prosodia

[pro-ʃo-dì-a]
In sintesi
l'insieme delle regole dell'accentazione dei versi; studio degli accenti e dell'intonazione di un discorso
← dal lat. prosodĭa(m), che è dal gr. prosōidía, comp. di prós ‘verso’ e ōid ‘canto’.
1
LING Complesso delle leggi che regolano l'intonazione, l'accentazione e il tono di una lingua, spec. per quanto riguarda la versificazione
2
METR Nella lingua greca e latina, pronuncia di una parola secondo la quantità, breve o lunga, delle sillabe

Citazioni
imparato l’alfabeto, veniva anche a poter leggere materialmente la parola ebraica, e raccapezzarne così il suono, per lo più bruttissimo, ed i modi strani per noi, e misti di sublime e di barbaro. Quanto poi ad Omero, leggeva subito nel greco solo ad alta voce, traducendo  in  latino  letteralmente,  e  non  miarrestando  mai,  per  quanti spropositi  potessero  venirmi  detti,  quei  sessanta,  o  ottanta,  o  al  più  più cento versi che volea studiare in quella mattina. Storpiati così quei tanti versi,  li  leggeva  ad  alta  voce  prosodicamente  in  greco.  Poi  ne  leggeva  lo scoliaste greco, poi le note latine del Barnes, Clarch, ed Ernesto; poi pigliando per ultima la traduzione letterale latina stampata, la rileggeva sul greco  di  mio,  occhiando  la  colonna,  per  vedere  dove,  e  come,  e  perché avessi sbagliato nel tradurre da prima. Poi nel mio testo greco solo, se qualche cosa era sfuggita allo scoliaste di dichiararla, la dichiarava io in margine, con altre parole greche equivalenti, al che mi valeva molto di Esichio, dell’Etimologico, e del Favorino. Poi le parole, o modi, o figure straordinarie, in una colonna di carta le annotava a parte, e dichiaravale in greco. Poi leggeva tutto il commento di Eustazio su quei dati versi, che così m’erano passati cinquanta volte sotto gli occhi, loro, e tutte le loro interpretazioni, e figure. Parrà questo metodo noioso, e duretto; ma era duretto anch’io, e la cotenna di cinquanta anni ha bisogno di ben altro scarpello per iscolpirvi qualcosa, che non quella di venti. Sopra Pindaro poi, io aveva già fatto gli anni precedenti uno studio più ancora di piombo, che i sopradetti. Ho un Pindaretto, di cui non v’è parola,  su  cui  non  esista  un  mio  numero  aritmetico  notatovi  sopra,  per indicare, coll’un due e tre, fino talvolta anche a quaranta, e più, qual sia la sede  che  ogni  parola  ricostruita  al  suo  senso  deve  occupare  in  que’  suoi eterni e labirintici periodi. Ma questo non mi bastava, ed intrapresi allora nei tre giorni ch’io gli destinai, di prendere un altro Pindaro greco solo, di edizione antica, e scorrettissimo, e mal punteggiato, quel del Calliergi di Roma, primo che abbia gli scolii, e su quello leggeva a prima vista, come dissi dell’Omero, subito in latino letteralmente sul greco, e poi la stessa progressione che su l’Omero; e di più poi in ultimo una dichiarazione marginale mia in greco dell’intenzione dell’autore; cioè il pensiero spogliato del figurato. Così poi praticai su l’Eschilo e Sofocle, quando sottentrarono ai giorni  di  Pindaro;  e  con  questi  sudori,  e  pazze  ostinazioni,  essendomisi debilitata da qualch’anni assai la memoria, confesso che ne so poco, e tutta-
Vita di Vittorio Alfieri