renitente

[re-ni-tèn-te]
pl. -ti
In sintesi
chi oppone resistenza; chi non si presenta sotto le armi
← dal lat. renitĕnte(m), part. pres. di renīti ‘contrastare, resistere’.

A
agg.

1
Che resiste, che oppone resistenza, spec. ai voleri di un altro o nei confronti di ciò che deve essere fatto; riluttante: mostrarsi r. a un'esortazione, a un comando || DIR Testimone renitente, che non si presenta alla chiamata del giudice SIN. refrattario
2
ant. Di contribuente in ritardo nei pagamenti SIN. restio

B
s.m. e f.

Chi è renitente || DIR Renitente alla leva, chi non si presenta per prestare servizio come militare di leva

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  seconda � e renitente a tanta virtù: cosa che a me pare che abbia molto del difficile, né saprei intender come la  Terra,  corpo  pensile  e  librato  sopra  ‘l  suo  centro, indifferente al moto ed alla quiete, posto e circondato da un ambiente liquido, non dovesse cedere ella ancora ed esser portata in volta. Ma tali intoppi non troviamo noi nel far muover la Terra, corpo minimo ed insensibile in comparazione dell’universo, e perciò inabile al fargli violenza alcuna.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Eccomi per darvi quella sodisfazione che dalle mie forze mi sarà conceduta; e benché nel mio primo parlare vi sia per parer ch’io vadia ricercando cose aliene dal proposito nostro, tuttavia credo che nel progresso del ragionamento troverremo che pur non saranno tali. Però dicami il signor Sagredo in quali cose egli ha osservato consister la resistenza di alcun mobile all’esser mosso. Io per adesso non veggo esser nel mobile resistenza interna all’esser mosso se non la sua naturale inclinazione e propensione al moto contrario, come ne’ corpi gravi, che hanno propensione al moto in giù, la resistenza è al moto in su: ed ho detto resistenza interna, perché di questa credo che voi intendiate, e non dell’esterne, che sono accidentali e molte. Così ho voluto dire, e la vostra perspicacità ha prevalso al mio avvedimento. Ma s’io sono stato scarso nell’interrogare, dubito che il signor Sagredo non abbia, con la risposta, adequata a pieno la domanda, e che nel mobile, oltre alla naturale inclinazione al termine contrario, sia un’altra pure intrinseca e naturale qualità che lo faccia renitente al moto. Però ditemi di nuovo: non credete voi che l’inclinazione, verbigrazia, de i gravi di muoversi in giù sia eguale alla resistenza de i medesimi all’essere spinti in su? Credo che ella sia tale per l’appunto; e per questo veggo nella bilancia due pesi eguali restar fermi nell’equilibrio, resistendo la gravità dell’uno all’esser alzato alla gravità con la quale l’altro, premendo in giù, alzar lo vorrebbe.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
ficienza risposto, voglio ad ogni modo aggiugner non so che, che allora avevo  in  mente.  Egli  pone  per  cosa  molto  inverisimile  che  un  corpo dissipabile e corruttibile, qual è la  Terra, possa perpetuamente muoversi d’un movimento regolare, massime vedendo noi gli animali finalmente stancarsi ed aver necessità di riposo; e gli accresce l’inverisimile il dover essere tal moto di velocità incomparabile e immensa, rispetto a quella de gli animali. Ora io non so intendere perché la velocità della Terra l’abbia di presente a perturbare, mentre quella della sfera stellata, tanto e tanto maggiore, non gli arreca disturbo più considerabile che se gli arrechi la velocità d’una macine, la quale in 24 ore dia una sola revoluzione. Se per esser la velocità della conversion della Terra su ‘l modello di quella della macine non si tira in conseguenza cose di maggior efficacia di quella, cessi l’autore di temer lo stancarsi della Terra, perché né anco qualsivoglia ben fiacco e pigro animale, dico né anco un camaleonte, si straccherebbe col muoversi non più di cinque o sei braccia in 24 ore; ma se e’ vuol considerar la velocità non più su ‘l modello della macine, ma assolutamente, ed in quanto in 24 ore il mobile ha da passare uno spazio grandissimo, molto più si dovrebbe mostrar renitente a concederla alla sfera stellata, la quale con velocità incomparabilmente maggiore di quella della Terra deve condur seco migliaia di corpi, ciaschedun grandemente maggiore del globo terrestre. Resterebbe ora che noi vedessimo le prove per le quali l’autore conclude, le stelle nuove  del  72  e  del 604  essere  state  sublunari,  e  non  celesti,  come comunemente si persuasero gli astronomi di quei tempi, impresa veramente grande; ma ho pensato, per essermi tale scrittura nuova, e lunga per i tanti calcoli, che sarà più espediente che io tra stasera e domattina ne vegga quel più ch’io potrò, e domani poi, tornando a i soliti ragionamenti, vi referisca quello che avrò ritratto: e se ci avanzerà tempo, verremo a discorrere del movimento annuo attribuito alla Terra. Intanto, se voi avete da dire alcuna cosa, ed in particolare il signor Simplicio, intorno alle cose attenenti al moto diurno, assai lungamente da me esaminato, ci avanza ancora un poco di tempo da poter discorrere.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � nelle stelle fisse, che non credo che voi foste renitente a porle più lontane il doppio di Saturno? In Marte, che per avvicinarsi a noi... Simplicio Vossignoria non si affatichi più in questo particolare, ché già resto capace, poter benissimo accadere quanto si è detto circa la non alterata apparente grandezza delle stelle fisse; ma che diremo dell’altra difficultà, che nasce da non si scorger variazione alcuna nella mutazion di aspetto? Diremo cosa per avventura da potervi quietare anco in questa parte. E per venire alle brevi, non sareste voi sodisfatto quando realmente si scorgesser nelle stelle quelle mutazioni che vi par necessario che scorger vi si dovessero quando il movimento annuo fusse della Terra? Sarei senza dubbio, per quanto appartiene a questo particolare. Vorrei che voi diceste, che quando una tal diversità si scorgesse, niuna cosa resterebbe più che potesse render dubbia la mobilità della Terra, atteso che a  cotal  apparenza  nissun  altro  ripiego  assegnar  si  potrebbe.  Ma  quando bene anco ciò sensibilmente non apparisse, non però la mobilità si rimuove, né la immobilità necessariamente si conclude, potendo esser (come afferma  il  Copernico)  che  l’immensa  lontananza  della  sfera  stellata  renda inosservabili cotali minime apparenze; le quali, come già si è detto, può esser che sin ora non sieno state né anco ricercate, o, se pur ricercate, non ricercate  nella  maniera  che  si  deve,  cioè  con  quella  esattezza  che  a  così minute puntualità sarebbe necessaria; la quale esattezza è difficile a conseguirsi, sì per difetto de gli strumenti astronomici, suggetti a molte alterazioni, sì ancora per colpa di quelli che gli maneggiano con minor diligenza di quello che sarebbe necessario. Argomento necessariamente concludente di quanto poco sia da fidarsi di tali osservazioni, siane la diversità che noi troviamo tra gli astronomi nell’assegnare i luoghi, non dirò delle stelle nuove e delle comete, ma delle stelle fisse medesime, sino anco all’altezze polari,  nelle  quali  il  più  delle  volte  per  molti  minuti  si  trovano  tra  di  loro discordanti. E per vero dire chi vuole in un quadrante o sestante, che al più averà  il  lato  di  3  o  4  braccia  di  lunghezza,  assicurarsi  nell’incidenza  del perpendicolo  o  nel  taglio  della  diottra  di  non  si  ingannare  di  dua  o  tre minuti, che nella sua circonferenza non saranno maggiori della larghezza di un grano di miglio? oltre all’esser quasi impossibile che lo strumento sia con assoluta giustezza fabbricato e conservato. Tolomeo mostra diffidenza di un strumento armillare fabbricato dall’istesso Archimede per prender l’ingresso del Sole nell’equinoziale. Ma se gli strumenti son così sospetti e le osservazioni tanto dubbiose, come potremo  noi  già  mai  costituirci  in  sicurezza  e  liberarci  dalle  fallacie?  Io
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
potete  comprendere,  che  se  i  corpi  integranti  dell’universo  son  prodotti solo per benefizio del genere umano, questo sopra tutti gli altri deve esser destinato a i soli comodi di noi abitatori suoi: ma qual benefizio potremo ritrarre  da  materie  talmente  a  noi  recondite  e  remote,  che  già  mai  non siamo per farcele trattabili? Non può dunque l’interna sustanza di questo nostro globo essere una materia frangibile dissipabile e nulla coerente, come questa superficiale che noi chiamiamo terra; ma convien che sia corpo densissimo e solidissimo, ed in somma una durissima pietra. E se ella pur debbe esser tale, qual ragione vi ha da far più renitente al creder che ella sia una calamita, che un porfido, un diaspro o altro marmo duro? Forse quando il Gilberto avesse scritto che questo globo è interiormente fatto di pietra serena o di calcidonio, il paradosso vi sarebbe parso meno esorbitante? Simplicio Che le parti di questo globo più interne siano più compresse, e per ciò più costipate e solide, e più e più tali secondo che elle si profondan più, lo concedo, e lo concede anco Aristotile; ma che elle degenerino, e sieno altro che terra della medesima sorta che questa delle parti superficiali, non sento cosa che mi necessiti a concederlo. Io  non  ho  intrapreso  questo  ragionamento  a  fine  di  concludervi demostrativamente che la primaria e real sustanza di questo nostro globo sia calamita, ma solamente per mostrarvi, niuna ragione ritrovarsi per la quale altri deva esser più renitente a conceder che ei sia di calamita, che di qualche altra materia. E voi, se andrete ben considerando, troverete, non esser improbabile che un solo puro ed arbitrario nome abbia mossi gli uomini a creder che ei sia di terra; e questo è l’essersi serviti comunemente da principio di questo nome terra per significar tanto quella materia che si ara e si semina, quanto per nominar questo nostro globo; la denominazion del quale se si fusse presa dalla pietra, come non meno poteva prendersi da quella che dalla terra, il dir che la sustanza primaria di esso fusse pietra non arebbe sicuramente trovato renitenza o contradizione in alcuno: e questo ha tanto più del probabile, quanto io tengo per fermo, che quando si potesse scortecciar questo gran globo, levandone un suolo grosso mille o duamila braccia, e separar poi le pietre dalla terra, molto e molto maggior sarebbe il cumulo de i sassi, che quello del terreno fecondo. Delle ragioni poi che concludentemente provino, de facto, questo nostro globo esser di calamita, io non ve ne ho prodotte nessuna, né questo è tempo di produrle, e massimo  che  con  vostra  comodità  le  potrete  vedere  nel  Gilberto;  solo,  per inanimirvi a leggerlo, vi voglio esporre con certa mia similitudine il progresso che egli tiene nel suo filosofare. So che voi sapete benissimo quanto la cognizione de gli accidenti conferisca alla investigazione della sustanza ed essenza delle  cose:  però  voglio  che  usiate  diligenza  di  ben  informarvi  di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � renitente giudizio. Taccio quell’altro mirabile effetto che sensatamente si vede in tutti i pezzi di calamita: de i quali a noi, abitatori dell’emisferio boreale, il polo meridionale di essa calamita è più gagliardo dell’altro, e la differenza si scorge maggiore quanto più altri si allontana dall’equinoziale; e sotto l’equinoziale amendue le parti sono di forze eguali, ma notabilmente più deboli; ma nelle regioni meridionali, lontano dall’equinoziale, si cangia natura, e quella parte che a noi era più debile, acquista vigore sopra l’altra: e tutto questo confronta con quello che veggiamo farsi da un piccol pezzetto di  calamita  alla  presenza  di  un  grande,  la  virtù  del  quale,  prevalendo  al minore,  se  lo  rende  obbediente,  e  secondo  ch’e’  si  terrà  di  qua  o  di  là dall’equinoziale della grande, fa le mutazioni medesime che ho detto farsi da ogni calamita portata di qua o di là dall’equinozial della Terra. Sagredo Io rimasi persuaso alla prima lettura del libro del Gilberto; ed avendo incontrato un pezzo di calamita eccellentissima, feci per lungo tempo molte osservazioni, e tutte degne d’estrema meraviglia; ma sopra a tutte a me pare stupenda quella dell’accrescergli tanto la facultà del sostenere un ferro, con l’armarla nel modo che ‘l medesimo autore insegna: ed io, con armare quel mio pezzo, gli multiplicai la forza in ottupla proporzione, e dove disarmata non sosteneva appena nove once di ferro, armata ne sosteneva più di sei libbre; e forse voi arete veduto questo medesimo pezzo nella Galleria del Serenissimo  Gran  Duca  vostro  (al  quale  io  la  cedetti),  sostenente  due ancorette di ferro. Io molte volte la veddi, e con gran meraviglia, sin che altro assai maggior stupore  mi  porse  un  piccolo  pezzetto  che  si  ritrova  in  mano  del  nostro Accademico; il quale non essendo più che once sei di peso, né sostenendo disarmato altro che once dua appena, armato ne sostiene 160 sì che viene a regger 80 volte più armato che disarmato, ed a regger peso 26 volte maggiore del suo proprio: maraviglia assai maggiore di quello che aveva potuto incontrare il Gilberti, che scrive non aver potuto incontrar calamita che arrivi a sostenere il quadruplo del proprio peso. Gran campo di filosofare mi par che porga questa pietra a gl’intelletti umani: ed io l’ho ben mille volte meco medesimo specolato, come possa esser che ella porga a quel ferro, che l’arma, forza tanto superiore alla sua propria, e finalmente non trovo cosa che mi quieti; né molto costrutto cavo da quel che circa questo particolare scrive il Gilberto. Non so se l’istesso avvenga a voi. Io sommamente laudo ammiro ed invidio questo autore, per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, né da alcuno avvertita; parmi anco degno di grandissima Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi    Canti Ma certo troverai, qual si sia l’ora Che tu le penne al mio pregar dispieghi, 110 Erta la fronte, armato, E renitente al fato, La man che flagellando si colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode, 115 Non benedir, com’usa Per antica viltà l’umana gente; Ogni vana speranza onde consola Se coi fanciulli il mondo, Ogni conforto stolto 120 Gittar da me; null’altro in alcun tempo Sperar, se non te sola; Solo aspettar sereno Quel dì ch’io pieghi addormentato il volto Nel tuo virgineo seno.
Canti di Giacomo Leopardi
o che quelli per sopravenuta infermità perdesse, m’è occulto: ma so che da lei fu nominata Cotrulla. E essendo carissima dalla madre servata al debito tempo, fu sposata ad uno giovane di nobilissimi parenti disceso nel detto luogo, nel quale o egli o’ predecessori suoi, forse quivi del divino uccello in vece, il dominio servarono e da quello trassero il loro cognome ancora durante; a cui tanto piacque la giovane che, i suoi e il suo primo cognome lasciando, a sé e a’ discendenti di lui, de’ quali copiosamente gli concesse Lucina, il propio nome impuose della sua donna, non perituro in loro giammai.  Di  costui  discendendo,  nel  solennissimo  luogo  già  detto  nacque  il padre mio, e quivi, d’armata milizia onorato, visse eccellentissimo ne’ beni publici tra’ reggenti, e, de’ beni degli iddii copioso, me, a lui donata da loro, nominò Mopsa. E vedentemi nella giovinetta età mostrante già bella forma, a’ servigi dispose di Pallade; la quale me benivola ricevente nelle sante grotte del cavallo gorgoneo, tra le sapientissime Muse commise, là dove io gustai l’acque castalie, e l’altezza di Cirra tentante le stelle cercai con ferma mano; e i palidi visi, quelli luoghi colenti, sempre con riverenza seguii; e molte volte, sonando Appollo la cetera sua, lui nel mezzo delle nove Muse ascoltai. Ma, già pervenuta all’età debita a’ matrimonii, il mio padre, forse da Giunone infestato, estimò la mia forma degna d’abracciamenti; e come pio padre, — benché in ciò non seguisse pietoso l’effetto come l’avviso, in quanto la ricevente parte, ma non colei ch’era data, ne fu contenta, — egli ad uno, seguente  Vertunno con sommo studio, mi congiunse con santa legge a procrearli nipoti, me a ciò allegante per naturale debito a lui obligata. E  quelli  che  a  me,  a’  mandati  paterni  ubidiente,  non  renitente  fu  dato, ricordandolo, mi mette paura, pensando che elli di colui tenga il nome che da Gaio Julio quinto ritenne il monarcale uficio sublime, e che il mondo già fe’, ma più la propia madre, di sé con maraviglia dolere, vendicando le colpe a sua utilità contra Claudio e Britanio miseramente commesse. “Questi, a me per penitenzia etterna donato, non per marito, con la turpissima sembianza di lui non poté fare che sì i casti suoi abbracciamenti mi fossero cari, che Pallade, da me prima seguita, fosse per quelli obliata, ma più che mai mi diedi a’ suoi servigi. I quali con intenta cura seguendo, avvenne un giorno, nel tempo nel quale Febo, la caniculare stella lasciata, con  luce  più  temperata  i  raggi  suoi  moderava  sotto  le  piante  del  Leone nemeo, che io, lasciate le sollecitudini, acciò che con più aperto seno prendessi i freschi venti, sopra li marini liti presi sollazzevole via. E, ogni paura da me cacciata, soletta, con imaginevole cura ne’ passati studii la memoria Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
terraferma d’un magistrato ambulante composto di tre sindaci inquisitori; i quali toccando con mano le piaghe  degli amatissimi sudditi e delle povere contadinanze vi mettessero valido e pronto rimedio. Infatti i tre sindaci con minutissima coscienza cominciarono a passeggiare per lungo e per largo la Patria del Friuli; e primo frutto della loro peregrinazione fu un caldissimo proclama sui dazi pubblici, in calce al quale resta eccitato lo zelo de’ Nobiluomini Luogotenenti ad incalorire le riscossioni e non ommetter di tempo in tempo qual si sia esecuzione de’ mobili, affitti, entrate e stabili di ragione de’ pubblici renitenti debitori, incamerando e vendendo gli effetti e beni medesimi a vantaggio della pubblica cassa; e ciò sian tenuti a puntualmente eseguire in pena della perdita della carica ed altre, ad arbitrio della giustizia. Di qual giustizia io lo dimanderei loro assai volentieri. Però dopo aver assestato convenevolmente una tale materia con una mezza dozzina di simili proclami, gli Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Sindaci volsero la mente ad un oggetto di più caro e diretto vantaggio degli amatissimi sudditi; e pubblicarono un altro decreto che incomincia: Noi (a capo). In proposito dei vini d’Istria ed Isola (a capo ancora). Le difficoltà che si frappongono all’esito dei vini di questa fedelissima Patria eccitano l’attenzione dei Magistrati etc. etc., e c’inducono col presente a far pubblicamente sapere (a capo). Che ferme le leggi etc. resti assolutamente proibito il poter introdurre in qualsiasi loco di questa Patria e Provincia del Friuli qualunque sorta di vini provenienti da Sottovento ed Isola, se prima non averanno pagato il Dacio in mano del Custode nel luogo di Muscoli e levata la bolletta. Seguitano le pene per un buon paio di facciate. — Ai signori sindaci parve con quel decreto aver sufficientemente operato per l’immediata utilità della fedelissima Patria, laonde tornarono a partorir proclami: in proposito del Dacio Masena e Ducato per botte, in proposito dei Prestini, in proposito d’Ogli Sali e Tabacchi, in proposito dei contrabbandi; e non cessarono da questi propositi se non per emanarne un altro affatto paterno e provvidenziale a proposito dei corrotti, secondo il quale per impedire che non si ecceda in occasione dei corrotti per morte di congionti con aggravio inutile e superfluo che cagiona la rovina della famiglia e arriva a toglier il modo di supplire ai proprii doveri (intendi di pagare le imposte, etc.) si statuisce fra le altre, che non si possano portare i tabarri lunghi altrimenti detti gramaglie, in pena ai trasgressori di Ducati 600 da esser applicati un terzo al Nobiluomo Camerlengo, un terzo alla cassa della Magnifica città, ed un terzo al denunciante. Io suppongo che in seguito a questa disposizione tutti color che avevano perduto un pa-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«M’immagino  che  non  vorrete  proibire  l’ingresso  in  castello  alla contessina Clara?» riprese Lucilio sbuffando ed additando la giovinetta, che egli proteggeva tenendosela stretta a braccio. Clara fece un moto come per trattenerlo dall’infuriar troppo; ma egli non le badò piucché tanto, e seguitò a minacciare e a voler proceder oltre. I due buli tornarono allora ad afferrarlo per le braccia, avvertendolo che l’ordine era preciso e che contro i renitenti avevano facoltà di adoperare la forza. «E questa facoltà di adoperare la forza io la ho sempre, e ne uso largamente contro i soperchiatori!» soggiunse con maggior calore Lucilio sciogliendosi con una scrollata dal pugno dei due sgherani. Ma in quella un altro moto di Clara lo avvisò del pericolo e della inopportunità di tali atti di violenza. Laonde si rimise in calma e domandò a quei due chi fossero e con qual autorità vietassero di entrare in castello alla figlia del giurisdicente. Gli scherani risposero che erano delle Cernide di Venchieredo, ma che l’inseguimento dei contrabbandieri li autorizzava ad agire anche fuori della loro giurisdizione; che i bandi dei signori Sindaci parlavano chiaro, e che del resto tale era l’ordine del loro Capo di Cento e che erano là non per altro che per farlo rispettare. Lucilio voleva resistere ancora, ma la Clara lo pregò sommessamente di cessare; ed egli s’accontentò di tornar indietro con lei minacciando i due sgherani e il loro padrone di tutte le ire del Luogotenente e della Serenissima Signoria, che egli ben sapeva quanto poco valessero. «Tacete! già sarebbe inutile» gli veniva bisbigliando all’orecchio la Clara traendolo lunge da quei due sgherri. «Mi dispiace che è notte fatta e a casa saranno inquieti per me; ma con un piccolo giro potremo entrare benissimo dalla parte delle scuderie.» In fatti si sviarono per la campagna cercando il sentiero che menava alla pustierla: ma non avean camminato cento passi che trovarono l’intoppo di due altre guardie. «È un vero agguato!» sclamò indispettito Lucilio. «Che una nobile donzella debba serenare tutta notte pel capriccio di alcuni mascalzoni!» «Badi alle parole, Illustrissimo!» gridò uno dei due dando per terra un furioso colpo col calcio del moschetto. Il giovine tremava di rabbia palpeggiando coll’una mano in fondo alla tasca la sua fida pistola; ma nell’altra sentiva il braccio di Clara che tremava di spavento ed ebbe il coraggio di trattenersi.
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo