prognosi

[prò-gno-ʃi]
In sintesi
previsione sull'andamento di una malattia o di uno stato patologico
← dal gr. prógnōsis ‘previsione’, comp. di pro- ‘pro-’ e un deriv. di gignskein ‘conoscere’.
s.f. inv.

MED Previsione sul decorso e sull'esito di una malattia: fare una p.; p. benigna || Prognosi riservata, emessa quando il medico non ha elementi sufficienti per dare un responso definitivo

Citazioni
non aveva altre preoccupazioni perché la stagione era molto favorevole, e riteneva che gli sposi serenamente potessero mettersi in viaggio. – Naturalmente – aggiunse cautamente – salvo complicazioni imprevedibili. – La sua prognosi s’avverò perché intervennero le complicazioni imprevedibili. Al momento di congedarsi si ricordò che noi conoscevamo certo Copler al cui letto egli era stato chiamato quel giorno stesso a consulto. Lo aveva trovato colpito da una paralisi renale. Raccontò che la paralisi s’era annunciata con un orrendo male di denti. Qui fece una prognosi grave, ma, secondo il solito, attenuata da un dubbio: – La sua vita può anche prolungarsi a patto ch’egli arrivi a vedere il sole di domani. Augusta, dalla compassione, ebbe le lagrime agli occhi e mi pregò di correre subito dal nostro povero amico. Dopo un’esitazione, ottemperai al suo desiderio, e volentieri, perché la mia anima improvvisamente si riempì di Carla. Com’ero stato duro con la povera fanciulla! Ecco che, sparito il Copler, essa rimaneva là, solitaria su quel pianerottolo, nient’affatto compromettente perché tagliata da ogni comunicazione col mio mondo. Era necessario correre da lei per cancellare l’impressione che doveva averle fatto il mio duro contegno della mattina. Ma, prudentemente, andai prima di tutto dal Copler. Dovevo pur poter dire ad Augusta che lo avevo visto. Conoscevo già il modesto ma comodo e decente quartiere che il Copler abitava in Corsia Stadion. Un vecchio pensionato gli aveva cedute tre delle sue cinque stanze. Fui ricevuto da questi, un grosso uomo, ansante, dagli occhi rossi, che camminava inquieto su e giù per un breve corridoio oscuro. Mi raccontò che il medico curante se ne era andato da poco, dopo di aver constatato che il Copler si trovava in agonia. Il vecchio parlava a bassa voce, sempre ansando, come se avesse temuto di turbare la quiete del moribondo. Anch’io abbassai la mia. E’ una forma di rispetto come lo sentiamo noi uomini, mentre non è ben certo se al moribondo non piacerebbe di più di venir accompagnato per l’ultimo tratto di via da voci chiare e forti che gli ricorderebbero la vita. Il vecchio mi disse che il moribondo era assistito da una suora. Pieno di rispetto mi fermai per qualche tempo dinanzi alla porta di quella camera nella quale il povero Copler col suo rantolo, dal ritmo tanto esatto, misurava il suo ultimo tempo. La sua respirazione rumorosa era composta da due
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