presagire

[pre-ʃa-gì-re]
In sintesi
predire, prevedere
← dal lat. praesagīre, comp. di prāe- ‘pre-’ e sagīre ‘avere buon fiuto’.
1
Prevedere, predire, pronosticare: gli aruspici presagivano il futuro
2
Presentire: p. un disastro, un cambiamento
3
Preannunciare: il tempo presagisce tempesta

Citazioni
alle grandi speranze dell’anima. Anche il cane sa scegliere il miglior boccone, e scavarsi il letto nella pagina prima di accovacciarvisi; se questa è ragione, date dunque ai cani la patente di uomini di proposito. Peraltro vi dirò che quella vita così miope e bracciante aveva allora una scusa; c’era una grande intelligenza che pensava per noi, e la cui volontà soperchiava tanto la volontà di tutti che con poca spesa d’idee si vedevano le gran belle opere. Adesso invece brillano le idee, ma di opere non se ne vedono né bianche né nere; tutto per quel gran malanno che chi ha capo non ha braccia; e a quel tempo invece le braccia di Napoleone s’allargavano per mezza Europa e per tutta Italia a sommoverne a risvegliarne le assopite forze vitali. Bastava ubbidire, perché una attività miracolosa si svolgesse ordinatamente dalle vecchie compagini della nazione. Non voglio far pronostici; ma se si fosse continuato così una ventina d’anni ci saremmo abituati a rivivere, e la vita intellettuale si sarebbe destata dalla materia, come nei malati che guariscono. A vedere il fervore di vita che animava allora mezzo il mondo c’era da perder la testa. La giustizia s’era impersonata una ed eguale per tutti; tutti concorrevano omai secondo la loro capacità al movimento sociale; non si intendeva, ma si faceva. S’avea voluto un esercito, e un esercito in pochi anni era sorto come per incanto. Da popolazioni sfibrate nell’ozio e viziate dal disordine si coscrivevano legioni di soldati sobri ubbidienti valorosi. La forza comandava il rinnovamento dei costumi; e tutto si otteneva coll’ordine colla disciplina. La prima volta ch’io vidi schierati in piazza i coscritti del mio Dipartimento credetti avere le traveggole; non credeva si potesse giungere a tanto, e che così si potessero mansuefare con una legge quei volghi rustici quelle plebi cittadine che s’armavano infino allora soltanto per batter la campagna e svaligiare i passeggieri. Da questi principii m’aspettava miracoli e persuaso d’essere in buone mani  non  cercai  più  dove  si  correva  per  ammirare  il  modo.  Vedere quandocchesia la mia Venezia armata di forza propria, e assennata dalla nuova esperienza riprendere il suo posto fra le genti italiche al gran consesso dei popoli, era il mio voto la fede di tutti i giorni. Il pacificatore della Rivoluzione metteva anche questa nel novero delle sue imprese future; credeva riconoscerne i segnali in quel nuovo battesimo dato alla Repubblica Cisalpina che presagiva nuovi ed altissimi destini. Quando Lucilio mi scriveva che s’andava di male in peggio, che abdicando dall’intelligenza sperava in un liberatore e avremmo trovato un padrone, io mi faceva beffe delle sue paure; gli dava fra
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo