reiterare

[rei-te-rà-re]
reìtero
In sintesi
ripetere, dire o fare più volte una stessa cosa
← dal lat. tardo reiterāre, comp. di re-, che indica appunto ripetizione, e iterāre ‘rinnovare, ripetere’.
v.tr.

lett. Rifare, ripetere, rinnovare: r. gli sforzi SIN. replicare

Citazioni
sé né i circonvicini. Imperocché tal moto, primieramente, è finito e terminato, anzi non pur finito e terminato, ma non è punto alcuno nella circonferenza, che non sia primo ed ultimo termine della circolazione; e continuandosi nella circonferenza assegnatagli, lascia tutto il resto, dentro e fuori di quella, libero per i bisogni d’altri, senz’impedirgli o disordinargli già mai. Questo, essendo un movimento che fa che il mobile sempre si parte e sempre arriva al termine, può, primieramente, esso solo essere uniforme: imperocché l’accelerazione del moto si fa nel mobile quando e’ va verso il termine dove egli ha inclinazione, ed il ritardamento accade per la repugnanza ch’egli ha di partirsi ed allontanarsi dal medesimo termine; e perché nel moto circolare il mobile sempre si parte da termine naturale, e sempre si muove verso il medesimo, adunque in lui la repugnanza e l’inclinazione son sempre di eguali forze; dalla quale egualità ne risulta una non ritardata né accelerata velocità, cioè l’uniformità del moto. Da questa uniformità e dall’esser terminato ne può seguire la continuazion perpetua, col reiterar sempre  le  circolazioni,  la  quale  in  una  linea  interminata  ed  in  un  moto continuamente ritardato o accelerato non si può naturalmente ritrovare: e dico naturalmente, perché il moto retto che si ritarda, è il violento, che non può esser perpetuo, e l’accelerato arriva necessariamente al termine, se vi è; e se non vi è, non vi può né anco esser moto, perché la natura non muove dove è impossibile ad arrivare. Concludo per tanto, il solo movimento circolare poter naturalmente convenire a i corpi naturali integranti l’universo e  costituiti  nell’ottima  disposizione;  ed  il  retto,  al  più  che  si  possa  dire, essere assegnato dalla natura a i suoi corpi e parti di essi, qualunque volta si  ritrovassero  fuori  de’  luoghi  loro,  costituite  in  prava  disposizione,  e però bisognose di ridursi per la più breve allo stato naturale. Di qui mi par che assai ragionevolmente si possa concludere, che per mantenimento dell’ordine perfetto tra le parti del mondo bisogni dire che le mobili sieno mobili solo circolarmente, e se alcune ve ne sono che circolarmente non si muovano, queste di necessità sieno immobili, non essendo altro, salvo che la quiete e ‘l moto circolare, atto alla conservazione dell’ordine. Ed io non poco mi maraviglio che Aristotile, il quale pure stimò che ‘l globo  terrestre  fusse  collocato  nel  centro  del  mondo  e  che  quivi immobilmente si rimanesse, non dicesse che de’ corpi naturali altri erano mobili per natura ed altri immobili, e massime avendo già definito, la natura esser principio di moto e di quiete.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Da quello che sin qui v’ho mostrato, potete comprendere quanto questa prima maniera d’investigar la distanza della stella e provarla sublunare, introdotta dall’autore, sia disfavorevole per la causa sua, e quanto più probabilmente e chiaramente si raccolga, la lontananza di quella esser stata tra le più remote stelle fisse. Simplicio Sino a questa parte mi par che assai manifestamente sia scoperta la poca efficacia delle dimostrazioni dell’autore; ma io veggo che tutto questo vien compreso in non molte carte del libro, e potrebb’esser che altre sue ragioni fusser più concludenti che non son queste prime. Anzi non posson esser se non men valide, se vogliamo che le passate ci siano esempio  per  le  rimanenti;  attesoché  (sì  come  è  manifesto)  l’incertezza  e poca concludenza di quelle chiaramente si comprende derivar da gli errori commessi nelle osservazioni strumentali, dalle quali si è creduto le altezze polari e della stella essere state prese giustamente, essendo in effetto errate facilmente tutte; e pur per trovar l’altezze del polo hanno avuto gli astronomi secoli di tempo da impiegarvisi a lor agio, e le altezze meridiane della stella sono le più agevoli da osservarsi, come quelle che sono terminatissime e concedono qualche spazio all’osservatore di poterle continuare, come quelle che non si mutano sensibilmente in tempo brevissimo, come fanno le remote dal meridiano: e se questo è, sì come è, verissimo, qual fede vorrem noi prestare a calcoli fondati sopra osservazioni più in numero, più difficili a farsi, più momentanee nel variarsi, con la giunta appresso di strumenti più incomodi e più fallaci? Per una semplice occhiata che ho data alle dimostrazioni seguenti, i computi son fatti sopra altezze della stella prese in diversi cerchi verticali, che chiamano con voce arabica azimutti: nelle quali osservazioni si adoprano strumenti mobili non solo ne i cerchi verticali, ma nell’orizonte ancora nel medesimo tempo; in modo che convien, nell’istesso momento che si prende l’altezza, aver nell’orizonte osservata la distanza del verticale, nel qual è la stella, dal meridiano; in oltre dopo notabile intervallo di tempo convien reiterar l’operazione, e tener minuto conto del tempo decorso, fidandosi o d’oriuoli o d’altre osservazioni di stelle: una tal matassa di osservazioni va poi conferendo con un’altra simile, fatta da un altro osservatore, in un altro paese, con diverso strumento ed in diverso tempo; e da questa cerca l’autore di ritrar quali sarebbono state l’altezze della stella e le latitudini orizontali accadute nel tempo ed ora dell’altre prime osservazioni, e sopra un tale aggiustamento fabbrica in ultimo il suo calcolo. Lascio ora giudicar a voi quanto sia da prestar fede a ciò che da simili indagini si ritrae. Oltre che io non dubito punto che quando altri si volesse martirizare sopra tali lunghissimi computi, si troverebbe, sì come ne i passati, esser più
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � per  indice  dove  si  debba  ricostituir  l’occhio  qualunque  volta  si  voglia reiterar l’osservazione: la prima delle quali osservazioni farò intorno al solstizio estivo, per continuar poi di mese in mese o quando più mi piacerà,  sino  all’altro  solstizio;  con  la  quale  osservazione  si  potrà  scoprir l’alzamento ed abbassamento della stella, per piccolo che egli sia. E se in tal operazione succederà il poter comprender mutazione alcuna, quale e quanto acquisto si farà in astronomia? poiché con tal mezo, oltre all’assicurarci del moto annuo, potremo venire in cognizione della grandezza e lontananza della medesima stella. Sagredo Io comprendo benissimo tutto il progresso, e parmi l’operazione tanto facile e accomodata al bisogno, che molto ragionevolmente si potrebbe credere che dall’istesso Copernico o da altro astronomo fusse stata messa in atto. A me par tutto l’opposito, perché non ha del verisimile che, se alcuno l’avesse sperimentata, non avesse fatto menzione dell’esito, se succedeva in favore di questa o di quella opinione; oltre che né per questo né per altro fine si trova che alcuno si sia valso di tal modo di osservare, il quale anco, senza telescopio esatto, malamente si potrebbe effettuare. Resto interamente quieto di quanto dite. Ma già che ci avanza gran tempo a notte, se voi desiderate ch’io possa trapassarla con quiete, non vi sia grave esplicarci quei problemi, la dichiarazione de i quali poco fa domandaste di poter  differire  a  dimane;  rendeteci  in  grazia  il  già  conceduto  indulto,  e lasciati tutti gli altri ragionamenti da banda, venite dichiarandoci come, posti i movimenti che il Copernico attribuisce alla Terra, e ritenendo immobile il Sole e le stelle fisse, ne possano seguire quei medesimi accidenti circa gli alzamenti ed abbassamenti del Sole, circa le mutazioni delle stagioni e le disequalità de i giorni e delle notti etc., nel medesimo modo appunto che nel sistema Tolemaico assai facilmente si apprendono. Non si deve né si può negare cosa che sia ricercata dal signor Sagredo: e la proroga da me domandata non era ad altro effetto, che per aver tempo di riordinarmi  nella  fantasia  quelle  premesse  che  servono  per  una  larga  ed aperta dichiarazione del modo col quale i nominati accidenti seguono tanto nella posizione copernicana quanto nella tolemaica, anzi con assai maggiore agevolezza e semplicità in quella che in questa; onde manifestamente si comprenda, quella ipotesi altrettanto esser facile ad effettuarsi dalla natura, quanto difficile ad esser compresa dall’intelletto. Tuttavia spero, con servirmi d’altra spiegatura che dell’usata dal Copernico, rendere anco la sua apprensione assai meno oscura; per lo che fare proporrò alcune supposizioni per sé note e manifeste, e saranno le seguenti
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
suoi pastori; e le chiare rive vi mandano le sue ninfe, e le prossime selve li fauni e le driade; e qualunque campo tiene satiri manda quivi, e le naiade ancora liete vi vengono; e  Vertunno vi manda i suoi popoli ornatissimi, come  Priapo  i  suoi;  e  quivi  mostrano  alcuni  come  Pallade  e  altri  come Minerva e chi quanto Giunone e quali quanto Diana siano state lor graziose. A questo tempio Ameto, lasciato il villesco abito e di più ornato vestitosi, corre; e similemente ornatissima vi vien Lia; e co’ vicini raguardamenti nutricano le loro fiamme. Ma, poi che pórti furono da tutti i suoi incensi e’ prieghi e gli animi furono pasciuti, tacque il tumultuoso tempio. E già del giorno venuta la calda parte, tutti, quello abandonando, cercano le fresche ombre; e quivi, presi i cibi, a varii diletti si dona ciascuno, e, in diverse parti raccolti, diversi modi truovano di festeggiare. Alcuni col suono delle sue sampogne, sì come già Marsia fece, ad Apollo s’oppongono, altri con le sue cetere credono Orfeo avanzare; e tali sono che si vantano, tra gli urtanti animali, essere in giudicio simili ad Alexandro; e quali i sagrificii di Bacco e di Cerere trattano diversamente con nuove quistioni; e i più, alle fila di Minerva rivolti, s’ingegnano d’aguagliarsi ad Aragne, sanza che molti, seguendo Vertunno, errano diversamente armati delle astuzie d’Arcadia. Ameto solo séguita la sua Lia; la quale, al tempio non guari lontana, in bellissimo prato d’erbe copioso e di fiori, difeso da molti rami carichi di novelle frondi, sopra chiara fontana con sua compagnia si pose a sedere; e, sé alquanto sopra quella mirata, asciugati i caldi sudori, si rifé bella dove mancava; e co’ suoi occhi contentando Ameto, soavemente cominciò a parlare, e, de’ superiori iddii e de’ difetti mondani verissime cose narrando, con dolce stilo faceva gli ascoltanti contenti. Ma il suo mostrare non era guari disteso quando, assai di lontano, verso di sé conobbe venire due bellissime ninfe, obvia alle quali reverente si levò Lia; e poi che insieme liete e graziose accoglienze più volte reiteraro, disposte  le  superflue  cose,  con  lei  sopra  la  fonte  s’asettarono  a  sedere, rintegrando  Lia,  con  la  licenza  di  loro,  ciò  che  avanti  con  le  compagne parlava. Ameto alla venuta delle due ninfe di sopra i verdi cespiti levò il capo; e quelle con occhio vago rimira, e tutte insieme e particularmente ciascuna considera. Elli vede all’una, quella che più in sé estima eminente, i capelli con maesterio non usato avere alla testa ravolti e con sottile oro, a quelli non disiguale, essere tenuti con piacevole nodo alle soffianti aure; e coronata di verdissima ellera, levata dal suo caro olmo, sotto quella, ampia, piana e candida fronte mostrare; e, sanza alcuna ruga aperta, si palesava; Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
