razionalismo

[ra-zio-na-lì-ʃmo]
In sintesi
orientamento filosofico che si basa sulla ragione, intesa come unica fonte e strumento di conoscenza; comportamento improntato a principi essenzialmente razionali
1
Atteggiamento, orientamento culturale che si fonda su criteri razionali || Grande fiducia nel potere del ragionamento in contrapposizione a quello dell'intuizione
2
ARCH Movimento architettonico del primo Novecento che rifiutava il puro decorativismo, ricercava la funzionalità delle forme e utilizzava le più moderne tecnologie
3
FILOS Ogni dottrina filosofica che consideri la conoscenza della realtà come intrinsecamente e oggettivamente fondata sulle capacità razionali dell'uomo, o che consideri la realtà come organizzata secondo un principio razionale
4
TEOL Orientamento teologico-culturale che tende a cogliere nella religione esclusivamente ciò che è comprensibile razionalmente

Citazioni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Baldassar Castiglione   Il libro del Cortegiano   Libro terzo C i i nar colui per onor degli omini;ché ben potete imaginare che bon giudicio avea quella gran signora, amando un animale così irrazionale, e forse ancora  che  di  molti  che  la  servivano  aveva  eletto  questo  per  lo  più  discreto, lassando  adrieto  e  dando  disfavore  a  chi  costui  non  saria  stato  degno famiglio.”  Rise  il  conte  Ludovico  e  disse:  “Chi  sa  che  questo  non  fusse discreto nell’altre cose e peccasse solamente in osterie? Ma molte volte per soverchio amore gli omini fanno gran sciocchezze; e se volete dir il vero, forse che a voi talor è occorso farne più d’una.” LXXII Rispose ridendo messer Cesare: “Per vostra fé, non scopriamo i nostri errori.” “Pur bisogna scoprirli,” rispose il signor Gasparo, “per sapergli correggere;” poi suggiunse: “Voi, signor Magnifico, or che ‘l cortegian si sa guadagnare e mantene la grazia della sua signora e tôrla al suo rivale, sete debitor de insegnarli a tener secreti gli amori suoi.” Rispose il Magnifico: “A  me  par  d’aver  detto  assai:  però  fate  mo  che  un  altro  parli  di  questa secretezza.” Allora messer Bernardo e tutti gli altri cominciarono di novo a fargli instanzia; e ‘l Magnifico ridendo, “Voi,” disse, “volete tentarmi; troppo sete tutti ammaestrati in amore; pur, se desiderate saperne più, andate e sì vi leggete Ovidio.” “E come,” disse messer Bernardo, “debb’io sperare che e suoi precetti vagliano in amore? poiché conforta e dice esser bonissimo che l’uom in presenzia della innamorata finga d’essere imbriaco (vedete che bella manera d’acquistar grazia!), ed allega per un bel modo di far intendere, stando a convito, ad una donna d’esserne innamorato, lo intingere un dito nel vino e scriverlo in su la tavola.” Rispose il Magnifico ridendo: “In que’ tempi non era vicio.” “E però,” disse messer Bernardo, “non dispiacendo agli omini di que’ tempi questa cosa tanto sordida, è da credere che non avessero così gentil maniera di servir donne in amore come abbiam noi; ma non lassiamo il proposito nostro primo d’insegnar a tenere l’amor secreto.” LXXIII Allor il Magnifico, “Secondo me,” disse, “per tener l’amor secreto bisogna fuggir le cause che lo publicano, le quali sono molte, ma una principale, che è il voler esser troppo secreto e non fidarsi di persona alcuna, perché  ogni  amante  desidera  far  conoscer  le  sue  passioni  alla  amata,  ed
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
libertà non si deve dire che sia il vivere come l’omo vole, ma il vivere secondo le bone leggi; né meno naturale ed utile e necessario è l’obedire, che si sia il commandare; ed alcune cose sono nate, e così distinte ed ordinate da natura al commandare, come alcune altre all’obedire. Vero è che sono due modi di signoreggiare: l’uno imperioso e violento, come quello dei patroni ai schiavi, e di questo commanda l’anima al corpo; l’altro più mite e placido, come quello dei boni prìncipi per via delle leggi ai cittadini, e di questo commanda la ragione allo appetito; e l’uno e l’altro di questi due modi è utile,  perché  il  corpo  è  nato  da  natura  atto  ad  obedire  all’anima,  e  così l’appetito alla ragione. Sono ancora molti omini, l’operazion de’ quali versano solamente circa l’uso del corpo; e questi tali tanto son differenti dai virtuosi, quanto l’anima dal corpo e pur, per essere animali razionali, tanto participano della ragione, quanto che solamente la conoscono, ma non la posseggono né fruiscono. Questi adunque sono naturalmente servi e meglio è ad essi e più utile l’obedire che ‘l commandare.” XXII Disse allor il signor Gaspar: “Ai discreti e virtuosi e che non sono da natura servi, di che modo si ha adunque a commandare?” Rispose il signor Ottaviano: “Di quel placido commandamento regio e civile, ed a tali è ben fatto dar talor l’amministrazione di que’ magistrati di che sono capaci, acciò che possano essi ancora commandare e governare i men savi di sé, di modo però che ‘l principal governo dependa tutto dal supremo principe. E perché avete detto che più facil cosa è che la mente  d’un solo si corrompa che quella di molti, dico che è ancora più facil cosa trovar un bono e savio che molti; e bono e savio si deve estimare che possa esser un re di nobil stirpe, inclinato alle virtù dal suo natural instinto e dalla famosa memoria dei suoi antecessori ed instituito di boni costumi; e se non sarà d’un’altra specie più che umana, come voi avete detto di quello delle api, essendo aiutato dagli ammaestramenti e dalla educazione ed arte del cortegiano, formato da questi  signori  tanto  prudente  e  bono,  sarà  giustissimo,  continentissimo, temperatissimo, fortissimo e sapientissimo, pien di liberalità, magnificenzia, religione e clemenzia; in somma sarà gloriosissimo e carissimo agli omini ed a Dio, per la cui grazia acquisterà quella virtù eroica, che lo farà eccedere i termini della umanità e dir si potrà più presto semideo che uom mortale; perché Dio si diletta ed è protettor di que’ prìncipi che vogliono imitarlo
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
instituzione che ha da far il cortegiano nel suo principe deve esser cominciata dalla consuetudine e quasi dai costumi cottidiani, li quali, senza che essa se ne avvegga,  lo  assuefacciano  al  ben  fare,  o  se  pur  se  gli  deve  dar principio col mostrargli con ragione la qualità del bene e del male e con fargli  conoscere  prima  che  si  metta  in  camino  qual  sia  la  bona  via  e  da seguitare, e quale la mala e da fuggire: in somma, se in quell’animo si deve prima introdurre e fondar le virtù con la ragione ed intelligenzia, o vero con la consuetudine.” Disse il signor Ottaviano: “Voi mi mettete in troppo lungo ragionamento; pur, acciò che non vi paia ch’io manchi per non voler rispondere alle dimande vostre, dico che secondo che l’anima e ‘l corpo in noi sono due cose, così ancora l’anima è divisa in due parti, delle quali l’una ha in sé la ragione, l’altra l’appetito. Come adunque nella generazione il corpo precede l’anima, così la parte irrazionale dell’anima precede la razionale; il che si comprende chiaramente nei fanciulli, ne’ quali quasi sùbito che son nati si vedeno l’ira e la concupiscenzia, ma poi con spacio di tempo appare la ragione. Però devesi prima pigliare cura del corpo che dell’anima, poi prima dell’appetito che della ragione; ma la cura del corpo per rispetto dell’animo, e dell’appetito per rispetto della ragione; ché secondo che la virtù intellettiva si fa perfetta con la dottrina, così la morale si fa con la consuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione con la consuetudine, la qual po governare gli appetiti non ancora capaci di ragione e con quel bon  uso  indrizzargli  al  bene;  poi  stabilirli  con  la  intelligenzia,  la  quale, benché più tardi mostri il suo lume, pur dà modo di fruir più perfettamente le virtù a chi ha bene instituito l’anima dai costumi, nei quali, al parer mio, consiste il tutto.” XXX Disse il signor Gaspar: “Prima che passiate più avanti vorrei saper che cura si deve aver del corpo, perché avete detto che prima devemo averla di quello, che dell’anima.” “Dimandatene,” rispose il signor Ottaviano ridendo, “a questi, che lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che ‘l mio, come vedete, non è troppo ben curata. Pur ancora di questo si poria dir largamente, come del tempo conveniente del maritarsi, acciò che i figlioli non fossero troppo vicini né troppo lontani alla età paterna; degli esercizi e della educazione sùbito che sono nati e nel resto della età, per fargli ben disposti, prosperosi e gagliardi.” Rispose il signor Gaspar: “Quello che più
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
che è propria dell’omo; dall’intelletto, per lo quale l’uom po communicar con gli angeli, nasce la voluntà. Così adunque come il senso non conosce se non cose sensibili, l’appetito le medesime solamente desidera; e così come l’intelletto non è vòlto ad altro che alla contemplazion di cose intelligibili, quella  voluntà  solamente  si  nutrisce  di  beni  spirituali.  L’omo,  di  natura razionale, posto come mezzo fra questi dui estremi, po per sua elezione, inclinandosi al senso o vero elevandosi allo intelletto, accostarsi ai desidèri or dell’una or dell’altra parte. Di questi modi adunque si po desiderar la bellezza; il nome universal della quale si conviene a tutte le cose o naturali o artificiali che son composte con bona proporzione e debito temperamento, quanto comporta la lor natura. LII Ma parlando della bellezza che noi intendemo, che è quella solamente  che  appar  nei  corpi  e  massimamente  nei  volti  umani  e  move  questo ardente desiderio che noi chiamiamo amore, diremo che è un influsso della bontà divina, il quale, benché si spanda sopra tutte le cose create come il lume del sole, pur quando trova un volto ben misurato e composto con una certa gioconda concordia di colori distinti ed aiutati dai lumi e dall’ombre e da una ordinata distanzia e termini di linee, vi s’infonde e si dimostra bellissimo,  e  quel  subietto  ove  riluce  adorna  ed  illumina  d’una  grazia  e splendor  mirabile,  a  guisa  di  raggio  di  sole  che  percuota  in  un  bel  vaso d’oro terso e variato di preciose gemme; onde piacevolmente tira a sé gli occhi umani e per quelli penetrando s’imprime nell’anima, e con una nova suavità tutta la commove e diletta, ed accendendola da lei desiderar si fa. Essendo adunque l’anima presa dal desiderio di fruir questa bellezza come cosa  bona,  se  guidar  si  lassa  dal  giudicio  del  senso  incorre  in  gravissimi errori e giudica che ‘l corpo, nel qual si vede la bellezza, sia la causa principal di quella, onde per fruirla estima essere necessario l’unirsi intimamente più che po con quel corpo; il che è falso; e però chi pensa, possedendo il corpo, fruir la bellezza, s’inganna e vien mosso non da vera cognizione per elezion di ragione, ma da falsa opinion per l’appetito del senso; onde il piacer che ne segue esso ancora necessariamente è falso e mendoso. E però in un de’ dui mali incorrono tutti quegli amanti, che adempiono le lor non oneste voglie con quelle donne che amano; ché o vero, sùbito che son giunti al fin desiderato, non solamente senton sazietà e fastidio, ma piglian odio alla
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
irracionali,  ma  gli  affanni  molto  più  gravi.  Stando  adunque  questo presuposito, il quale è verissimo, dico che ‘l contrario interviene a quelli che sono nella età più matura; ché se questi tali, quando già l’anima non è tanto oppressa dal peso corporeo e quando il fervor naturale comincia ad intepidirsi, s’accendono della bellezza e verso quella volgono il desiderio guidato da razional elezione, non restano ingannati e posseggono perfettamente la bellezza; e però dal possederla nasce lor sempre bene, perché la bellezza è bona e, conseguentemente, il vero amor di quella è bonissimo e santissimo e sempre produce effetti boni nell’anime di quelli, che col fren della ragion correggono la nequicia del senso; il che molto più facilmente i vecchi far possono che i giovani. LIV Non è adunque fuor di ragione il dire ancor, ch’e vecchi amar possano senza biasimo e più felicemente che i giovani; pigliando però questo nome di vecchio non per decrepito, né quando già gli organi del corpo son tanto debili, che l’anima per quelli non po operar le sue virtù, ma quando il saper in noi sta nel suo vero vigore. Non tacerò ancora questo; che è ch’io estimo che, benché l’amor sensuale in ogni età sia malo, pur ne’ giovani meriti escusazione, e forse in qualche modo sia licito; ché se ben dà loro affanni, pericoli, fatiche e quelle infelicità che s’è detto, non però molti che per guadagnar la grazia delle donne amate fan cose virtuose, le quali benché non siano indrizzate a bon fine, pur in sé son bone; e così di quel molto amaro cavano un poco di dolce, e per le avversità che supportano in ultimo riconoscon l’error suo. Come adunque estimo che quei giovani che sforzan gli appetiti ed amano con la ragione sian divini, così escuso quelli che vincer si lassano dall’amor sensuale, al qual tanto per la imbecillità umana sono inclinati;  purché  in  esso  mostrino  gentilezza,  cortesia  e  valore  e  le  altre nobil  condicioni  che  hanno  dette  questi  signori;  e  quando  non  son  più nella età giovenile, in tutto l’abbandonino, allontanandosi da questo sensual desiderio, come dal più basso grado della scala per la qual si po ascendere al vero amore. Ma se ancor, poi che son vecchi, nel freddo core conservano il foco degli appetiti e sottopongon la ragion gagliarda al senso debile, non si po dir quanto siano da biasmare; ché, come insensati, meritano con perpetua infamia esser connumerati tra gli animali irracionali, perché i pensieri e i modi dell’amor sensuale son troppo disconvenienti alla età matura.”
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXIII Quivi il signor Morello, “Il generar,” disse, “la bellezza nella bellezza con effetto, sarebbe il generar un bel figliolo in una bella donna; ed a me pareria molto più chiaro segno ch’ella amasse l’amante compiacendolo di questo, che di quella affabilità che voi dite.” Rise il Bembo e disse: “Non bisogna,  signor  Morello,  uscir  de’  termini;  né  piccoli  segni  d’amar  fa  la donna, quando all’amante dona la bellezza, che è così preciosa cosa, e per le vie che son adito all’anima, cioè la vista e lo audito, manda i sguardi degli occhi suoi, la imagine del volto, la voce, le parole, che penetran dentro al core dell’amante e gli fan testimonio dell’amor suo.” Disse il signor Morello: “I sguardi e le parole possono essere e spesso son testimonii falsi; però chi non ha meglior pegno d’amore, al mio giudicio, è mal sicuro; e veramente io aspettava pur che voi faceste questa vostra donna un poco più cortese e liberale verso il cortegiano, che non ha fatto il signor Magnifico la sua; ma parmi che tutti dui siate alla condizione di quei giudici, che danno la sentenzia contra i suoi per parer savi.” LXIV Disse il Bembo: “Ben voglio io che assai più cortese sia questa donna al mio cortegiano non giovane, che non è quella del signor Magnifico al giovane; e ragionevolmente, perché il mio non desidera se non cose oneste, e però po la donna concedergliele tutte senza biasimo; ma la donna del signor Magnifico, che non è così sicura della modestia del giovane, deve concedergli solamente le oneste e negargli le disoneste; però più felice è il mio, a cui si concede ciò ch’ei dimanda, che l’altro, a cui parte si concede e parte si nega. Ed acciò che ancor meglio conosciate che l’amor razionale è più felice che ‘l sensuale, dico che le medesime cose nel sensuale si debbeno talor negare e nel razionale concedere, perché in questo son disoneste, ed in quello oneste; però la donna, per compiacer il suo amante bono, oltre il concedergli i risi piacevoli, i ragionamenti domestici e secreti, il motteggiare, scherzare, toccar la mano, po venir ancor ragionevolmente senza biasimo insin al bascio, il che nell’amor sensuale, secondo le regule del signor Magnifico, non è licito; perché, per esser il bascio congiungimento e del corpo e dell’anima, pericolo è che l’amante sensuale non inclini più alla parte del corpo che a quella dell’anima, ma l’amante razionale conosce che, ancora che la bocca sia parte del corpo, nientedimeno per quella si dà esito alle parole che sono interpreti dell’anima, ed a quello intrinseco anelito che si 268 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli � Dante Alighieri   Convivio   Trattato primo sono di fuori colorate, così la parte razionale ha suo occhio, con lo quale apprende la differenza de le cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e questa è la discrezione. E sì come colui che è cieco de li occhi sensibili va sempre secondo che li altri [il guidano, o] male [o] bene, così colui che è cieco del lume de la discrezione sempre va nel suo giudicio secondo il grido, o diritto o falso; onde qualunque ora lo guidatore è cieco, conviene che esso e quello, anche cieco, ch’a lui s’appoggia vegnano a mal fine. Però è scritto che  “’l  cieco  al  cieco  farà  guida,  e  così  cadranno  ambedue  ne  la  fossa”. Questa grida è stata lungamente contro a nostro volgare, per le ragioni che di sotto si ragioneranno, appresso di questa. E li ciechi sopra notati, che sono quasi infiniti, con la mano in su la spalla a questi mentitori, sono caduti ne la fossa de la falsa oppinione, de la quale uscire non sanno. De l’abito di questa  luce  discretiva  massimamente  le  populari  persone  sono orbate; però che, occupate dal principio de la loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano sì l’animo loro a quello per forza de la necessitate, che ad altro non intendono. E però che l’abito di vertude, sì morale come intellettuale, subitamente avere non si può, ma conviene che per usanza s’acquisti, ed ellino la loro usanza pongono in alcuna arte e a discernere l’altre cose non curano, impossibile è a loro discrezione avere. Per che incontra che molte volte gridano Viva la loro morte, e Muoia la loro vita, pur che alcuno cominci; e quest’è pericolosissimo difetto ne la loro cechitade. Onde Boezio giudica la populare gloria vana, perché la vede sanza discrezione. Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ché se una pecora si gittasse da una ripa  di  mille  passi,  tutte  l’altre  l’andrebbero  dietro;  e  se  una  pecora  per alcuna cagione al passare d’una strada salta, tutte l’altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare. E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non ostante che ’l pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col petto dinanzi a esse si parava. La seconda setta contra nostro volgare si fa per una maliziata scusa. Molti sono che amano più d’essere tenuti maestri che d’essere, e per fuggir lo contrario, cioè di non esser tenuti, sempre danno colpa a la materia de l’arte apparecchiata, o vero a lo strumento; sì come lo mal fabbro biasima lo ferro appresentato a lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa del mal coltello e del mal sonare al ferro e a la cetera, e levarla a sé. Così sono alquanti, e non pochi, che vogliono che l’uomo li tegna dicitori; e per scusarsi dal non dire o dal dire male accusano e incolpano la materia, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
XII Se manifestamente per le finestre d’una casa uscisse fiamma di fuoco, e alcuno dimandasse se là dentro fosse il fuoco, e un altro rispondesse a lui di sì, non saprei bene giudicare qual di costoro fosse da schernire di più. E non altrimenti sarebbe fatta la dimanda e la risposta di colui e di me, che mi domandasse se amore a la mia loquela propria è in me e io li rispondesse di sì, appresso le su proposte ragioni. Ma tuttavia, e a mostrare che non solamente amore ma perfettissimo amore di quella è in me, e a biasimare ancora li suoi avversarii ciò mostrando a chi bene intenderà, dirò come a lei fui fatto amico, e poi come l’amistà è confermata. Dico che, sì come vedere si può che s[crive] Tullio in quello De Amicitia, non discordando da la sentenza del Filosofo aperta ne l’ottavo e nel nono de l’Etica, naturalmente la prossimitade e la bontade sono cagioni d’amore generative; lo beneficio, lo studio e la consuetudine sono cagioni d’amore accrescitive. E tutte queste cagioni vi sono state a generare e a confortare l’amore ch’io porto al mio volgare, sì come brievemente io mosterrò. Tanto è la cosa più prossima quanto, di tutte le cose del suo genere, altrui è più unita: onde di tutti li uomini lo figlio è più prossimo al padre; di tutte l’arti la medicina è la più prossima al medico, e la musica al musico, però che a loro sono più unite che l’altre; di tutta la terra è più prossima quella dove l’uomo tiene se medesimo, però che è ad esso più unita. E così lo volgare è più prossimo quanto è più unito, che uno e solo è prima ne la mente che alcuno altro, e che non solamente per sé è unito, ma per accidente, in quanto è congiunto con le più prossime persone, sì come con li parenti e con li propri cittadini e con la propria gente. E questo è lo volgare proprio; lo quale è non prossimo, ma massimamente prossimo a ciascuno. Per che, se la prossimitade è seme d’amistà, come detto è di sopra, manifesto è ch’ella è de le cagioni stata de l’amore ch’io porto a la mia loquela, che è a me prossima più che l’altre. La sopra detta cagione, cioè d’essere più unito quello ch’è solo prima in tutta la mente, mosse la consuetudine de la gente, che fanno li primogeniti succedere solamente, sì come più propinqui e perché più propinqui, più amati. Ancora, la bontade fece me a lei amico. E qui è da sapere che ogni bontade propria in alcuna cosa, è amabile in quella: sì come ne la maschiezza essere ben barbuto, e nella femminezza essere ben pulita di barba in tutta la faccia; sì come nel bracco bene odorare, e sì come nel veltro ben correre. E quanto ella è più propria, tanto ancora è più amabile; onde, avvegna che Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 22 � Dante Alighieri   Convivio   Trattato primo ciascuna vertù sia amabile ne l’uomo, quella è più amabile in esso che è più umana, e questa è la giustizia, la quale è solamente ne la parte razionale o vero intellettuale, cioè ne la volontade. Questa è tanto amabile, che, sì come dice lo Filosofo nel quinto de l’Etica, li suoi nimici l’amano, sì come sono ladroni e rubatori; e però vedemo che ’l suo contrario, cioè la ingiustizia, massimamente è odiata, sì come è tradimento, ingratitudine, falsitade, furto, rapina, inganno e loro simili. Li quali sono tanto inumani peccati, che ad iscusare sé de l’infamia di quelli, si concede da lunga usanza che uomo parli di sé, sì come detto è di sopra, e possa dire sé essere fedele e leale. Di questa vertù innanzi dicerò più pienamente nel quartodecimo trattato; e qui lasciando, torno al proposito. Provato è adunque la bontà de la cosa più propria [più essere amabile in quella; per che, a mostrare quale in essa è più propria, ] è da vedere quella che più in essa è amata e commendata, e quella è essa. E noi vedemo che in ciascuna cosa di sermone lo bene manifestare del concetto sì è più amato e commendato: dunque è questa la prima sua bontade. E con ciò sia cosa che questa sia nel nostro volgare, sì come manifestato è di sopra in altro capitolo, manifesto è ched ella è de le cagioni stata de l’amore ch’io porto ad esso; poi che, sì come detto è, la bontade è cagione d’amore generativa. XIII Detto come ne la propria loquela sono quelle due cose per le quali io sono fatto a lei amico, cioè prossimitade a me e bontà propria, dirò come per beneficio e concordia di studio e per benivolenza di lunga consuetudine l’amistà è confermata e fatta grande Dico, prima, ch’io per me ho da lei ricevuto dono di grandissimi benefici. E però è da sapere che intra tutti i benefici è maggiore quello che più è prezioso a chi riceve; e nulla cosa è tanto preziosa, quanto quella per la quale tutte l’altre si vogliono; e tutte l’altre cose si vogliono per la perfezione di colui che vuole. Onde con ciò sia cosa che due perfezioni abbia l’uomo, una prima e una seconda — la prima lo fa essere, la seconda lo fa essere buono —, se la propria loquela m’è stata cagione e de l’una e de l’altra, grandissimo beneficio da lei ho ricevuto. E ch’ella sia stata a me d’essere [cagione, e ancora di buono essere] se per me non stesse, brievemente si può mostrare. Non è secondo [lo Filosofo impossibile, sì come dice ne la Fisica al libro secondo] a una cosa esser più cagioni efficienti, avvegna che una sia massima de l’altre; onde lo fuoco e lo martello sono cagioni efficienti de lo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti. L’altro  si  chiama  allegorico,  ]  e  questo  è  quello  che  si  nasconde  sotto  ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre. E perché questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato. Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia. Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel  senso  litterale,  per  le  cose  significate  significa  de  le  superne  cose  de l’etternal gloria, sì come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Ché avvegna essere vero secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale  sentenza]  sia  sempre  lo  di  fuori,  impossibile  è  venire  a  l’altre, massimamente  a  l’allegorica,  sanza  prima  venire  a  la  litterale.  Ancora,  è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere a la forma, sanza prima essere essere disposto lo subietto sopra che la forma dee stare: sì come impossibile la forma de l’oro è venire, se la materia, cioè lo suo subietto, non è digesta e apparecchiata; e la forma de Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
l’arca venire, se la materia, cioè lo legno, non è prima disposta e apparecchiata. Onde con ciò sia cosa che la litterale sentenza sempre sia subietto e materia de l’altre, massimamente de l’allegorica, impossibile è prima venire a la conoscenza de l’altre che a la sua. Ancora, è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere, se prima non è fatto lo fondamento, sì come ne la casa e sì come ne lo studiare: onde, con ciò sia cosa che ’l dimostrare sia edificazione di scienza, e la litterale dimostrazione sia fondamento de l’altre, massimamente de l’allegorica, impossibile è a l’altre venire prima che a quella. Ancora, posto che possibile fosse, sarebbe inrazionale, cioè fuori d’ordine, e però con molta fatica e con molto errore si procederebbe. Onde, sì come dice lo Filosofo nel primo de la Fisica, la natura vuole che ordinatamente si proceda ne la nostra conoscenza, cioè procedendo da quello che conoscemo  meglio  in  quello  che  conoscemo  non  così  bene:  dico  che  la natura vuole, in quanto questa via di conoscere è in noi naturalmente innata. E però se li altri sensi dal litterale sono meno intesi — che sono, sì come manifestamente pare —, inrazionabile sarebbe procedere ad essi dimostrare, se prima lo litterale non fosse dimostrato. Io adunque, per queste ragioni, tuttavia sopra ciascuna canzone ragionerò prima la litterale sentenza, e appresso di quella ragionerò la sua allegoria, cioè la nascosa veritade; e talvolta de li altri sensi toccherò incidentemente, come a luogo e a tempo si converrà. II Cominciando adunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio che la fa parere serotina e matutina, secondo diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita Nuova, parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente. E sì come è ragionato per me ne lo allegato libello, più da sua gentilezza che da mia elezione venne ch’io ad essere suo consentisse; ché passionata di tanta misericordia si dimostrava sopra la mia vedovata vita, che li spiriti de li occhi miei a lei si fero massimamente amici. E così fatti, dentro [me] lei poi fero tale, che lo mio beneplacito fu contento a disposarsi a quella imagine. Ma però che non subitamente nasce amore e fassi grande e viene perfetto, ma vuole tempo alcuno e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrari che lo ’mpediscano, convenne, prima che questo nuovo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
fue e per difetto di ragione e per difetto d’ammaestramento; ché pur per ragione  veder  si  può  in  molto  maggiore  numero  esser  le  creature  sopra dette, che non sono li effetti che [da] li uomini si possono intendere. E l’una ragione è questa. Nessuno dubita, né filosofo né gentile né giudeo né cristiano  né  alcuna  setta,  ch’elle  non  siano  piene  di  tutta  beatitudine,  o tutte o la maggior parte, e che quelle beate non siano in perfettissimo stato. Onde, con ciò sia cosa che quella che è qui l’umana natura non pur una beatitudine abbia, ma due, sì com’è quella de la vita civile, e quella de la contemplativa, inrazionale sarebbe se noi vedemo quelle avere la beatitudine de la vita attiva, cioè civile, nel governare del mondo, e non avessero quella de la contemplativa, la quale è più eccellente e più divina. E con ciò sia  cosa  che  quella  che  ha  la  beatitudine  del  governare  non  possa  l’altra avere, perché lo ’ntelletto loro è uno e perpetuo, conviene essere altre fuori di questo ministerio che solamente vivano speculando. E perché questa vita è più divina, e quanto la cosa è più divina è più di Dio simigliante, manifesto è che questa vita è da Dio più amata; e se ella è più amata, più le è la sua beatanza stata larga; e se più l’è stata larga, più viventi le ha dato che  a l’altrui.  Per  che  si  conchiude  che  troppo  maggior  numero  sia  quello  di quelle creature che li effetti non dimostrano. E non è contra quello che par dire Aristotile nel decimo de l’Etica, che a le sustanze separate convegna pure la speculativa vita. Come pure la speculativa convegna loro, pure a la speculazione di certe segue la circulazione del cielo, che è del mondo governo; lo quale è quasi una ordinata civilitade, intesa ne la speculazione de li motori. L’altra ragione si è che nullo effetto è maggiore de la cagione, poi che la cagione non può dare quello che non ha; ond’è, con ciò sia cosa che lo divino intelletto sia cagione di tutto, massimamente de lo ’ntelletto umano, che lo umano quello non soperchia, ma da esso è improporzionalmente soperchiato. Dunque se noi, per le ragioni di sopra e per molt’altre, intendiamo Iddio aver potuto fare innumerabili quasi creature spirituali, manifesto è lui questo avere fatto maggiore numero. Altre ragioni si possono vedere assai, ma queste bastino al presente. Né si meravigli alcuno se queste e altre ragioni che di ciò avere potemo, non sono del tutto dimostrate; che però medesimamente dovemo ammirare  loro  eccellenza  —  la  quale  soverchia  gli  occhi  de  la  mente  umana,  sì come dice lo Filosofo nel secondo de la Metafisica —, e affermar loro essere. Poi che non avendo di loro alcuno senso (dal quale comincia la nostra Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
una sola sustanza sia tutta [sua] forma, per la sua nobilitade ha in sé natura di tutte queste cose, tutti questi amori puote avere e tutti li ha. Ché per la natura del simplice corpo, che ne lo subietto signoreggia, naturalmente  ama  l’andare  in  giuso;  e  però  quando  in  su  muove  lo  suo corpo, più s’affatica. Per la natura seconda, del corpo misto, ama lo luogo de la sua generazione, e ancora lo tempo; e però ciascuno naturalmente è di più virtuoso corpo ne lo luogo dove è generato e nel tempo de la sua generazione che in altro. Onde si legge ne le storie d’Ercule, e ne l’Ovidio Maggiore e in Lucano e in altri poeti, che combattendo con lo gigante che si chiamava Anteo, tutte volte che lo gigante era stanco, e elli ponea lo suo corpo sopra la terra disteso o per sua volontà o per forza d’Ercule, forza e vigore interamente de la terra in lui resurgea, ne la quale e de la quale era esso generato. Di che accorgendosi Ercule, a la fine prese lui; e stringendo quello  e  levatolo  da  la  terra,  tanto  lo  tenne  sanza  lasciarlo  a  la  terra ricongiugnere, che lo vinse per soperchio e uccise. E questa battaglia fu in Africa, secondo le testimonianze de le scritture. E per la natura terza, cioè de le piante, ha l’uomo amore a certo cibo, non in quanto è sensibile, ma in quanto è notribile, e quello cotale cibo fa l’opera di questa natura perfettissima, e l’altro non così, ma falla imperfetta. E però vedemo certo cibo fare li uomini formosi e membruti e bene vivacemente colorati, e certi fare lo contrario di questo. E per la natura quarta, de li animali, cioè sensitiva, hae l’uomo altro amore, per lo quale ama secondo la sensibile apparenza, sì come bestia; e questo amore ne l’uomo massimamente ha mestiere di rettore per la sua soperchievole operazione,  ne  lo  diletto  massimamente  del  gusto  e  del  tatto.  E  per  la  quinta  e ultima natura, cioè vera umana o, meglio dicendo, angelica, cioè razionale, ha l’uomo amore a la veritade e a la vertude; e da questo amore nasce la vera e perfetta amistade, de l’onesto tratta, de la quale parla lo Filosofo ne l’ottavo de l’Etica, quando tratta de l’amistade. Onde, acciò che questa natura si chiama mente, come di sopra è mostrato, dissi “Amore ragionare ne la mente”, per dare ad intendere che questo amore era quello che in quella nobilissima natura nasce, cioè di veritade e di vertude, e per ischiudere ogni falsa oppinione da me, per la quale fosse sospicato lo mio amore essere per sensibile dilettazione. Dico poi disiosamente, a dare ad intendere la sua continuanza e lo suo fervore. E dico “move sovente cose che fanno disviare lo ’ntelletto”. E veramente dico; però che li miei pensieri, di costei ragionando, molte fiate voleano cose conchiudere di lei Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
l’acqua né tutto fuor da quella; e altrimenti da li animali, la cui anima tutta in materia è compresa, ma alquanto è nobilitata; e altrimenti da le piante, e altrimenti da le minere; e altrimenti da la terra che da li altri [elementi], però che è materialissima, e però remotissima e improporzionalissima a la prima simplicissima e nobilissima vertude, che sola è intellettuale, cioè Dio. E avvegna che posti siano qui gradi generali, nondimeno si possono porre gradi singulari; cioè che quella riceve, de l’anime umane, altrimenti una che un’altra. E però che ne l’ordine intellettuale de l’universo si sale e discende  per  gradi  quasi  continui  da  la  infima  forma  a  l’altissima  [e  da l’altissima] a la infima, sì come vedemo ne l’ordine sensibile; e tra l’angelica natura, che è cosa intellettuale, e l’anima umana non sia grado alcuno, ma sia  quasi  l’uno  a  l’altro  continuo  per  li  ordini  de  li  gradi,  e  tra  l’anima umana e l’anima più perfetta de li bruti animali ancor mezzo alcuno non sia; e noi veggiamo molti uomini tanto vili e di sì bassa condizione, che quasi non pare essere altro che bestia; e così è da porre e da credere fermamente, che sia alcuno tanto nobile e di sì alta condizione che quasi non sia altro che angelo: altrimenti non si continuerebbe l’umana spezie da ogni parte, che esser non può. E questi cotali chiama Aristotile, nel settimo de l’Etica, divini; e cotale dico io che è questa donna, sì che la divina virtude, a guisa che discende ne l’angelo, discende in lei. Poi quando dico: E qual donna gentil questo non crede, pruovo questo per la esperienza che aver di lei si può in quelle operazioni che sono proprie de l’anima razionale, dove la divina luce più espeditamente raggia; cioè nel parlare e ne li atti che reggimenti e portamenti sogliono essere chiamati. Onde è da sapere che solamente l’uomo intra li animali parla, e ha reggimenti e atti che si dicono razionali però che solo elli ha in sé ragione. E se alcuno volesse dire contra, dicendo che alcuno uccello parli, sì come pare di certi, massimamente de la gazza e del pappagallo, e che alcuna bestia fa atti o vero reggimenti, sì come pare de la scimia e d’alcuno altro, rispondo che non è vero che parlino né che abbiano reggimenti, però che non hanno ragione,  da  la  quale  queste  cose  convegnono  procedere;  né  è  in  loro  lo principio di queste operazioni, né conoscono che sia ciò, né intendono per quello  alcuna  cosa  significare,  ma  solo  quello  che  veggiono  e  odono ripresentare. Onde, secondo la imagine de le corpora in alcuno corpo lucido si ripresenta, sì come ne lo specchio, e si la imagine corporale che lo specchio dimostra non è vera; così la imagine de la ragione, cioè li atti e lo parlare [che] l’anima bruta ripresenta, o vero dimostra, non è vera. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
[buono  è  disceso  ed  è  malvagio],  non  solamente  è  vile,  ma  vilissimo,  e degno d’ogni dispetto e vituperio più che altro villano. E perché l’uomo da questa infima viltade si guardi, comanda Salomone a colui che ’l valente antecessore hae avuto, nel vigesimo secondo capitolo de li Proverbi: “Non trapasserai li termini antichi che puosero li padri tuoi”; e dinanzi dice, nel quarto capitolo del detto libro: “La via de’ giusti”, cioè de’ valenti, “quasi luce splendiente procede, e quella de li malvagi è oscura. Elli non sanno dove rovinano”. Ultimamente, quando si dice: E tocca a tal, ch’è morto e va per terra, a maggiore detrimento dico questo cotale vilissimo essere morto, parendo vivo. Onde è da sapere che veramente morto lo malvagio uomo dire si puote, e massimamente quelli che da la via del buono suo antecessore si parte. E ciò si può così mostrare. Sì come dice Aristotile nel secondo de l’Anima, “vivere è l’essere de li viventi”; e per ciò che vivere è per molti modi (sì come ne le piante vegetare, ne li animali vegetare e sentire e muovere, ne li uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare, o vero intelligere), e le cose si deono denominare da la più nobile parte, manifesto è che vivere ne li animali è sentire — animali, dico, bruti —, vivere ne l’uomo è ragione usare. Dunque, se ’l vivere è l’essere [dei viventi e vivere ne l’uomo è ragione usare, ragione usare è l’essere] de l’uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto. E non si parte da l’uso del ragionare chi non ragiona lo fine de la sua vita? e non si parte da l’uso de la ragione chi non ragiona il cammino che fare dee? Certo si parte; e ciò si manifesta massimamente c[on] colui che ha le vestigie innanzi, e non le mira. E però dice Salomone nel quinto capitolo de li Proverbi: “Quelli muore che non ebbe disciplina, e ne la moltitudine de la sua stoltezza sarà ingannato”. Ciò è a dire: Colui è morto che non si fé discepolo, che non segue lo maestro; e questo  vilissimo  è  quello.  Potrebbe  alcuno  dicere:  Come  è  morto  e  va? Rispondo che è morto [uomo] e rimaso bestia. Ché, sì come dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, le potenze de l’anima stanno sopra sé come la figura de lo quadrangulo sta sopra lo triangulo, e lo pentangulo, cioè la figura che ha cinque canti, sta sopra lo quadrangulo: e così la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la intellettiva sta sopra la sensitiva. Dunque, come levando  l’ultimo  canto  del  pentangulo  rimane  quadrangulo  e  non  più pentangulo, così levando l’ultima potenza de l’anima, cioè la ragione, non rimane più uomo, ma cosa con anima sensitiva solamente, cioè animale bruto. E questa è la sentenza del secondo verso de la canzone impresa, nel quale si pongono l’altrui oppinioni. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 110 � Dante Alighieri   Convivio   Trattato primo VIII Lo più bello ramo che de la radice razionale consurga si è la discrezione.  Ché,  sì  come  dice  Tommaso  sopra  lo  prologo  de  l’Etica,  “conoscere l’ordine d’una cosa ad altra è proprio atto di ragione”, e è questa discrezione. Uno de’ più belli e dolci frutti di questo ramo è la reverenza che dee lo minore a lo maggiore. Onde Tullio, nel primo de li Offici, parlando de la bellezza che in su l’onestade risplende, dice la reverenza essere di quella; e così come questa è bellezza d’onestade, così lo suo contrario è turpezza e menomanza de l’onesto, lo quale contrario inreverenza, o vero tracotanza dicere in nostro volgare si può. E però esso Tullio nel medesimo luogo dice: “Mettere a negghienza di sapere quello che li altri sentono di lui, non solamente è di persona arrogante, ma di dissoluta”; che non vuole altro dire, se non che arroganza e dissoluzione è se medesimo non conoscere, ch’è principio ed è la misura d’ogni reverenza. Per che io volendo, con tutta reverenza e a lo Principe e al Filosofo portando, la malizia d’alquanti de la mente levare, per fondarvi poi suso la luce de la veritade, prima che a riprovare le proposte oppinioni proceda, mostrerò come, quelle riprovando, né contra l’imperiale  maiestade  né  contra  lo  Filosofo  si  ragiona  inreverentemente. Che se in alcuna parte di tutto questo libro inreverente mi mostrasse, non sarebbe tanto laido quanto in questo trattato; nel quale, di nobilitade trattando, me nobile e non villano deggio mostrare. E prima mostrerò me non presummere  [contra  l’autorità  del  Filosofo;  poi  mostrerò  me  non presummere] contra la maiestade imperiale. Dico adunque che quando lo Filosofo dice: “Quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso”, non intende dicere del parere di fuori, cioè sensuale, ma di quello dentro, cioè razionale; con ciò sia cosa che ’l sensuale parere secondo la più gente, sia molte volte falsissimo, massimamente  ne  li  sensibili  comuni,  là  dove  lo  senso  spesse  volte  è  ingannato. Onde sapemo che a la più gente lo sole pare di larghezza, nel diametro, d’un piede, e sì è ciò falsissimo. Ché, secondo lo cercamento e la invenzione che ha fatto l’umana ragione con l’altre sue arti, lo diametro del corpo del sole  è  cinque  volte  quanto  quello  de  la  terra,  e  anche  una  mezza  volta; [onde], con ciò sia cosa che la terra per lo diametro suo sia semilia cinquecento miglia, lo diametro del sole, che a la sensuale apparenza appare di quantità d’un piede, è trentacinque milia settecento cinquanta miglia. Per che manifesto è Aristotile non avere inteso de la sensuale apparenza; e però, se io intendo solo a la sensuale apparenza riprovare, non faccio contra la Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
intenzione del Filosofo, e però né la reverenza che a lui si dee non offendo. E che io sensuale apparenza intenda riprovare è manifesto. Ché costoro, che così giudicano, non giudicano se non per quello che sentono di queste cose che la fortuna può dare e torre; che perché veggiono fare le parentele e li alti matrimonii, li edifici mirabili, le possessioni larghe, le signorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobilitade, anzi essa nobilitade credono quelle essere. Che s’elli giudicassero con l’apparenza razionale, dicerebbero lo contrario, cioè la nobilitade essere cagione di questo, sì come di sotto in questo trattato si vedrà. E come io, secondo che vedere si può, contra la reverenza del Filosofo non parlo ciò riprovando, così non parlo contra la reverenza de lo Imperio: e  la  ragione  mostrare  intendo. Ma  però  che,  dinanzi  da  l’avversario  s[e] ragiona, lo rettorico dee molta cautela usare nel suo sermone, acciò che l’avversario  quindi  non  prenda  materia  di  turbare  la  veritade,  io,  che  al volto di tanti avversarii parlo in questo trattato, non posso [brievemente] parlare; onde, se le mie digressioni sono lunghe, nullo si maravigli. Dico adunque che, a mostrare me non essere inreverente a la maiestade de lo Imperio, prima è da vedere che è “reverenza”. Dico che reverenza non è altro che confessione di debita subiezione per manifesto segno. E veduto questo,  da  distinguere  è  intra  loro  “inreverente”  [e  “non  reverente”.  Lo inreverente]  dice  privazione,  lo  non  reverente  dice  negazione.  E  però  la inreverenza è disconfessare la debita subiezione, per manifesto segno, dico, e la non reverenza è negare la debita subiezione. Puote l’uomo disdicere la cosa doppiamente: per uno modo puote l’uomo disdicere offendendo a la veritade, quando de la debita confessione si priva, e questo propriamente è “disconfessare”; per un altro modo puote l’uomo disdicere non offendendo a la veritade, quando quello che non è non si confessa, e questo è proprio “negare”: sì come disdicere l’uomo sé essere del tutto mortale, è negare, propriamente parlando. Per che se io niego la reverenza de lo Imperio, non sono inreverente, ma sono non reverente: che non è contro a la reverenza, con ciò sia cosa che quella non offenda; sì come lo non vivere non offende la vita, ma offende quella la morte, che è di quella privazione. Onde altro è morte e altro è non vivere; che non vivere è ne le pietre. E però che morte dice privazione, che non può essere se non nel subietto de l’abito, e le pietre non sono subietto di vita, per che non “morte”, ma “non vivere” dicere si deono; similemente io, che in questo caso a lo Imperio reverenza avere non debbo, se la disdico, inreverente non sono, ma sono non reverente, che non Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
è tracotanza né cosa da biasimare. Ma tracotanza sarebbe l’essere reverente (se reverenza si potesse dicere), però che in maggiore e in vera [in]reverenza si cadrebbe, cioè de la natura e de la veritade, sì come di sotto si vedrà. E da questo fallo si guardò quello maestro de li filosofi, Aristotile, nel principio de l’Etica quando dice: “Se due sono li amici, e l’uno è la verità, a la verità è da consentire”. Veramente, perché detto ho ch’i’ sono non reverente, che è la reverenza negare, cioè negare la debita subiezione per manifesto segno, da vedere è come questo è negare e non disconfessare, cioè da vedere come, in questo caso, io non sia debitamente a la imperiale maiestà subietto. E perché lunga conviene essere la ragione, per proprio capitolo immediatamente intendo ciò mostrare. IX A  vedere  come  in  questo  caso,  cioè  in  riprovando  o  in  approvando l’oppinione de lo Imperadore, a lui non sono tenuto a subiezione, reducere a la mente si conviene quello che de lo imperiale officio di sopra, nel quarto capitolo di questo trattato, è ragionato, cioè che a perfezione de l’umana vita la imperiale autoritade fu trovata, e che ella è regolatrice e rettrice di tutte le nostre operazioni, giustamente; che, pertanto, oltre quanto le nostre operazioni si stendono tanto la maiestade imperiale ha giurisdizione, e fuori di quelli termini non si sciampia. Ma sì come ciascuna arte e officio umano da lo imperiale è a certi termini limitato, così questo da Dio a certo termine è finito: e non è da maravigliare, ché l’officio e l’arte de la natura finito in tutte sue operazioni vedemo. Che se prendere volemo la natura universale di tutto, tanto ha giurisdizione quanto tutto lo mondo, dico lo cielo e la terra, si stende; e questo è a certo termine, sì come per lo terzo de la Fisica e per lo primo De Celo et Mundo è provato. Dunque la giurisdizione de la natura universale è a certo termine finita — e per consequente la parti[culare] —; e anche di costei è limitatore colui che da nulla è limitato, cioè la prima bontade, che è Dio, che solo con la infinita capacitade infinito comprende. E a vedere li termini de le nostre operazioni, è da sapere che solo quelle sono nostre operazioni che subiacciono a la ragione e a la volontade; che se in noi è l’operazione digestiva, questa non è umana, ma naturale. Ed è da sapere che la nostra ragione a quattro maniere d’operazioni, diversamente da considerare, è ordinata: ché operazioni sono che ella solamente considera, e non fa né può fare alcuna di quelle, sì come sono le cose naturali e le sopranaturali e le matematice; e operazioni che essa considera e fa nel proOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli 113 � Dante Alighieri   Convivio   Trattato primo prio atto suo, le quali si chiamano razionali, sì come sono arti di parlare; e operazioni sono che ella considera e fa in materia di fuori di sé, sì come sono arti meccanice. E queste tutte operazioni, avvegna che ’l considerare loro subiaccia a la nostra volontade, elle per loro a nostra volontade non subiacciono: ché, perché noi volessimo che le cose gravi salissero per natura suso, e perché noi volessimo che ’l silogismo con falsi principii conchiudesse veritade dimostrando, e perché noi volessimo che la casa sedesse così forte pendente  come  diritta,  non  sarebbe;  però  che  di  queste  operazioni  non fattori propriamente, ma li trovatori semo. Altri l’ordinò e fece maggior fattore. Sono anche operazioni che la nostra [ragione] considera ne l’atto de la volontade, sì come offendere e giovare, sì come star fermo e fuggire a la battaglia, sì come stare casto e lussuriare, e queste del tutto soggiacciono a la nostra volontade; e però semo detti da loro buoni e rei perch’elle sono proprie nostre del tutto, perché, quanto la nostra volontade ottenere puote, tanto le nostre operazioni si stendono. E con ciò sia cosa che in tutte queste volontarie operazioni sia equitade alcuna da conservare e iniquitade da fuggire (la quale equitade per due cagioni si può perdere, o per non sapere quale essa si sia o per non volere quella seguitare) trovata fu la Ragione scritta, e per mostrarla e per comandarla. Onde dice Augustino: “Se questa — cioè equitade — li uomini la conoscessero, e conosciuta servassero, la Ragione  scritta  non  sarebbe  mestiere”;  e  però  è  scritto  nel  principio  del Vecchio Digesto: “La ragione scritta è arte di bene e d’equitade”. A questa scrivere, mostrare e comandare, è questo officiale posto di cui si parla, cioè lo Imperadore, al quale tanto quanto le nostre operazioni proprie, che dette sono,  si  stendono,  siamo  subietti;  e  più  oltre  no.  Per  questa  ragione,  in ciascuna arte e in ciascuno mestiere li artefici e li discenti sono, ed esser deono, subietti al prencipe e al maestro di quelle, in quelli mestieri ed in quella arte; e fuori di quello la subiezione pere, però che pere lo principato. Sì che quasi dire si può de lo Imperadore, volendo lo suo officio figurare con una imagine, che elli sia lo cavalcatore de la umana volontade. Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione è rimasa! ... E da considerare è che quanto la cosa è più propia de l’arte o del maestro, tanto è maggiore in quella la subiezione; ché, multiplicata la cagione, multiplica l’effetto. Onde è da sapere che cose sono che sono sì pure arti, che la natura è instrumento de l’arte: sì come vogare con remo, dove l’arte fa suo instrumento de la impulsione, che è naturale moto; sì come nel Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
X Poi che poste sono l’altrui oppinioni di nobilitade, e mostrato è quelle riprovare a me esser licito, verrò a quella parte ragionare che ciò ripruova; che comincia, sì come detto è di sopra: Chi diffinisce: “Omo è legno animato”. E però è da sapere che l’oppinione de lo Imperadore — avvegna che con difetto quella ponga — ne l’una particula, cioè là dove disse belli costumi, toccò de li costumi di nobilitade, e però in quella parte riprovare non s’intende. L’altra particula, che di natura di nobilitade è del tutto diversa, s’intende riprovare; la quale due cose pare dicere quando dice  antica ricchezza, cioè tempo e divizie, le quali a nobilitade sono del tutto diverse, come detto è e come di sotto si mostrerà. E però riprovando si fanno due parti: prima si ripruovano le divizie, e poi si ripruova lo tempo essere cagione di nobilitade. La seconda parte comincia: Né voglion che vil uom gentil divegna. E da sapere è che, riprovate le divizie, è riprovata non solamente l’oppinione de lo Imperadore in quella parte che le divizie tocca, ma eziandio quella del vulgo interamente che solo ne le divizie si fondava. La prima parte in due si divide: che ne la prima generalmente si dice lo ’mperadore essere stato erroneo ne la diffinizione di nobilitade; secondamente si mostra ragione perché. E comincia questa seconda parte: Ché le divizie, sì come si crede. Dico adunque,  Chi diffinisce: “Omo è legno animato”, che  prima dice non vero, cioè falso, in quanto dice “legno”; e poi parla non intero, cioè con difetto, in quanto dice “animato”, non dicendo “razionale”, che è differenza per la quale uomo da la bestia si parte. Poi dico che per questo modo fu erroneo in diffinire quelli che tenne impero: non dicendo “imperadore”, ma “quelli che tenne imperio”, a mostrare (come detto è di sopra) questa cosa determinare essere fuori d’imperiale officio. Poi dico similemente lui errare, che puose de la nobilitade falso subietto, cioè “antica ricchezza”, e poi procede[tt]e a “defettiva forma”, o vero differenza, cioè “belli costumi”, che non comprendono ogni formalitade di nobilitade, ma molto picciola parte, sì come di sotto si mostrerà. E non è da lasciare, tutto che ’l testo si taccia, che messere lo Imperadore in questa parte non errò pur ne le parti de la diffinizione, ma eziandio nel modo di diffinire, avvegna che, secondo la fama che di lui grida, elli fosse loico e clerico grande: ché la diffinizione de la nobilitade più degnamente si farebbe da li effetti che da’ principii, con ciò sia cosa che essa paia avere ragione di principio, che non si può notificare per cose prime, ma per posteriori. Poi quando dico: Ché le divizie, sì Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
questo  seme,  per  essere  fruttifero,  si  è  l’appetito  de  l’animo,  lo  quale  in greco è chiamato “hormen”. E se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. E però vuole santo Augustino, e ancora Aristotile nel secondo de l’Etica, che l’uomo s’ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciò che questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi ne  la  sua  rettitudine,  sì  che  possa  fruttificare,  e  del  suo  frutto  uscire  la dolcezza de l’umana felicitade. XXII Comandamento è de li morali filosofi che de li benefici hanno parlato, che l’uomo dee mettere ingegno e sollicitudine in porgere li suoi benefici quanto puote [utili] più al ricevitore; onde io, volendo a cotale imperio essere obediente, intendo questo mio Convivio per ciascuna de le sue parti rendere utile quanto più mi sarà possibile. E però che in questa parte occorre a me di potere alquanto ragionare [de l’umana felicitade, de la sua dolcezza  ragionare]  intendo;  ché  più  utile  ragionamento  fare  non  si  può  a coloro che non la conoscono. Ché, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica e Tullio in quello del Fine de’ Beni, male tragge al segno quelli che nol  vede;  e  così  male  può  ire  a  questa  dolcezza  chi  prima  non  l’avvisa. Onde, con ciò sia cosa che essa sia finale nostro riposo, per lo quale noi vivemo e operiamo ciò che facemo, utilissimo e necessario è questo segno vedere, per dirizzare a quello l’arco de la nostra operazione. E massimamente è da gradire quelli che a coloro che non veggiano l’addita. Lasciando dunque stare l’oppinione che di quello ebbe Epicuro filosofo, e di quello ebbe Zenone, venire intendo sommariamente a la verace oppinione d’Aristotile e de li altri Peripatetici. Sì come detto è di sopra, de la divina bontade, in noi seminata e infusa dal principio de la nostra generazione, nasce uno rampollo, che li Greci chiamano “hormen”, cioè appetito d’animo naturale. E sì come ne le biade che, quando nascono, dal principio hanno quasi una similitudine ne l’erba essendo, e poi si vengono per processo dissimigliando; così questo naturale appetito, che de la divina grazia surge, dal principio quasi si mostra non dissimile a quello che pur da natura  nudamente  viene,  ma  con  esso,  sì  come  l’erbate  quasi  di  diversi biadi, si simiglia. E non pur ne li uomini, ma ne li uomini e ne le bestie ha similitudine; e [’n] questo appare, che ogni animale, sì come elli è nato, razionale come bruto, se medesimo ama, e teme e fugge quelle cose che a lui sono contrarie, e quelle odia. Procedendo poi, sì come detto è, comincia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
una dissimilitudine tra loro, nel procedere di questo appetito, ché l’uno tiene uno cammino e l’altro un altro. Sì come dice l’Apostolo: “Molti corrono al palio, ma uno è quelli che ’l prende”, così questi umani appetiti per diversi calli dal principio se ne vanno, e uno solo calle è quello che noi mena a la nostra pace. E però, lasciando stare tutti li altri, col trattato è da tenere dietro a quello che bene comincia. Dico adunque che dal principio se stesso ama, avvegna che indistintamente;  poi  viene  distinguendo  quelle  cose  che  a  lui  sono  più  amabili  e meno, e più odibili [e meno], e seguita e fugge e più e meno, secondo la conoscenza distingue non solamente ne l’altre cose, che secondamente ama, ma eziandio distingue in sé, che ama principalmente. E conoscendo in sé diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama quelle; e con ciò sia cosa che più [nobile] parte de l’uomo sia l’animo che ’l corpo, quello più ama. E così, amando sé principalmente, e per sé l’altre cose, e amando di sé la migliore parte più, manifesto è che più ama l’animo che ’l corpo o che altra cosa: lo quale animo naturalmente più che altra cosa dee amare. Dunque, se la mente si dil[et]ta sempre ne l’uso de la cosa amata, che è frutto d’amore, [e] in quella cosa che massimamente è amata è l’uso massimamente dilettoso, l’uso del nostro animo è massimamente dilettoso a noi. E quello che massimamente è dilettoso a noi, quello è nostra felicitade e nostra beatitudine, oltre la quale nullo diletto è maggiore, né nullo altro pare; sì come veder si puote, chi bene riguarda la precedente ragione. E non dicesse alcuno che ogni appetito sia animo; ché qui s’intende animo solamente quello che spetta a la parte razionale, cioè la volontade e lo intelletto; sì che se volesse chiamare animo l’appetito sensitivo, qui non ha luogo, né instanza puote avere, ché nullo dubita che l’appetito razionale non sia più nobile che ’l sensuale, e però più amabile: e così è questo di che ora  si  parla.  Veramente  l’uso  del  nostro  animo  è  doppio,  cioè  pratico  e speculativo (pratico è tanto quanto operativo), l’uno e l’altro dilett[os]issimo, avvegna  che  quello  del  contemplare  sia  più,  sì  come  di  sopra  è  narrato. Quello del pratico si è operare per noi virtuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia; quello de lo speculativo si è non operare per noi, ma considerare l’opere di Dio e de la natura. E questo [come] quell’altro è nostra beatitudine e somma felicitade, sì come vedere si può; la quale è la dolcezza del sopra notato seme, sì come omai manifestamente appare, a la quale molte volte cotale seme non perviene per male essere coltivato, e per essere disviata la sua pullulazione. E Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
“Elli precederà”; e non dice: “Elli sarà con voi”: a dare a intendere che ne la nostra contemplazione Dio sempre precede, né mai lui giugnere potemo qui,  lo  quale  è  nostra  beatitudine  somma.  E  dice:  “Quivi  lo  vedrete,  sì come disse”: cioè quivi avrete de la sua dolcezza, cioè de la felicitade, sì come a voi è promesso qui; cioè, sì come stabilito è che voi avere possiate. E così appare che nostra beatitudine (questa felicitade di cui si parla) prima trovare potemo quasi imperfetta ne la vita attiva, cioè ne le operazioni de le morali virtudi, e poi perfetta quasi ne le operazioni de le intellettuali. Le quali due operazioni sono vie espedite e dirittissime a menare a la somma beatitudine, la quale qui non si puote avere, come appare pur per quello che detto è. XXIII Poi che dimostrata sufficientemente pare la diffinizione di nobilitade, e quella per le sue parti, come possibile è stato, è dichiarata, sì che vedere si puote omai che è lo nobile uomo, da procedere pare a la parte del testo che comincia: L’anima cui adorna esta bontate; ne la quale si mostrano li segni per li quali conoscere si puote il nobile uomo che detto è. E dividesi questa parte in due: che ne la prima s’afferma che questa nobilitade luce e risplende per tutta la vita del nobile, manifestamente; ne la seconda si dimostra specificamente  ne  li  suoi  splendori,  e  comincia  questa  seconda  parte: Ubidente, soave e vergognosa. Intorno de la prima è da sapere che questo seme divino, di cui parlato è di sopra, ne la nostra anima incontanente germoglia, mettendo e diversificando per ciascuna potenza de l’anima, secondo la essigenza di quella. Germoglia dunque per la vegetativa, per la sensitiva e per la razionale; e dibrancasi per le vertuti di quelle tutte, dirizzando quelle tutte a le loro perfezioni, e in quelle sostenendosi sempre infino al punto che, con quella parte de la nostra anima che mai non muore, a l’altissimo e gloriosissimo seminadore al cielo ritorna. E questo dice per quella prima che detta è. Poi quando comincia: Ubidente, soave e vergognosa, mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, che sono, di questa bontade divina, operazione; e partesi questa parte in quattro, secondo che per quattro etadi diversamente adopera, sì come per l’adolescenza, per la gioventute, per la senettute e per lo senio. E comincia la seconda parte: In giovinezza, temperata e forte; la terza comincia: E ne la sua senetta; la quarta comincia: Poi ne la quarta parte de la vita. In quest[o] è la sentenza di questa parte in generale. Intorno a la quale si vuole sapere che ciascuno effetto, in quanto Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
considerando che fosse chi egli è, lo domandò: — Quid est terribilis? Il  cherico,  udendo  questo  nome  così  terribile,  e  non  sapendo  che rispondere, guardava il cardinale, il quale menava il braccio, come quando si dà lo ’ncenso col terribile. E ’l cherico, pensando a quello che gli accennava, disse a lettere grosse: — Il tale dell’asino, quando egli è ritto, padre santo. Il papa, udendo questo, parve che dicesse: “Egli ha meglio risposto che potesse. E qual’è più terribile cosa che quella?” E disse: —Fiat, fiat  —; e volto al cardinale ridendo, disse: — Menalo via; fiat, fiat. E così fu fatto. Quanto fu grosso questo chericone, che non considerò quello che disse, né innanzi a cui, facendo così bella sposizione! e per questo ebbe il beneficio; ché avendo saputo qualcosa, forse non l’arebbe aùto. E forse fu questa sua grossezza cagione di farlo venire a maggiore dignità, come spesso interviene a molti, a cui viene il nostro Signore tra le mani, li quali hanno meno discrizione che gli animali irrazionali.
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali to? Dato che abbia terre e mari come l’altro, non potrebbe essere che fosse inabitato? anzi inabitabile? Facciamo che non sia meno abitato del nostro: che certezza hai tu che vi abbia creature razionali, come in questo? e quando pure ve ne abbia, come ti assicuri che sieno uomini, e non qualche altro genere di animali intellettivi? ed essendo uomini; che non sieno differentissimi da quelli che tu conosci? ponghiamo caso, molto maggiori di corpo, più gagliardi, più destri; dotati naturalmente di molto maggiore ingegno e spirito; anche, assai meglio inciviliti, e ricchi di molta più scienza ed arte? Queste cose vengo pensando fra me stesso. E per verità, la natura si vede essere fornita di tanta potenza, e gli effetti di quella essere così vari e moltiplici, che non solamente non si può fare giudizio certo di quel che ella abbia operato ed operi in parti lontanissime e del tutto incognite al mondo nostro, ma possiamo anche dubitare che uno s’inganni di gran lunga argomentando da questo a quelle, e non sarebbe contrario alla verisimilitudine l’immaginare che le cose del mondo ignoto, o tutte o in parte, fossero maravigliose e strane a rispetto nostro. Ecco che noi veggiamo cogli occhi propri che l’ago in questi mari declina dalla stella per non piccolo spazio verso ponente: cosa novissima, e insino adesso inaudita a tutti i navigatori; della quale, per molto fantasticarne, io non so pensare una ragione che mi contenti. Non dico per tutto questo, che si abbia a prestare orecchio alle favole degli antichi circa alle maraviglie del mondo sconosciuto, e di questo Oceano; come, per esempio, alla favola dei paesi narrati da Annone, che la notte erano pieni di fiamme, e dei torrenti di fuoco che di là sboccavano nel mare: anzi veggiamo quanto sieno stati vani fin qui tutti i timori di miracoli e di novità spaventevoli, avuti dalla nostra gente in questo viaggio; come quando, al vedere quella quantità di alghe, che pareva facessero della marina quasi un prato, e c’impedivano alquanto l’andare innanzi, pensarono essere in sugli ultimi confini del mar navigabile. Ma voglio solamente inferire, rispondendo alla tua richiesta, che quantunque la mia congettura sia fondata in argomenti probabilissimi, non solo a giudizio mio, ma di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti, coi quali ne ho conferito, come sai, nella Spagna, nell’Italia e nel Portogallo;  nondimeno  potrebbe  succedere  che  fallasse:  perché,  torno  a  dire, veggiamo che molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono all’esperienza; e questo interviene più che mai, quando elle appartengono a cose intorno alle quali si ha pochissimo lume.
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Giacomo Leopardi     Operette morali tivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile, parendo loro che il riso non fosse meno proprio e particolare all’uomo, che la ragione. Cosa certamente mirabile è questa, che nell’uomo, il quale infra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile ancora si è l’uso che noi facciamo di questa facoltà: poiché si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d’animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza; nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanità dei predetti beni, e l’infelicità della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati al riso. La natura del quale generalmente, e gl’intimi principii e modi, in quanto si è a quella parte che consiste nell’animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non se forse dicendo che il riso è specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocché gli uomini, non essendo mai soddisfatti né mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a cercare, donde e in quale occasione più verisimilmente, l’uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere questa sua potenza. Imperocché non è dubbio che esso nello stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo più serio, come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico. Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare controversia veruna; ma che penasse un buono spazio di tempo a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual tempo, né la madre sorridesse al bambino, né questo riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile, incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo principalmente in virtù dell’esempio, perché veggono altri che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza; altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna specie di civiltà; poiché sappiamo che quasi non si ritrova popolo così rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini, come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali, eziandio sono dilettati più che qualunque
Operette morali di Giacomo Leopardi
siino potenti in casa sua, e che sono persone di buon stomaco, son buoni soldati e hanno a dispreggio il mondo tutto: ad uno che non fa mina di volergli dar la piazza larga, gli donaranno con la spalla, come con un sprone di galera, una spinta, che lo faran voltar tutto ritondo, facendogli veder quanto siino forti, robusti e possenti, e ad un bisogno buoni per rompere un’armata. E se costui, che se farà incontro sarà un forastiero, dònigli pur quanto si voglia di piazza, che vuole per ogni modo che sappia quanto san far il Cesare, l’Anniballe, l’Ettore ed un bue che urta ancora. Non fanno solamente come l’asino, il quale, massimamente quando è carco, si contenta  del  suo  dritto  camino  per  il  filo;  d’onde,  se  tu  non  ti  muovi,  non  si muoverà anco lui, e converrà che o tu a esso, o esso a te doni la scossa; ma fanno cossì questi che portan l’acqua, che se tu non stai in cervello, ti farran sentir la punta di quel naso di ferro che sta a la bocca de la giarra. Cossì fanno ancora color che portan birra ed ala; i quali, facendo il corso suo, se per sua inavertenza te si avventaranno sopra, te faran sentire l’émpito de la carca che portano, e che non solamente son possenti a portar su le spalli, ma ancora a buttar una casa innante e tirar, se fusse un carro, ancora. Questi particolari per l’autorità, che tegnono in quel caso che portano la soma, son degni d’escusazione, perché hanno più del cavallo, mulo ed asino che de l’uomo; ma accuso tutti gli altri, li quali hanno un pochettino del razionale, e sono, più che gli predetti, ad imagine e similitudine de l’uomo: ed in luoco di donarte il buon giorno o buona sera, dopo averti fatto un grazioso volto, come ti conoscessero e ti volessero salutare, ti verranno a donar una scossa bestiale. Accuso, dico, quell’altri, i quali talvolta fingendo di fuggire, o voler perseguitare alcuno, o correre a qualche negocio necessario, se spiccano da dentro una bottega; e con quella furia ti verranno da dietro o da costa a donar quella spinta che può donar un toro quando è stizzato, come pochi mesi fa accadde ad un povero messer Alessandro Citolino; al quale, in cotal modo, con riso e piacer di tutta la piazza, fu rotto e fracassato un braccio,al che volendo poi provedere il magistrato, non trovòmanco che tal cosa avesse possuto accadere in quella piazza. Sì che, quando ti piace uscir di casa, guarda prima di farlo senza urgente occasione, che non pensassi come di voler andar per la città a spasso. Poi sègnati col segno de la santa croce, àrmati di una corazza di pazienza, che possa stare a prova d’archibugio, e disponeti sempre a comportar il manco male liberamente, se non vuoi comportar il peggio per forza. Ma di che devi lamentarti, ahi lasso? Ti par ignobiltà l’essere un animale urtativo? Non ti ricordi, Nolano, di quel ch’è scritto nel tuo libro intitolato L’arca di Noè? Ivi, mentre si dovean disponere questi animali per ordine, e doveasi terminar la lite nata per le precedenze, in quanto pericolo è stato l’asino di perdere la preeminenza, che consistea nel seder in poppa de l’arca, per essere un animal più tosto di calci che di Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
La terza proposta del dottor Nundinio Teofilo Disse appresso Nundinio, che non può essere verisimile che la terra si muove, essendo quella il mezzo ecentro de l’universo, al quale tocca essere fisso ecostante fundamento d’ogni moto. Rispose il Nolano, che questo medesmo può dir colui che tiene il sole essere nel mezzo de l’universo, e per tanto inmobile e fisso, come intese il Copernico ed altri molti, che hanno donato termine circonferenziale a l’universo; di sorte che questa sua raggione (se pur è raggione) è nulla contra quelli, e suppone i proprii principii. È nulla anco contra il Nolano, il quale vuole il mondo essere infinito, e però non esser corpo alcuno in quello, al quale simplicemente convegna essere nel mezzo, o nell’estremo, o tra que’ dua termini, ma per certe relazioni ad altri corpi e termini intenzionalmente appresi. Che vi par di questo? Altissimamente detto; perché, come di corpi naturali nessuno si è verificato semplicemente rotondo, e per conseguenza aver semplicemente centro, cossì anco de’ moti, che noi veggiamo sensibile e fisicamente ne’ corpi naturali, non è alcuno, che di gran lunga non differisca dal semplicemente circulare e regolare circa qualche centro; fórzensi quantosivoglia color, che fingono queste borre ed empiture de orbi disuguali, di diversità de diametri ed altri empiastri e recettarii per medicar la natura sin tanto che venga, al servizio di maestro Aristotele o d’altro, a conchiudere che ogni moto è continuo e regolare circa il centro. Ma noi, che guardamo non a le ombre fantastiche, ma a le cose medesme; noi che veggiamo un corpo aereo, etereo, spirituale, liquido, capace loco di moto e di quiete, sino immenso e infinito, — il che dovamo affermare almeno, perché non veggiamo fine alcuno sensibilmente né razionalmente, — sappiamo certo che, essendo effetto e principiato da Smitho Teofilo 51 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
La Cena de le Ceneri di Giordano Bruno
te in una camera, la reina così cominciò a dire a Florio: — Noi, il tuo padre e io, sentendo che in niuna maniera Biancofiore di cuore ti potea uscire ben che lontano le dimorassi, proponemmo di pur volere che ella di mente t’uscisse, e fra noi dicemmo: “Già mai questa giovane del cuore non uscirà a Florio mentre viverà, ma se ella morisse, a forza dimenticare gliele converrà, vedendo che impossibile sia ad averla”. E quasi deliberammo d’ucciderla: poi per non volere essere nocenti sopra il giusto sangue di lei, mutammo consiglio, e a ricchissimi mercatanti, venuti ne’ nostri mari per fortuna, fattigli qua venire, infinito tesoro la vendemmo loro, e essi ci promisero di portarla in parte sì di qui lontana, che mai alcuna novella per noi se ne sentirebbe. E come essi l’ebbero portata via, noi comandammo che la nuova sepoltura fosse fatta, nella quale dando voce che Biancofiore era morta, con occulto ingegno quella giovane che dentro vi vedesti vi facemmo mettere, credendo fermamente che dopo alquante lagrime il tuo dolore insieme con lei dimenticassi. E però a te, come a savio, sanza fare queste pazzie, le quali hai da questa sera in qua fatte, ti conviene confortare, e fare ragione che mai veduta non l’avessi, e lasciarla andare. Noi ti doneremo la più bella giovane del mondo e la più gentile per compagna: quella t’imagina che sia la tua Biancofiore. — 65 Quando Florio ebbe queste cose dalla madre udite, teneramente cominciò a piagnere, e così alla madre disse: — O dispietata madre, ove è fuggito quello amore che a me, tuo unico figliuolo, portar solevi? Quali tigre, quali leoni, quale altro animale inrazionale ebbe mai tanta di crudeltà, che più benigno verso li suoi nati non fosse che tu non se’ verso di me? Come, poi che tu conoscevi l’amore che io portava a Biancofiore potesti mai tu consentire o pensare che sì vile cosa di lei si facesse come fu venderla? Deh, ora ella t’era come figliuola, e tu come figliuola la solevi trattare quando io c’era: or che ti fece ella che tu sì subitamente incrudelire verso di lei dovessi? L’altre madri sogliono francare le serve amate da’ figliuoli, ma tu la libera hai fatta serva perché io l’amo. Ohimè, che il tuo cuore con quello del mio padre è tornato di ferro! Di voi ogni pietà è fuggita. In voi niuna umanità si trova. A voi che facea se io amava Biancofiore, o se ella amava me? Perché ne dovevate voi entrare in tanta sollecitudine? Io credo che in te è entrato lo spirito di Progne o di Medea.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
so in alcuno si truova, e così del timore, come davanti dicemmo. Che questo sia vero, lo scelerato ardore di Blibide il ci manifesta, la quale quanto amasse si dimostrò nella sua fine, vedendosi abandonata e rifiutata: né già per questo ebbe ella ardire di scoprirsi con le propie parole, ma scrivendo il suo sconvenevole disio palesò. Similemente Fedra più volte tentò di volere ad Ipolito, al quale, come a domestico figliuolo, poteva arditamente parlare, di dirli quanto ella l’amava, né era prima la sua volontà pervenuta alla bocca per proffererla, che, temendo, su la punta della lingua le moria. O quanto è temoroso chi ama! Chi fu più possente che Alcide, al quale non bastò la vittoria delle umane cose, ma ancora a sostenere il cielo si mise! E ultimamente non di donna, ma d’una guadagnata giovane s’innamorò tanto, che come umile suggetto, temendo, a’ comandamenti di lei facea le minime cose! E ancora Paris, quello che né con gli occhi né con la lingua ardiva di tentare, col dito avanti alla sua donna del caduto vino scrivendo prima il nome di lei, appresso scriveva: ’io t’amo’! Quanto ancora sopra tutti questi ci porge debito essemplo di temenza Pasife, la quale ad una bestia sanza razionale intelletto non ardiva d’esprimere il suo volere, ma con le propie mani cogliendo le tenere erbe s’ingegnava di farlo a sé benigno, ingannando se medesima sovente allo specchio per piacergli e per accenderlo in tal disio quale era ella, acciò ch’egli si movesse a cercare ciò che ella non ardiva di domandare a lui! Non è atto di donna innamorata, né d’alcun’altra, l’essere pronta, con ciò sia cosa che sola la molta vergogna, la quale in noi dee essere, è rimasa del nostro onore guardatrice. Noi abbiamo voce tra gli uomini, e è così la verità, di sapere meglio l’amorose fiamme nascondere che gli uomini: e questo non genera altro che la molta temenza, la quale le nostre forze, non tante quante quelle degli uomini, più tosto occupa. Quante ne sono già state, e forse noi d’alcune abbiamo saputo, le quali s’hanno molte volte fatto invitare di pervenire agli amorosi effetti, che volontieri n’avrebbero lo invitatore invitato prima che egli loro, se debita vergogna o temenza ritenute non l’avesse! E non per tanto, ogni ora che il no è della loro bocca uscito, hanno avuto nell’animo mille pentute, dicendo col cuore cento volte sì. Rimanga questo scelerato ardire nelle pari di Semiramis e di Cleopatra, le quali non amano, ma cercano d’acquetare il loro libidinoso volere, il quale chetato, non avanti d’alcuno più che d’un altro non si ricordano. I savi mercatanti mal volentieri arrischiano tutti i
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
tutti erano cristiani e perciò una tal dimanda era quasi inutile. La religione stava sopra le dispute; e buoni o malvagi, se non la regola dei costumi, come nei primi secoli di fervore, almeno il vincolo della fede ci stringeva tutti nella gran famiglia della Chiesa. Ora, figliuol mio, i tempi sono mutati; per esser cristiano non bisogna imitare gli altri, ma pensare anzi a fare a rovescio di quanto fanno molti altri. Dietro l’indifferenza di tutti s’appiatta l’inimicizia di molti, e contro questi molti i pochi veramente credenti devono combattere, lottare con ogni sorta di armi per non rimaner sopraffatti. Cioè intendiamoci, non per orgoglio personale, ma perché non rimanga conculcata quella religione fuor della quale non è salute... Carlino, ve lo ripeto, voi siete giovane, siete cristiano; come tale vivete in tempi difficili, e andate incontro a tempi molto più difficili ancora; ma la difficoltà stessa di questi tempi, se è una sventura comune, se è una vicenda miserevole anche per voi, pel vostro interesse momentaneo e pel decoro della vostra vita è una vera fortuna. Pensateci, figliuolo: volete voi poltrire nell’indifferenza senza pensiero e senza dignità? o volete piuttosto mescervi alla battaglia dell’eternità col tempo, e dello spirito colla carne? Queste avvisaglie presenti condurranno da ultimo a cotali dilemmi, non ne dubitate. Voi siete di un’indole aperta e generosa e dovete propendere alla buona causa. Colla religione l’idealità, la fede nella giustizia immortale e nel trionfo della virtù, la vita razionale insomma e la vittoria dello spirito; colla miscredenza il materialismo, lo scetticismo epicureo, la negazione della coscienza, l’anarchia delle passioni, la vita bestiale in tutte le sue vili conseguenze. Scegliete, Carlino! scegliete!» «Oh! sono cristiano!» sclamai io con tutto l’ardore dell’anima. «Io credo nel bene e voglio ch’esso trionfi.» «Non basta volerlo» soggiunse il padre con una sua vocina melanconica. «Il bene bisogna cercarlo, bisogna farlo perché esso trionfi davvero. Perciò bisogna darsi corpo ed anima a chi suda, lavora, combatte per ciò; bisogna adoperare le arti stesse de’ nemici a loro danno; bisogna raccogliere intorno al cuore tutta la costanza di cui siamo capaci, armar la mano di forza, il senno di prudenza e non aver paura di nulla e durar sempre vigili all’ugual posto; e cacciati tornare, e disprezzati soffrire, dissimulare per rivincer poi; piegarsi sì anche, se occorre, ma per risorgere; venire a patti, ma per temporeggiare. Insomma bisogna credere nell’eternità dello spirito per sacrificare questa vita terrena e momentanea alla immortabilità futura e migliore.» «Sì, padre. Quest’orizzonte che mi si dischiude agli occhi è tanto vasto che non ho più l’audacia di piangere le mie piccole sciagure. Allargherò i miei Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
29 Al primo suon di quella voce torse Ruggiero il viso, e subito levosse; e poi ch’uscir da l’arbore s’accorse, stupefatto restò più che mai fosse. A levarne il destrier subito corse; e con le guancie di vergogna rosse: — Qual che tu sii, perdonami (dicea), o spirto umano, o boschereccia dea. 30 Il non aver saputo che s’asconda sotto ruvida scorza umano spirto, m’ha lasciato turbar la bella fronda e far ingiuria al tuo vivace mirto: ma non restar però, che non risponda chi tu ti sia, ch’in corpo orrido et irto, con voce e razionale anima vivi; se da grandine il ciel sempre ti schivi. 31 E s’ora o mai potrò questo dispetto con alcun beneficio compensarte, per quella bella donna ti prometto, quella che di me tien la miglior parte, ch’io farò con parole e con effetto, ch’avrai giusta cagion di me lodarte. — Come Ruggiero al suo parlar fin diede, tremò quel mirto da la cima al piede. 32 Poi si vide sudar su per la scorza, come legno dal bosco allora tratto, che del fuoco venir sente la forza, poscia ch’invano ogni ripar gli ha fatto; e cominciò: — Tua cortesia mi sforza a discoprirti in un medesmo tratto ch’io fossi prima, e chi converso m’aggia in questo mirto in su l’amena spiaggia.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
17 Vide il periglio il Biscaglino, e a quello usò un rimedio che fallir suol spesso: ebbe ricorso subito al battello; calossi, e me calar fece con esso. Sceser dui altri, e ne scendea un drapello, se i primi scesi l’avesser concesso; ma con le spade li tenner discosto, tagliâr la fune, e ci allargamo tosto. 18 Fummo gittati a salvamento al lito noi che nel palischermo eramo scesi; periron gli altri col legno sdrucito; in preda al mare andâr tutti gli arnesi. All’eterna Bontade, all’infinito Amor, rendendo grazie, le man stesi, che non m’avessi dal furor marino lasciato tor di riveder Zerbino. 19 Come ch’io avessi sopra il legno e vesti lasciato e gioie e l’altre cose care, pur che la speme di Zerbin mi resti, contenta son che s’abbi il resto il mare. Non sono, ove scendemo, i liti pesti d’alcun sentier, né intorno albergo appare; ma solo il monte, al qual mai sempre fiede l’ombroso capo il vento, e ’l mare il piede. 20 Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre d’ogni promessa sua fu disleale, e sempre guarda come involva e stempre ogni nostro disegno razionale, mutò con triste e disoneste tempre mio conforto in dolor, mio bene in male; che quell’amico, in chi Zerbin si crede, di desire arse, et agghiacciò di fede.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto