querela

[que-rè-la]
In sintesi
atto con cui la persona che si ritiene offesa chiede che venga promossa l'azione penale contro chi ha commesso il reato; lamento
← dal lat. querēla(m), deriv. di quĕri ‘lagnarsi’.
1
DIR Atto con cui chi si ritiene leso da un danno verso il quale non si debba procedere d'ufficio ne fa denuncia all'autorità competente, invitandola a procedere penalmente contro il colpevole: sporgere, presentare q. contro qualcuno; q. per diffamazione, per ingiuria; ritirare la q.
2
lett. Lamento: quante querele e lacrime sparsi (Leopardi) || Verso monotono di animali o cose: l'antica q. del violoncello (Borgese)

Citazioni
alti lamenti scoppiati all’improvviso, da urli, da accenti profondi d’invocazione, che terminavano in istrida acute. È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta varietà di querele, non si vedesse mai un tentativo, non iscappasse mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno. Eppure, tra coloro che vivevano e morivano in quella maniera, c’era un buon numero d’uomini educati a tutt’altro che a tollerare; c’erano a centinaia, di que’ medesimi che, il giorno di san Martino, s’erano tanto fatti sentire. Nè si può pensare che l’esempio de’ quattro disgraziati che n’avevan portata la pena per tutti, fosse quello che ora li tenesse tutti a freno: qual forza poteva avere, non la presenza, ma la memoria de’ supplizi sugli animi d’una moltitudine vagabonda e riunita, che si vedeva come condannata a un lento supplizio, che già lo pativa? Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile. Il vòto che la mortalità faceva ogni giorno in quella deplorabile moltitudine, veniva ogni giorno più che riempito: era un concorso continuo, prima da’ paesi circonvicini, poi da tutto il contado, poi dalle città dello stato, alla fine anche da altre. E intanto, anche da questa partivano ogni giorno antichi abitatori; alcuni per sottrarsi alla vista di tante piaghe; altri, vedendosi, per dir così, preso il posto da’ nuovi concorrenti d’accatto, uscivano a un’ultima disperata prova di chieder soccorso altrove, dove si fosse, dove almeno non fosse così fitta e così incalzante la folla e la rivalità del chiedere. S’incontravano nell’opposto viaggio questi e que’ pellegrini, spettacolo di ribrezzo gli uni agli altri, e saggio doloroso, augurio sinistro del termine a cui gli uni e gli altri erano incamminati. Ma seguitavano ognuno la sua strada, se non più per la speranza di mutar sorte, almeno per non tornare sotto un cielo divenuto odioso, per non rivedere i luoghi dove avevan disperato. Se non che taluno, mancandogli affatto le forze, cadeva per la strada, e rimaneva lì morto: spettacolo ancor più funesto ai suoi compagni di miseria, oggetto d’orrore,  forse  di  rimprovero  agli  altri  passeggieri.  “Vidi  io,”  scrive  il Ripamonti, “nella strada che gira le mura, il cadavere d’una donna... Le usciva di bocca dell’erba mezza rosicchiata, e le labbra facevano ancora quasi un atto di sforzo rabbioso... Aveva un fagottino in ispalla, e attaccato con le fasce al petto un bambino, che piangendo chiedeva la poppa... Ed erano
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
È chiuso là nell’isola deserta tra le grandi acque, che l’attendamento 225 de’ re terrestri il suo dolor non turbi con l’alte grida. Sullo scoglio assiso forse nel mar tuffa le braccia, e lava le innumerabili ferite. Credono i re di udire la selvaggia 230 querela atroce, l’aspro grido acuto ch’egli dal lido getti alle fuggiasche vele atterrite. No; ch’ei tace, o parla soltanto a smerghi ed aquile marine. Ei siede e tace, mentre sull’Oceano 235 purpureggiante le sue braccia affonda. Tace ed assiduo, tra la nebbia, lava il sangue inesauribile che sgorga dai milioni delle braccia, il sangue che sgorga dalla pallida sua vita, 240 di milioni d’altre vite. Non è fragore ondoso di risacca alla scogliera, non è vento urlante nei boschi morti, non tempesta in mare che l’isola urti, e sciacqui nell’abisso. 245 È lui che sparge sopra sé l’immenso Oceano rosso, per lavare il sangue. A grandi ondate abbraccia il mare, e tutto l’attira a sé. Cupo silenzio è intorno. Là, nell’oscurità caliginosa, 250 vedono l’ombra del ferito immane i brevi re, tremando ancor dell’uomo ch’è tutto ancora, e non è più. VIII Anch’egli vede nella lontananza perduta, un altro, indissolubilmente, Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Poemi del Risorgimento di Giovanni Pascoli
121 Non siate però tumide e fastose, donne, per dir che l’uom sia vostro figlio; che de le spine ancor nascon le rose, e d’una fetida erba nasce il giglio: importune, superbe, dispettose, prive d’amor, di fede e di consiglio, temerarie, crudeli, inique, ingrate, per pestilenzia eterna al mondo nate. 122 Con queste et altre et infinite appresso querele il re di Sarza se ne giva, or ragionando in un parlar sommesso, quando in un suon che di lontan s’udiva, in onta e in biasmo del femineo sesso: e certo da ragion si dipartiva; che per una o per due che trovi ree, che cento buone sien creder si dee. 123 Se ben di quante io n’abbia fin qui amate, non n’abbia mai trovata una fedele, perfide tutte io non vo’ dir né ingrate, ma darne colpa al mio destin crudele. Molte or ne sono, e più già ne son state, che non dan causa ad uom che si querele; ma mia fortuna vuol che s’una ria ne sia tra cento, io di lei preda sia. 124 Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora, anzi prima che ’l crin più mi s’imbianchi, che forse dirò un dì, che per me ancora alcuna sia che di sua fé non manchi. Se questo avvien (che di speranza fuora io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi di farla, a mia possanza, gloriosa con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
stato loro e alla amicizia avieno insieme e per ciò ricordavano loro amorevolmente che chi offende a torto dà cagione ad altri di essere offeso a ragione, e che chi rompe la pace aspetti la guerra. Fu commessa dalla Signoria la risposta a Cosimo; il quale, con lunga e savia orazione, riandò tutti i beneficii fatti dalla città sua alla republica viniziana; mostrò quanto imperio quella aveva, con i danari, con le genti e con il consiglio de’ Fiorentini, acquistato; e ricordò loro che, poi che da i Fiorentini era venuta la cagione della amicizia, non mai verrebbe la cagione della nimicizia; ed essendo stati sempre amatori della pace, lodavano assai lo accordo fatto infra loro, quando per pace, e non per guerra, fusse fatto. Vero era che delle querele fatte assai si  maravigliava,  veggendo  che  di  sì  leggieri  cosa  e  vana  da  una  tanta republica si teneva tanto conto; ma quando pure fussero degne di essere considerate, facevono a ciascuno intendere come e’ volevono che il paese loro fusse libero e aperto a qualunque, e che il Duca era di qualità che per fare amicizia con Mantova non aveva né de’ favori né de’ consigli  loro  bisogno.  E  per  ciò  dubitava  che  queste  querele  non  avessero altro  veleno  nascosto  che  le  non  dimostravano,  il  che  quando  fusse, farebbono  cognoscere  a  ciascuno  facilmente  l’amicizia  de’  Fiorentini quanto la è utile, tanto essere la nimicizia dannosa. Capitolo XXVI Passò per allora la cosa leggiermente, e parve che gli oratori se ne andassero assai sodisfatti. Non di meno la lega fatta e i modi de’ Viniziani e del Re facevono più tosto temere i Fiorentini e il Duca di nuova guerra, che sperare  ferma  pace.  Per  tanto  i  Fiorentini  si  collegorono  con  il  Duca;  e intanto si scoperse il malo animo de’ Viniziani, perché feciono lega con i Sanesi, e cacciorono tutti i Fiorentini e loro sudditi della città e imperio loro. E poco appresso Alfonso fece il simigliante, e sanza avere alla pace l’anno  davanti  fatta  alcuno  rispetto,  e  sanza  averne,  non  che  giusta,  ma colorita cagione. Cercorono i  Viniziani di acquistarsi i Bolognesi, e fatti forti i fuori usciti, gli missono con assai gente, di notte, per le fogne, in Bologna; né prima si seppe la entrata loro, che loro medesimi levassero il romore. Al quale Santi Bentivogli sendosi desto, intese come tutta la città era da’ ribelli occupata; e benché fusse consigliato da molti che con la fuga salvasse la vita, poi che con lo stare non poteva salvare lo stato, non di meno volle mostrare alla fortuna il viso; e prese le armi, e dette animo a’ suoi, e
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
fatto testa di alcuni amici, assalì parte de’ ribelli, e quelli rotti, molti ne ammazzò, e il restante cacciò della città. Dove per ciascuno fu giudicato avere fatto verissima pruova di essere della casa de’ Bentivogli. Queste opere e dimostrazioni feciono in Firenze ferma credenza della futura guerra; e però si volsono i Fiorentini alle loro antiche e consuete difese; e creorono il magistrato de’ Dieci, soldorono nuovi condottieri, mandorono oratori a Roma, a Napoli, a Vinegia, a Milano e a Siena, per chiedere aiuti agli amici, chiarire i sospetti, guadagnarsi i dubi e scoprire i consigli de’ nimici. Dal Papa non si ritrasse altro che parole generali, buona disposizione e conforti alla pace; dal Re vane scuse di avere licenziati i Fiorentini, offerendosi volere dare il salvocondotto a qualunque lo adimandasse. E benché s’ingegnasse al  tutto  i  consigli  della  nuova  guerra  nascondere,  non  di  meno  gli ambasciadori cognobbono il malo animo suo, e scopersono molte sue preparazioni per venire a’ danni della republica loro. Col Duca di nuovo con varii oblighi si fortificò la lega; e per suo mezzo si fece amicizia con i Genovesi,  e  le  antiche  differenzie  di  rappresaglie  e  molte  altre  querele  si composono, non ostante che i Viniziani cercassero per ogni modo tale composizione  turbare.  Né  mancorono  di  supplicare  allo  imperadore  di Gostantinopoli  che  dovesse  cacciare  la  nazione  fiorentina  del  paese  suo: con tanto odio presono questa guerra; e tanto poteva in loro la cupidità del dominare, che sanza alcuno rispetto volevono distruggere coloro che della loro grandezza erano stati cagione; ma da quello imperadore non furono intesi. Fu da il Senato viniziano alli oratori fiorentini proibito lo entrare nello stato di quella republica, allegando che, sendo in amicizia con il Re, non potevono, sanza sua participazione, udirli. I Sanesi con buone parole gli ambasciadori riceverono, temendo di non essere prima disfatti che la lega li potesse difendere, e per ciò parve loro di addormentare quelle armi che non potevono sostenere. Vollono i Viniziani e il Re, secondo che allora si conietturò, per giustificare la guerra, mandare oratori a Firenze, ma quello de’ Viniziani non fu voluto intromettere nel dominio fiorentino, e non volendo quello del Re solo fare quello uffizio, restò quella legazione imperfetta; e i  Viniziani per questo cognobbono essere stimati meno da quelli Fiorentini che non molti mesi innanzi avevono stimati poco.
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Trarla oltre più nessun di voi si attenti. E che? minacci, ove son io?... Deh padre!... così tu m’ami? così spendi il giorno concesso a lei?... Precipitar vuol ella; negargliel posso? Odi; oh! non sai? ben altro a te sovrasta inaspettato danno. D’Atene il re, Tesèo, quel forte, è fama che a Tebe in armi ei vien, degli insepolti vendicatore. A lui ne andar le Argive vedove sconsolate, in suon di sdegno e di pietà piangenti. Udia lor giuste querele il re: l’urne promesse ha loro degli estinti mariti; e non è lieve promettitor Tesèo. — Padre, previeni l’ire sue, l’onta nostra. A te non chieggio che t’arrendi al timor; bensì ti stringa pietà di Tebe tua: respira appena l’aure di pace; ove a non giusta guerra correr pur voglia in favor tuo, qual prode or ne rimane a Tebe? I forti, il sai, giaccion, chi estinto in tomba, e chi mal vivo in sanguinoso letto. A un timor vile mi arrendo io forse? a che narrar perigli lontani, o dubbi, o falsi? A me finora Tesèo, quel forte, non chiedea pur l’urne de’ forti d’Argo; e non per anco io darle negato gli ho: pria ch’ei le chiegga, io forse suo desir preverrò. Sei pago? Tebe riman secura; io non vo’ guerra. — Or, lascia, che al suo destin vada costei.
Antigone di Vittorio Alfieri