che se a me, bella, potente e larga delli miei doni, non vieni, le mie orazioni con giusta ira toccheranno gl’iddii ne’ tuoi pericoli; e te, come Anfiorao, nel cospetto de’ Tebani lasciando la terra, per la fessura di quella subito co’ suoi carri visitò Dite, farò dallo aperto mare con la tua nave inghiottire. “Io il chiamai più volte e reiterai le promesse e le minacce, ma co’ venti se n’andavano le mie parole. E se non fosse che l’apparate cose non ingannevoli mi davano del futuro non falsa speranza, così di lui disperata me  ne  sarei  gita  come  la  misera  Biblis  per  lo  non  pieghevole  Cauno  se n’andò all’ombre di Stigia. Ma perché di lui mi distenderò io multiplicando in parole? Quanto più verso me la sua acerbità indurava, tanto più la santa dèa Venere, di sopra intenta alle mie battaglie, di lui m’accendea con le sue fiamme. Per ch’io a nuovi argomenti lo ’ngegno prestai; e ancora che forse paia atto di dissoluta ciò che io feci, però che tutte di ciò che io ardo vi sento accese, cacciata la vergogna da me, la quale con focosa rossezza già mi sento nel viso venire, ve ’l pur dirò. Io dico che i lunghi drappi, toccanti terra come ora fanno, essendomi io cinta sopra l’anche, quasi paurosa dell’onde mostrandomi, in alto molto più che il dovere li tirai; per che agli occhi suoi le candide gambe si fecero conte, le quali, sì com’io m’avidi, con occhio avido riguardò; ma pure fermo nella ostinazione contraria a’ miei voleri si rimase. Onde io, disposta a vincere lui, levato a me di sopra agli omeri miei il non pesante mantello, come vinta dal caldo, aperto il vago seno,  le  bellezze  di  quello,  alquanto  bassandomi,  gli  feci,  sanza  parlare, scoperte; le quali elli non prima vide che, rotta ogni durezza, volse la prora a noi con queste parole: “ ’Giovane donna, attendi: io sono vinto dalle tue bellezze; ecco ch’io vegno presto a’ tuoi piaceri’. “Le quali voci, come a’ miei orecchi pervennero, non altrimenti mi fecero lieta che fosse il narizio duca già ne’ porti della figliuola del Sole, di Cileno conosciuto l’avvento a sua salute. Egli, disceso in terra e fatto de’ miei abbracciamenti degno, dopo la grave rozzezza disposta, si rendé solennissimo: né più sommo di lui nelle nostre arti né di maggiore fama alcuno oggi risuona ne’ nostri regni. La qual cosa, considerata l’avuta fatica, l’ardente fiamma e il ben seguito fine, d’ornarmi, di cantare e di far festa mi sono sovente cagione. E però che favorevole fu Venere a’ miei amori, con incensi solenni e continui nelle sue feste visito i suoi altari e spero visitare sempre col mio Affron”. E queste voci finite, con piacevole nota e soave cantando, cominciò questi versi: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
a rispetto di quella, turpissima saria giudicata. Certo, rimirandola, io non mi  maravigliai  del  preso  Marte  e  biasimai  il  folle  ardire  del  figliuolo  di Cinara, avuto contra i vietati animali, e cognobbi la concupiscenza degli iddii quando la vidono legata dagli ingegni di  Vulcano; e con queste mi corsero mille altre cose subito per lo capo. “Ma poi che già vicina mi si facea, alla sua deità sopra li verdi cespiti m’inginocchiai e con quella voce che io potei, reiterai la mia orazione nel suo cospetto. Ella l’ascoltò e fattasi a me più presso, che io mi levassi mi comandò; e seguì: “ ’Vieni: i tuoi disii, uditi, avranno effetto’; e in luogo alquanto più alto mi tirò seco. Quivi, tra folte fronti nascoso, l’unico suo figliuolo mi fé palese; il quale riguardando io, d’ammirazione piena per la bellezza di quello, niente ad essa il vidi dissimile, se non in tanto che egli era iddio e ella dea.  Oh  quante  volte  ricordandomi  di  Psice,  la  reputai  felice  e  infelice; felice di tale marito e infelice d’averlo perduto, felicissima poi d’averlo riavuto da Giove. Questi, avendo racconciato il forte arco, da lato a lui con la faretra giacea; e elli, accesi fuochi più caldi che’ nostri, con ingegni qua giù appena saputi, fabricava saette d’oro purissimo; e quelle temperate in chiara fonte e fatte più forti, n’empieva la vota faretra. Gli occhi miei non si potevano saziare di mirar lui, del quale niuna parte mi si celava, se non quanto  coprivano  le  care  piume.  Oh  quante  volte,  ricordandomi  del turpissimo vecchio a me marito, se di costui gli abbracciamenti sentissi, felice mi riputai! Ma come piacque alla dea, io mi rivolsi a mirare la fontana fortificatrice di quelle saette; la quale, mentre io riguardava, bellissima e chiara con onde inargentate la vidi; e per se medesima surgente, non era bevuta dal sole; e il suo fondo, il quale apertissimo dimostrava, non teneva alcuno limo. Quella non pecora, non uccello né altro animale aveva mai violata col gusto: le sue estremità di verdi mortine e di sanguigne erano coperte e, secondo che io pensava, quella che tolse Narcisso non era sì bella. Ella faceva me riguardante, non assetata, avere sete e vaga di tentare col caldo corpo le sue fresche onde. “Ma mentre che io sopra quella così sospesa dimoro e in essa rimiro la mia figura, il giovane figliuolo della dea, ventilando le sante penne lucenti d’oro chiarissimo, con le fatte saette si partì di que’ luoghi; e in meno ora che il grado del cielo, tocco dal nostro orizonte, non lascia l’uno emisperio all’altro passando, fu sopra le nostre case volato. Ma l’occhio, non potendolo seguire nei suoi effetti, si rivolse alla dea: essa per l’ora già calda s’avea Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
che sanza alcuno indugio alla presente pistola rispondiate; e io, se vi piacerà, attenderò la risposta. Allora Biancofiore la presa pistola si pose sopra la testa, e, avanti che l’aprisse, la baciò forse mille fiate, e, partita dal messaggiere, gli disse che di presente la risposta gli recherebbe, e sola nella sua camera se n’entrò, dubitando che dir dovesse la presente lettera. E, rotto il tenero legame, apri quella, né più tosto la prima parte ne lesse, che i begli occhi s’incominciarono a bagnare d’amare lagrime; e così, ognora più forte piangendo come più avanti leggeva, la finì di leggere. Ma poi che con pianti e con sospiri più fiate l’ebbe reiterata leggendo, angosciosa molto nella mente della falsa imaginazione di Florio, la quale avea di verità viso per lo mal donato velo, sopra ’l suo letto si pose, e a quella così al suo Florio rispose: 22 “Non  furono  sanza  molte  lagrime  gli  occhi  miei,  quando primieramente videro la tua pistola, o nobilissimo giovane, sola speranza della dolente anima, la quale con gravissima angoscia molte fiate rilessi. E  certo  ella  non  fu  dal  tuo  pianto  macchiata  quasi  in  alcuna  parte,  a rispetto che le mie lagrime la macchiarono. E più volte leggendo quella, fra me pensai aver difetto d’intendimento, alcuna volta dicendo fra me medesima: ’Io non la intendo bene, però che non potrebbe essere che intendimento di Florio fosse di scrivermi le parole che semplicemente guardando pare che questa pistola porga’. Altra volta dicea: ’Forse Florio mi tenta, e vuole vedere se io mi muto per asprezza di parole’. Ma poi che ogni intendimento si cessò da me, e lasciommisi credere che tu credevi quello che scrivevi, appena credetti potere a tanto sforzare la deboletta mano che la penna in quella sostenere si potesse per volerti rispondere; ma poi che pure sforzandomi gl’iddi mi concedono potere a te rispondere, per questa, quella salute che per me disidero, ti mando. E se alcuna fede merita il leale amore ch’io ti porto, ti giuro per gl’immortali iddi che e’ non t’era bisogno distenderti in tanto scrivere per mostrarmi quanto sia stato o sia l’ amore che mi porti, però che molto maggiore credo che sia che la tua lettera non mostra, né tu per parole potresti mostrare. E similmente i lunghi affanni e i gran meriti, a quali io mai aggiunger non potrei a remunerare il più picciolo, per quella conobbi. Ma il sentirti
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio