revisionismo

[re-vi-ʃio-nì-ʃmo]
In sintesi
corrente tendente a moderare i principi rivoluzionari; tendenza a rivedere e a correggere uno stato di cose
← deriv. di revisione; nel sign. storico, sul modello del ted. revisionismus.
1
Orientamento, spec. di istituzioni politiche, a rivedere, a modificare pacificamente un trattato, una legge, una convenzione per il sopraggiungere di nuovi fatti politici e sociali
2
estens. Tendenza a rivedere, a modificare una situazione
3
POLIT Nella tradizione marxista, tendenza ad attenuarne le posizioni più rigide e intransigenti nella critica al sistema capitalistico per approdare ad atteggiamenti più moderati e possibilisti
4
ST Orientamento storiografico tendente a mettere in discussione, spesso rovesciandoli, interpretazioni, giudizi e perfino documenti e dati, consolidati nell'analisi storica

Citazioni
pretarle, stendendone, per analogia, l’applicazione ad altri casi, cavando regole generali da leggi speciali; e, quando questo non bastava, supplivan del loro, con quelle regole che gli paressero più fondate sulla ragione, sull’equità, sul diritto naturale, dove concordemente, anzi copiandosi e citandosi gli uni con gli altri, dove con disparità di pareri: e i giudici, dotti, e alcuni anche autori, in quella scienza, avevano, quasi in qualunque caso, e in qualunque circostanza d’un caso, decisioni da seguire o da scegliere. La legge, dico, era divenuta una scienza; anzi alla scienza, cioè al diritto romano interpretato da essa, a quelle antiche leggi de’ diversi paesi che lo studio e l’autorità crescente del diritto romano non aveva fatte dimenticare, e ch’erano ugualmente interpretate dalla scienza, alle consuetudini approvate da essa, a’ suoi precetti passati in consuetudini, era quasi unicamente appropriato il nome di legge: gli atti dell’autorità sovrana, qualunque fosse, si chiamavano ordini, decreti, gride, o con altrettali nomi; e avevano annessa non so quale idea d’occasionale e di temporario. Per citarne un esempio, le gride de’ governatori di Milano, l’autorità de’ quali era anche legislativa, non valevano che per quanto durava il governo de’ loro autori; e il primo atto del successore era di confermarle provvisoriamente. Ogni gridario, come lo chiamavano, era una specie d’Editto del Pretore, composto un poco alla volta, e in diverse occasioni; la scienza invece, lavorando sempre, e lavorando sul tutto; modificandosi, ma insensibilmente; avendo sempre per maestri quelli che avevan cominciato dall’esser suoi discepoli, era, direi quasi, una revisione continua, e in parte una compilazione continua delle Dodici Tavole, affidata o abbandonata a un decemvirato perpetuo. Questa così generale e così durevole autorità di privati sulle leggi, fu poi, quando si vide insieme la convenienza e la possibilità d’abolirla, col far nuove, e più intere, e più precise, e più ordinate leggi, fu, dico, e, se non m’inganno, è ancora riguardata come un fatto strano e come un fatto funesto all’umanità, principalmente nella parte criminale, e più principalmente nel punto della procedura. Quanto fosse naturale s’è accennato; e del resto, non era un fatto nuovo, ma un’estensione, dirò così, straordinaria d’un fatto antichissimo, e forse, in altre proporzioni, perenne; giacché, per quanto le leggi possano essere particolarizzate, non cesseranno forse mai d’aver bisogno d’interpreti, né cesserà forse mai che i giudici deferiscano, dove più, dove meno, ai più riputati tra quelli, come ad uomini che, di proposito, e con un intento generale, hanno studiato la cosa prima di loro. E non so se un più
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
avanzamento dalla Bormida al Mincio. Numerava le linee di difesa, le forze dei nemici, i capitani, le fortezze; insomma, secondo lui quella guerra o sarebbe finita al di là dei monti, o al di qua sarebbe caduta in retaggio alla generazione seguente. Giulio Del Ponte e qualchedun altro che veniva da Portogruaro non erano di questo parere; secondo loro i vantaggi degli alleati eran  ben  lungi  dall’assicurar  completamente  la  Repubblica  contro  le esorbitanze dei Francesi, e questi di lì a due, di lì a tre mesi poteva benissimo darsi che avessero già invasi gli Stati di terraferma, e lo stesso Friuli. Il Conte e Monsignore rabbrividivano di queste previsioni; e toccava poi a me distruggere i cattivi effetti di tante soverchie e precoci paure. Così barcheggiando si venne alla primavera del ’95. La Repubblica di Venezia avea già riconosciuto solennemente il nuovo governo democratico di Francia; il suo rappresentante Alvise Querini aveva fatto al Direttorio la sua chiacchierata, e a saldare la recente amicizia s’era anzi dato lo sfratto da Verona al Conte di Provenza. Il Capitano diceva: «Fanno benissimo. Pazienza ci vuole e non por mano subito alla borsa e alla spada. Vedete? le cose si vanno già raffreddando laggiù! Quelli che ammazzavano i preti, i frati ed i nobili, l’hanno finita anch’essi sul patibolo: la crisi può dirsi nel decrescere, e la Repubblica se l’è cavata senza esporre a pericolo la vita d’un uomo.» Rispondeva Giulio: «Fanno malissimo; ci metteranno i piedi sul collo; si tace ora per gridar più forte di qui a poco. Ora che ci par d’essere avvezzi al pericolo, e pericolo non c’è, verrà il pericolo vero e ci troverà assopiti e sprovveduti. Dio ce la mandi buona, ma alla meglio non ci faremo la miglior figura!» Io mi accostava all’opinione di Giulio, tanto più che Lucilio mi avea scritto da Venezia che sperassi bene, ché mai la sorte del mio amico non era stata più vicina a un propizio rivolgimento. Ma la sua invece, la sorte del povero dottorino, subì a que’ giorni un grave tracollo. La Clara fu relegata finalmente al convento di Santa Teresa; e a Fratta se n’ebbe la novella quando la Contessa scrisse perché le mandassero i danari della dote: ella diceva di essersi intanto impegnata con un usuraio, ma che non si voleva udir parlare di termini troppo lunghi con quei torbidi che c’erano allora. Il Conte sospirò molto e molto; ma raccolse anco una volta i danari richiesti, e li mandò alla moglie. Io mi accorgeva pur troppo che la famiglia correva alla rovina, e dovea limitarmi a stagnare qualche goccia della botte, lasciando poi che lo spillone gettasse a piena gola, perché da quel lato non potea rimediare. Al Conte non mi arrischiava, al Canonico era inutile, al fattore dannoso il mover parola: e la Pisana, cui ne accennai
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
strinse il cuore di compassione. Pareva un castello saccheggiato allora allora da qualche banda indiavolata di Turchi e abitato solamente dai venti e da qualche civetta malaugurata. Il capitano Sandracca ci rivide con molta titubanza; non capiva bene se venissimo a prenderne o a portarne. Monsignore Orlando invece ci accolse così tranquillo e sereno come appunto tornassimo allora dalla passeggiata d’un’ora. La sua nobile gorgiera si era stradoppiata, e camminava strascicandosi dietro le gambe, e lodandosi molto della propria salute, se non fosse stato quel maledetto scirocco che gli rompeva i ginocchi. Era lo scilocco degli ottant’anni, che ora provo anch’io e che soffia da Natale a Pasqua e da Pasqua a Natale con una insistenza che si fa beffa dei lunarii. Mentre la Pisana buona e spensierata faceva festa allo zio, e si divertiva di inquietarlo sulla durata del suo scirocco, io riuscii pian piano a rappiccar conoscenza colle vecchie camere del castello. Mi ricordo ancora che s’imbruniva la notte e che ad ogni porta ad ogni svoltata di corritoio credeva di vedermi dinanzi la negra apparizione del signor Conte e del Cancelliere o la faccia aperta e rubiconda di Martino. Invece le rondini entravano ed uscivano per le finestre recando le prime pagliuzze le prime imbeccate di poltiglia pei loro nidi; i pipistrelli mi sventolavano colle loro ali grevi e malsicure; nella stanza matrimoniale dei vecchi padroni cuculiava un gufo schernitore. Io andava vagando qua e là lasciandomi guidare dalle gambe e le gambe fedeli all’antica abitudine mi portarono al mio covacciolo vicino alla frateria. Non so come vi arrivassi sano e salvo per quei solai malconci e rovinati, per mezzo a quei lunghi androni dove le travature e i calcinacci caduti dal granaio impedivano ogni poco il passo e avevano preparato comodissimi trabocchetti per precipitare ai piani sottoposti. Una rondine aveva appostato il suo nido proprio a quel travicello sotto il quale Martino usava appendere il ramicello d’oliva alla domenica delle Palme. Alla pace era succeduta l’innocenza. Mi ricordai di quel libricciuolo trovato anni prima in quella camera, e che nel mio cuore disperato avea rimessa la rassegnazione della vita e la coscienza del dovere. Mi ricordai di quella notte più lontana ancora quando la Pisana era salita a trovarmi e per la prima volta avea sfidato per me le sgridate e le busse della Contessa. Oh quella ciocca di capelli, io l’aveva sempre con me! Avea preveduto in essa quasi il compendio simbolico dell’amor mio; né le previsioni  m’avevano  ingannato.  La  voluttà  mista  di  pianto,  l’avvilimento avvicendato alla beatitudine, e la servitù alla padronanza, le contraddizioni e gli estremi non avevano mancato alla promessa: s’erano avvolti confusamen-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
ma poi avrei dovuto trovare il modo di ritornare al mio studiolo nel quale non si guadagnavano dei denari, ma nemmeno se ne perdevano. Feci però allora una curiosa esperienza su me stesso. Io non fui capace di abbandonare quella mia attività per quanto lo avessi deciso. Ne fui stupito! Per intendere bene le cose, occorre lavorare di immagini. Ricordai allora che una volta in Inghilterra la condanna ai lavori forzati veniva applicata appendendo il condannato al disopra di una ruota azionata a forza d’acqua, obbligando così la vittima a muovere in un certo ritmo le gambe che altrimenti gli sarebbero state sfracellate. Quando si lavora si ha sempre il senso di una costrizione di quel genere. E’ vero che quando non si lavora la posizione è la stessa e credo giusto di asserire che io e l’Olivi fummo sempre ugualmente appesi; soltanto che io lo fui in modo da non dover movere le gambe. La nostra posizione dava bensì un risultato differente, ma ora so con certezza ch’esso non legittimava né un biasimo né una lode. Insomma dipende dal caso se si viene attaccati ad una ruota mobile o ad una immobile. Staccarsene è sempre difficile. Per varii giorni, dopo chiuso il bilancio, continuai ad andare all’ufficio pur avendo deciso di non andarci affatto. Uscivo di casa incerto; incerto prendevo una direzione ch’era quasi sempre quella dell’ufficio e, come procedevo, tale direzione si precisava finché non mi trovavo seduto sulla solita sedia in faccia a Guido. Per fortuna a un dato momento fui pregato di non lasciare il mio posto ed io subito vi accondiscesi visto che nel frattempo m’ero accorto d’esservi inchiodato. Per il quindici di Gennaio il mio bilancio era chiuso. Un vero disastro! Chiudevamo con la perdita di metà del capitale. Guido non avrebbe voluto farlo vedere al giovine Olivi temendone qualche indiscrezione, ma io insistetti nella speranza che costui, con la sua grande pratica, vi avesse trovato qualche errore tale da mutare tutta la posizione. Poteva esserci qualche importo spostato dal dare, ove apparteneva, all’avere, e con una rettifica si sarebbe arrivati ad una differenza importante. Sorridendo, l’Olivi promise a Guido la massima discrezione e lavorò poi con me per una giornata intera. Disgraziatamente non trovò alcun errore. Devo dire che io da quella revisione fatta in due, appresi molto e che oramai saprei affrontare e chiudere dei bilanci anche più importanti di quello. – E che cosa farete ora? – domandò l’occhialuto giovinotto prima di andarsene. Io sapevo già quello ch’egli avrebbe suggerito. Mio padre, che
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Zagarolo, piuttosto male. Con tutto ciò, vedendo io questa signora essere assai bella e dignitosa di personale, ed intendere benissimo quel che diceva, argomentai che con un po’ di buona scuola si sarebbe potuta assaissimo migliorare. E così d’una in altra idea fantasticando, mi entrò in capo di voler provare con quegli attori una delle troppe mie. Voleva convincermi da me stesso, se potrebbe riuscire quella maniera che io avea preferita a tutt’altre; la nuda semplicità dell’azione; i pochissimi personaggi; ed il verso rotto per lo più su diverse sedi, ed impossibile quasi a cantilenarsi. A quest’effetto prescelsi l’Antigone, riputandola io l’una delle meno calde tra le mie, e divisando fra me e me, che se questa venisse a riuscire, tanto più il farebbero l’altre in cui si sviluppan affetti tanto più vari e feroci. La proposta di provar quest’Antigone fu accettata con piacere dalla nobile compagnia; e fra quei loro attori non si trovando allora alcun altro che si sentisse capace di recitare in tragedia una parte capitale oltre il duca di Ceri, fratello della predetta duchessa di Zagarolo, mi trovai costretto di assumermi io la parte di Creonte, dando al duca di Ceri quella di Emone; e alla di lui consorte, quella di Argia: la parte principalissima dell’Antigone spettando di dritto alla maestosa duchessa di Zagarolo. Così distribuite le quattro parti, si andò in scena; né altro aggiungerò circa all’esito di quelle rappresentazioni, avendo avuto occasione di parlarne assai lungamente in altri miei scritti. Insuperbito non poco dal prospero successo della recita, verso il principio del seguente anno 1783 mi indussi a tentare per la prima volta la terribile prova dello stampare. E per quanto già mi paresse scabrosissimo questo passo, ben altrimenti poi lo conobbi esser tale, quando imparai per esperienza cosa si fossero le letterarie inimicizie e raggiri; e gli asti librarii, e le decisioni giornalistiche, e le chiacchiere gazzettarie, e tutto in somma il tristo corredo che non mai si scompagna da chi va sotto i tocchi; e tutte queste cose mi erano fin allora state interamente ignote; ed a segno, ch’io neppur sapeva che si facessero giornali letterari, con estratti e giudizi critici delle nuove opere, sì era rozzo, e novizio, e veramente purissimo di coscienza nell’arte scrivana. Decisa  dunque  la  stampa,  e  visto  che  in  Roma  le  stitichezze  della revisione eran troppe, scrissi all’amico in Siena, di volersi egli addossar quella briga. Al che ardentissimamente egli in capite, con altri miei conoscenti ed amici, siprestò di vegliarvi da sé, e fare con diligenza e sollecitudine progredire la stampa. Non volli avventurare a bella prima che sole quattro trage-
Vita di Vittorio Alfieri
non ricevettero da me né la decima parte delle emendazioni ch’avrei dovuto farvi.  Il  che  fu  poi  in  gran  parte  cagione,  che  due  anni  dopo,  finito  di stamparle tutte, ricominciai da capo a ristampar quelle prime tre; a solo fine di soddisfare all’arte e a me stesso; e forse a me solo; che pochissimi al certo vorranno o sapranno badare alle mutazioni fattevi quanto allo stile; le quali, ciascuna per sé sono inezie; tutte insieme, son molte e importanti, se non per ora, col tempo. Capitolo decimottavo Soggiorno di tre e più anni in Parigi. Stampa di tutte le tragedie. Stampa nel tempo stesso di molte altre opere in Kehl. Appena  io  cominciava  alquanto  a  riavermi,  che  l’amico  (anch’egli molto prima guarito della slogatura del pugno), avendo delle occupazioni letterarie in Torino, dove era segretario dell’Accademia delle Scienze, volle far una scorsa a Strasborgo prima di ripartir per l’Italia. Io, benché ancora infermiccio, per goder più lungamente di lui ce lo volli accompagnare. Ed anche la signora ci venne, e fu nell’ottobre. Si andò fra l’altre cose a vedere la  famosa  tipografia  stabilita  in  Kehl  grandiosamente  dal  signor  di Beaumarchais, coi caratteri di Baskerville comprati da esso, e destinato il tutto alle molte e varie edizioni di tutte l’opere di Voltaire. La bellezza di quei caratteri, la diligenza degli artefici, e l’opportunità che mi somministrava l’essere io molto conoscente del suddetto Beaumarchais dimorante in Parigi, m’invogliarono di prevalermene per colà stampare tutte l’altre mie opere che tragedie non erano; ed alle quali avrebbero potuto essere d’intoppo le solite stitichezze censorie, le quali esistevano allora anche in Francia, e non picciole. Sempre ha ripugnato moltissimo all’indole mia di dover subire revisione per poi stampare. Non già ch’io creda, né voglia, che s’abbia a stampare ogni cosa; ma per me ho adottata nell’intero la legge d’Inghilterra, ed a quella mi attengo; né fo mai nessuno scritto, che non potesse liberissimamente e senza biasimo nessuno dell’autore essere stampato nella beata  e  veramente  sola  libera  Inghilterra.  Opinioni,  quante  se  ne  vuole; individui offesi, nessuni; costumi, rispettati sempre. Queste sono state, e saran sempre le sole mie leggi; né altre se ne può ragionevolmente ammettere, né rispettare. Ottenuta  io  dunque  direttamente  dal  Beaumarchais  di  Parigi  la permissione di prevalermi in Kehl della di lui ammirabile stamperia, con
Vita di Vittorio Alfieri