recondito

[re-còn-di-to]
In sintesi
appartato, nascosto; inaccessibile, segreto
← dal lat. recondĭtu(m), part. pass. di recondĕre ‘custodire, nascondere’, comp. di re-, con valore intens., e condĕre ‘nascondere’.

A
agg.

1
Profondamente appartato, nascosto, lontano: si era ritirato nell'angolo più r. della casa
2
fig. Celato, segreto, occulto, riposto: un significato r.; una speranza, un'intenzione recondita CONT. palese

B
s.m.

(solo sing.) non com. Parte segreta, nascosta, misteriosa di qualcosa: il r. della mente

Citazioni
qualcosa che abbiamo al sole, si campa. Sicché mangiate senza pensieri intanto; ché presto il cappone sarà a tiro, e potrete ristorarvi un po’ meglio.” Così detto, ritornò ad accudire al desinare, e ad apparecchiare. Lucia, tornatele alquanto le forze, e acquietandosele sempre più l’animo, andava intanto assettandosi, per un’abitudine, per un istinto di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate e arruffate, raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo. In far questo, le sue dita s’intralciarono nella corona che ci aveva messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si fece nella mente un tumulto istantaneo; la memoria del voto, oppressa fino allora e soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d’improvviso, e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se quell’animo non fosse stato così preparato da una vita d’innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento, sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que’ pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: – oh povera me, cos’ho fatto! – Ma non appena l’ebbe pensate, ne risentì come uno spavento. Le tornarono in mente tutte le circostanze del voto, l’angoscia intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della preghiera, la pienezza del sentimento con cui la promessa era stata fatta. E dopo avere ottenuta la grazia, pentirsi della promessa, le parve un’ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna; le parve che una tale infedeltà le attirerebbe nuove e più terribili sventure, in mezzo alle quali non potrebbe più sperare neppur nella preghiera; e s’affrettò di rinnegare quel pentimento momentaneo. Si levò con divozione la corona dal collo, e tenendola nella mano tremante, confermò, rinnovò il voto, chiedendo nello stesso tempo, con una supplicazione accorata, che le fosse concessa la forza d’adempirlo, che le fossero risparmiati i pensieri e l’occasioni le quali avrebbero potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo. La lontananza di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, quella lontananza che fin allora le era stata così amara, le parve ora una disposizione della Provvidenza, che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per un fine solo; e si studiava di trovar nell’uno la ragione d’esser contenta dell’altro. E dietro a quel pensiero, s’andava figurando ugualmente che quella Provvidenza medesima, per compir l’opera, saprebbe trovar la maniera di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse più... Ma una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente ch’era andata a cercarla.
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
tutti, e nessuno parli, se non è interrogato. Figliuoli! la strada per la quale siamo andati finora, conduce nel fondo dell’inferno. Non è un rimprovero ch’io voglia farvi, io che sono avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v’ho da dire. Dio misericordioso m’ha chiamato a mutar vita; e io la muterò, l’ho già mutata: così faccia con tutti voi. Sappiate dunque, e tenete per fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che avete da me; voi m’intendete; anzi vi comando di non far nulla di ciò che v’era comandato. E tenete per fermo ugualmente, che nessuno, da qui avanti potrà far del male con la mia protezione, al mio servizio. Chi vuol restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e mi troverei contento alla fine di quel giorno, in cui non avessi mangiato per satollar l’ultimo di voi, con l’ultimo pane che mi rimanesse in casa. Chi non vuole, gli sarà dato quello che gli è dovuto di salario, e un regalo di più: potrà andarsene; ma non metta più piede qui: quando non fosse per mutar vita; che per questo sarà sempre ricevuto a braccia aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamerò, a uno a uno, a darmi la risposta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora, ritiratevi, ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi mandi il buon pensiero.” Qui finì, e tutto rimase in silenzio. Per quanto vari e tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que’ cervellacci, non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce del loro signore come la manifestazione d’una volontà con la quale non c’era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro passò neppur per la mente che, per esser lui convertito, si potesse prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr’uomo. Vedevano in lui un santo, ma un di que’ santi che si dipingono con la testa alta, e con la spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui (principalmente quelli ch’eran nati sul suo, ed erano una gran parte) un’affezione come d’uomini ligi; avevan poi tutti una benevolenza d’ammirazione; e alla sua presenza sentivano una specie di quella, dirò pur così, verecondia, che anche gli animi più zotici e più petulanti provano davanti a una superiorità che hanno già riconosciuta. Le cose poi che allora avevan sentite da quella bocca, erano bensì odiose a’ loro orecchi, ma non false né affatto estranee ai loro intelletti: se mille volte se n’eran fatti beffe, non era già perché non le credessero, ma per prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, a
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro”. Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore. Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perché, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Via co’ palii disadorni lo squallor della viola: l’oro usato a splender torni: sacerdote, in bianca stola, esci ai grandi ministeri, tra la luce de’ doppieri, il Risorto ad annunziar. Dall’altar si mosse un grido: godi, o Donna alma del cielo; godi; il Dio cui fosti nido a vestirsi il nostro velo, è risorto, come il disse: per noi prega: Egli prescrisse, che sia legge il tuo pregar. O fratelli, il santo rito sol di gaudio oggi ragiona; oggi è giorno di convito; oggi esulta ogni persona: non è madre che sia schiva della spoglia più festiva i suoi bamboli vestir. Sia frugal del ricco il pasto; ogni mensa abbia i suoi doni; e il tesor negato al fasto di superbe imbandigioni, scorra amico all’umil tetto, faccia il desco poveretto più ridente oggi apparir. 80 85 90 95 Lunge il grido e la tempesta 100 de’ tripudi inverecondi: l’allegrezza non è questa di che i giusti son giocondi; ma pacata in suo contegno, ma celeste, come segno 105 della gioia che verrà. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Inni Sacri di Alessandro Manzoni
di fuor d’Italia. Oltre a questo usansi in Toscana molti vocabuli chiaramente corrotti dal latino, li quali nella Lombardia e nelle altre parti d’Italia son rimasti integri e senza mutazione alcuna, e tanto universalmente s’usano per ognuno, che dalli nobili sono ammessi per boni e dal vulgo intesi senza difficultà. Perciò non penso aver commesso errore, se io scrivendo ho usato alcuni di questi e più tosto pigliato l’integro e sincero della patria mia che ‘l corrotto  e  guasto  della  aliena.  Né  mi  par  bona  regula  quella  che  dicon molti, che la lingua vulgar tanto è più bella, quanto è men simile alla latina; né comprendo perché ad una consuetudine di parlare si debba dar tanto maggiore autorità che all’altra, che, se la toscana basta per nobilitare i vocabuli latini corrotti e manchi dar loro tanta grazia che, così mutilati, ognun possa usarli per boni (il che non si nega), la lombarda o qualsivoglia altra non debba poter sostener li medesimi latini puri, integri, proprii e non mutati in parte alcuna, tanto che siano tollerabili. E veramente, sì come il voler formar vocabuli novi o mantenere gli antichi in dispetto della consuetudine dir si po temeraria presunzione, così il voler contra la forza della medesima  consuetudine  distruggere  e  quasi  sepelir  vivi  quelli  che  durano  già molti seculi, e col scudo della usanza si son diffesi dalla invidia del tempo ed han conservato la dignità e ‘l splendor loro, quando per le guerre e ruine d’Italia si son fatte le mutazioni della lingua, degli edifici, degli abiti e costumi, oltra che sia difficile, par quasi una impietà. Perciò, se io non ho voluto scrivendo usare le parole del Boccaccio che più non s’usano in Toscana, né sottopormi alla legge di coloro, che stimano che non sia licito usar quelle che non usano li Toscani d’oggidì, parmi meritare escusazione. Penso adunque, e nella materia del libro e nella lingua, per quanto una lingua po aiutar l’altra, aver imitato autori tanto degni di laude quanto è il Boccaccio; né credo che mi si debba imputare per errore lo aver eletto di farmi più tosto  conoscere  per  lombardo  parlando  lombardo,  che  per  non  toscano parlando troppo toscano; per non fare come Teofrasto, il qual, per parlare troppo ateniese, fu da una simplice vecchiarella conosciuto per non ateniese. Ma perché circa questo nel primo libro si parla a bastanza, non dirò altro se non che, per rimover ogni contenzione, io confesso ai mei riprensori non sapere questa lor lingua toscana tanto difficile e recondita; e dico aver scritto nella mia, e come io parlo, ed a coloro che parlano come parl’io; e così penso non avere fatto ingiuria ad alcuno, ché, secondo me, non è proibito a chi si sia scrivere e parlare nella sua propria lingua; né meno alcuno è astretto a leggere o ascoltare quello che non gli aggrada. Perciò, se essi non vorran leggere il mio Cortegiano, non me tenerò io punto da loro ingiuriato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Io, per dire il vero, in tutti questi discorsi non mi son sentito strignere a concedere altro se non che quello che ha principio, mezo e fine, possa e deva  dirsi  perfetto:  ma  che  poi,  perché  principio,  mezo  e  fine  son  3,  il numero 3 sia numero perfetto, ed abbia ad aver facultà di conferir perfezione a chi l’averà, non sento io cosa che mi muova a concederlo; e non intendo e non credo che, verbigrazia, per le gambe il numero 3 sia più perfetto che ‘l 4 o il 2, né so che ‘l numero 4 sia d’imperfezione a gli elementi e che più perfetto fusse ch’e’ fusser 3. Meglio dunque era lasciar queste vaghezze a  i  retori  e  provar  il  suo  intento  con  dimostrazione  necessaria,  che  così convien fare nelle scienze dimostrative. Par che voi pigliate per ischerzo queste ragioni: e pure è tutta dottrina de i Pittagorici, i quali tanto attribuivano a i numeri; e voi, che sete matematico, e, credo anco in molte opinioni filosofo Pittagorico, pare che ora disprezziate i lor misteri. Che i Pittagorici avessero in somma stima la scienza de i numeri, e che Platone stesso ammirasse l’intelletto umano e lo stimasse partecipe di divinità solo per l’intender egli la natura de’ numeri, io benissimo lo so, né sarei lontano dal farne l’istesso giudizio; ma che i misteri per i quali Pittagora e la sua setta avevano in tanta venerazione la scienza de’ numeri sieno le sciocchezze che vanno per le bocche e per le carte del volgo, non credo io in veruna maniera; anzi perché so che essi, acciò le cose mirabili non fussero esposte alle contumelie e al dispregio della plebe, dannavano come sacrilegio  il  publicar  le  più  recondite  proprietà  de’  numeri  e  delle  quantità incommensurabili ed irrazionali da loro investigate, e predicavano che quello Simplicio Salviati 9 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata prima  � colori  diversi,  e  con  essi  rappresentare  tutti  gli  oggetti  visibili,  come  un Michelagnolo, un Raffaello, un Tiziano?” S’io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartir gl’intervalli musici, nello stabilir precetti e regole per potergli maneggiar con diletto mirabile dell’udito, quando potrò io finir di stupire? Che dirò de i tanti e sì diversi strumenti? La lettura de i poeti  eccellenti  di  qual  meraviglia  riempie  chi  attentamente  considera l’invenzion de’ concetti e la spiegatura loro? Che diremo dell’architettura? che dell’arte navigatoria? Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non  di  qua  a  mille  e  dieci  mila  anni?  e  con  qual  facilità?  con  i  vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane, e la chiusa de’ nostri ragionamenti di questo giorno: ed essendo passate le ore più calde, il signor Salviati penso io che avrà gusto di andare a godere de i nostri freschi in barca; e domani vi starò attendendo amendue per continuare i discorsi cominciati, etc.
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Questi tali mi fanno sovvenire di quello scultore, che avendo ridotto un gran pezzo di marmo all’immagine non so se d’un Ercole o di un Giove fulminante,  e  datogli  con  mirabile  artifizio  tanta  vivacità  e  fierezza  che moveva spavento a chiunque lo rimirava, esso ancora cominciò ad averne paura, se ben tutto lo spirito e la movenza era opera delle sue mani; e ‘l terrore era tale, che più non si sarebbe ardito di affrontarlo con le subbie e ‘l mazzuolo. Io  mi  son  più  volte  maravigliato  come  possa  esser  che  questi  puntuali mantenitori  d’ogni  detto  d’Aristotile  non  si  accorgano  di  quanto  gran progiudizio e’ sieno alla reputazione ed al credito di quello, e quanto, nel volergli accrescere autorità, gliene detraggano; perché, mentre io gli veggo ostinati in voler sostener proposizioni le quali io tocchi con mano esser manifestamente  false,  ed  in  volermi  persuadere  che  così  far  convenga  al vero filosofo e che così farebbe Aristotile medesimo, molto si diminuisce in me l’opinione che egli abbia rettamente filosofato intorno ad altre conclusioni a me più recondite: ché quando io gli vedessi cedere e mutare opinione per le verità manifeste, io crederei che in quelle dove e’ persistessero, potessero avere salde dimostrazioni, da me non intese o sentite. O vero, quando gli paresse di metter troppo della lor reputazione e di quella d’Aristotile nel confessar di non aver saputa questa o quella conclusione ritrovata da un altro, non sarebb’ei manco male il ritrovarla tra i suoi testi con l’accozzarne diversi, conforme alla prattica significataci dal signor Simplicio? perché se vi è ogni scibile, è ben anco forza che vi si possa ritrovare. Signor Sagredo, non vi fate beffe di questo avvedimento, che mi par che lo proponghiate burlando; perché non è gran tempo che avendo un filosofo di gran nome composto un libro dell’anima, nel quale, in riferir l’opinione d’Aristotile circa l’esser o non essere immortale, adduceva molti testi, non già  de  i  citati  da  Alessandro,  perché  in  quelli  diceva  che  Aristotile  non trattava né anco di tal materia, non che determinasse cosa veruna attenente a ciò, ma altri da sé ritrovati in altri luoghi reconditi, che piegavano al senso pernizioso, e venendo avvisato che egli avrebbe avute delle difficultà nel farlo licenziare, riscrisse all’amico che non però restasse di procurarne la spedizione, perché, quando non se gli intraversasse altro ostacolo, non aveva difficultà niuna circa il mutare la dottrina d’Aristotile, e con altre esposizioni e con altri testi sostener l’opinion contraria, pur conforme alla mente d’Aristotile. O questo dottor sì, che mi può comandare, che non si vuol lasciar infinocchiar da Aristotile, ma vuol esso menar lui per il naso e farlo dire a suo modo! Vedete quanto importa il saper pigliar il tempo opportuno! Ei non si Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Io son molto contento, con questo però che a me ancora resti libertà di produrre quel che mi dettasse talora il discorso semplice naturale. Anzi di cotesto io in particolare ve ne supplico; perché delle considerazioni più facili e, per così dire, materiali, credo che poche ne sieno state lasciate indietro da gli scrittori, talché solamente qualcuna delle più sottili e recondite può desiderarsi e mancare; e per investigar queste, qual altra sottigliezza può esser più atta di quella dell’ingegno del signor Sagredo, acutissimo e perspicacissimo? Io son tutto quel che piace al signor Salviati, ma di grazia non mettiam mano in un’altra sorte di diversioni di cerimonie, perché ora son filosofo, e sono in scuola e non al Broio. Sia dunque il principio della nostra contemplazione il considerare che qualunque moto venga attribuito alla Terra, è necessario che a noi, come abitatori di quella ed in conseguenza partecipi del medesimo, ei resti del tutto impercettibile e come s’e’ non fusse, mentre che noi riguardiamo solamente alle cose terrestri; ma è bene, all’incontro, altrettanto necessario che il medesimo movimento ci si rappresenti comunissimo di tutti gli altri corpi ed oggetti visibili che, essendo separati dalla Terra, mancano di quello. A tal che  il  vero  metodo  per  investigare  se  moto  alcuno  si  può  attribuire  alla Terra, e, potendosi, quale e’ sia, è il considerare ed osservare se ne i corpi separati  dalla  Terra  si  scorge  apparenza  alcuna  di  movimento,  il  quale egualmente competa a tutti; perché un moto che solamente si scorgesse, verbigrazia, nella Luna, e che non avesse che far niente con Venere o con Giove né con altre stelle, non potrebbe in veruna maniera esser della Terra, né di altri che della Luna. Ora, ci è un moto generalissimo e massimo sopra tutti, ed è quello per il quale il Sole, la Luna, gli altri pianeti e le stelle fisse, ed in somma l’universo tutto trattane la sola Terra, ci appariscono unitamente muoversi da oriente verso occidente dentro allo spazio di venti quattr’ore, e questo, in quanto a questa prima apparenza, non ha repugnanza di potere esser tanto della Terra sola, quanto di tutto il resto del mondo, trattone la Terra; imperocché le medesime apparenze si vedrebbero tanto nell’una posizione quanto nell’altra. Quindi è che Aristotile e Tolomeo, come quelli che avevano penetrata questa considerazione, nel voler provare la Terra esser immobile, non argumentano contro ad altro movimento che a questo diurno; salvo però che Aristotile tocca un non so che contro ad un altro moto attribuitogli da un antico, del quale parleremo a suo luogo. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Il discorso camminerebbe benissimo e mi quieterebbe, quando mi fusse saldata quella partita del muoversi il mobile per doppio spazio del passato cadendo, in altro tempo eguale a quel della scesa, quando e’ continuasse di muoversi uniformemente co ‘l massimo grado della velocità acquistata nel descendere: proposizione anco un’altra volta da voi supposta per vera, ma non dimostrata. Quest’è una delle dimostrate dal nostro amico, e la vedrete a suo tempo; ma in tanto voglio con alcune conietture, non insegnarvi cosa nuova, ma rimuovervi da una certa opinione contraria, mostrandovi che forse così possa essere. Sospendendosi con un filo lungo e sottile, legato al palco, una palla di piombo, se noi la allontaneremo dal perpendicolo, lasciandola poi in libertà, non avete voi osservato che ella declinando passerà spontaneamente di là dal perpendicolo poco meno che altrettanto? L’ho osservato benissimo, e veduto (massime se la palla sarà grave assai) che ella  sormonta  tanto  poco  meno  della  scesa,  che  ho  talvolta  creduto  che l’arco ascendente sia eguale al descendente, e però dubitato che le sue vibrazioni potessero perpetuarsi; e crederò che lo farebbero se si potesse levar l’impedimento dell’aria, la quale, resistendo all’esser aperta, ritarda qualche poco ed impedisce il moto del pendolo: ma l’impedimento è ben poco; di che è argomento il numero grande delle vibrazioni che si fanno avanti che il mobile si fermi del tutto. Non si perpetuerebbe il moto, signor Sagredo, quando ben si levasse totalmente l’impedimento dell’aria perché ve n’è un altro più recondito assai E qual è? ché altro non me ne sovviene. Vi gusterà il sentirlo, ma ve lo dirò poi; intanto seguitiamo. Io vi ho proposta l’osservazione di questo pendolo, acciò che voi intendiate che l’impeto acquistato nell’arco descendente, dove il moto è naturale, è per se stesso potente a sospignere di moto violento la medesima palla per altrettanto
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Galileo Galilei   Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo   Giornata  terza � potete  comprendere,  che  se  i  corpi  integranti  dell’universo  son  prodotti solo per benefizio del genere umano, questo sopra tutti gli altri deve esser destinato a i soli comodi di noi abitatori suoi: ma qual benefizio potremo ritrarre  da  materie  talmente  a  noi  recondite  e  remote,  che  già  mai  non siamo per farcele trattabili? Non può dunque l’interna sustanza di questo nostro globo essere una materia frangibile dissipabile e nulla coerente, come questa superficiale che noi chiamiamo terra; ma convien che sia corpo densissimo e solidissimo, ed in somma una durissima pietra. E se ella pur debbe esser tale, qual ragione vi ha da far più renitente al creder che ella sia una calamita, che un porfido, un diaspro o altro marmo duro? Forse quando il Gilberto avesse scritto che questo globo è interiormente fatto di pietra serena o di calcidonio, il paradosso vi sarebbe parso meno esorbitante? Simplicio Che le parti di questo globo più interne siano più compresse, e per ciò più costipate e solide, e più e più tali secondo che elle si profondan più, lo concedo, e lo concede anco Aristotile; ma che elle degenerino, e sieno altro che terra della medesima sorta che questa delle parti superficiali, non sento cosa che mi necessiti a concederlo. Io  non  ho  intrapreso  questo  ragionamento  a  fine  di  concludervi demostrativamente che la primaria e real sustanza di questo nostro globo sia calamita, ma solamente per mostrarvi, niuna ragione ritrovarsi per la quale altri deva esser più renitente a conceder che ei sia di calamita, che di qualche altra materia. E voi, se andrete ben considerando, troverete, non esser improbabile che un solo puro ed arbitrario nome abbia mossi gli uomini a creder che ei sia di terra; e questo è l’essersi serviti comunemente da principio di questo nome terra per significar tanto quella materia che si ara e si semina, quanto per nominar questo nostro globo; la denominazion del quale se si fusse presa dalla pietra, come non meno poteva prendersi da quella che dalla terra, il dir che la sustanza primaria di esso fusse pietra non arebbe sicuramente trovato renitenza o contradizione in alcuno: e questo ha tanto più del probabile, quanto io tengo per fermo, che quando si potesse scortecciar questo gran globo, levandone un suolo grosso mille o duamila braccia, e separar poi le pietre dalla terra, molto e molto maggior sarebbe il cumulo de i sassi, che quello del terreno fecondo. Delle ragioni poi che concludentemente provino, de facto, questo nostro globo esser di calamita, io non ve ne ho prodotte nessuna, né questo è tempo di produrle, e massimo  che  con  vostra  comodità  le  potrete  vedere  nel  Gilberto;  solo,  per inanimirvi a leggerlo, vi voglio esporre con certa mia similitudine il progresso che egli tiene nel suo filosofare. So che voi sapete benissimo quanto la cognizione de gli accidenti conferisca alla investigazione della sustanza ed essenza delle  cose:  però  voglio  che  usiate  diligenza  di  ben  informarvi  di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
comunemente tal diversità importa 5 o 6 piedi; ma ne i luoghi del Mediterraneo distanti da gli estremi tal mutazione è piccolissima, come nell’isole di Corsica e Sardigna e nelle spiaggie di Roma e di Livorno, dove non passa mezo piede. Intenderemo anco come, all’incontro, dove gli alzamenti ed abbassamenti son piccoli, i corsi ed i ricorsi son grandi. Agevol cosa, dico, è l’intender la cagion di questi accidenti, poiché di essi ne aviamo riscontri manifesti in ogni sorte di vasi artifizialmente da noi fabbricati, ne i quali i medesimi effetti si veggono naturalmente seguire dal muovergli noi con movimento difforme, cioè ora accelerato ed ora ritardato. In oltre, considerando, nel quinto luogo, come la medesima quantità d’acqua, mossa, benché lentamente, per un alveo spazioso, nel dover poi passare per luogo ristretto, per necessità scorre con impeto grande, non avremo difficultà d’intendere la causa delle gran correnti che si fanno nello stretto canale che separa la Calabria dalla Sicilia, poiché tutta l’acqua che dall’ampiezza dell’isola e dal golfo Jonico vien sostenuta nella parte del mare orientale, benché in quello per la sua ampiezza lentamente descenda verso occidente, tuttavia nel ristrignersi nel bosforo tra Scilla e Cariddi rapidamente cala e fa grandissima agitazione: simile alla quale, e molto maggiore, s’intende esser tra l’Affrica e la grand’isola di S. Lorenzo, mentre le acque de i due vasti mari Indico ed Etiopico, che la mettono in mezo, devono, scorrendo, ristrignersi in minor canale, tra essa e la costa d’Etiopia. Grandissime conviene che sieno le correnti nello Stretto di Magalianes, che comunica gli oceani vastissimi Etiopico e del Sur. Séguita adesso, nel 6· luogo, che per render ragion di alcuni più reconditi ed inopinabili accidenti che in questa materia si osservano, andiamo facendo un’altra importante considerazione sopra le due principali cagioni de iflussi e reflussi, componendole poi e mescolandole insieme. La prima e più semplice delle quali è (come più volte si è detto) la determinata accelerazione e ritardamento delle parti della  Terra, dalla quale arebbon l’acque un determinato periodo di scorrere verso levante e ritornar verso ponente dentro al tempo di ventiquattr’ore. L’altra è quella che depende dalla propria gravità dell’acqua, che, commossa una volta dalla causa primaria, cerca poi di ridursi all’equilibrio con iterate reciprocazioni, le quali non sono determinate  da  un  tempo  solo  e  prefisso,  ma  hanno  tante  diversità  di  tempi quante sono le diverse lunghezze e profondità de i ricetti e seni de i mari; e per quanto depende da questo secondo principio, scorrerebbero e ritorne-
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Or questo fianco addenta or quella coscia Tal fra le Perse torme infuriava L’ira de’ greci petti e la virtute. Ve’ cavalli supini e cavalieri; 110 Vedi intralciare ai vinti La fuga i carri e le tende cadute E correr fra’ primieri Pallido e scapigliato esso tiranno; Ve’ come infusi e tinti 115 Del barbarico sangue i greci eroi, Cagione ai Persi d’infinito affanno, A poco a poco vinti dalle piaghe, L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva: Beatissimi voi 120 Mentre nel mondo si favelli o scriva. Prima divelte, in mar precipitando, Spente nell’imo strideran le stelle, Che la memoria e il vostro Amor trascorra o scemi. La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando Verran le madri ai parvoli le belle Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro, O benedetti, al suolo, E bacio questi sassi e queste zolle, Che fien lodate e chiare eternamente Dall’uno all’altro polo. Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle Fosse del sangue mio quest’alma terra. Che se il fato è diverso, e non consente Ch’io per la Grecia i moribondi lumi Chiuda prostrato in guerra, Così la vereconda Fama del vostro vate appo i futuri Possa, volendo i numi, Tanto durar quanto la vostra duri.
Canti di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica non lo scienziato non il filosofo non il poeta, ma il cuore del poeta, non il conoscitore della sensibilità, ma la sensibilità in persona; e quindi si mostravano come inconsapevoli d’essere sensitivi e di parlare da sensitivi, e il sentimentale era appresso loro qual è il verace e puro sentimentale, spontaneo modesto verecondo semplice ignaro di se medesimo: e in questo modo gli antichi imitavano gli effetti della sensibilità con naturalezza. Che dirò dei romantici e del gran nuvolo di scrittori sentimentali, ornamento e gloria de’ tempi nostri? Che altro occorre dire se non che fanno tutto l’opposto delle cose specificate qui sopra? laonde appresso loro parla instancabilmente il poeta, parla il filosofo, parla il conoscitore profondo e sottile dell’animo umano, parla l’uomo che sa o crede per certo d’essere sensitivo, è manifesto il proposito  d’apparir  tale,  manifesto  il  proposito  di  descrivere,  manifesto  il congegnamento studiato di cose formanti il composto sentimentale, e il prospetto e la situazione romantica, e che so io, manifesta la scienza, manifestissima l’arte per cagione ch’è pochissima: e in questo modo che naturalezza può essere in quelle imitazione dove il patetico non ha nessuna sembianza di casuale né di negletto né di spontaneo, ma è nudo e palese l’intendimento risoluto dello scrittore, di fare un libro o una novella o una canzone o un passo sentimentale: e ometto come il patetico sia sparso e gittato e versato per tutto, entri o non entri, e fatti sensitivi, sto per dire, fino i cani o cose simili, con difetto non solo di naturalezza nella maniera, ma di convenienza nelle cose, e di giudizio e di buon senno nello scrittore. Non parlo già sol tanto di quegli scritti che per la intollerabile affettazione soprastando agli altri, sono riprovati e disprezzati universalmente; parlo anche, da pochissimi in fuori, di tutti quelli che il gusto fracido e sciagurato di una infinità di gente ha per isquisiti e preziosissimi; parlo di tutti quelli dove il sentimentale è manifestamente voluto, e molto bene consapevole e intelligente di se stesso, e amante della luce e vanaglorioso e sfacciato; le quali proprietà quanto sieno lontane e opposte a quelle della vera e incorrotta sensibilità, lo dica chiunque l’ha provata pure un istante. Non che sia sfacciata, ma è timida e poco meno che vergognosa; tanto non ama la luce, che quasi l’abborre, e d’ordinario la fugge, e cerca le tenebre, e in queste si diletta: né se l’ambizione umana e altre qualità che non hanno che fare con lei, la scrutinano e se ne pregiano e la mettono in luce, per questo si deve attribuire alla sensibilità quello ch’è proprio di tutt’altro: ma se il poeta la vuol dipingere e farla parlare, contuttoch’egli la conosca ben dentro, contuttoché se ne stimi, e sia
Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica di Giacomo Leopardi
potere ammirarti e saper lodarti degnamente, quando tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine riuscito a produrre un’opera egregia e perfetta. Io ti so dire (e credi a questa età canuta) che appena due o tre sono oggi in Italia, che abbiano il modo e l’arte dell’ottimo scrivere. Il qual numero se ti pare eccessivamente piccolo, non hai da pensare contuttociò che egli sia molto maggiore in tempo né in luogo alcuno. Più volte io mi maraviglio meco medesimo come, ponghiamo caso, Virgilio, esempio supremo di perfezione agli scrittori, sia venuto e mantengasi in questa sommità di gloria. Perocché, quantunque io presuma poco di me stesso, e creda non poter mai godere e conoscere ciascheduna parte d’ogni suo pregio e d’ogni suo magistero, tuttavia tengo per certo che il massimo numero de’ suoi lettori e lodatori non iscorge ne’ poemi suoi più che una bellezza per ogni dieci o venti che a me, col molto rileggerli e meditarli, viene pur fatto di scoprirvi. In vero io mi persuado che l’altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale. E mi ricordo del tempo della mia giovinezza; quando io leggendo i poemi di Virgilio con piena libertà di giudizio da una parte, e nessuna cura dell’autorità degli altri, il che non è comune a molti; e dall’altra parte con imperizia consueta a quell’età, ma forse non maggiore di quella che in moltissimi lettori è perpetua; ricusava fra me stesso di concorrere nella sentenza universale; non discoprendo in Virgilio molto maggiori virtù che nei poeti mediocri. Quasi anche mi maraviglio che la fama di Virgilio sia potuta prevalere a quella di Lucano. Vedi che la moltitudine dei lettori, non solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma in quelli ancora di sane e ben temperate lettere, è molto più dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle delicate e riposte; più dall’ardire che dalla verecondia; spesso eziandio dall’apparente che dal sostanziale; e per l’ordinario più dal mediocre che dall’ottimo. Leggendo le lettere di un Principe, raro veramente d’ingegno, ma usato a riporre nei sali, nelle arguzie, nell’instabilità, nell’acume quasi tutta l’eccellenza dello scrivere, io m’avveggo manifestissimamente che egli, nell’intimo de’ suoi pensieri, anteponeva l’Enriade all’Eneide; benché non si ardisse a profferire questa sentenza, per solo timore di non offendere le orecchie degli uomini. In fine, io stupisco che il giudizio di pochissimi, ancorché retto, abbia potuto vincere quello d’infiniti, e produrre nell’universale quella consuetudine di
Operette morali di Giacomo Leopardi
disposti alle commozioni mirabili di quell’arte, e meno, per dir così, musicali, che in ogni altro luogo. Ma nondimeno alle arti è necessario il domicilio delle città grandi sì a conseguire, e sì maggiormente a porre in opera la loro perfezione: e non per questo, da altra parte, è men vero che il diletto che elle porgono quivi agli uomini, è minore assai, che egli non sarebbe altrove. E si può dire che gli artefici nella solitudine e nel silenzio, procurano con assidue vigilie, industrie e sollecitudini, il diletto di persone, che solite a rivolgersi tra la folla e il romore, non gusteranno se non piccolissima parte del frutto di tante fatiche. La qual sorte degli artefici cade anco per qualche proporzionato modo negli scrittori. Capitolo quinto Ma ciò sia detto come per incidenza. Ora tornando in via, dico che gli scritti più vicini alla perfezione, hanno questa proprietà, che ordinariamente alla seconda lettura piacciono più che alla prima. Il contrario avviene in molti libri composti con arte e diligenza non più che mediocre, ma non privi però di un qual si sia pregio estrinseco ed apparente; i quali, riletti che sieno, cadono dall’opinione che l’uomo ne aveva conceputo alla prima lettura. Ma letti gli uni e gli altri una volta sola, ingannano talora in modo anche i dotti ed esperti, che gli ottimi sono posposti ai mediocri. Ora hai a considerare che oggi, eziandio le persone dedite agli studi per instituto di vita, con molta difficoltà s’inducono a rileggere libri recenti, massime il cui genere abbia per suo proprio fine il diletto. La qual cosa non avveniva agli antichi; atteso la minor copia dei libri. Ma in questo tempo ricco delle scritture lasciateci di mano in mano da tanti secoli, in questo presente numero di nazioni letterate, in questa eccessiva copia di libri prodotti giornalmente da ciascheduna di esse, in tanto scambievole commercio fra tutte loro; oltre a ciò, in tanta moltitudine e varietà delle lingue scritte, antiche e moderne, in tanto numero ed ampiezza di scienze e dottrine di ogni maniera, e queste così strettamente connesse e collegate insieme, che lo studioso è necessitato a sforzarsi di abbracciarle tutte, secondo la sua possibilità; ben vedi che manca il tempo alle prime non che alle seconde letture. Però qualunque giudizio vien fatto dei libri nuovi una volta, difficilmente si muta. Aggiungi che per le stesse cause, anche nel primo leggere i detti libri, massime di genere ameno, pochissimi e rarissime volte pongono tanta attenzione e tanto studio, quanto è di bisogno a scoprire la faticosa perfezione, l’arte intima e le virtù modeste e Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 80 Q Giacomo Leopardi     Operette morali recondite degli scritti. Di modo che in somma oggidì viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti, che dei mediocri; le bellezze o doti di una gran parte dei quali, vere o false, sono esposte agli occhi in maniera, che per piccole che sieno, facilmente si scorgono alla prima vista. E possiamo dire con verità, che oramai l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama. Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve: come si vede continuamente nell’effetto. Ben è vero che l’uso che oggi si fa dello scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e avanti che abbiano potuto (per dir così) radicare la propria celebrità, dall’immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno in luce, periscono senz’altra cagione, dando luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per breve spazio. Così, ad un tempo medesimo, una sola gloria è dato a noi di seguire, delle tante che furono proposte agli antichi; e quella stessa con molta più difficoltà si consegue oggi, che anticamente. Soli in questo naufragio continuo e comune non meno degli scritti nobili che de’ plebei, soprannuotano i libri antichi; i quali per la fama già stabilita e corroborata dalla lunghezza dell’età, non solo si leggono ancora diligentemente, ma si rileggono e studiano. E nota che un libro moderno, eziandio se di perfezione fosse comparabile agli antichi, difficilmente o per nessun modo potrebbe, non dico possedere lo stesso grado di gloria, ma recare altrui tanta giocondità quanta dagli antichi si riceve: e questo per due cagioni. La prima si è, che egli non sarebbe letto con quell’accuratezza e sottilità che si usa negli scritti celebri da gran tempo, né tornato a leggere se non da pochissimi, né studiato da nessuno; perché non si studiano libri, che non sieno scientifici, insino a tanto che non sono divenuti antichi. L’altra si è, che la fama durevole e universale delle scritture, posto che a principio nascesse non da altra causa che dal merito loro proprio ed intrinseco, ciò non ostante, nata e cresciuta che sia, moltiplica in modo il loro pregio, che elle ne divengono assai più grate a leggere, che non furono per l’addietro; e talvolta la maggior parte del diletto che vi si prova, nasce semplicemente dalla stessa fama. Nel qual proposito mi tornano ora alla mente alcune avvertenze notabili di un filosofo francese; il quale in sostanza, discorrendo intorno alle origini dei piaceri umani, dice così. Molte cause di godimento compone e crea
Operette morali di Giacomo Leopardi
degli amici potei tuttavia intendere qualche cosa della vita di quegl’isolani e sopra tutto fui informato della loro antipatia per tutti i non inglesi. Descrissi alle fanciulle il sentimento poco gradevole che mi veniva dal soggiorno in mezzo a nemici. Avrei però resistito e sopportata l’Inghilterra per quei sei mesi che mio padre e l’Olivi volevano infliggermi acciocché studiassi il commercio inglese (in cui intanto non m’imbattei mai perché pare si faccia in luoghi reconditi) se non mi fosse toccata un’avventura sgradevole. Ero andato da un libraio a cercare un vocabolario. In quel negozio, sul banco, riposava sdraiato un grosso, magnifico gatto àngora che proprio attirava le carezze sul soffice pelo. Ebbene! Solo perché dolcemente l’accarezzai, esso proditoriamente m’assaltò e mi graffiò malamente le mani. Da quel momento non seppi più sopportare l’Inghilterra e il giorno appresso mi trovavo a Parigi. Augusta, Alberta e anche la signora Malfenti risero di cuore. Ada invece era stupita e credeva di avere frainteso. Era stato almeno il libraio stesso che m’aveva offeso e graffiato? Dovetti ripetermi, ciò ch’è noioso perché si ripete male. Alberta, la dotta, volle aiutarmi: – Anche gli antichi si lasciavano dirigere nelle loro decisioni dai movimenti degli animali. Non accettai l’aiuto. Il gatto inglese non s’era mica atteggiato ad oracolo; aveva agito da fato! Ada, coi grandi occhi spalancati, volle delle altre spiegazioni: – E il gatto rappresentò per voi l’intero popolo inglese? Com’ero sfortunato! Per quanto vera, quell’avventura a me era parsa istruttiva e interessante come se a scopi precisi fosse stata inventata. Per intenderla non bastava ricordare che in Italia dove conosco ed amo tanta gente, l’azione di quel gatto non avrebbe potuto assurgere a tale importanza? Ma io non dissi questo e dissi invece: – E’ certo che nessun gatto italiano sarebbe capace di una tale azione. Ada rise a lungo, molto a lungo. Mi parve persino troppo grande il mio successo perché m’immiserii e immiserii la mia avventura con ulteriori spiegazioni: – Lo stesso libraio fu stupito del contegno del gatto che con tutti gli altri si comportava bene. L’avventura toccò a me perché ero io o forse perché ero italiano. It was really disgusting e dovetti fuggire.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Edizione Calbo, 3 Forse un’altra il mio canto udrà fra i poggi Ove di Aprile ai zefiri son care L’ombre molli dei pioppi, e i mille fonti Limpidi e vaghi onde l’Insubria è lieta. Aure di Aprile ridestate i fiori Sotto ai suoi passi, e di odorati orezzi Rinfrescate il suo petto or che rimosso Il lunghissimo velo, alla sventura Che per arduo sentiero alla sua lena A virtù la guidò, porge sommessa Preghi e sospiri, e taciturna intende L’aura not[t]urna che le geme intorno. Eppur Natura a lei co’ primi rai Del sol, gli affetti le mandò soavi E innocenti nel petto; e i vezzi, e il ballo Meraviglia e desio de’ giovinetti E che voi sole le apprendeste o Grazie A voi più che ad amor gaja serbava. Le Grazie. Inno ad Antonio Canova Cantando, o Grazie, degli eterei pregi Di che il cielo v’adorna, e della gioja Che vereconde voi date alla terra, Volan temprati armoniosi i versi Del peregrino suono uno e diverso Di tre favelle. Al nome vostro, o Dive, Io mi veggio dintorno errar l’incenso
Le Grazie di Ugo Foscolo
O nudrice dell’api. Ma se danza Vedila! tutta l’armonia del suono Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso Della sua bocca, e un moto, un atto, un vezzo Manda agli sguardi venustà improvvisa. E chi pinger la può? Mentre a ritrarla Pongo industre lo sguardo, ecco m’elude E le carole che lenta disegna Affretta rapidissima e s’invola Sorvolando sui fiori; appena veggio Il vel fuggente biancheggiar fra i mirti.  (1. Venere) Cantando o Grazie degli eterei pregi Di che il cielo v’adorna, e della gioja Che vereconde voi date alla terra, Belle vergini! a voi chieggio l’arcana Armoniosa melodia pittrice Della vostra beltà; sì che all’Italia Afflitta di regali ire straniere Voli improvviso a rallegrarla il carme. Nella convalle fra gli aerei poggi Di Bellosguardo ov’io cinta d’un fonte Limpido fra le quete ombre di mille Giovinetti cipressi alle tre dive L’ara innalzo, e un fatidico laureto La protegge di tempio, al vago rito Vieni, o Canova, e agl’inni. Al cor men fece Dono la bella Dea che tu sacrasti Qui su l’Arno alle belle arti custode, Ed ella d’immortal lume e d’ambrosia La santa immago sua tutta precinse. Forse (o ch’io spero!) artefice di numi, Nuovo meco darai spirto alle Grazie Che or di tua man sorgon dal marmo: anch’io Pingo, e la vita a’ miei fantasmi ispiro;
Le Grazie di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ugo Foscolo   Le Grazie 100 105 110 115 120 125 130 L’ambrosio umore ond’è irrorato il seno Della figlia di Giove: vereconda La terza ancella ricompone il peplo Su le membra divine, e le contende Di que’ selvaggi attoniti al desio. Non prieghi d’inni o danze d’imenei Ma de’ veltri perpetuo l’ululato Tutta l’isola udia, e un suon di dardi E gli uomini sul vinto orso rissosi E de’ piagati cacciatori il grido. Cerere invan donato avea l’aratro A que’ feroci, invan d’oltre l’Eufrate Chiamò un dì Bassaréo giovine dio A ingentilir di pampini le balze: Il pio stromento irruginìa su’ brevi Solchi sdegnato; divorata innanzi Che i grappoli novelli imporporasse A’ rai d’autunno, era la vite: e solo Quando apparian le Grazie i predatori E le vergini squallide e i fanciulli L’arco e il terror deponeano ammiranti. Con mezze in mar le rote iva frattanto Lambendo il lito la conchiglia, e al lito Pur con le braccia la spingean le molli Nettunine. Spontanee s’aggiogarono Alla biga gentil due delle cerve Che ne’ boschi Dittei schive di nozze Cintia a’ freni educava; e poi che dome Aveale a’ cocchi suoi pasceano immuni Di mortale saetta. Ivi per sorte Vagolando fuggiasche eran venute Le avventurose, e corsero ministre Al viaggio di Venere. Improvvisa Iri che segue i Zefiri col volo S’assise auriga, e drizzò il corso all’Istmo Del Laconio paese. Ancor Citera
Le Grazie di Ugo Foscolo
Che le lor api immemori dell’opra Oziose in Italia odono l’eco Che al par de’ carmi fe’ dolce la rima. O giovinette Dee gioja dell’inno Per voi la bella donna i riti vostri Imita e le terrene api lusinga Nel felsineo pendio donde il pastore Mira Astrea che or del ciel gode e de’ tardi Alberghi di Neréo; d’indiche piante E di catalpe onde i suoi lari ombreggia Sedi appresta e sollazzi alla vagante Schiera D’armonioso speco inviolate Dal gelo e dall’estiva ira e da’ nembi. La bella donna di sua mano i lattei Calici del limone, e la pudica Delle viole, e il timo amor dell’api Innaffia, e il fior della rugiada invoca Dalle stelle tranquille; e impetra i favi Che vi consacra e in cor tacita prega. Con lei pregate, donzellette, e meco Voi, garzoni miratela. Il segreto Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce Foco esultante nelle sue pupille Faccianvi accorti di che preghi e come L’ascoltino le Dee: e certo impetra Che delle Dee l’amabile consiglio Da lei s’adempia. I pregi che dal cielo Per pietà de’ mortali han le divine Vergini caste, non a voi li danno, Giovani vati e artefici eleganti, Bensì a qual più gentil donna le imita. A lei correte; e di soavi affetti Ispiratrici e immagini leggiadre Sentirete le Grazie. Ah vi rimembri Che inverecondo le spaventa Amore! 35 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Grazie di Ugo Foscolo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Ugo Foscolo   Le Grazie 10 l’ambrosio umore ond’è irrorato il petto de la figlia di Giove; vereconda la lor sorella ricompone il peplo su le membra divine, e le contende di que’ mortali attoniti al desio.
Le Grazie di Ugo Foscolo
villania: essa tuttavia proseguiva, ed io sbandiva tutt’altro desiderio, tranne quello di adorarla, e di udirla. Io non so dirti, mio caro, in quale stato allora io mi fossi: so bene ch’io non sentiva più il peso di questa vita mortale. S’alzò sorridendo e mi lasciò solo. Allora io rinveniva a poco a poco: mi sono appoggiato col capo su quell’arpa e il mio viso si andava bagnando di lagrime – oh! mi sono sentito un po’ libero. Padova, 7 Dicembre. Non lo vo’ dire; pur temo assai non tu m’abbia pigliato in parola e ti sia maneggiato a tutto potere per cacciarmi dal mio dolce romitorio. Jeri mi sopravvenne Michele a darmi avviso da parte di mia madre ch’era già allestito l’alloggio in Padova dov’io aveva detto altra volta (davvero appena me ne sovviene) di volermi ridurre al riaprirsi della università. Vero è ch’io avea fatto sacramento di venirci; e te n’ho scritto; ma aspettava il signore T*** – non per anche tornato. Del resto, ho fatto bene a cogliere il punto della mia vocazione, e ho abbandonato i miei colli senza dire addio ad anima vivente. Diversamente, malgrado le tue prediche e i miei proponimenti, non mi sarei partito mai più: e ti confesso ch’io mi sento un certo che d’amaro nel cuore, e che spesso mi salta la tentazione di ritornarvi – or via in somma, vedimi in Padova: e presto a diventar sapientone, acciocchè tu non vada tuttavia predicando ch’io mi perdo in pazzie. Per altro bada di non volermiti opporre quando mi verrà voglia d’andarmene; perchè tu sai ch’io sono nato espressamente inetto a certe cose, massime quando si tratta di vivere con quel metodo di vita ch’esigono gli studj, a spese della mia pace e del mio libero genio, o di’ pure, ch’io tel perdono, del mio capriccio. Frattanto ringrazia mia madre, e per minorarle il dispiacere, fa di pronosticarle, così come se la cosa venisse da te, ch’io qui non troverò lunga stanza per più d’un mese, o poco più. Padova, 11 Dicembre Ho conosciuto la moglie del patrizio M*** che abbandona i tumulti di Venezia e la casa del suo indolente marito per godersi gran parte dell’anno in Padova. Peccato! la sua giovine bellezza ha già perduta quella vereconda ingenuità che sola diffonde le grazie e l’amore. Dotta assai nella donnesca galanteria, si studia di piacere non per altro che per conquistare; così almeno giudico. Tuttavolta, chi sa! Ella sta con me volentieri, e mormora meco sottovoce sovente, e sorride quando la lodo; tanto più ch’ella non si pasce come le altre di
Le ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo
spetto mi martellava dicendo: Vedi che il frate le narra ogni cosa di te. In questa mia perplessità, mi sarebbe piaciuto che il frate fosse nella sua cella. Ove il cuore precorra l’intelletto, libera sempre da mille travagli il giudizio – ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una delle creature predilette dalla Natura – tuttavia non ci pensai più; e attesi a scrivere il mio proemio. Nel nostro incontro in mezzo alla via l’impressione tornò: e la vereconda franchezza con che mi porse la mano fu indizio per me del buon senso  e  dell’ottima  educazione  di  quella  dama;  e  nel  guidarla  io  sentiva intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezza che confortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti. – Dio mio! oh come un uomo condurrebbe sì fatta creatura intorno il globo con sè! Io non aveva ancor veduto il suo volto – e non mi premeva: l’effigie fu presto dipinta; ed assai prima che noi fossimo all’uscio della rimessa, la fantasia aveva bella e pennelleggiata tutta la testa, e si compiaceva dell’adottata sua diva, quanto se si fosse tuffata per essa nel Tevere – Pur tu se’ una sedotta e seducente mariuola; e sebbene ci frodi sette volte al giorno con le pitture e con le immagini tue, tu hai sì dolci malìe, e tu abbellisci le immagini tue delle fattezze di altrettanti angeli di luce, ch’ei saria gran peccato a inimicarsi con te. Quando fummo alla porta della rimessa, la signora abbassò dalla fronte la mano, e mi lasciò vedere l’originale – un volto di forse ventisei anni – d’un trasparente bruno vaghissimo, schiettamente adornato senza cipria nè rouge – e non era regolarmente bello; ma spirava un non so che, che nel mio stato d’allora m’attraeva che nulla più – mi toccava il cuore; ed immaginai che vestisse i caratteri d’un sembiante vedovile, e che il cordoglio avendo già superati i primi due parossismi si trovasse allora in declinazione, e andasse adagio adagio rassegnandosi alla sua perdita – se non che mille disgrazie  diverse  poteano  avere  dipinto  di  tant’afflizione  quel  volto;  ed  io  mi struggea di saperlo – e se le bon ton della conversazione me l’avesse consentito come a’ dì d’Esdra, l’avrei interrogata senz’altro: – E che mai ti tormenta? e perchè se’ tu inquieta? e perchè è sì turbato l’animo tuo? – In somma io mi sentiva della benevolenza per lei; e disegnai – s’io non poteva la mia servitù – d’offerirle, non foss’altro, com’io poteva il mio obolo di cortesia. Sì  fatte  erano  le  mie  tentazioni  –  e  così  l’anima  mia  le  ascoltava,
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
E furono faville d’immensa fiamma – perchè la città, come fosse il cuore d’un uomo solo, s’aperse tutta quanta all’Amore. Nè speziale trovava da vendere più omai dramma di elleboro – nè verun armaiuolo s’attentava di temprare un solo stromento omicida – l’amicizia e la virtù s’incontravano baciandosi per le vie – il secolo d’oro tornava pendendo su la città d’Abdera – ogni Abderita diè di piglio alla sua zampogna, e tutte le donne Abderite, smettendo i loro trapunti di porpora, sedevano vereconde ad ascoltar la canzone. Quel Nume, dice il frammento, che regna dal cielo alla terra e negli abissi del mare, poteva solo oprar tanto. Capitolo 24 MONTREUIL Quando tutto è in punto; e s’è discusso col locandiere ogni articolo; e s’è pagato; ove questo avvenimento non t’abbia un po’ inacerbito – tu non puoi risalire nel tuo calesse, se prima non disponi sull’uscio un altro affaruccio co’  figliuoli  e  con  le  figliuole  della  povertà  che  ti  attorniano.  Deh!  non t’esca mai detto: “Vadano al diavolo!” – durissimo viaggio per que’ tapini, i quali, credimi, camminano con una croce assai grave sopra la terra. Ond’io credo meglio di provvedere la mia mano d’alquanti soldi; e chiunque tu sia, io ti conforterò, o viaggiatore cortese, a imitarmi: e non accade se tu non registri esattamente i motivi di questa partita – Tal v’è che altrove li nota per te. Io do sì poco che nessuno dà meno; ma conosco pochissimi i quali abbiano sì poco da poter dare: e però non ne parlerei, se or non fosse mio debito di dar conto del mio primo pubblico atto di carità in Francia. Guai a me! diss’io. Ecco otto soldi in tutto; e li mostrava schierati su la mia palma – ed ecco otto poveri ed otto povere. Una povera anima sdruscita, senza camicia indosso, rivocò subitamente la sua pretesa, ritraendosi due passi dal cerchio, e confessando con un tacito inchino  ch’ei  non  potea  presumere  tanto.  Se  tutto  il  parterre  avesse unanimemente esclamato:  Place aux dames! non avrebbe espresso sì vivamente il sentimento di deferenza verso il bel sesso. Tu hai certamente, mio Dio! ordinato che la pitoccheria e la urbanità, le quali nell’altre contrade si guardano nimichevolmente, s’affratellassero in questa – ma e questo è pure un arcano de’ tuoi sapienti consigli! – Indussi quel meschinello a gradire il presente d’un soldo, e solo in grazia della sua politesse.
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
zino, mi esponeva dinanzi l’un dopo l’altro tutti quanti i suoi merletti: e spiegavali  e  ripiegavali  ad  uno  ad  uno  con  mansuetissima  placidezza  – Comperassi, non comperassi, lascerebbe ogni cosa a mia stima – La povera anima struggevasi (o mi parea) di guadagnarsi un quattrino; nè lasciò persuasiva alcuna intentata – e non pareano moine; perch’io mi sentiva attorniato da un non so che di semplice e carezzevole. Se v’è chi non penda a quella dabbenaggine vereconda la quale fa vista di non avvedersene, e si lascia gabbare – tal sia di lui – Il mio cuore si disacerbò e mi dissuase dal proponimento di non comperare con la facilità con cui m’aveva distolto dal mal talento contro l’albergatore – Adunque ti farò io – diceva meco, guardandola in viso – ti farò, o poveretta, scontar l’altrui colpa? e se tu sei tributaria di quel tiranno di locandiere – pur troppo! il tuo pane è più scarso. Quand’anche io non mi fossi trovato che quattro louis d’or, io non avrei saputo alzarmi a mostrarle la porta fino a che io non ne avessi spesi tre in un paio di manichini. Ma l’oste farà a mezzo con lei – Che mi fa a me? – Pago come tanti altri pagarono prima di me, per un atto a cui mancava ad essi il potere e la volontà. Capitolo 55 L’ENIGMA (PARIGI) La Fleur nel servirmi a cena mi riferì che l’albergatore era tutto compunto dell’affronto fattomi d’intimarmi che mi provvedessi d’alloggio. Chi sa cosa sia una notte ben riposata, non si corica, per quant’ei può, con l’animo ruggine – Onde ingiunsi a La Fleur che rispondesse all’albergatore che rincresceva a me pure d’avergliene data occasione – e lasciagli intendere, se pure a te così pare, La Fleur, che se mai quella fanciulla tornasse, non la vedrò. Io  non  mi  dava  questa  mortificazione  per  amore  dell’oste;  bensì perch’io feci proponimento di non più ritentare il pericolo di cui mi sentiva tuttavia la paura; e continuare i miei viaggi accompagnato dalla virtù che io aveva recata meco in Parigi. C’est deroger à la noblesse, monsieur, disse La Fleur, inchinandosi sino a terra – et encore, monsieur potrebbe mutarsi – e se (par hasard) le piacesse di ricrearsi... – Io così, gli dissi dandogli su la voce, non mi ricreo. Mon Dieu! disse La Fleur – e partì.
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo
di bambagia assai rada, e troppo misere a chiudere convenientemente) siano dalla cameriera o appuntate con lunghi spilloni, o cucite con ago e refe, in guisa che oppongano argine competente a’ confini del signore. II. – La signora pretende che il signore si corichi ravviluppato tutta notte nella sua vesta da camera. Ricusasi: tanto più che il signore non possede vesta da camera, e non ha nella sua valigia fuorchè sei camicie, ed un paio di brache di seta nera. L’aver  mentovato  le  brache,  mandò  sossopra  l’articolo  –  e  furono richieste in compenso della vesta da camera; laonde si stipulò ch’io dormissi con le mie brache di seta nera. III. – La signora pretende, e sarà stipulato, che non sì tosto il signore giacerà a letto, e la candela ed il foco saranno spenti, egli non dirà per tutta quanta la notte una sola parola. Accettasi: salvo che quando il signore dirà le sue devozioni, ciò non s’apponga a violazione del trattato. S’era trasandato un unico punto di poco rilievo, ed è: in che modo ci saremmo spogliati, e coricati ne’ nostri letti – or non v’era che un modo solo; però il lettore può immaginarlo da sè; protesto bensì che ov’ei trapassasse i termini della verecondia naturale, e non ne imputasse la colpa alla sua fantasia, io me ne richiamerò solennemente – la qual mia doglianza non è già la prima, nè l’unica. Or poichè ciascheduno fu sotto le coltri, io – fosse la novità – o che si fosse – nol so; ma io mi giaceva a occhi spalancati, e cercava il sonno di qua e di là, – e mi voltava, e smaniava, e mi rivoltava – suonò mezzanotte – e poi un’ora – la natura e la pazienza erano all’agonia – O Gesù mio! dissi... – Avete rotto l’accordo, disse la signora, la quale anch’essa non aveva chiuso mezz’occhio. Le domandai tante e tante scuse – ripetendo tuttavia che la mia era una iaculatoria, nè più nè meno – e la signora si puntigliava a rispondere ch’io aveva rotto irremissibilmente l’accordo; ed io le andava dicendo che no; e me ne appellava alla clausola dell’articolo III. Ma mentre la signora voleva vincere il suo punto, disarmava da per sè le proprie barriere; perchè nell’ardore del diverbio mi giunse all’orecchio il tintinnìo di tre o quattro spilloni che cascando sullo spazzo, lasciavano aperta una breccia nelle cortine. In buona fede, e sull’onor mio, signora mia, neppure per un diadema – e stesi in via d’asserzione il mio braccio fuori del letto – (e voleva dire che
Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Ugo Foscolo