande città, quando vorrai... Non qui, in questo buco... Qui mi sembra di soffocare anche a me. Sono stato giovane; me li son goduti anch’io i begli anni... Appunto ti dicevo... Capisco quello che devi averci adesso nel tuo cuoricino. Quando si è giovani pare che al mondo non ci debba essere altro che quello... Tuo padre ha preso la via storta... Ma se lui si ostina a non darti nulla, neanche quel giovane, poveretto, ne ha... E allora... se ti tocca scopar la casa... se lui deve tirare il diavolo per la coda... Sarà un affar serio, intendi? Vengono le quistioni, i pentimenti, i musi lunghi. I musi lunghi imbruttiscono te e lui, mia cara. Perché poi? con qual costrutto? Se tuo padre ha detto di no, sarà di no, che non lo sposerai. Morirai qui, in questa specie d’ergastolo; ci consumerai i tuoi begli anni. Corrado rimarrà in esilio, ad arbitrio della polizia, finché vorrà tuo padre; egli ha le braccia lunghe adesso... Nemmeno a chi vuoi bene gioveresti, se ti ostini. Tuo cugino ha bisogno d’aver la testa quieta, di lavorare in pace, per guadagnarsi da vivere onestamente... Invece potresti sposare un gran signore, e s’è vero che quel giovane ti vuol tanto bene dovrebbe esser contento lui pel primo. Quello si chiama amore... Un gran signore, capisci! Per ora non dirne nulla colle tue compagne... qui nel monastero, sai, creperebbero d’invidia... Ma so che c’è per aria il progetto di farti sposare un gran signore. Saresti principessa o duchessa! Altro che donna tal di tali! Carrozze, cavalli, palco a teatro tutte le sere, gioielli e vestiti quanti ne vuoi... Con quel bel visetto so io quante teste farai girare in una gran città! Quando si entra in una sala di ballo, scollacciata, coperta di brillanti, tutti che domandano: – Chi è quella bella signora?... – E si sente rispondere: la duchessa tale o la principessa tal’altra!... – Via, vieni a veder tua madre ch’è ancora ammalata, poveretta! L’ha finita quel colpo! Sai
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
tua madre, cos’ha dovuto fare, e tuo zio don Ferdinando, e io stesso!... Siamo tutti nati dalla costola di Adamo, figliuola mia!... Anche Corrado è della costola d’Adamo. Ma i baiocchi li tiene tuo padre! Se non vuol darvene, andrete a scopar le strade tutti e due, e dopo un mese vi piglierete pei capelli. Invece puoi fare un gran matrimonio, sfoggiarla da gran signora, in una gran città!... Dopo, quando avrai il cuoco in cucina, la carrozza che t’aspetta, e le tue buone rendite garantite nell’atto dotale, potrai darti il lusso di pensare alle altre cose... Verso la Pasqua giunse in paese il duca di Leyra, col pretesto di dar sesto ai suoi affari da quelle parti, ché ne avevano tanto di bisogno. Era un bell’uomo, magro, elegante, un po’ calvo, gentilissimo. Si cavava il cappello anche per rispondere al saluto dei contadini. Aveva lo stesso sorriso e le medesime maniere cortesi per tutti i seccatori dai quali fu tosto assediato, fin dal primo giorno. Nel paese fu l’argomento di tutti i discorsi: Quel che aveva detto; quel che era venuto a fare; quanto tempo si sarebbe fermato lì; quanti anni aveva. Le signore asserivano che non dimostrava più di quarant’anni. Il giorno della processione del Cristo risuscitato ci fu il Caffè dei Nobili pieno zeppo di signore. Le Zacco con certi cappellini che facevano male agli occhi; la signora Capitana stecchita nel suo eterno lutto che la ringiovaniva, e la faceva chiamare ancora la bella vedovella – da dieci anni, dacché era morto suo marito. – Le Margarone in gran gala, verdi, rosse, gialle, svolazzanti di piume, di nastri, di ricciolini diventati neri col tempo, grasse da scoppiare, color di mattone in viso. Tutte che cicalavano, e si davano un gran da fare per dar nell’occhio ai signori forestieri. Il duca s’era tirato dietro lo zio balì, onde sembrar  più  giovane  –  dicevano  le  male  lingue:  un  vecchietto  grasso  e rubicondo che doveva lasciargli l’eredità, e intanto faceva la corte alle signore – come non sanno farla più al giorno d’oggi! – osservò la Capitana. Sul più bello, mentre la statua dell’Evangelista correva balzelloni da Gesù a Maria, e il popolo gridava: viva Dio resuscitato! capitò la carrozza nuova di don Gesualdo Motta. Lui con la giamberga dai bottoni d’oro e il solitario al petto della camicia, la moglie in gala anche lei, poveretta, che la veste nuova le piangeva addosso, allampanata, ridotta uno scheletro, e la figliuola con un vestito nuovo, fatto venire apposta da Palermo. La folla si apriva per lasciarli passare, senza bisogno di spintoni. Dei curiosi guardavano a bocca aperta. Lo stesso duca domandò chi fossero: – Ah, una Trao! Si vede subito, quantunque abbia l’aria un po’ sofferente, povera signora. – Il mar-
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
figliuola, e scapparsene appena giungeva qualche visita. L’avevano collocato in un quartierino al pian di sopra, poche stanze che chiamavano la foresteria, dove Isabella andava a vederlo ogni mattina, in veste da camera, spesso senza neppure mettersi a sedere, amorevole e premurosa, è vero, ma in certo modo che al pover’uomo sembrava d’essere davvero un forestiero. Essa alcune volte era pallida così che pareva non avesse chiuso occhio neppur lei. Aveva una certa ruga fra le ciglia, qualcosa negli occhi, che a lui, vecchio e pratico del mondo, non andavan punto a genio. Avrebbe voluto pigliarsi anche lei fra le braccia, stretta stretta, e chiederle piano in un orecchio: – Cos’hai?... dimmelo!... Confidati a me che dei guai ne ho passati tanti, e non posso tradirti! Ma anch’essa ritirava le corna come fa la lumaca. Stava chiusa, parlava di rado anche della mamma, quasi il chiodo le fosse rimasto lì, fisso... accusando lo stomaco peloso dei Trao, che vi chiudevano il rancore e la diffidenza, implacabili! Perciò lui doveva ricacciare indietro le parole buone e anche le lagrime, che gli si gonfiavano grosse grosse dentro, e tenersi per sé i propri guai. Passava i giorni malinconici dietro l’invetriata, a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze, nella corte vasta quanto una piazza. Degli stallieri, in manica di camicia e coi piedi nudi negli zoccoli, cantavano, vociavano, barattavano delle chiacchiere e degli strambotti coi domestici, i quali perdevano il tempo alle finestre, col grembialone sino al collo, o in panciotto rosso, strascicando svogliatamente uno strofinaccio fra le mani ruvide, con le barzellette sguaiate, dei musi beffardi di mascalzoni ben rasi e ben pettinati che sembravano togliersi allora una maschera. I cocchieri poi, degli altri pezzi grossi, stavano a guardare, col sigaro in bocca e le mani nelle tasche delle giacchette attillate, discorrendo di tanto in tanto col guardaportone che veniva dal suo casotto a fare una fumatina, accennando con dei segni e dei versacci alle cameriere che si vedevano passare dietro le invetriate dei balconi, oppure facevano capolino provocanti, sfacciate, a buttar giù delle parolacce e delle risate di male femmine con certi visi da Madonna. Don Gesualdo pensava intanto quanti bei denari dovevano scorrere per quelle mani; tutta quella gente che mangiava e beveva alle spalle di sua figlia, sulla dote che egli le aveva dato, su l’A1lia e su Donninga, le belle terre che aveva covato cogli occhi tanto tempo, sera e mattina, e misurato col desiderio, e sognato la notte, e acquistato palmo a palmo, giorno per giorno, togliendosi il pane di bocca: le povere terre nude
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
che bisognava arare e seminare; i mulini, le case, i magazzini che aveva fabbricato con tanti stenti, con tanti sacrifici, un sasso dopo l’altro. La Canziria, Mangalavite, la casa, tutto, tutto sarebbe passato per quelle mani. Chi avrebbe potuto difendere la sua roba dopo la sua morte, ahimé, povera roba! Chi sapeva quel che era costata? Il signor duca, lui, quando usciva di casa, a testa alta, col sigaro in bocca e il pomo del bastoncino nella tasca del pastrano, fermavasi appena a dare un’occhiata ai suoi cavalli, ossequiato come il Santissimo Sagramento, le finestre si chiudevano in fretta, ciascuno correva al suo posto, tutti a capo scoperto, il guardaportone col berretto gallonato in mano, ritto dinanzi alla sua vetrina, gli stallieri immobili accanto alla groppa delle loro  bestie,  colla  striglia  appoggiata  all’anca,  il  cocchiere  maggiore,  un signorone, piegato in due a passare la rivista e prendere gli ordini: una commedia che durava cinque minuti. Dopo, appena lui voltava le spalle, ricominciava il chiasso e la baraonda, dalle finestre, dalle arcate del portico che metteva alle scuderie, dalla cucina che fumava e fiammeggiava sotto il tetto, piena di sguatteri vestiti di bianco, quasi il palazzo fosse abbandonato in mano a un’orda famelica, pagata apposta per scialarsela sino al tocco della campana che annunziava qualche visita – un’altra solennità anche quella. – La duchessa certi giorni si metteva in pompa magna ad aspettare le visite come  un’anima  di  purgatorio.  Arrivava  di  tanto  in  tanto  una  carrozza fiammante; passava come un lampo dinanzi al portinaio, che aveva appena il tempo di cacciare la pipa nella falda del soprabito e di appendersi alla campana; delle dame e degli staffieri in gala sguisciavano frettolosi sotto l’alto vestibolo, e dopo dieci minuti tornavano ad uscire per correre altrove a rompicollo; proprio della gente che sembrava presa a giornata per questo. Lui invece passava il tempo a contare le tegole dirimpetto, a calcolare, con l’amore e la sollecitudine del suo antico mestiere, quel che erano costate le finestre scolpite, i pilastri massicci, gli scalini di marmo, quei mobili sontuosi, quelle stoffe, quella gente, quei cavalli che mangiavano, e inghiottivano il denaro come la terra inghiottiva la semente, come beveva l’acqua, senza renderlo però, senza dar frutto, sempre più affamati, sempre più divoranti, simili a quel male che gli consumava le viscere. Quante cose si sarebbero potute fare con quel denaro! Quanti buoni colpi di zappa, quanto sudore di villani si sarebbero pagati! Delle fattorie, dei villaggi interi da fabbricare... delle terre da seminare, a perdita di vista... E un esercito di mietitori a giugno, del grano da raccogliere a montagne, del denaro a fiumi da intascare!... Allora gli si gon-
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
A causa mia! Che li faccio io il bel tempo o la malannata? Oppure devo possedere le terre perché voialtri ci seminiate e facciate i vostri interessi? Non ne avete coscienza, né timore di Dio? Perché ci venite allora a confessarvi? Questo è il diavolo che vi tenta per farvi perdere il sacramento della penitenza. Quando vi mettete a fare tutti quei figliuoli non ci pensate che son tante bocche che mangiano? E che colpa ci ho io poi se il pane non vi basta? Ve li ho fatti far io tutti quei figliuoli? Io mi son fatto prete per non averne. Però assolveva, come era obbligo suo; ma nondimeno nella testa di quella gente rozza restava qualche confusione fra il prete che alzava la mano a benedire in nome di Dio, e il padrone che arruffava i conti, e li mandava via dal podere col sacco vuoto e la falce sotto l’ascella. – Non c’è che fare, non c’è che fare – borbottavano i poveretti rassegnati. – La brocca non ci vince contro il sasso, e col Reverendo non si può litigare, ché lui sa la legge! Se la sapeva! Quand’erano davanti al giudice, coll’avvocato, egli chiudeva la bocca a tutti col dire: – La legge è così e così. – Ed era sempre come giovava a lui. Nel buon tempo passato se ne rideva dei nemici, degli invidiosi. Avevano fatto un casa del diavolo, erano andati dal vescovo, gli avevano gettato in faccia la nipote, massaro Carmenio e la roba malacquistata, gli avevano fatto togliere la messa e la confessione. Ebbene? E poi? Egli non aveva bisogno del vescovo né di nessuno. Egli aveva il fatto suo ed era rispettato come quelli che in paese portano la battuta; egli era di casa dalla baronessa, e più facevano del chiasso intorno a lui, peggio era lo scandalo. I pezzi grossi non vanno toccati, nemmeno dal vescovo, e ci si fà di berretto, per prudenza, e per amor della pace. Ma dopo che era trionfata l’eresia, colla rivoluzione, a che gli serviva tutto ciò? I villani che imparavano a leggere e a scrivere, e vi facevano il conto meglio di voi; i partiti che si disputavano il municipio, e si spartivano la cuccagna senza un riguardo al mondo; il primo pezzente che poteva ottenere il gratuito patrocinio, se aveva una quistione con voi, e vi faceva sostener da solo le spese del giudizio! Un sacerdote non contava più né presso il giudice, né presso il capitano d’armi; adesso non poteva nemmeno far imprigionare con una parolina, se gli mancavano di rispetto, e non era più buono che a dir messa, e confessare, come un servitore del pubblico. Il giudice aveva paura dei giornali, dell’opinione pubblica, di quel che avrebbero detto Caio e Sempronio, e trinciava giudizi come Salomone! Perfino la roba che si era acquistata col sudore della fronte gliela invi-
Novelle rusticane di Giovanni Verga
naso rosso dal freddo; e accorrevano persino i trecconi, colle panchette in testa, a piantar bottega per cercar di vendere un altro po’ di torrone; tanto che nella gran piazza non ci sarebbe entrato più uno spillo, e le mule non avrebbero nemmeno potuto scacciarsi le mosche, se non fosse stata la cavalleria a far fare largo, e per giunta la cavalleria portava un nugolo di mosche cavalline, di quelle che fanno imbizzarrire le mule di una lettiga, talché compare Cosimo si raccomandava a Dio e alle anime del Purgatorio ad ognuna che ne acchiappava sotto la pancia delle sue bestie. Finalmente si udì raddoppiare lo scampanìo, quasi le campane fossero impazzate, e i mortaletti che sparavano al Re, e arrivò correndo un’altra fiumana di gente, e si vide spuntare la carrozza del Re, la quale in mezzo la folla pareva galleggiasse sulle teste. Allora suonarono le trombe e i tamburi, e ricominciarono a sparare i mortaletti, che le mule, Dio liberi, volevano romper i finimenti e ogni cosa sparando calci; i soldati tirarono fuori le sciabole, giacché le avevano messe nel fodero un’altra volta, e la folla gridava: – La Regina, la Regina! È quella piccolina lì, accanto a suo marito, che non par vero! Il Re invece era un bel pezzo d’uomo, grande e grosso, coi calzoni rossi e la sciabola appesa alla pancia; e si tirava dietro il vescovo, il sindaco, il sottointendente, e un altro sciame di galantuomini coi guanti e il fazzoletto da collo bianco, e vestiti di nero che dovevano averci la tarantola nelle ossa con quel po’ di tramontana che spazzava la nebbia dal piano di San Giacomo. Il Re stavolta, prima di montare a cavallo, mentre sua moglie entrava nella lettiga, parlava con questo e con quello come se non fosse stato fatto suo, e accostandosi a compare Cosimo gli batté anche colla mano sulla spalla, e gli disse tale e quale, col suo parlare napoletano: – Bada che porti la tua Regina! che compare Cosimo si sentì rientrare le gambe nel ventre, tanto più che in quel momento si udì un grido da disperati, la folla ondeggiò come un mare di spighe, e si vide una giovinetta, vestita ancora da monaca, e pallida pallida, buttarsi ai piedi del Re, e gridare: Grazia! – Chiedeva la grazia per suo padre, il quale si era dato le mani attorno per buttare il Re giù di sella, ed era stato condannato ad aver tagliata la testa. Il Re disse una parola ad uno che gli era vicino, e bastò perché non tagliassero la testa al padre della ragazza. Così ella se ne andò tutta contenta, che dovettero portarla via svenuta dalla consolazione. Vuol dire che il Re con una sua parola poteva far tagliare la testa a chi gli fosse piaciuto, anche a compare Cosimo se una mula della lettiga metteva un piede in fallo, e gli buttava giù la moglie, così piccina com’era. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Novelle rusticane di Giovanni Verga
quelli che non conosceva, fin quando arrivarono alla Zia Lisa, che era accorsa una gran folla a vedere il Re, e davanti ad ogni bettola c’era il suo pezzo di maiale appeso e scuoiato per la festa. Come arrivò a casa sua, dopo aver consegnata la Regina sana e salva, non gli pareva vero, e baciò la sponda della mangiatoia legandovi le mule; poi si mise in letto senza mangiare e senza bere, ché non voleva vedere nemmeno i danari della Regina, e li avrebbe lasciati nella tasca del giubbone chissà quanto tempo, se non fosse stato per sua moglie che andò a metterli in fondo alla calza sotto il pagliericcio. Gli amici e i conoscenti, che erano curiosi di sapere come erano fatti il Re e la Regina, venivano a domandargli del viaggio, col pretesto d’informarsi se aveva acchiappato la malaria. Egli non voleva dir nulla, che gli tornava la febbre soltanto a parlarne, e il medico veniva mattina e sera, e si prese circa la metà di quei danari della Regina. Solamente molti anni dopo, quando vennero a pignorargli le mule in nome del Re, perché non aveva potuto pagare il debito, compare Cosimo non si dava pace pensando che pure quelle erano le mule che gli avevano portato la moglie sana e salva, al Re, povere bestie; e allora non c’erano le strade carrozzabili, ché la Regina si sarebbe rotto il collo, se non fosse stato per la sua lettiga, e la gente diceva che il Re e la Regina erano venuti apposta in Sicilia per fare le strade, che non ce n’erano ancora, ed era una porcheria. Ma allora campavano i lettighieri, e compare Cosimo avrebbe potuto pagare il debito, e non gli avrebbero pignorato le mule, se non veniva il Re e la Regina a far le strade carrozzabili. E più tardi, quando gli presero il suo Orazio, che lo chiamavano Turco, tanto era nero e forte, per farlo artigliere, e quella povera vecchia di sua moglie piangeva come una fontana, gli tornò in mente quella ragazza ch’era venuta a buttarsi a piedi del Re gridando grazia! e il Re con una parola l’aveva mandata via contenta. Né voleva capire che il Re d’adesso era un altro, e quello vecchio l’avevano buttato giù di sella. Diceva che se fosse stato lì il Re, li avrebbe mandati via contenti, lui e sua moglie, ché gli aveva battuto sulla spalla, e lo conosceva e l’aveva visto proprio sul mostaccio, coi calzoni rossi, e la sciabola appesa alla pancia, e con una parola poteva far tagliare il collo alla gente, e mandare puranco a pignorare le mule, se uno non pagava il debito, e pigliarsi i figliuoli per soldati, come gli piaceva.
Novelle rusticane di Giovanni Verga
di fuori, colle imposte sconquassate, dinanzi all’aia screpolata, all’ombra delle alte biche di paglia dove dormono le galline colla testa sotto l’ala, e l’asino lascia cascare il capo, colla bocca ancora piena di paglia, e il cane si rizza sospettoso, e abbaia roco al sasso che si stacca dall’intonaco, alla lucertola che striscia, alla foglia che si muove nella campagna inerte. La sera, appena cade il sole, si affacciano sull’uscio uomini arsi dal sole, sotto il cappellaccio di paglia e colle larghe mutande di tela, sbadigliando e stirandosi le braccia; e donne seminude, colle spalle nere, allattando dei bambini già pallidi e disfatti, che non si sa come si faranno grandi e neri, e come ruzzeranno sull’erba quando tornerà l’inverno, e l’aia diverrà verde un’altra volta, e il cielo azzurro e tutt’intorno la campagna riderà al sole. E non si sa neppure dove stia e perché ci stia tutta quella gente che alla domenica corre per la messa alle chiesuole solitarie, circondate dalle siepi di fichidindia, a dieci miglia in giro, sin dove si ode squillare la campanella fessa nella pianura che non finisce mai. Però dov’è la malaria è terra benedetta da Dio. In giugno le spighe si coricano dal peso, e i solchi fumano quasi avessero sangue nelle vene appena c’entra il vomero in novembre. Allora bisogna pure che chi semina e chi raccoglie caschi come una spiga matura, perché il Signore ha detto: “Il pane che si mangia bisogna sudarlo”. Come il sudore della febbre lascia qualcheduno stecchito sul pagliericcio di granoturco, e non c’è più bisogno di solfato né di decotto d’eucalipto, lo si carica sulla carretta del fieno, o attraverso il basto dell’asino, o su di una scala, come si può, con un sacco sulla faccia, e si va a deporlo alla chiesuola solitaria, sotto i fichidindia spinosi di cui nessuno perciò mangia i frutti. Le donne piangono in crocchio, e gli uomini stanno a guardare, fumando. Così s’erano portato il camparo di Valsavoia, che si chiamava Massaro Croce, ed erano trent’anni che inghiottiva solfato e decotto d’eucalipto. In primavera stava meglio, ma d’autunno, come ripassavano le anitre, egli si metteva il fazzoletto in testa, e non si faceva più vedere sull’uscio che ogni due giorni; tanto che si era ridotto pelle ed ossa, e aveva una pancia grossa come un tamburo, che lo chiamavano il Rospo anche pel suo fare rozzo e selvatico, e perché gli erano diventati gli occhi smorti e a fior di testa. Egli diceva sempre prima di morire: – Non temete, che pei miei figli il padrone ci penserà! – E con quegli occhiacci attoniti guardava in faccia ad uno ad uno coloro che gli stavano attorno al letto, l’ultima sera, e gli mettevano la cande-
Novelle rusticane di Giovanni Verga
Lei, ridotta a quel modo, e suo marito grasso e grosso avevano il cuoio duro, e rimasero soli a guardar la casa. La malaria non ce l’ha contro di tutti. Alle volte uno vi campa cent’anni, come Cirino lo scimunito, il quale non aveva né re né regno, né arte né parte, né padre né madre, né casa per dormire, né pane da mangiare, e tutti lo conoscevano a quaranta miglia intorno, siccome andava da una fattoria all’altra, aiutando a governare i buoi, a trasportare il concime, a scorticare le bestie morte, a fare gli uffici vili; e pigliava delle pedate e un tozzo di pane; dormiva nei fossati, sul ciglione dei campi, a ridosso delle siepi, sotto le tettoie degli stallazzi; e viveva di carità, errando come un cane senza padrone, scamiciato e scalzo, con due lembi di mutande tenuti insieme da una funicella sulle gambe magre e nere; e andava cantando a squarciagola sotto il sole che gli martellava sulla testa nuda, giallo come lo zafferano. Egli non prendeva più né solfato, né medicine, né pigliava le febbri. Cento volte l’avevano raccolto disteso, quasi fosse morto, attraverso la strada; infine la malaria l’aveva lasciato, perché non sapeva più che farsene di lui. Dopo che gli aveva mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli era entrata tutta nella pancia gonfia come un otre, l’aveva lasciato contento come una pasqua, a cantare al sole meglio di un grillo. Di preferenza lo scimunito soleva stare dinanzi lo stallatico di Valsavoja, perché ci passava della gente, ed egli correva loro dietro per delle miglia, gridando, uuh! uuh! finché gli buttavano due centesimi. L’oste gli prendeva i centesimi e lo teneva a dormire sotto la tettoia, sullo strame dei cavalli, che quando si tiravano dei calci, Cirino correva a svegliare il padrone gridando uuh! e la mattina li strigliava e li governava. Più tardi era stato attratto dalla ferrovia che costrussero lì vicino. I vetturali e i viandanti erano diventati più rari sulla strada, e lo scimunito non sapeva che pensare, guardando in aria delle ore le rondini che volavano, e batteva le palpebre al sole per capacitarsene. La prima volta, al vedere tutta quella gente insaccata nei carrozzoni che passavano dalla stazione, parve che indovinasse. E d’allora in poi ogni giorno aspettava il treno, senza sbagliare di un minuto, quasi avesse l’orologio in testa; e mentre gli fuggiva dinanzi, gettandogli contro la faccia il fumo e lo strepito, egli si dava a corrergli dietro, colle braccia in aria, urlando in tuono di collera e di minaccia: uuh! uuh! L’oste, anche lui, ogni volta che da lontano vedeva passare il treno sbuffante nella malaria, non diceva nulla, ma gli sputava contro il fatto suo scrollando il capo, davanti alla tettoia deserta e ai boccali vuoti. Prima gli
Novelle rusticane di Giovanni Verga
mezzo alle spighe mature che tacevano, immobili al cascare del vento, invase anch’esse dal silenzio della notte. – Ecco! – pensava “Ammazzamogli”. – Tutta quella gente là se fa tanto di non lasciarci la pelle e di tornare a casa, ci torna con dei denari in tasca. Ma lui no! lui non aspettava né la raccolta né altro, e non aveva animo di cantare. La sera calava tanto triste, nello stallazzo vuoto e nell’osteria buia. A quell’ora il treno passava da lontano fischiando, e compare Mommu stava accanto al suo casotto colla bandieruola in mano; ma fin lassù, dopo che il treno era svanito nelle tenebre, si udiva Cirino lo scimunito che gli correva dietro urlando, uuh!... E “Ammazzamogli” sulla porta dell’osteria buia e deserta pensava che per quelli lì la malaria non ci era. Infine quando non poté pagar più l’affitto dell’osteria e dello stallazzo, il padrone lo mandò via dopo 57 anni che c’era stato, e “Ammazzamogli” si ridusse a cercare impiego nella ferrovia anche lui, e a tenere in mano la bandieruola quando passava il treno. Allora stanco di correre tutto il giorno su e giù lungo le rotaie, rifinito dagli anni e dai malanni, vedeva passare due volte al giorno la lunga fila dei carrozzoni stipati di gente; le allegre brigate di cacciatori che si sparpagliavano per la pianura; alle volte un contadinello che suonava l’organetto a capo chino, rincantucciato su di una panchetta di terza classe; le belle signore che affacciavano allo sportello il capo avvolto nel velo; l’argento e l’acciaio brunito dei sacchi e delle borse da viaggio che luccicavano sotto i lampioni smerigliati; le alte spalliere imbottite e coperte di trina. Ah, come si doveva viaggiar bene lì dentro, schiacciando un sonnellino! Sembrava che un pezzo di città sfilasse lì davanti, colla luminaria delle strade, e le botteghe sfavillanti. Poi il treno si perdeva nella vasta nebbia della sera, e il poveraccio, cavandosi un momento le scarpe, seduto sulla panchina, borbottava: – Ah! per questi qui non c’è proprio la malaria!
Novelle rusticane di Giovanni Verga
Un’altra inondazione ........................................... 5 Casamicciola ...................................................... 8 I dintorni di Milano ........................................... 9 Il come, il quando ed il perché .......................... 13 Nella stalla ....................................................... 34 Passato! ............................................................ 36 Mondo piccino ................................................ 38 La Barberina di Marcantonio ............................ 45 Tentazione!....................................................... 48 La chiave d’oro ................................................. 53 Il carnevale ....................................................... 57 Olocausto ........................................................ 60 La caccia al lupo ............................................... 65 Nel carrozzone dei profughi .............................. 70 Frammento per “Messina!” ............................... 71 “Una capanna e il tuo cuore” ............................. 72
Novelle sparse di Giovanni Verga
La croce di brillanti scintillò sul petto di lei, sollevandosi in trionfo. Tutta la sera la signora Rinaldi ballò come una pazza, passando da un ballerino all’altro, tirandosi dietro uno sciame di adoratori, cogli occhi ebbri di festa, luccicanti come le gemme che le formicolavano sul seno anelante. Però ad un tratto, trovandosi faccia a faccia colla sua immagine in un grande specchio, si fece seria e non volle ballar più. Rispondeva a tutti di sentirsi stanca, molto stanca; e macchinalmente cercava cogli occhi suo marito. Non c’era nemmen lui, quell’uomo! In quei dieci minuti che rimase accasciata sul canapè, senza curarsi che la sua veste si affagottava sgarbatamente, le passarono davanti agli occhi delle strane fantasie, insieme alle coppie che ballavano il valzer. Polidori solo non ballava, né si vedeva più. Che uomo era mai costui? Finalmente lo scorse in fondo a una sala deserta, faccia a faccia con una testa pelata, che non doveva aver nulla da dire, sorridendo come un uomo per cui il sorriso sia indifferente anch’esso. – Ella avrebbe preferito sorprenderlo colla più bella signora della festa, in parola d’onore! – Polidori non se ne avvide. Si alzò, premuroso sempre, e le offrì il braccio. In quel momento, proprio in quel momento doveva cacciarlesi fra i piedi anche suo marito, che cercava di lei. Allora, bruscamente, aggiustandosi sull’omero la scollatura della veste, con un leggiadro movimento della spalla, disse piano a Polidori, così piano che il fruscìo della seta coprì quasi il suono della voce. – Sia pure, domani alle nove, ai Giardini. Polidori s’inchinò profondamente e la lasciò passare, raggiante e commossa, al braccio del marito. Giammai mattino di primavera non era sembrato così misteriosamente bello alla signora Rinaldi nella sua villa deliziosa della Brianza, e giammai ella non l’avea contemplato con occhio più distratto attraverso al cristallo scintillante del suo coupé, come quando il suo legnetto attraversava rapidamente la piazza Cavour. Il sole inondava i viali del giardino, caldo e dorato, sull’erba che incominciava a rinverdire; l’azzurro del cielo era profondo. Coteste impressioni, ad insaputa di lei, riverberavansi nei suoi grandi occhi neri, che guardavano lontano, non sapeva ella stessa dove, né che cosa, mentre appoggiava la mano e la fronte pallida alla manopola. Di tanto in tanto un brivido la faceva stringere nelle spalle, un brivido di stanchezza o di freddo. Appena la carrozza si fermò al cancello, ella trasalì, e si tirò indietro vivamente, quasi suo marito si fosse affacciato all’improvviso allo sportello.
Novelle sparse di Giovanni Verga
Esitò alquanto prima di scendere, colla mano sulla maniglia, pensando vagamente a quell’aspetto nuovo, sotto cui le si affacciava alla mente suo marito; poi mise il piede a terra e si calò il velo sul viso: un velo fitto, nero, tempestato di puntini, attraverso al quale gli occhi acquistavano alcunché di febbrile, e i lineamenti una rigidità di fantasma. La carrozza si allontanò di passo, senza far rumore, da carrozza discreta e ben educata. Il giardino sembrava destato anch’esso prima dell’ora, e tutto sorpreso d’incominciar la sua giornata così presto. Degli uomini in manica di camicia lo lavavano, lo pettinavano, gli facevano la sua toeletta mattutina. Le poche persone che si incontravano avevano l’aspetto di trovarsi là a quell’ora per la prima volta, e per ordine del medico anche loro; osavano interrogare il velo della passeggiatrice mattiniera, e indovinare il profumo del fazzoletto nascosto nel manicotto che ella si premeva sul petto con forza. Un vecchio che si trascinava lentamente, cercando il sole di marzo, si fermò a guardarla, com’ella fu passata, appoggiandosi al bastone malfermo, e tentennò il capo tristamente. La signora Rinaldi si arrestò dinanzi alla sponda del laghetto, saettando a dritta e a sinistra un’occhiata guardinga, cercando qualche cosa o qualcuno. Il mormorìo fresco dell’acqua, e lo stormire lieve lieve degli ippocastani la isolavano completamente; allora sollevò alquanto il velo, e cavò dal guanto un bigliettino meno grande di una carta da giuoco. Per due o tre minuti l’acqua seguitò a scorrere, e le foglie a stormire per conto loro. La donna aveva gli occhi assorti, avidi, umidi di sogni. Tutt’a un tratto un passo frettoloso le fece rizzare il capo, e il sangue le avvampò sulle guance, come se gli occhi ardenti del nuovo arrivato le avessero sfiorato il viso con un bacio. Polidori stava per portare la mano al cappello, quando ella gli arrestò il gesto con uno sguardo impercettibile, e gli passò vicino senza fissarlo. Camminava a capo chino, ascoltando lo stridere della sabbia sotto i suoi stivalini, senza guardare dinanzi a sé. Di tanto in tanto si metteva il fazzoletto alla bocca; per riprender fiato, quasi il suo cuore divorasse avidamente tutta l’aria che la circondava. L’onda lenta del ruscello l’accompagnava chetamente, borbottando sottovoce, addormentando le ultime sue paure; l’ombra dei cedri e il silenzio del viale deserto la penetravano vagamente, con sottile voluttà. Quando si fermò dinanzi alla gabbia del leopardo il petto le scoppiava e i ginocchi le tremavano forte, ché accanto a lei si era fermato anche Polidori, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Novelle sparse di Giovanni Verga
mi romperò il collo, vorrò godermi l’orrore del precipizio sotto di me! Tanto peggio per voi se non capite. Allora ei le afferrò la mano per forza, divorando tutta la sua bellezza palpitante con uno sguardo assetato, e balbettò: – Volete?... volete?... Ella non rispose, e fece uno sforzo per ritirare la mano. Polidori implorava la sua grazia con parole concitate, deliranti. Le ripeteva una domanda, una preghiera, sempre la stessa, con diverse inflessioni di voce che andavano a ricercare la donna nelle più intime fibre di tutto il suo essere; ella ne sentiva la vampa, le sembrava di esserne avviluppata e divorata, soverchiata da un languore mortale e delizioso; e cercava di svincolarsi, pallida, smarrita, colle labbra convulse, spiando il viale di qua e di là con occhi pazzi di terrore, contorcendosi sotto quella stretta possente, facendo forza con tutte e due le mani febbrili per strapparsi da quell’altra mano che sentiva ardere sotto il guanto. Infine, vinta, fuori di sé, balbettò: – Sì! sì! sì! e fuggì dinanzi a qualcuno di cui si udiva avvicinarsi il calpestìo. Uscendo dal giardino era così sconvolta che stette per buttarsi sotto i cavalli di una carrozza. Aveva avuto un appuntamento! Quello era stato un appuntamento! E ripeteva macchinalmente, balbettando: – È questo! è questo! Si sentiva tutta piena ed ebbra di cotesta parola, e le sue labbra smorte agitavansi senza mandare alcun suono, vagamente assaporando la colpa. Andò barcollante sino alla prima carrozza che incontrò; e si fece condurre dalla sua Erminia, quasi in cerca di aiuto. La sua amica, vedendosela comparire dinanzi con quel viso, le corse incontro fin sull’uscio del salotto. – Che hai? – Nulla! nulla! – Come sei bella! Cos’hai? Ella, invece di rispondere, le saltò al collo e le fece due baci pazzi. La signora Erminia era abituata alle sfuriate d’amicizia della sua Maria. Si misero a guardare insieme le fotografie che avevano viste cento volte, e i fiori che erano da un mese sul terrazzino. In quel momento, per combinazione, passava Polidori nel phaeton del suo amico Guidetti, col sigaro in bocca, e salutò la signora Erminia allo stesso modo come avrebbe potuto salutare Maria, se l’avesse scorta rincantuc-
Novelle sparse di Giovanni Verga
Maria inchinò il capo con un sorrisetto contraffatto; ma non aggiunse verbo per un pezzo, e poi, amaramente: – Avete ragione, sono anche un’ingrata! – No, non sei ingrata; sei una donnina viziata, una testolina guasta, che vede falso in molte cose e che non ci vede in certe altre. Il solo torto di tuo marito è di non averti aperto gli occhi sul gran bene che ti vuole. – Fortunatamente che ha incaricato te di dirmelo. – Sì, io che ti voglio bene, anch’io! bene davvero!... Vuoi che partiamo domattina? – Oooh! – Ti rincresce? – No, mi sorprende soltanto la risoluzione improvvisa, così come si fa nelle commedie, per le ragazze che hanno abbozzato un romanzetto... – Scusami; ti ho proposto di venire con me... Ma se vuoi restare... – No, voglio venire anch’io. Solamente bisogna trovare un pretesto plausibile, per non far pensare al romanzo a tutti i curiosi che ci vedranno ordinare così in furia le nostre valigie. – Il motivo è bello e trovato, tanto più che è il motivo vero. Io vado ad incontrare mia suocera che arriva domani da Firenze, e tu naturalmente vieni con me, per non rimaner sola a Villa d’Este. – Benissimo! E giacché dobbiamo partire, più presto sarà, meglio sarà. Desidero andare col primo treno. Partirono infatti di buon mattino. A lei scoppiava il cuore passando dinanzi a quelle finestre chiuse, sulle quali l’ombra dei grandi alberi dormiva tuttora, uscendo da quel viale deserto, ove si era aggirata fantasticando tante volte. Il lago, nella pace di quell’ora, aveva un incantesimo singolare, e ogni menomo particolare del paesaggio si animava, sembrava che fosse vissuto con lei, le si stampava nell’intimo del cuore profondamente. Appena fu nel vagone aprì il libro che aveva portato apposta, e vi nascose il viso e gli occhi pieni di lagrime. Erminia seppe non avvedersi di nulla, ed ebbe l’accortezza di lasciarle assaporare voluttuosamente il dolore del distacco. Alla stazione trovarono la carrozza di Erminia, la quale volle accompagnare l’amica sino a casa. – Rinaldi non è a Milano – le disse rispondendo al movimento di sorpresa che aveva fatto Maria non trovando nessuno ad aspettarla. È andato a Roma.
Novelle sparse di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Verga     Novelle sparse Nel carrozzone dei profughi Nel carrozzone dei profughi, due povere donne sedute accanto, col fagotto della roba che avevano avuto al Municipio sulle ginocchia, si narravano i loro guai. Anzi una non parlava più; guardava nella folla con certi occhi stralunati, quasi cercando la figlia che le avevano detto fosse stata salvata da un giovanotto quando trassero anche lei dalle fiamme e dalle macerie. Una ragazza bella come il sole, che chi l’aveva vista una volta l’avrebbe riconosciuta fra mille. L’avevano vista rifugiata sotto un portone – tra i feriti del Savoia – alla stazione. Tutti l’avevano vista fuori che lei! Dalla stazione aveva visto soltanto la sua casa che bruciava, per due ore, sinché il treno stette lì. E ora, mentre cercava la sua creatura, fra la gente, da otto giorni, e pensava a lei che forse la cercava e chiamava aiuto, vedeva ancora quella distruzione e quell’incendio come un rifugio, una disperata certezza. – Ora son sola – diceva l’altra. – Quando incontrai mio marito, qui, per caso, salvo anche lui, non mi pareva vero. Ma avevo tre figli: una maritata, colla grazia di Dio, e il maggiore che mi portava a casa già la sua giornata... Tutti! Tutti!... Io mi ero alzata appunto pel più piccolo ch’era malato, quando successe il terremoto. Il Signore non mi volle. Ne parlava tranquillamente, colla faccia gialla e la testa fasciata. – Ora, quando lui sarà guarito andremo in America. L’altra alzò gli occhi, soltanto, e la guardò. – Certo. Che faremo qui? – In America? – disse un altro profugo. – Non sapete che vita da cani! Peggio dei cani li trattano i cristiani! Ella a sua volta guardò sbigottita l’altro, come a ripetere: – Che faremo qui? – Qui siamo nati: qui sono le pietre delle nostre case! dissero gli altri.
Novelle sparse di Giovanni Verga
Nel vano della finestra s’incorniciano i castagni d’India del viale, verdi sotto l’azzurro immenso – con tutte le tinte verdi della vasta campagna – il verde fresco dei pascoli prima, dove il sole bacia le frondi; più in là l’ombrìa misteriosa dei boschi. Fra i rami che agita il venticello s’intravvede ondeggiante un lembo di cielo, quasi visione di patria lontana. Al muoversi delle foglie le ombre e la luce scorrono e s’inseguono in tutta la distesa frastagliata di verde e di sole come una brezza che vi giunga da orizzonti sconosciuti. E nel folto, invisibili, i passeri garriscono la loro allegra giornata con un fruscìo d’ale fresco e carezzevole anch’esso. Sotto, nel largo viale, la città arriva ancora col passo affaccendato di qualche viandante, col lento vagabondaggio di una coppia furtiva. Ella va a capo chino, segnando i passi coll’appoggiare cadenzato dell’ombrellino, e l’ondeggiamento carezzevole del vestito attillato, che il sole ricama di bizzarri disegni, mentre l’ombre mobili delle frondi giuocano sul biondo dei capelli e sulla nuca bianca come rapidi baci che la sfiorino tutta. Ed egli le parla gesticolando, acceso della sua parola istessa che gli suona innamorata. A un tratto levano il capo entrambi al sopraggiungere di un legno che va adagio, dondolando come una culla, colle tendine chiuse; e la giovinetta si fa rossa, pensando alla penombra azzurra di quelle tende che addormentò le sue prime ritrosie. Un vecchio che va curvo per la sua strada alza il capo soltanto per vedere se la giornata gli darà il sole. E passa il rumore di un carro di cui si vedono le sole ruote polverose girare al di sotto dei rami bassi, e ciondolare addormentati del pari il muso del cavallo e le gambe del carrettiere penzoloni, rigate di sole. Poscia il trotto rapido di un cavallo, col lampo del morso lucente; o la fuggevole visione di una vittoria bruna, nella quale si adagia mollemente fra le piume e il velluto una forma bianca e vaporosa. Così si dileguano in alto le nuvole viaggiando per lidi ignoti, e la dama bianca vi cerca cogli occhi i sogni o i ricordi dell’ultimo ballo che vagano lontano, mollemente del pari. E le foglioline si agitano fra di loro, con un tremolìo fresco d’ombre e di luce; a un tratto, nell’ebbrezza di sentirsi vivere al sole, stormiscono insieme, e cantano al limite della città rumorosa la vita quieta dei boschi. Le coppie innamorate tacciono, quasi comprese di un sentimento più vasto del loro; e colla mano nella mano, vanno, sognando. Più in là li desta il trotto stracco del carrozzino postale che passa barcollando, portando svogliatamente la noia quotidiana di tutte le faccenduole umane che va a raccogliere dalle 5 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Per le vie di Giovanni Verga
cassette, e strascina sempre per la stessa via, al suono fesso della sonagliera, addormentato sotto il gran mantice tentennante. Dall’altro lato risponde il fischio del convoglio che corre laggiù, verso il sole, tirandosi dietro il pensiero, lontano, lontano, verso altri luoghi, verso il passato. Ecco, fra i rami degli ippocastani c’è una linea d’ombra che sprofonda nel vuoto, come un viale tagliato nel dosso di un monticello, sotto un gran pennacchio di carrubbi. Le belle passeggiate d’allora nel meriggio caldo e silenzioso, quando le cicale stridevano nella valletta addormentata al sole! Accanto serpeggia verso l’alto la linea bruna di un tronco, rendendo immagine del sentiero che ascendeva fra i pascoli ed il sommacco di un noto poggio; e in cima, dove l’azzurro scappa infine libero, sembra di scorgere quella vetta che vedeva tanta campagna intorno. Un dì che voci allegre fra i sommacchi di quel poggio e le vigne di quel monticello! e tutta la comitiva che s’arrampicava festante per l’erta in quel dolce tramonto d’ottobre! E il chiaro di luna della sera in cui si aspettavano da quella vetta i fuochi della festa al paesetto lontano, e che bagna ancora l’anima di luce malinconica al tornare di queste memorie! Quanto tempo è trascorso? Quanto è lontano ormai quel paesetto? Ora il carrozzino postale vi porta la sola cosa viva che rimanga di tanta festa, sotto un francobollo da venti centesimi. E una farfalletta bianca s’affatica a svolazzare su pel viale immaginario, fra i rami dei castagni d’India, aspirando forse alle cime troppo alte per le sue alucce. Così quella donna che viene ogni giorno a passeggiare pel viale, e aspetta, e torna a rileggere un foglio spiegazzato che trae di tasca, e guarda ansiosa di qua e di là ad ogni passo che faccia scricchiolare la sabbia, rizzando il capo con tal moto che sembra vederle brillare tutta l’anima negli occhi. Ogni tanto si ferma sotto un albero colle braccia penzoloni e l’atteggiamento stanco. Anch’essa andò a chiedere trepidante quella lettera al postino che ne scorreva un fascio sbadigliando. Ora legge e rilegge la parola luminosa che ci dev’essere per rischiarare l’ombra uggiosa di quel viale, per ravvivare il verde di quegli alberi che le sono passati dinanzi agli occhi con mille gradazioni di tinte nelle desolate ore d’attesa. L’organetto che suonava il mattino gaio, in qualche osteria del sobborgo, e le cantava in cuore tutte le liete promesse della speranza, torna a passare collo stesso motivo già velato dalla mestizia della sera. Gli amanti che si tengono per mano in mezzo a quella festa d’azzurro e di verde, si voltano ridendo al vederla aspettare ancora, sola, vestita di nero. La sera giunge, e l’ombra s’allunga malinconica.
Per le vie di Giovanni Verga
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giovanni Verga     Per le vie In piazza della Scala Pazienza l’estate! Le notti sono corte; non è freddo; fin dopo il tocco c’è ancora della gente che si fa scarrozzare a prendere il fresco sui Bastioni, e se calan le tendine, c’è da buscarsi una buona mancia. Si fanno quattro chiacchiere coi compagni per iscacciare il sonno, e i cavalli dormono col muso sulle zampe. Quello è il vero carnevale! Ma quando arriva l’altro, l’è duro da rosicare per i poveri diavoli che stanno a cassetta ad aspettare una corsa di un franco, colle redini gelate in mano, bianchi di neve come la statua dal barbone, che sta lì a guardare, in mezzo ai lampioni, coi suoi quattro figliuoletti d’attorno. E’ dicono che mette allegria la neve, quelli che escono dal Cova, col naso rosso, e quelle altre che vanno a scaldarsi al veglione della Scala, colle gambe nude. Accidenti! Almeno s’avesse il robone di marmo, come la statua! e i figliuoli di marmo anch’essi, che non mangiano! Ma quelli di carne e d’ossa, se mangiano! e il cavallo, e il padrone di casa, e questo, e quest’altro! che al 31 dicembre, quando la gente va ad aspettare l’anno nuovo coi piedi sotto la tavola nelle trattorie, il Bigio tornava a imprecare: – Mostro di un anno! Vattene in malora! Cinque lire sole non ho potuto metterle da parte. Prima i denari si spendevano allegramente all’osteria, dal liquorista lì vicino; e che belle scampagnate cogli amici, a Loreto e alla Cagnola; senza moglie, né figli, né pensieri. Ah! se non fosse stato per la Ghita che tirava su le gonnelle sugli zoccoletti, per far vedere le calze rosse, trottando lesta lesta in piazza della Scala! Delle calze che vi mangiavano gli occhi. E certa grazietta nel muovere i fianchi, che il Bigio ammiccava ogni volta, e le gridava dietro: – Vettura? Lei da prima si faceva rossa: ma poi ci tirava su un sorrisetto, e finì col prenderla davvero la vettura; e scarrozzando, il Bigio, voltato verso i cristalli, le spiattellava tante chiacchiere, tante, che una domenica la condusse al municipio, e pregò un camerata di tenergli d’occhio il cavallo, intanto che andava a sposare la Ghitina. Adesso che la Ghitina si era fatta bolsa come il cavallo, lui vedeva trottare allo stesso modo la figliuola, cogli stivaletti alti e il cappellino a sghimbescio, sotto pretesto che imparava a far la modista, e sempre nelle ore in cui il caffè lì di faccia era pieno di fannulloni, che le dicevano cogli occhi tante cose sfacciate. Bisognava aver pazienza, perché quello era il mestiere dell’Adelina; e la Ghita, ogni volta che il Bigio cercava di metterci il naso, gli spifferava il fatto Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Per le vie di Giovanni Verga
9 Q Giovanni Verga     Per le vie suo, che le ragazze bisogna si cerchino fortuna; e se ella avesse avuto giudizio come l’Adelina, a quest’ora forse andrebbe in carrozza per conto suo, invece di tenerci il marito a buscarsi da vivere. Tant’è, suo marito, quando vedeva passare l’Adele, dondolandosi come la mamma nel vestitino nero, sotto quelle occhiate che gridavano anch’esse: – Vettura? – non poteva frenarsi di far schioccare la frusta, a rischio di tirarsi addosso il cappellone di guardia lì vicino. Ma là! Bisognava masticare la briglia, che non s’era più poledri scapoli, e adattarsi al finimento che s’erano messi addosso, lui e la Ghita, la quale continuava a far figliuoli, che non pareva vero, e non si sapeva più come impiegarli. Il maggiore, nel treno militare, 1· reggimento, e sarebbe stato un bel pezzo di cocchiere. L’altro, stalliere della società degli omnibus. L’ultimo aveva voluto fare lo stampatore, perché aveva visto i ragazzi della tipografia, lì nella contrada, comprar le mele cotte a colazione, col berrettino di carta in testa. E infine una manata di ragazzine cenciose, che l’Adelina non permetteva le andassero dietro, e si vergognava se le incontrava per la strada. Voleva andar sola, lei, per le strade; tanto che un bel giorno spiccò il volo, e non tornò più in via della Stella. Al Bigio che si disperava e voleva correre col suo legno chissà dove, la Ghita ripeteva: – Che pretendi? L’Adelina era fatta per esser signora, cagna d’una miseria! Lei si consolava colla portinaia lì sotto, scaldandosi al braciere, o dal liquorista, dove andava a comprare di soppiatto un bicchierino sotto il grembiule. Ma il Bigio aveva un bel fermarsi a tutte le osterie, ché quando era acceso vedeva la figliuola in ogni coppia misteriosa che gli faceva segno di fermarsi, e ordinava soltanto – Gira! – lei voltandosi dall’altra parte, e tenendo il manicotto sul viso, – e quando incontrava un legno sui Bastioni, lemme lemme, colle tendine calate, e quando al veglione smontava una ragazza, che di nascosto non aveva altro che il viso, egli brontolava, qualunque fosse la mancia, e si guastava cogli avventori. Cagna miseria! come diceva la Ghita. Denari! tutto sta nei denari a questo mondo! Quelli che scarrozzavano colle tendine chiuse, quelli che facevano la posta alle ragazze dinanzi al caffè, quelli che si fregavan le mani, col naso rosso, uscendo dal Cova! c’era gente che spendeva cento lire, e più, al veglione, o al teatro; e delle signore che per coprirsi le spalle nude avevano bisogno di una pelliccia di mille lire, gli era stato detto; e quella fila di carroz-
Per le vie di Giovanni Verga
ze scintillanti che aspettavano, lì contro il Marino, col tintinnìo superbo dei morsi e dei freni d’acciaio, e gli staffieri accanto che vi guardavano dall’alto in basso, quasi ci avessero avuto il freno anch’essi. Il suo ragazzo medesimo, quello dell’Anonima, allorché gli facevano fare il servizio delle vetture di rimessa, dopo che si era insaccate le mani sudicie nei guanti di cotone, se le teneva sulle cosce al pari della statua dal robone, e non avrebbe guardato in faccia suo padre che l’aveva fatto. Piuttosto preferiva l’altro suo figliuolo, quello che aiutava a stampare il giornale. Il Bigio spendeva un soldo per leggere a cassetta, fra una corsa e l’altra, tutte le ingiustizie e le birbonate che ci sono al mondo, e sfogarsi colle parole stampate. Aveva ragione il giornale. Bisognava finirla colle ingiustizie e le birbonate di questo mondo! Tutti eguali come Dio ci ha fatti. Non mantelli da mille lire, né ragazze che scappano per cercar fortuna, né denari per comperarle, né carrozze che costano tante migliaia di lire, né omnibus, né tramvai, che levano il pane di bocca alla povera gente. Se ci hanno a essere delle vetture devono lasciarsi soltanto quelle che fanno il mestiere, in piazza della Scala, e levar di mezzo anche quella del n. 26, che trova sempre il modo di mettersi in capofila. Il Bigio la sapeva lunga, a furia di leggere il giornale. In piazza della Scala teneva cattedra, e chiacchierava come un predicatore in mezzo ai camerati, tutta notte, l’estate, vociando e rincorrendosi fra le ruote delle vetture per passare il tempo, e di tanto in tanto davano una capatina dal liquorista che aveva tutta la sua bottega lì nella cesta, sulla panca della piazza. L’è un divertimento a stare in crocchio a quell’ora, al fresco, e di tanto in tanto vi pigliano anche per qualche corsa. Il posto è buono, c’è lì vicino la Galleria, due teatri, sette caffè, e se fanno una dimostrazione a Milano, non può mancare di passare di là, colla banda in testa. Ma in inverno e’ s’ha tutt’altra voglia! Le ore non iscorrono mai, in quella piazza bianca che sembra un camposanto, con quei lumi solitari attorno a quelle statue fredde anch’esse. Allora vengono altri pensieri in mente – e le scuderie dei signori dove non c’è freddo, e l’Adele che ha trovato da stare al caldo. – Anche colui che predica di giorno l’eguaglianza nel giornale, a quell’ora dorme tranquillamente, o se ne torna dal teatro, col naso dentro la pelliccia. Il caffè Martini sta aperto sin tardi, illuminato a giorno che par si debba scaldarsi soltanto a passar vicino ai vetri delle porte, tutti appannati dal gran freddo che è di fuori; così quelli che ci fanno tardi bevendo non son
Per le vie di Giovanni Verga
visti da nessuno, e se un povero diavolo invece piglia una sbornia per le strade, tutti gli corrono dietro a dargli la baia. Di facciata le finestre del club sono aperte anch’esse sino all’alba. Lì c’è dei signori che non sanno cosa fare del loro tempo e del loro denaro. E allorché sono stanchi di giuocare fanno suonare il fischietto, e se ne vanno a casa in legno, spendendo solo una lira. Ah! se fosse a cassetta quella povera donna che sta l’intera notte sotto l’arco della galleria, per vendere del caffè a due soldi la tazza, e sapesse che porta delle migliaia di lire, vinte al giuoco in due ore, nel paletò di un signore mezzo addormentato, passando lungo il Naviglio, di notte, al buio!... O quegli altri poveri diavoli che fingono di spassarsi andando su e giù per la galleria deserta, col vento che vi soffia gelato da ogni parte, aspettando che il custode volti il capo, o finga di chiudere gli occhi, per sdraiarsi nel vano di una porta, raggomitolati in un soprabito cencioso. Questi qui non isbraitano, non stampano giornali, non si mettono in prima fila nelle dimostrazioni. Le dimostrazioni gli altri, alla fin fine, le fanno a piedi, senza spendere un soldo di carrozza.
Per le vie di Giovanni Verga
C’era  andato  a  portare  un  paniere  di  bottiglie,  di  quelle  col  collo inargentato, nel palco della contessa, e s’era fermato col pretesto di aspettare che le vuotassero; tanto, in cinque com’erano nel palchetto, non potevano asciugarle tutte, e qualcosa sarebbe rimasta anche in fondo ai piatti. Sicché alle sue donne aveva detto: – Aspettatemi alla porta del teatro, in mezzo alla gente che sta a veder passare i signori. Lì, sull’uscio del palchetto, i servitori lo guardavano in cagnesco, coi loro faccioni da prete, ché i padroni stessi, là dentro il palco, come li aveva visti da una sbirciatina attraverso il cristallo, non stavano così impalati e superbiosi come quei servitori nelle loro livree nuove fiammanti. Nel palco era un va e vieni di signori colla cravatta bianca, e il fiore alla bottoniera, come i lacché delle carrozze di gala, che pareva un porto di mare. E ogni volta che l’uscio si apriva arrivava come uno sbuffo di musica e d’allegria, una luminaria di tutti i palchetti di faccia, e una folla di colori rossi, bianchi, turchini, di spalle e di braccia nude, e di petti di camicia bianchi. Anche la contessa aveva le spalle nude e le voltava al teatro, per far vedere che non gliene importava nulla. Un signore che le stava dietro, col naso proprio sulle spalle, le parlava serio serio, e non si muoveva più di lì, che doveva sentir di buono quel posto. L’altra amica, una bella bionda, badava invece a rosicarsi il ventaglio, guardando di qua e di là fuori del palco, come se cercasse un terno al lotto, e si voltava ogni momento verso l’uscio del corridoio, con quei suoi occhi celesti e quel bel musino color di rosa, tanto che il povero Pinella si faceva rosso in viso, come c’entrasse per qualcosa anche lui. Ah, la Luisina che era lì fuori, nella folla, non gli era sembrata fatta di quella pasta nemmeno quando l’aspettava alla porta dei padroni, via S. Antonio, la domenica, che s’erano picchiati col servitore del pian di sotto, il quale pretendeva che la Luisina desse retta a lui, perché ci aveva il soprabitone coi bottoni inargentati. Quest’altro, quel del faccione da prete, impalato dietro l’uscio, gli disse: – E lei? Cosa sta ad aspettare qui? – Aspetto le bottiglie, rispose Pinella. – Le bottiglie? Gliele daremo poi, le bottiglie; dopo cena. C’è tempo, c’è tempo. – Fossi matto! pensava Pinella sgattaiolando pel corridoio. Di qui non mi muovo! Egli aveva visto che il suo padrone di casa per entrare in teatro aveva pagato 10 lire, sbuffando, anzimando pel grasso, rosso come un tacchino Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Per le vie di Giovanni Verga
Anzi gli tagliò una bella fetta di pasticcio, e un altro, colla bocca piena, bofonchiò: – E costa cento lire. Il vecchietto, rizzando su la personcina, aggiunse: – Quando stavo col duca, nel palco, a ogni veglione, si stappavano delle bottiglie per più di 1000 lire. – Presto! presto! venne a dire il faccione, forbendosi il mento in furia con una tovaglia sudicia. – I padroni hanno ordinato le carrozze. A Pinella sembrava invece che andavano via sul più bello, e mentre raccoglieva le bottiglie non sapeva capacitarsi perché si sciupassero tanti denari e tanti pasticci da 100 lire se ci si annoiava così presto. Ora che aveva bevuto si sentiva anch’egli il caldo e la smania dell’allegria. I palchi cominciavano a vuotarsi, e dagli usci spalancati intanto si vedeva la folla irrompere di nuovo in platea come un fiume, coi volti accesi, i capelli arruffati, le vesti discinte, le maglie cascanti, le cravatte per traverso, i cappelli ammaccati, strillando, annaspando, pigiandosi, urlando, in mezzo al suono disperato dei tromboni, ai colpi di gran cassa; e un tanfo, una caldura, una frenesia che saliva da ogni parte, un polverìo che velava ogni cosa, denso, come una nebbia, sulla galoppa che girava in tondo a guisa di un turbine, e da un canto, in mezzo a un cerchio di signori in cravatta bianca, pallidi, intenti, ansiosi, che facevano largo per vedere, una coppia più sfrenata delle altre, cogli occhi schizzanti fuori della maschera come pezzi di carbone acceso, i denti bianchi, ghignando, il viso smorto, la testa accovacciata, gli omeri che scappavano dal busto, le gambe nude che s’intrecciavano, con molli contorcimenti dei fianchi. E in seconda fila lassù, la bella sposina dal viso di ragazza, tutta bianca, ritta dinanzi al parapetto, che spalancava gli occhi curiosi, indugiando, mentre suo marito le poneva la mantiglia sulle spalle, e trasaliva al contatto dei guanti di lui. La Luisina e la Carlotta aspettavano alla porta del teatro, nella piazza bianca di neve, col viso rosso, battendo i piedi e soffiando sulle dita in mezzo alla folla che spalancava gli occhi per veder passare le belle dame imbacuccate nelle pelliccie bianche, dietro i vetri scintillanti delle carrozze. E ad ogni modesto legno di piazza che si avanzava barcollando, la Carlotta guardava le coppie misteriose che vi montavano, accompagnava le gambe in maglia color di rosa cogli stessi grandi occhi avidi e curiosi della sposina tutta bianca, che era in seconda fila.
Per le vie di Giovanni Verga
Battista, il ciabattino, era morto col crepacuore che Tonio, suo eguale, fosse arrivato a metter bottega in Cordusio, e lui no: la vedova seguitava ad arrabattirsi facendo la levatrice in Borgo degli Ortolani, magra come un’acciuga, con delle mani spolpate che sembrava se le fosse fatte apposta pel suo mestiere. Tutta pel figliuolo, Sandro, un ragazzo promettente, che “l’avrebbe fatta morire nelle lenzuola di tela fine, se Dio voleva, com’era nata”, diceva la sora Antonietta a tutto il vicinato; e si turava il naso colle dita gialle quando saliva certe scale. Dell’altra figlia non parlava mai: che era portinaia in San Pietro all’Orto, e il marito le faceva provar la fame. Sandrino aveva la sua ambizione anche lui, e gli era venuta una volta che il padrone l’aveva condotto a vedere il ballo del Dal Verme, in galleria. Volle essere artista, comparsa o tramagnino. La sora Antonietta chiudeva gli occhi perché Sandrino era il più bel brunetto di Milano, – non lo diceva perché l’avesse fatto lei! – ed anche pei cinquanta centesimi che si buscava ogni sera a quel mestiere. Quando ballava la tarantella del Masaniello, vestito da lazzarone, la contessa del palchetto a sinistra se lo mangiava cogli occhi, dicevano. A lui non gliene importava della contessa, perché era fatta come un salame nella carta inargentata; ma ci aveva gusto pei suoi compagni di bottega, che si martellavano d’invidia a batter la suola tutto il giorno, lo canzonavano e lo chiamavano “sor conte” per gelosia. La domenica, colla giacchetta attillata, e il virginia da sette all’aria, se ne andava girelloni sul corso, più alto un palmo del solito, a veder le contesse. All’occorrenza parlava di tanti che erano cominciati ballerini, tramagnini al pari di lui, o anche semplici comparse, per arrivare ad essere coreografi, cavalieri, ricchi sfondolati, artisti insomma, tale e quale come il maestro Verdi. – “Artisti da piedi! rispondeva la mamma. – No, no, ci vuol altro!” – Ella aveva messo gli occhi addosso alla figlia unica del padrone di casa, carbonaio, una grassona col naso a trombetta, e le mani piene di geloni sino a tutto aprile. – Con quella lì, quando fosse morto il vecchio c’era da mettere carrozza e cavalli. Perciò teneva l’orfanella come la pupilla degli occhi suoi, le faceva da madre, la lisciava e l’accarezzava. Nelle serate a benefizio della famiglia artistica, quando la Scala rimaneva quasi vuota, si faceva dare gratis dei biglietti di piccionaia, e conduceva al ballo tutta la famiglia, il carbonaio colla camicia di bucato e la ragazza strizzata nello spenserino di seta celeste,
Per le vie di Giovanni Verga
fuori tempo dalla rabbia. La Olga pareva che lo facesse apposta a girargli intorno senza farsi cogliere. Infine, nel galoppo finale, poté balbettarle ansante sulla nuca: – Se tu cerchi l’amoroso nelle poltrone, troverò anch’io qualcosa nei palchi. – Bravo! – rispose lei. – Ingégnati! Egli si strappava i pizzi e i ricami di dosso, buttandoli sul tavolaccio unto, e sbuffava e giurava che voleva aspettar davvero la contessa. Ma questa gli passò accanto sotto il portico senza vederlo nemmeno, e il cocchiere, impellicciato sino al naso, gli andava quasi addosso coi cavalli, senza dir: ehi! Sandrino tornò mogio mogio in via Filodrammatici, donde le ragazze uscivano in frotta, e la Irma strapazzava per bene il suo banchiere che non l’aveva aspettata come al solito sotto il portico dell’Accademia. Olga veniva l’ultima, lemme lemme, col suo scialletto bianco che metteva freddo a vederlo, e un bel mazzo di rose sotto il naso. – Vedi come la Irma sa farsi rispettare? – disse a Sandro. – Ed è un signore con cavalli e carrozza! Sandrino pretendeva invece che gli dicesse chi le aveva date quelle rose. Ma ella non volle dirglielo. Poi gli inventò che gliele aveva regalate la Bionda. – Vengono da Genova, – osservò. – E costan molto! In questa li raggiunse una carrozza, all’angolo di via Torino, e il signore delle poltrone si affacciò allo sportello per buttare un bacio alla ragazza. Sandrino gridava e sacramentava che voleva correr dietro al legno. Ma lei lo trattenne per le falde del soprabito un po’ malandato, sicché Sandrino si chetò subito. – Perché hanno dei denari!... Ma Dio Madonna!... – Se mi accompagni per far di queste scene preferisco andarmene tutta sola, – disse lei. – Lo so che sei già stufa! Se sei stufa, dimmelo che me ne vado! Ella non rispondeva, a capo chino, dimenando i fianchi, talché Sandrino si ammansò da lì a poco. Quando era colla Olga non sentiva né il freddo, né la stanchezza, e l’avrebbe accompagnata in capo al mondo. – Però, – brontolò lei, – qualche volta potresti pigliare un brum, col freddo che fa. Sento la neve dai buchi delle scarpe. – Vuoi che pigliamo il brum?
Per le vie di Giovanni Verga
cercare. Fu l’Adele, la ragazza del barbiere che era venuta a vedere se ci avessero ancora due soldi di ravanelli rossi, per dopo tavola, e l’aveva sentita in bottega. – Hanno ammazzato quel che vende i nastri in via San Vittorello, e Tonino era nella rissa. – Per fortuna il Magnocchi non era morto; ma le donne, madre e figlia, si misero a strillare che Tonino li aveva precipitati. In un momento tutto il Verziere fu in rivoluzione. Barberina afferrò in mano le sottane,  e  via  a  chiamare  il  babbo,  che  solennizzava  la  domenica  grassa dall’Ambrogio, il primogenito, il quale teneva pizzicheria in via della Signora. – Hanno arrestato Tonino in via San Vittorello! – Il sor Mattia, ancora male in gambe, prese il cappello per correre a San Fedele, e Ambrogio anche lui, scongiurando la sorella di chetarsi, per non rovinargli il negozio. In Questura li accolsero come cani, padre e figlio. Li lasciavano lì, sulla panchetta, senza che nessuno gli badasse, a far perder tempo al pizzicagnolo, quella giornata, col cappello fra le mani. Il maresciallo che lo conosceva, gli disse burbero: – Torni domattina. Ha un bell’arnese di fratello, sa! Poi Tonino escì a libertà, col cappelluccio sulle ventitré. Alla sora Gnesa che piagnucolava e brontolava, rimbeccò: – Orsù! finitela, mamma! Che son stufo, veh! E accese la pipetta. La Barberina invece non voleva finirla. Gli strillava che era un boia, e loro marcivano sotto la tenda in Verziere per mantener il signorino in prigione e pagargli i vizii. Tanto che il fratello voleva darle due ceffoni, e fregarle quella sua faccia di pettegola colla sua stessa insalata, fregarle! In quella arrivò il babbo, e si rimise la pipa in tasca, mogio mogio. – Brigante! cominciò il sor Mattia. Cattivo arnese! non vedi come si lavora noi, tua mamma, tua sorella e Ambrogio?  Ti pare che abbiamo a mantenere i tuoi vizii? Prima che ti accoppino gli sbirri voglio strozzarti colle mie mani piuttosto! Voglio romperti le ossa! – Ohé! sclamava Tonino pallido come un cencio, e schermendosi coi gomiti. – Ohé! non giocate colle mani, babbo! non giocate! La sora Gnesa strillava peggio di un’oca, e la Barberina faceva accorrere tutto il Verziere. Il babbo diceva le sue ragioni a tutti. Per dargli uno stato aveva messo Tonino cameriere al caffè della Rosa, uno dei primi, e il padrone era suo amico. Quando si fosse impratichito si poteva aprir bottega anche loro; Ambrogio pizzicagnolo, le donne erbaiuole, lui al banco, tutta un’architettura che faceva rovinare quello scapestrato! Il sor Mattia soffocava dalla bile. Per non lasciarsi andare a qualche sproposito se ne tornò in via della Signora. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Per le vie di Giovanni Verga
vano venire i Tedeschi in file serrate, un battaglione dopo l’altro, che non finivano mai. Là fu colpito Gallorini. Una palla gli ruppe il braccio. Malerba lo voleva aiutare. – Che cos’hai? – Nulla, lasciami stare. – Il tenente faceva anche lui alle fucilate come un semplice soldato, e bisognò correre a dargli una mano, Malerba dicendo ad ogni colpo: – Lasciate fare a me che è il mio mestiere! – I Tedeschi scomparvero di nuovo. Poi fu ordinata la ritirata. Il reggimento non ne poteva più. Fortunati Gallorini e il Lucchese che riposavano. Gallorini s’era seduto a terra, contro il muro, e non si voleva più muovere. Erano circa le 4, più di otto ore che stavano in quella caldura colla bocca arsa di polvere. Però Malerba ci aveva preso gusto e domandava: – Ora che si fa? – Ma nessuno gli dava retta. Scendevano verso il torrentello, accompagnati sempre dalla musica che facevano le cannonate sul monte. Poscia da lontano videro il villaggio formicolare di uniformi di tela. Non si capiva nulla, né dove andavano, né cosa succedeva. Alla svolta di un ciglione s’imbatterono nella siepe dietro la quale il Lucchese era caduto. E neppure Gallorini non c’era più. Tornavano indietro alla rinfusa, visi nuovi che non si conoscevano, granatieri e fanteria di linea, dietro agli ufficiali che zoppicavano, laceri, strascinando i passi, col fucile pesante sulle spalle. Calava la sera tranquilla, in un gran silenzio, dappertutto. A ogni tratto si incontravano carri, cannoni, soldati che andavano al buio, senza trombe e senza tamburi. Quando furono di là del fiume, seppero che avevano persa la battaglia. – O come? – diceva Malerba. – O come? – E non sapeva capacitarsi. Poi, terminata la ferma, tornò al suo paese, e trovò la Marta che s’era già maritata, stanca d’aspettarlo. Anche lui non aveva tempo da perdere, e prese una vedova, con del ben di Dio. Qualche tempo dopo, lavorante alla ferrovia lì vicino, arrivò Gallorini, con moglie e figli anche lui. – To’ Malerba! O cosa fai tu qui? Io faccio dei lavori a cottimo. Ho imparato il fatto mio all’estero, in Ungheria, quando m’hanno fatto prigioniero, ti rammenti? Mia moglie m’ha portato un capitaletto... Mondo ladro, eh? Credevi fossi arricchito? Eppure il nostro dovere l’abbiamo fatto. Ma chi va in carrozza non siamo noi. Bisogna dare una buona sterrata, e tornare a far conto da capo. – Coi suoi operai ripeteva pure le stesse prediche, la domenica, all’osteria. Essi, poveretti, ascoltavano, e dicevano di sì col capo, sorseggiando il vinetto agro, ristorandosi la schiena al sole, come bruti, al
Per le vie di Giovanni Verga
pari di Malerba, il quale non sapeva far altro che seminare, raccogliere e far figliuoli. Egli dimenava il capo per politica, quando parlava il suo camerata, ma non apriva bocca. Gallorini invece aveva girato il mondo, sapeva il fatto suo in ogni cosa, il diritto e il torto; sopra tutto il torto che gli facevano, costringendolo a sbattezzarsi e lavorare di qua e di là pel mondo, con una covata di figliuoli e la moglie addosso, mentre tanti andavano in carrozza. – Tu non ne sai nulla del come va il mondo! Tu, se fanno una dimostrazione, e gridano viva questo o morte a quell’altro non sai cosa dire. Tu non capisci nulla di quel che ci vuole! E Malerba rispondeva sempre col capo di sì. – Adesso ci voleva l’acqua pei seminati. Quest’altro inverno ci voleva il tetto nuovo nella stalla.
Per le vie di Giovanni Verga
Costui appena venne in chiaro della cosa andò prendere il Renna per il collo, in via Camminadella. – Ti voglio mangiare il fegato, traditore! – Dopo lo portarono a casa colla testa rotta. – Non è nulla, diceva. Ma voglio lavarmi il disonore col sangue di quella sciagurata! Se non va via di casa voglio ammazzare anche lei! – La poveretta scappò come si trovava, la vigilia di Natale. Quel giorno Beppe, contento e all’oscuro di tutto, aveva portato un panettone. La mamma di nascosto le mandò qualche soldo nel fagottino della roba. Le sue compagne non ne seppero più nulla. Dopo tre mesi all’improvviso Matilde se la vide capitare in casa pelle e ossa, in cerca di lavoro. – Del lavoro?... è difficile, sai; la maestra... – No! No lei! – Ma allora... Non saprei... Poverina, come sei ridotta! Ora che farai? – Non so. – E lui, Poldo? – Non so. – Fàtti animo. Tornerai bella come prima, vedrai! – Santina non aveva altro da dire, e se ne andava a capo chino. Matilde la richiamò sull’andito. – Dove andrai? – Non so. – Senti, se pigli un altro amante, apri bene gli occhi stavolta, che non sia uno spiantato. Invece prese un bel giovanotto, ricco come un principe, e buono come il Signore Iddio; tanto che alla poveretta non le pareva vero, e non voleva crederci ogni volta che egli l’aspettava sotto il portico di piazza Mercanti, mentre essa andava a riportare il lavoro di cucito in via Broletto, e le si attaccava alla cintola. – Angelo! Biondina d’oro! – No! Signore Iddio! Mi lasci andare pei fatti miei! – Una sera egli la seguì per la scaletta di casa sua, in via del Pesce, innamorato sino agli occhi. Voleva che lo mettesse alla prova se le voleva bene. Spese per lei dei gran denari; le fece abbandonare la camiciaia di via Broletto; le prese in affitto un bel quartierino in via Manara. Spesso la conduceva al Fossati, e in campagna. Le belle passeggiate nel Parco di Monza, tutto di verde e d’azzurro, colle folte ombrìe dei grandi alberi dove dormivano le viole e i pan porcini, e le stelle che filavano silenziose sul loro capo al ritorno, mentre egli le posava la testa fine sulle ginocchia, cullati dalla carrozza! Le pareva di sognare. Cercava di leggergli negli occhi cosa dovesse fare per meritarsi quel paradiso. Anch’esso da qualche tempo sembrava che sognasse. La fissava pensieroso. Rispondeva: – Nulla, non ci badare; ho delle seccature. – Un giorno le disse ridendo che suo padre era furibondo contro di lei. Aveva il sorriso pallido. In seguito perse anche quel sorriso. Sovente veniva tardi, di cattivo umore. L’abbracciava in un certo modo per dirle: – Ti voglio tanto bene, sai! – In un momento d’abbandono le confidò che era soprapensiero per certe cambiali; i creditori non volevano aspettare più. Suo padre in colle-
Per le vie di Giovanni Verga
Principessa, e si rideva molto di quest’altro, il quale aveva un soprabitino che sembrava quello della misericordia di Dio, e non regalava mai uno straccio di vestito alla sua bella. La Principessa fingeva non intendere, faceva una spallata, e agucchiava, zitta e fiera. Il povero grande artista in erba le avea tanto parlato della gloria futura, e di tutte le altre belle cose che dovevano far corteo a madonna gloria, che ella non poteva accusarlo di essersi spacciato per un principe russo o per un barone  siciliano.  –  Una  volta  ei  volle  regalarle  un  anellino,  un  semplice cerchietto d’oro che incastonava una mezza perla falsa – erano i primi del mese allora. – Ella si fece rossa e lo ringraziò tutta commossa – per la prima volta – gli strinse le mani forte, forte, ma non volle accettare il regalo: avea forse indovinato quante privazioni dovesse costare il povero gingillo al Verdi dell’avvenire, e sì che aveva accettato assai più da quell’altro, senza tanti scrupoli, ed anche senza tanta gratitudine. Quindi, per fare onore al suo amante, si sobbarcò a gravi spese; prese a credenza una vesticciuola al Cordusio; comperò una mantellina da venti lire sul Corso di Porta Ticinese, e dei gingilli di vetro che si vendevano in Galleria Vecchia. L’altro le avea ispirato il gusto e il bisogno di certe eleganze. Paolo non lo sapeva, lui; non sapeva nemmeno che si fosse indebitata, e le diceva: – Come sei bella così! Ella godeva di sentirselo dire; era felice per la prima volta di non dover nulla della sua bellezza al suo amante. La domenica, quand’era bel tempo, andavano a spasso fuori la cinta daziaria, o lungo i bastioni, all’Isola Bella, o all’Isola Botta, in una di quelle isole di terraferma affogate nella polvere. Erano i giorni delle pazze spese; sicché quand’era l’ora di pagare lo scotto, la Principessa si pentiva delle follie fatte nella giornata, si sentiva stringere il cuore, e andava ad appoggiare i gomiti alla finestra che dava sull’orto. Egli veniva a raggiungerla, si metteva accanto a lei, spalla contro spalla, e lì, cogli occhi fissi in quel quadretto di verdura, mentre il sole tramontava dietro l’Arco del Sempione, sentivano una grande e melanconica dolcezza. Quando pioveva avevano altri passatempi: andavano in omnibus da Porta Nuova a Porta  icinese, e da Porta Ticinese T a Porta Vittoria; spendevano trenta soldi e scarrozzavano per due ore come signori. La Principessa arricciava blonde e attaccava fiorì di velo su gambi di ottone durante sei giorni, pensando a quella festa della domenica; spesso il giovanotto non desinava il giorno prima o il giorno dopo. Passarono l’inverno e l’estate in tal modo, giocando all’amore come dei bimbi giocano alla guerra o alla processione. Ella non accordavagli nulla Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
più di codesto, e l’innamorato si sentiva troppo povero per osare di chieder altro. Eppure ella gli voleva proprio bene; ma aveva troppo pianto, per via di quell’altro, ed ora credeva aver messo giudizio. Non sospettava nemmeno che dopo quell’altro, ora che gli voleva proprio bene, non buttarglisi fra le braccia fosse l’unica prova d’amore che il suo istinto delicato le suggerisse: povera ragazza! Venne l’ottobre; ei sentiva la grande melanconia dell’autunno, e le avea proposto di andare in campagna, sul Lago. Approfittarono di un giorno in cui il babbo di lei era assente per fare una scappata, una scappata grossa che costò cinquanta lire, e andarono a Como per tutto un giorno. Quando furono all’albergo, l’oste domandò se ripartivano col treno della sera; Paolo lungo il viaggio avea domandato alla Principessa come avrebbe fatto se fosse stata costretta a rimaner la notte fuori di casa; ella avea risposto ridendo – Direi di aver passata la notte al magazzino per un lavoro urgente. – Ora il giovane guardava imbarazzato lei e l’oste, e non osava dir altro. Ella chinò il capo e rispose che partivano il domani; quando furono soli si fece di bracia – così gli si lasciò andare. Oh, i bei giorni in cui si andava a braccetto sotto gli ippocastani fioriti senza nascondersi, senza vedere le belle vesti di seta che passavano nelle carrozze a quattro cavalli, e i bei cappelli nuovi dei giovanotti che caracollavano col sigaro in bocca! le domeniche in cui si andava a far baldoria con cinque lire! le belle sere in cui stavano un’ora sulla porta, prima di lasciarsi, scambiando venti parole in tutto, tenendosi per mano, mentre i viandanti passavano affrettati! Quando avevano cominciato non credevano che dovessero arrivare a volersi bene sul serio; – ora che ne avevano le prove sentivano altre inquietudini. Paolo non le avea mai parlato di  quell’altro di cui avea indovinato l’esistenza fin dalla prima volta che la Principessa si era lasciata mettere sotto il suo ombrello: l’avea indovinato a cento nonnulla, a cento particolari insignificanti, a certo modo di fare, al suono di certe parole. Ora ebbe un’insana curiosità. – Ella possedeva in fondo una gran rettitudine di cuore, e gli confessò tutto. Paolo non disse nulla; guardava le cortine di quel gran letto d’albergo su cui delle mani sconosciute avevano lasciato ignobili macchie. Sapevano che quella festa un giorno o l’altro avrebbe avuto fine; lo sapevano entrambi e non se ne davano pensiero gran fatto, – forse perché avevano dinanzi la gran festa della giovinezza. – Lui anzi si sentì come alleg-
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c’è la festa di Sant’Agata, – gran veglione di cui tutta la città è il teatro – nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d’intrigare amici, i conoscenti, e d’andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia il diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di ‘ntuppatedda, diritto il quale, checché ne dicano i cronisti, dovette esserci lasciato dai Saraceni, a giudicarne dal gran valore che ha per la donna dell’harem. Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far vedere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente. Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la  ’ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore), delle strade, dei ritrovi, di voi, se avete la fortuna di esser conosciuto da lei, della vostra borsa e della vostra testa, se ne avete; è padrona di staccarvi dal braccio di un amico, di farvi piantare in asso la moglie o l’amante, di farvi scendere di carrozza, di farvi interrompere gli affari, di prendervi dal caffè, di chiamarvi se siete alla finestra, di menarvi pel naso da un capo all’altro della città, fra il mogio e il fatuo, ma in fondo con cera parlante d’uomo che ha una paura maledetta di sembrar ridicolo; di farvi pestare i piedi dalla folla, di farvi comperare, per amore di quel solo occhio che potete scorgere, tutto ciò che lascereste volentieri dal mercante, sotto pretesto che ne ha il capriccio, di rompervi la testa e le gambe – le ’ntuppatedde più delicate, più fragili, sono instancabili – di rendervi geloso, di rendervi innamorato, di rendervi imbecille, e allorché siete rifinito, intontito, balordo, di piantarvi lì, sul marciapiede della via, o alla porta del caffè, con un sorriso stentato di cuor contento che fa pietà, e con un punto interrogativo negli occhi, un punto interrogativo fra il curioso e l’indispettito. Per dir tutta la verità, c’è sempre qualcuno che non è lasciato così, né con quel viso; ma sono pochi gli eletti, mentre voi ve ne restate colla vostra curiosità in corpo, nove volte su dieci, foste anche il marito della donna che vi ha rimorchiato  al  suo  braccio  per  quattro  o  cinque  ore  –  il  segreto  della ’ntuppatedda è sacro. Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti più suscettibili di cristianità! È vero che è un’usanza che se ne va. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
vent’anni mi inondarono il cuore in una volta: l’ondeggiare della sua veste sembravami avesse qualche cosa di carezzevole; il suo paltoncino bianco, e il fazzoletto che pel freddo si teneva sul viso, avevano irradiazioni luminose. Io non saprei ridire l’emozione che provai al pensiero di poterle dare il braccio, o di poter toccare un lembo di quel fazzoletto. Ad un tratto ella attraversò la via, insieme alla sua compagna, e seguìta dalla sua scorta di parenti, camminando sulla punta dei piedi e rialzando il lembo del suo vestito, venne a mettersi al mio fianco. Mi guardò in viso, come se aspettasse qualche cosa da me. Io sentii un dolore atroce, e volsi le spalle. La rividi ancora parecchie volte, e gli occhi di lei mi domandavano: “Cos’hai?”. Io non osavo dirle: “Non mi piaci più”. Ella si stancò di sollecitare i miei sguardi, e quando mi incontrò volse altrove il capo. Una sera, sotto il portico della Scala, sentii afferrarmi la mano da una mano tremante che vi lasciò un bigliettino microscopico. Mi rivolsi vivamente: non vidi che visi sconosciuti, e un po’ più lungi la mia incognita che si allontanava senza guardarmi; sebbene fosse passata così lontano, sebbene da qualche tempo distogliesse da me lo sguardo con indifferenza, tutte le volte che mi incontrava, il mio pensiero corse a lei senza esitare un momento, nello stesso tempo che per una strana contraddizione tacciavo di follia il mio presentimento. Una sola parola riempiva tutto il biglietto  “Seguitemi”. Chi? dove? perché? Coteste interrogazioni diedero colori di fuoco a quella semplice parola; il mistero che vi era racchiuso si rannodava, con logica irresistibile, a quell’incognita, e le ridava tutta quella vaga e indefinibile attrattiva che il vedermela al fianco, sotto il fanale a gas, avea fatto svanire in un lampo; il dubbio d’ingannarmi mi mise addosso mille impazienze. Ella non sembrava nemmeno accorgersi di me – io la seguii. Quando la porta della sua casa mi si chiuse in faccia rimasi in mezzo alla strada, senza avere la forza di andarmene, coi piedi nella neve, tutte le finestre della via che mi guardavano, e i questurini che venivano a passarmi vicino. Dalle undici alle due del mattino io non ebbi un momento di esitazione o di stanchezza; non dubitai un istante. Udii aprire pian piano la porta, e vidi nell’ombra dell’arcata una forma bianca. Ella tremava come una foglia quando le toccai la mano; sembrava che avesse la febbre; mi disse con voce strozzata dalla commozione: – Che avete? che vi ho fatto? ditemelo – come se ci conoscessimo da dieci anni. Certe situazioni, certe parole, certe inflessioni di voce hanno significazioni evidenti, irresistibili; la giovinetta che avevo incontrata al veglione, in mezzo
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
chezza. È un gran brutto affare, due amanti che un giorno o l’altro possano ridersi sul naso! e questo giorno arriverebbe, a meno di un miracolo... poiché bisognerebbe proprio un miracolo! qualcosa di grosso! un atto di eroismo, una grande azione o una grande follia, per scongiurare cotesto pericolo... e come io non farò nulla di tutto questo, né voi lo farete, né voglio che lo facciate, così... nemici! – Chi vi dice che non lo farò? – Davvero?... Mi par di essere in piena cavalleria!... Ebbene, allora!... Intanto a rivederci. Il giorno dopo non si vide né alla tavola rotonda, né altrove. Assanti seppe che era partita, e che anche il Ciriani era partito. Quella notizia gli fece ardere il sangue nelle vene come se l’avessero schiaffeggiato. Ogni menoma parola, ogni sorriso, ogni inflessione di voce di lei, nell’ultimo colloquio che avevano avuto, gli tornava alla mente con acute punture di dispetto, di gelosia, ed anche d’amore. Dal momento che era fuggita con un altro, quella donna eragli divenuta diabolicamente necessaria, per tutto quello che non era stato, per tutto quello che s’era detto fra di loro. Allora cotesto eroe da salone, per puntiglio o per vanità, si sentì capace di quelle virtù eroiche da palcoscenico, delle quali ella si era promessa in premio. – Avrebbe voluto acciuffarsi con dieci Ciriani; avrebbe voluto traversare un villaggio in fiamme sulla punta dei suoi stivalini verniciati, recandosi lei sulle braccia; avrebbe voluto saltare un precipizio di mezza lega per salvarla, senza fare uno strappo ai suoi pantaloni di Lennon. Si sentiva invaso da una specie di febbre. Partì sulle tracce di lei; gettò il denaro a due mani; viaggiò notte e giorno, in ferrovia, in carrozza e a cavallo, con un tempaccio da lupi, in mezzo alle selvaggie solitudini per le quali correva la linea di Foggia, allora incompleta, col pericolo di cadere di momento in momento nelle mani dei briganti che scorazzavano per quelle parti. Finalmente ebbe le prime notizie della Dal Colle ad Ariano; ella viaggiava in carrozza, seguita dai suoi domestici, senza l’ombra di un Ciriani. Prima di annottare, una o due poste prima di Bovino, l’oste ed il conduttore cercarono di dissuaderlo di andare innanzi, perché la campagna era infestata dai briganti. Fu come se gli avessero messo il diavolo addosso. Lei era in pericolo: non pensava ad altro. La notte istessa, poco dopo Bovino, raggiunse le due carrozze colle quali ella viaggiava, ferme dinanzi ad un povero casolare che era la posta dei cavalli. Il lanternino appeso all’uscio era stato fracassato da mano invisibile; la porta era spalancata, e la stalla vuota. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
I postiglioni avevano chiamato e strepitato senza che comparisse alcuno. Assanti da lontano gridava di non andare avanti: uno dei postiglioni temendo d’essere inseguito dai briganti gli sparò addosso una pistolettata senza colpirlo. – Fermatevi, ripeté Assanti. Fermatevi, in nome di Dio! o siete perduti. Allo sportello di una delle due carrozze si vide dietro il cristallo, al riflesso incerto dei fanali, il viso un po’ pallido della Dal Colle. Ella riconobbe Assanti in mezzo a quella scena di confusione e di spavento, e gridò al cocchiere con accento febbrile: – Avanti! avanti! duecento lire di mancia! – Avanti ci sono i briganti! gridò il giovane quasi fuori di sé. In quell’istante, senza che si vedesse anima viva, si udì una voce che sembrava venire da una rupe che sovrastava il lato sinistro della via. – Fermi tutti! ... o per la Madonna! siete morti! Il cocchiere applicò una vigorosa frustata ai cavalli che puntarono le zampe ed inarcarono le schiene per slanciarsi al galoppo; ma prima che avessero fatto un sol passo si udì un colpo di fucile, ed il cavallo di sinistra cadde imbrogliandosi nei fornimenti; il cocchiere si buttò da cassetta e sparì nelle tenebre; la seconda carrozza, quella in cui erano i domestici della Dal Colle, voltò indietro, e fuggì a rotta di collo. Tuttociò era avvenuto in meno che non ci vuole per dirlo. Assanti si slanciò allo sportello della vettura, afferrò la donna per la vita come una bambina, la spinse nella stalla e ne chiuse la porta alla meglio, ammucchiandovi contro tutto quel che poté trovare. Al primo trambusto di quella scena era succeduto un silenzio profondo e misterioso; gli assalitori, prima di scendere nella strada, volevano al certo misurare la resistenza che avrebbero incontrata. La Dal Colle, ritta in un angolo, non diceva una sola parola, e Assanti, rivolto verso l’uscio, colla carabina a due colpi in pugno, aspettava. Come si furono abituati all’oscurità, si vide sorgere, alla fioca luce dei fanali della carrozza che trapelava dalle commessure mal giunte dell’uscio, una scala a piuoli,  la  quale  dal  fondo  della  stalla  metteva  per  una  botola  al  fienile soprastante. Sulla strada si cominciava ad udire un tramestìo attorno alla carrozza, rimasta dinanzi al casolare. Assanti fece salire la sua compagna al piano di sopra, e quando fu salito anche lui, tirò su la scala. Al difuori durava ancora il silenzio, e di quando in quando il cavallo rimasto in piedi, scuoteva la sonagliera. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Primavera e altri racconti di Giovanni Verga
– Voi mi scaricherete la vostra carabina alla testa se dovessi cader viva nelle mani di coloro! furono le prime parole che la donna pronunziò con voce breve e febbrile. – Sì! rispose Assanti collo stesso tono. Egli era corso alla finestra; non si vedeva nessuno; la carrozza era sempre ferma dinanzi all’uscio, descrivendo un breve cerchio di luce coi suoi due fanali; il cavallo fiutava con curiosità il compagno caduto. Ad un tratto si udì un secondo colpo di fucile, e dall’architrave della finestra, a due dita dal capo di Assanti, caddero dei calcinacci, La Dal Colle lo tirò indietro bruscamente, Allora per la prima volta i loro sguardi s’incontrarono. Ella era pallida come uno spettro, ma i suoi occhi erano sfavillanti. All’improvviso la porta della stalla fu scossa da un urto che rimbombò come se l’avesse sconquassata. Assanti corse alla finestra e fece fuoco; si udì un grido, seguito da una scarica generale diretta contro di lui. Assanti si chinò sulla botola, mirò alla porta della stalla e fece fuoco una seconda volta. I briganti, a quei due colpi di carabina che venivano dall’alto e dal basso, credettero di avere a fare con parecchi, decisi di vender cara la loro vita, e ricorsero ad un altro mezzo di attacco più sicuro e meno pericoloso. La fucilata cessò come per incanto. Si udirono al di fuori rumori diversi, che da principio i due assediati non s