radicale

[ra-di-cà-le]
pl. -li
In sintesi
che va alle radici, drastico, definitivo; chi promuove riforme profondamente innovative
← dal lat. tardo radicāle(m), deriv. del class. dix -īcis ‘radice’; nel sign. politico, dall’ingl. radical.

A
agg.

1
Che va o intende andare fino alla radice, all'essenza, al profondo di uno stato, di una condizione e sim.: riforma r. || Cura, rimedio radicale, che combatte le cause, le origini del male
2
estens. Che intende realizzare ideali, progetti e programmi in modo integrale, senza compromessi o mediazioni
3
BOT Di, della radice; che concerne le radici di una pianta || Foglie radicali, quelle più vicine alla radice, che sembrano nascere da essa || Sistema radicale, complesso delle radici di una pianta || Velo radicale, che ricopre le radici delle piante acquatiche
4
LING Che si riferisce alla radice di un vocabolo
5
POLIT Che intende realizzare riforme profonde della struttura sociale e politica di un paese || Che appartiene al Partito radicale || Partito radicale, denominazione di vari partiti della tradizione laico-illuministica europea, ispirata alla tolleranza e al pacifismo, oltre che all'affermazione, nei vari contesti, dei diritti civili dell'individuo

B
s.m.
(o f. nel sign. 2)

1
CHIM Gruppo di atomi presente nelle molecole di molti composti, che si mantiene inalterato anche attraverso trasformazioni chimiche operanti sul resto della molecola: r. ammonico; r. acido || In un idrocarburo, gruppo di atomi che risulta dalla sottrazione di un atomo di idrogeno: r. alchilico || Radicale libero, atomo o gruppo di atomi caratterizzati dalla presenza di un elettrone libero, ciò che li rende instabili e quindi molto reattivi
2
LING Radice di un vocabolo
3
MAT Numero irrazionale rappresentato come radice di numero razionale

Citazioni
L’auditore corse, con la sbirraglia, alla casa del Mora, e lo trovarono in bottega. Ecco un altro reo che non pensava a fuggire, né a nascondersi, benché il suo complice fosse in prigione da quattro giorni. C’era con lui un suo figliuolo; e l’auditore ordinò che fossero arrestati tutt’e due. Il Verri, spogliando i libri parrocchiali di San Lorenzo, trovò che l’infelice barbiere poteva avere anche tre figlie; una di quattordici anni, una di dodici, una che aveva appena finiti i sei. Ed è bello il vedere un uomo ricco, nobile, celebre, in carica, prendersi questa cura di scavar le memorie d’una famiglia povera, oscura, dimenticata: che dico? infame; e in mezzo a una posterità, erede cieca e tenace della stolta esecrazione degli avi, cercar nuovi oggetti a una compassion generosa e sapiente. Certo, non è cosa ragionevole l’opporre la compassione alla giustizia, la quale deve punire anche quando è costretta a compiangere, e non sarebbe giustizia se volesse condonar le pene de’ colpevoli al dolore degl’innocenti. Ma contro la violenza e la frode, la compassione è una ragione anch’essa. E se non fossero state che quelle prime angosce d’una moglie e d’una madre, quella rivelazione d’un così nuovo spavento, e d’un così nuovo cordoglio a bambine che vedevano metter le mani addosso al loro padre, al fratello, legarli, trattarli come scellerati; sarebbe un carico terribile contro coloro, i quali non avevano dalla giustizia il dovere, e nemmeno dalla legge il permesso di venire a ciò. Ché, anche per procedere alla cattura, ci volevano naturalmente degl’indizi. E qui non c’era né fama, né fuga, né querela d’un offeso, né accusa di persona degna di fede, né deposizion di testimoni; non c’era alcun corpo di delitto; non c’era altro che il detto d’un supposto complice. E perché un detto tale, che non aveva per sé valor di sorte alcuna, potesse dare al giudice la facoltà di procedere, eran necessarie molte condizioni. Più d’una essenziale, avremo occasion di vedere che non fu osservata; e si potrebbe facilmente dimostrarlo di molt’altre. Ma non ce n’è bisogno; perché, quand’anche fossero state adempite tutte a un puntino, c’era in questo caso una circostanza che rendeva l’accusa radicalmente e insanabilmente nulla: l’essere stata fatta in conseguenza d’una promessa d’impunità. “A chi rivela per la speranza dell’impunità, o concessa dalla legge, o promessa dal giudice, non si crede nulla contro i nominati”, dice il Farinacci. E il Bossi: “si può opporre al testimonio che quel che ha detto, l’abbia detto per essergli stata promessa l’impunità... mentre un testimonio deve parlar sinceramente, e non per la speranza d’un vantaggio... E questo vale anche ne’ casi in cui, per altre ragioni, si può fare
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
de lo imperadore. E perché meglio si veggia poi la vertude de la veritade, che ogni autoritade convince, ragionare intendo quanto l’una e l’altra di queste ragioni aiutatrice e possente è. E, prima, [poi che] de la imperiale autoritade sapere non si può se non si ritruovano le sue radici, di quelle per intenzione in capitolo speziale è da trattare. IV Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, è la necessità de la umana civilitade, che a uno fine è ordinata, cioè a vita felice; a la quale nullo per sé è sufficiente a venire sanza l’aiutorio d’alcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo che l’uomo naturalmente è compagnevole animale. E sì come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, così una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza: altrimenti molti difetti sosterrebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E però che una vicinanza [a] sé non può in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circavicine cittadi; e però fu fatto  lo  regno.  Onde,  con  ciò  sia  cosa  che  l’animo  umano  in  terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria d’acquistare, sì come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono tribulazioni de le cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, [e per le case] de l’uomo; e così s’impedisce la felicitade. Il perché, a queste guerre e le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a l’umana generazione a possedere  è  dato,  essendo  Monarchia,  cioè  uno  solo  principato,  e  uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l’uomo viva felicemente;  che  è  quello  per  che  esso  è  nato.  E  a  queste  ragioni  si  possono reducere parole del Filosofo ch’egli ne la Politica dice, che quando più cose ad uno fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante, o vero reggente, e tutte l’altre rette e regolate. Sì come vedemo in una nave, che diversi offici e diversi fini di quella a uno solo fine sono ordinati, cioè a prendere loro desiderato porto per salutevole via: dove, sì come ciascuno officiale ordina la propria operazione nel proprio fine, così è uno che tutti questi  fini  considera,  e  ordina  quelli  ne  l’ultimo  di  tutti;  e  questo  è  lo Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
similemente puote essere per molta corr[e]zione e cultura; ché là dove questo seme dal principio non cade, si puote inducere [n]el suo processo, sì che perviene  a  questo  frutto;  ed  è  uno  modo  quasi  d’insetare  l’altrui  natura sopra diversa radice. E però nullo è che possa essere scusato; ché se da sua naturale radice uomo non ha questa sementa, ben la puote avere per via d’insetazione. Così fossero tanti quelli di fatto che s’insetassero, quanti sono quelli che da la buona radice si lasciano disviare! Veramente di questi usi l’uno è più pieno di beatitudine che l’altro; sì come  è  lo  speculativo,  lo  quale  sanza  mistura  alcuna  è  uso  de  la  nostra nobilissima parte, la quale, per lo radicale amore che detto è, massimamente è amabile, sì com’è lo ’ntelletto. E questa parte in questa vita perfettamente lo suo uso avere non puote — lo quale [è] [ved]ere [in] [s]é Iddio ch’è sommo intelligibile —, se non in quanto considera lui e mira lui per li suoi effetti. E che noi domandiamo questa beatitudine per somma, e non altra, cioè quella de la vita attiva, n’ammaestra lo  Vangelio di Marco, se bene quello volemo guardare. Dice Marco che Maria Maddalena e Maria Iacobi  e  Maria  Salomè  andaro  per  trovare  lo  Salvatore  al  monimento,  e quello non trovaro; ma trovaro uno giovane vestito di bianco che disse loro: “Voi domandate lo Salvatore, e io vi dico che non è qui; e però non abbiate temenza, ma ite, e dite a li discepoli suoi e a Piero che elli li precederà in Galilea; e quivi lo vedrete, sì come vi disse”. Per queste tre donne si possono intendere le tre sette de la vita attiva, cioè li Epicurei, li Stoici e li Peripatetici, che  vanno  al  monimento,  cioè  al  mondo  presente  che  è  recettaculo  di corruttibili cose, e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine, e non la truovano; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti, lo quale, secondo la testimonianza di Matteo e anche de li altri, era angelo di Dio. E però Matteo disse: “L’angelo di Dio discese di cielo, e vegnendo volse la pietra e sedea sopra essa. E ’l suo aspetto era come folgore, e le sue vestimenta erano come neve”. Questo angelo è questa nostra nobilitade che da Dio viene, come detto è, che ne la nostra ragione parla, e dice a ciascuna di queste sette, cioè a qualunque va cercando beatitudine ne la vita attiva, che non è qui; ma vada, e dicalo a li discepoli e a Piero, cioè a coloro che ’l vanno cercando, e a coloro che sono sviati, sì come Piero che l’avea negato, che in Galilea li precederà: cioè che la beatitudine precederà noi in Galilea, cioè ne la speculazione. Galilea è tanto a dire quanto bianchezza. Bianchezza è uno colore pieno di luce corporale più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale che altra cosa che qua giù sia. E dice: Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Convivio di Dante Alighieri
lui non esistono dei farmachi mentre la farmacia, come si vede in me, ha sempre qualche cosa di efficace per noi malati veri! La sua parola sembrava quella di un sano ed io – voglio essere sincero – ne soffersi. Mio suocero s’associò a lui con grande energia, ma le sue parole non arrivavano a gettare un disprezzo sul malato immaginario, perché tradivano troppo chiaramente l’invidia per il sano. Disse che se egli fosse stato sano come me, invece di seccare il prossimo con le lamentele, sarebbe corso ai suoi cari e buoni affari, specie ora che gli era riuscito di diminuire la sua pancia. Egli non sapeva neppure che il suo dimagrimento non veniva considerato come un sintomo favorevole. Causa l’assalto del Copler, io avevo veramente l’aspetto di un malato e di un malato maltrattato. Augusta sentì il bisogno d’intervenire in mio soccorso. Carezzando la mano che avevo abbandonata sul tavolo, essa disse che la mia malattia non disturbava nessuno e ch’ella non era neppur convinta ch’io credessi d’esser ammalato, perché altrimenti non avrei avuto tanta gioia di vivere. Così il Copler ritornò allo stato d’inferiorità cui era condannato. Egli era del tutto solo a questo mondo e se poteva lottare con me in fatto di salute, non poteva contrappormi alcun affetto simile a quello che Augusta m’offriva. Sentendo vivo il bisogno di un’infermiera, si rassegnò di confessarmi più tardi quanto egli m’aveva invidiato per questo. La discussione continuò nei giorni seguenti con un tono più calmo mentre Giovanni dormiva in giardino. E il Copler, dopo averci pensato sù, asseriva ora che il malato immaginario era un malato reale, ma più intimamente di questi ed anche più radicalmente. Infatti i suoi nervi erano ridotti così da accusare una malattia quando non c’era, mentre la loro funzione normale sarebbe consistita nell’allarmare col dolore e indurre a correre al riparo. – Sì! – dicevo io. – Come ai denti, dove il dolore si manifesta solo quando il nervo è scoperto e per la guarigione occorre la sua distruzione. Si terminò col trovarsi d’accordo sul fatto che un malato e l’altro si valevano. Proprio nella sua nefrite era mancato e mancava tuttavia un avviso dei nervi, mentre che i miei nervi, invece, erano forse tanto sensibili da avvisarmi della malattia di cui sarei morto qualche ventennio più tardi. Erano dunque dei nervi perfetti e avevano l’unico svantaggio di concedermi pochi giorni lieti a questo mondo. Essendogli riuscito a mettermi fra gli ammalati, il Copler fu soddisfattissimo.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
bile nel nostro cuore. E si sa che non v’è modo di cancellarvi niente tanto radicalmente, come si fa di un giro errato su di una cambiale. Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse. Per andare a casa, Augusta ed io prendemmo una vettura. Nell’oscurità mi parve fosse mio dovere di baciare e abbracciare mia moglie perché in simili incontri molte volte avevo usato così e temevo che, se non l’avessi fatto, essa avrebbe potuto pensare che fra di noi ci fosse qualche cosa di mutato. Non v’era nulla di cambiato fra di noi: il vino gridava anche questo! Ella aveva sposato Zeno Cosini che, immutato, le stava accanto. Che cosa importava se quel giorno io avevo possedute delle altre donne di cui il vino, per rendermi più lieto, aumentava il numero ponendo fra di esse non so più se Ada o Alberta? Ricordo che, addormentandomi, rividi per un istante la faccia marmorea del Copler sul letto di morte. Pareva domandasse giustizia, cioè le lacrime ch’io gli avevo promesse. Ma non le ebbe neppure allora perché il sonno mi abbracciò annientandomi. Prima però mi scusai col fantasma: “Aspetta ancora per poco. Sono subito con te!”. Con lui non fui più, giammai, perché non assistetti neppure al suo funerale. Avevamo tanto da fare in casa ed io anche fuori, che non ci fu tempo per lui. Se ne parlò talvolta, ma solo per ridere ricordando che il mio vino l’aveva tante volte ammazzato e fatto risuscitare. Anzi egli restò proverbiale in famiglia e quando i giornali, come avviene spesso, annunziano e smentiscono la morte di qualcuno, noi diciamo: “Come il povero Copler”. La mattina dopo mi levai con un po’ di male di testa. Mi affannò un poco il mio dolore al fianco, probabilmente perché, finché era durato l’effetto del vino, non lo avevo sentito affatto e subito ne avevo perduta l’abitudine. Ma in fondo non ero triste. Augusta contribuì alla mia serenità dicendomi che sarebbe stato male se io non fossi andato a quella cena di nozze, perché prima del mio arrivo le era sembrato di assistere ad un mortorio. Non avevo dunque da aver rimorso del mio contegno. Poi sentii che una cosa sola non mi era stata perdonata: l’occhiataccia ad Ada! Quando c’incontrammo nel pomeriggio, Ada mi porse la mano con un’ansietà che aumentò la mia. Forse però le pesava sulla coscienza quella sua fuga ch’era stata tutt’altro che gentile. Ma anche la mia occhiata era stata una gran brutta azione. Ricordavo esattamente il movimento del mio occhio e
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
inquieto, propose di correre subito all’ufficio per vedere se ci fosse, ciò che mi fu molto gradito perché mi seccava quella discussione dinanzi ad Augusta la quale ignorava che io per un mese non m’ero fatto vedere in ufficio. Corremmo all’ufficio. Guido era tanto dispiacente di vedersi costretto a quel primo grande affare che, per esimersene, sarebbe corso fino a Londra. Aprimmo l’ufficio; poi, a tastoni nell’oscurità, trovammo la via alla nostra stanza e raggiungemmo il gas, per accenderlo. Allora la lettera fu subito trovata ed era fatta come io l’avevo supposta; c’informava cioè che il nostro ordine valido sino a revoca era stato eseguito. Guido guardò la lettera con la fronte contratta non so se dal dispiacere o dallo sforzo di voler annientare col suo sguardo quanto si annunciava esistente con tanta semplicità di parola. – E pensare – osservò – che sarebbe bastato di scrivere due parole per risparmiarsi un danno simile. Non era certo un rimprovero diretto a me perché io ero stato assente dall’ufficio e, per quanto avessi saputo trovare subito la lettera sapendo ove doveva trovarsi, prima di allora non l’avevo mai vista. Ma per nettarmi più radicalmente da ogni rimprovero, lo rivolsi deciso a lui: – Durante la mia assenza avresti pur dovuto leggere accuratamente tutte le lettere! La fronte di Guido si spianò. Alzò le spalle e mormorò: – Può ancora finire coll’essere una fortuna quest’affare. Poco dopo mi lasciò ed io ritornai a casa mia. Ma il Tacich ebbe ragione: in certe stagioni il solfato di rame andava giù, giù, ogni giorno più giù e noi avevamo nell’esecuzione del nostro ordine e nella immediata impossibilità di cedere la merce a quel prezzo ad altri, l’opportunità di studiare tutto il fenomeno. La nostra perdita aumentò. Il primo giorno Guido mi domandò consiglio. Avrebbe potuto vendere con una perdita piccola in confronto di quella che dovette sopportare poi. Io non volli dare dei consigli, ma non trascurai di ricordargli la convinzione del Tacich secondo la quale il ribasso avrebbe dovuto continuare per oltre cinque mesi. Guido rise: – Adesso non mi mancherebbe altro che farmi dirigere nei miei affari da un provinciale! Ricordo che tentai pure di correggerlo, dicendogli che quel provinciale da molti anni passava il suo tempo nella piccola cittadina dalmata a guardare
La coscienza di Zeno di Italo Svevo