risguardo

[ri-ʃguàr-do]
In sintesi
foglio bianco posto all'inizio e alla fine di un libro
← deriv. di risguardare.
1
In legatoria, fodera interna del libro rilegato, all'inizio e alla fine del volume, che da una parte è incollato al cartone della coperta e dall'altra copre il foglio di rispetto e quello di chiusura || Risvolto
2
ant. Riguardo, rispetto, considerazione
3
ant. Sguardo, occhiata || Visione panoramica

Citazioni
to, e massimamente alla presenzia e, se possibil è, inanzi agli occhi proprii del suo re o di quel signore a cui serve; perché in vero è ben conveniente valersi delle cose ben fatte. Ed io estimo che sì come è male cercar gloria falsa e di quello che non si merita, così sia ancor male defraudar se stesso del debito  onore  e  non  cercarne  quella  laude,  che  sola  è  vero  premio  delle virtuose fatiche. Ed io ricordomi aver già conosciuti di quelli, che, avvenga che fossero valenti, pur in questa parte erano grossieri; e così metteano la vita a pericolo per andar a pigliar una mandra di pecore, come per esser i primi che montassero le mura d’una terra combattuta; il che non farà il nostro cortegiano, se terrà a memoria la causa che lo conduce alla guerra, che dee esser solamente l’onore. E se poi se ritroverà armeggiare nei spettaculi publici, giostrando, torneando, o giocando a canne, o facendo qualsivoglia altro esercizio della persona, ricordandosi il loco ove si trova ed in presenza di cui, procurerà esser nell’arme non meno attillato e leggiadro che sicuro, e pascer gli occhi dei spettatori di tutte le cose che gli parrà che possano aggiungergli grazia; e porrà cura d’aver cavallo con vaghi guarnimenti, abiti ben intesi, motti appropriati, invenzioni ingeniose, che a sé tirino gli occhi de’ circonstanti, come calamita il ferro. Non sarà mai degli ultimi che compariscano  a  mostrarsi,  sapendo  che  i  populi,  e  massimamente  le  donne, mirano  con  molto  maggior  attenzione  i  primi  che  gli  ultimi,  perché  gli occhi e gli animi, che nel principio son avidi di quella novità, notano ogni minuta cosa e di quella fanno impressione, poi per la continuazione non solamente  si  saziano,  ma  ancora  si  stancano.  Però  fu  un  nobile  istrione antico, il qual per questo rispetto sempre voleva nelle fabule esser il primo che a recitar uscisse. Così ancor, parlando pur d’arme, il nostro cortegiano arà  risguardo  alla  profession  di  coloro  con  chi  parla,  ed  a  questo accommodarassi, altramente ancor parlandone con omini, altramente con donne; e se vorrà toccar qualche cosa che sia in laude sua propria, lo farà dissimulatamente, come a caso e per transito e con quella discrezione ed avvertenzia, che ieri ci mostrò il conte Ludovico. IX Non vi par ora, signor Morello, che le nostre regule possano insegnar qualche cosa? Non vi par che quello amico nostro, del qual pochi dì sono vi parlai,  s’avesse  in  tutto  scordato  con  chi  parlava  e  perché,  quando,  per intertenere una gentildonna, la quale per prima mai più non aveva veduta, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
cercherei d’imprimergli nell’animo una certa grandezza, con quel splendor regale e con una prontezza d’animo e valore invitto nell’arme, che la facesse amare e reverir da ognuno di tal sorte, che per questo principalmente fusse famoso e chiaro al mondo. Direi ancor che compagnar dovesse con la grandezza una domestica mansuetudine, con quella umanità dolce ed amabile e bona  maniera  d’accarezzare  e  i  sudditi  e  i  stranieri  discretamente,  più  e meno, secondo i meriti, servando però sempre la maestà conveniente al grado suo, che non gli lassasse in parte alcuna diminuire l’autorità per troppo bassezza, né meno gli concitasse odio per troppo austera severità; dovesse essere liberalissimo e splendido e donar ad ognuno senza riserva, perché Dio, come si dice, è tesauriero dei prìncipi liberali; far conviti magnifici, feste, giochi, spettacoli publici; aver gran numero di cavalli eccellenti, per utilità nella guerra e per diletto nella pace; falconi, cani e tutte l’altre cose che s’appartengono ai piaceri de’ gran signori e dei populi; come a’ nostri dì avemo  veduto  fare  il  signor  Francesco  Gonzaga  marchese  di  Mantua,  il quale a queste cose par più presto re d’Italia che signor d’una città. Cercherei ancor d’indurlo a far magni edifici, e per onor vivendo e per dar di sé memoria ai posteri; come fece il duca Federico in questo nobil palazzo, ed or fa papa Iulio nel tempio di san Pietro, e quella strada che va da Palazzo al diporto di Belvedere e molti altri edifici, come faceano ancora gli antichi Romani; di che si vedeno tante reliquie a Roma, a Napoli, a Pozzolo, a Baie, a Cività Vecchia, a Porto ed ancor fuor d’Italia, e tanti altri lochi che son gran testimonio del valor di quegli animi divini. Così ancor fece Alessandro Magno, il qual, non contento della fama per aver domata il mondo con l’arme avea meritamente acquistata, edificò Alessandria in Egitto, in India Bucefalia ed altre città in altri paesi; e pensò di ridurre in forma d’omo il monte Athos, e nella man sinistra edificargli una amplissima città e nella destra  una  gran  coppa,  nella  quale  si  raccogliessero  tutti  i  fiumi  che  da quello derivano e di quindi traboccassero nel mare: pensier veramente grande e degno d’Alessandro Magno! Queste cose estimo io, signor Ottaviano, che si convengano ad un nobile e vero principe e lo facciano nella pace e nella guerra gloriosissimo; e non lo avvertire a tante minuzie e lo aver rispetto di combattere solamente per dominare e vincer quei che meritano esser dominati, o per far utilità ai sudditi, o per levare il governo a quelli che governan male; ché se i Romani, Alessandro, Annibale e gli altri avessero avuto questi risguardi, non sarebbon stati nel colmo di quella gloria che furono.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Che portan seco? Hai nulla udito poscia, più di quel che dicesti? Servo 20 Nulla invero; ma gravi cose certo rivolgon ne la mente. Il tornar spesso a ragionar fra loro, e negar questo e quell’altro affermar, come si scorge dai cenni e movimenti, indizio chiaro son di pensier ch’aggiri dubbie cose e difficili e grandi. Oh, sian pur anco giuste! Duramente si congiunge con l’utile l’onesto: e ciò sospesa tien la mente, ch’abbia risguardo a l’un e l’altro. Il liberarti è giusta cosa, ma non util forse al consiglio di donna ambiziosa, avida del tuo regno. E, quai proposte mi propongh’io d’udir, a la risposta aiutimi il mio Dio. Coro 35 Il liberarti sia tuo fine, o reina, e la tua lingua, quasi arco teso, scocchi le saette de le parole tue solo nel segno di ritornar al regno. Di ritornarvi bramo, perché è giusto; così quel che potrò dir senza offesa del Regno eterno e de la regia stampa
La reina di Scozia di Federigo Della Valle
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli   Giovan Battista Marino    L'Adone    Canto decimo Q CCVI Risguarda in mezzo al fiume ov’io ti mostro: vedrai colonne eburnee, aurei sostegni con un gran sovraciel di lucid’ostro far ricca tenda a un’isola di legni che, fianco a fianco aggiunti e rostro a rostro, porgono il nobil cambio ai duo gran regni, mentre prendono e dan Spagna e Parigi Lisabetta a Filippo, Anna a Luigi. Ma vedi opporsi agl’imenei felici suddite al gallo e ribellanti schiere e coprir di Guascogna i campi aprici quasi dense boscaglie, armi guerriere. Quinci e quindi, aversarie e protettrici, spiegan Guisa e Condé bande e bandiere; ma del figlio d’Enrico il novo Enrico si mostra sì, non è però nemico. L’uno è colui che sotto ha quel destriero baio di pelo, italian di razza; di tre vaghi alironi orna il cimiero e di croci vermiglie elmo e corazza; benché misto di bigio abbia il crin nero, gli agi abbandona ed esce armato in piazza e, carco inun d’esperienza e d’anni, torna di Marte ai già dismessi affanni. L’altro è quei più lontan, che la campagna scorre, di ferro e d’or grave e lucente; è sul verde degli anni e l’accompagna fiera e di novità cupida gente; ha nelo scudo i gigli e di Brettagna cavalca ubero un corridor possente e tien dal fianco attraversata al tergo una banda d’azzurro insu l’usbergo.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Poiché ‘l pensier del machinato danno vano riesce e d’ogni effetto voto, del capo afflitto le reliquie vanno qual polve sparsa alo spirar di noto. Ma per nove cagion pur anco fanno novo tra lor sedizioso moto e, pur con nove forze e genti nove, la regia armata a’ danni lor si move. Fuor de’ materni imperi intanto uscito passa il re novo a possedere il trono, da cui, pria calcitrante e poi pentito, chi pur dianzi l’offese ottien perdono. Richiamata è virtù, Marte sbandito per quell’alto donzel di cui ragiono, l’alto donzel che sostener non pave con sì tenera man scettro sì grave. Il Tamigi, il Dannubbio, il Beti, il Reno l’ama, il teme, l’ammira anco da lunge, anzi fin nel’italico terreno a dar le leggi col gran nome giunge. E se pur di vederne espresso apieno un degno essempio alcun desio ti punge, risguarda in riva al Po come si face arbitro dela guerra e dela pace. Io dico ove tra ‘l Po, che non lontano nasce, e la Dora e ‘l Tanaro risiede il bel paese, al cui fecondo piano la montagna del ferro il nome diede. Vedrai Savoia con armata mano che due cose in un punto a Mantoa chiede: il pegno dela picciola nipote e de’ confin la patteggiata dote.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Questa degli avi suoi degna nipote, farà di Mompensier più chiari i figli. Hanno ancor molto a volger queste rote pria che nasca laggiù chi la somigli: bella onestà le ‘mporpora le gote, ma confonde ale rose i patri gigli; fa beato l’inferno il suo bel viso e pon le pene eterne in paradiso. Risguarda or quella in umiltà superba sotto candido vel fronte serena, quant’aspetto real ritiene e serba! E1 la vaga Luigia di Lorena. Del’angelica vista alquanto acerba e del bel guardo la licenza affrena, ma la forza del foco e delo strale che passa i cori ad affrenar non vale. Per questa il mio reame il suo legnaggio non men d’onor che di beltà fiorisce; vince parlando ogni rigor selvaggio, le tigri umilia e gli aspidi addolcisce; stempra gli smalti col benigno raggio, scalda i ghiacci, apre i marmi, i cor rapisce: Amor, questi miracoli son tuoi, che ‘n virtù de’ begli occhi il tutto puoi. Mira quell’altra, che con schivi gesti dal commercio commun sen va lontana; agli atti gravi, agli andamenti onesti sfaretrata talor sembra Diana; ma, per quanto comprendo ai rai celesti, è la dea Caterina, alma sovrana, che ‘n sé romita e dalo stuol divisa fa di sé sol gioir Gioiosa e Guisa.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
benché dire si possa che la disposizione delle voci ancora, per altra cagione che  per  quella  degli  accenti  considerata,  alquanto  vaglia  a  generar  la disparutezza  che  essere  si  vede  nel  così  porgere  e  pronunciare  esse  voci, nondimeno è da sapere che, a comperazione di quello degli accenti, ogni altro rispetto è poco: con ciò sia cosa che essi danno il concento a tutte le voci, e l’armonia, il che a dire è tanto, quanto sarebbe dare a’ corpi lo spirito e l’anima. La  qual  cosa  se  nelle  prose  tanto  può,  quanto  si  vede  potere, molto più è da dire che ella possa nel verso; nel qual verso il suono e l’armonia vie più naturale e proprio e conveniente luogo hanno sempre, che nelle prose. Perciò che le prose, come che elle meglio stiano a questa guisa ordinate, che a quella, ella tuttavolta prose sono; dove nel verso puossi gli accenti porre di modo che egli non rimane più verso, ma divien prosa, e muta in tutto la sua natura, di regolato in dissoluto cangiandosi; come sarebbe, se alcun dicesse:  Voi, ch’in rime sparse ascoltate il suono; e Per far una sua leggiadra  vendetta;  o  veramente  Che  s’addita  per  cosa  mirabile,  e  somiglianti. Ne’ quali mutamenti, rimanendo le voci e il numero delle sillabe intero,  non  rimane  per  tutto  ciò  né  forma  né  odore  alcuno  di  verso.  E questo per niuna altra cagione adiviene, se non per lo essere un solo accento levato del suo luogo in essi versi, e ciò è della quarta o della sesta sillaba in quelli, e della decima in questo. Che, con ciò sia cosa che a formare il verso necessariamente si richiegga che nella quarta o nella sesta e nella decima sillaba siano sempre gli accenti, ogni volta che qualunque s’è l’una di queste due positure non gli ha, quello non è più verso, comunque poi si stiano le altre sillabe. E questo detto sia non meno del verso rotto, che dello intero, in quanto egli capevole ne può essere. Sono adunque, messer Ercole, questi risguardi non solo a grazia, ma ancora a necessità del verso. A grazia potranno appresso essere tutti quegli altri, de’ quali s’è ragionato sopra le prose, dalle quali pigliandogli, quando vi fia mestiero, valere ve ne potrete. Ma passiamo oggimai a dire del tempo, che le lettere generano, ora lungo, ora brieve nelle sillabe; il che agevolmente si potrà fare —. XVI Allora disse lo Strozza: — Deh, se egli non v’è grave, messer Federigo, prima che a dire d’altro valichiate, fatemi chiaro come ciò sia, che detto avete, che comunemente non istanno sott’uno accento più che tre sillabe. Non istanno elleno sott’un solo accento quattro sillabe in queste voci, Alitano, Germinano,  Terminano, Considerano, e in simili? — Stanno, — rispose Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
CXLII. Alma cortese, che dal mondo errante partendo ne la tua più verde etade, hai me lasciato eternamente in doglia, da le sempre beate alme contrade, ov’or dimori cara a quello amante, che più temer non puoi che ti si toglia, risguarda in terra e mira, u’ la tua spoglia chiude un bel sasso, e me, che ‘l marmo asciutto vedrai bagnar, te richiamando, ascolta. Però che sparsa e tolta l’alta pura dolcezza e rotto in tutto fu ‘l più fido sostegno al viver mio, frate, quel dì, che te n’andasti a volo: da indi in qua né lieto né securo non ebbi un giorno mai, né d’aver curo; anzi mi pento esser rimaso solo, ché son venuto senza te in oblio di me medesmo, e per te solo er’io caro a me stesso; or teco ogni mia gioia è spenta, e non so già, perch’io non moia. Raro pungente stral di ria fortuna fe’ sì profonda e sì mortal ferita, quanto questo, onde ‘l ciel volle piagarme. Rimedio alcun da rallegrar la vita non chiude tutto ‘l cerchio de la luna, che del mio duol bastasse a consolarme. Sì come non potea grave appressarme, alor ch’io partia teco i miei pensieri tutti, e tu meco i tuoi sì dolcemente, così non ho, dolente, a questo tempo in che mi fidi o speri ch’un sol piacer m’apporte in tanti affanni. E non si vide mai perduta nave fra duri scogli a mezza notte il verno
Rime di Pietro Bembo
Deve esser dunque osservato inviolabilmente; e l’osservarono i Romani e i Greci, e tutte le nazioni le quali guerreggiarono con ragione, e con arte accrebbono l’imperio con la buona disciplina. E se gli Africani, come è fama, sono rompitori de’ patti, Ruggiero non era africano, ma di sangue italiano, e figliuolo di Ruggiero di Risa: talché, essendosi co ‘l primo giuramento disobligato della fede che aveva al suo re, e co ‘l secondo cancellato l’obligo affatto, non per obligo alcuno di fede, ma per una vana opinione di costanza, rompe l’uno e l’altro giuramento, e l’una e l’altra fede, che era dovuta a Dio. E di novo prepone non il suo re al suo Dio, ma al suo vero Dio  quello  che  non  era  più  suo  vero  re,  perché  co  ‘l  giuramento  aveva ceduto ogni ragione ch’egli potesse aver sopra Ruggiero. Ma perdonisi a Ruggiero che segua l’opinione di molti cavalieri, i quali amano assai quello onore che peraventura  non  conoscono  intieramente;  e  rimangasi  questo rigore e questa severità fra le scuole de’ filosofanti o fra l’Academie; e, se vi piace, prendiamo altri per giudice di quel che rimane, perché sotto giudice alcuno non istimo che si possa perder questa lite. A’ cavalieri dunque io dimando se dee farsi maggiore stima dell’onore o della vita; e se risponderanno dell’onore, come senza dubbio risponderanno, soggiungerò che gli oblighi che s’hanno per l’onore son maggiori di quelli che s’hanno per la vita. Maggiori erano, dunque, gli oblighi che Ruggiero aveva a Bradamante, per la quale fu tratto di vita così vergognosa, che quelli che egli ebbe con Leone che lo campò di morte. E non solo erano maggiori, ma primi; e i primi sogliono togliere a gli ultimi quasi ogni forza: dunque, per l’una e per l’altra cagione l’amor di Bradamante doveva essere preposto da Ruggiero a l’amicizia  di  Leone,  la  quale  aveva  risguardo  a  l’utile  ed  a  la  propria riputazione, come si raccoglie da i versi del poeta, il qual dice: Non ha minor cagion di rallegrarsi del padre il figlio, ch’oltre si spera ................................................ disegna anco il guerriero amico farsi con beneficii, e seco averlo in schiera: né Rinaldo né Orlando a Carlo Magno ha da invidiar, se gli è costui compagno. Ma fu nondimeno anteposto Leone a Bradamante, ed in questa maniera tutti i debiti dimenticati, e tutti gli uffici furono perturbati nella persona di Ruggiero: perciò che prima siamo obligati a Dio; poi al re; nel terzo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Apologia in difesa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
41 Risponde: — Sète voi nel grembo immenso de la terra, che tutto in sé produce; né già potreste penetrar nel denso de le viscere sue senza me duce. Vi scòrgo al mio palagio, il qual accenso tosto vedrete di mirabil luce. Nacqui io pagan, ma poi ne le sant’acque rigenerarmi a Dio per grazia piacque. 42 Né in virtù fatte son d’angioli stigi l’opere mie meravigliose e conte (tolga Dio ch’usi note o suffumigi per isforzar Cocito e Flegetonte), ma spiando me ’n vo da’ lor vestigi qual in sé virtù celi o l’erba o ’l fonte, e gli altri arcani di natura ignoti contemplo, e de le stelle i vari moti. 43 Però che non ognor lunge dal cielo tra sotterranei chiostri è la mia stanza, ma su ’l Libano spesso e su ’l Carmelo in aerea magion fo dimoranza; ivi spiegansi a me senza alcun velo Venere e Marte in ogni lor sembianza, e veggio come ogn’altra o presto o tardi roti, o benigna o minaccievol guardi. 44 E sotto i piè mi veggio or folte or rade le nubi, or negre ed or pinte da Iri; e generar le pioggie e le rugiade risguardo, e come il vento obliquo spiri, come il folgor s’infiammi e per quai strade tortuose in giù rispinto ei si raggiri; scorgo comete e fochi altri sì presso che soleva invaghir già di me stesso.
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
40 Essendo la terra coperta di neve come suole esser il carnevale, vide passar la  sua  donna,  e  in  passando  parve  che si  rasserenasse  il  tempo:  le  quai  cose poeticamente descrive. La terra si copria d’orrido velo e le falde di neve a mille a mille cadeanle in grembo (onde a sé pria rapille sott’altra forma il dio che nacque in Delo), 5 quand’ecco i’ scorgo in vivo foco il gelo cangiarsi e ‘n fiamme le cadenti stille, e qual gemma ch’al lume arda e sfaville splender le nubi e serenarsi il cielo. Mentre in altrui sì strani effetti ancora risguardo, in me gli provo, e ‘l ghiaccio sfarsi sento e le nubi de’ miei duri sdegni. Allor gridai: “Deh, che ‘l bel sole ond’arsi s’appressa e vanno innanzi a lui tai segni come va innanzi a l’altro sol l’aurora”. 41 Come va innanzi a l’altro sol l’aurora e da gli agi i mortali a l’opre invita, così que’ segni a la penosa vita mi richiamar da la quiete allora;
Rime d amore di Torquato Tasso
Rinaldo a lei: – Benché non punto sia di sì degni uditor degno il soggetto, per me narrato il tutto ora vi fia, poiché sono a ciò far da voi costretto. A la mia volontade, a l’età mia risguardo aggiate voi, non a l’effetto: ch’assai picciolo fu, ma pur allora scorsi i tre lustri io non aveva ancora. Ginamo di Baiona il Maganzese già fu rival del mio parente Amone, ch’ambo avean l’alme per Beatrice accese allor che l’uno e l’altro era garzone. Costor dopo diverse altre contese vennero insieme a singolar tenzone, dove Ginamo, da vil tema spinto, cesse ad Amon l’amata e diessi vinto. Ma l’odio contro Amon serbò rinchiuso sempre, che al cor gli fu continuo tarlo, e, com’è di sua stirpe invecchiato uso, cercò di vita a tradimento trarlo: pur sempre il suo desir restò deluso. Al fin dopo gran tempo il magno Carlo nel suo natal corte bandita tenne, facendo alcuni dì festa solenne. Il re mirando la fiorita corte, un dì ch’a caso a mensa ritrovosse, a nova voglia aprio del cor le porte; indi così ver’ gli altri a parlar mosse: “O de’ miei fidi schiera invitta e forte, arme e sostegni miei, mie guarde e posse, vorrei ch’alcun di voi qui si vantasse d’alcuna cosa ch’a mio pro tornasse.”
Rinaldo di Torquato Tasso