ratificare

[ra-ti-fi-cà-re]
In sintesi
approvare ufficialmente atti già disposti da altri organi; confermare, convalidare, sanzionare
← dal lat. mediev. ratificare, deriv. del lat. class. tum facĕre ‘rendere valido’, da tus, part. pass. di ri; cfr. rata.
1
Confermare, convalidare: ha ratificato pienamente la sua dichiarazione di ieri
2
DIR Emanare una ratifica: r. un contratto; r. il trattato di pace

Citazioni
nodo; qui adopravan tutta l’arte, tutta l’insistenza, tutti i rigiri dell’interrogazioni; qui ricorrevano ai confronti; non facevano un passo prima d’aver trovato (ed era forse cosa difficile?) qual de’ due mentisse, o se forse mentissero tutt’e due. I nostri esaminatori, avuta quella risposta del Mora: perché lui haverebbe guadagnato assai, poiché si sarian ammalate delle persone assai, et io haverei guadagnato assai con il mio elettuario, passarono ad altro. Dopo ciò, basterà, se non è anche troppo, il toccar di fuga, e in parte, il rimanente di quel costituto. Interrogato, se vi sono altri complici di questo negotio, risponde: vi saranno li suoi compagni del Piazza, i quali non so chi siano. Gli si protesta che non è verisimile che non lo sappi. Al suono di quella parola, terribile foriera della tortura, l’infelice afferma subito, nella forma più positiva: sono li Foresari et il Baruello: quelli che gli erano stati nominati e così indicati, nel costituto antecedente. Dice che il veleno lo teneva nel fornello, cioè dove loro s’erano immaginati che potesse essere; dice come lo componeva, e conclude: buttavo via il resto nella Vedra. Non possiam tenerci qui di non trascrivere una postilla del Verri. “E non avrebbe gettato nella Vetra il resto, dopo la prigionia del Piazza!” Risponde a caso ad altre domande che gli fanno su circostanze di luogo, di tempo e di cose simili, come se si trattasse d’un fatto chiaro e provato in sostanza, e non ci mancassero che delle particolarità; e finalmente, è messo di nuovo alla tortura, affinché la sua deposizione potesse valer contro i nominati, e segnatamente contro il commissario. Al quale avevan data la tortura per convalidare una deposizione opposta a questa in punti essenziali! Qui non potremmo allegar testi di leggi, né opinioni di dottori; perché in verità la giurisprudenza non aveva preveduto un caso simile. La confessione fatta nella tortura non valeva, se non era ratificata senza tortura, e in un altro luogo, di dove non si potesse vedere l’orribile strumento, e non nello stesso giorno. Eran ritrovati della scienza, per rendere, se fosse stato possibile, spontanea una confessione forzata, e soddisfare insieme al buon senso, il quale diceva troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può meritar fede, e alla legge romana che consacrava la tortura. Anzi la ragione di quelle precauzioni, la ricavavano gl’interpreti dalla legge medesima, cioè da quelle strane parole: “La tortura è cosa fragile e pericolosa e soggetta a ingannare; giacché molti, per forza d’animo o di corpo, curan così poco i
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
tormenti, che non si può, con un tal mezzo, aver da loro la verità; altri sono così intolleranti del dolore, che dicon qualunque falsità, piuttosto che sopportare i tormenti”. Dico: strane parole, in una legge che manteneva la tortura; e per intendere come non ne cavasse altra conseguenza, se non che “ai tormenti non si deve creder sempre”, bisogna rammentarsi che quella legge era fatta in origine per gli schiavi, i quali, nell’abiezione e nella perversità del gentilesimo, poterono esser considerati come cose e non persone, e sui quali si credeva quindi lecito qualunque esperimento, a segno che si tormentavano per iscoprire i delitti degli altri. De’ nuovi interessi di nuovi legislatori la fecero poi applicare anche alle persone libere; e la forza dell’autorità la fece durar tanti secoli più del gentilesimo: esempio non raro, ma notabile, di quanto una legge, avviata che sia, possa estendersi al di là del suo principio, e sopravvivergli. Per adempir dunque una tale formalità, chiamarono il Mora a un nuovo esame, il giorno seguente. Ma siccome in tutto dovevan metter qualcosa d’insidioso, d’avvantaggioso, di suggestivo, così, in vece di domandargli se intendeva di ratificar la sua confessione, gli domandarono se ha cosa alcuna d’aggiongere  all’esame  et  confessione  sua,  che  fece  hieri,  doppo  che  fu ommesso di tormentare. Escludevano il dubbio: la giurisprudenza voleva che la confessione della tortura fosse rimessa in questione; essi la davan per ferma, e chiedevan soltanto che fosse accresciuta. Ma in quell’ore (direm noi di riposo?) il sentimento dell’innocenza, l’orror del supplizio, il pensiero della moglie, de’ figli, avevan forse data al povero Mora la speranza d’esser più forte contro nuovi tormenti; e rispose: Signor no, che non ho cosa d’aggiongervi, et ho più presto cosa da sminuire. Dovettero pure domandargli, che cosa ha da sminuire. Rispose più apertamente, e come prendendo coraggio: quell’unguento che ho detto, non ne ho fatto minga (mica), et quello che ho detto, l’ho detto per i tormenti. Gli minacciaron subito la rinnovazion della tortura; e ciò (lasciando da parte tutte l’altre violente irregolarità) senza aver messe in chiaro le contradizioni tra lui e il commissario, cioè senza poter dire essi medesimi se quella nuova tortura gliel’avrebbero data sulla sua confessione, o sulla deposizion dell’altro; se come a complice, o come a reo principale; se per un delitto commesso ad istigazione altrui, o del quale era stato l’istigatore; se per un delitto che lui aveva voluto pagar generosamente, o dal quale aveva sperato un miserabile guadagno.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
A quella minaccia, rispose ancora: replico che quello che dissi hieri non è vero niente, et lo dissi per li tormenti. Poi riprese: V.S. mi lasci un puoco dire un’Ave Maria, et poi farò quello che il Signore me inspirarà; e si mise in ginocchio davanti a un’immagine del Crocifisso, cioè di Quello che doveva un giorno giudicare i suoi giudici. Alzatosi dopo qualche momento, e stimolato a confermar la sua confessione, disse: in conscienza mia, non è vero niente. Condotto subito nella stanza della tortura, e legato, con quella crudele aggiunta del canapo, l’infelicissimo disse: V.S. non mi stij a dar più tormenti,  che  la  verità  che  ho  deposto,  la  voglio  mantenere.  Slegato  e ricondotto nella stanza dell’esame, disse di nuovo: non è vero niente. Di nuovo alla tortura, dove di nuovo disse quello che volevano; e avendogli il dolore consumato fino all’ultimo quel poco resto di coraggio, mantenne il suo detto, si dichiarò pronto a ratificar la sua confessione; non voleva nemmeno che gliela leggessero. A questo non acconsentirono: scrupolosi nell’osservare una formalità ormai inconcludente, mentre violavan le prescrizioni più importanti e più positive. Lettogli l’esame, disse: è la verità tutto. Dopo di ciò, perseveranti nel metodo di non proseguir le ricerche, di non affrontar le difficoltà, se non dopo i tormenti (ciò che la legge medesima  aveva  creduto  di  dover  vietare  espressamente,  ciò  che  Diocleziano  e Massimiano avevan voluto impedire!), pensaron finalmente a domandargli se non aveva avuto altro fine che di guadagnar con la vendita del suo elettuario. Rispose: che sappia mi, quanto a me, non ho altro fine. Che sappia mi! Chi, se non lui, poteva sapere cosa fosse passato nel suo interno? Eppure quelle così strane parole erano adattate alla circostanza: lo sventurato non avrebbe potuto trovarne altre che significassero meglio a che segno aveva, in quel momento, abdicato, per dir così, sé medesimo, e acconsentiva a affermare, a negare, a sapere quello soltanto, e tutto quello che fosse piaciuto a coloro che disponevan della tortura. Vanno avanti, e gli dicono: che ha molto dell’inverisimile che, solamente per haver occasione il Commissario di lavorare assai, et lui Constituto di vendere il suo elettuario habbino procurato, con l’imbrattamento delle porte, la destruttione et morte della gente; perciò dica a che fine, et per che rispetto si sono mossi loro duoi a così fare, per un interesse così legiero. Ora vien fuori quest’inverisimiglianza? Gli avevan dunque minacciata e data a più riprese la tortura per fargli ratificare una confessione inverisimile! L’osservazione era giusta, ma veniva tardi, diremo anche qui; giacché il rin-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
novarsi delle circostanze medesime, ci sforza quasi a usar le medesime parole. Come non s’erano accorti che ci fosse inverisimiglianza nella deposizione del Piazza, se non quando ebbero, su quella deposizione, carcerato il Mora; così ora non s’accorgono che ci sia inverisimiglianza nella confession di questo, se non dopo avergli estorta una ratificazione che, in mano loro, diventa un mezzo sufficiente per condannarlo. Vogliam supporre che realmente non se n’accorgessero che in questo momento? Come spiegheremo allora, come qualificheremo il ritener valida una tal confessione, dopo una tale osservazione? Forse il Mora diede una risposta più soddisfacente che non fosse stata quella del Piazza? La risposta del Mora fu questa: se il Commissario non lo sa lui, io non lo so; et bisogna che lui lo sappia, et da lui V.S. lo saprà, per essere stato lui l’inventore. E si vede che questo rovesciarsi l’uno sull’altro la colpa principale, non era tanto per diminuire ognuno la sua, quanto per sottrarsi all’impegno di spiegar cose che non erano spiegabili. E dopo una risposta simile, g’intimarono che per haver lui Constituto fatto la suddetta compositione et unguento, di concerto del detto Commissario, et a lui doppo dato per ontare le muraglie delle case, nel modo et forma da lui Constituto et dal detto Commissario, deposto, a fine di far morire la gente, si come il detto Commissario ha confessato d’havere per tal fine eseguito, esso Constituto si fa reo d’haver procurato in tal modo la morte della gente, et che per haver così fatto, sij incorso nelle pene imposte dalle leggi a chi procura et tenta di così fare. Ricapitoliamo. I giudici dicono al Mora: come è possibile che vi siate determinati a commettere un tal delitto, per un tal interesse? Il Mora risponde: il commissario lo deve sapere, per sé, e per me: domandatene a lui. Li rimette a un altro, per la spiegazione d’un fatto dell’animo suo, perché possan chiarirsi come un motivo sia stato sufficiente a produrre in lui una deliberazione. E a qual altro? A uno che non ammetteva un tal motivo, poiché attribuiva il delitto a tutt’altra cagione. E i giudici trovano che la difficoltà è sciolta, che il delitto confessato dal Mora è diventato verisimile; tanto che ne lo costituiscono reo. Non  poteva  esser  l’ignoranza  quella  che  faceva  loro  vedere inverisimiglianza in un tal motivo; non era la giurisprudenza quella che li portava a fare un tal conto delle condizioni trovate e imposte dalla giurisprudenza.
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
portuna e contraria, che il dolore. Perciocché l’una e l’altra passione riempiono parimente l’uomo del pensiero di se medesimo in guisa, che non lasciano luogo a quelli delle cose altrui. Come nel dolore il nostro male, così nella grande allegrezza il bene, tengono intenti e occupati gli animi, e inetti alla cura dei bisogni e desiderii d’altri. Dalla compassione specialmente, sono alienissimi l’uno e l’altro tempo; quello del dolore, perché l’uomo è tutto volto alla pietà di se stesso; quello della gioia, perché allora tutte le cose umane, e tutta la vita, ci si rappresentano lietissime e piacevolissime; tanto che le sventure e i travagli paiono quasi immaginazioni vane, o certo se ne rifiuta il pensiero, per essere troppo discorde dalla presente disposizione del nostro animo. I migliori tempi da tentar di ridurre alcuno a operar di presente, o a risolversi di operare, in altrui beneficio, sono quelli di qualche allegrezza placida e moderata, non istraordinaria, non viva; o pure, ed anco maggiormente, quelli di una cotal gioia, che, quantunque viva, non ha soggetto alcuno determinato, ma nasce da pensieri vaghi, e consiste in una tranquilla agitazione dello spirito. Nel quale stato, gli uomini sono più disposti alla compassione che mai, più facili a chi li prega, e talvolta abbracciano volentieri l’occasione di gratificare gli altri, e di volgere quel movimento confuso e quel piacevole impeto de’ loro pensieri, in qualche azione lodevole. Negava similmente che l’infelice, narrando o come che sia dimostrando i suoi mali, riporti per l’ordinario maggior compassione e maggior cura da quelli che hanno con lui maggiore conformità di travagli. Anzi questi in udire le tue querele, o intendere la tua condizione in qualunque modo, non attendono ad altro, che ad anteporre seco stessi, come più gravi, i loro a’ tuoi mali: e spesso accade che, quando più ti pensi che sieno commossi sopra il tuo stato, quelli t’interrompono narrandoti la sorte loro, e sforzandosi di persuaderti che ella sia meno tollerabile della tua. E diceva che in tali casi avviene ordinariamente quello che nella Iliade si legge di Achille, quando Priamo supplichevole e piangente gli è prostrato ai piedi: il quale finito che ha quel suo lamento miserabile, Achille si pone a piangere seco, non già dei mali di quello, ma delle sventure proprie, e per la ricordanza del padre, e dell’amico ucciso. Soggiungeva, che ben suole alquanto conferire alla compassione l’avere sperimentato altre volte in se quegli stessi mali che si odono o veggono essere in altri, ma non il sostenerli al presente. Diceva che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno apparenza di malvagi-
Operette morali di Giacomo Leopardi
fabbricato era la moltitudine dei fumaiuoli; i quali alla lontana gli davano l’aspetto d’una scacchiera a mezza partita e certo se gli antichi signori contavano un solo armigero per camino, quello doveva essere il castello meglio guernito della Cristianità. Del resto i cortili dai grandi porticati pieni di fango e di pollerie rispondevano col loro interno disordine alla promessa delle facciate; e perfino il campanile della cappella portava schiacciata la pigna dai ripetuti saluti del fulmine. Ma la perseveranza va in qualche modo gratificata, e siccome non mugolava mai un temporale senzaché la chioccia campanella del castello non gli desse il benarrivato, così era suo dovere il rendergli cortesia con qualche saetta. Altri davano il merito di queste burlette meteorologiche ai pioppi secolari che ombreggiavano la campagna intorno al castello: i villani dicevano che, siccome lo abitava il diavolo, così di tratto in tratto gli veniva qualche visita de’ suoi buoni compagni; i padroni del sito avvezzi a veder colpito solamente il campanile, s’erano accostumati a crederlo una specie di parafulmine, e così volentieri lo abbandonavano all’ira celeste, purché ne andassero salve le tettoie dei granai e la gran cappa del camino di cucina. Ma eccoci giunti ad un punto che richiederebbe di per sé un’assai lunga descrizione. Bastivi il dire che per me che non ho veduto né il colosso di Rodi né le piramidi d’Egitto, la cucina di Fratta ed il suo focolare sono i monumenti più solenni che abbiano mai gravato la superficie della terra. Il Duomo di Milano e il tempio di San Pietro son qualche cosa, ma non hanno di gran lunga l’uguale impronta di grandezza e di solidità: un che di simile non mi ricorda averlo veduto altro che nella Mole Adriana; benché mutata in Castel Sant’Angelo la sembri ora di molto impiccolita. La cucina di Fratta era un vasto locale, d’un indefinito numero di lati molto diversi in grandezza, il quale s’alzava verso il cielo come una cupola e si sprofondava dentro terra più d’una voragine: oscuro anzi nero di una fuliggine secolare, sulla quale splendevano come tanti occhioni diabolici i fondi delle cazzeruole, delle leccarde e delle guastade appese ai loro chiodi; ingombro per tutti i sensi da enormi credenze, da armadi colossali, da tavole sterminate; e solcato in ogni ora del giorno e della notte da una quantità incognita di gatti bigi e neri, che gli davano figura d’un laboratorio di streghe. — Tuttociò per la cucina. — Ma nel canto più buio e profondo di essa apriva le sue fauci un antro acherontico, una caverna ancor più tetra e spaventosa, dove le tenebre erano rotte dal crepitante rosseggiar dei tizzoni, e da due verdastre finestrelle
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
105 Il re di Sarza, che gran tempo prima di Mandricardo amava Doralice, et ella l’avea posto in su la cima d’ogni favor ch’a donna casta lice; che debba in util suo venire estima la gran sentenzia che ’l può far felice: né egli avea questa credenza solo, ma con lui tutto il barbaresco stuolo. 106 Ognun sapea ciò ch’egli avea già fatto per essa in giostre, in torniamenti, in guerra; e che stia Mandricardo a questo patto, dicono tutti che vaneggia et erra. Ma quel che più fiate e più di piatto con lei fu mentre il sol stava sotterra, e sapea quanto avea di certo in mano, ridea del popular giudicio vano. 107 Poi lor convenzion ratificaro in man del re quei duo prochi famosi, et indi alla donzella se n’andaro. Et ella abbassò gli occhi vergognosi, e disse che più il Tartaro avea caro: di che tutti restâr maravigliosi; Rodomonte sì attonito e smarrito, che di levar non era il viso ardito. 108 Ma poi che l’usata ira cacciò quella vergogna che gli avea la faccia tinta, ingiusta e falsa la sentenzia appella; e la spada impugnando, ch’egli ha cinta, dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch’ella gli dia perduta questa causa o vinta, e non l’arbitrio di femina lieve che sempre inchina a quel che men far deve.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
lare voltarsi alla parte perniziosa, mai impediranno il diliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu Girolamo tiranno in Siragusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono i Siracusani in disputa se dovevano seguire l’amicizia romana o la cartaginese. E tanto era lo ardore delle parti, che la cosa stava ambigua, né se ne prendeva alcuno partito: insino a tanto che Apollonide, uno de’ primi in Siracusa, con una sua orazione piena di prudenza, mostrò come e’ non era da biasimare chi teneva la opinione di aderirsi ai Romani, né quelli che volevano seguire la parte cartaginese; ma era bene da detestare quella ambiguità e tardità  di  pigliare  il  partito,  perché  vedeva  al  tutto  in  tale  ambiguità  la rovina della republica; ma preso che si fussi il partito, qualunque si fusse, si poteva sperare qualche bene. Né potrebbe mostrare più Tito Livio che si faccia in questa parte, il danno che si tira dietro lo stare sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de’ Latini: poiché, essendo i Lavinii ricerchi da loro d’aiuto contro ai Romani, differirono tanto a diliberarlo, che, quando eglino  erano  usciti  appunto  fuora  della  porta  con  le  genti  per  dare  loro soccorso, venne la nuova i Latini essere rotti. Donde Milionio loro pretore disse: — Questo poco della via ci costerà assai col Popolo romano —. Perché, se si diliberavano prima, o di aiutare o di non aiutare i Latini, non li aiutando, ei non irritavano i Romani; aiutandogli, essendo lo aiuto in tempo, potevono con la aggiunta delle loro forze fargli vincere; ma differendo, venivano a perdere in ogni modo, come intervenne loro. E se i Fiorentini avessono notato questo testo, non arebbono avuto co’ Franciosi né tanti danni né tante noie quante ebbono nella passata che il re Luigi di Francia XII fece in Italia contro a Lodovico duca di Milano. Perché, trattando il re tale passata, ricercò i Fiorentini d’accordo: e gli oratori, che erano appresso al re, accordarono con lui che si stessino neutrali, e che il re venendo in Italia  gli  avesse  a  mantenere  nello  stato  e  ricevere  in  protezione:  e  dette tempo un mese alla città a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione da chi per poca prudenza favoriva le cose di Lodovico: intanto che, il re già sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la ratificazione accettata; come quello che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati e non voluntari nella amicizia sua. Il che costò alla città di Firenze assai danari, e fu per perdere lo stato: come poi altra volta per simile causa le intervenne. E tanto più fu dannabile quel partito, perché non si servì ancora a il duca Lodovico; il quale, se avesse vinto, arebbe mostri molti più segni d’inimici-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
di  là  dal  Po.  E  perché,  nel  trattare  la  guerra,  se  gli  ribellò  Padova,  fece morire dodici mila Padovani; e lui, avanti che la guerra terminasse, fu morto, che era di età di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terre possedute da  lui  diventorono  libere.  Seguitava  Manfredi  re  di  Napoli  le  inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinati, e tenea il Papa, che si chiamava Urbano IV, in continue angustie; tanto che il Pontefice, per domarlo, gli convocò la crociata  contro, e ne andò ad aspettare le genti a Perugia. E parendogli che le genti venissero poche, deboli e tarde, pensò che a vincere Manfredi bisognassero più certi aiuti; e si volse per i favori in Francia, e creò re di Sicilia e di Napoli Carlo d’Angiò, fratello di Lodovico re di Francia, e lo citò a venire in Italia a pigliare quel regno. Ma prima che Carlo venisse a Roma, il Papa morì, e fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo del quale, Carlo, con trenta galee, venne ad Ostia, e ordinò che l’altre sue genti venissero per terra. E nel dimorare che fece in Roma, i Romani, per gratificarselo, lo feciono senatore, e il Papa lo investì del Regno, con obligo che dovesse pagare ciascuno anno alla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per lo avvenire né Carlo né altri che tenessero quel regno non  potessero  essere  imperadori.  E  andato  Carlo  contro  a  Manfredi,  lo ruppe  e  ammazzò,  propinquo  a  Benevento,  e  s’insignorì  di  Sicilia  e  del Regno. Ma Curradino, a cui per testamento del padre si apparteneva quello stato, ragunata assai gente nella Magna, venne in Italia contro a Carlo, con il quale combatté a Tagliacozzo; e fu prima rotto, e poi, fuggendosi sconosciuto, fu preso e morto. Capitolo XXIII Stette la Italia quieta, tanto che successe al pontificato Adriano V. E stando Carlo a Roma, e quella governando per lo ufizio che gli aveva del senatore, il Papa non poteva sopportare la sua potenza, e se ne andò ad abitare a Viterbo, e sollecitava Ridolfo imperadore a venire in Italia contro a Carlo. E così i pontefici, ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione,  non  cessavano  di  chiamare  in  Italia  umori  nuovi  e  suscitare nuove guerre; e poi ch’eglino avieno fatto potente uno principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina; né permettevano che quella provincia la quale per loro debolezza non potevano possedere, che altri la possedesse. E i  principi  ne  temevano,  perché  sempre,  o  combattendo  o  fuggendo, vincevono; se con qualche inganno non erano oppressi, come fu Bonifazio
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Capitolo XXVII Poi che seguì, in Lombardia, la lega di quelle città delle quali di sopra facemmo menzione, per difendersi da Federigo Barbarossa, Milano, ristorato che fu dalla rovina sua, per vendicarsi delle ingiurie ricevute, si congiunse con quella lega, la quale raffrenò il Barbarossa e tenne vive in Lombardia, un tempo, le parti della Chiesa; e ne’ travagli di quelle guerre che allora seguirono, diventò in quella città potentissima la famiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe la reputazione, mentre che gli imperadori ebbono in quella provincia poca autorità. Ma venendo Federigo II in Italia, e diventata la parte ghibellina, per la opera di Ecelino, potente, nacquono in ogni città umori ghibellini; donde che, in Milano, di quelli che tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de’  Visconti, la quale cacciò quelli della Torre  di  Milano. Ma  poco  stettano  fuora,  ché,  per  accordi  fatti  intra  lo Imperadore e il Papa, furono restituiti nella patria loro. Ma sendone andato il Papa con la corte in Francia, e venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andare per la corona a Roma, fu ricevuto, in Milano, da Maffeo  Visconti e Guido della Torre, i quali allora erano i capi di quelle famiglie. Ma disegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guido, giudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazione allo Imperio, prese occasione dai rammarichii che il popolo faceva per i sinistri portamenti de’ Tedeschi; e cautamente andava dando animo a ciascuno, e gli persuadeva a pigliare l’armi e levarsi da dosso la servitù di quegli barbari. E quando gli parve avere disposta la materia a suo proposito, fece, per alcuno suo fidato, nascere uno tumulto, sopra il quale tutto il popolo prese l’armi contro al nome  tedesco.  Né  prima  fu  mosso  lo  scandolo  che  Maffeo  con  gli  suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovorono in arme; e corsono ad Arrigo, significandogli come questo tumulto nasceva da quelli della Torre, i quali, non contenti di stare in Milano privatamente, avevono presa occasione di volerlo spogliare, per gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quella città ma che stesse di buono animo, ché loro, con la loro parte quando si volesse difendere, erano per salvarlo in ogni modo. Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeo, e ristrinse le sue forze con quelle de’ Visconti, e assalì quelli della Torre, i quali erano corsi in più parti della città per fermare i tumulti; e quegli che poterono avere ammazzorono, e gli altri, spogliati delle loro sustanze, mandorono in esilio. Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milano, rimasono, dopo lui, Galeazzo e
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Niccolò, non ostante tanta reputazione, se medesimo ne’ suoi primi principii abbandonò; perché, invilito sotto tanto peso, sanza essere da alcuno cacciato, celatamente si fuggì, e ne andò a trovare Carlo re di Buemia, il quale, per ordine del Papa, in dispregio di Lodovico di Baviera, era stato eletto imperadore. Costui, per gratificarsi il Pontefice, gli mandò Niccolò prigione. Seguì di poi, dopo alcuno tempo, che, ad imitazione di costui, uno Francesco Baroncegli occupò a Roma il tribunato, e ne cacciò i senatori: tanto che il Papa, per il più pronto remedio a reprimerlo, trasse di prigione Niccolò, e lo mandò a Roma, e rendégli l’ufficio del tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morire Francesco. Ma sendogli diventati nimici i Colonnesi, fu ancora esso, non dopo molto tempo, morto, e restituito l’ufficio ai senatori. Capitolo XXXII In questo mezzo il Re di Ungheria, cacciata che gli ebbe la regina Giovanna, se ne tornò nel suo regno; ma il Papa, che desiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel re, operò in modo che fu contento restituirle il Regno, pure che Lodovico suo marito, contento del titulo di Taranto, non fusse chiamato re. Era venuto l’anno 1350, sì che al Papa parve che il giubileo, ordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali a riformare lo stato della città, e fare secondo la sua volontà i senatori. Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re di Napoli; donde che la reina Giovanna, per questo benifizio, dette alla Chiesa Avignone, che era di suo patrimonio. Era, in questi tempi, morto Luchino Visconti, donde solo Giovanni arcivescovo di Milano era restato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a’ suoi vicini, tanto che diventò potentissimo. Dopo la morte del quale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poi morì Galeazzo, e di lui rimase Giovangaleazzo, il quale si divise con Bernabò quello stato. Era in questi tempi, imperadore Carlo re di Buemia, e pontefice Innocenzio VI, il quale mandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuolo, il quale con la sua virtù, non solamente in Romagna e in Roma, ma per tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperò Bologna, che dallo arcivescovo di Milano era stata occupata; constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestiero, il quale ciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
città. I quali sdegni e paure erano dal Duca cognosciute e temute; non di meno voleva mostrare a ciascuno di credere di essere amato: onde occorse che, avendogli rivelato Matteo di Morozzo, o per gratificarsi quello o per liberare se dal pericolo, come la famiglia de’ Medici con alcuni altri aveva contro di lui congiurato, il Duca, non solamente non ricercò la cosa, ma fece  il  rivelatore  miseramente  morire:  per  il  quale  partito  tolse  animo  a quelli che volessero della sua salute avvertirlo, e lo dette a quelli che cercassero la sua rovina. Fece ancora tagliare la lingua con tanta crudeltà a Bettone Cini che se ne morì, per aver biasimate le taglie che a’ cittadini si ponevano: la qual cosa accrebbe a’ cittadini lo sdegno e al Duca l’odio; perché quella città che a fare e parlare d’ogni cosa e con ogni licenza era consueta, che gli fussono legate le mani e serrata la bocca sopportare non poteva. Crebbono adunque questi sdegni in tanto e questi odi, che, non che i Fiorentini, i quali la libertà mantenere non sanno e la servitù patire non possono, ma qualunque servile popolo arebbono alla recuperazione della libertà infiammato. Onde che molti cittadini, e di ogni qualità, di perdere la vita o di riavere la loro libertà deliberorono; e in tre parti, di tre sorte di cittadini, tre congiure si feciono: Grandi, popolani e artefici; mossi, oltre alle cause universali, da parere ai Grandi non avere riavuto lo stato, a’ popolani averlo perduto, e agli artefici de’ loro guadagni mancare. Era arcivescovo di Firenze messer Agnolo Acciaiuoli, il quale con le prediche sue aveva già le opere del Duca magnificato e fattogli appresso al popolo grandi favori: ma poi che lo vide signore, e i suoi tirannici modi cognobbe, gli parve avere ingannato la patria sua; e per emendare il fallo commesso, pensò non avere altro rimedio se non che quella mano che aveva fatta la ferita la sanasse; e della prima e più forte congiura si fece capo; nella quale erano i Bardi, Rossi, Frescobaldi, Scali, Altoviti, Magalotti, Strozzi e Mancini. Dell’una delle due altre erano principi messer Manno e Corso Donati; e con questi i Pazzi, Cavicciuli, Cerchi e Albizzi. Della terza era il primo Antonio Adimari; e con lui Medici, Bordoni, Rucellai e Aldobrandini. Pensorono costoro di ammazzarlo in casa gli Albizzi, dove andasse il giorno di Santo Giovanni a vedere correre i cavagli credevano; ma non vi essendo andato, non riuscì loro. Pensorono di assaltarlo andando per la città a spasso; ma vedevono il modo difficile, perché bene accompagnato e armato andava, e sempre variava le andate, in modo che non si poteva in alcuno luogo certo aspettarlo. Ragionorono di ucciderlo ne’ Consigli: dove pareva
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
forzate e senza grado, gli giovorono poco. Stava per tanto mal contento, assediato in Palagio, e vedeva come, per avere voluto troppo, perdeva ogni cosa; e di avere a morire fra pochi giorni o di fame o di ferro temeva. I cittadini, per dare forma allo stato, in Santa Reparata si ridussono, e creorono quattordici cittadini, per metà grandi e popolani, i quali, con il Vescovo, avessero qualunque autorità di potere lo stato di Firenze riformare. Elessono ancora  sei,  i  quali  l’autorità  dei  podestà,  tanto  che  quello  che  era  eletto venisse, avessero. Erano in Firenze, al soccorso del popolo, molte genti venute, intra i quali erano Sanesi con sei ambasciadori, uomini assai nella loro patria  onorati.  Costoro  intra  il  popolo  e  il  Duca  alcuna  convenzione praticorono; ma il popolo recusò ogni ragionamento d’accordo, se prima non gli era nella sua potestà dato messer Guglielmo d’Ascesi, e il figliuolo insieme con messer Cerrettieri Bisdomini, consegnato. Non voleva il Duca acconsentirlo; pure, minacciato dalle genti che erano rinchiuse con lui, si lasciò sforzare. Appariscono senza dubbio gli sdegni maggiori, e sono le ferite più gravi, quando si recupera una libertà che quando si difende: furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de’ nimici loro; e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni, non di meno la età, la forma, la innocenza sua non lo poté dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti; né saziati di straziargli con il ferro,  con  le  mani  e  con  i  denti  gli  laceravano.  E  perché  tutti  i  sensi  si sodisfacessero nella vendetta avendo udito prima le loro querele, veduto le loro  ferite,  tocco  le  loro  carni  lacere,  volevono  ancora  che  il  gusto  le assaporasse, acciò che, come tutte le parti di fuora ne erano sazie, quelle di dentro ancora se ne saziassero. Questo rabbioso furore quanto egli offese costoro, tanto a messer Cerrettieri fu utile; perché, stracca la moltitudine nelle crudeltà di questi duoi, di quello non si ricordò: il quale, non essendo altrimenti domandato, rimase in Palagio, donde fu la notte poi, da certi suoi parenti e amici, a salvamento tratto. Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro si concluse lo accordo: che il Duca se ne andasse, con i suoi e sue cose, salvo; e a tutte le ragioni aveva sopra Firenze renunziasse; e di poi, fuora del dominio, nel Casentino, alla renunzia ratificasse. Dopo questo accordo, a dì 6 di agosto, partì di Firenze da molti cittadini accompagnato; e arrivato in Casentino, alla renunzia, ancora che mal volentieri, ratificò; e non arebbe osservata la fede, se dal conte Simone non fusse stato di ricondurlo in Firenze minacciato. Fu questo Duca, come i governi suoi
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
re, che non potessero ad altre armi che alle sue rivolgersi. Onde che, fatto buono animo, passò nel Bolognese; e passato di poi Modena e Reggio, si fermò con le genti in su la Lenza, e a Milano mandò a offerirsi. De i Milanesi, morto il Duca parte volevono vivere liberi, parte sotto uno principe: di quelli che amavano il principe l’una parte voleva il Conte l’altra il re Alfonso. Per tanto, sendo quelli che amavano la libertà più uniti, prevalsono agli altri, e ordinorono a loro modo una republica, la quale da molte città del Ducato non fu ubbidita, giudicando ancora quelle potere, come Milano, la loro libertà godere; e quelle che a quella non aspiravano, la signoria de’ Milanesi non volevono. Lodi adunque e Piacenza si dierono a’ Viniziani, Pavia e Parma si feciono libere. Le quali confusioni sentendo il Conte, se ne andò a Cremona; dove i suoi oratori insieme con oratori milanesi vennono, con la conclusione che fusse capitano de’ Milanesi con quelli capitoli che ultimamente con il duca Filippo aveva fatti. A’ quali aggiunsono che  Brescia  fusse  del  Conte,  e  acquistandosi  Verona,  fusse  sua  quella,  e Brescia restituisse. Capitolo XIV Avanti che il Duca morisse, papa Niccola, dopo la sua assunzione al pontificato, cercò di creare pace intra i principi italiani; e per questo operò, con gli oratori che i Fiorentini gli mandorono nella creazione sua, che si facesse  una  dieta  a  Ferrara,  per  trattare  o  lunga  triegua  o  ferma  pace. Convennono adunque, in quella città, il legato del Papa, gli oratori viniziani, ducali e fiorentini; quelli del re Alfonso non v’intervennono. Trovavasi costui a Tiboli, con assai genti a piè e a cavallo, e di quivi favoriva il Duca; e si  crede  che,  poi  ch’eglino  ebbono  tirato  da  il  canto  loro  il  Conte,  che volessino apertamente i Fiorentini e i Viniziani assalire, e in quel tanto che l’indugiavano  le  genti  del  Conte  ad  essere  in  Lombardia,  intrattenere  la pratica della pace a Ferrara; dove il Re non mandò, affermando che ratificherebbe a quanto da il Duca si concludesse. Fu la pace molti giorni praticata; e dopo molte dispute, si concluse o una pace per sempre o una tregua per cinque anni, quale di queste dua al Duca piacesse; ed essendo iti gli oratori ducali a Milano per intendere la sua volontà, lo trovorono morto. Volevono, non ostante la sua morte, i Milanesi seguire lo accordo; ma i Viniziani non vollono, come quelli che presono speranza grandissima di occupar quello stato, veggendo massime che Lodi e Piacenza, subito dopo
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
non potranno a loro posta frenare. Né credino che gli stia contento a’ termini ne’ capituli posti, ché vorrà i termini antichi di quello stato ricognoscere. Non si erano ancora i Viniziani insignoriti di Crema, e volendo, prima che cambiassino volto, insignorirsene, risposono publicamente, non potere, per lo accordo fatto con il Conte, suvvenirli; ma in privato gli intrattennono in modo che, sperando nello accordo, poterono a’ loro Signori darne una ferma speranza. Capitolo XXII Era già il Conte con le sue genti tanto propinquo a Milano che combatteva i borghi, quando a’ Viniziani, avuta Crema non parve da differire di fare amicizia con i Milanesi con i quali si accordorono, e intra’ primi capituli  promissono  al  tutto  la  difesa  alla  loro  libertà.  Fatto  lo  accordo, commissono alle genti loro avieno presso al Conte che partitesi de’ suoi campi, nel Viniziano si ritirassero. Significorono ancora al Conte la pace fatta co’ Milanesi, e gli dierono venti giorni di tempo ad accettarla. Non si maravigliò il Conte del partito preso dai  Viniziani, perché molto tempo innanzi lo aveva preveduto, e temeva che ogni giorno potesse accadere; non di  meno  non  potette  fare  che,  venuto  il  caso,  non  se  ne  dolesse  e  quel dispiacere sentisse che avevano i Milanesi, quando egli gli aveva abbandonati, sentito. Prese tempo dagli ambasciadori, che da  Vinegia erano stati mandati  a  significargli  lo  accordo,  duoi  giorni  a  rispondere;  fra  il  quale tempo deliberò di intrattenere i Viniziani e non abbandonare la impresa. E per  ciò  publicamente  disse  di  volere  accettare  la  pace,  e  mandò  suoi ambasciadori  a  Vinegia,  con  amplo  mandato,  a  ratificarla;  ma  da  parte commisse loro che in alcuno modo non la ratificassero, ma con varie invenzioni e gavillazioni la conclusione differissero. E per fare a’  Viniziani più credere  che  dicessi  da  vero  fece  triegua  con  i  Milanesi  per  uno  mese  e discostossi da Milano, e divise le sue genti per gli alloggiamenti ne’ luoghi che allo intorno aveva occupati. Questo partito fu cagione della vittoria sua e della rovina de’ Milanesi, perché i Viniziani, confidando nella pace, furono più lenti alle provisioni della guerra, e i Milanesi, veggendo la tregua fatta, e il nimico discostatosi, e i Viniziani amici crederono al tutto che il Conte fusse per abbandonare la impresa. La quale opinione in duoi modi li offese: l’uno ch’eglino straccurorono gli ordini delle difese loro; l’altro, che nel paese libero dal nimico, perché il tempo della semente era, assai grano
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
seminorono, donde nacque che più tosto il Conte li potette affamare. Al Conte dall’altra parte tutte quelle cose giovorono che i nimici offesono; e di più quel tempo gli dette commodità a potere respirare e provedersi di aiuti. Capitolo XXIII Non si erano in questa guerra di Lombardia, i Fiorentini declarati per alcuna delle parti, né avieno dato alcuno favore al Conte, né quando egli difendeva i Milanesi né poi; perché il Conte non ne avendo avuto di bisogno non ne gli aveva con instanzia ricerchi, solamente avieno, dopo la rotta  di  Carafaggio,  per  virtù  delli  obblighi  della  lega,  mandato  aiuti  a’ Viniziani. Ma sendo rimaso il conte Francesco solo, non avendo dove ricorrere, fu necessitato chiedere instantemente aiuto a’ Fiorentini, e publicamente allo stato, e privatamente agli amici, e massimamente a Cosimo de’ Medici, con il quale aveva sempre tenuta una continua amicizia, ed era sempre stato da quello in ogni sua impresa fedelmente consigliato e largamente suvvenuto. Né  in  questa  tanta  necessità  Cosimo  lo  abbandonò,  ma  come  privato copiosamente lo suvvenne, e gli dette animo a seguire la impresa: desiderava ancora che la città publicamente lo aiutasse, dove si trovava difficultà. Era in Firenze Neri di Gino Capponi potentissimo. A costui non pareva che fusse a benefizio della città che il Conte occupasse Milano, e credeva che fusse più a salute della Italia che il Conte ratificasse la pace, che egli seguisse  la  guerra.  In  prima  egli  dubitava  che  i  Milanesi,  per  lo  sdegno avieno contro al Conte, non si dessino al tutto a’  Viniziani; il che era la rovina di ciascuno di poi, quando pure gli riuscisse di occupare Milano, gli pareva che tante armi e tanto stato congiunte insieme fussero formidabili; e s’egli era insopportabile conte, giudicava che fussi per essere uno duca insopportabilissimo. Per tanto affermava che fusse meglio, e per la republica di Firenze e per la Italia, che il Conte restasse con la sua reputazione delle armi, e la Lombardia in due republiche si dividessi, le quali mai si unirebbono alla offesa degli altri, e ciascheduna per sé offendere non potrebbe. E a fare questo non ci vedeva altro migliore rimedio che non suvvenire il Conte e mantenere la lega vecchia con i Viniziani. Non erano queste ragioni dagli amici di Cosimo accettate, perché credevano Neri muoversi a questo, non perché così credessi essere il bene della Republica, ma per non volere che il Conte, amico di Cosimo, diventassi duca, parendogli che per questo Cosimo ne diventassi troppo potente. E Cosimo ancora con ragioni mostrava lo
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
dispiacque questa partita a’ Fiorentini, come quelli che, avendo recuperate le loro castella, non temevano più il Re, e dall’altra parte non desideravano che  il  Duca  altro  che  le  sue  terre  in  Lombardia  ricuperasse.  Partissi  per tanto Rinato, e mandò il suo figliuolo, come aveva promesso, in Italia; il quale  non  si  fermò  in  Lombardia,  ma  ne  venne  a  Firenze,  dove onoratissimamente fu ricevuto. Capitolo XXXII La partita del Re fece che il Duca volentieri si voltò alla pace; e i Viniziani, Alfonso e i Fiorentini, per essere tutti stracchi, la desideravano, e il  Papa  ancora  con  ogni  demostrazione  la  aveva  desiderata  e  desiderava, perché  questo  medesimo  anno  Maumetto  Gran  Turco  aveva  preso Gostantinopoli e al tutto di Grecia insignoritosi. Il quale acquisto sbigottì tutti i cristiani, e più che ciascuno altro i  Viniziani e il Papa, parendo a ciascuno già di questi sentire le sue armi in Italia. Il Papa per tanto pregò i potentati italiani gli mandassero oratori, con autorità di fermare una universale pace. I quali tutti ubbidirono; e venuti insieme a’ meriti della cosa, vi si trovava nel trattarla assai difficultà: voleva il Re che i Fiorentini lo rifacessero delle spese fatte in quella guerra, e i Fiorentini volevono esserne sodisfatti loro, i Viniziani domandavano al Duca Cremona,  il  Duca  a  loro  Bergamo,  Brescia  e  Crema;  tal  che  pareva  che queste difficultà fussero a risolvere impossibile. Non di meno, quello che a Roma fra molti pareva difficile a fare, a Milano e a Vinegia infra duoi fu facilissimo; perché, mentre che le pratiche a Roma della pace si tenevano, il Duca e i Viniziani, a dì 9 di aprile, nel 1454, la conclusono. Per virtù della quale ciascuno ritornò nelle terre possedeva avanti la guerra, e al Duca fu concesso  potere  recuperare  le  terre  gli  avieno  occupate  i  principi  di Monferrato e di Savoia; e agli altri italiani principi fu uno mese a ratificarla concesso. Il Papa e i Fiorentini, e con loro Sanesi e altri minori potenti, fra il  tempo  la  ratificorono;  né  contenti  a  questo,  si  fermò  fra  i  Fiorentini, Duca e Viniziani pace per anni venticinque. Mostrò solamente il re Alfonso, delli principi di Italia, essere di questa pace mal contento, parendogli fusse fatta con poca sua reputazione, avendo, non  come principale, ma come aderente ad essere ricevuto in quella; e per ciò stette molto tempo sospeso, sanza lasciarsi intendere. Pure, sendogli state mandate, dal Papa e dagli altri principi molte solenne ambascerie, si lasciò da quelli, e massime dal Ponte-
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli