ritroso

[ri-tró-so]
In sintesi
restio, recalcitrante, selvatico
← lat. retrōrsu(m) ‘girato indietro’, comp. di tro ‘indietro’ e rsus (variante di rsus), part. pass. di vertĕre ‘voltare, girare’.

A
agg.

1
Che si muove, che si volge all'indietro || A ritroso, in senso contrario, all'indietro, con moto retrogrado: andare, camminare a r.
2
fig. Riluttante, che dimostra volontà contraria, che è avverso a fare o ad accettare qualcosa: essere, mostrarsi r. a cedere, ad acconsentire, a ubbidire SIN. restio, recalcitrante CONT. accondiscendente
3
fig. Poco socievole, schivo, riservato: avere un carattere r.; un tipo riservato e r.
4
ant. Avverso, contrario, ostile: i ritrosi consigli (Tasso)

B
s.m.
(f. -sa nel sign. 1)

1
Persona ritrosa: non fare la ritrosa
2
Ripiegatura verso l'interno che si pratica all'imboccatura di reti o gabbie da pesca o da caccia, per impedire che la preda, una volta entrata, possa uscire || estens. Risvolto, ribattitura ‖ dim. ritrosèllo; ritrosétto || pegg. ritrosàccio

Citazioni
Tra’ noderosi e nerboruti amplessi del robusto amator la giovinetta geme, e con occhi languidi e dimessi dispettosa si mostra e sdegnosetta. Il viso invola ai baci ingordi e spessi, e nega il dolce, e più negando alletta; ma mentre si sottragge e gliel contende, nele scaltre repulse i baci rende. Ritrosa a studio e con sciocchezze accorte svilupparsi da lui talor s’infinge, e ‘ntanto tra le ruvide ritorte più s’incatena e più l’annoda e cinge, in guisa tal che non giamai più forte spranga legno con legno, inchioda e stringe. Flora non so, non so se Frine o Taide trovar mai seppe oscenità sì laide. Serpe nel petto giovenile e vago l’alto piacer del’impudica vista, ch’ale forze d’Amor tiranno e mago esser non può ch’un debil cor resista; anzi dal’esca dela dolce imago l’incitato desio vigore acquista; e, stimulato al natural suo corso, meraviglia non fia se rompe il morso. E la sua dea, che d’amorosi nodi ha stretto il core, a seguitarlo intenta, con detti arguti e con astuti modi pur tra via motteggiando il punge e tenta: - Godi pur (dicea seco) il frutto godi de’ tuoi dolci sospir, coppia contenta. Sospir ben sparsi e ben versati pianti, felici amori e più felici amanti!
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
interpretare,  di  leggier  si  concederebbe  da  tutte  così  esser  vero;  ma  pur vogliendole moralmente intendere, dico che è da concedere. Son naturalmente le femine tutte labili e inchinevoli, e per ciò a correggere la iniquità di quelle che troppo fuori de’ termini posti loro si lasciano andare si conviene il baston che le punisca; e a sostentar la vertù dell’altre, ché trascorrer non si lascino, si conviene il bastone che le sostenga e che le spaventi. Ma lasciando ora stare il predicare, a quel venendo che di dire ho nell’animo, dico. Che essendo già quasi per tutto il mondo l’altissima fama del miracoloso senno di Salamone discorsa per l’universo e il suo esser di quello liberalissimo mostratore a chiunque per esperienza ne voleva certezza, molti di diverse parti del mondo a lui per loro strettissimi e ardui bisogni concorrevano per consiglio; e tra gli altri che a ciò andavano, si partì un giovane, il cui nome fu Melisso, nobile e ricco molto, della città di Laiazzo, là onde egli era e dove egli abitava. E verso Ierusalem cavalcando, avvenne che uscendo d’Antiocia con un altro giovane chiamato Giosefo, il qual quel medesimo cammin teneva che faceva esso, cavalcò per alquanto spazio; e, come costume è de’ camminanti, con lui cominciò a entrare in ragionamenti. Avendo Melisso già da Giosefo di sua condizione e donde fosse saputo, dove egli andasse e perché il domandò; al quale Giosefo disse che a Salamone andava per aver consiglio da lui che via tener dovesse con una sua moglie più che altra femina ritrosa e perversa, la quale egli né con prieghi né con lusinghe né in alcuna altra guisa dalle sue ritrosie ritrar poteva; e appresso lui similmente donde fosse e dove andasse e perché domandò. Al quale Melisso rispose: “Io son di Laiazzo, e sì come tu hai una disgrazia, così n’ho io un’altra; io son ricco giovane e spendo il mio in metter tavola e onorare i miei cittadini, e è nuova e strana cosa a pensare che per tutto questo io non posso trovare uomo che ben mi voglia; e per ciò io vado dove tu vai, per aver consiglio come addivenir possa che io amato sia.” Camminarono adunque i due compagni insieme, e in Ierusalem pervenuti, per introdotto d’un de’ baroni di Salomone, davanti dal lui furon messi; al quale brievemente Melisso disse la sua bisogna; a cui Salamone rispose: “Ama.” E detto questo, prestamente Melisso fu messo fuori, e Giosefo disse quello per che v’era; al quale Salamone nulla altro rispose se non: “Va al Ponte all’Oca”; il che detto, similmente Giosefo fu senza indugio dalla presenza del re levato, e ritrovò Melisso il quale l’aspettava e dissegli ciò che per risposta aveva avuto. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Decameron di Giovanni Boccaccio
suol fare dinanzi a coloro ch’egli riverisce, senza che se ne scandalezza la brigata e guastasene la conversazione; e maggiormente se altri ciò farà a tavola, che è luogo d’allegrezza e non di scandalo. Sicché cortesemente fece Currado  Gianfigliazzi  di  non  moltiplicare  in  novelle  con  Chichibio  per non turbare i suoi forestieri, comeché egli grave castigo avesse meritato, avendo più tosto voluto dispiacere al suo signore che alla Brunetta: e, se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo che non fece, più sarebbe stato da commendare; ché già non conveniva chiamar messer Domeneddio che entrasse per lui mallevadore delle sue minacce, sì come egli fece. Ma, tornando  alla  nostra  materia,  dico  che  non  istà  bene  che  altri  si  adiri  a tavola, checché si avvenga, e adirandosi no ‘l dee mostrare, né del suo cruccio dee fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi, e massimamente se tu arai forestieri a mangiar con esso teco, perciocché tu gli hai chiamati a letizia e ora gli attristi; conciossiaché, come gli agrumi che altri mangia te veggente allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia turba noi. IX Ritrosi sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri, sì come il vocabolo medesimo dimostra; ché tanto è a dire a ritroso quanto a rovescio. Come sia adunque utile la ritrosia a prender gli animi delle persone e a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente, poscia che ella consiste in opporsi al piacere altrui: il che suol fare l’uno inimico all’altro, e non gli amici infra di loro. Per che sforzinsi di schifar questo vizio coloro che studiano di essere cari alle persone, perciocché egli genera non piacere né benivolenza, ma odio e noia; anzi conviensi fare dell’altrui voglia suo piacere, dove non ne segua danno o vergogna; ed in ciò fare sempre e dire più tosto a senno d’altri che a suo. Non si vuole essere né rustico né strano, ma piacevole e domestico; perciocché niuna differenza sarebbe dalla mortìne al pungitopo, se non fosse che l’una è domestica e l’altro salvatico. E sappi che colui è piacevole, i cui modi sono tali nell’usanza comune quali costumano di tenere gli amici infra di loro; là dove chi è strano pare in ciascun luogo straniero, che tanto viene a dire come forestiero, sì come i domestici per lo contrario pare che siano, ovunque vadano, conoscenti e amici di ciascuno. Per la qual cosa conviene che altri si avvezzi a salutare e favellare  e  rispondere  per  dolce  modo  e  dimostrarsi  con  ognuno  quasi terrazzano e conoscente; il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai
Galateo di Giovanni Della Casa
in mano ad offerere a sa·Martino. E poi a tutti diede desinare, che furono da cinquanta de’ maggiorenti, e le ’nsegne reali del Comune di Firenze a ritroso in su il detto carro: e poi gli fece rimettere in pregione, gravandoli d’incomportabili taglie, faccendo loro fare tormenti e grandi misagi sanza niuna  umanità;  e  alquanti  de’  più  ricchi  per  fuggire  i  tormenti  si ricomperarono grande somma di moneta. E di certo Castruccio trasse de’ nostri pregioni e de’ Franceschi e forestieri presso a Cm  fiorini d’oro, onde fornì la guerra. CCCXXIV Come i Fiorentini essendo in male stato si providono di moneta e di gente. Nel detto anno e mese, intrante novembre, i Fiorentini, veggendosi in grandi spese e in così pericolosa guerra, non si disperarono, ma francamente s’argomentarono a·lloro difensione, e ordinarono e feciono nuove gabelle, m che montarono LXX  fiorini d’oro l’anno, oltre a quelle che prima aveano, che  montavano  CLXXX m   fiorini  d’oro,  per  fornire  la  detta  guerra castruccina; e mandarono per cavalieri in Alamagna e a Padova, e feciono riporre e afforzare il poggio di Combiata e quello di Montebuono, acciò che  Castruccio  non  potesse  valicare  in  Mugello né in  Valle  di  Grieve;  e mandarono CC cavalieri in aiuto a’ Bolognesi, onde furono capitani messer Amerigo Donati e messer Biagio Tornaquinci; ch’allora fu uno grande fatto a’ Fiorentini, essendo col nimico tiranno a l’uscio, a mandare soccorso a l’amico. Lasceremo al presente del male stato de’ Fiorentini, e diremo delle aversità che ne’ detti tempi avennero a’ Bolognesi per la forza de’ tiranni di Lombardia. CCCXXV Come i Bolognesi furono sconfitti da messer Passerino signore di Mantova e di Modana. Nel detto anno, del mese di luglio, i Bolognesi feciono oste per contastare la raunata di messer Passerino signore di Mantova e di Modana e degli altri tiranni  di  Lombardia  ch’erano  nel  contado  di  Modana,  acciò  che  non potessono mandare aiuto a Castruccio né al borgo a San Donnino; ma più per  tema  che  non  entrassono  nel  loro  contado;  e  però  non  mandarono
Nuova cronica - Volume 2 (Libri IX-XI) di GiovanniVillani
Come il posso io fare, standomi sopra? Ci mancano vie da farlo saltare! Mostratemene una. Eccola.  Mentre  egli  ti  gualca,  piagni,  diventa  ritrosa,  non  ti  movere, ammutisci; e se ti domanda ciò che tu hai, rugnisci pure; e ciò facendo, è forza che si fermi e dicati: “Cor mio, fovvi io male? avete voi dispiacer del piacer che io mi piglio?”; e tu a lui: “Vecchietto caro, io vorrei...” (e qui finisci); ed egli dirà: “Che?”; e tu pur mugola; a la fine, tra parole e cenni, chiariscilo che vuoi correre una lancia a la giannetta. Or fate conto che io sia dove voi dite. Se tu sei con la fantasia a far quel che io vorrei che tu facessi, acconciati bene adagio; e acconcia che sei, fasciagli il collo con le braccia e bascialo dieci volte in un tratto; e preso che gli arai il pistello con mano, stringegnelo tanto che si finisca di imbizzarrire: e infocato ch’egli è, ficcatelo nel mozzo e spigneti inver lui tutta tutta; e qui ti ferma e bascialo; stata un nonnulla, sospira a la infoiata e dì: “Se io faccio, farete?”; lo stallone risponderà con voce incazzita: “Sì, speranza”; e tu, non altrimenti che il suo spuntone fosse il fuso e la tua sermollina la ruota dove ella si rivolge, comincia a girarti; e s’egli accenna di fare, ritienti dicendo: “Non anco, vita mia”: e datogli una stoccatina in bocca con la lingua, non ischiodando punto de la chiave che è ne la serratura, rispigni, rimena e rificca; e piano e forte, e dando di punta e di taglio, tocca i tasti da paladina. E per istroncarla, io vorrei che facendo quella faccenda tu facessi di quelli azzichetti che fanno coloro che giuocano al calcio mentre hanno il pallone in mano: i quali schermiscano con artificio e, mostrando di voler correre or qua or là, furano tanto di tempo che, senza esser impacciati da chi gli è contra, danno il colpo come gli piace. Voi mi ammonite ne la onestade, e poi mi ammaestrate ne le disonestà a la sbracata. Io non esco dei gangari punto, e vo’ che tu sia tanto puttana in letto quanto donna da bene altrove: e fà che non si possa imaginar carezza che non facci a chi dorme teco; e stà sempre in su le vedette, grattandolo dove gli dole. Ah! ah! ah! Di che ridete voi? Rido de la scusa che hanno trovata coloro ai quali non si rizza la coda. Che scusa è questa?
Dialogo di Pietro Aretino
Nell’ultimo quadro ci erano dipinti tutti i modi e tutte le vie che si può chiavare e farsi chiavare; e sono obligate le moniche, prima che le si mettino in campo con gli amici loro, di provare di stare negli atti vivi che stanno le dipinte: e questo si fa per non rimanere poi goffe nel letto, come rimangono alcune che si piantano là in quattro sanza odore e senza sapore, che chi ne gusta ne ha quel piacere che si ha di una minestra di fave sanza olio e sanza sale. Adunque bisogna una maestra che insegni la scrima? C’è bene la maestra che mostra a chi non sa come si deve stare, caso che la lussuria stimoli l’uomo sì che sopra una cassa, su per una scala, in una sede, in una tavola, o nello spazzo voglia cavalcarle; e quella medesima pacienza che ci ha chi ammaestra un cane, un pappagallo, uno stornello e una gazzuola, ha colei che insegna le attitudini alle buone moniche: e il giocar di mano con le bagattelle è meno difficile a imparare che non è lo accarezzare lo uccello sì che ancora che non voglia si rizzi in piedi. Certo? Certissimo. Ora, venuto a noia la dipintura e il ragionare e lo scherzare, come sparisce la strada dinanzi ai barberi che corrono il palio o, per dir meglio, la vacca dinanzi a coloro che sono confinati a mangiare in tinello, o vero le lasagne dinanzi alla fame contadina, sparvero lemoniche, i frati, i preti e i secolari, non lasciandoperciò i cherichetti né i fratini, né meno l’apportatore dei cotali di vetro. Solamente il baccelliere rimase meco: che sendo sola, quasi tremando restai muta; ed egli dicendomi “Suora Cristina” (che così fui rebattezzata tosto che ebbi lo abito indosso), “a me tocca menarvi alla cella vostra, nella quale si salva l’anima nei trionfi del corpo”, io volea  pur  stare  su  le  continenze:  onde  tutta  ritrosetta  in  contegno,  non rispondea  nulla;  ed  egli  presami  per  quella  mano  con  cui  io  teneva  il salsiccione di vetro, appena lo scampai che non gisse in terra, onde non potei  contenermi  di  non  ghignare:  talché  ‘l  padre  santo  prese  animo  di basciarmi; e io che era nata di madre di misericordia, e non di pietra, stetti ferma mirandolo con occhio volpino. Saviamente. E così mi lasciava guidare da lui come lo orbo dalla cagnola. Che più? Egli mi condusse in una cameretta posta nel mezzo di tutte le camere: le quali erano divise da un ordine di semplici mattoni; e così male incalcinate le commessure del muro, che ogni poco d’occhio che si dava ai fessi, si potea vedere ciò che si operava dentro gli alberghetti di ciascuna. Giunta ivi, il baccalaro appunto apriva la bocca per dirmi (credo io) che le mie bellezze
Ragionamento di Pietro Aretino