requisito

[re-qui-ʃì-to]
In sintesi
la competenza, la qualità o i titoli richiesti per una determinata attività
s.m.

Dote, qualità, condizione necessaria o richiesta per un determinato fine: il primo r. di un insegnante è la pazienza; non ha i requisiti richiesti per partecipare al concorso

Citazioni
a Cesena nella Compagnia di San Giovanni. Sono in Bologna molte altre cose sue, smarrite in più persone, per essersi egli dilettato far cose di cera di stucco e di terra, più che di marmo. Atteso che Alfonso, uscito fuora d’una certa sua età, sendo assai bello di persona e d’aspetto gioviale, esercitò l’arte più per delicatezza che per iscarpellar sassi. E soleva sì adornare la persona sua d’ornamenti d’oro e d’altre frascherie, che più tosto aveva, animo inchinato alla corte, ch’alle fatiche della scultura. Con ciò sia che, invaghito di se medesimo, usò termini poco convenienti a virtuoso et artefice, sì come a certe nozze che faceva un conte una sera trovandosi Alfonso, et avendo fatto all’amore con una grandissima gentil donna, fu per aventura da lei levato al ballo della torcia; per il che aggirandosi egli e vinto da smania d’amore, guardò con occhi pieni di dolcezza verso la sua donna sospirando, e disse in voce tutto tremante: “S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?” Laonde volendoli quella donna, che accortissima era, mostrar l’error suo, gli rispose: “È sarà qualche pidocchio”. Onde di questo motto s’empié tutta Bologna, et egli sempre ne rimase scornato. E veramente se Alfonso alle fatiche dell’arte e non alle vanità del mondo avesse dato opera, averebbe senza dubbio fatto cose di infinita maraviglia. Perché se ciò faceva non esercitando, molto meglio fatte l’avrebbe s’essercitato si fosse. Venne in questo tempo l’Imperator Carlo V a Bologna, perché Tiziano da Cador, pittore eccellentissimo, venne a ritrarre Sua Maestà; onde ebbe Alfonso anch’egli via d’entrare per mezzo di Tiziano, e di rilievo cominciò un ritratto quanto il vivo di quegli stucchi. E tanto con grazia espresse la effigie di quello, che oltre il nome che in quella cosa acquistò, de’ mille scudi che l’imperatore donò a Tiziano, esso n’ebbe in sua parte cinquecento. La quale riputazione et opera lo fece molto grato al Cardinale Ippolito de’ Medici, il quale con ogni instanza lo condusse a Roma; e quivi dimorando ebbe tutti i favori che e’ volse da quel signore, il quale aveva allora in casa sua infinità di pittori e scultori e d’altri virtuosi. Laonde egli in grandissima aspettazione era tenuto. Fece di marmo e ritrasse da una testa antica Vitellio Imperatore, e la condusse perfettamente. La qualcosa gli confermò il nome e gli accrebbe grado con quel signore et insieme con tutta Roma. Fece ancora una testa di marmo bellissima, nella quale di naturale ritrasse Papa Clemente VII, e grandissimi doni per quella ricevette, et ancora un Giuliano de’ Medici, padre del cardinale, che non fu finita. Le quali furono vendute a Roma e da me comperate a requisizione del Magnifico Ottaviano de’ Medici con 150 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
ferrovia, tutto bianco di zolfo, e cogli occhi come uno che ha bevuto, e in due salti ci fu addosso; afferrò il coltello, dal banco dei fichidindia, prima di dire Gesù e Maria... – Accusato, avete qualche cosa da rispondere alla deposizione del testimonio? – Nulla, signor presidente. Questa è la verità. Allora sorse il pubblico accusatore, togato e solenne, a malgrado della nota mondana dell’alto goletto inglese che gli usciva dal nero della toga; e fulminò il reo colla sua implacabile requisitoria, facendo inorridire i giurati col quadro del vizio abbietto che vive nel fango dei bassi strati sociali per dar l’orrido fiore del delitto senza neppure la febbre della giovinezza, della passione o dell’onore, senza nemmeno la scusa della tentazione o della gelosia. – Il vizio che vive del disonore ed osa ribellarvisi col delitto. – E stendeva verso quel grigio capo avvilito l’indice minaccioso, dall’unghia rosea e lucente. Le signore, che dovevano alla sua galanteria i posti riservati dell’aula, rianimavano la loro indignazione col profumo della boccetta di sale inglese, soffocate dall’afa; e i larghi ventagli si agitavano vivamente a scacciare il lezzo immondo della colpa, come farfalle gigantesche. Poscia il magistrato si assise tranquillamente, ringraziando con un impercettibile sorriso, all’applauso discreto di quei ventagli che s’inchinavano, ponendosi sul viso il fazzoletto di batista. Solo l’imputato non aveva caldo, seduto sulla sua panchetta, col dorso curvo, il viso color di terra rivolto verso tutte quelle infamie che gli rinfacciavano. A sua volta prese a parlare l’avvocato. Era un giovane di belle speranze, delegato d’ufficio dal presidente a quella difesa senza compenso. Egli sfoderò tutte le sue brillanti qualità oratorie pel solo onore. Esaminò lo stato psicologico e morale degli attori del lugubre dramma; sciorinò le teorie più nove sul grado di responsabilità umana; argomentò sottilmente intorno alle circostanze di fatto, per farne risultare tutto ciò che occorreva a dimostrare la provocazione grave e l’ingiuria. Qui veniva a taglio una pittura commoventissima di quella morbosa gelosia senile, che doveva avere tutti gli strazi e le collere furibonde dell’umiliazione e dell’abbandono. Sì, egli lo sapeva, non erano le coscienze di uomini onesti, vissuti nel culto della famiglia, resi più sensibili dagli agi, che avrebbero potuto scendere negli abissi di quei cuori tenebrosi e di quelle infime esistenze per scoprire il movente di certe delittuose follìe. Forse soltanto il sentimento più delicato e immaginoso di quel-
Vagabondaggio di Giovanni Verga
Gherardo di Partistagno gli stava dinanzi colla fronte curva sul petto e la persona tremolante, quasi ascoltasse una sentenza di morte. La voce del Messer Grande si faceva sempre più minacciosa nel vedere quell’attitudine di sgomento; e da ultimo quando lesse le sottoscrizioni pareva che tutto il terrore di cui si circondava il Consiglio Inquisitoriale spirasse dalle sue narici. Rispose il Partistagno con voce malsicura che avrebbe incontanente obbedito, e volse ad un servo la mano con cui s’era appoggiato ad una tavola, quasi comandasse il cavallo o la lettiga. Il Messer Grande superbo di aver fulminato secondo il suo solito quell’altero feudatario volse le calcagna, per uscire a capo ritto dalla sala. Ma non avea mosso un passo che sette od otto buli fatti venire il giorno prima da un castello che il Partistagno possedeva nell’Illirico, gli si avventarono addosso: e batti di qua e pesta di là gliene consegnarono tante che il povero Messer Grande non ebbe in breve neppur voce per gridare. Il Partistagno aizzava quei manigoldi dicendo di tratto in tratto: «Sì, da senno; son pronto ad obbedire! Dagliene, Natale! Giù, giù su quel  muso  di  cartapecora!  Venir  qui  nel  mio  castello  a  portarmi  cotali imbasciate!... Furbo per diana!... Uh come sei conciato!... Bravi, figliuoli miei! Ora, basta, ora: che gli avanzi fiato da tornare a Venezia a recar mie novelle a quei buoni signori!» «Ohimè! tradimento! pietà! son morto!» gemeva il Messer Grande dimenandosi sul pavimento e cercando rifarsi ritto della persona. «No, non sei morto, ninino» gli veniva dicendo il Partistagno. «Vedi?... Ti reggi anche discretamente in piedi, e con qualche rattoppatura nella tua bella vestaglia rossa non ci parrà più un segno del brutto accidente. Or va’» e così dicendo lo conduceva fuor della porta. «Va’ e significa a’ tuoi padroni che il capo dei Partistagno non riceve ordini da nessuno, e che se essi hanno invitato me, io invito loro a venirmi a trovare nel mio castello di Caporetto sopra Gorizia, ove riceveranno tripla dose di quella droga che hai ricevuto tu.» Con queste parole egli lo aveva condotto saltellone fin sulla soglia del castello, ove gli diede uno spintone che lo mandò a ruzzolare fuori dieci passi sul terreno con gran risa degli spettatori. E poi mentre il Messer Grande palpandosi le ossa e il naso scendeva verso Udine in una barella requisita per istrada, egli co’ suoi buli spiccò un buon volo per Caporetto donde non si fece più vedere sulle terre della Serenissima. I vecchi contavano che de’ suoi due compagni imbucati nelle segrete non si avea più udito parlare.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Come sapete, furono tolte le antiche giurisdizioni gentilizie; e Venchieredo e Fratta non sono più altro che villaggi, soggetti anch’essi, come Teglio e Bagnara, alla Pretura di Portogruaro. Così si chiama un nuovo magistrato stabilito ad amministrar la giustizia; ma per quanto sia utile e corrispondente ai tempi una tal innovazione, i contadini non ci credono. Io sono troppo ignorante per avvisarne le cause; ma essi forse non si aspettano nulla di bene da coloro che colla guerra hanno fatto finora tanto male. Quello che è certo si è che coloro che in questo frattempo si sono ingrassati furono i tristi; i dabbene rimasero soverchiati, e impoveriti per non aver coraggio di fare il loro pro’ delle sciagure pubbliche. I cattivi conoscono i buoni; sanno di potersene fidare e li pelano a man salva. Nei contratti con cui sottoscrivono alla propria rovina essi non si provvedono né appigli a future liti né scappatoie; danno nella rete ingenuamente, e sono infilzati senza misericordia. Alcuni fattori delle grandi famiglie, gli usurai, gli accaparratori di grano, i fornitori dei comuni per le requisizioni soldatesche, ecco la genia che sorse nell’abbattimento di tutti. Costoro, villani o servitori pur ieri, hanno più boria dei loro padroni d’una volta, e dal freno dell’educazione o dei costumi cavallereschi non sono neppur costretti a dare alla propria tristizia l’apparenza dell’onestà. Hanno perduto ogni scienza del bene e del male; vogliono essere rispettati, ubbiditi, serviti perché sono ricchi. Carlino! La rivoluzione per ora ci fa più male che bene. Ho gran paura che avremo di qui a qualche anno superbamente insediata un’aristocrazia del denaro, che farà desiderare quella della nascita. Ma ho detto per ora, e non mi ritratto; giacché se gli uomini hanno riconosciuto la vanità di diritto appoggiati unicamente ai meriti dei bisnonni e dei trisarcavali, più presto conosceranno la mostruosità d’una potenza che non si appoggia ad alcun merito né presente né passato, ma solamente al diritto del danaro che è tutt’uno con quello della forza. Che chi ha danaro se lo tenga e lo spenda e ne usi; va bene; ma che con esso si comperi quell’autorità che è dovuta solamente al sapere e alla virtù, questa non la potrò mai digerire. È un difettaccio barbaro ed immorale del quale deve purgarsi ad ogni costo l’umana natura. Oh se vedessi ora il castello di Fratta!... Le muraglie sono ancora ritte; la torre s’innalza ancora tra il fogliame dei pioppi e dei salici che circondano le fosse; ma nel resto qual desolazione! Non più gente che va e viene e cani che abbaiano e cavalli che nitriscono, e il vecchio Germano che lustra gli schioppi sul ponte, o il signor Cancelliere che esce col Conte, o i villani che
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo