promulgare

[pro-mul-gà-re]
In sintesi
dichiarare valido e operante un provvedimento legislativo; divulgare
← dal lat. promulgāre, prob. connesso con mulgēre ‘mungere, spremere’, quindi propr. ‘far uscire, emettere’.
1
DIR Pubblicare con le prescritte formalità: p. una legge, un decreto
2
estens. Bandire, diffondere, proclamare: p. un principio, una dottrina SIN. propagare, divulgare

Citazioni
Questa, come ognun sa, si regolava principalmente, qui, come a un di presso in tutta Europa, sull’autorità degli scrittori; per la ragion semplicissima che, in una gran parte de’ casi, non ce n’era altra su cui regolarsi. Erano due conseguenze naturali del non esserci complessi di leggi composte con un intento generale, che gl’interpreti si facessero legislatori, e fossero a un di presso ricevuti come tali; giacché, quando le cose necessarie non son fatte da chi toccherebbe, o non son fatte in maniera di poter servire, nasce ugualmente, in alcuni il pensiero di farle, negli altri la disposizione ad accettarle, da chiunque sian fatte. L’operar senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo. Gli statuti di Milano, per esempio, non prescrivevano altre norme, né condizioni alla facoltà di mettere un uomo alla tortura (facoltà ammessa implicitamente, e riguardata ormai come connaturale al diritto di giudicare), se non che l’accusa fosse confermata dalla fama, e il delitto portasse pena di sangue, e ci fossero indizi; ma senza dir quali. La legge romana, che aveva vigore ne’ casi a cui non provvedessero gli statuti, non lo dice di più, benché ci adopri più parole. “I giudici non devono cominciar da’ tormenti, ma servirsi prima d’argomenti verisimili e probabili; e se, condotti da questi, quasi da indizi sicuri, credono di dover venire ai tormenti, per iscoprir la verità, lo facciano, quando la condizion della persona lo permette.” Anzi, in questa legge è espressamente istituito l’arbitrio del giudice sulla qualità e sul valore degl’indizi; arbitrio che negli statuti di Milano fu poi sottinteso. Nelle così dette Nuove Costituzioni promulgate per ordine di Carlo V, la tortura non è neppur nominata; e da quelle fino all’epoca del nostro processo, e per molto tempo dopo, si trovano bensì, e in gran quantità, atti legislativi ne’ quali è intimata come pena; nessuno, ch’io sappia, in cui sia regolata la facoltà d’adoprarla come mezzo di prova. E anche di questo si vede facilmente la ragione: l’effetto era diventato causa; il legislatore, qui come altrove, aveva trovato, principalmente per quella parte che chiamiam procedura, un supplente, che faceva, non solo sentir meno, ma quasi dimenticare la necessità del suo, dirò così, intervento. Gli scrittori, principalmente dal tempo in cui cominciarono a diminuire i semplici commentari sulle leggi romane, e a crescer l’opere composte con un ordine più indipendente, sia su tutta la pratica criminale, sia su questo o quel punto speciale, gli scrittori trattavan la materia con metodi complessivi, e insieme con un lavoro minuto delle parti; moltiplicavan le leggi con l’inter-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Quivi Mercurio con preghiere astringe che la bandisca e sappia ove si cela; gli narra la cagion ch’a ciò la spinge, promette premiar chi la rivela, dichiara il nome e le fattezze pinge, aggiungendo gl’indizi ala querela, accioché, s’egli avien ch’alcun la trovi, scusa poi d’ignoranza altrui non giovi. L’una a casa ritorna e l’altro piomba veloce in terra a promulgar l’editto. “Qualsivoglia mortale (a suon di tromba publicato per lui dice lo scritto) Psiche, degna di carcere e di tomba, rubella e rea di capital delitto, fia ch’a Venere bella accusi e scopra, ricompensa ben degna avrà del’opra. Venga là tra le piagge a lei dilette, dove il tempio de’ mirti erge Quirino, che dala dea benigna avrà di sette e baci soavi un guiderdon divino, e più dolce fra gli altri un ne promette in cui lingueggi il tenero rubino, in cui labro con labro il dente stringa e di nettare e mel si bagni e tinga.” Questo grido tra’ popoli diffuso alletta tutti ala mercé proposta, onde non trova alcun loco sì chiuso che non v’entri a spiar se v’è nascosta. Ella con piè smarrito e cor confuso già dela diva ala magion s’accosta, dale cui porte incontr’a lei s’avanza una ministra sua, ch’è detta Usanza.
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro primo  i i i i i i i Mamerco se ne potessi difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gli ordini di Roma in questa parte non buoni: perché e’ non è bene che una republica sia in modo ordinata, che uno cittadino per promulgare una legge conforme al vivere libero, ne possa essere, sanza alcuno rimedio, offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si debbe, per la creazione di questo nuovo magistrato, considerare che, se quelle città che hanno avuto il principio loro libero, e che per sé medesimo si è retto, come Roma, hanno difficultà grande a trovare leggi buone per mantenerle libere; non è maraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo, abbino, non che difficultà, ma impossibilità a ordinarsi mai in modo che le possino vivere civilmente e quietamente. Come si vede che è intervenuto alla città di Firenze; la quale, per avere avuto il principio suo sottoposto allo Imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto il governo d’altrui,  stette  un  tempo  abietta,  e  sanza  pensare  a  sé  medesima:  dipoi, venuta la occasione di respirare, cominciò a fare suoi ordini; i quali sendo mescolati con gli antichi, che erano cattivi, non poterono essere buoni: e così è ita maneggiandosi, per dugento anni che si ha di vera memoria, sanza avere  mai  avuto  stato,  per  il  quale  la  possa  veramente  essere  chiamata republica. E queste difficultà, che sono state in lei, sono state sempre in tutte quelle città che hanno avuto i principii simili a lei. E, benché molte volte, per suffragi pubblici e liberi, si sia data ampla autorità a pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto non mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a proposito della parte loro: il che ha fatto, non ordine, ma  maggiore  disordine  in  quella  città.  E  per  venire  a  qualche  esemplo particulare, dico come, intra le altre cose che si hanno a considerare da uno ordinatore d’una republica è esaminare nelle mani di quali uomini ei ponga l’autorità del sangue contro de’ suoi cittadini. Questo era bene ordinato in Roma, pure fosse occorso cosa importante, dove il differire la esecuzione mediante l’appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al quale rimedio non refuggivano mai, se non per necessità. Ma Firenze, e le altre città nate nel modo di lei, sendo serve, avevano questa autorità collocata in uno forestiero, il quale, mandato dal principe, faceva tale ufficio. Quando dipoi vennono in libertà, mantennono questa autorità in uno forestiero, il quale chiamavono capitano: il che, per potere  essere  facilmente  corrotto  da’  cittadini  potenti,  era  cosa perniziosissima. Ma dipoi, mutandosi per la mutazione degli stati questo
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli