ricalcitrare

[ri-cal-ci-trà-re]
In sintesi
l'impuntarsi e lo scalciare degli animali da sella
1
Di cavallo e altri quadrupedi, impuntarsi, arretrando e scalciando
2
fig. Fare resistenza, opporsi a qualcuno o a qualcosa: r. a un ordine, a una disposizione, a un consiglio; ass. l'ho consigliato di accettare l'offerta, ma lui ricalcitra SIN. ribellarsi, opporsi

Citazioni
Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un’erbaccia, per esempio un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione. Così anche noi non sapremmo dire se dal fondo naturale del suo cervello, o dall’insinuazione d’Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di servirsi del padre provinciale per troncare nella miglior maniera quel nodo imbrogliato. Certo è che Attilio non aveva detta a caso quella parola; e quantunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento così scoperto, la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni modo volle fargli balenar dinanzi l’idea di quel ripiego, e metterlo sulla strada, dove desiderava che andasse. Dall’altra parte, il ripiego era talmente adattato all’umore del conte zio, talmente indicato dalle circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può scommettere che l’avrebbe trovato da sé. Si trattava che, in una guerra pur troppo aperta, uno del suo nome, un suo nipote, non rimanesse al di sotto: punto essenzialissimo alla riputazione del potere che gli stava tanto a cuore. La soddisfazione che il nipote poteva prendersi da sé, sarebbe stata un rimedio peggior del male, una sementa di guai; e bisognava impedirla, in qualunque maniera, e senza perder tempo. Comandargli che partisse in quel momento dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e quand’anche avesse, era un cedere il campo, una ritirata della casa dinanzi a un convento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere, non valevano contro un avversario di quella condizione: il clero regolare e secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale; non solo le persone, ma i luoghi ancora abitati da esso: come deve sapere anche chi non avesse letta altra storia che la presente; che starebbe fresco. Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era cercar d’allontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in arbitrio del quale era l’andare e lo stare di quello. Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l’altro vede in un tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti. Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
– Nossignore... si vergognano... C’è stato un casa del diavolo! Io son venuto per tener d’occhio il trattamento... E aprì l’uscio per farglielo vedere: una gran tavola carica di dolci e di bottiglie di rosolio, ancora nella carta ritagliata come erano venuti dalla città, sparsa di garofani e gelsomini d’Arabia, tutto quello che dava il paese, perché la signora Capitana aveva mandato a dire che ci volevano dei fiori; quanti candelieri si erano potuti avere in prestito, a Sant’Agata e nell’altre chiese. Diodata ci aveva pure messi in bell’ordine tutti i tovagliuoli arrotolati in punta, come tanti birilli, che portavano ciascuno un fiore in cima. – Bello! bello! – approvò il marchese. – Una cosa simile non l’ho mai vista!... E questi qui, cosa fanno? Ai due lati della tavola, come i giudei del Santo Sepolcro, ci erano Pelagatti e Giacalone, che sembravano di cartapesta, così lavati e pettinati. – Per servire il trattamento, sissignore!... Mastro Titta e l’altro barbiere suo compagno si son rifiutati, con un pretesto!... Vanno soltanto nelle casate nobili quei pezzenti!... Temevano di sporcarsi le mani qui, loro che fanno tante porcherie!... Giacalone, premuroso, corse tosto con una bottiglia per ciascuna mano. Il marchese si schermì: – Grazie, figliuol mio!... Ora mi rovini il vestito, bada! – Di là ci sono anche le tinozze coi sorbetti! – aggiunse don Santo. Ma appena aprì l’uscio della cucina, si videro fuggire delle donne che stavano a guardare dal buco della serratura. – Ho visto, ho visto, caro parente. Lasciateli stare; non li spaventate. In quel momento si udì un baccano giù in istrada, e corsero in tempo al balcone per vedere arrivare la carrozza degli sposi. Nanni l’Orbo, a cassetta, col cappello sino alle orecchie, faceva scoppiettare la frusta come un carrettiere, e vociava: – Largo!... A voi!... Guardatevi!... – Le mule, tolte allora dall’armento, ricalcitravano e sbuffavano, tanto che il canonico Lupi propose di smontare lì dov’erano, e Burgio s’era già alzato per scavalcare lo sportello. Ma le mule tutt’a un tratto abbassarono il capo insieme, e infilarono il portone a precipizio. – Morte subitanea! – esclamò il canonico, ricadendo col naso sui ginocchi della sposa. Salivano a braccetto. Don Gesualdo con una spilla luccicante nel bel mezzo del cravattone di raso, le scarpe lucide, il vestito coi bottoni dorati, il Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga